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	<title>The Odyssey Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Aug 2026 03:52:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/odissea-nolan-giulio-solzi-gaboardi/">L’Odissea è il canto del mare e della trasgressione, non una seduta psicanalitica</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Le sale di proiezione di tutto il mondo — IMAX, 70mm o quali esse siano — affogano nelle opinioni strabordanti degli spettatori di&nbsp;<em>The Odyssey</em>, l’ultima assai discussa fatica di Christopher Nolan in cui il regista inglese scarnifica il mito per rifondare un’epica dell’Ulisse uomo-contemporaneo.&nbsp;<strong>Operazione riuscita o meno, Nolan costringe il grande pubblico a interrogarsi su quanto siano saldi i legami dell’Occidente — qualunque cosa significhi — con il poema omerico, cioè con l’origine di tutto.</strong>&nbsp;Mi pare infatti che il nodo culturale che emerge chiaramente dal dibattito su&nbsp;<em>The Odyssey</em>&nbsp;sia l’urgenza di riformulare un mito fondativo per l’Occidente. </p>



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<p>Un epos che decomprima le istanze etiche (soprattutto europee) che hanno subito un sistematico aggiogamento da parte delle ondate nichiliste e populiste degli ultimi decenni. Negli ultimi anni le parole ricorse più frequentemente sulle nostre bocche hanno sempre avuto come fulcro l’identità – un’identità spesso ottenuta per negazione più che per costruzione o riappropriazione. Un’identità violenta che sventolava il crocifisso in opposizione alla mezzaluna, o l’arcobaleno con le sue più bizzarre sfaccettature per definirsi tramite l’identità sessuale. Ma il ‘nostro’ mito è un mito di ricerca di conoscenza, di sapienza negata. Nel capitolo 28 del libro di Giobbe, il profeta ricerca la sapienza e interroga l’abisso.</p>



<p><strong>Ma la sapienza da dove si trae?</strong><strong><br>E il luogo dell&#8217;intelligenza dov’è?<br>L’uomo non ne conosce la via,<br>essa non si trova sulla terra dei viventi.<br>L’abisso dice: «Non è in me!»<br>e il mare dice: «Neppure presso di me!».</strong></p>



<p><strong>(…)</strong><strong></strong></p>



<p><strong>Ma da dove viene la sapienza?</strong><strong><br>E il luogo dell&#8217;intelligenza dov’è?<br>È nascosta agli occhi di ogni vivente<br>ed è ignota agli uccelli del cielo.<br>L’abisso e la morte dicono:<br>«Con gli orecchi ne udimmo la fama».<br>Dio solo ne conosce la via,<br>lui solo sa dove si trovi,<br>perché volge lo sguardo<br>fino alle estremità della terra,<br>vede quanto è sotto la volta del cielo.<br>Quando diede al vento un peso<br>e ordinò le acque entro una misura,<br>quando impose una legge alla pioggia<br>e una via al lampo dei tuoni;<br>allora la vide e la misurò,<br>la comprese e la scrutò appieno<br>e disse all’uomo:<br>«Ecco, temere Dio, questo è sapienza<br>e schivare il male, questo è intelligenza».</strong></p>



<p>In&nbsp;<em>L’ultimo viaggio di Ulisse</em>&nbsp;(contenuto nei&nbsp;<em>Nove saggi danteschi</em>)&nbsp;<strong>Borges accosta l’Ulisse di Dante al capitano Ahab di&nbsp;</strong><strong><em>Moby Dick</em></strong><strong>.</strong>&nbsp;Entrambi costruiscono la propria rovina a forza di veglie e di ardimento, entrambi muovono verso un limite che un dio – o una balena, che è lo stesso – ha fissato all’ambizione umana, ed entrambi, alla fine, pronunciano parole quasi identiche nel momento in cui il mare si richiude su di loro. Il tema, scrive Borges, è lo stesso. La conclusione, identica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108168" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/nove-saggi-COVER.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Ulisse, nel ventiseiesimo dell’Inferno, arde in un’unica fiamma bicorne insieme a Diomede, colpevole non tanto di aver ingannato Troia ma di aver anteposto la sete di conoscenza a Penelope, al vecchio Laerte, persino alla pietà per il figlio.</strong>&nbsp;«Né dolcezza di figlio, né la pieta/ del vecchio padre, né ‘l debito amore/ lo qual dovea Penelopè far lieta», dice Ulisse a Virgilio, prima di narrare come, superate le colonne d’Ercole, abbia spinto i compagni verso il mare senza uomini, «acciò che l’uom più oltre non si metta». Il viaggio si chiude con un turbine, tre giri della nave, il quarto che l’affonda: «infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». Non un naufragio come tanti, osservava Hugo Friedrich in una formula che Borges cita con approvazione: non il destino ordinario di un uomo di mare, ma la parola di Dio.&nbsp;</p>



<p>Ecco il punto che a Borges preme, e che i commentatori – dall’Anonimo Fiorentino a Casini, passando per chi liquidava il viaggio come sacrilegio – avevano sistematicamente eluso: quell’aggettivo, «folle», che Ulisse stesso applica alla propria impresa, torna nel Paradiso a definire il «varco folle» che un dio ha vietato, e torna – identico, non casuale – nella bocca di Virgilio quando teme che la discesa di Dante nella selva oscura sia essa stessa cosa folle. Dante, sostiene Borges, ebbe forse timore di essere – lui poeta teologo che osava anticipare le sentenze del Giudizio, dannare i papi simoniaci e salvare l’averroista Sigieri – un secondo Ulisse.&nbsp;<strong>Se l’Ulisse infernale è un uomo che si perde per un atto della volontà travestito da fatalità allora la sua vera parentela è proprio con il tremendo capitano Ahab.&nbsp;</strong>Dal catalogo delle navi dell’<em>Iliade</em>&nbsp;a quello delle balene in&nbsp;<em>Moby Dick</em>, dai mostri sulla impervia rotta di Itaca al grande leviatano abissale che perseguita il Pequod: entrambe le storie, scrive Borges, «sono il processo di un occulto e intricato suicidio».</p>



<p>Che cosa resta di questo Ulisse-Ahab in questo kolossal costato duecentocinquanta milioni di dollari e girato, per una manciata di copie, nell’anacronistico e nobile formato IMAX a settanta millimetri (le copie delle prime due cantiche dantesche circolavano quasi clandestinamente col Sommo in esilio, mentre&nbsp;<em>Moby Dick</em>&nbsp;fu investito da un fallimento commerciale e critico devastante)? L’ambizione visiva trabocca in ogni fotogramma e restituisce un’epica grandiosa seppur ritmicamente discostante: la presa di Troia, lo stretto fra Scilla e Cariddi, la tempesta che trasforma il mare in una parete d’acqua sopra le teste degli Achei sono sequenze possenti, il ciclope mostruoso che non concede il linguaggio. Molti elementi preziosi e talvolta sconvolgenti, come la tetra νέκυια e l’evocazione di Tiresia e gli altri morti che a tratti ricorda, per grandezza, il primo Canto di Pound.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="633" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 633w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/817tSTITfzL._AC_UF10001000_QL80_-600x948.jpg 600w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></figure>



<p>Ma il rigore geometrico di Nolan si trova strutturalmente a disagio davanti alla dimensione numinosa del mito. Gli dèi, nel film, si riducono a proiezioni psicologiche o a fenomeni atmosferici estremi. <strong>Il sacro, che nell’epica omerica è la trama stessa del reale, diventa arredo, citazione, colore locale su un impianto che resta ostinatamente razionalista.</strong> E l’Ulisse che ne risulta – un Matt Damon reduce di guerra, corroso dal senso di colpa per il massacro di Troia, il cui viaggio di ritorno si converte in una lunga e novecentesca auto-psicanalisi itinerante – <strong>è un uomo che soffre, non un uomo che trasgredisce. L’Ulisse di Dante e l’Ahab di Melville non sono vittime di un trauma da elaborare, sono l’esito abortito di una <em>Wille zur Macht</em> tragicamente consapevole.</strong> Il loro naufragio esige un giudizio metafisico, non una medicalizzazione. La tracotanza non è il rischio narcisistico freudiano, bensì l’eterna e intricata lotta con la Provvidenza. «Ogni verità – scrive Melville – è un abisso». </p>



<p>Ancora più vicino al nostro secolo, ci sarebbe poi l’<em>Omeros&nbsp;</em>di Derek Walcott, con l’Achille pescatore di Santa Lucia e il vecchio Filottete dalla ferita che non guarisce. Walcott non racconta una ύβρις da punire ma un ritorno da abitare: il mare non è il varco oltre le colonne d’Ercole, bensì l’oceano della memoria, quello che ha portato gli schiavi attraverso il Middle Passage e che restituisce, generazione dopo generazione, non conquistatori ma superstiti.&nbsp;<strong>Se Dante e Melville raccontano l’uomo che sceglie il naufragio, Walcott racconta l’uomo che eredita il mare senza averlo scelto, e proprio per questo la sua Odissea caraibica è il canto del mare, non una seduta psichiatrica.</strong><strong>&nbsp;</strong><strong></strong></p>



<p>Il Novecento traghettato nel XXI secolo ha partorito un dio-mare ridotto a metafora dell’inconscio, una ύβρις spiegata invece che patita. È la traduzione in immagine del terrore dell’essere inghiottiti dal mare. Un Ulisse che non rischia mai davvero la dannazione perché non tenta neppure di accedere a una sapienza che non sia la sola coscienza-di-sé.</p>



<p><strong>Giulio Solzi Gaboardi</strong><strong></strong></p>
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