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	<title>Varsavia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Leopardi è stato il filosofo più grande, altro che Nietzsche: dialogo leopardiano con Raoul Bruni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 04:34:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Origlio banalità. Chiunque sfiori lo Zibaldone di pensieri di Leopardi resta folgorato da quei pensieri salini, dall’intemperante sagacia di quegli appunti, che clamorosa ‘doccia fredda’, che messa in crisi di saltuari, saturi pregiudizi. Di fronte a questi pensieri, veridici non per verità – che è la verità? – ma per rischio – la sola verità [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/leopardi-e-stato-il-filosofo-piu-grande-altro-che-nietzsche-dialogo-leopardiano-con-raoul-bruni/">Leopardi è stato il filosofo più grande, altro che Nietzsche: dialogo leopardiano con Raoul Bruni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Origlio banalità. Chiunque sfiori lo <em>Zibaldone di pensieri </em>di Leopardi resta folgorato da quei pensieri salini, dall’intemperante sagacia di quegli appunti, che clamorosa ‘doccia fredda’, che messa in crisi di saltuari, saturi pregiudizi. <strong>Di fronte a questi pensieri, veridici non per verità – che è la verità? – ma per rischio – la sola verità è avventarsi – se ne risorge con la testa che rotea galassie: “Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male… non c’è altro bene che il non essere”.</strong> Leopardi non è ‘pessimista’ – comodo cingerlo nel tutù di un aggettivo – ma torchia ogni pensiero fino al limite possibile, coltiva la contraddizione, frantuma: “Vogliono che l’uomo per natura sia più sociale di tutti gli altri viventi. Io dico che lo è men di tutti, perché avendo più vitalità, ha più amor proprio, e quindi necessariamente ciascun individuo umano ha più odio verso gli altri individui sì della sua specie sì dell’altre”. Leopardi è stato – con Nietzsche, con Dostoevskij – tra i filosofi inarrivabili, alieni all’accademismo, che hanno squarciato il velo dell’Ottocento portandoci nel millennio a venire. Ciò che oggi, tuttavia, è ovvio – fino a un certo lato, <strong>dacché Leopardi resta sempre il poeta dell’<em>Infinito</em>, sublime, ma disinnescato, la scuola fa di tutto per addomesticarne la potenza lavica</strong> – non lo era qualche decennio fa. <strong>Merito di Raoul Bruni, che insegna all’Università Cardinale Wyszyński di Varsavia, aver fatto riscoprire e ripubblicare – sia lode all’editore Aragno – due autori fondamentali nello studio del Leopardi poeta. Intanto, Giuseppe Rensi</strong> (1871-1941), filosofo, antifascista, autore dei <em>Lineamenti di filosofia scettica </em>e della <em>Filosofia dell’assurdo</em>, che già nel 1906, sul quotidiano svizzero ‘L’Azione’, scrive che “se Leopardi fosse stato unicamente filosofo e avesse dedicato la sua intelligenza all’elaborazione d’un sistema, il pensiero italiano <strong>avrebbe avuto, prima e meglio di quello germanico, Schopenhauer e Nietzsche armonizzati in una costruzione unica”.</strong> Bruni raccoglie i testi di Rensi <em>Su Leopardi</em>, a volte sorprendenti (<em>La filosofia del diritto del Leopardi</em>, ad esempio, dove si conclude che “solo la coazione, e non l’immaginario fatto che la volontà della legge sia anche la volontà dell’individuo, può riuscire a costituire la società”). D’altro canto, <em>La filosofia di Leopardi </em>di Adriano Tilgher (1887-1941), formidabile polemista – per Gobetti pubblicò <em>Lo Spaccio del Bestione trionfante, </em>il virale pamphlet contro Giovanni Gentile – elzevirista, saggista, è uno strumento da imporre ai prof, ai leopardofili, ai buoni lettori. Per temi – ‘Il Dovere’, ‘L’Amore’, ‘La Noia’, ‘La Teologia Negativa’, ‘Antistoricismo’… – infatti, Tilgher sviscera il pensiero di Leopardi, con rapacità retorica, è leggibilissimo e senza fronzoli accademici <strong>(“La noia è una passione. Anzi è <em>la </em>passione. La noia, si potrebbe dire parafrasando Leopardi, è la passione fondamentale della vita rimasta sola quando nessun’altra passione… occupa l’anima”).</strong> Due libri fondamentali sul pensatore fondamentale: troppo miele mi fa svanire, così, contatto Bruni. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Provo a fare una sintesi dei suoi lavori. Recupera l’opera di due misconosciuti – meglio, troppo poco noti – Adriano Tilgher e Giuseppe Rensi, che approfondiscono un aspetto troppo poco noto di Leopardi, la potenza filosofica, per altro con genio lungimirante. Viene da dire: le piace indagare nelle oscurità, nel non convenzionale&#8230; è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Devo dire che mi ritrovo in questa formulazione. Sono sempre stato attratto dagli autori e dai pensatori eccentrici, confinati ai margini dei canoni accademici e scolastici; oppure, quando mi sono occupato di un grande classico come Leopardi, ho sempre cercato di approfondire versanti della sua opera ancora poco indagati. <strong>Credo che nell’ambito della cultura filosofica italiana del Novecento, specie della prima metà del secolo, ci sia ancora molto da scoprire. Giuseppe Rensi e Adriano Tilgher sono due casi esemplari: due autori semidimenticati, pressoché ignorati dai manuali di filosofia, che, invece, si leggono ancora oggi con straordinario interesse.</strong> Tanto per la limpidezza del loro stile (non contaminato dagli specialismi accademici), quanto per l’attualità e la pregnanza della loro riflessione filosofica. La loro precocissima attenzione per il Leopardi pensatore è, in questo senso, emblematica. Di solito quando si pensa alla filosofia di Leopardi si cita subito Emanuele Severino, il cui primo libro su Leopardi è del 1990, ma ci si dimentica che Rensi, fin dal 1906, riconobbe la grandezza filosofica di Leopardi, mettendolo sullo stesso piano di Schopenhauer e Nietzsche. Se, poi, si aggiunge che, nel primo Novecento, la cultura ufficiale di stampo idealistico negò all’opera di Leopardi ogni valore speculativo, la pionieristica interpretazione leopardiana di Rensi ci appare in tutta la sua luminosa originalità. Ancora meno noto di Rensi è Adriano Tilgher, di cui oggi sono disponibili pochissime opere (mi piace qui ricordare le sillogi <em>Filosofi antichi</em> e <em>Filosofi moderni</em>, pubblicate dalla raffinata casa editrice Atlantide per impulso di Simone Caltabellota). <strong><em>La filosofia di Leopardi </em>di Tilgher, uscito 1940, ben sette anni prima del fortunatissimo saggio di Cesare Luporini <em>Leopardi progressivo</em>, è uno dei primi e dei migliori contributi organici pubblicati sul pensiero leopardiano.</strong> Chi si occupa del pensiero di Leopardi, ne può trarre ancora oggi spunti preziosi, e in ogni caso non può ignorarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63313 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/leopardi-225x300.jpg" alt="Leopardi" width="189" height="251" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/leopardi-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/leopardi-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/leopardi-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/leopardi-300x400.jpg 300w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" />Che lettura ‘nuova’ danno Tilgher da una parte e Rensi dall’altra di Leopardi? E perché, poi – penso a Tilgher soprattutto – certe intuizioni, chiarificatrici, sull’opera di Leopardi non sono state prese in giusta considerazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Già il fatto che Rensi e Tilgher riconoscano a Leopardi un intrinseco valore filosofico rappresentò, come ricordavo, una notevole novità nel contesto culturale primo-novecentesco. <strong>La cultura idealistica non riconobbe valore filosofico a Leopardi perché considerava il suo pensiero troppo rapsodico, e dunque asistematico. Al contrario, Rensi vide nella frammentarietà dello <em>Zibaldone </em>un sintomo di modernità: per Rensi, Leopardi fu un grande frammentista, al pari di Nietzsche.</strong> Oggi il parallelismo Leopardi-Nietzsche è diventato quasi un luogo comune della critica, ma allora era assolutamente inedito. Un altro grande merito di Rensi risiede nel fatto che egli fu tra i primi a leggere Leopardi come filosofo politico, dedicando per esempio grande attenzione alle fondamentali riflessioni zibaldoniane sulla cosiddetta «società stretta» e sulle aporie del vivere sociale; infine occorre ricordare che Rensi definisce quella di Leopardi una «poesia di concetti», anticipando, per certi aspetti, la famosa formula del «pensiero poetante» che intitolava un importante saggio di Antonio Prete. Rispetto a Rensi (di cui condivide molti presupposti: i due, del resto, furono molto amici), Tilgher analizza l’opera leopardiana, e in particolare lo <em>Zibaldone</em>, in modo più organico, dedicando ai più importanti motivi della riflessione leopardiana (dal piacere alla noia, dalle illusioni alla compassione) altrettanti capitoli. Gli elementi di novità rinvenibili nella <em>Filosofia di Leopardi</em> sono molti: penso ad esempio al capitolo sul materialismo leopardiano, alla analisi del contrasto tra civiltà e barbarie, alle considerazioni sulla singolare “religiosità” leopardiana. Ma anche la tesi di Sergio Solmi che parlò a proposito dello <em>Zibaldone </em>di «pensiero in movimento» è, in certo modo, anticipata da Tilgher. <strong>Eppure, nonostante queste intuizioni, lo studio di Tilgher è stato a lungo sottovalutato dalla critica leopardiana. Le ragioni sono molteplici: innanzitutto durante gli anni in cui la linea critica di gran lunga dominante era quella di ascendenza marxista (ho già fatto riferimento al <em>Leopardi progressivo</em> Luporini) si vedevano con sospetto le pagine di Tilgher sull’antiprogressismo e l’antirazionalismo di Leopardi;</strong> e poi, più in generale, non si poteva perdonare a Tilgher (come del resto a Rensi) lo stile anti-accademico, poco rispettoso del bon-ton universitario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo Zibaldone appare, sempre più, come il monolite filosofico più importante del pensiero italiano, con tutte le sue – modernissime – contraddizioni: è d’accordo? Verrebbe da dire che la filosofia, nello specifico italiano – penso, ovviamente, a Dante, Manzoni, Leopardi, ma anche a Montale, a Luzi – sia stimolo lirico.&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono sicuramente d’accordo. Lo <em>Zibaldone </em>(di cui è stata recentemente pubblicata anche una traduzione integrale in lingua inglese) ci appare sempre di più come il documento fondamentale del pensiero italiano moderno. D’altra parte, come sappiamo, Leopardi affidò il suo pensiero anche ai versi, e i <em>Canti</em> sono un esempio insuperato di “poesia pensante”. <strong>Se una possibile linea filosofica della tradizione poetica italiana si può far risalire già a Dante; è soprattutto da Leopardi in poi che la grande poesia italiana (in sintonia con la lirica europea post-romantica) sarà, quasi sempre, <em>anche </em>una poesia filosofica. Perché il valore filosofico di Leopardi venisse pienamente riconosciuto si è dovuto aspettare moltissimo tempo;</strong> e ho l’impressione che le venature filosofiche della grande poesia italiana del Novecento siano ancora scarsamente indagate. A questo proposito bisogna ricordare che Montale fu un attento lettore di Rensi, e tracce della lettura di Rensi si possono trovare anche nei suoi versi, a cominciare dagli <em>Ossi di seppia</em> (ai poeti citati aggiungerei almeno il nome di Caproni, anche lui lettore di Rensi). Insomma, credo che sul <em>pensiero </em>della poesia italiana del Novecento ci sia ancora molto da scrivere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è a suo avviso l’aspetto necessario, più cocente della ‘filosofia’ di Leopardi (posto che si possa dir così)?&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Difficile indicare un solo aspetto di un pensiero che, nello <em>Zibaldone</em>, tocca con ambizione enciclopedica una miriade di temi. Posso però dire che <strong>nessun autore moderno come Leopardi ci aiuta a comprendere il mondo contemporaneo in tutti i suoi aspetti. </strong>E credo che anche per comprendere il futuro che si sta preparando non si potrà prescindere da Leopardi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ode a Czeslaw Milosz, il poeta che ha vinto la brutale ferocia della Storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Nov 2017 15:44:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sono una tradizione, sono una falange. Scrittori e poeti che nel secolo scorso hanno trovato patria negli Stati Uniti. Nel bene e nel male. Sono una truppa. Da Thomas Mann a Vladimir Nabokov, da Isaac B. Singer a Saint-John Perse, per qualche decennio o per sempre. Alcuni di loro hanno conservato la loro lingua d’origine [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono una tradizione, sono una falange. Scrittori e poeti che nel secolo scorso hanno trovato patria negli Stati Uniti. Nel bene e nel male. Sono una truppa. Da Thomas Mann a Vladimir Nabokov, da Isaac B. Singer a Saint-John Perse, per qualche decennio o per sempre. Alcuni di loro hanno conservato la loro lingua d’origine – che è poi la sola patria dello scrittore – altri si sono attrezzati di un <em>english</em> capace di cambiare la storia della letteratura inglese. <em>Lolita</em> (Nabokov) e i saggi di Iosif Brodskij (che in poesia preferiva attenersi al russo) sono due esempi clamorosi. <strong>Nel 1960 negli Usa approda anche il poeta polacco Czeslaw Milosz, dopo essersi ribellato al regime comunista della neonata Repubblica Popolare di Polonia. Nel 1951 il poeta aveva chiesto rifugio politico alla Francia, da Parigi, e per questo era sfottuto da Pablo Neruda, megafono leninista, con l’epiteto “L’Uomo Che Scappa”.</strong> Dieci anni dopo, l’Università di Berkeley, California, gli offre una cattedra di slavistica. <img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-58332 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/11/milosz-libro-201x300.jpg" alt="milosz libro" width="201" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/milosz-libro-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/milosz-libro.jpg 456w" sizes="(max-width: 201px) 100vw, 201px" />Nel 1980 Milosz, le cui poesie sono edite in Italia da Adelphi, ottiene il Premio Nobel per la letteratura, seguito, qualche anno dopo, nel 1987, da quell’altro esiliato negli Usa dopo la grande fuga dal comunismo, Brodskij. Anche Charles Simic, che è uno dei massimi poeti americani di oggi (<em>La vita delle immagini</em> è stato pubblicato quest’anno da Adelphi), è un poeta dell’emigrazione e dell’emarginazione. Simic, infatti, è nato a Belgrado nel 1938 e si è trasferito negli Stati Uniti da ragazzo. La sintonia tra questi autori <em>Lost in America </em>(così un capitolo della cangiante autobiografia dell’ebreo polacco Isaac B. Singer, <em>Ricerca e perdizione</em>) è ribadita da un potente articolo di Charles Simic pubblicato sul <em>The New York Review of Books</em>, dal titolo-emblema, <a href="http://www.nybooks.com/articles/2017/11/23/czeslaw-milosz-poems-abyss/" target="_blank" rel="noopener"><em>Poems from the Abyss</em></a>, che piglia spunto dalla recente biografia di Andrzej Franaszek, <a href="http://www.hup.harvard.edu/catalog.php?isbn=9780674495043" target="_blank" rel="noopener"><em>Milosz: A Biography </em></a>(Harvard University Press, pp.526, $ 35.00). Così attacca Simic. <strong>“Milosz, il poeta polacco, lo scrittore, il diplomatico, l’esiliato, il Premio Nobel, è una figura che sembra incarnare gli sconvolgimenti del Ventesimo secolo.</strong> Ha vissuto entrambe le guerre mondiali e la Rivoluzione russa, ha sperimentato il fascismo, il comunismo e la democrazia, ha vissuto nell’Europa orientale e in quella occidentale e infine negli Stati Uniti, ed è ritornato continuamente in questi fatti nella sua scrittura… Quando gli fu chiesto della sua casa, Milosz disse che veniva da un altro pianeta, da un altro tempo, da un’altra epoca. Milosz è nato nel 1911 in Lituania – allora parte dell’impero russo – in una di quelle regioni dell’Est Europa di cui anche gli europei occidentali hanno una vaga idea, dove milioni di persone sono state uccise e sfollate durante le due guerre e dove i sopravvissuti, tutti, senza eccezioni, hanno vite pazzesche da raccontare”. La storia di questo uomo a cavalcioni tra i mondi, che nel 1939, con l’occupazione nazista di Varsavia, viene separato dai parenti, che trova lavoro come magazziniere nella libreria universitaria e lì “compie la sua educazione intellettuale, imparando l’inglese dai libri di T. S. Eliot, Robert Browning, Edgar Lee Masters, William Blake e John Milton”, in effetti è davvero pazzesca. Cresciuto a Vilnius, “straordinaria città barocca dove coabitavano cattolici, ebrei e ortodossi”, educato in una scuola cattolica e poi all’università di Varsavia, Milosz racconta così del ghetto diventato mattatoio nazi. <strong>“Primavera 1943, bella notte di quiete, in campagna, alla periferia di Varsavia, in piedi, sul balcone, udii le urla dal ghetto… Urla che ci fecero venire la pelle d’oca. Urla di migliaia di persone assassinate.</strong> Passammo attraverso gli spazi silenziosi della città tra rossi grappoli di fuoco, sotto stelle indifferenti, in mezzo al silenzio benevolo dei giardini dove le piante laboriosamente emettevano ossigeno, l’aria era frizzante, e l’uomo pensava che fosse un bene essere ancora vivo. C’era qualcosa di decisamente crudele nella pace di quella notte, la cui bellezza e il crimine umano hanno contemporaneamente frantumato il mio cuore. Non ci guardammo più negli occhi”. Simic fa di Milosz l’eroe del poeta espatriato: ostile alle dittature, promotore della libertà di scrittura e di pensiero. Non un ‘testimone’, un ‘uomo di dolori’, tuttavia. Un poeta. Sempre e comunque. Cioè, un uomo che porta la luce e la speranza, ad oltranza. “In un mondo che continua a essere pieno di gente sradicata la cui maledizione è di trovarsi alla mercé della forza bruta della storia, Milosz ha ancora molto da dirci. Per tutta la vita si è sentito un apolide, rifiutando di identificarsi come lituano o polacco. <strong>Gli anni della guerra gli hanno insegnato che il poeta non prende la penna per comunicare la sua disperazione o la sua sconfitta”.</strong> Proprio così. Nell’ultima ‘lezione’ di Milosz tenuta ad Harvard nei primi anni Ottanta e raccolta nel mirabile libretto <em>La testimonianza della poesia </em>(Adelphi, 2013), il poeta s’interroga <em>Sulla speranza. </em>“L’unificazione del pianeta comporta costi elevati”, conclude Milosz. “Attraverso i mass media il poeta di qualsiasi lingua riceve notizie su ciò che avviene sull’intera superficie terrestre: torture inflitte da esseri umani ad altri esseri umani, fame, schiavitù, umiliazioni. Ai tempi in cui la sua conoscenza della realtà era limitata a un villaggio o a un distretto non doveva portare un fardello così grande. Come stupirsi che sia moralmente esacerbato, che si senta responsabile, che nessuna promessa di trionfi ulteriori della scienza e della tecnica possa oscurare le immagini di caos e follia umana che lo assillano? <strong>E quando cerca di immaginare il futuro prossimo, non vi trova nulla eccetto la probabilità di crisi economiche e guerre”. Eppure, “qui entra in gioco la speranza, che però non è chimerica né folle.</strong> Ogni giorno si possono vedere segnali che testimoniano come ora, in questo preciso istante, stia nascendo qualcosa di nuovo, e su una scala mai conosciuta prima: un’umanità che si configura come una forza elementare conscia di trascendere la Natura – perché solo l’uomo ha ricevuto in eredità quel tesoro che è la memoria, ovvero la Storia”. Il poeta non è quello che scrive in borbottanti endecasillabi il proprio aureo piagnisteo e intona la geremiade dal pulpito del proprio ombelico; è la zattera che ci porta verso il futuro. Migliore. Almeno nelle intenzioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ode-czeslaw-milosz-poeta-vinto-la-brutale-ferocia-della-storia/">Ode a Czeslaw Milosz, il poeta che ha vinto la brutale ferocia della Storia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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