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	<title>talenti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Se Walt Disney fosse vivo ci farebbe un cartone animato: quella volta che Franca Rame mi ha scritto… Ovvero, sull’irresistibile brio (diciamo così) di Valentina Lodovini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 09:49:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Filippo è una persona diretta ed essenziale. Nella vita si occupa di cinema e fa il regista, ed ha sviluppato nel tempo un’allergia al teatro. Non sempre: dipende da chi c’è in scena. Mi scrive se lo accompagno a vedere Valentina Lodovini al “Pazzini” di Verucchio, impegnata in “Tutta casa, letto e chiesa” di Franca [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Filippo è una persona diretta ed essenziale. Nella vita si occupa di cinema e fa il regista, ed ha sviluppato nel tempo un’allergia al teatro. Non sempre: dipende da chi c’è in scena. <strong>Mi scrive se lo accompagno a vedere Valentina Lodovini al “Pazzini” di Verucchio, impegnata in “Tutta casa, letto e chiesa” di Franca Rame. </strong>E aggiunge: “Pur di smurcinarle le tette sarei disposto a farmi tagliare i pollici delle mani”. Non ho istinti splatter, però davanti a un’affermazione di questa portata la distanza tra Rimini e il bellissimo borgo romagnolo diventa un batter di ciglio. <strong>Non ho pregiudizi verso le attrici di cinema e nemmeno gli attori. Il palco ti spoglia e mette in luce bravura e difetti. E non permette “tagli”, lì è buona la prima</strong>, con inciampi, raggi di sole, opacità e stanchezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I miei dubbi non erano sulla Lodovini, ovviamente, ma sul testo: la Rame l’ha portato a teatro nel 1977 e dopo 40 anni la voglia di ascoltare un pippone sul femminismo, sul “ce l’ho ed è mia e decido io cosa farne e a chi concedermi”, era a livelli delle suole delle scarpe.</strong> Però mi piacciono le frizioni, i contrasti, le discrepanze, le sfide. E soprattutto capire come una ragazza di 40 anni, burrosa e tanta e molto cinematografica, si sa confrontare con un testo-manifesto. La risposta è arrivata subito: i ‘drammi’ (ovviamente comici) che vive la protagonista (o meglio, le protagoniste dei singoli quadri) sono di una realtà ancora presente e, a modo suo, devastante. La forza dello spettacolo, un’ora senza intervallo, si gioca tutta nell’assenza dell’uomo, presente solo come evocazione, fantasma, controprotagonista negativo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In macchina Filippo parla delle tette della Lodovini. Io penso a Franca Rame, a quando mi ha scritto chiedendomi se poteva pubblicare sul suo sito l’intervista che feci a suo marito Dario Fo. Il Nobel era salito a San Marino con una sua personale pittorica. Scrissi, molto e tanto. E Franca apprezzò.</strong> Un umile operaio della scrittura e la donna di cultura. La bestia cucciola e la regina del palco, la donna illuminata. Se Walt Disney fosse vivo, ci farebbe un cartone animato. Dove io sarei la bestia che non diventerà mai principe azzurro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In macchina, all’andata, penso ai grandi monologhi. Alle attrici quarantenni, alla difficoltà di emergere delle nuove leve, alle scuole di talenti, alla crisi dei drammaturghi, ai testi per la scena.</p>
<p style="text-align: justify;">In macchina, al ritorno<strong>, mentre Filippo traccia un elogio alle tette e al sedere della Lodovini, penso che mi piacerebbe vedere lei o Sabrina Impacciatore (ottima attrice, ottima davvero) impegnate in “Emma B. vedova Giocasta” di Alberto Savinio. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non un testo “femminista” ma piuttosto “femminile”, quello che Valentina Lodovini vive sul palco con energia, bella fisicità e interessante esercizio mnemonico: balla, si contorce, si alleggerisce per poi diventare donna. Per diventare, senza finzione, su quattro donne: la casalinga rinchiusa in casa dal marito, la donna che diventa oggetto sessuale a disposizione delle voglie dell&#8217;uomo, un&#8217;operaia che continua a lavorare e, in chiusura, Alice (forse il personaggio meno incisivo).</p>
<p style="text-align: justify;">Attorno a un elemento totemistico di deciso impatto teatrale – un lettino da analista che diventa talamo per accoppiamenti animaleschi, rifugio, sedia, riparo ma anche ring e specchio – l’attrice si spoglia (in senso figurato), passa da registri linguistici più lievi e fanciulleschi a quelli più drammatici, senza perdere mai la bussola: vuole “accompagnare” il pubblico a riflettere sui rapporti tra donne e uomini, ma senza giudicare. E così incocca l’arco verbale e lancia: a un polveroso “contesto il fatto dell’incintamento della donna e del maschio mai” (retaggio del femminismo) fa da contraltare l’amarezza del “vorrei vivere con te e non abitare con te”, che racchiude, con ogni probabilità, le vere distanze tra i generi. <strong>Ma è nella scelta lievemente vernacolare della donna operaia che Valentina Lodovini mette la propria firma sul testo: la sua caratterizzazione vocale, realizzata attraverso una parlata gergale della zona del Valdarno, è una perla che dona profonda veridicità alla storia</strong>, e fa scendere il personaggio dal palco per portarlo nella vita vera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Filippo è tornato a casa con tutte le dita. Anch’io, ovviamente.</strong> Anche se non siamo tutto “casa, letto e chiesa”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
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		<title>“Quelli delle scuole di scrittura poetica andrebbero messi in galera”: Patrizia Valduga dialoga con Matteo Fais</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Nov 2018 07:51:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una voce di sussurri e lamenti. Quando Patrizia Valduga (in copertina nella fotografia di Dino Ignani) si avvicina al microfono, per una delle sue letture pubbliche, la sala è gremita, i posti a sedere esauriti e c’è persino gente seduta per terra – considerevole, vista la condizione di pauperismo a cui si è abituati nell’ambiente poetico. La folla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una <strong>voce di sussurri e lamenti</strong>. Quando <strong>Patrizia Valduga</strong> <em>(in copertina nella fotografia di Dino Ignani) </em>si avvicina al microfono, per una delle sue letture pubbliche, la sala è gremita, i posti a sedere esauriti e c’è persino gente seduta per terra – considerevole, vista la condizione di pauperismo a cui si è abituati nell’ambiente poetico. <strong>La folla presente la si potrebbe confondere con quella di un concerto, se non fosse per il silenzio che cala, quando lei recita.</strong> La situazione ha dell’incredibile, ancora di più perché simili successi di pubblico la nota poetessa non li ottiene unicamente nella sua Milano, ma persino nella provincia sperduta del capoluogo sardo, a Cagliari, durante il <strong>Festival “Pazza Idea”</strong>, lì dove l’abbiamo intercettata noi di <em>Pangea</em>. Approfittando della sua presenza, abbiamo chiesto e ottenuto la possibilità di un <strong>dialogo vis-à-vis</strong> con una delle autrici che maggiormente ha segnato gli ultimi decenni della poesia italiana, sia con la sua produzione sia fondando <strong>la rivista “Poesia” (Crocetti editore)</strong> e vivendo a stretto contatto, fino alla fine della sua esistenza, con <strong>Giovanni Raboni</strong>. Provate a immaginare l’emozione, la vertigine di trovarsi al cospetto di una delle ultime grandi poetesse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella recensione</strong> <strong>alla sua ultima raccolta, Renato de Robertis dice testualmente che lei è “una <em>reazionaria </em>della parola, che nella sua carriera ha reagito alla sfibrata parola poetica di massa. Ci ha raccontato emblematicamente che la poesia è tecnica e sapienza. Il suo cuore ha generato fedeltà alla tradizione del sonetto e alla rima barocca”. Le piace questa descrizione della sua opera? Lei si sente davvero una “reazionaria”, quando si parla di poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Reazionaria” è una brutta parola… De Robertis mi dà troppa importanza, ma “fedeltà alla tradizione del sonetto e alla rima barocca” mi piace molto. Penso che il compito della poesia sia unicamente quello, come diceva Mallarmé, di “dare un senso più puro alle parole della tribù”. Non si tratta che di questo, <strong>di salvare la lingua dalle contaminazioni, dall’impoverimento, dall’imbarbarimento, dalla burocratizzazione, dall’americanizzazione, da tutto quello che subisce. </strong>Senza tenerla immobile però, senza imbalsamarla… sia in forma chiusa che in forma aperta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sul “Foglio”, Camillo Langone proclama la totale estraneità della sua poesia allo spirito che anima il movimento metoo. Lei viene identificata come la “superba mendicante dell’amore” che non cerca di far valere sé stessa e la sua individualità contro la potenza del maschile. Io personalmente non sarei d’accordo, però vorrei conoscere la sua posizione in merito. Le sue poesie non sono un modo attraverso cui la donna presenta la propria voce interiore alla scarsa attenzione del maschio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non lo so. Non penso che maschile e femminile siano cose così facilmente scindibili. I due sessi dello spirito, diceva Jules Michelet&#8230; <strong>Basti pensare a quanti scrittori hanno raccontato l’universo femminile, la mente femminile, eppure non erano donne. Come hanno fatto? Come ha potuto Flaubert descrivere così bene i processi mentali di Emma Bovary? O Proust, con tutti quei personaggi femminili così diversi tra loro?</strong> Credo che chi si dedica a quelle occupazioni inutili che sono definite artistiche, che la società blandisce o ignora a seconda delle mode e dei diversi momenti storici, sia una persona che ha, se è una donna, una parte maschile più sviluppata rispetto alle altre donne, e, se è un uomo, una parte femminile più sviluppata rispetto agli altri uomini. Paradossalmente, per esempio, io sono qui, in un contesto tutto femminile, a parlare di versi erotici, invitata proprio perché ho una parte maschile più sviluppata. E l’erotismo poi, non so più neanche cosa sia. Potrei forse trattare dell’autoerotismo, e con grande competenza, ma dell’erotismo… <em>(ridiamo)</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una cosa mi ha colpito particolarmente leggendo svariate sue interviste: perché c’è l’ha tanto contro i poeti esordienti? Che le hanno fatto di male? Non lo è stata anche lei, del resto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che quelli che mi capitano o mi somigliano troppo, e quindi mi danno fastidio, o non c’entrano niente con me e non c’entrano quasi niente con la poesia <em>(ridiamo)</em>. Forse semplicemente non sono una scopritrice di talenti. Però, quando curavo la rivista “Poesia”, per un anno circa, alcuni giovani li ho scoperti e li ho pubblicati. Ma allora ero giovane anch’io, avevo trentacinque anni e tanta voglia di leggere cose nuove. <strong>Adesso questo desidero è svanito, perché mi sembra che il peggioramento della scuola, dell’università, delle pagine culturali dei giornali, di tutto ciò che è culturalmente mediatico, sia tale che i <em>manufatti </em>che mi capitano sottomano sono a un livello terribilmente inferiore rispetto a quelli di trent’anni fa.</strong> Poi io non ho istinti pedagogici, o materni, quindi non mi piace occuparmi dei giovani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei avrà ben presente quella partecipazione televisiva di Raboni, a confronto con Carmelo Bene <a href="https://www.youtube.com/watch?v=i7KSqtIYGc4&amp;t=140s" target="_blank" rel="noopener">(che vedete qui)</a>, in cui quest’ultimo disse al poeta milanese di non aver cestinato le <em>Canzonette mortali</em> per non sporcare il cestino. Mi sono sempre chiesto il perché di una posizione così dura da parte di Bene, senza mai realmente comprenderlo. Lei che idea si è fatta in merito?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Raboni ha sempre scritto quello che pensava e si è fatto un grandissimo numero di nemici. Di Carmelo Bene ha parlato con qualche ammirazione, ma esprimendo al contempo molte riserve, a cominciare dai film. Raboni è stato anche critico cinematografico, per “L’Avvenire”, dalla fine del ’68 al ’71. <strong>Bene era purtroppo pompato dai suoi ammiratori mentecatti francesi che lo consideravano un Dio in terra e Raboni non sopportava un simile atteggiamento. Ma, a ogni modo, che importa l’opinione di Bene!</strong> Sa che cosa ha scritto Bertolucci, invece? Che le <em>Canzonette mortali </em>sono le più belle poesie d’amore del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sua poesia, con tutti i riferimenti alla dimensione erotica e personale, a suo avviso va inquadrata nell’alveo dell’intimismo, oppure della poesia sociale? Insomma, le sto chiedendo se il suo erotismo è politico.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me tutto quello che si scrive è politico, se lo si dà a un pubblico e se veicola un pensiero. <strong>Non è politico quello che non significa niente, che è vacuo e inutile, che aggiunge solo nebbia e fumo alla confusione presente, che ci insegna a essere ignoranti. Ma forse è politico anche quello, in senso reazionario… La letteratura deve invece aiutare a conoscere, a capire sé stessi e il mondo. </strong>Raboni diceva che le sue liriche più private erano quelle più politiche. Lei non sa quanto mi piacerebbe assomigliargli. Ma io non sono così grande, io sono un piccolissimo sasso ai piedi di una montagna di ottomila metri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, vi saranno delle affinità con la poesia di quello che fu il suo compagno. Lei quali ha riscontrato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non si possono fare paragoni di questo tipo, perché io sono piccola piccola e lui è un genio. Se vado indietro nel tempo, <strong>l’unica persona che vedo così aperta al mondo, altrettanto capace di scrivere su qualsiasi tema, piena di interessi, dalla politica, all’arte, alla musica, mi viene in mente solo Goethe. </strong>La stessa serenità inquieta, inquietudine e serenità dell’intelligenza, serenità della sapienza… Ma l’inquietudine, quella ci deve essere sempre, altrimenti non si scrive.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma quindi, mi perdoni, è Raboni il più grande poeta italiano del Novecento?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per me, sì. Però so che, leggendo queste parole, tutti penseranno “per forza lo dice”. <strong>La verità è che io non sono un critico, perché i critici credibili sono i conformisti. Potrei benissimo curare un’antologia della poesia italiana, ma toglierei tanti poeti che sono considerati grandi e importanti, per lasciarli tra i narratori</strong>, e ne aggiungerei molti che sono purtroppo quasi sconosciuti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi toglierebbe e chi aggiungerebbe?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Toglierei, per esempio, o meglio, <strong>metterei in secondo piano, Foscolo, Manzoni e Leopardi, e metterei invece in primo piano Porta, Belli e Prati.</strong> Questi sono poeti che hanno una produzione vastissima. Gli altri cosa hanno scritto? Poco e perlopiù cose d’occasione, spesso faticosissime da leggere oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come pensa di venire ricordata nella storia della letteratura italiana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non posso neanche pensare di essere ricordata nella storia della letteratura italiana, si figuri se so come.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci ha mai pensato a cosa diranno di lei?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Visto quello che hanno detto finora, mi risparmi di pensare a quello che diranno quando sarò morta <em>(ride)</em>. Masochista va bene, ma non fino a questo punto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi racconta cosa la spinse in prima istanza a scrivere versi, quale fu la scintilla?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una volta ho risposto alla domanda “perché scrive?” dicendo testualmente: “per cavare un po’ di piacere dalle parole, quando non mi riesce di cavarlo altrove”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D’accordo, ma quale fu la scintilla, l’occasione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>non riuscire a scopare con un professore di filosofia: per lui ho scritto un sonetto e così ci sono riuscita. </strong>Il sonetto mi ha dato un piacere enormemente più grande di quello provato con il professore, così ho smesso con lui e ho continuato coi sonetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma quando si è resa conto di aver scritto vera poesia e non grida dal cuore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La differenza è sostanziale. Quando si scrive qualcosa di buono, si entra in quello stato meraviglioso che io chiamo “punto di sella”. Si tratta di una specie di estasi, un piacere enorme. Poi ci si trattiene, per un giorno, o due. Quando si rilegge, se si prova la stessa euforia, lo stesso godimento, è la prova che vale qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei ha tradotto diversi autori. Ma, dal suo punto di vista, è necessario essere poeti per trasporre in versi un altro poeta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente! Una poesia si traduce con un’altra poesia. Bisogna dare vita a degli altri versi, altrimenti è una traduzione di servizio, una cosa che non ha niente a che fare con l’originale. Il guaio di certi poeti è infatti quello di leggere delle pessime traduzioni e non riuscire a confrontarsi con il testo originale. Anche io ho cominciato prendendo un abbaglio. <strong>A quattordici anni leggevo Dylan Thomas e lo amavo tantissimo, anche se non capivo quasi niente.  Ero convinta di leggere proprio lui. </strong>Ma poi, quando ho potuto leggere l’originale, mi sono resa conto che avevo letto soltanto Roberto Sanesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si sente mai stanca di parlare della sua poesia, oppure pensa che sia fondamentale discuterne? È necessario, insomma, secondo lei un discorso intorno alla poesia o i versi dovrebbero bastare a sé stessi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è che i lettori sono talmente pochi che, per fare propaganda, io non mi stancherei mai di parlare di poesia. Non della mia – cosa che mi annoierebbe –, ma di quella altrui. <strong>Io, per nevrosi, ho dovuto imparare a memoria moltissimi poeti, e recitarli mi dà un grande piacere.</strong> Mi sembra di far un’opera giusta, perché faccio sentire quella che per me è vera poesia, quella che dovrebbe dare piacere oltre che trasmettere pensieri e sentimenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64270 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-1-195x300.png" alt="Valduga" width="123" height="189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-1-195x300.png 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/foto-1-1.png 400w" sizes="(max-width: 123px) 100vw, 123px" />Che cos’è la poesia, dal suo punto di vista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho una definizione stupenda, che ho inserito nel piccolo saggio appena uscito per Il Mulino, <em>Per sguardi e per parole</em>. È di Tommaso Ceva, matematico e poeta didascalico, che all’inizio del Settecento scrive (<em>legge da un minuscolo foglietto</em>): <strong>“La poesia, massimamente la lirica, può quasi chiamarsi un sogno che si fa in presenza della ragione; ed ella vi sta sopra, con gli occhi aperti a rimirarlo e averne cura; o pure dir si può una pazzia di fantasmi stretti, a guisa dei furiosi, nei legami del verso e tenuti (per così dire) a scuola di morale, sotto la verga d’un severo giudicio e sotto gli occhi d’una perspicace intelligenza”. </strong>Ecco, i versi sono dei “furiosi” tenuti nella camicia di forza della forma. I furiosi sono i sentimenti. Stessa cosa dice Eliot (<em>stesso foglietto</em>): “La poesia non è uno scatenarsi delle emozioni, ma una fuga dalle emozioni. Non è l’espressione della personalità, ma una fuga dalla personalità. Naturalmente, però, soltanto coloro che possiedono personalità ed emozioni sanno cosa significa voler evadere da esse”. Tutti credono invece che la poesia sia quasi una cosa che esiste in natura, che esiste in sé, che ognuno ha dentro, e proclamano “Scopri il poeta che è in te”. <strong>Ma chi crea scuole di scrittura poetica sarebbe da mettere in prigione. Ma riesce a immaginarselo, lei, Baudelaire che va a scuola di poesia? </strong><strong>È</strong><strong> impossibile! La poesia è un istinto profondo.</strong> D’Annunzio diceva “la lingua è il più potente dei miei istinti”, e io gli credo. Come credo che un pittore direbbe che lo sguardo è il più potente dei suoi istinti. Penso che questo istinto lo si abbia da subito. Se un bambino, per esempio, impara a memoria le filastrocche o vuole sentirsele rileggere continuamente, già dimostra una sensibilità dell’udito più sviluppata…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo per ciò che concerne l’artista in generale, ma per quel che riguarda il fruitore invece? Cosa forma il suo gusto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo sia, prima di tutto, l’educazione. E che a monte del bisogno di arte ci sia una ferita, come dice Raboni. <strong>Se chi ha questa ferita vive tra delle valli sperdute, probabilmente finirà con l’accoppare qualcuno; invece, se ha una biblioteca in casa, un padre che gli legge Manzoni e Porta, una madre che suona il pianoforte – sto descrivendo l’infanzia di Raboni – si aggrappa a queste cose e le vede come una salvezza.</strong> Così nasce il fruitore. È chiaro, comunque, che bisogna essere stati fruitori prima per diventare creatori. Invece, adesso, vanno a scuola di scrittura, sono ignoranti, e scrivono a vanvera. “Rimasi solo tu”, ha scritto un aspirante poeta che ho letto recentemente… Ecco, non sanno neanche coniugare i verbi e scrivono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quelli-delle-scuole-di-scrittura-poetica-andrebbero-messi-in-galera-patrizia-valduga-dialoga-con-matteo-fais/">“Quelli delle scuole di scrittura poetica andrebbero messi in galera”: Patrizia Valduga dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Prima di essere poeti, bisogna essere lettori di poesia”: Giuseppe Cerbino, segugio di talenti e curatore di collana per “Controluna”, dialoga con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/prima-di-essere-poeti-bisogna-essere-lettori-di-poesia-giuseppe-cerbino-segugio-di-talenti-e-curatore-di-collana-per-controluna-dialoga-con-matteo-fais/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 May 2018 05:33:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chiunque creda di poter vendere verità rivelate in poesia è un pazzo, o un esaltato. Questo non significa certo che non si debba avere un’opinione e difenderla. Data la delicatezza della materia, però, ci vogliono molto tatto e rigore. Più in generale, l’importante è essere seri, ma possibilmente non prendersi troppo sul serio. La verità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Chiunque creda di poter vendere verità rivelate in poesia è un pazzo, o un esaltato</strong>. Questo non significa certo che non si debba avere un’opinione e difenderla. Data la delicatezza della materia, però, ci vogliono molto tatto e rigore. Più in generale, <strong>l’importante è essere seri, ma possibilmente non prendersi troppo sul serio</strong>. La <strong>verità </strong>– se di verità si può parlare in questo campo – è data dalla <strong>somma di tante visioni idiosincratiche avanzate dai diversi addetti ai lavori</strong>, ovvero gente che comunque ha dedicato la propria vita alla materia poetica. Come <strong>Giuseppe Cerbino</strong>, direttore di collana <a href="http://www.controluna.com/" target="_blank" rel="noopener">per la giovane casa editrice <strong><em>Controluna</em></strong></a>. Di formazione filosofica, giustamente approdato alla poesia – che non per niente è la culla e il primo mezzo espressivo del pensiero filosofico –, <strong>Cerbino vanta un’attività di curatore e prefatore di tutto riguardo, assolutamente priva di cadute o lubriche esaltazioni prezzolate di autori insignificanti</strong>. Ed è proprio in ragione di questa sua perseveranza lavorativa, silenziosa e accurata, che abbiamo deciso di intervistarlo. Perché sarà anche vero quanto dice lui che la sua opinione “vale il tempo di un respiro”, ma <strong>è la somma di tanti respiri come il suo a tenere in vita il discorso poetico</strong> in questo tempo in cui a molti piacerebbe soffocarlo per levarsi, una volta per tutte, il problema da mezzo ai piedi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe, come nasce la tua passione per la poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia passione per la poesia nasce all’età di 13 anni. Oggi ne ho 44, quindi fai tu i conti. Naturalmente è bene che ti precisi che per passione, in questo caso, intendo soprattutto quella per la lettura della poesia. Pur scrivendo io stesso versi, non provo lo stesso piacere che traggo, invece, dalla lettura dei poeti. Ritengo, infatti, che la parola più potente sia quella che riceviamo dagli altri e non c’è luogo che l’alterità possa privilegiare come appunto la poesia. Nella scrittura il rischio di narcisismo ci stuzzica dietro le orecchie ma, davanti agli occhi, durante la lettura, si apre sempre una terra inaspettata dove l’io difficilmente potrà abitare davvero ma semmai potrà esserne sedotto. Ed è questa seduzione, a mio avviso, che funge da ago magnetizzato che orienta anche le nostre parole. <strong>Quindi, prima di essere poeti, occorre sempre cercare di essere dei buoni lettori di poesia. Se saremo in grado di essere buoni poeti, non potremo mai capirlo da soli; ma se saremo buoni lettori, invece, lo capiremo dalle risonanze che otteniamo (o che non otteniamo).</strong> Quello della poesia è un percorso di lettura molto complesso che chiede una maggiore <em>verticalità </em>al lettore. Quest’ultimo deve fare i conti con un campo complesso di cose che spesso vengono relegate in uno spazio sempre più ristretto dell’esistenza, come fosse qualcosa di accessorio e non necessario. Ciò è favorito, paradossalmente, persino dalle istituzioni culturali che dovrebbero diffondere la poesia. Basti fare caso a molti eventi e concorsi che invece di sostenere la poesia, con i giusti approcci, la sviliscono e la mortificano per favorire obiettivi che spesso di poetico non hanno nulla.</p>
<p><strong>Quali sono i migliori autori sulla scena italiana, al momento, dal tuo punto di vista e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tu capisci bene che questa è una domanda profondamente insidiosa, oltre che sibillina, poiché è davvero difficile dare una risposta che possa essere netta e sicura nonché condivisa. Ciò per svariati motivi. Te ne elenco alcuni, poi cercherò comunque di farti qualche nome come desideri. Prima di tutto, il mondo letterario nazionale, negli ultimi quindici anni, sembra essere imploso in sé stesso, smarrito in tendenze spesso frivole e inconsistenti, come quella di parlarsi troppo addosso e di essere eccessivamente autoreferenziale. Così facendo, si è reso incapace di dare un’indicazione precisa circa gli autori che siano depositari di nuovi canoni e nuove prospettive. <strong>Manca nella poesia di oggi, a mio avviso, uno sguardo “metafisico”. Con questo termine non intendo qualcosa che alluda a questioni strettamente filosofiche, ma piuttosto a uno sguardo che intercetti davvero il senso profondo di quanto stiamo vivendo negli ultimi anni.</strong> A ciò aggiungi il ruolo di internet che ha dato la stura a tendenze esibizionistiche di facitori di versi, spesso anche molto attrezzati formalmente, ma dipendenti da manierismi che non vanno oltre il mero esercizio di stile. Quindi, da quanto detto, comprendi quanto sia difficile identificare degli autori del momento che possano dirsi davvero rappresentativi. Certamente ci sono esordienti dotati e promettenti, come coloro che sto curando per <em>Controluna </em>editore, ma per amore di onestà non ho l’autorevolezza necessaria per darti una indicazione in tal senso. Detto questo, tuttavia, non mi sottraggo alla domanda, anche se sarebbe più agevole non rispondere, dati i presupposti che ti ho sommariamente esposto, ma, così facendo, passerei per un disfattista. Identifico due autori non consolidati da lungo tempo, nati tra la fine dei ’50 e gli inizi dei ’60, che si sono espressi pienamente negli ultimi quindici anni.</p>
<figure id="attachment_60778" aria-describedby="caption-attachment-60778" style="width: 251px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-60778" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-37-300x279.jpg" alt="Michele Caccamo" width="251" height="233" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-37-300x279.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-37-768x715.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-37-600x559.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-1-37.jpg 970w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /><figcaption id="caption-attachment-60778" class="wp-caption-text">Lui è Michele Caccamo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo nome che mi sento di indicarti è quello di Michele Caccamo, poeta che non si immette nella prospettiva di una innovazione deliberata, ma abita la parola nei suoi accostamenti più inconsueti e più propri, più naturali. </strong>Caccamo fa della sua poesia il luogo di un autentico esilio, di un diaframma di sofferenze, e lo fa con una totale naturalezza che non trovo in altri poeti della sua generazione, pur dotati e ancorché affermati – penso, ad esempio, a Valerio Magrelli. <strong>Un’altra voce, a mio parere centrale per la lirica degli ultimi anni, è quella di Franco Arminio che propone una poesia di denuncia davvero autentica.</strong> Una poesia che parla di ciò che stiamo perdendo nell’incedere del nostro tempo fatto di devastazioni industriali. Intendiamoci: Arminio non è il solo a fare questo tipo di operazione ma, a differenza di tanti altri poeti a lui “omologhi”, lo fa rimanendo dentro il linguaggio della poesia e non dentro quello di una prosa frusta e approssimativa di poeti che per farsi capire cadono sempre nel retorico. Ci sarebbero altri da prendere in considerazione, ma temo però di far prevalere la mia opinione personale che vale il tempo di un respiro. Con questi due nomi, invece, ho tentato di intercettare, nei limiti della mia conoscenza e della mia sensibilità, due poli fondamentali per la poesia di oggi: la ricerca dello “spirituale” e il tentativo di parlare della perdita di un rapporto originario. Poli che a ben vedere delineano quanto di più contingente ci possa essere ai giorni nostri. Non c’è nulla di più attuale, infatti, di ciò che manca e non di ciò che accade. Altrimenti, non varrebbe nemmeno la pena fare poesia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi piacerebbe sentirti parlare della tua attività all’interno di <em>Controluna</em>. Nello specifico: come selezioni un autore, il tipo di lavoro che fate insieme sul testo, e il tuo contributo come prefatore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come sai, il termine “poesia” racchiude un “fare” più che un dire. O meglio, un dire che deve essere riconosciuto come un “fare”. Quando il poeta dice, fa, crea. In un tempo in cui siamo abituati a dire e a lasciarci indicare come debbano essere fatte le cose piuttosto che “farle”, l’attenzione alla poesia e ai nuovi poeti diventa quasi necessaria foss’anche per due sole persone che leggono versi. La poesia non è democratica. Essa chiama i singoli – lettori e scrittori – affinché si coscientizzino della loro singolarità. Tutto questo per dirti che, nonostante io non pensi che nascerà un nuovo Dante o un nuovo Ungaretti, ritengo fondamentale diffondere, curare e valorizzare la buona poesia. Che cosa intendo per buona poesia? Intendo una scrittura che apra eventi e generi ad accostamenti semantici inediti. Questo non vuol dire che il poeta debba essere giocoforza “originale”. <strong>Penso che il concetto di “originalità” sia il più vecchio tra quelli di cui oggi soffre la poesia e la scrittura in generale. A furia di cercare di essere nuovi si rischia di diventare frusti, ampollosi, cerebrali.</strong> Osservo in molti poeti della nuova generazione un lavoro sulla parola anche piuttosto raffinato. Mancano però i contenuti, le esperienze. Preferisco un linguaggio vecchio, con contenuti di spessore, profondi, piuttosto che linguaggi nuovi che poi alla fine dicono le stesse cose, gli stessi disagi. In ragione di ciò, la selezione degli autori per <em>Controluna </em>segue questi parametri che ti ho accennato. Non sono mai lungimirante, non faccio pronostici sul futuro di un poeta. Il critico, a mio avviso, deve avere lo sguardo corto e fare attenzione all’oggi. Per il domani non siamo in grado di poter vaticinare alcunché, perché il futuro della poesia e della letteratura in genere è instabile. Per cui, custodiamo quello che la poesia è in grado di poter dire ancora nel presente, perché è al presente che un buon poeta deve poter parlare. Il lavoro sul testo è un lavoro di sinergia e d&#8217;intesa con l’autore, ma non sempre quest’ultimo, nel suo fiat creativo, è in grado di intercettare il filo rosso, il <em>leit motiv</em> che sta alla base di una silloge, affinché questa non risulti soltanto una collettanea di testi. Molto spesso l’intervento del curatore è sottovalutato e passa in secondo piano. Invece, è proprio questo lavoro che dà coerenza alla silloge e contribuisce alla riuscita di quest’ultima. A tal proposito, mi viene in mente una frase che Claudio Magris disse allo scrittore I. B. Singer, premio Nobel per la letteratura: “lei la deve smettere di scrivere romanzi, ma si deve dedicare ai racconti lunghi in cui eccelle: lei è certamente un genio, ma io sono più intelligente di lei”. È un aneddoto divertente e simpatico che però offre un quadro preciso sul ruolo del curatore e su figure simili. La prefazione a un libro, a mio avviso, non deve essere un testo accessorio che spesso non si legge, ma un percorso di analisi che entra in simbiosi con l’autore. Un’analisi che valorizzi significati e aspetti che operano nel lettore, ma che questo non sempre è in grado di riconoscere. Una buona prefazione deve essere parte integrante del libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu, caro Giuseppe, sei anche il fondatore e l’amministratore di <em>Poeti italiani del ’900 e contemporanei</em>, un gruppo Facebook in cui tratti di voci note della poesia italiana attuale e non e dove gli utenti possono postare le loro composizioni sottoponendosi al giudizio degli altri frequentatori della pagina. Tra i tanti gruppi presenti nel noto social, il tuo è uno dei più attivi. Volevo chiederti come mai hai sentito la necessità di creare un simile spazio e se in qualche modo questo ti serva anche, da curatore di collana, per trovare poeti potenzialmente interessanti da pubblicare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poeti italiani del ’900 e contemporanei</em> è uno dei gruppi più attivi non certo per mio merito. La comunità – se così si può chiamare – si è definita da sé nel corso di tre anni, raggiungendo esiti inaspettati con connotazioni che non prevedevo. Il gruppo è nato dall’esigenza di avere su Facebook un luogo in cui si trattasse veramente di poesia, senza precisi obiettivi. Nell’estate del 2015 mi resi conto che i pochi gruppi di poesia presenti sul noto social, erano indirizzati prevalentemente alla tecnica poetica e non all’educazione alla lettura. Il fine che mi proposi inizialmente fu quello di diffondere e far conoscere il patrimonio poetico a noi più vicino. Naturalmente, i miei interventi sono stimoli a un approfondimento, poiché in un gruppo non è immaginabile proporre note critiche ricche e articolate. Al gruppo si interfacciano una pagina Facebook e il mio blog, <em>Il volo di Esterina</em>, che raccoglie articoli e approfondimenti più completi. <strong>Oggi, <em>Poeti italiani del ’900 e contemporanei </em>si configura come una vetrina per tutti coloro che desiderano condividere i propri versi sapendo, ovviamente, di esporsi anche a giudizi negativi. Ma non si propone come un laboratorio. </strong>Questo obiettivo non mi interessa e non ritengo di avere alcuna formazione per dare orientamenti precisi. Va da sé, il rischio di un gruppo così eterogeneo è quello di non riuscire a individuare autori davvero validi, ma io confido nell’intelligenza del lettore autentico che non si fa soggiogare da facili seduzioni. Il sentimentalismo è sempre in agguato e affascina solo chi non è attrezzato alla lettura della poesia. Debbo dire che con il tempo, all’interno di questo gruppo, sono maturati scrittori di versi piuttosto notevoli e, certamente, non posso mentire sul fatto che, oggi, questo spazio funge anche da vivaio per selezionare autori da inserire nella collana di <em>Controluna</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Domanda particolarmente delicata, a cui ti chiederei però di non sottrarti: tra gli autori che hai pubblicato, qual è quello a cui sei maggiormente legato? Mi piacerebbe, ovviamente, che esponessi gli aspetti della sua lirica che ti portano ad avere questa particolare predilezione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60779 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/foto-2-14-214x300.jpg" alt="Orsini" width="214" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-2-14-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-2-14-768x1075.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-2-14-732x1024.jpg 732w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-2-14-600x840.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/foto-2-14.jpg 1772w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />Non mi sottraggo alla domanda, ma concedimi di fare le opportune precisazioni. Io non posso dire di avere predilezioni specifiche, perché finora ho scelto ogni autore sulla base di una cifra distintiva per ciascuno. Se non fosse così, non avrei curato nessuno. Io non faccio prevalere il mio punto di vista, che conta davvero poco, ma faccio prevalere l’oggetto poesia che mi parla mio malgrado. È da questo cambiamento di prospettiva che scorgo qualcosa che può dare sottolineature particolari. Detto questo, come ho già anticipato, non mi sottraggo alla domanda. <strong>Il poeta a cui sono maggiormente legato è, certamente, quello che ha inaugurato la collana da me diretta. Sto parlando di Beatrice Orsini. La sua è una poesia completa: apre un campo semantico tipico di un talento certamente istintivo – naturale –, senza però trascurare delle fonti vitali, come ad esempio la poesia di alcuni autori nevralgici per la sua formazione, e la psicanalisi che attraversa con rigore la dimensione esistenziale di questa poetessa.</strong> Orsini soggiorna con disinvoltura nella materia simbolica del parlato, rendendo esplicito quel percorso per il quale a parlare è, lacanianamente, sempre un altro. E, quando è un altro che parla, non sappiamo mai che esito potrà ottenere la parola senza il nostro controllo. La poesia deve poter fare questo sempre. È un’antica lezione che parte da Dante. Mi rendo conto che le sintesi sono sempre pericolose, ma in fondo che cosa è l’inferno de <em>La Divina Commedia</em>, se non il luogo in cui si abbandonano le proprie difese per entrare in un altro ostile eppure ricco di cambiamenti e torsioni dello sguardo? Ecco, la poesia di Beatrice Orsini recupera brillantemente questa prospettiva e non l’abbandona nonostante i cambiamenti formali. “<em>Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,</em>/ <em>tant’ era pien di sonno a quel punto</em>/ <em>che la verace via abbandonai”.</em></p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
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		<title>“Aspetterò il tuo cammino perfetto”: la poesia di assenza e di frontiera di Eduardo Manuale</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2018 04:58:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>No. La poesia non salva la vita. Soprattutto. Non salva la vita del poeta, che dona la vita nell’atto ustorio della scrittura. Eppure. Per noi non esiste gesto più fragile e violento, più veritiero e disadatto, più alto e disadorno della poesia. Già. Ma oggi la poesia è silenziata. Sta nel club degli affiliati, nel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">No. La poesia non salva la vita. Soprattutto. Non salva la vita del poeta, che dona la vita nell’atto ustorio della scrittura. Eppure. <strong>Per noi non esiste gesto più fragile e violento, più veritiero e disadatto, più alto e disadorno della poesia. Già. Ma oggi la poesia è silenziata. Sta nel club degli affiliati, nel ring dei padroni, nella padronia delle grandi case editrici</strong> che se ne fregano del verso libero e dell’endecasillabo letale. Allora. La andiamo a scoprire noi, la poesia. Dove nessuno guarda. Per paura di consecutivi deliri. A scoprire i nuovi talenti – senza l’ambiguità di un <em>talent</em>, ma con la gratuità delle cose che spaccano il cuore in quattro, otto, ottomila pezzi – per <em>Pangea</em>, il giovane <strong>Gabriele Galloni</strong> (<em>giovane</em>come categoria dello spirito), poeta che ha esordito nel 2017 con <em>Slittamenti</em>, e <strong>Antonio Veneziani</strong>, che vanta una decennale, decisiva militanza poetica (<em>Brown Sugar</em> esce nel 1979), è stato tra gli autori di pregio in Castelvecchi e Coniglio, ha il genio dello scopritore di talenti. Buona lettura. Controcorrente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Commento di Gabriele Galloni </em></p>
<p style="text-align: justify;">Praticare, incidere una sezione nel continuum della temporalità per ritagliarne un evento raccontabile o evocabile da indirizzare a un interlocutore assente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella poesia di Eduardo Manuale emergono così dei rituali il cui scopo è salvare, preservare il particolare minimo. Il sasso, minuscolo, ricoperto di polvere.</strong> La censura del reale sposta le significazioni nella categoria del <em>già accaduto</em> – del <em>dissolto</em> recuperabile soltanto attraverso il culto della memoria. Allora del trascorso rimangono labili indizi soltanto, balbettii in una lingua straniera, passi strascicati. Una elegia amorosa che si organizza attraverso simbolistiche corrispondenze; stabilendo un reticolo di rimandi emotivi che convergono tutti sui due versi conclusivi della poesia – quella domanda in spagnolo che definisce e al tempo stesso vaporizza i versi precedenti. Il significante, proprio mentre designa oggetti e personaggi, li significa in ben altro modo: <strong>l’idea del viaggio, della lontananza, si converte nella poesia di Manuale in quieta catastrofe esistenziale.</strong> E l’Io non parla più di se stesso in rapporto all’esterno, ma vi si proietta. Parlano gli oggetti; gli zoom ravvicinati su cose e comparse minime.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Commento di Antonio Veneziani </em></p>
<p style="text-align: justify;">Una poesia di frontiera. La stessa che il viandante attento ha modo di leggere su tutti i muri di confine. <strong>Di frontiera: e quindi di lontananza. Di assenza. L’io che parla è voce distante da tutto e forse anche da se stessa. </strong>La sua è una musica in minore eppure pregna di speranza. Manuale sembra scrivere in un esperanto ideale; il suo accento ha la cadenza di <em>Altrove</em>. E che l’altrove sia umano, geografico, emotivo poco importa. A noi basta la Poesia.</p>
<p>*</p>
<p>L&#8217;eterno ritorno della carta<br />
sul bagnato.<br />
Camminerai ancora tra le pampas<br />
che scendono giù per Gramado.<br />
E nell’acquavite dei gauchos saprà<br />
scioglierti, il sapone, quella linea di hennè<br />
sul polso distratto.<br />
Ma non ho fretta, aspetterò fischiettando<br />
il tuo cammino perfetto,<br />
sostando assopito, ripeterò<br />
perché – <em>porqué tu me eliges </em><br />
<em>sì todavia no me has buscado? </em></p>
<p><strong><em>Eduardo Manuale</em></strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“L’ultima risorsa per dire l’indicibile”: Galloni e Veneziani alla scoperta dei nuovi talenti della poesia italiana. Ecco a voi, Julia Gianferri</title>
		<link>https://www.pangea.news/lultima-risorsa-per-dire-lindicibile-galloni-e-veneziani-alla-scoperta-dei-nuovi-talenti-della-poesia-italiana-ecco-a-voi-julia-gianferri/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/lultima-risorsa-per-dire-lindicibile-galloni-e-veneziani-alla-scoperta-dei-nuovi-talenti-della-poesia-italiana-ecco-a-voi-julia-gianferri/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Apr 2018 06:35:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>No. La poesia non salva la vita. Soprattutto. Non salva la vita del poeta, che dona la vita nell’atto ustorio della scrittura. Eppure. Per noi non esiste gesto più fragile e violento, più veritiero e disadatto, più alto e disadorno della poesia. Già. Ma oggi la poesia è silenziata. Sta nel club degli affiliati, nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lultima-risorsa-per-dire-lindicibile-galloni-e-veneziani-alla-scoperta-dei-nuovi-talenti-della-poesia-italiana-ecco-a-voi-julia-gianferri/">“L’ultima risorsa per dire l’indicibile”: Galloni e Veneziani alla scoperta dei nuovi talenti della poesia italiana. Ecco a voi, Julia Gianferri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">No. La poesia non salva la vita. Soprattutto. Non salva la vita del poeta, che dona la vita nell’atto ustorio della scrittura. Eppure. Per noi non esiste gesto più fragile e violento, più veritiero e disadatto, più alto e disadorno della poesia. Già. Ma oggi la poesia è silenziata. Sta nel club degli affiliati, nel ring dei padroni, nella padronia delle grandi case editrici che se ne fregano del verso libero e dell’endecasillabo letale. Allora. La andiamo a scoprire noi, la poesia. Dove nessuno guarda. Per paura di consecutivi deliri. A scoprire i nuovi talenti – senza l’ambiguità di un <em>talent</em>, ma con la gratuità delle cose che spaccano il cuore in quattro, otto, ottomila pezzi – per <em>Pangea</em>, il giovane <strong>Gabriele Galloni</strong> (<em>giovane</em> come categoria dello spirito), poeta che ha esordito nel 2017 con <em>Slittamenti</em>, e <strong>Antonio Veneziani</strong>, che vanta una decennale, decisiva militanza poetica (<em>Brown Sugar</em> esce nel 1979), è stato tra gli autori di pregio in Castelvecchi e Coniglio, ha il genio dello scopritore di talenti. Buona lettura. Controcorrente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Commento di Gabriele Galloni </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Julia Gianferri trascrive visioni, sogni, in codice segreto.</strong> Il codice del linguaggio che è divenuto altro da sé. Versi che della dimensione onirica hanno un senso di fluire sconnesso, mobile. La predilezione per i singoli elementi da portare all&#8217;evidenza nella penombra di un acquario.</p>
<p style="text-align: justify;">La sue immagini si dispongono in successione e continuamente riportano all’Io, instaurando una corrispondenza tra un determinato stato psichico e un <em>sacrifical bonfire </em>della memoria, come nei versi <em>mia madre ci trascinava su una coperta / per il corridoio / il gioco era rimanere aggrappati / per non sentire il pavimento.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una poesia attenta alle intermittenze e disfunzioni del linguaggio.</strong> Alla parola, qui, è domandato il compito di scoprire il nascosto dietro l&#8217;immagine delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Così scrivendo il discorso mira a dichiarare la mancata o accessoria pertinenza della comunicazione. Tematica attorno alla quale Gianferri organizza una personale fenomenologia dell’Assenza, del negativo. La parola, nuda, è l’ultima risorsa per dire l’indicibile. Fino a una riduzione vertiginosa (vertiginosa perché coraggiosissima) alla pura gestualità. Come nel <em>bunraku </em>giapponese.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>Commento di Antonio Veneziani </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Julia Gianferri ha ventiquattro anni – la sua poesia sembra invece venire da dove gli anni non contano.</strong> Da quel buco nero che tutti abbiamo favoleggiato nel sogno, il nero primigenio della Creazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Una dimensione che a pochissimi è concesso visitare.</p>
<p style="text-align: justify;">A lei è stato concesso questo privilegio. E per tutta la vita dovrà averne oneri e onori, croci e delizie. Raramente mi capita di leggere, tra i giovani, versi così potenti e strazianti.</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Poesie</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I</p>
<p>Coagulano le innocenze<br />
ad effettivi rancori<br />
l’unità non rapprende</p>
<p>la gente continua a passarmi dietro<br />
la parusia mi risucchia<br />
non riesco ad averne pietà</p>
<p>dirti di smettere sarebbe confessarmi una finitezza<br />
che è propria dei morti.<em>   </em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>II</p>
<p>Prendeva medicine di notte<br />
restava sveglio a controllare corollari<br />
di precauzioni e sintomi.<br />
Questo succede a spingere<br />
in eccesso il corpo<br />
in sottovuoto i significati<br />
a convertire l’assenza in<br />
rifiuti organici.<br />
Ora se faceva rumore<br />
era solo per aprire la porta del bagno<br />
tornare a letto per non sentire freddo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>III</p>
<p>Giocavamo ai giorni di festa<br />
ad osservarle la vecchiaia<br />
rendere l’odore del forcluso<br />
un altro senso</p>
<p>mia madre ci trascinava su una coperta<br />
per il corridoio<br />
il gioco era rimanere aggrappati<br />
per non sentire il pavimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>IV</p>
<p>Non ti chiamo mai<br />
ho dimenticato volontariamente<br />
il primo calore<br />
perché era quello più vicino<br />
all’infanzia<br />
al perdono.<br />
Così ora che<br />
anche quello è scorso<br />
che scorro le costole senza perdere il segno<br />
ricordare è una ferita<br />
cicatrizzata, inespressa<br />
il tuo vestito è ridicolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>V</p>
<p>A poco vale la stanchezza di una vita condannata a dio<br />
se non si diviene capaci di guardare come lui<br />
dinnanzi, non avere nessun focolare in mano<br />
ma soltanto occhi.<br />
Non illuminando un cammino che di per sé è buio<br />
per impedirmi di vedere<br />
tasto il suolo come se avessi piedi prescelti<br />
dimentico l’intensità delle promesse<br />
nella mia lingua un solco<br />
un emottisi di segreti<br />
che non ho.</p>
<p><em>Julia Gianferri</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lultima-risorsa-per-dire-lindicibile-galloni-e-veneziani-alla-scoperta-dei-nuovi-talenti-della-poesia-italiana-ecco-a-voi-julia-gianferri/">“L’ultima risorsa per dire l’indicibile”: Galloni e Veneziani alla scoperta dei nuovi talenti della poesia italiana. Ecco a voi, Julia Gianferri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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