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	<title>Robert Penn Warren Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 27 Jul 2024 04:14:31 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Se solo sapessimo offrirci a questa luce impietosa”. La poesia di Rosanna Warren (e una storia d’amore)</title>
		<link>https://www.pangea.news/rosanna-warren-poesie-amore-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jul 2024 04:04:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Eleanor Clark]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Penn Warren]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come sempre, poi, penetra il caso, scatena i suoi cani e tutto rompe, rovista, rovina. In questo caso, mi premeva pronunciare una cosa molto semplice. Secondo il mio gusto, le poesie di Rosanna Warren sono belle. Ho letto Man in Stream, ne sono rimasto trafitto. Nata in Connecticut nel 1953, studi a Yale e alla [&#8230;]</p>
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<p>Come sempre, poi, penetra il caso, scatena i suoi cani e tutto rompe, rovista, rovina.</p>



<p>In questo caso, mi premeva pronunciare una cosa molto semplice. Secondo il mio gusto, le poesie di <strong><a href="https://www.rosannawarren.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rosanna Warren</a></strong> sono belle. Ho letto <em>Man in Stream</em>, ne sono rimasto trafitto. Nata in Connecticut nel 1953, studi a Yale e alla John Hopkins, la vita della Warren non si scosta – per quel che ne sappiamo – dall’estro letterario. Nessuna polemica, nessuna confidenza con i media né clamorosa appendice esistenziale utile a forgiare un ‘personaggio’. Di lei si conosce la lista delle pubblicazioni – sette raccolte di poesie in quarant’anni: la prima, <em>Pastorale</em>, è del 1980, l’ultima, <em>So Forth</em>, è del 2020; dicono grandi cose di <em>Departure</em>, 2003, e di <em>Ghost in a Red Hat</em>, 2011 –, degli incarichi – ha coordinato, per Norton, l’edizione delle poesie e delle prose di Eugenio Montale – e delle traduzioni (tra tutte, <em>Le supplici</em> di Euripide, ma ha anche tradotto Pierre Reverdy, in un libro complessivo che accoglie traduzioni, tra i tanti, di John Ashbery e di Kenneth Rexroth, poi Marcel Proust e qualcosa di Patrizia Cavalli). In Italia, nessuno ha pubblicato Rosanna Warren: nel numero 266 (novembre, 2011) della vecchia serie di “Poesia”, la rivista edita da Crocetti, gli ha dedicato un servizio Lucio Mariani, <em>Fantasma sotto un cappello rosso</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="960" height="960" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/19_Summer_Warren_Poems.jpg" alt="" class="wp-image-100388" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/19_Summer_Warren_Poems.jpg 960w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/19_Summer_Warren_Poems-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/19_Summer_Warren_Poems-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/19_Summer_Warren_Poems-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/19_Summer_Warren_Poems-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/19_Summer_Warren_Poems-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lei è Rosanna Warren</figcaption></figure>



<p>A me pare – delle poesie che ho tradotto, che mi piacciono – che Rosanna Warren discenda dalla poesia luminosa e selvatica di Mary Oliver (approdata in Einaudi, finalmente, con <em>Primitivo americano</em>, 2023) e da quella rovinosa, violenta di Robinson Jeffers. In lei, avrei detto – e lì mi sarei fermato – la natura, che domina, giunge a noi con una consapevolezza lirica abbacinante: alcuni poeti – bravi, bravissimi – ruotano la falce; Rosanna soffia nel vetro. Tutto qui.</p>



<p>Il caso, però, ha modificato tutto.</p>



<p>Il segreto di Rosanna Warren è un fienile. Lo dice lei.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ho frequentato fin da piccola gli scaffali dei miei genitori, sfogliavo i libri dei ‘grandi’, che ancora non potevo capire. A 15 anni, sapevo appena leggere il francese, fui particolarmente attratta dalla parte della libreria che conteneva i libri francesi e italiani di mia madre”.</strong></p>
</blockquote>



<p>I genitori di Rosanna avevano acquistato “un vecchio fienile nel Connecticut”, trasformandolo in una casa. La casa era piena di libri. I genitori di Rosanna hanno avuto una vita complicata prima di conoscersi.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La prima volta che si sono incontrati, mio padre era sposato, mia madre aveva altro per la testa. La seconda volta, dopo la Seconda guerra, si scoprirono entrambi liberi. Si sono ‘innamorati’, cioè, sognarono una vita nuova. Il matrimonio, contratto nel 1952, pareva improbabile: lei era una ex trotskista, lui uno dei membri più attivi dei Southern Agrarian. Trasformarono un fienile in una casa e molti anni dopo, in quel fienile, trovai la testimonianza di una storia da romanzo. Un libro chiuso. Che ho voluto, pur con delicatezza, disturbare”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Quando Rosanna Warren è nata, la madre compiva quarant’anni, il padre andava per i cinquanta. <strong>Robert Penn Warren, il padre di Rosanna Warren, è uno dei grandi, contraddittori scrittori degli Stati Uniti d’America</strong>, l’unico ad aver vinto il Pulitzer sia per la poesia (un paio: nel 1958 e nel ’79) che per il romanzo (nel 1947). È un poeta importante, negletto in Italia – fatta salva l’antica, introvabile antologia Einaudi, curata da Sergio Perosa, <em>Racconto del tempo e altre poesie</em>, 1971 –; ora intuisco la tensione della figlia.</p>



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<p>La storia, però, si complica, ne è complice la madre di Rosanna, <strong>Eleanor Clark</strong>. Scrittrice di talento – nel 1964 vince un National Book Award per <em>The Oysters of Locmariaquer </em>–, amica di Elizabeth Bishop e di Mary McCarthy, sposò, giovanissima, per ragioni ‘di parte’, Jan Frankel, il segretario di Trotskij: ebreo, cresciuto in Austria, comunista, prese la cittadinanza americana con il nome di John Frank. Divorziò dalla Clark poco dopo aver contratto il matrimonio.</p>



<p>Ma non è questo il punto. La storia prende una nobile virata nel 1943. Eleanor Clark lavora per l’Office of Strategic Services, a Washington DC, quando conosce Alexis Léger, alto diplomatico francese: il suo nome è nella strettissima lista di ricercati dai nazisti, dopo l’ingresso a Parigi. <strong>Con il nome di Saint-John Perse, Alexis Léger è tra i grandi poeti del secolo:</strong> nel 1960 lo avrebbero coronato con il Nobel; lui, a quell’epoca, aveva 56 anni, lei 30.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Due persone di talento, sfollate dalla guerra in circostanze diverse, si conoscono in una città inquieta, condividono una breve avventura poetico-erotica. Perse era un’amante capace, mia madre, già sposata, non era ingenua. Il fatto che l’avventura non potesse avere alcun futuro le conferiva un sapore particolare. Costruirono un linguaggio privato per i loro giochi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Rebecca Warren scopre la relazione della madre nella biblioteca di casa, nel fienile. Tutti i libri di Saint-John Perse sono siglati dall’autore, sigillati da dediche enigmatiche. <strong>Lui si firmava Diego, aveva ribattezzato lei Jennifer. “À Jennifer, Être de très grand luxe, et qui a droit à tout”; </strong>“Pour Jennifer, en souvenir d’un fer à cheval et d’un papillon mécanique”. Lui, maestro di reticenze, non accennò mai alla fugace relazione con Eleanor, tanto meno ne fa cenno nella sua elaborata, granitica, autarchica biografia. Disse di averle dedicato, con parole cifrate, <em>Exil</em>, il suo più grande poema – chissà a quante lo avrà detto. Lei non si arrabbiò, non si intenerì, diede per scontate le lascivie e le severità del poeta, il crollo e il decollo – la decollazione. Fu discreta – e ingigantì il suo amore. Molti anni dopo, messa alle strette dalla figlia, si raccontò; due anni fa, su “The American Scholar” (29 dicembre, 2022), Rosanna Warren svela a tutti l’arcano amore in un articolo – <strong><em><a href="https://theamericanscholar.org/foreign-af%E2%80%8Afairs/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Foreign Affairs. The many lives and loves of the mysterious Saint-John Perse</a></em> </strong>– non privo di spudorata tenerezza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le poesie successive di Saint-John Perse, <em>Pluies</em>, <em>Vents</em>, e così via, sono troppo gonfie, sono lirica enfiagione. La fisicità e l’energia animalesca dei primi lavori lascia il posto alla febbrile ripetizione di <em>grandezza</em> e <em>altezza</em>. Rifiutandosi di sostenere de Gaulle, il diplomatico diventò di fatto irrilevante; il poeta, di contro, costruì pazientemente un monumento alla propria monumentalità”.</strong></p>
</blockquote>



<p>C’è un sentore di vendetta – o di giustizia, è uguale – in questa sentenza di Rosanna Warren. La madre aveva tradotto, nel 1965, <em>Éloges, </em>il primo libro del suo antico amante.</p>



<p>In ogni caso, è una bella storia – e gli amori vanno sempre taciuti, serrati in un sussurro.</p>



<p>**</p>



<p><em>Uomo nella corrente</em></p>



<p>Sei nel fiume, imbrattate di fango<br>le braccia, zanzara satura di sangue sulla fronte<br>maglia gialla di assiduo sudore<br>mentre la corrente slitta tra le gambe<br>ambra, verderame, srotolando<br>l’oggi, il travaglio della scorsa notte…</p>



<p>Fissi il padre castoro, occhi negli occhi,<br>ma il suo sguardo ti sovrasta – e tu sconfini nel regno<br>senza volontà lo hai tirato fuori dal suo forte<br>bastione raffinato dai denti, con aureole di fango<br>tracce di fiamme che sfarfallano tra le vene della betulla.</p>



<p>La morte ci sovrasta. Implose radici<br>di alberi in picchiata ancora aggrappate alla pietra.<br>I licheni bruciano sul legno marcio, marce di funghi a flotte.<br>Volevo un giorno pieno di crepe perché dilagasse la luce.<br>La foresta è sempre notturna, ma brilla<br>palmo a palmo la betulla impone la muta</p>



<p>e noi sfrattiamo la nostra disfatta:<br>se solo sapessimo, se sapessimo<br>offrirci a questa luce impietosa.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="742" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/71hwLPeXbML._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-100389" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/71hwLPeXbML._AC_UF10001000_QL80_.jpg 742w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/71hwLPeXbML._AC_UF10001000_QL80_-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/71hwLPeXbML._AC_UF10001000_QL80_-600x809.jpg 600w" sizes="(max-width: 742px) 100vw, 742px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Boletus</em></p>



<p>È pomeriggio, i grilli si danno al cucito,<br>insieme. Riparano senza sosta ciò<br>che le grida dell’uccello-gatto hanno strappato.<br>L’acero trema, ha parola ingiallite mentre crolla.<br>Si è ferito: metà del ramo è rotto<br>e penzola sopra i rami più bassi<br>il tronco reca una bionda fenditura.<br>Attraversiamo il ruscello, saliamo<br>a ovest, lungo il fianco della montagna<br>tra boschi di alloro, lungo la valle segata dai faggi<br>per sdraiarci su un albero caduto, nel greto.<br>Nessun riposo. Portiamo con noi ciò che abbiamo<br>appena lasciato: un paese beato dall’idea<br>di essere a brandelli. Il porcino sboccia<br>dal legno marcio. Ci catechizza<br>con il suo cranio vescovile, amaranto. Qualcuno<br>lo mangerà, qualcuno ne soffrirà. Ma lui non è<br>come la bianca amanita, che comporta<br>insufficienza epatica, convulsioni, morte. &nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Fuga, clavicembalo</em></p>



<p><em>Per Sylvia Marlowe</em></p>



<p>Dalla sua mano sinistra scaturì<br>il fiume, dalla destra la pioggia<br>che increspava, goccia dopo goccia,</p>



<p>la corrente, stordita verso il basso<br>poi colpì la cascata, vortice di rami<br>e foglie, schiuma franta su pietra:</p>



<p>dalle sue dita uscirono<br>gorghi, rosate bolle, la fuga<br>ribelle a se stessa, contro il sé</p>



<p>che cade: digressione di mulinelli<br>sotto gli ombrosi banchi, grovigli di radici<br>tronchi affilati dai castori. Aveva il volto</p>



<p>del luccio, la mascella che sporge, d’argento<br>l’occhio, puro scatto. La forma<br>si compì</p>



<p>tramite vedovanza, la pelle<br>maculata dal male, mani contorte, un dolore<br>da cui fuggo. Ora</p>



<p>quel temperato tumulto muove<br>il mio tempo secondo i suoi tempi. Oltre<br>la sua morte, mio</p>



<p>acufene, mi blocco<br>tento di intuirla<br>dentro il turbinio delle voci.</p>



<p>*</p>



<p><em>Dai Taccuini di Anne Verveine</em></p>



<p>I</p>



<p>Quando i cani assalirono Atteone, lui<br>gridò (gridò davvero?), mosse</p>



<p>il braccio per comandarli e gli strapparono<br>la mano dal resto, gli strapparono</p>



<p>le viscere dal ventre, gli sradicarono<br>il grido dalla gola.</p>



<p>È così che conosciamo un dio, quando i fatti<br>si incarnano nelle viscere, è così che sappiamo</p>



<p>che dio vuol dire: impossibile modificare. Tu<br>stavi sopra di me mentre aprivo gli occhi</p>



<p>ho visto troppo tardi ciò che dovevo<br>vedere: vederti</p>



<p>sulla soglia con una lanterna elettrica<br>io che salto, la stanza, il ruvido pagliericcio nell’ombra</p>



<p>ecco ciò che è immutabile: ti volevo<br>distinto, distante, e altrettanto distanti</p>



<p>sentivo abbaiare i cani.</p>



<p>*</p>



<p><em>In terra straniera</em></p>



<p>Non più nostre montagne. Oltre l’auto distrutta dall’edera<br>si innalza una dentiera di picchi, dal fumo. Pensavamo<br>forse che i luoghi sarebbero rimasti immobili per noi?</p>



<p>Artemisia, lupino, gialle balsamiche radici<br>e quei piccoli papaveri e i lampeggianti gerani. Arnica penta-petalo<br>che guarisce da ferita che sguaina sangue. Questo è un paese grizzly.</p>



<p>“Usate il buon senso”, dice la guida. Ma cosa mi dici<br>di quegli acquazzoni che si impennano come un celestiale Taj Mahal?<br>Tremano i pioppi, sibila il corpo da ballo degli ontani</p>



<p>ma il fianco della montagna muore della morte marrone<br>il festino degli scarabei delle cortecce. Abbiamo fatto<br>troppa strada per giungere a questa rocciosa sporgenza</p>



<p>per varcare i sentieri senza guardare la capra<br>di montagna negli occhi. Per anni<br>ci siamo tenuti per mano ma ora tengo</p>



<p>tre miliardi e mezzo nel mio palmo<br>una scheggia fossile di cianobatteri, la cellula<br>che per prima ha eruttato ossigeno, ha creato la nostra aria.</p>



<p>Sei scomparso dietro una rupe. Il mirtillo è una fiamma<br>incendio appena abboccato. Le ceneri si aprono<br>al cospetto dell’Idaho. Il Pacifico tende il piede</p>



<p>e scalcia contro questa cordigliera, la getta<br>tra le nubi dove la fiera degli incisivi<br>morde l’antico e logoro desco che una volta</p>



<p>fu ghiacciaio. Turisti fin dal ventre, rampichiamo<br>sulla nostra estraneità, a bocca aperta, come le fauci<br>delle montagne, imbavagliate, che sputano un altro tozzo</p>



<p>di ghiaccio: ruggisce nel lago, ciotola di bile smeraldo.</p>



<p><strong><em>Rosanna Warren<br></em></strong><br> <em>*In copertina: Andrew Wyeth, Day Dream, 1957<br><br></em></p>
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		<title>“Fare una cosa bella”. John Crowe Ransom, poeta</title>
		<link>https://www.pangea.news/john-crowe-ransom-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 03:23:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Agrarian]]></category>
		<category><![CDATA[conservatori]]></category>
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		<category><![CDATA[John Crowe Ransom]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Penn Warren]]></category>
		<category><![CDATA[tradizione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>John Crowe Ransom morì i primi giorni di luglio del 1974, aveva compiuto da poco ottantasei anni, aveva tre figli. L’anno prima era stato nominato al Nobel per la letteratura (vinto, per la cronaca, dall’australiano Patrick White); dieci anni prima l’edizione dei suoi Selected Poems, edita da Knopf, aveva ottenuto il “National Book Award”; lui [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/john-crowe-ransom" target="_blank" rel="noreferrer noopener">John Crowe Ransom</a> morì i primi giorni di luglio del 1974, aveva compiuto da poco ottantasei anni, aveva tre figli. L’anno prima era stato nominato al Nobel per la letteratura </strong>(vinto, per la cronaca, dall’australiano Patrick White); dieci anni prima l’edizione dei suoi <em>Selected Poems</em>, edita da Knopf, aveva ottenuto il “National Book Award”; lui non scriveva più un verso da tempo, dal 1927, per essere precisi. Rivedeva con ossessione da orafo le antiche poesie, ne misurava la tenuta e il coltivo, la <em>liceità</em> – il cristallino nell’occhio.</p>



<p>Era un uomo che sapeva incutere timore, un uomo che sapeva distinguere con ineffabile perizia il bene dal male: pareva poter fare dei tuoni un domestico lume. Nel 1930, per dire, aveva scritto un saggio di marziale potenza – e di guerresca ironia –, <em>God without thunder, an unorthodox defense of orthodoxy</em>, in cui prendeva le parti del Dio del Primo Testamento, geloso e vendicativo, pietoso perché inflessibile, rispetto al dio da taschino, da orecchino della modernità – rispetto al dio-scienza e al dio privato. D’altronde, introducendo la prima raccolta di poesie, <em>Poems About God</em> (1919), scrisse di aver tentato “di pronunciare il nome di Dio in modo sincero e spontaneo, privo di quel moto da routine che oggi va per la maggiore, nell’era della morte delle emozioni estetiche e religiose”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="716" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/15685346230-716x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100262" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/15685346230-716x1024.jpg 716w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/15685346230-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/15685346230-600x858.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/15685346230.jpg 755w" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" /></figure>



<p>Già solo l’idea di scrivere delle poesie su Dio e sui suoi dintorni faceva paura. Come si era permesso? Questo, per dire, è l’attacco di <em>Sunset</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“So che non sei crudele<br>che il male non dipende dalla tua volontà.<br>Gentilezza arma i tuoi occhi:<br>non può essercene di più negli occhi<br>del cielo, di te ricolmi.<br>Pensavo che un giorno saresti riuscito ad amarmi<br>ma ora ne dubito fortemente.<br>Non ho paura di umani rivali<br>ma di te, Dio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>John Crowe Ransom era nato a Pulaski, Tennessee; il padre era ministro metodista. Insegnava alla Vanderbilt University, Nashville; durante la Prima guerra aveva servito in Francia, per questo volle che i suoi gradi – “1 st Lieut. Field Artillery, A.E.F.” – risplendessero sulla copertina del suo primo libro, “affettuosamente dedicato a Christopher Morely”. La <em>virilità</em>, all’epoca, era un valore pari al pianto di Achille; l’amicizia qualcosa che solcava le sofisticherie dell’<em>interesse</em>.</p>



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<p>In sostanza, John Crowe Ransom s’incaricò dell’altra faccia della letteratura statunitense, quella ‘sudista’. Fu l’anima dei “Fugitives”, poeti fuggiaschi dall’imperio della modernità, dalle mode imposte dalle metropoli; fu il guru degli “Agrarian”, che reagivano al dominio delle potenze finanziarie del Nord, un oltraggio alla tradizione rurale americana. Nel 1939 fondò la “Kenyon Review”, autorevole testata su cui pubblicarono, tra gli altri, Flannery O’Connor, Delmore Schwartz e Dylan Thomas; due anni dopo pubblicò <em>The New Criticism</em>, il libro – nato all’ombra delle ricerche di Thomas S. Eliot – che di fatto fondava un nuovo sguardo critico, concentrato sul testo letterario, libero da vieti biografismi e psicologismi rococò. <strong>Allevò una scuola di letterati di altissimo valore: aveva il coraggio di farsi sorprendere e superare. Tra costoro, primeggiano Allen Tate e Robert Penn Warren.</strong> Quest’ultimo – l’unico scrittore americano ad avere vinto il Pulitzer per il romanzo e per la poesia – lo ritrasse, nel 1984, dieci anni dopo la sua morte, in un articolo pubblicato dal “New York Times”, <em><a href="https://www.nytimes.com/1984/05/20/books/john-crowe-ransom-the-first-poet-i-ever-saw.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">John Crowe Ransom: The First Poet I Ever Saw</a></em>, che attacca così:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando, era il settembre del 1921, feci il mio ingresso, intimorito, nella classe di letteratura inglese della Vanderbilt University, vidi per la prima volta John Crowe Ransom. Aveva poco più di trent’anni, era più basso della media, ma pareva statuario, dalla corporatura robusta, schietto il cranio, capelli castani e uno sguardo azzurro, penetrante. La sua voce, non particolarmente forte, era però straordinariamente chiara: esito, supposi, della carriera, appena conclusa, nell’esercito, come luogotenente di artiglieria. La sua cortesia era perpetua e indefinibile, fredda, certo, ma amichevole e pronta. Prestava attenzione anche alla più stupida domanda di una matricola qualunque, e rispondeva a tutti, col suo modo ponderato. È stato il primo poeta che abbia mai conosciuto, aveva pubblicato a New York un vero libro, intitolato <em>Poems About God</em>, che si poteva comprare in una vera libreria”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Che di questi nomi – Ransom, Penn Warren, Tate – nessuno risuoni in modo perentorio nel nostro paese è indice: a) della nostra scarsa conoscenza del mondo statunitense; b) dell’incuria del sistema editoriale italico, prono all’ideologia più che all’avventura. I “Fugitives” sono stati letteralmente spazzati via dai “Beat”: eppure, la loro indole preme ancora al cuore degli Stati Uniti, i loro libri sono più belle della soffitta di stracci di Kerouac &amp; Co. <strong>In Italia, Ransom trovò un traduttore d’eccezione in Giovanni Giudici. <em>Le donne e i cavalieri</em>, antologia di poesie di Ransom pubblicata nel 1971 da Mondadori, </strong>nello ‘Specchio’, era stata voluta da Vittorio Sereni; Giudici accolse la proposta con freddezza, finì per innamorarsi di quel “classico, incantevole poeta <em>fugitive</em>” (la vicenda editoriale è raccontata da Teresa Franco in <em>L’ironia ‘romanzesca’ di John Crowe Ransom nelle traduzioni di Giovanni Giudici</em>: “Studi Novecenteschi”, vol. 45, no. 95, gennaio-giugno 2018). Giudici aveva tradotto da poco Robert Frost, avrebbe tradotto dopo poco Sylvia Plath.</p>



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<p>Nel 1951 il Bollingen Prize – era la terza edizione, le prime due avevano premiato Ezra Pound e Wallace Stevens – onorò un poeta ormai in disarmo da anni. Il suo silenzio gli conferì la granitica perentorietà di un <em>classico</em>; pareva uno dei padroni del tempo – conosceva il senso della parola <em>missione</em>; il padre, molto, molto tempo prima, aveva piantato il Verbo in Brasile, in luoghi remoti e austeri, impossibili ai più. Fu uno dei rari poeti <em>morali</em> del secolo: il suo sì era una veranda; sapeva di ogni cosa la soglia, il limite.</p>



<p>Per capire il carisma di un’epoca: quando JCR ottenne il National Book Award, sessant’anni fa, per il romanzo gareggiavano <em>V.</em> di Thomas Pynchon, <em>Il gruppo</em> di Mary McCarthy e <em>Il centauro</em> di John Updike (che vinse). Era fiero di vivere in un altro tempo, appropriato a chi scandaglia ancora il sole mentre si sfilaccia, oltre i campi, fino a quel singulto rosso. Pareva una meridiana: consapevole che ciò che si trasforma, infine, tornerà uguale a ciò che era un tempo, e così via, fino al giorno in cui la ragione andrà a maggese e il seme del Verbo germoglierà nel fuco del fuoco.</p>



<p>È il suo allievo più talentuoso, Robert Penn Warren – nel 1986 sarebbe stato eletto, per la seconda volta, <em>poet laureate</em> degli Usa – a ricordare JCR negli ultimi giorni della sua esistenza terrena:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ormai vecchio, John mi disse che per molto tempo si era chiesto cosa desiderasse di più dalla vita. Aveva trovato la risposta. <em>Fare una cosa bella</em>, mi disse. Ha scritto delle poesie bellissime – bellissima è stata la sua esistenza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Fare una cosa bella. Una sedia, una poesia, l’ombra delle mani sul muro, a ritroso, nei meandri della candela. <em>Fare</em> il bello. Credere nella resurrezione, per lui, era la bellezza in trionfo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="318" height="456" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/17280407.jpg" alt="" class="wp-image-100263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/17280407.jpg 318w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/07/17280407-209x300.jpg 209w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" /></figure>



<p><em>***</em></p>



<p><em>Emily Hardcastle, zitella</em></p>



<p>Verremmo domattina, non abbiamo avuto il suo amore.<br>Nessuna invidia maculerà il nostro viso ma un dono in lodi<br>e gigli per il maestoso cerimoniale di cui non siamo gli eroi.</p>



<p>Ora la assistono le sorelle: occhi rossi, ira nell’iride;<br>più giovani, ma lei era la più bella – stanchi di attendere<br>le maritarono a mercanti, entrambi miscredenti.</p>



<p>Ero elegante, dondolavo nel completo sale-e-pepe<br>erano le bellezze locali e si fidavano ciecamente<br>dell’orgoglio, quello che prima o dopo si sbriciola.</p>



<p>Ma proprio ora, sulla soglia, il suo brizzolato Barone;<br>lascia che la vestano da Sposa, da Principessa, che varchi<br>l’arco inghirlandato, promessa allo Straniero dalle oscure dimore.</p>



<p>*</p>



<p><em>Memore dell’inverno</em></p>



<p>Due mali, mostruosi, da entrambe le parti<br>si impossessarono di me, riluttanti a svanire:<br>un grido, Assenza, Assenza, nel cuore<br>e nel bosco il fremito di un furioso inverno.</p>



<p>Non pensare a quando il fuoco ardeva tra i mattoni<br>e dalle assi sigillate non eruttava il vento<br>e io brillavo, come loro, come tutti, semplice stilo<br>di brace, lontano dalla causa, dal calore e dal centro.</p>



<p>Meglio camminare nell’aria gelata<br>e lavare le ferite nella neve; questo vuol dire guarigione:<br>il cuore che batte con un dolore docile<br>zuccherato dal freddo, oltre la malizia dei sentimenti.</p>



<p>E dove cammino, la spaventosa esplosione dell’inverno<br>che piaga il corpo, i bulbi oculari pari a biglie: anche<br>se il cuore non può consegnarsi al gelo, è troppo<br>piccolo per risparmiare il sangue e sognare.</p>



<p>Amore mio, queste dita che un tempo ti toccarono<br>e che unirono le nostre distinte forze<br>queste dieci piccole dita idiote non valgono<br>più molto: dieci ceppi uncinati al tempo.</p>



<p>*</p>



<p><em>Uno che rifiuta Cristo</em></p>



<p>Ci sono agricoltori e agricoltori<br>ci sono campi e campi<br>ma nessuno dei fattori, qui intorno,<br>sa tirare fuori da queste terre<br>quanto io da un mero acro.</p>



<p>Ci sono tanti contadini<br>che lasciano un pezzo di terra<br>presso il recinto: amano le rose<br>il loro profumo che gratta via<br>quello acre del fieno.</p>



<p>Io non sono come loro:<br>faccio fruttare la terra<br>non mi fisso sui sentimenti<br>e dato che le rose non fruttano<br>le ho tagliate via.</p>



<p>Sarebbe bene che imparassero<br>da me gli altri agricoltori.<br>In un buon campo cresce il raccolto<br>e non c’è nulla di peggio dell’odore<br>di rose in un campo pieno di fieno.</p>



<p>*</p>



<p><em>Oscurità</em></p>



<p>Quando corri verso casa in una notte di pioggia<br>e senti le cime degli alberi scuotersi<br>e non c’è neanche una stella amica<br>e scorgi la tua strada oltre l’incrocio<br>fermati, gira tre volte su te stesso,<br>impara la logica dei perduti.</p>



<p>Dov’è la celeste luce che hai sognato?<br>Dove il focolare e l’ardente cenere?<br>Dov’è l’amore che si approssima alla luna?<br>In un posto non peggiore di questo<br>gli uomini perduti si lamentano e digrignano i denti.</p>



<p>Il fulmine è un rapace<br>l’alba è lenta, pallida,<br>l’amore reca una lampada<br>ma non puoi afferrare alcuna luce:<br>l’oscurità si cela in ognuna di esse<br>non è mai capitato che fallisse.</p>



<p>*</p>



<p><em>Qui giace una donna</em></p>



<p>Qui giace una donna d’alto rango, di nobile bellezza.<br>Di brividi e di febbre morì, di febbre e di brividi,<br>gioia del marito e delle zie e del bimbo di tre anni<br>dei medici che si sono meravigliati del suo male.</p>



<p>Lei ardeva, i suoi occhi spalancati come braci<br>e le dita che flottavano fino a confonderli –<br>Che cosa faceva? Poi, nulla: assisa in mezzo<br>a un labirinto di vecchi merletti, di scarti a brandelli –</p>



<p>Anche questo è passato: il suo fuoco declinò<br>finché non rimase scoraggiata, fredda, come un sottile<br>stelo bianco. Non si apre più al vino, ignifuga ai baci;<br>il sesto stato fu l’ultimo, il freddo svanì.</p>



<p>Amabili signore, che possiate fiorire al lungo, ma ora dite:<br>non è forse stata fortunata? Nei fiori, nei merletti, nel lutto<br>con amore e onore abbiamo consegnato a Dio il riposo<br>della sua anima – sei brevi stadi di gelo, sei di ardore.</p>



<p>*</p>



<p><em>Opera</em></p>



<p>Conosco un uomo pio<br>che prega quando può.</p>



<p>Ora trovo Dio nel bardo e nel libro<br>a scuola e nel tempio, nel rapace e nel ruscello.</p>



<p>Dicono che il Dio più dolce<br>si trova all’osteria.</p>



<p>Dio non pretende vino costoso<br>ama la spuma di un boccale da tavola.</p>



<p>Quando il vino è alle labbra<br>si inaugura la buona compagnia di Dio.</p>



<p>Vadano al diavolo cattedrali<br>sinagoghe, chiese e le loro opere.</p>



<p>Quanto alla carità cristiana<br>è roba da ridere.</p>



<p>Dà al mendicante tutti i tuoi risparmi<br>perdona al fratello sette volte.</p>



<p>Amo la pioggia, dice l’assetata zolla<br>come questo uomo pio.</p>



<p>Dio è giunto e non è strano<br>lodare le sue opere.</p>



<p>Dio è giunto, il dolore è sconfitto:<br>così canta tutta la notte –</p>



<p>canterà così anche domani?</p>



<p><strong><em>John Crowe Ransom</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Winslow Homer, Cow Boys, 1873</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/john-crowe-ransom-poesie/">“Fare una cosa bella”. John Crowe Ransom, poeta</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Il manifesto degli agricoltori-poeti. Gli “Agrarians” contro l’idolatria del progresso</title>
		<link>https://www.pangea.news/agrarians-manifesto-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Feb 2024 05:37:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Agrarians]]></category>
		<category><![CDATA[Allen Tate]]></category>
		<category><![CDATA[Donald Davidson]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poetica della politica]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Penn Warren]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’attualità, per così dire, di questo articolo risiede in un documento miracolosamente inattuale. Ipotesi di partenza. Tenere insieme, con originalità di fonti e alti auspici, due ‘fenomeni’. Il primo è la ‘rivolta dei trattori’, meglio, degli agricoltori, qualsiasi connotazione essa assuma. Chiamiamola, la rivolta della terra. Il secondo riguarda le bagarre elettorali americane. Il tema [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/agrarians-manifesto-poesia/">Il manifesto degli agricoltori-poeti. Gli “Agrarians” contro l’idolatria del progresso</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’<em>attualità</em>, per così dire, di questo articolo risiede in un documento miracolosamente <em>inattuale</em>.</p>



<p>Ipotesi di partenza. Tenere insieme, con originalità di fonti e alti auspici, due ‘fenomeni’. Il primo è la ‘rivolta dei trattori’, meglio, degli agricoltori, qualsiasi connotazione essa assuma. Chiamiamola, <em>la rivolta della terra</em>. Il secondo riguarda le bagarre elettorali americane. Il tema si declina così: la voce dell’<em>altra</em> America. Quella che sfugge ai patron newyorkesi e al pantheon dell’informazione, ai surfisti dell’immaginario californiani, ai megalomani della Silicon Valley, ai mascherati Musk.</p>



<p>A questi due fenomeni ne assoceremo, come sorta di estrema appendice, un terzo, più avanti.</p>



<p>Un documento del 1930, pubblicato da Harper &amp; Brothers, New York, riassume le istanze di partenza: la necessità della tutela della terra, del lavoro agricolo, e la ‘missione’ dell’altra America, ritenuta minoritaria, incolta, reazionaria, ‘vinta’. <strong>Il documento s’intitola <em>I’ll Take My Stand</em>, ed è uno dei libri creativamente miliari del cosiddetto ‘conservatorismo’ americano. A scriverlo sono dodici ‘sudisti’ – <em>Twelve Southerners</em> </strong>–, ciascuno dei quali fiero della propria individualità (“singolarmente, ciascun autore è responsabile delle opinioni espresse nel proprio singolare saggio”), che esprimono una analoga visione del mondo. Questi dodici apostoli del Sud sono semplificati dalla didascalia “Southern Agrarians”: l’idea ‘politica’ che esprimono “e su cui tutti concordano è riassunta nella frase ‘Agricolo contro Industriale’”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/IllTakeMyStand-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98597" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/IllTakeMyStand-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/IllTakeMyStand-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/IllTakeMyStand-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/IllTakeMyStand.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p><strong><em>Agrarian</em>, tuttavia, è parola che esprime una poetica prima che una prassi economica. Esprime, soprattutto, una poetica dell’esistere, romanticamente riassunta nel mito del ‘Vecchio Sud’.</strong> Le autorità su cui si fondano gli “Agrarians” sono Thomas Jefferson e Thomas Carlyle, Joseph de Maistre e William Morris, ma ancora di più Thoreau; sono i diretti eredi della visione mitica di Thomas S. Eliot e di quella ‘regionalista’ di William Faulkner. Il discorso degli “Agrarians”, cioè, dipende certamente dalle fallite istante dei Confederati, sconfitte dall’Unione durante la guerra di secessione americana, ma è, soprattutto, improntato a una filosofia della vita, a una profonda riflessione sul senso dell’uomo nel mondo nuovo, sulla ‘necessità’ che lega il colono al suolo su cui ha edificato la propria epica personale.</p>



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<p>Nella dichiarazione introduttiva a <em>I’ll Take My Stand</em> – intitolata <em>A Statement of Principles</em> – gli “Agrarians” annunciano la lotta senza quartiere della dignità umana contro la tracotanza della scienza, l’abominio onnivoro dell’industrializzazione selvaggia, il genio di ‘farsi da sé’. Alcuni passaggi hanno nitore profetico:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La parola scienza ha ormai acquisito una sacralità intoccabile. La capitalizzazione delle scienze applicate è ormai diventata esuberante e acritica; ha schiavizzato ogni energia umana… Il contributo della scienza dovrebbe essere quello di rendere il lavoro più facile, assicurando, tramite semplici processi, la perfetta sicurezza economica di chi è impiegato. Invece, il lavoratore moderno, sotto il giogo del regime industriale, non ha ottenuto tali benefici. Il suo lavoro è duro, il ritmo feroce, l’impiego incerto”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il lavoro orientato unicamente da processi ‘d’azienda’ è alienante, è coercitivo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dobbiamo dirci, contro ogni reticenza, che i veri sovietici o comunisti sono gli industriali. Anche gli apologeti dell’industrialismo sono costretti ad ammettere i mali che provengono dall’opera delle macchine. Questi includono: sovraproduzione, disoccupazione crescente, crescente diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze. Gli industriali credono che i mali passeranno una volta create macchine più efficienti. Si affidano alla benevolenza del capitale per una più equa divisione dei guadagni: sono socialisti. Sperano in organi di controllo sempre più coercitivi per regolare i prezzi contro le fluttuazioni di mercato: sono sovietici. Vorrebbero che una super-organizzazione economica diventasse più forte di un governo. Sono in linea con lo stesso sviluppo industriale imposto con violenza nella Russia del 1917”.</strong></p>
</blockquote>



<p>In particolare, gli “Agrarians” insistono sull’idea del lavoro come ambito specifico di realizzazione dell’uomo. Il lavoro non è altro dalla vita, <em>è</em> la vita stessa. Il lavoro – non lo stipendio – è il solo reddito di chi è all’opera.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La filosofia delle scienze applicate è convinta che il risparmio del lavoro sia il vero guadagno, presupponendo, dunque, che il lavoro in sé sia il male e che soltanto la produzione sia un bene. In questo senso, il lavoro diventa mercenario, servile… Del lavoro, una delle funzioni che rendono felice la vita umana, si è fatto mero mercato: si lavora esclusivamente per il compenso e non per la gioia di creare”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La “società agraria” proposta dai “dodici sudisti” è quella legata al potere della tradizione, alla tutela delle usanze, alla garanzia di autogestione dei piccoli territori. Riconquistare la terra – si intende: non afferrando il duro vomere, ma mettendo a servizio la scienza, senza manomettere la gerarchia delle ragioni di natura – vuol dire riconquistare l’uomo, nella sua autentica sovranità. L’industrializzazione – un processo infinito: dacché il denaro vince per moltiplicazione incessante – ha come esito – anzi: come ragione originaria, come falla atavica – l’infelicità:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Conseguenza inevitabile del progresso industriale è che la produzione superi di gran lunga il consumo naturale. Per ovviare tale disparità, i produttori, mascherati da geniali idealisti del progresso, devono costringere il pubblico a diventare un consumatore fedele e costante, al fine di mantenere le macchine in funzione. Da qui, l’ascesa della pubblicità, lo sviluppo più significativo dell’industria moderna. Pubblicità: persuadere i consumatori a desiderare ciò che le scienze applicate sono in grado di fornire loro. La felicità del consumatore è ininfluente, tanto quanto quella del lavoratore… Questo modo di pensare fissa degli obbiettivi ‘sociali’, di massa, che non hanno alcuna relazione con l’individuo e i propri bisogni peculiari. Gli uomini sacrificano così la loro dignità privata e la loro felicità per un ideale sociale astratto. Ma questo è assurdo. Responsabilità dell’uomo è raggiungere il proprio benessere e quello del prossimo, non l’ipotetico benessere di una qualche fantomatica creatura chiamata ‘società’”.</strong></p>
</blockquote>



<p>L’individualismo degli “Agrarians” è centrato su una visione “religiosa” dell’uomo e del suo compito su questa terra. “La religione è la nostra sottomissione a un progetto imperscrutabile; la religione edifica il senso del nostro compito come creature poste all’interno del creato”. L’imperio dell’industria leva all’uomo, divenuto ‘massa’, il suo valore ‘universale’ – “il prezzo di tale insaziabile fame è pagato con la perdita di uno scopo autentico” – e il suo rapporto autentico con il creato: “La natura industrializzata non è più natura, ma un insieme di fabbriche, di abitazioni artificiali. <strong>L’illusione di dominare la natura ci ha fatto perdere il senso della natura come qualcosa di misterioso e contingente.</strong> In queste condizioni, Dio è semplicemente un amabile concetto, per lo più superficiale, una favola filosofica di cui non possiamo più fare ‘esperienza’”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="663" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780807132081-663x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98598" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780807132081-663x1024.jpg 663w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780807132081-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780807132081-600x927.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/02/9780807132081.jpg 699w" sizes="(max-width: 663px) 100vw, 663px" /></figure>



<p>Il Sud degli “Agrarians” non è più quello “confederato”: è uno stato dell’anima, una istituzione del cuore. Si diceva: richiama a una ‘poetica’. I “Southern Agrarians” – ecco il terzo aspetto della questione –, infatti, <strong>sono la diretta discendenza dei “Fugitive Poets”, gruppo di giovani poeti cresciuti presso la Vanderbilt University di Nashville</strong>, radunatisi intorno alla rivista “The Fugitive” dal 1922. Alfieri dell’antica ‘gloria’ americana, costoro, genericamente, anteponevano le ragioni del simbolo a quelle della moda, una poesia impersonale e severa rispetto a quella confessionale, l’epica rispetto all’ombelico, Dio in vece dell’io, le piccole cose in vece delle grandi intenzioni, la natura in contrapposizione alla metropoli. Di questi poeti, pressoché intradotti in Italia per evidenti ragioni ‘politiche’ – conservatorismo, reazione e inattualità hanno raro spazio nella nostra azienda editoriale – la guida era <strong>John Crowe Ransom</strong>, i più talentuosi alfieri – il Pietro&amp;Paolo del gruppo – <strong>Allen Tate e Robert Penn Warren</strong>. Del primo – “Poet Lureate” per gli Usa nel 1943 –, molti anni fa, Feltrinelli ha tradotto l’unico romanzo, il libro-totem degli scrittori ‘sudisti’, <em>I nostri padri</em>: era il 1964, Tate era considerato – così il segnalibro che fungeva da ‘quarta’ – “uno dei massimi esponenti delle lettere contemporanee”. Di Robert Penn Warren – Pulitzer per il romanzo nel 1947, Pulitzer per la poesia nel ’58 e nel ’79, poeta “laureato” nel ’44 e nel 1986 – in Italia, per ipocrisia culturale, è possibile leggere soltanto <em>Tutti gli uomini del re</em> (stampa Feltrinelli), da cui sono stati tratti un paio di film (l’ultimo, anno 2006, è con Sean Penn, Jude Law e Anthony Hopkins). Di entrambi, sono ormai irreperibili in libreria le poesie.</p>



<p>Ad ogni modo.<em> I’ll Take My Stand</em> fu, nonostante gli intenti – <strong>“se una comunità, una razza, un’epoca, geme sotto l’industrialismo, consapevole che si tratta di un sistema sbagliato, deve riuscire a liberarsene”</strong> – un libro di sconfitti. Testimonianza del pensiero americano profondo, <em>I’ll Take My Stand</em> è stato ristampato con costanza <a href="https://lsupress.org/9780807132081/ill-take-my-stand/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(l’ultima edizione critica, per la Louisiana State University Press, è del 2006)</a> e costituisce un termine di confronto necessario per capire l’America e la sua ‘missione’. Un manuale anti-progressista, dalla crepitante utopia reazionaria, scritto da poeti.</p>



<p>Negli anni, quasi tutti i “dodici” scrittori del Sud ritrattarono o raffinarono le antiche utopie (un ottimo resoconto degli ‘esiti’ di quel libro è in un saggio di Lucinda H. Mackethan edito sulla “Virginia Quarterly Review” nel 1980, <strong><em><a href="https://www.vqronline.org/essay/i%E2%80%99ll-take-my-stand-relevance-agrarian-vision" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I’ll Take My Stand: The Relevance of the Agrarian Vision</a></em></strong>). L’unico a restare ‘fedele alla linea’ fu <strong><a href="https://www.poetryfoundation.org/poets/donald-davidson" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Donald Grady Davidson</a></strong> (1893-1968), poeta, saggista, prof alla Vanderbilt, naturalmente alieno dal consesso editoriale italico (in appendice traduciamo alcune sue poesie), l’autentico promotore di <em>I’ll Take My Stand</em>. La sua visione del Sud, specie di Eden americano, coincideva con un’estetica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Soltanto in una società agricola c’è speranza per una vita armonica, dove le arti non sono un lusso da acquistare ma appartengono alla routine della vita quotidiana”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Si intende, qui, l’arte-artigianato che ha forgiato le caratteristiche abitazioni del Sud; i canti che risuonano nel sangue; l’idea del poeta come conciatore di miti, ideale custode delle ‘radici’ e dell’identità di un territorio (demandata, oggi, a laute ambizioni enogastronomiche). A dire di Donaldson, soltanto in una società regolata dai favori della terra, legata alla natura delle cose, alla loro concretezza e al loro mistero, un artista può trovare il suo scopo, al di là del fatuo mercato, della fatalità del ‘successo’. Del Sud fece un’Arcadia. Alcuni continuano a sognarla.</p>



<p>**</p>



<p>Vecchio Mondo, insegnami la passione per la lentezza,<br>la quiete delle stelle che fissano il moto terreno<br>la pazienza dell’uomo privo di torbidi pensieri<br>il folle schianto rosso della nascita di un nuovo sistema.</p>



<p>Insegnami queste cose, vecchio Mondo, perché voglio<br>conoscere la via della tua bellezza, che attende e muta<br>come muta il sole: nessuna alba è tanto perfetta come quella<br>che promette un nuovo giorno all’uomo vittorioso su se stesso.</p>



<p>Insegnami, vecchio Mondo, un insegnamento diverso<br>da quello degli uomini vani – il canto senza dedizione,<br>verbo dal bronzo cavo – e allontana da me lo sgomento<br>di chi crede che il mondo debba passare.</p>



<p>Norma umana nulla insegna:<br>sii tu, vecchio Mondo, il mio insegnante<br>rischierò di non diventare stupido.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>La Donna-Tigre</em></strong></p>



<p>La Donna-Tigre è giunta da me<br>quando il crepuscolo era prossimo<br>e gli uomini sonnambuli. Tracciò una via<br>nella giungla: la seguii, stordito dal sogno.</p>



<p>Pallido è il volto della Donna-Tigre<br>ma i suoi occhi parlano e sono oscuri.<br>Nessuna bestia è agile quanto lei<br>lungo le rive del labirintico fiume.</p>



<p>La giungla è un luogo spaventoso<br>per l’uomo che caccia e per l’uomo che uccide<br>ma io non avevo paura di andare<br>lungo i sentieri aperti dalla Donna-Tigre.</p>



<p>Le labbra della Donna-Tigre sono sottili;<br>i suoi denti sono quelli di una fiera:<br>eppure ha morbide mani da ragazza<br>e il suo sangue batte, caldo.</p>



<p>Mi ha condotto in una radura –<br>luna involuta come edera –<br>due grandi bestie si sono issate<br>adulando il suo petto in amore.</p>



<p>La voce della Donna-Tigre è dolce:<br>la ascolto e non ho timore.<br>Ha accarezzato le fauci delle tigri:<br>ho posato le mani sul loro muso.</p>



<p>Tutte le cose della giungla sono mie<br>e le foglie creano una musica<br>insieme agli spiriti che gridano<br>lungo i colonnati di bambù.</p>



<p>Troppo dolce per umane arpe<br>mi ha torto il sangue e infiammato il cuore:<br>la Donna-Tigre cantava insieme<br>a me, dedita alla sua arte.</p>



<p>Baciò la bocca violenta della tigre<br>mi meravigliai che potesse baciarla…<br>ma ora le sue calde labbra sono sulle mie<br>e non mi importa se sono madide di sangue.</p>



<p>Viaggiatore, non curarti della mia tana<br>mondo, dimenticati della mia esistenza.<br>Voglio avere il cuore di una Tigre<br>perché so che la Donna-Tigre mi ama!</p>



<p><strong><em>Donald Davidson</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Andrew Wyeth, Winter 1946, 1946, North Carolina Museum of Art</em></p>
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		<title>“La lince, in bilico, nuota nei nostri sogni”. È tornata la Lince! Inseguimento lirico</title>
		<link>https://www.pangea.news/lince-antologia-mito-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Sep 2022 04:14:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[bestia]]></category>
		<category><![CDATA[Bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[José Corti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Penn Warren]]></category>
		<category><![CDATA[Walter de la Mare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, “La Stampa” ha dato una notizia importante, passata di sbieco, come coriandoli sui cadaveri. La lince è tornata nelle nostre valli. In particolare, la bestia è stata avvistata nei boschi che si diramano dal comune di Montecrestese, nella Valle Isorno, sopra Domodossola. Nel Verbano Cusio Ossola, che ospita la zona forestale più [&#8230;]</p>
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<p>Qualche giorno fa, <strong><a href="https://www.lastampa.it/verbano-cusio-ossola/2022/09/20/news/il_ritorno_della_lince_nel_vco_un_esemplare_fotografato_in_valle_isorno-8971457/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“La Stampa” ha dato una notizia importante, passata di sbieco, come coriandoli sui cadaveri. La lince è tornata nelle nostre valli.</a></strong> In particolare, la bestia è stata avvistata nei boschi che si diramano dal comune di Montecrestese, nella Valle Isorno, sopra Domodossola. Nel Verbano Cusio Ossola, che ospita la zona forestale più ampia e selvaggia d’Italia, non si vedeva una lince dal 2015. Sono stato a Montecrestese qualche anno fa: la chiesa centrale, dedicata a Santa Maria Assunta, è affrescata in parte da Giuseppe Mattia Borgnis, nel primo Settecento. Borgnis è uno dei pionieri della pittura vigezzina, di queste valli violente: nato poverissimo a Craveggia, in una famiglia di pastori e contadini, dimostra talento innato per il disegno; ragazzino, vaga a Bologna, per perfezionarsi; per guadagnare qualcosa si applica a dipingere le chiese di montagna dei suoi luoghi. Cercherà fortuna a Parigi, il suo genio lo porta a West Wycombe, residenza di Sir Francis Dashwood, nel Buckinghamshire, dove realizza un ciclo di affreschi di ispirazione classica e muore, sessantenne, assassinato. I caratteri dell’incompiutezza e dell’evanescenza legano la lince alla stirpe di questi pittori, talentuosi e retrattili, d’alta quota. Nella chiesa di Montecrestese, chissà, un tempo si adorava la lince.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="716" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Sidney_Hall_-_Uranias_Mirror_-_Lynx_and_Telescopium_Herschilii-1024x716.jpg" alt="" class="wp-image-92874" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Sidney_Hall_-_Uranias_Mirror_-_Lynx_and_Telescopium_Herschilii-1024x716.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Sidney_Hall_-_Uranias_Mirror_-_Lynx_and_Telescopium_Herschilii-300x210.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Sidney_Hall_-_Uranias_Mirror_-_Lynx_and_Telescopium_Herschilii-768x537.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Sidney_Hall_-_Uranias_Mirror_-_Lynx_and_Telescopium_Herschilii-1536x1074.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Sidney_Hall_-_Uranias_Mirror_-_Lynx_and_Telescopium_Herschilii-600x419.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/Sidney_Hall_-_Uranias_Mirror_-_Lynx_and_Telescopium_Herschilii.jpg 1545w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Da bambino, ero certo di aver visto una lince in Val Grande, non lontano da dove è stata avvistata dalla forestale. D’altronde, i segni rupestri, i graffi nelle necropoli, sembrano suggerire un’era aurea, in cui uomini e fiere passeggiavano al fianco. Credo sia stato mio padre – o uno zio – a convalidare la mia immaginazione: sì, hai visto la lince. Vedere la lince non è come incrociare una volpe, intuire la figura di un lupo, l’anatomia di un cervo, eventi rari ma non insoliti per chi pratica il bosco. La lince impone una chiamata, il contatto con il numinoso, un credito che va saldato.</p>



<p>La lince non si lascia aggiogare in una didascalia, non sosta sul cauto divano di un bestiario: ha l’abilità di trasformarsi, di fondere in sé, in mandorla, i caratteri del leone e del lupo, della pantera e del mostro. È invisibile, sorella della neve, spesso è scambiata per qualcos’altro: restia a mostrarsi, pare uccida per sortilegio. Più simile a una fenice, la lince appare dal manto nevoso come una Madonna: algida, alchemica, feroce, non le si addice il sangue. <strong>Nelle <em>Metamorfosi</em>, Ovidio racconta che Linco, sovrano degli Sciti, fu mutato in lince da Cerere perché “preso da invidia”:</strong> voleva uccidere Triptòlemo nel sonno, dopo che costui gli aveva descritto i favolosi fasti della “famosa Atene”. Da lì, la lince è figura dell’invidia; confusa con Linceo, l’argonauta dalla vista acuta, indica l’invidia che scava nel demanio altrui, lo sguardo che sfonda muri e finestre, macula il mobilio del vicino di ira, ricatto, vile istinto di vendetta per ciò che non si ha. Eppure, gli Sciti di cui Linco è re sono il fiero popolo d’Asia che ha tenuto testa alle razzie di Alessandro: cavalieri liberi, contigui alla nebbia, capaci di celarsi agli occhi degli invasori – acutezza di vista si volta in capacità di essere invisibili. Nei loro gioielli, languide serpi s’incardinano nel corpo della fiera, cervi ruotano in pantere, il lupo smagrito dalla caccia, la lince che trotta leggiadra.</p>



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<p>Anche Walter de la Mere, autore di languidi e moderni bestiari in lingua inglese, mantiene la diabolica associazione che connette la lince all’invidia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Questa casa è fredda. Bestie si aggirano sulla sua soglia;<br>una foresta di tenebre assedia la porta,<br>dove trama la lince, Invidia; il leopardo chiamato Malizia<br>e un lupo, famelico e magro, detto Odio”.</strong></p></blockquote>



<p>Il raffinato poeta britannico, va da sé, segue lo schema di Dante: tra le tre fiere che ostacolano il pellegrino all’ingresso della Divina Commedia – versione capovolta della trinità –, la <em>lonza</em>, appunto, “leggera e presta molto”, è quella più elusiva e strana. Si tratta di una lince o di un giaguaro (“di pel macolato era coverta”)?: pare che una creatura esotica, addestrata tra catene, si aggirasse nel palazzo del Podestà, in Firenze, per allietare gli ospiti e minacciare i creditori.</p>



<p>Secondo Marco Polo, il “Grande Kane” alleva, per la caccia, “leopardi assai, tutti buoni da prendere bestie”: in questo paddock di complici letali, spiccano i “cani mastini”, cioè, pare, le linci. Cani, lonze, giaguari: la lince è proteiforme come una profezia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="731" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/A_Lynx_A_Griffin_-_Google_Art_Project-731x1024.jpg" alt="" class="wp-image-92875" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/A_Lynx_A_Griffin_-_Google_Art_Project-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/A_Lynx_A_Griffin_-_Google_Art_Project-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/A_Lynx_A_Griffin_-_Google_Art_Project-768x1076.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/A_Lynx_A_Griffin_-_Google_Art_Project-600x840.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/A_Lynx_A_Griffin_-_Google_Art_Project.jpg 771w" sizes="(max-width: 731px) 100vw, 731px" /></figure>



<p>Al mito di lince nel mondo americano, Claude Lévi-Strauss ha dedicato un libro, <em>Histoire de Lynx</em>; spigando tra i canti dei nativi, ho trovato questo testo, <em>Piccola Lince</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>Piccola lince<br>ha perso la sua famiglia<br>se ne va da sola<br>a imparare le cose<br>sola, è partita.</strong></p><p><strong>Una primavera ammira<br>l’arrivo degli uccelli<br>che vengono dal sud.<br>Ne assale uno:<br>impara il gusto.</strong></p><p><strong>Un’estate prova a<br>nuotare, scopre il suo viso<br>per un lungo momento<br>riflesso nel lago.<br>Impara ad avere un volto.</strong></p><p><strong>In autunno è grande<br>come i suoi genitori:<br>pensa a loro,<br>impara la memoria.</strong></p><p><strong>Un giorno, nel gelo d’inverno<br>trova un uccello nel ghiaccio<br>immobile.<br>Impara le lacrime<br>con cui inonda l’uccello.<br>S’inchina sul suo corpo,<br>molto a lungo.<br>Conosco la sua storia<br>so cosa ha imparato.<br>Conosco ogni cosa.<br>Le ripeto mentre piango:<br>mi chiamo Piccola Lince.</strong></p></blockquote>



<p>Come si conviene a una bestia che non si lascia irretire in un simbolo univoco, è rada la tradizione letteraria della lince. A lei, Charles Edward Eaton, poeta prolifico, amico di Robert Frost, vice console in Brasile, dedica una poesia, <em>The Lynx</em>, di cui traduco alcune stanze:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Cagliamo le nostre vite nel fiume –<br>ruvido, crudo, rapinoso, lunga camminata di seta,<br>la lince in bilico sulle rocce, che nuota nei nostri sogni alati.</strong></p><p><strong>La lince conserva l’ambra, ha il petto bianco, come una mandorla –<br>La mente vacilla al cospetto di quel simbolo: la diga<br>si dissigilla, traboccherà quando ci sdraieremo lungo la notte.</strong></p><p><strong>Nuotiamo, nuotiamo, procediamo ovunque –<br>la signora dalle unghie rosse di sangue potrebbe<br>inseguirci: il riflesso delle sue fauci che sbadigliano nello stagno”.</strong></p></blockquote>



<p>Nel 2005 Libri Scheiwiller pubblica un libro di Rino Cortiana, <em>Lynx lynx</em>, che ricorre all’enigma e al bestiario per calibrare la poesia. Che strane coincidenze: nel 2018 la casa editrice José Corti ha pubblicato un romanzo di Claire Genoux, <em>Lynx</em>, che inizia con la morte del padre:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il corpo di Padre era scomparso in una forra di rovi uncinati, da cui emergeva soltanto il suo volto, limpido. Il terreno è piano, con alcuni punti di difficile accesso; la foresta si affaccia sul fiume. Si è mosso con la motosega. Lo abbiamo trovato nel tardo pomeriggio, dopo ore di ricerca, quando la luce era già usurata. Lince ha dato l’allarme. Ha sentito il crollo dell’albero – nient’altro. Ha accompagnato i vigili del fuoco, che per trovare il luogo hanno dovuto lottare con nodi di nebbia. Il viso pareva staccato dal corpo; la bocca scomposta. Hanno concluso che si trattava di un incidente. Lince è rimasta da sola”. &nbsp;</strong></p></blockquote>



<p>Morto molti anni fa, mio padre risposa in un cimitero di montagna, in luoghi ospitali alla lince.</p>



<p>In una poesia del 1979, <em>Vision</em>, Robert Penn Warren riconduce la lince nel sacrario:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“La visione verrà – la Verità sarà rivelata – ma<br>nemmeno la sua più vaga natura ti è chiara – ah, la verità:<br>ma quale? Nel cupo buio che sibila<br>della tua mente, un’irregolare certezza<br>brilla come la volpe nel gorgo del bosco, dove,<br>lontana, grida la lince e il gufo balbetta,<br>congela il sangue in un fremito metafisico&#8230;<br>Un evento può avviarsi dal tuo profondo<br>quando sei solo e la pioggia lacera i tetti,<br>quando cambia la stagione e il letto è troppo ampio.<br>Durante una crisi, illogica. In ogni<br>istante può accadere: quando il passato<br>non è più appannato, ha tracce di<br>bestia, e si scende, come al mare”.</strong></p></blockquote>



<p>Proprio perché invisibile, costantemente estinta, la lince è segno del divino: che se ne fraintenda la forma – è leopardo o mastino o gatto di bosco o coyote – è consuetudine celeste, arcana; Cristo è preso per Elia, per uno dei profeti, per un <em>altro</em>. <a href="https://it.wikisource.org/wiki/Bestiario_moralizzato_di_Gubbio/20._Del_linceo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il cosiddetto “Bestiario moralizzato di Gubbio”, del XIII secolo</a>, dedica un sonetto alla lince, il “linceo”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Linceo è una fera molto fina,<br>e de belle virtudi e gratiosa,<br>e spetialemente de la urina<br>se crea et fasse petra pretiosa”.</strong></p></blockquote>



<p>Si fa riferimento da subito al <em>lincurio</em>, topazio leggendario, pietra miracolosa, prodotta da urina rappresa di lince, capace di sanare e di esaltare. Secondo l’anonimo moralista, il <em>lincurio</em> è il cardine che unisce l’uomo a Dio, pura giuntura mistica: “petra virtuosamente/ ke lega e tene ciascheduno canto:/ natura humana con divinitade”.</p>



<p>Strofinare il <em>lincurio</em> sulle lapidi, per ravvivare l’interrogativo dei morti; pietra che permette ascesa, fa levitare nel morso molosso di Iddio. Instradarsi nella foresta, intridersi di mistero, auscultare la lince, all’ombra dei bronchi boscosi: non c’è più salutare attività, non altra salvezza.</p>
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		<title>“Lasciando nel buio, come traccia, il terribile barlume della gioia”. Robert Penn Warren, il poeta che ha fatto la storia</title>
		<link>https://www.pangea.news/robert-penn-warren-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 04:39:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Malcolm X]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Penn Warren]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quell’uomo mi pareva un totem – certo, sapeva sorridere e le fotografie lo celebrano a torso nudo, pur nella marea dell’età. Se secondo Seamus Heaney il poeta deve maneggiare la penna come una vanga, beh, Robert Penn Warren, di altra generazione – nasce nel 1905 –, usava l’aratro. Come fanno gli antichi, nel continente oceanico, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quell’uomo mi pareva un totem – certo, sapeva sorridere e le fotografie lo celebrano a torso nudo, pur nella marea dell’età. Se secondo Seamus Heaney il poeta deve maneggiare la penna come una vanga, beh,<a href="http://www.robertpennwarren.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong> Robert Penn Warren</strong></a>, di altra generazione – nasce nel 1905 –, usava l’aratro. <strong>Come fanno gli antichi, nel continente oceanico, ha usato l’aratro per perimetrare la città,</strong> per dare orientamento, tra le stelle e il guaito del futuro, al cospetto delle foreste, alla Storia.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-74728 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-2-scaled-e1585752806213-188x300.jpg" alt="" width="251" height="401" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-2-scaled-e1585752806213-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-2-scaled-e1585752806213-643x1024.jpg 643w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-2-scaled-e1585752806213-965x1536.jpg 965w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-2-scaled-e1585752806213-1320x2101.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-2-scaled-e1585752806213.jpg 1548w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" />Per quel che conta – così ci togliamo di torno le onorificenze –, Robert Penn Warren è il solo americano ad avere ottenuto il Pulitzer per il romanzo (nel 1947) e per la poesia (nel 1958 e nel 1979); è stato Poet Laureate nel biennio 1944-45 e in quello 1986-87 (altro record).</strong> Dai suoi romanzi hanno tratto una manciata di film: il più noto è <em>Tutti gli uomini del re </em>(1949), che si è preso tre Oscar (compreso ‘Miglior film’; nel 2006 è stato rifatto da Steven Zaillian con cast di lusso – Sean Penn, Jude Law, Anthony Hopkins, Kate Winslet – ma scarso successo); è l’unico libro che ancora trovate in commercio (Feltrinelli, 2014), ma non è, parer mio, il più bello. Un tempo RPW, titano della letteratura americana contemporanea, infiammava l’editoria nostra. Una mitragliata di titoli (tutti, a questo punto, da riproporre): <em>Alle porte del cielo, Il cavaliere della notte, Nel vortice del tempo, Il circo in soffitta, La banda degli angeli </em>(da cui il film di Raoul Walsh con Clark Gable, nel 1957)<em>, La caverna, Adam o della guerra civile. </em>Naturalmente, le poesie sono scomparse quasi subito, ed è un delitto perché RPW è anzitutto poeta, tra i grandi, che coagula capacità narrativa, impeto etico, visione storica. <strong>La raccolta stampata da Einaudi nel 1971, <em>Racconto del tempo e altre poesie</em>, è di granitica bellezza.</strong> Introdotto da un fitto saggio di Sergio Perosa, che raccoglie il giudizio in ginocchio di Robert Lowell (“l’opera di Warren sembra avvicinarsi alla forza di quegli scrittori che gli si sono sempre sentiti aleggiare alle spalle, i geni poetici della prosa come Melville e Faulkner; nel suo caso, è il genio narrativo espresso in versi che sorprende”), si rischia il tragicomico quando del suo “ultimo poemetto, <em>Audubon: A Vision</em>”, pieno di “bellezza e fascino poetico” (“bellissimo”, è ribadito in quarta), è detto che “nella nostra scelta non è rappresentato, meritando un posto a sé nella sua interezza”. <em>Posto</em>, va da sé, promesso e mai offerto: attendiamo traduzione.</p>
<p>*</p>
<p>Quel libro, acquistato molti anni dopo la sua pubblicazione in una bancarella irta di pasticcini bibliografici, mi folgorò. Capii più tardi – avevo un grifone nel cervello e nessuna malizia politica – che in Italia arrivavano, a frotte, alcuni americani (per semplificare: <em>beatnik</em>, nordici, progressisti), mentre faticavano a imporsi altri. Amen, per me il primato lo ha la forma più che il resto. <strong>Un brandello da <em>Terra del drago: a Jacob B</em></strong><strong><em>öhme.</em></strong></p>
<p>I cattolici hanno inviato una missione, i battisti registrano un aumento di fedeli.<br>
Tutto questo non c’entra! Noi siamo umani, e il cuore umano<br>
Esige un linguaggio per la realtà che non dipende affatto da<br>
Desiderio o bisogno – e in chiesa gli sciocchi pregano solo che la Bestia s’allontani.</p>
<p>Ma se ora la Bestia venisse ritirata, la vita si ridurrebbe ancora<br>
All’<em>ennui</em>, al piacere, e al sudore di notte, conosciuti prima<br>
Che la necessità del vero avesse oppresso di dolore la terra e i nostri cuori,<br>
Lasciando nel buio, come traccia, il terribile barlume della gioia.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74729 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-1-226x300.jpg" alt="" width="260" height="346" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-1-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-1.jpg 294w" sizes="(max-width: 260px) 100vw, 260px" />Ripeto: RPW è un poeta con l’aratro, che semina i versi per dare concretezza alla città. Le sue poesie sono corpi, vanno toccate, impugnate. RPW studia alla Vanderbilt, approfondisce a Berkeley e a Yale, negli anni Trenta, grazie a una borsa Guggenheim, fa ricerca in Italia, dove governa Mussolini. Negli anni Venti, ventenne, <strong>è tra gli artisti più rappresentativi dei “Fugitives”, insieme ad Allen Tate, John Crowe Ransom, Donald Davidson (che – leggi sopra – in Italia sono pressoché assenti).</strong> L’altro lato dell’America, quella del Sud, aliena dai fasti metropolitani del Nord, conservatrice. Nel 1930, insieme agli amici, firma il manifesto degli “Agrarians”, <em>I’ll Take My Stand. </em>Riassunto: “Una società agraria è una società in cui l’agricoltura è la vocazione principale, per ricchezza, piacere, prestigio – una forma di lavoro che viene perseguita con intelligenza e desiderio, modello di altre forme di approccio al lavoro… La teoria degli agrari è che la cultura del suolo è la migliore, la più sensibile alle vocazioni”.</p>
<p>*</p>
<p>Intermezzo poetico. <strong>Questa si intitola <em>Tiberio a Capri</em> e proviene dalla raccolta <em>You, Emperors, and Others </em>(1960). Come leggere Borges coi cavi elettrici in gola</strong>, galvanizzato.</p>
<p><em>Tutto è nulla, il nulla tutto:</em></p>
<p>Così allo stanco Tiberio cantava molle il mare,<br>
Sotto le mura del suo palazzo a dirupi.<br>
Il mare, in molle avanti e indietro,<br>
Canta così, e Tiberio, intristito<br>
Dal mare, fissa oltre il pulsare marino all’imbrunire<br>
Laggiù, donde vengono,<br>
Una alla volta, adesso, le luci remote di Sorrento.<br>
Fissa nell’imbrunire turchino,<br>
Perché tutto è nulla, il nulla tutto.</p>
<p>Che la tenebra torreggi dall’Asia.<br>
Sull’isola che dietro a lui s’ottenebra, è l’ora delle <em>spintriae</em>.<br>
In grotte e pergole profumate<br>
Ridacchiano, sbadigliano, si tingono le labbra, oliano le cosce<br>
E discutono il ruolo che ciascuna preferirebbe<br>
Quando esibiranno all’occhio dell’Imperatore<br>
La loro sapienza<br>
Delle sue lussurie orientali e complicate fantasie egiziane.<br>
Ma egli fissa nel buio in quell’ora<br>
Svuotato della totalità del potere.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74730 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro3-202x300.jpg" alt="" width="281" height="417" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-690x1024.jpg 690w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-768x1140.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3.jpg 862w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" />Uomo d’insaziabile energia ‘civica’, come il colono che di ogni cosa misura la fama per farsene ospite. <strong>Nel 1965, per Random House, RPW esce con un libro, <em>Who Speaks For the Negro?</em></strong> (in Italia, due anni dopo, è pubblico per Bompiani), che nasce dal suo studio del Civil Rights Movement. È un libro miliare per l’epoca, che raccoglie un vasto numero di interviste – da James Baldwin a Septima Poinsette Clark, da Martin Luther King a Ralph Ellison e Malcolm X – ora rese disponibili <a href="https://whospeaks.library.vanderbilt.edu/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">in un sito specifico.</a> Questo è Malcolm X: “L’Islam restaura il sentimento umano – i diritti dell’uomo, la sua energia, il suo talento. L’Islam sviluppa il potenziale individuale di ognuno, dormiente… Quando ero in prigione, ero ateo. Non credevo in nulla, poi iniziai a leggere, a capire… Benché fossi ateo, qualcuno mi parlò dell’Islam, e capii, tra le altre cose, grazie all’Islam, che un uomo deve essere onorato in quanto essere umano, non giudicato dal colore della pelle. A quel punto, approfondii la questione dei neri in questo paese”.</p>
<p>*</p>
<p>Non c’è tempo per ricalibrare i ‘canoni’ – i canoni non esistono, nascono e muoiono, come galassie, e l’imperituro si svela saturo. Esistono, piuttosto, i maestri – e scovarli non è estro ma compito da vetraio dell’anima. Mi piace l’idea del poeta da viso scabro, frugale come un aratro, che crede che l’istante sia la storia, un orso sia per sempre, un verso l’agguato. (d.b.)</p>
<p>**</p>
<p>Di che parleremmo? I morti,<br>
Sanno tutto, oppure nulla, e<br>
Se non sanno nulla,<br>
Sopravvive la curiosità al lungo disfacimento? Dimmi</p>
<p>Che cosa pensano dell’amore, perché alfine<br>
So che i vivi ricordano i morti solo perché<br>
Non sopportiamo il pensiero che possano<br>
Dimenticarci. O non è<br>
Vero? Guarda, guarda queste…<br>
Ma no, nessuna luce qui penetra onde<br>
Tu possa vedere le fotografie che ho nel portafoglio. Comunque,<br>
Cercherò di dirti tutto quello che mi è capitato.</p>
<p>Benché come posso, se neanche lo so?</p>
<p>E quanto a te, e a tutto quello che d’interessante<br>
Deve esserti capitato e che<br>
Muoio dalla voglia di sentire…</p>
<p>Ma confideresti a un estraneo che va perdendo i capelli<br>
L’intimo segreto della morte?</p>
<p>*</p>
<p>Vieni,<br>
Schianta la crosta, tu che colpisci<br>
Dal buio, e che afferri – oh, qual<br>
Mano afferri! – il mio cuore, stringa<br>
Il cuore finché, dopo il dolore ne sgorghi<br>
Come da acino d’uva la gioia, ed io<br>
Arroterò i denti su lingua di selce finché<br>
La selce non gridi. La verità<br>
È tutto. Ma</p>
<p>Devo imparare a dirla<br>
Lentamente, in un sussurro.</p>
<p>La verità, alla fine, non si può mai pronunciare a voce alta,<br>
Perché il futuro è sempre imprevedibile.<br>
Ma lo è anche il passato, perciò</p>
<p>Sto sul limitare del bosco e,<br>
Sull’orizzonte nero, lampi da caldo<br>
Increspano il cielo. Dopo<br>
Il lampo, man mano che l’occhio<br>
Si adegua al nuovo buio<br>
Rinascono le stelle.</p>
<p>Nascono ad una ad una.</p>
<p><strong><em>Robert Penn Warren</em></strong></p>


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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/robert-penn-warren-ritratto/">“Lasciando nel buio, come traccia, il terribile barlume della gioia”. Robert Penn Warren, il poeta che ha fatto la storia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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