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	<title>Orazio Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Non omnis moriar: una meditazione sullo scrivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2020 09:03:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mina di Sospiro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1992 inviai una lettera al mio vecchio professore di latino, nella quale, inter alia, avevo tradotto per lui il finale di un libro terminato&#160; di scrivere alcuni mesi prima. The Story of Yew, alias Memoirs of a Tree, o, nell’edizione italiana, L’albero. Segue un estratto dalla risposta epistolare del professore: II breve frammento del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel 1992 inviai una lettera al mio vecchio professore di latino, nella quale, <em>inter alia</em>, avevo tradotto per lui il finale di un libro terminato&nbsp; di scrivere alcuni mesi prima. <a href="https://www.amazon.it/Story-Guido-Mina-Sospiro-2001-05-01/dp/B01FGJPFD6" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>The Story of Yew</em>, alias <em>Memoirs of a Tree</em>, o, nell’edizione italiana, <em>L’albero</em>. </a>Segue un estratto dalla risposta epistolare del professore:</p>



<p><em>II breve frammento del tuo romanzo, che mi hai trascritto, mi è piaciuto molto. Contiene una riflessione seria che credo sia uno dei motivi conduttori del libro. La natura, la morte: quesiti destinati a rimanere senza una risposta convicente. Tra le tante risposte possiamo scegliere quella dei libri poetici con il loro sofferto “non omnis moriar”. In verità l’uomo lavora, crea, per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che ha fatto. C’è in noi una ansia di eterno insopprimibile. Prova a rileggere o a ripensare all’opera di un poeta prendendo come chiave di lettura il tema della morte, la sua risposta a questa mistero. E scoprirai forse che la letteratura è sorta in funzione della marte, come risposta al mistero della morte.</em></p>



<p>*</p>



<p><em>Non omnis moriar</em> è tratto da ciò che probabilmente costituisce il più antico testamento poetico: L’ode 3.30 di Orazio. Significa “non morirò del tutto”. In uno stile piuttosto roboante</p>



<p><em>Ho creato un monumento più duraturo del bronzo</em></p>



<p><em>E più elevato della struttura delle regali piramidi</em></p>



<p><em>Che né la vorace pioggia, né lo sfrenato Vento del Nord</em></p>



<p><em>Potranno distruggere, né lo sterminato succedersi di anni e la fuga del tempo (…)</em></p>



<p>il poeta annuncia ai suoi contemporanei e soprattutto ai posteri che non morirà del tutto, che parte di lui vivrà nella sua poesia, come, infatti, è avvenuto: eccomi qui, nel 2020, a citare una poesia vecchia come l’albero di tasso nel mio romanzo: due millenni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="605" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-605x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81750" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-605x1024.jpg 605w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-177x300.jpg 177w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-768x1300.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-907x1536.jpg 907w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-1210x2048.jpg 1210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /></figure>



<p>Aveva ragione il mio professore? È per questo motivo che scriviamo? Per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che abbiamo fatto? La letteratura è nata, come la religione, come risposta al mistero della morte? Ho posto tali domande a uno dei più acuti critici letterari che io conosca, Davide Brullo, egli stesso un poeta. Ha risposto:</p>



<p><em>Certamente, l’uomo scrive per trovare la parola che faccia risorgere. Ma è vero che la risposta alla morte è con la vita. La poesia è vita, fenomenale, funambolica. Credo, poi, che ci sia una eredità, un lascito in luce. Tanto la battaglia con la morte è persa, dunque scagliamo bolidi verbali sul viso del millennio venturo, che esista il nome dello scrittore o meno è iniquo, vano. Egli crea un linguaggio.</em></p>



<p>Immortalità, dunque, il vero scopo dell’alchimia, il fine escatologico di così tante religioni, maggiori e minori. <em>È bello doppo il morire vivere ancora</em>, come dice il motto rinascimentale.</p>



<p>Mi chiedo se sia stato lo stesso desiderio di immortalità ad animare Alfred Jarry quando scrisse <em>Gestes et Opinions du Docteur Faustroll, Pataphyshycien (Gesta e opinioni del Dr. Faustroll, Patafisico)</em>? Sì e no sarebbero entrambe risposte giuste. <strong>Uno dei libri più intelligenti e spiazzanti che io conosca, in grado di prevedere gli sviluppi futuri della cultura occidentale, è stato scritto nel 1898 e pubblicato per la prima volta postumo nel 1911, quattro anni dopo la morte di Jarry.</strong>Lo stesso desiderio di immortalità ha permeato <em>Dissipatio H.G. </em>di Guido Morselli? La risposta può ben essere, ancora una volta, sì e no.</p>



<p>Il titolo sta per <em>Dissipatio Humani Generis</em>, una frase estratta dagli scritti di Giamblico; significa, la scomparsa dell’umanità. Il protagonista-narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet. Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata dall’unico componente superstite, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte. Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare. Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite. Il supremo solipsista finisce con il desiderare disperatamente gli esseri umani.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="706" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-706x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81752" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-706x1024.jpg 706w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-768x1114.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-1059x1536.jpg 1059w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-1412x2048.jpg 1412w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada.jpg 1747w" sizes="(max-width: 706px) 100vw, 706px" /></figure>



<p><strong>Questo fu l’ultimo libro di Morselli; a differenza del protagonista di <em>Dissipatio H. G</em>., non cambiò idea all’ultimo momento e, poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato, si suicidò.</strong> Ma poi fu pubblicato postumo, insieme a diversi altri suoi libri; la prima edizione in inglese è uscita negli Stati Uniti questo dicembre; ed eccomi qui, decadi dopo che il rifiuto spinse il suo autore a suicidarsi – senza però morire del tutto.</p>



<p>*</p>



<p>Alcuni giorni fa ho ricevuto una email da un’ammiratrice attraverso il mio sito. Aveva comprato il mio <em>L’albero</em> a Losanna, in Svizzera, in francese, e le era piaciuto; lo aveva quindi acquistato in edizione spagnola cosicché potesse leggerlo suo marito; e ora, a Quito, in Ecuador, lo voleva presentare al suo circolo di lettura, all’aperto per via delle restrizioni dovute al Covid, sotto il vulcano Pichincha – lo stesso libro con cui ho iniziato questa riflessione e il cui finale ho tradotto, agli inizi degli anni Novanta, per il mio professore di letteratura latina. Ciò che mi colpisce in retrospettiva <strong>è che l’albero di tasso (Taxus baccata) è un essere tecnicamente immortale, capace di rigenerarsi all’infinito. I suoi primi fossili sono datati duecentocinquanta milioni di anni e, se paragonati alle sue condizioni attuali, mostrano che non c’è stata evoluzione: è nato perfetto per vivere in eterno.</strong></p>



<p>Questo presunto desiderio d’immortalità, quanto risuonava in me più o meno mezza vita fa? Forse non così a livello conscio come adesso, ma può darsi che già allora fosse la motivazione.</p>



<p>Così tanti poeti e scrittori non sono morti del tutto, e il loro lascito vivente ci permea tutt’oggi. Gli autori contemporanei potrebbero ritenerli i loro <em>mani</em>, cioè le anime degli antenati, e venerarli come spiriti benigni. Alcuni di noi probabilmente già lo fanno.</p>



<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>



<p><em>*</em> <em>tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; pubblicato originalmente <a href="https://www.newenglishreview.org/custpage.cfm?frm=190347&amp;sec_id=190347" target="_blank" rel="noreferrer noopener">su “New English Review” come “Non Omnis Moriar: A Meditation on Writing”</a></em></p>
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		<title>“Vivete felici”. Orazio, il più contemporaneo tra i classici, nelle parole di Pound, Ceronetti &#038; Co.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Sep 2020 04:33:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’altro giorno casco su un libro. Copertina contorta dal tempo, anonima. Credo provenga dalla biblioteca di mio zio. Sta in Piemonte, ha ottant’anni, per una vita ha fatto il geometra e coltivato la passione per le cose belle. E i libri antichi, vari, pur privi di pregio per biblioamanti. Insomma, è un tomo, malridotto, delle [&#8230;]</p>
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<p>L’altro giorno casco su un libro. Copertina contorta dal tempo, anonima. Credo provenga dalla biblioteca di mio zio. Sta in Piemonte, ha ottant’anni, per una vita ha fatto il geometra e coltivato la passione per le cose belle. E i libri antichi, vari, pur privi di pregio per biblioamanti. Insomma, è un tomo, malridotto, delle <em>Opere di Q. Orazio Flacco volgarizzate col testo latino a fronte e con annotazioni. </em><strong>La versione è dell’abate <a href="https://data.bnf.fr/fr/10596300/francesco_venini/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Francesco Venini</a>, matematico con il guizzo lirico (ha composto pure alcuni <em>Saggi della poesia lirica antica e moderna</em>), morto nel 1820, duecento anni fa, ma chi lo conosce più…</strong> Il libro esce a Venezia, “Dai Torchj di Sebastiano Valle”, nel 1812.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="351" height="600" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro0.jpg" alt="" class="wp-image-79373" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro0.jpg 351w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro0-176x300.jpg 176w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Essenzialmente, sono uno che divora linguaggi. Me ne nutro, amo la lingua che non capisco, il retroscena del rétro, l’osceno del muffito, la parola in disuso, il settenario disseppellito, il verbo smesso, smunto. <strong>Così, ad esempio, ci vuol poco a farmi felice leggendo l’Ode XIV di Orazio, <em>Ad Postumum</em>, tradotta dall’abate Venini:</strong></p>



<p>Come fugaci ohimè! Postumo Postumo,</p>



<p>Di nostra vita gli anni ognor sen volano!</p>



<p>Né pietà, né saggezza</p>



<p>Posson la morte indomita,</p>



<p>O la rugosa ritardar vecchiezza.</p>



<p>Non se ogni giorno offrissi all’implacabile</p>



<p>Nume d’Averno un’ecatombe triplice,</p>



<p>Al Nume, che circonda</p>



<p>E Gerione e Tizio</p>



<p>Di Stige irremeabile coll’onda.</p>



<p>Tutti varcar dovremo l’onda terribile…</p>



<p>Invan di Marte fuggirem lo strepito…</p>



<p>*</p>



<p>Del club di Mecenate, e in assoluto della giungla della lirica latina, Orazio è il poeta più ‘contemporaneo’, il più amato, ambito, imitato, insieme a Catullo. Virgilio, Lucrezio, Lucano hanno toni per noi inconcepibili; la satira di Giovenale non attira, Ovidio è troppo laborioso, il resto è vagabondaggio accademico. Orazio, “l’ape matina” che “nei miei limiti compongo un canto laborioso”, è emblema del poeta che si concentra sulla forma poetica, artigianale, non dimentica l’umile nel suo canto, guarda con disincanto alla vita che scorre. <strong>“È vecchia consuetudine raffigurarlo di breve statura, pingue, arguto, amante dei comuni piaceri. Così fu: ma fu anche irrequieto e malato. E patì di occhi, di stomaco, di insonnie, di smanie nervose: e il suo corpo invecchiò assai prima che il suo intelletto. A quarant’anni si sentiva già vecchio e dava alla vita della giovinezza un addio pacato come si conveniva a un uomo – qual’era lui – di straordinario equilibrio”,</strong> lo descrive così Concetto Marchesi. “Classico dell’anima classica in quanto saggezza ed equilibrio”, lo dice Antonio La Penna.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro-13.jpg" alt="" class="wp-image-79375" width="347" height="557" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro-13.jpg 280w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro-13-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ezra Pound, tra i latini, prediligeva Sesto Properzio, a cui dedica, nel 1918, un <em>Homage</em>. Gli pareva più brillante e ricco di possibilità liriche. Nei <em>Cantos</em> lo scheletro formale gli è fornito da Dante ma uno dei modelli è Ovidio. <strong>Nel 1930, però, sul “Criterion” creato dal suo amico T.S. Eliot, Ez scrive un lungo saggio su Orazio <a href="https://www.raffaellieditore.com/orazio" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(edito in Italia, a cura di Caterina Ricciardi, da Raffaelli, nel 2009)</a>. L’incipit è tipicamente, violentemente poundiano: “Né semplice né passionale, sensuale soltanto quando si fa gourmet di ghiottonerie e di linguaggio, <em>aere perennius</em>. Quinto Orazio Flacco, calvo, panciuto, di umile estrazione, un sicofante, il meno lirico dei grandi maestri della letteratura,</strong> occupa un interno volume del <em>British Museum Catalogue</em>, e una buona metà di cattiva poesia inglese sembra essere stata composta sotto il suo influsso”. Due cose sono interessanti. Intanto, la congiunzione tra i tratti fisici di Orazio e la sua opera: è lui, il poeta, a fare dell’autoritratto lirico una specie di poetica (che ha il gusto della scaltra umiltà: il poeta, ci dice, non è bello, non possiede la vertigine di Pindaro, né la sensualità di Catullo). Poi, il fatto che la poesia inglese derivi da quella di Orazio, autentico narratore in versi. Il resto è Pound. Per spirito di contraddizione, scrive che Orazio gli pare banale (“Catullo e Ovidio aggiungono qualcosa alla poesia, qualcosa che non c’è nella poesia greca che ci è pervenuta. Al suo meglio, Orazio è talvolta più, talvolta poco meno, di un traduttore”) <strong>perché non è stato lui a tradurlo e chi lo ha tradotto lo ha frainteso (“C’è una precisa arte oraziana. Con l’eccezione di Catullo, egli fu il più abile versificatore dei poeti latini”).</strong> &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Tradotto da John Dryden, Orazio appare tra le maglie dei versi di William Wordsworth e di John Keats, è il mito – per nitore lirico e capacità di alternare i toni senza brutalizzarli – di Wystan H. Auden, è imitato da Robert Frost. <strong>Per Iosif Brodskij – in <em>Dolore e ragione</em> va letta la bella <em>Lettera a Orazio</em> – è proprio Orazio</strong>, spesso ‘imitato’, il punto di giunzione tra il mondo classico e il contemporaneo, ha l’umanità appropriata (complessità, ironia) per definire il caos in formule liriche, come una delle sue rare apparizioni, quasi un avatar, Osip Mandel’stam.</p>



<p>*</p>



<p>In Italia vedo Orazio nella cinica fermezza di Montale, <a href="http://www3.unisi.it/semicerchio/upload/sc26-27_fo.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alessandro Fo</a> lo ha ritracciato in Andrea Zanzotto, ma è <a href="http://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/3176673/il-libro-degli-epodi" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fernando Bandini che lo ha tradotto (per Marsilio).</a> Guido Ceronetti era sintonizzato su altri linguaggi – Giovenale, il deserto biblico – eppure ha dato una bella lettura delle <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845932830" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Odi</em> di Orazio</a> (Adelphi, 2018). Ad esempio, ci ha insegnato che l’algido, equilibrato Orazio, in verità, è poeta in fiamme. <strong>“Perché invece del gelo, si scopre in questo stile del fuoco? Perché la contrazione della vita, mediante l’impegno della parola, richiede un enorme sforzo, una sovrumana energia, uno spreco di pazienza, tutto il fuoco della passione rivolto ad un fine che la contraria”.</strong> E poi c’è questo aspetto: “La chiarità di mente, mentre la confusione nelle povere teste umane, diventate troppo numerose per resistere al contagio della propria rabbia, delle proprie emanazioni d’impurità, va dappertutto rompendo qualsiasi limite, è un’acqua di cui non si vanteranno mai abbastanza le virtù curative”. Non poco.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/09/libro2-5.jpg" alt="" class="wp-image-79376" width="428" height="720" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-5.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/09/libro2-5-178x300.jpg 178w" sizes="(max-width: 428px) 100vw, 428px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Come sarà il domani? Quest’ansia fuggila.</p>



<p>Quanti giorni prescritti</p>



<p>T’abbia la Sorte, vivili</p>



<p>Come un raro guadagno, ragazzo mio</p>



<p>Così Ceronetti traduce un brandello della nona ode di Orazio, libro primo. Così la traduce Mario Ramous (che fu pure poeta, dimenticato, non da poco):</p>



<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<p>Smettila di chiederti cosa sarà domani,</p>



<p>e qualunque giorno la fortuna ti conceda</p>
</div></div>



<p>segnalo tra gli utili…</p>



<p>Questo è l’abate Venini:</p>



<p>Non esser del domani invan sollecito,</p>



<p>Ma ricevi qual nuovo benefizio</p>



<p>Ogni dì, che la sorte</p>



<p>T’accorda favorevole</p>



<p>Tardando il passo celere di morte.</p>



<p>*</p>



<p>L’inno, infine, è a vivere fino in fondo, finché il corpo non vada in corruzione. L’editore d’allora, Sebastiano Valle, inaugura Orazio con un paio di pagine <em>Agli amatori della poesia</em>. La frase che chiude la lettera è formidabile. “Vivete felici”. (d.b.)</p>



<p><em>*In copertina: Frederic Leighton, “Flaming June”, 1895</em></p>
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