<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>SE Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/se/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/se/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 29 Oct 2021 04:21:04 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>“Non dubitare di te stesso”. Su una poesia di Rudyard Kipling</title>
		<link>https://www.pangea.news/rudyard-kipling-poesia-se/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/rudyard-kipling-poesia-se/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Oct 2021 04:21:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Rudyard Kipling]]></category>
		<category><![CDATA[SE]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=87943</guid>

					<description><![CDATA[<p>Come non credere al destino, se spesso libri introvabili mi cercano (o, meglio, mi aspettano), trovandomi stupito ed esterrefatto, pronto a sfogliarli e a portarli via con me? Difatti, poche settimane fa mi è capitato tra le mani, chissà dove, a metà prezzo, un libro del quale non avrei mai detto! Si tratta delle poesie [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rudyard-kipling-poesia-se/">“Non dubitare di te stesso”. Su una poesia di Rudyard Kipling</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Come non credere al destino, se spesso libri introvabili mi cercano (o, meglio, mi aspettano), trovandomi stupito ed esterrefatto, pronto a sfogliarli e a portarli via con me?</p>
<p>Difatti, poche settimane fa mi è capitato tra le mani, chissà dove, a metà prezzo, un libro del quale non avrei mai detto! <strong>Si tratta delle poesie di Rudyard Kipling, pubblicate nell’aprile del 1989 da Mondadori, per la cura di Franco Buffoni. </strong></p>
<p>E, tra queste, ne spicca una che del dubbio ne fa vanto o, per meglio dire, saggezza. Come a dire che se nel mondo non ci ponessimo domande, forse faremmo bene a imparare a farcele. La poesia in questione s’intitola <em>SE</em>&#8230;, ed il vecchio proprietario della silloge ha voluto proprio evidenziarla, sicuramente per dare un messaggio al fortunato, futuro, acquirente del suo libro. Non potevo non notarla, tanto ha voluto aprire quelle pagine, magari leggendo e rileggendo chissà quante volte proprio quella poesia.</p>
<p>E manco a farlo apposta, è una poesia che mi è venuta in aiuto nel momento più opportuno, e tutt’ora mi soccorre. <strong>Sì perché sono sonnambulo come quel Pasternak annientato dal regime. Sono provato, piuttosto mezzo esaurito, da vari smacchi editoriali, mie scritture infinite</strong>, e soprattutto dalla cura imprescindibile ‒ opportuna, quanto snervante ‒ per mia madre.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-87944 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/10/ballate-delle-baracche-177x300.jpg" alt="" width="288" height="485" /></p>
<p>Ciò nonostante, eccola di nuovo ‒ sempre! ‒ la poesia che salva da qualsiasi circostanza, quasi fosse una preghiera, un offrire non distratto ma circoscritto, certo, per il bene mio, e fors&#8217;anche di tutti:</p>
<p>Se riesci a non perdere la testa, quando tutti intorno<br />
La perdono, e se la prendono con te;<br />
Se riesci a non dubitare di te stesso, quando tutti ne dubitano,<br />
Ma anche a cogliere in modo costruttivo i loro dubbi;<br />
Se sai attendere, e non ti stanchi di attendere;<br />
Se sai non ricambiare menzogna con menzogna,<br />
Odio con odio, e tuttavia riesci a non sembrare troppo buono,<br />
E a evitare di far discorsi troppo saggi&#8230;</p>
<p>Come fossero questi versi un incoraggiamento piovuto dal cielo; e invece li ha scritti Kipling, un grandissimo scrittore, che non sapevo essere poeta. Ma di quelli, tra l’altro, che insinuano il dubbio, la domanda, per farci sentir vivi, in un mondo che spesso è il contrario di quello che pensavamo fosse.</p>
<p><strong>Dunque, le sue parole corroboranti mi danno forza. E so che, nel tempo, daranno pure buoni frutti; o, almeno, questo spero.</strong> Anche se per ora il livore, come un umore ballerino, continua a insinuarsi a tratti nel mio cervello, sbalestrando a volte il cuore.</p>
<p>Eppure:</p>
<p>Se sai piegarti a ricostruire, con gli utensili ormai tutti consunti,<br />
Le cose a cui hai dato la vita, ormai infrante;</p>
<p>Se di tutto ciò che hai vinto sai fare un solo mucchio<br />
E te lo giochi, all’azzardo, un’altra volta,<br />
E se perdi, sai ricominciare<br />
Senza dire una parola di sconfitta;<br />
Se sai forzare cuore, nervi e tendini<br />
Dritti allo scopo, ben oltre la stanchezza,<br />
A tener duro, quando in te nient’altro<br />
Esiste, tranne il comando della Volontà&#8230;</p>
<p>Dunque, dal 1895 (l’anno nel quale ha scritto la sua poesia) Kipling oggi parla a me, come a tutto il mondo. Il suo messaggio è inequivocabile, potente: sprona!</p>
<p>Se né amici né nemici riescono a ferirti,<br />
Pur tutti contando per te, ma troppo mai nessuno;<br />
Se riesci a occupare il tempo inesorabile<br />
Dando valore a ogni istante della vita,<br />
Il mondo è tuo, con tutto ciò che ha dentro,<br />
E, ancor più, ragazzo mio, sei Uomo!</p>
<p>Come a dire, che esiste soltanto un azzardo inestinguibile da provare sempre sulla propria pelle, ed è quello di diventare uomo; di comportarsi come un uomo; di essere quell’uomo che febbrilmente cavalca, tentando inutilmente di domare, il minotauro.</p>
<p><strong><em>Giorgio Anelli</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rudyard-kipling-poesia-se/">“Non dubitare di te stesso”. Su una poesia di Rudyard Kipling</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.pangea.news/rudyard-kipling-poesia-se/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/10/William_Strang_The_author_Rudyard_Kipling-867x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento… siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos”. Ecco come si vince un premio: Thomas Bernhard</title>
		<link>https://www.pangea.news/thomas-bernhard-premio-mongelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2020 08:37:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Cosimo Mongelli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Veronesi]]></category>
		<category><![CDATA[SE]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Bernhard]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=77661</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il trionfo, il secondo trionfo (poiché non c’è limite al peggio), di Sandro Veronesi al quel che resta del Premio Strega, è oramai agli annali. Notizia che rimbalza ovunque sul web e sull’etere, notizia che rimbalza assieme alle parole a margine dello stesso vincitore. Veronesi parte subito col piglio che nemmeno l’ultimo soldato tornato mutilato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/thomas-bernhard-premio-mongelli/">“Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento… siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos”. Ecco come si vince un premio: Thomas Bernhard</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il trionfo, il secondo trionfo (poiché non c’è limite al peggio), di Sandro Veronesi al quel che resta del Premio Strega, è oramai agli annali. Notizia che rimbalza ovunque sul web e sull’etere, notizia che rimbalza assieme alle parole a margine dello stesso vincitore. Veronesi parte subito col piglio che nemmeno l’ultimo soldato tornato mutilato dal fronte: “È tipico degli italiani vincere in condizioni estreme. Rendo meglio con la pistola alla tempia: in questo mi sento un italiano vero” per poi infarinarsi sotto le commoventi pale di un Mulino Bianco: “Sto pensando alla mia famiglia, ai miei figli, a mia moglie, ai miei fratelli. Sto pensando agli amici che mi hanno sostenuto, che hanno votato il libro”. <img decoding="async" class=" wp-image-77662 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro1-5-178x300.jpg" alt="" width="250" height="421" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-5-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro1-5.jpg 600w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />Eccolo ordunque avventurarsi in frasi criptiche ed enigmatiche: <em>“</em>Sto pensando all’uomo nuovo, che poi è una donna (?). A tutte le persone nuove che ci sono e a tutte le navi in mare. Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. Per poi concludere nel nonsense più assoluto: “C’è un paesaggio diverso, nativi digitali che adesso leggono, che hanno un atteggiamento diverso e questo uno lo percepisce”<em>.</em> Non è chiaro chi siano questi nativi digitali che <em>adesso leggono,</em> quando e dove Veronesi li abbia visti e se, soprattutto, leggono i<em> suoi</em> di libri. E in questo caso, tanto vale che ritornino a non leggere. Per dare un senso a questo amaro pezzo e per ammantarlo di beltà dopo cotanto tedio, voglio riportare tutt’altre parole, di tutt’altro scrittore a tutt’altra premiazione. <strong>Le parole di Thomas Bernhard, in occasione del conferimento del <em>Premio di Stato austriaco per la letteratura</em>. Siamo nel 1968.</strong>  Bernhard sale sul palco, in platea c’è tutto il peggio che possa rappresentare il paese. Ministri compresi. Lo scrittore mette in piedi una spassosa <em>lectio magistralis</em>. Un gigante al cospetto dei nani:</p>
<p><em>“Pregiatissimo signor ministro,</em></p>
<p><em>pregiatissimi presenti,</em></p>
<p><em>nulla è da lodare, nulla da maledire, nulla da accusare, ma il più è ridicolo; tutto è ridicolo, quando si pensa alla morte.</em></p>
<p><em>Si procede lungo la vita, turbati, non turbati, attraverso la scena, tutto è permutabile, nello stato-palcoscenico meglio o peggio ammaestrati: un errore!</em></p>
<p><em>Si comprende: un popolo ignaro, un paese stupendo – padri morti o coscienziosamente senza coscienza, uomini con la semplicità e la viltà, con la povertà dei loro bisogni…</em> <em>È tutto un antefatto in sommo grado filosofico e insopportabile.</em></p>
<p><em>Le ere della storia sono frenasteniche, il demonico in noi un incessante carcere patriottico in cui gli elementi della stupidità e dell’intransigenza sono divenuti bisogno quotidiano.</em> <em>Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento, il popolo una creazione infallibilmente condannata all’infamia e alla stupidità. La vita disperazione, a cui le filosofie si appoggiano, in cui tutto, in fondo, deve impazzire.</em></p>
<p><em>Noi siamo austriaci, noi siamo apatici; siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso della megalomania come futuro nel processo della natura.</em></p>
<p><em>Nulla abbiamo da narrare, se non la nostra miseria, travolti dall’immaginativa di una monotonia filosofico-economico-meccanica.</em> <em>Strumenti al servizio della fine, creature dell’agonia, tutto a noi si rivela, nulla comprendiamo.</em></p>
<p><em>Popoliamo un trauma, temiamo noi stessi, abbiamo il diritto di temerci, già contempliamo, sia pur indistintamente, lo sfondo: i giganti dell’angoscia.</em></p>
<p><em>Quel che pensiamo è già pensato,</em></p>
<p><em>quel che sentiamo è caotico,</em></p>
<p><em>quel che siamo non è chiaro.</em></p>
<p><em>Non dobbiamo vergognarci, ma non siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos.</em></p>
<p><em>Ringrazio a mio nome e a nome dei premiati questa giuria, ed espressamente tutti i presenti”.</em></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77663 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/libro2-5-163x300.jpg" alt="" width="270" height="497" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-5-163x300.jpg 163w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-5-557x1024.jpg 557w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/libro2-5.jpg 591w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" />Da spellarsi le mani e poi asciugarsi le lacrime. E per contraltare alla nenia filosofica sul mondo irreale di Veronesi visto con gli occhi di un Fabio Fazio, si può chiudere questo scritto sempre con Thomas Bernhard, sempre in occasione di una premiazione, il<em> Premio letterario città di Brema.</em> E la chiosa al suo sontuoso discorso: <em>“Siamo spaventati dalla chiarezza di cui all’improvviso è fatto per noi il nostro mondo, il nostro mondo di scienza; sentiamo freddo in questa chiarezza; ma questa chiarezza l’abbiamo voluta, l’abbiamo suscitata noi, non possiamo dunque lamentarci del freddo che ora impera. Con la chiarezza il freddo aumenta. Questa chiarezza e questo freddo d’ora in poi regneranno sovrani. (&#8230;) Tutto sarà chiaro, di una chiarezza sempre più alta e sempre più profonda, e tutto sarà freddo, di un freddo sempre più terribile. Avremo in futuro l’impressione di una perpetua giornata, perennemente chiara e perennemente fredda. Vi ringrazio per l’attenzione. Vi ringrazio per l’onore che oggi mi avete tributato”. </em></p>
<p>Ringraziamo anche noi Thomas Bernhard. E chi ne vuol leggere ancora, si procuri i tomi <em>I miei premi</em> (Adelphi) ed <em>Eventi</em> (stupenda edizione della SE) dai quali son tratti questi splendidi squarci di genio. E lasciamo che gli unici colibrì credibili siano quelli che si librano nei boschi. Quelli dello Strega, son di cartapesta.</p>
<p><strong><em>Cosimo Mongelli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/thomas-bernhard-premio-mongelli/">“Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento… siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos”. Ecco come si vince un premio: Thomas Bernhard</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/thomas_bernhard_0-1000x600-1.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“L’estremo dei miei crimini sarà assassinare il Re degli Inferi”. Sull’arte della poesia d’addio, che sfida la morte</title>
		<link>https://www.pangea.news/poesia-daddio-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Nov 2019 05:23:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Akutagawa]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Tinti]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[Mishima]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Civardi]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[ronin]]></category>
		<category><![CDATA[SE]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=71675</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’ultima parola ricapitola o rivela. È la summa di una esistenza o uno scoppio. L’estasi – il cappio. * Penso alle ultime parole di Lev Tolstoj, come sono state registrate da amici, parenti. A seconda della fede che prestiamo alla testimonianza del giornalista e scrittore Vladimir Pozner (secondo cui Tolstoj avrebbe detto, prima di spirare, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-daddio-recensione/">“L’estremo dei miei crimini sarà assassinare il Re degli Inferi”. Sull’arte della poesia d’addio, che sfida la morte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultima parola ricapitola o rivela.</strong> È la summa di una esistenza o uno scoppio. L’estasi – il cappio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.pangea.news/il-mistero-delle-ultime-parole-di-lev-tolstoj-lo-scrittore-che-voleva-vincere-la-morte/?relatedposts_hit=1&amp;relatedposts_origin=71675&amp;relatedposts_position=0" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Penso alle ultime parole di Lev Tolstoj</a>, come sono state registrate da amici, parenti. A seconda della fede che prestiamo alla testimonianza del giornalista e scrittore Vladimir Pozner (secondo cui Tolstoj avrebbe detto, prima di spirare, ispirato ad evangelizzare, “Vi sono sulla terra migliaia di uomini che soffrono: perché volete soltanto occuparvi di me?”) e a quella del figlio del conte Lev, Sergej (“Andrò in qualche posto dove nessuno possa disturbarmi… Lasciatemi in pace…”), cambia la nostra visione complessiva di Tolstoj. Da un lato c’è il predicatore, lo scrittore cristiano e cristico, coerente con il suo credo; <strong>dall’altra un uomo inquieto, che in punto di morte si libera di ogni finzione, non sopporta più l’uomo, è una specie di delirante Kurtz.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-71676 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/jisei-poesie-dell-addio-162x300.png" alt="" width="193" height="357" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/jisei-poesie-dell-addio-162x300.png 162w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/jisei-poesie-dell-addio-552x1024.png 552w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/jisei-poesie-dell-addio-768x1426.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/jisei-poesie-dell-addio-828x1536.png 828w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/jisei-poesie-dell-addio.png 862w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" />Le ultime parole prima del nulla: una traccia verbale per permettere l’estremo ricongiungimento, dopo la fine – pensando che ci siano possibilità, nell’al di là –, <strong>oppure una formula per cancellarle tutte, le tracce?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le ultime parole: <strong>estrema finzione – gratificata dagli ultimi istanti – o istante in cui finalmente dire la verità,</strong> per quanto atroce, visto che la morte ci aliena dal giudizio degli uomini?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Viaggio Milano-Rimini: la pianura padana è un illecito onirico, divora al sonno. Oppure, alla lettura. In uno dei su-e-giù compro un libro che mi pare prezioso. Ornella Civardi, che ricordo perché ha tradotto i magnifici <em>Racconti in un palmo di mano </em>di Yasunari Kawabata (Marsilio, 2002), le poesie di Ikkyu (Ubaldini, 2012), <em>La spada </em>di Yukio Mishma (SE, 2009), <strong>ha antologizzato una raccolta di “poesie dell’addio”, <em><a href="https://www.ibs.it/jisei-poesie-dell-addio-libro-vari/e/9788867232468" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Jisei</a> </em>(SE, 2017). Leggendo, imparo che “<em>Jisei</em> si chiama in giapponese l’ultima poesia, quella composta quando il mondo attorno comincia, silenziosamente, ad allontanarsi e si resta soli con se stessi di fronte al passo più difficile”.</strong> Quando si muore – e se ne avverte il morso, oppure la sua profezia, ponendosi, comunque, sul confine della fine – si scrive se stessi: il sangue è calligrafia, il corpo è verbo, il resto è illusione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"> Se ci si uccide, lo si fa sul filo teso della tensione poetica. Qualche anno fa il poeta Gabriele Tinti ha pubblicato un libro provocatorio e terso, <em><a href="http://www.gabrieletinti.com/last-words/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Last words</a> </em>(Skira, 2016), in cui ha raccolto, dalla rete, le parole ultime di ignoti suicidi. Il loro riconoscimento – non sempre tragico – dettato da alcune frasi, consegnate (segno di gratitudine o di vendetta?) ai posteri. Ma cosa si decide di consegnare: un interrogativo, una giustificazione, un cenno di rabbia oppure un ultimo refluo di bellezza? <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/nella-rete-delle-ultime-parole-non-famose-1210453.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Leggendo quel libro</a> mi tornò una poesia di Vittorio Sereni, tra le più belle, <em>Intervista a un suicida, </em>con quell’incipit vertiginoso, “L’anima, quella che diciamo l’anima e non è/ che una fitta di rimorso…”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’antologia ha qualcosa di memorabile – più si sfiorisce, più si resta, in effetti. Dalla poesia di Ono no Komachi (“Che malinconia/ se penso alla fine,/ il mio corpo/ sopra i prati in rigoglio/ sfumare in nebbia sottile…”) a quella di Mishima, che serra il libro (“Cadono i fiori/ precedendo quanti/ ancora indugiano,/ sotto le raffiche del vento/ di questa nostra notte”; “Mishima compose il suo addio il 23 novembre, due giorni prima di eseguire il piano che aveva messo a punto per mesi con minuzia maniacale e che avrebbe dovuto regalargli la vera gloria”), passano mille anni. <strong>Il paradosso – del tutto nipponico – è che la poesia dell’addio scandisce un genere poetico particolare, sancito da regole ferree (toni, temi). Anche in punto di morte, bisogna obbedire a un limite – per renderlo illimitato.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A chi serve l’ultima poesia? È un cartiglio per convincere i morti a non accanirsi su di noi, nell’al di là; è un messaggio ai vivi, di conforto o di stralunato stupore; è una incitazione a se stessi? Gessen Zenne, nel 1781, maestro zen della scuola Rinzai, scrive, con istrionica violenza:</p>
<p style="text-align: justify;">Alla sbarra<br />
del giudizio finale<br />
nemmeno provo<br />
a occultare le colpe.<br />
L’estremo<br />
dei miei crimini<br />
sarà assassinare<br />
il Re degli Inferi.</p>
<p style="text-align: justify;">Di ogni autore la Civardi dettaglia una didascalia degli ultimi istanti. <strong>“Non molto prima di morire, sotto un suo autoritratto, Gessen Zenne volle lasciare scritto: ‘Uccidere e non lasciare in vita o lasciare in vita e non uccidere? Chi s’incarica di dar la vita e la morte? Questi settantotto decrepiti anni’”.</strong> Il monaco non si abbatte alla fine, combatte, e risolve il tema atavico (vita&amp;morte) in uno sketch.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima poesia – d’altronde, lo scheletro di un uomo ha scansione di haiku… – è una tradizione trasversale in un mondo in cui la poesia è connaturata all’educazione, alla statura: la praticano monaci e samurai, nobili e commercianti. Questo è il segno ultimo – la parola che ingioiella una esistenza – di <strong>Manji Takao, geisha che nel “quartiere dei piaceri di Edo… con il suo fascino aveva surclassato le altre bellezze della cosiddetta ‘città della notte’”, siamo nel 1660: “Al vento d’inverno/ si consuma e cade presto/ la foglia di porpora”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La poesia ultima è colpire un lago con il pugnale, sfrecciare nell’enigma: a quale tradizione appartiene? Prepararsi alla morte, devolvere la paura della fine in definitiva bellezza. <strong>Che genio: congedarsi dalla vita con un gesto di suprema meraviglia, fugace come un fiore, letale come una lama, la poesia.</strong> Morikawa Kyoriku, discepolo di Basho, nel 1715 sfotte la morte e i viventi con un estremo tocco di narcisismo:</p>
<p style="text-align: justify;">Solo alle schiappe<br />
ho sempre pensato<br />
toccasse morire:<br />
se tocca anche ai bravi,<br />
sarà migliore il concime.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito, la poesia definitiva definisce un paesaggio, in quieta contemplazione, un congedo intriso di malinconia <strong>(“Nel cimitero/ lucciole tardive,/ due o tre”, canta Kato Gensho, il poeta calligrafo, che “quando ebbe finito, ancora con il pennello in mano, si accasciò al suolo e spirò”);</strong> a volte si preferisce lo scherzo informale, l’inconsueto, la cinica ironia (questa è l’ultima poesia, prima di uccidersi, del grande scrittore Ryunosuke Akutagawa: “Un filo si moccio/ l’ultima luce prima del buio/ sulla punta del mio naso”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è invece il congedo di Terasaka Kichiemon, l’unico dei 47 <em>ronin</em>, il più giovane, a cui fu concesso di restare in vita, per dar memoria dei fatti, clamorosi, accaduti nel 1701, quando ai samurai senza padrone, eroici, fu obbligato di ammazzarsi. Anche in punto di morte, nel 1747, il suo ricordo torna a quei momenti, <strong>perché a volte la nostra vita, per quanto vasta, è risolta in una scelta singolare, che ci beatifica o ci agghiaccia:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel tempo della fioritura<br />
non fui ammesso tra i fiori,<br />
ma ora, nel cadere,<br />
mi mostrerò io pure<br />
figlio del ciliegio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">C’è qualcosa di violento nel lasciare ai vivi l’onere di interpretare le parole ultime: vincere il senso di colpa, l’inadeguatezza. D’altronde, di fronte a una morte tragica raccattiamo ogni briciola verbale per giustificare l’eccesso, l’atto. <strong>Alcuni poeti, maestri nell’arte del <em>jisei</em>, venivano assunti per questa particolare pratica: redigere parole indimenticabile in previsione della morte. Tanatoesteti del verbo</strong>, agivano celati nella morte altrui, come sciamani, a interpretare una vita alla luce della fine. Così la poesia divenne quasi un servizio liturgico. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina: Takeshi Kitano, protagonista del film da lui scritto e diretto, &#8220;Sonatine&#8221; (1993)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-daddio-recensione/">“L’estremo dei miei crimini sarà assassinare il Re degli Inferi”. Sull’arte della poesia d’addio, che sfida la morte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/sonatine-1024x586.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Non immaginavo che la letteratura esigesse una vita di fede fanatica”. Le lettere di Yukio Mishima a Kawabata</title>
		<link>https://www.pangea.news/mishima-kawabata-un-rapporto-intenso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2019 04:38:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Amitrano]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[SE]]></category>
		<category><![CDATA[Yasunari Kawabata]]></category>
		<category><![CDATA[Yukio Mishima]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=68455</guid>

					<description><![CDATA[<p>Avevano 26 anni di differenza, due caratteri all’apparenza opposti, uno potrebbe essere il ramo di un ciliegio l’altro la spada di un samurai. Secondo la leggenda, però, è il ciliegio a vincere il ferro. Yasunari Kawabata, nato nel 1899, è il primo Nobel per la letteratura giapponese. L’alloro gli accade nel 1968; tra i sui [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mishima-kawabata-un-rapporto-intenso/">“Non immaginavo che la letteratura esigesse una vita di fede fanatica”. Le lettere di Yukio Mishima a Kawabata</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Avevano 26 anni di differenza, due caratteri all’apparenza opposti, uno potrebbe essere il ramo di un ciliegio l’altro la spada di un samurai.</strong> Secondo la leggenda, però, è il ciliegio a vincere il ferro. Yasunari Kawabata, nato nel 1899, è il primo Nobel per la letteratura giapponese. L’alloro gli accade nel 1968; tra i sui capolavori spicca <em>Il paese delle nevi</em> e <em>Il suono della montagna</em>, da poco riprodotto da Bompiani, nella traduzione di Atsuko Ricca Suga. A lei – nata nel 1929, di cui sarebbe bene pubblicare i deliziosi scritti – e a Mario Teti e a Cristiana Ceci e a Giorgio Amitrano – curatore, per altro, del ‘Meridiano’ che raccoglie alcuni tra i <em>Romanzi e racconti </em>di Kawabata – va il mio grazie, in ginocchio. Leggendo loro, infatti, so che Kawabata è uno degli autori che mi hanno segnato a fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Kawabata, che è stato un grande lettore di Marcel Proust, Henry James, James Joyce, sul palco del Nobel cita, tra i suoi maestri, il poeta giapponese Saigyo, vissuto nel XII secolo; <strong>di lui diceva un amico che “scrive soltanto seguendo l’occasione come si presenta, seguendo l’ispirazione – è simile al vuoto del cielo che si colora al passaggio di un arcobaleno scarlatto”. Kawabata cerca tale naturalezza</strong>, per questo i suoi scritti sembrano visi istoriati nella neve: se li tocchi, svaniscono, se non sei svelto a intuirne le ombre e le opacità puoi scambiare un uomo per un falco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68456 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/kawabata-216x300.jpg" alt="" width="216" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/kawabata-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/kawabata.jpg 370w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" />Il romanzo più conturbante di Kawabata s’intitola <em>La casa delle belle addormentate </em>(è in catalogo Mondadori). Il centro del romanzo è un bordello dove avventori anziani, per non dire vecchi, passano la notte dormendo al fianco di bellissime ragazze – per non dire minorenni – rese immobili dal sonnifero. “‘Scherzi di cattivo genere non ne faccia: non sta bene neppure infilare le dita nella bocca delle ragazze che dormono’, raccomandò la donna al vecchio Eguchi”. Così l’incipit.<strong> Il contrasto erotico è violento: ciò che dovrebbe morire, che ha afrore di morte – i vecchi – gode della presenza, con segreta lussuria, di chi dovrebbe mordere la vita</strong> – le ragazze – ma è arreso a un sonno artificiale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo più bello, però, è <em>Il maestro di go</em>. Davanti al gioco di strategia tradizione, il go – più articolato, fino all’ossessione boschiva, degli scacchi – si sfidano l’antico maestro, destinato a soccombere, e il giovane, audace, fenomeno. Qui Kawabata insegna che c’è una vittoria più profonda nel cadere, una gloria più ampia nella sconfitta. Si agita, qui, la genealogia di Kawabata, erede di una decaduta etnia di samurai. <strong>Piccolo, basso, delicatissimo, quasi una fiala di cristallo, quasi inesistente – ma non è questo, ancora, il senso dello scrivere: scrivere fino a cancellarsi? – Kawabata mostra di sé l’elsa ossea, l’indistruttibile. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La disciplina di Kawabata, che cerca una lingua pura come la luce ma capace di sezionare l’ombra, affascina il giovane Yukio Mishima, che ancora si chiama Kimitake Hiraoka: il legame epistolare tra i due – testimoniato, in Italia, da: Yasunari Kawabata-Yukio Mishima, <em>Lettere</em>, Se, 2002, a cura di Lydia Origlia, sia lode a lei – dura dal 1945 fino alla morte di Mishima. In quegli anni Kawabata scrive e pubblica i suoi capolavori; Mishima va elaborando il primo grande libro, <em>Confessioni di una maschera. </em><strong>Kawabata, come i veri maestri, non ha vezzi da maestro: non desidera allievi o discepoli né sodali, ma amici. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1966 Mishima pubblica <em>La voce degli spiriti eroici </em>e progetta il ciclo ‘Il mare della fertilità’; così scrive al maestro: <strong>“Mi pare che la letteratura abbia assunto in questi ultimi tempi un carattere tra il mondano e il pantofolaio, che mi riesce insopportabile. Non ho nessuna voglia di leggere opere di borghesi beneducati. Al tempo stesso, i trucchi e i bluff della critica letteraria hanno un qualcosa di mostruoso – segno incontestabile della corruzione di questo ambiente”.</strong> Cinque anni prima Mishima aveva proposto Kawabata per il Nobel, decrittandone l’opera: “I libri di Yasunari Kawabata coniugano la delicatezza alla fermezza, l’eleganza alla coscienza degli abissi della natura umana; il loro nitore cela un’insondabile tristezza, e sono moderne pur ispirandosi esplicitamente alla filosofia solitaria dei monaci del Giappone medioevale”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella lettera che ho ricalcato si legge l’ineluttabile della missione letteraria e la necessità di tradurre il verbo in atto. </strong>Questa vitalità è assente in Kawabata, che adotta una vita nella neve.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La morte di Mishima, eclatante, nel 1970, strazia l’anziano maestro. <strong>“Dopo il <em>seppuku</em> di Mishima nel novembre del 1970, confida di sentire lo spirito dell’amico che lo chiama a sé”</strong> (Ornella Civardi). In uno degli ultimi racconti, <em>Voce di bambù fiori di pesco</em>, Kawabata racconta, con tratti impressionistici, dove la trama è assente, l’illuminazione di Miyagawa: nella sua gola precipita il creato tutto (“Lo sparviero era immobile. Miyagawa lo guardava trattenendo il fiato, come penetrato dalla potenza che emanava. Gli pareva che la forza dell’animale si trasmettesse anche all’albero secco… Anche l’uccello, ora che lo aveva veduto, sarebbe rimasto per sempre dentro di lui. Che cosa era venuto a dirgli? Se la sua apparizione rappresentava un fausto presagio, di che natura sarebbe stata la fortuna, la felicità che stava per toccargli?”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Kawabata si uccide il 16 aprile 1972, a 72 anni. Riguardo alla sua tomba, aveva detto, alcuni anni prima, <strong>“Non vi avrei fatto incidere il mio nome né alcuna data. Solo chi mi conosceva avrebbe saputo che era la mia tomba. Gli altri ne avrebbero apprezzato la tranquilla bellezza e sarebbero passati oltre”. </strong>I nomi si sciolgono, come neve, resta un gorgoglio di pietra a dire che fu un uomo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68457 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/libro2-3-167x300.jpg" alt="" width="167" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro2-3-167x300.jpg 167w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro2-3-571x1024.jpg 571w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro2-3.jpg 722w" sizes="(max-width: 167px) 100vw, 167px" />18 luglio 1945</em></p>
<p style="text-align: justify;">La guerra imperversa con sempre maggior violenza, e il tavolo su cui scrivo mi sembra sempre più angusto, giorno dopo giorno: ho soltanto lo spazio per posarvi un foglio. E poiché non posso neppure appoggiarvi i gomiti, fatico persino a muovere la penna. <strong>Lavorare pazzamente, in circostanze simili, significa esser fedeli al sacro spirito della letteratura? Lo ignoro. Vado avanti solo nella convinzione quasi disperata di esser fedele a qualcosa.</strong> A dire il vero non presumo che da un lavoro così forsennato possa nascere una grande letteratura nazionale. E neppure un nuovo linguaggio, o un nuovo stile, o una nuova letteratura in genere. Mi chiedo spesso cosa significhi, nell’autentico significato del termine, “il nuovo” in letteratura. Non può trattarsi solo di “imprimervi il suggello ardente della coscienza dell’epoca”: dovrebbe significare anche saper “cantare con la calma impavida di un idiota gli attimi assurdi, vertiginosi che compongono il presente”, e rappresentare inoltre una novità nel lessico, nello stile e nella forma che superi ogni concetto di vecchio e di nuovo… Io stesso non comprendo che senso abbia questa mia situazione così terribile e complessa, e <strong>tutto quello che sono in grado di dire è che mi agito con l’arrendevolezza di un burattino manovrato dagli dèi, accarezzando un desiderio del tutto banale e comune, ossia di comporre un racconto magnifico, come nessuno è più in grado di scrivere</strong>, un racconto per cui chiunque, leggendolo, debba esclamare: “Com’è bello!”, e questo stolto desiderio mi domina con la stessa ineluttabilità di una male incurabile. Quale significato potrà mai avere? Si tratta soltanto di un triste sotterfugio simile a quello che spinge a inventare un edulcorante quando il vero zucchero viene a mancare? A cosa sono fedele nella folle, egoistica convinzione di “essere fedele a qualcosa”?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non immaginavo che la letteratura esigesse una vita di fede fanatica e di dubbio, simile a quella di un Martin Lutero. </strong>Ho a lungo pensato che fosse fatale per la letteratura seppellire la vita quotidiana. Credevo che creare una letteratura significasse avere il tempo di vivere le esigenze secondarie per poter pensare a ciò che è essenziale. Ma ho forse il diritto di pontificare sulla “vita”?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso all’epoca in cui i grandi, magnifici sauri della preistoria andarono improvvisamente incontro all’estinzione a causa del rigore delle condizioni ambientali: cosa sarebbe accaduto se molti di loro fossero riusciti a sfuggire al pericolo e a riprodursi in qualche luogo? </strong>Suppongo che nelle loro abitudini e nei loro comportamenti si sarebbero ostinatamente conservate le tracce di una specie in “via d’estinzione”. E per aver vissuto quell’estinzione, ossia una condizione antitetica alla vita, sarebbero a poco degenerati. E alla fine avrebbero conosciuto l’annientamento senza alcun bisogno dell’intervento umano. Non è forse possibile riconoscere anche in letteratura l’esistenza di limiti alla vita e all’esperienza, limiti invalicabili e che sfuggono all’ambito dell’esperienza letteraria (nel senso in cui l’intendeva Rilke)? Non verrà forse il momento in cui sarò costretto alla dolorosa scelta di realizzare, al di fuori dell’ambito della letteratura, le mie fatalistiche, letterarie visioni?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Yukio Mishima</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mishima-kawabata-un-rapporto-intenso/">“Non immaginavo che la letteratura esigesse una vita di fede fanatica”. Le lettere di Yukio Mishima a Kawabata</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/mishima-kawabata-1024x676.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
