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	<title>Patagonia Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Sul fantomatico Re di Araucania e Patagonia, che fondò un regno sul niente (e sul fallimento di Claudio Magris nel raccontarlo)</title>
		<link>https://www.pangea.news/claudio-magris-orelie-antoine-de-tounens/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 04:26:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una frase, anzi, il brandello di una frase, torsolo di legno sul fiume del narrare, che dice tutto, cioè nulla: “…affrontando inconvenienti e incidenti di vario genere, anche molto pesanti…”. Il lettore, usando il machete per sfrondare il gergo (molto pesanti), vorrebbe leggere qualcosa di questi “inconvenienti e incidenti”, ha la bava estetica alla [&#8230;]</p>
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<p>C’è una frase, anzi, il brandello di una frase, torsolo di legno sul fiume del narrare, <strong>che dice tutto, cioè nulla: “…affrontando inconvenienti e incidenti di vario genere, anche molto pesanti…”.</strong> Il lettore, usando il machete per sfrondare il gergo (<em>molto pesanti</em>), vorrebbe leggere qualcosa di questi “inconvenienti e incidenti”, ha la bava estetica alla bocca, gli si pianta l’eroe nel bicipite, invece nulla, gli sono negati, ma allora, se non si raccontano “inconvenienti e incidenti”, cosa cavolo si deve raccontare? Il racconto, in effetti, è come l’ombra in una foresta: credi sia una tigre, ma la chiazza felina si risolve in un gioco di foglie, uno spiffero.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro1-28.jpg" alt="" class="wp-image-79938" width="349" height="537" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-28.jpg 305w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-28-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro1-28-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 349px) 100vw, 349px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Rewind. Ascolto la radio, la luce ha nitidezza liquida, al posto di procedere, m’inabisso. <strong>Intervistano Claudio Magris, che parla, con invidiabile affabilità, del suo ultimo libro, s’intitola <em><a href="https://www.librimondadori.it/libri/croce-del-sud-claudio-magris/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Croce del Sud</a></em>, promette il racconto di “tre vite vere e improbabili”, stampa Mondadori.</strong> Di queste tre vite, una – la seconda in ordine narrativo – è dedicata al <em>Re di Araucania e Patagonia</em>, il fantomatico avvocato francese <strong>Orélie-Antoine de Tounens</strong> (1825-1878), autoproclamatosi “Orrlie-Antoine I”, sovrano di quella zolla di mondo tra Argentina e Cile, cruenta fetta patagonica all’incrocio delle regioni Bío-Bío, Araucanía e Los Lagos, con lenta approvazione dei Mapuche. La storia di Antoine de Tounens e del suo regno – rappresentato da bandiera a bande orizzontali blu, bianca e verde, attualmente retto dall’araldista <a href="https://fredericluz.jimdofree.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Frédéric Luz</a>, classe 1964, di Tolosa, dettosi Federico I – è straordinaria per eccesso di capriole e fallimenti. <strong>L’avvocato avventuriero, specie di Fitzcarraldo, ideò il suo regno il 17 novembre del 1860, con stendardo, inno nazionale, florilegio di ministri e moneta propria. Il frontespizio della sua autobiografia (<em>Son avénement au trône et sa captivité au Chili</em>), stampata a Parigi, dalla Librairie de Thevelin, nel 1863, lo mostra in foggia napoleonica</strong> – mano destra che affonda tra le falde della giacca – capelli e barbone cristico, occhi spiritati. Una caricatura pubblicata dieci anni dopo su una rivista francese lo sfotte mezzo nudo, barbone, anello al naso, corona di rami. Nel frattempo: era stato preso per pazzo, le autorità cilene volevano sbatterlo in manicomio, in Francia, nel 1871, squattrinato, cercò moglie – invano – e finanziatori per tornare da eroe nel suo reame. La rete brulica di documenti che risalgono a Orélie-Antoine, ammetto di aver pensato più volte a un romanzo sulla sua disastrosa storia, segno che l’immaginazione precede il fango della Storia, che la nobiltà è istituita dal ‘bel gesto’, che si può vivere per il gusto di porsi in diagonale, per desiderare lo sconfinato, una Arcadia impropria, un Olimpo dispari all’altro capo del mondo. Di Antoine, intendo, affascina il suo essere fuori tempo, fiero di una araldica astrale, assurda, infine.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="500" height="803" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro4-5.jpg" alt="" class="wp-image-79939" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro4-5.jpg 500w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro4-5-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Non che abbia mai avuto la passione per Claudio Magris, scrittore cauto, mai criptico, che non è raffinato come Hugo von Hofmannsthal, incisivo come Elias Canetti, inquieto come V.S. Naipaul; sta sulla soglia, Magris, lavorando, forse, ne ha tutti gli onori – premi, incarichi politici, lauree come medaglie –, per il Nobel. Eppure, il suo primo romanzo, <em><strong><a href="https://www.garzanti.it/libri/claudio-magris-illazioni-su-una-sciabola-9788811686699/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Illazioni su una sciabola</a></strong></em>, ambientato in Carnia, alla fine della Seconda guerra, è meraviglioso. <strong>L’immagine di Pëtr Nikolaevič Krasnov, <em>ataman</em> dei cosacchi, in Friuli, che sguaina la sciabola e “la puntava in diverse direzioni, come lo scettro di un re pastore o più semplicemente come un bastone”, che “indicava luoghi, segnava confini, tracciava ipotetiche manovre d’attacco e di difesa, fissava dei punti immaginari in quello spazio che intendeva trasformare in terra cosacca”, ha la nitidezza di un requiem, la bellezza delle battaglie degne di essere percorse perché si affacciano su consecutivi abissi.</strong> Il romanzo, turgido di eccitante (ma non compiaciuto) nichilismo, storico – “i cosacchi erano giunti in quell’angolo del mondo per costruirsi una casa e trovare riparo dall’indeterminatezza del nulla” – e teologico – “io credo che il male abbia essere e sostanza, che esso sia, che le tenebre non siano solo mancanza della luce, un niente, un inane vacuo, ma che abbiano consistenza e spessore e che agiscano” – racconta il tentativo di vincere il nulla con il sogno. Un tentativo vano, svagato – e per questo grave di stupore – in un mondo di tradimenti e di traditori.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="945" height="880" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/sceau-araucanie.jpg" alt="" class="wp-image-79940" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/sceau-araucanie.jpg 945w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/sceau-araucanie-300x279.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/sceau-araucanie-768x715.jpg 768w" sizes="(max-width: 945px) 100vw, 945px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Abbagliato da quel libro lontano, riletto di recente, titolo superbo, scritto poco meno di quarant’anni fa, ho pensato che soltanto Magris potesse scrivere la storia del fatidico Orélie-Antoine. Ho avuto un abbaglio. Il racconto è poco più di un articolo di giornale, <strong>poco meno di una nota Wikipedia <a rel="noreferrer noopener" href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Antoine_de_Tounens" target="_blank">(quella in francese relativa al de Tounens</a> ha il pregio di essere sintetica e informata),</strong> piena di incisi inutili, scritti male (“Le repressioni del popolo mapuche sarebbero salite agli onori della cronaca del mondo – sia pure per un istante, non più di un flash di agenzia – con la visita di papa Francesco I, nel 2018, a Temuco, capoluogo dell’Araucania”: <em>salite agli onori della cronaca</em> e <em>flash di agenzia</em> sono modi di dire, moti verbali, triti cliché che un grande scrittore non può usare; mai sentito, poi, nominare Bergoglio papa Francesco I, manco fosse un reale, il sito vaticano, semmai, lo dice <em>Franciscus</em>). Sparuti concetti, significativi ‘scatti’ da autentico scrittore (“Orélie è un eroe ottocentesco da melodramma, teatrale e caricaturale, incline al pathos e ai grandi gesti, sul confine tra il dramma e l’operetta”; <strong>“La denominazione <a rel="noreferrer noopener" href="http://www.araucania.org/" target="_blank">Regno di Araucania e Patagonia</a> dilata lo spazio del fantomatico Stato di Aurelio-Antoine I; quanto meno o soltanto lo spazio fantastico, perché la sua giurisdizione resta ancor più immaginaria, e non solo perché il re è in carcere, in manicomio o in esilio. L’unica realtà di quel regno è il re che non c’è”)</strong> non riescono a giustificare un ‘pezzo’ venuto monco, disadorno, il disegno preparatorio di un affresco, forse, una morgana nel deserto letterario.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro2-39-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-79941" width="532" height="797" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-39-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-39-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-39-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-39.jpg 1000w" sizes="(max-width: 532px) 100vw, 532px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Piuttosto, Claudio Magris – onore a lui – indica, nel testo, un paio di autori, negletti sulle nostre coste, che hanno romanzato per davvero l’impresa di Orélie-Antoine. Di <strong><a href="https://www.ilgiornale.it/news/raspail-nomade-nelleuropa-senza-pi-patrie-1870122.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jean Raspail</a></strong>, turbinoso scrittore morto qualche mese fa, e di <a href="https://fr.wikipedia.org/wiki/Saint-Loup_(%C3%A9crivain)" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Saint-Loup</strong> </a>(altra storia degna di racconto: talentuoso, collaborazionista, condannato a morte in contumacia nel 1948, fuggito in Argentina, rientrato in Francia nel 1953, processato e graziato, autore di una sfilza di romanzi), tuttavia, stralunata incuria, Magris cita i romanzi in inglese: <em>The White King of Patagonia </em>e <em>Me, Antoine de Tounens King of Patagonia. </em>Perché?Mica il suo romanzo s’intitola “Southern Cross”.<strong>In realtà, i romanzi s’intitolano <em>Le roi blanc des Patagons </em>e <em>Moi, Antoine de Tounens, roi de Patagonie</em>:</strong> quest’ultimo libro, di Raspail, ha vinto il Grand prix du roman de l’Académie française. Li traduciamo?</p>



<p>*</p>



<p>Gli altri racconti di <em>Croce del Sud </em>– “Gringo sloveno, criollo araucano”, che narra di Janez Benigar, antropologo, e “Suore e pinguini”, dedicato a Suor Angela Vallese – saranno migliori, sono pronto a scommetterci. Ma mi sono scoraggiato. Li ho piluccati, poi ho lasciato lì il libro, in una terra incognita, indefinita, tra il comodino e il bidone. <strong>Che altri si avventurino, allora, a raccontare la memorabile e rocambolesca vicenda del sovrano di Araucania e Patagonia, su un taccuino a forma di canoa,</strong> che fu re Lear redivivo e naufragò in un bicchier d’acqua, fedele a ogni miracolo della terra. (d.b.)</p>



<p><em>*In copertina: una immagine da <a href="http://diluvio.cl/projects/rey/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&#8220;Rey&#8221;, il film di Niles Atallah</a> del 2017 ispirato alla vita di Orélie-Antoine de Tounens</em></p>
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		<title>“Non ci troverete nulla. Non c’è nulla, in Patagonia”. Bruce Chatwin compie 80 anni e noi sfogliamo il suo libro più bello, avventato, indimenticabile</title>
		<link>https://www.pangea.news/chatwin-in-patagonia-carli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2020 06:09:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non ci resta che viaggiare con gli occhi e la fantasia. Non c’è altro modo per evadere, sognare, immergersi in luoghi esotici, lontani e i distanti, e fare finta di prendere un aereo, la macchina, la bicicletta, ed esplorare, dannatamente esplorare, fortemente esplorare. Che sia Italia, Europa o un Altrove, poco importa: nell’estate delle manette [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/chatwin-in-patagonia-carli/">“Non ci troverete nulla. Non c’è nulla, in Patagonia”. Bruce Chatwin compie 80 anni e noi sfogliamo il suo libro più bello, avventato, indimenticabile</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci resta che viaggiare con gli occhi e la fantasia. <strong>Non c’è altro modo per evadere, sognare, immergersi in luoghi esotici, lontani e i distanti, e fare finta di prendere un aereo, la macchina, la bicicletta, ed esplorare, dannatamente esplorare, fortemente esplorare. </strong>Che sia Italia, Europa o un Altrove, poco importa: nell’estate delle manette alle vacanze, serve pazienza, volontà e capacità di spostarsi con la mente.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75990 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-196x300.jpg" alt="" width="287" height="439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-670x1024.jpg 670w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-768x1174.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-1005x1536.jpg 1005w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-1340x2048.jpg 1340w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26-1320x2018.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-26.jpg 1526w" sizes="(max-width: 287px) 100vw, 287px" />Se l’era presa tutta, quella che poi ha scelto per intitolare un suo libro: <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845912207" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>“Anatomia dell’irrequietezza”</strong></a>. Irrequietezza che dapprima si manifesta con piccoli accenni, poi cresce, cresce. E il bozzolo sforna una farfalla che ha – come missione – quella di volare.</p>
<p>*</p>
<p>E pure un lavoro sicuro,<a href="http://www.pangea.news/bruce-chatwin-ritratto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong> il buon Bruce.</strong> </a>A 18 anni inizia a lavorare per la prestigiosa casa d’aste londinese Sotheby’s, una specie di Accademia del settore. Grande osservatore – come del resto poi si dimostrò nella sua seconda vita – in breve tempo venne nominato “esperto impressionista”. Ma non gli bastava: <strong>quell’irrequietezza iniziava a bussare, a chiedere udienza. O solo un ascolto. Così a 26 anni lascia la Sotheby’s e si iscrive ad Archeologia all’Università di Edimburgo: una scusa – o forse qualcosa di più – per legittimare i suoi viaggi. Così parte, la farfalla Bruce:</strong> Afghanistan e Africa soprattutto. Ma c’era ancora tanto da esplorare. Nel 1973 il <em>Sunday Times</em> intuisce il potenziale e lo chiama: “Senti, Bruce, ti va di fare consulente di arte e di architettura per noi? In cambio puoi viaggiare”. Il suo rapporto di lavoro con la rivista contribuì a sviluppare il suo talento narrativo e gli permise di compiere numerosi viaggi.</p>
<p>*</p>
<p>Nella sua carriera da giornalista Bruce intervistò anche la pioniera dell’estetica dell’International Style, l’archistar Eileen Gray. <strong>La dama, ai tempi 93enne, gli insegnò la direzione: nel suo studio se ne stava appesa una mappa della Patagonia dipinta da lei stessa. “Ho sempre desiderato andarci” le disse Bruce. “Anch’io” rispose lei. “Ci vada, al posto mio”.</strong> Lui partì quasi immediatamente per il Sud America e appena arrivato a destinazione ne diede l’annuncio, insieme alle proprie dimissioni, al giornale, con un telegramma: “Sono andato in Patagonia”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Da quel viaggio nacque la Bibbia dei viaggiatori: <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845904936" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>In Patagonia</em></a> (Adelphi). È del tutto inutile dire che Bruce di cognome fa Chatwin.</strong> Il libro esce nel 1977 e viene premiato con l’Hawthornden Prize, un concorso che valuta la “letteratura d’immaginazione”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Patagonia” dicevano Coleridge e Melville, per significare qualcosa di estremo.</strong> “Non c’è più che la Patagonia, la Patagonia, che si addica alla mia immensa tristezza” cantava Cendrars.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75991 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-24-195x300.jpg" alt="" width="295" height="454" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-24-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-24-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-24.jpg 610w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" />Bruce Chatwin atterra a Lima e compie il viaggio in Patagonia nel 1974, restandoci sei mesi.</strong> Più o meno un anno dopo il golpe di Pinochet, di cui il libro non parla. Parla però di tutto il resto del mondo.</p>
<p>*</p>
<p>Il viaggio è intrapreso dallo scrittore con poca organizzazione e ancora meno risorse, il che lo costringe a vivere nel pieno i paesaggi, attraversati per lo più a piedi, a stringere rapporti con gli abitanti del posto, rendendogli possibile la raccolta di molte informazioni utili alla sua ricerca e ampliando la sua conoscenza degli avvenimenti che hanno interessato la Patagonia.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Gli spazi sconfinati della Patagonia lo mettono di fronte alla scoperta dello spazio senza limiti</strong> (il “Non-luogo”: come scrisse Borges, “Non ci troverete nulla. Non c’è nulla, in Patagonia”).</p>
<p>*</p>
<p><strong>Una terra eccentrica per eccellenza, un perfetto ricettacolo per l’allucinazione, la solitudine e l’esilio. Qui i coloni gallesi versano il tè fra i ninnoli; qui circolano folli, che si trasmettono il titolo di re degli Araucani o coltivano la memoria di Luigi II di Baviera</strong>; qui si incontrano ancora elusivi ricordi di Butch Cassidy e Sundance Kid; qui si respira l’aria dei grandi naufragi; qui esuli boeri, lituani, scozzesi, russi, tedeschi vaneggiano sulle loro patrie perdute; qui Darwin incontrò aborigeni dal linguaggio sottile, e li trovò così “abietti” da dubitare che appartenessero alla sua stessa specie; qui si contemplano unicorni dipinti nelle caverne; qui sopravvive qualcuno che vuol far dimenticare un atroce passato.</p>
<p>*</p>
<p>Non un capolavoro di prosa, forse, ma certamente un capolavoro di atmosfera.</p>
<p>*</p>
<p>“Perché andate a piedi? – chiese il vecchio – <strong>Non sapete andare a cavallo? La gente di qui detesta quelli che vanno a piedi. Li credono pazzi”.</strong> “So andare a cavallo – dissi – ma preferisco andare a piedi. Mi fido di più delle mie gambe”.</p>
<p><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Bruce Chatwin, l’esteta irrequieto (&#8230;e gli incontri con Malraux, Jünger, Klaus Kinski, Nadežda Mandel’stam)</title>
		<link>https://www.pangea.news/bruce-chatwin-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 04:34:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bruce Chatwin aveva gli scarponi al collo e la faccia da angelo in ceramica. “Bruce è un nome di cane in Inghilterra (non in Australia), ed era anche il cognome dei nostri cugini scozzesi. L’etimologia di ‘Chatwin’ è oscura, ma lo zio Robin, suonatore di fagotto, sosteneva che in anglosassone chette-wynde voleva dire ‘sentiero tortuoso’. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/bruce-chatwin-ritratto/">Bruce Chatwin, l’esteta irrequieto (&#8230;e gli incontri con Malraux, Jünger, Klaus Kinski, Nadežda Mandel’stam)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bruce Chatwin aveva gli scarponi al collo e la faccia da angelo in ceramica. “Bruce è un nome di cane in Inghilterra (non in Australia), ed era anche il cognome dei nostri cugini scozzesi.</strong> L’etimologia di ‘Chatwin’ è oscura, ma lo zio Robin, suonatore di fagotto, sosteneva che in anglosassone <em>chette-wynde </em>voleva dire ‘sentiero tortuoso’. Il nostro ramo della famiglia risale a un fabbricante di bottoni di Birmingham, ma in un angolo remoto dello Utah esiste una dinastia di Chatwin mormoni, e di recente ho avuto notizia di un signor Chatwin e signora, trapezisti”, scrive, declinando l’oro della sua stirpe, nel documento autobiografico <em>Ho sempre desiderato andare in Patagonia. </em>Tra gli avi nobili, Chatwin, figlio di buona famiglia – padre avvocato e impegnato nella Royal Navy – nato il 13 maggio del 1940, cita uno “zio Geoffrey, arabista e viaggiatore del deserto, che al pari di T.E. Lawrence ebbe in dono dall’emiro Feisal un aureo copricapo (poi venduto), e morì povero al Cairo”. <strong>Ecco: Chatwin fu l’opposto di T.E. Lawrence. All’avventura spiritata preferì l’ordinario nomadismo; alla dissipazione lo spirito ironico; alle vaste campiture narrative con aggettivi magnetici una scrittura lucida, con dedizione all’intarsio.</strong> Mi è sempre parso che Chatwin proponga un’irrequietezza da sorbirsi in cottage, in sedentaria solidarietà; d’altronde, le Moleskine si comprano immaginando un fittizio Capo Horn, decrittando le imprese che non condurremmo mai.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-75600 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-196x300.jpg" alt="" width="270" height="414" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-669x1024.jpg 669w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-768x1176.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-1003x1536.jpg 1003w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-1337x2048.jpg 1337w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-1320x2022.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66.jpg 1518w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" />A proposito. <em>In Patagonia </em>è ritenuto il libro più bello di Chatwin: inizia con “un pezzo di brontosauro” e fonda una breve azienda turistica. Pubblicato nel 1977, è ‘di culto’ da quando Chatwin vaga nella Patagonia celeste, era il 1989. Nello stesso tempo, Chatwin fa qualcosa di antico – piglia l’acutezza di Ruskin e di Walter Pater – e di moderno – viaggia <em>on the road</em>. E viceversa. Per me, il libro più bello è <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845903069" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Le Vie dei Canti</em></a> (1987) – l’idea che l’identità aborigena coincida con il poema di un sognatore, che annodi nel canto le storie di tutti, mi affascinò a lungo. <strong>Chatwin segue il filo del racconto più che il criterio dello studio, per questo ci incanta. Porzioni di libro sono la – fittizia – trascrizione dei propri appunti. “Nella <em>Muqaddima</em> di Ibn Khaldun, filosofo che considerò la condizione umana dal punto di vista del nomade si legge: ‘Il popolo del deserto è più vicino dei popoli stanziali alla bontà, perché è più vicino al Primo Stato e più lontano da tutte le cattive abitudini che hanno corrotto i cuori di chi ha lasciato la vita nomade’”.</strong> Chatwin insegna, insomma, che il miglior modo di viaggiare è leggere i viaggi altrui – oggi, d’altronde, non potremmo fare altro. E che viaggiare è seguire le tracce di altri, fare i segugi.</p>
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<p>La dinamica proposta da Chatwin funziona. Deserto contro città; tenda contro casa; nomadi contro stanziali; cacciatori contro operai. In verità, l’uomo è il culmine di un contraddittorio: è un nomade stanziale. <strong>Ci muoviamo per lavoro ma vogliamo una casa a cui tornare; se siamo reclusi in casa vaghiamo svagandoci, tentando l’ascesi o l’ascesa del divano, mentre il nostro destino è umettato di fiction.</strong> Ogni uomo si muove per trovare una sede: Alessandro Magno viaggia tra Macedonia e India per porre il proprio palazzo a Babilonia. Anche Dio, infine, vuole casa in un Tempio.</p>
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<p>Chatwin viaggia con la perizia del gemmologo: non è mai ‘sporco’ né estasiato. Gli scarponi li tiene intorno al collo. Per primo, ha portato la scrivania vittoriana in Dahomey: anche l’efferato, in Chatwin, è afferrabile con la ragione, scomposto in aggettivi, vaporizzato nel racconto. <strong>La follia di Klaus Kinski – protagonista di <em>Cobra verde</em>, film di Werner Herzog tratto dal <em>Viceré di Ouidah </em>di Chatwin – è anestetizzata in una descrizione che pare giungere per angelologia da Dickens: “un adolescente di sessant’anni, tutto in bianco, con una criniera di capelli gialli. Non corrisponde esattamente all’idea che ho io di uno schiavista brasiliano, ma lasciamo correre”.</strong> Chatwin emerge dalla polvere fredda di Punta Arenas come appare da Sotheby’s, con la stessa, attenta eleganza. Per questo, adorava gli scriteriati.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-75601 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-64-193x300.jpg" alt="" width="278" height="432" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-64-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-64.jpg 578w" sizes="(max-width: 278px) 100vw, 278px" />Con <em>scriteriati</em> intendo quegli uomini che non si adattano ai criteri di questo mondo. Dovrei dire, <em>genio</em>, se è genio la capacità di sdraiarsi sulla cresta della Storia, stabilirsi nella <em>fortuna</em>, fecondi senza caparbietà, audaci per dote e per dono, spietati eppure puri, certi del rispetto che si concede ai toccati dalla grazia. In <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845918957" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Che ci faccio qui? </em></a>Bruce Chatwin pretende l’incontro con due nomadi molto diversi da lui, per statura e scrittura: André Malraux e Ernst Jünger. Di questi, ama l’infallibile, il pudore che nessuno valica, lo spudorato <em>carisma</em> – non saprei come altro dire. <strong>“Malraux ha il tempismo di un opportunista di razza ed è stato testimone e partecipe di grandi eventi della storia moderna. Lui solo può raccontare che Stalin considerava <em>Robinson Crusoe </em>‘il primo romanzo socialista’, e che la mano di Mao Tse-tung è ‘rosa come se l’avessero bollita’, e che la pelle bianca e gli occhi spiritati di Trotckij lo facevano somigliare a un idolo sumero di alabastro”.</strong> L’ironia ingabbia di quel tanto l’ammirazione: Malraux è il romanziere narciso, l’esistenzialista corrusco, il brigante dionisiaco, l’esteta mentitore, per cui “le persone di oggi si dissolvono nel mito” e “Mao Tse-tung, ‘il grande imperatore di bronzo’ delle <em>Antimemorie</em> è intercambiabile, in un certo senso, con la statua rilucente di un antico re-sacerdote mesopotamico”. Il dialogo si svolge nel 1974, Malraux morirà due anni dopo. “Concludemmo la conversazione parlando dell’Afghanistan, con i suoi fiumi verde pallido e i suoi monasteri buddhisti, dove le aquile volteggiano sopra le foreste di cedri deodara e gli uomini delle tribù portano asce da combattimento di rame…”. Allora, Malraux, pronto all’ennesima avventura, mai domo, sussurra, “e c’è sempre il Tibet…”.</p>
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<p>Beh, Chatwin sa fronteggiare questi personaggi – ci vuole lignaggio oltre a leggerezza per farlo. Jünger resta ai suoi occhi un implacabile enigma. <strong>Il pezzo, del 1981, è un piccolo gioiello, fin dall’incipit: “Il 18 giugno 1940 Winston Churchill concluse il suo discorso alla Camera dei Comuni con le parole: ‘Questa è stata la loro ora più bella!’, e quella sera stessa un personaggio molto diverso, con l’uniforme grigia di ufficiale della Wehrmacht, si sedette nello studio della duchessa de la Rochefoucauld al castello di Montmirail.</strong> Quell’ospite non invitato era un uomo di quarantacinque anni, basso di statura ma atletico, con la bocca fissa in un’espressione di stima per se stesso e con gli occhi azzurri di una tonalità particolarmente artica. Sfogliava i libri della duchessa col tocco sapiente del bibliomane e notò che molti recavano la dedica di famosi scrittori. Da un volume scivolò e cadde a terra una lettera…”. Chatwin è uno scrittore che ama le armonie e le superfici ben levigate – “<em>particolarmente</em> artica” –, la “prosa dura e lucida… imperturbabile” di Jünger e “la fermezza incrollabile delle sue idee” lo soggioga e abbaglia. Che, durante una esecuzione in un bosco francese, Jünger descriva i tremiti del bosco e dell’uomo e “una mosca che danzava in un raggio di sole”, lo repelle e lo inietta nell’apollineo. L’incontro con Jünger si rivelerà inutile – il tedesco è chiuso all’ingordigia di pettegolezzi dell’inglese. Gli concede però, “dato che Montherlant m’interessava”, di studiare una copia del foglio che stava sulla scrivania del francese, quando questi si è ammazzato. “Il suicidio fa parte del capitale dell’umanità”, è scritto, in francese. L’aforisma è di Jünger, “risale agli anni Trenta”, la calligrafia di Montherlant. Il foglio è chiazzato. “Le macchie erano fotocopie del sangue”.</p>
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<p>Iosif Brodskij venerava Nadežda, la moglie di Osip Mandel’stam. “Per decenni visse alla macchia, in fuga perpetua svolazzando tra gli angiporti e oscure città del grande impero, posandosi in un nuovo nido solo per riprendere il volo al primo segnale di pericolo. La condizione di ‘non persona’ divenne a poco a poco la sua seconda natura”, scrive il poeta in una memoria raccolta in <em>Fuga da Bisanzio</em>. <strong>Chatwin è da Nade</strong><strong>žda nel 1978. Lei gli mostra un quadro di Weissberg. “Il quadro era tutto bianco, bianco su bianco, qualche bottiglia bianca su un fondo vuoto e bianco”. Poi fa, “è il nostro miglior pittore: che in Russia non si possa fare che questo, dipingere il bianco?”.</strong> In quel caso, il bianco non è opportunità ma prigionia, la gogna più che il giglio, non è l’innocenza ma l’assassinio, perché quel bianco è nero raddoppiato. (d.b.)</p>
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		<title>Discorso intorno a Tommaso Labranca: un genio che ha avuto la sfiga di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 10:21:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I like walking in the park&#160;/ When it gets late at night&#160;/ I move &#8216;round in the dark&#160;/ And leave when it gets light. (New Order, Sub-Culture) “Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d&#8217;alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I like walking in the park&nbsp;/ When it gets late at night&nbsp;/ I move &#8216;round in the dark&nbsp;/ And leave when it gets light.</em> (New Order, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=jn9nOukPuYM" target="_blank" rel="noopener"><em>Sub-Culture</em></a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d&#8217;alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno di questi bombardieri”. Parole di Tommaso Labranca. Parole e musica di sottofondo.</strong> Quella rock, elettronica e pop. Abba, Soft Cell, Dead Can Dance, Joy Division, New Order, The Cure, Depeche Mode e Moby. Immaginando i bombardieri estetologici in azione. Non c&#8217;è bisogno di una colonna sonora di Wagner. (Semmai dei Kraftwerk stradali o del Bowie berlinese). Ma il bisogno di Germania rientrerà dalla finestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogno di europei più che di italiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65690 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg" alt="" width="125" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-768x1258.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-625x1024.jpg 625w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006.jpg 872w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Perché davvero si possono immaginare frotte di bombardieri lungo tutta la penisola delle lettere estenuate ed estenuanti, della iperprolificità serialista e compulsiva per teledipendenti alla Andrea Camilleri, del nulla sotto vuoto dei postmodernismi insipidi alla Paolo Cioni, dei pedofilismi accademicisti alla Walter Siti, dei romanzetti provinciali alla Andrea Vitali</strong> – in un paese in cui il meglio è quasi tutto fuori dalla narrazione pura (due tra gli esempi migliori sono Andrea Caterini e Mirko Volpi) e in cui o davvero c’è chi ha tempo per leggere certi blocchi di carta (la cui funzione più ragionevole è forse da solidissimi fermalibri) tipo i romanzi di Albinati, Genna, Lagioia, Scurati o tipo le trilogie nichiliste e postmoderniste parentiane e santacrociane, oppure è in corso un enorme spreco di cellulosa da devolvere ai grandi dimenticati (se il presente non offre più nulla tanto vale riscoprire il passato) Gautier, Bloy e Montherlant, Rebatet, Déon e Maeterlinck, Drieu, Morand e Nimier, Strindberg, Hamsun e Jensen, ma si può anche stare nei luoghi labranchiani e di obiettivi per le bombe ce ne sono a iosa, a partire dai critici e prefattori mondani dal <em>selfie</em> facile che sentenziano che chiunque osi scrivere un romanzo prima dei cinquanta è condannato al nulla e al nulla dunque condannano scrivendone uno prima della scadenza da loro indicata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le bombe oppure lo sdegno assoluto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Meglio diventare piccoli isolazionisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio starsene sul posto. Meglio dimenticare i libri. Meglio osservare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>neoiperrealismo</em>, copyright di T-La.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra Pantigliate e Bellagio, la Brianza, di cui la cittadina dello sprezzante autore di quelle tre righe bombardiere, è l’estrema propaggine ideale, già inglobata da decenni dal cosiddetto <em>hinterland</em> milanese, luoghi d’automobilisti, tra superstrade, statali, tangenziali, svincoli e rotonde, che sono “il terrore dei camminatori, perché a differenza degli incroci […] non prevedono quasi mai un attraversamento per esseri umani appiedati”, ha scritto lo stesso Brizzi (l’incrocio era di destra; la rotonda è di sinistra; il progresso, disumano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’<em>hinterland</em> luogo estetico dello spirito, come la stessa Brianza, del pantigliatese che tramite di un suo personaggio, impiegato d’ufficio houellebecquiano, in un breve frammento neopessoano, neomelvilliano, neokafkiano, </strong>ha espresso icasticamente e causticamente la sua poetica antinarrativa: “Se oltre a essere così noioso fossi stato anche boemo ed ebreo, magari avrei fatto il narratore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Labranca – un grande narratore no di sicuro; un autore noioso men che meno; di certo genio poco riconosciuto – è stato il più intrigante estetologo moderno italiano</strong> (italiano solo di lingua, di sicuro non di spirito) ma ha avuto la <em>sfiga</em> di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia (essendo un pantigliatese e padano ergo europeo) e infatti verso la fine della sua vita si manteneva traducendo manuali tecnici dal tedesco (il bisogno di Germania che rientra della finestra) e poteva autopubblicarsi soltanto grazie a due eccentrici progetti di cui era co-fondatore – la casa editrice 20090, dal codice d&#8217;avviamento postale della periferia milanese ma con chiara identità europea (www.eu) e la Tipografia Helvetica, tale non soltanto per via del carattere di stampa ma anche perché con sede svizzera (www.ch) –, bombardando i lettori con onnipresenti maiuscole, ammiccamento alla lingua di Kant, come ne <em>Il Piccolo Isolazionista</em>, esemplare del suo stile, perfetto ibrido, tra saggio e diario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così nel manifesto <em>Neoproletariato</em>, colpiscono tanto la sua confessione di pensatore “ipnomediatico” quanto l’analisi in cui aggiorna, modernizza il rapporto tra intellettuale, padrone e proletariato teorizzato da Gramsci e via Gramsci dal non troppo amato Pasolini:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Labranca che si alza comunque presto, anche quando va a dormire tardi, magari di ritorno “da un evento pluscool esclusivo e deludente”, perché angosciato da un ruolo, quello d&#8217;intellettuale, sempre più duro e instabile “perché mancante della benedizione dei padri”, pensieroso dunque su come riuscire a trarre qualche vantaggio dal cambiamento che identifica con l’<em>eleghanzia</em> che ha decisamente preso il sopravvento sull’<em>intellighenzia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">2) Labranca il neointellettuale “ipnomediatico”, la tv neopadrona e il neoproletariato, col plusvalore e il superfluo sostituiti da quel “pluscool”, e vale a dire “quello che esala da quanto non solo si acquista, ma si fa, si dice, si respira, si ascolta, si guarda, si indossa, si frequenta o si cerca di frequentare”, che dà conto in termini altri da quelli pasoliniani, di una metamorfosi antropologica che segna la <em>sconfitta del popolo</em>, come da sottotitolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65691 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Neoproletariato.jpg" alt="" width="120" height="202">Così il suo dar conto del classico duo d’“immutato successo” di periferia, “disagio e solitudine”, che è realtà, oltre che un ruolo recitato, vale almeno quanto l’analisi della massificazione mentale, e del cialtronismo, dilagante e arrogante, da “Intellettuale Accettato”:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Sempre a rischio di manierismo e quindi di ridicolo, o d’immobilismo, che Labranca ha sempre aborrito, passando oltre ogni musica, tipico degli adepti del reggae, o del prog-rock birraiolo, celtico e repellente (“maleodorante”),</strong> per non dire degli esaltati della pizzica (“stramaledetta”), optando di suo per “la strada più difficile: la superficialità”, e anche per questo “vagamente emarginato”, pur giocando un ruolo <em>ipnomediaticamente</em> forte nel definirsi, consolidarsi e svilupparsi del “pluscool”, di cui era l&#8217;avanguardia a un tempo dentro e fuori dai media di massa dominati dalla tv, perché: “Il disagio restava però sempre qualcosa di sgradevole da vedere, toccare e annusare, come un manzo squartato. Nel Freddo Sporco si aveva una rappresentazione cruda e iperrealisticamente disordinata come nella <em>Macelleria</em> di Annibale Carracci”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Deve piacerti viaggiare. Deve piacerti il mare. Deve piacerti la pizzica salentina. Devi essere unplugged. Devi essere bio. Devi essere ipocrita.</strong>&nbsp;/ […] Basta essere un povero di spirito un arrogante/un&#8217;arrogante c on le Birkenstock o la gonna lunga, la maglietta arancione con scritto <em>Salento</em>”, o un seguace delle dottrine New Age, e vale a dire un isterico, per esser non apocalittico ma integrato, sia nel “nazionalcialtronismo” che in “una globalizzazione di maniera” solidarista e ignorante che “è la presa per il culo del mondo” e magari pure vegetariana come il cantante degli Smiths: “Morrisey, grossa zucchina intellettualizzata dal ciuffo rockabilly […] era troppo affettato. Perché usava troppe chitarre e batterie umane, senza per altro nemmeno ricadere nel Freddo Sporco […]. E perché era insopportabile nel suo zelo vegetariano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così la sua personale, intima, motivata avversione verso i viaggi, specie per turismo ed esotismi</strong>, che marca, come scrive tra le note ad <em>agosto oscuro</em>, “la differenza tra il suo testardo restare locale e l&#8217;ottuso emigrare esotico”, è essenziale per i suoi spunti filosofici:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Labranca è un cantore delle tangenziali, che preferiva alle autostrade, prediligendo ai viaggi il puro movimento che non va da nessuna parte ai viaggi, specie se esotici:</strong> “Chi mi frequenta sa che sono un nemico feroce dei viaggi, almeno dei viaggi come sono intesi oggi, non certo come erano visti nel tardo Settecento. Viaggiare fino in Patagonia con la minaccia di incontrarvi Jovanotti in bicicletta è uno dei tanti motivi che mi fanno restare a casa davanti al 46 pollici. Non lavorando come dipendente, non ho poi nemmeno lo stimolo ad allungare la lista dei Paesi da me visitati per gettare merda cosmopolita sui colleghi nelle pause pranzo. Se poi quello che vedrei nei vari Paesi è quello che vedo grazie alla mia superba parabola, ossia folclore scontato o localizzazioni di software internazionale, che motivo ho di fare il turista?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Per vedere il Mondo si dovrebbe viaggiare”, scrive il Piccolo Isolazionista pantigliatese, e il viaggio potrebbe anche essere un antidoto contro il cialtronismo, il quale è però sempre in agguato perché “il Mondo stesso è intriso di cialtronismo”,</strong> lo s&#8217;incontra viaggiando, o portandoselo appresso, magari pure scrivendone, altro devastante pericolo, per mete per cialtroni suggerite e consolidate dal cialtronismo stesso, Berlino dopo la caduta del muro, la fu Jugoslavia dopo la guerra in Jugoslavia, la Patagonia sulle tracce di Chatwin, l’alternativa di Formentera, l&#8217;obbrobrio del Beaubourg, o anche solo l&#8217;autostrada figlia del Settecento, “espressione a pedaggio del Grand Tour”, cui Labranca preferisce la tangenziale, bosco d’asfalto in cui ancora si dà il <em>Wanderer</em> schubertiano, neoromantico che vuol tenere lontano ogni cialtronismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così il suo sprezzante gusto per le settimane centrali del mese di gennaio, quando il Freddo Sporco è spoglio d’addobbi, e la stanzialità può approfondire i dettagli, le visioni e le memorie, alla base delle critiche architettoniche e del concetto di Barocco brianzolo:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Il Piccolo Isolazionista scopre e teorizza, vivendolo, l’<em>iperneorealismo</em> della Milano da sobborgo, da periferia che già s’impone poco lontano dalle strade del centro aggraziate dai palazzi asburgici, nelle strade abbruttite a partire dal dopoguerra dai parallelepipedi ammonticchiati dagli architetti italici&#8230;</strong> Non vive in città ma ha piacere ad andarci, osservandone dal di fuori le trasformazioni nel tempo, da cui a sua volta non è esente, mettendo alla prova la sua acuta memoria che “ricorda nei dettagli eventi minimi e inutili e personali” ma che pure può giocargli qualche scherzo quanto alle proporzioni&#8230; Da <em>Il Piccolo Isolazionista</em>: “Anche la città doveva sembrarmi ancora più enorme&nbsp;/ quando avevo 5 anni.&nbsp;/ Non posso dirlo, ne vedevo così poca.&nbsp;/ Non la percorro come faccio oggi.&nbsp;/ Traccio a posteriori delle normali proporzioni&nbsp;/ perché già un semplice terrazzino di pochi metri quadrati&nbsp;/ mi sembrava sconfinato.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) L’<em>hinterland </em>milanese che ha inglobato la periferia della città e la Brianza è un luogo concreto ma anche ideale, lo spazio esistenziale quotidiano che ha ispirato a Labranca il concetto filosofico, estetologico del Barocco brianzolo.</strong> – “Purtroppo, la Brianza di cui si parlerà qui non corrisponde solo a quella sottoregione lombarda che si estende sotto un cielo di trucioli e diossina tra la periferia nord di Sesto San Giovanni e il confine con il Canton Ticino. […]&nbsp;/ <em>Questa</em> Brianza è un luogo dello spirito, un Nirvana cui si perviene stando in Salento e in Ciociaria, ma anche in Tasmania e nella Terra del Fuoco. <em>Questa</em> Brianza è in tutto il mondo e ovunque ha diffuso il proprio stile estetico.” – Una topologia dello spirito, svincolata nel tempo e nello spazio, e anche per questo e più complicata da definire, se non per “la totale follia a sequenziale e accumulativa” e la capacità di “armonizzare popoli, etnie e culture diverse”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(prima parte)</em></p>


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		<title>Werner Herzog cerca dinosauri in Patagonia (e fa un film su Bruce Chatwin)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 05:37:12 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Chi non lo conosce soffre di cecità al cospetto dello stupore. <em>In Patagonia </em>uscì nel 1977 e divenne un classico della letteratura di viaggio – e quindi della letteratura tout court, perché scrivere è sempre mettersi in cammino verso l’ignoto.</strong> Bruce Chatwin, con quel viso angelico, cristallino, nelle fotografie ha spesso gli scarponi spessi appesi su una spalla. Quel libro, <em>In Patagonia</em>, che aprì la via a un ‘genere’ – la letteratura ‘di viaggio’, appunto, nobilitandola – ma soprattutto a una nuova forma di turismo – godere la verginità paradossale di spazi all’apparenza incontaminati – comincia, per chi lo ricorda, con un dinosauro. In realtà, comincia con “un pezzo di brontosauro”, custodito dentro un armadietto “nella sala da pranzo della nonna”. Il brandello preistorico apparteneva a un bestione “vissuto in Patagonia, regione del Sud America all’estremo limite del mondo”, capitato, molte migliaia di anni dopo la sua morte, tra le mani del cugino della nonna di Chatwin. Dalla curiosità verso il mostro – il brontosauro – nasce nella zucca del piccolo Bruce l’idea di partire per la Patagonia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il secondo libro di Chatwin – visto che ormai si sente uno scrittore maturo – è un romanzo, s’intitola <em>Il vicerè di Ouidah </em>è ambientato in Africa, parla, con tratti fluorescenti, della tratta degli schiavi, è pubblico nel 1980 e capita tra le mani di Werner Herzog mentre il regista tedesco sta girando il suo film più grande, <em>Fitzcarraldo.</em></strong> Finito il film, Herzog contatta Chatwin, che nel frattempo è in Australia. Gli chiede di scrivere con lui <em>Dove sognano le formiche verdi. </em>“Ascetico, con un paio di logori pantaloni militari e una maglietta che lasciava vedere il teschio ridente tatuato su una spalla”: così Bruce descrive Werner, è il loro primo incontro, a Melbourne.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64066 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/220px-InPatagonia-192x300.jpg" alt="Chatwin" width="115" height="180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/220px-InPatagonia-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/220px-InPatagonia.jpg 220w" sizes="(max-width: 115px) 100vw, 115px" />Chatwin, che osserva gli uomini come fossero paesaggi, ha inquadrato subito Herzog. “Era un compendio di contraddizioni: tremendamente coriaceo ma vulnerabile, affettuoso e distaccato, austero e sensuale, piuttosto insofferente delle tensioni della vita quotidiana ma quanto mai efficiente nelle situazioni d’emergenza” </strong>(il ritratto, <em>Werner Herzog nel Ghana</em> è raccolto in <em>Che ci faccio qui?</em>, Adelphi, 1990). Chatwin si nega alla proposta di Herzog, che rilancia, “un giorno ne farò un film”, dice il regista, riferendosi a <em>Il vicerè di Ouidah. </em>Il film, in effetti, qualche anno dopo, nel 1987, con altro titolo, <em>Cobra verde</em>, si farà. Il film non è tra i più belli di Herzog, ma è noto perché sancisce la fine dei rapporti del regista con Klaus Kinski, “un adolescente di sessant’anni, tutto in bianco, con una criniera di capelli gialli”, così lo ricorda Chatwin.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi ricorda <em>In Patagonia </em>ricorda invece che l’autore, per prima cosa, va a La Plata “per vedere il miglior museo di storia naturale del Sud America” e sincerarsi dell’esistenza dei dinosauri della Patagonia. La stessa cosa, oltre quarant’anni dopo, ha fatto Werner Herzog, qualche giorno fa.</strong> La visita di Herzog – con telecamera – avrebbe dovuto restare in incognito. Il regista pensava di fare qualche ripresa e di filarsela via. La generosità lo ha fregato. Una paleontologa del Museo de La Plata, infatti, fan dichiarata di Herzog, <a href="https://www.eldia.com/nota/2018-11-13-4-56-6-sorpresa-werner-herzog-y-una-visita-fugaz-a-la-plata-filmo-en-el-museo-de-ciencias-naturales-espectaculos" target="_blank" rel="noopener">ha chiesto al regista il fatidico selfie</a>. Lui s’è messo in svogliata posa – lei ha ghignato un sorriso – la foto è stata postata e tutta l’Argentina ha saputo che Werner era a La Plata.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>D&#8217;altronde, nell&#8217;arte, solo i progetti abortiti, fallimentari, senza gloria vanno percorsi</strong>: bisogna affrontare l&#8217;insperabile, credere che il dinosauro diventi pantera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Già. Ma che ci fa Herzog a La Plata? Risposta ufficiosa. “Sta lavorando a un nuovo progetto”. Non ci vuole un’aquila a capire di che progetto si tratti. <strong>L’anno prossimo sono i 30 anni dalla morte di Bruce Chatwin e la BBC pare abbia incaricato Herzog di realizzare un documentario.</strong> Conoscendo Herzog, però, l’idea di partire dove parte <em>In Patagonia </em>per un lavoro filmico più complesso, inadempiente, furibondo, non è peregrina.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Herzog? Non si imbarchi mai in un viaggio con lui”,</strong> pare abbia detto “un grosso nome di Hollywood” a Chatwin. Ma è proprio per vincere quel <em>mai</em>, per affrontare viaggi senza meta, inenarrabili, che si vive, che si crea. (d.b.)</p>
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