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	<title>New York Times Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Cormac McCarthy? Ha quasi 90 anni, può fare di meglio…</title>
		<link>https://www.pangea.news/mccarthy-the-passenger-new-york-times/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2022 04:25:13 +0000</pubDate>
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<p>Il teologo inglese Thomas Kelly Cheyne ha coniato, nel 1880, il termine “Janus word” per definire quelle parole che esprimono due significati, per lo più opposti. Il riferimento di Cheyne è ovviamente a Giano, il dio romano bifronte, che allo stesso tempo guarda avanti e indietro. Leggere il nuovo romanzo di Cormac McCarthy, <em>The Passenger</em> – insieme al gemello, <em>Stella Maris</em>, che uscirà entro la fine dell’anno – continua a farmi pensare alla parola <em>portentous</em>. Secondo il Webster, <em>portentous</em> è un presagio che “suscita stupore”, ma allo stesso modo significa “poderosamente eccessivo”. Contiene, per così dire, lo yin e lo yang: nel proprio successo risiede un fallimento. Applicato alla letteratura, può significare uno scrittore che abbia raggiunto una <em>gravitas</em> genuinamente profetica, ma anche chi si profonde in un eccesso di pretenziosità. McCarthy ha optato, da sempre, per una sorta di equilibrio. La spavalderia del suo stile è sempre stata ai vertici, sulla soglia tra grandezza epica e pura crudeltà. In questi nuovi romanzi, il grande scrittore americano pare vacillare.</p>



<p>Il primo paragrafo di <em>The Passenger</em> è un microcosmo del problema generale. &nbsp;Scena cruda: un campo innevato, una giovane donna impiccata: “Durante la notte aveva nevicato leggermente e i suoi capelli gelati erano dorati e cristallini e i suoi occhi gelidi e duri come pietre”. Prima di ambientarsi, McCarthy ti ha crivellato addosso quattro <em>e</em>, congiunzione che fonde e divide. Pare di sentire Hemingway, ma con il ritmo malmostoso di parole artatamente spoglie e nitide. Un desiderio di atterrire e attrarre attenzione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/91gqrGWbT6L-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93216" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/91gqrGWbT6L-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/91gqrGWbT6L-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/91gqrGWbT6L-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/91gqrGWbT6L.jpg 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></figure>



<p>Ho letto il romanzo mentre mi stavo riprendendo dalla miseria di un calcolo renale di 15 millimetri: mia figlia, che ha 11 anni, me ne ha letto alcune parti, gli antidolorifici mi rendevano impossibile leggere. A un certo punto ha posato il libro, dicendomi, “Perché dice <em>e</em> così tante volte?”. &nbsp;</p>



<p>Eppure, è emozionante ascoltare le frasi di McCarthy lette ad alta voce. La descrizione dei paesaggi è il marchio di fabbrica di McCarthy, per questo anche il suo incespicare affascina. Subito dopo, però, il paragrafo scoscende nei toni sballati del “portentoso”. A un certo punto un cacciatore “pensava di dover pregare, ma non avrebbe pregato per una cosa del genere” (Davvero? E “Abbi pietà della sua anima”? Non è nulla?). Leggiamo che la donna ha una fascia rossa attorno al vestito, consegnando “un po’ di colore in quella scrupolosa desolazione” (che razza di patetico errore è questo? Chi può avere così <em>scrupolosamente</em> creato una tale desolazione?).</p>



<p>Gran parte di <em>The Passenger</em> si svolge in una stanza, o in un paio di stanze, dove la stessa scena, con variazioni, scorre in una sorta di loop. Una giovane donna, Alicia, è a letto. È schizofrenica, all’ultimo anno della sua vita. La stanza è assediata da un susseguirsi di fantasmi, vaudeville, spettacoli da baraccone spettrale. Il portavoce di queste figure è un impresario, Thalimonide Kid, detto semplicemente Kid. Anche <em>Meridiano di sangue</em>, considerato da molti il libro più riuscito di McCarthy – quanto a me, preferisco i romanzi precedenti,<em> Il buio fuori</em> e <em>Suttree</em>, privi di quella sorta di barocco machismo – ha un personaggio di nome Kid. È possibile che il Kid di <em>The Passenger</em> sia l’evocazione zombificata del precedente, solo che in questa incarnazione ha varcato il XX secolo, uscendone annichilito. È l’allucinazione di Alicia: minuscolo, un nano di mezza età, con mani simili a pinne. “Ha strofinato entrambe le pinne”, scrive McCarthy. Egli arringa Alicia, ma possiamo pensare che voglia salvarla. Lei dice chiaramente che deve andarsene, ma McCarthy suggerisce che le mancherà, che quando se ne sarà andato qualcosa finirà, irrimediabilmente.</p>



<p>Alicia è un genio, una delle menti matematiche più dotate sulla terra. Probabilmente, è anche la più bella donna che ci sia mai capitato di vedere. Gli uomini mettono in dubbio le loro scelte di vita quando la incontrano. Anche il fratello, Bobby, è bello e intelligente, ma non al suo livello. Conoscendola, ha imparato cos’è un autentico genio, ha compreso che lui non lo è e questo lo ha condotto a una depressione radicale. Lui è innamorato di lei, lei di lui. Il tema è quello dell’incesto frustrato. Hanno passato la vita a desiderarsi, fatti l’uno per l’altra, ma il tabù li ha frenati.</p>



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<p>Bobby lo incontriamo per la prima volta a lavoro. Il suo cognome è Western, perché questi romanzi parlano del destino e dell’imminente distruzione del mondo occidentale. Lavora nell’ambito del salvataggio subacqueo. Prima è stato pilota di auto da corsa. Di solito, risponde a chi gli parla con frasi concise. Se gli dici, “Ho bisogno di parlarti”, lui dirà, “Mi stai già parlando”. Quando un personaggio gli si rivolge dicendo, “Pensavo sapessi tutto”, lui replica, “No, non è così. Ma tu cosa ne sai di questo aeroplano?”.</p>



<p>La prima scena in cui vediamo all’opera Bobby Western è memorabile, reminiscenza – per fortuna – dell’eleganza e della potenza del vecchio McCarthy. L’intera configurazione è efficace e inquietante. Siamo in una gelida notte del 1980, un aereo a noleggio è precipitato nel golfo del Messico, non lontano da New Orleans. La squadra di subacquei cui appartiene Bobby è reclamata per ispezionare gli abissi. Noi osserviamo il <em>tender</em>, la persona che guida i subacquei dalla barca:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Era sdraiato sui gomiti, con la cuffia, guardava l’acqua oscura sotto di loro. Di tanto in tanto il mare ardeva di una tenue luce solforosa, proprio là dove, quaranta piedi più in basso, Oliver lavorava con la torcia. Wester fissò l’uomo, soffiò sul tè, lo sorseggiava, poi guardò le luci che si muovevano lungo il ponte, come il lento strisciare delle gocce d’acqua sulla corda”.</strong></p></blockquote>



<p>Ecco quello che Wallace Stevens chiamava lo “sfarzo essenziale” della migliore prosa poetica. Anche i passi che descrivono le azioni subacquee sono riusciti. Ti sembra di vagare nelle acque, vicino a un relitto, “la forma della fusoliera che si snoda nell’oscurità”. Quando i subacquei penetrano nell’aereo, scoprono che uno dei corpi è scomparso. Di otto passeggeri, ne restano sette. Chi ha causato l’incidente è riuscito a fuggire? Oppure – cosa più inquietante – il sito è già stato visitato e un corpo rimosso? Per gran parte del resto della storia, uomini ambigui, rappresentanti di potenti agenzie, fanno visita a Bobby, rovistano tra le sue cose, minacciando di fargli del male. Pensano che sappia qualcosa sull’incidente. Ma forse sono loro a sapere qualcosa di decisivo. Una specie di atmosfera paranoica aleggia lungo il libro.</p>



<p>Bobby e Alicia Western sono cresciuti insieme nel Tennessee orientale. I genitori lavoravano a Oak Ridge: il padre, un fisico, ha aiutato a progettare la bomba atomica. Era un genio del Nord, mentre la madre è del posto. Qui c’è una sorta di auto-mitologizzazione dello scrittore. Anche il padre di McCarthy, Charles – che è poi il nome autentico di Cormac, tra l’altro – veniva dal Nord, capitò nel Tennessee per impiegarsi presso un’agenzia federale, la Tennessee Valley Authority, che, portando l’energia elettrica nel Sud agricolo, ha contribuito a cancellare parti della cultura popolare di quei luoghi. La TVA ha fornito energia anche ad Oak Ridge, rendendo possibili alcuni di quegli esperimenti atomici, nei primi anni Quaranta, che, infine, nella visione gotico-spengleriana di McCarthy – già osservata nell’apocalittico <em>The Road</em> – distruggeranno il mondo. &nbsp;</p>



<p>I Western ci aiutano a confrontarci con la vita autentica di McCarthy. I cattolici-irlandesi del centro-Sud, ad esempio: chiaramente l’ebraicità dei Western pareggia il cattolicesimo dei McCarthy. I genitori di Cormac erano yankee bene istruiti – Cormac, per altro, è nato in Rhode Island –, vivevano in una bella casa, in un luogo disseminato di baracche, mandavano i figli alla scuola parrocchiale. La madre di McCarthy, Gladys, organizzava colazioni pomeridiane per gli alunni del Wellesley. Le belle sorelle di McCarthy hanno vinto concorsi di ortografia e ottenuto borse di studio per andare altrove. Erano degli alieni in quei luoghi. Tutto ciò rende meraviglioso e paradossale il fatto che McCarthy abbia ereditato il ruolo di “Grande Scrittore del Sud”. Il suo passato non inficia i risultati. Abitare in un mondo guardandolo dall’esterno permette una sensibilità più accurata, accresciuta, distaccata. Quando il “Knoxville Journal” registra che un giovane McCarthy è stato “accidentalmente colpito a entrambe le gambe”, di notte, mentre “stavano giocando con un amico con un vecchio fucile calibro 22”, comprendiamo quanto le influenze locali si siano infiltrate in lui. Chiamiamolo senso del luogo.</p>



<p>I due romanzi, <em>The Passenger</em> e <em>Stella Maris</em>, sono gemelli, e ciascuno è assegnato a un fratello. O ceduto. C’è molta Alicia, nella sua camera delle allucinazioni, in <em>The Passenger</em>, che è in definitiva il libro di Bobby. <em>Stella Maris</em> ha la forma di una lunga discussione tra Alicia e la sua psicologa, nell’istituto psichiatrico in cui è ricoverata. Sappiamo che queste sessioni termineranno con il suicidio di Alicia nella neve. La sua parte nello scambio è la trascrizione di una mente disintegrata. &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="666" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/60576615-666x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/60576615-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/60576615-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/60576615-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/10/60576615.jpg 702w" sizes="(max-width: 666px) 100vw, 666px" /></figure>



<p>I critici hanno spesso stigmatizzato l’assenza di personaggi femminili nell’opera di McCarthy. Le donne tendono a essere oggetti di vaga venerazione erotica, o apparizioni momentanee, quando non prostitute. Alicia si disseziona e si difende, in queste pagine, raccontando la sua vita. È così geniale che poche persone al mondo possono sostenere una conversazione con lei. Odia, compiange, rispetta il suo terapeuta. Non è del tutto convincente, ma è più risolta di Bobby che resta una specie di metafisico Marlboro Man. Non si comprende del tutto perché sia stato necessario un altro libro, <em>Stella Maris</em>, a registrare le trascrizioni della terapia subita da Alicia. È una scelta arbitraria.</p>



<p><em>The Passenger</em> non è certamente il più bel romanzo di McCarthy, e questo perché lo scrittore, a quasi novant’anni, ha avuto l’audacia di spingersi in nuove regioni letterarie. In questi romanzi, cioè, ha fatto ciò che non ha mai fatto prima: non tanto concentrarsi su un personaggio femminile, ma scrivere di gente comune. Certo, si tratta pur sempre di persone dolorosamente belle, spesso intelligenti all’eccesso, ma non sono epiche. Non lo sono del tutto. Hanno avuto un’infanzia, vivono un’età adulta traumatica o troncata. Frequentano ristoranti e bar, fanno visita agli amici. Viene da pensare a ciò che ha scritto Edward Said sullo “stile tardo”, sui cambiamenti che subisce uno scrittore nelle fasi finali della sua carriera. Said parla del “potere del disincanto, cioè di rendere piacevole un fatto senza risolvere la contraddizione”. Questo è possibile grazie a una “soggettività matura, spoglia di arroganza e presunzione, che non si vergogna dei propri limiti né delle modeste sicurezze che ha acquisito come risultato dell’età”. Se questo è ciò che sta accadendo a McCarthy potremmo attenderci altri romanzi “tardivi” migliori di questi.</p>



<p><em><strong>John Jeremiah Sullivan</strong></em></p>



<p><em>*Si riproduce qui, in larga parte, l’articolo pubblicato sul “New York Times” del 19 ottobre 2022, “Cormac McCarthy’s New Novel: Two Lives, Two Ways of Seeing”</em></p>
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		<title>“Non esiste vita senza spargimento di sangue”. Cormac McCarthy</title>
		<link>https://www.pangea.news/cormac-mccarthy-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Feb 2022 05:32:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 19 aprile del 1992 è il giorno della svolta. Sul “New York Times” Richard B. Woodward, giornalista che per lo più si occupa di critica d’arte, scrive un lungo reportage dal titolo Cormac McCarthy’s Venomous Fiction. È riuscito a intervistare il “più grande e sconosciuto scrittore degli Stati Uniti”, che pratica una specie di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 19 aprile del 1992 è il giorno della svolta. <a href="https://web.archive.org/web/20200320203435/https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/books/98/05/17/specials/mccarthy-venom.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Sul “New York Times” Richard B. Woodward, giornalista che per lo più si occupa di critica d’arte, scrive un lungo reportage dal titolo <em>Cormac McCarthy’s Venomous Fiction</em>.</strong> </a>È riuscito a intervistare il “più grande e sconosciuto scrittore degli Stati Uniti”, che pratica una specie di eremitaggio, la protervia della solitudine. Il giornalista incontra lo scrittore a Mesilla, in Nuovo Messico; lo scrittore, refrattario a parlare della propria vita, parla dei serpenti a sonagli del Mojave, la vasta regione desertica, in California. Ha accettato l’intervista a patto di non concederne altre, “per diversi anni”. Cormac McCarthy va per i sessant’anni, non ha mai venduto più di 5mila copie per romanzo, gode del rispetto di una stretta “confraternita di critici e di scrittori”, e poco più. Non pare curarsene. Quel giorno, però, trent’anni fa, è il giorno della svolta. Il reportage di Woodward lancia, inesorabilmente, il “personaggio”; il mese dopo Knopf pubblica <em>Cavalli selvaggi</em>, il primo romanzo della “Border Trilogy”, il primo successo di McCarthy (da cui, nel 2000, Billy Bob Thornton trae un film, invero modesto, con Matt Damon e Penelope Cruz). <a href="https://www.nationalbook.org/books/all-the-pretty-horses/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Il romanzo ottiene, quell’anno, il National Book Award</strong></a> – nella sezione <em>poetry</em> gareggia il futuro Nobel per la letteratura Louise Glück, con <em>The Wild Iris</em> – e verrà tradotto, dopo poco, da Einaudi. Improvvisamente, tutti conoscono McCarthy; quanto a lui, continua la vita di prima, sobria, arcana, fuori dal tempo, in viaggio. Quest’anno pare sia l’anno buono per <strong><em>The Passenger</em>, l’ultimo romanzo di McCarthy. Se ne parla dal 2009, </strong>doveva uscire nel 2015, il precedente, <em>The Road</em>, è pubblico dal 2006. Ma McCarthy, si sa, segue ritmi che riguardano i fiumi e le pietre, esegue compiti inscritti da un tempo precedente; quello umano gli pare precario, vago, esausto. In attesa del romanzo, abbiamo tradotto una larga parte dell’intervista di allora, quella del ’92, che cambiò tutto, testimonianza sgargiante che non esclude il sangue della contraddizione.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89314 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/All-the-Pretty-Horses-by-cormac-mccarthy-book-cover-193x300.jpg" alt="" width="334" height="516" /></p>
<p>***</p>
<p><strong>“Conosci i serpenti a sonagli del Mojave?”, mi fa Cormac McCarthy. La domanda, a pranzo, a Mesilla, Nuovo Messico: lo scrittore eremita, il più grande sconosciuto romanziere degli Stati Uniti, vuole distogliere la conversazione da se stesso, crede di potersi mimetizzare, di eludermi</strong>, raccontando di un suo viaggio, al confine tra il Texas e il Messico, qualche anno fa. Autore che narra le azioni brutali degli uomini con dettagli terrificanti, senza anestetici psicologici, McCarthy preferisce la chiacchiera alla confessione. Narratore dalla lingua d’argento, assapora le stranezze, si china sul piatto, fa la cronaca delle minuzie, fantastica, nel suo dolce accento del Tennessee.</p>
<p><strong>“I serpenti a sonagli del Mojave hanno un veleno neurotossico, simile a quello dei cobra”, comincia, dandomi una lezione di zoologia,</strong> spiegandomi i diversi colori che assume quella serpe, la sua diffusione, a Ovest. Si è imbattuto in quella creatura nel 1978, guidava un Ford pick-up, nei pressi del Big Bend National Park. McCarthy scrive solo dei luoghi che ha visitato: ha fatto dozzine di escursioni in Texas, New Mexico, Arizona, lungo il Rio Grande, a Chihuahua, Sonora, Coahuila. L’enorme deserto, saturo, scabro, è metafora della violenza nichilista di <em>Meridiano di sangue</em>, pubblicato nel 1985. La stessa terra disabitata, martoriata dal nulla, domina in <em>Cavalli selvaggi</em>, il nuovo romanzo.</p>
<p><strong>“Mi interessa l’animale allo stato brado, che può ucciderti all’improvviso”, dice, sorride. “Mi è capitato in Alaska. Ho visto un grizzly, non c’erano recinzioni, avevo la sensazione che dopo essersi stancato di inseguire una marmotta, mi avrebbe puntato”.</strong> Di fronte al serpente a sonagli si è tenuto a rispettosa distanza, l’ha allontanato con un bastone, lo ha spinto nell’erba, è strisciato altrove. Due ranger del parco, incrociati più tardi, erano riluttanti a discutere di serpenti velenosi. “Non sappiamo quanto siano pericolosi”, ha detto uno, “Diamo per certo che saresti morto”. L’aneddoto termina con una delle risate smaglianti di McCarthy. I suoi romanzi sono caratterizzati da una sorta di morboso realismo; i suoi eroi sono spesso degli emarginati: indigenti, criminali, senzatetto accucciati in tuguri privi di elettricità, uomini che sgattaiolano nei boschi del Tennessee orientale, sul crinale di spazi disumani, da deserto a deserto, tra i vuoti. La morte, che si annuncia spesso, cala all’improvviso, nell’immagine di una gola squarciata, di una pallottola in piena faccia. L’abisso si spalanca ad ogni passo falso.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-89315 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/The_Orchard_Keeper_-_Cormac_McCarthy-203x300.jpg" alt="" width="347" height="513" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/The_Orchard_Keeper_-_Cormac_McCarthy-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/The_Orchard_Keeper_-_Cormac_McCarthy-1042x1536.jpg 1042w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/The_Orchard_Keeper_-_Cormac_McCarthy-1389x2048.jpg 1389w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/The_Orchard_Keeper_-_Cormac_McCarthy.jpg 1406w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" />McCarthy ama il selvaggio – negli animali, nei paesaggi, negli uomini – e sebbene sia un uomo di 58 anni, ben fatto, colto, ha trascorso la maggior parte del proprio tempo fuori dal mondo.</strong> Difficile pensare a un grande scrittore americano che abbia partecipato così poco alla vita letteraria del paese. Non ha mai insegnato, non ha mai scritto sui giornali, non tiene letture né conferenze, non concede interviste. Nessuno dei suoi romanzi ha venduto più di 5mila copie. Per larga parte della sua carriera, non ha avuto un agente. Eppure, per una stretta confraternita di scrittori e di accademici, McCarthy non è secondo a nessuno, nonostante l’assenza del vasto riconoscimento pubblico, la scarsità delle vendite. Autore di culto, scrittore per scrittori, in molti, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti e in Inghilterra, lo hanno paragonato a Joyce e a William Faulkner. Saul Bellow, che ha fatto parte del comitato che nel 1981 gli ha concesso il MacArthur Fellowship, la borsa di studio assegnata a un “genio”, ha elogiato il suo “linguaggio prepotente, persuasivo, come una condanna a morte – o alla vita”.</p>
<p>Scrittore virile, la cui visione apocalittica di rado considera le donne, McCarthy non scrive di sesso, di amore, di vicende domestiche. <em>Cavalli selvaggi</em>, un romanzo d’avventura che narra di un ragazzo che viaggia dal Texas al Messico con un amico, è insolitamente docile, pare di vedere Huck Finn e Tom Sawyer che cavalcano insieme. La storia è schietta, rapida, ricorda il primo Hemingway; dovrebbe consentire a McCarthy un pubblico più vasto, pur conservando la consueta mistica maschia. La prosa di McCarthy ripristina il terrore e la grandezza del mondo terreo, cruento, con gravità biblica, che tiene sotto ricatto il lettore. Una pagina qualsiasi di uno qualsiasi dei suoi romanzi – appena punteggiata di virgole – possiede una sobrietà stilizzata che amplifica la forza delle parole, esatte. Crudeltà inimmaginabile e dettagli, il tenue bussare a una porta e lo strazio coesistono.</p>
<p><strong>Erede legittimo del romanzo gotico del Sud, McCarthy è un conservatore radicale, crede ancora che il romanzo possa, come dice lui, “comprendere tutte le discipline e gli interessi dell’umanità”.</strong> Con le sue incursioni nella storia degli Stati Uniti e del Messico, ha aperto un sentiero nel cuore violento del Vecchio West. Non c’è nessuno, nella letteratura italiana contemporanea, lontanamente paragonabile a lui. Solido, timido, con gli stivali da cow boy, McCarthy cammina leggero, sembra saper ballare. Bello, dagli occhi celtici verdi e blu incastonati in un volto ampio, dalla fronte larga, “dà un’impressione di forza, vitalità, poesia”, ha detto Bellow, “sembra un uomo integro”.</p>
<p><strong>Per essere un solitario tanto ostinato, McCarthy seduce, è divertente, un ottimo oratore. A differenza dei suoi personaggi, concisi, rozzi, per lo più analfabeti, è ironico, gli piace parlare. La sua sintassi ha un’eleganza cauta, sa dirigere con sapienza i pensieri.</strong> Dopo aver accettato l’incontro – dopo lunghe trattative con la sua agente, strappando la promessa che non avrebbe accolto interviste “per almeno molti anni” – è parso felice della mia compagnia. Dal 1976 vive per lo più a El Paso, al confine con Juarez, Messico. Pur recluso, McCarthy ha diversi amici, che conoscono le sue abitudini, il suo desiderio di solitudine. Alcuni anni fa il “The El Paso Herald Post” ha tenuto una cena in suo onore. Ha avvertito, educatamente, che non avrebbe partecipato, e così ha fatto. La targa pensata per lui è appesa nell’ufficio del suo avvocato. Per molti anni, per altro, non ha avuto mura su cui appendere alcunché.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89316 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/711u4GtfCML-193x300.jpg" alt="" width="339" height="524" /></p>
<p><strong>Quando ha appreso la notizia del MacArthur viveva in un motel a Knoxville, Tennessee. Ha imparato a viaggiare con una torcia ad alto voltaggio</strong>, per poter godere di un’illuminazione adatta quando legge o scrive, ed è in giro. Nel 1982 ha acquistato un minuscolo appartamento in pietra, dietro un centro commerciale a El Paso. Non mi ci ha portato. “È a mala pena abitabile”, mi dice. La ristrutturazione, iniziata qualche anno fa, si è fermata per mancanza di fondi. Si taglia da solo i capelli, mangia a una tavola calda, usa le lavanderie a gettoni. Stima di avere circa 7mila libri, sparsi qua e là. “Ha più interessi intellettuali di chiunque conosca”, ha detto Richard Pearce, il regista, che ha scoperto McCarthy nel 1974 ed è uno dei suoi rari amici “artisti”.</p>
<p><strong>Non ha mai voluto un lavoro fisso, un tratto che pare abbia infastidito le due ex mogli. “Vivevamo in totale povertà”, ricorda Annie DeLisle, che ora gestisce un ristorante, in Florida. Per quasi otto anni hanno abitato in una stalla, fuori Knoxville. “Ci facevamo il bagno nel lago”,</strong> dice, con una sorta di screziata nostalgia. “Ogni tanto qualcuno chiamava, gli offriva 2mila dollari per parlare dei suoi libri in una qualche università. E lui rispondeva che tutto quello che aveva da dire era lì, sulla pagina. Dunque: avremmo mangiato fagioli per un’altra settimana”.</p>
<p><strong>McCarthy preferisce parlare di serpenti a sonagli, musica country, Wittgenstein; di qualsiasi cosa, più che di se stesso, della sua vita, dei suoi libri. “</strong><strong>È difficile trovare qualcosa che non mi interessi. La scrittura non è in cima alla lista”.</strong> La sua ostilità verso il mondo letterario è genuina (“le scuole di scrittura sono un caos inutile”). Alle riunioni del MacArthur e alle discussioni con gli altri scrittori, preferisce le lunghe chiacchiere con gli scienziati, il fisico Murray Gell-Mann, il biologo delle balene Roger Payne. Uno dei rari amici è stato il romanziere ecologista Edward Abbey. Poco prima della sua morte, nel 1989, hanno ragionato insieme su come reintrodurre il lupo in Arizona.</p>
<p>Il silenzio di McCarthy intorno alla sua vita ha generato leggende. Secondo la rivista “Esquire”, che ha catalogato una vasta lista di pettegolezzi, ha vissuto per un po’ sotto un derrick, un impianto per trivellare petrolio. Per molti anni, la somma delle informazioni sulla sua vita la si ricavava soltanto dalla nota biografica apposta al primo romanzo, <em>The Orchard Keeper</em>, pubblicato nel 1965. Nato a Rhode Island nel 1933, cresciuto nella periferia di Knoxville, ha frequentato le scuole parrocchiali, è entrato alla University of Tennessee, per poi abbandonarla; dal 1953, per quattro anni, si è arruolato nella Air Force; è tornato in università per abbandonarla di nuovo; nel 1959 ha preso a scrivere romanzi. Ha avuto due mogli, un figlio, nato nel 1962, si è trasferito nel sud-ovest nel ’74. I dati biografici finiscono qui.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-89317 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/02/cop_La-strada22-di-Cormac-McCarthy-195x300.jpg" alt="" width="330" height="508" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/cop_La-strada22-di-Cormac-McCarthy-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/cop_La-strada22-di-Cormac-McCarthy-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/cop_La-strada22-di-Cormac-McCarthy-768x1181.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/cop_La-strada22-di-Cormac-McCarthy-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/02/cop_La-strada22-di-Cormac-McCarthy.jpg 939w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" />Primo figlio di un eminente avvocato, già membro della Tennessee Valley Authority, McCarthy in verità si chiama Charles Jr., ha cinque fratelli. Cormac, equivalente gaelico di Charles, era il vecchio soprannome di famiglia affibbiato al padre dalle zie irlandesi.</strong> Sembra avere avuto un’infanzia agiata, per nulla simile alle vite dei suoi miserabili eroi. La grande casa bianca della giovinezza dominava su acri di bosco, governata da cameriere. “Eravamo considerati ricchi perché tutti, intorno a noi, vivevano in baracche di una o due stanze”, ricorda lui. Quello che accadeva in quelle baracche, e nel mondo infernale di Knoxville, sembra aver alimentato la sua immaginazione più di quanto ha vissuto nella sua famiglia. Il romanzo <em>Suttree</em>, che narra di un paralizzante conflitto padre-figlio, ha tratti autobiografici. “Non ero ciò che avevano in mente dovessi essere”, racconta McCarthy. “Ho capito che non sarei diventato un cittadino rispettabile. Ho odiato la scuola dal primo giorno in cui ci ho messo piede”. Solo a 23 anni scopre la letteratura. Era in Alaska, inviato dall’Air Force. Per vincere la noia, in caserma, ha iniziato a leggere. “Ho letto molto, e molto velocemente”. La lista di quelli che considera “bravi scrittori” – Melville, Dostoevskij, Faulkner – esclude chi non si occupa di vita o di morte. Proust e Henry James non gli piacciono. “Non li capisco. Per me quella non è letteratura. Un mucchio di scrittori che sono considerato buoni, per me sono soltanto strani”.</p>
<p>McCarthy ha cominciato a scrivere<em> The Orchard Keeper</em> all’università, lo ha terminato a Chicago, dove lavorava part-time in una officina di automobili. “Non ho mai avuto dubbi sulle mie capacità. Sapevo di poter scrivere. Il punto era guadagnare qualcosa mentre lo facevo”. Nel 1961 ha sposato Lee Holleman, conosciuta al college; hanno avuto un figlio, Cullen – che studia architettura a Princeton –, per poi divorziare, poco dopo. Ancora senza editore, lo scrittore è stato a Asheville, a New Orleans. Gli chiedo come riuscisse a pagare gli alimenti. “Già, come?”. Ricorda che è stato cacciato da una stanza a 40 dollari al mese, nel quartiere francese, perché non pagava l’affitto. <strong>Dopo tre anni, ha spedito il manoscritto a Random House, “l’unico editore di cui avevo sentito parlare”. Il testo giunge sulla scrivania del leggendario Albert Erskine, l’ultimo editor di Faulkner, nonché fautore del successo di <em>Sotto il vulcano</em> di Malcolm Lowry e di <em>L’uomo invisibile</em> di Ralph Ellison.</strong> Erskine ha riconosciuto lo stesso carisma di quei grandi in McCarthy, il genio di uno scrittore ormai estinto dall’orizzonte della letteratura americana. Lo ha seguito per vent’anni. “Ci lega un sentimento di paternità, direi”, dice Erskine, e ammette, “ma non abbiamo mai venduto uno dei suoi libri”.</p>
<p>Per anni, ha sopravvissuto grazie a premi in denaro, sovvenzioni dell’American Academy of Arts and Letters, borse della William Faulkner Foundation e della Rockefeller Foundation. Ha usato parte di questi soldi per un viaggio in Europa, nel 1967. Sulla nave che lo portava in Irlanda, ha incontrato la DeLisle, cantante pop inglese, la sua seconda moglie. Per alcuni mesi hanno vissuto a Ibiza, dove McCarthy ha scritto <em>Outer Dark</em>, edito nel 1968, specie di involuta Natività centrata sulla ricerca, da parte di una madre ragazza, del figlio, nato da un incesto. In un lungo articolo pubblicato sul “New Yorker”, Robert Coles ha definito McCarthy un “romanziere col senso del sacro”, che ha la stessa tensione dei tragici greci e dei moralisti medioevali. “Lo dimostra perfino il suo testardo rifiuto di piegare la scrittura alle esigenze intellettuali della nostra epoca&#8230; il suo destino è quello di restare relativamente sconosciuto, per lo più frainteso”.</p>
<p><strong>“Non esiste vita senza spargimento di sangue”, dice McCarthy. “L’idea che la specie possa essere migliorata, in qualche modo, che tutti possano vivere in armonia, mi pare pericolosa.</strong> Chi è afflitto da questa nozione è il primo a rinunciare alla propria anima, alla propria libertà. Il desiderio di percorrere questa via ti rende schiavo, rende vacua la tua esistenza”. Come Flannery O’Connor, si schiera con i disadattati, con gli alieni e gli anacronistici, contro ogni utopia di “progresso”.</p>
<p>Uno dei suoi amici descrive McCarthy come un camaleonte, “sa adattarsi a ogni ambiente e ad ogni compagnia, è sempre sicuro di ciò che vuole fare”. Lo scrittore ribatte, “il punto è che mi interessa tutto. Non mi sono mai annoiato in 50 anni. Dimentico ogni cosa”. Ha risparmiato abbastanza soldi per lasciare El Paso. Intende andare in Spagna. Suo figlio, con il quale ha ricomposto un legame, si sposerà lì, quest’anno. Il costo di una vita così indipendente, per sé e per gli altri, è difficile da valutare. Gli scrittori americani di talento non sopportano alcuna delle difficoltà che McCarthy ha scelto di imporsi. Quanto a lui, sembra immensamente orgoglioso di essere un tipo di scrittore ormai estinto.</p>
<p><strong><em>Richard B. Woodward</em></strong></p>
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		<title>“Per molto tempo ho pensato di aver pagato la mia libertà con la sua morte…”. Esce “Les Inséparables”, il romanzo ritrovato di Simone de Beauvoir sull’amica Zaza. Sartre non lo voleva pubblicare perché non era abbastanza politico &#038; polemico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 11:16:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel libro autobiografico del 1963, La forza delle cose, Simone de Beauvoir fa un riferimento fugace ma abbagliante a un romanzo abbandonato. Il soggetto riguarda una storia incentrata sulla vita di Elisabeth Lacoin, “Zaza”, la migliore amica di Simone, che morì troppo giovane a causa di una encefalite virale. Simone de Beauvoir cominciò a scrivere [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-de-beauvoir-romanzo-inedito/">“Per molto tempo ho pensato di aver pagato la mia libertà con la sua morte…”. Esce “Les Inséparables”, il romanzo ritrovato di Simone de Beauvoir sull’amica Zaza. Sartre non lo voleva pubblicare perché non era abbastanza politico &#038; polemico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Nel libro autobiografico del 1963, <em>La forza delle cose, </em><a href="http://www.pangea.news/simone-porta-le-ragazzine-a-casa-e-jean-paul-le-svergina-i-triangoli-erotici-di-sartrede-beauvoir-la-fame-di-sesso-produce-buona-filosofia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Simone de Beauvoir</a> fa un riferimento fugace ma abbagliante a un romanzo abbandonato.</strong> Il soggetto riguarda una storia incentrata sulla vita di Elisabeth Lacoin, “Zaza”, la migliore amica di Simone, che morì troppo giovane a causa di una encefalite virale. Simone de Beauvoir cominciò a scrivere il romanzo nel 1954, cinque anni dopo la pubblicazione de <em>Il secondo sesso</em>, il rivoluzionario trattato femminista. <strong>Vi lavorò alcuni mesi, per poi mostrarlo a Jean-Paul Sartre. Sartre non ne fu impressionato.</strong> La storia “sembrava non possedere una necessità interiore, intima, fallendo nel tentativo di avvincere il lettore”. Simone fu d’accordo nell’obliare il romanzo.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75623 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro-27.jpg" alt="" width="252" height="367" />Nei decenni successivi gli studiosi si sono chiesti che fine abbia fatto quel manoscritto. Nonostante siano emerse diverse opere postume della de Beauvoir, quel romanzo è rimasto avvolto nel mistero. Ora, dopo che Sylvie Le Bon, figlia adottiva della de Beauvoir, ha scelto di editare le opere narrative dell’archivio che ha ereditato, <strong>quel romanzo, con il titolo <em>Les Inséparables</em>, viene alla luce. Il romanzo di 176 pagina uscirà in Francia in autunno</strong> e negli Stati Uniti il prossimo anno, illuminando, così, una relazione fondamentale nella crescita di Simone, che ha modellato le sue opinioni su diseguaglianza di genere e sessismo.</p>
<p>*</p>
<p>“Ha fatto bene a mettere da parte quel manoscritto? Perché fu del tutto soggiogata dalle opinioni di Sartre? Non credo che il problema sia la scrittura”, ha detto Toril Moi, professore di letteratura alla Duke University e autore di <a href="https://www.amazon.it/Simone-Beauvoir-Making-Intellectual-Woman/dp/0199238723" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Simone de Beauvoir: The Making of an Intellectual Woman</em></a>, che ha letto il romanzo finora inedito. <strong>“Lo ha giudicato insignificante perché non è un romanzo politico”. Contattata telefonicamente, Sylvie Le Bon ha detto che <em>Les Inséparables </em>avrebbe dovuto essere pubblicato nel 1986, poco dopo la morte di Simone, ma “altre priorità editoriali hanno rallentato il mio intento: ora siamo pronti a lavorare sui romanzi e i racconti che giacciono nell’archivio”.</strong> La de Beauvoir ha scelto Sylvie Le Bon, sua stretta confidente per 26 anni, come esecutore testamentario, adottandola legalmente nel 1980. La Le Bon ha in programma, nei prossimi anni, di pubblicare ulteriori testi narrativi inediti della de Beauvoir. “Quando ha scritto questo libro, nel 1954, aveva già raffinato il suo talento di scrittrice. Simone ha distrutto alcune opere di cui non era soddisfatta: questa ha preferito conservarla. A proposito delle sue carte mi disse, ‘Farai ciò che ritieni giusto’”.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75624 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-65-179x300.jpg" alt="" width="233" height="388" />Il manoscritto, in verità, non ha titolo. La Le Bon ha scelto la parola “inseparabili” perché ricorre costantemente nel testo, concentrato sulla relazione tra Simone e “Zaza”. <strong>Nate entrambe da famiglie cattoliche borghesi, si sono incontrare a nove anni, condividendo sogni di indipendenza e di istruzione superiore. Zaza, la più ribelle, ha spronato l’amica Simone: “Solo quando mi sono confrontata con Zaza ho deplorato con ferocia la mia banalità”,</strong> scrive in <em>Memorie d’una ragazza perbene. </em>La storia di Zaza come appare in <em>Memorie d’una ragazza perbene</em> (1958) è un’eco della versione romanzata, vi ricorrono identiche alcune frasi. In entrambi i libri la de Beauvoir racconta le pressioni familiari che hanno indotto Zaza a rinunciare agli studi e il rapporto sfortunato con il filosofo Maurice Marleu-Ponty (chiamato Jean nel romanzo). La morte prematura, a 21 anni, lasciò Simone devastata. La de Beauvoir interpreta l’ironia crudele del destino di Zaza, la ragazza che l’aveva ispirata a respingere le attese e le restrizioni convenzionali a cui erano obbligate le donne, schiacciata da quelle stesse forze, senza vivere abbastanza per superarle e farsi indipendente. “Avevamo combattuto insieme ribaltando il destino che ci era preparato… per molto tempo ho pensato di aver pagato la mia libertà con la sua morte”. Il romanzo sarà pubblicato in Francia da Les Éditions de l’Herne; i diritti de <em>Les Inséparables </em>sono stati venduti a editori di 17 paesi nel mondo.</p>
<p><strong><em>Alexandra Alter</em></strong></p>
<p><em>*L’articolo è una parziale traduzione di <a href="https://www.nytimes.com/2020/04/28/books/coming-soon-new-fiction-from-simone-de-beauvoir.html?login=email&amp;auth=login-email" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Coming Soon: New Fiction From Simone de Beauvoir”,</a> pubblicato su “The New York Times”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-de-beauvoir-romanzo-inedito/">“Per molto tempo ho pensato di aver pagato la mia libertà con la sua morte…”. Esce “Les Inséparables”, il romanzo ritrovato di Simone de Beauvoir sull’amica Zaza. Sartre non lo voleva pubblicare perché non era abbastanza politico &#038; polemico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Cechov erige un mondo in due pagine, Simenon crea la vita in un paragrafo e Monsieur Derrida ha sbagliato tutto”. Chiacchierando con George Steiner</title>
		<link>https://www.pangea.news/george-steiner-ritratto/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 04 Feb 2020 10:48:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[George Steiner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Proprio l’anno scorso, in concomitanza con i 90 anni – era nato a Neuilly-sur-Seine, nel 1929 – Garzanti ha ripubblicato alcuni suoi libri decisivi, “Vere presenze”, “Dopo Babele”, “La poesia del pensiero”. Libri pieni di vita, pieni di vento. “Vorrei essere ricordato come un buon insegnante di lettura”, diceva, ritenendo la critica un esercizio che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/george-steiner-ritratto/">“Cechov erige un mondo in due pagine, Simenon crea la vita in un paragrafo e Monsieur Derrida ha sbagliato tutto”. Chiacchierando con George Steiner</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Proprio l’anno scorso, in concomitanza con i 90 anni – era nato a Neuilly-sur-Seine, nel 1929 –</em> <em><a href="https://www.garzanti.it/autori/george-steiner/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Garzanti</a> ha ripubblicato alcuni suoi libri decisivi, “Vere presenze”, “Dopo Babele”, “La poesia del pensiero”. Libri pieni di vita, pieni di vento. “Vorrei essere ricordato come un buon insegnante di lettura”, diceva, ritenendo la critica un esercizio che esalta e moltiplica il piacere del leggere senza cannibalizzare l’opera. Iniziò gli studi a Parigi, si trasferì a New York mentre i nazisti invadevano la Francia, grazie all’intuizione del padre – “La mia vita è centrata sulla morte, sul ricordo, sull’Olocausto… Gli alberi hanno le radici, io ho le gambe: devo la mia vita a questo”. Si perfeziona a Chicago, studia a Harvard, nel 1959 pubblica uno dei suoi libri più importanti, “Tolstoj o Dostoevskij”. “So che il mio stupore può apparire ingenuo, ma continuo a meravigliarmi del fatto che con il linguaggio umano puoi amare, costruire, perdonare come torturare, odiare, distruggere, annientare”, scrive. Il critico Lee Siegel – ricordato nel ‘coccodrillo’ pubblicato <a href="https://www.nytimes.com/2020/02/03/books/george-steiner-dead.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sul “New York Times”,</a> in onore di “George Steiner, il prodigioso critico letterario” – ha scritto di Steiner: “La sua assoluta virtù è la capacità di vagare da Pitagora a Tolstoj, attraversando Aristotele, Dante, Nietzsche, nell’arco di un paragrafo. Il suo vizio più irritante è che è capace di vagare da Pitagora a Tolstoj, attraversando Aristotele, Dante, Nietzsche, nell’arco di un paragrafo”. Fu un genio. Tra i suoi libri ricordiamo “La lezione dei maestri”, “Il libro dei libri”, “Una certa idea di Europa”, “Nel castello di Barbablù”. Muore poco dopo Harold Bloom. Per ricordarlo, stralciamo alcuni brani dalla straordinaria intervista rilasciata a Ronald A. Sharp nel 1995, <a href="https://www.theparisreview.org/interviews/1506/george-steiner-the-art-of-criticism-no-2-george-steiner" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per la “Paris Review”.</a>   </em><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73154 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro-3-219x300.jpg" alt="" width="266" height="364" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-3-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-3-746x1024.jpg 746w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-3-768x1054.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-3-1120x1536.jpg 1120w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-3-1493x2048.jpg 1493w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-3-1320x1811.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-3.jpg 1778w" sizes="(max-width: 266px) 100vw, 266px" />Due pagine di Cechov creano un mondo intero, indimenticabile. </strong>Il mistero grazie al quale un artista genera una voce, crea un personaggio tridimensionale, con una vita indipendente, ha poco a che vedere con l’intelligenza pura, con i sistemi analitici. Ci sono romanzieri immensamente intelligenti – forse la mente di Proust è stata quella più vertiginosa del secolo – ma molti non lo sono affatto. Non riescono a dare ragione della spontanea unione tra il linguaggio e la genesi della vita, quella cosa che cammina davanti a te, fino a farti dimenticare il nome dell’autore. Questo è il genio, questa è la creatività, e io ne sono sprovvisto. Due pagine di Cechov creano un mondo intero, indimenticabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Simenon racconta la Francia come nessuno storico saprebbe fare. </strong>Ci sono romanzi grandiosi, che vivono grazie al loro contenuto intellettuale. Molti libri di Thomas Mann, ad esempio. <em>L’uomo senza qualità </em>di Musil è scritto con il piglio di un grande filosofo. Ma sono esempi rari. Il più straordinario sapere nel campo della finzione narrativa lo possiede, oggi, Georges Simenon. Posso prendere dal mio scaffale dieci o dodici Maigret e ciò che Balzac o Dickens fanno in cinque o dieci pagine Simenon lo fa in due paragrafi. C’è un romanzo di Maigret che si apre con un forte rumore. Sono le tre del mattino, Pigalle, l’antico quartiere a luci rosse di Parigi, un proprietario di night club chiude la saracinesca. Da quel singolo rumore – a cui segue il cigolio del carretto del latte, i passi di quelli che vanno a dormire intrecciati a quelli che cominciano a lavorare – Simenon non solo dettaglia una città e il carattere della Francia come nessuno storico saprebbe fare: impone ai tuoi occhi quei due o tre personaggi che animeranno la storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il romanzo del torturatore. </strong>Ho tentato di scrivere un romanzo, ma non sono all’altezza dei temi che mi toccano profondamente. Ho ripetutamente iniziato e distrutto un romanzo che ha questo argomento: siamo su un’isola greca, è l’era dei Colonelli, oppure in Turchia o in Sudamerica, comunque in uno stato di polizia. Un uomo torna a casa dalla moglie e dai figli, e mentre vanno a letto sente l’odore della tortura che gli si avventa addosso. Non ne parla mai, ma la sua donna lo sa: sa che sta condividendo il letto con un torturatore. Una terribile malattia invade l’atto d’amore: le donne non rifiutano l’amore, come nella <em>Lisistrata</em> di Aristofane; iniziano a uccidere i mariti. Ma come faranno a vivere i figli dei torturatori? Questo libro dovrebbe essere scritto da un maestro. Io non sono maestro. Un maestro saprebbe cosa dicono queste persone a cena, conoscerebbe i piccoli rumori che si sentono in quelle stanze. Saprebbe come conquistarti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73155 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/le-antigoni-196x300.jpg" alt="" width="270" height="414" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/le-antigoni-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/le-antigoni-669x1024.jpg 669w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/le-antigoni-768x1175.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/le-antigoni-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/le-antigoni.jpg 1004w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" />L’uomo di lettere, oggi, è visto con sospetto. </strong>Ormai il letterato è considerato con sospetto. Un tempo, il letterato rappresentava una specie di consenso del gusto. La gente voleva conoscere l’arte da un esperto, non accademico, pensiamo a William Hazlitt. Il letterato poteva scrivere poesie, racconti, biografie. In Inghilterra questa tradizione non è morta. Critico, biografo, memorialista, ottimo poeta e supremo letterato è, ad esempio, Robert Graves. I miei critici, i miei oppositori mi rimproverano proprio questo: che sono un letterato in un’epoca in cui vincono le specializzazioni. Una delle prime recensioni di <em>Dopo Babele </em>è stata firmata da un insigne linguista, un sommo sacerdote dei mandarini dell’accademia. “<em>Dopo Babele </em>è davvero un brutto libro”, scrisse, “ma purtroppo è un classico”. Ho scritto a questo professore che non avrei potuto attendermi recensione migliore. Lui mi ha risposto che per scrivere correttamente quel libro ci sarebbero voluti almeno sei o sette specialisti. A quel punto gli ho detto che sbagliava. Non voglio raccogliere la polvere sulla scrivania dei tecnici. Preferisco prendermi dei rischi. Certo, in quel libro ci sono degli errori, forse delle inesattezze, che dicono, però, che vale la pena vivere per dare atto a una passione, per censire uno scatto più che una certezza. L’uomo di lettere, come dicevo – ma che cosa sono stati George Orwell e Edmund Wilson? – oggi è visto con sospetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Monsieur Derrida? Un genio che ha coniato un aforisma devastante. </strong>Viviamo in un periodo bizantino, o alessandrino, in cui il commentatore e il commento troneggiano sull’opera. Saint-Beave morì osservando amaramente che “non esistono statue per i critici”. Mio Dio, quanto aveva torto! Oggi ci viene detto che esiste una teoria della critica che domina la critica: decostruzione, semiotica, post-strutturalismo, postmodernismo. È un clima particolare, riassunto da quell’indubbio genio, Monsieur Derrida, che afferma che ogni testo non è che un “pretesto”. Questo è uno dei più clamorosamente sbagliati, distruttivi, devastanti giochi di parole mai creati. Cosa significa? Che qualsiasi sia la statura di un testo poetico, esso attende il commentatore decostruttivista. Ogni testo, insomma, è semplicemente occasione per un esercizio dell’intelligenza. Questo è ridicolo. Walter Benjamin pensava che un libro può attendere mille anni senza essere letto, finché non arriva il suo lettore, quello giusto. I libri non hanno fretta. Un atto di creazione non ha fretta: ci legge, ci precede, ci privilegia all’infinito. L’idea che non sia altro che un pretesto per stimolare la nostra mente mi riempie di amarezza e di rabbia. L’idea che gli studenti leggano critiche di seconda o di terza mano e che leggano sempre di meno le opere, rappresenta la morte di ogni ordine di valori, del normale, ingenuo, logico criterio di priorità.</p>
<p><strong><em>George Steiner</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/george-steiner-ritratto/">“Cechov erige un mondo in due pagine, Simenon crea la vita in un paragrafo e Monsieur Derrida ha sbagliato tutto”. Chiacchierando con George Steiner</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“I libri di fantascienza sono solo un cono gelato”. William Gibson, quello di “Neuromante”, esce con un nuovo romanzo. Intervista</title>
		<link>https://www.pangea.news/william-gibson-agency-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 10:18:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Guru del cyberpunk, William Gibson pubblica “Neuromante” nel 1984 – fu uno, tra i rari, di quei ‘romanzi-manifesto’ che spostano di un fiato la narrativa. “Johnny Mnemonic” era uscito tre anni prima. Gibson festeggia quasi 40 anni di attività letteraria con un nuovo romanzo, “Agency”, che uscirà nel mondo anglofono il prossimo 21 gennaio. La [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Guru del cyberpunk, William Gibson pubblica “Neuromante” nel 1984 – fu uno, tra i rari, di quei ‘romanzi-manifesto’ che spostano di un fiato la narrativa. “Johnny Mnemonic” era uscito tre anni prima. Gibson festeggia quasi 40 anni di attività letteraria con un nuovo romanzo,<a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/530536/agency-by-william-gibson/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong> “Agency”</strong></a>, che uscirà nel mondo anglofono il prossimo 21 gennaio. La trama – che dipende in parte dal libro precedente, “The Peripheral”, passato in Italia, per Mondadori, come “Inverso” – è, come di norma in Gibson, piuttosto complicata. C’è una protagonista, Verity Jane, che crea app con chiaro talento; c’è una intelligenza artificiale, Eunice, “che disarma per la sua umanità”; c’è il mondo di oggi, lievemente distorto (negli Usa domina Hilary Clinton) e c’è la Londra del XXII secolo. In attesa della traduzione italiana, abbiamo shakerato due interviste, rilasciate da Gibson <a href="https://www.theguardian.com/books/2020/jan/11/william-gibson-i-was-losing-a-sense-of-how-weird-the-real-world-was" target="_blank" rel="noopener noreferrer">al “Guardian”</a> e <a href="https://www.nytimes.com/2020/01/09/books/review/william-gibson-by-the-book-interview.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">al “New York Times”</a>, cogliendone gli highlights. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72670 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro-2-4-195x300.jpg" alt="" width="228" height="351" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-2-4-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-2-4-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro-2-4.jpg 440w" sizes="(max-width: 228px) 100vw, 228px" />“Interfaccia”: una parola meravigliosa. </strong>“Quando ho scritto <em>Neuromante</em> non sapevo nulla di tecnologia. Letteralmente nulla. Quello che ho fatto è stato decostruire la poetica del linguaggio delle persone che già stavano lavorando in quel campo. Stavo nel bar di un hotel che ospitava una convention di programmatori di computer. Parlavano del loro lavoro. Non capivo assolutamente cosa stavano dicendo. A un certo punto qualcuno usò la parola <em>interfaccia</em>. Sono svenuto. Mi sono detto, ca*zo, questa è una parola! Davvero, poeticamente, è stato meraviglioso”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La fantascienza è un cono gelato. </strong>“Ogni finzione che preveda il futuro è come un cono gelato: si scioglie mentre si avvicina a quel futuro preconizzato. Diventa archeologia ogni secondo che passa. <em>Neuromante</em>, infine, verrà letto per ciò che dice al futuro del passato. La fantascienza, infine, diventa vintage. Anche la mia. L’ho sempre saputo, e trovo delizioso sapere che sto lavorando ogni giorno a qualcosa che ha il destino di diventare arcaico”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il romanzo più bello: <em>Meridiano di sangue. </em></strong>“L’esperienza di lettura ideale, per me, non prevede interruzioni. Da adulto, l’esperienza in questo senso più memorabile è stata la lettura di <em>Meridiano di sangue </em>di Cormac McCarthy. Ho iniziato a leggerlo in taxi, a Vancouver, sulla via per l’aereoporto, era il 1991, andavo a Berlino. Non ricordo nulla del viaggio da Vancouver fino all’albergo di Berlino. Esistevo solo io e il Giudice Holden”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggete Umberto Eco. E William Burroughs. </strong>“Se dovessi indicare un libro da leggere prima dei 21 anni… <em>Ur-Fascismo </em>di Umberto Eco, rilegato in formato tascabile. Resto sempre stupito quando qualcuno mi dice di aver letto Neuromante a 12 anni. Eppure, io ho letto <em>Pasto nudo</em> di William Burroughs a 13: l’ho scoperto insieme a Edgar Rice Burroughs, nello stesso anno”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Riscoprite Kingslay Amis.</strong> “<em>The Alteration </em>di Kingslay Amis è un libro meraviglioso. La storia alternativa, a mio parere, è un gioco ben più impegnativo di ipotizzare un futuro. Amis gioca alto in questo libro, postulando un papa in grado di fare a Martin Lutero un’offerta irrinunciabile, che rende vana la Riforma. Un capolavoro”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72671 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/libro2-15-199x300.jpg" alt="" width="235" height="354" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro2-15-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/libro2-15.jpg 298w" sizes="(max-width: 235px) 100vw, 235px" />Quando scrivo, non leggo.</strong> “Quando scrivo, non leggo. Tutto ciò che non è meraviglioso sembra assai meno interessante di qualsiasi cosa stia scrivendo; tutto ciò che è meraviglioso rende ciò che sto scrivendo irrimediabilmente squallido”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel gorgo del caos. </strong>“Come organizzo i miei libri. Ne modo migliore: come un autentico autore, preoccupato per la prossima pubblicazione. Di solito: nel gorgo del caos”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vorrei scrivere un romanzo storico. </strong>“Se non scrivessi fantascienza, mi concentrerei sul romanzo storico. Mi affascina la natura fondamentalmente speculativa di una immaginazione rivolta al passato. Reinventerei il passato”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il flusso continuo di notizie. Mi spaventa. </strong>“La cosa spaventosa, oggi, per me, è il flusso continuo di notizie. Una cosa che non avrei saputo immaginare. Se lo avessi detto a un produttore di Hollywood, dieci anni fa, mi avrebbe detto, ‘Vattene via, non farmi perdere tempo, è ridicolo!’”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi i politici sono ridicoli.</strong> “I politici oggi sono ridicoli, vanno al di là della parodia. Se nel 1984 qualcuno, prevedendo il futuro, mi avesse mostrato Boris Johnson gli avrei detto, fottiti e smetti di pensare al futuro”.</p>
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		<title>La recensione che ha cambiato la vita di Jack Kerouac. Ovvero, sul fattore cu*o nella storia della letteratura e sull’inutilità, oggi, delle pagine culturali (meditate gente e reagite con genio!)</title>
		<link>https://www.pangea.news/kerouac-recensione-on-the-road/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Dec 2019 09:24:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Certo, ci vuole cu*o. Ma ci vuole anche un certo culto per il nuovo, una certa fame, un desiderio. Ci vuole anche, diciamolo, ‘il contesto’, ecco, parola terribilmente seria. * Sul “Washington Post” Ronald K.L. Collins racconta una bella storia, che fa così: “Quella recensione acccidentale che rese Jack Kerouac famoso”. Lo sketch è brillante, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, ci vuole cu*o. </strong>Ma ci vuole anche un certo culto per il nuovo, una certa fame, un desiderio. Ci vuole anche, diciamolo, ‘il contesto’, ecco, parola terribilmente seria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.washingtonpost.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sul “Washington Post”</a> Ronald K.L. Collins racconta una bella storia, che fa così: “Quella recensione acccidentale che rese Jack Kerouac famoso”. Lo sketch è brillante, come l’incipit, da giornalismo narrativo: <strong>“Inizi di settembre, 1957. Jack Kerouac realizza il sogno di ogni scrittore. È mezzanotte, lui e la sua ragazza, Joyce Glassman, lasciano l’appartamento di New York City</strong>, quell’alto edificio in pietra arenaria, si fermano a un’edicola sulla 66ma, vicino a Broadway. Il tizio taglia lo spago che tiene insieme la pila dei giornali, è l’edizione mattutina del ‘New York Times’. I due aspettano. Prendono il giornale, lo sfogliano. Kerouac legge la recensione del suo libro, <em>On the Road. </em>‘Bastò il primo paragrafo… aveva le vertigini’, ricorda la Glassman”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_72183" aria-describedby="caption-attachment-72183" style="width: 303px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-72183" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/recensione-254x300.jpg" alt="" width="303" height="358" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/recensione-254x300.jpg 254w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/recensione.jpg 339w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><figcaption id="caption-attachment-72183" class="wp-caption-text">5 settembre 1957: sul &#8220;New York Times&#8221; Gilbert Millstein scrive la recensione che cambia la vita letteraria di Jack Kerouac</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima frase di quella<a href="https://archive.nytimes.com/www.nytimes.com/books/97/09/07/home/kerouac-roadglowing.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> fatale recensione:</a> “<em>On the Road </em>è il secondo romanzo di Jack Kerouac, la sua pubblicazione è un’occasione storica per capire l’epoca attraverso un’autentica opera d’arte”.</strong> Secondo paragrafo: “Questo libro richiede esegesi e studio del contesto. Certamente, questo libro sarà condannato o maledetto dai critici ‘ufficiali’ e dai critici dell’avanguardia, oppure trattato superficialmente come opera ‘intrigante’ e ‘picaresca’ o con altri aggettivi di dozzinale banalità. In realtà, <em>On the Road </em>è l’espressione più alta ed eloquente di ciò che qualche anno fa è stata chiamata generazione ‘Beat’”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ronald K.L. Collins, a cinquant’anni dalla morte di Kerouac, è piuttosto perentorio: “Senza quella recensione, Kerouac sarebbe rimasto uno scrittore minore</strong> e la Beat Generation non sarebbe fiorita affatto. D’altronde, sette anni prima, il primo libro di Kerouac, <em>The Town and the City</em>, non aveva attratto che modeste recensioni, incapaci di spingerlo alla fama”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il retroscena che ha portato a quella recensione – ergo: il cu*o – è divertente. Millstein “era il recensore giusto al momento giusto: conosceva la cultura bohémiennes degli anni Cinquanta nata intorno al Greenwich Village e aveva già recensito il romanzo d’avanguardia del 1952, <em>Go</em>, di John Clellon Holmes, oggi ritenuto il primo romanzo ‘Beat’”. Soltanto che&#8230; Il caporedattore cultura del ‘Times’, Orville Prescott, è in vacanza e <em>On the Road </em>giace muto sulla scrivania di Charles Poore. Poore non voleva occuparsi del libro, disprezzava la controcultura, allora lo passa a Millstein, l’unico collaboratore disponibile. Millstein scrive. La recensione è fiammante. <strong>Poore manda il pezzo a Prescott, che si incazza. “Odiava quel libro, quel movimento, gli pareva che la recensione fosse eccessiva”, ricorda Millstein.</strong> Alla fine, non c’è molta roba per quel numero del ‘Times’ e scelgono comunque di pubblicare la recensione. Paradosso: l’esplosione critica di Kerouac, la sua consacrazione, sancì la fine del rapporto tra Millstein e il “New York Times”. “Fu la mia ultima recensione nella mitica sezione del ‘Books of the Times’. Amen”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Kerouac e la Beat Generation non hanno beneficiato soltanto dei ritmi culturali del tempo, ma anche della recensione di Millstein: era eccezionalmente pensata e scritta in modo superbo, elegante, profonda, consapevole”. In effetti, alcuni cliché critici sono intercettati immediatamente. Ad esempio questo: <strong>“Come, più di ogni altro romanzo degli anni Venti, <em>Fiesta </em>è diventato il testamento della Lost Generation, è certo che <em>On the Road </em>diventerà l’emblema della Beat Generation. Per altro, non c’è alcuna somiglianza tra i due: formalmente e filosoficamente, Hemingway e Kerouac sono divisi, almeno, da una depressione e da una guerra mondiale”.</strong> Millstein riconosce i caratteri ‘formali’ della scrittura di Kerouac: il jazz, l’etica Zen, lo stile oceanico e involuto di Thomas Wolfe. “La ‘Beat Generation’ è nata disillusa: dà per scontata l’imminenza della guerra, l’inutilità della politica, l’ostilità del sistema sociale. Non è impressionata dal benessere, non sa in quale antro rifugiarsi, è in ricerca”. Millstein intercetta il cuore del romanzo in questa frase di Sal Paradise: “Le sole persone, per me, sono i matti, i pazzi per la vita, i pazzi che vogliono la salvezza, quelli che vogliono tutto in un istante, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai cose banali, ma che bruciano, bruciano, bruciano, come favolose, gialle, candele romane”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72184 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro-14-179x300.jpg" alt="" width="208" height="349" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-14-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-14.jpg 609w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" />In climax vertiginoso – ultimo capoverso: <strong>“Ci sono sezioni di <em>On the Road </em>dove la scrittura è di una bellezza mozzafiato… Ci sono dettagli memorabili, teneri, divertenti.</strong> Ci sono alcune considerazioni sul jazz che non anno eguali nella narrativa americana, per intuizione, stile, virtuosismo tecnico. Insomma, <em>On the Road </em>è un capolavoro” – la recensione proiettò Kerouac nell’empireo. Ne parlarono tutti. Oggi, una intervista sul ‘Corrierone’, spalmata su due pagine, sposta forse una decina di copie e chi se la ricorda più, domani, se non ci sei tu, aureo intervistato, a incorniciarla sotto vetro?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È la stessa riflessione di Collins: oggi una ragionata riflessione sui ‘giornaloni’ è sconfitta da un cinguettio sui social, che è sommersa da altri migliaia di latrati.<strong> “Per gli scrittori che sperano di esplodere e di brillare di una luce simile, nel groviglio caotico dei nostri media, oggi è più difficile che ieri. </strong>Tutto è possibile, ma è necessario un raro allineamento del destino e della creatività, un Kerouac, un Millstein…”. Insomma, ci vuole cu*o. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Jack Kerouac a Milano, 1966, photo Massimo Vitali</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kerouac-recensione-on-the-road/">La recensione che ha cambiato la vita di Jack Kerouac. Ovvero, sul fattore cu*o nella storia della letteratura e sull’inutilità, oggi, delle pagine culturali (meditate gente e reagite con genio!)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Vestirsi da ancella come protesta politica? Mi pare una idea brillante…”: intervista a Margaret Atwood</title>
		<link>https://www.pangea.news/margaret-atwood-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Sep 2019 12:09:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Margaret Atwood compirà 80 il prossimo 18 novembre, con “I testamenti” – edito in Italia da Ponte alle Grazie – è un fenomeno letterario mondiale. Pluripremiata, la canadese è riconosciuta come uno dei massimi scrittori viventi del pianeta. “I testamenti”, come si sa, è il sequel de “Il racconto dell’ancella” (1985), tra i grandi libri [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Margaret Atwood compirà 80 il prossimo 18 novembre, con “I testamenti” – edito in Italia da Ponte alle Grazie – è un fenomeno letterario mondiale. Pluripremiata, la canadese è riconosciuta come uno dei massimi scrittori viventi del pianeta. “I testamenti”, come si sa, è il sequel de “Il racconto dell’ancella” (1985), tra i grandi libri degli ultimi decenni, tradotto in film nel 1990 – con Natasha Richardson, Robert Duvall e Faye Dunaway – e in serie televisiva nel 2017 – con Elisabeth Moss e Joseph Fiennes. Costantemente in attesa del fatidico Nobel per la letteratura, la Atwood è anche poetessa di pregio (le sue poesie sono edite in Italia da Le Lettere). Tra le interviste rilasciate alla stampa anglofona, ci pare bella quella pubblicata dal “New York Times”, realizzata da Alexandra Alter con il titolo <a href="https://www.nytimes.com/2019/09/05/books/handmaids-tale-sequel-testaments-margaret-atwood.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“I’m Too Old to Be Scared by Much”,</a> da cui, come di consueto, estraiamo alcuni passaggi illuminanti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>**</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-70202 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro-16-203x300.jpg" alt="" width="216" height="319" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-16-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-16.jpg 317w" sizes="(max-width: 216px) 100vw, 216px" />Come si vive in un regime totalitario? </strong>“Come si diventa una persona di alto livello all’interno di una dittatura totalitaria? O sei un vero fedele, fin da subito, e prima o poi sarai purgato, oppure sei un opportunista. Magari hai paura. Direi che la paura è la motivazione essenziale. Se non faccio ciò che mi ordini, so che mi ucciderai. Zia Lydia è sempre stata una arrampicatrice, perciò è ascesa, senza alcun ostacolo. Come J. Edgar Hoover, sa che il potere rende sporche le persone”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tutto cominciò nel 1991. </strong>“Ho sempre pensato di scrivere un sequel. Sono rientrata nei miei appunti di recente, ho scoperto che già nel 1991 stavo appuntando idee per il sequel di <em>Handmaid’s Tale. </em>Poi ci sono rientrata, decisamente”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Della ‘reputazione’ mi importa nulla. </strong>“Del serial in tivù mi interessa francamente poco. Mi sono fatta quella domanda, sempre la stessa: come accade e come cade un regime totalitario? Non mi preoccupo neanche della mia ‘reputazione letteraria’. Se avessi 35 anni mi farei dei problemi simili. Ne ho più del doppio, continuo a scrivere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le mie ossessioni: il suprematismo bianco e i culti religiosi che sottomettono le donne. </strong>“L’ascesa del suprematismo bianco, questa idea non mi ha mai abbandonato. E poi: culti religiosi che sottomettono le donne. Il furto dei bambini. Costringere le donne ad avere figli, come accadeva durante la guerra di Troia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vestirsi da ancella come forma di protesta. </strong>“Il mio romanzo ha assunto connotazioni politiche che non controllo. Penso che usare il costume delle ancelle come meccanismo di protesta sia intrigante. Non disturbi, non dici niente, ma sei molto visibile e a tutti è chiaro cosa stai affermando con quel costume. Sì, è una tattica brillante”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nessuno è profeta… </strong>“Da un punto di vista politico, il mio desiderio sarebbe che <em>Il racconto dell’ancella </em>venisse liquidato come la testimonianza di un’epoca terminata. Non è così, i miei avvertimenti non sono stati presi in considerazione, non è questa la piega che ha preso la storia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrivere è un salto in un futuro sconosciuto. </strong>“Quando scrivi, non sai cosa accadrà al tuo scritto. E se l’editore sceglie di disintegrarlo? Allora, non avrai mai un lettore. Ogni volta che scrivi qualcosa, su carta, su pietra, su un albero, stai implicando un lettore, un lettore nel futuro. Lo scrittore è sempre in questa posizione di attesa perché è separato nel tempo e nello spazio da chi leggerà ciò che scrive. Scrivere è sempre un salto in un futuro sconosciuto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dicono che sono femminista, ma io odio le etichette. </strong>“Dicono che sono una scrittrice ‘femminista’? Le etichette mi mettono a disagio. Dovrei chiedere: di che femminismo state parlando? Come se qualcuno ti chiedesse se sei cristiano: già, ma che tipo di cristiano? Sei uno che balla con i serpenti, uno che crede nell’infallibilità del Papa, che cosa? Le femministe spesso litigano fra loro: perché? Io sono interessata all’eguaglianza, in cui uguale significa uguale, e non superiore. Ma questo, vede, non ti dà dei punti extra…”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ho paura di nulla. Sono troppo vecchia. </strong>“Sono troppo vecchia per avere paura. Hai paura quando sei giovane e non conosci la trama della storia. A 20 anni non hai nulla, ma solo paura del futuro. Hai fiducia, sei eccitato, ma hai paura. Per questo, ho speranza nei giovani. Stanno cambiando il fattore politico”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli editori? Aspettano che io schiatti. </strong>“Un altro romanzo? Ormai è una questione cronologica. Per scrivere un libro ho bisogno di almeno quattro anni. Ce la farò? Gli editori sono diventati ‘selvaggi’ nella promozione del mio romanzo. Li capisco. Pensano: e se muore? Allora, facciamo di tutto, adesso, ora, perché forse è l’ultima possibilità! Quando glielo dico, arrossiscono. Ma non possono negare che è proprio quello a cui stanno pensando. Ora mi concentrerò sulle mie poesie”.</p>
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		<title>Non solo Heidegger: anche Kant, Voltaire e Hume erano antisemiti, lo dice il “New York Times”. Aiuto: difendiamoci dagli inquisitori dell’ovvio, dai tagliagole del genio!</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 11:43:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Anche gli illuministi furono razzisti, oscuri antisemiti. L’epoca dei lumi, piuttosto, fu la notte della ragione che genera mostri. * L’editoriale pubblicato dal New York Times ha titolo roboante (Confronting Philosophy’s Anti-Semitism) e sottotitolo esplicito: “Dovremmo continuare a insegnare pensatori come Kant, Voltaire e Hume senza menzionare i pregiudizi nocivi che hanno aiutato a legittimare?”. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anche gli illuministi furono razzisti, oscuri antisemiti.</strong> L’epoca dei lumi, piuttosto, fu la notte della ragione che genera mostri.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">L’editoriale pubblicato dal <em>New York Times </em>ha titolo roboante <a href="https://www.nytimes.com/2019/03/18/opinion/philosophy-anti-semitism.html" target="_blank" rel="noopener">(<em>Confronting Philosophy’s Anti-Semitism</em>)</a> e sottotitolo esplicito: <strong>“Dovremmo continuare a insegnare pensatori come Kant, Voltaire e Hume senza menzionare i pregiudizi nocivi che hanno aiutato a legittimare?”.</strong> Insomma, non basta tirare freccette e frecciate ad Heidegger, nel vortice antisemita ci sono il paladino della tolleranza, il Lancillotto del dubbio e della libertà dalla schiavitù dogmatica cristiana, il genio della ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Comunemente, riteniamo che l’antisemitismo e atteggiamenti ad esso correlati siano il frutto dell’ignoranza, della paura, di opinioni fanatiche o di qualche altra forza irrazionale. <strong>Ormai è noto che alcuni dei pensatori che hanno fondato la società moderna abbiano altresì difeso posizioni antisemite. Ad esempio, molti dei grandi filosofi illuministi – inclusi Hume, Voltaire e Kant – hanno sviluppato elaborate teorie per giustificare l’antisemitismo”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’autrice, Laurie Shrage, insegna alla Florida International University, nell’editoriale usa come fonti due libri un po’ datati non pubblicati in Italia. <em>German Indealism and the Jew</em>, di Michael Mack (pubblicato dalla University of Chicago Press nel 2003) e soprattutto <em>The Philosophical Bases of Modern Racism</em>, edito nel 1993, scritto da Richard H. Popkin, altrimenti noto in Italia (la sua <em>Filosofia per tutti </em>è in catalogo il Saggiatore, la sua <em>Storia dello scetticismo </em>è edita da Bruno Mondadori). Hume, afferma il florilegio di studiosi, vede il cristianesimo come un parto dal paganesimo classico, negando la filiazione ebraica; <strong>Voltaire predilige il ritorno al mondo antico evitando come la peste “l’orribile immoralità della Bibbia”; d’altronde, “anche Kant pensava che gli ebrei avessero tratti immutabili e propri che li rendevano inferiori ai cristiani”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce dell’editoriale pubblicato dal <em>New York Times </em>– dal titolo brillante – dunque, non dobbiamo più studiare Kant, Voltaire e Hume a meno che non abbiano la didascalia vergata in fronte – una specie di barbara stella di Davide – ‘antisemiti’? D’altra parte, ricordiamoci, va bandito anche Martin Heidegger. <strong>Insomma, è vietato pensare, è vietato confrontarsi ma è d’obbligo conformarsi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno degli ‘illuministi’ – a loro modo illuminati – ha scritto un pamphlet antiebraico – giudicare con gli occhi di oggi gli sguardi di ieri fa l’effetto di una granata di cubi di ghiaccio sulla schiena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che qualche anno fa, nel 2012, “Gherush92. Comitato per i Diritti Umani” aveva proposto di sradicare dal programma di studi la Divina Commedia, colpevole di incitare all’antisemitismo. Cito le fasi finali dell’articolo, <a href="https://www.corriere.it/cultura/12_marzo_12/divina-commedia-eliminare-gherush92_674465d8-6c4e-11e1-bd93-2c78bee53b56.shtml" target="_blank" rel="noopener">che ebbe vasta risonanza sulla stampa patria,</a> dal titolo già di per sé esauriente <a href="http://www.gherush92.com/news_it.asp?tipo=A&amp;id=2985" target="_blank" rel="noopener">(<em>Via la Divina Commedia dalle scuole</em>)</a>: “Deve essere messo in evidenza il legame culturale e tecnico-operativo con i vari tentativi di esclusione e di sterminio, fino alla Shoah. <strong>Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale.</strong> Chiediamo, pertanto, al Ministro della Pubblica Istruzione, ai Rabbini e ai Presidi delle scuole ebraiche, islamiche ed altre di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o almeno di inserire i necessari commenti e chiarimenti”. Dante, poveretto, vissuto 1700 anni fa, avrebbe “ispirato” la costruzione dei campi di sterminio. A questo punto, Nietzsche, Wagner, Hölderlin, Stefan George sono già cotti al rogo dell’idiozia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da questi estremismi – colpire il fondamentalismo con fondamenta più feroci – nacque l’idea di Harold Bloom, nel 1994, del “Canone Occidentale”, cioè <strong>la tutela dei grandi, la salvaguardia delle opere somme dalla catastrofe della ‘correttezza’,</strong> dai tagliagole dei luoghi comuni, dagli inquisitori delle ovvietà. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: David Hume ritratto da Allan Ramsey, 1766</em></p>
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		<title>Quando Anthony Burgess (traducetelo!), favorevole alla Brexit, propose il latino come lingua comune europea</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Mar 2019 05:30:57 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Come si sa, Anthony Burgess ha avuto una moglie italiana, la seconda, la definitiva, Liliana ‘Liana’ Macellari, che è nata 90 anni fa ed è morta nel 2007.</strong> Di buona famiglia, ‘Liana’ ha studiato a Bologna, ha imparato la lingua leggendo Henry James, si è perfezionata a Parigi e negli Usa. La Macellari, già maritata allo scrittore afro e traduttore americano di Italo Svevo, Benjamin Johnson, va in fuoco per Anthony Burgess dopo aver letto <em>Arancia meccanica</em>, di cui propone la traduzione di un estratto per l’almanacco Bompiani. <strong>Siamo nel 1963 e Burgess, infelicemente sposato a Lynne, ricambia l’eccitazione: l’anno dopo Liliana partorisce Paolo Andrea, indubitabilmente figlio di Anthony.</strong> Nel 1967 ‘Liana’ divorzia dal marito, nel 1968 la moglie di Burgess gli fa il favore di togliersi di mezzo, muore di cirrosi epatica, e i due, Liana e Anthony – 12 anni più grande di lei – convolano a nozze. Felici. Tra le altre cose – cioè: oltre ai libri del marito – la Macellari ha tradotto in italiano Lawrence Durrell, Thomas Pynchon, il <em>Finnegans Wake </em>di Joyce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65786 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/burgess-libro-194x300.jpg" alt="" width="125" height="193" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/burgess-libro-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/burgess-libro.jpg 324w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/burgess-libro-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Parte della torbida vicenda è raccontata da Anthony Burgess in uno dei romanzi meno noti, <a href="http://www.manchesteruniversitypress.co.uk/9781526128034/" target="_blank" rel="noopener"><em>Beard’s Roman Women</em></a>, recentemente ristampato, con cura impeccabile, dalla Manchester University Press</strong>, che, in connessione con la <a href="https://www.anthonyburgess.org/" target="_blank" rel="noopener">‘International Anthony Burgess Foundation’</a> sta ripubblicando tutte le opere di AB, un progetto letterario invidiabile, garanzia di parziale immortalità e tutela dell’opera. Nel romanzo, ambientato a Roma, con supporto fotografico appresso (photo di David Robinson), c’è una moglie morta che ossessiona il narratore e una bella fatale, Paola Lucrezia Belli (maschera di Liana), discendente del poeta Giuseppe Gioacchino Belli. L’ossessione per Belli (che Burgess traduce in un mobile e nobile inglese) e per la Città Eterna, come si sa, è la trama di <em>Abba Abba</em>, tra i libri più noti di Burgess, che è stato ripubblicato dalla stessa editrice accademica questo mese, per la cura di Paul Howard.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Roland Beard è un regista e scrittore inglese dal carattere triviale ed egocentrico con una moglie, Leonora, morta a causa della cirrosi epatica scatenata dal bere. Il tema del libro riguarda il complesso senso di colpa del vedovo, il tentativo di iniziare una nuova vita.</strong> Durante un viaggio a Hollywood, Beard conosce Paola Lucrezia Belli, giovane fotografa romana, in passato unita a un romanziere caraibico che odia i neri. Ben presto, il nostro si trasferisce a Trastevere con Paola, con l’intento di costruire una sceneggiatura televisiva su Shelley, Mary Shelley e Byron, mentre lei fotografa la città, ‘una specie di fantasma che guarda Roma’)”. Così Julian Moynahn in un articolo del 1976, <em>Death trip, by Anthony Burgess</em>, pubblicato poco dopo l’uscita del romanzo autobiografico sul <em>New York Times. </em><strong>“Morire è l’ultima frontiera della letteratura moderna”, comincia il giornalista, avvicinando il libro a <em>Fuoco pallido </em>di Vladimir Nabokov e a <em>Lady Lazarus </em>di Sylvia Plath. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La prima questione è meramente editoriale. <strong>Burgess è semplificato, tolte le frattaglie, ad <em>Arancia meccanica. </em>Mi domando perché il suo romanzo ‘romano’ sia ancora inedito – e <em>Abba Abba </em>pressoché introvabile – considerando i rapporti del grande narratore inglese con l’Italia</strong> (come si sa, c’è la sua penna nel <em>Mosè</em> di Gianfranco De Bosio con Burt Lancaster e dietro il <em>Gesù di Nazareth </em>di Zeffirelli con Robert Powell).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65787 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/burgess-libro2-190x300.jpg" alt="" width="136" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/burgess-libro2-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/burgess-libro2.jpg 317w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />La seconda è ‘politica’. Insomma, Burgess fa paura. Se rileggiamo le sue idee riguardo all’Europa – riassunte in un articolo piuttosto interessante: <a href="http://www.manchesteruniversitypress.co.uk/9781526128034/" target="_blank" rel="noopener"><em>Anthony Burgess, Europe and Brexit </em></a>– Anthony fa la figura del macellaio dei puri di cuore. <strong>Considerazione preliminare: “La storia dell’Europa è la storia di Europei che uccidono altri Europei”. Ne segue che una Europa unita dalla “fede comune nel consumismo” è una porcata,</strong> l’unione si fa mica con l’unione monetaria ma con una lingua e una cultura comuni. Esempio: Francia e Inghilterra sono diametralmente opposte, “il modo di pensare francese è radicato nel razionalismo cartesiano, quello inglese è empirico e pragmatico: questo significa adottare approcci diversi, persino contrari, sui problemi della politica e dell’economia”. Nel 1989 Burgess dichiara di sentirsi ‘europeo’ da quando ha 21 anni, “quando lascia l’Inghilterra per la terraferma europea”. Vive a Malta, in Italia, in Francia, in Svizzera, a Monaco. Ma la sua identità ‘europea’ non sfoca mai in una adesione ‘europeista’. <strong>Quando afferma che “l’Europa è stata unita fino a che Lutero non ha affisso le sue tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg e Giovanni Calvino non ha messo in discussione il principio del libero arbitrio” gli danno del retrivo cattolico. Quando, a Venezia, nel corso di un convegno organizzato dal Parlamento Europeo, lo scrittore disse che “la lingua comune all’Europa non può essere l’inglese, né tanto meno l’esperanto: bisogna lavorare per un ritorno al Latino”,</strong> tutti sbiancarono. Burgess è lo scrittore che fu troppo. In Italia, tendenzialmente, ci accontentiamo del minimo, del misero. (d.b.)</p>
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		<title>Ho passato il compleanno con Montherlant, l’ultimo degli imperdonabili</title>
		<link>https://www.pangea.news/ho-passato-il-compleanno-con-montherlant-lultimo-degli-imperdonabili/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 09 Feb 2019 05:38:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho passato il compleanno con Henry de Montherlant, nonostante l’8 febbraio sia nato James Dean, si merita un cero. Ieri, dopo una sessione di tesi, consueto appuntamento annuale all’Università della Terza Età di Rimini. Il giorno del mio compleanno. Per festeggiarmi, parlo di Henry de Montherlant. Più lo leggo, più mi sembra uno scrittore desolatamente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-passato-il-compleanno-con-montherlant-lultimo-degli-imperdonabili/">Ho passato il compleanno con Montherlant, l’ultimo degli imperdonabili</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ho passato il compleanno con Henry de Montherlant, nonostante l’8 febbraio sia nato James Dean, si merita un cero.</strong> Ieri, dopo una sessione di tesi, consueto appuntamento annuale all’Università della Terza Età di Rimini. Il giorno del mio compleanno. Per festeggiarmi, parlo di Henry de Montherlant. Più lo leggo, più mi sembra uno scrittore desolatamente grande, isolato, sorprendente e incomprensibile. Artista dallo stile inimitabile, a misura della sua vita, che piglia Pascal, lo mescola a Sade, se ne frega degli avanguardismi alla moda – austero difensore della grandezza granitica dell’individuo, solo contro tutti.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65495 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/mon-182x300.jpg" alt="" width="124" height="204" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/mon-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/mon.jpg 194w" sizes="(max-width: 124px) 100vw, 124px" />In particolare, ho parlato di <em>Malatesta</em>, il testo teatrale scritto da Montherlant dal 1943, durante gli anni dell’occupazione tedesca di Parigi, perduto tra le brume della storia antica, bramando la rivolta dell’ego.</strong> Montherlant sentiva un gemellaggio con il “condottiero, poeta, erudito, mecenate, assassino, sfrenato donnaiolo nonostante l’amore appassionato che in lui non viene mai meno per la moglie Isotta, leggero abbastanza per far erigere una chiesa in cui non c’erano che simboli pagani, grave abbastanza per vivere come gli anacoreti con un teschio sul tavolo, abbastanza sacrilego per essere condannato al rogo dal Santo Uffizio, abbastanza religioso per morire cristianamente”. Ancora più di Ezra Pound – che al principe di Rimini dedica i Cantos ‘Malatestiani’ – Montherlant accusa un legame di sangue, anzi, ‘di latte’ con il Malatesta, “dal momento – scrive in un marmoreo articolo sul <em>Resto del Carlino</em>, il 28 luglio 1969, in concomitanza con la messa in scena della pièce a Rimini – che <strong>un’amica di mia madre, che mi allattò, discendeva dai Malatesta (ne constatai la discendenza su di una pergamena vecchia di due secoli)”.</strong> Pubblico dal 1946, in scena a Parigi, la prima volta, nel 1950, <em>Malatesta </em>è l’opera di un uomo assediato dalla Storia, trafitto dai desideri, di tracotante vitalità, ucciso, non a caso, dal vile, dall’intellettuale di corte, dall’uomo stitico di cuore, reso buio dallo studio, incapace perciò di assecondare il rombo del destino. <strong>L’amore per Sigismondo Pandolfo Malatesta unisce Montherlant a Federico Fellini, che disse, più o meno mimandolo, “Sigismondo è il mio nume preferito.</strong> Doveva essere uno spietato predone, un guerriero invincibile, un eccezionale conquistatore di donne”.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>“Individualista, desideroso di realizzare un ideale di vita personale e originale… Montherlant sfugge a ogni classificazione” (Y.A. Favre); “Stilista che ausculta l’io… religioso dell’istante… anarchico… uomo del rinascimento” (Gianni Nicoletti): sembra quasi ovvio che un’era di servi – della propria individualità di latta, mal coltivata – malsopporti un genio invalicabile come Montherlant</strong>, autore di libri memorabili – <em>Gli scapoli, Il Caos e la Notte, La rosa di sabbia </em>– che sono scomparsi dal panorama editoriale. Se lo cercate, trovate, stampa Adelphi, <em>Le ragazze da marito</em>: un libro eccelso, che è una beffa. Della quadrilogia di Montherlant, infatti, è il solo romanzo disponibile: e gli altri? Idioti!</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Per festeggiarmi, ho tradotto il ‘coccodrillo’ di Montherlant, <a href="https://www.nytimes.com/1972/09/23/archives/henry-de-montherlant-is-dead-french-novelist-and-playwright-author.html" target="_blank" rel="noopener">pubblicato sul <em>New York Times</em></a>. Particolarmente cristallino, illustra, semmai, come Montherlant fosse uno scrittore ‘pericoloso’ fin da allora. </strong>Montherlant è un indesiderato, uno degli imperdonabili – per questo lo adoro. Ah… ho dimenticato di dirvi che la mia traduzione-revisione del <em>Malatesta</em> di Montherlant (altrimenti nella traduzione del grande Camillo Sbarbaro) sarà pubblica. Ma su questo speculerò più avanti. (d.b.)</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em>Henry de Montherlant è morto; romanziere e drammaturgo francese</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>The New York Times, 23 settembre 1972</em></p>
<p style="text-align: justify;">Henry de Montherlant, il romanziere e drammaturgo, si è ucciso sabato pomeriggio, 21 settembre, sparandosi alla gola nella sua casa al Quai Voltaire, da cui si vede la Senna. Aveva 76 anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Molti personaggi della sua vasta opera si suicidano, spesso l’autore ha lodato il suicidio ritenendolo un gesto nobile, un diritto dell’uomo, qualcosa di desiderabile rispetto che “affrontare il vuoto dell’inattività”.</strong> Questa attitudine è tipica di Montherlant, un nichilista che si occupa di estetica. Cieco dal 1968, dopo una caduta, è stato ammalato tra il 1969 e il 1971. Lo scorso febbraio, dopo un infarto, è stato ricoverato in ospedale.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 1960 membro dell’Accademia di Francia, Montherlant è stato uno dei maestri della lingua francese. Il suo stile è classico, cristallino, nobile, freddo, elegante; egli possedeva l’accurata freddezza del marmo nel cesellare la sua prosa aforistica. Era un uomo di un altro tempo: aveva aggirato Céline, la rivoluzione surrealista e tutte le sperimentazioni del XX secolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Personalità controversa, Montherlant durante la Prima guerra aveva salutato la battaglia come la prova necessaria che convalida il valore di un uomo.</strong> Ha celebrato il ‘machismo’ e il suo culto nei libri dedicati alla corrida e allo sport.<strong> Tra il 1936 e il 1939 scrive l’audace, spettacolare, egocentrica tetralogia ‘Les Jeunes Filles’, spietata contro le donne a cui l’autore attribuisce tutti “i veleni dell’Occidente moderno: l’astratto, la liturgia del dolore, il desiderio di piacere, la socievolezza, un pensiero accondiscendente”. </strong>Durante l’occupazione tedesca, in un libro che compara le due guerre mondiali, salutò l’avvento della svastica come una nuova, grande era. [&#8230;]</p>
<p style="text-align: justify;">Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Montherlant diventa corrispondente per “Marianne”, settimanale di destra. Il suo contributo al giornale collaborazionista “La Gerbe” lo porta all’espulsione dell’Associazione degli scrittori francesi nel 1947. Mentre lavorava come corrispondente di guerra, fu ferito. Ferito fu anche durante la Grande Guerra, garantendosi tre medaglie per condotta valorosa. <strong>Montherlant era un politico dilettante e ne fu orgoglioso. In alcuni aforismi scrive che “un’idea politica non è migliore di un’altra” e che “le idee politiche non hanno nulla a che fare con l’intelligenza”. Caratteristico del suo pessimismo è anche l’aforisma, “le nobili cause sono destinate per loro natura a soccombere”.</strong> Questo diventerà il tema fondamentale della sua carriera di scrittore e di drammaturgo. L’illustre critico letterario di “Le Monde”, Bertrand Poirot-Delpech ha sottolineato che “la nobiltà dei personaggi di Montherlant è solo apparente… il disprezzo sprigionato in loro dalla nullità di tutte le cose degenera in un irritato rifiuto degli altri… l’azione è ridicolizzata, l’amore ridotto a un mero gioco di scimmie”. I drammi incarnano, tra l’altro, le complesse relazioni tra l’autore e la fede nel cattolicesimo romano. “Non ho fede – non c’è Dio, non c’è una vita futura, tuttavia va bene così”, ha detto. Allo stesso modo, ha continuato a ragionare sui temi dell’etica cattolica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ritto come un militare, con le mascelle serrate, dall’aspetto cupo e ostile, una volta Montherlant disse di essere stato “un uomo dedito ai piaceri”.</strong> <strong>Ma dagli anni Quaranta ha vissuto come un recluso nel suo mefistofelico appartamento pieno di busti greci e romani</strong>, assistito da un maggiordomo e da un segretario. Non si è mai sposato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1960, per costringerlo a diventare un membro dell’Accademia di Francia, gli accademici hanno acconsentito, contro il loro regolamento, ad ammetterlo nonostante si fosse rifiutato di scrivere la canonica lettera di richiesta: Montherlant aveva dichiarato che una lettera simile non l’avrebbe mai scritta.</p>
<p style="text-align: justify;">Di recente, in conversazioni con gli amici, come lo scrittore Michel de Saint Pierre, aveva accennato al suicidio. Lo ha trovato morto il suo segretario, era seduto sulla sua poltrona preferita: su un tavolino, al suo fianco, erano poggiate tre lettere, una per un amico, una per il segretario e l’altra, contenente le sue volontà, indirizzata al tribunale.</p>
<p><em>Andreas Freund</em></p>
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