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	<title>pigrizia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Ti ho amata con l’indifferenza che si cede a ciò che uccide”: il feuilleton della crudeltà di Brullo &#038; Tomassini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2019 07:23:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. Sul blog della Tomassini potete [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ti-ho-amata-con-lindifferenza-che-si-cede-a-cio-che-uccide-il-feuilleton-della-crudelta-di-brullo-tomassini/">“Ti ho amata con l’indifferenza che si cede a ciò che uccide”: il feuilleton della crudeltà di Brullo &#038; Tomassini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Vera e Nathan sono soli al mondo, spogli, divisi, in un 1950 livido di tragedia. Lei è rifugiata a Tel Aviv, lui vaga per l’Europa, limpidamente ossessionato, in omaggio al tradimento, vendendo carte stellari di pregio. “Senza gestire l’ignoto” è un progetto letterario di Davide Brullo e di Veronica Tomassini. <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">Sul blog della Tomassini</a> potete leggere la lettera di Vera; qui la risposta di Nathan. Continueremo a fecondare l’ambiguo e l’astrale. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 14 marzo 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo è piccolo, giallo e con selvatica certezza sa che la poiana non fuggirà dalle sue mani – poi depone il rapace tra le gambe, il collo leggermente premuto dalle ginocchia, da cui sboccia il becco, come l’elsa di un’arma. <strong>La scena è strana: è come se l’uomo stesse imbottigliando la bestia, come se potesse distillarla in innumerevoli altre. La poiana non può muoversi e con una finezza femminile l’uomo, che ignora la codardia e il cinismo, estrae l’ago infilato nella giacca, il filo è sottile, di ferro.</strong> L’ago buca l’aria, appare e scompare come una lettera di fuoco, mentre l’uomo sigilla le palpebre della poiana, per sempre. Il rapace non si ribella – “tu pensi che così sia innocente?”, mi dice il tizio, mentre la bestia sbanda, sulle zampe ignare, nella stalla, con la stessa intraprendenza di un cucciolo d’uomo, fissata da altre poiane, nella vasta gabbia cilindrica, in mezzo all’aula. “Devono vedere cosa le accadrà, perché gli uomini sono stati creati da una menzogna, ma il resto del creato ha valore di verità”, dice, accennando agli uccelli, resi bellissimi dalla resa. <strong>Poi corre, afferra la poiana, esce dalla stalla e la pianura è sterminata tanto da accecarti, come una lastra di luce, e lancia la bestia nello stomaco dell’aria. La poiana vola, sterza, si alza – “scoprirà se ha un’anima, se è il frammento di una frase sgrammaticata”, dice.</strong> L’uomo ha i denti davanti spaccati, gli occhi blu, dice di essere stato un domenicano, poi ha capito che non puoi estrarre la trachea a Dio per farne un flauto o una cerbottana. “Ho cucito gli occhi dei cavalli”, mi dice, fiero. “Spaziano per la pianura con ritrovata eleganza – la cecità li esilia in una ferocia da dèi sconfitti – sembrano tigri, la carne li allieta”. Non ho accettato ospitalità in quell’allevamento dell’orrore – ma ho capito, Vera, che noi siamo così, poiane cieche, cavalli spaventati come tigri, uomini a cui hanno sigillato gli occhi, e che scoprono ere dentro di sé, una pianura che è linguaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Di pomeriggio</em></p>
<p style="text-align: justify;">Preferisco i luoghi di confine perché si sono uccisi a torme, perfezionando una idea deforme di intimità, di fede. A Iasi si sentono ancora le urla degli impalati di cinque secoli fa, dei santoni che piegavano l’anatema biblico in macchina da guerra. <strong>Lungo il canale del Bahlui, dove il muschio sembra la Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, l’inutilità della lingua degli angeli, ho imbiancato le distanze. Proprio perché sei l’ultima ti ho scelta – ma il tuo linguaggio eroso nel ricatto</strong>, quella patetica paternale sui perduti che obbliga chi ti ascolta a censire un miracolo, meraviglia il mio esilio. Smettila di fare la supplice – lascia che sia io il tuo supplizio.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche anno fa sono stato ospite di Henry de Montherlant, lo scrittore, a Parigi. Ha acquistato una carta celeste fabbricata in Mongolia, tessuta sulla pelle di un cavallo. <strong>Ne era affascinato perché i Mongoli raffigurano il cosmo come un labirinto concentrico, scintillante di stelle, al centro del quale, al posto del Minotauro, è assisa una tigre bianca, che chiamano <em>Khan</em>, il re. Dopo la morte, il compito dell’anima non è quello di eludere il labirinto né di conoscerne l’aritmia matematica, ma esaurirlo, affrontando la tigre bianca. </strong>L’anima che saprà dormire dentro il petto della tigre, dopo averlo squarciato, potrà patteggiare una pena favorevole per i propri parenti ancora in vita e plasmare per loro sogni arditi nella benevolenza. Di Montherlant ricordo la retorica, un censimento di rose e di coltelli, i capelli spettinati, la vestaglia, femminile, su cui era stampato uno sciacallo che vomitava sciami di stelle dalle narici, il corpo solido, ligneo. <strong>In sala, nudi, si aggiravano due ragazzini. “Non creda alla lussuria come a un elisir”, mi disse, “è un veleno – questa ventata di vigore mi uccide, un corpo nudo ha il nitore del fallimento”.</strong> Aveva 47 anni, chiudeva gli occhi, parlando.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Iasi, 15 marzo 1950 </em></p>
<p style="text-align: justify;">In un certo dialetto rumeno ‘Iasi’ significa ‘crisi’ – <strong>sai che ti ho amata con l’indifferenza che si concede a ciò che può ucciderci</strong> – quando fanno l’amore, gli uomini sono un mostro a quattro gambe, due teste e una bocca dai denti moltiplicati, un ideogramma che soltanto il tradito è in grado di capire.</p>
<p style="text-align: justify;">“Affila la tua crudeltà, devi esserne all’altezza” – e io le ho risposto, “non è il bene a essere crudele?”. Volto l’accusa a te: <strong>sai essere abbastanza crudele, sai abolirti nel bene? Dicono che nell’orda dei topi che gli rosicchiava le caviglie San Francesco scoprisse una esegesi evangelica.</strong> Ho passato il giorno in albergo a scrivere alle altre – per ora sono sei, un numero rotondo, solare. Alcuni uccelli sbattono contro le finestre della camera, si rialzano, volano, sbattono ancora, inferiori come mosche – forse si sta alterando la forza di gravità e tra poco le mie giunture lunari si squaglieranno. Una donna, poche ore fa, ha sfollato il piacere – dai suoi capelli ho cercato di trarre il futuro di questa città, di tramutare in fioritura la sua malattia. Sei donne, capisci? Se ne è andata con l’ambiguità di una poiana. <strong>A una ho scritto, “ho la disperazione dei privilegiati – che sono amati, ma cercano amore, ossessivamente, dove non c’è – per garantirsi un’aurea sintonia con il precipizio”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho avuto notizie di tuo padre – penso di incontrarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">La perversa pigrizia di questo luogo, cementificato in uno spazio astorico, escluso, mi dissangua, dissuade da ogni atto – potrei morire nel sonno. <strong>Il cielo, di notte, mi sembra così conosciuto da sembrarmi troppo poco – altre volte le costellazioni si scombinano, come un corpo sfracellato e pieno di dadi, e tutto è troppo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ti ucciderai inghiottendo queste lettere – lo sai, vero?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nathan  </em></p>
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		<title>Oggi i figli si comprano su Amazon. Comunque, è meglio un cane di un cucciolo d’uomo: almeno non mi prosciuga il conto in banca</title>
		<link>https://www.pangea.news/oggi-i-figli-si-comprano-su-amazon-comunque-e-meglio-un-cane-di-un-cucciolo-duomo-almeno-non-mi-prosciuga-il-conto-in-banca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Jul 2018 07:48:11 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/oggi-i-figli-si-comprano-su-amazon-comunque-e-meglio-un-cane-di-un-cucciolo-duomo-almeno-non-mi-prosciuga-il-conto-in-banca/">Oggi i figli si comprano su Amazon. Comunque, è meglio un cane di un cucciolo d’uomo: almeno non mi prosciuga il conto in banca</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mancano condivisione, complicità e sacrificio. Non a me ma alle coppie di oggi. <strong>Ci ho pensato a lungo e per diversi mesi ho stretto gli occhi per mettere a fuoco le coppie di oggi che ho incontrato lungo le strade di San Marino e Rimini: </strong>sono decisamente miope, e lo sguardo “a fessura” fa parte della maschera quotidiana, ottimo per celare l’indagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente pipa: quella si fuma davanti a Baker Street o in inverno quando hai il caminetto acceso e accompagni la dilatazione del tempo con una tazza di tè inglese – rigorosamente “Earl grey” della Ahmad Tea (dopo che lo hai provato, non lo abbandoni più) – o con un brandy. Sic et sempliciter, un camminare “slow” per provare a cogliere i frammenti della nuova società.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi le coppie non figliano per pigrizia. Per compensare, “adottano” un cane che si trasforma (e viene trattato) come un pargolo. </strong><strong>Coppie giovani, quindi di 30 anni.</strong> A salire con l’età è anche peggio. Coppie che convivono o che sono sposate di recente, quindi che vivono il miglior periodo della (r)esistenza: “mona” a disposizione quasi h 24 (cedo alla par condicio e concedo una quota rosa più o meno doverosa: “coa” a portata di mano in ogni angolo della casa e in ogni momento della giornata) e soprattutto (o è questo il freno?) la straordinaria possibilità di mettere al mondo una vita, provare a dargli un futuro, accompagnarlo lungo la strada che ti porta a diventare adulto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema vero si chiama tempo: 9 mesi al buio, e poi 30 anni di foraggio,</strong> con tutti i limiti alla libertà che una creaturina comporta, quindi addio o un freno agli aperitivi, alle partita a calcetto, alle uscite con gli amici.</p>
<p style="text-align: justify;">La vocazione alla protezione appartiene al genere umano, quindi si sceglie una scorciatoia: <strong>adotto un animale, lo porto a bar prima di cena, se è cucciolo poi è sempre un’attrazione utile per fare nuove conoscenze e quando schiatta perlomeno non mi ha prosciugato il conto in banca. </strong>Se proprio ha le palle girate, il cane abbaia. Gli dai due croccantini e smette di rompere il cazzo. Il bimbo invece piange, ti fa passare notti insonni, lo devi allattare, vestire (anche se a dire il vero si fanno acquisti anche per l’outfit del quattro zampe) e se ha la febbre non puoi andare al mare nei weekend d’estate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando incontro le coppie che portano a spasso i cani penso a Elliott Erwitt, il fotografo.</strong> Con la differenza che quello che per lui poteva sembrare una bizzarra anomalia, oggi è diventata quotidianità.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiedo a una coppia di conoscenti che hanno un Carlino. “Come si chiama?”. “Roberto”. “No, il cane dico”. “Roberto. Ha anche un fratello che si chiama Carlo. Roberto ha già tre anni, sta diventando un ragazzo. A fine estate gli daremo un fratellino o una sorellina”. La coppia è sposata da poco, più o meno dal 2016. Lui ha 35 anni, lei 30. “Sai Ale, non hai idea di che amore ti diano i cani. La mattina ci sveglia, sale sul letto e si fa fare le coccole”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Pensavo a un fratellino fatto da voi (in certi momenti l’aplomb british che cerco di imitare scompare) non a un cane”. <strong>“Dì, ci pensi tu a pulirgli il culo, a cambiargli i pannolini, a tirare su lo ‘sbocco’, ad alzarti dal letto in piena notte perché ha mal di pancia? E poi in estate non possiamo andare a fare le ferie”. (Dialogo vero, lo giuro. Se non parola per parola, il concetto che è uscito è questo).</strong> Ma non finisce qui. “Metti che fai un figlio, e se poi cresce frocio? Non sai quante coppie si sono mollate perché il figlio è diventato omosessuale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dico la verità: non ci avevo pensato. La risposta mi ha sorpreso. Anche perché è complicato ragionare in maniera preventiva: non sforno perché il piatto potrebbe avere una serie di tare sociali. Un alibi apparecchiato per cena: le singole libertà non vengono intaccate, il cane prima di acquistarlo lo vedo e se è sano e mi piace lo prendo. Con una creatura in pancia che non posso vedere è più difficile: e se poi mi scappa fuori la sorpresa?<br />
Il consumismo bulimico e la necessità dell’hic et nunc hanno preso il sopravvento anche davanti alla magia del tempo: l’iper velocità e la connessione h 24 (nessuno ama più attendere: basti osservare gli occhi delle persone che fremono quando vedono su WhatsApp “sta scrivendo”) sono diventati la vita, e non c’è tempo per l’attesa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più curioso invece il mondo dei “figli (e delle figlie) della Luna”: vogliono procreare anche se biologicamente non possono.</strong> Non si ingravida attraverso il culo e nemmeno leccando patatine salate e quindi, con i limiti della natura, prendono altre strade. Utero in prestito (lo hanno fatto due ragazzi sposati che conosco: alla seconda inseminazione lei è rimasta incinta), uccello “express” (due ragazze oggi grandicelle: una, la più racchia, a inizio secolo, si è “sacrificata” per l’altra dopo aver scelto su un catalogo o online il “pro-fisico” giusto: una “botta” costata 10 mila euro ha ammesso). “Mi sono tarpata il naso e ho aspettato che facesse. Dopo che ha ‘sbiottato’ ho sperato solo di rimanere piena”. Non credo che abbia studiato a Cambridge…</p>
<p style="text-align: justify;">L’idrante ha avuto uno stomaco di ferro. Soprattutto se poi ha conosciuto l’altra metà della coppia, discreto pezzo di figa anche oggi che è nella categoria “Milf”, gran culo sodo grazie a sedute spossanti in palestra, caviglie sottili, tette che sfidano la forza di gravità (silicone tits ma non eccessive) e pelle liscia come quella di una teenagers. Sempre pensato e detto che la passera fa bene… <strong>Qualcosa però non torna. A me, non a loro. Figliare è come fare un acquisto su Amazon:</strong> voglio la consegna in pochi giorni, pago con Paypal, fatica zero e aspetto il regalo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi informo: AdnKronos ha ribattuto la notizia che “in Italia nel 2020-25 ci saranno 4.600 pediatri in meno” a causa dei pochi medici che scelgono questa specializzazione. Non si figlia più, meglio dedicare gli studi ad altre branchie della salute.<br />
<strong>Ebay poi ha rimarcato che “cani, gatti e uccellini hanno ricevuto le attenzioni maggiori e per loro è stato davvero comprato di tutto, registrando in termini di vendita una crescita a doppia cifra.</strong> Il cane, amico dell’uomo per eccellenza, non poteva che attestarsi al primo posto in assoluto con un articolo venduto ogni 3 minuti (+30,5%)”.<br />
<strong>Una fotografia che rispecchia le tendenze della nuova società. I cani hanno sostituito i figli e la genitorialità 4.0 è diventata antropomorfa:</strong> centauri, satiri, minotauri, tritoni e sirene. Animali trasformati, loro malgrado, in esseri umani. Mantenendo le fattezze naturali, si ritrovano a dover sostenere il peso di avere un padre e una madre non biologici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le scuole si riempiranno di animali e i figli, pochi e stranieri, verranno portati a spasso con la pettorina e la museruola.</strong> Al parco, al mare, in città. “Scusi, di che razza è questo strano animale che cammina su due zampe e che tiene per mano?”. “È mio figlio”. “Ha il pedigree? Lo alimentate a riso soffiato e carne macinata di prima qualità?”. “No, in realtà mangia come noi a tavola: piadina, strozzapreti, carnazza”. “Purino…”.</p>
<p>Ci sarà un motivo per cui – al momento – ho scelto la mononuclearità sociale?</p>
<p><em>Alessandro Carli</em></p>
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		<title>Jacques Leclercq ha la soluzione per il premier Conte &#038; i suoi: andate a fare una gita in campagna, ad ascoltare “la sapienza eterna della terra avita”</title>
		<link>https://www.pangea.news/jacques-leclercq-ha-la-soluzione-per-il-premier-conte-i-suoi-andate-a-fare-una-gita-in-campagna-ad-ascoltare-la-sapienza-eterna-della-terra-avita/</link>
		
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		<pubDate>Sun, 27 May 2018 06:38:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per scrivere sono necessarie poche cose, quasi nulla. La fermezza – in senso lato, stare fermi, e in senso pieno, essere inflessibili – il pensiero, il tempo. Il supporto può variare. Meglio il foglio di carta, per vergare una ad una le lettere. Il computer deresponsabilizza: non siamo noi i responsabili di quella singola lettera [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jacques-leclercq-ha-la-soluzione-per-il-premier-conte-i-suoi-andate-a-fare-una-gita-in-campagna-ad-ascoltare-la-sapienza-eterna-della-terra-avita/">Jacques Leclercq ha la soluzione per il premier Conte &#038; i suoi: andate a fare una gita in campagna, ad ascoltare “la sapienza eterna della terra avita”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per scrivere sono necessarie poche cose, quasi nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">La fermezza – in senso lato, <em>stare fermi</em>, e in senso pieno, essere <em>inflessibili</em> – il pensiero, il tempo. Il supporto può variare. Meglio il foglio di carta, per vergare una ad una le lettere. <strong>Il computer deresponsabilizza: non siamo noi i responsabili di quella singola lettera </strong>– lo è un tasto.</p>
<p style="text-align: justify;">Per scrivere. Bisogna stare fermi. Concentrarsi. Pensare. Impiegare del tempo. <strong>Secondo la norma del mondo, il tempo impiegato per scrivere è ‘sprecato’: in effetti, quel tempo non è denaro, quello scritto, magari, non avrà mai un pubblico</strong>, di certo non esiste valuta monetaria in grado pagare il tempo ‘perduto’ a scrivere, la fatica della scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, scrivere, oggi, è un gesto di rivolta.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno sta fermo – tutti corrono, rincorrendo ciò che sfugge. <strong>Nessuno pensa – chi si ferma a pensare è perduto, bisogna ‘fare’. Nessuno ha tempo da perdere</strong> – il tempo perso è organizzato, da decenni, dalle agenzie di viaggio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-60975 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/elogio-della-pigrizia.jpg" alt="elogio-della-pigrizia" width="176" height="287" />Nel 1936 presso la Libera Accademia del Belgio, un prete, esperto nell’opera di San Tommaso, alto prof a Lovanio, “moralista e sociologo”, Jacques Leclercq, pronuncia un divertito – e sottilmente agghiacciante – <em>Elogio della pigrizia</em>, ora pubblicato da Edb nella deliziosa collana ‘Lampi d’autore’ (pp.54, euro 6,50). <strong>Il libro andrebbe distribuito all’entrata delle metropolitane, ai caselli autostradali, negli autogrill.</strong> Dopo aver stigmatizzato i crismi della ‘modernità – che è la stessa di oggi – un mondo dove tutti abbiamo, pare, un mucchio di cose da fare e poco a cui pensare, Leclercq, con uno stile tra Seneca e Montesquieu, rimarca la necessità di “pace, silenzio e non aver premura”, perché solo nella sana pigrizia scopriamo chi siamo – che siamo l’alcova dell’Altro, la giungla delle alterità. “E i Magi, credete forse che avrebbero visto la stella, se non fossero rimasti talvolta sulla terrazza della loro casa ad osservare lungamente il cielo? <strong>Voi non vedete mai la stella, così come non sentite Dio? Ma guardate ancora le stelle? Restate là, immobili, nel silenzio delle notti, a lasciar scorrere in voi lo scintillio degli astri dalle profondità dei cieli?”.</strong> Con fatica sciamanica e voce da pachiderma, quando vado a prendere mio figlio, 15 anni, dalla piscina, alle otto e mezza di sera, insieme ai suoi amici, indico la luna. Ma la vedete? Ma… dico… la vedete? Quel satellite che sembra bello solo se lo vedi dal nostro pianeta, mi rasserena – so che non ho bisogno di cambiare il mondo e di sconfiggere il male: posso sedermi a guardare la luna, a tutelare l’estro della sua falce, per il resto della vita, e morire felice, non ho bisogno di altro.</p>
<p style="text-align: justify;">In un libro del 1995, <em>La lentezza </em>– che devo a quell’Orson Welles di Gianluca Barbera – Milan Kundera, che ha una scrittura ben più feroce di quella, pelosa, di Michel Houellebecq, scrive: <strong>“la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuol farci capire che ormai non aspira più a essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata di se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria”.</strong> Anche la velocità, per altro, un tempo figliata dall’ispirazione e dalla ‘natura’, eleganza atletica degna di aura, da tempo è ancella della tecnica. Basta guardare allo sport: i cento metri piani si vincono se il ‘tecnico’ studia, grazie all’aiuto di macchine, gli allenamenti più efficaci. Eppure. Il libro di Kundera è di vent’anni fa, quello di Leclercq di ottanta. <strong>Oggi la lentezza, la pigrizia, sono diventate fonte di reddito: lo slow, il bio, le spa, gli agriturismi. Si compra la lentezza al supermarket, l’insolito è diventato ovvio, un modo come un altro per far soldi.</strong> Su tutto si allunga la mano blasfema del denaro: non c’è più qualcuno che conosca il dono, non c’è più gente che si sprechi per fare qualcosa gratis? Il gratis è la vera rivoluzione, spiazza, fa sentire gli altri scaltri – ma chi è il vero idiota? <strong>Meglio una vita dissipata costruendo qualcosa di impossibile che organizzata a produrre denaro:</strong> il quale serve per comprare cose utili a dimenticarsi, per un attimo, che siamo corpi che muoiono ad ogni frazione di secondo, che siamo corpi ottusamente storditi dall’infelicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Inconsapevolmente, però, Leclercq impiatta il consiglio per il ‘buon governo’. Andare in gita. “Uno dei miei amici un giorno fu promosso, per avventura, alla funzione invidiabile di Ministro del Re… e gli scrissi subito, consigliandogli con vigore che il governo andasse a trascorrere ogni settimana una giornata intera in campagna e dopo aver pranzato sotto la pergola… si adagiassero in un prato verde – un filo d’erba tra i denti – e ascoltassero silenziosamente salire in loro la sapienza eterna della terra avita”. Esito scontato: “Inutile dirvi che il mio consiglio non fu seguito. E voi vedete dove siamo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Pigrizia e lentezza sono necessarie al pensiero. A fissare logicamente sulla carta un pensiero articolato riguardo alla nostra natura e alla natura del mondo. Per questo, disprezziamo i poeti. Chi disprezza compra. Nei negozi. Per esistere, un sistema di vita basato sul denaro, ha bisogno di folle ignoranti. (d.b.)</p>
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