<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>teodicea Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/teodicea/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/teodicea/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 22 Sep 2026 04:06:28 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.9</generator>
	<item>
		<title>La Sofferenza e la Speranza</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-sofferenza-e-la-speranza-niccolo-mochi-poltri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 04:06:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[male]]></category>
		<category><![CDATA[Niccolò Mochi-Poltri]]></category>
		<category><![CDATA[teodicea]]></category>
		<category><![CDATA[Vangelo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=108591</guid>

					<description><![CDATA[<p>[Dedicato agli amici S. e A., con affetto e gratitudine profonde] Apparuit autem illi angelus de caelo confortans eum. (Lc XXII, 43) Gli Israeliti sono quel popolo di “dura cervice”, che nemmeno dopo aver assistito ai prodigi di Dio ha imparato ad affidarsi a Lui. Ciò che hanno pur visto, non hanno compreso. Tant’è che è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-sofferenza-e-la-speranza-niccolo-mochi-poltri/">La Sofferenza e la Speranza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>[Dedicato agli amici S. e A., con affetto e gratitudine profonde]</p>



<p><em>Apparuit autem illi angelus de caelo confortans eum. (Lc XXII, 43</em>)</p>



<p>Gli Israeliti sono quel popolo di “dura cervice”, che nemmeno dopo aver assistito ai prodigi di Dio ha imparato ad affidarsi a Lui. Ciò che hanno pur visto, non hanno compreso. Tant’è che è bastato Mosè si attardasse sul monte, oltre la loro vista, che essi pretendessero di fabbricarsi un idolo da adorare (Es&nbsp;XXXII, 1-6). Già non avevano compreso; e siccome non vedevano più, vollero vedere ciò che a loro, non a Dio, parve importante vedere.&nbsp;</p>



<p>Ecco il vitello, che libera dal male! Un bel vitello grasso, mansueto, rappresentazione bovina di ciò che gli Israeliti consideravano «buono»&nbsp;‒&nbsp;una bontà dunque grassa, mansueta, bovina, in altre parole:&nbsp;</p>



<p>prevedibile e gestibile. Una bontà che non dovrebbe permettere il male. Eppure:&nbsp;</p>



<p>il male si permette d’imperversare nella vita delle persone, al punto tale da sopraffare il bene stesso, quasi mettesse alla cavezza quel dio bovino. Ma la verità è che:&nbsp;</p>



<p>il dio bovino non è Dio.&nbsp;</p>



<p>Il dio bovino è un&nbsp;<em>idolo</em>&nbsp;prodotto dallo Ego, al quale lo Ego attribuisce una responsabilità della quale non può farsi carico, perché è solo un artefatto ottuso.&nbsp;</p>



<p>La «bontà» che gli viene attribuita è un trascendentale che non trascende niente, perché immanente allo Ego, proiezione dello Ego.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="108474" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>*</p>



<p>S. Agostino afferma che il bene, la bontà, inerisca all’Essere; sicché:&nbsp;</p>



<p>tanto è più intenso l’Essere, tanto più è buono</p>



<p>&nbsp;‒&nbsp;l’esempio paradigmatico è Dio, che è il Bene in sé siccome Egli è Colui che è (Es&nbsp;III, 14). Ora: siccome tutto ciò che è, è in qualche grado; tutto è bene in qualche grado&nbsp;‒&nbsp;qualcosa di più qualcosa di meno.&nbsp;</p>



<p>Se tutto è bene, il male non esiste. Ma allora cos’è che l’Uomo sperimenta come «male»?&nbsp;</p>



<p>Essendo l’intensità dell’Essere graduata; il male è&nbsp;<em>rimessione</em>&nbsp;dell’Essere, “privazione” relativa di Essere rispetto alla pienezza divina. Insomma:&nbsp;</p>



<p>il male non ha consistenza autonoma, rivelandosi piuttosto una&nbsp;<em>percezione</em>&nbsp;dell’Uomo.&nbsp;</p>



<p>Il problema del male sorge dunque a proposito di tale percezione.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>L’Uomo entra nell’esistenza segnato dalla percezione&nbsp;<em>psychica</em>, o egoica, o «Ego».&nbsp;</p>



<p>A questo grado di consapevolezza, l’Essere s’identifica con lo Ego&nbsp;‒&nbsp;è un «Essere egoista»&nbsp;<em>proprio sensu</em><a href="applewebdata://ABD6CCCD-B7AB-4087-8298-4ACDCC27D678#_ftn1"><sup>[1]</sup></a>.&nbsp;</p>



<p>Applicando il teorema agostiniano a questa situazione, possiamo affermare che:&nbsp;</p>



<p>«male» è ciò che fa sentire lo Ego privato di qualcosa&nbsp;‒&nbsp;in altre parole:&nbsp;</p>



<p>è ciò che fa&nbsp;<em>soffrire</em>&nbsp;lo Ego, sicché: la sofferenza è il male.&nbsp;</p>



<p>E l’Uomo psychico soffre. Soffre&nbsp;<em>davvero</em>, perché:&nbsp;</p>



<p>siccome a questo grado di consapevolezza Essere = Ego; lo Ego è assoluto, orizzonte totalizzante e onnicomprensivo dell’esperienza esistenziale. Sicché:</p>



<p>si determina un cortocircuito drammatico: l’assolutezza dello Ego è segnata dall’assolutezza della sofferenza. Proprio perché Ego = Essere; siccome lo Ego è segnato dalla sofferenza; ebbene:&nbsp;</p>



<p><em>Essere = sofferenza</em>.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>L’Uomo psychico, segnato esistenzialmente dalla sofferenza, si sente legittimato a porre la domanda al suo dio: perché permetti che io soffra? Perché tu, che sei buono, permetti il male?</p>



<p>Ma il suo dio tacerà, perché è un artefatto ottuso.&nbsp;</p>



<p>E allora l’Uomo psychico si sentirà abbandonato dal suo dio, e griderà disperato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Sal&nbsp;XXI, 2)</p>



<p>&nbsp;‒&nbsp;senza rendersi conto che quel dio è effettivamente più “mio” di quanto la confidenza spirituale ammetta: è infatti un dio proiezione dello Ego. Tuttavia:</p>



<p>in tale sentimento di abbandono c’è un’occasione.&nbsp;</p>



<p>Tenendo presente che a quel dio, essendo prodotto dallo Ego = Essere, è attribuita la stessa assolutezza dello Ego; il fatto che l’Uomo psychico senta che quel suo dio lo ha abbandonato implica che l’Uomo psychico&nbsp;<em>presentisca</em>&nbsp;la falsità, l’inaffidabilità, la debolezza della sua assolutezza. In altre parole:&nbsp;</p>



<p>nella sofferenza che riconosce l’abbandono di dio c’è sì una crisi drammatica, che però è&nbsp;<em>siccome tale</em>&nbsp;l’occasione per una scelta radicale.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>È attribuita a Simone Weil l’elaborazione d’un concetto quale: «La sofferenza è una porta che possiamo scegliere di attraversare, e allora impariamo qualcosa, oppure rifiutare di aprire e allora non si aggiunge niente, anzi ci sottrae tutto».</p>



<p>L’Uomo psychico che giunge alla consapevolezza d’essere abbandonato dal suo dio può scegliere di restare a quel grado di consapevolezza che, assolutizzando lo Ego, assolutizza anche la sofferenza; oppure:&nbsp;</p>



<p>può scegliere di trascendere quel grado di consapevolezza.&nbsp;</p>



<p>Come?&nbsp;</p>



<p>Si dà «scelta» quando sono presenti fondamentalmente due elementi: 1) la valutazione razionale; 2) la volontà. Ma:</p>



<p>la valutazione razionale è condizionata dalla consapevolezza psychica, che ne circoscrive le possibilità all’orizzonte egoico. In altre parole:&nbsp;</p>



<p>la ragione, per quanto acuisca lo sguardo, non riesce a vedere, resta di fatto cieca, aldiquà della soglia della sofferenza.&nbsp;</p>



<p>La volontà, intesa come “azione risolutrice”, distinta dalla ragione, è invece ciò che farebbe agire&nbsp;<em>nonostante</em>&nbsp;tutto&nbsp;‒&nbsp;dunque: anche nonostante lo Ego stesso.</p>



<p>Ora: la scelta presuppone uno scopo.&nbsp;</p>



<p>Decaduto come scopo la conservazione della condizione psychica;&nbsp;</p>



<p>decaduta con esso la valutazione razionale, perché non potrebbe avere altro scopo di quello;</p>



<p>resta la volontà come&nbsp;<em>disponibilità</em>&nbsp;ad altro scopo&nbsp;‒&nbsp;in altre parole:</p>



<p>la volontà presuppone uno scopo ignoto. Tuttavia:&nbsp;</p>



<p>ciò che pare ignoto, è in verità saputo da sempre.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>S. Bonaventura rileva che la volontà dell’Uomo è ontologicamente incline al Bene&nbsp;‒&nbsp;al Bene vero, cioè: Dio. In questo senso:</p>



<p>la volontà dell’Uomo è illuminata, è sindèresi consapevole che lo scopo dell’Uomo è ri-unificarsi con Dio,&nbsp;<em>ergo</em>:&nbsp;</p>



<p>ciò che era lo scopo ignoto della scelta, è in verità fare la scelta del Bene, accogliere finalmente l’invito di quella voce che chiamava incessantemente l’Uomo nel deserto dello Ego (Cfr.&nbsp;Is&nbsp;XL,3;&nbsp;Gv&nbsp;I, 23).</p>



<p>Accortosi di questa voce, l’Uomo vòlge lo sguardo verso la Verità&nbsp;‒&nbsp;e la Verità gli rivela anzitutto che Essere ≠ Ego, sicché:</p>



<p>la sofferenza non è assolutizzabile.&nbsp;</p>



<p>Anche l’Uomo psychico capiva che vivere per soffrire è una follia, che un’esistenza segnata dalla sofferenza è un’esistenza insensata;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>ma solo l’Uomo che ha accolto la Verità e riposa nel suo seno (Gv&nbsp;XIII, 25), toglie alla sofferenza quell’insensatezza che tanto amareggia la vita.&nbsp;</p>



<p>Sia ben chiaro: la sofferenza non cèssa di abbattersi sull’Uomo, e questa qua resta pur sempre una valle di lacrime (Sal&nbsp;LXXXIV, 7). Eppure:</p>



<p>l’Uomo illuminato dalla grazia scopre&nbsp;<em>attraverso</em>&nbsp;la sofferenza che l’orizzonte del suo destino travalica quello dell’esperienza esistenziale attuale. Sicché:</p>



<p>quella della sofferenza è sì una&nbsp;<em>via crucis</em>, che però non conduce alla disperazione inconsolabile, bensì: alla Speranza della salvezza. E infatti:&nbsp;</p>



<p>ecco che, quando il sudore si mescola già al sangue, giunge il conforto dell’angelo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli  apparve allora un angelo dal Cielo a confortarlo. </strong></p>
<cite>Lc XXII, 42-43</cite></blockquote>



<p><strong>Niccolò Mochi-Poltri</strong></p>



<p><em>*In copertina: Giovanni Bellini, Cristo benedicente, 1500 ca.</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="applewebdata://ABD6CCCD-B7AB-4087-8298-4ACDCC27D678#_ftnref1"><sup>[1]</sup></a>&nbsp;Per egoismo non s’intende quell’inclinazione alla concupiscenza, all’auto-referenzialità, stigmatizzabile con facili riduzionismi moralistici; s’intende piuttosto: l’orizzonte coscienziale nel quale l’Uomo è iscritto.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-sofferenza-e-la-speranza-niccolo-mochi-poltri/">La Sofferenza e la Speranza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/09/Giovanni_Bellini_-_Christ_Blessing_-_Google_Art_Project-1024x914.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
