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	<title>processo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 16 Nov 2019 12:37:20 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Conoscere la Bellezza terrestre per far sgorgare il canto”. I versi inediti di Baudelaire</title>
		<link>https://www.pangea.news/baudelaire-versi-inediti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2019 06:18:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[Fondane]]></category>
		<category><![CDATA[I fiori del male]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>21 agosto 1857. La poesia è processata, dissezionata, messa al bando. Baudelaire e il suo editore, Auguste Poulet-Malassis, sono condannati per oltraggio al pubblico decoro: 300 franchi la multa comminata all’autore, 100 a chi gli ha dato fiducia di stampa. Soprattutto, gli occhi dei censori sono attratti da sei poesie, che saranno soppresse: una di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>21 agosto 1857. La poesia è processata, dissezionata, messa al bando.</strong> Baudelaire e il suo editore, Auguste Poulet-Malassis, sono condannati per oltraggio al pubblico decoro: 300 franchi la multa comminata all’autore, 100 a chi gli ha dato fiducia di stampa. Soprattutto, gli occhi dei censori sono attratti da sei poesie, che saranno soppresse: una di queste si intitola <em>Les Bijoux. </em>La condanna dura fino al 1949, settant’anni fa, quando la Corte di Cassazione francese ammette che quelle poesie possano essere reintegrate nel libro, il demoniaco, fatale, fatato <em>I fiori del male. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_71436" aria-describedby="caption-attachment-71436" style="width: 334px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-71436" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/Baudelaire-268x300.jpg" alt="" width="334" height="374" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/Baudelaire-268x300.jpg 268w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/Baudelaire-768x861.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/Baudelaire-914x1024.jpg 914w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/Baudelaire-1320x1479.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/Baudelaire.jpg 1748w" sizes="(max-width: 334px) 100vw, 334px" /><figcaption id="caption-attachment-71436" class="wp-caption-text">La copia dei &#8220;Fiori del male&#8221; dedicata da Baudelaire a Gaston de Saint-Valry, con la quartina aggiunta</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Les bijoux</em>, “I gioielli”, non canta altro che la nudità: la nudità adorna di gioielli (“Nuda, la mia diletta: conoscendo il mio cuore/ non aveva tenuto che i gioielli”). Il contrasto tra la pietra e la carne, tra lo splendore dei preziosi e la preziosità del corpo eccita il poeta:</strong> la donna “somiglia/ alle schiave dei Mori nei giorni di splendore”, è “Tigre addomesticata”, dal “ventre e i seni… più vezzosi degli Angeli del male”. Il luogo notevole è il verso che definisce questa donna, attorcigliata di gioielli per infiammare il desiderio, “un misto di lascivia e candore”. <strong>Questo è il contrasto fenomenale: <em>candeur </em>e <em>lubricité. </em>Ebbrezza di ciò che è lubrico, il viscido che si attaglia al virtuoso</strong>, il candore – cioè ciò che è candido, ciò che precede l’innocenza, che per esistere ha bisogno della colpa, del male – sguarnito nella lascivia. D’altronde è lì, nel proibito, nel seviziare il vigore vergine, la rapina alla vita, la grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di quella poesia, ora, m’importa che sia stata trovata una strofa supplementare. Non solo il modo, m’importa, ma il gesto. I fatti son questi. Baudelaire regala una copia dei <em>Fiori del male </em>all’allora neanche trentenne Gaston de Saint-Valry (1828-1881), critico letterario che aveva sempre aiutato il poeta, amico del suo futuro editore. La copia personale di Gaston porta una firma del poeta – <em>à Gaston de Saint-Valry, témoignage d’amitié –, </em>ma soprattutto <a href="https://www.theguardian.com/books/2019/nov/14/baudelaires-erotic-poem-revealed-the-jewels-les-fleurs-du-mal" target="_blank" rel="noopener noreferrer">alcuni versi, vergati a matita, finora sconosciuti.</a> Proprio così, Baudelaire piglia la pagina dove è stampata la poesia <em>I gioielli </em>e aggiunge quattro versi di suo pugno. Eredi e proprietari di quella edizione non hanno voluto svelare l’arcano dei versi ignoti, come contenessero una formula genealogica. Fino ad oggi. Cioè, fino a che<a href="https://www.drouot.com/news/actuDetaillee/70654?isPress=" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> la casa d’aste Drouot</a> non ha messo in vendita la copia fatidica dei <em>Fiori del male </em>– l’evento accadrà il 22 novembre – a un prezzo stimato di 60/80mila euro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.franceculture.fr/litterature/baudelaire-decouverte-dune-strophe-inedite-dun-poeme-des-fleurs-du-mal" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Myrtille Dumonteil,</a> responsabile d’asta, ha detto: “La scrittura è autenticamente di Baudelaire, viene dalle sue mani. Questo è il tipico oggetto bibliografico che si desidera trovare quando si fanno ricerche del genere”. <strong>L’esistenza di una quartina ulteriore a <em>I gioielli</em>, non era ignota a Yves Le Dantec, grande studioso di Baudelaire, che nel 1920 scriveva al proprietario del libro, “Non devo insistere con lei nel ricordarle cosa significhi questa scoperta, senza precedenti…</strong> ritengo che non debba esserci nota inedita, parola, lettera di un uomo come Baudelaire che debba restare sconosciuta: tutto quello che riguarda il poeta è d’interesse”. Per decenni, tuttavia, la quartina fatidica restò velata, in una casa privata, a nutrimento di disattenti e amanti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Come si sa, Rimbaud riteneva Baudelaire, pur ancorato a forme poetiche arcaiche, “Il primo veggente, il re dei poeti, un vero Dio”; Thomas S. Eliot, che schifava il “satanismo di maniera”, esaltò il poeta francese discernendo il loglio (“le sue prostitute, i suoi mulatti, ebrei, serpenti, gatti, cadaveri, un congegno che per più di un aspetto non ha resistito all&#8217;usura del tempo”) dal grano, a parer suo (“il suo linguaggio poetico è la realtà più vicina a un completo rinnovamento che ci sia dato di sperimentare”). <strong>Il più lucido e vertiginoso esegeta di Baudelaire fu Benjamin Fondane</strong>, riconoscendone non solo la grandezza letteraria (“Pochi scrittori hanno avuto la coscienza chiara e penetrante dei mezzi, dei fini e del senso della <em>loro</em> arte quanto Baudelaire”) ma la spaventosa potenza di un uomo che disintegrando il mondo lo ricapitola <strong>(“Baudelaire pensa che alla grande poesia sia essenziale la dissennatezza – <em>b</em></strong><strong><em>êtise</em> – poiché il poeta è una creatura che <em>crede</em>”;</strong> in: Benjamin Fondane, <em>Baudelaire e l’esperienza dell’abisso</em>, Aragno 2013).</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">La quartina che chiude <em>I gioielli </em>è questa:</p>
<p style="text-align: justify;">E allora fui pieno di questa Verità:<br />
Che il miglior tesoro che Dio concede al Genio<br />
È conoscere a fondo la Bellezza terrestre<br />
Per far sgorgare il Ritmo e l’armonia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La verità è la bellezza terrena, il corpo: è il corpo l’origine del ritmo. </strong>C’è come una forza biologica nella poesia, una vitalità d’eccesso. Armonia non è speculazione mentale, ma sapienza carnale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">C’è poi altro. Il poeta che ritiene infinita l’opera, degna di aggiunte continue. Il<strong> poeta che spreca – cioè, dona – il talento agli amici.</strong> È lì il gesto autenticamente poetico, nell’ispirazione istantanea, sporca, relegata al regalo, senz’altro pubblico che una intimidita intimità. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Charles Baudelaire nel 1855, in un ritratto fotografico di Nadar</em></p>
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		<title>Israele ha vinto! Tra poco verranno “desecretati” i documenti nascosti di Franz Kafka (e c’è chi spera nel capolavoro inedito e inaudito). Storia del più grande scrittore del secolo ostaggio di un amico, di un’amante, di un tribunale, di uno Stato…</title>
		<link>https://www.pangea.news/franz-kafka-documenti-segreti-israele-max-brod/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 10:42:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Benjamin Balint]]></category>
		<category><![CDATA[Esther Hoffe]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
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		<category><![CDATA[Max Brod]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La storia della letteratura non è fatta dai libri, ma dalla ritrosia. Manoscritti nascosti, scritti diffidenti del lettore, scritture indifese. Dentro questa intrepida debolezza bisogna scavare. Nel momento in cui la letteratura, con la nascita della stampa, si fa pubblica, l’artista si ritrae, si conferma in una lingua aliena al comunicare. Rimbaud che dimentica Une [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La storia della letteratura non è fatta dai libri, ma dalla ritrosia. Manoscritti nascosti, scritti diffidenti del lettore, scritture indifese. Dentro questa intrepida debolezza bisogna scavare.</strong> Nel momento in cui la letteratura, con la nascita della stampa, si fa pubblica, l’artista si ritrae, si conferma in una lingua aliena al comunicare. Rimbaud che dimentica <em>Une Saison en Enfer </em>nella tipografia di Bruxelles; Friedrich Hölderlin che lascia la sua opera pazzesca in fogli sparsi; William Blake che si stampa da sé e Giuseppe Ungaretti che trova, in trincea, un suo superiore, Ettore Serra, che in una manciata di copie, a Udine, pubblica i suoi versi, quei “rimasugli di carta” pregni di illuminazioni; Lev Tolstoj che rifiuta di pubblicare i racconti più estremi – <em>Padre Sergij</em>, ad esempio – ed Emily Dickinson che si affratella al monastero della poesia. <strong>Le grandi opere eludono il grande pubblico, anelano a farsi scoprire, scompaiono.</strong> In questa fragilità d’elezione è la loro grandezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il caso assoluto, si sa, è quello di Franz Kafka, che in vita pubblica un fascio di racconti ma la cui fama – corroborata da libri supremi come <em>Il processo, Il castello, Amerika</em>, ad esempio – è tutta postuma.</strong> Il più influente scrittore del secolo, vive dell’interpretazione che diamo ai suoi manoscritti, in controluce, prolifera in un prolifico nascondimento, in un profluvio di ombre. Viene a noi, dico, dalla contraffazione e dal tradimento.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66793 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/original_400_600-189x300.jpg" alt="" width="147" height="233" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/original_400_600-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/original_400_600.jpg 377w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />I manoscritti di Kafka, nonostante la richiesta – agiografica – di essere bruciati, cioè provati dalle fiamme, passano di mano in mano come un fuoco. Kafka cede la sua opera all’amico Max Brod – non certo alla volubilità delle amate, Milena, Felice, Dora. <strong>Max Brod fa la fortuna di Kafka – e la propria – rifugiato in Israele, pubblicando molto. Poi, a sua volta, consegna i preziosi alla segretaria – e amante e factotum – Esther Hoffe. La quale, coriacea, muore a 101 anni, nel 2007, affidando i documenti alle figlie, Ruth e Eva.</strong> Questa storia dove, forse, incrociando i nomi – Esther, Eva, Ruth – possiamo decrittare un destino, ha, ora, una fine. Ruth muore nel 2012; Eva muore nell’agosto dello scorso anno, ma già due anni prima, nel 2016, la Biblioteca Nazionale di Israele ottiene la proprietà dei manoscritti kafkiani in quanto patrimonio ebraico collettivo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Franz Kafka, dopo morto, è un ostaggio. Prima è ostaggio dell’amicizia con Max Brod. Poi è ostaggio dell’amore contrabbandato da Max con Esther. Infine, è ostaggio del destino di Israele. <strong>A nessuno importa dell’opera di Kafka, per tutti <em>Franz Kafka </em>è una griffe, un marchio. Addirittura – lui, poi, l’inafferrabile – Kafka sigilla una identità, quella ebraica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">D’altronde, Kafka è ostaggio, pure, di una lotta tra due Stati, Israele e Germania. Kafka, in effetti, di ceppo ebraico, scrive in tedesco. I manoscritti ‘segreti’ di Kafka sono stati oggetto di una lotta processuale, aspra, tra Biblioteca Nazionale di Israele e l’Archivio per la letteratura tedesca di Marbach. <strong>Di chi è Kafka? Di Israele in quanto ebreo o della Germania in quanto scrittore che ha abitato la lingua tedesca? </strong>Kafka è il pasto di svariati interessati e di diversi interessi. L’ultimo è quello letterario, intoccabile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche ciò che è becero ha un riscatto in questa storia kafkiana. <strong>Esther Hoffe ha venduto, nel 1974, a privati danarosi tedeschi, 22 lettere e 10 cartoline spedite da Kafka a Max Brod. Nel 1988 è riuscita a vendere il manoscritto del <em>Processo </em>agli archivi tedeschi. La dissipazione è insita, credo, nel destino delle grandi opere.</strong> Davvero, un osceno feticismo aleggia sui documenti di Kafka, come se tutti, in fondo, volessero accarezzarlo. O mangiarlo. O mutilarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri – 17 aprile – l’Associated Press di Gerusalemme <a href="https://www.apnews.com/52a620add3954fdfa0ed3c2c2a156b35" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha battuto una notizia che farà ululare</a> i kafkologi e i kafkiani. <strong>I documenti ‘segreti’ di Kafka, riposti in un caveau a Zurigo – tutti i segreti sono sempre in Svizzera! – diverranno davvero dominio della Biblioteca nazionale d’Israele, che, ha dichiarato, si premurerà di rendere tutto pubblico. Evviva?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’anno scorso Benjamin Balint ha pubblicato un libro sulla vicenda dell’eredità dei manoscritti di Kafka, <em>Kafka’s Last Trial</em>, di cui hanno parlato un po’ tutti i giornali occidentali. <a href="http://www.pangea.news/mi-hanno-rubato-kafka-la-storia-del-processo-ai-manoscritti-perduti-di-joseph-k/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Io l’ho intervistato, all’epoca, per <em>Pangea. </em></a>Le stesse cose che mi ha detto allora, le ribadisce ora. Mentre<strong> in Israele si esulta – “una raccolta di opere mai pubblicate di Franz Kafka e finora nascoste sarà presto rivelata</strong> dopo una battaglia decennale sulla sua effettiva proprietà” – Balint invita alla calma: “è assai improbabile scoprire un capolavoro sconosciuto di Kafka, nonostante possano esserci documenti di valore”. Quando gli ho chiesto di specificare l’entità di questi documenti, Balint mi ha detto, “Per una risposta compiuta dovremo attendere, ma l’inventario incompleto del materiale nei caveau di Tel Aviv e di Zurigo, che procede per 170 pagine, <strong>elenca circa ventimila lettera – tra cui le settanta lettere di Dora Diamant, l’ultima amante di Kafka, a Brod – i diari inediti di Brod, due dozzine di disegni sconosciuti di Kafka</strong> e i manoscritti originali dei racconti di Kafka (tra cui, <em>Preparativi di nozze in campagna</em>)”. Tra questi racconti, gli studiosi ipotizzano di trovare varianti di interesse e finali inediti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima recluso in un caveau, ora Kafka, ben stagionato, sarà utile per proclami pubblici, politici.</strong> La sua opera resta ciò che è: un inattaccabile magma di mostri e di gigli. Morso, scandito, scannato, di Kafka abbiamo letto lettere, diari, pensieri. Tutti abbiamo vissuto la sua vita, dalle scuole, fino al punto che la sua vita, ora, non esiste più, non è mai esistita. Kafka è come una spina di luce nel retro dell’iride. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franz-kafka-documenti-segreti-israele-max-brod/">Israele ha vinto! Tra poco verranno “desecretati” i documenti nascosti di Franz Kafka (e c’è chi spera nel capolavoro inedito e inaudito). Storia del più grande scrittore del secolo ostaggio di un amico, di un’amante, di un tribunale, di uno Stato…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>La vita sessuale di Michael Jackson, tra figli avuti da utero in affitto e accuse di molestie. Turbato dai fratelli, rifiutò Madonna, ma secondo Lisa Marie Presley a letto era una bomba</title>
		<link>https://www.pangea.news/michael-jackson-sessualita-madonna-figli-utero-in-affitto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2019 08:09:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“I preliminari? Il tempo necessario a renderci insaziabili l’uno all’altro. Un’attrazione sconvolgente. Sesso per ore, selvaggio. Il migliore della mia vita. Lui era il Re. In tutto. Mi inebriava. Un perfezionista sul palco, e anche a letto”. A smentire le voci su Michael Jackson, sulla sua avversione per le donne, sulla sua verginità perenne, e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michael-jackson-sessualita-madonna-figli-utero-in-affitto/">La vita sessuale di Michael Jackson, tra figli avuti da utero in affitto e accuse di molestie. Turbato dai fratelli, rifiutò Madonna, ma secondo Lisa Marie Presley a letto era una bomba</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“I preliminari? Il tempo necessario a renderci insaziabili l’uno all’altro. Un’attrazione sconvolgente. Sesso per ore, selvaggio. Il migliore della mia vita. Lui era il Re. In tutto. Mi inebriava. Un perfezionista sul palco, e anche a letto”.</strong> A smentire le voci su Michael Jackson, sulla sua avversione per le donne, sulla sua verginità perenne, e sulla sua pedofilia, ci ha sempre pensato lei, Lisa Marie Presley, la principessa del rock, l’iconica figlia di, e prima moglie del defunto re del pop. 20 mesi d’amore, quelli tra lei e Michael, un matrimonio dato da tutti per falso, mera mossa mediatica, nozze che i due tengono segrete per 3 mesi. Un amore che ha occupato pagine di tabloid e quotidiani, un terremoto di gossip e maldicenze che ha riempito bocche, incollato occhi, e che nel 1994 segnò la preistoria dei reality che oggi ci assediano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66384 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/MICHAEL-JACKSON-di-J.-RANDY-TARABORRELLI-COVER-188x300.jpg" alt="" width="128" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MICHAEL-JACKSON-di-J.-RANDY-TARABORRELLI-COVER-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MICHAEL-JACKSON-di-J.-RANDY-TARABORRELLI-COVER.jpg 312w" sizes="(max-width: 128px) 100vw, 128px" />Anche i ricchi piangono, e per varie ragioni: Lisa Marie piangeva perché da piccola le toccava vivere nella reggia di Graceland, indossare vestiti tempestati di diamanti, pellicce di ermellino, e viaggiare su un jet privato che portava il suo nome.</strong> Mamma e papà si separano, lei ha 9 anni quando Elvis muore: a 14 è già cocainomane, nemmeno maggiorenne va a vivere con un uomo che ha 33 anni più di lei e si chiama Jerry Lee Lewis, a 20 entra in Scientology e lì conosce Danny Keough, musicista che sposa, e ci fa due figli. Michael Jackson lo incontra la prima volta a 7 anni, glielo presenta papà Elvis dopo un concerto dei ‘Jackson 5’. Passano 18 anni, e Lisa e Michael si ritrovano a cena a casa di un amico comune: Jacko è nel pieno dello scandalo Jordy, il ragazzino che lo accusa di molestie sessuali e che verrà tacitato, si dice, con 22 milioni di dollari. <strong>Lisa e Michael si frequentano per 4 mesi, fanno sesso la prima volta da Donald Trump, ospiti nella sua magione in Florida: lei ottiene il divorzio il 6 maggio 1994, e il 26 diventa la signora Jackson in una cerimonia segreta a Santo Domingo, officiata in spagnolo, durata 15 minuti, e pagata 53 dollari.</strong> Luna di miele a New York, nell’appartamento di Jackson alla Trump Tower, poi Lisa si trasferisce coi figli di 5 e 2 anni a Neverland. Il mondo intero viene avvisato della novità ad agosto tramite secco comunicato stampa, e agli “MTV Video Awards” avviene il debutto pubblico della coppia, con tanto di bacio in mondovisione, visto da 250 milioni di telespettatori. Lisa Marie Presley non ha mai creduto alle accuse contro Jackson, e sostiene ancora oggi che il loro è stato un matrimonio vero, finito perché Michael “aveva gli stessi difetti di mio padre, abusava di farmaci, e viveva in una torre d’avorio, circondato da lacchè che gli dicevano solo ciò che voleva sentire”. <strong>J. Randy Taraborrelli, biografo di Jackson, dice che Lisa fu l’unica donna che Michael amò davvero, al contrario delle altre. Infatti a Jackson le donne non sono mai mancate, ma il rapporto con loro era minato da un’educazione sessuale sui generis: da piccolo, coi Jackson 5, ha vissuto esperienze scioccanti. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66385 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-185x300.jpg" alt="" width="129" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-768x1247.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-631x1024.jpg 631w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER-1320x2143.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/MOONWALK-di-MICHAEL-JACKSON-COVER.jpg 1577w" sizes="(max-width: 129px) 100vw, 129px" />I fratelli maggiori, si circondavano di <em>groupie</em>, facevano sesso davanti a lui, e dall’età di 9 anni gliele passavano per ‘iniziarlo’. Michael è così cresciuto pieno di fobie nei confronti dell’altro sesso, mentalmente segnato dal prototipo della donna-megera, che ti offre un sesso ‘sporco’, estraneo ai sentimenti. <strong>Altri libri pettegoli dicono che Jackson ha perso la verginità con la cantante soul Roberta Flack, ai tempi per lui una milf. Tramite <em>Moonwalk,</em> l’autobiografia di Jacko, sappiamo che il suo primo amore è stata la giovane attrice Tatum O’Neal: una storia pulita, tra adolescenti, confermata anche in <em>A Paper Life</em>, le memorie della O’Neal.</strong> Secondo, casto amore di Jackson è stata Brooke Shields, che ha sempre parlato di Michael come di un asessuale. Nel 1991, arriva Madonna a sedurre Michael: i due dopo una cena afrodisiaca vanno a casa di lei a Beverly Hills, ma sul più bello Michael si tira indietro dandole della “giovenca” in aspetto e modi, offendendola a morte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michael Jackson e Lisa Marie Presley divorziano nel gennaio 1996, e già a marzo Debbie Rowe è incinta di un bambino che poi perde per aborto spontaneo: lei e Michael si conoscono da tempo, lei è l’infermiera del dermatologo che ha in cura Jackson.</strong> Oggi, in contemporanea a <em>Leaving Neverland</em>, docu-film che riaccende le accuse di pedofilia contro Jackson, sul<em> Sun</em> Debbie rivela che i due figli che ha dato a Jackson, Prince I e Paris, sono frutto di inseminazioni artificiali di donatori ignoti: lei e Michael si sono sposati in un hotel di Sydney per ferreo volere della suocera Jackson, ma non hanno mai convissuto, né fatto sesso: “Michael voleva dei figli, io gli ho messo a disposizione il mio utero. Sono figli suoi, non miei”. <strong>Subito dopo il parto, Prince I, e l’anno dopo Paris, sono stati presi da Michael e portati a Neverland, e qui affidati a un esercito di tate. Debbie Rowe è stata ricompensata con una casa da 1,3 milioni di dollari, più vari altri milioni nel corso degli anni.</strong> Nel 2002, Michael ha avuto un terzo figlio, Prince II, da donatore e da utero in affitto entrambi sconosciuti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66386 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/UNMASKED-di-IAN-HALPERIN-COVER-182x300.jpg" alt="" width="125" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/UNMASKED-di-IAN-HALPERIN-COVER-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/UNMASKED-di-IAN-HALPERIN-COVER.jpg 212w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Non si sa se Michael Jackson abbia avuto altri amori dopo Lisa Marie Presley: in <em>Unmasked</em>, biografia-shock di Ian Halperin, si legge di un Jackson che nel 2007 si traveste da donna per incontrare uomini in sordidi motel di Las Vegas. L’improvvisa morte di Jackson, il 25 giugno 2009, ha fatto venir fuori altre verità sulle accuse di pedofila: il padre di Jordy, il ragazzino che per primo lo accusò nel 1993, si è sparato poco dopo la morte di Jackson: si era già fatto una plastica facciale perché terrorizzato dalla vendetta di alcuni fan di Michael. Jordy ha ritrattato ogni accusa, ammettendo che lui e suo padre si erano inventati tutto per soldi. Wade Robson, uno dei protagonisti di <em>Leaving Neverland</em>, prima ha difeso in tribunale Michael Jackson nel processo del 2005 – processo da cui Jacko venne prosciolto da ogni accusa – poi nel 2013 si ‘ricordò’ di essere stato abusato, e chiese lauto risarcimento agli eredi di Jackson. Risarcimento che per legge gli fu negato. Quindi, con Jim Safechuck, ha raccontato la sua raccapricciante versione dei fatti – senza contraddittorio, e certo non gratis – davanti alle telecamere del regista Dan Reed. <strong>Quale sia la verità, non la sapremo mai. Però mi sembra una gran stronz*ta l’attuale messa al bando della musica di Michael Jackson.</strong> E lo dico io, che le sue canzoni non le ho mai potute sopportare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/michael-jackson-sessualita-madonna-figli-utero-in-affitto/">La vita sessuale di Michael Jackson, tra figli avuti da utero in affitto e accuse di molestie. Turbato dai fratelli, rifiutò Madonna, ma secondo Lisa Marie Presley a letto era una bomba</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non dovremo scriverci ma sentirne l’odore – e riconoscere grandezza nell’essere preda”</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 07:43:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per il Medio Oriente, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. Colpito da un morbo contratto in Armenia, mentre cercava di raggiungerla, Nathan è ora in Kirghizistan, in un bosco, dove sta costruendo una casa per la sua amata. Mentre Vera lo attende, ha tenda per lui, Nathan è coinvolto in eventi efferati della Storia, quasi fosse un sonnambulo. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. <a href="http://www.pangea.news/tomassini-brullo-letteratura-scrittura/" target="_blank" rel="noopener">L’ultima puntata del ciclo è qui.</a></em></p>
<p>***</p>
<p><em>Dalle foreste del Küngöy Ala, nel primo degli anni nuovi, in un mese appena dissotterrato</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho sempre fatto così – non ti ho detto – con l’unghia te ne decorai il corpo sfiatato dal sonno – a Praga – quella notte che fu incisa nell’osso di una eternità fa continuamente immediata </strong>– da ora le mie lettere non potranno arrivarti – le rileggo te le ripeto perché l’intenzione è più forte del verbo – qualcuno, conosco i kirghisi, labbra che s’insinuano tra malia e mestizia, avrà sotterrato le lettere sperando che da parole occidentali nascano uomini, radicati al canto e all’impresa. <strong>Ho sempre fatto così, non te l’ho detto, abito nel sedicesimo salmo e nel suo scoppio di luce – sulla tua schiena, con dita di iena e d’arcangelo, ho scritto, scavando nella torba del sonno, il tuo, “Non scacci la mia anima agli inferi/ Non pressi nella fossa chi ti ama”</strong> – l’ho segnato sul tavolo della scrivania – sulla soglia del cimitero dove è sepolta mia madre – che al massacro avvenga la gioia – ora lo scrivo sulla nostra casa, questa specie di calice di legno, l’ultimo versetto del Salmo 16 mi svena, mi sfigura, “Sveli la via della vita/ Nel tuo volto è gioia sopraffina/ Impugni la quiete” – <strong>quando il cacciatore che mi ha aiutato, saturo di fatica, nell’arguzia del fato, mi lascia, e la casa in cui non abiterò – è tua, è la tua reggia – è terminata, azzannato dal fiotto di resina, di caldo, di miele,</strong> prendo il coltello, “Sveli la via della vita”, mi scrivo sul braccio sinistro, perché forse questo basta a raggiungerti, raggiante, e il sangue è una pulizia, merletto che decora l’incanto – e dico, allora esiste l’immortalità – allora prendi tutto della vita, mordi, accogli, corrodi, purifica, deturpa, erompi, perché non è questa la vita, ma la prossima, che sto bonificando di preghiere per te. Ho una milizia nelle giunture e sul rapace degli alberi ho scritto “vita”, “anima”, “gioia”, “volto”, “quiete” – <strong>m’inginocchio fino a ridurre il bosco alla dimensione di una mosca, potrei mangiarlo, a retrodatare l’Asia a quando era il pensiero di un dio fossilizzato – ho relegato la Storia a uno sbadiglio e ogni sorta di parentela si installa nel nulla</strong> – due giorni fa ho visto una tana di vipere e soltanto un increato può non vedere in quel viluppo il vocabolario degli eventi futuri, un sibilo sibillino di colonie aliene – ripeto ossessivamente gli ultimi versetti del Salmo 16 e penso così di mantenerti in vita, un canto ti inarca la schiena, sorregge le case e le amicizie, avvera Israele, la dittatura del bosco, la durata del lago, che altera i voleri di chi si specchia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Poi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tra concesso e ceduto c’è una differenza essenziale – in un caso è qualcosa che cade, senza medicina, dall’altro è qualcuno che ti aiuta a rialzarti, in cambio di una cessione di volontà. <strong>A te sono ceduto, con una caduta che mi spaventa perché è come se precipitassi nel futuro, nelle vite a venire – mi è concesso vivere in questo urlo verde della Storia, dove non esistono dèi – perciò non esiste l’anatema e la pena – ma uomini che nuotano nel lago e riemergono, con audace felicità.</strong> L’uomo che dice di chiamarsi Bakai non sa se la lucidità del lago e l’atto della montagna siano da ascrivere a una mancanza o a un sogno – mi ha mostrato, poco lontano dalla tua casa, che ieri ho battezzato “Via della Vita”, un nido di farfalle – centinaia, coprono una roccia per dargli natura di vento, <strong>potrebbero velare il mondo e crearne un altro, con rapimento – le farfalle sembrano lettere che si uniscono e si scindono, combinando un poema, ora, in aria – e se fossero loro, questa foga di forma, ad aver creato la terra, la galassia, l’illusione dell’infinito? </strong>Quello sfarfallio ha riordinato la mia memoria – il nostro scopo è unirci per annientare tutto il resto, ricorda – il mio patrigno, ricordo, perché?, nella foresta di Tronçais, penso che rabbrividì l’inettitudine delle querce, l’État Français, ricordi?, perché?, le forze militari di Vichy, mi aveva portato con lui perché, diceva, François Darlan avrebbe acquistato una carta celeste, una di quelle virtuosamente dipinte con figure di eroi e di animali, piene di colori, stampate nel Settecento dagli opifici dell’Aja, voleva regalarla al figlio, ricoverato ad Algeri per una poliomielite. I soldati guidati dal mio patrigno – come si chiamava?, viso a trapezio, basso, rapido di lingua, con occhi simili ad altre, duplicate, lingue – avevano fermato dei militari di Francia Libera, un contingente di trenta uomini, circa, c’erano anche dei tedeschi tra di noi, forzarono il mio patrigno a imbastire un processo e a condannare i prigionieri. La condanna doveva svolgersi, appunto, perché?, nella foresta di Tronçais, tra quegli alberi risoluti come un endecasillabo – <strong>ma fu il tedesco – i resistenti erano uno di fianco all’altro con la faccia stupefatta di chi ha dato la morte ma non sa come riceverla, giovani ispirati dal fascino della fama – tirò giù i pantaloni di uno, gli squadernò il membro, poi col coltello glielo mozza</strong> – il soldato aveva i polsi legati, s’inginocchiò, un urlo bianco, poi il tedesco disse di martirizzare anche gli altri, il mio patrigno sillabò l’ordine, e alcuni soldati tenevano fermi i nemici, altri, come se compissero un atto d’amore, slacciavano i pantaloni, poi, con fatica, con un sonoro terrore, staccavano via la minchia dei militari, “non è gente degna di procreare”, disse uno, pensai all’infezione, ai coltelli che sono una imitazione del membro, al bisogno di bucare, il mio patrigno, più tardi, a conferma del gesto, avrebbe estratto dallo zaino un libro, eravamo a cena, a Strasburgo, nella casa, neanche lussuosa, del prefetto, le <em>Memorie Historiche dell’Introduttione dell’Heresie Nelle Valli di Lucerna, Marchesato di Saluzzo &amp; altre di Piemonte &amp; Sauoia</em>, un’ottima edizione torinese del 1649, in cui si dettagliava il modo in cui era stata estirpata l’eresia dei Valdesi e dei Catari di montagna, <strong>raccomandando di usare, come mezzo per dissuadere il disordine religioso, l’evirazione – mi chiesero un commento sul libro, ghignai, probabilmente la copertina è stata realizzata con carne di pudenda, dissi – e ricordo, ora, quel mucchio di minchie, per terra, davanti ai soldati attoniti, alcuni svenivano e il dolore gli inaridiva gli occhi, faceva lividi i denti – e le minchie scodinzolavano, come piccole rane</strong>, sembravano avere vita autonoma, mentre il sangue sbavava ovunque, come se potessero fecondare gli alberi e le pietre dando origine a una nuova umanità, più consistente, innocua al pudore. Di questa “crudeltà bizantina”, come dicevano, non fu detto nulla – non vidi più il mio patrigno – i castrati furono lasciati nella prigione di Strasburgo, qualcuno morì – quanto al libro, di pregio, lo rubai per rivenderlo, anni dopo, a Praga, poco prima di averti.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Infine</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse non dovremo scriverci ma sentirne l’odore – quello che nei nervi precede la grammatica e sancisce un legame nell’argento</strong> – forse dovremo ripetere soltanto le parole che reggono la statura del tempo e il suo squittio – oppure dirle al contrario, come una sciarada di vampiri, per rotolare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo, Bakai, mi racconta dell’intelligenza del giaguaro delle nevi e per indicarmi dove vive mira, tra le montagne, un luogo di vite fa – <strong>non spera nell’azzeramento dell’inferno, Bakai, a cui non bastano diversi figli per avere la certezza che questo è esistere, sa che anche la sopravvivenza è un rigurgito della meraviglia</strong>, dovremo imporci lo stare in legge, come chiodi all’apice della luce, una stimmate nel tempo, un foro, qualcosa che non ha norma – e riconoscere grandezza nell’essere preda.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan</em></p>
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		<title>Quando i poeti (e i filosofi) uccidono: quattro “casi” estremi, da Alessandro Giribaldi che accoltellò un materassaio a Althusser che strangolò la moglie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2019 09:31:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La voce del verbo uccidere è generalmente adoperata, da quella categoria di onanisti derubricata sotto il nome di poeti, più nella forma riflessiva che in quella transitiva. Decine di suicidi, o mancati tali (cfr. Leopardi e il fontanile della casa paterna, o il volo a discendere di Gasparo Gozzi attutito dal provvido fogliame), attestano una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La voce del verbo <em>uccidere</em> è generalmente adoperata, da quella categoria di onanisti derubricata sotto il nome di poeti, più nella forma riflessiva che in quella transitiva</strong>. Decine di suicidi, o mancati tali (cfr. Leopardi e il fontanile della casa paterna, o il volo a discendere di Gasparo Gozzi attutito dal provvido fogliame), attestano una melanconia di fondo, un corteggiare, o meglio ancora, un tampinare madama morte a ogni passo, con quella morbosità degna delle autentiche perversioni.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte però come avviene nella migliore psicanalisi, capita che la compulsione autolesiva venga proiettata verso un soggetto diverso, secondo il noto principio dello spostamento: da qui nasce per l’appunto l’omicidio, autentico scandalo se imputato a un’anima dall’indole creativa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tutt’oggi sono riuscito a racimolare solamente quattro casi</strong> che ricadono sotto questo segno, uno dei quali, essendo perpetrato non da mano poetica ma filosofica, deliberatamente forzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo riguarda Alessandro Giribaldi, appartenente alla linea simbolista ligure di marca primonovecentesca, poeta di cui ebbi l’ardire e la fortuna di leggere <em>I canti del prigioniero</em>, introvabili in libreria</strong>, ma facilmente reperibili in rete, così come accade per il 99,9% dei titoli poetici, oggi clamorosamente bistrattati, in quanto, a detta dei librai, <em>inalienabili</em>. Dal suo riscontro <em>de visu</em>, l’uomo in questione, mingherlino e occhialuto com’è pare la tipica inferia di un bullismo <em>ante litteram</em> (questo pezzo, per l’appunto, vorrebbe anche essere di monito ai bulli e a quanti fanno della prevaricazione la <em>longa manus</em> della loro spropositata autostima). <strong>Le poche pseudo-agiogafiche righe, ad opera del filosofo ed antico condiscepolo Adelchi Baratono, che fanno da preambolo al postumo volume dei <em>Canti del prigioniero</em>, descrivono doviziosamente il battibecco prima, accesosi per non ben specificate motivazioni, sedatosi per breve ora e rinfocolatosi in seguito, poi la colluttazione avvenuta nella Galleria di una tentacolare Genova notturna, fra Giribaldi ed un materassaio.</strong> Si parla fra l’altro di botte da orbi e di occhiali (ovviamente quelli del poeta) in frantumi, si parla di un coltello (sempre di proprietà del poeta) cavato fuori in un accesso di furia e brandito alla cieca, che nel parapiglia è andato a conficcarsi giusto nel cardio del materassaio il quale nonostante avesse picchiato sodo come avviene sempre negli scontri fra eruditi e popolani, fu forza che si accasciasse esanime. I suddetti bagordi costarono al Giribaldi quasi un mese di carcere e – stavolta dovuto, credo, ai rimorsi che lo cuocevano – un totale distacco per il resto dei suoi giorni da una vita letteraria attiva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il letteratissimo e tubercolotico Gozzano, in uno dei suoi scritti meno noti dal titolo <em>Intossicazione</em>, raddoppiò la mia conoscenza di questi casi in cui lo <em>stilo</em> si tramuta inopinatamente in <em>stiletto</em>. <em>Intossicazione</em> sta per avvelenamento da letteratura, un morbo che per Gozzano non aveva rimedio, più accanito e mortifero della sua stessa etisia, da cui a più riprese egli stesso tentò di districarsi, con esito nullo. Il fatto narrato non costituisce invenzione ma pura cronaca del tempo. <strong>Pare che un certo Stefano Ala corteggiasse la sua prediletta con un mezzo già da allora anacronistico: cioè inviandole le sue mediocri elucubrazioni liriche.</strong> L’amata certo fiutando fra i sonetti e i madrigali che pervenivano al suo indirizzo odore di miseria, manifestò alla fine la sua preferenza per un giovinotto senz’altro più rude e meno poetico, ma in compenso ben piantato al suolo, così che la perenne diatriba fra Apollo e Mammona, vide vincitore ancora una volta Mammona. Ciò fu causa di immenso, sanguigno furore per il poeta, che ferito nel centro del suo velleitario amor proprio, condito di belle e brutte lettere, accoppò in una volta, durante un ballo, cavaliere e dama, troppo terreni per i suoi gusti, e resi colpevoli di aver recato oltraggio alla sua anima sublime. <strong>Il misfatto, come dice Gozzano, è da attribuirsi a “<em>Monna Letteratura. Stefano Ala è stato vittima dei suoi imparaticci poetici.</em></strong><em> Poeta egli stesso, ma candido e ignaro, la sua anima non si sarebbe guasta, riarsa, illividita fino al delitto atroce, se non fosse stata esaltata dai troppi libri&#8230; letture varie e disparate, perniciosissime tutte per una psiche ingenua, candida, primitiva</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo e il quarto caso ci riconducono a tempi più recenti: tempi assai <em>sospetti</em>, quando vi si vuole intrufolare mezz’etto di poesia non receduta a testo musicale. Qui però il registro deve svestire il <em>Kartoffelgeist</em> che l’ha contraddistinto finora, perché gli uxoricidi e i parricidi sono montanti inferti sotto mascelle aperte, creano bruxismi, comprimono allo stomaco, e l’alito più sublime si smaga dentro lo squallore della cronaca. è notevole come il velo della lontananza secolare riduca quasi a oggetto di scherno le disgrazie “in costume” di allora, mentre quelle contemporanee, sebbene dello stesso tragico tenore, assumano una ben diversa calibratura, uno spessore disturbante e doloroso che interferisce con ogni tentativo di liricizzazione o fabulazione dell’argomento. Pare che la mole di dolore trascorso si offra come già masticata e digerita: quello del distacco è divenuto il suo emblema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chiusa poesia della chiusa</em> <em>porta, </em>volume postumo antologizzante soltanto una minima parte dell’opera poetica del veronese Giuseppe Piccoli, è l’<em>extrema acqua viva </em>di un’esistenza compromessa dal disagio e dalla schizofrenia.</strong> I suoi versi, <em>borderline</em> nell’accezione psicosociale, e al limite fra conato artistico e patologia, fondano nella cellula sillabica e in una propulsione musicale quasi automatica (ciò è attestato dalla mole dei suoi inediti paragonabile a quella del nostro Lorenzo Calogero) la loro ragione epistemologica: <em>“Osserva la foglia muta / figlia della luna nascosta, / converti la foglia figlia / dell’albero che parla / in strumento / di un’antica rettorica / conosciuta sul sillabario / di una desueta / e ancora consueta infanzia: / sii simile a lei: / che si raccoglie presso il tuo nome / freddo e dorato / nel sepolcro che trasforma / la tua veste in spoglia.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1981 l’omicidio del padre dovuto a un suo tracollo psichico, lo introdusse in una via crucis di carceri</strong> e strutture psichiatriche che si concluse sette anni dopo col suo suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla nebbia della malattia alla lucidità filosofica (?), l’ultimo caso chiude il quadrilatero sul filosofo strutturalista Louis Althusser, noto in ambito accademico per il suo clamoroso e contestato ribaltamento dell’interpretazione della teoria marxista, che riuscì ad astrarre dal suo materialismo di fondo; più noto forse per lo strangolamento di sua moglie, da lui stesso narrato con chirurgico distacco nella sua autobiografia: <em>L’avvenire dura a lungo</em>.</strong> Da tempo in cura presso vari istituti d’igiene mentale, scivolò sul processo per “non luogo a procedere”. Pare che le sue vessazioni paranoiche l’avessero indotto con calcolo e deliberazione a compiere il bieco delitto. Pertanto, più che di momentanea incapacità d’intendere e di volere, trattasi più ragionevolmente di un elaborato di lucida follia. Alcuni sacrosanti dubbi hanno condotto in seguito a rivedere gli atti di quel processo. Ma il filosofo intanto è defunto dal 1990.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene passibili d’inflazione, anche questi pochi casi mostrano come sia facile che una medaglia mostri d’un tratto il suo rovescio, e come la <em>boite a surprise</em> dell’inconscio possa covare in sé degli ordigni pericolosi o dei volti malefici. Sarebbe bene pertanto che queste segrete forze che si agitano in noi venissero vigilate notte e giorno come il sacro fuoco delle Vestali.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che nelle anime vistose le barbe del santo e del carnefice sono assai suscettibili di scambio reciproco, se Giribaldi e gli altri della cricca sono giunti per diversi tramiti a contravvenire al quinto comandamento, mentre talaltri, come ad esempio Giulio Salvadori, fecero in tempo a lasciare il cenacolo D’Annunziano per riparare sotto l’ala di Dio e canonizzarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antonello Cristiano</em></strong></p>
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		<title>“Adoro il corpo violato. E faccio i conti con la mia femminilità (senza essere femminista)”: Beatrice Orsini, in occasione della prima mostra, parla della sua fotografia con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/adoro-il-corpo-violato-e-faccio-i-conti-con-la-mia-femminilita-senza-essere-femminista-beatrice-orsini-in-occasione-della-prima-mostra-parla-della-sua-fotografia-con-matteo-fai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Mar 2019 07:40:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Al suo esordio, che come succede di questi tempi ha avuto luogo su Facebook, Beatrice Orsini era unicamente un volto oscurato, censurato dalla stessa, un’identità ostinatamente negata. Le sue poesie però piacevano e hanno pian piano suscitato sempre maggiore interesse. In tanti abbiamo gioito quando l’autrice ha annunciato la sua prima pubblicazione ufficiale, avvenuta con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/adoro-il-corpo-violato-e-faccio-i-conti-con-la-mia-femminilita-senza-essere-femminista-beatrice-orsini-in-occasione-della-prima-mostra-parla-della-sua-fotografia-con-matteo-fai/">“Adoro il corpo violato. E faccio i conti con la mia femminilità (senza essere femminista)”: Beatrice Orsini, in occasione della prima mostra, parla della sua fotografia con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Al suo <strong>esordio</strong>, che come succede di questi tempi ha avuto luogo <strong>su</strong> <strong>Facebook</strong>, <strong>Beatrice Orsini</strong> era unicamente un volto oscurato, censurato dalla stessa, un’identità ostinatamente negata. Le sue poesie però piacevano e hanno pian piano suscitato sempre maggiore interesse. In tanti abbiamo gioito quando l’autrice ha annunciato la sua prima pubblicazione ufficiale, avvenuta con <strong>ControLuna Edizioni</strong> e intitolata <strong><em>Anche l’acqua ha sete</em></strong>. La prima volta che parlai di lei, l’editore era ancora ben lungi dal farle la sua proposta, ma io ero comunque persuaso di aver individuato nei suoi versi un quid, quel qualcosa che illumina immediatamente di una luce diversa ciò che realmente vale.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65888 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-24-212x300.jpg" alt="" width="153" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-24-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-24.jpg 678w" sizes="(max-width: 153px) 100vw, 153px" />Inaspettatamente la poetessa ha preso a cimentarsi, parallelamente e con altrettanta assiduità, nell’attività fotografica. A breve una selezione di sue immagini confluirà in un volume, <strong><em>Autonudi</em></strong>, Babbomorto Editore. Un’altra la si potrà vedere in mostra sabato 9 marzo 2019 (fino al 9 maggio), a Domodossola, durante l’evento <strong><em>Metamorfosi: sguardi di donna</em></strong>, organizzato dall’associazione Studio Quadra Gallery.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo andati a sentire una delle nostre verseggiatrici preferite per apprendere cosa si celi dietro questa sua passione per l’immagine e, soprattutto, per <strong>l’autoscatto</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché una mostra, invece di limitarti a Facebook dove hai iniziato a condividere le tue immagini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché arrivare a stampare le foto e non vederle unicamente su uno schermo è un riscontro più oggettivo. <strong>Obbliga a confrontarsi a un livello più profondo con la propria attività artistica e dà un senso di concretezza maggiore rispetto alla dimensione social.</strong> Vi è stata inoltre la fortunata contingenza di aver conosciuto una persona, Sebastiano Parasiliti, pittore che vive a Domodossola, il quale ha creduto nel mio percorso fotografico. Lui mi ha messo in contatto con l’associazione che ha poi fornito la disponibilità per lo spazio espositivo. Sebastiano sarà peraltro presente il giorno dell’inaugurazione, per presentarmi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra prime mele, maschere antigas, lenzuoli fantasma, scarpe dimenticate, e locali fatiscenti, qual è esattamente il filo conduttore di questa mostra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il filo conduttore è la donna nel suo mostrarsi e ritrarsi, non solo all’occhio dello spettatore, ma anche al suo stesso sguardo. C’è una dimensione dell’essere femminile che, nel mostrarsi e nell’indagarsi, non si raggiunge mai. È un femminile che sfugge, che interloquisce con una serie di oggetti che cercano di diventare personaggi sulla scena, mentre il corpo per contrapposizione si spersonalizza e si cosifica diventando un oggetto tra gli altri, venendo meno al ruolo di protagonista della scena. <strong>Inoltre gli oggetti, per quanto comuni o collocati in ambientazioni domestiche, perdono il loro connotato di familiarità e mostrano un lato estraneo, al limite del perturbante;</strong> a sua volta il corpo mascherato o legato, il volto celato anche quando frontale, relegano le scene rappresentate in una dimensione fortemente surreale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65889 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/foto-3-2-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-3-2-300x203.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-3-2-768x519.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-3-2-1024x693.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-3-2-1320x893.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Andiamo al titolo dell’evento: <em>Metamorfosi: sguardi di donna</em>. Da quello che tu hai detto e dalla presentazione critica dell’evento, si capisce che non si tratta semplicemente di strizzare l’occhio alla questione femminile, oggi tanto in voga. Ma perché le “metamorfosi”, in che senso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È la donna stessa che si trasforma nel suo cercarsi, va incontro a delle mutazioni, a delle trasformazioni. Non è mai quella di prima. Anche nel muoversi stando davanti e dietro la macchina, vi è sempre un passaggio, un attraversamento, quindi una trasformazione.<br />
<strong>Tu dici “muoversi stando davanti e dietro la macchina”. Infatti, trattasi di autoscatti. Perché questa scelta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Arrivo alla fotografia con la stessa finalità con cui sono approdata alla scrittura. Scrivere e fotografare costituiscono sempre un modo di dialogare con quella alterità che c’è in me e che, per quanto autoreferenziale, deve necessariamente passare per l’Altro. <strong>È un modo di fare i conti con la mia questione femminile – non femminista, ci tengo a precisarlo. La donna, come dice Lacan, è non tutta:</strong> c’è sempre qualcosa nel godimento femminile che sfugge anche alla stessa. La questione femminile è irrisolta, incompiuta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il legame tra la tua poesia e la fotografia, cosa le accomuna? Sono, per caso, entrambe un percorso di ricerca su te stessa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi di sì. Sono due mezzi espressivi diversi che, però, mettono a tema le stesse questioni. Attraverso la parola entrano in gioco meccanismi che implicano l’ingaggio in maniera più lenta e più continuativa del lettore. <strong>La fotografia è maggiormente d’impatto, se vogliamo più immediata, ma non immediatamente decifrabile. C’è sempre qualcosa di insondabile nelle mie immagini e poesie.</strong>  Lo scatto si mostra subito, ma ha bisogno di un percorso esegetico di interpretazione. In generale, direi comunque che si è trattato di un confluire naturale tra verso e immagine. A volte una di queste ha ispirato dei versi e da alcune poesie già scritte ha preso vita poi la rappresentazione fotografica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65891 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/foto-2-7-200x300.jpg" alt="" width="161" height="242" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-2-7-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-2-7-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-2-7-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-2-7-1320x1980.jpg 1320w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />Perché il bianco e nero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi che, oltre a essermi sempre piaciuto, rispecchia questa mia anima <em>parzialmente </em>dark che si riscontra sia nella scrittura che nella fotografia. Inoltre, a differenza del colore, riduce il linguaggio ai minimi termini, lo rende essenziale e minimalista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa rappresenta per te la fotografia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È vero che il mezzo è la macchina fotografica, ma io intendo le foto come un atto performativo, un mettermi in scena, ed essere al contempo attore e regista. <strong>C’è quindi un’attinenza con la body art e con tutto quello che ha a che fare con la performance legata a questa: </strong>il corpo si mette in scena, ma in maniera spersonificata.<br />
<strong>Cosa intendi per Body Art?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È quel movimento in cui l’artista utilizza il suo stesso corpo come mezzo espressivo e comunicativo, portandolo anche in situazioni limite e fuori da una dimensione rassicurante e pacificante. Nella fotografia vi è una messa in scena, una finzione rispetto alla body art intesa in senso stretto, ma c’è comunque un utilizzo del corpo che si fa oggetto e si offre allo sguardo dello spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i tuoi modelli a livello fotografico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sarà sicuramente un nome inflazionato, ma a me piace Francesca Woodman.<strong> Per altri versi amo molto anche Nobuyoshi Araki, un fotografo giapponese sul filone dello <em>shibari </em>(disciplina giapponese che consiste nel legare una persona in un contesto erotico, ma non solo), che mette in scena un corpo violato o sottomesso.</strong> Sono due modi diversi di rappresentare il corpo, più crepuscolare e più intimamente sofferto quello della Woodman, più erotizzato ed esteriorizzato quello di Araki, due approcci diversi ma che sento affini a me.</p>
<figure id="attachment_65892" aria-describedby="caption-attachment-65892" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65892" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/foto-4-1-300x135.jpg" alt="" width="300" height="135" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-4-1-300x135.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-4-1-768x347.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-4-1-1024x462.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-4-1-1320x596.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65892" class="wp-caption-text">Fotografie di Francesca Woodman e Nobuyoshi Araki</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché ti interessa il corpo violato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo non è mai integro, intatto, ma da sempre tagliato, violato, per essere civilizzato. Da qui il mio interesse per la body art che non solo sottopone il corpo a situazioni limite ma, nel suo processo iniziatico, crea il suo personale <em>taglio</em>, il suo rito di attraversamento. Non è sadomasochismo, tantomeno una forma di voyeurismo. Nobuyoshi Araki mette in scena donne che sembrano provare piacere nell’essere in una situazione di sottomissione. <strong>Mentre nella Woodman c’è un altro tipo di tormento. Entrambi confluiscono nel mio modo di vedere,</strong> che nella body art trova la sua sintesi nelle performance di Gina Pane.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>Sarah Kane è stata una stella cometa: 20 anni dopo, elogio della figlia di Antonin Artaud che ha portato il disagio in platea</title>
		<link>https://www.pangea.news/sarah-kane-e-stata-una-stella-cometa-20-anni-dopo-elogio-della-figlia-di-antonin-artaud-che-ha-portato-il-disagio-in-platea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2019 08:07:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Per favore, aprite le tende”. Era tiepida e irriconoscibile. In una parola: consumata. La vita non era stata cortese con lei quando quel lembo di stoffa si è accostato ai lati – velluto vermiglio come il sangue coagulato – e mi è apparsa la sua lapide. “Spoon river” è il luogo della memoria, la collina [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sarah-kane-e-stata-una-stella-cometa-20-anni-dopo-elogio-della-figlia-di-antonin-artaud-che-ha-portato-il-disagio-in-platea/">Sarah Kane è stata una stella cometa: 20 anni dopo, elogio della figlia di Antonin Artaud che ha portato il disagio in platea</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Per favore, aprite le tende”. Era tiepida e irriconoscibile. In una parola: consumata.</strong> La vita non era stata cortese con lei quando quel lembo di stoffa si è accostato ai lati – velluto vermiglio come il sangue coagulato – e mi è apparsa la sua lapide. “Spoon river” è il luogo della memoria, la collina (e Longiano, il “Petrella” di Longiano, è in alto: un Golgota apocrifo e micidiale, che ti costringe a guardare) della rottura. Dentro la testa. S’era rotto qualcosa, o qualcosa non era più oliato. Una fiume lento, dentro la testa. Un fiume che piano piano si prosciuga, che ha meno acqua, e che fa riemergere i fantasmi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65630 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-1-171x300.jpg" alt="" width="117" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-1-171x300.jpg 171w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-1.jpg 250w" sizes="(max-width: 117px) 100vw, 117px" />Il suo arrivo era capitato in vistoso ritardo: il treno di sola andata era già partito.</strong> E alla stazione romagnola – anche se Longiano la stazione forse non ce l’ha – erano in tanti a salutare “chi per un poco portò il non amore nel Paese”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un uragano. Sarah (hurri) Kane aveva la tempesta nella testa, una pioggia che spossava. Un breve tragitto – da Brentwood, dove era nata nel 1971 a Londra, dove nel 1999, il 20 febbraio del 1999, ha <em>matericizzato</em> il significato del nome della sua città natale, “Burnt Wood” (in inglese “Foresta bruciata”) </strong>– percorso in 28 anni per allungare una mano verso l’abisso, con le cinque dita, una per ogni opera teatrale che ha scritto, protese in silenzio per chiedere un aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A 17 anni Sarah Kane prese la decisione consapevole di rifiutare Dio. Come Antonin Artaud (“Per farla finita col giudizio di Dio”). </strong>Tutti e due, padre e figlia, nel Kursaal saviniano della follia: internati in un ospedale psichiatrico. Una condanna che sbriciola e dilata il tempo, lo fa scendere granello dopo granello, sino al momento in cui l’ampolla è vuota. Sarah Kane ha scelto di dedicare l’ultimo omaggio a quei piedi che l’hanno fatta camminare da Brentwood a Londra: si è impiccata con i lacci delle scarpe.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Longiano Sarah Kane ci è arrivata dopo la morte, a notte fonda.</strong> Poco prima delle cinque del mattino, l’ora in cui la mano protesa, l’arto, diventa arte per recitare un lungo addio, il canto del cigno che ha deciso di smettere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 2003 giravano in Italia ben cinque le edizioni del suo “4.48 Psychosis”.</strong> Una è arrivata a Longiano. Forse quella di Valentina Capone, “Psicosi 4:48/Cantico”. Forse.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarah Kane è stata una stella cometa che ha preso fuoco e che ha diffuso le sue fiamme.</strong> Una donna che si è bruciata senza fuoco e senza ossigeno. Una penna che, nel caldo della malattia della mente, ha incendiato involontariamente il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Ho scritto sempre e solo per sfuggire all’inferno e non ha mai funzionato;</strong> tuttavia quando ti siedi a guardare qualcosa e ti ritrovi a pensare che sia la migliore espressione possibile di quell’inferno, allora, in quel preciso momento, scopri che forse ne valeva la pena”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarah Kane, Royal Holloway College, London, 3/11/1998.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontare la vita nella consapevolezza di rifiutarla. Le erano familiari la solitudine gli psicofarmaci, gli stupri e le sevizie. </strong>Sarah stupiva e toccava, ma pochi hanno capito che le provocazioni volevano essere la voce di un assoluto desiderio di amore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’effetto uragano si è acquietato. I cani che brancolano sulla collina di “Spoon river” hanno smesso di abbaiare: <strong>gli attori, dopo aver <em>surfato</em> l’onda corta dell’immediata commozione collettiva, l’hanno piano piano abbandonata. </strong>Come ha fatto la vita con lei. Come un cane senza padrone.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Vedere in scena un testo di Sarah Kane significa assistere a un piccolo ed enorme processo di rigenerazione drammaturgica: <strong>sul palco le parole dette non sono dell’autrice ma della persona. Un miracolo pagano di rinnovamento.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sarah ha saputo portare alla tracimazione l’<em>in-yer-face-theatre </em>attraverso i suoi temi-cardine: gli stupri, la violenza fisica e psicologica, il disagio interiore, la malattia mentale, il suicidio, il sesso. <strong>Creare disagio nella platea.</strong> Esasperare le <em>nuance</em> della notte, il buio più nero della mente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ha ragione Denis Brandani quando scrive che “<strong>La vita non può sempre difendersi dall’arte</strong>, qualche volta ne muore”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarah Kane ha messo in scena definitivamente Antonin Artaud.</strong> Il linguaggio metaforico che Howard Barker definisce “bellezza e terrore” in lei si compie. Sino alla chiusura del sipario.</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sarah-kane-e-stata-una-stella-cometa-20-anni-dopo-elogio-della-figlia-di-antonin-artaud-che-ha-portato-il-disagio-in-platea/">Sarah Kane è stata una stella cometa: 20 anni dopo, elogio della figlia di Antonin Artaud che ha portato il disagio in platea</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ha vissuto più vite messe assieme, è un mostro, pare uscito da un album della Marvel”: Gian Ruggero Manzoni eroe da romanzo raccontato da Pier Paolo Giannubilo</title>
		<link>https://www.pangea.news/ha-vissuto-piu-vite-messe-assieme-e-un-mostro-pare-uscito-da-un-album-della-marvel-gian-ruggero-manzoni-eroe-da-romanzo-raccontato-da-pier-paolo-giannubilo/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 05:33:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da una parte mi azzanno le dita, dall’altra giubilo. <strong>La prima volta – per quello che diceva, mescolando l’alfabeto divino di Abulafia alle poesie di Scipione, le memorie di Amelia Rosselli al manuale di un monaco stilita – poi c’era quel viso, quel cranio, austero come uno scudo acheo – e la fuga e la foga del Nostromo di Joseph Conrad – vedete, la prima volta mi era sembrato di essere al cospetto di Kurtz.</strong> Quello di <em>Cuore di tenebra. </em>Però riletto, nella giungla guerresca, da Coppola, <em>Apocalypse Now</em>, dove Kurtz è un colonnello americano con il ceffo indimenticato di Marlon Brando. <strong><a href="http://www.gianruggeromanzoni.it/" target="_blank" rel="noopener">Gian Ruggero Manzoni</a>.</strong> Famiglia di schiatta nobile, villa decadente nella folta provincia romagnola, a Lugo, terra di sgozzapreti, di falsari, di banditi, un po’ sciamano, un po’ pistolero. Alchimista. Pericoloso. Di albina generosità. Artista. <strong>L’incontro con Gian Ruggero Manzoni, ideatore di imprese letterarie garibaldine e banditesche, di riviste e di cenacoli</strong> – feci parte di quel gruppo di “poeti per una metavanguardia”, era il 2004, c’erano, tra gli undici accoliti accolti, Andrea Ponso e il compianto Danni Antonello – dall’impeto poundiano, ha sempre come esito un KO, uno schianto. <strong>GRM è l’emblema dell’eccesso: eccessivamente ambiguo, eccessivamente obbediente, radicale nella conversione e nella passione. <a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2016/02/05/87734/" target="_blank" rel="noopener">Avrei dovuto farci un romanzo.</a> Lo ha fatto un altro. Pier Paolo Giannubilo.</strong> Scrittore di pregio (<em>Corpi estranei</em>, 2008; <em>Lo sguardo impuro</em>, 2014), incrocia GRM nel 2004, gli parla nel 2008, lo rivede nel 2012, gli scatta l’indole dell’idea. Una intervista. In cui GRM confessi tutto. Vita, onori, amori, dissapori. Soprattutto. Gli anni delle missioni impossibili nei Balcani e in capo al mondo, su cui aleggiano leggende torbide. Esito di un patto contratto con le forze dell’ordine per evitare la prigione durante i Settanta, quando GRM alterna le chiacchierate con Tondelli alla lotta armata (si fa per dire: le armi sarà costretto a prenderle, per davvero, dopo). Giannubilo si chiude in casa Manzoni per giorni. Raccoglie il materiale. Roba da far rileggere ai puri di cuore trent’anni di storia patria. C’è tutto, lì dentro: assassinio e rapina del talento, amori estremi, vendette, tradimenti, il perdono, l’assioma della disciplina. <strong>Nasce così, sinuosa divagazione sul tema amore&amp;morte, <em>Il risolutore </em>(Rizzoli, 2019), in cui Giannubilo racconta gli estremismi di un personaggio assoluto, senza tinte agiografiche, piuttosto – mungo la morale – dimostrando come solo chi precipita nel sottosuolo, nella tenebra umana, nel nulla, può con altrettanto slancio gettarsi nell’abbraccio del Perdonatore</strong>, può lasciarsi disintegrare nella luce bianca del Figlio dell’Uomo. L’unico appunto al romanzo, che ha un ritmo invidiabile (incipit che folgora: “Il bisonte è smandriato, confuso, incespica sugli zoccoli e ruzzola con la gobba nella polvere. Si rialza sulle zampe e si rilancia al galoppo nella prateria, seguendo la rotta obbligata che lo conduce sull’orlo del precipizio”), <strong>pare un raffinato film d’azione di Michael Mann</strong>, è che lascia alle voglie del lettore – di solito, ignoto – il gusto di affrontare il GRM artista, cioè quello che, finita la buriana della vita, resterà, il poeta che ha dissezionato dall’azione opere di superba potenza. Ho avuto il privilegio di far pubblicare uno smilzo, potente romanzo di Manzoni, <em>Acufeni </em>(Guaraldi, 2015), ‘GianRuggente’ sa che amo più di tutto <em>Il morbo</em>, romanzo dalla corrusca grandezza edito da Diabasis nel 2005. <strong>L’opera micidiale, però, è quella poetica, disseminata in diverse edizioni d’arte, raccolta nel 2003 da Il Bradipo in un libro-culto, <em>Scritture scelte.</em></strong> Ecco, spero che uno degli esiti ultimi del romanzo di Giannubilo – bello di per sé, sia chiaro – sia anche quello di pubblicare e di far ripubblicare come si deve GRM, uno dei grandi scrittori del nostro tempo, assai più vasto di tanti decantati americani o francesoidi (GRM si pappa a colazione Carrère, quel fustino, per dire). Altrimenti resterà in gola il bilioso paradosso: abbiamo GRM ridotto a personaggio ‘da romanzo’, ma ci manca, ovunque, nelle librerie patrie, lo scrittore, l’artista, il genio del verbo. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65428 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/il-risolutore-194x300.jpg" alt="" width="126" height="195" />Parto citandoti. “La sua vita è la favola nera più scioccante che io abbia mai ascoltato”. In questa ‘favola nera’ – eppure, così piena di gioia creativa – si confonde l’io che narra, cioè tu: è così? Cosa hai rivisto di te in Manzoni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fra Manzoni e me c’è stato fin dal principio un involontario e inatteso gioco di specchi, e presto mi è stato chiaro che il racconto avrebbe preso la piega di un viaggio anche nella <em>mia</em> storia personale, oltre che nella sua. <strong>Come scrivo a un certo punto del romanzo, mentre lui mi rendeva partecipe dei suoi segreti nel corso dell’intervista, ne ero spaventato almeno quanto ne ero attratto. Poi, però, più scavavo nelle contraddizioni del personaggio, nel pozzo delle sue ambiguità psicologiche, più sentivo che ciò che avevamo in comune non era qualcosa di marginale.</strong> E non parlo di questioni che riguardano solo me in senso stretto, ma tanti della mia e della sua generazione. La dipendenza dal riconoscimento altrui. Una sorta di inesausta fame d’amore surrogata in certe dinamiche seduttive. L’esigenza costante si farsi percepire performanti. La volontà di lasciare un segno del proprio passaggio sulla Terra. Tornando alla questione degli specchi, è stato come prendere coscienza un po’ alla volta che Manzoni, pur col suo vissuto così radicale, non era affatto un alieno, ma un uomo fatto della stessa sostanza mia e della gente comune. Il bisogno di risarcimento, le rimostranze nei confronti della specie umana possono innescare processi spaventosi. A Manzoni, diciamo così, la situazione è decisamente sfuggita di mano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anni Settanta, Servizi segreti, Biennale di Venezia, mortai, pallottole, poesia. Missioni clamorose e Tondelli. Nobile genia e desiderio di perdizione. Amore e morte. Perché hai scelto proprio Gian Ruggero Manzoni, artista noto ai sapienti ma ignoto ai più, come icona per un romanzo? Che tipo di fascino e di ‘contemporaneità’ emana, al di là delle storture macchiettistiche, da fumetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per il paradosso che ho introdotto prima, <strong>Manzoni ha in sé contemporaneamente i caratteri del <em>monstrum</em>, nel senso latino del termine, di <em>prodigio, </em>di<em> essere strano</em>, e dell’uomo qualunque, il conoscente della porta accanto. Al di là della sua vicenda umana fuori dall’ordinario, mi ha molto colpito la sua aspirazione a redimersi.</strong> Ha vissuto l’equivalente di un numero esagerato di vite messe assieme, è una miniera di esperienze e storie al limite della plausibilità, pare davvero uscito da un albo della Marvel. Una vicenda biografica così iper-romanzesca andava assolutamente raccontata, ma non solo per il fascino maledetto che promana, bensì per quanto può insegnare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una grande vita feconda sempre una grande contraddizione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi proprio di sì. Nelle esistenze letterarie come in quelle reali. Ma parimenti, grandi contraddizioni fecondano grandi vite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il cuore della vita di Manzoni, a tuo avviso, il momento della svolta esistenziale? E quale l’episodio che ti ha più divertito narrare? E quello che ti ha intimorito di più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrei rispondere facilmente:<strong> la seconda missione bosniaca, dove è sopravvissuto per grazia ricevuta. </strong>Ma il suo percorso è stato così complesso e ingarbugliato che non ha, a mio giudizio, un solo punto di svolta, piuttosto è una serie ininterrotta di scatti in avanti, ritorni, fughe, ripensamenti e ripartenze&#8230; Più facile individuare un fil rouge, e parlo dell’amore che ha portato e porta a due persone: suo padre e sua figlia. Non credo di peccare di un eccesso di romanticismo se dico che il desiderio di strapparsi di dosso la vecchia pelle abbia avuto a che fare essenzialmente con i suoi sentimenti verso queste due persone, che sono poi il suo sangue.  <strong>Per quanto riguarda gli aspetti più leggeri, l’episodio di Manzoni nella zona a luci rosse di Bordeaux insieme al Macellaio, il camionista col quale viaggiava in giro per l’Europa, mi strappa un sorriso ogni volta che ci ripenso.</strong>  Quanto all’ultima questione, il Risolutore è un’infilata di situazioni raggelanti, alcune delle quali mi hanno tenuto col fiato sospeso giorno dopo giorno, nei primi anni di composizione del romanzo. Ma meglio non anticipare nulla al lettore, per non rovinargli il piacere della scoperta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65429 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo-179x300.jpg" alt="" width="134" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo.jpg 298w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Alla porzione ‘in battaglia’ alterni quella dedicata alla vita privata (la vita con Ester, soprattutto). Mi pare che manchi la parte del Manzoni poeta, romanziere, ideatore di cenacoli artistici, di avventure letterarie. Ancora di più: sarebbe stato opportuno aggiungere, forse, una bibliografia in calce al libro per permettere al lettore, affascinato dal ‘personaggio’, di aggirare la vita precipitandosi nell’opera. Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È vero, il racconto del Manzoni artista, scrittore e intellettuale è ridotto all’osso. E con mio grande rammarico, confesso.<strong> In origine avevo detto parecchio anche su questi aspetti, ma come sempre avviene molte pagine sono state tagliate – il manoscritto era oggettivamente sterminato. Ad ogni revisione ho sottratto delle grosse parti sulle quali avevo trascorso mesi e mesi di lavoro di lima.</strong> È un processo che fa male al cuore di ogni autore, come ben sa di scrive narrativa, ma si tratta in fondo di rinunce necessarie alla fruizione dell’opera. Il Manzoni en plein air è ad ogni modo accessibile a tutti, volendolo approfondire; l’obiettivo di questo libro era svelarne la parte oscura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto, a tuo dire, la vita di Manzoni ha influito sulla sua opera? A tratti, mi pare, il contemplativo decapita il guerriero – e viceversa. In pratica, ti chiedo una riflessione sui termini opposti (ma riassunti, credo, drammaticamente, in Manzoni) ‘azione’ e ‘contemplazione’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In un passo definisco Manzoni un <em>polytropos</em>, affibbiandogli l’aggettivo greco “dai molti giri” riferito a Odisseo, poveramente traducibile con l’italiano “multiforme”. Un oggetto d’indagine di questo tipo confonde la visione. Ma la mia sensazione è che <strong>il contemplativo e l’uomo d’azione abbiano agito in lui uno accanto all’altro, a ore alterne,</strong> in una singolarissima, stramba dinamica di compresenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale opera di Manzoni ti ha affascinato di più? Quale opera, in assoluto, ti ha aiutato a perfezionare la strategia narrativa per raccontare Manzoni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I teatranti perduti</em>, una composizione di medaglioni dedicati da Manzoni ciascuno alla vita di un parente stretto (genitori, nonni, zia…) è a mio giudizio un capolavoro del genere biografico. Oltre a essere una lettura coinvolgente che consiglio a tutti, è stata la mia fonte primaria, è grazie a questo libro che ho potuto ricostruire il background di Manzoni. Ho attinto lì interi episodi, e li ho trasfusi nel mio romanzo a volte senza neanche citarli come manzoniani, tanto si integravano in modo fluido nella mia trama. Virgolettare quei passaggi mi dava l’impressione di rovinare un piccolo miracolo<strong>… Rispetto alla seconda domanda, so che non è possibile non citare in via prioritaria il Limonov di Carrere, ma aggiungerei anche un classico della storiografia, <em>Stalin</em> di Robert Conquest, e poi, per motivi diversi, <em>True Story</em> di Michael Finkel e <em>La spada di Mishima</em> di Christopher Ross.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Matteo Bosi, &#8220;Ritratto di Gian Ruggero Manzoni&#8221;, fotografia, 2016</em></p>
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		<title>Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jan 2019 05:27:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le idee non sono innocue. La scorsa estate ho avuto una discussione piuttosto effervescente con Siobhan Nash-Marshall, filosofa, insegnante al Manhattanville College di New York, autrice di un libro, The Sins of the Fathers, in cui rintraccia le fonti ‘filosofiche’ che hanno condotto al genocidio armeno, al suo concepimento mentale e alla strategia ideologica della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/">Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le idee non sono innocue. La scorsa estate ho avuto una discussione piuttosto effervescente con Siobhan Nash-Marshall, filosofa, insegnante al Manhattanville College di New York, autrice di un libro, <em>The Sins of the Fathers</em>, in cui rintraccia le fonti ‘filosofiche’ che hanno condotto al genocidio armeno, al suo concepimento mentale e alla strategia ideologica della sua attuazione. Il libro <a href="http://www.pangea.news/il-genocidio-armeno-colpa-di-cartesio-intervista-a-siobhan-nash-marshall/" target="_blank" rel="noopener">(ne ho parlato con l&#8217;autrice un po&#8217; di tempo fa)</a> è stato tradotto un paio di mesi fa da Guerini e Associati come <em>I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno</em>, con una appassionata introduzione di Antonia Arslan, che scrive: “Siobhan Nash-Marshall, in questo libro affascinante e coraggioso, affronta con ampia documentazione anche il problema dell’accanito negazionismo di Stato come ‘parte integrante del processo genocidario’ (rav Giuseppe Laras). <strong>Ancor oggi infatti, dopo più di cent’anni, ogni diniego dei fatti, ogni capzioso distinguo rinnova nei cuori e nelle menti dei discendenti delle vittime l’orrore di quella tragedia infinita, la rende attuale e presente, allontana perdono e oblio”. L’ultimo brandello – su <em>perdono e oblio </em>– andrebbe stampato sul petto della storia recente.</strong> Quanto ai Governi che accolgono senza troppi pruriti morali il negazionismo della Turchia, la filosofa ha capito il punto, “sottomettono la metafisica alla loro politica, e non il contrario”. Ergo: le idee non sono innocue.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65221 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro-4-191x300.jpg" alt="" width="112" height="176" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-4-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-4.jpg 637w" sizes="(max-width: 112px) 100vw, 112px" />Il libro della Nash-Marshall, paragonato, nel mondo americano, alla <em>Banalità del male </em>di Hannah Arendt, in Italia ha creato punte di sconcerto. <strong>La filosofa, così, è stata coinvolta da Marcello Flores in una polemica piuttosto sterile <a href="https://www.corriere.it/la-lettura/19_gennaio_06/si-germi-violenza-genocida-vengono-pensiero-cartesio-282968a8-11a6-11e9-9792-87746038bd2f.shtml" target="_blank" rel="noopener">pubblicata dal <em>Corriere della Sera</em>.</a> Flores, di fatto, accusa la Nash-Marshall di aver “messo sotto accusa l’intera tradizione filosofica occidentale degli ultimi due secoli e mezzo”.</strong> In realtà, la filosofa, nel suo libro, fa un paio di considerazioni micidiali. Prima: “La fascinazione per l’approccio di Cartesio fu fatale per gli sviluppi del pensiero occidentale. E fu devastante per il mondo. Condusse il mondo occidentale a pensare che unicamente i propri pronunciamenti razionali avessero valore e che questi ultimi… potessero essere confutati soltanto da altri pronunciamenti razionali, e non da prove concrete inerenti alle realtà materiali”. Seconda:<strong> “Chiunque conosca la storia del XX secolo dovrebbe comprendere che non è possibile afferrare il senso degli incalcolabili spargimenti di sangue che in quasi ogni angolo del globo vi furono senza fare riferimento ai filosofi. </strong>I politici britannici, in generale, vissero e morirono influenzati da Mill e Bentham. Lenin, Stalin, Mao, Pol Pot, Ceausescu, Menghitsu, Enver Hoxha, Tito, per fare alcuni nomi dei dittatori più potenti del XX secolo, furono tutti seguaci di Karl Marx, il filosofo discepolo di Hegel. Hitler, nonostante amasse molto Nietzsche, il Van Gogh della filosofia, fu anche un socialista, assai ispirato da Marx. Così pure Mussolini, che era socialista e, pare, anche un grande esperto di letteratura socialista”. Marx e Cartesio grandi motori dei disastri del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Interpello la Nash-Marshall, di passaggio in Italia. I ‘Giovani Turchi’ trovano la matrice ideologica per la costruzione di una ‘patria’ ideale – che materialmente passa per lo sterminio degli Armeni – “nel concetto di nazione forgiato da Fichte, e in un miscuglio che fonde razionalismo francese e idealismo tedesco…”. Ma, cosa c’entra Cartesio. “Guardi, io non capisco perché la gente se la prende con me per quello che ha scritto Cartesio. I fatti concreti oggi agli intellettuali non servono. Nel suo <em>Discorso sul metodo</em>, ad esempio, è Cartesio a dire che tutti gli stati dovrebbero essere governati da una persona sola perché di per sé l’uomo è selvaggio, se lasciato da solo crea confusione. Ed è Cartesio a dire che la conoscenza di per sé è vera”. Ovviamente, non è Cartesio ad aver armato gli assassini degli Armeni: ma quando le idee sono ritenute più concrete dei fatti, quando al volto si sostituisce un concetto, un pregiudizio, ogni atto sanguinario è lecito, è giustificato. <strong>“Lo svantaggio di Hitler – se ne confrontiamo le vicende con quelle del Cup e di Mustafa Kemal, da lui grandemente ammirato – fu che i polacchi e i russi, autoctoni delle terre che questi voleva requisire… non erano solo studiosi e banchieri, scrittori e professori, mercanti e industriali. Erano molto più numerosi degli armeni. </strong>Non avrebbe potuto cioè liberarsene in un colpo solo”.</p>
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<p style="text-align: justify;">L’intenzione profonda del libro è denunciata dalla ‘quarta’. <strong>“La Turchia odierna sta ancora cercando di costruire il suo <em>vatan</em>, proseguendo così il genocidio iniziato dai turchi ottomani, e continuando a negare, di fatto, che questo abbia avuto luogo. Coprire un crimine vuol dire prolungarne gli effetti”. </strong>Ecco, forse, cosa fa paura di questo libro: capire l’ideologia che ha fabbricato il genocidio impone una direzione morale.</p>
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<p style="text-align: justify;">La filosofa, dall’intelligenza esuberante, ha colto due problemi concatenati di oggi: “il pensiero che è diventato pura retorica, dissociato dai fatti” e i giovani “che hanno paura, una paura folle del mondo, pensano che il mondo voglia schiacciarli”. Così, da vera filosofa, Siobhan modifica l’ordine dei fattori. “Intanto, bisogna misurarsi con i testi importanti, discutendone le radici di senso, partendo da Tommaso d’Aquino. Poi, <strong>bisogna tornare alla materia. Bisogna insegnare ai ragazzi come ci si misura con i testi ma anche come si restaura un mobile, perché devono conoscere il mondo concreto. Io amo restaurare i mobili: la materia è cosa ostinata, mi mantiene umile”.</strong> Ed eccola qui la natura della filosofia – pensiero e lavoro, concetto e atto. Per evitare il fiorire del sangue. Denso come un aforisma. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/filosofi-sanguinari-marx-e-cartesio-giustificano-i-genocidi-del-secolo-scorso-il-libro-di-siobhan-nash-marshall-e-diventato-un-caso-ma-in-italia-non-lo-capiscono/">Filosofi sanguinari. Marx e Cartesio giustificano i genocidi del secolo scorso. Il libro di Siobhan Nash-Marshall è diventato un caso (ma in Italia non lo capiscono)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>I buoni propositi per il 2019 ce li detta Dostoevskij: ponetevi le domande irragionevoli, le domande senza senso, con la stessa imperiale impetuosità dei Karamazov</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Dec 2018 06:44:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La letteratura si agglutina nel fango, è aggiogata al fango. Secondo alcuni, la storia della letteratura occidentale prende una svolta quando Fëdor Dostoevskij descrive il cadavere dello starec Zosima, in odore di santità, che puzza, che scandalo; secondo altri è quando Dostoevskij ribadisce quella catatonica verità, “perché siamo tutti colpevoli per tutti gli altri”, che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-buoni-propositi-per-il-2019-ce-li-detta-dostoevskij-ponetevi-le-domande-irragionevoli-le-domande-senza-senso-con-la-stessa-imperiale-impetuosita-dei-karamazov/">I buoni propositi per il 2019 ce li detta Dostoevskij: ponetevi le domande irragionevoli, le domande senza senso, con la stessa imperiale impetuosità dei Karamazov</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura si agglutina nel fango, è aggiogata al fango.</strong> Secondo alcuni, la storia della letteratura occidentale prende una svolta quando Fëdor Dostoevskij descrive il cadavere dello <em>starec</em> Zosima, in odore di santità, che puzza, che scandalo; secondo altri è quando Dostoevskij ribadisce quella catatonica verità, “perché siamo tutti colpevoli per tutti gli altri”, che si sancisce l’impeto morale di una letteratura nuova, ulteriore, altra. Per tutti, ad ogni modo, <em>I fratelli Karamazov </em>sono l’opera con cui bisogna confrontarsi, sono l’opera da vivere prima che da leggere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Libro nono, capitolo otto.</strong> In quel luogo dei ‘Karamazov’ accade qualcosa che non smette di uncinarmi – è qualcosa di semplice – di dichiarato – di disperatamente ultimo. Ognuno s’arrampica ai ‘Karamazov’ come può – io parto da lì, dal sogno di Dmitrij Karamazov, durante il processo in cui deve rispondere all’accusa di essere l’omicida del padre. In forma preliminare, di danza: mi sembra emblematico che Dostoevskij, lo scrittore ‘realista’, penetri nella pasta onirica, s’ingolfi nel sogno per dire le cose definitive – leggete, almeno, <em>Il sogno di un uomo ridicolo. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La quinta.</strong> Il sogno avviene in una “steppa”, in una scenografia canonicamente russa, “era l’inizio di novembre, e la neve cadeva in grossi fiocchi umidi”. Fa freddo e Dmitrij è su un carro. Il freddo è la condizione esistenziale permanente. Il carro va veloce e passa di fianco a un “villaggio per metà bruciato”. Ai confini del villaggio, “delle contadine… un’intera schiera, tutte magre, emaciate, con i visi scuri”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una natività dostoevskijana. </strong>Nella corsa affannosa lungo la steppa, attraversando il villaggio bruciato, Dmitrij è frenato da “una donna ossuta e alta, che dimostrava quarant’anni, ma poteva averne venti, con il viso magro, che teneva fra le braccia un bimbo in lacrime: evidentemente il suo seno non aveva più latte e il bambino piangeva, piangeva, mulinava le braccia nude, con i pugni illividiti dal freddo”. Questa donna è lo zenit del sogno, colei che morde il cuore di Dmitrij, che lo mangia. La mamma con il bambino è una immagine cristica – ricordiamo come Vasilij Grossman ha descritto la <em>Madonna sistina </em>di Raffaello – è una immagine devota, qui ribaltata, però. Gli uomini pregano davanti alla Mamma con il Bambino – qui la mamma non ha la forza di implorare aiuto e il suo bambino piange. Il bambino di questa donna non morirà per redimere le colpe dell’uomo, morirà e basta, come il più solo e incolpevole degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La creatura. </strong>Uno dei momenti letterari e significativi più alti dei ‘Karamazov’ accade quando Dmitrij chiede al conducente che guida il carro “perché piangono?”. Il conducente risponde, “la creatura, la creatura piange”. Dmitrij, cioè Mitja, nel diminutivo, è sorpreso da questo modo di dire, <em>creatura</em>. “Restò colpito dal fatto che egli l’avesse chiamato a modo suo, alla contadina: ‘creatura’ e non bambino. <strong>E gli piacque che il contadino avesse detto ‘creatura’: era come se in quella parola si racchiudesse una compassione più intensa”.</strong> Il dettaglio narrativo – dire ‘creatura’ al posto di ‘bambino’, mimando il gergo dei contadini – amplifica quello significativo: <em>creatura</em> ci fa percepire che in quell’istante, a soffrire, non è una donna singola con il suo singolare bambino; è l’intera umanità, la ‘creatura’, a soffrire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il ritmo. </strong>Già ora, chi legge, percepisce il ritmo narrativo imposto da Dostoevskij: la scrittura corre come il calesse su cui è accucciato, nel sogno, Mitja. Le frasi si decompongono, come le ruote che fendono le strade ricoperte di neve, la scrittura è svelta, vibra, precipita, alla ricerca del senso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La risposta ‘normale’. </strong>Mitja, Dmitrij, è ossessionato e continua a chiedere al conducente “perché piangono?, perché piange?, perché è così?”. Il conducente dà a Mitja una risposta ovvia, razionale, “è povera gente, la casa è bruciata, non hanno di che mangiare”. Insomma, sono poveri come tanti poveri, sono gli sfortunati, quelli ce vediamo ovunque, nel sottobosco cittadino – anche noi, in fondo, abbiamo la nostra quote ingiusta di sfortuna – a noi non resta che correre oltre, andare, chi si cura degli altri è perduto, è idiota. Ma Mitja, nonostante il carro corra a precipizio, non va oltre, si blocca, capisce che quel dolore particolare è il dolore assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfidare l’impossibile è un carisma narrativo. </strong> L’ultima parte del sogno si perde nel grumo di domande deliranti di Mitja, drogate – “perché quella gente è povera? Perché è povera la creatura? Perché la steppa è desolata? Perché non si abbracciano, non cantano di gioia, perché la miseria li abbrutisce? Perché non danno da mangiare a quel bambino?”. Mitja non si dà pace: quel singolo episodio di dolore – quella maternità annerita dalla fame, dalla miseria – è stato uno shock, gli ha fatto scoprire che il mondo soffre. <strong>“E avvertiva che stava crescendo nel suo cuore un senso di pietà che non aveva mai provato prima, che aveva voglia di piangere, che voleva fare qualcosa per tutti, affinché quel bambino non piangesse più, e non piangesse più quella madre dal viso nero e dal seno secco, affinché da ora non esistessero più lacrime per nessuno, e voleva fare tutto questo all’istante, ora, immediatamente, al di là di tutti gli ostacoli, con tutta l’impetuosità dei Karamazov”.</strong> Eccola, la fiamma narrativa! “L’impetuosità dei Karamazov” si fa evidente, fiammante, in due modi: l’impetuosa passione verso la vita – che ha come estremo la dissipazione, la stessa dissipazione nell’amore per le prostitute e per il gioco d’azzardo di Mitja – e l’impetuosa compassione verso le creature – che sfocia in questo amore ingenuo, irrimediabile, fino alle lacrime. Senza quella cerniera finale, che lega l’orazione possente alla storia del romanzo, innervata sulla genia dei Karamazov, Dostoevskij sarebbe un mirabile predicatore, ma non un geniale romanziere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le domande illogiche sono le uniche logicamente sane. </strong>Il sogno termina così, sull’impetuosità dei Karamazov, sul proposito, impossibile, lo sappiamo – ma si vive per sentire il sapore dell’impossibile –, di sanare il male dal mondo, dall’uomo. <strong>Poco prima, riguardo al rosario di <em>perché? </em>detonati da Mitja, l’uomo che non arretra di fronte al dolore, che non si dà pace finché l’uomo soffre, Dostoevskij scrive una frase che è come un amuleto: “ed egli sentiva che sebbene le sue domande fossero irragionevoli e prive di senso, tuttavia desiderava proprio porre quelle domande e porle proprio in quel modo”.</strong> Nell’epoca in cui tutti pensano di poter rispondere a ogni richiesta, nell’epoca della domanda-risposta meccanizzata – digito un tasto e la macchina risponde –, le uniche domande degne di nota, pregne di valore, sono quelle irragionevoli, quelle prive di senso, perciò sensibili alla natura inquieta dell’uomo. La domanda che porta in sé la risposta è foriera di morte, non si pone in rapporto con l’eterno, non risuona nei millenni: è per essersi posto domande ancora irrisolte che l’essere umano è tale. L’uomo esiste perché raggiunge l’irragionevole, perché si assopisce nell’impossibile: il problema non è estirpare il male, ma porsi con incessante tensione la domanda intorno al male. (d.b.)</p>
<p>*<em>In copertina, Vladimir I. Dal&#8217; secondo Vasilij G. Perov, 1872</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-buoni-propositi-per-il-2019-ce-li-detta-dostoevskij-ponetevi-le-domande-irragionevoli-le-domande-senza-senso-con-la-stessa-imperiale-impetuosita-dei-karamazov/">I buoni propositi per il 2019 ce li detta Dostoevskij: ponetevi le domande irragionevoli, le domande senza senso, con la stessa imperiale impetuosità dei Karamazov</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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