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	<title>Simone Casetta Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Cosa c’entra Raffaello Baldini con Fabrizio De André? Storia del fotografo che ha fatto il ritratto alla voce del poeta: “Dopo cinque anni mi ha detto, ‘Senta, siamo amici, passiamo al tu’”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Dec 2018 11:13:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>In questa storia ci sono tante storie, ma la prima, la più bella, riguarda un fotografo che ha poco più di trent’anni quando ascolta in radio la voce di un poeta. Quella poesia lo meraviglia a tal punto che il fotografo molla tutto e si mette alla ricerca del poeta. Il poeta – lo scoprirà [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cosa-centra-raffaello-baldini-con-fabrizio-de-andre-storia-del-fotografo-che-ha-fatto-il-ritratto-alla-voce-del-poeta-dopo-cinque-anni-mi-ha-detto-senta-siamo-amici-pas/">Cosa c’entra Raffaello Baldini con Fabrizio De André? Storia del fotografo che ha fatto il ritratto alla voce del poeta: “Dopo cinque anni mi ha detto, ‘Senta, siamo amici, passiamo al tu’”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>In questa storia ci sono tante storie, ma la prima, la più bella, riguarda un fotografo che ha poco più di trent’anni quando ascolta in radio la voce di un poeta.</strong> Quella poesia lo meraviglia a tal punto che il fotografo molla tutto e si mette alla ricerca del poeta. <strong>Il poeta – lo scoprirà più tardi – si chiama Raffaello Baldini, vive a Milano, è molto più grande di lui</strong>, di mestiere fa il giornalista, a <em>Panorama</em>, ma scrive poesie in dialetto romagnolo così belle da scuotere e commuovere anche chi il dialetto non lo mastica. <strong>Il fotografo si chiama <a href="http://www.simonecasetta.it/simone-casetta/" target="_blank" rel="noopener">Simone Casetta</a>, e non va dal poeta, Raffaello Baldini, ritenuto da Pier Vincenzo Mengaldo tra i grandissimi poeti del secondo Novecento – dida atta a soddisfare superficialmente lo statista della letteratura – per conoscerlo e fargli il ritratto fotografico.</strong> Glielo farà, è ovvio, anche quello, ma quello accade più tardi. Al fotografo viene in mente di ritrarre la voce di Baldini. Baldini, in effetti, frodando la nota ritrosia, il cementato pudore, è stato un lettore formidabile, lo sa chi ha avuto in dote il piacere di ascoltarlo a teatro. <strong>L’opera è immensa. Il fotografo e il poeta si frequentano per dieci anni, dal 1995 al 2005; il poeta legge e registra 47 poesie. Prima in dialetto. Poi, le stesse, in italiano.</strong> Il fotografo raduna questo archivio imprescindibile per chi ama la poesia in quattro ciddì. Il titolo lo sceglie Baldini: <em>Compatto. </em>In questa fascina di storie, poi, se ne salda un’altra. Quella di Antonio Casetta, il papà di Simone. <strong>Antonio Casetta è l’inventore della Produttori Associati, che tra il 1970 e il 1977 ha pubblicato i più bei dischi di Fabrizio De André</strong>, da <em>Tutti morimmo a stento </em>a <em>La buona novella </em>e <em>Storia di un impiegato. </em>Con quel marchio storico, riesumato, viene edito <em>Compatto. </em>L’ultima storia è una avventura culturale. In un momento di “Baldini Renaissance” – è uscito il docu-film di Silvio Soldini, <em>Treno di parole</em>, e la <em>Piccola antologia in lingua italiana </em>delle poesie di Baldini, per Quodlibet – risorge la voce viva, argentea del poeta. <em>Compatto </em>esiste, ora, ingentilito dal progetto grafico di Leonardo Sonnoli; per vedere luce e trovare sostegno <strong>approda <a href="https://www.eppela.com/it/projects/20828-raffaello-baldini-legge-le-poesie-di-raffaello-baldini" target="_blank" rel="noopener">su piattaforma crowdfunding, qui</a>, alla voce “Raffaello Baldini legge le poesie di Raffaello Baldini”.</strong> Baldini ha trascinato Casetta nell’amare la poesia contemporanea. Quando l’ho conosciuto, ricordo, avevo gli occhi trafitti da irritazioni radiose e una vita irretita da fatali oscurità. Il fotografo viaggiava per l’Italia alla ricerca dei poeti. Ha continuato a cercare i poeti, come se quella fragilità fosse una apocalisse. <strong>Ancora oggi lavora a quel progetto, immenso, ‘Registro fotografico dei poeti italiani’. Le fotografie sono stampate con una tecnica sapiente e particolare. Ne ha fotografati 133, di poeti, per ora.</strong> Perché un viso è esemplare come un verso e la struttura ossea degli zigomi è alfabeto. Di Baldini, ha fotografato anche la voce. (d.b.)</p>
<p><strong>Intanto. Come è nata l’idea di ‘registrare’ Raffaello Baldini? Tu, in fondo, sei un fotografo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sono un fotografo. Credo che dipenda molto da questo. <strong>La fotografia ti costringe all’incontro con il mondo e quando il mondo si presenta lo vuoi trattenere, lo vuoi testimoniare, lo vuoi confidare ad altri.</strong> Cerchi di conservare una traccia che ci sopravviva. Infatti, quando ho sentito la coda di “Ciàvga” alla radio (Radio3) e sono rimasto entusiasta e commosso, mi sono messo alla ricerca di quel poeta lì, di cui non avevo colto il nome. <strong>L’ho trovato nello scaffale di poesia di una libreria e ho visto che abitava a Milano. </strong><strong>Era il 1994 e gli scrissi una lettera, poi ci siamo sentiti al telefono, poi ci siamo visti.</strong> Non aveva registrazioni fatte sistematicamente delle sue poesie e gli ho proposto di cominciare insieme.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64510 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/38_01rendering-300x212.jpg" alt="Baldini" width="226" height="160" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/38_01rendering-300x212.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/38_01rendering.jpg 700w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" />Raccontaci di Baldini: che sapore ha avuto la sua amicizia per te, che tipo era, come lo hai conosciuto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stato sicuramente un maestro importante, una figura un po’ di amico e un po’ paterna: <strong>aveva settant’anni e io poco più di trenta. Torno alla fotografia per riconoscere che quando nel 1997 mi sono reso conto di aver trovato la mia voce, quel modo di fotografare che avevo cercato senza sapere che ci fosse, è stato in buona parte grazie all’insegnamento che ho ricevuto da Baldini.</strong> Dall’amore e dal rispetto profondo che nelle sue poesie si impara, specialmente per le fragilità. Raffaello aveva un garbo e una delicatezza straordinari, spesso dubbioso e indeciso. Mi confessava di essere iracondo. Io non l’ho mai visto arrabbiato. <strong>L’ho cercato per le sue poesie, per la sua voce e ci siamo frequentati a intervalli irregolari per dieci anni. Dopo cinque anni e tanti pomeriggi, un giorno mi ha detto: “Senta, ormai siamo amici; possiamo darci del tu”.</strong> Un po’ mi è dispiaciuto, ma mi ci sono abituato e poi è andato benissimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pare in atto una specie di &#8216;Baldini Renaissance&#8217;: film di Soldini, libro per Quodlibet, ora il ‘Compatto&#8217;. Cosa attrae della sua poesia, a tuo avviso, che poi è una poesia che ha l&#8217;ostilità rugosa del dialetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le registrazioni di <em>Compatto</em> hanno chiamato il film che, forse, ha invitato il libro. È bellissimo che sia così! <strong>C’è una notevole passione latente e diffusa per Raffaello Baldini e per le sue opere. La specificità del dialetto e la naturale ritrosia dell’uomo hanno tenuto i suoi tesori al riparo da una più facile notorietà.</strong> Quando se ne intravede una scheggia diventa irresistibile cercare il resto. Secondo me attrae perché c’è il mondo che si racconta senza alcuna reticenza; il poeta non parla mai in prima persona, ma è l’umanità intera a svelarsi attraverso le sue molte voci monologanti, i suoi personaggi che alla fine siamo noi, tutti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi pare che tu abbia a cuore i poeti. Ricordo il tuo progetto di fotografare, in un modo molto particolare (raccontacelo!), i poeti viventi, oltre al progetto intorno all’opera di Baldini. Come mai? Che cosa ti affascina della poesia, ma soprattutto dei poeti, di solito ai margini del ‘dibattito’ ufficiale, derelitti del mondo editoriale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno, durante i nostri incontri per le registrazioni, <strong>avevo fatto dei ritratti a Baldini e ne avevo stampato uno con la tecnica ottocentesca del platino palladio. L&#8217;avevo poi mostrato nel 2010 a Pier Luigi Vercesi, che mi chiese di fare una mostra in un suo piccolo spazio a Milano.</strong> Ho pensato allora di non avere una serie sufficiente per giustificare una mostra intera e ho deciso di fotografare tutti i poeti italiani in una serie. Non sapevo che ce ne fossero così tanti! <strong>Fino a oggi ho fotografato 133 poeti e ho deciso di fermarmi a 200, ma ho già quasi 300 nomi in elenco. Ci sto lavorando da sette anni e spero di sopravvivere al progetto, che ho chiamato “Registro fotografico dei poeti italiani”.</strong> Quello che mi affascina della poesia è quella conoscenza &#8220;chiara e confusa” che ci pone con immediatezza di fronte al mistero e allo stesso tempo ci indica che una salvezza c’è. Senza sconti, però. <strong>Derelitti? Credo che i poeti proprio debbano restare ai margini del dibattito ufficiale. Il mondo editoriale, in fondo, non li riguarda. </strong>L’ha detto molto bene il poeta e filosofo Pier Mario Vello: “…se dovessimo pensare a uno schema cosmologico, la poesia sta ai bordi dell’universo. Il poeta è il viaggiatore che viaggia ai bordi di questa bolla, è ovviamente sempre border-line. Border-line perché ricerca la frattura, ricerca il momento in cui le cose non tengono, per creare nuove&#8230;” (Pier Mario Vello, estratto da un discorso per la presentazione della sua raccolta <em>Migranti</em>, Mondadori, 2014, a Casa Manzoni, Milano, marzo 2014).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cosa-centra-raffaello-baldini-con-fabrizio-de-andre-storia-del-fotografo-che-ha-fatto-il-ritratto-alla-voce-del-poeta-dopo-cinque-anni-mi-ha-detto-senta-siamo-amici-pas/">Cosa c’entra Raffaello Baldini con Fabrizio De André? Storia del fotografo che ha fatto il ritratto alla voce del poeta: “Dopo cinque anni mi ha detto, ‘Senta, siamo amici, passiamo al tu’”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Mo pu i è e’ paradéis?”: Raffaello Baldini, il Beckett romagnolo, diventa un film. Intervista doppia a Silvio Soldini e Martina Biondi</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Oct 2018 03:36:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Così, senza desiderarlo, divenne un mito, l’arcangelo della poesia. Tutelò a lungo, nel pudore, lavorava nella redazione di Panorama e chi ha lavorato con lui – lo scrittore Roberto Barbolini, ad esempio – ne descrive l’aurea aerea gentilezza, l’opera, rosolata nel silenzio, fino allo stato di perfezione. E’ solitèri, così s’intitolava la prima raccolta di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mo-pu-i-e-e-paradeis-raffaello-baldini-il-beckett-romagnolo-diventa-un-film-intervista-doppia-a-silvio-soldini-e-martina-biondi/">“Mo pu i è e’ paradéis?”: Raffaello Baldini, il Beckett romagnolo, diventa un film. Intervista doppia a Silvio Soldini e Martina Biondi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Così, senza desiderarlo, divenne un mito, l’arcangelo della poesia. <strong>Tutelò a lungo, nel pudore, lavorava nella redazione di <em>Panorama </em>e chi ha lavorato con lui – lo scrittore Roberto Barbolini, ad esempio – ne descrive l’aurea aerea gentilezza, l’opera, rosolata nel silenzio, fino allo stato di perfezione.</strong> <em>E’ solitèri</em>, così s’intitolava la prima raccolta di poesie in lingua romagnola, stampa Galeati di Imola, il poeta, ‘Lello’, è il 1976, ha 52 anni. Lo presero per un’apparizione, il roseto infuocato della lirica ritrovata: nel 1982 è Dante Isella a mettere la testa ne <em>La nàiva</em>, stampa Einaudi; nel 1988 è Franco Brevini a introdurre <em>Furistír</em>, che vince un contestato Viareggio;<strong> nel 1995 Pier Vincenzo Mengaldo, in vena di classifiche, dall’alto di <em>Ad nòta</em> (stampa Mondadori), scrisse, “se non restasse ancora vivo il pregiudizio pigro per il quale un poeta in dialetto è un ‘minore’, anche quando è maggiore, Raffaello Baldini sarebbe considerato da tutti quello che è, uno dei tre o quattro poeti più importanti d’Italia”.</strong> Il poeta che non diceva a nessuno – tranne che ai rari, beati amici di Santarcangelo di Romagna, dove il papà gestiva il Caffè Trieste, quelli di ‘E’ circal de’ giudéizi’, Tonino Guerra, Gianni Fucci, Flavio Nicolini, Rina Macrelli, insomma – che scriveva poesie, diventò il poeta più importante d’Italia. Ben più di Tonino Guerra – di cui è recente <a href="http://www.pangea.news/tonino-guerra-rifiuta-tutti-i-limiti-e-il-grande-aedo-moderno-un-caso-unico-dialogo-con-luca-cesari-che-ha-curato-lopera-monstre-del-poeta-dell/" target="_blank" rel="noopener">la sistemazione dell’opera per Bompani</a> – <strong>‘Lello’ Baldini è quello che ha dato al dialetto una statura di lingua alta, altra, dell’alterità, qualcosa che mescola – in impasto d’incanto – il motto popolare a <em>Finnegans Wake</em>, uno che ha portato gli sbandati esistenziali di Samuel Beckett nella provincia italiani, fatalista e grotesca.</strong> Diventò mito, Baldini – non c’è poeta serio che non l’abbia letto – e regionalissimo fenomeno pop – a teatro, mentre recitava i suoi sbilenchi, bianchi monologhi, <em>La fondazione </em>su tutti, il popolo sbraitava e godeva, frignava e ghignava. Fa in tempo a pubblicare un libro memorabile, Baldini, nel 2003, <em>Intercity</em>, con quelle domande voraci in mezzo alla cagnara consueta, “mo pu i è e’ paradéis?”, <em>ma poi c’è il paradiso? </em>Ora, Baldini è un mito giusto, retto: Ivano Marescotti ne interpreta da tempo i testi teatrali, <a href="http://www.silviocastiglioni.com/spettacoli/nel-labirinto" target="_blank" rel="noopener">Silvio Castiglioni,</a> con genio filologico, ha tirato fuori dalla soffitta il primo libro di Baldini, <em>Autotem </em>(1967), pubblicato con insuccesso da Bompiani, uno scherzo intorno al feticcio dell’automobile; <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/raffaello-baldini-dialetto-e-diletto-1269699.html" target="_blank" rel="noopener">gli storici della letteratura</a> hanno riesumato parte del repertorio giornalistico (<em>Prima del dialetto</em>, Raffaelli, 2016), un numero speciale de “Il parlar franco” gli è dedicato, convegni fioriscono. Eppure, quella di Baldini resta lirica discreta, per appassionati. <strong>Il tentativo della vulcanica Martina Biondi – che sul corpo poetico di Baldini lavora da un tot – e di un regista lirico e potente come Silvio Soldini – autore, tra gli altri, di <em>Pane e tulipani, Brucio nel vento, Il comandante e la cicogna, Il colore nascosto delle cose –</em> è quello, però, di fare di Baldini un ‘personaggio’, un emblema, forse un amuleto. </strong>Il film che gli è dedicato, <em>Treno di parole</em>, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, è un piccolo capolavoro di delicatezza. Un poeta, raccontato dagli amici – tra gli altri: Ermanno Cavazzoni, Daniele Benati, Vivian Lamarque, Franco Loi, Clelia Martignoni, Franco Loi… – e da azzeccati materiali d’archivio, che diventa film. Lo straordinario si gemella allo stralunato. Il lavoro di Soldini, così, assolve due compiti: <strong>riconciliare il cinema con la poesia e la grande scrittura</strong> (vale la pena sfiatare i nomi? Eccone alcuni: Pasolini, Zanzotto, Caproni, Guerra, Flaiano, Bertolucci… tutti a trafficare direttamente o meno con il grande schermo, con il grande show); rinnovare i rapporti tra l’editoria e i grandi poeti. Dopo la visione del film, in effetti, vale la pena snasare in ogni libreria del rione a cercare il poeta, magari leggere il tomo ‘nuovo di pacca’ edito da Quodlibet, <a href="https://www.quodlibet.it/libro/9788822902382" target="_blank" rel="noopener"><em>Piccola antologia in lingua italiana</em></a>, dove sono allineate alcune traduzioni in italiano – opera di Baldini – delle poesie romagnole di “uno dei migliori e più autentici poeti del Novecento” (così la dida esplicativa). Quando il fotografo e amico dei poeti Simone Casetta avrà realizzato il lavoro, immenso, di ‘compattare’ le moltissime registrazioni in cui ‘Lello’ legge le sue poesie, potremo parlare di <em>Baldini renaissance. </em><strong>Esiste un Paradiso per i poeti, che per loro natura trafficano negli inferi di questa terra?</strong> Se c’è, Baldini fa San Pietro. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63623 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/locandina-141x300.jpg" alt="Baldini" width="141" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/locandina-141x300.jpg 141w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/locandina-768x1629.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/locandina-483x1024.jpg 483w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/locandina-600x1273.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/locandina.jpg 1949w" sizes="(max-width: 141px) 100vw, 141px" />Perché un film su un poeta, su un poeta anomalo come Baldini, poi, dialettale? Che forza ‘filmica’ ha il poeta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Silvio Soldini: </em>Baldini, di certo ne ha moltissima. <strong>È una sorta di Beckett in romagnolo</strong>, che coltivava in privato e senza sosta una poesia monologante, infinita, nella lingua dei nonni, ma piena delle angosce degli uomini di oggi: per il silenzio, per la morte. Ma anche piena di ironia, un mix esplosivo che lascia sempre il pubblico a bocca aperta. Un intellettuale timido, ma prorompente, con una verve irresistibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Martina Biondi: </em>Quando l’ho letto per la prima volta, ho pensato subito che bisognasse portarlo oltre i confini della Romagna, dove è amatissimo. Per questo ho proposto a Soldini di dedicargli un film. <strong>Lui aveva già praticato il tema della poesia e dei poeti. A mio parere il suo linguaggio è perfetto per raccontare di Baldini: sono entrambi schivi, misurati</strong>. La forza evocativa del cinema spero faccia il resto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ritorno sulla estraneità sovrana del poeta al cinema. Che poi è falsa. Penso al sodalizio di Guerra e di Zanzotto con Fellini, a quello di Caproni con Pasolini, alla discendenza poetica di Bertolucci&#8230; Il poeta, in fondo, con un verso, ‘fotografa’ una scena in formidabili forme. </strong><strong>È così, Soldini, o vado per margherite?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soldini: </em>Al di là del fatto che andare per margherite ha una sua bellezza e che se in generale la gente andasse di più “per margherite” staremmo forse tutti meglio, per quanto mi riguarda temo sia stata proprio la traccia lasciata del poeta nel cinema e nei film che ho visto da giovane ad attrarmi più di tutto. Spesso poeta è anche il regista dei film che mi hanno così affascinato allora. Fatto sta che senza la poesia di quelle immagini non so se avrei tentato la mia strada nel cinema. <strong>Come un verso è capace di far rivivere una scena di vita, così un’immagine, un’inquadratura, in un certo cinema può diventare lei stessa poesia.</strong> E quando questo avviene, per me è sempre una grande emozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai “Treno di parole” e che obbiettivo ha il film? Insomma, faccio l’avvocato del diavolo, un poeta non dovrebbe essere&#8230; letto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Biondi: </em>Il film gira intorno alla parola, alla forza delle parole. Ci sono tanti testimoni che parlano e che restituiscono la figura del poeta secondo il proprio punto di vista. Poi, soprattutto, ci sono i monologhi infiniti<strong>: i ‘treni di parole’ della poesia di Baldini, come li ha definiti Luca Cesari proprio in una scena del documentario. Oggi purtroppo non si legge molto e la poesia si legge ancor meno. </strong>Questo film su Baldini, si spera, può far nascere la voglia di andare a cercare le sue poesie anche sulla carta stampata. È questa la grande scommessa!</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soldini: </em>Per me l’obiettivo primo di questo film è sempre stato quello <strong>di far rivivere sullo schermo un poeta noto a pochissime persone – e farlo conoscere al resto del mondo. </strong>Destare grande curiosità, così grande da spingere la gente a entrare in una libreria e comprare le poesie di un grande poeta di cui non conosceva l’esistenza! Chissà se ci siamo riusciti&#8230;</p>
<p><strong>Qual è la ‘lettura’ di Baldini, tra i tanti interlocutori che avete stanato, che più vi ha affascinato, perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Biondi: </em>Ho conosciuto personalmente Baldini, ma abbiamo avuto modo di incontraci solo un paio di volte. Parlavamo soprattutto al telefono, quando cercava mio marito Simone Casetta, con cui ha fatto un grande lavoro di registrazione delle poesie lette da lui stesso. <strong>Ogni volta, al telefono, era come entrare in una sua poesia. Intervistare dopo molti anni, insieme a Silvio, tutte le persone che lo hanno conosciuto da vicino, mi ha dato modo di approfondire l’amicizia al punto tale che da un certo momento in poi mi è venuto spontaneo chiamarlo “Lello”, come facevano gli amici di vecchia data.</strong> Ogni testimone ha aggiunto qualcosa e molti di loro mi hanno emozionato perché ne hanno evocato la presenza viva. Mi colpisce sempre l’approccio di Ivano Marescotti, distante da Baldini per il modo di porsi: molto più sicuro, più diretto, con una comicità non sussurrata ma esplosiva (quando interpreta lui Baldini, il pubblico ride a crepapelle) eppure così capace di comprenderne l’opera, tanto da capire che era perfetta per essere portata sulla scena. <strong>Se non avesse avuto questa intuizione e non avesse stimolato Baldini a scrivere i pezzi teatrali, oggi non potremmo contare sui quattro meravigliosi monologhi.</strong> Una visione affascinate è quella di Lucia Vasini che, da ragazza, ha scambiato Baldini per un angelo. Anche quella di Ermanna Montanari, quando dice che i sui personaggi sono “battiti di farfalle”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il testo di Baldini che vi ha segnato di più, che in qualche modo ha istruito e orientato la direzione del film?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Biondi: </em>Non c’è un lavoro in particolare che ne abbia orientato la direzione. Ci siamo concentrati sulle testimonianze, sul materiale di archivio, le fotografie, i filmini 8 mm girati dallo stesso Baldini. <strong>Volevamo ricostruire la figura del poeta attraverso tanti sguardi. Il suo, trasmesso con grande precisione dalla sua stessa opera, è stato accolto nella sua totalità.</strong> Le poesie, i monologhi, gli stralci di spettacoli e di interviste al poeta emergono a tratti ispirando quel pot-pourri che Soldini ha composto con rara sensibilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Soldini: </em>Non c’è un testo preciso, ma credo sia l’insieme del suo lavoro – pieno di musica, leggerezza e profondità – ad aver orientato lo stile del film. <strong>È un film che cerca la poesia ma senza rinunciare al ritmo, che si ferma ad ascoltare o che si lascia trascinare da un pezzo di Mozart, </strong>che osserva i paesaggi e i volti.</p>
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		<title>Contro il culturalismo sfrenato dei palinsesti tivù, torniamo alla cultura. E riempiamo le scuole di poeti</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Feb 2018 08:34:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Moscè]]></category>
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		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Casetta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’impressione è che nella convulsa epoca della comunicazione in eccesso, dove ogni sapere è soppiantato da un linguaggio tracimato e planetario, si confondano i termini e il loro significato, tanto che il culturalismo e la cultura sono diventati, impropriamente, un tutt’uno. Leggo testualmente la definizione di culturalismo: “boriosa e sussiegosa ostentazione di cultura”. Le strade, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’impressione è che nella convulsa epoca della comunicazione in eccesso, dove ogni sapere è soppiantato da un linguaggio tracimato e planetario, si confondano i termini e il loro significato, tanto che il culturalismo e la cultura sono diventati, impropriamente, un tutt’uno. Leggo testualmente la definizione di culturalismo: “boriosa e sussiegosa ostentazione di cultura”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le strade, i non-luoghi, gli appartamenti, gli uffici: uno sciame di vita scorre nelle giornate di sempre, tra la gente di ogni città. Spesso ci chiediamo dove sia alimentata l’esistenza che non si vede.</strong> Nella gioia, nel dolore, nel rancore, nell’indifferenza, nella generosità? L’invisibile, la vita interiore moraviana, quel di più che teniamo dentro, che non afferriamo nel viso di chi si interfaccia con noi. È dall’esperienza che nasce un’idea di cultura, non dall’ideologia. È dallo studio, dall’approfondimento, dalla comparazione.</p>
<figure id="attachment_59558" aria-describedby="caption-attachment-59558" style="width: 208px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-59558" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/Elena-Svarc-208x300.jpg" alt="Elena Svarc" width="208" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Elena-Svarc-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Elena-Svarc-768x1109.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Elena-Svarc-709x1024.jpg 709w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Elena-Svarc-600x866.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Elena-Svarc.jpg 1068w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" /><figcaption id="caption-attachment-59558" class="wp-caption-text">La poetessa russa Elena Svarc (1948-2010)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">La cultura è materia in fermento, non un concetto orecchiato. <strong>È nella voce che non esce, come quella della poetessa della ex Russia Elena Švarc  (venuta a mancare nel 2010) che sto leggendo in questi giorni. A Valaam, un’isola sul lago Ladoga, questa donna non si immaginava in terra o in cielo, ma sospesa in un campanile, in alto, quasi potesse ascoltare una novella nel vento, un canto. </strong>Risuonava silenziosa dentro, nella vita che non si sa dove pulsi, eliminando perfino “l’embrione della coscienza” e covando l’inesprimibile. Ripudiava la furia, invocava la mitezza. L’avvizzimento della pelle e la vecchiaia le facevano paura. Avrebbe voluto uscire fuori da sé per osservarsi, per stringere la mano a Dio come fosse un confidente. È proprio la poesia impastata di vita che ci indica una strada non consueta, fuori dal culturalismo di chi ama i cortei pro e contro e rivendica una sorta di superiorità antropologica. È il principio di sopravvivenza che ci accomuna nella lettura e nella scrittura: un talismano, una ragione o un sentimento che non ha nulla a che vedere con gli scontri di piazza, con i centri sociali, con Casa Pound e Forza Nuova, con il fascismo e l’antifascismo, con la destra estrema e la sinistra post-sessantottina.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Søren Kierkegaard, nel suo <em>Diario</em> (1834/55) dava una prova mordace di ottimismo. “C’è in ogni uomo qualcosa che resiste più del molare più resistente, e una cosa a cui egli sta più attaccato che ad un braccio o ad una gamba: la voglia di vivere”.</strong> La brama, la stessa del santarcangiolese Raffaele Baldini, il grande poeta del nostro Novecento che inventò un vecchio personaggio che mandava a cagare chi “chiamava” la morte e che beveva il vinello al selz per brindare alla salute. Il suo buonumore saliva durante la partita a tressette in un bar o in un cinema parrocchiale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già nel 1908 Arturo Graf diceva in <em>Ecce homo</em>: “Il paese di più incerti confini che sia nel mondo è quello della umana stoltezza”. Il culturalismo, cioè, di chi sferra cazzotti con le parole, di chi si azzuffa in televisione e sui social, diremmo oggi.</strong> Prima il litigio era visto sul teleschermo, ora lo si esercita in prima persona attraverso le chat e gli altri mezzi di comunicazione telematica. Si è dentro un sistema che da gabbia si è rivestito da canile. Lo chiamano <em>punching ball</em>: qualcuno o qualcosa preso a pretesto per scatenare la rissa. Succede tra i tifosi di calcio come tra i politici, tra gli anonimi cittadini. Il comportamento stereotipato della televisione degli anni Novanta si è trasferito su Facebook, Messanger, Instagram, Twitter. Chi più urla più pretende la ragione, a costo di mistificare la realtà. I <em>talk show</em> che finivano con un accavallamento di voci contrastanti, domina sul web. Le verità sono tutte singole e si possono alterare senza un nucleo antisofisticazioni che intervenga. Frustrati, prepotenti, volgari, depressi, egoisti colpiscono duro per un tornaconto: la visibilità personale. Il <em>punching ball</em> è la trasmissione del disagio e dello smarrimento. È ferocia sfuggente, flebile. La guerra per primeggiare, per un fasullo principio di supremazia nel dire prima di altri in un contesto confuso e pressappochista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da Lilli Gruber la faziosità è di casa, come in altri palinsesti Rai e Mediaset. Alla radio il principio non cambia. Audience e grida si prendono per mano, finché non subentra lo scandalo o l’omicidio del signore della porta accanto che fa ancora più gola, da Sky fino alla piattaforma software.</strong> Una volta la gentilezza era un principio insegnato, ora l’insolenza contagia ogni età. Esiste una rivalità acerrima tra le ultime generazioni, tra quei ragazzi in marcia che dovranno salvare la reputazione del Paese. Sono figli di un’Italia più povera e più raffazzonata, di quei padri che strepitano o che sono rassegnati. Tutti pronti per il <em>punching ball</em> con il pungiglione in mano. Ma non leggono un libro, dicono e non dicono, non conoscono la storia, non sanno neppure cosa sia successo l’8 settembre 1943. Sono pregni di culturalismo massificato.</p>
<figure id="attachment_59559" aria-describedby="caption-attachment-59559" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59559" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/02/Raffaello-Baldini-300x216.jpg" alt="Raffaello Baldini" width="300" height="216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Raffaello-Baldini-300x216.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Raffaello-Baldini-600x431.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/02/Raffaello-Baldini.jpg 615w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-59559" class="wp-caption-text">Raffaello Baldini (1924-2005) in una fotografia di Simone Casetta</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Nel 1979, finite le ultime rappresaglie ideologiche, il sociologo statunitense Christopher Lasch, nel suo <em>La cultura del narcisismo</em>, scriveva anticipando un male che si sarebbe propagato a dismisura nei decenni successivi: <strong>“La fuga dalla politica, come viene definita dall’élite dirigenziale, può essere un segno che rivela la crescente riluttanza delle persone a partecipare al sistema politico nelle vesti di consumatori di spettacoli prefabbricati.</strong> Può non denotare affatto, in altre parole, un ritiro dalla politica, ma annunciare le fasi iniziali di una rivolta politica generale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, nella disaffezione, la rappresaglia si è insinuata nel linguaggio. Se una volta era criptico, asettico e oscuro, nel terzo millennio è volgare e grossolano. Una versione rappresenta la faccia opposta e uguale dell’altra. Il dibattito, nella piattaforma orizzontale, è appannaggio di tutti. Facebook, in particolare, consente di correre il rischio peggiore, cioè di alimentare lo sproloquio. Pertanto oggi le cose non vanno meglio di ieri. C’è chi, nella rivolta alla quale faceva riferimento Lasch, parla per allusioni, chi ad un destinatario perché intenda, chi scatena la trivialità, chi vede l’avversario come un nemico da abbattere. Raramente emerge un problema tangibile con una proposta sensata. Si giudica attraverso un <em>wrestling </em>rinnovato di giorno in giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da una recente indagine è emerso che su Facebook si va anche per trovare persone simili, che si gratificano reciprocamente con i “like” e con opinioni avvalorate a vicenda.</strong> Il mezzo è trasformato in una via di fuga dal <em>vis-à-vis</em>, in un confronto al riparo dagli altri per ottenere consensi fasulli, meccanici. Nella piazza virtuale tutto è ammesso, pur di piacere. Fateci caso: su Facebook si sentenzia, non si discute. In fuga dalla socialità in un’epoca di dissoluzioni collettive, per dirla ancora con Lasch, dove non si aprono nuovi confronti ma si presta il fianco ad un metodo malato: il consumatore di spettacoli rinuncia al sistema e costruisce il suo show dentro casa. I Matteo Renzi e i Beppe Grillo si moltiplicano all’infinito in una massa incompatibile di voci sovrapposte. È questo il risultato di un culturalismo frenetico e ipervisivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È da poco scomparso un uomo di cultura: il polacco di origine ebraica Zygmunt Bauman, sociologo, filosofo e antropologo che ha attraversato il Novecento, il nazismo, il comunismo, l’antisemitismo e il capitalismo. </strong>Nell’epoca postmoderna (termine talmente abusato al punto che non sappiamo più definirlo) Bauman aveva coniato il logismo di <em>società liquida</em>. Nei suoi saggi (in Italia pubblicati da Laterza) sostiene l’incertezza che ottenebra la società moderna derivante dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Lo smantellamento delle sicurezze in una civiltà nichilista, alimenta un individualismo in cui si cerca di non rimanere fuori dalla nevrotica partecipazione di massa (rapidità, permeabilità e mutevolezza risultano i fattori chiave sui quali si muove il mondo). Tra capitale e lavoro è subentrato il disimpegno, così come nei rapporti sentimentali, sempre più sfilacciati ed improvvisati. La società liquida è la società dell’incertezza, una sorta di “inferno portatile” dove si tende ad esistere attraverso la parola semplicistica. Zygmunt Bauman si è soffermato sulla modernità che produce esseri umani in esubero, sia perché le loro condizioni economiche sono precarie, al limite dell’indigenza, sia perché si sta perdendo l’abitudine a preservare l’uguaglianza. La persona è la maschera che ricopre un ruolo assegnato. È questa, parallelamente, la solitudine del cittadino globale del terzo millennio: obiettività e coscienza appaiono gravemente pregiudicate, spesso inconsapevolmente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>~</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come riscoprire la cultura, dunque? Non si sente il bisogno di ascoltare lezioni, di rivolgersi ad un pezzo da novanta per capire di più.</strong> Il giornalismo culturale può essere recuperato, ma senza l’attendibilità delle voci rimane lettera morta. Il pubblico chiede attenzione, ma non dimentichiamo che il nodo sta nel culto maniacale per la notizia. La necessità dell’approfondimento, della ricerca, dell’analisi dovrebbe essere il fuoco del dibattito, ma di fatto non lo è.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ecco un esempio tangibile. Si discute spesso su come incrementare la scoperta dei libri letterari, la vendita di testi poetici e critici.</strong> Di fatto la nostra contemporaneità rischia di essere desertificata da una mancata attenzione a partire dal mondo scolastico che non si occupa degli scrittori del secondo Novecento e del terzo millennio. Non è un mistero che gli insegnanti non leggano e non conoscano affatto il loro tempo attraverso i loro autori, e dunque che non siano propensi ad incoraggiare l’immersione nella letteratura contemporanea intesa come esperienza di vita. Non va meglio nelle università: ho amici che insegnano in vari atenei, da Milano a Napoli, e mi segnalano che le risorse intellettuali e materiali impiegate per la promozione dei contemporanei sono decisamente poche. Raramente viene ospitato un poeta in una scuola o in un dipartimento di italianistica. I libri rimangono confinati in uno spazio ristretto usufruito solo dagli addetti ai lavori. La poesia, peraltro, non è più considerata un prodotto di mercato e anche i romanzieri faticano ad uscire dalle catacombe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono tra coloro che incoraggiano recital, festival, incontri con l’autore e premi letterari, specie quelli che si compongono di una giuria popolare alla quale vengono dati in dotazione i volumi.</strong> Se la letteratura italiana sopravvive ancora è anche per l’impegno di chi contribuisce a farla respirare dotandosi di capacità organizzativa. E’ bene raggiungere un’utenza. Nascessero tanti festival come quello di Mantova, o iniziative emulative di ciò che viene realizzato a Pordenone o a Modena, la stessa poesia si salverebbe dall’oblio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I poeti, però, hanno un difetto costituzionale, l’autoreferenzialità.</strong> Se incominciassero a pensare al bene comune, al movimento di un pubblico come strumento cognitivo oltre l’attività della propria scrittura, le cose cambierebbero. Vengo da una terra, le Marche, dove Franco Scataglini, dalla sua residenza (che divenne un programma radiofonico su Radio Tre regionale nel biennio 1980-1981) coniugava la cultura con il senso della lingua poetica. Raccolse le forze emergenti di una straordinaria generazione insieme con la voce, in ideale controcanto, di maestri già riconosciuti (da Betocchi a Caproni, da Roversi a Scalia, a Turoldo). Che cosa significa scrivere/pensare/vivere qui piuttosto che in un astratto altrove? Questa era la domanda di Scataglini. La poesia si spezza come il pane e si serve a tavola, diceva nelle conviviali. È dai luoghi che bisognerebbe prendere il via per fare cultura, per il bisogno di scoprire un universo sepolto: da Dante a Petrarca, da Tasso a Leopardi, a Montale, fino ai letterati del 2018. Nella storia e nella geografia della cultura umanistica, come insegnava il dimenticato Carlo Dionisotti.</p>
<p><em>Alessandro Moscè</em></p>
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		<title>Simone Casetta fotografo di viaggi e di poeti. Ora a Parigi</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-casetta-fotografo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 14:26:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Simone Casetta sembra un uomo trasparente. Sembra un uomo di cristallo. Parole cristalline, rare, il privilegio di indossare il pudore in un mestiere ‘d’assalto’. Simone Casetta fa il fotografo. Quando fotografa, hai paura, toccandolo, che vada in mille pezzi, fragile come uno sguardo, come l’istante che l’istante dopo è altro. Casetta è fotografo d’eccellenza. Ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Simone Casetta sembra un uomo trasparente. Sembra un uomo di cristallo. Parole cristalline, rare, il privilegio di indossare il pudore in un mestiere ‘d’assalto’. Simone Casetta fa il fotografo. Quando fotografa, hai paura, toccandolo, che vada in mille pezzi, fragile come uno sguardo, come l’istante che l’istante dopo è altro. Casetta è fotografo d’eccellenza. Ha prestato il suo occhio per un mucchio di riviste, dal <em>Corriere della Sera </em>a <em>Der Spiegel</em>, da <em>Gente Viaggi </em>a <em>Vogue </em>e <em>Sportweek. </em>Visto che la fotografia è associata – errore, orrore – a una specie di prostituzione dello sguardo – fotografa quel che ti dico, chettifrega – Casetta, nel suo sito personale, <em><a href="http://www.simonecasetta.it">www.simonecasetta.it</a>,</em> sente la necessità di dichiarare i suoi ‘intenti’: “Il diniego, individuale o collettivo, è l’argomento trattato in quasi tutti i miei lavori”, scrive. E poi, “un altro argomento è la bellezza”. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-57975 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-300x300.jpg" alt="Casetta" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Tra politica e stupore. L’atto di sguardo di Casetta, un uomo trasparente, pacato, del tutto concentrato nel suo mezzo, è intellettuale. Casetta è trasparente perché tra sé e la macchina fotografica, che traduce ciò che vuole fermare per sempre, non ci sia pregiudizio. Giudizio, eventualmente. Casetta ha fotografato tanto, tantissimo. Dalle aule del Senato della Repubblica ai visi, scorticati dall’indifesa indifferenza, dei poeti. Da Cesare Paciotti agli chef alle fabbriche di ascensori. Soprattutto, Casetta è uno che viaggia. Questo, forse, gli piace più di altro. Scoprire lo sconosciuto, dare volto al sofferente – benché sia consapevole che introdursi in un viso equivalga a esplorare il Rio delle Amazzoni e lo Stige. Una sintesi dei suoi viaggi, epici e dolorosi, si mostra, fino al 17 dicembre, alla Galerie HorsChamps, poco fuori Parigi, nell’antologica <em>Fuori campo </em><a href="http://www.galerie-horschamp.fr/Actu/Actu.html" target="_blank" rel="noopener">(qui</a>). Quarant’anni di viaggi, in una sintesi violentemente espressiva. Di tersa potenza. Abbiamo dialogato con il fotografo, l’uomo trasparente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perché “Fuori campo”? Che cosa s’intende?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“È solo un gioco di parole che si riferisce al nome della galleria. <em>HorsChamp</em> infatti indica già il fuoricampo geografico dello spazio espositivo, che si trova in un delizioso paese di campagna a mezz’ora di treno dal centro di Parigi. Il gallerista ha trovato una corrispondenza con i dettagli apparentemente non centrali, ma fondanti, che diverse volte si trovano nelle fotografie che abbiamo scelto di mostrare”.</p>
<p><strong>Cosa significa il viaggio – e, probabilmente, affrontare lo sconosciuto – per un fotografo? Quale viaggio la ha ‘formata’, quale incontro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il viaggio è d’obbligo. La fotografia impone l’incontro e questo fatto diventa fonte di esperienza in senso completo. Ogni viaggio forma e ho avuto troppo dai viaggi e dagli incontri per riuscire a sceglierne uno solo”.</p>
<p><strong>Come mai la fotografia al posto, ad esempio, della parola scritta, della pittura? Come è nato il suo istinto per la fotografia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Perché mi innamorai a dieci anni delle fotografie di un libro. Era una monografia di Irving Penn le cui fotografie (specialmente i ritratti) mi davano un turbamento fisico che non sapevo spiegare. Cominciai allora a frequentare la camera oscura e a pasticciare con le prime riprese”.</p>
<p><strong>Come si fotografa: andando ‘all’assalto’ o guardando con discrezione? Nelle immagini relative alla mostra, che ho visto, lei affronta, così pare, l&#8217;immagine con un certo pudore. Ecco: ha senso il pudore per un fotografo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Si fotografa cercando la distanza appropriata, la distanza ‘giusta’. La distanza giusta implica il rispetto, la partecipazione, la parità, ma anche una vicinanza che deve tendere all’assoluto. Si dovrebbe fotografare solo mettendosi in qualche modo alla pari con la realtà che si ha di fronte, e il pudore riguarda soprattutto l’obbligo di evitare qualsiasi tentazione di autocompiacimento. Nella pratica, poi, quando ci si deve districare tra l’ignoranza di chi si oppone agli incontri necessari, o quando si devono superare ostacoli di natura materiale e logistica, lo sforzo di andare all’incontro implica anche una certa dose di sfacciataggine!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra i tanti progetti, ricordo quello sui “Poeti italiani”. Perché ritrarre – e così censire – i poeti? Forse il volto rispecchia l’opera di un artista, ne è il sunto, la sintesi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Perché come ben dice Jean Baudrillard, ‘è solo attraverso i frammenti del nome di Dio, dispersi nei labirinti della poesia, che si può intravvedere in filigrana il disegno originale’. A me interessa indagare questo disegno… All’inizio credevo di essere interessato solo ai volti dei poeti, ai loro ritratti nel senso letterale. Quando sono arrivato ad averne realizzati una settantina è successo un piccolo miracolo: i poeti hanno perso la loro singola importanza e ha cominciato a manifestarsi il ‘poetico’ da questo coro vario. Una sorpresa bellissima e interessante, inattesa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste una foto che avrebbe voluto fare, ma che non ha fatto? Che rapporto c&#8217;è tra l’immagine e la sofferenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Avrei voluto incontrare e fotografare Leonard Cohen, il poeta. Ma non ne ho avuto l’occasione. Immagine e sofferenza: domanda enorme a cui non si può rispondere con una sola frase. Vale però la regola di vicinanza alla quale ho già accennato e potrei aggiungere la nota frase di Robert Capa, il magnifico fotografo: ‘Quando fotografi, ama chi hai di fronte e faglielo capire’. Detto questo, anche la sofferenza può, anzi deve essere rappresentata. Con tatto, ovviamente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora? Cosa fa, ora? Verso quale forma è tentato, verso quale progetto è disposto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sto cercando di sopravvivere al lavoro sui poeti. Ho già fatto 118 dei 200 ritratti in programma e, se nessun mecenate interviene a darmi una mano, conto di non riuscire a finire prima di altri quattro o cinque anni. Nel frattempo, certamente, mi dedico anche ad altri argomenti. Ma i poeti restano al centro”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Federico Scardanelli</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-casetta-fotografo/">Simone Casetta fotografo di viaggi e di poeti. Ora a Parigi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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