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	<title>Portogallo Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 07 Feb 2025 04:34:25 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Per sopravvivere al secolo del pensiero unico. Ovvero: leggendo Lobo Antunes a Lisbona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2025 04:34:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Vincenzo Montisano]]></category>
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<p>Nel cuore della capitale lusitana, la piazza del café “A Brasileira”, reliquario sacro di Fernando Pessoa, è gremita di gente che si lascia immortalare accanto alla statua del poeta – al tempo, dicono, alquanto schivo, e oggi facinorosamente eletto attrazione di punta dal turismo di massa. A pochi metri, un artista di strada, con in braccio la sua Stratocaster contusa, velocizza una nenia popolare di João Gilberto. E mentre il cielo si allunga negli infiniti colori del tramonto oceanico, un senza tetto si avvicina al mio tavolo, mi chiede spicci e sigarette, per poi ritrarsi mesto in un angolo della piazza: estrae dalla tasca un tozzo di pane e lo spezzetta sulla&nbsp;<em>calçada portuguesa</em>, il lastrico pietroso che esalta la luminescenza naturale della città. Attratti dall’odore della fortunosa libagione, stormi tempestivi di piccioni e di gabbiani ci si avventano sopra in uno smanacciare ventoso d’ali, nel tentativo di sedare i morsi della fame nemica.&nbsp;</p>



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<p><strong>Solo allora, quando il senzatetto regala il resto del pane all’implacabilità dei volatili, mi illudo che debba esser stata una scena simile a ispirare uno dei gloriosi passi di&nbsp;<em>Spiegazione degli uccelli</em>, quarto romanzo del polifonico scrittore – per fortuna o per sfortuna, ancora di nicchia in Italia – António Lobo Antunes.</strong>&nbsp;Appena un attimo prima che il senzatetto, rancoroso, pesti il piede per disperdere l’assembramento dei pennuti, immagino il cadavere di Rui S., protagonista del libro, ai primi chiarori dell’alba, riemergere sulle rive del Vouga dilaniato anch’esso dai becchi di quegli uccelli anonimi e spietati, il cui volo, per chi è castigato come l’essere umano alla gravità, non avrà mai vera spiegazione.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’estuario cominciò a sprofondare lentamente nel sonno, allo stesso modo in cui due voci si mescolano: all’inizio era solo la laguna immobile e senz’anima dell’acqua, la lingua saburrale della sabbia, i pini in frantumi nella nebbia, le poche barche e la città in fondo, imprecisa come gli occhi dei ciechi, ma poi gli uccelli, i gabbiani e le anatre e i volatili senza nome del Vouga gli invasero le gambe e le braccia, gli divorarono le prugne marce dei testicoli, gli graffiarono con le zampe l’interno della pancia, gli si posarono sulle spalle, sui reni e sulla schiena, gli beccarono il sogno confuso in cui si dibatteva (sua madre che covava un uovo enorme, con dentro lui e le sue sorelle, mentre giocava a carte con le amiche), e quando il primo stormo gli penetrò pigolando nella testa, si svegliò con una sensazione da naufrago nella schiuma delle ossa, e un sapore di limo nella bocca aperta per un grido senza suono.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Saldo il conto al tavolo e raggiungo, pochi metri più in basso, su Rua Garrett, la “Livraria Sá da Costa”, una delle più antiche di Lisbona. Sommerso da cumuli di stampe d’arte, vinili del sassofonista svizzero Fausto Papetti e mappe topografiche dell’Angola coloniale, trovo un addetto alle vendite piuttosto giovane, in ginocchio davanti a uno scaffale al collasso per il peso dei libri. Domando se per caso abbiano una copia del volume in questione. Lui, rimessosi in piedi, con uno sguardo tra il sorpreso e il sospetto, mi domanda in un inglese meno stentato del mio: «No. Ma come fai a conoscerlo, se non lo leggono neanche più i portoghesi? Perché?! Ma perché è ostico, la gente lo trova indigesto». Esito, un istante di troppo. Ringrazio, lascio la libreria.</p>



<p><strong>È vero, l’ossatura letteraria di Antunes è adamantina, a tratti impenetrabile: la ridondanza modernista delle immagini poetiche non teme di “perdere” il lettore, di affogarlo in circonvoluzioni sempre più ampie di pensiero che denudano via via il litorale occulto della vita;</strong>&nbsp;l’aggettivazione virulenta; il bouquet delle voci incessanti, innestate le une alle altre, molteplici al limite dello schizoidismo, rapide a rincorrersi, seminando qua e là le tracce di una trama vaga seppur costantemente presente, energica come la tonica in chiave a una sinfonia: Rui S., uomo incapace di prendere decisioni, deve risolversi a mettere un gravoso punto al suo secondo matrimonio.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="650" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/81wplcMYjyL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-102330" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/81wplcMYjyL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 650w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/81wplcMYjyL._AC_UF10001000_QL80_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/02/81wplcMYjyL._AC_UF10001000_QL80_-600x923.jpg 600w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></figure>



<p>Semplice – a dirsi. Ma quali dubbi, tormenti e angosce, quali ripensamenti; quanta tensione può coagularsi, in assenza di un estuario di sfogo, dietro a una scelta simile? La malinconia preventiva del distacco di là da compiersi. Il pestifero senso di colpa, onnipresente davanti a un domani incontrovertibilmente ignoto. Quanta resistenza opporremmo a un cambiamento di tale portata nel corrispettivo&nbsp;<em>reale</em>&nbsp;di questa verosimiglianza romanzesca? Chiameremmo a raccolta anche noi, come il protagonista, la pletora di tutti i nostri spettri più cari? Risalirebbe alla graticola della memoria la fantasmagoria dell’infanzia, perduta chissà quando, o il compendio diaristico di tutti quei fallimenti eroici che hanno deturpato, significandola, la nostra stessa esistenza?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quelli sono cacatua, disse suo padre, quelli nibbi, quelle aquile, quelli con il becco lungo sono ibis, andavano insieme allo zoo per osservare gli uccelli da vicino, le retine feroci di cristallo, i piccoli artigli delle zampe, il modo in cui le penne si distribuivano sulle ali, le più grandi, le più piccole, la peluria chiara del petto, i corvi camminavano come noi sul suolo di cemento disseminato di escrementi e di gusci, le cicogne assomigliavano a un amico di mio padre che camminava sollevando tantissimo le ginocchia, i piedi degli struzzi, deformati da scarpe troppo strette, lo commuovevano, papà disse Ogni loro verso significa una frase specifica, siamo noi a non essere ancora abbastanza evoluti da capire certi linguaggi, certi cenni del capo, ad esempio, il disegno dei loro voli, Marilia tirò fuori dalla borsa un libro con la copertina sgargiante e si sedette a leggere sul materasso con l&#8217;aria rassegnata con cui lavorano all&#8217;uncinetto le mogli dentro alle automobili parcheggiate intorno agli stadi di calcio, le molle protestavano cigolando quando uno di loro due si sistemava meglio il cuscino.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Fuori dalla libreria il tardo pomeriggio è sfumato nelle perplessità della sera. Costeggio i lampioni d’ambra, cercando la via più breve per raggiungere Alfama, il quartiere popolare dove mi si aspetta per cena.&nbsp;</p>



<p>Cammino, sbaglio strada, più e più volte, ostinandomi a non ricorrere all’ausilio dell’infosfera. Chiedo dritte a un’anziana signora angolana. Mi indica una salita ripidissima, che a guardarla ho già il fiatone. Lei mi saluta sorridendo, con l’unico dente in bocca, e mi dice: «Viva bem sua vida». È dunque questo ciò che può accadere leggendo&nbsp;<em>Spiegazione degli uccelli</em>, d’imbattersi in un imprevisto atto di sovversione estetica: nelle galere psichiche di un mondo iper-controllato, può ancora accadere di perdersi –&nbsp;<em>perdersi è meraviglioso</em>, avrebbe aggiunto il compianto David Lynch. Trovarsi in una camera da letto, intrisa di un’atmosfera mortifera, insieme a Rui e sua moglie, per poi, poche frasi dopo, essere scaraventati indietro nel tempo, testimoni del sanguinario rimpatriare dei&nbsp;<em>conquistadores&nbsp;</em>lusitani o della tragica ferita inferta dalla dittatura salazarista, mentre il punto di vista dell’ente “parlante” si modifica a ogni capoverso, mentre si trasformano il tempo, la lingua e il luogo della narrazione, ora realistica, ora onirica, in una vertigine rapsodica simile in tutto agli intarsi barocchi degli&nbsp;<em>azulejos</em>, che vedo rivestire magnificamente ogni angolo dell’architettura della città.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Un chiarore sporco modellava a poco a poco i contorni degli oggetti come un vasaio paziente, e cominciai a distinguere il tuo volto schiacciato contro il cuscino, un occhio, la bocca aperta, le rughe che formavano linee di parentesi sulle guance, la sagoma, ancora indistinta, del corpo. I vestiti appesi alle sedie sembravano oscillare al ritmo di un respiro misterioso, le pareti si dilatavano e si restringevano lentamente: La pulsazione delle mie tempie sul cuscino fa palpitare il mondo. Pensò di fumare una sigaretta, di leggere un libro, ma preferì mettersi a sedere sul materasso per vedere il mattino avanzare palmo a palmo sul pavimento, rivelare i difetti del legno, le frange del tappeto, i piedi arcuati e scrostati dei mobili: il giorno comincia sempre da questo malessere fisico, da questa strana nascita delle cose conosciute, dal tuo viso deformato che dorme.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Giunto in cima al suggestivo miradouro de Santa Luzia, osservo Lisbona, questa porta spalancata sull’America Latina; il Tago, in basso, un gigante addormentato che cela la sua forza nell’oscurità notturna e sulla cui schiena si riflette il lucore anemico delle stelle; così la prosa di Antunes riemerge ai miei occhi, imperfetta, certo, ma con dentro lo stupore di una galassia sognata sul pelo di quell’acqua scura, i cui bracci, devoti a una caotica frammentazione, tendono a un centro demiurgico che resterà per sempre inconosciuto.</p>



<p><strong>Mi chiedo da quando non c’è più tempo per leggere, scrivere, riflettere, pensare in maniera critica? Far più niente che non sia piegarsi al profitto e alla spendibilità immediata, all’accidiosa legge di mercato.</strong>&nbsp;Cosa ne faremo di tutti quei libri perfetti, maniacalmente editati, cuciti su tematiche&nbsp;<em>cool</em>, che occupano militarmente gli scaffali delle librerie, che mortificano la diversità artistica e bistrattano i lettori, considerandoli alla stregua di utili idioti? Leggere Antunes (e i grandi che, per eccesso di personalità, oggi faticherebbero a esordire nei cataloghi editoriali – penso a Gadda, Proust, Ortese, Berto, Gombrowicz, Woolf, Joyce, Malaparte, Céline, Kristof, etc.) è irrobustire il proprio sistema immunitario, fabbricarsi gli anticorpi per sopravvivere al secolo del pensiero unico che viene, in cui il significante e il significato coincideranno ai limiti della tautologia; in cui non ci saranno più dibattiti, né controversie perché la democrazia liberale avrà raggiunto il massimo grado di perfezione. E tutti saremo salvi.</p>



<p>Si alza il vento sul miradouro. Non serve che qualcuno dispensi dottrine sulle ragioni del mondo: esso, come l’opera d’arte, basta a sé stesso. Per dirla con Jaques Derrida, di Antunes e dei suoi uccelli resterà al lettore non il significato, ma la provocazione di uno spostamento di significato, che altro non è che la chiave segreta della loro splendente seduzione.</p>



<p>Il telefono squilla: «Dove sei?». Se neanche la letteratura è più il luogo d’espressione artistica in cui eternare le imperfezioni che nel bene e nel male ci rendono noi stessi, allora rimane un solo proiettile nel tamburo della pistola chiusa sul fondo dello spirito collettivo – bisognerà utilizzarlo a dovere.</p>



<p>Inutile ribadire quanto tardi abbia fatto quella sera a cena.</p>



<p><strong><em>Vincenzo Montisano</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Tippi Hedren con corvo</em></p>
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		<title>“Ogni potere politico è contro natura, tende al regime”. Paul Valéry e la dittatura</title>
		<link>https://www.pangea.news/paul-valery-saggio-dittatura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Sep 2022 03:49:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Dittatura]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non so quasi nulla di politica pratica: presumo vi si trovi tutto ciò da cui rifuggo. Nulla dovrebbe essere così impuro, confuso, e io non amo il caos, l’indebita commistione di bestialità e metafisica, forza e diritto, fede e interesse, il positivo e il teatrale, gli istinti, le idee… Mi limiterò dunque a immaginare davanti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Non so quasi nulla di politica pratica: presumo vi si trovi tutto ciò da cui rifuggo. </strong>Nulla dovrebbe essere così impuro, confuso, e io non amo il caos, l’indebita commistione di bestialità e metafisica, forza e diritto, fede e interesse, il positivo e il teatrale, gli istinti, le idee…</p>



<p>Mi limiterò dunque a immaginare davanti al lettore lo stato nascente di una Dittatura.</p>



<p><strong>Tutti i sistemi sociali sono più o meno contro natura, e la natura, in ogni istante, lavora per riprendersi i propri diritti.</strong> Ogni essere vivente, ogni individuo, tende a spezzare o a disintegrare il possente apparato di astrazioni, la gabbia delle leggi e dei riti, l’edificio delle convenzioni e dei consensi che definiscono una società organizzata. Individualità singolari, gruppi di interesse, sette, partiti, minano, corrompono, dissolvono, ciascuno secondo i propri scopi e i propri mezzi, l’ordine e la sostanza dello Stato.</p>



<p>Finché gli abusi, gli errori, i fallimenti che, in ogni regime possibile, esistono e non possono non esistere, non alterano il principio stesso di questa entità (la fiducia nel suo credito e la certezza della superiorità delle sue forze), l’opinione pubblica non è eccessivamente irritata da questi incidenti che, prontamente riassorbiti, dimostrano la profonda solidità delle istituzioni prima che la loro compromissione. Tuttavia, può venire un tempo in cui si tocca la soglia della coscienza generale, <strong>in cui diventa impossibile per la maggioranza pensare ai propri interessi particolari senza ritenere che ogni ostacolo sia imputabile ai vizi dello Stato.</strong> <strong>Quando le circostanze generali sono tanto inquietanti da incidere sensibilmente sulla vita privata, quando la cosa pubblica pare al giogo degli eventi, un mero gioco</strong>, quando la fiducia negli uomini e nelle istituzioni è terminata e il funzionamento delle amministrazioni e dei servizi, l’applicazione della legge sembrano abbandonati al capriccio, al favoritismo, alla routine; quando i partiti lottano per il mero godimento del potere più che per ottenere ciò che esso offre per ordinare una nazione entro un’idea – queste sensazioni di disordine e di pericolo non mancano mai di eccitare in coloro che le sperimentano senza trarre alcun profitto da tale dissoluzione, l’immagine di uno Stato opposto, radicalmente contrario; e lavorano per stabilirlo.</p>



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<p>Un regime, dunque, è retto da tre punti: le forze degli interessi particolari che ne permettono l’esistenza; l’incertezza e la paura dell’ignoto; l’assenza di un’idea di domani, unica e piuttosto precisa (o dell’uomo che tale idea dovrebbe rappresentare).</p>



<p><strong>L’icona della Dittatura è la risposta inevitabile – e perfino istintiva – del pensiero quando non riconosce più la condotta degli affari,</strong> l’autorità, la continuità, l’unità, che sono i segni della volontà riflessiva, dell’impero della conoscenza organizzata.</p>



<p>Tale risposta è indiscutibile. Non è detto che non comporti grandi illusioni sulla portata e la profondità d’azione del potere politico; ma è la sola che si forma dall’incontro tra il pensare e il caos delle circostanze pubbliche. <strong>Tutti pensano alla Dittatura, consapevoli o meno; tutti sentono nel proprio intimo l’insorgere di un dittatore. </strong>Si tratta di un primo effetto, spontaneo, una specie di atto riflesso, per cui il contrario di ciò che è esige una figura indiscutibile, unica, determinata. È una questione di ordine e di sicurezza pubblica, è necessario raggiungere tali obbiettivi nel modo più rapido possibile. Soltanto un IO può impegnarsi per questo scopo. &nbsp;</p>



<p>Questa stessa idea – pur senza esporsi tanto recisamente – è in tutti coloro che sognano di <em>riformare</em> o di rifare la società secondo un progetto teorico, la cui attuazione richiede profonde modificazioni della legge, dei costumi, perfino dei cuori.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="382" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/30617410265.jpg" alt="" class="wp-image-92857" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/30617410265.jpg 382w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/09/30617410265-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" /></figure>



<p>In entrambi i casi, si attribuisce alla società un fine ben determinato: l’assimilazione, più o meno legittima, di un gruppo di esseri viventi a una costruzione, a un meccanismo, che deve soddisfare alcune condizioni, che deve manifestare in ogni occasione l’ordine inequivocabile di un pensiero.</p>



<p>Insomma: quando la mente non si riconosce più – o non riconosce più i suoi tratti essenziali, il suo modo di agire ragionevole, e sperimenta l’orrore per il caos, la dissipazione delle forze – nei fluttuanti fallimenti di un sistema politico, <strong>immagina necessariamente, desidera istintivamente, il pronto intervento dell’autorità di un solo capo</strong>, perché soltanto in un unico capo è chiara la corrispondenza tra percezioni, nozioni, reazioni, decisioni, che può organizzarsi e imporre condizioni e disposizioni intelligibili.</p>



<p>Tutti i regimi, tutti i governi sono esposti a questo giudizio della mente: l’idea di Dittatura si profila non appena l’azione o l’astensione dal potere appare inconcepibile, incompatibile con l’esercizio del proprio intelletto. &nbsp;</p>



<p>Bonaparte, Primo Console, entra nella sala dove il Consiglio di Stato discute in modo piuttosto confuso dell’organizzazione amministrativa della Francia. Ascolta per un po’. Poi, con uno sguardo che azzittisce tutti, una sorta di ispirazione lo anima, improvvisa – o finge di improvvisare – un intero piano che lascia gli astanti, più avvezzi a cavillare che a creare, per metà affascinati e per metà sconvolti. L’incantatore impetuoso, imperiale, sviluppa un’idea semplice e straordinaria, che sembra rivelarsi proprio mentre la fila dal fondo delle vane attese, e la tesse con un discorso nervoso e audace. Dice loro di prendere a modello delle istituzioni organiche, create secondo la struttura e le funzioni della sua facoltà intellettiva, della sua determinazione – che costituirà l’amministrazione in modo tale che lo Stato possegga mezzi e organi di percezione, elaborazione, esecuzione, che assicurino esistenza a un essere la cui mente, lucida e positiva, sia servita da sensi e muscoli costantemente esercitati.</p>



<p><strong>Tutta la politica tende a trattare gli uomini come cose – dacché si tratta pur sempre di disporli secondo idee sufficientemente astratte da potersi tradurre, da un lato, in azioni, </strong>il che esige un’estrema semplificazione delle formule; dall’altro, di applicarsi su un’indeterminata vastità di individui sconosciuti. Il politico si raffigura queste entità come elementi aritmetici di cui può disporre. Anche l’intenzione sincera di concedere a questi individui quanta più libertà è possibile, di offrire a ciascuno una scheggia di potere, porta a imporre loro, in qualche misura, vantaggi che magari non desiderano. Abbiamo visto persone lamentarsi di essere lasciate <em>libere</em>. &nbsp;</p>



<p><strong>Quando si tratta di uomini, la mente non può che ridurli a un insieme combinatorio. Di loro, conserva soltanto le proprietà necessarie e sufficienti che le permettono di perseguire un certo “ideale”</strong> (di ordine, di giustizia, di potere, di prosperità…), riducendo la società umana a una specie di opera, in cui si riconosce. Nel dittatore cova un artista, un’estetica nelle sue concezioni. Deve dunque modellare il materiale umano di cui dispone, raffinarlo, per renderlo disponibile ai suoi scopi. Le idee altrui devono essere potate, elaborate, condotte a unità; il loro istinto “spontaneo” deve essere sedato o insidiosamente sedotto, ridotto a formule chiare ed esplicite che rispondano a tutto, che tutte le obiezioni sappiano prevenire; i sentimenti saranno rieducati etc. (Affinché l’opera che l’intelletto persegue non soffra di eccesso di sottomissione, di inerzia da parte dei propri sottoposti, tuttavia, non bisogna negare o distruggere o inficiare la loro iniziativa).</p>



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<p><strong>In tal modo, lo spirito (politico) che in ogni caso si oppone all’uomo, all’umano, a cui contesta la libertà</strong>, la complessità, la mutazione, raggiunge, in un regime di dittatura, la pienezza del suo sviluppo.</p>



<p>Sotto tale regime che è, come si è detto, la realizzazione più compiuta – benché implicita – di ogni pensiero politico, l’intelletto è posseduto dal supremo desiderio di applicarsi, con la volontà di lavorare al bene, cioè alla propria opera, e compiere con la potenza più clamorosa, l’atto dell’uno contro tutti, grazie a tutti, e idealmente per tutti, che è caratteristico della sua natura e che esige da lui lo spettacolo del disordine umano. Si presenta dunque come una coscienza superiore, introduce nella pratica del potere il contrasto e la relazione subordinata, che esistono in ogni individuo, tra volontà riflessa, orientata a un fine, e l’insieme dei vari “automatismi”. La mente si occuperà delle menti, allenando o allentando i poteri inferiori che la penetrano e la riducono: paura, fame, miti, eloquenza, ritmi e immagini – ragionamenti, a volte. Tali mezzi, fondati sullo sfruttamento della sensibilità, saranno rapinati, ridotti al suo servizio.</p>



<p>Nelle moderne forme di dittatura, la gioventù e l’infanzia sono oggetto di particolare attenzione, sarchiate da un peculiare lavoro di formazione.</p>



<p>Dunque, regnerà l’ordine: alla massa saranno assicurati diversi beni necessari – alcuni autentici, altri immaginari.</p>



<p>Gli atti di potere sembreranno esatti e razionali, anche se la loro energia è spesso spesa nel rigore.</p>



<p><strong>Gli istinti di conversazione e di crescita collettiva che determinano un popolo saranno chiari, compiuti, compiti, composti, ben definiti</strong> nelle idee e nelle strategie di una sola testa, in cui si combina, curiosamente, il disprezzo per la folla manipolata e il culto della forma storica nazionale, di cui quella folla è la momentanea materia.</p>



<p><strong><em>Paul Valéry</em></strong></p>



<p>*Le Éditions fata morgana, in Francia, hanno da poco pubblicato, <strong><a href="http://www.fatamorgana.fr/livres/l-idee-de-dictature" target="_blank" rel="noreferrer noopener">come <em>L’idée de dictature,</em> due saggi “politici” di Paul Valéry. </a></strong>In particolare, abbiamo tradotto una lunga parte del saggio che dà titolo al volume: è la prefazione di Valéry a un libro António&nbsp;Ferro (1895-1956), <em>Le Portugal et son Chef</em>, pubblicato da Grasset nel 1934. Scrittore e saggista, António&nbsp;Ferro ha fatto parte, tra l’altro, insieme a Fernando Pessoa, del gruppo che ha fondato la rivista modernista “Orpheu”, dirigendola. Vicino a Salazar, dal 1933 ha ideato il “Secretariado de Propaganda Nacional”. Alla traduzione francese del suo libro, ha fatto seguito quella inglese, nel 1939, per la Faber: <em>Salazar. Portugal and her leader</em> è introdotto da uno scritto di Sir Austen Chamberlain, già Cancelliere dello Scacchiere e Segretario d’India. &nbsp;</p>
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		<title>“Qui nevica senza sosta, non accadeva da cento anni, e la proprietaria ha la grazia malinconica di Marlene Dietrich”. Una lettera di Mary McCarthy a Hannah Arendt</title>
		<link>https://www.pangea.news/mary-mccarthy-hannah-arendt-lettera/</link>
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		<pubDate>Sun, 09 Aug 2020 07:28:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Hannah Arendt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’amicizia tra Mary McCarthy e Hannah Arendt scatta, per eccezionale affinità, nel 1944; è sancita da un vasto carteggio, incominciato nel 1949, durato fino alla morte di Hannah, nel 1975. La Arendt era arrivata a New York nel 1941; dieci anni dopo pubblica “Le origini del totalitarismo”. Mary McCarthy è tra le più lucide, disinibite [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mary-mccarthy-hannah-arendt-lettera/">“Qui nevica senza sosta, non accadeva da cento anni, e la proprietaria ha la grazia malinconica di Marlene Dietrich”. Una lettera di Mary McCarthy a Hannah Arendt</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’amicizia tra <strong>Mary McCarthy e Hannah Arendt</strong> scatta, per eccezionale affinità, nel 1944; è sancita da un vasto carteggio, incominciato nel 1949, durato fino alla morte di Hannah, nel 1975. La Arendt era arrivata a New York nel 1941; dieci anni dopo pubblica “Le origini del totalitarismo”. Mary McCarthy è tra le più lucide, disinibite e audaci scrittrici del proprio tempo. Quando scrive questa lunga lettera dal Portogallo alla Arendt (parte del carteggio è stata edita in Italia da Sellerio come <a href="https://sellerio.it/it/catalogo/Amiche-Corrispondenza-Hannah-Arendt-Mary-Mccarthy-1949-1975/-/1438" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Tra amiche”</a>, nel 1999), la McCarthy ha mollato Edmund Wilson, si è accasata con Bowden Broadwater (il terzo di quattro mariti complessivi), sta pubblicando “A Charmed Life” (subito tradotto da Garzanti). Di lì a poco scriverà i libri più celebri: “Memories of a Catholic Girlhood” (1957) e “The Group” (1963; ridotto poco anni dopo in film da Sidney Lumet). </em></p>
<p><em>***</em></p>
<p><em>Pensao Bela Vista</em><br />
<em>9 Rua Ataide</em><br />
<em>Lisbona, Portogallo, 21 gennaio 1954</em></p>
<p>Carissima Hannah,</p>
<p>Qui nevica senza sosta, per la prima volta, dicono, da cento o da dieci anni, non saprei. Un pomeriggio adatto per scrivere una lettera, dunque. Un giorno sì e uno no, dopo pranzo, facciamo camminate da consumarci le scarpe. Siamo già stati nella maggior parte delle chiese, all’Alfama, ai Giardini Botanici, che sono incantevoli: a parer mio davvero l’espressione di una nazione; alla biblioteca americana, a quella inglese, in negozi, alberghi, caffetterie. La prima sera siamo arrivati fino al Rossio e abbiamo cercato il posto in cui tu e Heinrich andavate a prendere il caffè. Ma non penso di averlo trovato.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-78654 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro-198x300.gif" alt="" width="347" height="525" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-198x300.gif 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro-85x130.gif 85w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" /></strong>Stiamo in una pensione in cui sembriamo essere gli unici ospiti, sebbene abbiamo sentito alludere ad altri pensionanti. La precedente proprietaria, che ci era stata raccomandata da Leonid [Berman], il pittore, a quanto pare, è impazzita qualche anno fa e ora il posto è sotto una nuova gestione. Temo che stiano per fare bancarotta. <strong>Comunque noi abbiamo due camere, di cui una è molto grande, con il balcone e una meravigliosa vista sul porto. </strong><strong>La nuova Madame è una certa Mlle. Carole che si avvicina ai quarant’anni, fuma un’eterna sigaretta e indossa un bolerino rosso e una camicetta inglese abbottonata fino al collo. Si porta dietro una certa grazia malinconica alla Marlene Dietrich, che denota un imminente tracollo finanziario. </strong>È metà francese e metà svedese, la madre è una grassa <em>maman</em> francese dall’abito nero e lo sguardo di profonda rassegnazione. Non smettono di ascoltare la radio francese e parlano in quattro lingue: tedesco, francese, inglese e portoghese. La loro tortura e afflizione è la Portoghese, ossia la loro aiutante. La cucina è davvero incostante, come il tempo; quando cucina la Portoghese, è mediocre, quando cucina Madame è buona, quando cucina Maman è superba.<strong> Come chiunque quando si trova in una condizione precaria, sembrano possedere il potere di leggere la mente. Percepiscono il momento esatto in cui decidiamo di provare qualche altro posto e Maman si dirige verso la cucina: allora la cena è all’altezza de La Pérouse. </strong>Tuttavia si respira un’aria generale di creditori incalzanti, dipendenti che si licenziano, confusione, fusibili che saltano; per fartela breve, io mi sento molto solidale con loro e Bowden si è placato dopo aver fatto un giro nelle altre pensioni; e la posizione qui è estremamente comoda: in alto, proprio sopra e a ovest del Chiado. Naturalmente, paghiamo troppo rispetto alla media portoghese, ma ci consoliamo con il fatto che non facciamo in tempo a esprimere un desiderio che tutta la pensione è già in azione. Il motivo, lo so, è che siamo americani. <strong>E gli americani, per queste persone, sono come divinità primitive, un grappolo di imprevedibili e misteriose voglie da appagare e se possibile anticipare.</strong> Hanno le idee più strane su cosa potremmo desiderare, idee timide, speranzose, come offerte. Al momento abbiamo una stufa a gas in camera, ma il ragazzo continua a salire per offrirci anche una stufa elettrica, nonostante non ce ne siano altre in casa e noi non ne abbiamo il benché minimo bisogno.</p>
<p>Non so quanto a lungo rimarremo qui. Dicono che l’Algarve, al sud, dove pensavamo di andare, sia completamente imbiancata, nonostante la mimosa dovrebbe essere già fiorita. Sai che il <em>New Yorker</em> mi ha chiesto una “Lettera dal Portogallo”? Ieri ho incontrato il nostro addetto stampa, che mi è parso piuttosto bravo e abbiamo parlato di Platone. <strong>La cosa che mi colpisce di più qui è il fenomeno dell’Americanizzazione. Sono molto attivi gli interessi commerciali americani: Ford, Buick, International Telephone, TWA; per strada si vedono migliaia di automobili nuove e le vetrine sono piene di radio, frigoriferi, pentole a pressione, vasche per neonati; molte fra queste cose sono di fattura americana. </strong>La cosa più strana è trovare sulla Rua Garrett (la principale via di negozi) scatole di salatini Ritz avvolte nel velluto rosso; una vetrina intera solo per quelle e un’altra per le Tootsie Rolls. Vi è una sorta di pathos infantile o primitivo in questo; le loro confezioni e le loro torte sono così incantevoli, come ricorderai. E ovunque, nei sobborghi, ma persino nella città stessa, spuntano case popolari. Devo dire che le loro sono meglio delle nostre.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78655 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/08/libro2-14-181x300.jpg" alt="" width="356" height="590" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-14-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-14-618x1024.jpg 618w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/08/libro2-14.jpg 682w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" />Dal punto di vista politico non so ancora nulla di questo paese. Sembra piuttosto sconcertante a livello economico, una strana miscela di prosperità e povertà. La prosperità deve essere piuttosto diffusa tra tutta la classe media della città, ma non riesco a comprendere da dove provenga. <strong>Nelle sale da tè e nelle caffetterie si accalcano uomini e donne ben vestiti, che negli Stati Uniti considereresti gente d’affari, o persino segretarie e rappresentati; tutta la classe media più giovane, a dire il vero, sembra molto americana, come se avesse modellato espressioni e modi di fare sulla base dei film; sono solo gli aristocratici e i poveri ad avere l’aspetto che io definirei portoghese. </strong><strong>(Trovo che questa sia una grande differenza rispetto all’Italia o alla Francia). </strong>D’altro canto, i prodotti di fabbrica nelle vetrine dei negozi, ma anche nelle strade più rinomate, sono davvero scadenti – parlo di scarpe, borse, vestiti, camicie da uomo. Tutto sembra uscito da un magazzino di Gimbel o da una svendita dopo un incendio. E poi l’artigianato sembra non esistere per nulla, solo roba dozzinale, pacchiana e rozza, affatto autentica, il tipo di oggetto che potresti acquistare alla stazione ferroviaria come souvenir. Nei vicoli e nell’Alfama regna una sorta di povertà medievale, ricorda l’Africa, come hai detto tu, o le pagine più crude de <em>I Miserabili</em> o di <em>Notre-Dame de Paris</em>.</p>
<p>Ora devo interrompere. Si sta facendo buio e una cosa che non sono riuscita a procurarmi in questa pensione è una buona luce da lettura o scrittura. Ti manderò un altro resoconto tra non molto. Se hai un minuto, mandami due righe qui. Parliamo costantemente di te. Dove sei stata tu a Lisbona, mi domandavo. In che quartiere?</p>
<p>Domani incontrerò il numero due del Segretariato per la Propaganda. L’unica altra persona del posto che abbiamo conosciuto è un ballerino di danza classica, di cui ci aveva parlato sempre Leonid, domani sera ci porterà ad ascoltare il Fado all’Alfama.</p>
<p>Con tanto tanto affetto per entrambi,</p>
<p><em>Mary</em></p>
<p>*<em>Da</em> <a href="https://www.amazon.it/Between-Friends-Correspondence-McCarthy-1949-1975/dp/015100112X" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Between Friends: The Correspondence of Hannah Arendt and Mary McCarthy</a>, 1949-1975, di <em>Hannah Arendt, Carol Brightman, Mary McCarthy.</em> New York, 1995; traduzione di Valentina Gambino</p>
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		<title>“Rendiamo la vita assurda da est a ovest”: Pessoa e le mille identità che finirono per divorarlo</title>
		<link>https://www.pangea.news/fernando-pessoa-una-sola-moltitudine/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Sep 2019 04:16:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Al liceo quel libro sembrava dire esattamente chi fossi, in quale estraneità a precipizio. La forma diaristica, di per sé, affascina il ragazzo che ha molto da confessare e poca voglia di leggere – i suoi tumulti amletici chiedono tomi esegetici, non più romanzi, la giovinezza di gettarsi nelle avventure altrui è finita, è ora [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Al liceo quel libro sembrava dire esattamente chi fossi, in quale estraneità a precipizio. La forma diaristica, di per sé, affascina il ragazzo che ha molto da confessare e poca voglia di leggere – i suoi tumulti amletici chiedono tomi esegetici, non più romanzi, la giovinezza di gettarsi nelle avventure altrui è finita, è ora di compiere la propria. <strong>Il titolo, però, fu molto. <em>Il libro dell’inquietudine. </em>Lo possedevo nell’unica edizione di allora, Feltrinelli, e fu, per quell’anno a spirale, la bibbia, il libro di culto, al netto di una ossessione monotematica </strong>e dell’inesausto grigiore epigrammatico. Poi Pessoa – <strong>che lì indossa Bernardo Soares, “aiutante contabile nella città di Lisbona” che “a Lisbona passò tutta la sua mediocre vita di piccolo impiegato”</strong> – diventò una moda. Eppure, <strong>quell’abracadabra dello spirito – <em>Desassossego </em></strong>– continuò ad agire in me con formula incantatoria. Di recente ho preso l’edizione mondadoriana del <em>Libro dell’inquietudine</em>, più ‘aggiornata’ (“La storia del <em>Libro dell’inquietudine </em>è la storia di un libro che non c’è”, scrive, con formula conclusa, Valeria Tocco), nonostante il suo autore sia, per natura &amp; per scelta, inarginabile, inattuale, infinito. Ho ripreso a sottolinearlo, manco avessi terrazzamenti d’abisso nel cuore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70304 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro1-16-191x300.jpg" alt="" width="191" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-16-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-16.jpg 600w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" />Mi piace questo: <strong>“</strong><strong>È nobile essere timido, illustre non saper agire, grande non avere predisposizione per la vita… I fuochi fatui che esalano dalla nostra putrefazione sono almeno luce nelle nostre tenebre. Solo l’infelicità eleva”. </strong>Se fossi lo studente di allora, confinerei il mio diario, lo zaino, il corpo, con le agnizioni di Pessoa/Soares: “Rendiamo la vita assurda, da est a ovest”; “Non il piacere, non la gloria, non il potere: la libertà, unicamente la libertà”; “Trovare la personalità nella circostanza di perderla”; “Possiamo morire se soltanto abbiamo amato”. Anche quando appare ovvio, è ovvio che lo sia, <em>Il libro dell’inquietudine</em>, perché è il libro dell’estrema giovinezza. Pessoa conobbe quell’ennesimo se stesso, Bernardo Soares, “in una modesta trattoria di cui era cliente fisso, e fu proprio a uno di quei tavolini che Soares gli si rivelò scrittore”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ come tutti, sono entrato in Pessoa, lo scrittore che ha reso la letteratura una sublime truffa e il Portogallo la sfilettatura di un sogno, attraverso Antonio Tabucchi. <strong>Acquistai una delle tante edizioni di <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845934124" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Una sola moltitudine</em></a>, il primo volume di un dittico – ma il secondo, del 1984, è “temporaneamente non disponibile” – che riduce in antologia la molteplice mente di Pessoa. Fu una scoperta clamorosa.</strong> Ora che Adelphi, quarant’anni dopo – era il 1979 – riproduce il tomo in versione economica, l’effetto è un poco anacronistico. La mitica introduzione (allora) di Tabucchi (sia lode a lui), <em>Un baule pieno di gente</em>, è un tanto datata. Quarant’anni fa si poteva scrivere che “Una sistemazione soddisfacente di Pessoa come ‘intellettuale’… è ancora ben lontana dall’essere effettuata”; ora siamo al cospetto di un autore, fortunatamente, tra i più noti, sviscerati, tradotti (solo quest’anno sono uscite due edizioni del <em>Libro dell’inquietudine</em>, per Rusconi e per Foschi, e una edizione Passigli delle <em>Poesie di Ricardo Reis</em>). Si spera poi che le schifiltosità politiche (Tabucchi scriveva di “imbarazzo della critica di fronte a un personaggio scomodo come Pessoa”) siano sanate, senza strepiti (“Pessoa non ha niente in comune con certi mediocri personaggi, come ad esempio alcuni vociani di casa nostra, di cui è ricca la classe dei ‘cattivi’ del Novecento: appunto dalla voce troppo alta, beceri e aggressivi in gioventù, docili e conformisti in età matura, remissivi e folgorati dalle conversioni dopo la pensione”, scrive ancora Tabucchi). <strong>Non c’è editore che non abbia il ‘suo’ Pessoa, autore che ha pure il genio, postumo, di ‘vendere’; sono pubblici parecchi documenti altrimenti obliati </strong>(Bietti l’anno scorso ha pubblicato, per dire, <em>Politica e profezia. Appunti e frammenti. 1910-1935</em>). Ergo: forse al posto di ristampare un libro di quarant’anni fa, si poteva tentare una specie di ondivaga ‘opera completa’, con nuovi studi oltre a quello, miliare, di Tabucchi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70305 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-22-192x300.jpg" alt="" width="192" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-22-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-22.jpg 600w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" />La forza di Pessoa: avere un pensiero fisso fino a esaurirlo, metterlo in bocca all’ennesimo se stesso e infine perderlo.</strong> Lo scrittore non ha pensieri, ne ha infiniti, non ne difende nessuno, li spreca tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pessoa ci induce a pensare che <strong>la vita è spettrale – perciò dobbiamo divenire spettro di fantomatiche identità.</strong> Ciascuna identità ha un volto, una statura biografica, un carattere, un modo di accarezzare. Lo ‘pseudonimo’ è puro vezzo – vizio narcisista. L’eteronimia sancisce legami biologici, per così dire: si dà la vita perché altre identità divorino la nostra, la sola. Fino a non sapere più chi sei. Pessoa è un spettro, Pirandello colloca specchi; Conrad ricama le ombre, Hemingway ambisce alla carne fino a dissiparla, Beckett ci porta al sopruso del grammaticale, all’uomo ridotto a singulto, singhiozzo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I <em>Materiali </em>di <em>Una sola moltitudine </em>– volume primo – sono utili, registrano “un primo censimento” delle svariate identità letterarie di Pessoa – compreso lo scrittore Pessoa. <strong>Alberto Caeiro </strong>era “schivo e solitario, riservato e contemplativo”, “biondo, pallido, con gli occhi azzurri, di media statura”, come se lo ricorda Pessoa, era poeta, per lo più bucolico; <strong>Alvaro de Campos</strong>, nato in Algarve, laurea a Glasgow “in ingegneria navale”, “alto, coi capelli neri e lisci divisi da un lato, impeccabile e un tantino snob, col monocolo”, viaggiò in Oriente nel 1914, fu avanguardista, poi pirandelliano, comunque poeta; <strong>Ricardo Reis</strong> praticò l’esilio brasiliano dal 1919, fu medico, educato dai gesuiti, eccellente nell’ode, figlioccio di Walter Pater; <strong>Alexander Search</strong> fu portoghese che si dilettava a scrivere in inglese, di lui si ricorda “un patto con Satana che reca data 2 ottobre 1907”; <strong>Ant</strong><strong>ónio Mora</strong> fu filosofo neopagano, “alto, imponente, lo sguardo vivo e altezzoso e la barba bianca”, finì i suoi giorni in manicomio; <strong>A.A. Crosse</strong> fu intimo di Pessoa, “visse per partecipare ai cruciverba e alle sciarade del <em>Times</em>”; <strong>Abilio Quaresma</strong> fu “autore di racconti gialli dei quali egli era anche protagonista (faceva l’investigatore privato)… come Auguste Dupin e Nero Wolfe risolveva i casi a distanza”. Ne esistono altrettanti, e altri, in cui fare catatonico ingresso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, è l’eccitabile umore retorico di Pessoa, l’invenzione dodecafonica che amo. Passa dal feroce <em>Ultimatum </em>(“Uomini, nazioni, intuizioni, è tutto annullato! Fallimento di tutto a causa di tutti! In un modo completo, in un modo totale, in un modo integrale: Merda! L’Europa ha sete di creazione, ha fame di Futuro! L’Europa vuole grandi Poeti, vuole grandi Statisti, vuole grandi Generali!”) <strong>alla lama dello spietato aforisma (“Il tuo corpo reale che dorme/ è un freddo nel mio essere”), dalla poesia esistenziale (“Grandi misteri abitano/ la soglia del mio essere,/ </strong>la soglia dove esitano/ grandi uccelli che fissano/ il mio tardivo andare aldilà di vederli”) all’ode tonante (“Vieni, Notte antichissima e identica,/ Notte, Regina nata detronizzata,/ Notte internamente uguale al silenzio, Notte/ con le stelle, lustrini rapidi/ sul tuo vestito frangiato di infinito”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p>Interessante: <strong>oggi rincorrono una &#8216;individualità&#8217;, corrono a fotografarsi fino a lacerare l&#8217;ultimo brandello di maschera (così disintegrando il viso nella mitragliata di selfie);</strong> lui rendeva milioni il proprio individuo, per sparire, cioè, per conservarsi integro.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Non ha creatura, qui, l’abilità tecnica, ma l’estensione della fame, il barometro dei sensi, il Nord degli occhi. <strong>Ogni giorno ha il suo giogo verbale: un vocabolario è misero per dirne il desiderio, il demone, il declino.</strong> “Gli spigoli mi fissano… Sensazione di essere solo la mia spina… Le spade”. Della vita si è il taglio, l’opera è una ferita – e noi… già spariti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che non ci sia ‘proprietà’, il sigillo del nome, ma l’inappropriato, </strong>amo di Pessoa. (d.b.)</p>
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		<title>Chi, da bambino, con l’indice del destino, non ha percorso la rotta di Magellano, non conosce i confini del sogno. A 500 anni dall’impresa del grande navigatore, un racconto di Gianluca Barbera</title>
		<link>https://www.pangea.news/500-anni-impresa-magellano-racconto-gianluca-barbera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Aug 2019 06:37:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Anniversario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>10 agosto 1519. 500 anni fa. Una data importante non soltanto per la Storia, ma per gli effluvi dei nostri sogni infantili. Ferdinando Magellano parte da Siviglia con l’idea di fare il giro del mondo, a bordo della “Trinidad”, alla guida di cinque navi. Una impresa che sconvolge il regno dell’immaginario, mito fatto uomo, legno, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>10 agosto 1519. 500 anni fa. Una data importante non soltanto per la Storia, ma per gli effluvi dei nostri sogni infantili.</em></strong><em> Ferdinando Magellano parte da Siviglia con l’idea di fare il giro del mondo, a bordo della “Trinidad”, alla guida di cinque navi. Una impresa che sconvolge il regno dell’immaginario, mito fatto uomo, legno, ambizione, ispirazioni. Chi, da bimbo, con il dito indice a declinare destini, non ha percorso la rotta oceanica ipotizzata da Magellano, semplicemente, non ha vissuto, non conosce l’ipnosi della leggenda. <strong>Gianluca Barbera a “Magellano” (Castelvecchi, 2018) ha dedicato un romanzo di successo</strong>, tradotto in Brasile e in Portogallo. <strong>Proprio oggi, 10 agosto, il “Diárío de Notícias”, il quotidiano portoghese più autorevole,</strong> con sede a Lisbona, <a href="https://www.dn.pt/edicao-do-dia/10-ago-2019/interior/magalhaes-e-morto-na-unica-vez-em-que-passa-de-corajoso-a-temerario-julga-se-invencivel--11196974.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">intervista il nostro</a> in un inserto speciale dedicato all’impresa di Magellano. Uno scrittore italiano che parla dell’eroe portoghese. Qui, con consueto brio, mescolando la storia alla narrazione, Barbera ci racconta <strong>“La tragica fine di Magellano”,</strong> accaduta a Mactan, nelle Filippine, era l’aprile del 1521. L’ultimo romanzo di Barbera, invece, è dedicato alle avventure di “Marco Polo” (Castelvecchi, 2019).    </em></p>
<p>**</p>
<p><em><strong>La tragica fine di Magellano</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Venerdì 26 aprile 1521 Zula, signore dell’isola di Mactan, mandò suo figlio con due capre per offrirle a Magellano.</strong> Fece dire che non aveva potuto mantenere la promessa per intero perché l’altro re dell’isola, Silapulapu, non voleva obbedire al sovrano di Spagna. Chiedeva pertanto che il nostro comandante mandasse un battello pieno di uomini per aiutarlo a combattere il re ribelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Era l’occasione che Magellano attendeva.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ma certo» rispose a re Zula. «Sarò io stesso a guidare la spedizione» aggiunse poi, rivolto a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sentendo quelle parole, fui pervaso da un’oscura sensazione, come di un male in arrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mastro d’armi si fece avanti affermando che spettava a lui comandare le truppe. Era fin troppo palese la preoccupazione nei suoi occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">Magellano scoppiò a ridere.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-69326 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/COVER-magellano.p1-page-001-215x300.jpg" alt="" width="238" height="332" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/COVER-magellano.p1-page-001-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/COVER-magellano.p1-page-001-768x1070.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/COVER-magellano.p1-page-001-735x1024.jpg 735w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/COVER-magellano.p1-page-001.jpg 904w" sizes="(max-width: 238px) 100vw, 238px" />“Non se ne parla nemmeno. E poi basterà sparare qualche colpo di bombarda per metterli in fuga!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Vidi sul volto del mastro d’armi un’espressione dubbiosa, quasi di raccapriccio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Voglio dimostrare a questa gente» aggiunse un attimo dopo Magellano posandogli una mano sulla spalla «che uno solo di noi è capace di mettere in fuga cento di loro. Dopo saremo ritenuti invincibili, e tutti si sottometteranno con un solo cenno del capo.</strong> Se impiegassi tutti gli uomini disponibili, o mi facessi aiutare da re Humaubon, perderemmo la faccia».</p>
<p style="text-align: justify;">Fatti i necessari preparativi, a mezzanotte Magellano era alla testa di sessanta uomini armati di corsaletti e celate. Dietro di lui venivano trenta <em>balangai </em>con a bordo re Humaubon, signore di Cebu e suo alleato, alcuni principi e un migliaio di guerrieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Magellano aveva preteso però che si tenessero in disparte, nel ruolo di spettatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Humaubon si era mostrato scontento di quella decisione, tuttavia, avendo visto coi propri occhi di cosa erano capaci gli spagnoli, non aveva osato opporsi. Come poteva dimenticare lo spettacolo offerto da dieci dei suoi che con coltelli e lance avevano assalito un solo spagnolo armato di corazza senza riuscire a vincerlo e nemmeno a scalfirlo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tre ore prima che facesse giorno arrivammo a Mactan. Magellano mandò avanti Barbosa, suo cognato, per un’ultima offerta di pace.</p>
<p style="text-align: justify;">«Se Silapulapu accetterà di obbedire al re di Spagna e riconoscere re Humaubon quale suo signore, e di pagare il tributo, si assicurerà la nostra amicizia. Altrimenti sarà la guerra… Se rifiutate» concluse Barbosa in qualità di portavoce «il capitano generale fa sapere che assaggerete le lance e le balestre spagnole».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Silapulapu, ritto al centro della sua capanna, le quattro mogli e i ventidue figli seduti alle sue spalle, rispose piccato: «Le nostre lance, benché di canne, sono aguzze quanto le vostre» e fece per mandare via il messaggero di pace.</strong> Poi però lo richiamò: «Dite al vostro signore un’ultima cosa: che attenda il giorno per attaccare, perché sto aspettando rinforzi».</p>
<p style="text-align: justify;">Disse così per farlo cadere in un tranello inducendolo ad affrettare i tempi: aveva infatti scavato grossi fossi tra la riva e le case per farvi precipitare i nemici mentre ancora era buio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Magellano era così convinto che avrebbe avuto partita vinta che diversamente dal solito non aveva fatto somministrare i sacramenti ai soldati.</strong> E pure lui se ne era astenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Che avete da guardarmi in quel modo!» ci aveva redarguito un attimo prima di salire sui battelli, leggendo il turbamento nei nostri occhi. «Dio è con noi, non lo vedete? Vi sarete resi conto di quante conversioni abbiamo ottenuto in pochi giorni senza spargere una goccia di sangue!».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma aveva sbagliato i suoi calcoli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si accorse che le scialuppe non potevano accostarsi a riva a sufficienza per scaricare bombarde, moschetti e balestre, nemmeno allora si preoccupò. E invece avrebbe dovuto. Con quelle armi sarebbe stato facile mettere in fuga i guerrieri che ci attendevano sulle rive scuotendo gli scudi e lanciando grida atroci.</p>
<p style="text-align: justify;">Spuntate le prime luci del giorno, saltammo giù dalle scialuppe trovandoci immediatamente con l’acqua alla cintola, impediti nei movimenti dalle corazze, Magellano alla nostra testa. Io mi tenevo alle sue spalle, a protezione. Accanto a me, il fido Pigafetta. Undici di noi restarono a presidio dei battelli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’acqua fin sopra le cosce ci rese subito difficile avanzare. Il tratto che ci separava dalla spiaggia dove i nemici erano in attesa era lungo oltre dieci tiri di balestra:</strong> percorrerlo in quelle condizioni ci tolse energie.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando arrivammo in prossimità della riva, vedemmo che i nemici si erano divisi in tre squadroni, in tutto più di millecinquecento guerrieri, come seppi poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco all’improvviso alzarsi un unico grido altissimo, assordante, e una massa imponente di sagome lanciarsi verso di noi con furia selvaggia. Il cuore per un attimo mi mancò. <strong>Guardai Magellano, che mi ricambiò con un’occhiata tragica e piena di esitazione. Per la prima volta lo vedevo smarrito. </strong>Bastò a farmi andare via le forze residue.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Indii ci assalirono da ogni parte, venendoci addosso in numero di cinque per ciascuno, due ai fianchi e uno in testa, e tuttavia tenendosi a rispettosa distanza per il timore che avevano delle nostre armi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il comandante ci divise in due gruppi e ordinò di fare fuoco. Tirammo coi moschetti e le balestre per oltre mezz’ora, ma senza costrutto, poiché la distanza era grande e i selvaggi si muovevano di qua e di là sottraendosi ai colpi o parandoli coi loro scudi di canne intrecciate.</p>
<p style="text-align: justify;">Il capitano generale, vedendo che i nostri colpi andavano a vuoto, non smetteva di gridare: «Non tirate! Risparmiate le forze!».</p>
<p style="text-align: justify;">Ma i soldati spaventati continuavano a menare colpi a vanvera.</p>
<p style="text-align: justify;">Allora i selvaggi presero coraggio e si fecero più sotto, scaricandoci addosso una gragnola di frecce e lance di canna, oltre a pietre scagliate da fionde e grosse zolle staccate da terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Magellano ordinò ad alcuni di dirigersi verso le capanne per appiccare il fuoco e vedere se fosse possibile scoraggiarli. Ma questo li rese ancora più furiosi. Due dei nostri furono abbattuti e poco dopo lo stesso nostro comandante fu raggiunto alla coscia destra da una freccia avvelenata.</p>
<p style="text-align: justify;">Vista la mala parata Magellano ordinò: «Ritiriamoci, ma in buon ordine e senza mostrare paura, o ci verranno addosso in massa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’inizio fu così, ma a poco a poco, incalzati dai selvaggi, ai più mancò il sangue freddo. Molti se la diedero a gambe, correndo a più non posso, per quanto l’armatura lo consentisse, verso le scialuppe.</strong> Il comandante trascinava la gamba lentamente, sempre più in ambasce. Solo in sette o otto gli restammo al fianco, pronti al sacrificio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma egli non voleva saperne di ritirarsi, se non dopo che tutti noi fossimo stati in salvo. Per questo continuava a voltarsi gridando al nostro indirizzo: «Su, andate!».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dalle barche i nostri compagni osservavano impotenti lo svolgersi degli eventi. Le bombarde erano troppo lontane per servire a qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo la tempesta di frecce, pali appuntiti, sassi e zolle non cessava. Quelli scagliavano le lance e poi le ripigliavano per rilanciarle ancora sei o sette volte. E tiravano soprattutto alle gambe, perché erano nude.</p>
<p style="text-align: justify;">Avendo compreso chi fosse a comandarci, era su di lui che concentravano i loro sforzi, assalendolo da più parti e sempre più numerosi. Eppure Magellano teneva duro respingendo gli assalitori anche quando questi erano in numero superiore alle dita di una mano.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi un paio di selvaggi gli fu addosso; riuscirono a cavargli l’elmo dalla testa in modo da renderlo più vulnerabile e colpirlo con furia.</p>
<p style="text-align: justify;">Da un’ora e più combattevamo tenendo testa a quella massa quando una lancia colse il comandante di striscio a una gota. Magellano piombò su quello che l’aveva colpito trafiggendolo con la picca, ma così a fondo che non poté più estrarla dal corpo. Allora tentò di sguainare la spada, impedito in ciò dal veleno di una freccia che gli aveva quasi paralizzato il braccio.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando videro che non poteva muoverlo tutti gli furono addosso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricordo che, rivolgendomi un ultimo sguardo, alzò la mano come per farmi un cenno e vidi le sue labbra pronunciare alcune parole che non potei intendere: forse <em>addio </em>o <em>aiuto</em>.</strong> Non potrò mai saperlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando mi accorsi che non c’era via di salvezza, mi volsi e mi misi a correre verso i battelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se era l’unica cosa che restava da fare, comunque sia lo abbandonai.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre correvo trovai la forza di voltarmi un’ultima volta: <strong>fu allora che vidi Magellano incalzato da ogni parte e d’un tratto una specie di scimitarra calargli addosso e colpirlo di netto alla gamba sinistra; lo vidi cadere in avanti con il volto nell’acqua. </strong>E subito gli furono addosso con lance di ferro e di canna e con decine di spadoni finché l’acqua si tinse di rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">Smisi di guardare e mi allontanai più in fretta che potevo; percorsi l’ultimo tratto quasi senza rendermene conto. Ancora oggi non ricordo di essere giunto ai battelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Come appresi in seguito, vedendomi in quello stato Pigafetta mi era corso incontro, mi aveva trascinato per un braccio e issato a bordo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69327 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/Ferdinand_Magellan-242x300.jpg" alt="" width="242" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/Ferdinand_Magellan-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/Ferdinand_Magellan-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/Ferdinand_Magellan.jpg 448w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" />Anche dopo essere stato ferito, il capitano generale non aveva smesso di preoccuparsi per noi. Senza di lui nessuno sarebbe tornato da quella spedizione, io credo. Ma ben pochi erano disposti a riconoscerlo, e i più lo accusarono – accusarono un morto! – di non aver saputo condurre le cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia come sia, Magellano era caduto, e con lui altri sette dei nostri e quattro Indii venuti a darci soccorso. Molti erano feriti. Dei nemici ne restavano a terra non più di quindici. Ma il peggio era che la disfatta era avvenuta sotto gli occhi di re Humaubon il quale, lo vidi bene, piangeva come se avesse perduto un fratello.</p>
<p style="text-align: justify;">Ce ne tornammo alle navi con una pena nel cuore che non si può raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver pranzato re Humaubon mandò, col nostro consenso, alcuni dei suoi da Silapulapu per chiedere la restituzione dei corpi, specialmente quello Magellano. Ma quello rispose che mai si sarebbe privato di un simile trofeo, nemmeno per tutta la ricchezza del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«Per tutte le isole qua attorno, nel raggio di molte leghe, si è sparsa la voce della mia vittoria, e il mio nome ora risuona alto e splendente tra le mie genti e tra quelle vicine. Il corpo del vostro comandante, signore del tuono, è un trofeo prezioso. </strong>Io l’ho ucciso come fosse un uccello, lui che si credeva un dio, e ora il suo corpo mi appartiene e ne disporrò a piacimento. Andatevene e non tornate mai più».</p>
<p style="text-align: justify;">Questo disse Silapulapu, circondato dai più fidati dei suoi guerrieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ambasciatori s’inchinarono e tornarono da noi a mani vuote.</p>
<p style="text-align: justify;">Si fanno molte supposizioni, ma cosa sia realmente toccato in sorte al corpo di Magellano nessuno ha mai potuto scoprirlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Gianluca Barbera</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/500-anni-impresa-magellano-racconto-gianluca-barbera/">Chi, da bambino, con l’indice del destino, non ha percorso la rotta di Magellano, non conosce i confini del sogno. A 500 anni dall’impresa del grande navigatore, un racconto di Gianluca Barbera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Dal disastro della miniera in Brasile sbuca un libro di Pessoa. Che cosa ci fa il grande portoghese che fuggiva se stesso in mezzo al fango?</title>
		<link>https://www.pangea.news/dal-disastro-della-miniera-in-brasile-sbuca-un-libro-di-pessoa-che-cosa-ci-fa-il-grande-portoghese-che-fuggiva-se-stesso-in-mezzo-al-fango/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 08:03:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una frana nel sudest del Brasile non fa notizia. Centodieci morti in una situazione simile producono ancor meno rumore. Una miniera del Sud America denominata Mariana è un ago nel pagliaio. Quando arrivano le notizie in ritardo di una settimana come fossero dei dispacci, resta poco da dire – se da noi non ne parlano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dal-disastro-della-miniera-in-brasile-sbuca-un-libro-di-pessoa-che-cosa-ci-fa-il-grande-portoghese-che-fuggiva-se-stesso-in-mezzo-al-fango/">Dal disastro della miniera in Brasile sbuca un libro di Pessoa. Che cosa ci fa il grande portoghese che fuggiva se stesso in mezzo al fango?</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Una frana nel sudest del Brasile non fa notizia. </strong>Centodieci morti in una situazione simile producono ancor meno rumore. Una miniera del Sud America denominata Mariana è un ago nel pagliaio. Quando arrivano le notizie in ritardo di una settimana come fossero dei dispacci, resta poco da dire – se da noi non ne parlano i giornali cartacei, forse quelli telematici ruberanno qualche ‘mega’ ai loro server per dare questo numero ‘10 morti’ e il nome ‘Mariana’ e appuntarsi come sciacalli il numero di visitatori. Più <em>banners</em>, più <em>money</em>. E per far contento <em>Il foglio</em>, il motto: è il capitalismo, bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I morti della frana in miniera semiscoperta sono dieci e alla BBC sono arrivate il 31 gennaio, le immagini delle telecamere a circuito chiuso. Una poderosa marea di fango, la guardi e dici ‘fermati’.</strong> Sembra facile. Non è così. BBC stacca e inquadra un capo-operaio buttato ginocchia a terra, le mani aperte coi palmi per sentire che lì sotto ci sono i ‘suoi’ ragazzi. Davanti a sé tiene un libro di Pessoa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è Pessoa? Si può dire che sia esistito uno che si rifrangeva in mille pseudonimi e faceva il gioco opposto di Kafka? Dove Franz Kafka si proietta sulla carta sempre come K per dare adito alle talmudiche operazioni di casa Adelphi, </strong>ad opera del mago maestro Calasso, Pessoa si rifugia in nomi diversi, si spacca e si lascia portare via dalla polvere nel vento. E al contrario di Kafka, Pessoa viene manipolato dal culturame come fosse cosa diversa da ciò che è stato. E cosa è stato? Il nulla. Posso dire che l’operaio di Mariana che prega i suoi estinti, come sa lui solo, abbia lo stesso Pessoa che gira qui in Europa? No, mai, Pessoa sfugge più di altri e fa capire bene che la scrittura oltre ad essere finzione è cosa blasfema.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da noi, di nuovo, gira la versione caruccia di Pessoa. L’autore delle romantiche sedicenni alla ricerca di se medesime stesse, inquiete solo per essere diventate donne prima di quando i ragazzi possano dire di essere e sentirsi uomini.</strong> Oppure. Il Pessoa dei mosci, quello reso dal portoghese all’italiano da Tabucchi. Quando, invece&#8230; Si può conoscere e va reso noto solo Pessoa come uno ‘giusto’, iniziato, probabilmente, da elementi dell’‘Ordine di Dio’, quello che era rimasto in Portogallo della marina militare dei Templari. Tutte cose che i laici progressisti a usura che hanno spianato le scuole e reso i giovani italiani dementi come gli yankee, cocacola in mano e OK davanti alle telecamere, laici alla Pombal –  tacciono nei manuali e per questo la scuola è stata annichilita. Parentesi. Buco nero. Pombal? Sì, il ministro anticlericale del Settecento portoghese che nei manuali è detto colui che scacciò per primo i gesuiti da uno stato europeo. Pombal. Che dovette riparare a Londra, in una casa vicino al bordello spagnolo dei Piccoli peccati, oggi giusto vicino Piccadilly, perché stava sulle palle con quel suo fare da illuminato e da progressista a vuoto. Pombal che proibì ai gesuiti di insegnare in Brasile ai candidi selvaggi e negò loro di usare la lingua madre. Solo portoghese. Ecco. Per tornare alla frana. Capitano queste cose in giro per il mondo e torni all’essenziale.<strong> A capire che non c’è storia che tenga, se ognuno prende un libro a modo proprio, lo mette sullo scaffale o lo getta nel fango morbido per la preghiera a chi è morto, non abbiamo più scuse</strong>. Pessoa è laggiù sotto terra, le sue parole un riverbero sulle labbra dell&#8217;operaio rimasto vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo un laico becero lo troverà irritante. Insistiamo. Il sud del Brasile dove ci sono stati i dieci morti è terra dura, non ha quelle malinconie feroci, quei ripensamenti che invece vedi sul viso di una brasiliana del <em>nordeste</em>.  Oppure se non hai coraggio questa malinconia te la vai a trovare nelle storie di puttane riprese da Amado: Jubiaba, Teresa Bautista&#8230; <strong>Terra più realistica, il sud Brasile. Ti muoiono i compagni e butti per terra <em>Il libro dell’inquietudine</em>, mica quella fantasia scettica scritta da un lettore di Luciano:</strong> <em>Os sertoes</em> di Euclide de Cunha. Libro di sogno, al confronto della spada di Pessoa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se si leggesse meglio l’elemento iniziatico delle grandi avventure marittime del ’500. Il libro recente Bollati sulla biblioteca del figlio di Colombo, <em>Il catalogo dei libri naufragati</em>, è a malapena un inizio. Un dettato scolastico, anche se scritto a Cambridge, non basta. Nel romanzo di Barbera su Magellano, poi, si sente qualcosa in più rispetto alle note stenografiche di Zweig su navigazione e convinzioni segrete di chi andava per mare. <strong>Era gente squattrinata, spesso e volentieri nobili decaduti, i quali invece di scrivere passavano alla creazione vera e propria. Andavano a fondare continenti. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pessoa non voleva nemmeno lui sapere chi era. Prese a scrivere in inglese, per sfuggirsi.</strong> Intitolò quelle note <em>On the shadows of ideas</em>. Per dire! Ed era uomo fascinato da tradizioni che oggi diremmo spurie come la teosofia. <strong>Conclusione. Pessoa nel fango della miniera invocato per i morti dell’incidente è più vero di altri sedicenti ‘Pessoa’</strong>. <em>To sum up, </em>il nostro poeta lusitano, amico del capo della propaganda di Salazar, altro che compagneria tabucchista, non sapeva vedere la differenza tra bianco e nero. Ma è raro il contrario – e per questo sfuggiva da se stesso.</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
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		<title>“La verità? Ero maturo per un libro di successo, e mi sono messo a scrivere come se componessi le Variazioni Goldberg”: il mitico Cochi porta a teatro il “Magellano” di Gianluca Barbera. Dialogo in tazza sull’Atlantico</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-verita-ero-maturo-per-un-libro-di-successo-e-mi-sono-messo-a-scrivere-come-se-componessi-le-variazioni-goldberg-il-mitico-cochi-porta-a-teatro-il-magellano-di/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 09:55:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è qualcosa di famelico e di simbolico. Voglio dire, la vicenda di Magellano è speculare a quella dello scrittore: sfidare l’ignoto, essere in grado di relazionarsi con i re e con i mozzi, con aristocratici e barbari, vedere oltre l’hic sunt leones, sfidare i limiti. La stessa traiettoria del veliero sul crudo oceano è una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-verita-ero-maturo-per-un-libro-di-successo-e-mi-sono-messo-a-scrivere-come-se-componessi-le-variazioni-goldberg-il-mitico-cochi-porta-a-teatro-il-magellano-di/">“La verità? Ero maturo per un libro di successo, e mi sono messo a scrivere come se componessi le Variazioni Goldberg”: il mitico Cochi porta a teatro il “Magellano” di Gianluca Barbera. Dialogo in tazza sull’Atlantico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è qualcosa di famelico e di simbolico. Voglio dire, la vicenda di Magellano è speculare a quella dello scrittore: <strong>sfidare l’ignoto, essere in grado di relazionarsi con i re e con i mozzi, con aristocratici e barbari, vedere oltre l’hic sunt leones, sfidare i limiti.</strong> La stessa traiettoria del veliero sul crudo oceano è una scrittura, scia verbale incisa sul corpo mobile delle acque – consapevoli che tutto si può vincere, che la vittoria è il morire. Mi piglio il merito – facile, per altro – di essere stato tra i primi ad aver capito che <em><a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/magellano/" target="_blank" rel="noopener">Magellano</a> </em>(Castelvecchi, 2018) è <strong>un libro che è <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/sulla-rotta-magellano-vero-romanzo-deve-circumnavigare-vita-1528222.html" target="_blank" rel="noopener">una anomalia nel territorio letterario italico,</a> affiliato alla sociologia e affratellato al tedio. Lì Gianluca Barbera fonda le moine del ‘genere’ – diciamo: romanzo storico, che è poi quello su cui si fonda la letteratura italiana, manzoniana</strong> – a una scrittura – nella finzione il narratore è Juan Sebastián del Cano – potente, immaginifica, con muscolo morale. Insomma, il libro ha avuto il successo che sappiamo e che ho, in parte, seguito. La maturità di Gianluca Barbera, semmai, mi è apparsa cristallina leggendo – ho anche queste fortune – il suo prossimo romanzo, dedicato a Marco Polo. Lì il viaggio, che pure c’è – reale in <em>Magellano</em>, narrato nel Marco Polo – ha una natura scenica diversa e dunque una scrittura diversa. Se la scrittura di <em>Magellano</em> mima, in parte, il tango secentesco, ha tinte shakespeariane, nel Marco Polo la narrazione è briosa, brillante, in fuga; <strong>se il primo libro è fuoco che corruga l’elsa della spada, l’altro è acqua, una fonte di diletto. La stringo. Che <em>Magellano </em>faccia incetta di premi mi cale poco: più interessante, piuttosto, che nel 1519 sono i 500 anni dalla prima circumnavigazione del globo</strong>, ragione per cui Barbera andrà in Portogallo – la patria di Ferdinando – a promuovere il libro e la sua traduzione in quei mondi lì. Soprattutto, <em>Magellano</em>, a conferma della sua bontà narrativa, <a href="http://www.reggioiniziativeculturali.com/cochi-ponzoni-magellano" target="_blank" rel="noopener">è diventato uno spettacolo teatrale</a>, con trio di musicisti – Luca Garlaschelli, Giuseppe Milici, Roberto Gervasi – produttore doc – Reggio Iniziative Culturali: che promuove, tra gli altri, spettacoli di Monica Guerritore, Elio, Fabio Testi, Peppe Servillo, Barbara De Rossi – <strong>e la presenza ‘magellanica’ di Cochi Ponzoni, il grande attore – mitico il duo con Pozzetto e l’amicizia con Jannacci e Gaber. </strong>Il testo, va da sé, è stato furiosamente adattato da Barbera, per cui la scrittura, probabilmente, è un Atlantico nella tazza del tè. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63956 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/magellano-224x300.jpg" alt="magellano" width="147" height="197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/magellano-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/magellano-600x804.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/magellano-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/magellano.jpg 675w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Magellano diventa un testo teatrale: come hai lavorato, cosa hai tagliato? Non è facile ridurre un testo pienamente letterario in &#8216;oggetto&#8217; da pronunciare&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho iniziato tagliando pesantemente. Ma ben presto mi sono accorto che andava riscritto. L’ho molto semplificato, anche linguisticamente, in modo da renderlo ancora più evocativo. Ho proceduto immaginando di recitare ciò che scrivevo e poi leggendo a voce alta quanto avevo scritto. <strong>Alla fine ho tirato fuori un testo di dieci pagine, per uno spettacolo che durerà un’ora e un quarto. Credo di avere una certa predisposizione per copioni e sceneggiature. Se mi arrivassero proposte in tal senso non mi tirerei indietro. </strong>Il prossimo anno sarà il cinquecentenario della spedizione di Magellano: una fiction cadrebbe a fagiolo. Ma ormai temo sia tardi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché il mitico Cochi? È amico tuo? Come è nato il contatto, il rapporto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’idea di coinvolgere Cochi è stata di Luca Garlaschelli, che sta scrivendo le musiche di accompagnamento al testo; o meglio la colonna sonora. Testo e musiche devono duettare. Luca è un musicista di formazione jazz. Ha lavorato con artisti di rilievo, l’ultimo dei quali è Moni Ovadia. L’idea stessa di portare <em>Magellano</em> in teatro è sua. Ci siamo conosciuti a Piacenza, nell’ambito della manifestazione “Musiche e giardini”. È stato un colpo di fulmine artistico. A breve inizieremo le prove. Lo spettacolo è prodotto e distribuito da Iniziative Culturali di Reggio Emilia, società che rappresenta artisti di primissimo piano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, te lo chiedo ogni volta: spiegaci come si fa partendo da un onesto editore di medio livello, Castelvecchi, a diventare il romanzo storico più venduto dell&#8217;annata editoriale? Ho sentito, per altro, che comincia a essere tradotto in altre lingue&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Avrei voglia di cavarmela dicendo: tutta fortuna. Ne guadagnerei in simpatia. <strong>Noto che oggi va molto di moda l’umiltà (che spesso non è altro che ipocrisia). Ma la verità è che ero maturo, come scrittore, per un libro di successo. E così l’ho progettato ed eseguito dando fondo a tutto me stesso, così come ci si prepara, attraverso il duro lavoro, a eseguire in pubblico una impervia partitura musicale; che so: le Variazioni Goldberg.</strong> Parte del merito va anche all’editore, Castelvecchi. Il romanzo ha ottenuto diversi riconoscimenti e premi. Non starò a elencarli. Altri sono in arrivo. A dicembre parte un tour per festeggiare il cinquecentenario magellanico. <strong>A marzo sarò a Lisbona, ospite dell’istituto Italiano di Cultura per presentarlo ai lettori portoghesi, in attesa che venga tradotto in quella lingua.</strong> Sono pervenute diverse proposte in casa editrice, le stiamo vagliando.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spiamo il futuro. Hai finito di scrivere Marco Polo? Che libro sarà? Questa volta lo porti direttamente al cinema?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho finito “Marco Polo”. Sto lavorando alle rifiniture. N<strong>on esito a dire che è il miglior libro che ho scritto. Un libro nel quale la mia lingua raggiunge la sua piena maturità. Se “La truffa come una delle belle arti” era un romanzo storico-picaresco e “Magellano” un romanzo tra storico e d’avventura, “Marco Polo” è un’opera trasognata, quasi di genere fantastico. Scritta in una lingua lieve, scattante, esatta. </strong>Oltre a “Il Milione” le mie fonti sono state libri che nulla o poco avevano a che fare con Marco Polo. Volevo che fosse un libro pieno di meraviglie, stupore, mistero. Più simile alle “Mille e una notte” che al “Milione”. Voglio citare un passo che rappresenta il cuore del libro. È Marco Polo che parla, tirando un bilancio della propria esistenza: <strong>“Sono giunto talora a dubitare perfino di me, della mia identità; e parecchie notti ho sognato di non essere me stesso, Marco, di averlo incontrato su una pista carovaniera e di essergli stato accanto così a lungo da finire per credermi lui, dopo la sua morte per mano dei predoni. </strong>E di prenderne il posto, per tenerlo in vita, e con lui la sua storia, che mai potrà essere dimenticata. Ma chi può dire cosa è vero e cosa è falso. Io meno di tutti; perché ciò che importa è la storia: e quella deve durare in eterno”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solita stoccata polemica. Ma a che livello è, oggi, la letteratura e l’editoria italiana? Non cominciare a fare il politicamente corretto solo perché hai successo e vinci premi a manbassa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi se ne frega del politicamente corretto. È una dimensione del pensiero che in arte non dovrebbe avere cittadinanza. Nessun vero scrittore può essere politicamente corretto. Chi pensa e scrive secondo quei dettami sacrifica la verità a una presunta divinità morale, abbandonando il campo della verità ai professionisti del politicamente scorretto. Questo è molto spiacevole. Una sorta di abdicazione. <strong>Possibile che per dire la verità (ovviamente la propria verità) si debba essere politicamente scorretti o definiti tali? Mi rifiuto di cadere in questa trappola. Le forzature linguistiche dell’epoca in cui viviamo sono atroci. Mi chiedi della letteratura italiana e dell’editoria odierne? Mi verrebbe da risponderti che non so che dire. Mi pare tutto in linea con quanto accade negli altri ambiti. Così va il mondo. Uno vale uno. Abbasso le competenze.</strong> Siamo tutti un po’ filosofi. E avanti di questo passo. Eppure, in mezzo a questo marasma, a questo apparente declino, ogni tanto spuntano ancora fiori prodigiosi. Non temo per il futuro. E non mi sento tradito dalla contemporaneità. Ci vuole maturità per accettare il presente.</p>
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		<title>San Giacomo non è un hippy vagabondo, ma uno spietato “ammazza Mori”. Guido Mina di Sospiro ci spiega Santiago di Compostela, senza ipocrisie turistiche</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Sep 2018 05:45:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[In Spagna sono pubblicato con vari libri tradotti dall’inglese, ai quali contribuisco lavorando a fianco del traduttore o dei traduttori; parlo spagnolo (castigliano) fluentemente e sono stato intervistato alla radio e alla televisione nazionali spagnole, così come dai maggiori giornali del paese; mia moglie è di discendenza spagnola (Basca, galiziana e cantabrica) e lo spagnolo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/san-giacomo-non-e-un-hippy-vagabondo-ma-uno-spietato-ammazza-mori-guido-mina-di-sospiro-ci-spiega-santiago-di-compostela-senza-ipocrisie-turistiche/">San Giacomo non è un hippy vagabondo, ma uno spietato “ammazza Mori”. Guido Mina di Sospiro ci spiega Santiago di Compostela, senza ipocrisie turistiche</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[In Spagna sono pubblicato con vari libri tradotti dall’inglese, ai quali contribuisco lavorando a fianco del traduttore o dei traduttori; parlo spagnolo (castigliano) fluentemente e sono stato intervistato alla radio e alla televisione nazionali spagnole, così come dai maggiori giornali del paese; mia moglie è di discendenza spagnola (Basca, galiziana e cantabrica) e lo spagnolo è la sua madre lingua; sono un Grande di Spagna (titolo concesso a un mio antenato da Carlo V); leggo avidamente libri in spagnolo, particolarmente un sottogenere revisionista in espansione che racconta le conquiste militari della Spagna lungo i secoli; e ho viaggiato in lungo e in largo attraverso la Spagna più che in qualsiasi altro paese europeo, Italia inclusa. Detto ciò, nel saggio seguente ho cercato di offrire al lettore un distillato: alcuni aspetti, più o meno famosi, o famigerati, che sono emblematici di un certo spirito spagnolo.]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Due enormi autobus si sono appena fermati e hanno parcheggiato vicino al santuario. Mi volto verso mia moglie e le dico, “Ci sono i cinesi! Svelta, andiamo a porgere i nostri rispetti alla Vergine finché abbiamo il posto tutto per noi”.</strong> E che posto: Nostra Signora di Covadonga è un santuario mariano dedicato alla Vergine Maria, a Covadonga, nelle Asturie, nel nord ovest della Spagna. Le Asturie sono una regione strana che, per la maggior parte della gente, non richiama alla mente la Spagna stereotipata: un misto fra le Dolomiti e l’Irlanda, molto verde perché molto piovosa, scarsamente popolata, eccetto che per le due città principali, Oviedo e Gijon, e molto bella. È stato qui che, all’inizio del VII secolo, la nobiltà visigota si ritirò dopo essere stata sconfitta dai Mori che stavano conquistando l’intera penisola iberica. Pelagio, o Pelayo, fondò il regno delle Asturie, e quattro anni più tardi guidò ciò che restava dell’esercito visigoto contro i Mori che avanzavano, e li fronteggiò a Covadonga; una statuetta della Vergine Maria era stata segretamente nascosta in una delle grotte sopra la cascata (Cova Donga, dal latino Cova Dominica, cioè Grotta della Signora). Miracolosamente, Re Pelagio e i suoi uomini riuscirono a sconfiggere i Mori, e ogni visigoto credette che fosse stato grazie all’aiuto della Vergine. Era il 722, una data celebrata in tutta la Spagna come l’inizio della Reconquista, la Ri-conquista, che, dopo 800 anni di guerra costante, portò all’espulsione dei Mori dalla Penisola Iberica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Come poi si è scoperto, gli autobus non erano pieni di turisti cinesi, ma di bambini delle elementari spagnole. Erano là per un pellegrinaggio che unisce il nazionalismo al marianesimo. Abbiamo sentito i loro insegnanti raccontare di Pelagio e della Vergine che lo aiutò, della nascente Spagna contro i Mori che conquistavano tutto; poi hanno spiegato che la Reconquista è nata lì; infine, non senza un certo orgoglio, hanno parlato degli otto gloriosi secoli che seguirono, ricchi di battaglie che si conclusero con l’espulsione dei Mori, con l’unificazione della Spagna, e con l’inizio della Conquista, cioè l’impero spagnolo. Come una capsula di storia e metastoria (la fine della Reconquista coincide, quasi in modo soprannaturale, con l’inizio della Conquista nell’anno 1492), potrebbe essere risultata pesante per i bambini, ma sembravano assorbire le informazioni con attenzione. Erano silenziosi e ascoltavano. Il luogo stesso, alla fine di una lunga galleria scavata nella roccia a strapiombo, sopra una cascata sull’orlo di un precipizio, è straordinario. E la piccola statua della Vergine di Covadonga, che qualcuno potrebbe ritenere kitsch, sembrava operare la sua magia sui ragazzi (e su mia moglie e me, ma questa è un altro discorso). <strong>Abbiamo domandato a una delle insegnanti se portare i bambini a Covadonga è qualcosa che fanno solo le scuole asturiane; ci ha risposto, “No, portano qui bambini da tutta la Spagna. </strong><strong>È un monumento nazionale. Qui sono stati sconfitti i Mori per la prima volta; qui è dove ha avuto inizio la Reconquista”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’Estremadura, nell’ovest della Spagna al confine col Portogallo, è una terra di conquistatori che ha prodotto più famosi (o famigerati, a seconda del punto di vista) Conquistadores di qualsiasi altra regione della Spagna. <strong>Trujillo oggi è principalmente ricordata per due dei suoi figli: Francisco Pizarro, che conquistò l’impero Inca; e Francisco de Orellana, il primo a navigare l’intero corso del Rio delle Amazzoni, da principio chiamato Rio de Orellana:</strong> <strong>4345 miglia verso l’ignoto.</strong> Ma ben prima di allora, Trujillo ha contribuito anche alla Reconquista. Mentre Alfonso VIII iniziò a testare la resistenza dei Mori nell’area, fu Ferdinando III “el Santo” il monarca che, nel 1232, riconquistò Trujillo alla fede cristiana grazie a un intervento sovrannaturale: la Vergine, con in braccio il bambin Gesù, apparve sopra le mura del castello moresco, nel punto più alto della città, e perciò la battaglia fu vinta dai soldati di Alfonso VIII. Da quel momento in poi, l’intero esercito si rivolse alla Vergine col titolo “La Victoria” (la Vittoria), come santa patrona e avvocato della Reconquista. Fu messa sul trono in cima alla porta principale che porta al castello, dove fu creata una cappella per lei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ferdinando III “il Santo” (el Santo) – re di Castiglia dal 1217 e re di Le</strong><strong>ón dal 1230 come pure re di Galizia dal 1231 – fu uno dei capi militari di maggior successo durante la Reconquista. Era anche un uomo devoto</strong>, sempre pronto ad ascrivere le sue vittorie contro gli “infedeli”, sia militari sia diplomatiche, a Dio o, come mostrato, alla Vergine. Secoli dopo la sua morte, papa Clemente X lo canonizzò. La Valle di san Fernando, vicino a Los Angeles, nel sud della California, porta il suo nome. Le feste patronali in onore di Nostra Signora della Vittoria sono tenute ancora oggi a Trujillo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Contemporaneamente, ci sono festival di musica, danza e teatro. La cittadina si anima e attrae visitatori da tutta la regione. <strong>786 anni dopo che Nostra Signora della Vittoria aiutò gli spagnoli a sconfiggere i Mori e riconquistare la città, la sua memoria continua a vivere in modo molto tangibile. </strong>Un estraneo penserebbe che Pizarro o de Orellana siano stati scelti dalla città per cantare la sua gloria. Certamente molto vien celebrato su di loro e sui Conquistatori, ma il capitolo che riguarda la Reconquista, con l’intervento, niente meno, di Nostra Signora della Vittoria, è ancora quello festeggiato e sentito di più.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al pari di Trujillo, Zamora, in Castiglia e Leon sulle rive del Duero, è un’altra città che difficilmente sarà visitata da orde di turisti parlanti lingue misteriose. </strong>Quando ci siamo stati, abbiamo incontrato solo visitatori spagnoli, e pochissimi dal vicino Portogallo. E tuttavia, Zamora è sia una gemma sia una stranezza molto emblematica. Annovera ventiquattro chiese del XII e XIII secolo, tutte in stile romanico, così come altri edifici non religiosi nello stesso stile. Nessun’altra città al mondo è abbellita da così tante chiese romaniche – sono ovunque. Ce n’è persino una in miniatura (non del tutto) nel centro della plaza mayor . Durante i secoli della dominazione moresca nella penisola iberica, Zamora, allora alla periferia del regno delle Asturie, divenne una roccaforte strategica per la Reconquista dei Cristiani. Dall’inizio dell’ottavo secolo fino alla fine del decimo, cambiò di mano dai Cristiani ai Mori attraverso feroci contrasti militari; furono costruiti edifici difensivi e ogni sorta di fortificazione. Durante il dodicesimo secolo il combattimento s’intensificò. La città, in quel momento parte del regno di Leon, fu finalmente riconquistata e tolta agli Almoravidi e Almohadi. Fu allora che si decise di popolare la città di cristiani provenienti da altri centri, e costruire un numero impressionante di chiese, tutte più o meno nello stesso momento e perciò tutte nello stile corrente, il romanico. La straordinaria, grande ed estremamente composita cattedrale fu costruita in soli ventitré anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre si viaggia da nord a sud, le chiese in Spagna diventano più “recenti”, poiché quest’ultima regione fu riconquistata più tardi. In nessun altro luogo più che a Zamora è evidente che la costruzione delle chiese era più di una affermazione religiosa; implicava, in modo abbastanza esplicito, il trionfo sugli “infedeli” e la costruzione della nazione. Liberando città dopo città dalla dominazione moresca, la Spagna gradualmente divenne la Spagna. <strong>Con l’eccezione di alcune chiese preromaniche nelle Asturie, quasi ogni chiesa in Spagna è una testimonianza della Reconquista. </strong>La Spagna visigota era cristiana (all’inizio ariana, poi, dopo che Recaredo, il re visigoto di Toledo, si convertì al cattolicesimo nel 587 d.c., ci fu un tentativo mai riuscito di cattolicizzare l’intera penisola iberica) e produsse alcune chiese. Ma poi i Mori o le trasformarono in moschee o le distrussero, così, una volta riconquistato il territorio, molte chiese dovettero essere costruite da zero oppure le moschee convertite in chiese.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_62928" aria-describedby="caption-attachment-62928" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62928" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/IMG_2347-300x193.jpg" alt="Mina di Sospiro" width="300" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/IMG_2347-300x193.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/IMG_2347-768x493.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/IMG_2347-1024x657.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/IMG_2347-600x385.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/IMG_2347.jpg 1229w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-62928" class="wp-caption-text">Guido Mina di Sospiro, scrittore, indagatore dell&#8217;ignoto, viaggiatore</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Galizia, una vasta e verdeggiante sotto-regione di montagne, colline, rias, (cioè piccole baie, estuari e fiordi), oceano, spagnoli di origine celtica e zampogne, è dove si trova Santiago di Compostela.</strong> Nel mio libro <em>La metafisica del ping pong </em>scrivo: “&#8230;per festeggiare il mio quarantesimo compleanno in un luogo mitico che avevo sempre desiderato visitare, mi ero imbarcato nel pellegrinaggio alla cattedrale di San Giacomo, a Santiago di Compostela, insieme a mia moglie. Era stato un incredibile pellegrinaggio di cinquanta metri – quanti ne distava l’albergo dalla cattedrale – percorsi tutti a piedi e senza alcuna sosta, malgrado il tempo inclemente: un’acquerugiola”. A dispetto della mia leggerezza, Santiago de Compostela è uno dei più importanti santuari della cristianità, e di gran lunga il più famoso pellegrinaggio del mondo occidentale. Decine di migliaia di pellegrini di tutte le nazionalità e di tutte le fedi (incluso nessuna) percorrono faticosamente ogni anno il cammino di Santiago, dalla Francia, o dal Portogallo, o da qualsiasi altro posto in Spagna, centinaia di chilometri a piedi. Se ce la fanno, alla fine raggiungono la Plaza de Obradoiro [la piazza della (completata) opera d’oro, un appellativo con chiare sfumature alchemiche], dove sorge la grandiosa cattedrale. <strong>Molti, se non la maggior parte, dei pellegrini rimangono scioccati quando, una volta entrati nella cattedrale, s’imbattono nella statua di Santiago (San Giacomo) a cavallo di un destriero bianco che brandisce una spada. Non sanno che, dietro il verde provvidenzialmente collocato per decisione della chiesa cattolica, ci sono statue di Mori che si contorcono sul terreno mentre vengono trucidati dal santo.</strong> L’iconografia di Santiago, con la quale tutti diventano familiari, è quella di un primigenio hippy vagabondo, barbuto e comprensibilmente arruffato, con un bastone da passeggio, un ampio cappello e la distintiva conchiglia (che i francesi chiamano <em>coquille Saint-Jacques</em>, per la precisione). Sembra uscito da una comune hippy dei tardi anni sessanta. Dentro la cattedrale, d’altro canto, i pellegrini contemporanei s’incontrano con quest’altro Santiago, il Matamoros, letteralmente, san Giacomo ammazza-Mori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giacomo era uno dei dodici apostoli di Gesù, ed è considerato il primo apostolo a essere stato martirizzato. </strong><strong>È il santo patrono sia degli spagnoli sia dei portoghesi, chiamato rispettivamente Santiago o S</strong><strong>ão Tiago.</strong> Il suo mito come guerriero dalla parte dei cristiani contro i musulmani deriva da quella che sembra essere una finta battaglia, presumibilmente combattuta vicino a Clavijo, tra i cristiani, guidati da Ramiro I delle Asturie, e i musulmani, guidati dall’emiro di Cordoba. In essa, Santiago Matamoros (ammazza-Mori) apparve all’improvviso e aiutò un esercito cristiano in minoranza numerica a raggiungere la vittoria. La data assegnata alla battaglia, l’834, fu più tardi cambiata in 844 per adattarsi a dettagli storici più plausibili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sebbene nata da un incidente che, nella migliore delle ipotesi, è spurio, la storia del culto di Santiago procede di pari passo con la storia della Reconquista, e incarna una delle più formidabili icone ideologiche dell’identità nazionale spagnola.</strong> “iSantiago y cierra, Espana!” e cioè, “Santiago e addosso, Spagna!” o “Santiago e contro di loro, Spagna!” divenne il grido di battaglia degli eserciti spagnoli che combattevano contro i Mori [e continuò a essere usato, più tardi, dai Conquistatori, con Santiago Matamoros opportunamente trasformato in Santiago Mataindios (ammazza-indiani), ma questa è un’altra storia]. L’Orden de Santiago, cioè l’ordine di San Giacomo della spada, fu fondato nel dodicesimo secolo. Il suo scopo era proteggere i pellegrini del Camino de Santiago, difendere la cristianità, ed espellere i mori dalla penisola iberica. Il suo emblema era la <em>cruz espada</em>, la croce di San Giacomo, cioè una croce che somiglia molto a una spada. Infine, Santiago fu un tema importante delle arti, nella pittura come nella scultura, e si trova in un’infinità di chiese, palazzi e musei in tutta la spagna contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Entrando finalmente nell’impressionante cattedrale di Santiago di Compostela, la maggior parte dei pellegrini sono stupiti nel vedere Santiago trasformato dal classico vagabondo in un ammazza-mori che brandisce la spada.</strong> Nel 2004, poco dopo l’attentato al treno di Madrid, l’attacco terroristico di Al-Qaeda che sterminò 192 persone e ne ferì circa 2000, la chiesa cattolica decise di rimuovere la statua di Santiago Matamoros dalla cattedrale, per non offendere la sensibilità dei musulmani (tardivamente?). Ci fu un sollevamento popolare contro tale rimozione, e si trovò un compromesso, coprendo di piante i mori uccisi, cosa che è stata mantenuta fino ad oggi. <strong>I pellegrini, siano essi cattolici, agnostici, umanitari o ipertolleranti globalisti <em>politically correct</em>, pensano che niente potrebbe essere più contrario agli insegnamenti di Gesù dell’idea che uno dei suoi discepoli venga glorificato come assassino. </strong>Probabilmente nessuno ha detto loro delle lettere di Bernardo di Chiaravalle ai Templari, o <em>Liber ad milites templi de laude novae militiae</em> (Libro dei cavalieri del Tempio, in lode del a nuova milizia), scritte fra il 1120 e il 1136.</p>
<p style="text-align: justify;">San Bernardo scrisse tale lettera/libro per i cavalieri templari demoralizzati, che nutrivano seri dubbi sul ruolo dei guerrieri cristiani, specialmente riguardo all’atto dell’ammazzare, che consideravano non etico. Dimostrando la sua eloquenza, e partendo dalla premessa della teoria della guerra giusta di Agostino di Ippona (<em>jus bellum iustum</em>), San Bernardo, nel suo libro, introdusse il concetto di <em>mali-cidium</em> (l’uccisione del male). <strong>I <em>Milites Christi</em>, i guerrieri di Cristo, non potevano commettere <em>homi-cidum</em> (omicidio, alla lettera uccisione dell’uomo), che è proibito dal quinto comandamento. Ma, siccome il bene superiore dello sradicamento del male lo richiedeva, il <em>malicidium</em> del musulmano “infedele” (l’uccisione del male dentro di lui) era giustificata. </strong>Nel medioevo ogni sorta di divinità cristiana fu reclutata per il bene delle Crociate e, in Spagna, ben prima di allora, anche della Reconquista: Santo Cristos de las Batallas (Santo Cristo delle battaglie, tutt’oggi un culto molto seguito particolarmente a Salamanca, Avila, e Cáceres), portato in forma di statua sui campi di battaglia quando si combattevano i Mori; la Vergine, in varie apparizioni (ho menzionato quella decisivo a Covadonga, e un’altra a Trujillo); così come, ovviamente, Santiago Matamoros.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre la chiesa cattolica era occupata a mantenere la sua cortina di verzura alla base della statua di Santiago Matamoros, è avvenuto l’attacco di Barcellona, che ha ucciso 13 persone e ne ha ferite almeno 130,</strong> la cui indiretta responsabilità è stata attribuita allo stato islamico dell’Irak e del Levante (ISIL). Dato il suo passato, dato il fatto che la Reconquista è vivamente commemorata fino ad oggi in tutto il paese, e il suo fondamentale significato inculcato nelle menti di tutti i cittadini a partire dai bimbi delle elementari, trovate la correttezza politica occidentale, che sfiora la tolleranza ad ogni costo, adatta o non adatta alla Spagna?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato in inglese da New English Review con il titolo “Spain’s ‘Moor-slaying’ Ethos”)</em></p>
<p style="text-align: justify;">*<strong>Guido Mina di Sospiro</strong> è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
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		<title>“Ho tradito il mio comandante, Magellano, nel più abietto dei modi”: ambizione, tracotanza, pietà e tradimento nell’ultimo romanzo di Gianluca Barbera, il nuovo Salgàri</title>
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		<pubDate>Wed, 30 May 2018 07:20:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ferdinando Magellano, secondo quanto si apprende dalle fonti ufficiali, entrò in possesso di una misteriosa carta geografica, di mappe, diari e brogliacci ipotizzando un passaggio verso l’Oceano Pacifico al confine, probabilmente, tra Argentina e Uruguay, potendosi insinuare in un estuario a rientranza. Si convinse di trovare un viatico per l’Asia più breve di quello da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ferdinando Magellano, secondo quanto si apprende dalle fonti ufficiali, entrò in possesso di una misteriosa carta geografica, di mappe, diari e brogliacci ipotizzando un passaggio verso l’Oceano Pacifico al confine, probabilmente, tra Argentina e Uruguay, potendosi insinuare in un estuario a rientranza. <strong>Si convinse di trovare un viatico per l’</strong><strong>Asia</strong><strong> più breve di quello da percorrere intorno all’Africa</strong><strong>. Una scoperta del genere sarebbe tornata utile alla Spagna, che era stata esclusa dalla corsa per le pregiate spezie</strong><strong> del lontano Oriente dopo il Trattato di Tordesillas</strong><strong>, che concedeva al Portogallo il controllo di più isole. </strong>La nuova via navale percorsa da Magellano avrebbe permesso di evitare, appunto, da ponente, l’aggiramento dell’Africa, i cui porti occidentali e meridionali erano tutti in mano al Portogallo. La scoperta di terre da annettere al già cospicuo impero del re di Spagna Carlo I, sarebbe stata fondamentale per acquisire prestigio. Il re mise a disposizione di Magellano cinque navi per trovare le isole passando per il <em>Mar</em> <em>del Sur</em> percorribile, a detta di Magellano stesso, da grossi bastimenti, così da dimostrare la possibilità di compiere il giro della terra da occidente a oriente verso le Indie. Il proposito era di tornare carico di mercanzia aumentando le ricchezze di Sua Maestà annettendo innumerevoli ducati. <strong>È</strong><strong> questa la premessa del bellissimo romanzo di Gianluca Barbera, imperniato sulla ricostruzione storica, nonché immaginaria, di un grande navigatore, spedizioniere ed esploratore: è a Magellano che si deve la constatazione della sfericità della terra.</strong> L’impresa epica, raccontata dall’italiano Antonio Pigafetta (vicentino che viaggiava per apprendere i costumi dei popoli, le lingue, le superstizioni), ha una seconda versione narrata dal personaggio chiave di Barbera: Juan Sebastián del Cano, che fece ritorno in patria a bordo di uno dei cinque velieri partiti da Siviglia nell’anno del Signore 1519, il 10 agosto, giorno di San Lorenzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Magellano</em> (Castelvecchi, 2018) è il lungo racconto fornito da <em>el Perro</em>, il Cane (perché da ragazzo aveva contratto la rabbia dalla quale guarì miracolosamente), nocchiero della Trinidad, al fianco di Magellano per un anno e 7 mesi. Un finale scottante, quello che rivela Gianluca Barbera a partire dal prologo del romanzo: <strong>“Ho tradito il mio comandante e ammiraglio, Ferdinando Magellano, nel più abietto dei modi, anche se non fui il solo. E per questo tradimento, così abilmente e vilmente occultato, mi sono appropriato della gloria, degli onori e delle ricchezze che a lui solo, Ferdinando Magellano, sarebbero spettati per diritto terreno e divino”.</strong> Il romanzo è anche un’amara confessione taciuta per anni. Un’ammissione di colpa che induce Juan Sebastián del Cano a dire la verità in punto di morte, perché la memoria su Magellano non contenga menzogne e contraffazioni. In nome del Re l’impresa iniziò prevedendo di solcare il mare per ben due anni. Magellano era un uomo piccolo di statura, con le spalle larghe, gli occhi neri e incavati, “con l’aria di guardare il mondo da una certa altezza”. Aveva perso l’uso di una gamba in Marocco, durante uno scontro ad Azamor, dove riportò una grave ferita. Declassato e accusato del furto di dodici pecore, fu rinnegato dal Re del Portogallo. Il capitano, salito immediatamente alla ribalta dinanzi alla corona spagnola, esperto di tecniche di guerra, nell’uso della spada e dell’archibugio, della bussola, della vela, capace di entrare in contatto con indigeni di ogni tipo, di non lasciarsi intimorire da animali selvaggi, si riscattò. <strong>Magellano era tenacemente superbo, certo di superare ogni avversità a bordo di una nave: il caldo dei tropici, il gelo polare, le bufere, le bonacce, le guerre. Persuaso, soprattutto, di tornare a casa con ori e spezie per il Re di Spagna.</strong> Partì con un seguito di timonieri, scudieri, maggiordomi, cappellani, maestri di caccia, schiavi (tra cui il malese Enrique) a bordo della Trinidad, centotrenta tonnellate e sessanta piedi di lunghezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-61033 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/libro-barbera-215x300.jpg" alt="libro barbera" width="165" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/libro-barbera-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/libro-barbera-768x1070.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/libro-barbera-735x1024.jpg 735w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/libro-barbera-600x836.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/libro-barbera.jpg 904w" sizes="(max-width: 165px) 100vw, 165px" />Barbera si muove come un’onda lunga di mare, procedendo con maestria nel viaggio materiale e dell’anima di questi personaggi refrattari ad un’esistenza da trascorrere nella terraferma, esaltati mentre attorno alle navi, al largo, nuotavano i pescecani, i tonni, le orate. I componenti delle caracche mangiavano i filetti infilzati nel fuoco con le punte dei coltelli. Il viaggio proseguì con attriti acerrimi tra Magellano e i suoi uomini, alcuni pronti a tradire, e interagendo con le popolazioni autoctone, per lo più mansuete. In Brasile la cosa più sorprendente era lo scarso valore che davano alle donne: “per un’accetta o un coltello di grandi dimensioni potevi ottenere una o due delle loro figlie come schiave o da prendere in moglie”. Alcuni indigeni si cibavano di altri uomini e c’era chi si vantava di averne divorati più di trecento. Le isole da raggiungere apparivano un’agognata meta o una puerile illusione, come l’inesistente Atlantide celebrata da Platone. Tra mare, scogliere, silenzio, pioggia e grandine ad ostacolare l’avanzata dei velieri, l’impresa diventò sempre più impervia. Il viaggio registrò la svolta con l’arrivo in un altro mare, stavolta aperto. Era il Pacifico, una distesa sconfinata con onde placide. Ma non tutto andò come previsto. Sbarcato sulle rive sabbiose di alcune isole, l’equipaggio era pronto a sparare con archibugi e balestre, ad usare i verrettoni trapassando il nemico da parte a parte. Ma nelle Filippine l’accoglienza delle tribù sembrò trionfale e si consolidò con lo scambio di doni (cappelli, specchi, pettini ricambiati con pesce, fichi, vino), con il battesimo degli abitanti e la ritualità del Cristianesimo su ordine del capitano generale. <strong>“Ormai Magellano dovette sentirsi toccato dalla grazia del Signore, e questo eccesso di confidenza risultò tra le cause della sua rovina”. Chi non volle convertirsi ordinò l’attacco e il comandante cadde nell’isola di Mactan. Juan Sebasti</strong><strong>á</strong><strong>n del Cano corse verso i battelli invece di soccorrere il suo capitano.</strong> Fu un secondo tradimento, dopo il primo con l’ammutinamento al fianco di chi cercava di soppiantare l’autorità di Magellano. “Mentre correvo trovai la forza di voltarmi un’ultima volta: fu allora che vidi Magellano incalzato da ogni parte e d’un tratto un terciado, che è una specie di scimitarra, calargli addosso e colpirlo di netto alla gamba sinistra; lo vidi cadere in avanti con il volto nell’acqua. E subito gli furono addosso con lance di ferro e di canna e con decine di terciadi finché l’acqua si tinse di rosso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il viaggio si concluse il 6 settembre 1522, quando </strong><strong>il Victoria,</strong><strong> sola nave superstite, rientrò nel porto di partenza dopo aver completato la prima circumnavigazione del globo in 2 anni, 11 mesi e 17 giorni. A bordo della piccola nave che imbarcava acqua ed aveva una velatura di fortuna, vi erano soltanto 18 uomini dei 234 partiti, tra marinai e soldati.</strong> Juan Sebastián del Cano tornò in patria e acquisì i meriti della circumnavigazione. I fantasmi lo perseguitarono di giorno e di notte, dimostrando che il bene e il male sono una cosa sola, se si vuole. La differenza sta nella viltà di chi riferisce, o nella trasparenza di chi tende al perdono di Dio, ammettendo la malefatta. Il narratore propende per la seconda versione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra i modelli di Gianluca Barbera </strong><strong>ci sono stati Borges, Musil, Gombrowicz, Pasolini. Ama la filosofia, ma con <em>Magellano</em> ha aggiunto il mito, il senso dell’affabulazione.</strong> <a href="http://www.pangea.news/gianluca-barbera-un-prodigio-contraddizioni-almeno-non-debiti-balzac/" target="_blank" rel="noopener">In un’intervista apparsa su <em>Pangea</em></a> il 15 novembre 2017, ha detto: “<strong>Sono tutto il contrario del dogmatico. Se scrivessimo tutti le stesse cose e alla stessa maniera sarebbe la fine. Leggo molta filosofia e saggistica scientifica e storica. Pochi romanzi. Per lo più mi annoiano. Nella letteratura cerco bellezza e intelligenza”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Stavolta ha utilizzato una scrittura atemporale, che non si accende di un linguaggio calato nel secolo nel quale è ambientato il racconto, pur conoscendo usi, costumi, tecniche e tradizioni dell’epoca. Non cade nel tranello di presenziare al rito della leggenda di Magellano secondo una parola semplificata perché sia più intelligibile. Il viaggio, in fondo, è la scoperta di sé, quindi si esplica, in uno scrittore, con la testimonianza esperienziale. Il mare risulta un’oasi ricostruita nella pienezza dello sguardo, nell’insidia di un contrattempo, nell’esattezza di un attimo concitato e poi superato. Questo romanzo non ha pause, né fasi di stanca. Si mantiene su un ritmo alto, non retrocede mai dal conseguimento di una conquista. Il genere d’avventura è nella metafora del viaggio, appunto, quindi nel desiderio di conoscenza, di attrazione per l’ignoto, per l’impresa eroica. <strong>Magellano diventa Ulisse, un’odissea omerica, ma può assomigliare anche al personaggio delle leggende di Artù. Il linguaggio di Gianluca Barbera aderisce al tentativo di sconvolgere il destino, di piegarlo. </strong>È l’originalità dell’intenzione di Magellano la virtù che suggella la narrazione, lo scopo di accedere ad un’isola del tesoro tra favola e realtà. La visione di un isolotto accecante, di una sorta di paradiso terrestre, come l’attacco di un drappello di assalitori, o la vista di una donna indigena nuda, dai capelli lunghissimi, di conchiglie, carcasse di lupi marini (le foche), molluschi, anatre, rinvigorisce la stupefazione della meta e il coraggio intrepido degli uomini di mare. La vita e la morte si situano in un doppiofondo, in una regione inesplorata, nello stesso pericolo di non tornare a casa. E’ nell’accettazione del caso che si affaccia la volontà romanzesca di Gianluca Barbera: l’indefinitezza del viaggio abbraccerà un sacrificio cruento o un’epopea fortunosa. <strong>Il corpo di Magellano non fu mai restituito e si seppe che l’arcipelago delle Molucche non gli procurò una buona sorte. Il corsaro a capo dei <em>conquistadores</em>, però, rimase per sempre, tramutato in un’icona della mitologia. </strong>E dunque vinse la sua battaglia ritagliandosi uno spazio nella storia.</p>
<p><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Saramago &#038; Amado: quella ossessione per il Premio Nobel nella terza età</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Nov 2017 16:15:57 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chissà cosa si scriveranno due tra i più alti protagonisti del romanzo del secolo scorso, di sempre? Ora lo sappiamo. Di premi. Già. Nonostante lo sfoggio di modestia, alla fine, lo scrittore mira a quello. All’applauso tonante. Al premio tonitruante. Veniamo al fatto, che è poi un libro. Alla Fondazione José Saramago si è presentato, con la pompa istituzionale che merita, il carteggio tra Jorge Amado e José Saramago, dal titolo <em>Con o mar por meio. Una amizade em cartas. </em>I due, le cui date di nascita e morte sembrano dettare un arabesco sul corpo del caso (1912-2001 Amado; 1912-2010 Saramago), <strong>si sono scritti già anziani, per cinque anni, dal 1992 al 1997. Si parla, come si dice, di due ‘pesi massimi’ della letteratura del Novecento:</strong> Amado è il grande scrittore brasiliano di <em>Gabriella, garofano e cannella </em>e di <em>Dona Flor e i suoi due amanti</em>; Saramago è il geniale scrittore portoghese di <em>Storia dell’assedio di Lisbona</em>, <em>Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Cecità</em>. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-58346 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/11/libro-amago-saramago-215x300.jpg" alt="libro amado saramago" width="215" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/libro-amago-saramago-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/11/libro-amago-saramago.jpg 466w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" />Parte del materiale pubblicato proviene dalla fondazione Casa de Jorge Amado: 70mila lettere, accumulate dal 1930 al 1998, con personaggi come Pablo Neruda, Jorge Guillén, Carlos Drummond de Andrade, insomma, una tesoreria per bibliomani. Bene. Cosa si scrivono i due artefici del romanzo in lingua portoghese? Che vogliono il Premio Nobel. E che gli svedesi sono dei cretini, “non c’è niente da fare, non gli andiamo a genio”, scrive Saramago, “non piace la lingua portoghese, non amano la letteratura che si sente, si pensa e si scrive in portoghese. E non hanno neppure la capacità di raggiungere le altezze di uno scrittore come Jorge Amado, per non parlare dei più miseri, in cui mi inserisce con insistenza la voce pubblica. <strong>Dobbiamo imparare a non attenderci nulla da Stoccolma. L’esperienza di ingiustizia a cui sei soggetto da anni deve convincerti a scrollarti di dosso questa continua provocazione svedese”.</strong> In quegli anni il Premio Nobel casca a Seamus Heaney e a Wislawa Szymborska, teste di serie della poesia occidentale. Il terrore di Saramago è che a vincere il Nobel sia Lobo Antunes, “da anni dice che il suo obbiettivo è il Nobel”. I due si scrivono via fax, senza lesinare in sketch (così Amado: “Il nostro fax di Bahia si è incendiato, domenica. Fu uno spettacolo affascinante: il fax sembrava un vulcano; basti dire che, a causa sua, elettricisti esperti hanno messo fuori uso tre televisori, la segreteria elettronica, i computer e i giochi elettronici di mio nipote, una catastrofe…”). Ad ogni modo, la vicenda, raccontata da <em>El Pais</em> in un articolo approfondito (<a href="https://elpais.com/cultura/2017/11/14/actualidad/1510678925_458325.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Las cartas en que Jorge Amado y José Saramago suspiraban por el Nobel</em>)</a>, ha un lieto fine. Il rapporto epistolare tra i romanzieri s’interrompe nel 1997 – l’anno in cui il Nobel va a Dario Fo. Semicieco, malato, Amado cade in una cupa depressione, che durerà fino alla morte. “Ma l’8 ottobre del 1998 accadde qualcosa di straordinario”, racconta la figlia di Amado. Saramago ottiene l’agognato Premio Nobel per la letteratura. Il patriarca della letteratura brasiliana sobbalza. <strong>“Come se fosse un trucco di magia, un miracolo lusitano-svedese, Jorge si alzò dalla sedia, chiamò Paloma e gli dettò un messaggio al computer”.</strong> L’ultima lettera all’amico Saramago. Di congratulazioni. Almeno uno dei due ce l’aveva fatta.</p>
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