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	<title>postumo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>150 anni fa, il romanzo più grande di sempre: “Guerra e pace” (appendice sulla crisi devastante che colpì Lev Tolstoj)</title>
		<link>https://www.pangea.news/guerra-e-pace-lev-tolstoj-crisi-arzamas-150-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 05:50:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>150 anni fa nella vita di Lev Tolstoj accadono due cose opposte ed entrambe rivelative. Pubblica in volume Guerra e pace, dimostrando al mondo, così, ciò che è: il più grande – nella grandezza è intesa la consanguineità tra impero formale e impeto etico – romanziere di ogni tempo. Poi, la crisi, clamorosa. Appena diventato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>150 anni fa nella vita di Lev Tolstoj accadono due cose opposte ed entrambe rivelative.</strong> Pubblica in volume <em>Guerra e pace</em>, dimostrando al mondo, così, ciò che è: il più grande – nella grandezza è intesa la consanguineità tra impero formale e impeto etico – romanziere di ogni tempo. Poi, la crisi, clamorosa. Appena diventato re, Tolstoj precipita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Rewind. Se vi va, un dato dimostra che per Tolstoj arte &amp; vita sono consustanziali, epica della stessa consegna. <strong>Nel 1862 il conte Tolstoj si sposa con l’avvenente diciottenne Sonja – ergo: Sof’ja Andrèevna –, l’anno dopo nasce Sergèj, il primo figlio. In quel nugolo di mesi, Tolstoj inizia a scrivere <em>Guerra e pace.</em></strong> Il compimento del romanzo è festeggiato con la nascita di Lev, il quarto figlio, che – paradosso di cubica crudeltà – fu scrittore, fu contrario ai diktat morali del padre (“Ho conosciuto personalmente gli effetti degli errori del pensiero di mio padre”), emigrò dopo la Rivoluzione, morendo in Svezia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sul <em>The New Criterion </em>un’articolessa di Gary Saul Morson ci spiega perché <em>Guerra e pace </em>è <a href="https://www.newcriterion.com/issues/2019/3/the-greatest-of-all-novels" target="_blank" rel="noopener"><em>The greatest of all novels</em></a>, il romanzo più grande di tutti – e se lo dice un americano – ma soprattutto perché è l’antidoto a ogni ideologia concentrazionaria (scientista, comunista, papalina). “Leggere <em>Guerra e pace </em>è un’esperienza diversa dalla lettura di ogni altro libro, eccetto, suppongo, <em>Anna Karenina</em>. <strong>Passiamo dalla meraviglia dei piccoli sommovimenti della coscienza alla grandiosa visione della vita in tutta la sua infinita varietà… Eccola, la saggezza tolstoiana: la verità non è in un sistema astratto, che semplifica necessariamente la vita, ma in una fede aperta, pronta.</strong> La verità è difficile da discernere perché è nascosta allo sguardo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66185 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/guerraepace1-188x300.jpg" alt="" width="150" height="239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/guerraepace1-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/guerraepace1.jpg 250w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Una delle scene più grandi di <em>Guerra e pace</em>, come si sa, è quella in cui il principe Andrej Bolkonskij cade, ad Austerliz. Mentre gli uomini combattono, sul campo, egli s’immerge nel cielo, ha la schiena sul prato, il rumore della battaglia e della morte è attutito dal dolore, dall’illuminazione. “Sopra di lui non c’era più nulla, se non il cielo: un cielo alto, non limpido, tuttavia di un’altezza incommensurabile, con grigie nuvole che vi fluttuavano silenziose. ‘Che silenzio, che calma, che solennità!’, pensò il principe Andrej… ‘Come mai prima non lo vedevo questo cielo sublime? E come sono felice d’averlo finalmente conosciuto<strong>. Sì! Tutto è vano, tutto è inganno al di fuori di questo cielo infinito. Nulla, nulla esiste all’infuori di esso. Ma neppure esso esiste, non esiste nulla tranne il silenzio, tranne la quiete”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore, qui, ha una rivelazione. La rivelazione della vanità di ogni atto umano, la percezione del nulla – e il nulla non getta nel disperato, inietta quiete. Il carisma di questa rivelazione viene esasperato poco dopo, quando il principe Andrej incontra Napoleone, “il suo eroe, <strong>ma in quel momento Napoleone gli sembrava un uomo meschino e insignificante in confronto a ciò che accadeva fra la sua anima e quell’alto cielo sconfinato sparso di nuvole fuggenti”.</strong> Tolstoj tiene fermo questo concetto, con briglie narrative esatte, e lo specifica – con il ritmo rollante di una ossessione di pace: “Guardando gli occhi di Napoleone, il principe Andrej <strong>pensò alla nullità della grandezza, alla nullità della vita, della quale nessuno può comprendere il significato, e all’ancor maggiore nullità della morte, il cui senso nessun vivente può comprendere e spiegare”.</strong> Nel cerchio romanzesco, questi concetti un poco vaghi – il nulla, la vanità della Storia – hanno forza icastica prodigiosa. Napoleone, letteralmente, si sbriciola davanti ad Andrej, davanti a noi. La teoria di gesti umani – guerre, città, progresso – non è più di una foglia che declina e cade, senza strascico d’urla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La grandezza ha rigurgiti di caos. Sonja, al quarto figlio, s’arrabbia. <strong>“Mi sa che sono ancora incinta. Ad ogni figlio che hai, rinunci sempre di più alla vita per te stessa e ti rassegni al giogo di tutte queste cose da fare, delle preoccupazioni, delle malattie, degli anni”. </strong>Tolstoj la ingraviderà per 13 volte. Il conte, inoltre, comincia a cedere. “Alla fine del 1866 rompe il contratto con il <em>Russkij vestik, </em>non vuole che l’ansia delle scadenze editoriali interferisca con l’ansia sua, già estrema, di venire a capo delle molteplici linee della trama. In primavera cominciano ad affacciarsi sintomi di sfinimento: <strong>un pomeriggio di maggio ha un accesso di semi-follia, improvvisamente si mette a urlare, getta a terra un vassoio, e rimane per qualche minuto con lo sguardo fisso, la bocca aperta” </strong>(Igor Sibaldi, nel necessario <em>Album Tolstoj</em>, Mondadori, 1994). La letteratura, in cambio, ti chiede tutto, l’ultimo respiro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">150 anni: la grande vittoria di Lev Tolstoj, con la pubblicazione di <em>Guerra e pace. </em>E la grande caduta. Arzamas è una cittadina che oggi fa 108mila abitanti, dipende da Niznij Novgorod, pare il nome di un incantesimo. Piuttosto, è una parola che evoca l’incubo, l’incauto, l’incanto. Tolstoj passa di lì il 2 settembre di 150 anni fa. Deve andare a Penza, per trattare l’acquisto di una terra. Fa tappa, si ferma la notte a dormire. Durante la notte, accade l’incantesimo: Tolstoj è preda dell’angoscia. <strong>Una angoscia indicibile. L’angoscia della morte. Sente la morte addosso. “Erano le 2 di notte, ero terribilmente stanco, avevo sonno e non mi faceva male nulla. Ma a un tratto m’è venuta una tale angoscia, paura, orrore, come non ne avevo mai provati…”, scrive nel diario.</strong> Confuso, scosso, Tolstoj di primo impulso dimentica l’episodio. Che continua a roderlo. Dopo la seconda, grandiosa avventura romanzesca, <em>Anna Karenina</em>, Tolstoj dà una prima sistemazione razionale a quella notte. Scrive il pamphlet <em>La confessione</em>, pubblico, clandestinamente, nel 1882, in cui ripudia la letteratura, la scienza, le finzioni della morale ortodossa, tentato da una fede autentica, spoglia, frugale, popolare. Soltanto qualche anno dopo, però, la notte di Arzamas viene evocata nel racconto più estremo di Tolstoj, <em>Le memorie di un pazzo</em>, inaccettabile anche da parte dello scrittore, ormai evoluto in guru. Il racconto, redatto nel 1884, sarà pubblico postumo, nel 1912.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-66186 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/guerra-e-pace2-190x300.jpg" alt="" width="146" height="232" />Il racconto narra l’impulsiva lotta tra Tolstoj – o meglio: l’io che narra la vicenda accaduta a Tolstoj – e Dio. <strong>“Allora, a che serve la vita? Morire? Uccidermi adesso, subito?&#8230; Perché ci sono?, cosa sono io? E io rimanevo solo con me stesso. E mi davo io risposte, in luogo di Colui che non voleva rispondere… Perché questa confusione, qui, perché tutto questo tormento?&#8230; Se Tu esistessi, Tu lo diresti a me, agli uomini. Ma Tu non ci sei, c’è soltanto la disperazione”.</strong> Questa variazione dal libro di Giobbe è resa esteticamente coinvolgente dalla descrizione, espressionista, che Tolstoj dà del dolore. “Ancora una volta provai a dormire, <strong>ma c’era sempre quell’orrore rosso, bianco, quadrato”.</strong> Quel trio di aggettivi – rosso, bianco, quadrato – inaugura un nuovo modo di fare letteratura, una nuova realtà da raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Concentrandosi sulle <em>Memorie di un pazzo</em>, Lev Sestov scrive il saggio più importante – perché paurosamente dispari, con veggenza ulteriore – su Tolstoj, <em>In sede di giudizio finale. </em>Tra l’altro, scrive: “Così, implacabilmente, Tolstoj si mette a nudo. Pochi scrittori ci rivelano questo tipo di verità. E, se si vuole afferrare questa verità, se se ne è capaci – infatti la verità messa a nudo non è neppure facile a vedersi – fatalmente nasce tutta una serie di problemi sproporzionati al nostro pensiero abituale. <strong>Come accogliere questi <em>immotivati</em>, <em>subitanei</em> terrori rossi, bianchi, a quadri? In un ‘universo comune a tutti’ non vi sono, non vi possono né debbono essere, fatti ‘improvvisi’, azioni ‘immotivate’. E i terrori non sono né rossi né bianchi né quadrati. Ciò che è capitato a Tolstoj è una minaccia per la coscienza umana normale. Oggi è Tolstoj la vittima improvvisa e immotivata dell’inquietudine; domani, parimenti senza ragione, sarà un altro, e un altro ancora, e un giorno il contagio si diffonderà su tutta la società, su tutti gli uomini. </strong>Se ammettiamo seriamente quanto si racconta nelle <em>Memorie di un pazzo, </em>non c’è che un’alternativa: o dobbiamo rinunciare a Tolstoj e metterlo al bando dalla società, come si faceva nel Medioevo con i lebbrosi e altri malati contagiosi, oppure, se consideriamo ‘legittima’ la sua esperienza, dobbiamo aspettarci che altri subiscano quello che è accaduto a lui e paventare che l’‘universo comune a tutti’ crolli, e gli uomini prendano a vivere ognuno nel proprio universo, non solamente in sogno, ma anche nella realtà”. La grande letteratura pone al cospetto del drastico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono stupido come un cavallo. Lavoro, taglio, zappo, falcio e per mia fortuna non penso nemmeno più all’orrenda let-te-ra-tu-ra”. Così Tolstoj in una lettera del 1870 all’amico Afanasij Fet. <strong>Lo scrittore lotta con la letteratura, fino allo schifo, fino al vomito – la parola angoscia la vita. Senza questo rigetto, senza questa fuga</strong>, non c’è scrittura, ma didattico diletto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Davide Brullo</em></p>
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		<title>Quando i poeti (e i filosofi) uccidono: quattro “casi” estremi, da Alessandro Giribaldi che accoltellò un materassaio a Althusser che strangolò la moglie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2019 09:31:52 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La voce del verbo <em>uccidere</em> è generalmente adoperata, da quella categoria di onanisti derubricata sotto il nome di poeti, più nella forma riflessiva che in quella transitiva</strong>. Decine di suicidi, o mancati tali (cfr. Leopardi e il fontanile della casa paterna, o il volo a discendere di Gasparo Gozzi attutito dal provvido fogliame), attestano una melanconia di fondo, un corteggiare, o meglio ancora, un tampinare madama morte a ogni passo, con quella morbosità degna delle autentiche perversioni.</p>
<p style="text-align: justify;">A volte però come avviene nella migliore psicanalisi, capita che la compulsione autolesiva venga proiettata verso un soggetto diverso, secondo il noto principio dello spostamento: da qui nasce per l’appunto l’omicidio, autentico scandalo se imputato a un’anima dall’indole creativa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tutt’oggi sono riuscito a racimolare solamente quattro casi</strong> che ricadono sotto questo segno, uno dei quali, essendo perpetrato non da mano poetica ma filosofica, deliberatamente forzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il primo riguarda Alessandro Giribaldi, appartenente alla linea simbolista ligure di marca primonovecentesca, poeta di cui ebbi l’ardire e la fortuna di leggere <em>I canti del prigioniero</em>, introvabili in libreria</strong>, ma facilmente reperibili in rete, così come accade per il 99,9% dei titoli poetici, oggi clamorosamente bistrattati, in quanto, a detta dei librai, <em>inalienabili</em>. Dal suo riscontro <em>de visu</em>, l’uomo in questione, mingherlino e occhialuto com’è pare la tipica inferia di un bullismo <em>ante litteram</em> (questo pezzo, per l’appunto, vorrebbe anche essere di monito ai bulli e a quanti fanno della prevaricazione la <em>longa manus</em> della loro spropositata autostima). <strong>Le poche pseudo-agiogafiche righe, ad opera del filosofo ed antico condiscepolo Adelchi Baratono, che fanno da preambolo al postumo volume dei <em>Canti del prigioniero</em>, descrivono doviziosamente il battibecco prima, accesosi per non ben specificate motivazioni, sedatosi per breve ora e rinfocolatosi in seguito, poi la colluttazione avvenuta nella Galleria di una tentacolare Genova notturna, fra Giribaldi ed un materassaio.</strong> Si parla fra l’altro di botte da orbi e di occhiali (ovviamente quelli del poeta) in frantumi, si parla di un coltello (sempre di proprietà del poeta) cavato fuori in un accesso di furia e brandito alla cieca, che nel parapiglia è andato a conficcarsi giusto nel cardio del materassaio il quale nonostante avesse picchiato sodo come avviene sempre negli scontri fra eruditi e popolani, fu forza che si accasciasse esanime. I suddetti bagordi costarono al Giribaldi quasi un mese di carcere e – stavolta dovuto, credo, ai rimorsi che lo cuocevano – un totale distacco per il resto dei suoi giorni da una vita letteraria attiva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il letteratissimo e tubercolotico Gozzano, in uno dei suoi scritti meno noti dal titolo <em>Intossicazione</em>, raddoppiò la mia conoscenza di questi casi in cui lo <em>stilo</em> si tramuta inopinatamente in <em>stiletto</em>. <em>Intossicazione</em> sta per avvelenamento da letteratura, un morbo che per Gozzano non aveva rimedio, più accanito e mortifero della sua stessa etisia, da cui a più riprese egli stesso tentò di districarsi, con esito nullo. Il fatto narrato non costituisce invenzione ma pura cronaca del tempo. <strong>Pare che un certo Stefano Ala corteggiasse la sua prediletta con un mezzo già da allora anacronistico: cioè inviandole le sue mediocri elucubrazioni liriche.</strong> L’amata certo fiutando fra i sonetti e i madrigali che pervenivano al suo indirizzo odore di miseria, manifestò alla fine la sua preferenza per un giovinotto senz’altro più rude e meno poetico, ma in compenso ben piantato al suolo, così che la perenne diatriba fra Apollo e Mammona, vide vincitore ancora una volta Mammona. Ciò fu causa di immenso, sanguigno furore per il poeta, che ferito nel centro del suo velleitario amor proprio, condito di belle e brutte lettere, accoppò in una volta, durante un ballo, cavaliere e dama, troppo terreni per i suoi gusti, e resi colpevoli di aver recato oltraggio alla sua anima sublime. <strong>Il misfatto, come dice Gozzano, è da attribuirsi a “<em>Monna Letteratura. Stefano Ala è stato vittima dei suoi imparaticci poetici.</em></strong><em> Poeta egli stesso, ma candido e ignaro, la sua anima non si sarebbe guasta, riarsa, illividita fino al delitto atroce, se non fosse stata esaltata dai troppi libri&#8230; letture varie e disparate, perniciosissime tutte per una psiche ingenua, candida, primitiva</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il terzo e il quarto caso ci riconducono a tempi più recenti: tempi assai <em>sospetti</em>, quando vi si vuole intrufolare mezz’etto di poesia non receduta a testo musicale. Qui però il registro deve svestire il <em>Kartoffelgeist</em> che l’ha contraddistinto finora, perché gli uxoricidi e i parricidi sono montanti inferti sotto mascelle aperte, creano bruxismi, comprimono allo stomaco, e l’alito più sublime si smaga dentro lo squallore della cronaca. è notevole come il velo della lontananza secolare riduca quasi a oggetto di scherno le disgrazie “in costume” di allora, mentre quelle contemporanee, sebbene dello stesso tragico tenore, assumano una ben diversa calibratura, uno spessore disturbante e doloroso che interferisce con ogni tentativo di liricizzazione o fabulazione dell’argomento. Pare che la mole di dolore trascorso si offra come già masticata e digerita: quello del distacco è divenuto il suo emblema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chiusa poesia della chiusa</em> <em>porta, </em>volume postumo antologizzante soltanto una minima parte dell’opera poetica del veronese Giuseppe Piccoli, è l’<em>extrema acqua viva </em>di un’esistenza compromessa dal disagio e dalla schizofrenia.</strong> I suoi versi, <em>borderline</em> nell’accezione psicosociale, e al limite fra conato artistico e patologia, fondano nella cellula sillabica e in una propulsione musicale quasi automatica (ciò è attestato dalla mole dei suoi inediti paragonabile a quella del nostro Lorenzo Calogero) la loro ragione epistemologica: <em>“Osserva la foglia muta / figlia della luna nascosta, / converti la foglia figlia / dell’albero che parla / in strumento / di un’antica rettorica / conosciuta sul sillabario / di una desueta / e ancora consueta infanzia: / sii simile a lei: / che si raccoglie presso il tuo nome / freddo e dorato / nel sepolcro che trasforma / la tua veste in spoglia.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1981 l’omicidio del padre dovuto a un suo tracollo psichico, lo introdusse in una via crucis di carceri</strong> e strutture psichiatriche che si concluse sette anni dopo col suo suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dalla nebbia della malattia alla lucidità filosofica (?), l’ultimo caso chiude il quadrilatero sul filosofo strutturalista Louis Althusser, noto in ambito accademico per il suo clamoroso e contestato ribaltamento dell’interpretazione della teoria marxista, che riuscì ad astrarre dal suo materialismo di fondo; più noto forse per lo strangolamento di sua moglie, da lui stesso narrato con chirurgico distacco nella sua autobiografia: <em>L’avvenire dura a lungo</em>.</strong> Da tempo in cura presso vari istituti d’igiene mentale, scivolò sul processo per “non luogo a procedere”. Pare che le sue vessazioni paranoiche l’avessero indotto con calcolo e deliberazione a compiere il bieco delitto. Pertanto, più che di momentanea incapacità d’intendere e di volere, trattasi più ragionevolmente di un elaborato di lucida follia. Alcuni sacrosanti dubbi hanno condotto in seguito a rivedere gli atti di quel processo. Ma il filosofo intanto è defunto dal 1990.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene passibili d’inflazione, anche questi pochi casi mostrano come sia facile che una medaglia mostri d’un tratto il suo rovescio, e come la <em>boite a surprise</em> dell’inconscio possa covare in sé degli ordigni pericolosi o dei volti malefici. Sarebbe bene pertanto che queste segrete forze che si agitano in noi venissero vigilate notte e giorno come il sacro fuoco delle Vestali.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo è che nelle anime vistose le barbe del santo e del carnefice sono assai suscettibili di scambio reciproco, se Giribaldi e gli altri della cricca sono giunti per diversi tramiti a contravvenire al quinto comandamento, mentre talaltri, come ad esempio Giulio Salvadori, fecero in tempo a lasciare il cenacolo D’Annunziano per riparare sotto l’ala di Dio e canonizzarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antonello Cristiano</em></strong></p>
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		<title>“Non fossi in grado di poggiare la mia testa sulle ginocchia delle Fate…”: anche in UK scrivono lettere d’amore. Meglio quelle di Keats o quelle, rimbambite di sogni, di Stevenson?</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-fossi-in-grado-di-poggiare-la-mia-testa-sulle-ginocchia-delle-fate-anche-in-uk-scrivono-lettere-damore-meglio-quelle-di-keats-o-quelle-rimbambite-di-sogni-d/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Feb 2019 11:39:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per san Valentino gli inglesi si mostrano al solito come ipocriti sognatori. Hanno preso a decorare le cassette delle lettere con motti di scrittori famosi innamorati. Si salvi chi può: Keats, Hardy, Burns (un tipo scozzese vissuto prima di Scott – aiuto). È tutto un gran carnaio, un macello dove nessuno si salva. Anche Keats, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-fossi-in-grado-di-poggiare-la-mia-testa-sulle-ginocchia-delle-fate-anche-in-uk-scrivono-lettere-damore-meglio-quelle-di-keats-o-quelle-rimbambite-di-sogni-d/">“Non fossi in grado di poggiare la mia testa sulle ginocchia delle Fate…”: anche in UK scrivono lettere d’amore. Meglio quelle di Keats o quelle, rimbambite di sogni, di Stevenson?</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Per san Valentino gli inglesi si mostrano al solito come ipocriti sognatori.</strong> Hanno preso a decorare le cassette delle lettere con motti di scrittori famosi innamorati. Si salvi chi può: Keats, Hardy, Burns (un tipo scozzese vissuto prima di Scott – aiuto). È tutto un gran carnaio, un macello dove nessuno si salva. <strong>Anche Keats, anche questo pio poeta col nome scritto sull’acqua aveva fatto a pezzi la povera Fanny alla quale appioppava le lettere:</strong> sì, è così che dovremmo rivedere la vicenda di Keats quando scriveva missive e poesie.</p>
<p style="text-align: justify;">Primo Ottocento, amore drogato di romanticume, e <strong>Keats che da giovanotto scrive lettere agli amici dove spiega che deve prendere il mercurio</strong> (le solite cure per l’amore insicuro, e tutti a piangere “no, anche Keats, anche lui che era romantico, con le donnacce!”). Anche e soprattutto questo è un poeta, uno che lascia il segno <strong>e poi Fanny finisce sposata dopo la morte di Keats con un commerciante a va a vivere in Spagna, le foto la ritraggono a metà Ottocento nei gonnoni tristi delle signore fedeli, Keats era ormai tranquillo sottoterra al cimitero degli inglesi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si tirano fuori in continuazione, per culto malsano, altre lettere inedite di Keats e lui che aveva fatto la fame e voleva che la sua Fanny fosse qualcosa che lei non poteva diventare &#8211;<strong>Keats viene battuto all’asta come un montone: due mesi fa una sua lettera insignificante – diceva di salutargli il nipotino – è stata venduta per Xmila <em>pounds</em> a Londra.</strong> E Keats scrisse solo poesie, non gli servirono né per conquistare né per tenersi vicino Fanny che non le comprendeva. E noi? A pensare che i mailbox romantici salvino tutto? Via, le cassette rosse le ha inventate Anthony Trollope, romanziere noioso e intellettuale (piaceva al <em>Manga</em>, Stevenson lo sfotteva per la retorica da predicatore).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché non siamo pragmatici come gli inglesi, non siamo sufficientemente stronzi come loro</strong>? Abbiamo paura di tutto anche quando si tratta dei poeti. Ai ragazzi nessuno dice che Leopardi quando entrava in chiesa si segnava con l’acqua battesimale (memorie di Ranieri). Grande presa per il culo? Teatralità partenopea? Cos’altro? Forse ci manca quel gusto per il successo individuale e mondano dove invece nidificano i protestanti, per loro far soldi è una benedizione divina – nel Bel Paese la fortuna va scontata come se il denaro fosse sterco diabolico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bisognerebbe fare un manuale di tutte le muse sfruttate dai poeti, dalla Fanny di Keats fino a noi</strong><strong>. Poi tornare indietro nel tempo, sguazzare nell’Ottocento e vedere che senza il sortilegio dissacrante la letteratura non è mai esistita.</strong> Intanto apriamo questo manuale in modo virtuale grazie a <em>Pangea</em> con l&#8217;esempio mirabolante. <strong>Lettera semi-dichiaratoria di Stevenson, 24 anni, a una signora (divorziata) di trentasei. Poi diventerà sua moglie e lei gli straccerà la prima versione del <em>Dr Jekyll e Mr Hyde</em> per farglielo riscrivere in modo più esitante, ammiccante e puritano</strong>, lo scarrozzerà nelle isole del Pacifico a curarsi la salute e insieme avranno pure il tempo per scrivere un romanzo utilissimo oggi, <em>Il terrorista</em> (<em>The dynamiter</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Enjoy the letter,</em> <em>yours sincerely</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>28 Novembre, 1874</em><em>, </em><em>Edimburgo</em></p>
<p style="text-align: justify;">A Mrs. Sitwell:</p>
<p style="text-align: justify;">[…] Questo pomeriggio verso le sei c’era una luna piccola, arancione, persa nel grande mondo della sera azzurra. Qualche ramo senza foglie, sentieri interrotti nel giardino che fanno tris sulla sua superficie; e di sotto il bluastro e le luci soffuse di Leith, perse nella foschia azzurrognola. <strong>Ad est, il borgo, anche questo sottomesso allo stesso color blu, più accumulato, qui e lì una finestra accesa finché non riesce a imprimersi addosso a una chiazza di verde spento che rimane dietro il tramonto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non riesco a scriverti in inglese perché ho parlato in francese tutto il pomeriggio con alcuni conoscenti di questa nazionalità. <strong>Triste stato, quello in cui mi trovo, quando non posso ricordarmi dell’inglese e nemmeno conosco il francese! </strong>Peggio ancora quando si complica, al presente, con una penna che non vuole scrivere! Sapessi quanto inchiostro ho sparso e come devo manovrare, una <em>manoeuvre</em> da francese per rendere il tutto leggibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Te l’ho detto. <strong>Le Fate diventano donne solo quando vengono di moda; ed è la cosa più strana che io sappia di loro.</strong> Sono meravigliose come donne – più donne di tutte le altre – quei drappi che le avvolgono, che grandezza! Istinto del corpo sommato al sesso. Nemmeno un tratto mascolino. E, detto questo, non sono donne per noi; sono un’altra razza, immortale, separata; uno spera di fissarle da innamorato, con una sorta di umile adorazione, fisica – ma imputandosi a cercare l’anima di tutto l’amore – che uno lo ammetta davanti a se stesso, oppure no – è la speranza. In una parola <em>la falena che desidera la stella </em>di Shelley. <strong>O grandi stelle bianche di eterno marmo, forme femminili – colossi – non siete donne. </strong>Fossi Baudelaire. Da loro non cerchiamo amore, non vogliamo vedere i loro grandi occhi in difficoltà con le nostre semplici passioni, oppure quelle loro grandi forme impassibili, distorte da speranza o dolore o piacere; solo per ora, ancora una volta, solo essere a conoscenza che esistono, avere questa consapevolezza – sono nel regno di nuvole, magari i loro occhi scintillano costantemente, come stelle che stiano a guardarci, lontane da questo tumulto sulla terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dovessero peggiorare le cose, non fossi in grado di poggiare la mia testa sulle ginocchia delle Fate</strong> – sono belle grosse – so cosa intendeva Baudelaire con quel suo <em>géante </em>— solo chinare la testa e lasciarla lì a dormire su quelle grosse ginocchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora so che c’è un’arte sottile e pericolosa, una sorta di egoismo fatto di abitudine. Una cosa più disordinata dello stesso disordine. </strong>Non ho mai smesso di essere generoso quando ero <em>déréglé</em>; ora che incomincio a seppellirmi nelle abitudini, vedo un pericolo davanti a me – uno potrebbe smettere di essere generoso e crescere duro, sordido in mezzo alle difficoltà. Comunque, <strong>grazie a Dio io voglio sempre la vita, e nulla di postumo, e per due buone emozioni sacrifico mille anni da affamato. </strong>Di più: so bene che non sarò mai uno scrittore, anche se la cosa mi tenta dolorosamente. <strong>La mia unica <em>chance </em>sono le mie storie.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Robert Louis Stevenson</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Tu sei il mio fratello delle vette, tutto il resto, nella mia vita, è pianura”: l’amore dispari di Marina Cvetaeva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 05:47:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La prima volta fu nel 1917, e dobbiamo fidarci di lui, del poeta, che redige una autobiografia puntellata di specchi e di nebbie. “Eremburg mi fece grandi elogi della Cvetaeva, me ne mostrò i versi… La Cvetaeva mi lasciava indifferente. Il mio orecchio allora era guastato dalle stramberie e dalla distruzione di ogni cosa consueta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La prima volta fu nel 1917, e dobbiamo fidarci di lui, del poeta, che redige una autobiografia puntellata di specchi e di nebbie. “Eremburg mi fece grandi elogi della Cvetaeva, me ne mostrò i versi… La Cvetaeva mi lasciava indifferente. </strong>Il mio orecchio allora era guastato dalle stramberie e dalla distruzione di ogni cosa consueta che regnavano intorno. Ogni cosa detta in modo normale non arrivava a toccarmi”. Siamo nel 1956 quando Pasternak scrive <em>Uomini e posizioni, </em>ragionando, con granitico distacco, sulla sua vita. Il brano dedicato alla Cvetaeva, intriso di nostalgica colpa, è nel capitolo intitolato <em>Tre ombre. </em>Quando il poeta scrive, Marina è morta da quindici anni – <em>Uomini e posizioni </em>sarà pubblicato postumo, nel 1967, su “Novyj Mir”, perché “lo scandalo seguito alla pubblicazione del <em>Dottor Zivago </em>impedì al libro di vedere luce” (Serena Prina).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima volta fu un incontro mancato – la seconda fu uno schianto. “Nella primavera del 1922, quando era ormai all’estero, comprai a Mosca un suo libricino, <em>Verste. </em>E fui conquistato subito dalla potenza lirica della forma cvetaeviana, una forma intimamente vissuta, non anemica, ma dotata di un vigore condensato e intenso”. </strong>Nel 1922, che paradosso, Pasternak incontra per la prima volta Anna Achmatova e sposa Evgenija – proprio allora, tra queste entità in forma d’amore e di sfinge, appare Marina. Nel 1922 Pasternak raggiunge la prima maturità poetica pubblicando <em>Mia sorella la vita. </em>“Le labbra erano gonfie/ dell’azzurro sorriso del deserto./ Nell’ora del riflusso decrebbe la notte”, dice una delle sue poesie indimenticabili.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65579 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro2-188x300.jpg" alt="" width="120" height="191" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro2.jpg 200w" sizes="(max-width: 120px) 100vw, 120px" />In ogni caso, è Pasternak a cercare Marina. “Scrissi alla Cvetaeva una lettera piena d’entusiasmo e di stupore per il fatto che l’avevo così a lungo trascurata e così tardivamente scoperta. Mi rispose. Iniziò tra noi un carteggio particolarmente fitto… diventammo amici”.</strong> Marina, come si sa, azzanna: “Siete il primo poeta che – in tutta la mia vita – vedo… su nessuno ho visto il marchio da ergastolano del poeta… voi siete il primo poeta della mia vita”, scrive, il 10 febbraio del 1923. Marina scopre, fin da subito, la natura elusiva e spettrale di Pasternak – “Pasternak, esistono i codici segreti. E Voi siete tutto cifrato”. Tra i due nasce il più turbato e inconcluso amore letterario della storia della letteratura del secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra Pasternak e la Cvetaeva s’installa, come un sacerdote della poesia in grado di celebrare le nozze liriche tra i due, Rainer Maria Rilke. </strong>Pasternak presenta le poesie della Cvetaeva a Rilke, che riconosce come solo maestro. “Rainer Maria Rilke fu ‘donato’ a Marina Cvetaeva, nella primavera del 1926, da Boris Pasternak, il poeta con cui la donna era in corrispondenza – in legame d’amore e ammirazione, di reciproco sostegno spirituale – fin dall’estate del 1922” (Serena Vitale). L’epistolario tra Marina e Rainer, di rara intensità, dura una manciata di mesi: Rilke muore alla fine di dicembre, nel 1926.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gran parte del carteggio tra Boris e Marina è smarrito, a causa – paradosso – dell’estrema protezione con cui tentò di tutelarlo “un’impiegata del museo Skrjabin, grande ammiratrice della Cvetaeva e grande amica mia”.</strong> La borsa con le lettere che la pia impiegata portava con sé fu dimenticata “in uno stato di estrema stanchezza… nel vagone del treno” che la conduceva a casa, smarrito, poi, nelle viscere della Seconda guerra. Marina era già morta, suicida, il 31 agosto del 1941, dopo essere tornata malauguratamente in Russia. “I familiari della Cvetaeva insistevano perché lei tornasse in Russia… La Cvetaeva mi domandava che cosa ne pensassi. Non avevo un’opinione precisa in proposito. Non sapevo cosa consigliarle, temevo troppo che la vita, da noi, per lei e la sua splendida famiglia sarebbe stata difficile e piena di preoccupazioni. La tragedia comune di questa famiglia superò infinitamente i miei timori”, scrive Pasternak, nell’ostinazione della colpa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le lettere superstiti di Marina a Boris sono magnifiche. Vanno sottolineate e inghiottite, frase per frase. Eccone alcune:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non amo gli incontri nella vita: si sbatte la fronte. Due muri”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si può stare senza gli altri, senza nessuno. Un po’ come nell’altro mondo”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Dio vi aveva concepito come quercia e poi vi ha fatto uomo e su di Voi cadono tutti i fulmini… Perché ogni Vostra poesia suona come l’ultima?”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Io sono assente dalla mia vita, <em>non</em> sono a casa… Tu sei il mio fratello delle vette, tutto il resto, nella mia vita, è pianura… Boris Pasternak è una cosa certa come il Monte Bianco”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tu e io viviamo <em>fuori</em> della vita, siamo fuori – di noi. Noi potremo soltanto incontrarci. Tu sei l’attimo stesso dello scoppio, quando la miccia è ancora accesa, e si potrebbe ancora fermarla, ma non la si ferma”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Boris, ti scrivo lettere sbagliate. Quelle autentiche non sfiorano neanche la carta”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Incontrandoti, io incontrerei me – con gli artigli sfoderati contro me stessa… Io non capisco la carne come tale, non le riconosco alcun diritto… Tu sai di cosa <em>io</em> ho voglia – quando voglio. Di oscuramento, rischiaramento, trasfigurazione. Dell’estremo promontorio dell’anima altrui – e della mia. Delle parole che non sentirai, non dirai mai. Dell’inaudito. Del mostruoso. Del <em>prodigio</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sono stanca di lacerarmi, di farmi a pezzi come Osiride. Ogni raccolta di poesie è un libro di addii e di lacerazioni, con il dito di san Tommaso che si infila tra una poesia e l’altra. Chi di noi ha mai messo il punto finale dopo una poesia senza un’angosciosa stretta al cuore?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65580 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/lettere-191x300.jpg" alt="" width="106" height="167" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettere-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettere-768x1204.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettere-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettere.jpg 1021w" sizes="(max-width: 106px) 100vw, 106px" />L’incontro a Parigi, nel 1935, tra Marina e Boris, sancisce, dopo tredici anni di lettere, l’ideogramma della separazione.</strong> “Nell’estate del 1935, quando ero come un’anima in pena e mi trovavo al limite della malattia mentale per un’insonnia che durava da quasi un anno, mi ritrovai a Parigi per partecipare al Congresso antifascista. Là conobbi il figlio, la figlia e il marito della Cvetaeva e provai un amore fraterno per quest’uomo forte, pieno di finezza e di fascino”. Non potendo avere lei – di cui già ha avuto l’anima – Pasternak finge d’interessarsi a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto accade d’estate, in agosto, nell’episodio del sole:</strong> le prime lettere, il primo incontro, la morte di Marina.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1935, l’ultima lettera che possediamo di Marina a Boris. “Rilke è morto senza chiamare a sé né la moglie, né la figlia, né la madre. E tutte loro gli volevano bene. Perché si preoccupava della <em>propria</em> anima. Quando morirò, io non avrò tempo di pensare all’anima (a me), perché avrò mille preoccupazioni”. <strong>Pasternak le aveva scritto, “Cara Marina! Sono ancora vivo, voglio – e devo – vivere”. Marina andrà in Russia per morire.</strong> <a href="http://www.pangea.news/dal-non-incontro-a-parigi-alla-passeggiata-sotto-la-neve-dove-mi-e-passato-tutto-il-rapporto-tra-marina-cvetaeva-a-boris-pasternak/" target="_blank" rel="noopener">In Russia i due si incrociano:</a> Marina versa in condizioni sempre più disperate, Boris è tra i rari ad aiutarla. Nell’agosto del 1940 – ancora agosto – Boris consegna una lettera di Marina all’Unione degli scrittori. Aggiunge frasi di suo pugno. “La conosco come persona intelligente, in grado di sopportare molto, e non riesco ad ammettere l’idea che si accinga a qualcosa di estremo e irreparabile. E tuttavia questa esasperata aria di mistero non mi piace e non può portare a nulla di buono”. L’anno dopo, esattamente, Marina si uccide.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Nella vita e nell’arte si lanciava in modo impetuoso, avido e quasi rapace verso ciò che è definitivo e determinato e per raggiungerlo si spinse lontano e superò ogni altro…</strong> Penso che la più grande delle rivalutazioni e il più grande dei riconoscimenti attendano la Cvetaeva”, scrive Boris. “Eravamo amici”, ripete. Come a velare l’amare. (d.b.)</p>
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		<title>Il critico che non salva nessuno (salvo se stesso) e vuole insegnarti come si vive e si legge: saggio contro Alfonso Berardinelli, che sculaccia chi è più grande di lui</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-critico-che-non-salva-nessuno-salvo-se-stesso-e-vuole-insegnarti-come-si-vive-e-si-legge-saggio-contro-alfonso-berardinelli-che-sculaccia-chi-e-piu-grande-di-lui/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2019 08:15:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“La Storia è implacabile contro gli apostati”, scrive Šestov. Il mondo dei dotti da sempre custodisce gelosamente un’arma di distruzione di massa: l’ironia elevata a feroce satira, a compiaciuto cinismo, per polverizzare ogni scisma che tocca le corde profonde, con la persuasione, se possibile, con la forza, se necessario. Non è il boato di una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-critico-che-non-salva-nessuno-salvo-se-stesso-e-vuole-insegnarti-come-si-vive-e-si-legge-saggio-contro-alfonso-berardinelli-che-sculaccia-chi-e-piu-grande-di-lui/">Il critico che non salva nessuno (salvo se stesso) e vuole insegnarti come si vive e si legge: saggio contro Alfonso Berardinelli, che sculaccia chi è più grande di lui</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“La Storia è implacabile contro gli apostati”, scrive Šestov.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mondo dei dotti da sempre custodisce gelosamente un’arma di distruzione di massa: l’ironia elevata a feroce satira, a compiaciuto cinismo, per polverizzare ogni scisma che tocca le corde profonde, con la persuasione, se possibile, con la forza, se necessario.</strong> Non è il boato di una risata cosmica, affermazione della vita, ma la pallida ironia che vanta una venerabile tradizione, una folta schiera di prìncipi del pensiero, e perfino di artisti che, lungo i secoli, hanno sfoggiato un ghigno di scherno, gli occhi socchiusi a lama di rasoio, una dissacrazione a getto continuo, il ridimensionamento umoristico, la morale dello scrupolo critico, la feroce ironia fatta <em>metodo</em>. L’olocausto dei poeti, dei creatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Volendo, infatti, possiamo trovare difetti micidiali in chiunque. Ma proprio tutti. Anche qualora ci trovassimo di fronte a un genio, grandi qualità si accompagnano sempre a grandi difetti! Materiale non manca mai. <strong>Gli esseri umani, in generale, nascondono un lato profondamente patetico, una parte di massiccia e brutale meschinità. Grattate, grattate e troverete.</strong> Inutile evocare, a titolo probatorio, il fetore della potente circolazione tra arte e vita tipico della letteratura russa, anche di quella più raffinata, dove il tragico e il meschino aleggiano sovrani, statuari. Ancora oggi, dall’oltretomba, Dostoevskij ci ossessiona con quel territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste, inoltre, un metodo particolarmente vile, molto di moda tra i critici di ogni razza e rango, soprattutto tra quelli intellettualmente disonesti, interessati a tirare acqua al proprio mulino, a buon mercato, e non disdegnando le più raffinate calunnie: <strong>quello di elencare la somma di difetti superficiali o limiti reali di un pensatore e uno scrittore di rango assoluto, e usarli contro di lui per dissacrarlo o delegittimarlo, anche qualora le sue qualità, sul piatto della bilancia, pesino di gran lunga di più rispetto ai difetti.</strong> Sono quegli intellettuali, i meri compositori e commentatori di idee altrui, che criticano ferocemente i propri simili o chi li sovrasta, si divertono con talento, crudeltà e sarcasmo nello smascherare l’intellettuale o il creatore, quando questi diventano la caricatura di loro stessi, con i loro giudizi satirici, irrisori, dimenticando però di includere anche il criticante nel quadro dissacratorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che rende insopportabile e patetico colui che fa della satira e l’ironia il suo mestiere, la sua arte e la sua ossessione, è l’impertinenza della sua dissacrazione a getto continuo, di tutto e di tutti; salvo che poi, lui, avendo riso di tutto, a un certo punto vorrà essere preso sul serio, vorrà la sua dose di dramma, essere risparmiato insomma dallo scherno universale. Vorrà essere profondo, serio. <strong>È poi ammissibile permettere a un altro essere umano di giocare con il mistero della nostra esistenza, e conferirgli così il potere di ridurci a un niente, a qualcosa di patetico e ridicolo, di ridimensionarci impietosamente, quando lui stesso vorrà essere qualcuno e non chiunque?</strong> Si è mai visto uno che usa la satira e l’ironia come una clava, esercitare su di sé, ininterrottamente, questa pratica, fino al punto da massacrare e cancellare in se stesso fino all’ultima traccia di orgoglio o vanità? Solo un mostro sarebbe capace di fare quello che fa agli altri anche e soprattutto a se stesso. Solo allora sarebbe un dio che ride di tutto e di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sputo subito sul piatto il movente impuro. <strong>Ci sono articoli e personaggi che stimolano in me reazioni scomposte e, soprattutto, mi tirano fuori, ancora una volta, temi che ormai ho già digerito da decenni. Il primo impulso è di profonda noia, poi quello di fare a pezzi, verbalmente, la viscida probità di chi pretende di insegnarci a vivere</strong>, da critico, con la tipica espressione dell’angoscia di uomini impersonali, i saggi, dediti a quella spietata macchina sociale che riduce gli esseri umani a creature amorfe e grigie: “le passioni fanno vivere l’uomo, la saggezza lo fa semplicemente durare”, scrive Chamfort, che aveva capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahimè, mi tocca rigurgitare il vecchio e trito armamentario silloggizzante. E già mi si chiude la vena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un paio di giorni fa mi capita di leggere un articolo di L. Mascheroni (su ciò che penso dei bibliomani, <a href="http://www.pangea.news/amo-i-libri-ma-odio-i-bibliomani-i-maniaci-del-libro-chi-esibisce-la-propria-erudizione-e-un-fiero-imbecille/" target="_blank" rel="noopener">ho già scritto qui</a>), <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/cari-venerati-maestri-attenti-non-pungervi-col-cactus-1626131.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Cari venerati maestri, attenti a non pungervi col cactus della critica</em></a>, dedicato ad Alfonso Berardinelli e il suo nuovo, spinoso libro (e già qui vorrei gridare a bruciapelo contro il recensore che le SPINE sono ben altre, da quelle di un critico): <em>Cactus. Meditazioni, satire, scherzi</em>, ovvero una raccolta di testi scritti tra gli anni ’80 e ’90 su varie riviste. Due polieruditi. L’accanito bibliomane, il sontuoso alfiere del nulla, che recensisce ed elogia lo sferzante critico della cultura, il saggista, il Proteo intellettuale, secolarizzato, che a sua volta fustiga al culo, con lo straccio bagnato, il suo stesso mondo di appartenenza, con la velleità di trasformare la sua critica in Letteratura; è risaputo che ahimè alcuni critici, ostinati, si rifugiano nella frase di Oscar Wilde: “la critica è più creativa della creazione”, nella pretesa e nella speranza di essere più Erode di Erode. Io al contrario penso subito alla frase di Cioran: “Quando uno non ha niente da dire, diventa critico letterario – e quando ha ancora meno da dire, diventa critico dei critici”.</p>
<figure id="attachment_65028" aria-describedby="caption-attachment-65028" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65028" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-300x241.jpg" alt="" width="300" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-300x241.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-768x616.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-1024x821.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-1320x1059.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65028" class="wp-caption-text">Lui è Luca Orlandini</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il critico italiano non salva nessuno dei suoi avversari, eccetto se stesso, implicitamente. Allora tocca a noi compiere l’esercizio apotropaico,</strong> l’attacco dissacrante, ironico, satirico, contro di lui, per una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Di lui, e delle vittime dei suoi ritratti feroci, ahimè ho letto quasi tutto, come si leggono i nemici, una curiosa specie aliena, per immunizzarvi, da lui e da tutti quelli come lui. Da sempre. A vent’anni, infatti, già sapevo che questa gente non aveva niente da dirmi, se non in negativo. È sempre stata <em>pars destruens</em>. Mi sono alfabetizzato in ‘cultura’ studiando i miei nemici, per poi lasciare per strada le loro <em>brainfart</em>. <strong>Di loro non mi rimane niente, se non un monito letale, che mette al riparo da clamorosi errori di connivenza. Non sono loro, i critici, cari lettori, a rivelarvi la potenza occulta dei rivolgimenti epocali, i recessi della storia, il vero nomadismo sapienziale, lo scandalo della creazione;</strong> né in loro troverete lucidità e linfa, o il dramma personale che si svolge in seno a un’autentica opera d’arte. La fisiologia del mondo, il suo mormorìo ininterrotto, il furore della sua evidenza silenziosa, non riaffiora mai nel pantheon della critica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, Berardinelli non scrive male, di tanto in tanto, a volte ha perfino qualche picco di talento. Ma scrive come un saggista, e non è un fuori classe. Non un Arbasino, meno che mai un Flaiano.</strong> D’altronde, lo leggiamo, e mai che vi faccia saltare sulla sedia, ridere di gusto, piangere, scorrere un brivido lungo la schiena. E se gli capita di essere corroborante, di riuscire a regalarvi un flebile <em>frisson</em>, immancabilmente scoccato dalla sua fottuta ironia maieutica, è solo quello del <em>raisonneur.</em> Il sordo clangore incatenato di una coscienza bibliografica. Io vagheggio un uccello selvatico, feroce, roso dalla nostalgia del cielo e del vento, che prende alle viscere, provoca un brivido lungo la schiena, scuote i nervi; immagino colui che spiega ali come un’aquila e si alza in volo, per creare opere immortali, per predare e lottare, e poi vedi quelli come Berardinelli, un probo, un amico fraterno della mediocrità aristotelica, che non è mai libero di volare, e di sbagliare. Uno che osa addirittura scrivere – ahimè, il bisogno di fissarlo su carta, di avere testimoni, di giustificarsi! – che lui nell’anima è un anarchico, terribile, e che solo per discrezione liberal-democratica recita un responsabile disincanto, la “disavventura dell’impegno” del critico della cultura; lui, che non apprezza in quanto critico le qualità per cui è in difetto in quanto creatore! Un fottuto Tersite che sceglie di essere fiero della propria mediocrità, che dice di aver scelto in tutta lucidità, preferendosi ad Achille. <strong>Uno di quelli che ti insegna la viltà speculativa, che avere paura di qualcosa è un buon motivo per mancarle di rispetto,</strong> e non che, al contrario, se certe cose non è consigliabile accoglierle, è altrettanto disdicevole respingerle – <em>choosing not to believe in the Devil won’t protect you from It</em>. È quel genere di pensatore, dalla faziosità stupefacente, che ti mette una mano paternalistica sulla spalla e, sotto sotto, gratta gratta, disprezza tutto ciò che esiste, si amareggia per ogni grandezza degli esseri umani e delle creature, per tutto ciò che crede in sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, con me lui sfonda una porta aperta, quando critica e ridicolizza a ragion veduta gli heideggeriani e il loro gergo. Quando sbeffeggia coloro che annegano nell’abuso delle parole in corsivo, con la loro voluttà essenzialista, nella “ricerca mistica, come illustrazione, messa in scena, decorazione, orgia culturalista, estetica della profondità”,</strong> un lamento estenuato, un luogo comune o un ridicolo conformismo; dove il gusto della lucidità viene consumato come potrebbe esserlo una portata al ristorante, e “l’estatico alla Kirillov e non del genere dei credenti” sarebbe solo alta pasticceria per animali da cortile, manichei da salotto. Il mainstream dei lettori. Il <em>prêt-à-porter </em>dell’orgoglio, vanità <em>déguisé</em>, coatta degli scrocconi di un assoluto pletorico e sentimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">E c’è del vero quando sottolinea i plateali difetti di alcuni colleghi. G. Vattimo e il suo pedante quanto vano “pensiero debole”, pura metallica ingegneria filosofica creata in laboratorio,<em> in vitro</em> e mai <em>en plein air</em>; <strong>il soporifero M. Cacciari, di cui vi invito a leggere, come regale esempio di supercazzola, se avete tendenze masochiste</strong>, la sua prefazione al <em>Diaro postumo </em>di Simmel, da lui curato e tradotto, dove sfoggia un rutilante affastellamento di concetti, un frastuono di pretenziosa erudizione, e la totale assenza di senso del ridicolo; T. Negri, verboso nipotino del suo idolo Spinoza, con i suoi abracadabra teorici, e il suo stile arcigno, metallico, così desolante, privo di immagini, uno che ha sempre elevato la forza probatoria del concetto a danno della linfa espressiva, come si conviene a gente come lui; C. Magris, l’ennesimo obnubilato – rincoglionito? – in malafede che sbeffeggia la prosa struggente di Cioran; U. Eco, vera e propria icona della Kultura, e amato da Elisabetta Sgarbi (che oggi pubblica santo Houellebecq e quel disturbatore in livrea cinica di Parente, uno che ha l’ansia di informare i lettori della sua depressione, e del fatto che vegeta tutto il giorno seduto sul divano a giocare alla play station), che ai miei occhi ha sempre rappresentato il prototipo dell’intellettuale che ho sempre disprezzato, e dello scrittore sopravvalutato (<em>Il nome della Rosa </em>e <em>Il pendolo di Foucault</em>). La sua vanità, elevata al rango del genio, si manifestava sulfurea durante i corsi che teneva all’università, quando, per manifestare platealmente il suo dissenso, e il suo viscerale fastidio per qualcosa, alzava la voce e sputava bilioso contro la lavagna portentosi agglomerati di catarro, davanti ai suoi allievi. Era il suo modo per far capire al mondo delle giovani generazioni che lui non era solo il re dei polieruditi, una Testa che cammina, il fiero detentore di trentamila volumi, il kantiano, il tuttologo, il semiologo <strong>ma il Carmelo Bene degli intellettuali, dei bibliomani. La fottuta rockstar delle pippe mentali. Uno di quelli che, sostengo io, avrebbe dovuto essere sepolto sotto il boato di una risata cosmica, e invece è stato osannato, e ricompensato con ricchezze e onori.</strong> Me lo sono sempre immaginato nel suo castello di Urbino, questo Napoleone di ogni geografia intellettuale, soddisfatto della sua <em>testa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il mercato del circuito culturale ci spaccia la pedanteria intellettuale del più modesto Fusaro. Un prodotto confezionato a tavolino, rivestimento o prefigurazione di logo, marketing. Desolante spirito del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65027 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-212x300.jpg" alt="" width="153" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-768x1086.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-724x1024.jpg 724w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1.jpg 902w" sizes="(max-width: 153px) 100vw, 153px" />Naturalmente, Berardinelli, a fronte di certe follie reali della cultura di oggi, ne approfitta anche per dichiarare off-limits la profondità, una nozione tipicamente romantica – e questo è il problema – in nome di una proba e recitata assoluta prosaicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiuta il Romanticismo tout court, benché, cazzo, anche Leopardi oppose un netto rifiuto alla sirena dialettica e idealista, e con quale ineguagliabile profondità, per rimanere, nonostante tutto, a suo modo un rapace ultraromantico. Rifiuta la Mitteleuropa e la sua letteratura, la matrice ambigua e oscura, la depravazione slava. Rifiuta Nietzsche e la tenebrosa filosofia tedesca, sebbene già criticate con ineguagliabile profondità e nitida concisione dalla stupefacente poesia in prosa di Cioran, decenni prima; e ancor prima dallo stesso Leopardi. Rifiuta ogni oscuro fondo animale, velato da una pellicola opaca, impenetrabile, refrattaria a rendere conto all’intelligenza. Rifiuta la parola <em>carica</em>, ogni ingorgo di linfa, addensamento di energia, ogni pressione dell’ignoto. Disprezza l’antenna metafisica, le determinazioni metafisiche dell’arte, ossia il magico e il religioso, dimenticando che in passato tutto ciò che in filosofia era vivo si riduceva a qualche prestito dal religioso (e lo scrivo io, che non ho la minima inclinazione religiosa, né scientifica), che veste il linguaggio poetico; inutile citare Robert Graves. Rifiuta il mito, che, nonostante la voluta miopia, non è semplice storia remota, ma realtà senza tempo che si ripete nella storia, l’irruzione dell’assoluto nel tempo, il respiro delle ere geologiche, il non umano, la capacita di stimolare l’istinto vitale, la carica di verità delle prima mitologie – scrive infatti Benjamin Fondane: “ogni metodo implica un linguaggio e dunque un mistero; ogni cosa nasce nel mito… Oh santa semplicità, cosa non è mito?!”. <strong>Rifiuta la vena carsica inattuale, immoralista, antiumanista, antistoricista – così cara, al contrario, a Leopardi – una realtà che non deve e non può rappresentare la costruttiva e sommamente impoetica critica della cultura, la moderna religione dell’umano</strong>, l’immacolata concezione del sociale che aleggia ovunque, onniavvolgente, sull’arte, la poesia, la letteratura. Soprattutto, su tutto ciò che è individuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Berardinelli non si ferma qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel tempo ha criticato ferocemente, esattamente come Edmondo Berselli, l’Adelphi (vogliamo paragonare i <em>Quaderni piacentini</em>, con un editore per fighetti, con le copertine color pastello?!) – la casa editrice che alla fine degli Sessanta nasce da una costola della sovietica Einaudi, per proporre un cultura antagonista a quella marxista o neo-marxista, allora dominante – e un buon numero di suoi alfieri: R. Calasso, P. Citati, G. Ceronetti, E. Cioran. La santa setta delle “C”.</p>
<p style="text-align: justify;">Calasso viene rubricato per direttissima sotto la <em>philosophia perennis</em>. Ascoltate: “Tra le ossessioni di Calasso occupa una zona centrale del suo spirito la lotta contro il mondo occidentale moderno, contro le idee di Storia e di Progresso, contro l’Illuminismo e contro la politica ‘di sinistra’… <strong>Il limite stilistico del libro – il <em>Rosa Tiepolo</em> – è che Calasso ci racconta una favola di cui conosce in anticipo la morale. Un sapiente come lui non è, e non potrebbe essere un narratore moderno”, ossia un probo critico della cultura.</strong> “Per lui la verità non accade, è già accaduta nei miti delle origini”. Stiamo parlando di uno che, per quanto criticabile – e ce ne sarebbero di cose da dire – ha prodotto saggi o monografie tutt’altro che disprezzabili, di primissimo ordine: <em>Le rovine di Kash</em>, <em>Il rosa Tiepolo</em>, <em>I quarantanove gradini</em>, <em>La Folie Baudelaire</em> (che in Francia ha vinto il <em>Prix Chateubriand</em>, l’unico italiano di sempre). Nondimeno, il critico è lì, chino a testa bassa, con la zelante opera di dissacrazione. Ndo cojo cojo! Tattica levantina. Non gli piace il progetto culturale che Calasso &amp; Company portano avanti, il territorio spirituale da cui parlano, che tra l’altro ha il grave difetto, ai suoi occhi, di allevare in seno alla società un popolo di solitari. Ne propone uno alternativo, e con che mezzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche G. Ceronetti, a sua volta, è sminuito, non senza qualche equanime concessione</strong>, che non manca mai, nel momento in cui viene definito laconicamente un “esteta del sacro” (la stessa accusa che gli rivolge S. Quinzio), per far ammutolire in blocco anche la sua forza reale, sapienzale, quella che sulla bilancia pesa di più: il suo contatto con “l’anguilla delle verità profonde”. Un’altra personalità di rango assoluto, liquidata in quattro battute, a buon mercato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pietro Citati, poi, è definito un “manipolatore postmoderno del passato culturale”, un abile sfruttatore compulsivo della citazione, che rimaneggia con estro.</strong> <strong>Un grondare ipertrofico di saggezza esoterica, in posa plastica: quella assorta e profonda, ieratica.</strong> Uno che ha guizzi estrosi, troppo personali (qui B. copia uno degli aedi della ragionevolezza critica, T.S. Eliot, il quale sostenne che perfino le letture sull’opera di Shakespeare dei ‘creativi’ e troppo personali Goethe e Coleridge erano un’“aberrazione critica”!), che manca della dovuta impersonalità, tipica di quella persone che “volano basso”! In ogni caso, è quanto di peggio possa esistere, per B., che detesta la <em>profondità</em> in ogni sua forma. Già solo la parola “esoterico” gli fa venire l’orticaria, figuratevi citargli la “gnosi”. Non dite di essere metafisicamente single, è un’eresia. E non osate mai citare, di fronte a lui, il lirico, potrebbe colpirvi con uno schiaffo a bruciapelo. Meno che mai l’irrazionale, la sterile prerogativa di coloro che si perdono in “bambinate”, come le chiamava Jean Wahl, arcigno studioso accademico di Kierkegaard, suo sterile tuttologo, quando definiva così le <em>Memorie del sottosuolo </em>di Dostoevskij. C’est dure dure être ‘bébé’! Soprattutto non evocate la potente poesia, quella degli appassionati amanti e non quella dei falsi figli delle Muse, dagli amorosi eunuchi, <strong>perché B. è uno di quelli che si perde in fantasmagoriche pedanterie, come quelle che trovate in <em>Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati.</em> Un libro noiosissimo, di sfibrante inutilità, scritto in coppia con H.M. Enzensberger!, e dove non trovate un etto di vera poesia. Niente, zero.</strong> Da spararsi nei coglioni. Per carità, neanche io stravedo per Citati, e trovo comici i ferventi adepti della Adelphi (conosco uno scrittore, un demente, che appena ha fatto due soldi si è comprato tutto il catalogo, in blocco), ma la questione è un’altra: B. spara a zero su Citati soprattutto per un motivo. Quest’ultimo ha il grave torto di difendere un mondo, quello che trovate per esempio ne <em>Il male assoluto</em>, che B. detesta inquadrato al modo degli aedi della cultura adelphiana, poiché lui è un esorcista dell’inquietudine metafisica, e afferma candido che non esiste alcuna ragione, oggi, per aggrapparsi a questo genere di inquietudine, a questo “culto da princisbecchi, che non innerva nessuna seria critica della cultura”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora, un caso di clamorosa disonestà intellettuale, da parte di B., lo trovate nel suo commento a Emil Cioran. Altro gigante che fa sembrare B. quello che è, a confronto – un nano. Cioran viene massacrato senza mezzi termini, a buon mercato.</strong> Leggete qui di seguito un sunto dei suoi miasmi isterici e la prova fatale dell’idiozia dei suoi commenti. Sono esemplari. In <em>Cioran, il più pessimista</em>, il critico italiano, che ancora oggi definisce il rumeno un “petulante manierista”, scrive in appena poco più di tre fottute pagine: “Pensiero negativo”, “parvenu dell’intelligenza e dello spirito” (la stessa ridicola accusa che gli rivolse A. Camus, al tempo del fenomenale <em>Sommario di decomposizione</em>), “antiprogressivo senza incertezze”, “acrimonioso”, “splenetico”, pieno di “infatuazioni, di piccoli dogmi personali”, quello che deve essere sempre “il più fine”, “volgare”, “dispotismo e feticismo dello stile”, “finge la lucidità”, la migliore dimostrazione dell’“ottusità dello spirito puro come categoria assoluta”, “pensa solo a se stesso… alla propria immagine”. <strong>Emil Cioran liquidato in tre pagine, e con che argomenti! Ed è quanto meno curioso. E già mi vergogno per lui. Non solo perché Berardinelli, per esempio, ammira W.H. Auden, quello stesso poeta e lettore infallibile </strong>(a cui Brodskij dedicò un saggio ispirato in <em>Fuga da Bisanzio</em>, elevandolo al rango della “più grande mente del XX secolo”) che 1971 scrisse una recensione entusiasta sulla <em>New York Review of Books</em>, dedicata a <em>The Fall into Time</em>, dove definisce Cioran: “il miglior scrittore in lingua francese dal dopo guerra in poi, insieme a Malcolm de Chazal”. Saint-John Perse, a sua volta, votava un’ammirazione incondizionata a Cioran. Al pari di Iosif Brodskij, che ne consigliava i libri nei corsi che tenne in vari College americani. <strong>Auden, Perse, Brodskij. Il rango assoluto. Basterebbero loro per schiacciare come una cimice Berardinelli. Eppure la lista continua… Ammirazione nei suoi confronti, la votarono Elie Wiesel, Jules Superveille (la prima persona ad aver letto il<em> Sommario</em>, ancora in manoscritto – era già molto anziano, profondamente incline alla depressione, ma disse: “È incredibile quanto mi abbia <em>stimolato</em> il suo libro”), Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Alain Delon. Lo scrittore rumeno fu apprezzato anche da Paul Celan</strong>, che tradusse in tedesco il <em>Sommario di decomposizione</em>. Ma anche da Ernst Junger, Jean Rostand, Margeurite Yourcenar, Henri Michaux. Ma non andiamo oltre con la fiera degli ammiratori.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, ancor prima del brutale e rachitico libello di Berardinelli, fu pubblicato l’attacco ancor più impietoso, ostile e vile di un altro critico di fama, lo zelante pedagogo G. Steiner (osannato per la sua “profonda probità”, dalla <em>liberal</em> Susan Sontag, una saggista che capì poco e male di Cioran, se prestiamo fede a quello che scrive nella sua lunga prefazione al <em>The temptation to exist</em>). È appena il caso di notare, infatti, che l’attacco di B. è del 1985, curiosamente uscito solo pochi mesi – opportunismo? – dopo l’articolo di più di nove pagine di George Steiner sul <em>New Yorker</em>, nel 1984. <strong>In tutte le nove pagine di Steiner, più raffinato e se non altro meno sbrigativo del critico italiano, solo due accenni positivi: “Cioran è autore di un interessante saggio su De Maistre” (quando in realtà è uno dei migliori, in assoluto, che io abbia mai letto),</strong> “si dà il caso che io sia convinto che lo stoico élitarismo di Cioran, il suo rifiuto del migliorismo <em>à l’américaine</em> contengano più verità delle varie etichette attualmente di moda di progressismo ecumenico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Note positive subito abbattute da una sequela di impressionanti detrazioni: “odora di falso”, “pseudopensiero”, “funereo sermone”, “pronunciato da molti prima di lui… non è originale”, “eccesso massiccio e brutale di semplificazione”, “facile”, “minacciosa faciloneria”, “nessun pensiero analitico profondo”, le sue frasi “facili da scrivere… gratificano lo scrittore con il tenebroso incenso dell’oracolarità”, pretende “ottusa acquiescenza… un’eco compiacente”, “flebile gioco di parole”, “non convincente”, il tono “gonfio di macabro chic”, “portentosa stupidità”, “apocalittiche convinzioni”, “pessimismo letale”, “futile”, “idee politiche nere come la notte”, lo “stoico élitarismo”, “non c’è niente qui di molto originale o sensazionale che vada ad aggiungersi all’apologia delle tenebre di De Maistre, in Nietzsche o nelle idee politiche visionarie di Dostoevskij”, “frisson alla moda”, “ridicolo grido”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è finita. Steiner sostiene che altra cosa è la non meno chiaroveggente tristezza di Tocqueville, di Henry Adams, Schopenhauer, poiché le loro ragioni “sono scrupolosamente argomentate”! Ossia liberali, storiche, talvolta kantiane, politiche, filosofiche. Ah, la dialettica! Con loro non si rischia il<em> krampf</em> della ragione, la bancarotta della speculazione. La preferenza di Steiner è ovvia. Tutto il loro argomentare, come il loro pessimismo, è per lui <em>circoscritto storicamente</em>. Schopenhauer, ci dice infatti Steiner soddisfatto, malgrado il suo pessimismo, portava con sé ancora significative tracce di Kant e di odio per l’io, faceva inoltre profondamente sua l’ironia del pallido riso dianoetico (il <em>risus purus </em>di Beckett); e, infine, di lui rimaneva il <em>moraliste. </em>Questi pensatori, secondo Steiner, esprimono “dubbi, riserve, rendendo onore al lettore. Non pretendono acquiescenza o un’eco compiacente, ma un ripensamento e una critica”. E “c’è poi molto da <em>dire</em> sulla morte?”, ci dice la fottuta lucidità tutta diurna di questo critico, con una nota perfettamente spinoziana – anche quelli che vegetano ancora nell’infanzia dell’intelletto, in fondo, intuiscono che il <em>tragico </em>era la bestia nera di Spinoza, e che perdersi in <em>cogitationes </em>sulla morte, per lui, non era da uomini “ragionevoli”. Eppure, lo stesso Leopardi, più di un secolo prima, alla temperante frase di Steiner obbietta potente e lapidario: “le opere di genio… non trattando né rappresentando altro che la morte”; Šestov, a sua volta, sostenne che il timore della sofferenza è il timore di scuotere l’<em>ordo et connexio idearum.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Steiner ci parla anche dell’“indiscutibile autorità” di Karl Kraus, Wittgenstein, Beckett (anche lui enormemente influenzato, apertamente, dalla strategia ironica di Schopenhauer!) e Kafka (colui che rappresenta, sì, un tragico potente, ma soprattutto l’antagonismo del più mite degli uomini, una volontà di potenza disarmata, il Kafka animale, sì, ma soprattutto scarafaggio, coleottero, talpa, tenero, puro, accorato e straziante!).</strong> “Pensate a Rousseau e Nietzsche – continua Steiner – che giunsero alle stesse conclusioni, ma con ben maggiore forza probatoria”, rispetto a Cioran. L’affondo, nonché l’esempio principe – udite udite – di “traboccante autorità, nata da una sintesi autentica, da una scrittura la cui concisione si ritraduce, obbligatoriamente, in una psicologia e sociologia di attenta coscienza storica su vaste proporzioni”, è il pensiero dei <em>Minima Moralia</em> di T.W. Adorno: “Qualsiasi onesto confronto con <em>Squartamento</em> sarebbe disastroso. Senza dubbio ci sono esempi migliori nell’opera di Cioran…  Ma una raccolta di questo tipo… solleva non tanto la questione se il re sia nudo, quanto se un re ci sia.”, conclude Steiner, che rifila al lettore la squallida e conciliante zampata della dialettica negativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Steiner gioca Adorno, la Weil, Tocqueville, Kraus, Nietzsche, Schopenhauer, Dante, Kafka, De Maistre, Adams, Beckett, Wittgenstein, Rousseau contro Cioran, che non solo scriveva con grande considerazione della Weil, Tocqueville, Beckett, Kafka, Hume e di tanti altri che non dispiacerebbero a Steiner, ma criticava con grande lucidità e profondità – probabilmente è questo il problema per Steiner: <em>troppa </em>profondità – le alienazioni della nostra epoca con anni, se non decenni di anticipo rispetto a quegli autori che avrebbero svolto analisi analoghe a quelle di Cioran ma limitate, talvolta, a un ordine puramente sociologico e politico, come ad esempio Hannah Arendt (la pia e rivoluzionaria, che nel suo resoconto del processo Eichmann scrisse: “noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato”) o Raymond Aron e Canetti; e anticipando di mezzo secolo, nel suo <em>Lacrime e Santi</em>, alcune analisi che il narcotico Derrida avrebbe svolto nel suo <em>Glas.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, un aut-aut. L’alfiere della notte, l’esteta egoista, moralmente e socialmente irresponsabile, il pessimista scettico, deve sparire. È inutile, il peggiore di tutti. Sterile su tutta la linea. Non era lui stesso a dirlo?</strong> È un aborto per la continuità della specie, urta ogni continuità vitale e storica, compromette il continuo, ogni generazione, ogni trasmissione organica della vita, fisica o intellettuale. Non lo avrebbe ammesso anche lui nei suoi <em>Cahiers</em>? Chi mi legge è fregato! Ti diceva che tutto stava morendo, ma ahimè in un modo così vitale, con un tale senso dell’umorismo, che purtroppo ci si sente assolutamente sedotti. Ma è poco <em>utile</em>, se non per il piacere di una superba scrittura. Dopotutto, i nichilisti e gli scettici non hanno perso, non sono datati, <em>a cold product</em>? ci dicono i critici americani. Leopardi al contrario scrive: “Così che il Misantropo ch’io era, feci un’opera più utile agli uomini… di quante mai n’abbia prodotte la più squisita filantropia, o qualunque altra qualità umana…”!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cioran ha il gravissimo difetto, agli occhi di Steiner, di non essere un teologo, uno psicologo, un sociologo, un filosofo politico, uno storico, un moralista. Un pensatore sociale.</strong> Gli manca troppo <em>logos</em>! Second Steiner, Cioran non può neanche essere annoverato tra i <em>moraliste</em>, poiché non applica valori e princìpi universali ai problemi della condotta sociale, della società del suo tempo; non riduce le analisi sull’uomo ai rapporti che lo legano ai suoi simili, al sociale, al culto per la cultura che oppone la dittatura del dialogo, e la sua impietosa forma di vita, la tirannia dei valori. La preferenza di Steiner è ovvia: sebbene i <em>moralisti</em> non cerchino di modellare l’uomo, almeno si fermano all’uomo esteriore, all’essere nel tempo, nella società, all’uomo tutto in superficie, e non risparmiano il mistero di niente e di nessuno; per loro nulla è misterioso; spiegare un essere per loro equivale ad abolirlo, a ridurlo a un nulla. Ne scorgono solo le infermità mediocri, generali, di individui socievoli e indaffarati; sfugge loro il male essenziale, guardano alle amarezze diurne, sondano solo il fondo delle apparenze comuni. Lo aveva capito, Cioran, nel <em>Antologia del ritratto</em>. Quella dei moralisti è la stessa<em> superficialità</em> di fronte a cui si arresta, sterile, Berardinelli. A lui, e a una legione di quelli come lui, non interessa la ricerca della profondità, l’anguilla della verità profonde, il sottosuolo che uccide la teoria, ma solo l’abuso della speculazione<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, Joseph de Maistre, il potente autore del pamphlet in favore del boia, per Steiner rimane un interlocutore poiché, per quanto agli antipodi rispetto alle sue idee, era pur sempre contro il romanticismo, difendeva la trinità costituita dal classicismo, dalla monarchia, dalla chiesa, era l’incarnazione del chiaro spirito latino, l’antitesi stessa della cupa anima germanica; classificava, era rigoroso nel suo pragmatismo politico. All’interno di questo quadro cognitivo, per quanto reazionario, De Maistre rimane un interlocutore passibile di confronto e di confutazione, nonché autore di notevoli intuizioni moderne e precursore di altre, ultramoderne. In lui permane una fondamentale psicologia politica, circoscritta storicamente! Una ragione reazionaria è pur sempre una ragione. <strong>Il pessimismo reazionario di De Maistre, infatti, è lontano dal radicale ma paradossale pessimismo reazionario di un Leopardi, nel quale De Maistre non avrebbe potuto riconoscersi, dato l’atteggiamento di dichiarata non-politica del grande recanatese. È solo per questo motivo che Steiner include De Maistre nel pantheon della critica della cultura. Cioran, al contrario, con la sua estetica evanescenza, con il suo stile aristocratico e la sua gnosi permanente, il suo lutto a getto continuo nero come la notte, è roba per artisti, poeti, attori, cantanti</strong>, i <em>puer</em> e i perduti di ogni angolo della terra! I <em>lumpen</em>. Non fa una piega, vi pare?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il paradosso esilarante di Berardinelli, infine, è quello di criticare sarcasticamente il dna dell’Adelphi, salvo poi recensire recentemente (in <em>Avvenire</em>, 1 aprile 2016) un grande libro della filosofia esistenziale degli anni Trenta,<em> La coscienza infelice</em>, di un poeta e pensatore rumeno, l’unico erede diretto di Lev Šestov, ossia Benjamin Fondane, <strong>e senza neanche accorgersi che se Šestov, per molti aspetti, è in parte uno dei nonni del dna dell’Adelphi, Fondane, il filosofo e poeta dell’assurdo e della tragedia, per molti aspetti rappresenta il fratello maggiore (è nato nel 1898) di Cioran (1911) e Ceronetti (1927). </strong>Scrivono e pensano, tutti, ognuno con le proprie modulazioni, da un identico territorio spirituale, quello che Berardinelli ha sempre sbeffeggiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il critico, nella cultura, ha sempre svolto la stessa funzione che svolge Cristo nel cattolicesimo. Il ruolo di vicario. Nel caso del critico, il laico pensatore pubblico. Il <em>professor publicus ordinarius</em>. Come in religione si crede in Cristo per non credere direttamente in Dio, per non avere un rapporto autonomo con lui, così i critici sono i vicari del pensiero di tutti, per impedirci di accedere a quella profonda autonomia individuale che testimonia l’esperienza del pensatore privato, del <em>selbstdenker</em>, colui che pensa da sé e per sé, che vede il mondo con i propri occhi. Sono due realtà inconciliabili. Brodskij affermava che la psichiatria è dello Stato. Si può affermare qualcosa di analogo della critica, che, da sempre, pretende di essere il filtro intellettuale tra noi e il reale. Il processo di pastorizzazione, normalizzazione, a danno della individuo. Ridotto all’osso, spogliato da ogni maschera, il meccanismo della critica è sempre stato questo. <strong>Il critico vuole <em>curare</em>. Dato che gli artisti non compirebbero le loro opere abbastanza coscientemente, occorre che qualcuno le verifichi, le spieghi e le completi! </strong>Susan Sontag ammette candidamente: “Il mio io è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono, ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa altrui.” è un territorio diafano, immateriale, dove una forza reale diventa finta solo perché ne è stata contrastata la vitalità.</p>
<p style="text-align: justify;">“C’è un élite di ansiosi. Il resto è l’umanità.”, scrive Cioran.</p>
<p style="text-align: justify;">Spazziamo via quella impertinenza intellettuale di chi non ha il rango per poter essere annoverato tra queste élite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
<p><em>*In copertina la fotografia di Alfonso Berardinelli è realizzata da Dino Ignani</em></p>
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		<title>Il mito di Tolkien è merito del figlio Christopher. Storia della suprema dedizione (e della fine di un’era)</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Dec 2018 03:28:02 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il principio, alla fine. Il 2 marzo 1916 J.R.R. Tolkien, sul fronte della Somme, Francia, scrive alla futura moglie – l’avrebbe sposata due settimane dopo – Edith Mary Bratt: <strong>“In questo triste pomeriggio piovigginoso, ho letto vecchi appunti di lezioni militari – ed ero già stufo dopo un’ora e mezza. Ho apportato dei ritocchi alla lingua delle fate che ho inventato, per migliorarla. </strong>Spesso mi viene voglia di lavorarci ma me lo proibisco perché, anche se mi piace tanto, mi sembra un’occupazione così pazza!”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Durante la Grande Guerra, Tolkien perfeziona la sua “lingua delle fate” – ovvero: degli elfi. <strong>Si vince l’orrore con un surplus di fantasia, si spaventa la paura inventando mondi fantastici. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un secolo fa, nel 1917, Tolkien abbozza <em>The Fall of Gondolin</em>, pubblicato quest’anno per la cura di Christopher Tolkien – in Italia stampa Bompiani – la scia primordiale della Terra di Mezzo. “La prima stesura della ‘Caduta di Gondolin’ fu iniziata durante la Grande Guerra, l’ultima, incompleta, è del 1951… Nel 1975 Christopher Tolkien abbandonò la borsa al New College di Oxford per occuparsi dell’eredità dell’opera leggendaria del padre. La prospettiva sembrava scoraggiante. Il cinquantenne medievalista si trovò davanti a 70 scatole di lavori inediti. Migliaia di pagine annotate, di frammenti narrativi, di poesie, alcune lavori erano scarabocchiati a matita, la prima storia era redatta su un quaderno delle scuole superiori… <strong>Nel 1977 Christopher si è preso la responsabilità di ricostruire <em>Il Silmarillion</em>. Poi si è occupato del resto. <em>The Fall of Gondolin </em>è il venticinquesimo libro postumo che Christopher Tolkien ha tratto dagli archivi di suo padre. Ora, dopo più di quarant’anni di lavoro, all’età di 94 anni, Christopher Tolkien ha posato la penna da editor, ha compiuto un silenzioso, capitale lavoro per precisare la visione del padre.</strong> L’ultimo atto pubblico di un gentiluomo e di uno studioso, l’ultimo membro degli Inklings. È la fine di un’era”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fa bene a usare un tono epico, Hannah Long, dalle colonne di <em>The Weekly Standard</em>, per raccontare la storia di Cristopher Tolkien, <em><a href="https://www.weeklystandard.com/hannah-long/christopher-tolkien-and-the-legacy-of-his-father-j-r-r-tolkien-the-steward-of-middle-earth" target="_blank" rel="noopener">The Steward of Middle-earth</a>. </em>C’è dell’epica, infatti, nella costruzione di un mondo fantastico complesso dal salotto di una casa inglese, <strong>evocare storie intorno al fuoco, ricordando le oscurità della guerra, incuneando una goccia di luce in quell’orrore che è l’umanità.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64357 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-214x300.jpg" alt="tolkien gondolin" width="131" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-768x1075.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-731x1024.jpg 731w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin-600x840.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/tolkien-gondolin.jpg 1000w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Mi sorprendono due cose. La prima riguarda la paternità. <strong>Christopher vive per realizzare l’eredità del padre. C’è un gesto sacro in questo – e anche una obbedienza innaturale. Tolkien, infatti, è uno scrittore sostanzialmente postumo: </strong>in vita pubblica le opere decisive – <em>Lo Hobbit </em>e <em>Il Signore degli Anelli – </em>ma tutto il resto – libri compiuti, presunti, desunti che perfezionano, precisano e amplificano il mondo della Terra di Mezzo e la nostra conoscenza di Tolkien – viene dopo la morte del creatore. Insomma: J.R.R. Tolkien, in fondo, è opera di Christopher Tolkien. <strong>Il figlio ha creato il padre, J.R.R. è il dio e Christopher il suo profeta: è mai esistita fedeltà più profonda, proficua, agghiacciante?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Christopher è il terzo figlio di J.R.R., il più giovane, nasce nel 1924, “ma <strong>già a cinque anni comincia a ‘editare’ le storie del padre, mentre le ascolta, prima di andare a dormire. Quelle storie, costituiranno l’ossatura dello <em>Hobbit</em>”</strong> (Long). Come si sa, è Christopher a disegnare le mappe della Terra di Mezzo, “a 21 anni era il più giovane tra gli Inklings – e l’unico sopravvissuto… quando si incontravano all’Eagle and Child Pub di Oxford o nello studio di Lewis al Magdalen College, Christopher veniva reclutato per leggere le storie di suo padre. Il gruppo riteneva che la sua voce fosse più chiara, la sua recitazione fosse un talento rispetto ai sommessi borbottii del padre” (Long).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questa dedizione allucinata, come se il figlio fosse l’elfo del padre – <strong>è grazie a quella devozione, anche, che Tolkien è diventato il grande forgiatore del nostro immaginario – chi non ha sognato una vita da Aragorn? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro aspetto che mi affascina è la guerra. <strong>La Terra di Mezzo nasce nel bel mezzo del conflitto mondiale. La scrittura del <em>Signore degli Anelli </em>attraversa la Seconda guerra. In quegli anni oscuri, J.R.R. scrive spesso al figlio Christopher, arruolato dal 1943 nella Royal Air Force.</strong> Il padre chiede consigli al figlio riguardo alla sua opera. Ovviamente, però, c’è di più: il mondo ‘parallelo’ non è una fuga da questo mondo, ma un modo lampeggiante per rivelarne l’assurdità e la gloria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da una lettera del 23-25 settembre 1944 al figlio Christopher (in J.R.R. Tolkien, <em>La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973, </em>Rusconi, 1990): “Gli inglesi si gloriano, o si gloriavano, di essere ‘sportivi’ (che voleva anche dire ‘riconoscere i meriti dell’avversario’)… ma è irritante vedere la stampa che si abbassa come faceva Goebbels, strillando che ogni comandante tedesco che resiste in una situazione disperata (quando è necessario strategicamente) è un ubriacone e stupido fanatico. Non riesco a vedere differenze fra il nostro stile popolare e i decantati ‘idioti militari’. <strong>Sapevamo che Hitler, oltre ad altri difetti, era un piccolo furfante volgare e ignorante; ma sembra che ce ne siano molti altri che non parlano tedesco e che, nelle stesse circostanze, mostrerebbero di avere molte delle altre caratteristiche di Hitler.</strong> C’era un solenne articolo nel giornale locale che teorizzava in tutta serietà lo sterminio sistematico dell’intera nazione tedesca come unico giusto modo di comportarsi dopo una vittoria in guerra: perché sono serpenti a sonagli e non conoscono la differenza tra bene e male! <strong>I tedeschi hanno lo stesso diritto di definire polacchi ed ebrei veri da schiacciare, creature subumane, quanto noi di definire così i tedeschi: e cioè nessun diritto, qualunque cosa abbiano fatto”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Qui c’è l’insegnamento profondo di Tolkien, penso, spesso visto come un autore ‘manicheo’ – bene di qui, male di là. Posto che il male non è giustificabile, non possiamo giudicare chi fa il male perché anche noi siamo imparentati con il malvagio. <strong>Di tutti gli uomini è quella mancanza che si chiama colpa; in tutti gli uomini arde – glaciale o perentoria – la fiamma del bene; i veri uomini, al di là del bene e del male, amano. </strong>(d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">
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