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	<title>sacerdote Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 07:45:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una leggenda racconta che Dio non annienta la letteratura per merito di un manipolo di giusti dei libri, che si adopera, infaticabile, per divulgare, recensire, ma soprattutto leggere e segnalare le opere che meritano di sopravvivere. Si tratta di oscuri insegnanti, magazzinieri, infermieri, banconisti di macelleria, cui raramente viene data voce nei grandi palcoscenici. Fabio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabio-orrico-libri-romanzi-scrittura-cinema/">“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una leggenda racconta che Dio non annienta la letteratura per merito di un manipolo di giusti dei libri, che si adopera, infaticabile, per divulgare, recensire, ma soprattutto leggere e segnalare le opere che meritano di sopravvivere. Si tratta di oscuri insegnanti, magazzinieri, infermieri, banconisti di macelleria, cui raramente viene data voce nei grandi palcoscenici.<strong> Fabio Orrico è un giusto dei libri: un grande lettore. È promotore culturale, creatore di riviste on line, blogger e vlogger, recensore vigoroso di libri e film. Uomo appassionato, cultore della parola e delle immagini, affascinato dai segni e dalle icone, non smette di cercarne. </strong>Si sa per certo che Fabio è un famelico cultore di letteratura e cinema, ne appare come drogato. Non è raro assistere a questa scena: Fabio, alla luce di un faretto, legge le ultime pagine di un libro. Lo richiude. Ci pensa un po’ su, ma proprio poco. Qualche secondo. Se ne esce con un commento fulminante regalato al soffitto. Lo ripone su un ripiano. Ne piglia un altro, da una fila proprio accanto. Lo apre. Si abbandona nuovamente alla sua estasi mistica, senza soluzione di continuità, impossibile distrarlo. Un libro via l’altro. Di lui si dice che legga al posto di respirare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcuno dice che per saper scrivere bene è necessario leggere molto. Beh, in Fabio la condizione essenziale è rispettata.</strong> Poeta (<em>Strategia di contenimento</em>, <em>Della violenza</em>), si è cimentato con il thriller (<em>Giostra di Sangue </em>ed <em>Estate nera</em>, scritti a quattro mani con Germano Tarricone), con il romanzo erotico (<em>Il Bunker</em>). Sta per uscire per Italic Pequod il suo ultimo romanzo: <em>Giorni feriali </em>è un nuovo inizio. Un esordio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo immaginario mi sembra di vedere immagini e scene di film, come se tu costruissi la tua prosa e la tua poesia attraverso quadri, come scene ancor più che come sequenze.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo anni di militanza cinefila penso di aver la testa piena di immagini di film e ti confesso che mi viene la voglia di guardare direttamente a scene che mi sono piaciute e scriverle, magari incastonandole dentro alla storia. Si potrebbe parlare di citazioni in maniera giusta, però trasferendosi da un medium a un altro cambiano natura. Se io cito una scena aumentandola diventa altra cosa, non un vezzo. Probabilmente tutto quello che ho scritto ha dentro di sé tante immagini cinematografiche che mi hanno colonizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualcuno potrebbe dire che sei un uomo film.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì esatto come gli uomini libro di Fahrenheit 451. Però non mi prendo un film solo da testimoniare, me ne prendo tanti. È una cosa di tutti i cinefili, non soltanto mia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante nel tuo immaginario ci siano storie e immagine raccontate, pensate e costruite da altri in tutto quello che scrivi c’è questo senso di autenticità, di onestà. Senza voler per forza usare parole abusate, sei spietato con i tuoi personaggi, che non nascondono difetti e limiti, ma tirano fuori le debolezze con spontaneità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me ci sono autori che hanno una distanza considerevole ed evidente dai personaggi e sembrano quasi incombere su di loro. <strong>Parlando di cinema il regista che più risponde a questo modo di concepire l’invenzione è Kubrick. Nei suoi film si sente sempre la sua intelligenza cupa che si affaccia sui personaggi, come se fossero osservati dall’esterno, giudicati. Un atteggiamento rispettabile, che però non sento mio. Non mi arriva. </strong>C’è una frase di De André che dice “quando si racconta il porcile è bene farlo sposando il punto di vista del maiale”. A me piace moltissimo questa frase e cerco di muovermi in quella direzione: l’essere spietati con i propri personaggi non significa non amarli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66243 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-1-207x300.jpg" alt="" width="158" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-1-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-1.jpg 387w" sizes="(max-width: 158px) 100vw, 158px" />Hai un modo di osservare che passa attraverso le persone che incontri, le storie che raccontano, l’affetto che nutri per loro che diventa immedesimazione nelle vicende.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi dieci anni ho scritto cose anche molto autobiografiche e la cosa curiosa è che rileggendole dopo molto tempo non le riconoscevo, mi sembravano finte. Allo stesso tempo ho raccontato cose successe ad altri e paradossalmente quando le rileggevo mi sembravano vere. Questo è curioso, forse possiamo formulare un teorema, non valido in senso assoluto, ma valido per me. <strong>Mettermi in scena comporta fatalmente una quota piuttosto rilevante di parzialità. Alla fine sono sempre io quello che ha ragione. Per forza!</strong> Lo voglia o no <em>io</em> sono il protagonista della <em>mia</em> vita, ma se provo a modificare la prospettiva, le cose cambiano e si fanno più interessanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nelle nostre esperienze di lettura, di visione di film, di ascolto di testi di canzoni, c’è sempre un punto: qualcosa deve arrivare. Ami ripetere che in un libro cerchi qualcosa che ti tocchi, indipendentemente dal fatto che sia un libro essenziale, popolare, con una ricerca linguistica, con una scrittura difficile o piana.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ognuno di noi ha un nostro canone, è naturale. Si può preferire Hemingway a Foster Wallace o viceversa. <strong>Per quanto mi riguarda ho delle predilezioni, ma amo con la stessa intensità Paolo Volponi e Romano Bilenchi, che sono due scrittori opposti:</strong> Bilenchi funziona sulla forma breve, Volponi ha bisogno di almeno duecento pagine per dire quel che deve dire. Bilenchi ha una lingua semplice, Volponi carnosa ma l’emozione che io ho provato leggendoli è stata intensa con entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bilenchi e Volponi hanno però molto in comune. Sono riferimenti importanti nella letteratura sul lavoro, anche se in momenti storici diversi. Il lavoro è tornato ad essere presente con insistenza nella letteratura del nuovo millennio. Esiste ormai una corrente che si è concentrata, in modo che a me inizia a sembrare fastidiosa, sul tema della precarietà vissuta da finti precari. Ragazzi con due lauree che vivono il lavoro come intermezzo o un fastidio necessario per raggiungere altri obiettivi. In Bilenchi e Volponi ma anche nelle tue opere, si parla del lavoro in maniera molto più vera: da dentro, da chi il lavoro lo conosce e lo vive, dalla mattina alla sera e ne percepisce le contraddizioni e l’importanza, nell’averlo e dunque anche nel perderlo. Il significato di quell’esperienza è completamente diverso da una ricerca un po’ finta e spocchiosa che ha piacere nel non trovare e nel piangersi addosso.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura non è molto democratica: anche un finto precario può tirar fuori un libro pazzesco. Certo è diverso trattare il lavoro da posizioni di privilegio e dalla morchia della fabbrica. Durante la presentazione di un suo libro Emanuele Tonon parlava di Paolo Volponi, peraltro indicato come uno dei suoi punti di riferimento, e diceva che un libro come <em>Memoriale</em> era comunque un libro scritto da un dirigente mentre lui aveva lavorato in fabbrica alla catena di montaggio e la sua esperienza comprendeva anche i calci in culo del capo reparto. Attenzione, non era critico nei confronti dei risultati: Volponi aveva raccontato il lavoro in fabbrica con grande verità ma sempre forzatamente dal punto di vista di un responsabile che vede la produzione da un ufficio separato da vetri insonorizzati e questa cosa la senti e non è detto che sia per forza qualcosa di negativo. L’analisi di Volponi, quindi di un intellettuale, poteva essere ancor più pregnante perché nasceva da fuori ed era meno viziata emotivamente. <strong>In ogni caso Tonon rivendicava questa peculiarità: lui la fabbrica l’ha raccontata dal punto più basso. Sono punti di vista la cui differenza si avverte. Tutto questo per dire che l’aureo motto di Tolstoj “parla del tuo cortile e parlerai del mondo” è sicuramente giusto</strong> ma non va a detrimento di chi non parla di ciò che conosce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando si è affacciata al pubblico la generazione degli scrittori nati tra i settanta e gli ottanta è arrivata questa ondata di call center, precariato, lavoretti che a mio avviso non rispecchia per niente il nostro tempo. Un esercito di </strong><strong><em>radical chic </em></strong><strong>che intende il lavoro come una scocciatura strumentale per potere scrivere il grande romanzo, oppure per girare il grande film, per cogliere l’immagine fotografica perfetta, o per dipingere il capolavoro immortale. Ne viene fuori molto più il prolasso di una generazione illusa e presuntuosa, che una denuncia sociale.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se uno vuole intendere il lavoro come una scocciatura strumentale per poter scrivere il grande romanzo sono affari suoi, poi leggiamo il romanzo e vediamo se è effettivamente grande. <strong>Resta il fatto che il lavoro è un problema nevralgico del nostro tempo, specie per gente come me che non ha voglia di lavorare, ma nemmeno di morire di fame quindi lavora.</strong> Diciamo che se in passato è stato prezioso capire quanto il lavoro fosse determinante nelle nostre vite adesso è altrettanto importante raccontare quanto pesi l’assenza del lavoro o l’assenza del lavoro come lo abbiamo conosciuto fino all’altro ieri. Poi bisogna aggiungere che io scrivo di gente poco scolarizzata, senza grandi ambizioni o prospettive. Forse è per questo che, nelle mie storie, se uno lavora in un magazzino non percepisce questa situazione come un abuso o un’ingiustizia della sorte. Voglio comunque rivelarti una mia bassezza: tendo al vittimismo. Anche per questo, perché conosco la noia che il vittimismo provoca, l’insofferenza che il lamento scatena, i miei personaggi non lo possono essere, vittimisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66244 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2-187x300.jpg" alt="" width="150" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro2-2.jpg 349w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />I tuoi personaggi non lasciano che la vita accada, nella vita in fabbrica, nel tentativo di sbarcare il lunario, nelle relazioni umane, negli incontri e nell’erotismo, ma seppur nell’attesa, nella riflessione e nell’autoanalisi sono proattivi, a un certo punto di muovono, possono ribollire poi esplodono.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo di narrativa: nel primo libro che ho scritto con Germano Tarricone, <em>Giostra di sangue</em>, che rivendica orgogliosamente il suo essere un thriller al grado zero, una <em>pulp fiction</em> da edicola, avevamo una protagonista troppo passiva e le successive stesure sono servite a correggere questo suo difetto. Il lettore non perdona la passività dei personaggi, a meno che non sia un elemento essenziale dell’identità e dell’intreccio, un carattere fondamentale e riconoscibile. <strong>Un personaggio passivo è l’anticamera di un romanzo sbagliato e lo dico con tutto il fastidio che provo per gli accorgimenti e le regole della buona scrittura. Neanche i personaggi monologanti e arresi alla vita di Thomas Bernard sono passivi.</strong> Se pure si arrendono, il loro cedere le armi prevede comunque uno scontro frontale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’assenza di azione può essere uno strumento vigile per conoscere e capire il mondo, per accoglierlo, come nei poeti, penso a <em>Paterson</em>. Quando ho visto il film mi sono detto: sai che questo personaggio assomiglia tantissimo a Fabio Orrico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo film di Jarmush che hai citato l’ho amato davvero molto. Se fossi un regista (che poi è il sogno proibito della mia vita) vorrei fare un film così, con lo stesso sguardo fenomenologico su ciò che accade, nitido e dettagliato. In più <em>Paterson</em> ha il pregio di riuscire a parlare di poesia senza cadere nel ridicolo. Cosa rara al cinema. Mi viene in mente <em>Il mistero dell’acqua</em> della Bigelow, dove il protagonista, interpretato da Sean Penn, è un poeta e a mio avviso dà un’idea molto falsa della poesia, come pura contemplazione, come tiramento di culo inessenziale. <strong>In una scena Sean Penn davanti al tramonto dice: <em>chiunque può tirare fuori qualcosa di bello da questo tramonto</em>, una stronzata, battuta sciocca, ingenua. Addirittura in quel film Sean Penn è descritto come una rockstar: viene riconosciuto per strada, il che è ridicolo.</strong> Le persone non riconoscono per strada Stephen King, figurati se riconoscono un poeta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La poesia in Italia è maltrattata. Non se ne conosce né la potenza né il ruolo. I poeti sono misconosciuti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Riesumare e resuscitare i poeti dimenticati sarà il lavoro di molti per molto tempo. La mia impressione è quella di un terreno dove, specie nei momenti di analisi, vige la soggettività più estrema alternata in modo schizofrenico a una pigra conferma dei canoni. La critica agisce ai margini e spesso non sa essere incisiva, rinunciando alla chiarezza e perdendosi in astruserie e, soprattutto, commettendo il grande errore di separare la poesia dal resto della letteratura. C’è differenza tra poesia e romanzo, ma parliamo comunque di due ragazze sedute allo stesso tavolo che si frequentano e si influenzano a vicenda, traendone beneficio. <strong>La mia impressione è che sia stato emesso un verdetto nei confronti della poesia, parte di un verdetto più generale nei confronti della letteratura, che la relega fuori dai giochi.</strong> Mi spiego con un esempio: in un racconto di Moravia di cui non ricordo il titolo c’è un personaggio spregevole e meschino e per farci capire quanto è ignorante, di lui Moravia dice che legge al massimo quatto o cinque libri all’anno, tutti gialli. Capisci bene che uno così nell’Italia del 2018 è un raffinato intellettuale! D’altra parte Moravia si sposa la Morante e va a cena con Pasolini: evidentemente è abituato a conversazioni altissime. Io che sono un uomo della strada mi rendo conto che la letteratura sembra essere morta anche come semplice evasione. Adesso l’oggetto libro è remoto alla maggior parte delle persone, qualcosa che non si sa bene come maneggiare. Non voglio essere spocchioso, ma credo sia indiscutibile. <strong>Questo relativizza le polemiche che leggiamo ovunque, sul web e sui giornali, anche se in misura molto minore rispetto a un tempo. È un dialogo tra morti. Siamo come i sacerdoti degli antichi dei quando si stava affermando il cristianesimo. Non ci rendiamo conto, non capiamo cosa porterà questa nuova religione.</strong> Chi parla di libri sembra non capire che è accaduto qualcosa che ha condotto il libro fuori dai giochi dell’umanità. La poesia vive al cubo questa situazione, forse perché non si possono trarre film o serie TV dai sonetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non si annuncia nessun Dio all’orizzonte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un fatto economico. Una volta era un affare pubblicare una collana di gialli o di letteratura rosa, adesso semplicemente non lo è più. Chi cercava nei libri solo un’occasione per svagarsi, ora fa altro. Questo è centrale, perché toglie di mezzo il grasso della letteratura, quella riserva che permetteva l’emergere di qualche raro grande capolavoro. <strong>La letteratura non segna più la società, diventa astratta. Un editore vuole vendere, anche se poi misteriosamente non è che si sbatta più di tanto a promuovere i propri libri. </strong>Pubblica a grappolo poi qualcosa venderà da sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mi diceva Alberto Gaffi in Italia esistono duecentomila lettori dal dopoguerra, e quelli sono rimasti. Non sono affatto diminuiti, sono sempre i soliti. Si è ingrossata invece la schiera degli scrittori.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa cosa non mi indigna. Mi sento un lettore infaticabile. È anche vero che spesso intellettuali di vaglia ostentano un cinismo verso chi scrive che non è onorevole. Quando ho fondato la rivista on line “scrittinediti”, nei suoi primi anni di vita, ricevevo carrettate di materiale, che adesso non ricevo più perché la gente si fa il blog da solo, o si autopubblica. <strong>C’è una tendenza cristallizzata dal non mettersi più in gioco. Non rischiare nemmeno il verdetto di una redazione, il giudizio di terzi, di chi la letteratura la conosce perché ci lavora. È anche un fatto statistico, è ovvio che quest’oceano di materiale è costituito per lo più da cose mediocri.</strong> Scrivere deve essere un fatto consapevole, molto spesso non lo è, ma una volta che depuriamo il nostro giudizio da questa constatazione, il gesto di scrivere merita rispetto. Meno cinismo aiuta, anche a scegliere, anche a scovare frammenti lucenti nella porcilaia. Leggo molte recensioni poco argomentate. Le poco volte che si stronca lo si fa in modo offensivo. Si insulta l’autore. L’autore a sua volta si offende, inspiegabilmente, anche di fronte a perplessità legittime ed espresse in modo civile. La recensione che amo scrivere o amo leggere è fatta di argomentazioni. La stroncatura ha una sua onestà, certo, se fondata su fatti e analisi accurate. Un critico non è un oracolo che sputa parole d’oro, è uno che prima di tutto argomenta il suo gusto. Per questa ragione la recensione orienta la scelta: scelgo libri da leggere e film da vedere fidandomi della parola di un critico che mi piace. Bada bene: non tutti, ma quello con cui sento un’affinità, quando lo conosco abbastanza da capire che abbiamo giudizi comuni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66245 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-157x300.jpg" alt="" width="136" height="260" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-157x300.jpg 157w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-768x1468.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1-536x1024.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro3-1.jpg 1179w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />Il destino della letteratura c’entra con la morte ed è forse la ragione per cui la amo. La letteratura muore e parla della morte. Nei libri vediamo la morte al lavoro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cocteau diceva: “il cinema è la morte al lavoro”, perché vedi il tempo che agisce sui personaggi, sui paesaggi, sulle città. Adesso accade in modo evidente con le serie TV. Un adolescente cresce durante le stagioni e si fa uomo o donna. Ma anche in certi film. Penso a <em>Sorelle mai</em> di Bellocchio, un film straordinario, o a <em>Boyhood</em> di Linklater, la cui lavorazione è spalmata nel corso di anni, documentando la crescita di un attore. La letteratura ha filtri diversi. Un libro è un universo controllato. Su altra scala rispetto ad altre arti, il cinema, ma anche il teatro e la musica. La possibilità di controllo, rifinitura e cesello che ha la letteratura non esiste altrove. Anche se si parte con tutte le possibilità di averlo, il controllo. Ne hai gli strumenti: collaboratori, troupe, tecnologia. Eppure il controllo totale non potrai mai averlo. <strong>D’altra parte, e adesso mi contraddico, Tondelli amava le pagine che arrivavano in libreria ancora acerbe, dove sentivi la pennellata grumosa, dove percepivi l’intervento della realtà fuori controllo.</strong> In effetti la letteratura non si lascia catalogare in schemi certi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infatti sei un fanatico apostolo di autori anche molto diversi tra loro. Penso ad Antonio Moresco, che per te è un totem. Ma anche Emanuele Tonon. Ami gli scrittori che hanno una passione sensuale, carnale con la lingua: Amelia Rosselli, Dino Campana, Gianni Celati.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma tieni presente che amo Moresco ma anche Stephen King. Se metto l’accento sugli scrittori che citi è perché spesso vengono definiti difficili e questa cosa mi manda fuori di testa. <strong>Non mi piace questa categoria, questa storia del libro difficile. In realtà le cose difficili non esistono, piuttosto ci sono testi che ci parlano immediatamente, ci raggiungono e ci ammaliano e altri che non ci dicono niente e spesso per ragioni che fatichiamo a definire. Posso innamorarmi di </strong><strong><em>Sotto il vulcano </em></strong><strong>e annoiarmi con l’</strong><strong><em>Ulisse </em></strong><strong>o viceversa ma credo che questo riguardi la mia sensibilità e disponibilità di lettore.</strong> Poi nutro forse un po’ di insofferenza per la struttura in tre atti, per una forma di romanzo che non si concede mai digressioni, perché sostanzialmente trovo puerile titillare il lettore con il solito bric a brac di colpi di scena e caratterizzazioni insistite. Detto questo, i miei romanzi penso si basino su una struttura solida e insieme testimoniano con una certa evidenza il mio amore per la narrativa di genere. Come lettore di narrativa, banalmente, cerco un testo che mi conquisti e io sono incline a lasciarmi conquistare da scrittori diversissimi fra loro: Volponi ma anche Carver, Tanizaki ma anche David Goodis, Willa Cather ma anche Renato Olivieri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sembra che tu abbia un’ossessione per la guerra. Usi metafore guerresche, nei titoli delle tue opere. </strong><strong><em>Strategia di contenimento</em></strong><strong>, </strong><strong><em>Il bunker</em></strong><strong>, </strong><strong><em>Una guerra di nervi. </em></strong><strong>Metafore cruente per parlare di sentimenti, pudori, ritrosie, consapevolezze amare. Eppure gli esempi di guerra guerreggiata del nostro tempo non ci mancano. C’è un dislocamento quasi fastidioso tra le gole sgozzate nei deserti, i bombardamenti governativi o alleati e il tuo canto: cupo, grigio e accorato. Come se le nostre civiltà acquisissero significato nel confronto con la barbarie. Nei tuoi versi c’è sempre questo iato. La voce di un’umanità che assiste alla storia e fatica a rendersi conto che ne è soverchiata e annichilita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sono un uomo ossessivo e sono ossessionato dalla guerra. <strong>L’essere umano è naturalmente incline alla violenza e alla sopraffazione, siano esse espresse con forme attive o passive.</strong> Credo sia un po’ il sottofondo morale di tutto quello che ho scritto e, immagino, scriverò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un tema forte nelle tue opere è il sesso. O meglio la perversione. L’incontro carnale, sempre intrinsecamente allacciato alla partecipazione emotiva, mai gratuito, trova la sua forza fuori da sé. Nella violenza, negli oggetti, nel travestimento. Penso al ruolo che hanno le armi da fuoco o da taglio, nell’amore. Il gusto per il feticismo. La curiosità e l’attrazione per il mercimonio dei corpi. È una smania a volte divertita più spesso struggente, un’indagine, l’atto di un desiderio inesauribile di esplorazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vado matto per i travestimenti. Una cosa che mi diverte molto è andare alle fiere del fumetto e guardare sfilare i cosplayer. Ho una mia personale classifica delle varie Wonder Woman che ho visto nel corso degli anni ma per delicatezza resterà segreta. <strong>Le serate fetish dei club privée e le riunioni di cosplayer si assomigliano tantissimo, pratiche erotiche a parte (nelle prime più o meno esplicite, più o meno mediate, nelle seconde sarei tentato di dire surrettizie).</strong> La tua domanda mi sembra faccia balenare un immaginario torrido e cupo e magari in parte è così ma credo che ne <em>Il bunker </em>come nel romanzo che sta per uscire questo aspetto, molto presente, è raccontato sotto una luce positiva, nel senso che i protagonisti sanno cosa gli piace fare in camera da letto, lo fanno e si divertono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo le tue storie e le tue riflessioni sembra che il vero amore possa nascere solo con le puttane, in senso ampio. Come se con loro ci fosse una vicinanza, una similarità, che permette di essere pienamente se stessi. E sei convincente. Sgradevole e illuminante. Leggendoti ci riconosciamo tutti compromessi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti confesso che non ho mai pensato un solo secondo in vita mia che il vero amore possa nascere con le puttane ma se questa è la lettura che emerge vorrà dire che dovrò essere più bravo in futuro. <strong>Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie, questo è vero. Ciò che mi attrae è il senso di completa libertà nell’intendere il piacere e il proprio corpo, come se fosse un segnale, rivelatore di una libertà più ampia del pensiero e dell’intelligenza.</strong> Riflettendo sulla tua domanda in modo più didascalico: essere se stessi in un rapporto mercenario non è una nota di merito. È la disinvoltura del cliente, il tipo più diffuso di italiano, arrogante e indisciplinato, incapace di stare un solo secondo in coda alla cassa del supermercato o alle poste senza scatenare un putiferio e di minacciare di adire alle vie legali con chiunque gli capiti a tiro. Se ci sentiamo noi stessi, liberi e in pace è perché mettiamo mano al portafoglio quindi possiamo pretendere pretendere pretendere, serenamente e senza nessun bisogno di mettersi in gioco. Allo stesso tempo la prostituzione, come la guerra, è una metafora facile e perfetta, anzi, è più che una metafora: io per esempio mi prostituisco e su questo non ho dubbi. Faccio un lavoro che mi piace ma se non avessi bisogno di soldi per mangiare, vestirmi e scaldare il mio appartamento sono quasi sicuro che farei altro. Anzi, ti dirò che quando rido con eccessivo trasporto alle battute del mio capo mi sembra di mimare certi manierismi da prostituta (“amore, tesoro, mi hai fatta venire, etc etc”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale disincanto dobbiamo aspettarci da </strong><strong><em>Giorni feriali</em></strong><strong>? Quale ferita stai per infliggerci? O stai per darci una speranza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non lo so, sinceramente. È un librino piuttosto agile, spero divertente e sicuramente digressivo. <strong>Parla di un ragazzo che perde il lavoro e si mette nei casini, un tipo molto ordinario con una manifesta difficoltà nel dominare i propri sentimenti. Diciamo che dentro ci ho messo tutte le cose che amo di più e che più temo.</strong> In ordine sparso: la campagna ravennate, donne disinibite e autoritarie, i due Michael (Mann e Cimino), l’abbandono, la solitudine.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Simone Cerlini</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fabio-orrico-libri-romanzi-scrittura-cinema/">“Sono ossessionato dalle donne disinibite e autoritarie. E comunque, chi parla di libri è il sacerdote di una religione morente”: dialogo con Fabio Orrico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il nome della rosa”: una fiction a tesi, piena di anticlericalismo altoborghese, soporifera. Ma lo stesso papa che ordì massacri riconobbe il genio di Francesco d’Assisi. L’anima dell’uomo è inafferrabile: raccontate questo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2019 11:34:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Avevo sette anni e mio padre non mi aveva mai portato al cinema. Particolarmente eccitabile, quel giorno mi costrinse a vedere Il nome della rosa. Le gambe del monaco che sbucano dal pentolone, la bava del vecchio cieco e la vigorosa nudità della poveretta che s’avvolge al corpo di Christian Slater mi turbarono per giorni. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-nome-della-rosa-una-fiction-a-tesi-piena-di-anticlericalismo-altoborghese-soporifera-ma-lo-stesso-papa-che-ordi-massacri-riconobbe-il-genio-di-francesco-dassisi-l/">“Il nome della rosa”: una fiction a tesi, piena di anticlericalismo altoborghese, soporifera. Ma lo stesso papa che ordì massacri riconobbe il genio di Francesco d’Assisi. L’anima dell’uomo è inafferrabile: raccontate questo!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Avevo sette anni e mio padre non mi aveva mai portato al cinema. Particolarmente eccitabile, quel giorno mi costrinse a vedere <em>Il nome della rosa. </em>Le gambe del monaco che sbucano dal pentolone, la bava del vecchio cieco e la vigorosa nudità della poveretta che s’avvolge al corpo di Christian Slater mi turbarono per giorni. La fiction firmata da Giacomo Battiato, ovviamente, non mi ha fatto lo stesso effetto, anzi, m’è parsa particolarmente soporifera. <strong>Nessuna invenzione registica, prodotto laccato, destinato a essere visto e dimenticato. I cliché fanno rissa: i buoni sono anche belli – l’occitana sopravvissuta allo sterminio della famiglia ordita dai cattivi fedeli al papa è la folgorante Antonia Fotaras </strong>– mentre i cattivi hanno la faccia da pervertiti dementi. D’altronde, ogni eresia, per quanto efferata e astrusa, è preferibile alla baronia ecclesiale, perché la Chiesa – cioè: ogni autorità – è ricca, crudele, feroce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Umberto Eco è stato un genio della comunicazione, in quel tempo – micidiale – in cui i superprof speculavano sui mass media.<strong> Già sapientone in Bompiani, Eco parlava di Tommaso d’Aquino come di Mike Bongiorno, divulgava sui giornali e discettava in università, perché tutto è uno, nessuno e centomila, Topolino o Snoopy equivalgono Guglielmo di Ockham e James Joyce, tutto è segno – o sogno, è uguale. </strong><em>Il nome della rosa</em>, in questo senso – o segno –, è straordinario: il patchwork – romanzo d’impianto ottocentesco che usa le ragioni del ‘giallo’ alternate al saggio, con mistero divino e critica al potere costituito – ha il sapore di una zuppa venefica, ma di successo. D’altronde, la letteratura è un gioco, una sofisticheria intellettuale, senza sfociare in altro che nel liquore della trama.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si sa, <em>Il nome della rosa </em>ottiene il Premio Strega nel 1981. In effetti, non aveva grandi competitori. Più bello del libro di Eco è senza dubbio <em>Dicerie dell’untore </em>di Gesualdo Bufalino</strong>, che otterrà lo Strega qualche anno dopo, con <em>Le menzogne della notte. </em>Ha una corrusca bellezza anche il libro di Enzo Siciliano, <em>La principessa e l’antiquario </em>(pure lui dovrà attendere: lo Strega gli capiterà tre lustri dopo, con <em>I bei momenti</em>). Curiosi, per gli storici della letteratura, <em>Il primo libro di Li Po</em> di Vittorio Saltini e <em>I giorni del mondo </em>di Guido Artom; poi c’è il solito Alain Elkann (con <em>Il tuffo</em>) e Fabrizia Ramondino, con il primo libro importante, <em>Althénopis. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Rispetto al romanzo ‘a tesi’ di Eco, è molto più bello, narrativamente, <em>Il quinto evangelio </em>di Mario Pomilio – che vincerà lo Strega nel 1983 con il raffinato romanzo breve <em>Il Natale del 1833</em>, dedicato a sondare aspetti reconditi della vita letteraria e familiare del Manzoni. In quel caso, <strong>la ricerca del ‘vangelo assoluto’, del ‘vangelo che non c’è’, del ‘testo dei testi’, la deve compiere il lettore, perché Pomilio, su una impalcatura romanzesca leggerissima, allinea una sfilza di testi fittizi. Troppa fatica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ascolto su Radio Rai 3 una rapida intervista a Giacomo Battiato, che pur avendo una formazione – dice – da storico, allinea una filiera di luoghi comuni. Il Medioevo, dice, non è un’epoca buia ma piena di fermento intellettuale – e chi non lo sa. Poi c’è la parentesi sulla ferocia della Chiesa nel reprimere le eresie, dipinte come una ‘comune’ sessantottina. <strong>Indubbiamente, orrore, schifo e vergogna ci sono stati. Ma discettare di ‘povertà della Chiesa’ ricchi di fama e sufficientemente abbienti è ridicolo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di uomini, intendo, e ne vuoi narrare le gesta non puoi essere manicheo né figlio di ideologie di latta.<strong> Quando Battiato cita papa Innocenzo III come emblema della Chiesa violenta ha ragione, che scoperta. Innocenzo III proclama la crociata contro gli albigesi, i catari </strong>(“il primo genocidio della storia” dice Battiato), che abitavano il sud della Francia, per impedire che si propagassero, proclamando verità ostili alla Chiesa. Intorno al 1220, in un virulento pamphlet antiereticale, Cesario di Heisterbach, abate cistercense, firma il <em>Dialogus miraculorum </em>in cui descrive le efferatezze degli eretici in questo modo: “Uno tra i potenti della città di Tolosa… defecò presso l’altare della chiesa cattedrale, lordando con le stesse cose immonde la pala dell’altare. <strong>Altri, aggiungendo furore a furore, posero una prostituta sopra il sacro altare, ivi abusando di lei davanti al crocifisso”.</strong> L’immaginazione dell’abate, che fa esplodere la propaganda anticatara, è degna di un Marchese de Sade, ci sarebbe da scriverci un libro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1209 si compie l’eccidio di Bézier, in cui Simone IV di Montfort, in favore del papa, stermina quasi 20mila persone – <strong>senza fare differenza tra catari e cattolici, che paradosso, perché “essendo a conoscenza che i cattolici erano mescolati con gli eretici”, racconta ancora l’abate, “Uccideteli tutti, Dio infatti conosce coloro che sono i suoi”, pare abbia detto Arnaldo Amalrico</strong>, padre generale dei cistercensi e futuro arcivescovo di Narbona. Orrore. <strong>Nello stesso anno in cui papa Innocenzo III ammette l’eccidio degli albigesi, riconosce e approva lo stile di vita di Francesco d’Assisi e dei suoi ‘frati’.</strong> Il francescano Guglielmo da Baskerville, il buono del <em>Nome della rosa</em>, è francescano, sponsor della povertà di Mamma Chiesa. Ma non viene arso al rogo. L’etica francescana, infatti, impone l’obbedienza al superiore: “Rinuncia a tutto, rinuncia al tuo corpo, consegnati all’obbedienza del superiore”, è scritto nella prima regola, la più autentica, di Francesco. “Se il superiore impone qualcosa contro l’anima, è lecito non obbedire, ma non abbandonare. E se questo procura persecuzioni, che si ami il persecutore, per amore di Dio… C’è chi pensa di essere superiore ai propri superiori, guarda indietro e si rimette nel vomito della propria volontà: questi sono omicidi”. Francesco non diceva Messa, non era sacerdote, si inchinava al sacerdote della Chiesa. <strong>D’altronde, il primo papa francescano, Niccolò IV, tra le azioni in cui si impegna maggiormente vi sono l’organizzazione dell’ennesima Crociata contro ‘gli infedeli’, in Terrasanta, quella bandita contro il re d’Ungheria Ladislao IV – che culmina nel suo assassinio – e lo sforzo per reprimere le eresie.</strong> Tali atti non sono in discordia con il desiderio di pace e di povertà pronunciato dal papa francescano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una narrazione non dovrebbe appiattirsi sul pregiudizio, ma dare spazio alla complessità – perversa, gloriosa – dell’anima umana. </strong>L’uomo non è piatto, non è a senso unico, ma il film tratto dal romanzo di Eco, invece, è un piattume. (d.b.)</p>
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		<title>Florenskij vs. Flaubert: il Santo sfida l’Esteta. Dialogo con Natalino Valentini</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Mar 2019 05:29:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Si legge ulcerandosi. Intendo. A tutti – soprattutto se si ha la mania dello scrivere – piacerebbe vivere in un mondo di forme pure, anteponendo le ragioni dell’immaginare all’essere umano – che per natura è brutto, bruto, a volte puzza, di solito non ci capisce – preferendo il culto dell’ego alla risonanza con l’altro. Poi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Si legge ulcerandosi. Intendo. A tutti – soprattutto se si ha la mania dello scrivere – piacerebbe vivere in un mondo di forme pure, anteponendo le ragioni dell’immaginare all’essere umano</strong> – che per natura è brutto, bruto, a volte puzza, di solito non ci capisce – preferendo il culto dell’ego alla risonanza con l’altro. Poi arriva lui. <strong>“Per rinnegare il mondo, la vita e l’uomo non basta essere <em>solamente</em> un esteta; bisogna darsi un approccio filosofico e morale preciso con il mondo, la vita e l’uomo, e da quella base guardare a essi come a strumenti dell’arte e non come a valori in sé”.</strong> Nel 1905, anno fatale, lo start, per così dire, della grande epopea della letteratura russa moderna, che sarà schiantata – ma mai domata – dalla Rivoluzione e dallo stalinismo, Pavel Florenskij (emblema della resistenza all’orrido: nei Gulag dal 1933, viene fucilato nel 1937) si confronta con Gustave Flaubert, il padre del ‘naturalismo’, il paladino del romanzo, il più influente scrittore europeo dell’epoca. In<a href="http://edizionideglianimali.altervista.org/275-2/" target="_blank" rel="noopener"> <em>Antonio del romanzo e Antonio della tradizione </em></a>(finora inedito in Italia, ora tradotto da Claudia Zonghetti per le Edizioni degli Animali, per la cura di Natalino Valentini), testo che sarà pubblico nel 1907, <strong>Florenskij entra nel romanzo più complesso di Flaubert, <em>La tentazione di Sant’Antonio</em>, denunciandone l’inconsistenza etica, la debolezza narrativa, l’evidenza nichilista (“Esiste soltanto una cosa, e questa cosa è il nulla; è il Grande Vuoto vestito di migliaia di colori sgargianti e di suoni corposi, radioso ma eternamente fittizio, una Maya dal velo scintillante d’arcobaleno”).</strong> Di Flaubert, Florenskij considera l’estro e il genio astrale di sacerdote della letteratura, di ‘maniaco’ dell’arte (“la letteratura era l’unica vocazione di Flaubert e l’esserne parte l’unico scopo della sua vita. Era per la letteratura come scopo in sé che soffriva, per lei conduceva un’esistenza solitaria, per lei si privava dell’amore e di una famiglia, di agi e benessere”). All’esimio esteta, alle sue scelte d’eroismo erotico, che lo portano a “collocare la letteratura nel <em>sancta sanctorum </em>dell’anima”, Florenskij predilige il Santo, esemplificato da Antonio, il monaco radicale, che opta per la gioia nei deserti, per la vita piena, incomprensibile per lo scrittore francese che sceglie invece la via della malizia, l’ostensione del dubbio e dell’inquieto. <strong>“Peccando, essi piangevano contriti, ma non si ritenevano impuri e senza speranza. Di qui la loro straordinaria tolleranza verso i peccati altrui, di qui l’‘occultare’ il peccato del fratello… la percezione indefessa della <em>realtà</em> e della <em>santità</em> di quanto Dio ha creato – sebbene sotto la rozza scorza del peccato – e la comprensione della marginalità del peccato stesso”:</strong> questa è la verità per i monaci, a dire di Florenskij. Il grande filosofo russo ammonisce, insomma, che tra arte e vita non può esserci distanza, che ‘poeticamente’ si vive per riscattare lo sguardo di un uomo, non per perfezionare un’opera mortale, che gesto mortifero, proprio di chi ama il marmo e disprezza la carne, e le due cose, infine, non hanno contrasto. Ho chiesto al dialogo Natalino Valentini, massimo studioso di Florenskij in Italia – ne ha curato le opere somme – per approfondire questo tema determinante. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65909 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/copertina-Florenkij-202x300.jpg" alt="" width="149" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/copertina-Florenkij-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/copertina-Florenkij-768x1138.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/copertina-Florenkij-691x1024.jpg 691w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/copertina-Florenkij-1320x1956.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/copertina-Florenkij.jpg 1470w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" />Da dove arriva questo inedito di Florenskij e perché il pensatore russo è tanto attratto dalle <em>Tentazioni</em> di Flaubert?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’inedito ci giunge dal cuore segreto della Russia di inizio Novecento, ancora in gran parte sconosciuto, in una delle stagioni culturali tra le più fervide e creative della storia dell’Europa Orientale. <strong>Si tratta di uno dei primi scritti del giovanissimo Pavel A. Florenskij, elaborato appena laureatosi in Matematica e Fisica all’Università di Mosca, uno dei pensatori più geniali e poliedrici del XX secolo, punta di diamante del pensiero filosofico-religioso russo,</strong> autore di una vastissima produzione scientifica che spazia nei diversi campi dello scibile con sorprendente padronanza dei più svariati registri formali, tenendo insieme in una rigorosa “epistemologia del simbolo”, ragione e fede, scienza e religione, logica e mistica. La stesura risale all’inizio del 1905, benché la prima pubblicazione avvenga sulla rivista dell’Accademia teologica di Mosca (<em>Bogoslovskij vestnik</em>) nel 1907. Considerato generalmente tra i suoi scritti letterari minori, esso in realtà custodisce già in embrione alcune delle intuizioni di fondo della sua visione integrale del mondo e della sua “metafisica concreta”, nella quale «tutto è significato incarnato e visibilità intelligibile». Ora, questa perla luminosa, rimasta sepolta per oltre un secolo e sopravvissuta miracolosamente anche all’era Sovietica, viene proposta per la prima volta fuori dalla Russia anche in traduzione italiana (eccellentemente realizzata da Claudia Zonghetti). <strong>L’attrazione del giovane Florenskij per <em>La Tentation</em> di Flaubert nasce non solo dalla sua irrefrenabile curiosità giovanile per l’arte e la cultura, dall’appassionato interesse per la grande letteratura europea, ma soprattutto dalla figura del grande monaco del deserto, grazie anche all’avvio dei suoi studi patristici </strong>e in particolare all’incontro con un autorevole padre spirituale, il vescovo <em>starec</em> Antonij, figura schiva e carismatica che suscita subito il suo interesse per la tradizione monastica delle origini, proprio a partire dalla figura di <em>Antonio </em>del deserto, messo inevitabilmente a confronto con l’<em>Antonio</em> del celebre romanzo di Flaubert.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In particolare, attraverso una diagnostica minuziosa dell’autore, della sua vita, del suo atteggiamento nei riguardi della scrittura, Florenskij vede in Flaubert il nichilista esteta, lo scrittore di illusioni, che riduce la santità di Antonio, la sua grazia, a quella di un “buddista ateo”. Mi sembra che il pensatore russo metta il dito sui luoghi oscuri della letteratura, o sbaglio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio così, Florenskij sottopone la celebre opera di Flaubert a un vaglio critico ed ermeneutico accuratissimo, portandone in superfice le inquietanti zone d’ombra che si celato nei sotterranei del testo, dietro le sue forme stilistiche, ammalianti e seducenti. <strong>Smascherando il vuoto estetismo dell’Antonio flaubertiano, Florenskij recupera alcuni tratti fondamentali dell’</strong><strong>esperienza ascetica vissuta dal vero Antonio, padre di tutti i monaci, salvandoli dal baratro nichilista e da ogni deriva positivista e laicista.</strong> L’ossessiva oscillazione de <em>La Tentation</em> dalla fantasmagoria sontuosa dell’antico Oriente allo scintillio della cultura scientifica moderna, non convince affatto il pensatore russo, che in questo movimento animato dal vuoto estetismo, avverte piuttosto l’espandersi imminente del deserto nichilista, che trae forza dalla caduta dell’interrogazione sul nulla in rapporto al senso dell’essere. L’Antonio del romanzo oscilla tra <em>illusorietà</em> e <em>volgarità</em> e non vi è neppure un solo momento, secondo Florenskij, nel quale il santo dia prova della sua fede autentica in Dio, o del suo sincero <em>pathos</em> religioso. <strong>Nell’eremita di Flaubert vengono azzerati tutti i tratti costitutivi dell’ascesi cristiana: vigilanza, gioia, pace, soavità, santità, grazia, lucida cognizione della redenzione… Questi vengono sostituiti da: immobilismo, pesantezza, oppressione dello spirito, isolamento, senso dell’abbandono da parte di Dio, progressiva dilatazione del nulla.</strong> Tutto ciò rende l’Antonio del romanzo più simile a un “buddista ateo”, ormai irrimediabilmente distante dall’asceta cristiano che invece «dal profondo, anche nel tumulto del giorno, vede la bellezza del cielo stellato». Ma questa limpida visione, frutto di un’insonne ricerca della verità e della santità, richiede libertà interiore e forza spirituale, quindi anche una certa esposizione al rischio della fede; richiede «azzardo e non semplice rifiuto del male», come invece accade all’Antonio di Flaubert.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In tutto questo c’è già un giudizio molto disincantato sui luoghi oscuri della letteratura moderna, che si prolungano come lugubri ombre anche su quella contemporanea.</strong> Nelle pagine di questo <em>pamphlet</em> il pensatore russo non si limita ad indagare i tratti peculiari della narrativa flaubertiana ma, attraverso <em>La Tentation,</em> mostra chiaramente le falsificazioni che hanno caratterizzato la modernità a partire dai malintesi in ordine al naturalismo, alla falsa opposizione tra simbolismo e al realismo, tra arte e vita, tra libertà e tradizione, tra perfezione formale e contenuto sostanziale, rotolando fino al salto mortale che dall’estetismo sfocia nel nichilismo assoluto. Florenskij è tra i primi a ravvisare come l’estetismo che divinizza l’illusione e mortifica la santità della vita vadano ben oltre <em>La Tentation </em>e prolunghino le loro ombre fino ai nostri giorni, <strong>così soffocati di illusionismo estetizzante e svuotati della mistica bellezza di vita, di cui il grande anacoreta fu tra i primi testimoni.</strong> Egli infatti avverte molto acutamente che: «Se i piedi di Antonio poggiano sulla terra della natia Tebaide, la testa è nell’Europa del XIX secolo», ma potremmo dire, anche del XX secolo e nel tempo presente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Contemplando anche l’amicizia con Belyj, che rapporti ha Florenskij con il fatto letterario, con la letteratura, quali sono i suoi autori-guida, i libri che preferisce? Insomma, che tipo di lettore è Florenskij?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come si evince da diverse sue opere, ma in modo particolarmente eloquente dai suoi ricordi d’infanzia e giovinezza (cfr. <em>Ai miei figli. Memorie dei giorni passati</em>, Mondadori, Milano 2003), il rapporto di Florenskij con la letteratura è sorgivo e generativo, nel senso che la sua riflessione con alcune gradi opere letterarie non si limita mai al piano puramente stilistico e formale, ma ne esplora continuamente gli strati più profondi e spesso nascosti (logico, ontologico, simbolico…) al fine di attingere alle fonti e di orientare il pensiero verso la ricerca della verità e del significato dei misteri della vita. <strong>La letteratura è uno dei luoghi di disvelamento del mistero della realtà e della complessità dell’umano. Florenskij è un lettore onnivoro e appassionato e fin da ragazzo, accanto alla grande narrativa fiabesca, le sue letture preferite sono soprattutto William Shakespeare</strong> (al cui <em>Amleto</em> dedica un altro dei suoi scritti giovanili più riusciti), poi anche Dickens, E. T. Hoffmann, Jules Verne, Robert Louis Stevenson, Novalis e persino il Dante della <em>Divina Commedia</em> (dalla quale trae ispirazione [<em>Inferno</em>, XXXIV] per uno dei suoi saggi scientifici più originali sugli “immaginari in geometria”). <strong>Ma l’autore più letto e apprezzato negli anni resta comunque Goethe… Poi ovviamente la grande letteratura russa, con una spiccata predilezione per Puškin, Tjutčev, Gogol’, <b>ma non potevano certo mancare Dostoevskij e Tolstoj, sebbene rispetto a quest’ultimo non abbia risparmiato critiche anche molto pungenti.</b></strong> Tuttavia, uno dei testi letterari più amati e più vicini alla sua ispirazione e percezione del mondo, è un antico poema della letteratura medievale georgiana, <em>Il cavaliere con la pelle di pantera</em>, di Sciota Rustaveli, che più di altri abita il confine tra realtà e mistero, a partire da una relazione viva, intima e mistica con la natura. Quanto ai rapporti di Pavel Florenskij con Andrej Belyj, quindi con il simbolismo e più in generale con le avanguardie artistico-letterarie russe, non è facile rintracciare una linea interpretativa univoca. <strong>Per alcuni anni (dal 1904 al 1908) tra i due fiorisce un’intensa relazione di amicizia, alimentata anche da profonde affinità spirituali e culturali, ma che poi subisce gravi lacerazioni proprio a causa delle progressive e inconciliabili divergenze nella visione religiosa del mondo, dopo che Belyj abbraccia apertamente la teosofia di Rudolf Steiner</strong>, allontanandosi dalla <em>weltanschauung</em> cristiana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/florenskij-vs-flaubert-il-santo-sfida-lesteta-dialogo-con-natalino-valentini/">Florenskij vs. Flaubert: il Santo sfida l’Esteta. Dialogo con Natalino Valentini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Dio, patria e famiglia proteggono l’uomo. Senza quei principi è il caos”: dialogo con Marcello Veneziani</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Feb 2019 05:27:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Della battaglia non restano neanche i frammenti con cui “ho puntellato le mie rovine” – era il 1922, un secolo fa, e dalla Terra desolata dell’Occidente Thomas S. Eliot, il poeta, dopo una gita sulla riva del Gange, tentava di salvare il salvabile. Ora, un secolo dopo, anche dei frammenti è scempio, Dio è morto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Della battaglia non restano neanche i frammenti con cui “ho puntellato le mie rovine” – era il 1922, un secolo fa, e dalla <em>Terra desolata</em> dell’Occidente Thomas S. Eliot, il poeta, dopo una gita sulla riva del Gange, tentava di salvare il salvabile. <strong>Ora, un secolo dopo, anche dei frammenti è scempio, Dio è morto da un pezzo, lo storico è sostituito dall’influencer, il poeta dall’opinionista, l’epos dalle news, l’apoftegma dai tweet.</strong> Serafico, allora, <strong>Marcello Veneziani</strong> non istituisce battaglia; piuttosto, ha la statura di un monaco, in grado di ricostruire il geroglifico che salda le costellazioni agli alberi, che conosce il verbo capace di dare carisma alle pietre. <strong><em><a href="http://www.marsilioeditori.it/lista-autori/scheda-libro/3178777/nostalgia-degli-dei" target="_blank" rel="noopener">Nostalgia degli dei</a> </em>(Marsilio, 2018), tutt’altro che un libro nostalgico, ha la tensione di un libro definitivo nel corpo bibliografico di un pensatore costantemente anomalo, apolide all’ovvio. La formula del libro è provocatoria:</strong> Veneziani estrae dieci parole che fanno venire la lebbra ai progressisti, alle cicale perbeniste (“Patria”, “Famiglia”, “Tradizione”, “Destino”, “Anima”…), con un intento, tuttavia, per nulla polemico, bensì filosofico. Esempio. La parola “Destino”, gettata nello scantinato delle cose desuete, perché, d’altronde, con la muscolosità degli idioti, siamo noi a farci, a forgiare il nostro futuro (come se esistesse, di per sé, l’entità ‘futuro’): “Il fato conferisce senso all’accadere; indica il disegno intelligente del divenire. <strong>Il destino non segna il rifugio nel guscio della necessità ma, al contrario, è tornare a esistere a cielo aperto, sfondando il tetto della casa… Accogliere il destino è offrirsi allo sguardo che viene dall’alto, svelarsi”.</strong> Con un linguaggio ostinatamente contrario al blabla televisivo, alla spocchia giornalistica, propria degli individui privi di individualità, invidiata dai beoti, Veneziani tenta di innescare il pensiero, e offre una lettura della tragedia patria – la disaffezione, la rottura del patto implicito con la propria origine, che è origine di ‘questa’ Italia – di armato nitore: <strong>“A Piazzale Loreto mancò un Priamo che avesse la forza, il carisma, il coraggio di recarsi dal vincitore ancora schiumante di rabbia, inginocchiarsi al suo cospetto e implorare la restituzione dei corpi, così purificando l’odio e placando i demoni della vendetta, innalzando la storia al rango dell’epica</strong>, la volontà degli uomini al disegno del fato. Ci sarebbe voluto un re, un sacerdote, un padre della patria ferita, in grado di compiere quell’atto pietoso. I riti sono importanti, le civiltà lo sapevano. Mancò nel furore della guerra civile un <em>pater</em> a ricomporre il corpo martoriato della nazione, rimarginare la ferita e curare le sue letali infezioni”. Insomma, <strong>è un libro controcorrente, questo, della meditazione senza mediazioni, con quella solarità data a chi, senza rimozioni né timori, tenta di ricostruire.</strong> Ci sono, anche, tanti passi da sottolineare. Per deviazione estetica, ho segnato questa, che riguarda il senso profondo della poesia: “Il Poeta è un tornante; torna alle radici dell’esistenza, guidato da angeli misteriosi, svelando le segrete corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo. Il travaglio che lo accompagna in questo viaggio a ritroso è la nostalgia di perfezione, quasi un rivivere nella sua anima la gravidanza del mondo che viene alla luce. <strong>La sua opera è il tentativo di nominare, di battezzare le cose. La potenza di un verso è nella capacità evocativa di far tornare alla luce ciò che è nascosto</strong> e appare come dissipato, perduto, dimenticato. Dietro le Muse c’è Mnemosine, colei che fa tornare alla mente”. Eccolo, Veneziani. Nell’intemperia dell’oscurità, stana l’alba, il suo cranio bianco, come una bestia dal volto di bimbo. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65351 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro-veneziani-207x300.jpg" alt="" width="146" height="212" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-veneziani-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-veneziani.jpg 411w" sizes="(max-width: 146px) 100vw, 146px" />Quale delle parole centrali, definitive che allinei ti sembra la più abusata e la più bistrattata, oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il filo conduttore che le accomuna è che <strong>nel Canone dominante sono viste tutte, in varia misura, con diffidenza, sospetto, fastidio.</strong> Non sono parole neutrali, del resto, indicano orizzonti preclusi al pensiero globale; non ce n’è una in particolare più bistrattata e abusata delle altre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si concilia il concetto di Patria con quello di Europa: ti piace l’idea di Europa? Che cosa ti fa dire di essere italiano, abitante di un paese, scrivi, che ha “Grande personalità, modesta statura”, che è “Una civiltà, più che uno Stato”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La patria riguarda la nazione e la tua terra, l’Europa è invece una civiltà; tra le due idee non c’è conflitto o incompatibilità. Anzi credo che si debbano declinare in progressione i tre patriottismi, locale, nazionale ed europeo. <strong>L’Italia poi ha uno status speciale, perché fu una civiltà prima che una nazione e una nazione prima che uno stato unitario. L’Italia è una nazione culturale, più che politica, unita dalla sua lingua, dalla sua arte, dalla sua letteratura e dal pensiero</strong>; un paese con una spiccata personalità seppure modesta come forza economica, demografica, tecnologica, militare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La trimurti Dio-Patria-Famiglia “erano e sono gli argini di sicurezza per fronteggiare la paura di perdersi, di soffrire e di morire”, scrivi. A volte, però, quei mastici della sicurezza sono sentiti come una prigionia da cui evadere, per rilanciare. Alessandro Magno fa esplodere la sua ‘civiltà’, si orienta a Oriente; San Paolo fa della ‘patria’ un concetto mentale e non più geografico, concettualizza il patto; i monaci fanno patria tra loro; d’altronde, Edipo snatura il concetto di ‘famiglia’. Forse bisogna perdersi, perdere, per capire a cosa si appartiene… Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Considero gli dei di cui scrivo, e Dio, patria e famiglia in particolare, come proiezioni e protezioni dell’uomo. Ovvero come aperture al cielo e legami con la terra, aperture di senso e argini di sicurezza. Segnano la trascendenza e insieme il limite della nostra vita e della nostra libertà. <strong>Senza quei principi siamo in balia del caso/caos, del tempo, della morte, e della solitudine individuale. Poi, certo, come tutti i principi possono anche degenerare, diventare dispotici e bugiardi</strong>, ma non si possono identificare i principi con le loro possibili degenerazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Una società equilibrata ama conservare e pratica l’innovazione; da tempo accade il contrario, si ama e si declama l’innovazione e si pratica poi la conservazione; e non di princìpi ed esperienze vitali, ma la stagnazione, il conformismo, la coazione a ripetere per allineamento, pigrizia, uniformità”: al concetto di ‘tradizione’, che a orecchie comuni rimanda a ‘tradizionalismo’, ‘tradizionalisti’, l’atteggiamento di chi dice, a priori, che è meglio ciò che è stato, con beota chiusura all’ora, alla vita, dai un significato, direi, ‘rivoluzionario’, di spinta verso il futuro. Spiegaci.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrei suggerire il richiamo a un ossimoro, <em>rivoluzione conservatrice</em>, per spiegare cosa intendo: <strong>innovazione dei mezzi e tradizione dei principi, cambiamento degli assetti, circolazione delle élite e permanenza dei principi, continuità dei patrimoni; coscienza che indietro non si torna, aspettativa verso un futuro che si avvale dell’esperienza. </strong>La tradizione, sostengo, non è il culto del passato ma il senso della continuità e perciò aggiungo che la tradizione sta ai tradizionalisti, come il fuoco alle ceneri. È cosa viva, non è reliquia, la ripetizione pigra è il kitsch, non è la tradizione che è invece “fedeltà creatrice”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Cosa c’è al posto di Dio? C’è la libertà, si risponde. Cos’è la libertà in assoluto? È nessun tetto all’io. Dio perde la testa: decapitato, Dio è solo io”. Anche leggendo Ovidio, in effetti, si sente la ‘nostalgia degli dèi’: gli dèi sono lo scintillio di una fiaba, non sono più atto, presenza, morso. Cosa dobbiamo rispondere a questa nostalgia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La nostalgia degli dei a cui mi riferisco io non è l’effusione romantica, l’elegia decadente di chi sospira il tempo andato ma è un mito che <strong>trae spunto dal passato per fondare il futuro, è nostalgia dell’avvenire.</strong> <strong>La libertà ha senso se è compito, impegno, responsabilità e non pura liberazione, emancipazione, cupio dissolvi.</strong> Libertà per fare e non puro disfare, libertà e destino, non libertà contro il destino, protesa solo nel desiderio. La libertà smisurata si perde nel nulla e si rovescia nel suo contrario, nella schiavitù, personale e politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché parli di nostalgia degli dèi e non di Dio, del Dio biblico? Dove lo trovi, lo odori, ora, il sacro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché il mio non è un trattato teologico e nemmeno un testo confessionale, gli dei in questione sono metafore, figurazioni dell’essere, idee e simboli. Per chi ha fede quegli dei sono le scale che portano poi al Dio Unico.<strong> Il cristianesimo qui è affrontato come civiltà cristiana, non come fede. La nostalgia del sacro non si identifica con la religione, ma attraversa anche altri territori, evoca la trascendenza e si pone sulle tracce del divino. Dunque gli dei non sono in alternativa al Dio biblico</strong>, affrontano gli dei sul piano del pensiero vivente, non della professione di fede e della devozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando parli del ritorno accenni al poeta, “un tornante; torna alle radici dell’esistenza, guidato da angeli misteriosi, svelando le segrete corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo”. Di certo, l’atto letterario ha mantenuto, nei secoli, un legame con la carnalità dei misteri, ma… ora? Cosa leggi, ora? A cosa torni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il tornare accompagna la vita e non solo le letture, <strong>è la chiave di comprensione più profonda dell’esistenza, il conato di ritorno verso l’origine, l’inizio.</strong> Premesso il ritorno come dimensione cosmica ed esistenziale, spirituale e vitale, la letteratura del ritorno è una compagna preziosa per il viaggio: dall’Odissea alla Divina Commedia, da Plotino – che fu il filosofo antico del ritorno – a Vico, che fu il filosofo del ritorno agli albori della modernità fino all’eterno ritorno di Nietzsche.<strong> C’è poi la poesia del ritorno, per esempio in Borges, la letteratura moderna del ritorno, con Proust…</strong> Io torno a quei libri, ma torno pure al mio paese natale, torno ai miei cari, torno nei luoghi elettivi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine del libro, ipotizzi un decalogo, una specie di disciplina per “rifondare la vita, nel cammino dall’esistenza all’essenza”. Come primo punto, imponi di tornare a pensare piuttosto che ad agire: a una politica ‘del fare’, mi vien da dire, meglio una politica del ‘capire’. Ecco, ti chiederei un consiglio da dare al principe e al governante o al capo di governo, oggi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so dare consigli ai politici, anche perché so che non li ascoltano, E in fondo il mio libro non vuole suggerire nulla alla politica, <strong>è un viaggio nella conoscenza per trasformare gli uomini, che solo indirettamente diventa anche un modello di comportamento con implicazioni storiche, politiche, civili. Teniamo aperta la doppia possibilità di salvare il mondo o salvarsi dal mondo. </strong>Se volessi però tradurre nel gergo del presente le parole chiave che sostanziano la nostalgia degli dei, ne userei due: <strong>sovranità e confine, che rappresentano il cielo e la terra, le espressioni della proiezione e della protezione di cui abbiamo bisogno per ripararci dal nulla e dal caos.</strong> La sovranità come senso verticale e ideale, il confine come senso del limite e della misura.  Poi non resta che far precedere il pensare all’agire, la visione all’azione, e la visione del mondo alla mutazione permanente.</p>
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		<title>“Gli artisti dovrebbero impadronirsi del pianeta, sono i soli in grado di fare qualcosa”: il dialogo folle tra William Burroughs e David Bowie</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 11:39:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Londra, 1974. William Seward Burroughs non è una persona loquace. Una volta, durante una cena, si è messo a fissare due microfoni pronti a cogliere il più piccolo rumore delle sue mandibole e ha detto: «Non mi va di parlare, e non mi vanno i chiacchieroni. Come Ma Barker. Avete presente, Ma Barker? Be’, è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Londra, 1974. </em>William Seward Burroughs non è una persona loquace. Una volta, durante una cena, si è messo a fissare due microfoni pronti a cogliere il più piccolo rumore delle sue mandibole e ha detto: «Non mi va di parlare, e non mi vanno i chiacchieroni. Come Ma Barker. Avete presente, Ma Barker? Be’, è quella che diceva sempre: “A Ma Barker non va di parlare, e non le vanno i chiacchieroni”. E se ne stava seduta lì, con la sua pistola». <strong>Pensavo a questo, e alla misteriosa personalità di David Bowie, mentre un tassista irlandese portava Burroughs e me a casa di Bowie, a Londra, il 17 novembre 1974. Avevo trascorso le ultime settimane a organizzare questa doppia intervista.</strong> Avevo comprato e fatto avere a Bowie tutti i romanzi di Burroughs: <em>Pasto nudo, Nova Express, Il biglietto che esplose</em> e gli altri. Lui aveva avuto il tempo di leggere solo <em>Nova Express</em>. Dal canto suo, Burroughs aveva ascoltato appena due canzoni di Bowie, <em>Five Years</em> e <em>Starman</em>, sebbene avesse letto tutti i suoi testi. Ed entrambi si erano detti interessati a incontrarsi. <strong>La casa di Bowie è arredata in maniera fantascientifica: un gigantesco dipinto, opera di un artista a metà tra Salvador Dalí e Norman Rockwell, sta appeso sopra un divano di plastica. Davvero in contrasto con il semplice appartamento di Burroughs, due stanze a Piccadilly adorne delle fotografie di Brion Gysin: un alloggio modesto per uno scrittore così famoso, più vicino al Beat Hotel di Parigi che a qualsiasi altro posto.</strong> Bowie ci ha accolto subito con indosso dei pantaloni alla cavallerizza della Nasa di tre tonalità di colore. Si è gettato a capofitto a descriverci il dipinto e i suoi tratti surrealisti. Burroughs annuiva, e l’intervista-conversazione è cominciata. <strong>Siamo rimasti in quella stanza per due ore, parlando e pranzando: un piatto giamaicano di pesce, preparato da un giamaicano dell’entourage di Bowie, con avocado ripieni di gamberetti e un Beaujolais novello, servito da due Bowieani interstellari. Tra i due sono scattati immediatamente simpatia e rispetto.</strong> E in effetti, pochi giorni dopo questa conversazione, Bowie ha chiesto un favore a Burroughs: a Londra, una messa in scena delle Serve a opera di Lindsay Kemp, il vecchio insegnante di mimo di Bowie, era stata fatta chiudere dall’editore inglese del commediografo Jean Genet. Bowie voleva portare la cosa direttamente all’attenzione di Genet. Burroughs è rimasto colpito dalla descrizione che Bowie ha fatto dell’allestimento, e gli ha promesso il suo aiuto. Poche settimane dopo, Bowie era a Parigi a cercare Genet, seguendo le indicazioni fornitegli da Burroughs. Chissà? Forse è iniziata una collaborazione; forse, come dice Bowie, i due potrebbero diventare i Rodgers e Hammerstein degli anni settanta. [<em>Craig Copetas</em>]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65049 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/interviste-216x300.jpg" alt="" width="148" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/interviste-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/interviste.jpg 396w" sizes="(max-width: 148px) 100vw, 148px" />William Burroughs:</strong> Segui interamente tu i tuoi progetti?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>David Bowie:</strong> Sì, sono io ad avere il controllo di tutto. Non posso permettere che nessun altro se ne occupi, perché ho visto che posso fare meglio io. Non voglio che altri si mettano a pasticciare con quel che credono io stia cercando di fare. Non mi piace leggere le cose che si scrivono sul mio conto, perché quello non è il loro mestiere. La gente guarda me per capire quale sia lo spirito degli anni settanta, almeno il cinquanta per cento della gente. I critici non li capisco. Diventano troppo intellettualistici. Non sono granché portati per il linguaggio di strada; devono ricorrere al vocabolario, perciò la fanno molto più lunga. <strong>Io ho frequentato scuole borghesi, ma il mio retroterra è operaio. Ho preso il meglio da entrambi gli ambienti, ho sperimentato le due classi, perciò credo di sapere abbastanza bene come vive la gente e per quali ragioni.</strong> Tu come reagisci di fronte all’immagine che gli altri dipingono di te?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> La gente cerca di incasellarti. Vogliono ritrovare l’immagine che hanno di te, e se non succede si arrabbiano parecchio. Scrivere è capire quanto puoi avvicinarti a farlo accadere, è questo lo scopo di ogni arte. Che altro pensano si possa davvero volere, un sacerdote che alza il gomito mentre è impegnato in una missione in cui non crede? <strong>La cosa più importante al mondo, secondo me, è che gli artisti dovrebbero impadronirsi del pianeta, perché sono i soli in grado di far accadere qualcosa.</strong> Perché dovremmo permettere che siano questi fottuti politici da tabloid a togliercelo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> Io cambio molto spesso idea. Di solito non sono così d’accordo con quel che dico. Sono un tremendo bugiardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> Io anche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> Non sono sicuro se sono io che cambio idea, oppure se davvero dico un sacco di bugie. Dev’essere una via di mezzo. Non è che io menta in modo deliberato, è che cambio sempre idea. La gente mi rinfaccia continuamente qualcosa che ho detto, e io dico che non intendevo niente del genere. Non si può rimanere fermi nello stesso punto per tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> Solo i politici stabiliscono quello che pensano, e va così. Prendi uno come Hitler, mai cambiato idea una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Craig Copetas:</strong> E l’amore?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs: </strong>Ah…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> Non sono a mio agio con la parola «amore».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs: </strong>Io neppure.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> Mi avevano detto che innamorarsi era fantastico, ma quel periodo non è stato niente del genere, per me. <strong>Ho dato troppo del mio tempo e delle mie energie a un’altra persona, e lei ha fatto lo stesso con me, e abbiamo iniziato a consumarci a vicenda. Ed è quello che chiamano amore… la decisione di investire tutte le nostre risorse su un’altra persona.</strong> È come avere due piedistalli, e ognuno vuol essere il piedistallo dell’altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> Non credo che la parola «amore» sia utile. Dipende dalla separazione di una cosa chiamata sesso da una cosa chiamata sesso. È la primitiva espressione del vecchio Sud, dove la donna è messa su un piedistallo, e gli uomini veneravano le loro mogli, poi uscivano a scopare con le puttane. È in prima istanza una concezione occidentale, che poi si è estesa a tutta la storia dei figli dei fiori di amarsi tutti quanti. Be’, non puoi farlo, perché gli interessi non coincidono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> La parola è sbagliata, ne sono certo. Sta tutto nel modo in cui si intende l’amore. L’amore tra persone che dicono: «Ci amiamo» è una cosa carina da vedere, ma spesso non è l’amore che attraversa le vite di quelle persone, quanto la volontà di non essere soli, la volontà di avere al fianco qualcuno su cui contare per un po’ di tempo. C’è un’altra parola. Non sono sicuro se sia una parola. <strong>Amore è qualsiasi tipo di rapporto a cui tu possa pensare.</strong> Sono certo che significa un rapporto, qualsiasi tipo di rapporto ti venga in mente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Copetas: </strong>E la sessualità: dove sta andando?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> Dove vada la sessualità è una domanda straordinaria, perché per me non va da nessuna parte. È un lato di me, e questo è quanto. Non è che esca fuori all’improvviso, come una nuova campagna pubblicitaria per la prossima stagione. È sempre lì. Qualsiasi cosa tu possa pensare della sessualità, è sempre lì<strong>. Forse ci sono generi diversi di sessualità, forse altri ancora se ne aggiungeranno. Una volta era impossibile essere omosessuali, per quanto riguardava l’opinione pubblica. Ora è una cosa accettata. La sessualità non cambierà mai per chi ha sempre scopato in un certo modo e continuerà così. </strong>E verranno alla luce sempre più modi di farlo. Potrebbe accadere persino in uno stato puritano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> Ci sono segnali che potrebbe andare così, in futuro, un autentico contraccolpo.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> Hai mai conosciuto Warhol?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> Sì, un paio di anni fa sono stato invitato alla Factory. Siamo entrati nell’ascensore, siamo saliti su, e quando si sono aperte le porte c’era un muro di mattoni, davanti a noi. Abbiamo battuto qualche colpo sul muro, ma non credevano che fossimo noi. Così siamo scesi e risaliti finché non hanno aperto un passaggio nel muro, e tutti erano intenti a scrutarsi l’un l’altro. Era dopo che gli avevano sparato. <strong>Ho incontrato quest’uomo, che era un morto vivente. Colorito giallo, una parrucca del colore sbagliato, occhialini. Gli ho teso la mano, lui ha ritratto la sua, e ho pensato: «Questo tipo non ama la carne, è ovviamente un rettile».</strong> Ha tirato fuori una macchina fotografica e mi ha scattato una foto. E ho provato a farci due chiacchiere, ma la conversazione non decollava. Poi però ha visto le mie scarpe. Avevo un paio di scarpe giallodorate, e lui fa: «Adoro quelle scarpe, dimmi dove hai trovato quelle scarpe». Così ha cominciato tutta una tirata sul disegnare scarpe, e il ghiaccio si è rotto. Le mie scarpe gialle hanno rotto il ghiaccio con Andy Warhol. Adoro quello che faceva una volta. Credo sia stato veramente importantissimo, oggi bisogna sforzarsi parecchio per apprezzarlo. Ma Warhol voleva diventare un cliché, voleva farsi trovare da Woolworth, che si parlasse di lui in quella maniera superficiale. Sento che ora vuol girare dei veri film, una cosa molto triste perché i suoi di prima erano proprio quel che ci voleva. Quando me ne sono andato, sapevo di lui come persona quel poco che sapevo prima di entrare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> Non credo ci sia nessuna persona. È davvero una cosa aliena, completamente, totalmente priva di emozioni. È un personaggio fantascientifico. Di uno strano colore verde.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bowie:</strong> È quello che mi ha colpito. Ha il colore sbagliato, per un essere umano. Specie sotto quella luce al neon così cruda che c’è nella Factory. Sembra che vederlo alla luce del giorno sia un’autentica esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Burroughs:</strong> Io l’ho visto sotto ogni tipo di illuminazione, eppure non ho idea di che cosa combini, sebbene sia senz’altro qualcosa di significativo. Non è energico, ma piuttosto insidioso, completamente asessuato. I suoi film saranno i film di mezzanotte del futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>L’intervista di Craig Copetas, con il titolo originale “William Burroughs/Bowie: Beat Godfather” [Il padrino Beat: Bowie incontra Burrough] è stata pubblicata su “Rolling Stone” il 28 febbraio 1974. Qui si pubblica per gentile concessione dell’editore il Saggiatore, che l’ha raccolta nel volume: <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/interviste/" target="_blank" rel="noopener">William Burroughs, “Interviste”</a> (Milano, 2018)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/william-burroughs-david-bowie-intervista/">“Gli artisti dovrebbero impadronirsi del pianeta, sono i soli in grado di fare qualcosa”: il dialogo folle tra William Burroughs e David Bowie</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Inabissanti nell’incomprensione, dobbiamo disimparare a camminare eretti e sacrificarci per il primo che passa – d’altronde, si ama sempre dispari, spauriti</title>
		<link>https://www.pangea.news/inabissanti-nellincomprensione-dobbiamo-disimparare-a-camminare-eretti-e-sacrificarci-per-il-primo-che-passa-daltronde-si-ama-sempre-dispari-spauriti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Oct 2018 08:45:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/inabissanti-nellincomprensione-dobbiamo-disimparare-a-camminare-eretti-e-sacrificarci-per-il-primo-che-passa-daltronde-si-ama-sempre-dispari-spauriti/">Inabissanti nell’incomprensione, dobbiamo disimparare a camminare eretti e sacrificarci per il primo che passa – d’altronde, si ama sempre dispari, spauriti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, <a href="http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20181021.shtml" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.</em></p>
<p>***</p>
<p style="text-align: justify;">L’incomprensione grava sul cristianesimo, che mistica arteriosa. Un attimo dopo la rivelazione agghiacciante di Gesù – la condanna a morte, la supremazia del dolore, gli sputi, il flagello (<em>Mc </em>10, 33-34) – “Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo” – la Bibbia è il grande libro dei nomi e delle genealogie – pretendono (“Maestro, vogliamo…”, <em>Mc </em>10, 35) un trono nell’aldilà, un luogo eminente in Paradiso, “che uno stia a destra e uno a sinistra della tua gloria” (<em>Mc </em>10, 37). Gli altri discepoli, “i dieci”, si arrabbiano: che richiesta ricamata nella presunzione, incanto di bisce. <strong>Gesù non si scompone, parla agli uni, spiega agli altri. Sa di essere solo. Di essere plasmato nell’incomprensione: i suoi non sanno chi lui sia. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’errore dei due non è di presunzione: Giacomo e Giovanni pensano di trovare altrove, nei cieli, ciò che manca in terra, <strong>ma l’opera va compiuta su questa terra. La terra è eminente – il cielo è una suggestione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ripassare sulle labbra queste parole, una conversione degli occhi. “Offrirà se stesso in sacrificio di riparazione… il servo giusto giustificherà i molti/ indosserà la loro iniquità” (<em>Is </em>53 10, 11). Gesù le ripete esatte: “il figlio dell’uomo non viene per essere servito ma a servire – a dare la vita in riscatto ai molti” (<em>Mc </em>10, 45). Che mistero indicibile: <strong>un uomo s’incarica delle colpe dell’umanità e le espia.</strong> Che tipo di gratificazione, in ciò? Niente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono ‘giustificato’ se qualcuno mi ama a tal punto da morire per me,</strong> assiduamente, nell’assurda convinzione che non ci sia altro da amare.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il male è nell’uomo – l’ira ne illividisce le ossa – e deve sfogarsi, in sputi e frustate, sull’innocente (“di noi ha provato tutto, tranne il peccato”, <em>Eb </em>4, 15), fino a esaurire l’ultima scoria di malvagità. Perché? Facciamo davvero così schifo? <strong>Il sacrificio dell’innocente è adorato nell’irriconoscenza: di Gesù neppure un belato attraversa la Storia</strong> – del Gesù vissuto su questa terra sappiamo nulla, la sua importanza spirituale è inversamente proporzionale a quella storica. In quel niente, la luce; dal nulla, una campata di falò.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Consueto ribadire il ribaltamento dei valori. Il potente è il più fragile, l’ultimo è il primo, chi crede di fare la Storia ne è divorato, il servo è il vero re.</strong> “Chi vuole farsi grande tra voi, sarà servo – chi vuole essere primo sarà schiavo” (<em>Mc </em>10, 44-45). In cosa consiste questa schiavitù? Vivere per dare la vita ai molti, senza richiesta di grazie – il servo è il prigioniero, il senza diritti, l’annientato, ma nel servo è serbato il mistero del servizio. Il libro dei tanti nomi, la Bibbia, chiede la rinuncia a ogni personalità – anche al personalismo un po’ sadico del servizio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Viviamo per sconfiggere tutti i nomi,</strong> per darci, a precipizio, perché si ama sempre da dispari, da spauriti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ambiguità dei poteri, delle priorità. “Chi è considerato capo della nazioni spadroneggia su di esse” (<em>Mc </em>10, 42): <strong>il “capo delle nazioni” è <em>arconte</em>; Gesù da Paolo, nella <em>Lettera agli Ebrei</em>, è detto <em>archierèo</em>, sommo sacerdote. </strong>Indicazione di grandezze inclinate.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cos’è questa iniquità, questa colpa, questo peccato che ha bisogno di un violento riscatto? <strong>Chi di voi ha l’ardore di mordere la faccia all’innocente? La colpa è la spina di cristallo che ci tiene eretti, attenti. La colpa è</strong> – non è per forza il male. Vivere significa uccidere (o demandare l’uccisione della terra e delle creature ad altri); tradire per capire che cosa ci manca; pagare per sopprimere; fare l’amore per brutalizzare; desiderare per galvanizzare le assenze; figliare per castrare i figli; lavorare invidiando; le piccole malizie che ingrigiscono i giorni. Si vive per liberarsi di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Nell’immersione in cui sono immerso sarete immersi” (<em>Mc </em>10, 39). <strong>Se alla parola <em>battesimo</em>, rituale sgusciato di senso e riempito di collanine, crocefissi d’oro e pranzo in famiglia, sostituissimo la parola quale è, reale, <em>immersione. </em>Immersi in Gesù. </strong>Vivere è una apnea – gli altri senza virtù di falco guardano l’apparizione del giorno, noi apprendiamo gli abissi. Per questo, il servaggio, capite? Più ti abbassi, più ti immergi in Cristo – chi pensa di primeggiare è vinto dal vento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Modificare perfino la spina dorsale, vertebra per vertebra, rosario allucinato – distruggere la stazione eretta</strong>, preparare una verticale contraria, a testa in giù, insaporire l’orizzonte, le diagonali del niente. Ecco il cristianesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se Bibbia è testo sacro, vuol dire che chi lo legge vi lascia traccia, lo modifica. Esiste una Bibbia per ogni sguardo, si dice; su ciascuna è imposto il viso di chi la passa. <strong>Ho la Bibbia di mio padre a casa – proviene dai valdesi che amava frequentare. La leggo setacciando trame d’atti, una mappa di passi.</strong> Forse è quella la carta astrale, nordica – anche il cielo è un Nord –, l’indizio di dove è, cosa ricorda, l’ingratitudine degli smarriti, e se mi cerca. La regalerò a lei. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Sta sorgendo un mondo in cui l’‘uomo’ non potrà più vivere”: Romano Guardini è il più acuto pensatore del Novecento. Ma nessuno ve lo dice. Una antologia con commento</title>
		<link>https://www.pangea.news/romano-guardini-pensatore-antologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Sep 2018 09:08:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’abito del nostro vivere è la contraddizione. Durante le ferie – o nei sogni raffigurati dall’onirico desktop del nostro piccì – sogniamo luoghi selvaggi, isole deserte, spazi incontaminati dove riconoscerci ancora uomini; poi, però, in fondo, non sapremmo rinunciare allo shopping, alla leccornia surgelata, al macellaio sotto casa, all’acqua calda. * Non sottovalutate l’importanza del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/romano-guardini-pensatore-antologia/">“Sta sorgendo un mondo in cui l’‘uomo’ non potrà più vivere”: Romano Guardini è il più acuto pensatore del Novecento. Ma nessuno ve lo dice. Una antologia con commento</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’abito del nostro vivere è la contraddizione.</strong> Durante le ferie – o nei sogni raffigurati dall’onirico desktop del nostro piccì – sogniamo luoghi selvaggi, isole deserte, spazi incontaminati dove riconoscerci ancora uomini; poi, però, in fondo, non sapremmo rinunciare allo shopping, alla leccornia surgelata, al macellaio sotto casa, all’acqua calda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sottovalutate l’importanza del macellaio.</strong> Ha reso una bestia viva qualcosa di anonimamente roseo sotto una pellicola di plastica. La ‘fettina’ di pollo, lo sferico hamburger, il sugoso trancio di carne: tutto appare puro, cristallino, indolore. Nella carne sotto plastica non sentiamo il puzzo del sangue, il dolore della bestia scannata – non ne vediamo gli occhi, iniettati di paura. Mangiamo, fieramente, incuranti: non siamo noi ad avere ucciso. Sapremmo uccidere e poi scuoiare, affettare, cucinare per dar cibo ai figli? Tuttavia, era una azione perfino comune – qualcuno avrà dei nonni che avevano le bestie a razzolare in giardino, a ingrassare per la festa.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Stringo sul punto. Che ha un nome. Romano Guardini.</strong> Relegato tra i pensatori cattolici – manco fosse un marchio d’infamia – Guardini, nato a Verona, cresciuto a Magonza, formatosi a Tubinga, sacerdote dal 1910, superprofessore a Berlino e a Monaco di Baviera, <strong>morto nel 1968 fa, è uno dei grandi pensatori del Novecento.</strong> La sua opera è stampata, libro per libro, <a href="http://www.morcelliana.net/3021-opera-omnia-di-r-guardini" target="_blank" rel="noopener">da Morcelliana,</a> sia lode, ma dovrebbe circolare nel vacuo dibattito odierno alla stessa stregua di Nietzsche – di cui si discute perfino della lunghezza dei baffi – o di Heidegger – che ormai si cita solo per il passato nazista. Cominciai a valicare Guardini attraverso Rainer Maria Rilke. Romano Guardini è uno dei grandi esegeti delle <em>Elegie duinesi</em>, a suo avviso opera disumana ed extraumana, di una mente assoluta. Il libro è affascinante, forse arduo – son quasi seicento pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A mio avviso, il libro più accessibile, necessario, potente – e splendidamente scritto – di Romano Guardini è <em>Lettere dal lago di Como</em>, che è poi una riflessione, in nove epistole, su “La tecnica e l’uomo”.</strong> Il libro – che è edito da Morcelliana nella traduzione di Giulietta Basso – è costituito da nove lettere, pubblicate in origine tra il 1923 e il 1925, poi raccolte in volume nel 1926. Il libro è antico, allora – e di una cocente prossimità. Guardini, con il delicato gusto del paradosso, ci pone le domande che imbarazzano: che cosa significa ‘progredire’?, dove svanisce l’uomo nella società robotizzata?, che legame abbiamo con la cultura e con la natura se ci adagiamo in esistenze regolate dallo stipendio fisso (o meno), dall’avvenire statalista, dallo statuto dell’orario?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il discorso intorno alla tecnica è vecchio di millenni. L’uomo ha deciso di esiliarsi dal vitale, dal naturale, dall’orrido – dunque – da quando Minotauro è stato accerchiato dal labirinto (ogni costruzione dell’uomo, infine, è labirinto), da quando Edipo ha vinto la Sfinge che era dentro di lui, compiendo, ragionevolmente, l’irragionevole, rifiutando di far patti con l’irrazionale – con cui patteggiare significa morire a morsi. Eppure, Gesù sceglie il deserto e muore nella città, riconosce l’uomo ma si esilia dal mondo degli uomini.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Guardini non anela un ritorno – idiota – all’Eden perduto: la malinconia mette lustrini a mascelle gonfie di zanne. <strong>Eppure, la differenza che c’è tra il fuoco e il riscaldamento centralizzato è rapace. Quel mondo umano e tanto umano che è nato intorno al fuoco è finito.</strong> Il rimpianto non fa una filosofia – ma il filosofo deve osare le domande assurde. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62660 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/Guardini-libro-175x300.jpg" alt="Guardini libro" width="107" height="182" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Guardini-libro-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Guardini-libro-599x1024.jpg 599w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Guardini-libro-600x1026.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/Guardini-libro.jpg 684w" sizes="(max-width: 107px) 100vw, 107px" />Sento chiaramente che sta sorgendo un mondo un cui l’‘uomo’ – preso in questo senso particolare – non potrà più vivere,</strong> un mondo in certo qual modo disumanizzato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Riesco a sentire quale meravigliosa manifestazione di cultura stia nel fatto che l’uomo, in virtù di un legno ricurvo e debitamente connesso e di una tela tesa, possa signoreggiare sull’acqua e sul vento?&#8230; <strong>Ebbene, indubbiamente l’uomo ha già pagato questa sua vittoria con un distacco dalla natura. L’uomo, nella sua barca a vela, non è più incluso nel regno del vento e dell’acqua, come lo sono l’uccello e il pesce.</strong> Gli si è venuto modificando lo slancio dionisiaco col quale egli, a mo’ di un dio, si abbandonava alla natura. Una volta ho letto di una popolazione di pescatori dell’Oceano Pacifico, i cui uomini si gettano tra i marosi a cavallo di un semplice asse: solo per gioco, per puro piacere! Quale indicibile ebbrezza deve impadronirsi di un uomo che, unendosi in tal modo alla natura, sembra quasi trasformarsi in un re delle acque, o divenire addirittura uno spruzzo dell’onda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Permettimi di esagerare, di forzare il mio pensiero: essere uomo significa accendere il fuoco in un luogo nel quale non lo si abbia a temere e affinché illumini e riscaldi. Sfera dell’uomo primitivo – Prometeo! Ma senti come ci discostiamo da questa sfera non appena adottiamo la moderna stufa a carbone che si accende in autunno e che, regolare come un orologio, brucia fino a primavera? Oppure il riscaldamento centrale che, in modo assolutamente anonimo, porta per mezzo di un’unica caldaia tutta la casa a un determinato grado di temperatura? O addirittura il riscaldamento elettrico, nel quale non c’è più niente che ‘arde’, dove soltanto un filo metallico corre attraverso la casa e fa sì che si riscaldi, in una determinata ubicazione, un diffusore di calore? <strong>Il fenomeno della cultura è scomparso, il contatto con la natura spezzato, ne è derivata una situazione quanto mai artificiale. E tutto ciò che di esistenza umana e di vita era stato attuato davanti al fuoco, all’aria libera, è ormai distrutto.</strong></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">L’abbassamento di livello colpisce dappertutto. È la fine di ogni ordine gerarchico. Ciascuno crede che tutto gli sia permesso. Niente sussiste più della sottomissione alla sostanza contenuta nelle cose, alla dignità storica o sociale della forma. <strong>Non esiste più niente che sia ritenuto degno di rispetto. Tutto libero, fuori dalla legge. Niente più si considera come irraggiungibile. Si tende la mano verso qualsiasi cosa.</strong> Tutti i problemi filosofici, tutta l’arte, tutti gli avvenimenti storici, tutte le personalità, fin negli ultimi recessi del ricordo, corrispondenze e diari intimi, tutti i valori religiosi fino alle testimonianze dei più profondi misteri – tutto questo viene messo in piazza e dato in pasto al pubblico. Come è disgustoso tutto ciò! Com’è divenuta borghese la nostra esistenza in tutte le sue manifestazioni, anche religiose; poiché l’abbandono di qualsiasi senso di arcano, l’irruzione del frastuono e della frenesia nel silenzio creatore, nulla hanno veramente a che fare con la profonda uguaglianza dei figli di Dio e con l’espressione ‘tutto vi appartiene’! Come ardentemente si desidera una disciplina dell’arcano, che protegga il sacro dalla esibizione in pubblico! E anche dalla ostentazione interiore!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I giornali, i manifesti, la pubblicità e i discorsi sono all’opera e rovinano tutto. Ancora pochi anni fa la parola ‘nobile’ significava qualcosa di prezioso. La si adoperava raramente e con riguardo.</strong> Si sapeva che serviva a designare qualcosa di eccellente, di raro, di unico, di eccezionale. Oggi, questo vocabolo è vilipeso. Si è cominciato a parlare di gas ‘nobili’, poi sono venuti i comunisti ‘nobili’ e l’acciaio ‘nobile’. Per finire, adesso, con l’acquavite ‘nobile’! Ma mi pare di perdere qualcosa quando un vocabolo insostituibile viene trascinato in ogni tram dalla sfacciata ed appariscente pubblicità di una marca di liquore! Cosa ne è stato della parola ‘uomo’, delle parole ‘vita’, ‘valore’!</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…ovunque tu avverti il progressivo sbriciolamento delle cose, lo smembramento delle misure,</strong> percepisci come una creazione sia inghiottita da un’altra, come un ordinamento antico sia soppiantato da uno nuovo.</p>
<p><em>Romano Guardini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/romano-guardini-pensatore-antologia/">“Sta sorgendo un mondo in cui l’‘uomo’ non potrà più vivere”: Romano Guardini è il più acuto pensatore del Novecento. Ma nessuno ve lo dice. Una antologia con commento</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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