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	<title>ragazzi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Il grande artista è sempre inadeguato, fuori posto, imbarazzato. Ovvero: elogio della timidezza di Tim Burton. D’altronde, c’è sempre un po’ di vergogna nel vivere impunemente il proprio sogno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 10:47:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Caracolla, come una specie di clamoroso insetto. Sembra Jack Skeleton, l’inquieto re di Halloween di Nightmare Before Christmas. Forse è così, forse, infine, ti trasformi in una delle tue creature. * Ciò che mi affascina di un grande artista è l’inadeguatezza. Il suo essere fuori luogo, impaurito dal resto degli uomini. Tutti sono impuniti tranne [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tim-burton-regista-david-di-donatello-sogno/">Il grande artista è sempre inadeguato, fuori posto, imbarazzato. Ovvero: elogio della timidezza di Tim Burton. D’altronde, c’è sempre un po’ di vergogna nel vivere impunemente il proprio sogno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Caracolla, come una specie di clamoroso insetto. Sembra Jack Skeleton</strong>, l’inquieto re di Halloween di <em>Nightmare Before Christmas. </em>Forse è così, forse, infine, ti trasformi in una delle tue creature.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che mi affascina di un grande artista è l’inadeguatezza. Il suo essere fuori luogo, impaurito dal resto degli uomini.</strong> Tutti sono impuniti tranne lui, l’artista, impenitente creatore di altri mondi. Il grande artista non ha bisogno di ostentare la bravura, di urlare al mondo il suo mondo: esso si presenta da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non c’è bisogno di violenza per chi viola le norme della logica quotidiana </strong>– per chi sovrappone alla ferocia il candore del proprio creato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-66392 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Big-Fish-recensione.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Tim Burton ai David di Donatello, l’alcova di cristallo del cinema italiano, una scopiazzatura all’amatriciana – ma più elegante – dei Premi Oscar.<strong> Tim Burton farfuglia, tartaglia, si fa piccolo, vorrebbe diventare una formica, una piccola formica nella narice del conduttore, Carlo Conti.</strong> Sembra un personaggio tratto da un dialogo in mongolfiera tra Edgar Allan Poe e Franz Kafka. Ostenta il disagio, la commozione, la stranita meraviglia di essere lì.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I film di Tim Burton sono l’elezione del ‘mostro’ a dio. L’umanità è condotta da provinciale crudeltà, bada al denaro, ha occhi nel ricino della corruzione – non vede altro se non ciò che vuol vedere</strong>, ciò che riconosce. Il ‘mostro’ – il diverso, cioè, in sostanza, l’uomo vs. gli uomini – è guardato con schifo, poi eletto come un ‘caso’ – eventualmente utile a far soldi – poi cacciato, chi può accettare un mostro? Il film delicatissimo è <em>Edward mani di forbice </em>(1990), gotico pop che segna il sodalizio tra il regista e Johnny Depp.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutti vogliono innamorarsi del mostro – il diverso è una moda –, ma nessuno può sopportarlo per ciò che è</strong> – e lui, dopo la grazia, fa il favore di sparire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pure nei film più brutti – come quest’ultimo, vado di pregiudizio, <em>Dumbo </em>– il canone è quello: l’elogio del disadatto, il mostro che ha talenti divini. <strong>Il Willy Wonka secondo Burton è un uomo tormentato da una infanzia terribile, un recluso, un eccentrico all’eccesso, pare – nel profilo del viso, nell’albeggiare della pelle – un incrocio tra Michael Jackson e Lewis Carroll.</strong> Eppure. Il ‘mostro’ crea qualcosa di insostenibilmente dolce, la magica barra di cioccolato. Eppure. Più che lavorare con maestranze umane, che schifo, preferisce ingaggiare altri mostri come lui, gli Umpa Lumpa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I personaggi di Tim Burton, assediati dall’incomprensione, hanno miglior dialogo con i morti: <em>La sposa cadavere </em>(2005) e <em>Frankenweenie </em>(2012) testimoniano un gravido commercio con l’aldilà. <strong>La capacità fantastica – o l’amore fantomatico – vincono il regno della morte. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero testamento di Tim Burton è <em>Big Fish</em> (2003), però, una fioriera di <em>freaks</em>. Il senso profondo del film, che si regge sulle balle auree del formidabile Ed Bloom (interpretato da Albert Finney e da Ewan McGregor), è che le cose, i fatti, non esistono di per sé ma nel turbinio di un racconto. <strong>Le cose, i fatti, non esistono se qualcuno non li racconta – la vita ha senso perché qualcuno, un uomo, la inventa, la organizza in una stagione verbale, la esprime con priorità fantastica. La vita è finché continuiamo a narrarne il mito,</strong> a investigarne le proprietà fantastiche, finché forziamo il caos in destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Capisci ora perché Tim Burton caracolla, imbranato, imbarazzato, come un ragazzino</strong> – e se è stata ‘posa’, è bella anche quella, mirabilia del mentire per dare virtù al canto – sul palco colmo di cineasti meno bravi di lui. C’è sempre un po’ di vergogna nel vivere con audacia il proprio sogno. (d.b.)</p>
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		<title>“Sono stata fedele a una militanza funesta”: fino a strapparsi le ossa verbali, con Veronica Tomassini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Mar 2019 05:31:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare Il processo di Kafka un legal thriller e Moby Dick [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I più, penso, resteranno lì, non vedranno altro oltre l’insolente insolazione della ‘denuncia’, al sole del ‘neorelismo’ di facciata, che sfacciati. Insomma, la scrittrice dei drogati, della periferia di Siracusa, che è poi anima di catrame, l’isolamento dell’uomo, catabasi, catarsi, etc. etc. Sarebbe come considerare <em>Il processo </em>di Kafka un <em>legal thriller </em>e <em>Moby Dick </em>un baldo romanzo d’avventure a bordo di baleniera e l’<em>Ulisse </em>di Joyce una guida turistica della città di Dublino, che idiozia. <strong>Con <em>Mazzarrona </em>(Miraggi Edizioni, 2019) Veronica Tomassini – già autrice di libri importanti, cito solo <em>Sangue di cane </em>e <em>L’altro addio </em>– va al di là del gergo linguistico di <em>Altri libertini</em>, è in esilio dalla ‘denuncia’ – propria dei burocrati della provvidenza, dei puri di cuore – redige l’implacabile epica dei rimpianti, dei persi senza pianto, dei tossici, degli indifesi, degli indegni, degli indimenticabili dannati senza aura, senza beneficio di pietà</strong> (senti qua: “I fiori degli aranci restituivano la leggerezza della stagione. Oggi mi sembra un fatto straordinario assistervi senza dover pagare un prezzo, sentirmi indegna. La primavera è per tutti. Anche per noi in quel tempo. Il nostro inverno perenne disconosceva la primavera”). Ci sono tante frasi da sottolineare e una bellezza così candida –<strong> del candore che si ottiene soltanto dopo il massacro </strong>– in questo romanzo, lo prendi ed è come se un pezzo d’ombra e un pezzo di sole fossero conficcati sotto i mignoli, a spalpebrare il senso del tatto. Ma non è questo. <strong>Veronica Tomassini scrive facendo scempio di sé, come i pittori d’icone che murano la propria vita nel carcere del Volto – per Veronica, ogni volta, scrivere è sudario, pazienza, perdizione</strong> – si scuoia per dare grammatica di fiamme al nostro caos. Ne parlo, è certo, con un giudizio sghembo, di Veronica, perché ho il privilegio di dialogare con lei, fino a sfinirci, fino all’ultimo lembo emblematico di fiato. <em>Veronica</em> significa colei che ‘porta la vittoria’, ma il nome, storpiato, ha a che fare con la vera immagine (icona) di Cristo. Il volto è vittoria; lei porta il tuo volto con una grazia indecente. Attraversi Veronica per trovare te stesso – e l’esperienza non è indolore. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66064 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-206x300.jpg" alt="" width="160" height="233" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-768x1120.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Mazzarrona.jpg 1000w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" />Cosa bisogna avere per scrivere, per te: compassione o ferocia? Amore per sé o desideri per gli altri? Necessità di perdersi, definitivamente, o di risorgere, luminosamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La compassione è lo sguardo che finisce dove gli altri lo tolgono; la luce che si fa strada dove per tutti ripara l’ombra. L’ombra e non le tenebre.<strong> Il mio sguardo è compassionevole anche quando è feroce, serve alla scrittura, il dolore laconico, l’ho imparato dai nostri maestri russi, è la grande lezione russa, il dolore non si ribadisce, lo devi mortificare, ignorare, così lo esalterai nel suo potere di salvezza.</strong> È il riso con il suono del singhiozzo, persino, capace di seppellire il lettore nello sgomento e nella tristezza. Il dolore nella pozzanghera mirgorodiana di Gogol’. E alla fine l’uomo risorge, sì. E tuttavia non per questa ragione io sia nobilitata, migliore, dedicata all’altro, no, si può essere creature mostruose, fuori quello sguardo, fuori la scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu sei la santa dei sottosuoli, la regina virginea degli inferi della periferia: con un linguaggio visionario, da apocalisse gnostica, garantisci una consistenza narrativa a quella “loggia di sbandati” che è l’umanità di Mazzarrona. Mi pare, però, che la tua lucidità non preluda a una facile ricerca di ‘riscatto’. Dimmi. Dimmi perché quei luoghi sono la tua materia narrativa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Racconto solo la mia vita. <em>Tranche de vie</em>. Non so fare altro. Sono finita nei luoghi sbagliati, tra gli imperdonabili, fino ad amarli. Io stessa lo sono, imperdonabile. Sono fuori dal mondo colpevolmente, una brutta copia della Bess di Von Trier de <em>Le onde del destino</em>. <strong>Ho letto <em>Christiane F. Noi i ragazzi dello zoo di Berlino</em> a nove anni. Mi ha cambiato la vita, forse me l’ha rovinata. Da allora quello sguardo di cui ti dicevo “deragliava”, illuminava i segreti e la laidezza della vita, mi sembrava di averla già conosciuta così marcia e finita a pochi anni. </strong>Ero preparatissima, a pochi anni conoscevo già l’abbecedario del tossico. Gropiusstadt, Haus der Mitt, il Sound, David Bowie, il trip, l’acido che devi calare con un succo di ciliegia, Sense of doubt. Era il mio paesaggio a nove anni. Allora ho capito che c’era una verità, dovevo trovarla, non l’ho ancora trovata. Devo capire ancora, non so cosa, quel tossico forse con l’ago infilato nel collo, Riboldi Gino chino sul cesso di un bagno pubblico (<em>In exitu</em>, Testori) o l’altro che muore steso su una panchina. Così è andata. E da adolescente e poi da adulta sono stata fedele a una militanza funesta, una vita in pezzi forse. E invece no, perché poi tutto mi è stato restituito, gloriosamente, tutto è diventato scrittura. Sono diventate parole, quelle parole che a Mazzarrona non si usavano, erano ridicole, troppo lunghe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ami dal culmine dell’abbandono, forse perfino in una compiaciuta estremità ed eresia. Il narcisismo dei perduti. </strong><strong>È così? Contestami.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, amo dal culmine dell’abbandono. <strong>L’amore è il grande assente. Il narcisismo dei perduti: mi piace. Mi sta bene. </strong>Ma devo essere perdonata e voglio solo perdonare in fondo, così sopravvivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è più denuncia sociale, rivolta civica o atto sacro, liturgia dell’amare e dell’accettare nel tuo romanzo, nelle tue intenzioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non c’è una denuncia sociale, <strong>mi annoia solo l’idea di un romanzo da denuncia sociale. Qualcosa da tessera di partito, inefficace, inutile come una posa.</strong> Soltanto racconto (non mi importa delle intenzioni, agiscono per i fatti loro, non le riconosco), poi io stessa divento simbolo di qualcosa magari. Quella che scrive di periferie o di ubriaconi, vagabondi, disadattati. Senza pietismo, però, per carità. Lo faccio e basta. Il resto mi annoia. La noia è un problema. Ho vissuto così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Era solo la morte degli altri, che avanzava implacabile e lenta, ad avermi contagiato”: che cosa significa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eroinomani, creature esangui. Erano la negazione della vita, una provocazione, un parto cieco. Frequentare eroinomani, sentir parlare solo di ‘roba’, di overdose, spade, rota, Aids, mi aveva fatto ammalare. Frequentare l’ignoranza che per me equivale a una volgarità morale, una volgarità tout court. Mi aveva fatto ammalare.<strong> Dimagrivo, avevo smesso di mangiare, non del tutto però. Non vedevo altro, solo questo orizzonte, pesto, greve. </strong>Solo la morte. Non c’era leggerezza. Era un castigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da dove arriva questo tuo linguaggio che brucia i cliché di certa narrativa contemporanea, che affila il coltello con cui ti punisci? Che cosa leggi, intendo? Che cosa ti piace leggere, dell’oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi leggo <strong>solo testi sacri o classici dello spirito.</strong> Ho amato molto i russi, il neorealismo, alcuni autori americani, ma se vai a vedere scopri che sono poi russi o giù di lì, tipo Saul Bellow (origini lituane).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora cosa ti attendi? Lo Strega, un nuovo libro, uno che ti porti via da tutto bruciando i ponti, niente, tutto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno che mi porti via da tutto, bruciando i ponti.</p>
<p>*<em>In copertina, Veronica Tomassini è interpretata da Francesca Marzia Esposito</em></p>
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		<title>“Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile”</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2019 07:56:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. </em></strong><em>Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le risponde da Praga, poi in un esilio autoimposto, fino alla malattia, che lo obbliga a Tabriz, in Persia. Traffica in antiche mappe celesti e ha fede nel potere sciamanico della tigre di vetro. Cosa significa riconoscersi e amare senza riconoscenza, nell’incondizionato? <strong>Cosa vuol dire oltraggiare le memorie, scandire quell’unico viso – appena desunto dal caso – come un amuleto, contro tutto? “La mia idea ossessiva dell’amore, di un’assenza, o un assedio. La mia ossessione sull’impossibilità, e dunque la lettera. L’epistolario. Ecco, un epistolario sentimentale. Il coraggio di parlare d’amore, passione, desiderio”, così Veronica Tomassini</strong> giustifica questa sfida. “Una forma verbale che sconfigga tutte le altre – senza limiti. Senza gestire l’ignoto”, le ho risposto. In due momenti settimanali, Veronica Tomassini scriverà <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">sul suo blog (qui)</a> le lettere di Vera, io risponderò come Nathan da Pangea. <strong>Un esperimento letterario. Un feuilleton che proviene dal futuro. Senza destinazione.</strong> Di certo, non sappiamo cosa accadrà, cosa faremo, cosa scriveremo, che metri di carne saremo disposti a sacrificare – perché la letteratura è così, si misura in rinuncia e disciplina. Leggeteci. La puntata che precede questa <a href="http://www.pangea.news/delirai-fino-a-mostrare-della-palpebra-la-norma-lepistolario-del-candore-e-del-dolore-di-veronica-tomassini-e-davide-brullo/" target="_blank" rel="noopener">la leggete qui.</a> (d.b.)</em></p>
<p>***</p>
<p><em>Tabriz, 5 giugno 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Puoi riconoscere gli uomini dai denti – delle tue lettere non ho che presagi – una visione che si avvinghia a questo cubo di tende – tutto è una lettera che chiarifica e condanna – la mia è la N, la replica obliqua e doppia della tua, V e <strong>in quel labirinto privo di buio mi perdo, come un uomo dalle cui dita crescono betulle, per il dolore di donare a chi ama un bosco. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sogno le tue lettere, questi esercizi della latitanza, e pretendo da Dio che il futuro sia un cortile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I denti – dicevo. Dai denti puoi numerare il destino di un uomo, capirne il carato del carattere – come se i denti fossero uno zodiaco. <strong>Diversi anni fa a Parigi mi reclamò un collezionista gallonato di svastiche – dicevano fosse il consigliere diretto di Joseph Goebbels. Come sai, per me la Storia è un bicchiere d’acqua </strong>– gli atti umani, anche i più efferati, soprattutto gli imperdonabili, sono uno sfarfallio di mosche al cospetto del Giudizio – come posso sapere se un corpo non è che il calco di un ordine partorito in questo istante da Dio per ragioni che mi sragionano? <strong>Sai che posseggo la meschinità dei santi e la raffinatezza dei perduti – accettai l’invito dell’alto gerarca, sensibilmente alto, di icastica magrezza, cauto nel mangiare – ricordo i lampadari come cupole di medusa, il laido servilismo dei camerieri francesi, il ristorante illuminato come se dessero un pasto nel nucleo abbacinante del sole.</strong> Forse si chiamava Friedrich, ruotava le dita come se potesse portare i continenti alla deriva, citai Hölderlin e Stefan George, così, per rimpolpare le parole con parole dette da altri, già masticate, ma lui fece un cenno, tombale, e sperò che anch’io fossi convinto che l’uomo non è libero, che quando, deliberatamente, compie un atto inesorabile, inesorabilmente ne cascano altri, in sequenza quadruplicata, “come una grandinata di rasoi”, disse così – <strong>non sembrava rassegnato né eccitato, malinconico, forse, come se nel gorgo di quei gesti che riguardano la vita e la morte avesse perduto qualcuno, se stesso nella sintetica forma di un ghepardo, forse.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho venduto al gerarca nazista la mappa celeste disegnata su un manoscritto della <em>Færeyinga Saga </em>– gli islandesi pensavano alle stelle come a scudi, capanne di eroi dimenticati, suoni, richiami d’aiuto: ogni dieci anni, dal retro del cosmo, Fenrir, il lupo, si scatena e divora le stelle, il cielo è buio, fissarlo percuote gli uomini alla follia. “Soltanto lo scaltro che riuscirà a staccare i denti di Fenrir, lunghi come corni, riuscirà a ricreare il cielo, forgiando le costellazioni come si raffina una spada, a seconda del suo desiderio di gioia o di vendetta”, disse l’uomo, citando la saga, toccandosi i denti, straordinariamente lunghi e sottili. <strong>Pensai che quell’uomo era fatto per divorare i propri simili – guardava le creature saggiandone il costato, perché il corpo è l’involucro perfetto dell’anima</strong> – mi congedò, pagando caro. “La vera domanda è capire se <em>noi</em> siamo il lupo, venuto a pulire il mondo dal suo scintillio, o l’eroe che lavora per rubare le zanne della bestia”, disse. <strong>Mi sorrise – denti grammaticali, esagerati, l’emblema della giustizia umana – erano i denti a odorare il tempo – erano i denti a sollecitare la scelta, a esaminare il passo ambio della redenzione. </strong>Vogliono avere dominio sulla vastità stellare, pensai – con quel <em>noi</em> l’uomo si riferiva ai nazi, uniti, congiunti, come un buco nero che reclami ogni precipizio. Delle sue crudeltà seppi più tardi – forse, Vera, vedi, sono corresponsabile dell’orrore che ti è accaduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Più tardi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Chi pensa che la lontananza sia un concime sbaglia, Vera – la nostra fraternità alfabetica ha come scopo l’estasi della vita – <strong>questa tenda mi sembra un igloo – i ricordi vagano come trapezi di ghiaccio e mi feriscono ovunque. A volte sento la malattia nel sangue acquattata come una tigre tra le spighe</strong> – un tempo fui devoto alla tigre di vetro, all’assalto rappreso nella perfezione formale – un tempo per te ho fatto soffiare falangi di tigri di vetro – perché ci proteggessero, soprattutto, dal passato – si può amare l’incontro e l’incorporeo nello stesso istante.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora non so alzarmi – qualcuno urla preghiere da una torre, quelle parole formano una guaina intorno alle case e tutto è intoccabile. Nella strada due ragazzi si picchiano – con una ferocia folle – si spaccano naso labbra mento – <strong>per un attimo ridotti a una fanghiglia di sangue sembra che si vogliano scambiare le facce – non si menano: ma con le mani uno sta fabbricando il proprio viso nel viso dell’altro.</strong> Non più una storia di rancore e di omicidio ma una operazione mistica. Quando gli infermieri, dopo un sadico tentennamento, intervengono, è tardi per entrambi, credo – potrei chiedere di sostituirmi – di uccidermi per la loro seconda vita – se fossi morto sarei da te in un istante, sulle tue spalle, sulle palpebre e sulle labbra, continuamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di notte, forse</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ore capitolano dalle palpebre – il mio corpo, malato, è nel miele, assente dalla cronologia – potrei regalarti l&#8217;eternità, Vera. <strong>“Sfasciata – morsa dalla voragine – senza un consolatore – su zaffiri erigo la tua eredità”, mi hai detto, allora – allora io ti rispondo, “L’abbandono è durato un istante – nell’eternità dell’amare ti raccolgo”. A volte la luce mi pare un secolo</strong> – ho una città sul cranio – con un chiodo intuisco costellazioni inedite, per te, lungo le gambe del letto – abbindolato dalla cecità verifico nuove quote all’abbandono – avremo il tempo di una cosmografia?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ancora, per te</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il siberiano ha un nome ebreo, Enoch, e sulle sue braccia sono tatuate due tigri del Nord: il muso si snoda sulla mano, dal polso. Di notte Enoch muove le braccia – ha gli occhi chiusi – “combatto”, mi dice più tardi. <strong>Mi mostra le palpebre su cui sono tatuati due piccoli soli – racconta della sua patria, Novaja Zemlja, me la descrive, si snoda sul Mare di Barents “come il balzo di una bestia”, dice – dice che lì “la luce è generata dalla terra, il ghiaccio è una patria e nessuno ha paternità sulla morte, siamo pietrificati nel santo”.</strong> Dice che ogni giorno il suo spirito vola da Tabriz a Novaja Zemlja e là combatte, per esaltare quel tratto di terra dalla cattività sovietica – “noi non abitiamo, siamo lampeggianti”, mi dice, come se i fucili fossero versetti biblici.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovrei donarti qualcosa Vera – devo donarti una città, una terra – una collana di costellazioni. Devo dare a qualcosa il tuo nome perché tu esista, mia, sulle labbra di tutti, nei censimenti e nelle cronache, nelle case e nei fiumi, nel contrabbando e nella corsa verticale del bosco, nella matematica censurata dagli iceberg. <strong>Da bambino mi piacevano le illustrazioni dei re che combattevano sui giaguari, a petto nudo, con un mantello su cui era dipinta l’Orsa Maggiore. Avrei voglia di prendere la pace per il collo, di sradicare una terra e aggiogarla alle nuvole per dartela come pegno nuziale. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti chiamerò Antartide.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ora</em></p>
<p style="text-align: justify;">Scrivere un trattato sul candore – questo è il dovere. <strong>Candidarsi al candore. L’innocenza è una turba dei monaci, di chi vuole dissennare il turpe – il perdono appartiene ai re sanguinari, è il pregiudizio dei fanatici, dei devoti al vizio che adorano obbedire alla grazia.</strong> Il candore non ha altra certezza che il turbine del bianco – non chiede non teme non travalica. Tu sei il candore, Vera.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>L’uomo che ha fotografato Woody Allen, Michael Jordan, Tinto Brass e il “solista del mitra”: dialogo con Alberto Bortoluzzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 07:48:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hai fotografato Woody Allen? Inizio così, vagamente curiosa e un tantino gelosa, il mio dialogo con il fotografo e giornalista Alberto Bortoluzzi. Naso leggermente aquilino, un pizzetto brizzolato, lo sguardo da ragazzino, divertito e originale. Una laurea in Scienza Geologiche nel 1987, poi la scelta di dedicarsi completamente alla fotografia. Ha collaborato con molte riviste [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Hai fotografato Woody Allen? Inizio così, vagamente curiosa e un tantino gelosa, il mio dialogo con il fotografo e giornalista Alberto Bortoluzzi. Naso leggermente aquilino, un pizzetto brizzolato, lo sguardo da ragazzino, divertito e originale. </strong>Una laurea in Scienza Geologiche nel 1987, poi la scelta di dedicarsi completamente alla fotografia. Ha collaborato con molte riviste nazionali, pubblicato diversi libri e ha realizzato mostre; tra le varie una a Palazzo Reale a Milano sul cinema, nel 2010.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65584 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/woody-Allen-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/woody-Allen-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/woody-Allen-768x510.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/woody-Allen-1024x681.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/woody-Allen.jpg 1184w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Ci diamo appuntamento al bar, la finestra si affaccia su un incrocio, un paio di semafori e le automobili che sfrecciano a tutta velocità, lui che si beve un’aranciata amara</strong> (una scelta d’altri tempi), io un caffè amaro, mentre osservo la sua felpa, rossa, <em>Think Pink</em>. Anche se oggi molti si dicono fotografi, per ora non ne conosco uno che possa dire di aver fotografato lui, il regista Woody Allen, uno dei mostri sacri viventi. Ma Bortoluzzi ne parla come se niente fosse, come un seduttore parla di una sua conquista importante, con lo stesso sguardo sornione, mentre accarezza il ricordo e lo racconta agli amici. Milano, Teatro degli Arcimboldi, qualche anno fa, il 2005 (tra l’altro, scopro che Allen si esibirà di nuovo lì a fine giugno: sono ancora in tempo). La sua orchestra si chiama <em>New Orleans Jazz Band</em> e lui suona il clarinetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’era? “Woody Allen era molto schivo, forse anche un po’ stronzo, almeno per noi che dovevamo ritrarlo.</strong> Gli organizzatori avevano dato il permesso di fotografarlo soltanto per i primi due pezzi e noi fotografi dovevamo rimanere ai lati del palco. Lui, per tutta la durata dei primi pezzi, teneva gli ‘occhi bassi’, una fatica bestiale riuscire a cavarne qualcosa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sei riuscito poi a immortalarlo? “Alla fine del primo pezzo, ho pensato: non ho niente da perdere, eludendo la security, mi sono buttato sotto il palco, a pochi metri da lui. Ad un certo punto, Woody Allen si è girato verso il musicista al suo fianco per chiedergli qualcosa ed è lì, in quell’istante, che è diventato mio”.</strong> Sei riuscito ad incontrarlo? “L’ho atteso davanti ad una porta secondaria, da dove sarebbe dovuto uscire, è arrivato anche l’allora sindaco di Milano, Gabriele Albertini, abbiamo atteso a lungo, invano, e poi abbiamo desistito”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molte fotografie sono frutto del caso e di un pizzico di fortuna, Bortoluzzi spesso ha conquistato uno scatto in modo rocambolesco, come quando ha fotografato Michael Jordan, al Palatrussardi a Milano: “avevo con me una macchina Hasselblad 6&#215;6, una follia, con rullo 120 in bianco e nero, quando già imperava il digitale.</strong> Intorno a Jordan c’erano guardie del corpo, dei neri a dir poco enormi (Alberto Bortoluzzi non è certo esile o di bassa statura, <em>ndr</em>). In più avevo un obiettivo corto (altra follia), tutti avevano scelto i teleobiettivi. I gorilla impedivano alla folla di fotografi di avvicinarsi a Michael Jordan. Anche questa volta un fotografo ha saltato le transenne e siamo scattati tutti verso di lui. Uno della security, che come stazza sembrava un giocatore di baseball americano, continuava a riempirmi di gomitate nello stomaco. Gli ho promesso che se la smetteva, non mi sarei più mosso da quel punto e finalmente ho ripreso a respirare. Pochi istanti e Jordan si è alzato per uscire dal campo; uno scatto a vuoto (mannaggia le macchine vecchie!) e poi il flash finalmente è partito, un piccolo miracolo, lo scatto di lui che saluta quando ormai non ci speravo più”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65585 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Reinhold_Messner-300x300.jpg" alt="" width="216" height="216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Reinhold_Messner-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Reinhold_Messner-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Reinhold_Messner-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Reinhold_Messner-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Reinhold_Messner.jpg 999w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" />Faccio scorrere il dito sullo schermo del cellulare, mi sono collegata al suo sito<a href="http://www.albertobortoluzzi.com/pagine/home.html" target="_blank" rel="noopener"> (www.albertobortoluzzi.com),</a> nella sezione<em> Portaits</em>, ci sono i ritratti, e dietro a ciascun volto, la storia di un incontro. <strong>Personaggi particolari, con un certo carattere, come il celebre alpinista Reinhold Messner: “tutti questi personaggi hanno in comune un certo carisma</strong>, come Messner, con quel suo italiano ruvido che ho conosciuto al teatro Condominio di Gallarate, in occasione di una sua conferenza”. <strong>O ancora con Tinto Brass venuto a Varese per la proiezione di un suo film. “L’ho fotografato poi a casa mia. È bastato un attimo che una intera bottiglia di Prosecco fosse finita. Pensando a lui, mi ero procurato un manichino femminile completamente nudo”.</strong> Nella fotografia di Bortoluzzi, Tinto Brass, con sguardo compiaciuto e sigaro acceso, rimira la bella e calva modella senza veli.</p>
<p style="text-align: justify;">I ritratti sono diversi, industriali come Saturnino De Cecco, tanti gli sportivi, artisti, giornalisti, Dan Peterson, Valentino Rossi, Giovanni Soldini, Gualtiero Marchesi, <strong>c’è anche Luciano Lutring che sussurra<em> sh</em> alla canna di una pistola, lui il “solista del mitra”. “Ho passato un intero pomeriggio a casa sua, dipingeva e scriveva libri noir. Non avevo paura.</strong> In qualche modo mi affascinava. Ricordo le sue mani, aveva mani che sembravano badili. Mi ha raccontato la storia della sua prima rapina, avvenuta per sbaglio. Adorava la nonna che lo mandava sempre a pagare le bollette. <strong>Un giorno, in un ufficio postale nessuno lo prendeva in considerazione, così ha sbattuto talmente forte il pugno sul tavolo che hanno pensato fosse una rapina, vedendo la pistola alla cintura. Ma la pistola era senza caricatore, la usava per fare il figo con le ragazze. Gli è sembrato così facile fare una rapina che, a questa, ne sono seguite molte decine. </strong>Gli hanno dato due ergastoli e poi l’amnistia. In cella, per tirare su quattro soldi, si era messo a disegnare fumetti porno, mi ha raccontato che il direttore del carcere ordinava di rastrellare le gabbie per leggersi l’ultima creazione di Lutring”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65586 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/mike_bongiorno-298x300.jpg" alt="" width="214" height="216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/mike_bongiorno-298x300.jpg 298w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/mike_bongiorno-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/mike_bongiorno-768x773.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/mike_bongiorno.jpg 1011w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />La magia della fotografia è quella di fermare il tempo e, come si dice, se si è bravi, di rubare l’anima. <strong>Così chiedo ad Alberto Bortoluzzi com’è andato l’incontro con Mike Bongiorno, a Mediaset. “Una persona gentilissima, un uomo d’altri tempi, un vero professionista.</strong> Una delle cose che più mi aveva colpito di lui, ormai molto vecchio, era vedere la sua trasformazione quando saliva in scena, era come se venisse alimentato dalla corrente, quando scendeva dal set, tutto di colpo, si spegneva e tornava semi-immobile. Riguardo al giallo del furto del suo cadavere? Chissà se poi l’hanno poi ritrovato. Mancano oggi figure di questo livello in qualsiasi ambito, e soprattutto così disponibili. Peccato!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Le fotografie in copertina e nel corpo dell’articolo sono pubblicate per gentile concessione di Alberto Bortoluzzi </em></p>
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		<title>“Ti ho amata con l’indifferenza che si cede a ciò che uccide”: il feuilleton della crudeltà di Brullo &#038; Tomassini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2019 07:23:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 14 marzo 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è piccolo, giallo e con selvatica certezza sa che la poiana non fuggirà dalle sue mani – poi depone il rapace tra le gambe, il collo leggermente premuto dalle ginocchia, da cui sboccia il becco, come l’elsa di un’arma. <strong>La scena è strana: è come se l’uomo stesse imbottigliando la bestia, come se potesse distillarla in innumerevoli altre. La poiana non può muoversi e con una finezza femminile l’uomo, che ignora la codardia e il cinismo, estrae l’ago infilato nella giacca, il filo è sottile, di ferro.</strong> L’ago buca l’aria, appare e scompare come una lettera di fuoco, mentre l’uomo sigilla le palpebre della poiana, per sempre. Il rapace non si ribella – “tu pensi che così sia innocente?”, mi dice il tizio, mentre la bestia sbanda, sulle zampe ignare, nella stalla, con la stessa intraprendenza di un cucciolo d’uomo, fissata da altre poiane, nella vasta gabbia cilindrica, in mezzo all’aula. “Devono vedere cosa le accadrà, perché gli uomini sono stati creati da una menzogna, ma il resto del creato ha valore di verità”, dice, accennando agli uccelli, resi bellissimi dalla resa. <strong>Poi corre, afferra la poiana, esce dalla stalla e la pianura è sterminata tanto da accecarti, come una lastra di luce, e lancia la bestia nello stomaco dell’aria. La poiana vola, sterza, si alza – “scoprirà se ha un’anima, se è il frammento di una frase sgrammaticata”, dice.</strong> L’uomo ha i denti davanti spaccati, gli occhi blu, dice di essere stato un domenicano, poi ha capito che non puoi estrarre la trachea a Dio per farne un flauto o una cerbottana. “Ho cucito gli occhi dei cavalli”, mi dice, fiero. “Spaziano per la pianura con ritrovata eleganza – la cecità li esilia in una ferocia da dèi sconfitti – sembrano tigri, la carne li allieta”. Non ho accettato ospitalità in quell’allevamento dell’orrore – ma ho capito, Vera, che noi siamo così, poiane cieche, cavalli spaventati come tigri, uomini a cui hanno sigillato gli occhi, e che scoprono ere dentro di sé, una pianura che è linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Preferisco i luoghi di confine perché si sono uccisi a torme, perfezionando una idea deforme di intimità, di fede. A Iasi si sentono ancora le urla degli impalati di cinque secoli fa, dei santoni che piegavano l’anatema biblico in macchina da guerra. <strong>Lungo il canale del Bahlui, dove il muschio sembra la Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, l’inutilità della lingua degli angeli, ho imbiancato le distanze. Proprio perché sei l’ultima ti ho scelta – ma il tuo linguaggio eroso nel ricatto</strong>, quella patetica paternale sui perduti che obbliga chi ti ascolta a censire un miracolo, meraviglia il mio esilio. Smettila di fare la supplice – lascia che sia io il tuo supplizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa sono stato ospite di Henry de Montherlant, lo scrittore, a Parigi. Ha acquistato una carta celeste fabbricata in Mongolia, tessuta sulla pelle di un cavallo. <strong>Ne era affascinato perché i Mongoli raffigurano il cosmo come un labirinto concentrico, scintillante di stelle, al centro del quale, al posto del Minotauro, è assisa una tigre bianca, che chiamano <em>Khan</em>, il re. Dopo la morte, il compito dell’anima non è quello di eludere il labirinto né di conoscerne l’aritmia matematica, ma esaurirlo, affrontando la tigre bianca. </strong>L’anima che saprà dormire dentro il petto della tigre, dopo averlo squarciato, potrà patteggiare una pena favorevole per i propri parenti ancora in vita e plasmare per loro sogni arditi nella benevolenza. Di Montherlant ricordo la retorica, un censimento di rose e di coltelli, i capelli spettinati, la vestaglia, femminile, su cui era stampato uno sciacallo che vomitava sciami di stelle dalle narici, il corpo solido, ligneo. <strong>In sala, nudi, si aggiravano due ragazzini. “Non creda alla lussuria come a un elisir”, mi disse, “è un veleno – questa ventata di vigore mi uccide, un corpo nudo ha il nitore del fallimento”.</strong> Aveva 47 anni, chiudeva gli occhi, parlando.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 15 marzo 1950 </em></p>
<p style="text-align: justify;">In un certo dialetto rumeno ‘Iasi’ significa ‘crisi’ – <strong>sai che ti ho amata con l’indifferenza che si concede a ciò che può ucciderci</strong> – quando fanno l’amore, gli uomini sono un mostro a quattro gambe, due teste e una bocca dai denti moltiplicati, un ideogramma che soltanto il tradito è in grado di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">“Affila la tua crudeltà, devi esserne all’altezza” – e io le ho risposto, “non è il bene a essere crudele?”. Volto l’accusa a te: <strong>sai essere abbastanza crudele, sai abolirti nel bene? Dicono che nell’orda dei topi che gli rosicchiava le caviglie San Francesco scoprisse una esegesi evangelica.</strong> Ho passato il giorno in albergo a scrivere alle altre – per ora sono sei, un numero rotondo, solare. Alcuni uccelli sbattono contro le finestre della camera, si rialzano, volano, sbattono ancora, inferiori come mosche – forse si sta alterando la forza di gravità e tra poco le mie giunture lunari si squaglieranno. Una donna, poche ore fa, ha sfollato il piacere – dai suoi capelli ho cercato di trarre il futuro di questa città, di tramutare in fioritura la sua malattia. Sei donne, capisci? Se ne è andata con l’ambiguità di una poiana. <strong>A una ho scritto, “ho la disperazione dei privilegiati – che sono amati, ma cercano amore, ossessivamente, dove non c’è – per garantirsi un’aurea sintonia con il precipizio”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho avuto notizie di tuo padre – penso di incontrarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">La perversa pigrizia di questo luogo, cementificato in uno spazio astorico, escluso, mi dissangua, dissuade da ogni atto – potrei morire nel sonno. <strong>Il cielo, di notte, mi sembra così conosciuto da sembrarmi troppo poco – altre volte le costellazioni si scombinano, come un corpo sfracellato e pieno di dadi, e tutto è troppo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti ucciderai inghiottendo queste lettere – lo sai, vero?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan  </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/">“Ti ho amata con l’indifferenza che si cede a ciò che uccide”: il feuilleton della crudeltà di Brullo &#038; Tomassini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</title>
		<link>https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2018 15:11:51 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/">Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Per la barba di Tolstoj. Proprio così. Fu la barba di Tolstoj. Poi dalla barba di Tolstoj passammo alla punta per le incisioni di Giorgio Morandi. Poi mi raccontò di quando un giovane Pasolini, addobbato alla fascista, portò in gita una scolaresca bolognese. Tra i pupi – incantato dall’eleganza e dall’elegante oratoria di PPP – c’era anche lui. Giancarlo De Carolis, classe 1923, era un uomo d’altri tempi?</em></strong><em> Macché. Era un uomo che ad ogni parola inventava un futuro ancestrale. Proprio così. Era un esteta nell’arte del paradosso. D’altro canto, incisore eccellente, sapeva che per far vedere una cosa devi scavare, vedi ciò che non c’è, vedi il vuoto. Devo dire che fui incantato. Per la barba di Tolstoj. Nel 2015, con l’editore Raffaelli, pensiamo di pubblicare una parte dei magnifici, miliari “Diari” di Tolstoj. Raffaelli fa le cose in grande e affida l’illustrazione di Tolstoj a Giancarlo De Carolis. <strong>La xilografia proposta dal grande De Carolis, ‘Deca’ per gli intimi, è un capolavoro: dopo svariati bozzetti l’artista opta per un Tolstoj dalla barba immane. Difficilissima da realizzare, opera di raffinatezza nello scavo.</strong> ‘Deca’ ha vissuto, nell’anima, da artista, a Rimini è stato un medico ortopedico indimenticato, di fama: <strong>ha preso lezioni, a Bologna, da Giorgio Morandi e ha sposato una sua talentuosa allieva, Giuliana Mazzarocchi, pittrice assai apprezzata da Francesco Arcangeli, tra gli altri.</strong> Una vita segnata da un destino d’arte – lo zio, Adolfo De Carolis, è stato il massimo incisore del Novecento italiano; il papà, Dante, tra le altre cose, ha dipinto i velivoli di D’Annunzio quando il Vate ha fatto l’impresa aerea su Vienna – e di dolore – il figlio, Mattia, muore imbarcato sul ‘Parsifal’, nel 1995, durante una delle tragedie nautiche più gravi della storia recente – quella del ‘Deca’, interrotta questa notte, forse mentre dialogava con i suoi avi pittori. <strong>I suoi “Aforismi e noterelle” sono libri formidabili – esempi: “Ci sono scrittori che scrivono per essere letti ed altri per leggersi” – che non trovate nelle grandi catene librarie; le sue incisioni sono speciali, ma non le trovate alla Tate o nelle gallerie di arte contemporanea; la sua verve, la sua vibrante intelligenza sono irriproducibili.</strong> In un articolo l’ho definito come uno jedi, un antico maestro, uno che non sta nelle enciclopedie, ma nelle encicliche del cuore, uno che ha fatto davvero la storia. <strong>L’ho conosciuto grazie al grande architetto Fabio Mariani, che è riuscito in una impresa straordinaria: quest’anno la Biennale del Disegno di Rimini ha dedicato una mostra alle <a href="http://www.biennaledisegnorimini.it/mostre/giancarlo-de-carolis-xilografie/" target="_blank" rel="noopener">“Xilografie e Carte” di De Carolis</a></strong>, mentre in altro contesto erano esposte opere dello zio Adolfo. Finalmente l’opera del ‘Deca’ messa in mostra insieme ai grandi artisti di ieri e di oggi, lui, giovane incisore di 95 anni! <strong>Gli ero simpatico e un giorno tirò fuori da una cartellina un breve memoriale. Ricordava il suo incontro con Pier Paolo Pasolini.</strong> Fui sorpreso e commosso. Ne scrissi qualche articolo. Ora, in memoria, e anche per tentare un po’ di ‘archivio’ intorno a un personaggio tanto luminoso da preferire le zone d’ombra e i flutti del pudore (ma visitarlo nella sua casa-studio era una festa delle intelligenze e del buon umore), ricalco alcuni articoli pubblicati negli anni. Il primo è stato pubblicato il 17 agosto 2017 su ‘Rimini 2.0’ e ripreso dal Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia; gli altri, precedenti, sono stati editi da “La Voce di Romagna” e proposti, in forme diverse, a ‘il Giornale’. &#8216;Deca&#8217; era una personalità eccentrica, imprevedibile, aliena al noto, inafferrabile; l&#8217;anima elettrica di un bimbo lo percorreva. Ci vuole genio per vivere così, altro che Picasso. (Davide Brullo)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<figure id="attachment_64636" aria-describedby="caption-attachment-64636" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64636" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-300x217.png" alt="Deca" width="300" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-300x217.png 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-768x555.png 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2-1024x740.png 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/4Linoleumgrafie_2.png 1159w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64636" class="wp-caption-text">Alcune opere di Giancarlo De Carolis per il Club Nautico di Rimini</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Se non sei un artista, pazienza”: incontro con il ‘Deca’, l’ultimo maestro</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>11,30, Bar Embassy, arriva il maestro</strong>. Un tempo per incontrare un ‘maestro’ si facevano chilometri, si viaggiava per mesi. Non c’è bisogno di andare all’Atene di Aristotele. Negli anni Sessanta a valanghe atterravano a Parigi ad ascoltare Jacques Lacan e Roland Barthes. Che sia stato tempo ben speso, lo dirà il tempo. <strong>Quanto a noi, basta andare al Bar Embassy, Rimini, ‘marina’, intorno alle 11,30. Di solito, al tavolino, siede un tipo baffuto, d’incomparabile eleganza – spesso indossa indimenticati papillon – con bastone fedele al fianco.</strong> Occorre farsi ghermire dalla qualità della chiacchiera – un’arte antica e tramandata – di costui, che è un viaggio nel tempo, così piena di arguzia e di dolce cinismo. <strong>Giancarlo De Carolis, classe infinita, è una specie di ruspante Mosè di questo lato di mondo. Già medico di pregio, ha vissuto immerso nell’arte: suo zio, Adolfo De Carolis, è il massimo incisore del secolo scorso, ha illustrato le opere di Gabriele d’Annunzio – compresa la <em>Francesca da Rimini</em> – e di Giovanni Pascoli, è autore che si studia nelle scuole d’arte. </strong>La moglie di De Carolis, invece, Giuliana Mazzarocchi, già amata insegnante, è pittrice di valore, scoperta da Giorgio Morandi – alle cui lezioni partecipava pure il ‘Deca’, come è battezzato amichevolmente – di cui Francesco Arcangeli ha scritto, “è in lei una costanza, una necessità, una incapacità alle deviazioni dannose che fanno della sua opera qualche cosa di felicemente acquisito; qualche cosa cui ci si può riferire con sicurezza”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Osservavo Pasolini con un misto di ammirazione e antipatia”</strong>. Artista ‘esploso’ in veneranda età, notevolissimo incisore – da collezione le cartoline per il Club Nautico riminese, fatte, per altro, anche in memoria di Mattia De Carolis, scomparso tragicamente nel 1995, in mare, a bordo del ‘Parsifal’ – il ‘Deca’ ha una conoscenza eccentrica della storia dell’arte. Quanto a me, io lo amo anche come scrittore. <strong>Le sue storie, delicatamente rètro, con un retrogusto di irosa malinconia – ad esempio, la placca <em>Le mamme ai Giardini Margherita</em> – hanno le cadenze di un mondo perduto, perciò bellissimo. Tra i testi che conservo con una certa gelosia c’è un dattiloscritto del 1985 in cui il ‘Deca’ ricorda “l’inverno 1938/1939, un tempo così lontano per situazioni e cultura che vien da rabbrividire a pensarci”.</strong> Che ha di bello quella storia? Che il ‘Deca’ incontra, in una gita studentesca, <strong>Pier Paolo Pasolini, “in perfetta divisa del Guf (Gioventù universitaria fascista): sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri”. </strong>A causa “di una mostruosa attitudine allo studio”, Pasolini, a 17 anni, è già all’Università. “Io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, lo confesso. Questo ‘enfant prodige’ che si permette di andare all’Università a 17 anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del Guf, l’<em>Architrave</em>”. La scena in cui il giovane Pasolini prende con sé i liceali e racconta loro le “storie di boscaioli e di neve, di madri e di animali, di lavoro duro e di poco pane, di solitudine” del suo Friuli, e i ragazzi sono lì, “presi, affascinati (…) per l’interesse che ci suscita con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata”, è bellissima. Il racconto, che dura 15 pagine dattiloscritte, insolito rispetto alla bibliografia pasoliniana ‘ufficiale’, mi sembra straordinario. Ho tentato – finora inutilmente – di farlo pubblicare a un editore che sappia valorizzarlo. Ritenterò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Street Art? Una degenerazione</strong>. La bibliografia personale del ‘Deca’, artista instancabile e polimorfico, aforista quasi di professione, è ormai faraonica. Solo per l’editore riminese Raffaelli, stampate per gli amici in copie risicate, ha pubblicato cinque libretti. L’ultimo, ancora in forma di taccuino, s’intitola <em>Piccolo zibaldone sull’arte moderna e contemporanea </em>ed è un tesoro di ispirazioni. De Carolis s’è messo in testa di ricapitolare l’ultimo secolo artistico, dall’Art Déco (“Il Liberty è una forma di arte signorile, patrizia anzi. Per questo, non fu popolare”) alla Pop-Art, con una intelligenza icastica, sarcastica <strong>(“La Street Art è una contumelia contro ogni ‘distinzione’ e una ‘degenerazione’ artistica dell’Arte”; “La pittura di Mark Rothko è la pietra tombale della grande Arte”; “Se non sei un artista, pazienza. Cerca però di gestirti come tale”)</strong> che ricorda il Witold Gombrowicz del <em>Corso di filosofia in sei ore e un quarto</em>. Il manoscritto, è in attesa di editore pure quello. Sentirlo leggere dal vivo dal suo autore, è una rara esperienza in una città nota e risaputa come Rimini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vogliamo un catalogo dei ‘grandi vecchi’ riminesi. E una mostra</strong>. Sintesi dell’articolo. Andrebbe stilato un catalogo dei ‘vecchi maestri’ di Rimini, come il ‘Deca’. Sono monumenti viventi più utili dell’Arco d’Augusto. Bisogna rincorrerli, registrarli, metterli a disposizione dei riminesi come un ‘bene pubblico’. I vecchi maestri, quando non sono rimbecilliti dal contemporaneo, sono molto più interessanti dei comuni mortali, afflitti dalla vita, frastornati dal sistema dei consumi costi quel che costi – e quanto costa… Quanto al ‘Deca’, artista di prestigio, ho un’altra idea. Alla prossima Biennale del Disegno bisogna metterlo in mostra, in scena. No, non intendo le sue opere – l’Assessore alle arti attuale non sa andare oltre il perimetro tribale dei propri pregiudizi. <strong>Bisogna mettere in mostra lui, il ‘Deca’. Una stanza. Una poltrona. Una scrivania piena di fogli. Una libreria. E la gente. <em>Mezz’ora con Giancarlo De Carolis detto ‘Deca’, artista riminese d’altri tempi</em>. Ecco il titolo della mostra. </strong>Si varca la stanza, ci si siede di fronte a lui. Si parla, si condivide un caffè. Soprattutto, si ascolta. Che bello. <em>(17 agosto 2017)</em></p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pasolini fu giovane e fu fascista. Ricordo intriso di “luce notturna”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gioventù fascista. Nella recente e improvvida santificazione di Pier Paolo Pasolini, nessuno ha voglia di ricordare la pagina nera. <strong>Già, anche Pasolini è stato fascista. Come tutti, per carità. Allievo modello al Liceo Galvani di Bologna, PPP brucia le tappe (nel 1939, a 17 anni, per meriti gli è concesso di discutere la maturità e poi di iscriversi all’Università bolognese) collabora ad “Architrave”, foglio della Gioventù Universitaria Fascista</strong> (in cui, a dirla tutta, si sono sgranchiti la penna anche Enzo Biagi, Roberto Roversi e Francesco Arcangeli, per dire di alcuni), e su “Il Setaccio”, rivista della Gioventù Italiana del Littorio. Una memoria di quegli anni, anzi, un <em>Ricordo di Pier Paolo Pasolini studente</em> ci proviene, come un sontuoso fossile, da Giancarlo De Carolis, figlio d’arte (lo zio Adolfo è tra i massimi artisti liberty del Novecento, illustrava i libri di Pascoli e di D’Annunzio; il padre, Dante, ha decorato i velivoli con cui D’Annunzio ha volato su Vienna), d<strong>i un anno più giovane di Pasolini, compagno al Liceo Galvani, che nel 1939 incontra il poeta</strong> (nel 1941 comincia la scrittura delle <em>Poesie di Casarsa</em>, subito notate da Gainfranco Contini) in un Campeggio invernale a La Villa in Val Badia. Un ricordo, in realtà, che ha preso forma di fascicolo dattiloscritto di 16 pagine, redatto in origine nel 1985, per far memoria dei primi dieci anni dalla morte di Pasolini. <strong>De Carolis tira fuori lo scritto oggi, dopo lo scotto di allora: “inviai la mia memoria al Fondo Pier Paolo Pasolini di Roma. Nessuno mi ha mai risposto, probabilmente giudicarono lo scritto di scarso interesse”.</strong> Ma cosa dice questo scritto di tanto urtante per la vulgata?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Niente. De Carolis, narrando con saggia delicatezza il «campeggio invernale» promosso, «nell’inverno 1938-39 a cavallo fra Natale ed Epifania», dal GIL, «l’organizzazione giovanile fascista», non dice niente di strano, ma qualcosa di ovvio e nello stesso di rimosso: che tutti a quel tempo non potevano non dirsi fascisti.</strong> L’incontro con Pasolini accade a La Villa, appunto, in Val Badia, all’ora di pranzo. «Manca qualcheduno, lo denuncia la sedia non ancora occupata. Aspettiamo. Ed ecco che, quasi ad arte, fa la sua entrée Pier Paolo Pasolini». Con i quasi coetanei (De Carolis ha un anno meno di lui) Pasolini, «in perfetta divisa del GUF: sahariana nera con spalline azzurre, fazzoletto pure azzurro al collo, calzoni grigi da cavallerizzo, stivali neri», non dialoga, «erano tanti più immaturi di lui», che si ergeva abissale e ostile. <strong>D’altronde, lui, «a causa di una mostruosa (così allora mi pareva) attitudine allo studio, a furia di saltar classi, si era trovato all’Università precocissimamente». Il fatto di essere “superdotato” «doveva inorgoglire il ragazzo», che non era affatto simpatico, ostentando «un atteggiamento misto di sussiego e di presunzione, ma soprattutto di vanità [&#8230;]. Il tutto amalgamato poi da una fortissima carica di esibizionismo che gli sarà poi utilissima per esprimere e far accettare quelle doti d’intelletto che indubbiamente possedeva in maniera fuor dal comune».</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’epifania del diverso. Durante i reiterati pranzi insieme, Pasolini «siede a capotavola, sulla mia destra, due posti dopo il mio», vuole le attenzioni di tutte le cameriere, fa qualche battuta in direzione di «un bel ragazzo molto bruno, dai capelli nerissimi e riccioluti», donandogli l’epiteto, «Montanari, sei bello come un fiore nero», scatenando domande: «Cosa vuol dire PPP con questa frase? [&#8230;] È forse solo un omaggio innocente alla bellezza non senza una punta d’ironia, da parte del poeta che sta per nascere».<strong> Pasolini sconcerta, «io l’osservavo con un misto di ammirazione e di antipatia, questo “enfant prodige” che si permetteva di andare all’Università a diciassette anni e che subito era divenuto collaboratore del giornale letterario del GUF». </strong>Eppure, ci sono due passaggi, in questa clamorosa e tersa memoria, che ci fanno palpare il Pasolini ancora ragazzo, profezia dell’intellettuale che sarà. Pasolini «impeccabilmente vestito da sciatore anteguerra» che seduto «su di un gradino delle scale che portano ai piani superiori», raccoglie a sé i ragazzi, <strong>«narrando avventure del suo Friuli che sembrano fiabe», «con le sue parole che ci sembrano nuove, così lontane da tutta la retorica che ci viene ammannita in un frastuono di propaganda urlata, ogni giorno». E poi Pasolini, di notte, quando «la neve scricchiola sotto gli scarponi, fa freddo, il cielo è stellato come sa essere solo in montagna», che sta «solo, fermo, colpito da quella luce notturna», che non vuole nessuno se non la solitudine, «non vuole perdere il contatto magico con la natura assoluta, cosmica».</strong> Così, di spalle, inoltrandosi nella natura e nella Storia, quel «ragazzo che il destino aveva segnato per un futuro drammatico, con cui avrebbe pagato il privilegio di una sensibilità e di un’intelligenza eccezionali», quel ragazzo, soltanto un ragazzo tuttavia già precocemente adulto, che lasciava in chi lo incontrava l’«oscura coscienza di sentirlo “diverso”», era già altrove, era già un eretico, nel nonluogo di una glaciale malinconia. <em>(4 novembre 2015)</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Per mio padre Gabriele d’Annunzio ha rimandato il volo su Vienna”: dialogo con Giancarlo De Carolis</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrivania è piena di fogli. Lui si muove come il suo “folletto dei boschi”, creatura evanescente, ironica, inafferrabile. Scatena il tavolo. Tira fuori l’opera. <strong>«Ho lavorato a questo per tutta l’estate». Il volto di Lev Tolstoj. «Vedi, il problema era la barba, come fai a inciderla?». Mi mostra la matrice, che compra a Praga, come gli strumenti per graffiarla.</strong> Il volto del vecchio Tolstoj, che andrà ad adornare un libro edito prossimamente da Raffaelli, scavato con genuina rapacità, è rude e mistico. Per ispirarsi «mi sono rivolto a Emil Nolde e a Ernst Kirchner», ma soprattutto, dico io, alla sua sapienza atavica. Si aggira nello studio con elfica leggiadria, Giancarlo De Carolis. Classe 1923. Tra i più ispirati incisori di questa terra. <strong>Recluso al quinto piano della sua casa riminese, in un palazzo alle spalle del mitologico Embassy, pressoché ignorato dagli artisti ignoranti e globalizzati, «l’unica mostra che ho fatto? Nel 1964, a Urbino, insieme a Renato Bruscaglia e a Pietro Sanchini. Adesso è una perdita di tempo». </strong></p>
<figure id="attachment_64637" aria-describedby="caption-attachment-64637" style="width: 191px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64637" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-191x300.jpg" alt="Deca" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-768x1209.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-651x1024.jpg 651w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755-1320x2078.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolstoj-e1545231959755.jpg 2023w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" /><figcaption id="caption-attachment-64637" class="wp-caption-text">Lev Tolstoj secondo Giancarlo De Carolis, 2015</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Giorgio Morandi? Un cretino-genio. Bologna, anno di grazia 1947. In mostra, accademici e dilettanti. Giuria composta da Roberto Longhi, Francesco Arcangeli e Giorgio Morandi. «Partecipai anch’io, ma cosa vuoi, nessuno si accorse di me&#8230;», sussurra De Carolis, con il suo spirito corrosivo. Piuttosto, Morandi si accorge della moglie di De Carolis, Giuliana Mazzarocchi, sua allieva e futura, indimenticata professoressa al Liceo classico di Rimini, quello frequentato da Fellini. <strong>«Morandi impiegava dieci giorni per spiegare ai suoi studenti come costruirsi da soli una punta per incisioni, che potevi comprarti con due lire. Per questo dico che è un “cretino-genio”: quando gli parlavi sembrava un po’ sciocco, ma la sua opera è straordinaria, ovvio. Anche Albert Einstein è un “cretino-genio”&#8230;». </strong>La punta per incisioni di Morandi è a casa di De Carolis, con tanto di firma. «Mia moglie non riuscì a farsela da sé. Allora Morandi le regalò la sua».</p>
<p style="text-align: justify;">Dagli astrattisti alle cure per la virilità. De Carolis non è un artista accademico, al contrario, «la storia dell’arte fatta dalle Accademie ha frenato la curiosità, l’iniziativa davvero ispirata». Cresciuto in una famiglia di artisti, lo hanno obbligato a mettere la testa a posto, a studiare medicina. <strong>Pratica al “Rizzoli” di Bologna, si specializza a Parigi e negli Stati Uniti, diventa un ortopedico di fama. La professione non lo distoglie dall’arte, «che frequento, anzi, gioco, da quando ho sette anni». Nel 1949 è a Firenze, arretra dall’ambiente dei medici, «non mi piaceva affatto il loro snobismo», frequenta Vinicio Berti, Alvaro Monnini, Gualtieri Nativi e Mario Nuti, i fondatori dell’“astrattismo classico”. «Bravi pittori. Anche se con loro litigavo un po’». Perché? «Perché per me l’arte è soprattutto libertà. </strong>Non può esistere una differenza ideologica e pregiudiziale tra astratto e concreto: alcune cose vanno fatte in astratto, altre ricorrendo alla forma». A Firenze però diventa famoso per ben altre magie. «Lavoravo per l’esercito, mi chiamavano il “curatore di uccelli”». E ride, De Carolis, con la sua eleganza un po’ dandy, un po’ dadaista. Che vuol dire? «C’era un napoletano che aveva un problema proprio lì. Necessitava di una circoncisione. Lo operai. Il giorno dopo viene da me, “caro dottore, sono solo un tenente, ma lei mi ha fatto un uccello da ufficiale!”». In quegli anni De Carolis conosce anche Walter Reder, l’ufficiale delle SS responsabile della strage di Marzabotto. «In quel periodo era mio prigioniero, per così dire. Aveva un’altissima percezione del “dovere militare”, non penso sia totalmente colpevole di quei fatti, ma la questione è molto delicata. Ricordo che passava le giornate a leggere la “Divina Commedia”, era molto educato».</p>
<p style="text-align: justify;">Il decoratore del Vate. Artista fuori dai canoni, che si prende in giro (è capace di convincerti che la sua opera migliore è un’incisione stampata su una maglietta che celebrò, nel 1984, i 50 anni del Club Nautico di Rimini, mentre, distrattamente, ti fa svolazzare sotto il naso un vero capolavoro, l’autoritratto del 2010, “L’incisore dalla bocca torta”), che «non faccio classifiche perché l’arte non è mica una gara di biciclette», <strong>però poi si produce in corrosive didascalie (su Giuseppe Capogrossi: «poveretto, condannato a fare scarafaggi per tutta la vita&#8230;»; su Ottone Rosai: «non capisco perché sia così famoso. Non sa dipingere. Certo, qualche paesaggio, nonostante lui, per caso, gli è venuto bene»), De Carolis non ha potuto fuggire dalla mania di famiglia.</strong> Lo zio, Adolfo De Carolis, è tra i massimi incisori del secolo scorso, ha illustrato i libri di Giovanni Pascoli e di Gabriele D’Annunzio. Insieme al papà di Giancarlo, Dante, tra le molte commissioni, affresca il Palazzo del Podestà di Bologna.<strong> «Sa, per mio padre il Vate posticipò il suo famoso volo su Vienna&#8230;», attacca l’aureo erede. Che vuol dire? «Mio padre, Dante De Carolis, era un ottimo decoratore. Fu richiamato dal fronte per espressa volontà di Gabriele D’Annunzio. Gli chiese di dipingere con vessilli dannunziani i dodici velivoli “Ansaldo S.V.A.” che avrebbero sorvolato sull’Austria». </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mette in guardia Papa Francesco. Consapevole che «è finita l’epoca dei grandi quadri ad olio, ormai siamo bombardati di immagini, Internet ti disorienta», DeCarolis combatte la battaglia nell’eremo del suo appartamento-bunker, come un sopravvissuto, ridendo. Nei suoi progetti, oltre alle superbe incisioni “marine”, c’è la scrittura di uno “Zibaldone dell’Arte moderna e contemporanea”. Aforista micidiale (fa stampare tutto, in copie numerate, dall’editore Raffaelli), <strong>ha messo in guardia Papa Francesco («La Chiesa cristiana che converge sempre più verso la “sinistra”, non si rende conto del rischio mortale che corre»), sa che «oggi ci sono “scuderie” di artisti ispirati da critici-manager», e che il segreto dell’arte è che «il buon artista ama fare ciò che gli è naturale fare». </strong>Semplice. Che DeCarolis sia l’ultimo dei saggi, una specie di ipnotico maestro jedi? <em>(12 settembre 2015)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ciao-deca-ci-lascia-giancarlo-de-carolis-lultimo-degli-jedi-plurinovantenne-conobbe-morandi-fece-una-gita-con-pasolini-in-divisa-fascista-suo-padre-dipingeva-gli-aerei/">Ciao “Deca”! Ci lascia Giancarlo De Carolis, l’ultimo degli jedi. Plurinovantenne, conobbe Morandi, fece una gita con Pasolini in divisa fascista, suo padre dipingeva gli aerei di D’Annunzio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Mi spiace per te, ma sei il nuovo Moravia”: scazzottata verbale tra Davide Brullo e Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/mi-spiace-per-te-ma-sei-il-nuovo-moravia-scazzottata-verbale-tra-davide-brullo-e-matteo-fais/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2018 08:01:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La pensiamo opposta su tutto – per questo ci vogliamo tanto bene. Lui ama Houellebecq, per dire, che io trovo uno scrivano di terza fila; lui morde la carne insipida della vita, consapevole di ciò che è certo – nulla è e se anche fosse non sarebbe conoscibile, dunque nulla ha senso: questo è Sesto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La pensiamo opposta su tutto – per questo ci vogliamo tanto bene. <strong>Lui ama Houellebecq, per dire, che io trovo uno scrivano di terza fila; lui morde la carne insipida della vita,</strong> consapevole di ciò che è certo – nulla è e se anche fosse non sarebbe conoscibile, dunque nulla ha senso: questo è Sesto Empirico mica Massimiliano Parente – io cerco Dio perfino nel frigorifero, figurandomi nell’abulico neon sopra il barattolo scaduto di tonno un abominio di galassie. <strong>Fais è un anatomista del dolore, un chirurgo della pece quotidiana, un senza pace, io sono una specie di re presunto in assenza di Golia, uno che traduce l’arpa in coltello e viceversa</strong>, che cerca l’oro del verbo, mentre Matteo, verbosamente, costruisce trappole grammaticali nella melma. Così, ci vogliamo bene – io amo chi mi è gemello all’opposto, perché non mi sopporto, non sopporto la mia scrittura nitida e perfetta e la mia poesia visionaria, glossolalica, ho bisogno di chi mi riporti alla realtà, che io mi ostino a sbriciolare con un vezzo di cerbottana. Ad esempio. Matteo Fais ha appena pubblicato per Robin Edizioni il nuovo romanzo, <a href="http://www.robinedizioni.it/nuovo/storia-minima" target="_blank" rel="noopener"><em>Storia minima. </em></a>L’ho seguito da vicino: <strong>si rovinava le giornate per speculare intorno alla disposizione di una virgola e alla decenza di un aggettivo e alla declinazione della copertina – Fais in fondo, è uno che nell’orrore entra con i calzini intonati al colore degli occhi, con avida sinuosità. </strong>Io, di mio, avrei scritto una ‘Storia magica’, una ‘Storia maxima’, perché, ancora, che infantile, credo nel libro assoluto e nella parola che squaderna i mondi, nel verso che spacca il cranio di Dio. Invece, <strong>devo credere a Franz Krauspenhaar, che ha creduto in questo romanzo fino a scrivere una intro assai partecipe e guerresca: “l’autore se ne sbatte delle grandi migrazioni e dei nostri tragici tempi cantati da molti nell’astrazione, senza vera passione</strong> – come fa il radical chic che se la gode come un pazzo, ma poi si prende a cuore problemi sociali che non vede nemmeno, perché preferisce pensarli in modo platonico. Al contrario Fais prova a raccontarli crudelmente attraverso la vita minima di un giovane scoraggiato”. <em>Storia minima</em>, devo dire, risollevati dal senzasperanza, ha un paio di pregi. Il primo è che mi ha svelato. <strong>Sono un radical chic. Sono radicale – i morti mi paiono più vivi di tanti viventi – e sono chic, cioè addestrato all’esasperata eleganza.</strong> La seconda cosa è la compassione. Fais alterna crudeltà a inaudita delicatezza, la sconfitta all’adesione totale – mai accomodante, mai comoda – alla vita. Nella vita, d’altronde, si entra con occhi di terrore, gonfi di turbe: occorre sostituire questa iride – malmessa dai tempi – con quella dei giaguari. <strong>Poi gli dico che questa spietata compassione mi ricorda Moravia, proprio così, </strong>un Moravia che con il taglierino si è messo a triturare il nuovo millennio, relegandolo a scalpiccio. Ma tu pensa… il mio amico Matteo Fais è il nuovo Moravia. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64541 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-203x300.jpg" alt="Fais" width="161" height="238" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-768x1135.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-693x1024.jpg 693w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12-1320x1951.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/foto-1-12.jpg 1556w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />Intanto, perché scrivi? Perché scrivi quello che scrivi, intendo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ah, dunque questa è un’intervista seria! Proprio come quelle che fai ai veri scrittori. Allora, aspetta che mi apro una bottiglia di vino e mi metto in posa davanti a una bella libreria stracolma di testi che non ho letto… <strong>Perché scrivo? Perché nessun altro l’ha mai fatto – di scrivere quello che scrivo io, intendo dire – o, se non altro, non in molti, da diversi decenni a questa parte. </strong>Se è pur vero che massimo dieci, venti autori in un secolo riescono a imprimere una svolta a livello stilistico, è altresì indiscutibile che la realtà è troppo variegata per essere decostruita unicamente da quei pochi innovatori dell’espressione. Vedi, là fuori c’è un mondo assurdo: gente che muore di fame, vittime di un mercato del lavoro assassino, eccetera eccetera. I poeti e gli scrittori di che cosa parlano, invece? I primi insistono nel far rime bucoliche, come se ci fosse ancora una natura simile, se non identica, a quella che circondava Leopardi – come sappiamo bene, tra le rarissime eccezioni, ci sono Simone Cattaneo e Andrea Italiano. Oppure, a livello narrativo in particolare, gli autori sfornano inutili <em>divertissement </em>e scopiazzature di vecchi romanzi sadomasochisti, come nel caso delle <em>Cinquanta sfumature</em>. Capisci bene che raccontare il nostro tempo è un dovere morale e la letteratura un mezzo affinché nella mente delle masse si faccia largo una visione critica della realtà che altrimenti resterebbe confinata nei testi di sociologia e filosofia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che palle le storie “minime”, non sarebbe meglio scrivere le storie “enormi”, irraggiungibili?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma neanche per sogno! <strong>Che due coglioni, invece, sta smania di scrivere opere eterne, destinate a catturare una volta per tutte l’essenza dell’Uomo al di là di qualsiasi tempo e spazio. Tutte stronzate derivanti dalla trasposizione in ambito letterario di principi mutuati da una visione religiosa e platonica: l’iperuranio con le idee fisse, il Paradiso, l’Eternità, l’Infinito.</strong> Capisco che l’uomo abbia nostalgia di una qualche stabilità – ecco spiegata l’ossessione per l’Infinito –, ma temo si tratti di una pia illusione. Niente è immutabile, l’Uomo con la “u” maiuscola non esiste. In tanti hanno provato a scrivere l’opera definitiva, come tanti hanno provato a edificare una filosofia che non necessitasse successivamente di ulteriori riflessioni. Ognuno di questi ha fallito miseramente, peccando di presunzione. <strong>Hanno fallito Dante, Boccaccio, Balzac, Proust. Le loro sono certamente delle grandi imprese letterarie, ma sono storiche, non eterne. Rispetto a me e a te, questi hanno unicamente avuto la fortuna, considerato che il tempo nel passato <em>scorreva </em>molto più lento di oggi, di riuscire a creare una realistica istantanea di un secolo, forse di due.</strong> Quello che ho scritto io oggi, al contrario, è destinato a essere uno specchio al massimo del decennio, o poco più. Forse una parte, almeno una certa dimensione morale dei miei personaggi, non muterà così facilmente, ma molti dei problemi che descrivo, in meno di cinquant’anni, saranno legati a un universo praticamente preistorico. Pensaci: incontri in chat, disoccupazione legata alla crisi, ragazzi scoraggiati ecc. Tra qualche decennio, scoperemo per mezzo di una tuta elettronica e il lavoro non esisterà più perché sostituito dall’automazione robotica – la fantascienza odierna diventerà realismo e attualità. Per concludere, lascia che precisi una cosa. Pochi anni prima che nascessi, siamo entrati in quella che si chiama “condizione postmoderna”. <strong>Le grandi narrazioni sono finite. È iniziata l’epoca del pensiero debole. Raccontare credendo di poter parlare a nome dell’universo intero, dell’uomo che sta in Africa come di quello del Sud America, o anche solo per un’intera generazione, sarebbe follia e stupidità. </strong>Rilassiamoci tutti quanti: oggigiorno ogni romanziere è destinato a essere un <em>autore minimo</em>, una flebile voce nel coro della storia – volutamente scritta con la “s” minuscola.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu dirai che il tuo riferimento per il libro è Houellebecq. Io direi Moravia. Come la prendi? Giustifica le tue fonti.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ammetto che la tua considerazione non è superficiale – in parte mi hai smascherato. Ho sempre amato Moravia, fin dalle scuole superiori. Non tanto il primo – anzi, quello non mi piace per niente –, ma il secondo. L’ho letto da cima a fondo. Sto parlando, per intenderci, di <em>La noia</em>, <em>L’uomo che guarda</em>, <em>Io e lui</em>,<em> La vita interiore</em> e via elencando. <strong>A ogni modo devo contraddirti: il mio punto di riferimento, oggi come oggi, è Michel Houellebecq. Ma in Moravia, si potrebbe dire, c’è molto di quello che poi sarà Houellebecq.</strong> Semplicemente quest’ultimo analizza la società occidentale nella sua decadenza. L’autore di <em>Gli indifferenti</em> viveva in una realtà diversa, in un certo senso infinitamente più limitata. L’Occidente, sempre con licenza parlando, non esisteva ancora come entità, come forma dello spirito, almeno non fino in fondo. Per Moravia c’era l’Italia e, di conseguenza, la sua indagine volgeva sulla realtà nazionale. E lo faceva con gli strumenti giusti: Marx e Freud, il denaro e il sesso. Elementi simili li ritroviamo oggi in Houellebecq, l’economia neoliberista e la competitività estesa all&#8217;ambito della sessualità (da qui il titolo del suo primo romanzo, <em>Estensione del dominio della lotta</em>). Il motivo per cui il mio riferimento è lo scrittore francese sta nel fatto che Moravia resta comunque un moderno, mentre Houellebecq è, almeno in principio, un postmoderno, un frutto del pensiero debole. È vero, lui critica tale visione, ma al contempo vi è immerso. <strong>Vive entro la fine di ogni grande narrazione, proprio come me. Ai tempi di Moravia era tutto più netto e manicheo. Ma certo vi è molto di quest’ultimo nel tuo umile affezionatissimo.</strong> Penso, per esempio, al protagonista di <em>La noia</em> e al suo fallito tentativo di abbandonarsi al flusso vitale. Il mio personaggio è altrettanto inetto e fallimentare, votato allo scacco per intrinseca incapacità di adesione sfrenata, dionisiaca, all’esistente, senza la mediazione culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’altro ci resta da narrare: ancora una vita sfibrata, una vita emarginata, una vita violenta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E di che vuoi che parli, di una gita sull’Himalaya come Cognetti?! Mutuando una fantastica espressione dai giovanissimi, direi “Ma anche no, grazie”.<strong> Vivere mi fa male, vivere in questo mondo ancora di più – non che abbia idea di come sarebbe stato in altri tempi, o parti del mondo, ma sinceramente non credo meglio. La vita è violenta, sfibrata, emarginata, ma aggiungerei anche terribile, piena di avversità, pastoie, oscenità, tristezza, orrore, tremore, malattie, e sesso con ragazze che ti confessano di aver letto solo Fabio Volo </strong>– roba che rivaluti anche quelle che non hanno mai letto un libro. Comunque, prima che qualcuno pensi a me come a una persona seria, vorrei sottolineare che il dolore, quando arriva al parossismo, mi porta a sorridere – la miseria è tanta che, a volte, mi chiedo se non sia tutta una colossale presa per il culo.</p>
<figure id="attachment_64542" aria-describedby="caption-attachment-64542" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64542" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/fais-300x169.jpg" alt="fais" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/fais.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64542" class="wp-caption-text">Matteo Fais deve sempre fare la faccia da str***o</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Canti l’alienazione o la vitalità? Canti l’agnizione del nulla o l’estasi nella gioia? La dissoluzione o la dissipazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cantare, che parolone! Meglio sarebbe dire che stono su uno spartito illeggibile fatto di scarabocchi insensati e lugubri, quello dell’esistenza dell’uomo occidentale. Quindi, no, mi spiace, chi fosse in cerca di vitalità, estasi e gioia, è meglio che legga altro. Non fraintendermi, piacerebbe anche a me intonare panegirici a “il corpo elettrico” e altre dolci amenità alla Whitman. Per carità, versi interessantissimi, trascinanti, inebrianti. <strong>Domando scusa ma, come avrebbe detto Leopardi a quel manipolo di invasati liberali, questo tempo sarà anche fantastico, ma io rivendico la mia infelicità, il mio diritto a non trovare gran parte del nostro vivere sensato e lieto.</strong> Però bisogna che inizi a dire qualcosa di un tantinello meno simile ai testi dei Joy Division, altrimenti qui la gente comincerà a toccarsi le palle, come al passaggio di un funerale, e ci manderà a fanculo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Mi ributtai su Zola, Balzac, Flaubert, quel vecchio mandrillo di Philip Roth. Ascoltavo, nel mentre, per rilassarmi, Herbert von Karajan che dirige Beethoven”, fai dire al tuo antieroe – che pare uscito da un’<em>Arancia meccanica</em> con manganello nell’anima. Qual è il libro che ti ha dato uno scatto, uno schianto? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Un’<em>Arancia Meccanica</em> con manganello nell’anima”! L’ho detto che tu sei il più forte. A volte, ti leggo e mi chiedo da dove le tiri fuori certe espressioni. Se fossi donna ti amerei carnalmente, ma per fortuna ho solo testosterone galoppante in me – e poi ci pensano già ampiamente le femmine a tirarmelo nel didietro, quindi non offenderti. Venendo alla questione da te posta, direi che certamente <em>Estensione del dominio della lotta</em> e <em>Le particelle elementari</em> sono i due libri in cui mi sono identificato maggiormente e di cui ho amato massimamente lo stile – li potrei rileggere anche per l’eternità e credo che mi toccherebbero ogni volta il cuore e la mente, a tratti inducendo in me il pianto. <strong>Sì, lo confesso, ho letto alcuni brani delle <em>Particelle </em>con le lacrime agli occhi. Hai presente il passaggio in cui Annabelle, la bella ex ragazza, oramai ridotta a una quarantenne sola, dopo una vita all’insegna della libertà sessuale, aborti e via disperando, scopre di avere il cancro?</strong> Alla resa dei conti, anche lei ha fallito miseramente, mancando del tutto la felicità, pur essendovi apparentemente destinata. Sì, forse avrà avuto qualche orgasmo, ma più che altro un manipolo di maschi tarantolati le hanno ficcato il loro cazzo dentro, per il puro gusto di potersi poi vantare di aver chiavato una gran fica. Ecco, la maggior parte di noi si ritroverà così, fottuta e con un cancro, a pensare, in preda agli ultimi fremiti, “Non è possibile. Tutto sta volgendo al termine e non c’è stato realmente niente”. Siamo animali condannati alla consapevolezza, quindi alla sofferenza. Non vado avanti, ho di nuovo le lacrime agli occhi. E, comunque, non ho spiegato bene il punto. Mi sono lasciato prendere dall’emozione… Ma va bene lo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dici la sessualità, la cosa vulnerabile del dire letterario: perché? Che valore “di rottura” ha oggi, in letteratura, il sesso, che cosa intendi ribadire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il sesso di per sé non ha alcun valore di rottura. Forse potrebbe averne l’erotismo – quello vero –, in questi tempi così falsamente libertari, ma a me non interessa. <strong>Io dico il sesso perché il sesso è rivelatore. Il nostro è meccanico, pornografico, un’esigenza compulsiva indotta per via televisivo-telematica, al fine di vendere perizomi, che nella maggior parte dei casi si riduce a uno scambio glaciale.</strong> Siccome volevo raccontare il presente, non potevo esimermi dal mettere il sesso in ogni pagina – del resto, è ovunque. Dovevo raccontarlo nella mesta crudezza di questo tempo così antierotico. In sintesi, non è il sesso a essere di rottura, ma lo sbattere sulla pagina una raffigurazione il più realistica possibile di come ci siamo ridotti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fai sempre la parte del fustigatore degli intellettuali “di sinistra”: perché? Cosa t’importa della politica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come potrei non curarmi della politica? Lei si curerebbe comunque di me. Oh cazzo, ho appena citato Lenin, dannazione! Scherzi a parte,<strong> la scrittura è un atto politico, come scegliere di tirare molotov, o mazzi di rose, contro una sede di partito.</strong> Sta a ognuno di noi decidere se imitare Andreas Baader, o il pakistano che cerca di farsi la giornata. Per il resto, io non ho niente contro gli intellettuali di sinistra, ammesso che appunto siano “di sinistra” e non i soliti stronzi che senza il supporto del PCI non avrebbero neppure fatto i commessi alla Feltrinelli – e mi perdonino i commessi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credi in Dio o va di moda credere nel niente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti sembro uno che sta dietro alle mode, fossero anche intellettuali?! No, comunque, non credo in Dio e neppure mi comporto, come diceva il filosofo, come se lui esistesse pur senza avere fede. <strong>Ho una mia morale… forse, boh, non so. In generale direi che critico il mondo, ma ne sono parte. Sono insomma una mela guasta che si ribella al marciume.</strong> E guai a chi non ha niente a che fare con ciò che critica! Sarà di sicuro il più ammorbante e fasullo dei moralizzatori. Io non credo in Dio, ma il cattolicesimo non è certo una religione fessa: i santi, prima di essere tali, sono stati i peggiori peccatori. Del resto, solo un demonio posto vicino a Satana può prendere coscienza di essere all’inferno e tentare di risalire. Chi si trova già in cielo non può avere aspirazioni per l’ascesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è lo scrittore più sottovalutato e quello più sopravvalutato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sai che ti dico, questa è una domanda oziosa. <strong>È pieno di sopravvalutati e di sottovalutati. Per una volta, preferirei essere costruttivo e quindi ti menziono quelli meno noti che, secondo me, meriterebbero maggiori attenzioni: tu, Francesco Consiglio, Francesco Dezio, Andrea Campucci, e pure io – che cazzo!</strong> Leggetevi le mie recensioni settimanali e troverete il resto dei nomi. Non per far capire fino in fondo che sono un pirla, ma lasciami fare un appello ai lettori: <strong>ragazzi, non esistono solo i classici, ci sono tanti esordienti e sconosciuti che non valgono meno degli altri, solo che nessuno se li calcola. Leggeteli.</strong> Il mondo letterario non si ferma nel magazzino di una casa editrice. Anzi, che si fottano tutti i magazzini pieni di Cognetti e Saviano, e le librerie che non ti ordinano il testo, anche se sei distribuito da Messaggerie, perché altrimenti è solo fatica in più. Comprateci online, nel caso, che siamo pure scontati!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è l’evento che ha segnato la tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo la mia prima e agognatissima volta. Sono tornato dalla tipa, convinto che da quel momento tutto sarebbe andato per il meglio. Lei declinò infastidita il mio invito. <strong>Fu allora che compresi che la gloria è un attimo, poi tutto torna come prima, se non peggio. Menzionerei inoltre il giorno in cui mia madre è morta. Sai, di solito crepa sempre qualcuno che non sei tu o chi ti sta vicino.</strong> Ecco, in quel momento ho sperimentato sulla pelle che era proprio vero quello che avevo sempre pensato in precedenza: vivi nell’infelicità e non c’è redenzione, né happy ending. No, cazzo, muori proprio e fine dei giochi. Non avrai più un altro giorno per sperare finalmente nel sopraggiungere strombazzante della gioia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’invidia ti pare un gesto nobile? Invidi qualcuno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dì la verità, questa domanda te l’ha suggerita Marzullo? Quell’uomo è un genio, ha lanciato un filone a cui tutti si sono adeguati. Senti, ragazzo mio, che ti devo dire. <strong>No, l’invidia non è una bella cosa e soprattutto quella negativa, cioè l’invidia che ti porta ad azioni di ripicca nei confronti di quelli più fortunati di te. </strong>Poi c’è un’invidia positiva che ti spinge, invece, a crearti delle alte aspirazioni. Quindi sì, invidio chi scrive meglio di me. Insomma, ti invidio, dunque spostati o sparo, così da divenire io il Mega Direttore Galattico di Pangea.news.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi&#8230; che senso ha la vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho capito: Brullo e Marzullo sono la stessa persona… MARIA, IO ESCO.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Ora vi spiego perché John le Carré è un genio (l’anno prossimo uscirà il romanzo numero 25) e perché bisogna leggerlo per ri-fare l’Italia</title>
		<link>https://www.pangea.news/ora-vi-spiego-perche-john-le-carre-e-un-genio-lanno-prossimo-uscira-il-romanzo-numero-25-e-perche-bisogna-leggerlo-per-ri-fare-litalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 11:36:45 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Leonardo Sciascia diceva che <em>Il Gattopardo</em> lo metteva in difficoltà per i fatti che enunciava, e non come libro preso nel suo insieme. I fatti – non i libri – ci mettono in crisi. <strong>E questo si capisce bene nella metro di Londra, dove uno sguardo sufficientemente letterario può cogliere un lettore tramite il suo libro</strong> (ma non nel senso dell’appiattimento verbale che annulla la consistenza dello scrittore parlandoci solo di interpretazioni). Lo sguardo si depositerà così, attratto da un vortice magnetico all’altro, su una lettrice di <em>Dracula</em>, intorno ai 19 anni, tratti somatici vagamente orientali russi; su un’ammiratrice di Durrell, quello de <em>La mia famiglia e altri animali</em>, lei si capisce è un po’ hipster,  ma aggraziata; poi su un lettore di Asimov, rigorosamente tascabile e sdrucito, un giovane coi capelli da Caparezza,  una sorta di mulatto; <strong>sulla più simpatica, una ragazza bassina e robusta come una guerriera che legge il <em>Chisciotte</em>; sulla bella scandinava alta un metro e novanta che legge McEwan; e infine lo sguardo divagante si posa sul bislacco italiano che legge Dickens in lingua. </strong>E che legge sul giornale dato gratis in metro, la sera, <strong>che dopo l’estate uscirà <a href="https://www.theguardian.com/books/2018/dec/10/john-le-carre-agent-running-in-the-field" target="_blank" rel="noopener">il venticinquesimo (esatto: 25) romanzo di John le Carrè.</a></strong> Dove il protagonista della storia di spionaggio avrà solo 26 anni. In Inghilterra il sistema funziona e le spie sono cooptate da quando sono all’università – basti pensare che il quotidiano della metro, <em>Evening standard</em>, è stato fondato nel 1827, dov’era l’Italia nel 1827?, sicuro, era uscita la prima stampa degli <em>Sposi promessi</em>, mentre a Navarro, dopo l’estate, la flotta di Sua maestà britannica metteva sotto i Turchi e si prendeva pezzo per pezzo l’Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">(Chiedo pace all&#8217;anima di Manganelli che si faceva avvincere dai <em>Promessi sposi</em>, testo a fronte 1827, sguardo alle varianti, mente alle congetture)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E lo dico perché credo che la letteratura, se non ci porta dentro la vita per spezzarla, ci dice poco o nulla. Ecco perché sono stato fulminato da le Carrè.</strong> Uno che scrive bene di cose che conosce molto bene. Dico del Servizio, che in Italia la mania persecutoria e sinistrorsa della magistratura letterata ha chiamato al plurale ‘Servizi’ (tutti deviati, poveri cocchi). Dò qui soltanto un suggerimento. <strong>Leggere le Carrè in lingua si può, perché in italiano è tra gli autori peggio tradotti.</strong> Si capisce che serve immedesimazione per cogliere l’atmosfera rinunciando alla comprensione esatta che dà solo la lingua madre (con buona pace dello scrittore puro prestato alla cattedra, lo zio cattivo Nabokov). Due parole su le Carrè.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se partite dai romanzi degli anni Sessanta troverete uno stile fluente (<em>Looking Glass war</em>). Se prendete i testi voluminosi degli anni Settanta (<em>Honourable schoolboy</em>, <em>Smiley&#8217;s people</em>) avrete uno stile fermo, ma deciso, in una perplessità maschia.</strong> Poi con gli anni Ottanta le Carrè dà la sua risposta all’ondina Marcel Proust (<em>A perfect Spy</em>: per poco Kubrick non ne fece un film, peccato perché sarebbe venuto fuori un <em>Full metal jacket</em> senza sparatorie inutili). <strong>Oppure, apogeo, con <em>The little drummer girl</em>, per capire il Servizio del Mossad e come si avviluppa con e contro gli Arabi. Altro pezzo da novanta: <em>Our game</em> (la nuova Russia dopo la caduta del Muro, senza le fesserie ottimiste dei progressisti in salsa italica, ma con la follia lucidissima dell’osservatorio inglese),</strong> <em>The night manager </em>(le molte vite di un guardiano di notte spedito dal Servizio sulle tracce dei commercianti d&#8217;armi). E ancora: <em>Single and Single</em> (il traffico di sangue e di esseri umani sotto il manto della legge e delle multinazionali di consulenza, vedere le ultime novità su McKinsey per farsi un&#8217;idea di come le Carrè non abbia calcato troppo la mano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In conclusione: Feltrinelli e Mondadori che l’hanno tradotto non sanno che cosa avevano in mano.</strong> Segno della provincia a cui si relega l’Italia (nello stesso segno positivo in cui al tempo di Augusto era provincia la Palestina, o la Gallia. Io credo, provoco (e <em>mi</em> provoco): se un liceale italiano leggesse le Carrè magari non lo capirebbe come un <em>british</em> purosangue, col suo retrò imperiale a base di geopolitica illuminata – Grande Gioco-<em>Kim</em>-Kipling per spezzare i potentati locali tramite agenti sul campo. L’italiano non capirebbe tutto ciò, ma metterebbe sotto pelle le nozioni. E ne verrebbe un capolavoro. Gli italiani, come i Francesi, non pensano con gli schemini anglosassoni, tanto meno coi circuiti elettrici degli yankee. <strong>Ne verrebbe un’Italia dalla tempra nuova. Non più (solo) la docile provincia letteraria rimasta con Renato Serra al palo</strong>, senza capire <em>chi è Kim. </em>Basta che il nostro italiano legga anche Dickens. Se la Gran Bretagna non avesse avuto un romanziere cilindrata Dickens, non avrebbe tenuto il suo Impero.  Perché Dickens insegnò agli inglesi l’autoironia e l’intelligenza comica, e che i numeri non esauriscono tutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come ha detto una scrittrice persiana, bisognerebbe leggere <em>Lolita</em> e il suo erotismo a Teheran. Io proporrei di far leggere nell’Europa delle app stile Tinder un romanzo di Dickens.</strong> Diranno che i ragazzi non hanno tempo per questo? E se qualcuno dicesse loro che Tinder è stato inventato da un genio (Jonathan Baden) influenzato da uno scienziato (BF Skinner) il quale condizionava i piccioni affamati facendo credere loro che beccare a caso portava cibo immediato? Ecco la pastura, ecco la morte mediatica del sentimento, ecco spiegato lo <em>swipe</em> di Tinder. Urge uno zabaione romantico a base di Dickens, le Carrè e tante, tante spie.</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
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		<title>Sfera Ebbasta è come Kurt Cobain, canta la noia, il disagio, la rabbia. Ora potete anche insultare, ma il risultato non cambia</title>
		<link>https://www.pangea.news/sfera-ebbasta-e-come-kurt-cobain-canta-la-noia-il-disagio-la-rabbia-ora-potete-anche-insultare-ma-il-risultato-non-cambia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 13:16:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>So che grazie a questo titolo avete cliccato per leggere l’articolo, e molto probabilmente per insultare l’autore di tale scempio. No, Sfera Ebbasta non è proprio come Kurt Cobain, state tranquilli, ma neanche così diverso, ed è dura dirlo da fan sfegatata di Cobain che odia il rap. Non credo che Sfera lascerà un segno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sfera-ebbasta-e-come-kurt-cobain-canta-la-noia-il-disagio-la-rabbia-ora-potete-anche-insultare-ma-il-risultato-non-cambia/">Sfera Ebbasta è come Kurt Cobain, canta la noia, il disagio, la rabbia. Ora potete anche insultare, ma il risultato non cambia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>So che grazie a questo titolo avete cliccato per leggere l’articolo, e molto probabilmente per insultare l’autore di tale scempio. </strong>No, Sfera Ebbasta non è proprio come Kurt Cobain, state tranquilli, ma neanche così diverso, ed è dura dirlo da fan sfegatata di Cobain che odia il rap. Non credo che Sfera lascerà un segno nella storia della musica ma mica è detto. Non è nessuno fuori dall’Italia perché canta in italiano, non ha venduto milioni di dischi in tutto l’universo, non lo ascoltano anche in Polinesia, <strong>ma per i nostri giovani ragazzi italiani è una sorta di Cobain e negarlo vuol dire essere diventati vecchi, dei dinosauri, dei nostalgici</strong>, anche se la sua musica non ci piace e non si può paragonare a quella dei Nirvana (sempre per noi vecchi nostalgici).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfera riempie i palazzetti dello sport, proprio come faceva Cobain. In quel piccolo locale delle Marche avrebbe dovuto fare un dj set, non un live vero e proprio. Sfera è un idolo come Cobain. Sfera è trasgressione, come lo era Cobain.</strong> Molti giovani si sentono rappresentati da Sfera, proprio come accadeva con Cobain. I giovani che lo ascoltano non sanno neanche chi è Kurt Cobain e di certo non lo hanno mai ascoltato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rock è morto, su questo non c’è dubbio, e oggi la trap tira molto più del rock. Non c’è rockstar che possa competere con le visualizzazioni di YouTube e gli streaming di Spotify di un trapper. Oggi è il web il banco di prova, non tanto i live o la vendita di dischi.</p>
<p style="text-align: justify;">E la strage di Corinaldo non è certo colpa di Sfera Ebbasta e dei suoi testi. Kurt Cobain cantava di droga, di depressione, di suicidio, ma se molti ragazzi si sono uccisi per emularlo non è comunque colpa di Cobain.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche Sfera Ebbasta canta la noia, il disagio, la rabbia. I giovani stanno male, si sentono senza speranza, senza futuro, sognano i soldi, proprio come canta Sfera Ebbasta</strong>, e qualche canna rende le giornate più leggere, che c’è di male. E l’alcol annega i dispiaceri, le paure, le ansie, come è sempre stato. Tanti di voi si saranno ubriacati a quattordici anni. Tanti di voi a quell’età fumavano già le canne. E i dodicenni di oggi non sono i dodicenni di trent’anni fa. Sembrano dei diciottenni, sono più maturi di quello che pensiamo. Con internet vengono a conoscenza di cose che prima era impossibile raggiungere. L’età della maturità è cambiata, come è cambiata l’età dell’anzianità, che proprio in questi giorni è stata spostata a 75 anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse la colpa è davvero soltanto dei genitori, che non sono più capaci di dire no</strong>, che non si fanno rispettare, che permettono tutto, che se il figlio prende 4 a scuola picchiano il professore, non il figlio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni di quei ragazzini erano al concerto con i genitori. Non c’è neanche più il gusto di scappare da casa e di fare le cose di nascosto.</strong> E questo perché forse, sotto sotto, a certe mamme piace Sfera Ebbasta che osanna il denaro, perché in fondo lo sogna anche lei il denaro, per sé e per suo figlio. Anche ai concerti di Fedez è pieno di mamme, ma lì vanno bene perché Fedez è un bravo ragazzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricordo che a dodici anni costrinsi mio padre a portarmi al cinema a vedere <em>Il Corvo</em> che era vietato ai minori di 14 anni. Mi accompagnò perché era curioso anche lui e perché voleva farmi felice.</strong> Ricordo che rimase scioccato: per quale diavolo di motivo ero voluta andare a vedere un film in cui c’erano un sacco di morti, eroina, sesso, violenza? Se lo avesse saputo non mi avrebbe mai accompagnato e mi avrebbe categoricamente vietato di vederlo chiudendomi in casa. (Non sapevo nemmeno io che fosse così duro.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché a dodici anni volli vedere quel film? Perché a dodici anni non sei più un bambino e non vedi l’ora di crescere.</strong> Perché vieni a conoscenza dell’esistenza della morte e la tua infanzia finisce per sempre, e inizi ad avere fretta, fretta di sapere, di conoscere, di vivere. Non accetti che dovrai morire, non lo capisci, non lo trovi giusto, e alcuni cominciano a cercarla la morte, ad andarle incontro, proprio per esorcizzarla. Vuoi provare tutto, vuoi fare quello che fanno i grandi e non vedi l’ora di andare a sentire Cobain o Sfera Ebbasta per sentirti meno solo e un po’ compreso. Perché Cobain era trasgressivo e contro tutti e faceva musica che molti genitori e adulti odiavano perché stupida, demoniaca, per ragazzini. Proprio come Sfera Ebbasta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No, la colpa non è nemmeno dello spray al peperoncino che esiste da decenni e che ora è una moda perché crea scompiglio, attira l’attenzione e permette di fare meglio le rapine. Non è colpa dei giovani se sono morti dei giovani. Si può morire così, eccome.</strong> Si poteva evitare, certo, come tante altre morti assurde, ridicole, perché è la vita a essere assurda come ci ha insegnato il grande Albert Camus. C’è chi muore per un boccone andato di traverso. Chi esce di casa e va sotto un’auto. Chi a tre anni muore di cancro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si può morire così perché la morte ti prende quando meno te l’aspetti. Dopodiché si potevano fare controlli all’ingresso, perquisizioni, come avviene nei locali di Londra; si poteva evitare di riempire quel locale all’inverosimile; si potevano evitare tante cose.</strong> Ma non si potevano chiudere in casa quei ragazzini, perché probabilmente sarebbero scappati e ci sarebbero andati lo stesso al live, magari inventandosi un pigiama party o roba del genere. Laura dice a sua madre che dormirà da Giulia e Giulia che dormirà da Laura. Ed eccole comunque al concerto di Sfera Ebbasta. Allora è tutta colpa del destino? Credere nel destino vuol dire credere in Dio, e non so se Dio c’entri sempre qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lasciamo riposare in pace quei ragazzi, che forse quella sera hanno vissuto i loro ultimi attimi di gioia, ben felici di essere presenti a quel concerto e ben felici di essere lì con la mamma.</strong> Che si prendano i responsabili, che si chiudano in galera quegli imbecilli che magari hanno pure dei genitori come si deve, chi lo sa, chi può giudicare? Non è colpa di Sfera Ebbasta, non è mai stata colpa di Kurt Cobain ma dell’ignoranza, e di quella sensazione d’immortalità che fa pensare ai ragazzi che una bravata è solo una bravata e che la morte non è una conseguenza che li riguarda, non ancora. Nessuno voleva uccidere nessuno, questa è la triste verità. Quegli stupidi ragazzi non saranno mai più gli stessi, il peso della loro coscienza li schiaccerà e questo anche se cominceranno ad ascoltare solo Laura Pausini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.dejanirabada.com/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></a></p>
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		<title>Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-film-che-fa-vomitare-ma-che-ha-fatto-la-storia-del-cinema-performance-di-nicolas-roeg-con-mick-jagger-che-cita-borges-e-fa-sesso-selvaggio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 07:48:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Performance è un film che fa vomitare, sul serio, ha fatto rivoltar lo stomaco alle signore sedute sulle poltroncine, mogli dei capi della Warner Bros. che lo stavano visionando, certi di vedere un Hard Day’s Night coi Rolling Stones, ritrovandosi invece sullo schermo droga, pallottole, sangue e sesso, ma tanto di quel sesso, da metterli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-film-che-fa-vomitare-ma-che-ha-fatto-la-storia-del-cinema-performance-di-nicolas-roeg-con-mick-jagger-che-cita-borges-e-fa-sesso-selvaggio/">Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Performance</em></strong><strong> è un film che fa vomitare, sul serio, ha fatto rivoltar lo stomaco alle signore sedute sulle poltroncine, mogli dei capi della Warner Bros. che lo stavano visionando,</strong> certi di vedere un <em>Hard Day’s Night</em> coi Rolling Stones, ritrovandosi invece sullo schermo droga, pallottole, sangue e sesso, ma tanto di quel sesso, da metterli sottosopra, lasciarli inquieti, ‘sporchi’ dentro.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64476 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER-300x222.jpg" alt="PERFORMANCE COVER" width="268" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER-300x222.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/PERFORMANCE-COVER.jpg 400w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />Il protagonista di <em>Performance</em> è un bel ragazzo, Chas, che è un gangster che ha fatto uno sgarro: ha ammazzato chi non doveva. Per scappare da sicura vendetta, si rifugia in un seminterrato, dove vive una rockstar fallita, con due groupie. <strong>Questi tre vivono da reclusi tra libri di Borges che citano di continuo, passano il tempo a drogarsi e a far l’amore, e Chas è parecchio schifato, dalla droga e pure perché è omofobo, allora le ragazze gli danno un acido, lo fanno sballare, e Chas va a letto prima con una e poi con l’altra,</strong> ma si capisce che è attratto dal cantante bisessuale e androgino, che è truccato, che sculetta, che ha due bei labbroni, perché è Mick Jagger. Il sesso a tre avviene, con le due groupie e poi anche con Mick, in uno scambio di corpi, vischiosità e orgasmi, identità sessuali che intontiscono, e alla fine Chas spara a Jagger, ma i suoi nemici lo trovano e se lo portano via insieme al fantasma di Jagger su una Rolls-Royce bianca, il cui proprietario è John Lennon.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ditemi voi se non è una bella trama, allucinante, pepata da nudi e giochi spinti, uomini che si vestono da donne, ripresi da uno specchio che confonde i sessi, li rende fluidi, li moltiplica</strong>, passa sui capezzoli, seni femminili spuntano su petti maschili, e lingue sulle gambe, che sfiorano l’inguine, a risalire in bocca. Ma alla Warner risultano indigeste le scene con la droga, quel sesso così esplicito che sembra vero: si incavolano coi due registi, Nicolas Roeg e Donald Cammell, due esordienti, e minacciano di portarli in tribunale. Il film viene bloccato due anni, tagliato, rimontato tre volte, le scene più hot buttate nel secchio. Quando finalmente <em>Performance</em> arriva nei cinema i critici si scatenano: per alcuni è “repellente” (<em>Los Angeles Times</em>), per altri “putrido” (<em>Washington Post</em>), nonché “disgustoso” (<em>Life</em>). Al botteghino è un disastro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64477 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/sadismo-211x300.jpg" alt="PERFORMANCE COVER" width="150" height="213" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sadismo-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/sadismo.jpg 313w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Tutto questo avviene nel 1970, ma negli anni ’90 cambia tutto, la morale, la critica, il mondo, chi lo sa, fatto sta che il British Film Institute inserisce <em>Performance</em> al 48esimo posto tra i migliori 100 film inglesi del XX secolo.</strong> Cominciano ad arrivare premi, lodi, ci sono nuove proiezioni: Scorsese, Tarantino, Soderbergh, Nolan, rivelano che senza <em>Performance</em> non sarebbero diventati registi, <strong>e si scopre pure che gran parte della regia non è di Cammell (che lo ha ideato e scritto), ma di Nicolas Roeg, quello stesso Roeg morto tre giorni prima di Bernardo Bertolucci e che nessuno ha ricordato.</strong> Del film quest’anno è uscito <a href="https://performance-book.com/" target="_blank" rel="noopener">un librone in edizione limitata</a>, 3000 copie numerate, con foto e interviste inedite al cast, alla troupe, o meglio, a chi in vita ne rimane.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Performance</em></strong><strong> è distribuito in Italia col titolo di <em>Sadismo</em>, e le scene di sesso torbido tra Mick Jagger e Anita Pallenberg le trovi pure su Pornhub</strong>, compresa quella in cui sono con Michèle Breton nella vasca da bagno a fumare erba. Tre ragazzi nudi, ‘fatti’, in una vasca da bagno, dopo aver sc*pato: vi ricorda qualcosa? <strong>Sì, <em>The Dreamers</em> di Bertolucci, che ha copiato la scena a <em>Performance</em>, perché se un film fa vomitare non è detto che non faccia la storia del cinema</strong>, anche se in <em>Performance</em> le ragazze non sporcano l’acqua col ciclo mestruale, ma con le banconote che attaccano alle natiche di Jagger.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-film-che-fa-vomitare-ma-che-ha-fatto-la-storia-del-cinema-performance-di-nicolas-roeg-con-mick-jagger-che-cita-borges-e-fa-sesso-selvaggio/">Il film che fa vomitare, ma che ha fatto la storia del cinema: “Performance” di Nicolas Roeg (con Mick Jagger che cita Borges e fa sesso selvaggio)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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