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	<title>Tiziana Lo Porto Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“La poesia richiede allenamento, è come camminare”. Dialogo con Tiziana Lo Porto</title>
		<link>https://www.pangea.news/tiziana-lo-porto-cinzia-bigliosi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 04:21:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[Cinzia Bigliosi]]></category>
		<category><![CDATA[John Giorno]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziana Lo Porto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tiziana Lo Porto poetessa, scrittrice, pensatrice, giornalista, cultrice di cinema e tra le più importanti traduttrici dall’inglese e dall’americano in Italia. Vive tra l’Italia e l’America, nel movimento lento e regolare degli antichi migranti attraverso gli oceani che popolano La ragazza che va in sposa (Edizioni Sartoria Utopia, 2023), la sua prima raccolta di poesie [&#8230;]</p>
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<p><strong>Tiziana Lo Porto poetessa, scrittrice, pensatrice, giornalista, cultrice di cinema e tra le più importanti traduttrici dall’inglese e dall’americano in Italia. </strong>Vive tra l’Italia e l’America, nel movimento lento e regolare degli antichi migranti attraverso gli oceani che popolano <a href="https://www.sartoriautopia.it/shop/la-ragazza-che-va-in-sposa/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>La ragazza che va in sposa</em></strong> (Edizioni Sartoria Utopia, 2023)</a>, la sua prima raccolta di poesie nata nell’attraversamento del lutto e del dolore. Per questo, il piccolo libro che si affaccia agli scaffali delle librerie con una copertina arcobaleno e la quarta a chiudere la raccolta con il disegno di una tigre che saluta il lettore con un cenno a William S. Burroughs, è una cartografia personale di amori e fantasmi, di poeti e addi, di promesse e attese. Le copie del libro sono numerate a mano, con un pennarello arancio, e anche questo minuscolo gesto è poetico.</p>



<p><strong>Oceani, acque, mare che, come nella poesia <em>Sciopero</em> divide e separa gli amanti, segnano l’ineluttabile impossibilità di amarsi tra continenti inconciliabili. La distanza, i silenzi, la prudenza, l’assenza, e ancora il mare, gli iceberg, e tantissima acqua che isola gli esseri relegandoli a zattere amorose. È questo l’amore tra le anime elette secondo Tiziana Lo Porto?</strong></p>



<p>Non credo che l’amore abbia a che fare con le anime elette. È un sentimento alla portata di tutti. E io in particolare non sono un’anima eletta. Nelle poesie che ho scritto ci sono tutte le cose citate sopra (prudenza, assenza e via dicendo) ma c’è anche l’esatto contrario: dichiarazioni d’amore, presenza, baci e tutto il resto. Le ho scritte quasi tutte in Italia, senza che ci fosse alcuna distanza tra continenti e amanti. Credo che l’amore sia tutte e due le cose: presenza e assenza, vicinanza e distanza. Ciò detto non ho un’idea chiara di cosa sia l’amore, nemmeno sono certa che esista, o forse lo so con certezza. Dipende dalle giornate. Esiste qualcosa che chiamo amore, e mi piace chiamarlo così, ma forse metterlo in poesia, cantarlo in poesia è solo un modo per sentirmi rassicurata sul fatto che esista davvero. Quando dall’esterno non arrivano conferme, le cerchiamo dentro di noi. Fa parte di quella che John Keats chiamava <em>negative capability</em>, la capacità negativa, ovvero la capacità di stare nel dubbio e nell’incertezza, senza interrogarsi troppo, e piuttosto che disperarsi fare come l’usignolo, andare sul ramo e cantare. Marianne Faithfull ha chiamato <em>Negative Capability</em> un suo bellissimo album. Ciò detto, se davvero non mi sentissi amata dalla persona che amo non riuscirei a scrivere nemmeno una parola.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1009" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_3114-1-scaled-1-1009x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96142" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_3114-1-scaled-1-1009x1024.jpg 1009w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_3114-1-scaled-1-296x300.jpg 296w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_3114-1-scaled-1-768x780.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_3114-1-scaled-1-600x609.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_3114-1-scaled-1-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/06/IMG_3114-1-scaled-1.jpg 1064w" sizes="(max-width: 1009px) 100vw, 1009px" /></figure>



<p><strong>La sua poesia senza maiuscole è un omaggio agli antichi maestri, non necessariamente poeti in senso stretto. Dai versi di<em> Cose da venerare </em>si erge un pantheon privato dove “i morti, i poveri morti,” come scrisse Baudelaire, sono più vivi dei vivi, parlano, ascoltano, cantano melodie che solo la poetessa può intendere e dire. La musica fa parte della sua personale liturgia, nei suoi scritti fa spesso riferimento a numi tutelari, quali George Harrison, Bob Dylan e Patti Smith (della quale ha curato la traduzione di alcuni testi). Come entra la musica, con quali timbri, ritmi e stilemi nella sua scrittura e nel suo lavoro di traduzione? &nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>La parola ha sempre un suono, e anche quando traduco, rileggo le traduzioni ad alta voce per essere certa che suonino bene. E rileggo ad alta voce le cose che scrivo. Credo sia abbastanza naturale farlo. A volte ti accorgi che quel suono diventa musica. Ma non è una cosa ragionata. Succede e basta. C’è una canzone di Lucio Battisti che si chiama <em>Mi riposa</em> e dice: “E tu parli di noi senza abbandoni, e senza animazioni e con la correttezza di una traduzione che risuoni facile e fedele senza quelle inutili trappole e stili”. Ecco, è esattamente quello che cerco di fare con le mie poesie.</p>



<p><strong>L’aura del <em>pensiero magico</em>, parafrasando Joan Didion, autrice molto amata, attraversa la sua poesia e la sua estetica, da cui l’adorabile ossessione per gli oggetti e i cimeli. Potrebbe raccontarci della giacca di Bernardo Bertolucci e del suo potere segreto? &nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p>Non ha veramente un potere segreto o magico: mi piace pensarlo, ma sappiamo tutti che gli oggetti in sé non hanno alcun potere. Siamo noi che glielo conferiamo. È una giacca, in realtà due giacche, di Bernardo che sua moglie Clare mi ha regalato dopo che è morto. All’epoca ero quasi tutti i giorni a casa loro, in via della Lungara, ad aiutare Clare a mettere in piedi quello che presto diventerà un archivio. Ci siamo stupite entrambe che mi stessero bene, a vederle sembravano troppo grandi, e invece erano perfette. Da quel momento, fintanto che è inverno o fa freddo, le metto sempre. Poi è morta anche Clare, per cui sono ancora più legata a quelle giacche. Se le ho con me mi viene più facile parlare a mente con entrambi. Forse il potere che hanno è proprio questo. Generano conversazioni immaginarie che probabilmente accadrebbero lo stesso, ma meno spesso. Quando erano vivi, se vedevo un film particolarmente bello, erano loro le prime persone a cui lo dicevo: li chiamavo per dirglielo, perché lo vedessero anche loro, o, se lo avevano visto, per sapere che cosa ne pensavano. Adesso, quando vado al cinema o vedo un film o una serie in streaming, continuo a pensare a come lo vedrebbero loro, cosa direbbero, cosa amerebbero di quel film o di quella serie, cose così. Le nostre sono conversazioni del genere. Oppure racconto loro i fatti della vita. Parlare a mente con i morti è un modo per vivere il lutto. Non so se sia quello giusto o se sia normale, e nemmeno mi interessa saperlo.</p>



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<p><strong>Negli ultimi anni si è parlato molto e si è scritto anche da un punto di vista filosofico dell’atto del camminare. Ricordo un incontro introdotto con entusiasmo dall’allora direttore Nicola Lagioia, al Salone di Torino 2022, di Tiziana Lo Porto e Werner Herzog. Entrambi grandi camminatori, vi siete confrontati sul camminare, sul legame con il paesaggio, con il silenzio dei passi, sul pensiero ascetico che muove a ritmo del respiro. Nelle sue pagine diaristiche lei parla spesso di lunghi attraversamenti di New York, per esempio. Come entra nel pensiero e nella scrittura di Tiziana Lo Porto il camminare?</strong></p>



<p>Quando traduco e non riesco a risolvere qualcosa, esco di casa e cammino. E la soluzione arriva, arriva sempre. Alcune poesie della raccolta, e in generale le poesie che scrivo, mi sono venute in mente camminando. Alcune le ho scritte sulle note del cellulare, fermandomi da qualche parte mentre camminavo. Forse è una cosa legata al movimento. Camminando e basta, liberi la mente, pensi più facilmente. O forse è legata allo sguardo, a tutte le cose che uno vede camminando. Herzog cammina più di me.</p>



<p><strong>Da un ricordo che Bernardo Bertolucci le ha affidato: Gadda, durante una visita a casa del regista, prese a parlare con il piccolo Giuseppe, che all’epoca aveva sì e no sei anni, dandogli del lei. Agli autori che lei ama, studia, e traduce parla evidentemente con un approccio che trasuda rispetto e devozione. Esiste un autore che ancora non ha tradotto e che vorrebbe poter trasporre in italiano, magari dandogli del lei, e uno che non tradurrebbe mai e poi mai?</strong></p>



<p>Il fatto è che in inglese il lei semplicemente non esiste. Sarei anch’io vecchia maniera come Gadda, che se diede del lei a Giuseppe bambino era probabilmente perché non sapeva fare altrimenti, ma con gli autori americani non posso farlo. Ciò detto, non tradurrei mai e poi mai gli autori che non mi piacciono, quelli che scrivono libri che non amo. Mentre quelli che scrivono libri complicati, o quantomeno complicati da tradurre, non mi spaventano. Rendono il momento della traduzione più avventuroso, con più suspense, e mi risparmiano dalla noia. Di autori che amerei tradurre ne esistono tanti, John Giorno, per esempio, o lo stesso Burroughs, che è stato ampiamente e ben tradotto, ma di cui esiste un libro di interviste, si chiama <em>The Job</em>, che non è mai stato tradotto in italiano e che vorrei tradurre. Il titolo, <em>the job</em>, viene dalla pagina del diario di un bambino di sei anni di Tangeri, in Marocco, citata da Burroughs a inizio libro. Scrive il bambino: “Mi sveglio alle otto e mezza. Faccio colazione. Poi vado al lavoro”. Aggiunge Burroughs: “Interrogato su cosa intenda per lavoro, il bambino dice: la scuola, ovviamente”. Il libro è una lunga intervista fatta da Daniel Odier, poeta e maestro Zen amico di Burroughs. Insieme ci lavorarono moltissimo, trattandola come un romanzo, un libro a tutti gli effetti. Cercando negli archivi di Burroughs in questi mesi che sono a New York, ho trovato diverse stesure del libro corrette a mano, che fanno capire quanto Burroughs ci tenesse. Ecco, mi piacerebbe tradurlo. Mi piacerebbe che per un po’ fosse il mio <em>job</em>.</p>



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<p><strong>Qual è il prossimo progetto di scrittura personale?</strong></p>



<p>Sto scrivendo un libro sul Bunker dove dagli anni Settanta ha abitato Burroughs quando era a New York. È&nbsp;un loft al 222 della Bowery, apparteneva al poeta e artista John Giorno, scomparso nel 2019; oggi è della Fondazione John Giorno. Giorno meditava in quello spazio, che in parte è diventato una specie di tempio tibetano, e continua a essere un posto dove una volta al mese si può andare a meditare. Per il resto, lo usano per ospitare reading e altri eventi legati in qualche modo a Giorno o a Burroughs. La stanza di Burroughs è rimasta intatta. Quando ci abitava lui, sono passati di lì poeti, scrittori, musicisti, artisti. E grazie a Giorno sono passati di lì anche molti maestri tibetani. In quello stesso palazzo avevano il loro studio Mark Rothko e altri artisti. È un posto dove si è creato tanto e quell’energia in qualche modo è ancora in circolo. Mi è sempre sembrata una storia interessante da raccontare, e ho iniziato a fare qualche ricerca. Nel frattempo continuo a scrivere poesie. Cerco di scriverne tutti i giorni. Non tutte sono buone ma credo che la poesia richieda allenamento. Cerco di farne una pratica quotidiana, come la meditazione, o come uscire di casa e camminare. &nbsp;</p>



<p><strong><em>*L’intervista è a cura di Cinzia Bigliosi</em></strong></p>
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