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	<title>Robert Musil Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 20 Jun 2024 03:43:37 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il poeta è stato sostituito dallo “specialista”, l’eroe dal manager. Riflessioni sulla fine di un mondo, tra Musil e Bob Dylan</title>
		<link>https://www.pangea.news/musil-bob-dylan-fine-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2024 05:13:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Speer]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Soldi]]></category>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Sull’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isotere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913».</strong></p>
</blockquote>



<p>Con queste parole inizia <em>L’uomo senza qualità</em> di Robert Musil. Una semplice osservazione climatica diventa il pretesto per passare l’intero universo attraverso le lenti del microscopio tecnico. Il vento, a lungo rappresentato come un ineffabile soffio che stabilisce il destino di pastori e marinai, diventa un «minimo barometrico» che avanza sull’Atlantico, determinazione geopolitica di un oceano che il poeta aveva sempre visto blu e infinito. Isoterme e isotere si «comportano a dovere», rispondendo a standard precisi e prevedibili: la loro curva è la restituzione grafica di imperituri movimenti atmosferici che devono essere compresi – penetrare la numerologia del mondo significa possederlo. La temperatura dell’aria, presa come dato a sé, non ha alcun valore, se non quando è messa in relazione a una media annua. Il sorgere e il tramontare del sole, arbitrio di imperscrutabili divinità, così come le fasi di luna e pianeti, corrispondono ora al potere del numero, obbediscono a una legge vergata su registri razionali – calcolo numerico, statistica, parcellizzazioni della vita e delle sensazioni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="641" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-641x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98918" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-641x1024.jpg 641w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678-600x959.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/30678.jpg 676w" sizes="(max-width: 641px) 100vw, 641px" /></figure>



<p><strong>È una bella giornata d’agosto dell’anno 1913 e il mondo è cambiato: attraverso l’alambicco dell’osservazione scientifica, le cose non sono più le stesse di prima. Di più, le cose non sono più semplicemente cose; o forse, al contrario, diventano per la prima volta <em>semplici</em> cose.</strong> Poi, quando tutto sembra perduto, sclerotizzato in una visione fredda e calcolante, ecco che una forza riluce tra le righe. Dall’incontro di due dati ha origine un’inedita comprensione del mondo: isotere e isoterme iniziano a “comportarsi”, assumono capacità di essere senzienti, personificazioni arcane. La luna ruota intorno alla terra, il sole sorge e tramonta; l’anello di Saturno si muove silenzioso, le fasi dei corpi celesti, come in un giroscopio cosmico, seguono la loro rotta con precisione millimetrica. L’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo si sovrappongono, si intrecciano nella filigrana dei numeri. Il vapore acqueo ha la tensione massima, l’umidità atmosferica è scarsa: la chimica è in equilibrio, gli elementi attendono in soprafusione – quiete o tempesta, vita o morte procedono dai numeri. Una nuova bellezza è annunciata e tutto nasce e torna in una codificazione universale. <strong>Il ribaltamento comporta che il linguaggio scelto da Musil, iper-tecnico e antipoetico, lasci trasparire una forza demoniaca, la follia di una razionalità esasperata.</strong> L’eccesso di analisi determina una tensione esoterica e l’incipit si presenta come una formula misterica, come le parole da cui scaturirà l’apocalittico incantesimo delle grandi guerre.</p>



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<p>Il cambiamento non riguarda soltanto il modo di vedere il mondo, ma anche l’essenza stessa delle cose, che ora, mostrandosi sotto un’altra forma, hanno infine abbracciato l’essenza stessa di quella forma nuova. La trasformazione si estende anche agli uomini, come avviene per il personaggio centrale del romanzo, Ulrich, l’uomo senza qualità, o meglio: l’uomo le cui molte qualità sono essenzialmente di tipo analitico. <strong>Anche la misteriosa “azione parallela”, ircocervo burocratico e kafkiano che si diffonde tra i capitoli del romanzo di Musil, è parte di questo mutamento. Finito il tempo della poesia è finito anche il tempo degli eroi, finito il tempo degli imperi è iniziato quello degli stati. </strong>Questa riduzione specialistica di cose e persone investe tutte le categorie, decretando il successo della figura del tecnico, individuo extra-morale e <em>senza qualità</em>. I grandi e terribili dittatori del Novecento rappresentarono il canto del cigno di un modo di concepire l’esistenza destinato a tramontare. A questo proposito, è emblematico del nuovo modo tecnico di esistere e di esercitare il potere il ritratto che Sebastian Haffner fece di Albert Speer, l’architetto di Hitler.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Albert Speer non è il solito nazista appariscente e ottuso&#8230; è molto più del semplice uomo che raggiunge il potere, simboleggia invece un tipo d’uomo che sta assumendo sempre più importanza in tutti i Paesi belligeranti: il tecnico puro, l’abile organizzatore, il giovane brillante uomo senza bagaglio e senza altro scopo che seguire la propria strada, senza altri mezzi che le proprie capacità tecniche e manageriali. Degli Hitler e degli Himmler ce ne sbarazzeremo, ma con gli Speer dovremo fare i conti ancora a lungo&#8230;».</strong></p>
</blockquote>



<p>Il passaggio da un modello all’altro non è stato facile, a tal punto che si potrebbe pensare che tutto il dolore della prima metà del XX secolo sia servito a garantire questa trasformazione. La tecnica necessitava di un nuovo orizzonte, la cui imposizione doveva passare da un atto di forza. Il senso di apocalisse di quegli anni, così come l’immane grandezza dei suoi protagonisti, è ben restituito da una pagina di <em>Chronicles</em>, l’autobiografia Bob Dylan:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Io ero nato nella primavera del 1941. In Europa infuriava la Seconda guerra mondiale e presto l’America ci sarebbe entrata. Il mondo si stava disintegrando e il caos stava già tirando un pugno in faccia a tutti quelli che allora si affacciavano alla vita. Chiunque fosse nato in quel periodo, o ci fosse ben vivo, sentiva il vecchio mondo che se ne andava e il nuovo che stava cominciando. Era come far tornare l’orologio a quando a.C. era diventato d.C. Quelli che come me erano nati in quegli anni partecipavano di tutte e due le epoche. Hitler, Churchill, Mussolini, Stalin, Roosevelt erano figure gigantesche delle quali il mondo non vedrà mai più l’uguale, uomini che contavano solo sulla loro determinazione, nel bene e nel male, ciascuno pronto ad agire da solo, indifferente a ogni approvazione, senza curarsi né di amore né di beni materiali, intento a presiedere al destino dell’umanità e a ridurre il mondo in macerie. Eredi della stirpe degli Alessandro Magno e Giulio Cesare, Gengis Khan, Carlo Magno e Napoleone, avevano piantato i loro coltelli nel mondo come se fosse un piatto davvero squisito. Che portassero i capelli divisi in due o si mettessero in testa un elmetto vichingo, era impossibile ignorarli e impossibile venirne a capo, rudi barbari che correvano in branco sopra la terra, martellando ovunque le loro visioni di geografia».</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Antonio Soldi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Richard Avedon, Charlie Chaplin, 1952</em></p>
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		<item>
		<title>“Tutto affogò nello stordimento di una notte di giugno dedicata alla lettura&#8230; Macchie d’eccitazione simili a stelle mi percorrevano le guance”. Dostoevskij, il mito del criminale e la lettura di Musil</title>
		<link>https://www.pangea.news/dostoevskij-musil-lettura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Nov 2020 08:44:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il tema del crimine, che sembrava principalmente una questione per giuristi e avvocati, dalla seconda metà dell’Ottocento, con Emerson, Nietzsche, Maeterlinck e Dostoevskij divenne interessante anche per filosofi, saggisti e romanzieri. Sempre più frequentemente andò diffondendosi l’opinione che il soggetto geniale che fa eccezione possa diventare delinquente senza essere punito.&#160; Dal momento in cui sono [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il tema del crimine, che sembrava principalmente una questione per giuristi e avvocati, dalla seconda metà dell’Ottocento, con Emerson, Nietzsche, Maeterlinck e Dostoevskij divenne interessante anche per filosofi, saggisti e romanzieri. Sempre più frequentemente andò diffondendosi l’opinione che il soggetto geniale che fa eccezione possa diventare delinquente senza essere punito.&nbsp; <strong>Dal momento in cui sono state definite “rappresentanti dell’umanità”, persone come Napoleone Bonaparte hanno potuto mentire, contraffare e versare copiosamente sangue in modo sfrenato, senza che tutto ciò venisse loro accreditato come crimine.</strong> Uomini di quella specie semplicemente non hanno commesso crimini.</p>



<p>A uno “spirito universale” com’è stato Napoleone, secondo Maurice Maeterlinck (da <em>Saggezza e destino</em>), “tutti gli elementi della più alta moralità, la saggezza più certa, la virtù più perfetta sarebbero a tal punto a disposizione che egli non può che ritenersi giustificato nel mettere da parte, senza esitazione, saggezza, moralità e virtù non appena quelle non risultino favorevoli ai suoi piani”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/71RJ2JNsAL-655x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81086" width="545" height="852" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/71RJ2JNsAL-655x1024.jpg 655w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/71RJ2JNsAL-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/71RJ2JNsAL-768x1201.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/71RJ2JNsAL.jpg 915w" sizes="(max-width: 545px) 100vw, 545px" /></figure>



<p>Tali idee sul genio del potere circolarono nella letteratura del XIX secolo e arrivarono anche a Dostoevskij, investendo i suoi personaggi. Uno di questi è Rodion Raskol’nikov che <strong><a href="http://www.pangea.news/dostoevskij-delitto-e-castigo-saggio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in <em>Delitto e castigo</em></a></strong> uccide una prestatrice su pegno a San Pietroburgo: <strong>Rodion voleva diventare un Napoleone, ecco perché ha ucciso, ammette lui stesso, sviluppando a cospetto del suo amico Razumichin la teoria delle persone straordinarie cui sarebbe permesso il superamento di “certi ostacoli”, “qualora lo esigesse la realizzazione” di un’“idea (che talvolta forse è decisiva per l’intera umanità)”.</strong></p>



<p>Ciò che in altri scrittori era un suggerimento, forse un’allusione al Rinascimento o alla Rivoluzione francese e al suo erede, Napoleone, è stato raccontato da Dostoevskij in un romanzo di molte centinaia di pagine nel modo più drammatico, commovente ed emozionante. Non c’è da stupirsi dunque che <strong>la lettura di <em>Delitto e castigo</em> sia stata una delle esperienze più intense del giovane <a href="http://www.pangea.news/musil-lettere-punzi/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Robert Musil</a>.</strong></p>



<p>Nelle righe che seguono (da R. Musil, <em>Gesammelte Werke</em>, a cura di A. Frisé, vol.9, Rowohlt Verlag, 1978, p. 1461), mai proposte in italiano fino ad ora, l’austriaco descrive nel 1914 quanto quindici anni prima, durante un soggiorno a Steyr, la città della sua infanzia-adolescenza, fosse stato messo in agitazione dalla storia della rapina a Pietroburgo:</p>



<p><em>Ciò che in questo momento [giugno 1914] so di Raskol’nikov è la coscienza di un tremendo sconvolgimento. Nient’altro. <strong>Tutto affogò nello stordimento di una notte di giugno dedicata alla lettura&#8230; La luce della candela tremolava. Macchie d’eccitazione simili a stelle mi percorrevano le guance.</strong> Nella seconda città più piccola dell’Alta Austria, dopo anni passati lontano da lì. Questo lo so. In un albergo sulla Marktplatz, da dove ragazzino, inginocchiato su una sedia e appoggiato al lungo cuscino di finestra di velluto rosso, vidi la processione del Corpus Domini [&#8230;]</em></p>



<p><em>[&#8230;] Il libro aveva una rilegatura marrone, ma forse mi sbaglio e piuttosto era il prestito di una qualche biblioteca, mentre ne avevo uno con la rilegatura nera, e quelle misere grazie le rivedo in questo momento attraverso una notte decisiva che è qui semplicemente come un buco attraverso il quale il ricordo guarda ciò che vi è dietro…<strong>Cosa resta dell’arte? Noi restiamo. Pochi e imprecisi dettagli; coincidenze biografiche del lettore; sapere di un grande sconvolgimento che non ritorna mai allo stesso modo, tutto, non ciò che conta. </strong>L’essenziale restiamo noi, così come siamo stati cambiati. – Si conosce qualcosa di più preciso sulla propria vita, cos’altro resta? Ad un certo punto,</em> <em>quando arriva la loro ora, le cose vecchie prendono vita… in un certo luogo si ritrovano uomini…</em> &nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/IskAAOSwmfhX3sFm_100-623x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81087" width="553" height="909" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/IskAAOSwmfhX3sFm_100-623x1024.jpg 623w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/IskAAOSwmfhX3sFm_100-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/IskAAOSwmfhX3sFm_100-768x1262.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/IskAAOSwmfhX3sFm_100-935x1536.jpg 935w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/IskAAOSwmfhX3sFm_100.jpg 974w" sizes="(max-width: 553px) 100vw, 553px" /></figure>



<p><strong>Non c’è altro autore letto in gioventù rispetto al quale Musil abbia usato espressioni simili. Con la lettura di <em>Delitto e castigo</em>, con Dostoevskij, il giovanissimo austriaco aveva provato in una forma particolarmente intensa la sensazione del <em>tua res agitur</em>.</strong> E a quanto pare questo non fu meno vero con altre opere del russo: con <em>Il sosia</em>, che recupera in maniera coinvolgente un tema caro al romanticismo, e per <em>L’eterno marito</em>, nel quale Musil probabilmente riconobbe una situazione casalinga analoga alla sua (una madre alle prese con due uomini). &nbsp;</p>



<p>Non è un caso dunque che in una lettera Musil abbia definito Dostoevskij “stella della sua gioventù” e che le tracce di quel brillare e riscaldare si ritrovino nei punti più nascosti della sua opera.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Vito Punzi</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dostoevskij-musil-lettura/">“Tutto affogò nello stordimento di una notte di giugno dedicata alla lettura&#8230; Macchie d’eccitazione simili a stelle mi percorrevano le guance”. Dostoevskij, il mito del criminale e la lettura di Musil</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sono dominato da donne che non ho mai visto e che attendo – fantasmi”. Le lettere di Robert Musil ad Anna</title>
		<link>https://www.pangea.news/musil-lettere-punzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Nov 2020 05:22:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Musil]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Raccolte e pubblicate per la prima volta in edizione critica nel 1981 (R. Musil, Briefe, a cura di Adolf Frisé, Rowohlt Verlag Hamburg), gli abbozzi e le lettere dell’austriaco Robert Musil sono state a lungo ignorate dalla critica e dalla germanistica italiana, già severamente messe alla prova dalla scrittura narrativa e saggistica musiliane. È vero [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/musil-lettere-punzi/">“Sono dominato da donne che non ho mai visto e che attendo – fantasmi”. Le lettere di Robert Musil ad Anna</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Raccolte e pubblicate per la prima volta in edizione critica nel 1981 (R. Musil, <em>Briefe</em>, a cura di Adolf Frisé, Rowohlt Verlag Hamburg), gli abbozzi e le lettere dell’austriaco <strong><a href="https://www.treccani.it/enciclopedia/robert-musil_%28Enciclopedia-Italiana%29/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Robert Musil</a></strong> sono state a lungo ignorate dalla critica e dalla germanistica italiana, già severamente messe alla prova dalla scrittura narrativa e saggistica musiliane.</p>



<p>È vero che le lettere compiute ed effettivamente spedite, soprattutto quelle più tarde, legate così drammaticamente all’esperienza degli anni d’esilio, come pure le più datate ad amici, a familiari e a collaboratori di rivista, nell’insieme rivelano uno scarso valore letterario, evidenziando cosi come Musil preferisse affidare le proprie riflessioni e i propri esperimenti piuttosto ai plurimi quaderni dei diari (vedi R. Musil, <em>Diari (1899-1941)</em>, traduzione di Enrico De Angelis, Einaudi 1997, pp. 1659). È altrettanto vero però che esiste un gruppo di lettere spedite e abbozzi la cui affinità con una certa sua scrittura diaristica le rende meritevoli di essere lette e godute come veri e propri esperimenti letterari. <strong>Sono quelle risalenti al cosiddetto <em>Törless-Zeit</em>, il periodo cioè che va dal 1900, quando il ventenne Robert si cimentava in particolare nelle prose liriche da lui chiamate <em>Parafrasi</em>, al 1905, anno in cui terminò la scrittura del primo romanzo, <em>I turbamenti del giovane Törless</em> (edito nel 1906), ed oltre, fino al 1907, quando morì Herma Dietz</strong>, l’ultima protagonista della vita sentimentale di Musil prima della sua unione definitiva con Martha Heimann.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="450" height="247" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/27249681.jpg" alt="" class="wp-image-80949" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/27249681.jpg 450w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/27249681-300x165.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></figure>



<p>Notevoli per il carattere sperimentale ad esse attribuito dallo stesso autore, queste lettere e questi abbozzi sono gli unici a possedere una scrittura che è sì tentativo di descrizione della condizione e della sensibilità musilane, ma anche ricerca stilistica propriamente detta. Destinatari sono personaggi femminili i cui nomi in almeno tre casi (Anna, Liesl e Valerie) non sono determinabili nella loro identità.</p>



<p><strong>A fronte di segreti cosi gelosamente preservati da Musil anche nei <em>Diari</em>, dove pure i tre nomi compaiono, è lecito pensare che quelle donne non siano mai esistite e che i loro nomi, le loro figure siano piuttosto riconducibili a quella dimensione d’«irrealtà al femminile»</strong> che cosi marcatamente ha caratterizzato la vita e l’opera dell’austriaco in gioventù: “Sono dominato da donne che non ho mai visto e che attendo – prese realmente, forse fantasmi e ridicolaggini.&nbsp; Ma forse profondamente legate alla mia migliore essenza (artistica)”. Così nella <em>Lettera (2)</em> ad Anna.&nbsp;</p>



<p>La scelta di presentare gli otto abbozzi di lettera indirizzati ad Anna, tutti risalenti al 1907 e inseriti <a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-tedesca/saggi-e-lettere-robert-musil-9788806132101/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">in R. Musil <em>Saggi e lettere</em></a> (a cura di Bianca Cetti Marinoni, Einaudi 1995; ora non più disponibile), è dettata dalla presenza in essi di un’omogeneità tale da renderli un’unità determinata dall’evolversi a spirale della scrittura, in un percorso che va da una struttura frammentaria scarsamente elaborata, ad una più complessa, stilisticamente caratterizzata da ripetizioni e ritorni sintattici.&nbsp;</p>



<p>Allora ancora inediti in italiano, questi abbozzi li ho tradotti e pubblicati una prima volta, per gentile concessione dell’editore Rowohlt, sulla rivista diretta da Luciano Anceschi “Il Verri”, n. 3-4 nuova serie, settembre-ottobre 1987, Mucchi Editore, pp. 5-16.</p>



<p><strong><em>Vito Punzi</em></strong></p>



<p>***</p>



<p><strong><em>Lettere a Anna</em></strong></p>



<p><strong><em>Ad Anna (1)</em></strong></p>



<p><em>9 aprile 1907, Berlino</em></p>



<p>Cara Anna</p>



<p>Brünn: vivo ora qui così pigramente, così pigramente&#8230; Passeggiate su terreni incolti che si alzano e si abbassano con linee tranquille, e più lontano il cielo – questo è tutto. Leggo. Ma non troppo. E vivo propriamente come un uomo che si è già ritirato a vita privata.&nbsp;</p>



<p>Colui che non vuole rinunciare interamente al nuovo che accade all’esterno e che però da questo non si lascia assediare.&nbsp;</p>



<p>Come se qui non esistesse la ferrovia, ma solo la posta&#8230; Poiché i libri che leggo per la maggior parte hanno mosso già da tempo gli animi e non sono in genere nella condizione di muovere violentemente il mio&#8230; (Sabato Santo)&nbsp;</p>



<p>Brünn: sono triste, Anna. Il mio amico venne a farmi visita da Vienna, il mio amico innamorato e promesso. Ed anche la tua lettera arrivò.&nbsp;</p>



<p>Percorremmo sentieri lontani nel boscoso paesaggio collinare e sostammo al pallido sole di marzo, là dove lo sguardo si getta lontano sulla pianura.&nbsp;</p>



<p>Fui liberato per giorni dalle preoccupazioni del lavoro, che altrimenti esigono la mia riflessione, e potei raccogliermi in me stesso.&nbsp;</p>



<p>Ti sono di peso; la tua ultima lettera me lo lascia leggere tra le righe. Ti sottraggo la gioia e so facendo questo stupendo equilibrio armonico e questa sicurezza che tanto amo in te. Non ho alcun dubbio che te la sottraggo.&nbsp;</p>



<p>Sento precisamente ciò che vuoi da me e ciò che in me eviti. Hai bisogno di un animo che ti avvolga interamente in forti e teneri sentimenti. Se tu sapessi quanto questo alle volte sia vivo in me; così, come se io fossi te. E invece ti appaio pedante come un saccente&#8230;</p>



<p>Berlino: questo accadde una settimana fa. Entrambe le volte vedevo troppo poco chiaro per continuare queste lettere e nel frattempo arrivò la tua cara. Ma le compongo ora perché tu veda che a te pensai, sebbene non scrissi e poiché sento che questi pensieri devono pur essere portati a compimento tra di noi.&nbsp;</p>



<p>Mi ritrovai, come sai, con il mio amico, quell&#8217;amico di gioventù del quale ti raccontai, e lui ed io eravamo un tempo fratelli gemelli spirituali. Oggi questo è qualcosa di diverso.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="567" height="1000" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro1-5.jpg" alt="" class="wp-image-80950" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro1-5.jpg 567w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro1-5-170x300.jpg 170w" sizes="(max-width: 567px) 100vw, 567px" /></figure>



<p><strong><em>Ad Anna (2)</em></strong></p>



<p>Mentre lui ti ispira scrupoli intorno a ciò che tu sino ad oggi hai fatto senza esitazione e a tuo profitto?&nbsp; Vorrei vederti più che mai in un castello, circondata da una servitù nata serva della gleba.&nbsp;</p>



<p>Che razza di idee…&nbsp;</p>



<p>Sono triste, Anna. Il mio amico venne a farmi visita a Vienna, il mio amico innamorato e promesso. Ed anche la tua lettera arrivò.&nbsp;</p>



<p>Percorremmo sentieri lontani nel boscoso paesaggio collinare, e sostammo al pallido sole di marzo, lì dove lo sguardo si getta lontano sulla pianura. Sono stato liberato per giorni dal peso del lavoro, che pretende la mia testa, e potei raccogliermi in me stesso.&nbsp;</p>



<p>Non mi ritengo un uomo da compatire, ma neppure un uomo felice. Non desidero barattare con alcuno, ma non sono felice. Non possiedo alcun talento per essere felice, come si dice&#8230;</p>



<p>E ti sono di peso. La tua lettera me lo dice tra le righe. Ti sottraggo la gioia e la tranquillità, e questo stupendo equilibrio armonico che tanto amo in te. Non ho alcun dubbio che te le sottraggo.&nbsp;</p>



<p>Sento precisamente ciò che vuoi da me e ciò che in me eviti. Ci sono momenti nei quali non posso fare a meno di te. – Quando ti vedo di fronte a me – in abito bianco con i tuoi capelli neri, quando ti aspettavo, oppure quando ti trovi chissà dove, ora, nell&#8217;abitazione dei miei genitori. È sera quando sono solo – noi due sempre come coloro che rimangono insieme quando gli altri se ne sono andati. &#8211;</p>



<p>Vedo le tue gambe in un abito tirato – quanto le amo, quelle gambe che non ho mai visto – tu puoi appena crederlo. Capitano di questi momenti, e vorrei sposarti, con intenzione chiara, e vorrei esserti fedele, fin dove mi conosco nonostante tutto – e darei tutto ciò di cui tu ed io ora siamo privi – arrivano però momenti in cui tu retrocedi – tu come sei – di fronte a sogni ed immagini che forse non si realizzeranno mai. Sono dominato da donne che non ho mai visto e che attendo – prese realmente, forse fantasmi e ridicolaggini. Ma forse profondamente legate alla mia migliore essenza (artistica). Sono questi poi i momenti nei quali vorrei fare di te tutto.</p>



<p>E poi hai di nuovo ragione con il tuo prendermi come sono. Potessi dunque ora sposarti, sarebbe bene – in questo momento però i due stati si sostituiranno sempre l’un l’altro con imprevedibilità.&nbsp;</p>



<p>Ho trovato infine l’energia per fare in me chiarezza in proposito. E non sopporto di tacertelo. Devi sapere come essere in questo.&nbsp;</p>



<p>Mi conosci ora così bene che non hai bisogno di dubitare del mio amore. Io ti sarò sempre fedele.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="400" height="600" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/libro2-4.jpg" alt="" class="wp-image-80951" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro2-4.jpg 400w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/libro2-4-200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></figure>



<p><strong><em>Ad Anna (3)</em></strong></p>



<p>Cara Anna. Ti ringrazio per la tua lettera. Non perché mi vuoi sapere libero, non ho atteso che questo da te, ti ringrazio per la tua posizione – essa è sincera</p>



<p>Possiederai già la mia seconda lettera, giudicherai già molto diversamente – lascia però che dica ancora qualche parola, e spero non siano le ultime che mi permetti.&nbsp;</p>



<p>Tu stessa dici che lo scrivere, l’arte è la mia vita. Hai ragione; è – non voglio dire la mia vita vera e propria – certo ciò che si nutre di altro e prende forma attraverso le sue richieste. Poi però le azioni reali – che si compiono veramente o si omettono – non vanno giudicate come fanno gli altri uomini, i quali sono realmente tanto buoni o cattivi, tanto ricchi o poveri come si mostrano nella vita. E se un sentimento fiorisce esitante e pallido invece che ardente, non si può dire che il fusto che lo regge sia povero e debole. È altro Anna, solo altro. E le leggi con cui si giudica secondo forza e debolezza in questo caso non valgono. Ma proprio per questo, e perché si sta di fronte a un nuovo sentimento come fosse un miracolo di cui non si conosce via d&#8217;uscita, si deve essere sinceri e dire: è così, ti fidi? Devi ritirare ogni tua promessa e ad ogni momento lasciare solo la dolcezza che ha in sé, come se la catena alla quale è legato, ad ogni istante che segue potesse spezzarsi –</p>



<p>Dico questo perché parleresti di <em>indifference</em> e certo, come tu affermi, l’<em>indifference</em> è la cosa più miserabile. Amicizia non è certo il nome per <em>indifference</em>; è il nome per una nuova via (e nuova non solo per noi). Si potrebbe dire ugualmente bene: amore libero, poiché investe il senso più significativo di quella parola.</p>



<p>È la differenza che c’è tra due uomini che vivono insieme e due altri ognuno possessore di una propria casa e reciproci frequentatori. Certo vi saranno uomini per i quali la seconda soluzione significa la fine, altri per i quali questa rappresenta l’unica forma possibile – l’una è bella l’altra diversa. Ma osserva attentamente che anche l’altra è bella e che essa possiede libertà insostituibili. Non si può dire che questi uomini non si amino. Essi si amano, sono ospiti l’uno dell&#8217;altro e si donano le ricchezze della propria casa, e tutto ciò è possibile solo perché essi non posseggono semplicemente un&#8217;abitazione. Certo lo si chiamerà per una volta amore, poiché con questa parola si pensa ancora oggi quasi esclusivamente qualcosa che comprende l&#8217;intera vita come una comune camera da letto, allora preferisco dire amicizia.&nbsp; (Perché ci sono uomini che portano ovunque con sé la propria camera da letto, come fosse un guscio di chiocciola)</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/11/la-conoscenza-del-poeta-saggi-647x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80952" width="533" height="843" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/la-conoscenza-del-poeta-saggi-647x1024.jpg 647w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/la-conoscenza-del-poeta-saggi-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/la-conoscenza-del-poeta-saggi-768x1216.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/11/la-conoscenza-del-poeta-saggi.jpg 970w" sizes="(max-width: 533px) 100vw, 533px" /></figure>



<p><strong><em>Ad Anna (4)</em></strong></p>



<p><em>Da una lettera</em></p>



<p>Ci sono uomini che non hanno mai giocato diversamente con le donne. Ma non si può pensare a limitati uomini d’affari o ad assessori prussiani. Ci sono uomini di valore, giocosi, eternamente fanciulli – agitati come prati al vento – troppo agitati e teneri, cara A, per essere il robusto fusto al quale si possa avviticchiare – nella provata immagine dell’organetto – l’edera della dolce femminilità.&nbsp; Citeresti anche gli animali?&nbsp;</p>



<p>Perché no? Pavoni e nobili fagiani, animali che nella propria suntuosità non possono sentirsi a sufficienza? Sai, in fondo tali uomini amano forse solo se stessi. Chi è povero può praticare facilmente l’ascesi, ma chi sa che ogni volta può risplendere in nuovi colori&#8230;? E colui che così ama se stesso, ama in fondo Dio, il mondo, il paesaggio, il sole, l&#8217;aria primaverile – tutto l’incomparabilmente splendido e l&#8217;infondatamente grande.&nbsp;</p>



<p>…</p>



<p>Ma dimmi, non desideri amare anche questo? Essere un uccello del paradiso? Oppure un soffice prato che ognuno vuole per sé e che poi però solitario appare nel suo maggior splendore?&nbsp;</p>



<p>Metafore, solo metafore Anna. Ma le metafore sono come musica nella sera proveniente da chissà dove, da una qualsiasi casa solitaria nascosta dietro i cespugli e come da sogno al suo interno. Non si sa dove sia e quali sogni nasconda. E non lo si saprà, perché con la sera la musica subito si dissolve.&nbsp;</p>



<p>Così devi accettare anche questo. Si ascolta in noi qualcosa di estraneo e di invitante.&nbsp; Si fa un paio di passi, ci si ferma perché non è possibile raggiungerlo, si dice all&#8217;altro: ascolta, un suono. Come può essere, cosa lo produce?&#8230; e si pensa quanto sia solitario ed estraneo il mondo, quando improvvisamente un suono si perde, un suono amato per alcuni istanti con tutta l’anima e certo impossibile da comprendere. Ci si prende per mano per riflettere in due. Si parla di ombre. Perché è bello parlare quando ci si tiene per mano.&nbsp;</p>



<p>Non capisci che questo amore, timoroso e per entrambi incalzante, è qualcosa di profondo?&#8230;</p>



<p>L’uomo che in fondo ama solo le metafore e per il quale anche l’incesto è una metafora. La donna per la quale ciò deve essere una realtà, un compimento.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Ad Anna (5)</em></strong></p>



<p>Mi scusi cara, se le scrivo simili parole. È forse un abuso della sua fiducia. Ma le parole sono veramente brutte e fuori luogo. Almeno per ciò che in queste notti mi attraversa in forma di pensieri.&nbsp;</p>



<p>Mi lasci dunque ragionare ancora un poco.&nbsp;</p>



<p>Di fronte a una sua parola ho una paura terribile: mi rende orgogliosa il significare qualcosa per un uomo del suo genere – così mi disse all’incirca. Un simile orgoglio ed il rammarico di non poter più dare rende tenero e dolce l’aspetto di una donna. Ciò potrebbe ingannare lei e me. Per questo volevo mostrarle il rischio. È troppo grande per essere preso a cuor leggero. La passione è qualcosa di assolutamente unico nella vita di un uomo. Come lo sono una sventura spietata e la morte di cose uniche. Essa però distorce tutto. È estasiata, estranea, fuori di sé come l’essere posseduti da un Dio.&nbsp; Era per me come le doglie del parto del divino. Essa si cela dietro il discreto sipario di un tempio. Sferza tanto l’uomo che un grido lacera il suo viso e incide sul suo volto linee strane e incomprensibili come il morire e il partorire. Dall’esterno non la si può vedere. Poiché ci si spaventa anche dell’uomo che non si riconosce, si prova forse disgusto perfino di fronte alla sua estasi.</p>



<p>Se lei mi vede dall’esterno come una cosa cara e preziosa cui non si rinuncia volentieri, allora metta da parte questa lettera e mi scriva in poche righe che lei ama la giornata chiara e la freschezza di un’anima serena. Mi vergognerò così d’averle presentato un simile aspetto e proverò con l’amicizia di renderlo buono.&nbsp;</p>



<p>&#8230;poiché ci si deve trovare nella stessa camera buia e sentire la stessa oscurità formarsi nella sua anima, e dell&#8217;altro non provare che la calda ombra e un bagliore nei suoi occhi. E questo pensiero va compreso per intero, veramente per intero: un uomo è un animale che talvolta può sognare un’anima&#8230;</p>



<p>Pensi alla vita quotidiana. Quanto sono stupide le cose con cui ci battiamo e quanto orribili spesso i nostri gesti e le faccende che la vita ci impone. Trascorra così una giornata qualunque. Dalla mattina alla sera. Quanti giorni consistono di null’altro che di questa mostruosità; e poi la chiamiamo indifferente, necessaria e così via. Solo alcuni momenti – lei li conosce attraverso l’arte – sono diversi. Ma me? È bello abbandonarsi ad un suono con la bocca spalancata?&nbsp; Oppure era bello il tremore delle mie labbra quando le declamai Rilke? Certo no. Ma qualcosa scaturì dall&#8217;interno e ci toccò. Qualcosa? No, nulla. Non deve essere scoperto. È&#8230; nulla&#8230; una luce che improvvisamente tutto trasforma e da nessun luogo giunge un sogno&#8230; un sogno di un’anima.&nbsp;</p>



<p>Questo si deve sapere. Poi ci si piega alla mostruosità del turbine, perché si sa, l&#8217;animale sogna, il misero animale sogna mirabilmente, in lui sogna il Dio, l’uomo, e divenne orribile, perché l’amore è molto più profondo quando si erge sull’abisso. Ma certo bisogna averlo sperimentato.&nbsp; Oppure si può pensare che l’animale per un attimo generi un’anima.&nbsp;</p>



<p>Si interroghi. Non sull’amore – su di un nome, piuttosto si chieda se può tollerarlo. Si interroghi se è in grado di sopportare in una simile solitudine la mia compagnia. I nostri giorni sono contati, come le giornate autunnali. Ciò che è tra di noi non ha nome, ma non è il problema di che cosa sia, piuttosto di che cosa ne facciamo. Chi vive la primavera e ha di fronte l’estate può affrontare la sfida. Noi dobbiamo portare a fioritura un tardo, tenero fiore ancor prima dell&#8217;inverno. Per quest’unica volta, in questioni morali sia ragionevole.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Ad Anna (6)</em></strong></p>



<p>Mi è intollerabile a letto</p>



<p>Oggi ho trascorso la notte insonne, steso sul sofà, col fumare di sigarette, di fronte alla porta aperta del balcone, d’un giallo color vino l&#8217;intermediario sentimentale: la luna. Non ho acceso lume per tutta la notte. Ho gustato un sentimento lontano, lontano distante quasi quanto gli anni dell’infanzia. Lo conosce? In una notte siffatta tutti i fili che ci legano agli uomini della vita giornaliera sono Spezzati. In una notte siffatta i mobili si spostano per la stanza e qua e là spunta la loro ombra da ogni angolo e da ogni dove ci chiamano con suono leggero. In una notte siffatta l’immagine non resiste allo specchio. Come un’ombra grigia si muove sul vetro nero velluto, cresce, di nuovo si ritira, sembra essere la nostra immagine e poi ancora solo una nebbia inquietante nello spazio sinistro.&nbsp;</p>



<p>&#8230; sogno, avvenuto in noi un tempo.&nbsp;</p>



<p>In una simile notte siamo diversi. E tuttavia noi stessi&#8230; Come un sogno più volte avuto&#8230;</p>



<p>Non posso volere. Non posso dire: vieni, vogliamo imboccare una strada insieme e sempre. La volontà possiede un futuro, un fermo sì e no tra gli uomini. Io non posso. Possiedo solo l’istante. Vivo solo nella notte. Nelle ombre delicate che ora sembrano essere la nostra immagine, ora qualcosa di completamente diverso, e certo noi stessi siamo troppo profondi&#8230; Così non comprendo l&#8217;istante.&nbsp;</p>



<p>Mi si definisce uno psicologo. Non lo sono. Vengo attratto solo da cose certe e rare.  Indovino in altri e in me processi che sfuggono agli uomini, ma non so come io e lei nell’insieme, umanamente, di giorno&#8230; appariamo. Conosco quasi esclusivamente le immagini sul vetro nero, che si rimirano ora simili ora così estranee, nuove, diverse, che ci stupiamo di essere così.</p>



<p>Mi capisca bene: non parlo di me come di colui che lei incontrò qua e là, piuttosto di me come sono negli istanti più rari e veri, tra i quali spesso corrono anni, e so come voglio essere per lei.&nbsp;</p>



<p>Di più posso appena dirle che non trovo sonno ed amo ciò, passando la notte con ombre e pensieri, scosso come acqua percorsa dal turbine&#8230;E sono felice. Certo appassionatamente felice.&nbsp;</p>



<p>Non vogliamo dare alcun nome a questa passione; lei non lo desidera. Essa non ne ha bisogno. Ogni nome inoltre risulta precario ed inopportuno. E quando una tempesta è tanto violenta non si domanda se essa viene da nord o da est. Essa giunge urtando. E sferza i pensieri innanzi a sé, così tanto, così violenta, così estranea, che quelli non si lasciano afferrare. E lacera divise nell&#8217;anima, cosa che si osserva quando non si è ancora mai raggiunto il fondo di se stessi&#8230;Ed è di nuovo silenzio. (Forse dormo alcuni minuti) Mi stanco. Non ricordo più nulla. Ed è come se tenessi la sua mano e la potessi accarezzare ed intorpidire. Ed è come se potessi posare i suoi capelli sul mio viso&#8230;</p>



<p><strong><em>Robert Musil</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/musil-lettere-punzi/">“Sono dominato da donne che non ho mai visto e che attendo – fantasmi”. Le lettere di Robert Musil ad Anna</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Nabokov giocava a tennis, Carmelo Bene cercava “l’Emozione nell’Atto” e Martin Amis la granitica bellezza della Sabatini, “abbronzata allucinazione di fluidità e giovinezza”. Su tennis e letteratura</title>
		<link>https://www.pangea.news/tennis-e-letteratura-nabokov-carmelo-bene-martin-amis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jul 2019 07:37:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Carmelo Bene]]></category>
		<category><![CDATA[Clerici]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriela Sabatini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se il sistema di punteggio del tennis pare un parto del genio di Lewis Carroll, magister della logica, della contro-logica, amato tanto quanto il tennis da Gilles Deleuze, da Carmelo Bene, il legame, l’affinità elettiva tra tennis e letteratura è cosa remota, come il gioco, perché si può risalire al jeu de paume o pallacorda, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tennis-e-letteratura-nabokov-carmelo-bene-martin-amis/">Nabokov giocava a tennis, Carmelo Bene cercava “l’Emozione nell’Atto” e Martin Amis la granitica bellezza della Sabatini, “abbronzata allucinazione di fluidità e giovinezza”. Su tennis e letteratura</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Se il sistema di punteggio del tennis pare un parto del genio di Lewis Carroll, <em>magister </em>della logica, della contro-logica, amato tanto quanto il tennis da Gilles Deleuze, da Carmelo Bene, il legame, l’<em>affinità elettiva</em> tra tennis e letteratura è cosa remota</strong>, come il gioco, perché si può risalire al <em>jeu de paume</em> o pallacorda, citata nelle vicende di Gargantua e Pantagruele a firma di Rabelais, e al capolavoro di Alexandre Dumas, in cui i tre moschettieri giocano in una palestra nei pressi delle scuderie del Jardin du Luxembourg una partita che termina con un litigio che diventa sfida a duello e quindi in rissa che è occasione d’incontro con D’Artagnan, e infatti il tennis francese avrà i suoi quattro <em>mousquetaires</em> in Brugnon, Cochet, Borotra e Lacoste (in tutto oltre quaranta <em>slam</em> tra singolare e doppio), ma già nella seconda metà del Cinquecento re Carlo XI fu informato dei primi eventi della strage di San Bartolomeo proprio mentre stava giocando, e nel 1606 Caravaggio uccise un rivale d&#8217;amore nel corso di una lite che seguiva un <em>match </em>e per questo dovette lasciare Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-68683 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/libro1-10-203x300.jpg" alt="" width="169" height="250" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro1-10-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro1-10.jpg 500w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" />Il tennis farà la sua comparsa sin dal titolo in un racconto di Robert Musil, <em>Quando papà imparava il tennis</em>, edito in italiano da Henri Beyle, mentre un libro di John McPhee, <em>Levels of the game</em>, uscito nel 1969, descrive un punto dopo l’altro l’incontro di semifinale degli U.S. Open tra Arthur Ashe e Clark Graebnerg</strong> – mentre per il <em>New Yorker</em>, tre anni dopo, racconterà una partita di Rod Lever a Wimbledon –, ma <em>La più bella partita di tennis di tutti i tempi</em>, tra l’americano Budge e il tedesco von Cramm a Wimbledon nel 1937,<strong> è il sottotitolo di <em>Terribile splendore</em>, opera di Marshall Jon Fisher, uscito nel 2009, e tradotto da 66thand2nd, casa editrice molto attenta alla scrittura sportiva – genere che annovera tra i grandi Norman Mailer col pugilato, ma ancora marginale in Italia –, cui si apparentano <em>Vite brevi di eminenti tennisti</em>, di Matteo Codignola, </strong>edito un anno fa da Adelphi, il volume <em>Jeu, set et match! Une anthologie littéraire du tennis</em>, a cura di Nicolas Grenier, in cui compare anche un frammento da Maupassant, del 1889, e un piccolo saggio di Martin Amis, <em>The Women&#8217;s Game</em>, per <em>Vogue</em>, nel 1988, poi ristampato in <em>Mrs. Nabokov</em>, e <strong>nel quale descrive la splendida Gabriela Sabatini con queste quattro parole: “abbronzata allucinazione di fluidità e giovinezza”</strong> – Nabokov stesso era d’altronde un appassionato giocatore di tennis e così pure la sua Lolita –, formula adatta alla bella argentina quanto alla graziosa e purtroppo ritirata Ana Ivanovic –, la grazia dei gesti, i gemiti, i silenzi, le gonnelline, la pelle madida di sudore essendo notoriamente uno dei principali motivi per cui guardare gli incontri femminili…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Io non ragiono con l’ottica del tifoso. Il tifoso è chi conta i punti. Io mi emoziono. Io cerco l’Emozione nell’Atto […]. Che è il contrario dell’Azione. L’Atto è Joyce, […] è un servizio di Edberg”, diceva ancora Carmelo Bene,</strong> che nella sua lotta contro l’io bollava come cretino chiunque dicesse: “Se Edberg avesse più carattere” – se avesse avuto più carattere non sarebbe stato Edberg –, o per meglio dire l’assenza d’io che era Edberg nell’Atto –, perché, non <em>l’abilità</em>, “[l]o sport ai suoi grandi livelli è <em>labilità</em>, ma senza apostrofo. Immaterialità! Eccedenza pura!” E ancora, “[r]icordo che nell’antichità i teatri stavano dove si faceva sport… Vi pare pura coincidenza?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-68684 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/libro-2-191x300.jpg" alt="" width="169" height="265" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro-2-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro-2.jpg 600w" sizes="(max-width: 169px) 100vw, 169px" />Il teatro è il luogo dell’Atto e tale è Wimbledon, tale è il tennis a dispetto del suo individualismo, che come rimarcava Clerici fa il paio con la sua internazionalità e le ascendenze regali che lo rendono abitualmente alieno alle passioni fuori controllo del ben più volgare calcio</strong> che per questo gioco da dandy vagamondi abbandonò con le sue “lande sin lì desolate, percorse da analfabeti, retori, postdannunziani d&#8217;accatto” rese poi un poco più floride dal genio padano di un altro Gianni – Brera –, e se come ha detto uno dei migliori narratori di sport della penisola – Buffa –, il calcio è esperanto, nel migliore dei casi, il tennis è letteratura, e la patria non è il “noi” del <em>tifo</em> delle curve bensì dentro di sé, perché è solo lì che si vincono le partite…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo sapevano due tennisti della letteratura italiana come Giorgio Bassani ed Eugenio Montale</strong> o i re Carlo V, Luigi VI, Francesco I, ed Enrico VIII?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“I match, è noto, si vincono dentro di noi. Vanno immaginati costruiti in ogni dettaglio, quasi fossero i cartoni di un affresco. Sul campo, poi, bisogna essere svelti a mettere i colori”, scrive Clerici in<em> 500 anni di tennis</em>,</strong> l’opera che gli è valsa l’attenzione del mondo ma ovviamente non quella dei padroni delle italiche lettere che non esita mai a disprezzare a sua volta, suggerendo a Umberto Eco di darsi un po’ d&#8217;arie in meno, pur non mancando di osservare che anche altrove ci sono certe logiche elitarie (<strong>“</strong>Non voglio fare polemiche, perché le polemiche si fanno con chi le merita. Non se le meritano in blocco, non se le meritano tutti [i letterati italiani]. Se le merita di sicuro Umberto Eco” – “Wallace non era un povero giornalista che scriveva di sport. Lui si è avvicinato allo sport facendo parte del sindacato degli scrittori, un&#8217;aristocrazia rispetto alla classe inferiore di noialtri”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il calcio – se inteso come lo intende Carmelo Bene, non come lo prendono le curve del “noi” – può mostrare l’Atto e vale a dire il puro Evento, la sua grandezza estetica, può esser persino spunto per delle riflessioni da filosofi, ma non è certamente il terreno più fertile per il <em>fair play</em> e può concedere la vittoria ai peggiori in campo, cosa sostanzialmente impossibile nel tennis come in molti altri sport di squadra quali il basket e il rugby (la vittoria può esser sì decisa per un nonnulla ma mai immeritata), e in più il tennis ha il fascino di un punteggio illogico, per alcuni diabolico, di sicuro carrolliano, di un sistema nel quale il vincitore deve necessariamente realizzare l’ultimo punto e non stare in difesa, e al netto di doping svelato e partite vendute (per questo non bisogna andare troppo lontano dalle italiche lande – basta cercare tra Bologna e Palermo), o d’imprecazioni dannunziane e sconsiderate (l’altro giorno l’auspicio di un bombardamento sui campi londinesi – copyright di Fabio “Fogna” Fognini), <strong>il gioco resta uno spazio d’eleganza, in cui forza e grazia, genio e furore, e sregolatezza, coesistono in peculiare equilibrio provocando l’attesa dell’Atto, dell’Evento, e per i più fortunati come lo è stato Clerici l&#8217;occasione d&#8217;incontri letterari, con Hesse, Hemingway, Chatwin, Wallace, Arbasino, </strong>e non soltanto agonistici, come Laver, come Rosewall, e Federer, il mito (nel re il mito tennistico è contemporaneo e s&#8217;incontra con l&#8217;Evento – con buona pace di Bene, e di Clerici), per cui a volte una partita è meglio di un libro…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68686 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/libro3-3-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro3-3-237x300.jpg 237w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro3-3-768x970.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro3-3-811x1024.jpg 811w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro3-3-1320x1668.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/libro3-3.jpg 1621w" sizes="(max-width: 237px) 100vw, 237px" />Per lo meno per chi è cresciuto affacciandosi su un club, contemplando per anni i campi come un piccolo Gatsby, in attesa di poter prendere tra le mani una vera racchetta, udendo <em>le voci</em> del tennis ancor prima di leggere Dumas, e di scoprire che esiste un tennis dedicato a Montherlant,</strong> raffinando a battimuro i colpi in <em>chop</em>, <em>flat</em>, <em>spin</em>,<em> lift</em>, <em>back</em>, sapendo che le sfide si vincono sempre e solo dentro di sé, e che ben oltre alla vittoria c&#8217;è la bellezza del singolo <em>atto</em>, c&#8217;è la possibilità dello stile sublime e regale di un Federer, c&#8217;è anche la genialità di un tennis jazzato alla Dolgopolov, e che la gratuità del gioco di Safin, di Gulbis, è un dovere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In un semplice club, come a Wimbledon.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dove è possibile che un set abbia “il merito paradossale di immortalare quasi più lo sconfitto che il vincitore, un po&#8217; come Ettore contro Achille”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E che oggi pomeriggio vinca il migliore…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(Nota: “Maledetti inglesi, guarda. Maledetti inglesi, scoppiasse una bomba su ’sto circolo… Una bomba deve scoppiare!” Così Fabio Fognini il 6 luglio 2019</strong>, durante un incontro presso l’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon. Quanto al paragone di Clerici tra Wimbledon e l’<em>Iliade</em>, il riferimento è alla finale del 1980, Ettore McEnroe e Achille Borg).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(fine)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Per vedere il torneo di Wimbledon <a href="https://sport.sky.it/tennis/2019/07/13/federer-djokovic-orario-dove-vedere-semifinale-wimbledon-2019.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">potete andare qui.</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tennis-e-letteratura-nabokov-carmelo-bene-martin-amis/">Nabokov giocava a tennis, Carmelo Bene cercava “l’Emozione nell’Atto” e Martin Amis la granitica bellezza della Sabatini, “abbronzata allucinazione di fluidità e giovinezza”. Su tennis e letteratura</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Una bellezza al termine dell’angoscia”: ecco perché oggi è necessario tornare a leggere Robert Walser. Ovvero, peregrinazioni innevate intorno a un libro</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 07:53:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Un bel giorno mi toccherà un colpo, uno di quelli che annientano una persona, e allora tutto finirà: finirà questo intrico, questo struggimento, quest’ignoranza, tutto, tutto, gratitudine e ingratitudine, menzogna e miraggi, questo creder di sapere e invece non saper mai niente. Però desidero vivere, non importa come». Queste parole – che a rileggerle anche [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/robert-walser-fabrizio-coscia/">“Una bellezza al termine dell’angoscia”: ecco perché oggi è necessario tornare a leggere Robert Walser. Ovvero, peregrinazioni innevate intorno a un libro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Un bel giorno mi toccherà un colpo, uno di quelli che annientano una persona, e allora tutto finirà: finirà questo intrico, questo struggimento, quest’ignoranza, tutto, tutto, gratitudine e ingratitudine, menzogna e miraggi, questo creder di sapere e invece non saper mai niente. Però desidero vivere, non importa come».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65197 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro2-2-179x300.jpg" alt="" width="120" height="201" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-2-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-2.jpg 600w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />Queste parole – che a rileggerle anche cento volte continueranno a procurare sempre una vertigine di bellezza, di commozione, di ammirazione – si trovano in&nbsp;<em>Jakob von Gunten. Un diario</em>, il grandioso romanzo di Robert Walser</strong> che racconta la permanenza di un giovane di nobili origini all’Istituto Benjamenta, una scuola per domestici. E forse è questo che, in fondo, volevano dire quegli occhi aperti e stupiti, che ancora oggi possiamo vedere nelle impressionanti fotografie scattate allo scrittore svizzero trovato morto, caduto riverso sul pendio nevoso, durante una delle sue abituali passeggiate, in un pomeriggio di Natale del 1956, in libera uscita dalla clinica psichiatrica di Herisau, dove Walser era rinchiuso da ventitré anni: che la vita, per quanto incomprensibile, per quanto dolorosa, vale sempre la pena di essere vissuta.<strong> O forse quei suoi occhi, quel corpo, quelle impronte sulla neve sono solo labili tracce che non possono dirci nulla del segreto che Walser ha custodito sempre dentro di sé, al centro del suo essere, «come un grumo compatto, impenetrabile, quasi interamente svuotato di contenuto».</strong> Quel che è certo, però, è che nonostante la sua più grande ambizione, da vivo, sia stata quella di sparire, di galleggiare senza essere visto sulla superficie del mondo, da quel momento esatto in cui cadde sulla soffice neve d’inverno, il destino ha riservato anche a lui, a Robert Walser, come allo scrivano Bartleby del racconto di Melville, il privilegio di dormire «con i re e con i saggi della terra».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Era nato il 15 aprile 1878 a Bienne, comune svizzero del Cantone di Berna, ai piedi dei contrafforti del Massiccio del Giura. Aveva trascorso fino a un certo punto una vita da scrittore «deriso e fallito», come si definiva lui stesso: un irregolare dalla natura anarchica</strong>, estraneo alle conventicole letterarie e a qualsiasi tipo di compromesso, sempre a corto di denaro, spesso ubriaco, e col terrore del successo, che rifuggiva come la peste. Aveva pubblicato una manciata di libri:&nbsp;<em>I fratelli Tanner</em>,&nbsp;<em>L’assistente</em>,&nbsp;<em>Jakob von Gunten. Un diario</em>, e varie prose brevi – dialoghi, storielle, ritratti di artisti o poeti, pezzi indefinibili – che con la loro ironica svagatezza e la loro gaia disperazione rappresentano uno dei vertici della letteratura tedesca del Novecento. <strong>Poi, però, arrivarono i manicomi. Dapprima il ricovero nella clinica Waldau a Berna, nel 1929, per volere della sorella Lisa, che non riusciva più a gestire il fratello. Qui Walser resta per quattro anni, con la diagnosi (non sapremo mai fino a che punto esatta) di schizofrenia: lo scrittore era tormentato dagli incubi, aveva manie di persecuzione e pensieri suicidi, e affermava di sentire voci che lo schernivano.</strong> Da Waldau ci fu poi il trasferimento, con reclusione forzata, nella clinica di Herisau, dove Walser resterà fino alla fine dei suoi giorni, senza scrivere più un rigo, fino cioè a quella passeggiata nella neve di quel pomeriggio di Natale del 1956, quando cadde di schianto sulla schiena, sprofondando nel manto immacolato senza più rialzarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scrittore Walser ha avuto lettori e studiosi d’eccezione, come Franz Kafka ed Herman Hesse, Robert Musil, Walter Benjamin e Elias Canetti; e ancora oggi i suoi libri ci rapiscono e incantano per la loro levità e inafferrabilità: svagati e abissali allo stesso tempo. </strong>Ma chi è stato l’uomo Walser in quei 23 anni in cui si è chiuso nel suo silenzioso isolamento, perseguendo l’ostinato progetto di diventare uno zero, di «scomparire il più discretamente possibile»?</p>
<p style="text-align: justify;">Ha provato a raccontarlo, per prima, il suo unico amico (e curatore delle opere) Carl Seelig in&nbsp;<em>Passeggiate con Robert Walser</em>&nbsp;e dopo di lui W. G. Sebald, nel suo&nbsp;<em>Il passeggiatore solitario</em>, due libri che in maniera diversa (il primo con la testimonianza diretta, il secondo con una magistrale empatia) attuano un pedinamento assiduo per tentare di penetrare nel mistero dello scrittore svizzero.<em>&nbsp;</em>Adesso esce un piccolo e prezioso libro – a metà tra il reportage e il pellegrinaggio, ma anche tra il memoir e il taccuino di appunti – che si intitola&nbsp;<strong><em>Verso il bianco. Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser</em>: lo ha scritto Paolo Miorandi, uno psicoterapeuta di Rovereto, e lo pubblica Exòrma editore.</strong> <strong>Di questi tempi, una vera chicca. Miorandi si mette letteralmente e metaforicamente sulle orme di Walser: nel senso che parte per Herisau, visita la clinica che ospitò l’illustre paziente, ripercorre il tragitto compiuto nell’ultima passeggiata, respira l’aria che ha respirato lo scrittore,</strong> osserva i luoghi e le strade che ha attraversato, e allo stesso tempo si interroga su quel bianco della neve tra un’orma e l’altra nelle fotografie della morte, e soprattutto su quello spazio bianco lasciato da Walser sulla pagina, progressivamente. Dapprima mascherato nei cosiddetti&nbsp;<em>microgrammi</em>, una scrittura nascosta da una grafia illeggibile, talmente piccola che per anni, prima di essere decifrata, era stata confusa con dei semplici scarabocchi, con cui Walser riempiva migliaia di fogli volanti, buste di carta, pagine di taccuino, piccole tessere rettangolari, in una continua divagazione che assomigliava alle sue camminate senza meta: poesie, racconti, note, appunti scritti per nessuno da qualcuno che non voleva essere più nessuno. Poi lo spazio bianco prese il sopravvento anche sui microgrammi, con la rinuncia definitiva alla scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65198 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/COP_Walser_Sito-212x300.jpg" alt="" width="144" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COP_Walser_Sito-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COP_Walser_Sito.jpg 510w" sizes="(max-width: 144px) 100vw, 144px" />Anche in questo libro, seguendo Sebald, Miorandi innesca un meccanismo empatico, avvia un processo di denudamento, fin dall’incipit: <strong>«Negli anni in cui il male di vivere si era fatto più intenso e la sottile scorza che ricopre la nuda vita si era crepata, forse nulla mi ha dato più conforto dei libri di Robert Walser. Li ho letti come un credente legge le vite dei santi, per rinnovare la preghiera di una bellezza al termine dell’angoscia». Ecco, dunque, subito profilarsi un legame di sotterranea simbiosi tra l’autore e lo scrittore (in effetti, sì, Robert Walser è stato anche un santo, un santo laico, puro e vergine come nessuno),</strong> nel segno di un «male oscuro», identificato anche nel silenzio, nell’assenza delle parole, dal momento che proprio le parole, la loro indecifrabilità e la loro necessità, sono uno dei temi portanti del libro. Come ci ricorda lo stesso Miorandi, per Canetti «la scrittura di Walser è percorsa da un’angoscia che resta sul fondo, che si ritira nella parte meno illuminata della scena nascondendosi alla vista». È un gioco a rimpiattino, dunque, e d’altra parte una delle immagini più ricorrenti in queste pagine, associate a Walser, è quella del funambolo: arte della leggerezza affacciata sul vuoto, del danzatore sul filo che sfida e nasconde la voragine, il nulla. La scrittura di Walser, ha fatto notare ancora Benjamin, non traccia piste, ma cancella impronte. Per questo raccontare il suo mistero vuol dire accettare l’assenza, la mancanza di prove e mettersi in gioco direttamente. Mioraldi lo riesce a fare, improvvisandosi un po’ funambolo anche lui, e quasi sempre si mette in perfetta sintonia con l’oggetto della sua indagine, appuntando sogni, ricordi d’infanzia o di giovinezza, divagazioni (il confronto con il padre), durante il suo soggiorno a Herisau, cittadina dell’Appenzell, dove oggi esiste un&nbsp;<em>Robert Walser Pfad</em>, il primo sentiero letterario svizzero, inaugurato nel 1986.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando Seelig chiese a Walser la ragione del suo silenzio, della sua rinuncia alla scrittura, lui rispose che non si trovava in manicomio per scrivere, ma per&nbsp;<em>fare il matto</em>. Risposta degna di un Amleto invecchiato in manicomio a mondare lenticchie, fagioli e castagne o a incollare sacchi di carta e a sistemarli con estrema attenzione formando pile più alte possibili, o ad aiutare le infermiere nelle pulizie del reparto.</strong> Se Walser ha recitato la parte del matto, l’ha recitata benissimo: un paziente tranquillo, che nelle ore libere, oltre a passeggiare, leggeva vecchi libri o riviste illustrate, o se ne stava in piedi, immobile, a non fare nulla. Trattava tutti con cerimoniosa cortesia, ma se gli si parlava di letteratura cambiava atteggiamento: diventava scostante e riottoso, si lanciava in giudizi drastici e offensivi, s’inalberava per niente. Per questo era classificato tra i pazienti asociali, con tendenza autistiche, ma innocui. Rievocato dalla scrittura di Miorandi, ci pare di rivederlo, questo vecchio Amleto, forse un po’ istrione, forse totalmente folle sul serio, tra i padiglioni e le camerate della clinica, o sui sentieri innevati, mentre fa le sue amatissime passeggiate, camminando a un ritmo indiavolato, sempre armato di ombrello. <strong>E con lui, sono rievocati in questo libro altri personaggi: Thomas Bernhard, ad esempio, o Peter Bichsel, anche lui scrittore svizzero, o l’artista concettuale Roman Olpalka, autore di un unico quadro suddiviso in tanti dettagli dipinto per quasi mezzo secolo, bianco su bianco, con una progressione numerica dall’1 all’infinito, fino alla morte (e il bianco è il colore che domina qui, fin dal titolo, nel segno della sottrazione).</strong> Miorandi disegna così una cartografia del disagio, ma anche della fedeltà (a uno stile, a un mondo interiore, a un’etica artistica), e lo fa con lo spirito del lettore appassionato e del pellegrino («questo viaggio sarà il mio atto di penitenza e ringraziamento», scrive), nella consapevolezza che l’arte è davvero tale solo se ha la forza di intervenire direttamente a sconvolgere la nostra vita, dannandola o salvandola non importa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65199 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro3-182x300.jpg" alt="" width="124" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro3-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro3.jpg 600w" sizes="(max-width: 124px) 100vw, 124px" />Durante la sua vita solitaria e poverissima di eventi, Robert Walser è stato, saltuariamente, commesso di libreria, impiegato di banca e in una fabbrica di macchine da cucire, segretario di un avvocato, aiuto contabile in una società di assicurazione, assistente di un ingegnere. <strong>Come guadagnava qualcosa, si licenziava e si dedicava a scrivere, per poi cercare di nuovo uno dei suoi modesti lavori da dipendente. Forse non sapremo mai chi e cosa sia stato davvero Robert Walser, il quale una volta scrisse un elogio della cenere, che amava perché rappresenta in sé l’umiltà, l’insignificanza, l’assenza di valore. Walser si sentiva a suo agio soltanto immaginandosi come «qualcosa di piccolo e subordinato», qualcosa che, come un granello di cenere, fosse pervaso dalla convinzione di non valere nulla.</strong> Il suo desiderio di dissolvimento era talmente forte che per molto tempo la sua ambizione più grande è stata quella di fare il domestico. Per realizzare il suo sogno, a ventisette anni frequentò per un mese una scuola per domestici, proprio come il protagonista di&nbsp;<em>Jakob von Gunten</em>, dopodiché fu assunto al servizio di un signore nel castello Dambrau, nell’Alta Slesia, in cima a una collina. Qui Walser lavorò per due mesi: spazzava i saloni, lucidava i cucchiai d’argento, batteva i tappeti e serviva in marsina col nome di «Monsieur Robert». Ma poi, nonostante l’impegno profuso, Walser lasciò il servizio perché con la sua «goffaggine svizzera» non si sentiva nemmeno all’altezza di fare il servitore. La subordinazione aveva per lui qualcosa di bonario, di rassicurante, perciò lo scrittore sosteneva di essere una specie di caporale e di voler restare per sempre tale. Ambiva a essere una nullità perché disprezzava la forza e il prestigio, e riusciva a respirare solo nelle regioni inferiori. Ma era un genio, e con la chiaroveggenza dei geni riuscì a prevedere tutto, i nostri tempi dissennati dove tutti vogliono primeggiare e perfino il modo esatto in cui sarebbe morto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Un riposo splendido questo giacere e irrigidirsi sotto i rami degli abeti, nella neve. È il meglio che tu potessi fare. Gli uomini sono sempre propensi a nuocere ai tipi bizzarri del tuo genere, e a deridere le loro sofferenze».</strong> Così aveva scritto quando Simon, il protagonista dei&nbsp;<em>Fratelli Tanner –&nbsp;</em>un personaggio che secondo Kafka era stato creato per la pura «gioia del lettore» – vede il poeta Sebastian morto nella neve. E in un altro libro, pensando al suo elogio funebre, infine, disse di augurarsi solo bugie: «purché siano bugie deliziose», aggiunse. <strong>Come non amare uno scrittore così? Sono sempre più convinto che bisognerebbe tornare a leggere Walser per un’ecologia della mente, soprattutto oggi, mentre l’inquinamento imperversa nel mainstream editoriale.</strong> Questo libro di Miorandi ci invita a farlo, e a noi non resta che ringraziarlo per averlo scritto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Fabrizio Coscia</em></strong></p>
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		<title>Hermann Hesse: genio solitario o pappa per pallidi adolescenti?</title>
		<link>https://www.pangea.news/hermann-hesse-genio-solitario-o-pappa-per-pallidi-adolescenti/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 30 Nov 2018 05:26:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fatto fu semplice, canonico, per così, ma io non mi stanco di ritenerlo squallido. Accadde vent’anni fa, pressappoco, era l’anno della maturità e mi ero innamorato della ragazza del mio migliore amico. Lei, drammaticamente, ricambiava. All’amico volevo un bene dell’anima, da dare la vita, ma all’infatuazione non si comanda. <strong>Lei mi regalò un libro, a congedo della relazione, scabra, scrivendomi, “siamo entrambi figli di Caino”. Il libro era <em>Demian</em>, edizione ‘Superclassici’ Rizzoli, traduzione di Francesco Puglioli, del 1995.</strong> Il libro – che l’anno prossimo compirà 100 anni – non mi piacque, ma apprezzai l’ardore dell’autore, Hermann Hesse. “Io sono stato un uomo che cerca, e ancor oggi lo sono, però non cero più sopra le stelle e dentro i libri, imparo ad ascoltare gli insegnamenti che il mio sangue mi mormora… <strong>La vita di ogni uomo è un cammino verso se stesso, la ricerca di un cammino, la traccia di un sentiero. Mai nessun uomo è stato in tutto e per tutto se stesso; ognuno lotta comunque per diventarlo, uno cupamente, l’altro più luminosamente, ognuno come può”.</strong> Mi sembra, ancora, una delle pagine migliori per capire Hesse, la sua perenne adolescenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo fatto. Amo le fotografie di Marco Pesaresi – il fotografo dell’oltranza, della gioia e della tenebra, morto tragicamente nel 2001 – e sono un figliastro della sua mamma, l’indomita Isa Perazzini. <strong>Nella biblioteca di Pesaresi, tra un Tolstoj, un Byron, un Dino Campana e un Dominique Lapierre, vedo un libro di Hermann Hesse. Una raccolta di testi sull’arte del viaggiare, di reportage, pubblicati da Mondadori nel 1993 come <em>Il viandante</em>, per la traduzione di Fernando Solinas.</strong> “Chi non si vede costretto a risparmiare denaro e tempo e ha voglia di viaggiare, dovrebbe sentire come necessità inderogabile quella di appropriarsi spiritualmente, pezzo per pezzo, dei paesi che affascinano i propri occhi e il proprio cuore, e conquistarsi un frammento di mondo imparando a conoscerlo e a gustarlo lentamente, mettere radici in molti paesi diversi e raccogliere da oriente a occidente le pietre per costruire il bell’edificio di una vasta comprensione della terra e della sua vita”. Hermann Hesse è un uomo in rivolta senza i dolori archetipici di Albert Camus, vive la solarità, sta sul crinale, tra concetti atrocemente banali e la dolcezza della persuasione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64264 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/siddharta-191x300.jpg" alt="Hesse" width="117" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/siddharta-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/siddharta.jpg 600w" sizes="(max-width: 117px) 100vw, 117px" />E tre. <a href="http://www.pangea.news/il-teatro-non-e-mai-consolatorio-e-politico-dialogo-con-stefano-massini-che-ha-scritto-il-grande-romanzo-sul-caso-moro/" target="_blank" rel="noopener">In una intervista che gli ho fatto di recente</a>, Stefano Massini, scrittore di teatro tra i più riconosciuti, mi dice che <em>Il giuoco delle perle di vetro </em>è uno dei suoi libri preferiti. È d’accordo con lui anche Philip Hensher, firma dello <em>Spectator</em>, che in un articolo piuttosto appuntito e puntuale – <a href="https://www.spectator.co.uk/2018/11/hermann-the-good-german-the-mystic-life-of-hermann-hesse/" target="_blank" rel="noopener">“Hermann the Good German: the mystic life of Hermann Hesse”</a> – riconosce che <strong><em>Il giuoco delle perle di vetro </em>“scritto durante il dominio nazista, è il suo miglior libro, è straordinario, una delle poche utopie rasserenanti della letteratura, un idillio intellettuale in una atmosfera unica”.</strong> Secondo me – parere di viandante letterario – <em>Il giuoco delle perle di vetro </em>– che trovate nella versione Mondadori dell’immenso Ervinio Pocar – simboleggia i difetti di Hesse. L’idea è perfetta, il titolo magnetico, il simbolo del gioco e della regione astratta, di intelletti astrali, Castalia, pure. La resa è inesauribilmente imperfetta: il libro è troppo lungo, troppo filosofico, troppo sfilacciato (leggetelo in contrasto al perfetto <em>Maestro di Go </em>di Yasunari Kawabata).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli esempi servono a convalidare un giudizio. Hermann Hesse, baciato dalla buona sorte – spedito in una azienda di orologi, poi in una libreria, a Basilea, scrive nel tempo libero <em>Peter Camenzind</em>, pubblico nel 1904, che diventa subito un bestseller – dotato di un talento schietto, <strong>è costantemente amato, da tipi diversi in tempi diversi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In seguito alla pubblicazione, da parte della Harvard University Press, della biografia <a href="http://www.hup.harvard.edu/catalog.php?isbn=9780674737884&amp;content=bios" target="_blank" rel="noopener"><em>Hesse. The Wanderer and His Shadow</em></a>, a firma di Gunnar Decker, ‘hessologo’ e Lancillotto del genere biografico – ha scritto di Gottfried Benn, di Vincent Van Gogh, di San Francesco – <strong>nel mondo anglofono si è riacceso il dibattito intorno a Hesse: mago del narrare, genio solitario o autore mediocre da dare in pappa, semmai, ai liceali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Domanda del non udente: ma cosa interessa, oltreoceano, del tedesco Hesse? <strong>Risposta: Timothy Leary, ideologo della psicadelia e del sessantottismo lisergico, ha fatto di <em>Siddharta </em>(1922) e de <em>Il lupo della steppa </em>(1927), la sua Bibbia e il suo Vangelo.</strong> Hesse ariete che aprì i bastioni del Sessantotto? Il pio viandante ebbe cura di dire, prima di passare ad altra vita, nel 1962, “mi inquieta ciò che fanno dire ai miei libri”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64265 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/libro-hesse-205x300.jpg" alt="Hesse" width="119" height="174" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/libro-hesse-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/libro-hesse.jpg 465w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />Hermann Hesse, in fondo, non piaceva a nessuno. Robert Musil lo riteneva rozzo, Thomas Mann, che pure lo aveva supportato per anni, non si esprimeva in pubblico riguardo al suo talento letterario. Durante il periodo nazista Hesse disse ciò che andava detto (“è dovere dei tipi spirituali restare prossimi allo spirito e non cantare quando la gente inizia a canticchiare le canzoni patriottiche sotto il comando dei leader”), non disse altro <strong>(“L’antifascismo? Cosa c’entra con me? Io non posso cambiare nulla. Posso offrire un piccolo aiuto a chi, come me, vuole indebolire l’intero sudicio mercanteggio della lotta per il potere e per la supremazia politica”)</strong> e <a href="https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1946/hesse/speech/" target="_blank" rel="noopener">al Nobel per la letteratura</a> – era il 1946 – che non andò a ritirare di persona, inviò una lettera di vacua ovvietà, “La diversità in tutte le sue forme e i suoi colori può vivere a lungo su questa nostra cara terra. Che cosa meravigliosa è l’esistenza di molte razze e di molto popoli che parlano molte lingue” (ottenne il Nobel, in fondo, come maligna Hensher, “perché era stato un ‘buon tedesco’ negli anni precedenti”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Una lunga articolessa di Adam Kirsch sul <em>New Yorker </em>(titolo: <a href="https://www.newyorker.com/magazine/2018/11/19/hermann-hesses-arrested-development" target="_blank" rel="noopener">“Hermann Hesse’s Arrested Development”</a>) dice, sostanzialmente, che “finché un uomo lotta per cercare di essere se stesso, sarà sempre una presenza viva, un esempio – il che è forse meglio che essere un grande scrittore”. Palle. <strong>Per uno scrittore sentirsi dire che è un bravo cristo fa l’effetto del ‘sei un tipo simpatico’ pronunciato dalle labbra che vorresti baciare per il resto dei tuoi giorni. </strong>Hensher, dopo aver devastato la biografia appena pubblicata, conclude così. “Hesse sapeva scrivere molto male di sé, ma si merita uno sforzo ben migliore di questo. Fu una figura interessante che, rifiutando di riconoscere i propri limiti effettivi, portò qualcosa di nuovo nel romanzo. Mi piacerebbe leggere una biografia degna di lui”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può non pensare a Hesse con simpatia – è oggetto di ostilità da parte dei teorici del romanzo, è stato l’ultimo, estremo, goethiano, dilettante. <strong>Fu abbondantemente frainteso, ma questo capita spesso a chi è baciato dal successo letterario – ne apprezziamo lo sforzo. Magari lo leggessero i liceali, oggi.</strong> (d.b.)</p>
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		<title>Dal “non incontro” a Parigi alla passeggiata sotto la neve dove “mi è passato tutto”: il rapporto tra Marina Cvetaeva e Boris Pasternak</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2018 04:34:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gli scrittori si mobilitarono. Era il 1935, Parigi: tra il 21 e il 25 giugno accadde il ‘Congrès International des Écrivains’, una specie di Woodstock antifascista. Il sottotitolo eclatante – pour la défense de la culture, per la difesa della cultura – dava al congresso un colore spiccatamente politico. Rosso. All’epoca, a Parigi, si credeva [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Gli scrittori si mobilitarono. Era il 1935, Parigi: tra il 21 e il 25 giugno accadde il ‘Congrès International des </strong><strong>Écrivains’, una specie di Woodstock antifascista.</strong> Il sottotitolo eclatante – <em>pour la défense de la culture</em>, per la difesa della cultura – dava al congresso un colore spiccatamente politico. Rosso. All’epoca, a Parigi, si credeva nelle sorti progressive del comunismo sovietico. Sul ‘Congrès’, che radunò 230 delegati da 38 paesi, tra cui diversi scrittori imperiali come André Malraux e Robert Musil, Louis Aragon e Bertolt Brecht, André Gide, Isaak Babel’, Aldous Huxley, è uscita una raccolta di saggi nel 2002, da Carocci, <em>Per la difesa della cultura. Scrittori a Parigi nel 1935, </em>curato da Sandra Teroni<em>. </em>Proprio la Teroni, nel suo saggio, osserva che “fu l’antifascismo che svolse la funzione di motore essenziale e di collante capace di conferire a scrittori di provenienze e tendenze disparate una qualche coesione nell’azione; <strong>e con l’antifascismo – per la maggior parte almeno – l’esigenza di confrontarsi con la politica, con le strategie del movimento operaio organizzato, con la cultura marxista, con il ruolo che l’Unione Sovietica avrebbe potuto svolgere”. </strong>Per paradosso, quando gli scrittori volgevano il loro cuore verso l’Unione Sovietica, Stalin stava inaugurando l’era delle ‘grandi purghe’.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Boris Pasternak a Parigi non voleva andare. Nel 1934 era stato arrestato Osip Mandel’stam, Pasternak aveva cercato di ottenere la sua scarcerazione.</strong> Esattamente un anno prima del congresso parigino, nel giugno del 1934, Stalin pretende Pasternak al telefono. Gli chiede di Mandel’stam. Pasternak risponde in modo evasivo. Dice che deve parlare a Stalin. “Di che cosa?”, fa l’imperatore comunista. “Della vita e della morte”, risponde il poeta. Dall’altra parte, l’omicida attacca il ricevitore. “Non sacrificate la faccia per la posizione… troppo grande è il pericolo di diventare dei dignitari socialisti”, aveva detto Pasternak il 29 agosto 1934 al ‘Congresso degli scrittori’ sovietici. In quel 1935, Pasternak “soffre di una grave forma di insonnia”, in concomitanza con l’“inizio di una lunga serie di arresti”, a Leningrado. Eppure, Pasternak non può mancare all’incontro parigino. <strong>“In giugno, depresso e stremato dall’insonnia, per ordine di Stalin è inviato a Parigi a partecipare al Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura</strong>, dove la sua assenza sarebbe stata attribuita a ragioni politiche” (Vittorio Strada, in <em>Boris Pasternak. Opere narrative</em>, Mondadori, 1994).</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">A Parigi Boris Pasternak parla il 25 giugno del 1935. Il suo intervento è scarno, dura pochissimo. Eppure, fa in tempo a dare la più alta definizione di cosa sia la poesia. “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: <strong>essa giace nell’erba, sotto i nostri piedi, e bisogna soltanto chinarsi per scorgerla e raccoglierla da terra;</strong> essa sarà sempre troppo semplice perché se ne possa discutere nelle assemblee; essa rimarrà sempre la funzione organica dell’uomo, essere dotato del dono sublime del linguaggio razionale, di maniera che, quanto più ci sarà di felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere artisti”. La ‘facilità’ dell’arte commisurata alla ‘felicità’; la vertigine della poesia che si trova chinandosi, tra l’erba: che parole rivoluzionarie in un tempo oscuro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto, finalmente, dopo un carteggio che dura da un decennio, Pasternak incontra Marina Cvetaeva. “Di pari a me nella forza ho incontrato solo Rilke e Pasternak. Uno – per lettera, sei mesi prima della sua morta, l’altro – senza mai vederlo”, scrive Marina, qualche mese prima dell’incontro, l’8 marzo 1935, a Jurij Pavlovic Ivask. L’incontro, in realtà, sarà desolante, come mungere un deserto. “Quando si videro, durante le pause dei lavori del Congresso (andarono con Chodasevic al Bois de Boulogne, a Versailles, a Fointainebleau…), <strong>l’uomo che Marina avrebbe voluto con sé nell’ora della morte, il destinatario, da tredici anni, di lettere, pensieri, poesie, amore, si rivelò distante, quasi distratto, cupo e taciturno:</strong> era paralizzato da nevrosi, umiliato da quel viaggio coatto, intimorito dalle molte vigili orecchie che aveva intorno a sé nella delegazione sovietica” (Serena Vitale).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Dell’incontro con Pasternak (<em>c’è stato </em>– e che <em>non-incontro</em>!)”, scrive Marina, il 2 luglio 1935, ad Anna Antonovna Teskova; e quattro giorno dopo, a Nikolaj Tichonov, “Boris mi ha lasciato una sensazione confusa e inquieta. <strong>È un uomo per me difficile: tutto quanto per me è un diritto, per lui è il suo vizio, la sua malattia…</strong> io piangevo perché Boris, il miglior poeta lirico del nostro tempo, tradiva sotto i miei occhi la Lirica, definendo tutto se stesso – e tutto in se stesso – malattia”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Boris Pasternak è un uomo che attraversa la Storia camminando sulla neve. Così scrive di quei giorni di giugno, parigini: <strong>“Nell’estate del 1935, con il morale a pezzi e alle soglie di una malattia psichica per un’insonnia che durava da quasi un anno, capitai a Parigi al convegno antifascista. Lì conobbi il figlio, la figlia e il marito della Cvetaeva, e provai amore fraterno per quest’uomo incantevole, fine, dal carattere fermo.</strong> La famiglia della Cvetaeva insisteva perché lei tornasse in Russia… La Cvetaeva mi chiese più volte cosa ne pensassi. Non avevo, al proposito, un’idea precisa. Non sapevo cosa consigliarle, e avevo troppa paura che la vita, qui da noi, sarebbe stata difficile e agitata per lei e la sua straordinaria famiglia. La tragedia di tutta la famiglia superò i miei timori”. Pasternak non è un uomo dell’azione ma del sogno: non è riuscito a trattenere con sé nessuno dei suoi amici, perché per scoprirsi, alcuni uomini, devono perdere ogni cosa. Era preda di sé, Pasternak.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tornata in Russia nel 1939, Marina Cvetaeva entra quasi subito nella spirale della disgrazia. Il marito Sergej Efron, già soldato ‘bianco’, viene arrestato il 10 ottobre del 1939 e fucilato. <strong>“Pasternak – unico tra gli scrittori del tempo, spaventati dalle conseguenze dei contatti con un’ex ‘emigrata’, madre e moglie di prigionieri politici – la aiuta e le procura, tra l’altro, i lavori di traduzione che le servono a sopravvivere” (Serena Vitale). “Mi serviva <em>molto</em> poco per essere felice… tutto è cuore e destino”, </strong>scrive Marina, il 31 agosto 1940 a Vera Merkur’eva. Un anno dopo, si impicca. L’incontro mistico con Pasternak accade nel gennaio del 1940, ne scrive a Ljudmila Veprickaja: “Quella sera è trascorsa in compagnia di Boris Pasternak, che, lasciando a metà le ultime righe dell’<em>Amleto</em>, ha risposto immediatamente al mio richiamo – e abbiamo camminato sotto la neve e sulla neve – fino all’una di notte – e mi è passato tutto – come un giorno passerà – tutta la vita”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Boris Pasternak non sa portare responsabilità, può solo occuparsi di colpe.</strong> Sta sul lato della storia, a raccogliere le fragole matte sui binari: per questo ne è il centro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due poeti che passeggiano sulla neve – più fragili della neve</strong> – come se la Storia fosse sfracellata e non restasse che un fiotto di stelle gelide – ecco l’emblema più fragrante della poesia. (d.b.)</p>
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		<title>“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</title>
		<link>https://www.pangea.news/altri-hanno-potere-e-si-masturbano-con-quello-frammenti-di-alessandro-spina-lo-scrittore-italiano-piu-grande-e-mal-capito-malcapitato/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 21 Sep 2018 04:24:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante si firmasse Alessandro Spina, il più grande scrittore italiano degli ultimi tempi – più bravo, chessò, di Italo Calvino o di Pier Paolo Pasolini – si chimava Basili Khouzam, era figlio di siriani di Aleppo, nato a Bengasi nel 1927, direttore per un tot dell’industria tessile di famiglia – destino condiviso con Hermann Broch, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/altri-hanno-potere-e-si-masturbano-con-quello-frammenti-di-alessandro-spina-lo-scrittore-italiano-piu-grande-e-mal-capito-malcapitato/">“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante si firmasse Alessandro Spina, il più grande scrittore italiano degli ultimi tempi</strong> – più bravo, chessò, di Italo Calvino o di Pier Paolo Pasolini – si chimava Basili Khouzam, era figlio di siriani di Aleppo, nato a Bengasi nel 1927, direttore per un tot dell’industria tessile di famiglia – destino condiviso con Hermann Broch, che apprezzava – ed è morto cinque anni fa, in luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo so, anche a me le classifiche, in letteratura, fanno orrore. Ma ogni tanto occorre fare giustizia.</strong> Basili esordisce come Alessandro Spina nel 1960, con <em>Giugno ’40. </em>Impressionante l’adesione di Cristina Campo – “mi è sembrata una cosa di qualità molto rara, come da tempo non mi accadeva di leggere” – con cui Spina comincia un <em>Carteggio </em>di platino, edito da Morcelliana nel 2007. Tra i grandi libri, che comporranno l’imponente ciclo de <em>I confini dell’ombra </em>(Morcelliana, 2006), capolavoro polimorfico e polifonico della letteratura cosiddetta ‘coloniale’ (ma, va detto, <em>tout court</em>), ricordo <em>Il giovane maronita, Le nozze di Omar, Il visitatore notturno. </em>Nel 1976 <em>Ingresso a Babele</em>, pubblicato da Rusconi, approda al Premio Strega. “In una intervista al ‘Tempo’ Mario Praz, dopo aver deriso il libro premiato (dalla solita maggioranza di lettori/giudici pressoché governata dai grandi editori ecc.) disse che lui aveva votato per il mio romanzo, ‘il più meritevole’. A ognuno il suo premio, dunque!”. Per la cronaca, nel 1976 lo Strega va a Fausta Cialente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63012 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/spina1-189x300.jpg" alt="Spina" width="140" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/spina1-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/spina1.jpg 200w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Scrittore raffinatissimo e austero, figlio di Thomas Mann, di Robert Musil, di Hugo von Hoffmannsthal,</strong> Alessandro Spina eccelle nel racconto breve. Tra le mirabili <em>Storie di ufficiali</em>, amo <em>L’astrolabio</em>. Inizia così: “Il maggiore Lanzi indugiava davanti allo specchio, pareva ci camminasse. Somigliava al critico d’arte attento a cogliere la particolarità di un dipinto per accertarsi della paternità di un altro”. Che scrittura sofisticata a indugiare nell’indagine dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandro Spina pensava alla letteratura come forma e alla scrittura come alta espressione culturale:</strong> per questo è bandito e nelle antologie si continua a preferire un Cesare Pavese o un Moravia, che noia. In paesi culturalmente più attenti, <a href="https://www.thenation.com/article/spinas-shadow/" target="_blank" rel="noopener">di Spina si parla ancora.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché fu grande? <strong>Senza maschere sperimentali né patine neorealiste, pensò alla scrittura come fosse un liutaio.</strong> Il libro come un oggetto da far risuonare. Fu malaccetto da chi pensava all’arte come a una variante della politica a un viatico per la carriera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu l’unico scrittore contemporaneo con cui cercai un rapporto almeno epistolare. </strong>Ci scambiammo qualche lettera. Non ci fu l’abboccamento – ma non m’importava. L’altezza di Spina permette ogni vertigine, ogni svenimento. Più avanti, probabilmente, pubblicherò le lettere che ci siamo scambiati. Di lui, <a href="http://www.ilgiornale.it/news/memorie-viaggi-e-giudizi-critici-dello-spericolato.html" target="_blank" rel="noopener">continuai a scrivere con riverenza.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fu l’ultimo scrittore del Novecento figlio dell’Ottocento: <strong>avrebbe potuto discutere con Stendhal, litigare con Manzoni</strong>, fare a gara con Henry James.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Scrittore che tracima in ogni cosa, Alessandro Spina ha pubblicato nel 2010, sempre per Morcelliana, il suo <em>Diario di lavoro</em>, cioè il cuore messo a nudo di un <strong>artista che conosceva le vette – gli altri sono ancora rasoterra.</strong> Ne ricalco alcune parti. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Malgrado la Cirenaica sia stata una colonia italiana, la cultura italiana è estranea al paese, e non lo condiziona. <strong>Se non ci fosse questa contraddizione (lo scrittore che appartiene a una civiltà e vive in un’altra), il diario e la mia vita qui sarebbero diversi.</strong> Il senso della vita (e del diario) sta in questa tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in una conversazione bene elaborata può restare qualche eccesso, della pedanteria: capita financo ai grandi. Proust, Mann, Musil… per fare qualche nome, avrebbero fatto bene qualche volta a guardarsene, solo Kafka forse, fra le stelle fisse del Novecento, è esente da ogni forma di pedanteria. Ognuno deve individuare il suo demone (ecco perché <strong>bisogna guardarsi dall’imitazione e dalle mode come dai consigli degli amici e dei nemici che vogliono ridurci al minimo comune denominatore).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto l’errore negli anni Settanta, forse, di lavorare troppo per la Libia (per un supposto pubblico libico): libri che pubblicavo in Italia. Come se Sartre avesse edito i suoi libri non a Parigi, ma in Afghanistan, in quattro copie. Ma c’è forse un secondo errore: <strong>i libri <em>engagés </em>invecchiano presto, vedi il caso di Sartre.</strong> Il <em>Doctor Faustus </em>(lasciamo da parte il talento dell’autore, ben più grande e complesso) <em>si rivolge a un lettore ignoto</em>, non tenta cioè di operare nella realtà. Per quella, c’erano i suoi famosi appelli alla radio durante la guerra (che si rileggono non senza turbamento).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’impressione di lavorare <em>per le bottiglie </em>(da affidare al mare) è paralizzante talvolta. <strong>Come fanno gli altri? Ma ognuno è immerso nella sua piccola tribù, paravento che gli cela il mondo. </strong>Altri hanno <em>potere</em>, e si masturbano con quello.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il capolavoro del romanzo italiano, <em>I promessi sposi</em>, è fatto per buona parte di riflessione.</strong> Insegnamento perduto – pare che il cosiddetto neorealismo non tenga conto della riflessione, come fosse estranea alla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…pensavo, oggi, la pioggia rende malinconici: che guaio <em>dover pubblicare un’opera dopo averla scritta. </em><strong>Eppure è inaccettabile di scrivere per i cassetti. Sì, pensavo, che peccato dover pubblicare in questo mondo (proprio così: <em>mondo</em>, non modo).</strong> Bisognerebbe che lo scrittore potesse portar via con sé, là, le opere, come il buon cristiano la sua vita pura, ed essere pubblicato, semmai, di là, dove forse tutti sanno tutte le lingue, dove puoi scegliere il pubblico nelle età più diverse e dove ce n’è di tempo! Insomma: è penosissimo dover ammettere che il senso della nostra vita è qui e basta, in tanta confusione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia ha <em>gonfiato </em>la Resistenza, se ne parla ogni giorno, e <em>sgonfiato </em>il colonialismo, non più di moda. Ci</strong> si vanta della Resistenza, ignorando ciò che la precede, tacendo che gli stessi uomini hanno <em>servito</em> il fascismo, sia pure, chissà, nolenti – e <em>non ci si vergogna </em>del colonialismo, senza accorgersi <em>che è lo stesso atto, l’esaltare la Resistenza e il vergognarsi del colonialismo</em>, soffocatore spietato di un’altra Resistenza. L’italiano rifugge dal senso di colpa (quel che ha pure impoverito il romanzo del dopoguerra).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Inventario del possibile, non del reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alessandro Spina</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/altri-hanno-potere-e-si-masturbano-con-quello-frammenti-di-alessandro-spina-lo-scrittore-italiano-piu-grande-e-mal-capito-malcapitato/">“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Hermann Broch aveva la “testa da uccello”, “non gli interessava vincere” e nelle carceri naziste scrisse il libro più estremo del secolo</title>
		<link>https://www.pangea.news/hermann-broch-aveva-la-testa-da-uccello-non-gli-interessava-vincere-e-nelle-carceri-naziste-scrisse-il-libro-piu-estremo-del-secolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Aug 2018 05:21:45 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hermann-broch-aveva-la-testa-da-uccello-non-gli-interessava-vincere-e-nelle-carceri-naziste-scrisse-il-libro-piu-estremo-del-secolo/">Hermann Broch aveva la “testa da uccello”, “non gli interessava vincere” e nelle carceri naziste scrisse il libro più estremo del secolo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La professoressa d’inglese, si mormorava, era reduce da una cocente delusione d’amore, era ridotta a uno straccio. </strong>La ricordo magrissima e nervosa. Si mormorava che avesse abitato per dieci anni in Inghilterra, con un pianista – il che, forse, dava una glassa romantica, tragica a un amore qualunque. Mollata dal pianista, ora la prof d’inglese stava nella più violenta periferia di Torino, e insegnava nel mio liceo, scalognato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62381 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/morte-virgilio-1-196x300.jpg" alt="morte virgilio 1" width="147" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/morte-virgilio-1-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/morte-virgilio-1.jpg 326w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Alla prof d’inglese devo la conoscenza di William Blake, di Thomas S. Eliot, di William B. Yeats e di Ezra Pound. Aristocratica – differenziava i compiti a seconda del talento di ciascuno: c’era chi continuava a baloccarsi con l’abbecedario grammaticale e chi aveva l’onore di cimentarsi in piccoli saggi di critica letteraria in lingua – rompipalle, scontrosa: ne facevamo oggetto di risa e di ammirazione. <strong>Un giorno le chiesi, con la foga dei liceali – che ho ora, ancora –, che vogliono, incoscienti, solo assoluti, quale fosse, per lei, il libro assoluto. Pensai a uno di quelli. A James Joyce, a Virginia Woolf, eventualmente a Samuel Beckett. Mi disse. <em>La morte di Virgilio</em>. Hermann Broch.</strong> Mai sentito. Le chiesi, chi? Austriaco, fece lei, come se la nazionalità dicesse tutti. Poi aggiunse, gli inglesi sono i più bravi, ma non vanno fino in fondo.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente. Quel nome (Hermann Broch) e quel libro (<em>La morte di Virgilio</em>) diventarono una ossessione. Facile da risolvere, per altro. Nella libreria di casa – mio padre faceva il direttore della biblioteca di quel piccolo paese ingoiato dal tedio, nella gola del nulla – il libro c’era. Prima edizione Feltrinelli (1962), collana ‘I Narratori’. <strong>In copertina, la faccia in primo piano di Hermann Broch. Occhi spiritati, capelli al vento. Un nobile folle. “Testa da uccello”,</strong> lo descrive così Elias Canetti. Già. Pareva un falco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La quarta di copertina riproduce le prime frasi della prefazione di Ladislao Mittner. Le leggo. <strong>“Chiuso in una cella delle prigioni naziste, da cui è convinto di non poter uscire vivo, uno scrittore più che cinquantenne, già favorevolmente noto al pubblico degli intenditori, ma dolorosamente consapevole di non aver saputo creare ancora il proprio capolavoro</strong>, fa il suo esame di coscienza: si scopre colpevole di essersi troppo occupato della propria età, del ‘romanzo’, cioè dello studio psicologico-sociale della propria generazione e della generazione precedente, trascurando di ascoltare la voce più pura dell’anima”. Le parole mi squassarono. <em>La morte di Virgilio </em>nasce da una crisi, dal profondo degli inferi della mente e della Storia (le “prigioni naziste”). Dunque, è un’opera testamentaria, un’opera in cui lo scrittore dà la vita, penetra nei ricami della morte. Eccolo, l’assoluto, l’autentico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile cercare altro. Intendo. Di Hermann Broch, che insieme a Thomas Mann e a Robert Musil è il grande scrittore d’area tedesca, potete leggere il resto. Il ciclo dei <em>Sonnambuli</em> – ottimo titolo – ad esempio, oppure <em>Gli incolpevoli. </em>Ne traggono godimento, penso, gli storici della letteratura; per i lettori comuni, come me, sono letture difficili, ardue, aride. <strong><em>La morte di Virgilio</em>, intendo, pensato nel 1936, elaborato in carcere, dove Broch, ebreo convertito al cattolicesimo, è rinchiuso nel 1938, e pubblicato nel 1945, dall’esilio negli Stati Uniti (dove morirà poco dopo, nel 1951), è il libro assoluto, del non ritorno</strong>, definitivo.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-62382 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/17007-204x300.jpg" alt="morte virgilio 1" width="136" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/17007-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/17007-600x882.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/17007.jpg 680w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />La morte di Virgilio</em>, diviso in quattro ‘respiri’ – <em>Acqua</em>, <em>Fuoco</em>, <em>Terra</em>, <em>Etere</em> –, come i giorni che mancano al grande poeta per morire, a Brindisi, nel 19 avanti Cristo, <strong>è il libro più estremo mai scritto, che sfida i ‘generi’, degenerando. Secondo Ezio Raimondi, «Difficile dire se <em>La morte di Virgilio</em> sia un romanzo riuscito o meno. Forse è impossibile scrivere un romanzo in questo modo.</strong> È una specie di straordinaria sconfitta, che però porta il raccontare oltre le sue strade correnti». <em>Impossibile</em>, <em>straordinario</em> e <em>sconfitta</em> sono caratteri che mi portano a idolatrare il romanzo-fiume di Broch.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Va letta <em>La morte di Virgilio </em>sinotticamente alle <em>Memorie di Adriano </em>della Yourcenar. Qui c’è la minuziosa ricostruzione storica per dar tenuta e tensione alla voce di Adriano; là c’è solo l’immane magma cerebrale del poeta che s’inoltra nella morte. <strong>Da una parte la fermezza narrativa permette alcune sortite filosofiche, dall’altra il monologo interiore dilagante non ammette alcuna quiete formale</strong>; da un lato siamo accolti, dall’altra trascinati.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco un passo, per capire la vertigine. “E allorché gli fu porto lo specchio e vi scorse l’immagine così familiare ed estranea del suo viso, che pareva respingerlo e al tempo stesso esigere qualcosa da lui – come se tanti strati di vita si fossero disposti sotto la pelle bruna e olivastra e tante cose significassero gli scuri occhi cerchiati di nero e tanti segreti tacesse la bocca sottile e disavvezza all’amore – <strong>allorché egli guardò in quel viso cavernoso che lo guardava, quasi recasse in sé umilmente tutti i visi della vita, l’abisso dei visi del passato in cui, uno dopo l’altro, quei visi erano precipitati per essere tuttavia custoditi per sempre</strong>, sicché il viso della madre si rispecchiava nel viso del bimbo, anche se a quest’ultimo erano stati negati gli occhi chiari di lei – oh, allorché egli guardò in questa catena di visi, ecco che vide l’ultimo viso…”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo un romanzo del genere non si tratta di tornare indietro (cioè, scimmiottare una implausibile placidità narrativa),</strong> ma di girargli intorno, avanzare verso altri sentieri, dare ai laghi sostanza di rivelazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>La morte di Virgilio</em>, il libro più estremo, non va letto – va consultato, per tutta la vita, come la Bibbia.</strong> Spesso il libro, inafferrabile, si spacca in poema. Hermann Broch è stato un poeta di talento: le sue liriche, appuntate, dedicate agli amici, ma mai raccolte in un libro organizzato per la pubblicazione, splendenti, chiose sulle ali di un celeste, sono state pubblicate nel 2009 come <em>Hermann Broch. Poesie</em>, da Città Nuova, per la cura di Vito Punzi. Il libro, va da sé, troppo bello per essere vero, è ora introvabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La descrizione più bella di Hermann Broch la offre il suo discepolo più grande, Elias Canetti, in <em>Il gioco degli occhi. </em><strong>“Mi pareva di vedere in lui un uccello, grande e bellissimo ma con le ali mozze. Sembrava che si ricordasse di un tempo in cui poteva ancora volare. Non si era mai riavuto da quella mutilazione, da ciò che gli era successo”. </strong>Con altre frasi, acutissime, Canetti fissa il carisma di Broch. “Broch è stato il primo ‘debole’ che ho incontrato. Non gli interessava vincere e neanche prevalere e meno che mai mettersi in mostra. Si guardava bene dall’enunciare grandi propositi, perché gli ripugnava profondamente… <strong>Broch cedeva sempre, e solo cedendo assimilava… Broch era molto riservato, e dava un’impressione di insicurezza.</strong> Dovunque posasse lo sguardo, risucchiava tutto in sé, non col ritmo di chi inghiotte ma con quello di chi inspira. Non toccava, non urtava nulla, tutto rimaneva com’era, immutabile, e conservava il proprio particolare alone d’aria. Sembrava che Broch assorbisse le cose più disparate per custodirle in sé”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Concomitante con la pubblicazione de <em>La morte di Virgilio</em>, nel 1945, Broch scrive la sua poesia più alta, <em>Paesaggio virgiliano. </em><strong>Quasi un congedo a quel romanzo impossibile.</strong> Occorre stare fermi, in bilico, sul primo verso, sul rigore del vero. (d.b.)</p>
<p>**</p>
<p><strong><em>Paesaggio virgiliano</em></strong></p>
<p>Poiché il vero è rigoroso, non fidarti dell’allegria.<br />
Impallidiscono a sera i colori del paesaggio, anche del più limpido,<br />
ed esso mostra le prime linee<br />
quando l’oscuro ulivo è contro il grigio del cielo<br />
avvolto nell’immobilità.<br />
Immobile e immoto è il rigore;<br />
le vele dei pescherecci là fuori,<br />
marroni e nere, triangolo attorno a triangolo,<br />
si specchiano ancora nei flutti divenuti silenti,<br />
nei flutti dell’anima, e<br />
non vacilla il guscio della verità.<br />
Ciò che è stato, che di sera si propaga<br />
come presagio di ciò che è per sempre.<br />
Poi la pietra diventa cristallo, l’opera giornaliera riposa nel rigore<br />
del vero che dura.</p>
<p><em>Hermann Broch</em></p>
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		<item>
		<title>“Questo non è un libro, questa è la Bibbia della letteratura”: aforismi per “L’uomo senza qualità”. Dejanira Bada spiega Robert Musil a chi non l’ha letto (e non sa cosa si perde)</title>
		<link>https://www.pangea.news/questo-non-e-un-libro-questa-e-la-bibbia-della-letteratura-aforismi-per-luomo-senza-qualita-dejanira-bada-spiega-robert-musil-a-chi-non-lha-let/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jul 2018 07:01:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho provato a scrivere una specie di recensione e questo è quello che ne è venuto fuori, perché questo non è un libro, è la Bibbia della letteratura. * E allora ho riaperto questo mattone con più di 1700 pagine e mi sono riletta tutte le parti che avevo sottolineato, cioè molte, cioè quasi mezzo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/questo-non-e-un-libro-questa-e-la-bibbia-della-letteratura-aforismi-per-luomo-senza-qualita-dejanira-bada-spiega-robert-musil-a-chi-non-lha-let/">“Questo non è un libro, questa è la Bibbia della letteratura”: aforismi per “L’uomo senza qualità”. Dejanira Bada spiega Robert Musil a chi non l’ha letto (e non sa cosa si perde)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ho provato a scrivere una specie di recensione</strong> e questo è quello che ne è venuto fuori, perché questo non è un libro, è la Bibbia della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E allora ho riaperto questo mattone con più di 1700 pagine e mi sono riletta tutte le parti che avevo sottolineato</strong>, cioè molte, cioè quasi mezzo libro, e ho cominciato a trascriverne qualcuna. Perché ogni frase qui potrebbe benissimo essere un aforisma.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il romanzo non è nemmeno finito</strong>, Robert è morto prima, ci ha lavorato fino agli ultimi giorni della sua vita, e la terza parte è uscita postuma.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È un romanzo che ho divorato,</strong> neanche fosse l&#8217;ultimo capitolo della saga di Harry Potter, che per inciso non ho mai letto.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È un romanzo divertente.</strong> Può sembrare assurdo accostare questo termine a <em>L&#8217;uomo senza qualità</em>, ma è difficile non innamorarsi dell&#8217;ironia del protagonista, Ulrich, un Musil sotto mentite spoglie che si aggira per una città che ovviamente è Vienna.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La meraviglia di questo romanzo? Non succede assolutamente niente.</strong> Non ci sono colpi di scena, non ci sono climax, non c’è suspense, niente di niente, se non riflessioni filosofiche sulla vita, sulla politica, sulla religione. C’è qualche spruzzata di amore, di amicizia, di fratellanza, per il resto: dialoghi, pensieri, considerazioni. È come leggere un saggio sull’esistenza. Qualunque insegnante di scrittura creativa oggi lo boccerebbe in toto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi certo, una storia c’è, ma è una scusa. La guerra che incombe è una scusa per parlare della guerra;</strong> Ulrich che non sa cosa fare della sua vita e che molla la carriera di matematico è una scusa per parlare del suo stato d&#8217;inettitudine e della sua indifferenza; l’Azione Parallela – un comitato costituito per celebrare il settantesimo anniversario dell’ascesa al potere dell’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe II, cui Ulrich decide di partecipare su suggerimento del padre – è una scusa per parlare della società, di morale, di etica, di umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’altra meraviglia è la modernità delle riflessioni di Ulrich, che si potrebbero benissimo citare e riportare anche ai giorni nostri.</strong> La storia si ripete, le cose non cambiano più di tanto, siamo noi a crescere, a evolvere, non sempre in meglio. Una volta abbandonata la giovinezza, la nostra visione del mondo si trasforma, ed è un attimo cedere alla malinconia, all&#8217;insofferenza, al cinismo, non per colpa del mondo ma di noi stessi.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“E naturalmente se Platone si presentasse oggi all’improvviso in una redazione e dimostrasse di essere davvero quel grande scrittore morto oltre duemila anni fa</em></strong><em>, provocherebbe un enorme scalpore e otterrebbe i contratti più vantaggiosi. [&#8230;] Ma se una volta passata l’attualità del suo ritorno il signor Platone volesse anche realizzare una delle sue famose idee che mai riuscirono ad affermarsi pienamente, il caporedattore lo inviterebbe tutt’al più a scrivere di tanto in tanto qualche bell’articolo per il supplemento letterario del giornale (ma possibilmente qualcosa di veloce e leggero, non pesante nello stile, per andare incontro al gusto dei lettori) e il redattore letterario aggiungerebbe di non poter ospitare purtroppo più di un contributo al mese, perché vi sono molti altri scrittori di talento da accontentare”. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>* </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’uomo senza qualità</em> è un anno di vacanza dalla vita, una pausa di riflessione che nessuno ormai si concede più, troppo presi come siamo dalla spasmodica spinta del dover esserci sempre.</strong> Ma esserci come? Ma poi, siamo davvero? E cosa siamo? Crediamo di essere presenti nella nostra vita di tutti i giorni, siamo fin troppo presenti sui social, ma dentro, chi siamo? Ci siamo? <em>L’uomo senza qualità</em> insegna il beneficio del fermarsi, e l&#8217;instaurarsi di un dialogo con la nostra coscienza, per creare qualcosa che non sia solo il mero procreare. Perché oggi come allora: <em>tutto quello che passa per la testa, </em>(purtroppo)<em> viene proclamato come ingegno.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>* </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L’uomo senza qualità</em> promuove l’esatto contrario di quel che è imperativo oggi</strong>, e cioè la perfezione, la performance, l&#8217;ambire al consenso, ai migliaia di followers, all’essere belli, buoni, accettati sempre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E Ulrich, invece, si sente impotente, inadeguato, apatico, solo,</strong> non si vuole bene, eppure, sostiene che <em>non si sa più se il mondo sia davvero peggiorato o se siamo semplicemente noi a essere invecchiati. A volte gli sembrava proprio di essere nato con un talento che oggigiorno non serviva a nulla.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Ulrich arriva a pensare che anche un crimine può rendere felici,</strong> perché può dare una zavorra e quindi magari una rotta più stabile.</p>
<p><em>*</em></p>
<p><strong>Ma l’avere o non l’avere talento non ha importanza.</strong> Ulrich potrebbe vincere il premio Nobel e non lo direbbe a nessuno, e certo non lo posterebbe su Instagram. Potrebbe avere tutto dalla vita e non essere felice comunque, perché il lavoro, la carriera, non sono sempre in grado di dare un senso alla vita, come non lo è sposarsi, metter su famiglia, fare le cose per bene e come andrebbero fatte e come la società si aspetta che vengano fatte.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>“In quel momento Ulrich non desiderava altro che essere un uomo senza qualità. Ma questo vale quasi per tutti.</em></strong><em> In fondo, negli anni della maturità, pochi individui sanno come sono di fatto arrivati a se stessi, ai propri piaceri, alla propria visione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere, mestiere, e ai propri successi, ma hanno la sensazione di non poter più cambiare molto ormai”. </em></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Ulrich ambisce a essere un uomo normale, nulla di straordinario, ma comunque non troppo eguagliato.</strong> Ulrich è un uomo che aspetta, nascondendosi dietro la propria persona, <em>laddove questa parola indica la parte dell’uomo plasmata dal mondo e dal corso della vita; e arginata così, la sua calma disperazione cresceva di giorno in giorno.</em> Un uomo che ambisce a una felicità con dei confini, perché la libertà assoluta è causa d&#8217;infiniti patimenti e infelicità assicurata.</p>
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<p style="text-align: justify;">Ovviamente non manca la critica alla mancanza di spiritualità, a <strong>una Chiesa che da quando ha perso la sua influenza e la sua autorità, ha permesso la profusione del caos.</strong> E in un contesto del genere, è normale veder naufragare i sentimenti, la morale, veder arrivare la Grande Guerra, e poi uno come Hitler. La scomparsa dello spirito fa vacillare chiunque, forse anche un fervente ateo che in fondo in fondo dice di non crederci ma ci spera in un Dio qualunque.</p>
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<p><em>L’uomo senza qualità</em> è un romanzo sulla ricerca dell’anima.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Verso la fine di questo romanzo che non finisce,</strong> Ulrich dichiara di aver perduto l’amore per questa specie di Io e per questa specie di mondo. Si arriva al termine della lettura, ma non si è curiosi di conoscere il vero finale. È un’apertura, è una vita che continua. Ulrich si ucciderà? Farà una scelta? Proverà a vivere una vita normale? Non ha importanza, come non ha importanza per noi sapere come moriremo, in che giorno, e cosa faremo da qui in avanti. Proviamo a vivere il presente, giorno per giorno, senza pensare al futuro, che tanto mette solo ansia, questo insegnano i saggi. Non conosciamo il nostro finale e non sapremo mai come sarebbe finito <em>L’uomo senza qualità,</em> e forse questo è un altro grande pregio del romanzo, una ricchezza.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Che altro vi posso dire,<em> L’uomo senza qualità </em>è uno di quei libri da leggere prima di morire.</strong> Uno di quei romanzi che se volete fare gli intellettuali non potete non aver letto, almeno fingete e leggetevi il riassunto online. Un libro che dipana la verità sull&#8217;uomo moderno e forse su quello che è sempre stato, fin dagli inizi dei tempi, e che in fondo, forse, non è cambiato così tanto come ci piace credere, nonostante il progresso, la scienza, la tecnologia, e <em>quel diavolo che è la matematica, che si è infilata in ogni ambito della vita umana prendendo il sopravvento.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>È uno di quei romanzi che stupisce, che sconvolge.</strong> Non ti cambia la vita, anzi, forse ti fa diventare ancora più triste ma di una tristezza cosciente. Per trovare il tempo di leggerlo non c’è bisogno di prendersi una pausa dalla vita, magari soltanto dai social. Non aspettate la vecchiaia, anche perché mica è certo che la morte vi concederà di arrivare alla pensione. Magari lo mollerete per un po’, poi lo riprenderete, tanto non c’è una trama da seguire, non perderete il filo, e non c&#8217;è da scoprire chi è l’assassino, ma soltanto che forse <em>il mondo è bello se lo si prende così com’è.</em></p>
<p><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/questo-non-e-un-libro-questa-e-la-bibbia-della-letteratura-aforismi-per-luomo-senza-qualita-dejanira-bada-spiega-robert-musil-a-chi-non-lha-let/">“Questo non è un libro, questa è la Bibbia della letteratura”: aforismi per “L’uomo senza qualità”. Dejanira Bada spiega Robert Musil a chi non l’ha letto (e non sa cosa si perde)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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