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	<title>preti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Ciò che salva atterrisce e dobbiamo amare in modo ingiustificato, ingiusto, ingiudicabile, “sovrabbondante”: chi ha il coraggio di farlo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Dec 2018 12:46:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cio-che-salva-atterrisce-e-dobbiamo-amare-in-modo-ingiustificato-ingiusto-ingiudicabile-sovrabbondante-chi-ha-il-coraggio-di-farlo/">Ciò che salva atterrisce e dobbiamo amare in modo ingiustificato, ingiusto, ingiudicabile, “sovrabbondante”: chi ha il coraggio di farlo?</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, <a href="http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20181202.shtml" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.</em></p>
<p><em>***</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La liturgia scudiscia chi pensa che la Bibbia sia il libro delle opere di bene, per vivere bene</strong> – per quello, da una palazzina di secoli, bastano Epicuro, Seneca, Marco Aurelio, gli stoici e gli stitici di trascendenza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Oscillazione – ai nostri orecchi incavati – tra “giudizio” e “amore”, come se amare fosse ingiustificato. “Farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra” (<em>Ger </em>33, 15). Dando retta alla profezia di Geremia essa s’incardina in Gesù. <strong>Che esercizio di giudizio ha agito Gesù? Ha giudicato sé degno di crocefissione, ha decretato su di sé sentenza di morte</strong> – in espiazione e fraintendimento. Giudicando se stesso ha dato giustizia all’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’unico giudizio è che amare è ingiudicabile – <strong>l’amore è ingiusto (non c’è parità, non c’è giustizia) perché va al di là di tutte le norme e di tutti i criteri, </strong>non è ‘uguale per tutti’.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Uomini svaniranno nella paura, per l’attesa di ciò che accadrà al mondo” (<em>Lc </em>21, 26).<strong> Colui che salva, atterrisce – l’apparire del divino è fragoroso e uccide. Cristianesimo significa: disciplinare l’attesa per sopportare la venuta di Cristo. </strong>Il resto – fai il bravo perché verrai premiato – è il manuale delle giovani marmotte per convincere i fedeli ad andare a Messa la domenica, guinzaglio della colpa e pelliccia di perbenismo. Di attesa – quanto ne ha scritto Kafka – si può morire; Dio non rispetta mai le attese né le date, disattende le promesse per una risposta più vasta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno è “un laccio” (<em>Lc </em>21, 35), la vita è “avere la forza di sfuggire a ciò che accadrà” (<em>Lc </em>21, 36). <strong>Il cristiano non si lascia allacciare dal giorno, non soggiace alla foga di tutte le cose – attua la disciplina dell’attenzione per adempiere l’attesa. La preghiera è il canto che piega il giorno, che sutura le piaghe, che direziona le ossa nel prato su cui camminerà Dio – orientare le lingue come fiamme a dettagliare il suo cammino. </strong>“Vigilate pregando continuamente” (<em>Lc </em>21, 36): i Messaliani, gli ‘oranti’, diffusi in Mesopotamia dal II secolo, praticavano la preghiera ininterrotta, pensando che il mondo fosse irrimediabilmente corrotta dal male, convinti, così, di percepire il corpo vero dello Spirito. Furono sconfitti, dichiarati eretici, inconciliabili ai grandi sacerdoti, durante il Concilio di Efeso del 431.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’arrivo del Figlio è “la vostra liberazione” (<em>Lc </em>21, 28): sempre è drastica la distanza tra il cristiano e il ‘mondo’.</strong> Il mondo è la ferocia dei chiodi che annientano l’innocente: ma proprio perché il mondo è malato, è male, va amato. Si ama ciò che ci sfida ad odiarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Segni nel sole e nella luna e nelle stelle, angoscia di genti sulla terra per il delirio del mare” (<em>Lc </em>21, 25): sembrano sempre <em>nostri</em> i tempi apocalittici, e l’attesa è sempre rimandata. <strong>Forse siamo noi il segno dell’apocalisse, forse il mare in delirio è il nostro cuore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’attesa si stagiona nel “sovrabbondare dell’amore gli uni verso gli altri – e verso tutti”, come dice San Paolo (<em>1 Ts </em>3, 12). <strong>Questo amore – necessario a “confermare i vostri cuori” – è disumano, è una sfida, è l’amore che vince la morte.</strong> La vera abbondanza è d’amore, di questo che non sfama.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che cos’è la giustizia per Dio – come è possibile paragonare la nostra moralità alle Sue intenzioni a-morali rispetto al balbettio umano? “Realizzerò le promesse di bene” (<em>Ger </em>33, 14) dice il profeta ripetendo l’oracolo di Dio. <strong>A quale bene si allude, e qual è la giusta urbanistica dell’amare? Il bene è l’abbandono – quando, disarmati, senza sapere più nulla, qualcuno ci fa scudo con le mani.</strong> Ogni apocalisse è fatta per soddisfare la nostra pretesa più profonda: amare, essere amati, sfiatando ogni inquietudine. Ci vuole coraggio nella rovina. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">*<em>In copertina: Giovanni Bellini, “Pietà Martinengo”, 1505 ca., Venezia, Gallerie dell’Accademia</em></p>
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		<title>Siamo locuste che mordono i calcagni del vento e fanno lo scalpo all’arcangelo. Contro la religione come bonifica sociale e pia custodia delle impellicciate convinzioni dei fedeli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Nov 2018 09:41:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, qui. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/siamo-locuste-che-mordono-i-calcagni-del-vento-e-fanno-lo-scalpo-allarcangelo-contro-la-religione-come-bonifica-sociale-e-pia-custodia-delle-impellicciate-convinzioni-dei-fedeli/">Siamo locuste che mordono i calcagni del vento e fanno lo scalpo all’arcangelo. Contro la religione come bonifica sociale e pia custodia delle impellicciate convinzioni dei fedeli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>La domenica parlano – con sperabile ispirazione – i preti. Il lunedì, da incosciente, metto il cranio dentro la liturgia domenicale. Screziando, da dis-graziato, i testi. La liturgia la trovate, per comodità, <a href="http://www.lachiesa.it/calendario/Detailed/20181118.shtml" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. Io uso il Nuovo Testamento interlineare, bisciando tra italiano, greco e latino. Pigliate questi come appunti sul margine sfinito, come punti d’appoggio – o di rovina – sulla roccia.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Strano. Il cristianesimo dovrebbe essere la preparazione per l’altro mondo ed è diventato il manuale per vivere bene in questo mondo, insieme agli altri, su questa terra. </strong>La forza del cristianesimo, intendo, piegata alle piaghe sociali, alla beneficienza, alla custodia delle masse domenicali nelle loro impellicciate convinzioni. Fate i bravi e il regno dei cieli è apparecchiato per voi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La sequela di Cristo non riguarda le buone azioni impilate per vincere il peluche di un posto in Paradiso.</strong> Bensì: obbedire inchinati come serpi e virili come falchi alla parola sparata sulla fronte dell’aldilà, per fare lo scalpo all’arcangelo.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">La parola è più duratura della carne, la trapassa – le cose esistono, in effetti, se qualcuno le pronuncia. “Tempo di angoscia – mai visto dalla nascita delle nazioni – chi è scritto nel libro è salvo”, scrive Daniele; “cielo e terra passano – le mie parole non passano”, dice Gesù (<em>Mc </em>13,31). D’altronde, <strong>il cosmo è nato per effetto di parola – ripetere la stessa parola a contrario costringe il cosmo nel palmo della mano di Dio, nella sua narice sinistra. </strong>Parola più forte della pietra, più resistente del pianeta, più assoluta dei cieli. Parola fiocina con cui Dio trafigge il costato dell’uomo – parola come lotta e resa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Noi… su quale libro siamo scritti… o qualche cane ha leccato le lettere… qualche corvo le ha rubate… le ha confuse? Se visito un cimitero, di solito, vado sulla soglia delle tombe più antiche, che spudoratezza sputata. <strong>Morti di decenni fa, di cui è irriconoscibile la genia. Le lettere del nome scombinate – potrei combinare nuovi nomi, nuove vite. </strong>Non so se sia una lordura – se non riconosco il nome del morto, come potrò salutarlo, quindi salvarlo? – o la salvezza – liberi del nocciolo del nome, finalmente, possiamo vivere tutte le altre vite possibili, impedite per giogo verbale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le preghiere, la rinuncia all’afrore umano in favore del mondo, la marcia in direzione contraria, servono a preparare la venuta: <em>Sed in illis diebus post tribulationem illam sol contenebrabitur, et luna non dabit splendorem suum</em>. <strong>Masticate la Vulgata, ogni tanto, che è l’alfabeto del cristianesimo occidentale, assaporate il carisma della profezia, l’urgenza alfabetica.</strong> <em>Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nubibus cum virtute multa et gloria. </em>Non so il latino se non da sciupato liceale. Provate a dire parole grevi di linguaggio, gravide di magia. Non importa più il senso, evviva, ma il suono, la nenia, l’abbandono.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Dal fico imparate la parabola”: il fico è l’unità di tempo del cristiano. Il cosmo matura, come il fico, per poi esplodere. Si prevede, dunque, che la fine del mondo sarà dolce.</strong> “I saggi risplenderanno con splendore di stellata; chi conduce alla giustizia sarà luminoso come le stelle, per sempre” (<em>Dn </em>12, 3). La venuta sarà un fragore di luce. Anche il sangue (“…i nemici saranno sotto i suoi i piedi”, <em>Eb </em>10, 17) è fosforescente, e la macelleria è il perdono, la mattanza è nella carezza (“dove è perdono non c’è offerta per il peccato”, <em>Eb </em>10, 18).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga” (<em>Amen dico vobis: Non transiet generatio haec, donec omnia ista fiant</em>). Certo, bisogna capire il senso di “questa generazione”, visto che “quel giorno e quell’ora, nessuno lo sa”. <strong>Qual è l’unità di misura del tempo di Dio? Di certo non si orienta con gli orologi con cui la creatura intende aggiogare l’alba. Eppure. L’indole alla sconfitta, l’enigma dell’insoddisfazione sono propri del cristiano.</strong> Da duemila e passa anni in qua, dopo la morte di Gesù, è accaduto poco – il male sembra vincere, prospera, e il debole muore, come sempre. Da duemila anni attendiamo la fine del mondo, con fremiti di frustrazione. Ma è questo interrogativo – la parola indelebile è un interrogatorio costante sul suo senso – questa ulcera di verbi a farci muovere come locuste, a mordere i calcagni del vento. Da questa sconfitta, dall’uomo torturato dai chiodi, elementari come segni di interpunzione, dal sepolcro pari a un guaito, il cristiano si muove.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (<em>Mc </em>13, 32). <strong>Non è dolce che il Padre abbia segreti e intenzioni che non rivela al Figlio, ma che il Figlio dichiari le reticenze del Padre.</strong> In questa disparità è il dialogo dei Tre. (d.b.)</p>
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