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	<title>Pablo Neruda Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Nella falena della scrittura”. Maria Banuş, la poetessa di cristallo</title>
		<link>https://www.pangea.news/maria-banus-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 05:30:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ritorno a Maria Banuş. Ora so perché. Assenza di libri, latitanza di riferimenti, lontananza. Crochi di cristallo – come a dire: una primavera in vitro. Attento, basta un sussurro a rendere il sole un’ape di vetro, a dare a piene mani il seme del sangue. Comunque, ci sarà sempre qualcuno a ostentare la ferita, ci [&#8230;]</p>
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<p>Ritorno a Maria Banuş. Ora so perché.</p>



<p>Assenza di libri, latitanza di riferimenti, lontananza. Crochi di cristallo – come a dire: una primavera in vitro. Attento, basta un sussurro a rendere il sole un’ape di vetro, a dare a piene mani il seme del sangue. Comunque, ci sarà sempre qualcuno a ostentare la ferita, ci sarà sempre un vampiro a indossare il tuo volto.&nbsp;</p>



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<p>Maria Banuş è una ‘segnata’ dalla poesia. C’è chi&nbsp;<em>evolve</em>&nbsp;come poeta, dopo lento addestramento, dopo una vita al di là del verbo. C’è chi deve apprendere – e c’è chi sa; chi è morso dalla vipera poesia, neonato, ne rimane infetto a vita. Nella crisi, nel discrimine, ovviamente, non c’è privilegio di stazza, non c’è statura in sapienza. I&nbsp;<em>segnati</em>&nbsp;rischiano in ingenuità, in maldestri morsi; gli&nbsp;<em>addestrati</em>&nbsp;in preminenza d’intelletto.</p>



<p><strong>Nata a Bucarest nel 1914, esordì alla poesia quattordicenne: il suo mentore, Tudor Arghezi, è stato uno dei massimi poeti rumeni del secolo.</strong>&nbsp;Esordì, appunto, puntualmente, da&nbsp;<em>segnata</em>: nelle sue poesie d’amore, fanciulle, con i nastri al collo, si registrava un’enigmatica inquietudine. “Il paese delle fanciulle” scandalizzò i puri di cuore: parlava di desiderio, sessualità, l’inganno e il Graal del corpo – Maria aveva ventitré anni. In Italia, trovò un complice in Andrea Zanzotto che tradusse alcuni suoi testi in&nbsp;<em>Nuovi spazi</em>, ‘placca’ edita da Scheiwiller nel 1964;&nbsp;<strong>lei amava Giuseppe Ungaretti, “grand poète de l’Italie etu du monde”, a cui dedicò una copia del libro.&nbsp;</strong>In Francia, fu ammirata da Alain Bosquet, che curò due suoi libri,&nbsp;<em>Éclats des glaces foraines</em>&nbsp;(1979) e&nbsp;<em>Horologe à Jaquemart</em>&nbsp;(1987); la riteneva pari ad Anna Achmatova, Else Lasker-Schuler e Gabriela Mistral, in un ideale anti-canone della poesia del Novecento: “Incarna meglio di qualsiasi altro poeta la vibrante verità e la gloria di un’epoca in cui nulla resta immutabile. E racconta l’amore come nessuno prima di lei”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="408" height="547" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/maria-banus-poezii_350928.jpg" alt="" class="wp-image-106018" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/maria-banus-poezii_350928.jpg 408w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/maria-banus-poezii_350928-224x300.jpg 224w" sizes="(max-width: 408px) 100vw, 408px" /></figure>



<p>Visse con alterna intensità la propria origine: ebraica per lignaggio, atea, comunista, ricostruì in parte le proprie radici dopo la tragedia dell’Olocausto. Tradusse molto: Goethe, Puškin, Rilke e Shakespeare su tutti;&nbsp;<strong>piacque a Pablo Neruda, che la trasportò, con enfasi, nel mondo ispanofono: “Grazie Maria Banuş”, scrisse, “Grazie per il costante palpito del tuo amore e del tuo sognare</strong>, per la rete magica in cui tessuti d’oro e di fumo attraggono, dagli abissi, ricordi così gravi, come pesci dall’oceano, reti che catturano la farfalla più selvaggia delle pianure rumene”.&nbsp;</p>



<p><em>Selvaggio</em>, cioè: una delicatezza senza enfasi, senza fronzoli; un dire incline a inquinare il tinello della bieca vita, della quotidianità infarinata d’invidia, il livore dei puri di cuore. Prendere senza chiedere – consumare senza ritegno – ecco: Maria Banuş.</p>



<p>Eppure, a dispetto di altri poeti rumeni – Ana Blandiana, Nina Cassian, ad esempio – è pressoché impossibile leggere Maria Banuş, oggi. Nessun libro ne riferisce le peripezie liriche: Maria Banuş muore a Bucarest nel 1999, dopo aver pubblicato diverse raccolte, non senza subire oltraggi e censure. Nel 1996 la “Quarterly Review of Literature”, edita a Princeton, dedica a Maria Banuş una vasta silloge,&nbsp;<em>Across Bucharest After Rain</em>, a cura di Diana Der-Hovanessian e Mary Mattfiled, da cui ho tratto i testi pubblicati in appendice.&nbsp;<strong>La Banuş è definita “la più conosciuta poetessa rumena dei nostri tempi, sopravvissuta a censure, pogrom e dittature.</strong>&nbsp;Nonostante ciò, ha scritto alcune delle più tenere poesie d’amore nella giovinezza, alcune delle più intense poesia sulla vecchiaia e alcune potenti poesie ‘politiche’ contraffatte da elementi onirici”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="351" height="500" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/41JOfY8BogL.jpg" alt="" class="wp-image-106019" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/41JOfY8BogL.jpg 351w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/41JOfY8BogL-211x300.jpg 211w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></figure>



<p>Sono tornato a Maria Banuş mentre in questi luoghi di confine, di colli e boschi, di vite sul baratro, nevicava. Il bianco, a tali intensità, perfora gli occhi e riorganizza il senso della parola fame – reca panieri di albini corvi. Nevicata: angeli senza ali, fatti di celesti fauci, tutto bocca – la Via Lattea che pare un agnello – e questo agonizzare di alberi-titani. Macchine fuori via, come ippopotami, sui campi. Muggiti di vento. Sotto la neve tutto pare imperturbabile – per rivelarsi fragilissimo. Il più antico rito si dimentica in un attimo. Allo stesso modo, la poesia di Maria Banuş: dietro ogni parola assoluta c’è l’assoluzione, dietro ogni frase perentoria cova una fuga; alle spalle dell’amore c’è il bacio che trafigge, alle spalle, il codice del traditore. La pietra si scopre velo – la poetessa, un tempo ferina, ora è il tuo pane, si sbriciola, non è più.</p>



<p>Chi cresce sotto la neve diventa così candido da potersi permettere ogni crudeltà.</p>



<p>**</p>



<p><em>Lettera&nbsp;</em></p>



<p>Sssh. Ti scrivo perché<br>la notte ha il volto di un fauno<br>perché il palato è amaro, come<br>la serica buccia delle noci verdi,</p>



<p>ti scrivo perché come te<br>non ho memoria. Ne sono certa:<br>presto ci dimenticheremo del pallido<br>sfarfallio delle nostre palpebre.&nbsp;</p>



<p>Ricorda. Stavamo camminando. Poi&nbsp;<br>i capelli, contorti, che crollano sul viso.<br>Vento a raffiche. Alberi rimpiccioliti<br>dalla polvere che si toccano, frusciano.</p>



<p>C’era l’acacia. C’era il mare.&nbsp;<br>Ci siamo fermati perché dovevo<br>levarmi la sabbia dai sandali. Questo&nbsp;<br>è tutto. Le tue caviglie, ricordo: più care<br>per me del cielo e della terra.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Novembre</em></p>



<p>Come le lische di un pesce fantasma<br>come i nervi d’argento<br>delle foglie trasparenti,<br>come le minuscole clavicole di un elfo<br>questo giorno intagliato nell’avorio<br>di una bellezza carnevalesca<br>cerca di ingannarmi ma non riesce.&nbsp;<br>Ti conosco, incantatore.&nbsp;<br>Ti riconosco dal guscio scartato<br>del gambero in decomposizione<br>inghiottito fino all’inguine.<br>Non importa quanti siano i tuoi<br>travestimenti, di quali fraintesi&nbsp;<br>ti ammanti: io ti riconosco, mio signore.<br>Sento il tuo respiro<br>che mi sfiora il viso<br>come il bianco, come l’avorio<br>come l’argentea tela di un ragno:<br>vorrei essere sepolta tra<br>le braccia del mago.&nbsp;<br>Posso toccarti, mio signore.</p>



<p>*</p>



<p>Tra due rovine<br>ho issato la casa.<br>Tra due tradimenti<br>ho piantato la fede.&nbsp;<br>Tra due crepe<br>ho apparecchiato.&nbsp;<br>ho messo tovaglioli, posate e sale.<br>Tra due montagne di morti<br>ho trovato un croco – e ne ho sorriso.<br>Quella era la mia vita. Puoi capire<br>che è così che ho vissuto?</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="800" height="600" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/noiembrie-inocentul-maria-banus-p57081-0.jpg" alt="" class="wp-image-106020" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/noiembrie-inocentul-maria-banus-p57081-0.jpg 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/noiembrie-inocentul-maria-banus-p57081-0-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/noiembrie-inocentul-maria-banus-p57081-0-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/noiembrie-inocentul-maria-banus-p57081-0-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Pregiudizio</em></p>



<p>È un pregiudizio innocente<br>nient’altro, tutti ne hanno diritto.<br>Il mio è un giglio randagio<br>in mezzo a sofisticate<br>teorie sull’arte. Margherita e orgia.&nbsp;</p>



<p>È un gioco, ovviamente:<br>gioco con mattoni<br>storti. Questo mi è stato<br>dato per giocare:&nbsp;<br>fango e palta<br>di sangue secco. Così costruisco.&nbsp;<br>Cosa?, ti chiederai.&nbsp;</p>



<p>Oh, è una torre<br>con becco e artigli.<br>Reggerà?<br>Resisterà?<br>Per ora, c’è un filo a piombo<br>una legge, un nervo<br>infine, una lacrima.<br>Una lacrima pesante, fitta<br>fatta di piombo?</p>



<p>*</p>



<p><em>Bucarest dopo la pioggia</em></p>



<p>Forse è questa l’ora in cui<br>le vecchie cellule muoiono<br>(una volta ogni sette anni, dicono)&nbsp;<br>e le nuove sono appena nate, sono gemme<br>che muovono i primi passi insieme a me<br>alla luce dei castagni.<br>Questo pomeriggio di giugno è costruito<br>con strisce di cielo rosa e grigie, con asfalto<br>di seta bagnata e foglie fradice che brillano al sole.&nbsp;<br>Perché ho meritato quest’ora di grazia?<br>Forse per gli anni trascorsi nella falena&nbsp;<br>della scrittura, forse per quelli all’ombra della forca<br>forse perché è cenere la tinta del mio sorriso.<br>Ma come potrei sdebitarmi per questo rosa<br>vergine e vivente, per quest’ora fenicottero<br>mentre l’annunciazione mostra castagni ovunque?</p>



<p>*</p>



<p><em>Il ciclo</em></p>



<p>Prima ho imparato tutto<br>piuttosto bene:<br>numeri, nomi di cose,<br>luoghi.</p>



<p>Poi mi sono riposata<br>come l’idiota del villaggio<br>contempo e scopro</p>



<p>di aver dimenticato tutto.&nbsp;</p>



<p>Una caverna mi si apre di fronte<br>scendo un gradino<br>attraverso il prato.<br>Bruco come un cavallo.<br>Sono l’agnello che scopre il pascolo.</p>



<p>Scendo un altro gradino<br>e trovo radici contorte<br>di alberi.<br>Un altro gradino – le pietre.<br>La luce vibra, mi siedo<br>inizio a imparare<br>dall’altro lato del mondo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>L’angelo della morte</em></p>



<p>Un giorno, mi ha fatto visita l’angelo<br>della morte, vestito da fornaio. Aveva farina<br>bianca sulle mani, sul viso, sui vestiti.<br>Il suo forno emanava un dolce profumo<br>di pane, di pane cotto alla luce.&nbsp;<br>In una mirabile rotazione ritmica<br>usciva una pagnotta dopo l’altra<br>come il sole a la luna.</p>



<p>“Non ho paura di te, fornaio.&nbsp;<br>Non assomigli per nulla al vecchio<br>Ianni, che stava sulla strada della mia<br>infanzia, quel paradiso di pasticceria”.</p>



<p>Gli stavo dicendo queste parole quando<br>si voltò verso di me, in una vampa orribile:<br>dietro di lui ruggivano i forni dell’olocausto –&nbsp;<br>sotto il grembiule infarinato, proprio come<br>quello del buon fornaio, l’angelo della morte<br>nascondeva un tronco ricoperto di funghi<br>velenosi, che dilagavano lungo le radici.&nbsp;<br></p>



<p>*</p>



<p><em>Geologia</em></p>



<p>era una fetta di pane col burro<br>divorata nel cortile della scuola<br>una fetta di immobili nubi<br>in una fotografia<br>la porzione di un urlo mutilato<br>dalle parole, la fragranza dei pini<br>che tintinna nelle tue parole,<br>strati, scisti sedimentari,<br>le mie montagne.</p>



<p>*</p>



<p><em>Antico amore</em></p>



<p>Lo sapevo, sarebbe accaduto<br>in questa terra di nebbie:<br>ciò che mi ha sorpreso<br>è stato tutto quell’ectoplasma<br>avvolto di grigi sudari.</p>



<p>E noi due ancora<br>mano nella mano con tutte<br>quelle parole già scartate</p>



<p>e le parole che davano<br>alle narici un sentore<br>di sangue che ascende</p>



<p>dalla terra della lava<br>dalla terra della lotta<br>e noi ancora mano nella mano.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Maria Banus<br></em></strong></p>
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		<title>“Le donne hanno perduto il loro potere magico”. Un racconto di María Luisa Bombal</title>
		<link>https://www.pangea.news/maria-luisa-bombal-trecce-biografia-racconto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jul 2024 03:39:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriela Mistral]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È strano che il sistema editoriale italiano si sia dimenticato di una figura tanto singolare come María Luisa Bombal. Credo giochino, grosso modo, le consuete questioni: appartenenza a un paese ‘minore’ nella ‘geopolitica’ della letteratura; incapacità di assorbire un linguaggio al di là del consueto; prepotenza di una scrittura ‘femminile’ che, per ardimento, poco si [&#8230;]</p>
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<p>È strano che il sistema editoriale italiano si sia dimenticato di una figura tanto singolare come <strong>María Luisa Bombal</strong>. Credo giochino, grosso modo, le consuete questioni: appartenenza a un paese ‘minore’ nella ‘geopolitica’ della letteratura; incapacità di assorbire un linguaggio al di là del consueto; prepotenza di una scrittura ‘femminile’ che, per ardimento, poco si presta alla semplificazione ‘sociale’, alla mera manualistica etica.</p>



<p>Ad esempio, <em>Trecce</em>. Il racconto, uscito in origine su rivista, nel 1940 – qui tradotto grazie a Giulia Nardini –, è strutturato come una fiaba sapienziale. I capelli della donna sono connessi alle profondità della terra: alla natura del bosco, alle infuocate alghe. Perdendo contatto con i capelli, con le trecce, le donne hanno smarrito la propria naturale preveggenza, i loro poteri magici. I capelli: culla e oceano, prima materia della vita, portale che ammette alle stanze dei segreti e dei piaceri. Le trecce istruiscono il legame, lo distribuiscono; la treccia va tagliata in segno di lutto – o va consegnata, in forma di dono, analoga all’anello, al palco del cervo.</p>



<p>La critica all’oggi – il centro estetico che ha sostituito l’arte arcana della bellezza, la malizia in vece della malia, l’apparenza al posto dell’apparizione, la presenza che ha sostituito la prestanza – si svolge senza proclami, bensì istoriando una storia. La scrittura di María Luisa Bombal, soprattutto, sorprende; fin dalla prima frase, di eletta disarmonia, che va letta in originale: “Porque día a&nbsp;día los orgullosos humanos que ahora somos, tendemos a desprendernos de nuestro limbo inicial, es que las mujeres no cuidan ni aprecian ya de sus trenzas”. Slacciati dalla treccia, non si scatena altro che il vieto orgoglio umano.</p>



<p>Anche il racconto, in effetti, si dispone come una capigliatura, così pieno di snodi, di morbidezze fanciulle, irte di spine.</p>



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<p>Nata nel 1910 a Viña del Mar, in Cile, da madre di origine tedesca, María Luisa Bombal viene svezzata alla letteratura leggendo le favole di Andersen e dei Grimm; crescendo, dichiarerà di essere stata influenzata da Rainer Maria Rilke, Knut Hamsun, Theodor Storm. Specie di iceberg in fiamme, aperta a tutte le contraddizioni, María Luisa studia a Parigi, alla Sorbona – il padre, morto che lei era bimba, ha ascendenti francesi – dove si laurea sull’opera di Mérimée, ma, soprattutto, conosce Antonin Artaud e l’attore Jean-Louis Barrault.</p>



<p>Negli anni Trenta, la ragazza, di spiazzante bellezza, ritorna in Cile. Pablo Neruda ne intende il talento e le fa da mentore: la ospita a Buenos Aires, dove è console, la chiama <em>la mangusta</em>, “la bestia d’Oriente che ovunque si accomoda, discreta e soave”. In quel rifugio, la Bombal scrive <em>La última niebla</em> – passato in Italia per Sellerio, a cura di Angelo Morino, come <em>L’ultima nebbia</em>, 1997 – il libro più noto, uscito con una nota di Norah Lange. Scrittrice dall’esasperata precocità, María entra nei gangli della rivista “Sur”, con cui pubblica il secondo romanzo, <em>La amortajada</em> (1938). Diventa amica di Borges; qualche anno prima Federico García Lorca le aveva presentato l’artista argentino Jorge Larco, omosessuale professo, che María sposa per gioco, “senza alcuna passione”, e da cui divorzia, poco dopo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="766" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/853c16da50c20457d4ab6a934588f426-766x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100085" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/853c16da50c20457d4ab6a934588f426-766x1024.jpg 766w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/853c16da50c20457d4ab6a934588f426-224x300.jpg 224w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/853c16da50c20457d4ab6a934588f426-768x1027.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/853c16da50c20457d4ab6a934588f426-600x802.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/853c16da50c20457d4ab6a934588f426.jpg 808w" sizes="(max-width: 766px) 100vw, 766px" /></figure>



<p>Donna abitudinaria, ma abitata da improvvise sregolatezze, la Bombal era stata marchiata, ventenne, dall’amore disordinato per Eulogio Sánchez Errázuriz: aviatore, imprentato con alti politici cileni, ricco, accasato. Incattivita dalla frustrazione, la ragazza aveva tentato di uccidersi con una pistola: riuscì a salvarsi; l’estremismo di una frase pronunciata tra i narcotici – “Mi ha rovinato la vita, non posso dimenticarlo” – ha il grandangolo della vendetta. Così, otto anni dopo, scrittrice ormai compiuta, María Luisa Bombal si presenta all’Hotel Crillón di Santiago del Cile, dove è ospite il suo antico amato. Sono le ore 17 del 27 gennaio 1941. L’uomo non la riconosce. María aveva scritto, negli ultimi mesi, una manciata di racconti di limpida bellezza, tra i grandi della letteratura sudamericana del Novecento. Juan Rulfo riconoscerà in lei il suo più diretto precursore: colono di un nuovo modo di guardare la realtà. Alla fine del gennaio del 1941, però, María Luisa Bombal è soltanto una donna disperata, preda di una ossessione senza assoluzioni: arma la rivoltella, spara a Eulogio, l’amore della giovinezza. Lo ferisce a un braccio; finirà in carcere per alcuni mesi; infine, si autoesilia negli Stati Uniti – “volevo ucciderlo per uccidere la mia sfortuna”, dirà.</p>



<p>Caso particolare di scrittrice radicata nella rarità, redenta da uno spazientito pudore. Sparando al suo amato, María Luisa Bombal spara a se stesse, uccide la scrittrice. Non scriverà più. A 31 anni María Luisa Bombal abbandona la scrittura – pubblicherà, nel 1946, un proprio manoscritto ritrovato, <em>La historia de María Griselda</em>. Negli Usa, amerà Willa Cather e Sherwood Anderson; occupandosi, a tratti, di doppiaggio (tra l’altro, prestando la voce a Judy Garland in <em>The Clock</em>, film di Vicente Minnelli del 1945). Si sposa con un francese, Raphaël de Saint-Phalle, più grande di lei, abbiente, che la lascia vedova nel 1969. Da tempo, aveva inaugurato una profonda amicizia con Gabriela Mistral.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-100086" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/71HlXUnqmcL.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il ritorno in Cile, nel 1973, è punteggiato da uno stuolo di premi letterari, che non la aiutano a trovare rinnovata ispirazione. Al giogo di una solitudine ostile, a un talento omicida e al contempo suicidale, María scoscende nell’alcolismo; muore in una casa di riposo, a Santiago del Cile, nel 1980.</p>



<p>La figlia Brigitte spedisce ai parenti un abito da far indossare al cadavere. Non partecipa al funerale della madre: litigavano spesso, Brigitte compiva 35 anni quell’anno, preferì starsene negli Stati Uniti; malsopportava le donne che si lanciano in amori obliqui, snidati dall’infelicità – le donne che intrecciano e strecciano i loro capelli come si leggono le stelle e le loro inferme seguaci, le comete.</p>



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<p>***</p>



<p><strong><em>Trecce</em></strong></p>



<p><em>Originalmente pubblicato sulla rivista “Sobre Vivir” (2 settembre 1940)</em></p>



<p>Dato che le donne non curano e non apprezzano più le loro trecce, giorno dopo giorno, orgogliosi umani che ora siamo, tendiamo a staccarci dal nostro limbo iniziale.</p>



<p>Felici, ignorano che con lo staccarsi delle trecce, interrompono le magiche correnti che sbocciano dal cuore della terra.</p>



<p>Perché la capigliatura della donna parte da ciò che è più profondo e misterioso; da lì dove nasce e trema la prima bolla; ed è da lì che si districa, lotta e cresce tra molte forze aggrovigliate, fino alla superficie di ciò che è vegetale, dell’aria e addirittura delle privilegiate fronti che lei sceglie.</p>



<p>Le oscure e lucide trecce di Isotta, principessa d’Irlanda, non hanno forse assorbito quella prima bolla mentre le sue labbra bevevano la prima goccia di quel filtro incantato!</p>



<p>Non fu, per caso, lungo queste trecce che le radici di quel filtro fluttuarono veloci verso il loro umano destino? Perché non ci sono dubbi che nessun’altra capigliatura gode di un tale rumore di fonti sotterranee, di un tale sospiro di brezze e di foglie. Rumore e sospiro che in quelle notti di amore e luna, Tristano scioglieva per ascoltare estasiato il canto lontano, persistente e segreto… il canto naturale di quella capigliatura.</p>



<p>E so e devo dirlo, che fino a quando Isotta dormiva, la sua capigliatura continuava a respirare semiaperta, che fosse sul guanciale del castello di Tintagel, che fosse nei campi di grano dell’esilio… e fioriva con strani fiori che lei intimorita strappava ogni mattina.</p>



<p>*</p>



<p>E le bionde trecce di Mélisande, più lunghe del suo corpo delicato.</p>



<p>Trecce che, sporgendosi imprudenti, durante un tramonto autunnale, caddero dall’alto del torrione, proprio sopra le forti spalle del fratello del Re… suo marito.</p>



<p>Mélisande, grida Pelléas spaventato. Poi scosso e infine facendo parlare il suo cuore… Mélisande mormora… le tue trecce, le tue trecce che finalmente posso toccare, baciare, avvolgermi in loro.</p>



<p>In risposta solo un sospiro dall’alto del torrione. Le trecce avevano già confessato, senza saperlo, quella verità timida e ardente, che la loro padrona si portava così ben nascosta nel cuore.</p>



<p>*</p>



<p>E perché non ricordare ora le trecce della nostra dolce María di Jorge Isaac! Trecce mozzate e avvolte nel grembiule azzurro con il quale annaffiava il suo piccolo angolo di giardino.</p>



<p>Trecce piene di farfalle secce e di ricordi con le quali Efraín ha dormito sotto il guanciale la sua lunga notte di angoscia.</p>



<p>Trecce morte, comunque testamento vivo che lo obbligava a continuare a vivere, anche solo per ricordarsi di lei.</p>



<p>L’ottava moglie di Barbablù… ve la siete dimenticata? e di come l’eccentrico e severo marito partito per un viaggio inaspettato affidava alla sagace sposa le chiavi e l’accesso a tutte le stanze della sua sontuosa e vasta dimora, salvo proibirle di usare quella minuscola e arrugginita che portava all’ultima stanza di un abbandonato corridoio senza tappeti.</p>



<p>In più non occorre ricordare che durante questa gradita assenza, in mezzo a così tanto divertimento, amiche ridenti e ospiti eleganti, il gioco che più la intrigava e tentava, era l’unico gioco proibito. Quello di introdurre nella serratura corrispondente la misteriosa chiavetta di quell’intima stanza abbandonata.</p>



<p>È risaputo che la curiosità ha sempre trionfato su ogni altra passione sia nelle donne che nei gatti. Quindi, quando il suo padrone e signore tornò d’improvviso, la sposa disobbediente dovette consegnargli tremante il mazzo di chiavi, tra le quali anche se maliziosamente nascosta, il temibile uomo scoprì la chiave non solo arrugginita… ma anche macchiata di sangue.</p>



<p>«Lei, signora, mi ha tradito» ruggì, «non le resta altro destino che riunirsi con le sue tristi amiche alla fine del corridoio».</p>



<p>Detto questo sguainò la spada…</p>



<p>E a cosa serve questo racconto che conosciamo dalla nostra più tenera età, vi starete chiedendo? Non ha niente a che vedere con nessuna treccia…</p>



<p>Sì che ce l’ha, rispondo con forza. Non capite che non era la piccolissima tregua concessa dal marito indignato alla sua incosciente sposa, perché pregasse per l’ultima volta; e non erano né i lamenti né i richiami che Ana terrorizzata lanciava dalla torre chiedendo aiuto per la sorella.</p>



<p>E nemmeno il cavalcare forsennato e capriccioso che in quei momenti portava due fratelli guerrieri in visita al castello.</p>



<p>No, non è stato niente di tutto questo a salvarla.</p>



<p>Furono le sue trecce e niente più che le sue trecce complicatamente pettinate in più di cento vipere setose e capricciose, quelle che, quando l’implacabile marito la lanciava in modo brutale ai suoi piedi, per rispettare i suoi doveri, bloccavano e ostacolavano le sue dita criminali, aggrovigliandosi in una disperata matassa lungo il filo della spada, ostinandosi a proteggere quella nuca delicata fino alla provvidenziale comparsa dei due cosiddetti guerrieri, anche loro fratelli carissimi, invitati in precedenza dalla nostra povera curiosa.</p>



<p>Quindi, non invano per diciotto innocenti e allegre primavere, questa ragazza che poi sarà l’insensata castellana e ultima moglie di Barbablù, ha spazzolato questa sua capigliatura cantando, trasmettendole vigore e bellezza.</p>



<p>*</p>



<p>«Era molto pallida come le donne che hanno i capelli molto lunghi»: così Balzac descrive una delle sue enigmatiche eroine.</p>



<p>Non era un capriccio verbale.</p>



<p>Balzac aveva senza dubbio intuito questa corrispondenza intima che si stabilisce tra gli esseri umani e il profondo mistero della terra.</p>



<p>E io sono qui per comprovare e illustrare questa sua affermazione con lo strano avvenimento che tanti di noi hanno vissuto e a cui abbiamo assistito non molti anni fa.</p>



<p>Perché dire nomi e luoghi? Chi li conosce li sa; gli altri, possono benissimo indovinare.</p>



<p>*</p>



<p>Due sorelle.</p>



<p>Ultime di una lunga famiglia, brillante e potente, anche se sempre perseguitata da passioni nascoste, morti inaspettate, suicidi.</p>



<p>La sorella maggiore, appassita già da molto giovane si tagliò i capelli, si mise un poncho di vigogna e nonostante le proteste addolorate dei mondani genitori, si ritirò nell’immensa tenuta del sud, che lei stessa si dedicò ad amministrare con un pugno di ferro. I contadini raffinati la chiamarono subito l’Amazzone. Era testarda ma giusta. Brutta ma con un portamento attraente e un sorriso generoso. Zitella… nessuno sa perché.</p>



<p>La minore al contrario era vedova per sua scelta, di donna ferita nell’orgoglio del cuore. Era bella ma di salute fragile.</p>



<p>Anche lei viveva sola, ma nell’antica residenza di famiglia in città. Aveva una voce soave, occhi castano-tranquilli, ma la treccia rossa che schiacciava in una pettinatura intorno alla piccola testa, gettava violenti bagliori sulla sua carnagione pallida.</p>



<p>Sì, era una donna dolce e terribile. Si innamorava e amava perdutamente.</p>



<p>Tutto iniziò quella notte d’autunno, quando il guardaboschi scese a valle urlando: «Incendio!».</p>



<p>Era da un po’ che con la fronte incollata al vetro della finestra, l’Amazzone osservava intrigata quella precoce alba purpurea, che spuntava là sopra, dentro i colli della proprietà… con la sua solita calma diede ordini al personale delle case, chiese il suo cavallo e si diresse verso l’incendio, in compagnia dei maggiordomi.</p>



<p>Intanto, in città, la sorella minore, tornata da un ballo, giaceva sul tappeto del salone, colpita da un improvviso svenimento.</p>



<p>Gli ospiti congedati, i servitori che dormivano e lei, per la prima volta, sommersa, abbandonata nell’ombra dei candelabri che aveva iniziato a spegnere. Un cattivo complice pareva quella raffica di vento gelido, che soffia e fa rabbrividire i tendaggi degli alti balconi, socchiudendoli per andare a posarsi su fronte, spalle e seni scoperti dell’indifesa.</p>



<p>Nella tenuta del sud l’Amazzone e il suo seguito salivano pendii, addentrandosi nel bosco e nei suoi incendi. Un altro soffio, ardente e acre, li investì, stormi di foglie bruciacchiate, uccelli accecati e nidi in fiamme.</p>



<p>Sapeva già di aver perso. In che modo e chi potrebbe riuscire a trattenere la furia di questa vampata!</p>



<p>L’Amazzone seduta sul tronco di un albero morto e caduto già da molti anni, rassegnata stoicamente allo spettacolo della catastrofe, con la tetra dignità con la quale un magnate oltraggiato assiste al saccheggio e alla distruzione dei propri beni.</p>



<p>Il bosco bruciava senza rumore e di fronte all’Amazzone impassibile gli alberi cadevano uno a uno silenziosamente e lei contemplava l’incendio come fosse un sogno: si annerivano, si sgretolavano, navata dopo navata, le colonne selvatiche di quella cattedrale familiare… e lei si permetteva di ricordare, pensare e soffrire per la prima volta…</p>



<p>Quell’enorme nocciolo che si consumava… non era sotto la valanga di quei frutti secchi che i suoi fratelli e le bambinaie si riunivano per assaporare il picnic tanto agognato?</p>



<p>E dietro quel gigantesco tronco… albero il cui nome dimentico, andava a nascondersi dopo le sue malefatte… e quei poveri funghi tremanti, che sotto il cedro strappavano e calpestavano senza pietà… e quell’eucalipto al quale si abbracciava – da piccola – piangendo stupidamente dopo aver capito e provato la prima delusione, questo dolore che mai confessò, questo dolore che la spinse a tagliarsi i capelli, a diventare l’Amazzone e a non amare mai… mai…</p>



<p>In città spuntava l’alba, sopra il tappeto del corpo inerte della sorella – la quale sempre aveva osato amare –, sprofondando con lievi spasmi in quella che chiamano la morte… ma siccome nessuno sapeva, non si trovò nessuno che potesse intervenire in tempo per salvare quella treccia rossa che persisteva anche dopo la sua pazza notte di balli.</p>



<p>E all’improvviso, laggiù nella tenuta, ci fu il crollo finale, l’esodo dei valorosi cavalli che tornavano con il manto e le criniere rizzati, a salvare i cavalieri quasi asfissiati.</p>



<p>Dall’immenso bosco in rovina cominciarono a sbocciare enormi lingue di fumo, in massa, dritte come alberi, irte nello stesso posto.</p>



<p>Per un breve istante, quel bosco fantasma ondeggiò e visse di fronte alla sua padrona e ai suoi servitori che piangevano. Lei no.</p>



<p>Dopo macerie, ceneri e silenzio.</p>



<p>Quando in città serrarono i balconi, sollevando la fragilissima per stenderla sul letto provando invano a rianimarla, a coprirla, era già tardi.</p>



<p>Il medico assicurò che aveva agonizzato per tutta la notte.</p>



<p>Ma il bosco doveva agonizzare e morire insieme a lei e alla sua capigliatura, le cui radici erano identiche.</p>



<p>Le verdi piante rampicanti che si avvolgono agli alberi, le dolci alghe arroccate agli scogli, sono capigliature fragili, sono la parola, l’arrivo e l’aleggiare della natura, sono la sua allegria e la sua malinconia, sono l’espressione con cui la natura introduce confusamente la propria magia e il proprio sapere nelle persone.</p>



<p>Ed è per questo che le donne di oggi, staccandosi dalle proprie trecce, hanno perso la loro forza veggente: non hanno più premonizioni né piaceri assurdi, non hanno più alcun potere magnetico.</p>



<p>Oggi, i loro sogni non sono che una triste marea che porta e riporta immagini stanche, statiche – o qualche altro incubo domestico.</p>



<p><strong><em>María Luisa Bombal</em></strong><em></em></p>
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		<title>Si può solo &#8220;restare in silenzio&#8221; come Pablo Neruda</title>
		<link>https://www.pangea.news/pablo-neruda-silenzio-poesia-giorgio-anelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Nov 2021 07:30:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Pablo Neruda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Potranno, per davvero, un giorno, le nostre parole ‒ le parole dei poeti ‒, essere salvate dalle fiamme? E evitare quel silenzio insignificante che va troppo di moda nei paesi in cui abitiamo, o nei quali lavoriamo, senza confondere più di tanto il vero dall&#8217;inganno? Perché esiste un silenzio, purtroppo (dannazione!), che non è quello [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Potranno, per davvero, un giorno, le nostre parole ‒ le parole dei poeti ‒, essere salvate dalle fiamme? E evitare quel silenzio insignificante che va troppo di moda nei paesi in cui abitiamo, o nei quali lavoriamo, senza confondere più di tanto il vero dall&#8217;inganno?</strong></p>
<p>Perché esiste un silenzio, purtroppo (dannazione!), che non è quello del poeta; ma è quello di chi, credendosi Dio, gioca in perenne astuzia, rovinando le coscienze e, in fin dei conti, quei pochi rapporti umani che ancora, forse, si credeva essere vivi, fieri, e presenti, nel mondo che oramai, ancor più barcolla e lascia illividire il senso precario di una vita intera.</p>
<p>Si gioca, va da sé, al ribasso. E, dappertutto, quando i giochi sono palesemente scoperti e scoperchiati dal perbenismo di facciata, occorre ‒ sempre ‒ chiedere: altrimenti, nulla ti verrà mai detto, e niente ti sarà affatto dovuto.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88333 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/11/Pablo-Neruda-Poesia-damore-Ed.-Nuova-Accademia-1971-204x300.jpg" alt="" width="332" height="488" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/Pablo-Neruda-Poesia-damore-Ed.-Nuova-Accademia-1971-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/Pablo-Neruda-Poesia-damore-Ed.-Nuova-Accademia-1971-695x1024.jpg 695w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/Pablo-Neruda-Poesia-damore-Ed.-Nuova-Accademia-1971-768x1131.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/11/Pablo-Neruda-Poesia-damore-Ed.-Nuova-Accademia-1971.jpg 956w" sizes="(max-width: 332px) 100vw, 332px" /></p>
<p>Eppure, anche quando chiedi, le risposte sono vaghe, mirano comunque al silenzio, minano l&#8217;eccesso della personalità. <strong>Il silenzio di cui si parla, poi, non è mica roba da poeti: quello è un altro discorso: è folgorazione!</strong></p>
<p>No. Quello del quale qui si discetta, invece, è roba da antipasto; d&#8217;anticamera del cervello; trogolo d&#8217;allevamento.</p>
<p>Se si potesse o si dovesse fare un paragone azzardato, probabilmente bisognerebbe nuovamente accennare ai gulag, all&#8217;internamento, all&#8217;omertà mafiosa. Meglio: al silenzio che è violenza psicologica; alla ripetitività del gesto, che da <em>unico</em> diventa banale cliché.</p>
<p>E allora verrebbe da pensare che sicuramente il Machiavelli aveva ragione. Che dismessi i panni della lotta nella vita, ci si trova alfine felicemente nella notte attorno a quattro mura, affratellati a libri che sono mondi immensi, iceberg da scalare, vette irraggiungibili eppur feconde. Della notte è il rifugio dei poeti&#8230; La sfida celeste parte unicamente in quel momento&#8230;</p>
<p>Allora verrebbe anche il dubbio che forse il signor Kafka, o il signor Rimbaud, o chi per essi, intendessero ben altro, quando espressero il desiderio di voler un giorno bruciare o far bruciare i loro scritti, i propri ricordi. <strong>Essi sapevano che di quando in quando le loro parole avrebbero incontrato il silenzio inerme dell&#8217;ignoranza, dell&#8217;idiota che governa tanto per governare, al quale non importa proprio niente di chi potrà creare, un giorno, un capolavoro.</strong></p>
<p>Quel silenzio non ha nulla da spartire con la poesia. E, tuttavia, il fuoco è tutt&#8217;altro che spento <em>oltre</em> il potere; nonostante arrivino rifiuti editoriali e omertà lavorative. E questi arrivano soltanto (porco mondo!) se tu solleciti una risposta: e non è mica detto nemmeno che, se la risposta venga sollecitata, tu possa essere punto soddisfatto. La verità è che viviamo in un mondo pieno di vigliacchi.</p>
<p>Noi, per ciò, difenderemo a oltranza quel «Restare in silenzio» tanto caro a <strong>Neruda</strong>, e ancor di più al cuore:</p>
<p>&#8230; Coloro che preparano guerre verdi,<br />
guerre di gas, guerre di fuoco,<br />
vittorie senza sopravvissuti,<br />
indosserebbero un abito puro<br />
e camminerebbero con i loro fratelli<br />
nell&#8217;ombra, senza fare nulla.</p>
<p>Dunque: “<strong>Se potessimo non essere così unanimi / muovendo così tanto le nostre vite, / forse non fare nulla una volta, / forse un grande silenzio possa / interrompere questa tristezza, / questo non comprenderci mai&#8230;</strong>”.</p>
<p><em><strong>Giorgio Anelli                    </strong></em></p>
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		<title>“Caro Pablo, dobbiamo sprofondare negli abissi di noi stessi, uomini e cose, materie e parole, ideali e tabù…”. Una lettera di Julio Cortázar a Neruda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2020 06:29:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Gallimard]]></category>
		<category><![CDATA[Julio Cortazar]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Pablo Neruda]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Pablo, che bello che i rituali dell’editoria mi abbiano affidato questa lettera vertiginosa, questa buchetta della posta dalle mille sfaccettature dove una lettera per te sarà anche una lettera per tanti altri. Detesto i prologhi o le introduzioni ma, vedi, a volte capita che le abitudini e la routine si dèstino a nuova vita, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Pablo,</p>
<p>che bello che i rituali dell’editoria mi abbiano affidato questa lettera vertiginosa, questa buchetta della posta dalle mille sfaccettature dove una lettera per te sarà anche una lettera per tanti altri. Detesto i prologhi o le introduzioni ma, vedi, a volte capita che le abitudini e la routine si dèstino a nuova vita, come il gesto meccanico e assurdo di stringersi la mano (sarà vero che nacque dalla sensazione opposta, dalla prova che non si stava nascondendo una daga tra le dita?) può diventare incontro e comunione, dialogo della pelle che si riconosce e si comprende al di sotto delle parole, poesia del tatto primordiale, segno dell’amicizia degli uomini.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76150 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-37-182x300.jpg" alt="" width="288" height="475" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-37-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-37-622x1024.jpg 622w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-37-768x1265.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-37-932x1536.jpg 932w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-37-1243x2048.jpg 1243w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-37.jpg 1276w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" />E capita allora che dopo le necessarie e propiziatorie libagioni che, da vero cileno, capirai benissimo, ti scrivo queste righe per provare la doppia carambola di scriverti una lettera che al tempo stesso serva a qualcosa a quei lettori che debbano entrare in questo libro attraverso la lingua francese. Mi è sempre piaciuto complicare le regole del gioco, visto che il contrario, le cose ideali e dirette, è noioso: devi ammettere, fratello, che risulta difficile e al tempo stesso esaltante parlarti mentre parlo a lettori che, salvo eccezioni, non sanno niente delle coste del Pacifico, non hanno mai visto le stelle su Temuco o sulla Isla Negra e allora sì, allora vale la pena scrivere su una zona in cui la mano e la parola giocano per conto loro a biliardo su varie sponde. Adesso succederà che quando dirò Pablo, starò dicendo anche Paul e Christiane e Robert, tutti i nomi di battesimo di coloro che stanno leggendo la mia lettera, il bellissimo concilio invisibile, tu in Cile o a Parigi, io a Parigi o a Vienna (difatti sono a Vienna, Pablo, ma vai a sapere se non finirò questa lettera a Londra o a Lima o su un treno che corre nel bel mezzo della notte, abbiamo tempo e sete, abbiamo pagine e vino) e Christiane a Poitiers, Fernand a Limoges, Claude a Parigi, <strong>tutti uniti fuori dal tempo e dallo spazio da questa operazione così vecchia e così dolce che è scrivere dall’amore e dalla speranza perché contro tutto e tutti l’uomo salva e difende un territorio comune, una zona di incontro dove rinunciamo meravigliosamente al divieto e al segreto, dove una poesia o un quadro o un assolo di tromba valgono come l’incontro dei corpi della donna e dell’uomo, come il sibilare delle rondini nelle ultime ore di luce della sera, come il tremolio di un campo di grano che amai sull’isola di Tenglo verso il ’42 quando conobbi il tuo Cile e camminai per le sue terre e le sue isole.</strong> In una piazza di Valparaíso, una notte di caldo e di tristezza, seduto su una panchina lessi la tua <em>Spagna nel cuore</em> che poi sarebbe confluita nella <em>Terza residenza, </em>ma che allora era un libro dal formato enorme, così scomodo da portare salvo quando si guadagnava il mio petto, quella regione sovrapposta e crepuscolare dove vanno a morire davvero gli elefanti e gli uccelli. Senti, Pablo, so fin troppo bene, fin troppo ho letto che il tuo cammino di uomo e di poeta ti ha allontanato dalle due prime <em>Residenze, </em>che le hai scostate col gesto che ritenevi opportuno e che la tua poesia successiva, quel gran canto generale che continua a fluire dalla tua vita conta più delle altre nel tuo sentimento di lottatore e di sudamericano.</p>
<p>Va bene, fratello, non sarò io a negarti la ragione di quello scostamento, va bene che la ricerca e l’incontro di un contatto con il tuo popolo e con tutti i popoli ti discosti da quelle poesie. <strong>Viviamo un tempo violento, viviamo tra sferzate nucleari e genocidi freddamente orchestrati da computer e pentagoni; più che mai il poeta è nudo all’alba di ogni giorno ma l’essere nudo è più libero che mai, non è uno dei tanti deplorevoli istrioni che continuano a indossare il frac di un umanesimo fatto a pezzi da una marcia così lunga, da tanta risaia di luce, da tanto zucchero contro la notte del dollaro.</strong> E allora Pablo Neruda guarda indietro, si guarda come finalmente altri abbiano imparato a guardarci, e rifiuta il suo vecchio tempo tolemaico, l’opera scritta che lentamente, meravigliosamente circolò anni e anni attorno a un <em>io</em> che non aveva ancora avuto accesso a un <em>tu</em>, precedente all’intuizione copernicana, al richiamo rivoluzionario universale che ci ha espulso da noi stessi come in una autonascita necessaria e atroce, “tra urla e lacrime e feci”. Certo che lo sappiamo, Pablo, certo che le prime <em>Residenze</em> sono il passato, gli ultimi scalini prima del salto che pone fine all’individualismo egocentrico per accedere a quell’altra forma di vivere da uomo, sommerso e poroso e partecipe, <strong>l’uomo che interroga e aggredisce per trovare le risposte che lo integrino nel suo ambiente, l’uomo che affronta la circostanza per spogliarla della menzogna a raffiche di verbi, non solo ed esclusivamente da lui sebbene sempre da lui, non solo ed esclusivamente i versi sebbene sempre i versi: è nata un’altra poesia nel nostro tempo, il suo nome è rivoluzione e il suo libro è fatto di vento e di mani, di letture senza poltrona, di incontri in piena strada</strong>, la poesia non cambia ed è difficile o facile e si canta o tace ma quel che conta per noi ha cessato di essere un privilegio originale da mandarini latinoamericani o europei o statunitensi; nulla potrà mai cambiare l’atto poetico, quell’affrontarsi faccia a faccia col mondo ma la solitudine del poeta non è più quella dello schema centripeto, la sua solitudine si sa storica e non meramente ontologica, la poesia nasce per essere più di una poesia, pietra nell’edificio di una futura umanità inalienata, martello o sorso d’acqua nella fucina gremita dove si comincia lentamente a modellare un’altra immagine dell’uomo sul pianeta.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76151 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-39-e1589695382196-174x300.jpg" alt="" width="299" height="516" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-39-e1589695382196-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-39-e1589695382196.jpg 366w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" />Allora, Pablo, come negarti il diritto a negare, a rinunciare a quelle poesie, a quelle creature “nate da un lungo ripudio” come dici in <em>Sapore. </em>Ma lasciami parlare un attimo, fratello, lasciami mostrare a Christiane e a Raymond e a Robert, a tutti quelli che probabilmente entreranno per la prima volta e attraverso un’altra lingua nella tua poesia, tante cose che per modestia taci. Se nella <em>Terza residenza</em> i lettori ti troveranno così come ti sei forgiato e ti volesti, così come continui ad essere alla fine di un libro tanto meraviglioso, io ti dico e dico loro che le poesie delle due prime <em>Residenze</em> contengono tutta la loro poesia futura e ti contengono, vuoi crederci o meno, come poeta rivoluzionario. <strong>Viviamo un tempo in cui la prostituzione della parola vale come un’arma insidiosa e terribile, ed è così che termini quali impegno e contenuto e altre consegne di quella specie diventano letali se si usano male, se una visione pragmatica della poesia le riempie di intransigenza e di minaccia. Sono stufo, Pablo, di quella classifica latinoamericana della poesia o della narrativa in cui le adesioni più tangibili – i temi, le demagogie, i semplicismi, gli indigenismi, quello che vuoi –, si trasformano in un indice rivoluzionario, un salvacondotto per via delle buone coscienze e le consacrazioni.</strong> In questo terreno, rifiutare le prime <em>Residenze</em> perché non si inseriscono in modo esplicito nel loro tempo storico è dimenticare che solo attraverso queste, grazie a quella terribile e meravigliosa esperienza poetica che produsse quelle poesie, potesti uscire da te stesso, entrare nel tuo altro armato dalla testa ai piedi, lucido e sicuro e solo alla fine di quella lunga, lenta esplorazione del tuo ambiente, raggiungesti la maturità che ci avrebbe donato il <em>Canto generale</em> e tanto altro. Tocco qui un fatto grave, una breccia troppo frequente nella concezione rivoluzionaria della letteratura: l’oblio ingenuo, se non la negazione scellerata di quella difficile avanzata dello scrittore verso se stesso e il suo strumento di lavoro, gli infiniti scali di quel viaggio che finirà per abbracciare magellanicamente il mondo e farà del viaggiatore delle parole un capitano delle idee, un capo degli uomini attraverso il verbo, un rivoluzionario attraverso ogni poesia che ora sarà un atto di vita, un gesto politico, un colpo contro il nemico. Pablo, sembra essere scritto (vedi Mao) che gli intellettuali scompariranno prima o poi per cedere il posto a un’altra forma collettiva di avvalersi della intelligenza e della sensibilità. <strong>Va bene, tutto ha il suo tempo, e quel che conta è la giustizia e l’incontro definitivo e planetario degli uomini. Ma se dico giustizia, perché questa è per me la pietra focale della rivoluzione, come si fa ad accettare che venga negato o ignorato che i poeti come te non apparvero dall’oggi al domani, che la loro avanzata fu lenta e penosa e contraddittoria; come accettare che i poeti più iconoclasti per ingenuità, per convinzione si arroghino le bandiere della parata, sostenuti dalle ragioni del giorno, le retoriche primarie che aizzano le masse negli stadi e il coro delle rane giornalistiche.</strong> Lo ripeto, arriverà forse il giorno in cui l’uomo potrà fare a meno, a pieno diritto, degli intellettuali che abbiamo conosciuto e che siamo stati; ma fino a quel giorno, compagni rivoluzionari, che nessuno distrugga senza sapere prima come si costruisce, che nessuno creda che la mera volontà rivoluzionaria rimpiazzi senza perdite quella lunga pazienza innamorata che produsse questo libro, che fece di Vallejo, di Huidobro e di Neruda i padri di una parola capace di attaccare i vecchi ordini e spalancarci la porta di questo tempo più nostro e più bello.</p>
<p>Per questo genere di cose, Pablo, mi interessa poco quello che oggi dici o dicono sulle tue prime <em>Residenze.</em> Da molti anni ormai insisto monotonamente nel dire che non riusciremo a condensare il nostro destino legittimo – così tanto al di sopra del panorama avvilito dalle alienazioni e dagli imperialismi – <strong>se non cominciamo a sprofondare negli abissi di noi stessi, uomini e cose, materie e parole, ideali e tabù, discriminazioni e maschilismi, bandiere di paccottiglia e nazionalismi patentati. </strong>Come non sentire allora che le tue prime <em>Residenze </em>sono, nel tuo terreno di poeta, quella discesa agli inferi senza la quale non saresti mai più tornato <em>a riveder le stelle. </em>Nel quarto decennio del secolo, in un periodo in cui quasi tutti i poeti continuavano una via lirica senza sorprese, <strong>piomba su una generazione latinoamericana stupefatta, meravigliata o inferocita, una valanga enorme di parole cariche di materia densa, di pietre e di licheni, di sperma siderale, di venti litoranei e gabbiani della fine del mondo, un inventario di rovine e di nascite, una nomenclatura di legni e metalli e pettini e donne e faraglioni e splendide burrasche</strong>, e tutto quello, come tante altre volte, dall’altra parte del mondo dove un poeta guarda al di sopra del mare il suo Cile così remoto e lo capisce e lo conosce tanto meglio di altri col naso attaccato al monte Santa Lucia o ai laghi australi. Perché quel Cile delle <em>Residenze</em> è già il mondo latinoamericano abbracciato nella sua totalità da una poesia onnipotente ed è anche la somma dei mari e le cose con al centro un uomo solitario, l’uomo vecchio tra le rovine di una storia che si sgonfia <em>not with a bang but a whimper</em> e l’uomo vecchio nasce alla sua vera giovinezza, al suo esser uomo conquistato verso dopo verso, pena dopo pena; l’uomo vecchio lascia alle sue spalle il catalogo frenetico di amori e dolori e tatti e immersioni nel magma senza uscita dell’individuo che risiede sulla terra come Robinson nella sua isola, l’uomo Neruda si alza nudo e liberato, guarda di fronte e vede un popolo in lotta, entra nella guerra di Spagna come si entra nel mare alla fine della polvere e del sudore, Pablo può scrivere <em>Spagna nel cuore</em>, Pablo è già tra gli uomini, il <em>Canto generale </em>batte nel suo sangue, lui sa già che non siamo soli, che <em>no man is an island</em>, che non saremo mai più soli sulla isola Terra.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76152 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-197x300.jpg" alt="" width="309" height="471" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-768x1168.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-1010x1536.jpg 1010w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-1347x2048.jpg 1347w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21-1320x2007.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-21.jpg 1400w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" />In questo modo, nella mia giovinezza argentina, vissi la valanga prodigiosa delle prime <em>Residenze</em>, in questo modo con Neruda e Vallejo mi svegliai ad un sentimento sudamericano che di colpo e sovranamente bastava a sé stesso, che non necessitava filiazioni europee per compiersi. Come potrei stupirmi che trent’anni dopo quella poesia fondante sarebbe stata confermata da un’altra valanga di poesia, quella di interi popoli innalzandosi contro una falsa storia; <strong>la rivoluzione c’era già in quelle semenze dello scandalo, la fondazione della nostra propria parola era il segno più sicuro degli atti che sarebbero giunti a corroborarla in una ricerca di totalità latinoamericana. So già che siamo ancora lontani, Pablo, ma il futuro è nostro, fratello, e succeda quel che succeda, milioni e milioni di uomini non parleranno l’inglese.</strong> Dolce mi è scriverti queste pagine proprio quando la tua terra affilata e avvolta in uccelli salini entra nell’arena del combattimento socialista. Vedi, il nero ciclo elementare delle prime <em>Residenze</em> può restare dietro come preferisci: un’altra poesia ti chiama e chiama il tuo popolo. Ma cosa vuol dire <em>dietro</em> nell’immaginazione dell’eterno Prometeo umano? Le rivoluzioni nascono da una dialettica più complessa di quanto riescono ad analizzare le calcolatrici obbedienti e programmate. Oggetti strani, materie non definibili, pulsazioni segrete fanno parte della sua genesi e poeti, come te, sono i sismografi di quella lenta spaccatura che un giorno sarà fuoco e lava. Non so, Pablo, se questo che ho cercato di spiegare avrà senso per Christiane a Limoges, Raymond a Marsiglia o Robert a Parigi. Non so se i tuoi lettori francesi si attendevano una introduzione più sistematica e testuale della tua poesia; naturalmente posso dir loro che su di te esiste un’immensa bibliografia in qualsiasi buona biblioteca ma credo che non sia necessario dirlo. Christiane e Raymond (che immagino giovani e pieni di quel vento nuovo che nonostante i manganelli e le bugie si fa breccia nella stanca aria europea) preferiranno questa lettera in cui non si parla di una poesia in sé ma di una mutazione radicale del nostro linguaggio più profondo, di un’opera che getta le fondamenta, annuncia e sostiene l’incontro dell’uomo latinoamericano con sé stesso, la sua residenza finale in una terra propria, in un mondo più giusto e più bello.</p>
<p><strong><em>Julio Cortázar</em></strong></p>
<p><em>Vienna, settembre del 1971</em></p>
<p>*Questa “Lettera aperta” fu scritta da Julio Cortázar come introduzione alla versione francese di <a href="http://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Poesie-Gallimard/Residence-sur-la-terre" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Residenza sulla terra</em></a>, pubblicata da Gallimard nella collana <em>Poésie</em>; il testo è stato pubblicato nell’Edizione speciale <em>Homenaje a Neruda, </em>Rivista La Maga, numero 15 del 1995, pp.14-15; la cura e la traduzione è di Mercedes Ariza</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cortazar-lettera-pablo-neruda/">“Caro Pablo, dobbiamo sprofondare negli abissi di noi stessi, uomini e cose, materie e parole, ideali e tabù…”. Una lettera di Julio Cortázar a Neruda</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Morte, amore, desolazione, angoscia: di Pablo Neruda puoi buttare metà dell’opera, resterebbe comunque uno dei poeti più grandi. Ora vi parlo del suo libro più bello, del lupo taciturno”. Un saggio di Abelardo Castillo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 05:57:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>9 febbraio 2003 Domenica. Sylvia a San Pedro. Le ultime due settimane non ho fatto altro che leggere e rileggere Neruda: quasi tutta la sua opera. Salvo le Odi, che mi sono parse sempre artificiali. Ho già cominciato, a mano, la bozza del prologo per Residenza sulla terra; mi è tutto chiaro quello che voglio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pablo-neruda-abelardo-castillo/">“Morte, amore, desolazione, angoscia: di Pablo Neruda puoi buttare metà dell’opera, resterebbe comunque uno dei poeti più grandi. Ora vi parlo del suo libro più bello, del lupo taciturno”. Un saggio di Abelardo Castillo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>9 febbraio 2003</em></strong></p>
<p>Domenica. Sylvia a San Pedro. <strong>Le ultime due settimane non ho fatto altro che <a href="http://www.pangea.news/ucciso-neruda-perche-la-poesia-sempre-ribelle/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">leggere e rileggere Neruda:</a> quasi tutta la sua opera. Salvo le <em>Odi, </em>che mi sono parse sempre artificiali.</strong> Ho già cominciato, a mano, la bozza del prologo per <em>Residenza sulla terra</em>; mi è tutto chiaro quello che voglio dire ma temo che tradurlo in parole, in appena 10 pagine, risulterà così complesso come immaginavo. <strong>Poeta immenso, disuguale, copioso. Avrebbe potuto buttare nella spazzatura metà delle sue opere e sarebbe stato comunque uno dei più grandi poeti del XX secolo.</strong> Per fortuna, ora devo pensare soltanto a <em>Residenza</em>, quel libro ipnotico.</p>
<p>Lo stesso abbagliamento di quando avevo diciassette o diciotto anni. Un attimo in questi giorni, dovrò interrompere con Neruda e intercalo un capitolo a <em>Gli angeli</em>. Non lo rileggo.</p>
<p><strong><em>Abelardo Castillo (Diarios 1992-2003)</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75955 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro0-178x300.jpg" alt="" width="259" height="437" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro0-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro0-607x1024.jpg 607w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro0-768x1296.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro0-910x1536.jpg 910w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro0-1214x2048.jpg 1214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro0-1320x2227.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro0-scaled.jpg 1517w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" />Abelardo Castillo, <em>L’abitante di se stesso</em></strong></p>
<p>Nell’opera di qualsiasi scrittore c’è un libro decisivo che va oltre le parole: nell’opera di <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/pablo-neruda_%28Enciclopedia-Italiana%29/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Pablo Neruda</strong></a>, quel libro è <em>Residenza sulla terra</em>. Non so di nessuno, incluso lo stesso Neruda, che abbia potuto spiegare in modo soddisfacente il suo senso essenziale o il suo essenziale enigma. Né Amado Alonso, il precursore, né Hernán Loyola, opposto in tutto alle opinioni di Alonso, né Rodríguez Monegal che non si trova d’accordo con nessuno dei due. Ovviamente, io, quasi organicamente estraneo alla critica e alle teorie letterarie, sono molto lontano dal riuscire a farlo. Questi appunti non hanno la pretesa di risolvere un problema poetico, né vogliono sollevarlo: <strong>vogliono semplicemente testimoniare il mio stupore di lettore mano a mano che i versi di Neruda ripiombano in me come vi piombarono, torrenziali e ipnotici, quando ero un adolescente</strong> e rimasero per sempre nella mia memoria.</p>
<p>Verso il 1950 la casa editrice Nascimento pubblicò una selezione della sua opera. Neruda cominciava già a essere il poeta epico del <em>Canto generale</em>, aveva già rinnegato le due prime Residenze ed era il militante perseguito per le sue idee politiche. Per quelli della mia età, tuttavia, continuava a essere l’armonico uomo in lutto di <em>Crepuscolario</em>, <em>Venti poesie d’amore e una canzone disperata</em> e, soprattutto, il poeta maledetto ed ermetico di <em>Residenza sulla terra</em>. <strong>Questo lupo taciturno che entrava negli uffici e nei cinematografi stanco di essere uomo, che aveva amato donne nei cui occhi litigavano le fiamme del crepuscolo, </strong>che voleva uccidere le suore con un colpo d’orecchio e vedeva la scopa delle morte spazzare a ogni angolo, presto avrebbe compiuto cinquant’anni, è vero, ma aveva scritto i sui primi tre libri prima di compierne venti. In altre parole, la sua adolescenza dialogava con noi, era un nostro contemporaneo.</p>
<p><strong>Morte, amore, desolazione, angoscia; queste parole erano più che semplici parole, erano le nostre. Come Walt Whitman, come quasi nessun altro poeta, Neruda parlò sempre di sé stesso</strong> e addirittura continuò a farlo quando immaginò rinnegare ogni sorta di soggettività e si propose di erigere il catasto generale del mondo; solo che l’io di Neruda era così sconfinato da comprenderci tutti. Il fatto stesso che d’ora in avanti fosse comunista stava indicando, almeno per alcuni, una strada: <strong>ho sempre sospettato che i quadri scomunicati di Picasso, il primo surrealismo di Aragon e i versi sepolcrali ed ermetici di Neruda fecero più per il marxismo di quanto fecero molti entusiasti partiti stalinisti del XX secolo. </strong></p>
<p>Quello che cerco di dire forse, o ricordare, è questo: nella mia adolescenza, per la nostra generazione, Neruda non rappresentò nessun problema letterario da risolvere. Ci dimostrava semplicemente che, se uno è Neruda, può scrivere poesie d’amore, <em>Solo la morte</em>, <em>Il generale Franco all’Inferno</em>, <em>Alture di Machu Picchu</em> o una storia in prosa su un ladro di cavalli. Per dirlo con le parole della <em>Terza residenza</em>, se uno è un poeta, può affermare senza arroganza<em>: Io metto la mia anima dove voglio</em>.</p>
<p>I problemi ermeneutici comparvero più tardi o, visto che sto scrivendo sulle due prime <em>Residenze</em>, cominciano a manifestarsi ora.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75956 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-23-211x300.jpg" alt="" width="281" height="400" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-23-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-23-719x1024.jpg 719w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-23-768x1094.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-23.jpg 870w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" />I migliori lettori di Neruda sono d’accordo su questo: <em>Residenza sulla terra</em> è il suo libro chiave. Per molti, il più grande.</strong> Ignoro se questo sia vero e non c’è bisogno che lo sia. È difficile stabilire delle gerarchie in un’opera totale che, da <em>Crepuscolario</em> a <em>Le pietre del cielo</em>, racchiude più di mezzo secolo di inesauribile scrittura ed è formata da tre libri come <em>Canto generale</em>, <em>Memoriale di Isla Negra, </em>le tre<em> Residenze, le Venti poesie d’amore e una canzone disperata </em>e, secondo me, riconoscendo il dovuto a Sabat Ercasty, <em>Il fromboliere entusiasta. </em>So, invece, che <em>Residenza sulla terra </em>è alla fine il suo libro chiave. Ma, <em>qual</em> è quella chiave?</p>
<p>Amado Alonso vide in <em>Residenza sulla terra </em>una confessione apocalittica e surrealista dove il poeta spezzava, dal punto di vista formale, i suoi legami con la poesia precedente della nostra lingua e, dal punto di vista del senso, i vincoli con la vita. Vide quello che c’era, in effetti. Per questa ragione tutta l’opera successiva di Neruda fu per lui una conversione poetica e per molti altri, chissà, un’apostasia. Hernán Loyola, refutando questa interpretazione dal marxismo, sostiene che l’onnipresenza della Vita, anche se appiattita e larvale, è al centro di <em>Residenza</em> e prefigura la sua opera militante. Mette come esempio <em>Introduzione al legno</em> dei <em>Tre canti materiali</em>. (“In modo particolare la poesia <em>Introduzione al legno</em> … ha documentato il momento in cui Neruda ebbe accesso al riconoscimento di un modo obiettivo dell’esistenza nella natura, indipendente dalla coscienza del poeta e della sua angoscia”). Anche questo sembra vero. Ma convince meno. I canti materiali appartengono all’edizione definitiva di <em>Residenza</em>, non al libro iniziale: furono scritti in Spagna quando Neruda aveva già incontrato García Lorca, Miguel Hernández, Rafael Alberti e Manuel Altolaguirre ed era da questi riconosciuto come uno dei più grandi poeti in lingua spagnola. I versi di <em>Introduzione al legno</em> sono successivi, e molto lontani, dallo spirito lugubre e disgustato che diede origine alle prime <em>Residenze</em>, uno spirito che verso il 1934 gli dettava ancora poesie così cupe come <em>Walking around</em> o <em>Disincartamenti</em>. I canti materiali e le poesie che aggiunse nell’edizione definitiva non appartengono tanto a <em>Residenza sulla Terra</em> quanto alla volontà architettonica di Neruda. Come si sa, Neruda riorganizzava le sue opere e vi intercalava poesie e persino interi libri; l’inclusione di quei canti materiali cerca di correggere o attenuare il tono apocalittico del libro e stabilisce, a ritroso, un collegamento con una storia che già si stava avvicinando.</p>
<p><strong>Vediamo la data: 1935. Neruda scrive il suo manifesto <em>Intorno a una poesia senza purezza</em>: “(cerchiamo) una poesia impura come un abito, come un corpo, con macchie di nutrimento e atteggiamenti vergognosi.</strong> Con rughe, osservazioni, sogni, veglie, profezie, dichiarazioni d’amore e d’odio (…), credenze politiche, negazioni, dubbi, affermazioni, tasse”. Una poesia, ha detto prima, “consunta come da un acido dai doveri della mano, costellata dalle diverse professioni che si esercitano all’interno e al di fuori della legge”. E se qui riecheggia Walt Whitman (“<em>Foglie d’erba </em>è un libro per le classi al margine della legge; le altre classi non necessitano alcun poeta”), tutto il resto è come un piano caotico dove già risuona l’opera futura di Neruda. Vediamo più da vicino quella data: ottobre 1935. Franco ha trattato con Hitler e con Mussolini, qualche mese più tardi scoppierà la guerra civile spagnola e nessuno nel circolo di Neruda, nessuno in Spagna, ignorava questo fatto. Detto in altre parole, quei versi ci sono oggi in questo libro perché, verso il 1935, il poeta maledetto della <em>Residenza sulla terra</em>, e il suo mondo, erano rimasti indietro.</p>
<p>Questo pare confermare l’interpretazione nera: distruzione, morte, sconforto, ermetismo, una deliberata mancanza di comunicazione, sconcerto, tedio di vivere sono l’amara sostanza poetica con cui venne scritta <em>Residenza sulla terra</em>. È vero. Sono qualcosa di simile a questo ma non sono la sostanza di cui è fatto Neruda.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75957 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-21-171x300.jpg" alt="" width="278" height="488" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-21-171x300.jpg 171w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-21-584x1024.jpg 584w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-21-768x1347.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-21.jpg 876w" sizes="(max-width: 278px) 100vw, 278px" />C’è dell’altro, qualcosa di essenziale che – se stessimo parlando in prosa – potremmo chiamare <em>il punto di vista</em> di queste poesie. In effetti, <strong>Neruda non celebra la disperazione, non corteggia la morte e i suoi fasti, non abbellisce la disintegrazione e il caos: li vede. Li vede e li annota con la minuziosità di un cronista pazzo.</strong> <em>Vago da un punto all’altro, assorbo illusioni/ converso con i sarti nei loro nidi</em> (“Cavallo dei sogni”). <em>Sono solo tra materie sconnesse/ la pioggia cade su di me, e mi appare, / mi appare, col suo vaneggiare, solitaria nel mondo morto, /ricacciata al cadere, e senza forma ostinata</em> (“Debole dell’anima”). <em>Spio, dunque, l’inanimato e il dolente</em> (“Sonata e distruzioni”). <em>Io lavoro di notte, circondato di città, /di pescatori, di vasai, di defunti bruciati </em>(“Sepoltura dell’est”). <strong>Questo sguardo maniacale è come quello di un pesce insonne che nuotasse lentamente attraverso l’aria morta, un pesce teratologico con un occhio di mosca che registrasse al tempo stesso parrucchieri atroci, case umide, intestini appesi alle porte, occhiali senza faccia, ombrelli, ascensori di spavento.</strong> Lo sguardo di Neruda è un immondezzaio incessante dove, senza l’intervento della sua volontà, va a finire tutto ciò che viene distrutto. Lo dice lui stesso: <em>Come una palpebra atrocemente sollevata a forza / sto guardando</em> (“Acqua sessuale”).</p>
<p>Tuttavia, come atteggiamento poetico di fronte alle cose reali, questo sguardo differisce da quello che anni più tardi gli farà lodare la zuppa di grongo, i treni del sud, la patata, gli uccelli, gli scarafaggi e le pietre. Neruda bracca il mondo e dice quello che vede. <strong>Solo che in <em>Residenza</em> quello che vede del mondo è sempre atroce. Acque stagnanti, letti orrendi, dentature dimenticate in una caffettiera e attorno a tutto questo, la morte. Che la vita non valga sempre la pena essere vissuta è un luogo comune e frequente della filosofia e della poesia.</strong> Nietzsche ha già detto che le peggiori idee suicide permettono di sopportare più di una brutta notte e Goethe ha già detto che di solito hanno come risultato alcuni bei versi. Ma nella <em>Residenza sulla terra</em> Neruda non anela la morte, né la cerca né la celebra. La guarda agire. Non è più il poeta ferito ed eloquente de <em>Il fromboliere entusiasta</em> (<em>Ah, il mio dolore, amici, non è più dolore umano, / Ah, il mio dolore, amici, non sta più nella mia vita</em>). Il suo dolore è diventato criptico, quasi murato nel silenzio. Se non sapessimo che in <em>Malattie nella mia casa</em> parla di sua figlia Malva Marina che nacque idrocefalica ed è segnata dalla morte, non potremmo indovinarlo, sentiamo persino, dal suo titolo distante ed elusivo, che Neruda non ha nessun interesse nel farcelo indovinare.</p>
<p><strong>Non so se si sia riflettuto abbastanza su un altro fatto: c’è pochissimo amore in questo libro. Il memorabile <em>Tango del vedovo</em> è, in realtà, una poesia sulla stanchezza dell’amore.</strong> Neruda ci dice: <em>Son giunto di nuovo ai dormitori solitari, / (…) e di nuovo getto in terra i pantaloni e le camice, / non ci sono attaccapanni nella mia stanza, né ritratti di alcuno sulle pareti. / Quanta ombra di quella che v’è nella mia anima darei per recuperarti. </em>Ma sappiamo che questi versi li scrisse in una cabina della nave che lo portava via da Rangoon, poche ore dopo aver abbandonato Josie Liss, o meglio, mentre <em>fuggiva</em> da lei. In “Angela adonica”<em> (Oggi mi son disteso presso una giovane pura) </em>non solo non c’è amore ma c’è a malapena una donna. Quando uno pensa a “Anima mia! Anima mia! Radice della mia sete errante” o ad “Amica, non morire” del <em>Fromboliere </em>quando ricorda il “Farewell” del <em>Crepuscolario</em> o qualsiasi di quei versi imperiosamente erotici dei <em>Venti poesie, </em>“Angela adonica” sembra la favola provenzale di un poeta che gioca, bellamente, all’amor cortese. Un dato curioso e chissà non meramente stilistico: delle cinquantasei poesie di <em>Residenza</em>, questa è, insieme a “Alberto Rojas Giménez viene volando” una delle due uniche poesie ritmiche. La sua struttura di ode saffica (strofe simmetriche di rima assonante, con tre endecasillabi rifiniti da un pentasillabo), la sua inattesa chiarezza, ne accentuano la rarità: è come se Neruda, per una volta, e nel più scuro e infernale dei libri, si fosse proposto di essere poetico. “Insieme noi”, invece, nonostante la sua irritata libertà formale, è un poema congelato. Qua, né l’amore né il sesso, neppure la poesia esistono. Neruda, il cui flusso metaforico è il più sorprendente della nostra lingua, dà l’impressione di non trovare nessuna figura convincente per descrivere questa donna. <em>Mese di stella</em>, la chiama, e non le crediamo, <em>bacio fisso</em>, e non sappiamo cosa significhi, la trova <em>simile al più lungo bacio, </em>e questo bacio già ci risulta poeticamente sospettoso; <strong>alla fine, con una sola metafora schiacciante, riesce a cancellare la donna intera: <em>fatta di onda in lingotti</em>, le dice. Onda in lingotti. Questa onda è metallica, questa compagna di letto è pietrificata: non possiamo nemmeno immaginare che abbia un sesso. Perché quello che c’è in Residenza è l’abominazione e quasi l’orrore del sesso.</strong> E probabilmente non è neppure esistito un solo poeta, prima o dopo Neruda, capace di raggiungere con un soggetto simile una poesia così elevata. Se tra le grandi poesie di questo libro “Walking around” è la più amara, se “Solo la morte” è la più sconvolgente, “Acqua sessuale” è la più feroce. <em>Rotolando a goccioloni soli, /a gocce come denti, /a densi goccioloni di marmellata e di sangue, /rotolando a goccioloni, /cade l’acqua, / come una spada in gocce, / come uno straziante fiume di vetro, / (…) vedo sangue, pugnali e calze da donna, / e peli d’uomo, / vedo letti, vedo corridoi dove grida una vergine, /vedo coperte e organi e hotels. / (…) È come un uragano di gelatina, / come una cateratta di spermi e di meduse. / Vedo correre un arcobaleno torbido. / vedo passare le sue acque attraverso le ossa. </em>Ma non solo l’amore e l’erotismo sono stati cancellati dal mondo. Insieme a questi è scomparsa un’altra manifestazione della realtà: il movimento.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75958 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-15-171x300.jpg" alt="" width="280" height="492" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-15-171x300.jpg 171w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-15-582x1024.jpg 582w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-15-768x1351.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-15-873x1536.jpg 873w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-15.jpg 905w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" />Il vortice della vita, quell’anelante girare di braccia come pale impazzite, quelle scorrerie da geografo sessuale che contrassegnava con cartografie di fuoco la mappa dei corpi, quella mareggiata di astri e di venti che cantavano nella notte, tutto si è fermato in una fitta quiete da serra:</strong> <em>È un giorno di domenica trattenuto sul mare, /un giorno come una nave sommersa (…). / Vi sono mesi seriamente accumulati su un vestito </em>(“L’orologio caduto nel mare”).<em> Ore di una sola stagione rotolano ai miei piedi, e un giorno di forme diurne e notturne è quasi sempre fermo su di me </em>(“La notte del soldato”). Infine la materia del mondo ha perduto la sua unità panica, ha smesso di essere sacra: è mera disintegrazione. Quando Neruda vede l’unità essenziale delle cose è per dirci che tutto, per il lavoro del tempo, è la stessa cosa, che c’è una sola sostanza per la distruzione. Illustrare con esempi questo argomento equivarrebbe a copiare, parola per parola, le migliori pagine di <em>Residenza</em>.</p>
<p><strong>Tuttavia, questo libro nelle tenebre non è un libro funereo: è un libro disgustato. Il poeta semplicemente confessa: avviene che mi stanco di essere uomo</strong> (“Walking around”). Il che significa, non per Neruda, cercare la quiete nella morte. Rilke poté scrivere: <em>O Signore, concedi a ciascuno la sua morte </em>e persino Whitman: <em>Vieni</em>, <em>leggiadra consolatrice morte</em>, / <em>ondeggia intorno al mondo, arrivando serena</em>. Neruda si è stancato solamente di essere <em>questo</em> uomo.</p>
<p>Dalla Birmania, a ventiquattro anni, aveva inviato la seguente lettera: “Attualmente non sento niente che io possa scrivere, tutte le cose mi sembravano, non senza senso ma molto abbondanti di quello: <strong>sento che tutte le cose hanno trovato la loro espressione da sole e che non faccio parte di loro né ho il potere di penetrarle”</strong> (A Hector Eandi). Qualche mese più tardi, questo poeta senza niente da dire ha concluso quasi tutte le poesie della prima <em>Residenza</em>. Tre anni dopo, a Java, si rettifica: “Uno pensa di aver finito ma c’è qualcosa che si accumula sempre più dentro di noi, goccia a goccia. Io morirei se non potessi più scrivere …”.</p>
<p>Insomma, se c’è una chiave in <em>Residenza sulla terra</em>, non appartiene alla poesia né alla stilistica. La chiave ultima di questo libro occorre cercarla fuori dalle parole: occorre cercarla in Neruda.</p>
<p><strong>Pablo Neruda era il poeta che si uccideva e rinasceva con la stessa naturalità ciclica con cui uomini e animali dormono, sognano, si svegliano e si riaddormentano e si risvegliano.</strong> Questo sembrava sbalordirlo fino a che all’età di 65 anni alcuni pescatori gli rivelarono la verità: <em>Voglio sapere, fratelli miei, / dissi all&#8217;Unione dei pescatori, / se tutti amano come me. / La verità — mi risposero — / è che noi peschiamo pesci /e tu peschi te stesso, / poi torni a ripescarti / e a gettarti di nuovo in mare. </em>(“Sempre io”: Le mani del giorno).</p>
<p>In quanto alla conversione di Neruda a partire da <em>Residenza sulla terra,</em> probabilmente è quello che la nostra generazione avrebbe chiamato “scelta esistenziale”. La storia della letteratura ne registra più di una. Ne annoto due soltanto: quella di Goethe, che rinnegò le burrasche del Romanticismo e si fece apollineo; e quella di Rimbaud, che semplicemente smise di scrivere. Nessuno, naturalmente, si azzarderebbe ad accostare i nomi di Goethe e Rimbaud e per rendersene conto del perché basta immaginarli seduti uno di fronte all’altro allo stesso tavolo. <strong>Neruda, incomprensibilmente assomiglia a entrambi. Non c’è, al di fuori di Neruda, un solo caso di precocità poetica analogo a quello di Rimbaud; non c’è, al di fuori di quella di Goethe, una trasformazione spirituale simile a quella di Neruda. Nello stesso senso in cui Goethe scrisse “chiamo classico quel che è sano, romantico quel che è malato”, Neruda verso il 1950 avrebbe detto: “Reputo nocive le poesie di <em>Residenza sulla terra</em>. Queste poesie non devono essere lette dai giovani dei nostri paesi. Non aiutano a vivere, aiutano a morire”.</strong> Nessuno dei due aveva ragione ma questa abdicazione del passato permise loro di invecchiare scrivendo. E c’è ancora un’altra confessione, per nulla drammatica, piuttosto irresistibilmente umoristica che probabilmente lo spiega meglio: “Ricordo”, raccontò Neruda all’Università di Cile nel 1954, “quando a Parigi abitavo assieme a Rafael Alberti. Dicevamo che la nostra epoca era quella del Realismo, quella dei poeti grassi. ‘Basta con i magri!’, mi diceva Rafael con la sua voce allegra di Cadice, ‘Ne abbiamo avuto abbastanza dei magri del Romanticismo’. Volevamo essere grassi come Balzac e non magri come Bécquer. Al pianterreno del nostro appartamento c’era una libreria e lì, attaccate alla vetrina c’erano tutte le opere di Victor Hugo. Quando uscivamo di casa, ci fermavamo e ci misuravamo. ‘Fino a dove arrivi in larghezza?’. ‘Fino a <em>I lavoratori del mare, e tu?’. ‘</em>Io solo fino <em>a</em> <em>Notre-Dame de Paris’”. </em></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75959 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro4-3-205x300.jpg" alt="" width="291" height="426" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-3-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-3-698x1024.jpg 698w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-3-768x1126.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro4-3.jpg 1023w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" />Sul tavolo ho tre fotografie di Pablo Neruda. Due furono pubblicate in quel volume indimenticabile che la casa editrice Nascimento pubblicò verso gli anni Cinquanta; la terza appare sulla copertina de una delle sue biografie. In una, si vede un ragazzo che non può essere se non un poeta; mezzo volto alla luce e mezzo in penombra: è l’autore di <em>Venti poesie</em>. <strong>Se si dovesse materializzare con una effigie il volto ignorato di Lautréamont, io sceglierei questa. Nella seconda il poeta è cresciuto ma continua ad essere il nostro contemporaneo dell’adolescenza, conserva la stessa aria affilata e taciturna, gli stessi capelli cupi: sta scrivendo <em>Residenza sulla terra</em>.</strong> L’ultima fotografia è quella di un signore più che salutare, calvo, sorridente, con pappagorgia, simile a qualsiasi altro e probabilmente più brutto e antipoetico di parecchi altri. Un uomo tra gli uomini. È il poeta balzachiano di <em>Spagna nel cuore</em>, di <em>Canto Generale</em>, del <em>Memoriale di Isla Negra.</em></p>
<p>Per dirla di una buona volta: se tra i sedici e i diciannove anni uno ha scritto <em>Crepuscolario</em> e <em>Il fromboliere entusiasta, </em>se a vent’anni si è l’autore di <em>Venti poesie d’amore e una canzone disperata</em> e a ventuno di <em>Tentativo dell&#8217;uomo infinito, </em>molto probabilmente è impossibile andare oltre. Ma se a quella età, e avendo scritto quei libri, si può ancora scriverne ancora un altro, quel libro sarà in un certo senso, l’ultimo. Sarà questo libro. <strong>Con <em>Residenza sulla Terra</em>, Neruda giunge all’unico luogo dove possa giungere un poeta: al precipizio del silenzio, all’inferno da cui non è riuscito a far ritorno Rimbaud.</strong></p>
<p>Quello che è accaduto dopo <em>Residenza sulla terra</em>, quello che Amado Alonso denominò conversione poetica, altri apostasia e noi scelta, potrebbe denominarsi anche risurrezione o miracolo; ma visto che tale risurrezione ha avuto luogo, occorre ammettere che era l’unico miracolo possibile.</p>
<p><em>*Il testo di Abelardo Castillo, raccolto i<a href="https://www.planetadelibros.com.ar/libro-desconsideraciones/133183" target="_blank" rel="noopener noreferrer">n &#8220;Desconsideraciones&#8221;,</a> è stato tradotto da Mercedes Ariza; i versi in italiano sono tratti dal libro “Tre Residenze sulla terra” del 1971, edizioni Accademia, a cura di Giuseppe Bellini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pablo-neruda-abelardo-castillo/">“Morte, amore, desolazione, angoscia: di Pablo Neruda puoi buttare metà dell’opera, resterebbe comunque uno dei poeti più grandi. Ora vi parlo del suo libro più bello, del lupo taciturno”. Un saggio di Abelardo Castillo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Se guardi in fondo al tuo cuore rimanendo sincera dovrai darti questa risposta: non significo nulla per te”. Pablo Neruda, fedifrago e amante inconsolato</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2020 12:17:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 19 marzo ci sarà l’asta a Barcellona per un manipolo di lettere e libri di Pablo Neruda. Il prezzo di partenza è 650.000 euro e sembra dal catalogo che si tratti di cimeli da bibliofili: le classiche prime edizioni del poeta nella sua fase iniziale, i libri insomma che anche da vivente l&#8217;autore non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pablo-neruda-archivi-lettere/">“Se guardi in fondo al tuo cuore rimanendo sincera dovrai darti questa risposta: non significo nulla per te”. Pablo Neruda, fedifrago e amante inconsolato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="https://arte.sky.it/2020/03/asta-collezione-pablo-neruda/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il 19 marzo ci sarà l’asta</a> a Barcellona per un manipolo di lettere e libri di <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/pablo-neruda/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Pablo Neruda</a>. Il prezzo di partenza è 650.000 euro e sembra dal catalogo che si tratti di cimeli da bibliofili: le classiche prime edizioni del poeta nella sua fase iniziale, i libri insomma che anche da vivente l&#8217;autore non riusciva più a trovare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74302 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro1-21-e1584525415602-188x300.jpg" alt="" width="335" height="535" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-21-e1584525415602-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-21-e1584525415602-641x1024.jpg 641w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-21-e1584525415602-768x1228.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro1-21-e1584525415602.jpg 944w" sizes="(max-width: 335px) 100vw, 335px" />Se fosse tutto qui, la notizia non riuscirebbe a spaccare la crosta di monotonia sotto la quale la quarantena ci sta sommergendo. E invece c’è un pungolo. C’è del moralismo e c’è del bruciato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La morale come di consueto arriva dal <em>Guardian</em> in un pezzo che il direttore mi ha messo sotto il naso sapendo quanto anch’io sia bacchettone. <a href="https://www.theguardian.com/culture/2020/mar/13/unique-pablo-neruda-archive-and-slice-of-history-up-for-auction" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Eccolo</a>. In buona sostanza l’articolista non si fa sfuggire l’occasione <strong>per rimarcare che Neruda non si tenne stretta nessuna delle tre mogli; che abbandonò pure la figlia la quale soffriva di idrocefalia alle cure della moglie; che prima di tutto, riassumendo, quando era diplomatico in India, aveva stuprato una sua domestica Tamil.</strong> (E qui orrore, il sangue inglese ribolle al giornalista al solo pensiero di quanti suoi antenati avranno fatto lo stesso, senza però lasciare nemmeno un verso in croce&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma al di là di questo fumo c’è la traccia giusta. Come in un magnifico labirinto disseminato di specchi, si torna al punto di partenza. Il collezionista che mette all’asta il suo archivio ha dichiarato con candore appassionato che il pezzo forte è una lettera di Neruda. La lettera è stata trovata all’ombelico geografico di Neruda, La Riojas. <strong>Il poeta era giovane, era folle e scriveva alla sua amante Olga Margarita Burgos che, per i libri contabili della storia, sembra sia stata la prima donna a praticare ortodonzia in Cile</strong> (e già questa nota rasenta l&#8217;enciclopedismo chimerico dei sudamericani, popolato da fantasmi e sensi di colpa per un presunto ritardo cosmico in confronto alla vecchia Europa&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà la lettera di Neruda alla misteriosa fiamma è poca cosa, diciamo che non aggiunge molto a quella lettera favolosa che da giovane inghingherato di patemi aveva scritto a un’altra sua amata. La lettera che è di Neruda ventenne (1924) si trova al quinto volume dell’<em>opera omnia</em>, pagina 875 e ripescata dal mare caotico del web recita così:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Amari davvero questi giorni mia pequeña Albertina. Che sia dovuto a crisi nervosa o ad altre porcherie, non mi sopporto nemmeno da me. Di notte insonnia lunga, dolorosa. Ieri notte poi ho letto due romanzoni. (&#8230;) Che solitudine, diosanto! Perché mia madre mi ha messo al mondo tra queste rocce? E nemmeno ho la forza di prendere il treno. Solo quattro giorni ancora da passare qui e però con te Alberta mi lagno come una femminuccia. Perché? Non va così. Ma è che proprio non se ne può più. Specie perché mi capita di pensare a chi mi scrive dopo aver letto i miei libri e allora mi corre il pensiero a chi conosco per davvero: te, gli amici. Corro pazzo di gioia a prender la posta all’ora che la so arrivata e noto che ogni giorno mancano le tue, di parole. Ecco la realtà, la triste realtà. Tu chi sei? Io chi sono? Ti interessa cosa faccio e cosa soffro? Io cosa voglio dire per te? <strong>Se guardi in fondo al tuo cuore rimanendo sincera dovrai darti questa risposta: non significo nulla per te, come fossi qualcosa di estraneo a cui hai già nascosto i tuoi intendimenti più limpidi. Insomma un uomo che hai trattato come fosse di pezza. A volte avevi voglia di romperlo, questo pupazzetto, tra le tue mani.</strong> Come la mettiamo che invece agli altri io sia andato bene? (&#8230;) Basta con la tenerezza. Che rogna questa lettera lunga e così chiusa su di me. Spero, spedendola, che vada persa. Andrà persa comunque anche nel caso che ti giunga tra le mani.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tengo l&#8217;onore di baciarti</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pablo</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74303 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-27-167x300.jpg" alt="" width="324" height="582" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-27-167x300.jpg 167w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-27.jpg 355w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" />Farei volentieri una scommessa. Il pezzo d’archivio nella migliore delle ipotesi sarà acquistato da qualche università cilena (sarebbe giusto andasse così) con un bel <em>grant </em>americano. Andrebbe incontro così a una morte lenta, per imbalsamazione, che protegga il mondo dagli olezzi nevrastenici di questo poeta che fece e disfece il possibile, scrivendo miele e maltrattando – così pare – le donne.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In alternativa, ipotesi resa probabile dai prosciugati fondi privati americani, l’archivietto Neruda passerà nelle mani di un altro privato e ne vedremo delle belle. Chi lo sa, magari ne tireranno fuori un altro film a tema, strappandoci un mezzo sorriso dopo <em>Il postino</em> di Skarmeta che lo aveva ispirato. Se tanto mi dà tanto, meglio un Neruda reinventato da capo invece della solita ricerca scandalistica di qualche specializzando in archivista che ci venga a porgere qualche preziosa lettera virginale di Neruda&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che si verifichi l’una o l’altra ipotesi sta di fatto che Neruda non lo leggerà più nessuno, salvo qualcuno che si addentri in un deserto messicano e senta una pietra e il suo canto lamentoso che è l’anima di Neruda che prega per essere liberata da quella prigione morbida per entrare dentro un ragazzo lettore di poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, mettendo da parte la poesia, il fatto è semplice. Ci sono tre libri poetici di Neruda che sono eccellenti, il resto ha fatto solo del male alla poesia: ripetitività, stucchevolezza, mettetela come volete. Così ha detto Roberto Bolaño e qui giuro sulle sue parole&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nota comica. Quando afferrai dal piccolo scaffale di uno zio l’edizione antologica Mursia di Neruda, trovai un libro intonso.</strong> Dentro però c’era questo programma di un concerto al Teatro Regio. Feci due conti e sì, penso che allora mio zio aveva eroicamente incontrato la mia povera zia. Non andò più avanti nella lettura di Neruda. Il quale credo si sarebbe parecchio incazzato della cosa&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi </em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Pablo Neruda e la terza moglie, Matilde Urrutia, a Capri</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/pablo-neruda-archivi-lettere/">“Se guardi in fondo al tuo cuore rimanendo sincera dovrai darti questa risposta: non significo nulla per te”. Pablo Neruda, fedifrago e amante inconsolato</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Che poeta che sono. Senza preoccupazioni e felice”: amanti di Roberto Bolaño, accorrete! Ecco un canzoniere coi fiocchi (altro che quella noia di Neruda!)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2019 06:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
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		<category><![CDATA[Pablo Neruda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Com’è giusto che sia, la lingua italiana che ha insegnato all’Europa a dire l’amore, la passione e la creazione femminile della vita – la poesia insomma – ora subisce una punizione per aver portato troppo avanti i suoi poeti. La punizione è questa: da noi si legge meno poesia che altrove, non si spiega altrimenti perché [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/roberto-bolano-un-canzoniere-di-poesie/">“Che poeta che sono. Senza preoccupazioni e felice”: amanti di Roberto Bolaño, accorrete! Ecco un canzoniere coi fiocchi (altro che quella noia di Neruda!)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è giusto che sia, la lingua italiana che ha insegnato all’Europa a dire l’amore, la passione e la creazione femminile della vita</strong> – la poesia insomma – ora subisce una punizione per aver portato troppo avanti i suoi poeti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-68193 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro1-15-190x300.jpg" alt="" width="172" height="272" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-15-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-15.jpg 316w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" />La punizione è questa: da noi si legge meno poesia che altrove, non si spiega altrimenti perché gli inglesi dispongano già del quadernone poetico del nuovo cileno, altro che Neruda</strong> e le sue scariche di noia (“corpo di donna, bianche colline”) ma proprio Roberto Bolaño.</p>
<p style="text-align: justify;">Del cileno abbiamo in italiano solo un paio di libri tradotti dalla Carmignani per l’editore Sur: <em>Tre</em> (con tanto di prefazione firmata Andrés Neuman, pupillo spagnolo di Bolaño) e <em>Cani romantici</em>. Urge una spiegazione su com’è diviso il quadernone: <em>Università sconosciuta</em> si riparte in tre parti. La terza, quella con l’uomo maturo, è stata<a href="http://www.pangea.news/roberto-bolano-bambini-autobus-fiamme-lautaro/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> già documentata su questo giornale.</a> Qui sotto potete fare un altro assaggio molto corroborante, a metà tra prosa e verso: poesia che innesca la prosa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Meglio imparare a leggere che imparare a morire</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molto meglio / e molto più importante / l’alfabetizzazione / che l’arduo tirocinio / alla Morte / Sarà con te per tutta la vita / e ti darà in proporzione / la felicità /e una certa sfortuna (o due) / Apprendere a morire / D’altro canto / imparare a guardare / In faccia la morte nel suo mantello / Ti servirà solo per poco nel / breve momento / di verità e disgusto / e poi mai più.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Epilogo e morale. Morire è più importante che leggere, ma dura di meno. Potremmo dire che vivere è lo stesso che morire giorno per giorno.</strong> O – in via obliqua – che leggere significa imparare a morire. Per concludere, qui come in tante altre cose l&#8217;esempio continua a essere Stevenson. Leggere è imparare a morire tanto quanto imparare a essere felici, a essere coraggiosi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se Bolaño vi sembra un visionario, allora potete rimangiarvi le parole e vedere che combinava tra i venti e i trent’anni, aveva appena lasciato Città del Messico con un carissimo amico, Bruno Montané, per trasferirsi a Barcellona e di lì, pensava, a Parigi e poi definitivamente in… Svezia. Questo progetto delirante non andò in porto e il nostro si fermò a Barcellona.</p>
<p style="text-align: justify;">Si insinuò nella città, fece il guardiano di campeggio in Costa Brava e patì molto il trasferimento dell’amico Montané a Berlino: la vicenda è stata documentata pochi anni fa da El pais <a href="https://elpais.com/cultura/2017/07/20/babelia/1500553156_256550.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(qui). </a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il bello è che Bolaño privato è di una volgarità umoristica che non teme paragoni. Ecco come dà il suo viatico all’amico che se ne va nella godereccia Berlino ovest degli anni Ottanta: “Orrore, non distinguo destra da sinistra, questo non va bene, d’accordo che troverai molte topoline a Berlino, tutte carine e dolci</strong> con le loro gambe, i loro clitoridi e punti g, ti manderanno tutte al tappeto o con la testa o col cuore, a meno che con te non si mettano a praticare il feticismo, le gambe avvolte da nylon nero, un po’ in carne e in calore. E poi magari ne troverai di giovani e ben messe col balcone! Altro che quelle che trovavi qui in riva al mare, quelle false cacciatrici che non ti filavano mai, tutte poetiche e tu manco capivi i loro segnali, ah ah, e dovevi sempre offrire da bere alle ragazze di Barcellona per aver qualcosa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-68194 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro2-14-196x300.jpg" alt="" width="172" height="263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-14-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-14-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-14.jpg 391w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" />Che dichiarazione di poetica! Vale più delle stratificazioni a tre di Piccolo sulla natura del mascolo italiano: solite minchionerie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un altro breve trattato di estetica si trova in una lettera di quel giro d’anni al solito Montanè: “Che qualità ricerchiamo nei libri di poesia? Certamente non la trasparenza</strong> lungo la quale permane una vita senza convulsioni; né tantomeno i problemi personali, da letterina all’amico, del poeta. Quindi cerchiamo la trasparenza come segno nel vuoto – la trasparenza come segnale dentro la trasparenza medesima. Di conseguenza io riesco a vedere che in <em>Purgatorio</em> Zurita ritaglia le sue silhouette sul fondo del poema: i suoi problemi, la sua via crucis è roba pop, si raccoglie in una riconversione universale che parla a tutti noi coi nostri guai (la voce di una donna, i suoi seni caldi, il suo destino…) e i terrori del poeta sono i terrori che appartengono a tutti”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le poesie della prima parte del quadernone, <em>Romanzo di neve</em>, sono tutte viscerali, come potete immaginare. Ne traduco le più vigorose. Sono un grido e una speranza: <em>di poeti non ne nasce uno ogni cento anni (cazzata di Moravia davanti al feretro di Pasolini) ma ogni volta che nella notte della città gli orgasmi si richiamano</em> come campane.</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p>*** <strong><br />
Bambini alla Dickens</strong></p>
<p>Tu ammiri il poeta coi nervi d’acciaio – giusto?<br />
Giusto – allo stesso modo ammiri<br />
L’operaio dai turni massacranti e il negoziante<br />
Che si addormenta all’alba mentre conta le monete grosse<br />
E poi le ragazze di venticinque anni che trombano tutta la<br />
Notte e che l’indomani danno tre o quattro esami<br />
All’università<br />
È duro comprendere quanto sopra – voglio dire<br />
Che è un po’ come vedere in camera propria degli animali selvaggi che<br />
Si insediano come fossero gufi o bambini usciti dalla mente di Dickens – come le lucertoline di<br />
sesso indefinito</p>
<p>Dipinti da Moreau – come avere il sole e il suo doppio in camera<br />
Il rintocco dei passi che può arrivare in ogni momento<br />
Come una scultura di gesso un po’ sporca – gli occhi all’insù<br />
Del santo in estasi di godimento mentre galoppa il suo cavallo<br />
Verso il Drago</p>
<p>*<br />
Non comporre discorsi ma poesie<br />
Scrivi preghiere che poi sussurrerai –<br />
Prima di scrivere queste poesie<br />
Starai già pensando che non le scriverai</p>
<p>*<br />
Le chiesi se era ancora lì.<br />
Disse che sarebbe arrivata.<br />
Nevica ancora, la avviso.<br />
I suoi libri sparpagliati.<br />
Senza alcuna utilità per far l’amore.<br />
Sei mesi che una ragazza non saliva quassù.<br />
Enfatica e categorica, lei dal telefono mi dice<br />
Di una mosca che batte<br />
dall’altro lato della finestra.<br />
Come stesse sputacchiando sullo specchio, aggiungo io.<br />
Che poeta che sono.<br />
Senza preoccupazioni e felice</p>
<p>*<br />
Non può succedere nulla di male – Victoria e io<br />
Auguro ogni bene a chi ha ricevuto qualche talento oscuro<br />
E manco un po’ di fortuna – gente così l’ho vista spesso<br />
Risvegliarsi sul bagnasciuga e accendersi una sigaretta<br />
Come fossero gli unici al mondo a voler<br />
Qualcuno che li allisci con morbide carezze – Auguro ogni bene<br />
A questi proletari nomadi<br />
Che mettono il loro cuore davanti a tutto</p>
<p>*<br />
Uniti in tutto o quasi ma soprattutto<br />
Nel dolore nel silenzio delle<br />
Vite disperse che poi il dolore va subito a occupare<br />
Come la marea che scivola verso i nostri<br />
Cuori leali verso i nostri sguardi poco leali<br />
Verso le opinioni folli che lei e io prendiamo e che nessuno<br />
Comprende più o meno come noi che non le capiamo<br />
Il massacro che ci circonda e noi restiamo tenaci<br />
A spartirci il nostro dolore e in realtà lo moltiplichiamo<br />
Come se la città dove viviamo fosse<br />
Una sala d’ospedale infinita</p>
<p><strong><em>Roberto Bolaño</em></strong></p>
<p><em>*la traduzione è di Andrea Bianchi che ringrazia la metà migliore del genere umano</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Capri, mito infinito: dalle Sirene di Ulisse a Curzio Malaparte, da Pablo Neruda a Lenin, Churchill e Marinetti. Viaggio con scorta di libri (e molteplici occhi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jun 2019 08:29:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quel genio futurista di Filippo Tommaso Marinetti voleva metterci un ascensore, sui faraglioni. E poi un bar lì, in cima. Il 14 luglio del 1914, su «Lacerba», aveva pubblicato il Manifesto dell’architettura futurista: “gli ascensori devono inerpicarsi, come serpenti di ferro e di vetro”. Forse non sarebbe stata una cattiva idea, mi suggerisce Luca, un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/viaggio-capri-tra-omero-e-neruda-linda-terziroli/">Capri, mito infinito: dalle Sirene di Ulisse a Curzio Malaparte, da Pablo Neruda a Lenin, Churchill e Marinetti. Viaggio con scorta di libri (e molteplici occhi)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quel genio futurista di Filippo Tommaso Marinetti voleva metterci un ascensore, sui faraglioni. E poi un bar lì, in cima. Il 14 luglio del 1914, su «Lacerba», aveva pubblicato il <em>Manifesto dell’architettura futurista</em>: “gli ascensori devono inerpicarsi, come serpenti di ferro e di vetro”.</strong> Forse non sarebbe stata una cattiva idea, mi suggerisce Luca, un mio amico architetto, in fuga anche lui, come me, sull’isola di Capri. Arrivare qui è già un miracolo, visto che persino il <em>Frecciarossa</em> fa ritardo, e l’ultimo aliscafo in partenza per l’isola è alle 20. Ma se c’è vento forte e il mare grosso, l’isola torna ad essere irraggiungibile. Un miraggio. Con i suoi faraglioni, privi di ascensore. Arrivarci resta un’avventura, come un tempo. E come racconta Jamie James nel libro, appena uscito in America, <em>Pagan Light.</em> <em>Dreams of Freedom and Beauty in Capri </em>(Farrar, Straus and Giroux, ancora inedito in Italia) che un amico mi suggerisce di leggere. <strong>Goethe tentò di visitarla nel 1787. “La promessa della libertà ha portato con sé la fantasia del piacere senza limiti” si legge. Ma certo, l’isola è ancora un simbolo di libertà, di amori sregolati (pure il marchese de Sade è passato di qui),</strong> ma anche di turismo di massa e lusso sfrenato. Basta allontanarsi dalla pazza folla e si aprono squarci di bellezza da togliere il fiato. Anzi, da uccidere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68055 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro1-12-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-12-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-12-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-12.jpg 652w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" />Nel libro di Jamie James, si parla di Norman Douglas e ancora prima, soprattutto, degli imperatori romani, da Giulio Cesare a Tiberio, passando per Ottaviano Augusto (l’ombra della sua morte che si allunga sui suoi ultimi giorni di villeggiatura sull’isola).</strong> Dalla residenza di Tiberio (che costruì diverse ville imperiali), Villa Jovis, costruita intorno al I secolo, si può gettare un ultimo sguardo al “salto di Tiberio”. Una bellezza che corteggia istinti da <em>cupio dissolvi</em>. Un salto di oltre duecentonovanta metri, a strapiombo sul mare: l’imperatore romano, secondo la leggenda, da qui gettava ospiti indesiderati e, forse, amanti non più graditi. Il vento sferza potente su questo punto roccioso che scorge il mare da tutte le parti, sembra difficile resistere al fascino dell’altezza. Guardare giù è già precipitare. Mentre osservi, da sopra, incerto, il volo dei gabbiani, il loro grido. <strong>Questa bellezza, così rischiosa da essere temeraria. Ma, primo in ordine cronologico, Omero parlò di Capri, quando scrisse delle sirene di Odisseo.</strong> Il canto di queste magnifiche assassine, donne-uccello dal verso che affascina, forse vivevano qui, sugli scogli di Marina Piccola, da dove puoi guardare quegli scogli da cartolina: Stella, Saetta e Scopolo. I nomi dei faraglioni. <strong>Quanti sguardi si saranno posati su di loro? “Vi sbarcai in inverno. La veste di zaffiro l’isola custodiva ai suoi piedi, e nuda sorgeva nel suo vapore di cattedrale marina”, scrive Pablo Neruda nella <em>Chioma di Capri</em>:</strong> era sbarcato anche lui qui, nell’inverno del 1952. Col basco in testa e in bocca la pipa, accanto a Matilde, la sua amante dai capelli rossi, sorridente e silenziosa (lui era sposato da sedici anni con Delia del Carril, la seconda moglie) e, insieme a loro, il cagnolino Nyon (Teresa Cirillo Sirri li descrive in <em>Neruda a Capri. Sogno di un’isola</em>, La Conchiglia). Mano nella mano, si vedevano i due amanti passeggiare per il mare o camminare verso il monte Solaro. Ospiti dell’ingegnere e naturalista Edwin Cerio, vivevano nella “Casa di Arturo”. Lei era cantante, Matilde Urrutia e lui, dal 1949, in esilio dal Cile, si vedevano bere il caffè in Piazzetta. Pare che un’anziana sarta dell’isola avesse cucito, con fili dorati, appositamente per Matilde, un abito a righe verdi e nere. Lei, la musa di Neruda, cucinava piatti cileni di pesce, con cipolle e olive e l’anatra all’arancia. Per lei, il poeta cileno scrisse <em>Los versos del Capit</em><em>á</em><em>n</em> e <em>Las uvas y el viento</em>. Sembra che scrivesse con inchiostri diversi, a tutte le ore del giorno e della notte, su foglietti diversi che Matilde collezionava. La casa decorata con fiori di campo e rami di ginestre. Lui, nonostante fosse già impegnato, voleva sposarla. Aveva fatto incidere un anello con questa scritta: “Capri, 3 maggio 1952. El tuo Capitán”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo quadro idillico che ispirò Troisi per <em>Il postino</em>, c’era anche una domestica, da Neruda chiamata Olivito (perché assomigliava ad una piccola oliva) che si lamentava dei due ospiti disordinati e selvaggi.</strong> Imboccando la via Tragara, restano i suoi versi incisi sulla roccia: “Capri – reina de roca/en tu vestido/ de color amaranto y azucena/ vivi desarrollando/ la dicha y el dolor . la vin allena/ de radiantes racimos/ que conquisté en la tierra” (“Capri, regina di roccia/ nella tua veste/color giglio e amaranto/ vissi sviluppando/ la fortuna e il dolore, la vigna piena/ di grappoli radiosi/ che conquistai sulla terra”). Innamorato. Ma non solo Neruda. Gli scrittori sull’isola di Capri non si contano. E non solo scrittori. Alle spalle della Piazzetta, lungo il percorso che porta alla Villa Jovis, <strong>c’è una casa rossa, di un rosso pompeiano con un’epigrafe che ricorda: qui visse e lavorò dal marzo 1909 al febbraio 1911 lo scrittore russo Maksim Gor’kij e, nel 1910, “dimorò Vladimir Lenin fondatore dello Stato Sovietico”.</strong> <img decoding="async" class="size-medium wp-image-68056 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/ilpostino-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/ilpostino-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/ilpostino-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/ilpostino.jpg 730w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" />Sull’isola del dolce far niente, “Apragopoli” come veniva chiamata, qualcuno riesce a lavorare. La figlia del duce, Edda Ciano, e suo marito erano venuti a Capri in luna di miele, nell’albergo più esclusivo dell’isola. Italo Balbo atterrava con l’idrovolante e passava di qui anche Bruno Bottai. <strong>Oltre a Moravia e alla moglie Elsa Morante (che a Procida, l’isola sorella di Capri, aveva ambientato appunto <em>L’isola di Arturo</em>), viveva appartato nella sua villa Alberto Albertini, il cofondatore del «Corriere della Sera».</strong> Giovanni Amendola e molti ebrei tedeschi e austriaci in fuga dalle leggi razziali trovarono riparo qui, gli scrittori Franz Werfel e Stefan Zweig. Ma l’isola piaceva anche ai gerarchi nazisti, come Goering e Rudolf Hess appassionato di un famoso cantante caprese, Scarola. Proseguendo per la via Tragara si arriva al Belvedere e all’hotel omonimo, secondo quanto riporta l’iscrizione incisa sulla facciata, progettato dall’architetto Le Corbusier, secondo le mie fonti capresi, progettato e costruito dall’imprenditore Vismara originario di Induno Olona, in provincia di Varese. In questo edificio color ruggine, sede del Comando Americano, durante la Seconda Guerra Mondiale soggiornò il generale Eisenhower, futuro presidente USA e Winston Churchill. Ma più poeticamente ne scrisse la grande poetessa Ada Negri, nel 1923: “Viandante, se vai fino a Punta Tragara,/ argentea d’ulivi,/ prendi a sinistra un viottolo a scaglioni nel sasso./ Aspro; ma verso il mare tutto oro di folli/ranuncoli./ Verso il monte tutto ombre di mirti, e pensoso amaranto di cardi./ Ti condurrà alla casa che risponde, marmoreo/ silenzio ai silenzi dell’aria”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Proseguendo lungo questo sentiero, la visione dei faraglioni è potente, immediata, sono così vicini da togliere il fiato. <strong>Il sentiero conduce quindi alla casa più affascinante dell’isola, Villa Malaparte, concepita e costruita da Curzio Malaparte, su Punta Massullo. Lo stesso Malaparte (pseudonimo di Kurt Erich Suckert) che aveva dato di Napoli, un potente affresco ai limiti della putrefazione, nel viaggio allucinato e infernale di <em>La pelle</em>, il romanzo scandalo, pubblicato nel 1949, aveva scelto l’isola più bella del golfo di Napoli. </strong>E la casa, progettata interamente da lui, non aperta ai visitatori, è un sogno di bellezza, costruita sul promontorio roccioso, come un enorme mattone, che ride delle tempeste e resiste negli occhi con quel suo sguardo che saluta i marinai. Il camino ha per fondo un vetro: quando era in casa, lo scrittore accendeva le fiamme, che si vedevano dal mare. Quando il mare è in tempesta, le onde lambiscono la casa, “La casa come me”. Quando parto dall’isola, l’isola torna ad essere un’isola: hanno cancellato gli aliscafi. Il mare è grosso. Non resta che prendere l’ultima corsa per Sorrento, costeggiando la terraferma. Villa Malaparte diventa un puntino rosso scuro in mezzo al mare, negli occhi lo sguardo dell’isola si allontana, come un miraggio, “una meringa”, qualcosa che non esiste più, se solo esce dagli occhi. Senti soltanto le onde. I faraglioni sono scomparsi. Ti chiedi se non sia solo un sogno. E ti torna alla mente l’ultima pagina dell’<em>isola di Arturo</em>, anche se l’isola che scompare è Capri: “Preferisco fingere che non sia esistita. Perciò, fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio che non guardi là. Tu avvisami, a quel momento. (…) Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Pablo Neruda, tra gli illustri ospiti di Capri</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/viaggio-capri-tra-omero-e-neruda-linda-terziroli/">Capri, mito infinito: dalle Sirene di Ulisse a Curzio Malaparte, da Pablo Neruda a Lenin, Churchill e Marinetti. Viaggio con scorta di libri (e molteplici occhi)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Mi sento uno sconfitto, come il principe Bolkonskij di ‘Guerra e pace’. Ero a Belgrado quando Arkan fu ucciso, resto un ribelle con un codice ben preciso”: dialogo con Gian Ruggero Manzoni</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2019 05:38:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Robusto e malatestiano, esteta armato, uno che avresti potuto incontrare al bar insieme a Majakovskij, a duello con Malaparte, sul fronte con Ungaretti, nelle catacombe londinesi insieme a Pound. Gian Ruggero Manzoni, a dispetto della carne – ha il corpo glorioso di un omerico – mi è sempre parso evanescente, inafferrabile come lo è la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gian-ruggero-manzoni-intervista-giannubilo/">“Mi sento uno sconfitto, come il principe Bolkonskij di ‘Guerra e pace’. Ero a Belgrado quando Arkan fu ucciso, resto un ribelle con un codice ben preciso”: dialogo con Gian Ruggero Manzoni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Robusto e malatestiano, esteta armato, <strong>uno che avresti potuto incontrare al bar insieme a Majakovskij, a duello con Malaparte, sul fronte con Ungaretti, nelle catacombe londinesi insieme a Pound. <a href="http://www.gianruggeromanzoni.it/IT/index.htm" target="_blank" rel="noopener">Gian Ruggero Manzoni,</a> a dispetto della carne – ha il corpo glorioso di un omerico – mi è sempre parso evanescente</strong>, inafferrabile come lo è la parola – che seduce la verità flirtando con la menzogna – un po’ Herzog e un po’ Kurtz, amico di Jack London, il calco di <em>Handerson the Rain King </em>di Saul Bellow. <strong>GRM, voglio dire, forse per via dei suoi studi cabbalistici, mi è sempre parso ovunque, in ogni tempo: sta bene tra i briganti di Romagna, come sodale di Giovanni delle Bande Nere, a fare da braccio a Jorge Luis Borges, il grande cieco.</strong> Per questo, devo dire, facendo scempio della meraviglia, non mi sono stupito quando l’ho visto incassato nel romanzo di Pier Paolo Giannubilo, <em>Il risolutore </em>(Rizzoli, 2019; l’unico, tra i dodici residui, degno del Premio Strega, diciamolo in massa). <strong>GRM è ‘romanzesco’ per natura. Lo conosco da parecchi anni, ho invidiato Giannubilo – l’amicizia è primizia e privilegio, avrei voluto essere il primo a narrare GRM – il romanzo mi ha convinto. GRM resiste ancora, nonostante l’agiografia livida, inatteso e inafferrato.</strong> La prima volta – anzi, forse la seconda – l’ho visto a Lugo – che sempre più mi pare l’emanazione di una sua fantasia, un parto in case, storia, civiltà, la bella, feroce provincia. Quindici anni fa. Lo chiamava “cenacolo”, pareva una milizia. Intorno a una antologia, <em>Oltre il tempo </em>(Diabasis, 2004), aveva radunato certi poeti affini per spavalderia. C’era Andrea Ponso. C’era il compianto Danni Antonello. <strong>Ho avuto la sorte e la fortuna di lavorare due libri di GRM. Un romanzo, <em>Acufeni</em>, che gli ho estorto per la collana che ho fondato con Guaraldi, ‘I Nazirei’.</strong> Era il 2014 e lui, GRM, raccontava la morte e la rivalsa come nessuno, vale la pena ricalcare: “…e gli aveva piazzato due pallottole in corpo e ora si accingeva a finirlo. Ma ecco l’angelo della vita, il segno dal cielo, la variante, perché tutto è già scritto, ma la variante sta nel come viene interpretato. Agli uomini, come grazia, è concesso questo”. In quarta scrivevo che “le atmosfere da ‘noir’ francese si mescolano alla ferrea cronaca del Libro di Re”, dicevo di “un racconto biblico”. <strong>Nel 2010, per una folle collana pensata con Raffaelli (‘La Bibbia’: l’intento era quello di ritradurre il testo sacro, libro per libro, grazie al talento di poeti e di scrittori e di vagabondi della Parola), ho avuto l’<em>Esodo </em>secondo Gian Ruggero Manzoni. </strong>Il libro – che sta in una mano – con le note e i disegni di GRM è straordinario, è fiamma pietrificata. <strong>Soprattutto, GRM è poeta di atroce grandezza, di anomala densità:</strong> libri – spesso affidati a edizioni d’arte, poi raccolti nel micidiale <em>Scritture scelte</em>, Edizioni del Bradipo, 2006 – come <em>Le tavole dei reziari, Il dolore, Le battane di bronzo, Deserti di quiete</em> devono essere meditati e riediti, lì la parola accade in gesto. Il romanzo sulla vita – pazzesca – di GRM è necessario perché si rinnovi l’opera, rocambolesca, memorabile, necessaria. Lessi <em>Il risolutore </em>in un giorno. Con foia gelosa. Poi scrissi a GRM. Ti intervisto. Pazienta, fece, da buon padre e da saggio. Ora è il tempo giusto. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66337 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/r-194x300.jpg" alt="" width="155" height="240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/r-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/r.jpg 323w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" />A bruciapelo. Che effetto ti fa leggerti, essere un “eroe da romanzo”, cementato, mummificato in un libro? Insomma, non è che adesso ti metti in cantina, non è che il romanzo è una testimonianza definitiva di un tempo malmenato, vissuto, perduto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Indubbiamente una grossa fetta del mio tempo è andata. Ho sessantadue anni ma sento di averne vissuti cento e ottantasei, come certi personaggi biblici. Inoltre sono nato innegabilmente già vecchio, sebbene una qualche cavolata compiuta in gioventù… ma poi anche i vecchi le compiono, di solito alla fine della loro vita, quando ritornano bambini. <strong>Mi domandi come mi sento, dopo l’uscita del romanzo “Il risolutore”, di Pier Paolo Giannubilo, edito, di recente, da Rizzoli? Come il </strong><strong>principe Andrej Bolkonskij di “Guerra e pace” di Tolstoj, che poi, nella realtà, non era altro che il conte baltico tedesco Ferdinand von Tiesenhausen, che perse la vita, combattendo contro i francesi, nella battaglia di Austerlitz, dove Napoleone ebbe parole di enorme apprezzamento per il coraggio dimostrato dal nobile nemico.</strong> Quindi e infine mi sento uno sconfitto, seppure elevato dai complimenti e dai riconoscimenti di un imperatore, ma pure uno sconfitto. Del resto, il più delle volte, quando si omaggia con una dedica un qualcuno, soprattutto all’inizio di un libro o di una poesia, non se ne sancisce, quel tanto, la morte? Non sta nell’omaggio, perciò nel ricordo, di già una sorta di morte, di perdita, di abbandono, di testimonianza nei confronti di un qualcuno che o non c’è più oppure che ha avuto importanza, nella vita dell’autore di quel libro o di quella poesia, ma ora ha perduto il suo valore, oppure ha esaurito un valore, per l’autore stesso che, dall’omaggiato, ha ormai ricevuto ciò che voleva? Mi consolo sapendo che il principe Andrej Bolkonskij, dopo essere stato attratto dalla gloria da conquistarsi sul campo di battaglia, dopo allo scetticismo e al cinismo che lo colsero riflettendo sulla sua vita e su quella di tutti gli esseri umani, poi riesce, tramite la penna di Tolstoj, a rinascere, anche se con somma fatica, merito l’amore per una donna, fino a giungere a un grado sommo di elevazione spirituale in punto di morte, una volta colpito al ventre dalle schegge di un proiettile di cannone durante la battaglia di Borodino. <strong>Quindi, per estensione, essendo divenuto il protagonista di un romanzo ho elaborato e ancora sto elaborando il lutto di me stesso tramite quelle pagine, la mia catarsi, ma, nel contempo, anche la mia palingenesi, la mia rigenerazione, quella, ovviamente, metafisica, trascendentale, cioè quella che non ha più nulla a che fare con una condizione terrena. Infatti il libro di Giannubilo mi ha liberato da una schiavitù, quella data da me stesso.</strong> Come diceva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson: “L’elevazione è il creare nuove valutazioni”, così che oggi mi sono dato un prezzo, quando mai, finora, me l’ero tributato, o, meglio, me lo avevano assegnato. E quel prezzo ha a che fare con la luce, non con la tenebra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;e poi&#8230; perché non te la sei scritta tu la tua storia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché non ho mai amato coloro che si sono autobiografati, autoincensati, magari, raccontando di sé, un oceano di balle. Inoltre, ed è inutile che lo dica, forse che un poeta o un narratore, ma anche un artista visivo o plastico, o un musicista, o un regista, ogni volta che realizza un’opera, la stessa non risulti una biografia di se stesso? <strong>Sono solito dire che anche quando un pittore dipinge un paesaggio non fa altro che autoritrarsi. Quindi è da oltre quarant’anni che sto scrivendo e dipingendo la mia biografia</strong>, Giannubilo l’ha sintetizzata in quattrocento e ottanta pagine, magnificamente scritte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il romanzo è pieno di atti brutali, intinti nel dramma più che nel romanticismo di retroguardia (merito dello scrittore, bravo, ci voleva poco per scadere nella macchietta, nel fumetto a tinte forti). C’è l’arte e c’è la morte: ti domando se questi due concetti sono fraterni.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono indissolubili come per fare un figlio, cioè per creare vita, necessitano, per noi umani, e non solo, un maschio e una femmina. <strong>Sia la morte sia l’arte, per me, hanno sempre in sé un altissimo senso tragico, la mia formazione di tipo classico nonché i miei studi inerenti l’ebraismo, la storia delle religioni e delle filosofie mistiche mi hanno tatuato, sul corpo, detta coscienza, detta percezione, detto valore,</strong> perché di un vero e proprio valore si tratta il continuo rapporto col tragico, soprattutto se il tuo veicolo di espressione è l’arte… o, se non altro, e lo ripeto, così è per me. La tragedia greca, nell’antichità, ma ciò vale anche per l’oggi, aveva, sempre, uno stretto legame con l’epica e, soprattutto, col mito, e aveva una funzione educativa e pedagogica. Affrontava e dibatteva i<strong> </strong><strong>grandi temi morali, politici e religiosi,</strong> spingendo alla riflessione sui problemi inerenti l’esistenza umana, specialmente quelli che scaturivano a seguito dall’<strong>esperienza del e con il dolore</strong>, perciò come poter disgiungere l’arte dalla morte, quando l’arte stessa, inoltre, è primo esorcismo della morte stessa, o, almeno, tenta di esserlo?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66338 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/Acufeni-e1553505861410-202x300.jpg" alt="" width="161" height="239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Acufeni-e1553505861410-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/Acufeni-e1553505861410.jpg 228w" sizes="(max-width: 161px) 100vw, 161px" />&#8230;nel libro c’è l’amore violento, l’amore tenero, l’amore assoluto. L’amore per le donne, per la donna, per Dio. Ci sono tante tinte dell’amore che sono forse, ogni volta, la resurrezione di un sopravvissuto. Spiegami. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La resurrezione è un ritorno alla vita dopo la morte, ma, anche, quale analogia, il risveglio dopo il sonno. Credo che una volta che inizi a osservare te stesso che pensi, come tu fossi esterno al tuo essere, si inneschi un livello superiore di consapevolezza che non rientra, più, nelle dimensioni di ordine mentale, bensì in quelle più tipiche del sentimento, della passione, dell’affetto, del legame. In quell’attimo capisci che esiste uno spazio sterminato di comprensione che supera ogni dimensione intelligente presente su questo pianeta e hai la prova che ciò che in realtà conta si trova al di là della ragione, della logica, del senno. Risulta quell’istante l’inizio del rinnovamento. Si trova lì il tempio del divino, del sacro. In quell’estensione del tuo essere… e tu, quale estensione dell’intangibile… dimora l’eterna origine. <strong>Ognuno di noi vive, se vuole, un perenne mattino, basta, solo, abbandonarsi ai raggi di quel sole e ai flussi di quel mare. </strong>Pablo Neruda scrisse. “La nascita non è mai sicura come la morte. In ciò risiede la ragione per cui nascere non basta. Infatti è per rinascere che siamo nati”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è stato, al di là del romanzo, l’evento centrale della tua vita? Quello che ti ha perduto e quello che ti ha redento. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La nascita di mia figlia. Mi ha perduto perché buona parte di me, confido la migliore, si è trasferita in lei. Mi ha redento perché ogni nascita risulta una scelta, quindi una salvezza, se si decide per il buono e il bello.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gran parte del romanzo è focalizzata sulla tua attività nei ‘servizi’. A un certo punto, balugina anche il cadavere di Arkan. Si è come condotti nel macello di una allucinazione. È tutto vero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è vero, come ciò che a Giannubilo non ho detto e che mai saprete. <strong>Io sono stato tangente ai Servizi, ho operato per loro, ma mai ho deciso quale l’operazione, quale la missione, e il perché. Io ho eseguito quale “risolutore” ciò che mi veniva ordinato di fare. Arkan? Innegabilmente meritava quello che gli è capitato. Io posso solo dire che mi trovavo a Belgrado quando Arkan venne ucciso.</strong> Altro non so e, se anche lo sapessi, di certo non lo direi. Ciò non toglie che possa avere una mia idea del come siano andate le cose, ma sono solo supposizioni quel tanto suggerite da una certa esperienza in materia. Lo stesso lo potrei dire della bomba di Bologna del 1980 e delle tante bombe esplose nei cosiddetti “anni di piombo” o a seguito della “strategia della tensione” dovuta al fomentare gli opposti estremismi, così come di altri fatti successi qui e là non solo in Italia ma anche nel mondo. Ad esempio mai ho creduto che Bin Laden abbia fatto la fine che gli americani ci hanno raccontato, e tanto altro ancora. Rifletto, via via metto assieme le tessere del puzzle, e l’immagine, o ciò che si avvicina molto alla stessa, prima o poi viene fuori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che valore ha per te la parola obbedienza, che è una costante nel romanzo? A cui fa il paio, però, la parola ribellione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io sono stato e sono un ribelle che, qualora abbia dato o dia la sua parola d’onore, ha mantenuto e mantiene ciò che ha promesso. <strong>Questo mi ha portato al punto di agire per un Sistema che fino a quel giorno avevo combattuto e che ancora combatto. Ciò che viene considerato come contraddittorio, anche nel libro, io lo definisco quale patto. Ho accettato un patto, e, per venticinque anni, mi sono attenuto a quella firma tra le parti, cioè tra me e lo Stato italiano, tramite il notariato delle Forze Armate.</strong> Molto semplice. Quando io do la mia parola, la mantengo, anche se ciò dovesse portarmi alla morte. Sono un ribelle, ma di parola. Un ribelle che ha un codice comportamentale ben definito, al quale si attiene, e a cui si è sempre attenuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66339 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/cop-esodo-e1553505910298-207x300.jpg" alt="" width="166" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/cop-esodo-e1553505910298-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/cop-esodo-e1553505910298.jpg 281w" sizes="(max-width: 166px) 100vw, 166px" />Un uomo d’azione. Eppure, perpetuo contemplativo. A volte sembri avere i vezzi di un Alfieri, di un Byron, di un uomo da cui trasuda l’ego; dall’altra, annienti l’ego nel pregare, sei il miniatore di un’opera poetica che sembra la rivelazione di un monaco stilita. Come tieni insieme le contraddizioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro Dio è Uno, Trino nonché Molteplice, nelle sue forme, e noi siamo a Sua somiglianza. Idem è un Motore Immobile. Quindi una tempesta senza vento né pioggia. Su questo si basa la nostra tradizione, ed io sono in linea con la stessa. <strong>Dio è anche il Tutto, ma, contemporaneamente, anche il Vuoto. Più di così non posso dirti. Logico che io non sono Dio, e ci mancherebbe, ma che mi senta Sua derivazione e che mi ponga, quale figlio, come Sua somiglianza, questo sì, questo ci sta.</strong> Del resto noi abbiamo come testi sacri il Vecchio e il Nuovo Testamento… al che potrei domandarti: Cristo era in linea o era in contraddizione, Lui, quale Nuovo, col Vecchio Testamento, oppure era una conseguenza dello stesso, una continuazione? Esiste rottura, spaccatura, lesione, diversità fra il Cristo e il Dio del Vecchio Testamento, oppure sono un Unico? La risposta che mi viene più facile alla mente risulta un ossimoro: sono la stessa essenza nelle sue differenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti hanno avvicinato a Limonov. Non mi pare ti faccia piacere: perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non ho nulla contro Limonov, anzi, mi è piaciuto leggere la sua storia scritta, in maniera potente, dal grande Emmanuel Carrère, narratore e sceneggiatore che ho sempre amato. <strong>Credo che fossimo, Limonov ed io, seppure su barricate opposte, in Bosnia nello stesso periodo. Non condivido, con lui, certi atteggiamenti e certi credi, tutto qui. A suo tempo, quando mi informai su quello che sosteneva a livello ideologico, riguardo molto mi trovai in linea con lui, poi ho seguito Aleksandr Dugin</strong>, nel momento in cui i due fondatori del Nazionalbolscevismo si sono divisi, cioè, come Dugin, ho visto in Putin un possibile leader per una nuova Europa, al contrario di Limonov; e ancora sostengo il pensiero religioso, che Limonov ha abbandonato. Questo è quanto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel romanzo mi pare sia assente la tua bibliografia, la tua vita da poeta e da scrittore, forse perché nota (anche se non a sufficienza, giudizio mio). Sei uno che s’è dato da fare nel creare cenacoli, nell’inaugurare dialoghi, pur necessitando, come tutti, di una salutare dose di solitudine. Questa specie di cameratismo, di ‘milizia’, mi pare assente nel mondo dell’arte, oggi, saturo di malizie. Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Infatti tale “militanza d’insieme” è ormai quasi del tutto assente. Domina, inoltre, il tradimento, qualora si parta uniti formando un gruppo. <strong>Ci si vende con facilità, rinnegando, anche, i tuoi primi compagni di strada, qualora se ne abbia la convenienza. Un tempo è finito. Se al fianco ti restano quei quattro o cinque sodali puoi considerarti un uomo e un artista fortunato. Ciò non toglie che, ancora, seppure le energie stiano quel tanto sfumando, io non ci sia, io non sia pronto a imbarcarmi, con altri, per nuove imprese intellettuali o creative.</strong> Il gene del <em>fighter</em> è nel mio DNA, come quello del “corsaro”, nell’accezione conradiana del termine. Con Pier Paolo Giannubilo tali aspetti sono scattati e hanno dato vita a “Il risolutore”. Invece, per quel che concerne la mia componente letteraria… beh, se dovessi morire, qualora lo riteniate giusto, e qualora abbiate un po’ di tempo da dedicarmi, affido a voi il ricordarmi, anche solo per un minuto, ogni tanto, quindi per fare un brindisi in mia memoria.</p>
<p>*<em>In copertina: Gian Ruggero Manzoni in una fotografia di Daniele Ferroni</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gian-ruggero-manzoni-intervista-giannubilo/">“Mi sento uno sconfitto, come il principe Bolkonskij di ‘Guerra e pace’. Ero a Belgrado quando Arkan fu ucciso, resto un ribelle con un codice ben preciso”: dialogo con Gian Ruggero Manzoni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Cosa resta della donna carnale e passionale, della dea dalla chioma dorata? Viaggio nella vita di Anita Ekberg, tra Fellini e Álvaro Mutis</title>
		<link>https://www.pangea.news/anita-ekberg-alessandro-mosce-romanzo/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 10:15:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella lettura dei libri che riempiono gli scaffali si possono trovare accostamenti interessanti, motivi radicali che si intersecano inconsapevolmente, che si assomigliano nelle tramature plasmate, sia quando il romanzo ha la firma di un grande scrittore, sia quando è di un autore che non ha la fama internazionale. Veniamo al dunque, da questo presupposto di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/anita-ekberg-alessandro-mosce-romanzo/">Cosa resta della donna carnale e passionale, della dea dalla chioma dorata? Viaggio nella vita di Anita Ekberg, tra Fellini e Álvaro Mutis</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella lettura dei libri che riempiono gli scaffali si possono trovare accostamenti interessanti, motivi radicali che si intersecano inconsapevolmente, che si assomigliano nelle tramature plasmate, sia quando il romanzo ha la firma di un grande scrittore, sia quando è di un autore che non ha la fama internazionale. Veniamo al dunque, da questo presupposto di similitudine. <strong>Perché la vecchiaia fa così paura come contenesse qualcosa di sinistro, di sulfureo? Perché si tende a rifuggirla, anche letterariamente, cinematograficamente, convergendo verso lo splendore degli anni fiorenti? Perché, presumiamo, è l’anticamera della morte, del mistero più insondabile e disorientante, che segue ad un’intera vita che non sappiamo se avrà un seguito.</strong> Spesso anche perché la vecchiaia è preceduta dal decadimento fisico e dalla malattia, da una fase di dolore acuto. Nel romanzo di cui parliamo, non affiora niente di sublime, di delizioso, ma qualcosa di estremo, di torvo nella verità rivelatrice alla ricerca di un linguaggio esatto insito nell’esperienza mutuata dalla cronaca e rielaborata in forma di mito originale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro del marchigiano Alessandro Moscè, <em>Gli ultimi giorni di Anita Ekberg</em> (Melville 2018), ricorda quelle strane storie, nude e complesse, in cui il fragore di un’esistenza si spegne un poco alla volta come il rumore di un bastimento vecchio, per richiamare Pablo Neruda e una sua celebre poesia.</strong> L’ansimare agonico di Anita Ekberg sembra lo stesso borbottio caro ad Álvaro Mutis (scrittore e poeta colombiano naturalizzato messicano, maestro della letteratura ispanoamericana) che con <em>L’ultimo scalo del Tramp Steamer </em>(Adelphi 1991) ha raccontato la vicenda finale non di un uomo o di una donna, ma di una nave mercantile che affrontò molti viaggi trasportando prodotti di ogni genere e che non fu più in grado di continuare la sua corsa. Moscè, invece, narra della diva svedese nel suo splendore ai tempi della <em>Dolce vita</em> (1960), nella fascinazione trasgressiva degli amori, dei successi, ma anche del periodo buio, quando entrerà in una casa di riposo di Rocca di Papa per non uscirne più, sola e dimenticata da tutti. Come il Tramp Steamer che ha tirato a campare trascinando la sagoma malconcia più di quanto le sue precarie condizioni facessero immaginare. <strong>Mutis dice una frase che meglio non potrebbe indicare l’esperienza ultimativa del mercantile: “C’era, in quell’errabondo relitto marino, una sorta di testimonianza del nostro destino sulla terra”. Moscè, parallelamente, afferma: “Il dover chiedere, il dovere dipendere, il dover parlare a bassa voce, implorando. Non si può perorare la serenità se non si cammina più, se non si esce più, se non si fa più una gita, una vacanza al mare”.</strong> Un destino partecipato, un segno che si muove all’unisono tra oggetti e persone, perché periscono anche le cose, come Musil ci dimostra con uno struggente romanzo rinvigorito dall’amore tra la proprietaria della nave, una libica, e il capitano di origine basca. L’amore, per Moscè, è quello di Anita Ekberg con il grande uomo d’affari Gianni Agnelli, un sentimento discreto e perfino sapiente, perché tra i due c’era dialogo, confronto, non solo accensione erotica. Ma anche l’amore si spegne, tra l’inizio, il compimento e la vocazione a morire in una superba imposizione, in un magma che non si districa nell’oscillazione tra terra e cielo, tra uomo e divino, in forme non più concrete, palpabili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66272 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-mosce-198x300.jpg" alt="" width="151" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-mosce-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-mosce-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-mosce.jpg 358w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Se l’immagine di Anita Ekberg che sta male è dolcemente ossessiva, spigolosa, alcuni momenti di stasi, di calma, sono allietati dal sogno nell’imponderabile magia, nonostante le cicatrici e le ferite sul corpo martoriato.</strong> Le stesse del mercantile che navigava con i suoi carichi, con le macchine in azione, la capienza delle stive e il funzionamento perfetto della gru. Sarà fatto a brandelli da un avversario vorace come il tumore che annienterà l’attrice svedese in un ospedale di periferia. Il tempo erode: già, il tempo, il vero filo rosso di ogni romanzo che fa i conti con la sottrazione di beni immateriali. <strong>Cosa resta di una donna passionale, carnale, di quella dea dalla chioma dorata, dalla pelle di seta, consacrata da un fotogramma dentro la Fontana di Trevi?</strong> Il mito, la rimemorazione che fa perdere i contorni soggettivi e che acquista un tono più alto nel vissuto, nella visione del personaggio intramontabile, quasi a sancire il dominio terreno dell’età giovanile. Moscè, con un romanzo spurio, tra il saggio e il racconto obliquo, che spinge tra il dramma e la conoscenza, tocca punte di immaginazione poetica nel dosaggio di affermazioni spesso sentenziose: modulate dalla coscienza, da anime inquiete, da motti di spirito che contagiano anche altri spettri viventi della casa di riposo, tra cui un prete, un musicista e una menade che legge i tarocchi. Il linguaggio che Moscè utilizza è solenne e il suo sguardo pieno di riferimenti va ad un entusiasmo affievolito, ad un malessere che costituisce l’impalcatura della memoria vivente, accesa dagli episodi esilaranti del passato che compensano la solitudine straziante e arida del presente. <em>Gli ultimi giorni di Anita Ekberg</em> è un libro iniziatico, profetico, perfino metafisico, perché nel rincorrere il tempo Alessandro Moscè intravede l’aldilà, un’apparizione onirica, maestosa. <strong>Non poteva mancare il prestigiatore di queste comparse fantasmagoriche: Federico Fellini, che rappresenta la giovinezza, il surreale, la libertà, la fantasia, l’anticonformismo, una dimensione non solo terrestre.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anita Ekberg è morta l’11 gennaio 2015. Le esequie si sono tenute nella chiesa <strong>evangelica luterana</strong>, a Roma. Sulla bara è stato deposto un mazzo di gigli bianchi. Il rito è stato celebrato in lingua <strong>inglese e non in svedese</strong>. Al termine dei funerali, <em>poco partecipati</em><em>,</em> l’attrice, come espressamente richiesto, è stata <strong>cremata e le sue ceneri sono tornate a Malmöe, </strong>sua città natale. <strong>Una gigantografia di Anita Ekberg seduta è stata issata dal bordo della Fontana di Trevi con la scritta “Ciao Anita”</strong>. È stato questo l’unico l’omaggio che il Comune di Roma ha voluto renderle il 13 gennaio 2015. La foto campeggiava al centro delle impalcature che rivestivano la storica fontana. Molti curiosi ne hanno approfittato per scattare un selfie.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Elisabetta Monti</em></strong></p>
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