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	<title>Robert Capa Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 18 Jan 2024 05:29:52 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Quando la fotografia ruba l’anima. Su una mostra di Robert Capa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jan 2024 05:29:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino” diceva il fotografo di guerra Robert Capa. E questa frase è di una verità assoluta, specialmente ora, nell’era digitale, dove ogni fotografia può essere migliorata in quello che si chiama post processing; una parolina dal suono gustoso ma che in realtà nasconde la [&#8230;]</p>
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<p>“Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino” diceva il fotografo di guerra Robert Capa.</p>



<p>E questa frase è di una verità assoluta, specialmente ora, nell’era digitale, dove ogni fotografia può essere migliorata in quello che si chiama post processing; <strong>una parolina dal suono gustoso ma che in realtà nasconde la falsificazione della vita. La fotografia diventa buona fotografia solo quando ti concede la vicinanza</strong>, quando permette a chi guarda lo scatto di sentirsi prossimo a quelle luci e a quelle forme. Quando quindi si crea quella magia dell’intimità, e questa la sanno realizzare solo certi fotografi.</p>



<p>Non è una questione di proporzioni, di chiaro-scuri e di altri tecnicismi, almeno non è solo questo. Si tratta della capacità di entrare dentro la vita degli altri, di stare sulla soglia di vite che non sono la tua, sbirciare senza l’occhio porcino dei guardoni ma con la grazia e la delicatezza di chi chiede ospitalità, di chi chiede “permesso” per varcare la soglia. <strong><a href="https://www.riccione.it/it/eventi/evento/robert-capa-retrospettiva" target="_blank" rel="noreferrer noopener">A Villa Mussolini a Riccione fino ad aprile troverete la mostra “Robert Capa. Retrospettiva”,</a></strong> splendida, una vera chicca. Il nome di Capa è assai noto, non si tratta di un fotografo sconosciuto alla cronaca, ha prodotto le prime fotografie dello sbarco in Normandia ma non solo. La mostra inizia al piano terra con una storia d’amore dall’esito tragico; troverete una prima foto che è un bellissimo ritratto in primo piano di Capa poi entrerete in una saletta e lì sarete completamente immobilizzati da una foto al centro della parete: Capa e Gerda Taro che sorridono seduti a un tavolo, si guardano. I più romantici direbbero che è dallo sguardo dei due che emerge il loro amore, direbbero anche che nel profondo – se riescono ad ammetterlo – desidererebbero essere guardati come i due si guardano reciprocamente nella foto. Ma non è questo a smuovervi davvero le viscere. Il fatto è che la fotografia blocca in un’immagine il destino di un uomo; non a caso nei primi anni dell’introduzione della fotografia molti erano scettici, avevano paura che rubasse l’anima, che venisse trattenuto qualcosa. Questo infatti – dal punto di vista esoterico – non è una credenza ridicola, ma ci sono ragioni specifiche per cui le foto rubano qualcosa di chi viene fotografato, ma facciamo prima un po’ di ordine.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="679" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Mostre-Robert-Capa-Rovigo-10-1536x1018-1-1024x679.jpg" alt="" class="wp-image-98344" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Mostre-Robert-Capa-Rovigo-10-1536x1018-1-1024x679.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Mostre-Robert-Capa-Rovigo-10-1536x1018-1-300x199.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Mostre-Robert-Capa-Rovigo-10-1536x1018-1-768x509.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Mostre-Robert-Capa-Rovigo-10-1536x1018-1-600x398.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Mostre-Robert-Capa-Rovigo-10-1536x1018-1.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Quella che chiamano <em>anima</em> non è che il risultante di più parti concatenate e legate tra loro che sono (sarò riduttiva, mi perdonino gli addetti ai lavori) corpo astrale e corpo eterico, o doppio eterico. <strong>In particolare, quello che viene coinvolto nel processo della fotografia è il corpo eterico, ovvero quella parte strettamente connessa al corpo fisico</strong> – quello che tocchiamo con le manine, per intenderci – che è collegato alla facoltà del pensiero, al pensare ordinario di come una persona si pensa in quanto esistente; tu ti pensi come essere autonomo grazie al corpo eterico, ovvero l’autocoscienza di se stessi come individuo. Non tutte le credenze del passato sono frutto di ignoranza, a volte certe usanze, certe ritrosie come capita ancora in alcune popolazioni e tribù indigene del Sud America che non vogliono che qualcuno scatti loro fotografie, contengono un fondo di verità. Ecco che quindi la paura che l’anima venga rubata o trattenuta nelle fotografie non è una totale assurdità; quello che accade infatti è che durante l’atto dello scattare la foto, il fotografo con il suo sguardo e la sua intenzione crea un ponte di connessione mentale tra l’oggetto fotografato e l’occhio del fotografo, questo ponte che si crea fa in modo che nella pellicola venga impresso e fermato il corpo eterico del soggetto.</p>



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<p>Le fotografie non sono un atto innocente, un puro divertimento estetico, ed è qui che sta il significato della veridicità di alcune foto, della loro intensità rispetto ad altre fotografie magari artisticamente più interessanti o con un migliore bilanciamento delle proporzioni o dei chiaro-scuri. La fotografia imprime e blocca, trattiene in qualche misura il corpo eterico e questo è un importante elemento di connessione che abbiamo tra gli esseri umani. Avete presente quando vi trovate di spalle e prima ancora che vi chiamino sentite, percepite, la persona che arriva alle vostre spalle – anche se in totale silenzio – un paio di metri prima? Oppure ancora quando qualcuno vi sta osservando e all’improvviso vi girate e scoprite il vostro “cecchino”? Ecco, qui interviene il corpo eterico che vi consente il contatto con l’altro, anche a distanza, anche senza tocco.</p>



<p>Le fotografie di Capa rispettano questo criterio: come diceva lui stesso, è lo stare abbastanza vicino al soggetto che rende buona la fotografia. Questa prossimità all’altro, al dolore della vita e al terrore della morte, rende possibile quel ponte di collegamento tra campi eterici che ci permette ancora oggi di emozionarci davanti ai suoi scatti. Le foto famosissime, per esempio, dello sbarco in Normandia (che a livello tecnico vennero danneggiate dall’assistente allo sviluppo per un errore di dose di acidi da camera oscura) sono artisticamente poco rilevanti, sfocate e mosse, con un non ottimale bilanciamento dei contrasti. Scattate in condizioni estreme, le foto non sono di eccelsa qualità estetica, ma sfido chiunque a non emozionarsi davanti a quelle immagini, a non provare terrore ed euforia contemporaneamente. Mentre guardate quei frame siete voi stessi Robert Capa, vi sentite immersi nel freddo mare, bagnati fino alla cintola, con una macchina fotografica in mano disperatamente impegnati a salvarvi la vita e salvare i rullini pieni di scatti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="765" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/pablo-picasso-e-franc-oise-gilot-golfe-juan-francia-agosto-1948-c-robert-capa-c-international-center-of-photography-magnum-photos-1527437596-765x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98345" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/pablo-picasso-e-franc-oise-gilot-golfe-juan-francia-agosto-1948-c-robert-capa-c-international-center-of-photography-magnum-photos-1527437596-765x1024.jpg 765w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/pablo-picasso-e-franc-oise-gilot-golfe-juan-francia-agosto-1948-c-robert-capa-c-international-center-of-photography-magnum-photos-1527437596-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/pablo-picasso-e-franc-oise-gilot-golfe-juan-francia-agosto-1948-c-robert-capa-c-international-center-of-photography-magnum-photos-1527437596-768x1028.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/pablo-picasso-e-franc-oise-gilot-golfe-juan-francia-agosto-1948-c-robert-capa-c-international-center-of-photography-magnum-photos-1527437596-600x803.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/pablo-picasso-e-franc-oise-gilot-golfe-juan-francia-agosto-1948-c-robert-capa-c-international-center-of-photography-magnum-photos-1527437596.jpg 807w" sizes="(max-width: 765px) 100vw, 765px" /></figure>



<p><strong>Robert Capa era un fotoreporter di guerra, specializzato nel sostare sul limite, nel continuo confine della guerra che ti pone davanti alla vita e alla morte.</strong> Non ci fai mai l’abitudine, per quanto lo stare sulla soglia diventi una specie di droga, per quanto tu sia portato a poter sopportare quel tipo di tensioni, la guerra non è una abitudine. È proprio questa sua capacità di meravigliarsi continuamente, di vivere la vita in tutte le sue sfumature, che dalle fotografie emerge potentissima. Dal suo diario di reporter:</p>



<p><strong>“Scattavo foto di guerra e di sangue fin da quando ero stato in Spagna, ma in sette anni il mio stomaco non si era ancora abituato alla vista della carne viva e del sangue fresco. Sistemai il sacco a pelo nell’angolo più distante, vicino a due enormi botti di vino”.</strong></p>



<p>Le foto di Robert Capa non sono solo testimonianze di momenti cruciali della storia dell’uomo: sono dei <strong>varchi aperti verso l’umano, dei portali astrali verso dimensioni di dolore e di vita</strong>, dimensioni che ancora risiedono da qualche parte annidati nel corpo dell’uomo, come una memoria muscolare. Quello che si attiva guardando queste sue immagini è una memoria cardiaca; stretto nel diaframma esiste il ricordo del confine sottilissimo tra vita e morte, tra miseria e benessere. Basta un pulsante a far variare l’algoritmo, ora più che mai, ma tendiamo a pensare che tutto questo sia altrove, che non ci riguardi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="696" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Capa-2-1024x696.jpg" alt="" class="wp-image-98346" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Capa-2-1024x696.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Capa-2-300x204.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Capa-2-768x522.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Capa-2-1536x1045.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Capa-2-600x408.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/Capa-2.jpg 1907w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Robert Capa 937; 536.WAR.ITA.032; 43-4-28; 1943</figcaption></figure>



<p><strong>Le foto sono dei potenti portali verso mondi ancora urlanti, verso dolori antichi eppure ricorrenti.</strong> Il viso deformato delle madri di Napoli nella fotografia scattata da Capa al funerale dei bambini partigiani è qualcosa che difficilmente scorderete, quei visi rigati, quella disperazione è la disperazione di tutti i genitori che vedono seppellire i propri figli. Quella atrocità è il mio squarcio del cuore, mi appartiene come donna, come essere umano. Ecco che questa mostra a Riccione diventa l’occasione per farsi strada in un varco temporale che non si è mai chiuso, che la fotografia con il suo potenziale di raccogliere le memorie del campo eterico concede un passaggio a chi si vuole permettere ancora di restare umano. La vera fotografia resiste in queste esposizioni, dove nessuna macchina informatica, dove nessun post processing può alterare e abbellire ciò che viene restituito dall’occhio del fotografo. Gli scatti di Capa, ogni singolo scatto, è la testimonianza di un minuto in più di vita concessa dal fato a questo reporter. Fato che si è compiuto negli anni Cinquanta quando durante una missione saltò in aria a causa di una mina anti-uomo. Capa non si è mai risparmiato, è stato nelle linee di attacco insieme ai soldati, da civile partecipò come paracadutista insieme ai suoi compagni militari molto meglio addestrati. Ogni foto che abbiamo è un segno del destino di questo uomo che doveva compiersi finché il fato non ha posto il taglio del filo.</p>



<p><strong>Avrebbe potuto morire milioni di volte per scattare delle foto. Una volta un colonnello gli disse “Un uomo che non sa amare, non sa neanche combattere”.</strong> Capa amava la fotografia come amava rischiare tutto per essa, come ha fatto fino al suo ultimo giorno concesso. Come fece esattamente il suo grande amore Gerda Taro, morta a 26 anni nella guerra civile spagnola mentre scattava come reporter.</p>



<p><strong><em>Clery Celeste</em></strong></p>
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		<title>John Steinbeck era sadico, schiavizzava la moglie e amava i topi più dei figli. La moda di castrare i titani non ha mai fine…</title>
		<link>https://www.pangea.news/john-steinbeck-era-sadico-schiavizzava-la-moglie-e-amava-i-topi-piu-dei-figli-la-moda-di-castrare-i-titani-non-ha-mai-fine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Sep 2018 04:54:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tempismo da avvoltoi. Quando muore, nel 1976, il New York Times, cavalcando il ‘coccodrillo’, la descrive come “scrittrice, cantante, compositrice”. Aveva 58 anni, morì in seguito a una crisi respiratoria, acutizzata dall’asma. In realtà, letterariamente parlando, Gwyndolyn Conger combinò poco. La sua fama si deve al fatto di essere stata la “ex moglie di John [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Tempismo da avvoltoi. Quando muore, nel 1976, il <em>New York Times</em>, cavalcando il ‘coccodrillo’, la descrive come “scrittrice, cantante, compositrice”. Aveva 58 anni, morì in seguito a una crisi respiratoria, acutizzata dall’asma. <strong>In realtà, letterariamente parlando, Gwyndolyn Conger combinò poco. La sua fama si deve al fatto di essere stata la “ex moglie di John Steinbeck”. Ex moglie, per altro, cornificata.</strong> E ora, dal passato, la vendetta postuma, atroce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">John Steinbeck è, insieme a Hemingway e a Faulkner, lo scrittore statunitense più rappresentativo dell’altro secolo. Nobel per la letteratura nel 1962, ha scritto alcuni libri diventati memorabili grazie alla trasposizione cinematografica: <em>Furore</em>, <em>Uomini e topi</em>, <em>La valle dell’Eden</em> (che fu il primo, mitologico film di James Dean). <strong>John impalma Gwyn nel 1943, divorzia nel 1948, due anni dopo porta all’altare l’attrice Elaine Scott, che lo sopporta fino alla morte, accaduta nel 1968. Tempismo da avvoltoi.</strong> A cinquant’anni esatti dalla morte di Steinbeck viene pubblicato il manoscritto della ex moglie che lo sputtana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Evidentemente, tra John e Gwyn non funzionava.</strong> Nella <em>Valle dell’Eden</em>, per ammissione dell’autore, la sinuosa Gwyn è l’ispirazione di Cathy Ames, “mostro psichico” dall’“anima deforme”. D’altronde, Gwyn continua a torcersi nell’amore per John firmando un taccuino, ora pubblico come <a href="https://mylifewithjohnsteinbeck.com/" target="_blank" rel="noopener"><em>My Life with John Steinbeck</em></a>, pieno di ingiurie, una autobiografia dell’orrore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-62997 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/MyLifeWith-JohnSteinbeck2-195x300.jpg" alt="steinbeck" width="147" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/MyLifeWith-JohnSteinbeck2-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/MyLifeWith-JohnSteinbeck2.jpg 529w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Durante il matrimonio con Gwyn, Steinbeck scrive alcuni dei suoi libri più celebri come <em>Vicolo Cannery </em>e <em>La perla</em>. Lo scrittore, però, per sua natura, è fedifrago e istrione. <strong>“Come molto scrittori, aveva diverse vite, in ognuna era vizioso, in ciascuna era un re. Da quando si svegliava a quando andava a letto, io dovevo essere la sua schiava”,</strong> <a href="https://www.theguardian.com/books/2018/sep/07/john-steinbeck-a-sadistic-womaniser-says-wife-in-memoir" target="_blank" rel="noopener">ricorda, dall’aldilà, Gwyn</a>. L’amore matrimoniale comincia male (la prima notte di nozze, pare che Steinbeck si dilungasse al telefono con l’amante, la misteriosa “Lady M, con cui aveva abboccamenti almeno tre volte la settimana”), continua peggio. Gwyn dona a Steinbeck due figli, Thomas e John Jr., che per lo scrittore sono un fatale ostacolo alla carriera. “Voglio che muoia, Cristo! Piglierà troppo del tuo tempo del cazzo”. Era il 1946, primo figlio.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro, costruito intorno a un testo ritrovato in Galles e a un paio di interviste concesse da Gwyn nel 1972 e nel 1975, s’inserisce nel genere ‘castrare il titano’, o meglio, infangare la memoria del ‘classico’. In epoca di #MeToo vampirizzante, la moda è quella, decenni dopo, di dilaniare la fama dei grandi. Resta un piccolo, indiscutibile, dettaglio: Gwyn non ha scritto nulla di importante, Steinbeck è uno scrittore di genio. Sarà sufficiente? Penso di no. <strong>Tra poco compileremo le antologie letterarie benedicendo la moralità degli scrittori, misurandone lo scaltro buonismo più che gli attributi estetici. Non si salverà nessuno. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Gwyn pensa di stordire il lettore medio-borghese, al contrario, eccita la nostra facoltà fantastica. <strong>“Non ha mai pianto per me. Non ha mai pianto per i suoi figli. Non ha mai pianto per qualcuno. Ma ha pianto per un topo chiamato Burgess. </strong>John era un sadico… avrebbe liberato Burgess in mezzo a un mucchio di invitati, godendo nel sentirli urlare e scappare”. Spietato con gli umani e delicato con i topi. John Steinbeck – scrittore verso il quale non nutro molto affetto narrativo – comincia a starmi simpatico. D’altronde, Gwyn era galvanizzata dal passare il Natale, lo racconta lei, con Robert Capa, Humphrey Bogart, e gli amici altolocati di Steinbeck.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Un amore tremendo ci univa. Nessuna parola può esprimerlo. <strong>Il mio amore per John era tale che senza esitazioni ho rinunciato a tutto per lui – è stato un errore.</strong> Quando John flirtava con altre donne, soffrivo, ma ho accettato, immaginando che ignorasse il dolore che mi arrecava. Infine, il nostro matrimonio ha smarrito ogni identità. Mi ha reso una cosa sottomessa, non ho più potuto cambiarlo. Ho vissuto con lui, con il suo masochismo, con la sua cleptomania, il vizio, il bere, le donne”. Amare è perdersi nel labirinto delle perversioni altrui, fino a scoprire il Minotauro nel proprio amato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Desiderio delle donne è ‘cambiare’ i propri uomini, cannibalizzandoli. Avere parenti o intimi che ne testimonino la vita è un delitto per lo scrittore. <strong>Lo scrittore deve compiere una catabasi nel disgustoso, per afferrare la fiamma deve scavare nel fango, deve sporcarsi e ferirsi: chi può accettarlo?</strong> Chi può accettare di amare un uomo interamente dedicato agli altri, che scrive tagliandosi a fette? (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/john-steinbeck-era-sadico-schiavizzava-la-moglie-e-amava-i-topi-piu-dei-figli-la-moda-di-castrare-i-titani-non-ha-mai-fine/">John Steinbeck era sadico, schiavizzava la moglie e amava i topi più dei figli. La moda di castrare i titani non ha mai fine…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Siamo quello che la macchina fotografica immortala: da Bresson a Brunelli, gli 11 fotografi di cui non potete fare a meno</title>
		<link>https://www.pangea.news/siamo-quello-che-la-macchina-fotografica-immortala-da-bresson-a-brunelli-gli-11-fotografi-di-cui-non-potete-fare-a-meno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Sep 2018 09:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Martedì 28 agosto, caffè in pausa pranzo. San Marino, bar alla porta “alta” della Paese. Vedo la Giulia, 18 anni, lavora in un hotel. La invito al tavolo: parliamo come sempre. Ha un nuovo moroso, o meglio, è tornata con il suo ex. Mi fa vedere alcuni selfie che il ragazzo si è fatto e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Martedì 28 agosto, caffè in pausa pranzo. San Marino, bar alla porta “alta” della Paese. <strong>Vedo la Giulia, 18 anni, lavora in un hotel. La invito al tavolo: parliamo come sempre. Ha un nuovo moroso, o meglio, è tornata con il suo ex.</strong> Mi fa vedere alcuni selfie che il ragazzo si è fatto e che le ha inviato. Non tutti però, alcuni, mi dice, “non me li può mostrare perché sono intimi”. Li osserva e si lecca i baffi, anche se non li ha. Me ne mostra alcuni, quelli meno scabrosi. Palestrato, tatuato. E soprattutto edonista. Categoria POV, per dirla alla maniera più moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Un po’ alla Robert Mapplethorpe” le dico, ma senza malizia: potrebbe essere ampiamente mia figlia, la Giulia, 25 anni di differenza. <strong>Rimarco quel “un po’ alla”, per dare sfoggio del mio fisico non da culturista ma da culturale. “Map chi?” ribatte subito. </strong> Si apre una voragine generazionale: il mio mondo a pellicola, fatto di mostre e letture, abbarbicato e inturrito nei miei 43 anni, e il suo, immediato e di rapido consumo, figlio dell’età che si porta addosso. Con tutta l’energia e i sogni moderni dell’età sua contemporanea.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra pochi giorni, a metà settembre, si apre il <a href="https://www.sifest.it/" target="_blank" rel="noopener">“Si Fest”</a> di Savignano sul Rubicone, tradizionale appuntamento con la fotografia.</strong> <strong>Ci andrò, ovviamente, ma senza grandi slanci: le immagini di oggi non mi piacciono. </strong>“Fermare” il quotidiano che è anche “terzo paesaggio” è un esercizio di stile deciso a tavolino dalle agenzie: “Oggi devo promuovere questo artista lì da voi, poi tu me ne dai uno dei tuoi, lo espongo da me, magari lo pompo con i media locali, e facciamo patta”. Sono i fili invisibili delle relazioni lavorative inurbanizzate. Interessi e conoscenze al primo posto, a discapito della qualità poetica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Te sei vecchio: ti piacciono i classici. La fotografia è cambiata, oggi non è più quella di Cartier Bresson o di Capa. Oggi la fotografia si chiama…” e giù una lista di nomi a me quasi tutti ignoti. Lei è ben incesellata nella manifestazione romagnola. A tal punto che davanti alle immagini di “Genesi” di Salgado ha storto il naso dicendo: “Per noi nate e cresciute a ‘SI Fest’, Salgado è un fotografo se non minore perlomeno vecchio e superato”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più che “SI Fest”, direi piuttosto “NO Fest”.</strong> Spesso. Olivo Barbieri per esempio, o Andrea Modica, artista americana di origini italiane presente nei più importanti spazi museali, dal The Museum of Modern Art al Metropolitan Museum of Art al Whitney Museum of American Art. Sono passati a Savignano assieme ad altri. Il primo lo conosco di nome, la seconda no: ho visto i suoi scatti al “Si Fest” due anni fa. Ok, quindi? Ricordo invece con sommo piacere Mike Brodie, classe 1985 che dopo un bellissimo lavoro intitolato “A period of juvenile prosperity” ha già abbandonato la carriera. Ha conseguito il diploma presso il Nashville Auto Diesel College, attualmente lavora come meccanico a Oakland e ha interrotto definitivamente la sua attività di fotografo. Ha detto quello che doveva dire, e in maniera egregia. Poi ha mollato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Non puoi vivere il presente se non conosci i classici”. Qualcuno me l’ha detta, oppure l’ho letta da qualche parte. <strong>Nulla di personale contro i nuovi, ma prima di parlare di fotografia devi aver visto o sfogliato o letto questi “Dieci piccoli maestri” non indiani, più 1: le partite si giocano in 11 contro 11, a calcio.</strong> Accetto anche una “googlata”, almeno ti sei fatto un’idea. Meglio ancora l’acquisto in qualche bancherella di alcuni libri. Le foto sono materiche e hanno un odore.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Henri Cartier Bresson</strong> (1908-2004), “l’occhio del secolo”. Scoprite i motivi osservando le sue immagini scattate con la Leica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sebastiao Salgado</strong> (1944). Lo ha rilanciato Wim Wenders con “Il sale della terra”. Le foto che aprono il film e che raccontano la miniera del Brasile non richiedono spiegazioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Capa</strong> (1913-1954). Racconta lo sbarco degli Alleati in Normandia con 11 foto, “Le magnifiche Undici”. Da ammirare senza respirare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>David LaChapelle</strong> (1963). “Heaven to Hell”, viaggio VIP dissacrante, sensuale e cazzone. Saturo di colori e di suppellettili, contemporaneo, pop, trasformista, quasi carnascialesco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Mapplethorpe</strong> (1946-1989). Nessuno come lui ha fotografato il nudo. Per alcuni è al limite della pornografia (nerchie nere lunghe come pitoni), per me è un Maestro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Helmut Newton</strong> (1920-2004). Ho imparato ad apprezzarlo al Museo che Berlino gli ha dedicato. Glam, ironico, circondato da femmine amazzoni e bellissime, l’occhio sul mondo fashion.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Robert Doisneau</strong> (1912-1994). Suo il “Bacio davanti all’hotel De Ville”. L’occhio più limpido, assieme a quello di HCB, su Parigi, forse quello più “superficialmente profondo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Man Ray</strong> (1890-1976). Tutto quello che oggi si fa con Photoshop lui lo faceva nella sua mente. Maestro surrealista, guardatevi le sue rayografie e la schiena di donna con il violino d’Ingres.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tina Modotti</strong> (1896 -1942). Bella, bellissima. Brava, bravissima. Amante del fotografo Edward Weston, raccontò il Messico con la lucidità primordiale e arcaica del b/n.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Elliott Erwitt</strong> (1928). È il fotografo che mi fa più ridere: le sue immagini dei cani sono micidiali in quanto ironiche ma allo stesso tempo “imbrattanti”, non te le togli più di dosso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giacomo Brunelli</strong> (1977). L’ho conosciuto al “SI Fest”: le sue immagini raccolte in “The animals” e fatte con una vecchia Miranda da due soldi congelano il sangue.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Di ognuno, solo poche righe. Le fotografie non vanno spiegate, mai. Contengono, se rientrano nell’alveo delle opere d’arte, quel linguaggio unico e universale, quello cioè che non richiede la parola. Una comunicazione per immagini e non per fonemi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ci sta tutta l’attenzione che la Giulia mette nel guardare e difendere dagli occhi delle altre femmine il corpo del suo ragazzo. <strong>Oggi ci si presenta con l’aspetto, e poco importa che i giovanissimi si bombino di Viagra per soddisfare una coetanea: la vecchia “sindrome da spogliatoio” oggi è emigrata sui siti a luci rosse, ed è sulle piattaforme, e non nella vita reale, che si misura la virilità.</strong> Un “canto alla durata” che non ha lo spessore delle parole scritte di Peter Handke (che non è un fotografo).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le <em>teen</em> non le guardo. Non ancora: per me le affinità culturali vanno di pari passo con un bel culo. Poi quando diventerò un rimbambito “invecchiato rigorosamente senza maturità”, (ma pur sempre dandy), probabilmente correrò dietro alle “<em>còtole dee tose</em>”. <strong>Mi seducono le caviglie, le mani, il profumo, la pelle levigata, il tono della voce e le parole. Quando non riuscirò ad afferrare più queste ultime, mi lascerò andare agli istinti.</strong> Oppure andrò a vedere le mostre dei fotografi che mi piacciono, per fantasticare ancora una volta sui culi, tette, labbra socchiuse e colli modiglianeschi. Sempre meno faticoso che aprire un libro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sexting. Come a dire che ti mando foto intime e tu me ne mandi di tue.</strong> Poi quando il maschietto si trova davvero la patata tra le mani fa flop e non la sa maneggiare, come se fosse bollente. Segarsi è meno impegnativo perché non devi soddisfare le voglie del/lla partner ma solo le tue. Però in questo modo ti perdi il contatto della pelle, i sorrisi, i respiri, le carezze. La veridicità dell’intimità. Più facile quindi con Internet dove si sceglie “il soggetto” a cui dedicare le proprie attenzioni: colore dei capelli, misure, età, numero, predisposizione e specializzazioni. Più facile certo ma non più bello…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile meravigliarsi quando i quotidiani danno ampio spazio alla cronaca a luci rosse: di solito lui chiede a lei qualche foto intima, che poi diffonde tra gli amici che a loro volta le inviano ad altri amici. La fanciulla, una volta finita al centro del “pissi pissi” dei corridoi, dalla vergogna lascia la scuola. Vengono intervistati i Presidi, i compagni di classe, gli psicologi, il cane del vicino, la tartaruga e il gatto che, offeso dalle poche attenzioni e dal fatto di essere stato interpellato dopo gli altri, smette di miagolare. I giornalisti ci ricamano per una settimana e poi “Ciaone”, finito lo scoop-scandalo si aspetta quello successivo. Purché sia piccante, meglio se poi viene coinvolto qualche professore.</p>
<p style="text-align: justify;">“<em>Lolita”</em> <em>di</em> Vladimir Vladimirovič Nabokov, che non era un fotografo.</p>
<p style="text-align: justify;">Succedeva anche con le Polaroid, che hanno avuto successo perché scattavi e vedevi (si sviluppavano da sole) senza dover passare dal fotografo. Solo che le immagini non venivano diffuse in ogni angolo terracqueo ma al massimo tra amici e conoscenti. E le foto erano “pezzi unici”: alla peggio, rimanevano incollate tra di loro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Semmai il problema è più profondo: siamo quello che la macchina fotografica immortala.</strong> Non siamo (più) strette di mano ma pixel. Siamo selfie, a tutte le età. Dalla ragazzina che inizia ad arrotondarsi alla donna matura che “fa le facce” davanti allo smartphone in ogni situazione, dal matrimonio al funerale, passando per il bagno o la camera da letto. Bocche a culo di gallina o imbronciate. Qualche volta si potrebbe anche sorridere…</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Io sono colei che mi si vuole, io non sono colei che mi si crede. Tra Pirandello e gli autoscatti passa la A1. Passa, soprattutto, il tempo. <strong>Saper sedurre è un’arte che oggi è solamente fotografica, quindi visiva, e non percettiva. </strong>Rispondere alle richieste di immagini personali è una biscia con due teste, non solo soddisfa gli appetiti di chi le riceve ma anche quelli edonistici di chi le invia. Faccio fatica a credere all’ingenuità di chi si scatta “e poi non sapeva”. Basta leggere un quotidiano o, se questo sforzo richiede uno sforzo immane, andare in Rete e informarsi. Informarsi, appunto. Se non invii una foto delle tue tette o della tua passerina come prova d’amore (de càz) lui non ti lascia. E si ti lascia, non era innamorato di te. Eri solo una preda da far vedere agli amici, uno scalpo, un trofeo. “Vedi cosa riesco a farle fare? È ai miei comandi”. Impara a rispettarla e a corteggiarla, stronzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È capitato anche a me, lo ammetto. Non di inviare ma di ricevere. Via mail e successivamente via telefonino. E di contraccambiare. Le ho fatto avere le mie lastre, il palmo della mia mano, il collo, il naso, gli occhiali. Si è incazzata. L’ho invitata a scoprirmi dal vivo, mi ha dato del finocchio. Evidentemente non conosce gli effetti benefici dell’omonima tisana, che aiuta a digerire anche i rospi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarebbe bello che le persone potessero farsi i selfie ai pensieri.</strong> Non alla cultura. Ai pensieri e alle idee, alle passioni e alla… cultura. No, alla cultura no. Alle passioni e a quello che pensano, che sognano. Ma forse il rischio sarebbe quello che per vedere “qualcosa” servirebbe un microscopio. Meglio allora continuare così. Forse.</p>
<p><em>Alessandro Carli</em></p>
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		<title>Simone Casetta fotografo di viaggi e di poeti. Ora a Parigi</title>
		<link>https://www.pangea.news/simone-casetta-fotografo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 14:26:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Leonard Cohen]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Capa]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Casetta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Simone Casetta sembra un uomo trasparente. Sembra un uomo di cristallo. Parole cristalline, rare, il privilegio di indossare il pudore in un mestiere ‘d’assalto’. Simone Casetta fa il fotografo. Quando fotografa, hai paura, toccandolo, che vada in mille pezzi, fragile come uno sguardo, come l’istante che l’istante dopo è altro. Casetta è fotografo d’eccellenza. Ha [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Simone Casetta sembra un uomo trasparente. Sembra un uomo di cristallo. Parole cristalline, rare, il privilegio di indossare il pudore in un mestiere ‘d’assalto’. Simone Casetta fa il fotografo. Quando fotografa, hai paura, toccandolo, che vada in mille pezzi, fragile come uno sguardo, come l’istante che l’istante dopo è altro. Casetta è fotografo d’eccellenza. Ha prestato il suo occhio per un mucchio di riviste, dal <em>Corriere della Sera </em>a <em>Der Spiegel</em>, da <em>Gente Viaggi </em>a <em>Vogue </em>e <em>Sportweek. </em>Visto che la fotografia è associata – errore, orrore – a una specie di prostituzione dello sguardo – fotografa quel che ti dico, chettifrega – Casetta, nel suo sito personale, <em><a href="http://www.simonecasetta.it">www.simonecasetta.it</a>,</em> sente la necessità di dichiarare i suoi ‘intenti’: “Il diniego, individuale o collettivo, è l’argomento trattato in quasi tutti i miei lavori”, scrive. E poi, “un altro argomento è la bellezza”. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-57975 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-300x300.jpg" alt="Casetta" width="300" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/10/Casetta.jpg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Tra politica e stupore. L’atto di sguardo di Casetta, un uomo trasparente, pacato, del tutto concentrato nel suo mezzo, è intellettuale. Casetta è trasparente perché tra sé e la macchina fotografica, che traduce ciò che vuole fermare per sempre, non ci sia pregiudizio. Giudizio, eventualmente. Casetta ha fotografato tanto, tantissimo. Dalle aule del Senato della Repubblica ai visi, scorticati dall’indifesa indifferenza, dei poeti. Da Cesare Paciotti agli chef alle fabbriche di ascensori. Soprattutto, Casetta è uno che viaggia. Questo, forse, gli piace più di altro. Scoprire lo sconosciuto, dare volto al sofferente – benché sia consapevole che introdursi in un viso equivalga a esplorare il Rio delle Amazzoni e lo Stige. Una sintesi dei suoi viaggi, epici e dolorosi, si mostra, fino al 17 dicembre, alla Galerie HorsChamps, poco fuori Parigi, nell’antologica <em>Fuori campo </em><a href="http://www.galerie-horschamp.fr/Actu/Actu.html" target="_blank" rel="noopener">(qui</a>). Quarant’anni di viaggi, in una sintesi violentemente espressiva. Di tersa potenza. Abbiamo dialogato con il fotografo, l’uomo trasparente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Perché “Fuori campo”? Che cosa s’intende?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“È solo un gioco di parole che si riferisce al nome della galleria. <em>HorsChamp</em> infatti indica già il fuoricampo geografico dello spazio espositivo, che si trova in un delizioso paese di campagna a mezz’ora di treno dal centro di Parigi. Il gallerista ha trovato una corrispondenza con i dettagli apparentemente non centrali, ma fondanti, che diverse volte si trovano nelle fotografie che abbiamo scelto di mostrare”.</p>
<p><strong>Cosa significa il viaggio – e, probabilmente, affrontare lo sconosciuto – per un fotografo? Quale viaggio la ha ‘formata’, quale incontro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il viaggio è d’obbligo. La fotografia impone l’incontro e questo fatto diventa fonte di esperienza in senso completo. Ogni viaggio forma e ho avuto troppo dai viaggi e dagli incontri per riuscire a sceglierne uno solo”.</p>
<p><strong>Come mai la fotografia al posto, ad esempio, della parola scritta, della pittura? Come è nato il suo istinto per la fotografia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Perché mi innamorai a dieci anni delle fotografie di un libro. Era una monografia di Irving Penn le cui fotografie (specialmente i ritratti) mi davano un turbamento fisico che non sapevo spiegare. Cominciai allora a frequentare la camera oscura e a pasticciare con le prime riprese”.</p>
<p><strong>Come si fotografa: andando ‘all’assalto’ o guardando con discrezione? Nelle immagini relative alla mostra, che ho visto, lei affronta, così pare, l&#8217;immagine con un certo pudore. Ecco: ha senso il pudore per un fotografo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Si fotografa cercando la distanza appropriata, la distanza ‘giusta’. La distanza giusta implica il rispetto, la partecipazione, la parità, ma anche una vicinanza che deve tendere all’assoluto. Si dovrebbe fotografare solo mettendosi in qualche modo alla pari con la realtà che si ha di fronte, e il pudore riguarda soprattutto l’obbligo di evitare qualsiasi tentazione di autocompiacimento. Nella pratica, poi, quando ci si deve districare tra l’ignoranza di chi si oppone agli incontri necessari, o quando si devono superare ostacoli di natura materiale e logistica, lo sforzo di andare all’incontro implica anche una certa dose di sfacciataggine!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra i tanti progetti, ricordo quello sui “Poeti italiani”. Perché ritrarre – e così censire – i poeti? Forse il volto rispecchia l’opera di un artista, ne è il sunto, la sintesi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Perché come ben dice Jean Baudrillard, ‘è solo attraverso i frammenti del nome di Dio, dispersi nei labirinti della poesia, che si può intravvedere in filigrana il disegno originale’. A me interessa indagare questo disegno… All’inizio credevo di essere interessato solo ai volti dei poeti, ai loro ritratti nel senso letterale. Quando sono arrivato ad averne realizzati una settantina è successo un piccolo miracolo: i poeti hanno perso la loro singola importanza e ha cominciato a manifestarsi il ‘poetico’ da questo coro vario. Una sorpresa bellissima e interessante, inattesa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste una foto che avrebbe voluto fare, ma che non ha fatto? Che rapporto c&#8217;è tra l’immagine e la sofferenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Avrei voluto incontrare e fotografare Leonard Cohen, il poeta. Ma non ne ho avuto l’occasione. Immagine e sofferenza: domanda enorme a cui non si può rispondere con una sola frase. Vale però la regola di vicinanza alla quale ho già accennato e potrei aggiungere la nota frase di Robert Capa, il magnifico fotografo: ‘Quando fotografi, ama chi hai di fronte e faglielo capire’. Detto questo, anche la sofferenza può, anzi deve essere rappresentata. Con tatto, ovviamente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora? Cosa fa, ora? Verso quale forma è tentato, verso quale progetto è disposto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sto cercando di sopravvivere al lavoro sui poeti. Ho già fatto 118 dei 200 ritratti in programma e, se nessun mecenate interviene a darmi una mano, conto di non riuscire a finire prima di altri quattro o cinque anni. Nel frattempo, certamente, mi dedico anche ad altri argomenti. Ma i poeti restano al centro”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Federico Scardanelli</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-casetta-fotografo/">Simone Casetta fotografo di viaggi e di poeti. Ora a Parigi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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