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	<title>Mussolini Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti del terzo millennio</title>
		<link>https://www.pangea.news/rocco-ronchi-intervista-paolo-ferrucci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 05:09:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla. Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno, se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure capacità di discernimento. E [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rocco-ronchi-intervista-paolo-ferrucci/">Ribelli, insofferenti, insorti. Dialogo con Rocco Ronchi sui fascisti del terzo millennio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non c’è nulla di più stupido e di più tracotante di una massa buona a nulla. Certamente sfuggire all’arroganza di un tiranno per precipitare nell’arroganza di una moltitudine priva di freni è assolutamente intollerabile: il tiranno, se fa qualcosa, la fa con cognizione di causa, il popolo invece non ha neppure capacità di discernimento. E come potrebbe averla dal momento che non gli è stato insegnato nulla e non ha mai visto nulla di bello che fosse suo? Si getta nelle cose senza riflettere e le sconvolge, simile a un fiume in piena”.&nbsp;</strong></p>
<cite>(Erodoto,&nbsp;<em>Le Storie</em>, III, 81)</cite></blockquote>



<p>Così, secondo Erodoto, si esprimeva alla fine del IV secolo avanti Cristo il persiano Megabizo per opporsi a chi voleva “conferire il potere al popolo”. Dunque, già a quei tempi veniva definita – con i suoi stereotipi e le sue verità – la figura retorica del popolo come plebaglia buona a nulla e ignorante, infida e pericolosa. Concezione riaffermata, quasi un secolo dopo, nel pamphlet contro la Costituzione democratica di Atene attribuito allo Pseudo-Senofonte, detto anche “Anonimo oligarca”. Ne citiamo alcuni passi, dalla traduzione che ne fece Luciano Canfora in&nbsp;<a href="https://www.sellerio.it/it/catalogo/Democrazia-Come-Violenza/Ateniese/166"><em>La democrazia come violenza / Anonimo ateniese</em>, Sellerio 1998</a>&nbsp;:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A me non piace che gli ateniesi abbiano scelto un sistema politico che consenta alla canaglia di star meglio della gente per bene. […] Dovunque sulla faccia della terra i migliori sono nemici della democrazia: giacché nei migliori c’è il minimo di sfrenatezza e di ingiustizia, e il massimo d’inclinazione al bene; nel popolo invece c’è il massimo d’ignoranza, di disordine, di cattiveria; la povertà li spinge all’ignominia, e così la mancanza di educazione e la rozzezza, che in alcuni nasce dall’indigenza. […] Il popolo non vuole essere schiavo in una città retta dal buon governo, ma essere libero e comandare: del buon governo non gliene importa nulla. […] è comprensibile che ciascuno voglia giovare a se stesso. Chi invece, non essendo di origine popolare, ha scelto di operare in una città governata dal popolo piuttosto che in un’oligarchia, costui è pronto ad ogni mala azione, e sa bene che gli sarà più facile occultare la sua ribalderia in una città democratica anziché in una città oligarchica”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il concetto di popolo, così bistrattato nell’antichità ellenica, comincia a essere “redento” in età moderna, come nella Germania cinquecentesca del pastore protestante Thomas Müntzer e nell’Inghilterra rivoluzionaria del Seicento, dove al popolo si va a conferire dignità in quanto “popolo di Dio”; fino ad arrivare agli enciclopedisti francesi del Settecento e più avanti a Jules Michelet, che nel saggio&nbsp;<em>Le peuple</em>&nbsp;del 1846 fece una robusta apologia del popolo, definito generoso, pronto al sacrificio e pieno di umanità, ingiustamente disprezzato dai pasciuti scrittori da salotto che si limitavano a descriverne la parte peggiore, ossia quella minoranza di delinquenti ben vestiti che giustificava il consolidamento del potere di polizia ed esercito. È da qui che si affaccia l’espressione “la personalità del popolo”, inteso come soggetto, come un Io dotato di personalità e, quindi, di una psicologia.</p>



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<p>Da questa matrice deriva la categoria politica del&nbsp;<em>populismo</em>, quel concetto oggi tanto usato e abusato da esser ormai ritenuto una semplificazione scontata, dal significato univoco ed elementare, alla portata di tutti. In realtà, già nel 1967 lo storico statunitense Richard Hofstadter intitolava un suo intervento alla London School of Economics “Tutti parlano di populismo, ma nessuno può definirlo”. In effetti, le varianti di “populismo” che si sono succedute negli ultimi secoli potrebbero essere inserite in un elenco, che va dai&nbsp;<em>levellers</em>&nbsp;e i&nbsp;<em>diggers</em>inglesi del Seicento a tutte le forme che si sono evolute in molti paesi, come negli Usa (il Populist Party), in Russia, e in India, Canada, Francia, Irlanda, Romania, Messico, Perù, e altrove. Secondo diversi studiosi, il populismo non può che essere definito come&nbsp;<em>stile politico</em>&nbsp;che lavora su vari materiali simbolici, per dare una forma all’ideologia del luogo in cui si esprime. Lungi dall’essere univoco, il populismo incorporerebbe “una serie di risorse discorsive che possono essere usate nei modi più diversi”, con “significati fluttuanti” (Yves Surel in un saggio su Silvio Berlusconi), veicolo di significati che variano a seconda delle diverse congiunture storico-politiche in cui opera.&nbsp;</p>



<p>Agli osservatori di oggi il populismo appare il risultato di una lunga formazione carsica, dove il tipico leader del momento diventa una specie di federatore politico di emozioni e istanze popolari “basiche”, che lavora sulle parole e sulle immagini per alimentare questo fermento, basato oggi più che mai – grazie alla comunicazione elettronica dei nuovi media che tutto fagocitano – sul pensiero veloce e automatico, che vuole contrapporsi al cosiddetto pensiero lento e riflessivo, spesso controintuitivo, esibito dalle deprecate&nbsp;<em>élites</em>. E quel “popolo” che i populisti pretendono di interpretare viene spesso rappresentato come una maggioranza anche quando è solo una minoranza rivendicazionista.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="689" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Ronchi-populismo-COVER-942x1400-1-689x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106242" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Ronchi-populismo-COVER-942x1400-1-689x1024.jpg 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Ronchi-populismo-COVER-942x1400-1-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Ronchi-populismo-COVER-942x1400-1-600x891.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/Ronchi-populismo-COVER-942x1400-1.jpg 727w" sizes="(max-width: 689px) 100vw, 689px" /></figure>



<p>A ogni modo, una caratteristica certa del populismo come definizione è che oggi nessuno – spesso ipocritamente – se la attribuisce: al contrario, essa viene spesso attribuita agli avversari politici come epiteto sprezzante e sminuente, anche delegittimante, in tattiche dialettiche che consolidano la semplificazione concettuale a cui abbiamo accennato. Da qui deriva un’analoga semplificazione, di cui vogliamo parlare: quella di confondere o sovrapporre i concetti di&nbsp;<em>populismo</em>&nbsp;e&nbsp;<em>sovranismo</em>, che sono sfere ben differenti, in una sorta di “populismo sovranista”, commistione che può essere utile a livello giornalistico, ma generalmente ritenuta inammissibile a livello storico-politico. Eppure, questa endiadi può essere giustificata sul piano filosofico, come afferma&nbsp;<a href="https://www.roccoronchi.org/">Rocco Ronchi</a>&nbsp;nel suo saggio&nbsp;<a href="https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/populismo-sovranismo-una-illustre-genealogia/">Populismo/Sovranismo. Una illustre genealogia</a>, edito da Castelvecchi nel 2024. La questione che qui viene affrontata, nel confronto tra le due sfere, è di tipo genealogico, perché populismo e sovranismo paiono amare la stessa libertà, professare lo stesso individualismo: secondo Ronchi,&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il populismo sovranista ha padri nobili e insospettati, spesso gli stessi che vengono additati come esempi di resistenza al pensiero unico: dal Dostoevskij del ‘sottosuolo’ all’osannato Pasolini ‘corsaro’, dall’anarca di Stirner al Bartleby melvilliano, senza trascurare la singolare convergenza del populismo sovranista con le teorizzazioni postmoderne sulla natura del potere sovrano. Del prototipo fascista –</strong> <strong>con il quale civetta –</strong> <strong>elabora l’aspetto anarchico, rivoluzionario e fieramente irrazionalista, quello che aveva sedotto, come un nuovo mito, l’umanità disastrata uscita dal primo conflitto mondiale”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il popolo sovrano di stampo populista, come lo conosciamo, sarebbe una “soggettività dispersa e frantumata”, parlante una lingua “formulaica, modulare, puramente performativa”, le cui parole d’ordine servono a “un riconoscimento automatico fra uguali”. La democrazia, che dovrebbe servire a curare la malattia populista, in realtà è lo stesso brodo di coltura del nemico che si vuol combattere; e il richiamo a Gramsci – come a Brecht – diventa imprescindibile. Il carattere intrinsecamente minoritario del socialismo, di cui Gramsci era ben consapevole, richiedeva “una minoranza agguerrita, dotata cioè di una&nbsp;<em>metis</em>, di una intelligenza pragmatica, che la rendesse atta a costruire come a sciogliere alleanze locali, a istituire blocchi sociali eterogenei, a governare processi, a osare arditi ‘compromessi’ che fossero in grado non solo di arginare la tendenza avversa, ma di infletterla astutamente nella propria direzione”.&nbsp;</p>



<p>Come sostiene Ronchi, fare della “semplificazione” del pensiero il punto di forza del populismo è a sua volta una semplificazione comoda, che semplificando ci esonera dallo sforzo dell’analisi.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Liquidare il populismo come mero non-pensiero, ripetendo il ritornello della ‘pancia’ contrapposta alla ‘ragione critica’, non solo ne sottovaluta la potenza, ma impedisce di dotarsi delle armi necessarie per combatterlo”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Anche alla luce delle recenti polemiche – sempre più conflittuali – che da qualche tempo infiammano e infettano il nostro dibattito pubblico sul fascismo (presuntamente redivivo) e sull’antifascismo (come bandierina assolutoria), ne abbiamo parlato con l’Autore, cercando una visuale approfondita.</p>



<p><strong>Lei sostiene che il fascismo storico non era una “mera ciarlataneria da fiera”, come si presentava agli occhi dell’élite intellettuale europea, ma era una&nbsp;<em>metafisica</em>, e che quel fascismo è valso come “prototipo”, ovvero come schema operativo per gli ulteriori sviluppi del populismo/sovranismo giunto fino a noi, che ne ha elaborate le virtualità in modo originale. Quest’ultimo, come afferma, si radica nella metafisica della libertà individuale, che trova espressione come libertà esistenziale nell’infelice protagonista delle&nbsp;<em>Memorie del sottosuolo</em>&nbsp;di Dostoevskij, un irriducibile sovranista di se stesso.</strong></p>



<p>In&nbsp;<em>Mille piani</em>, due filosofi che mi hanno ispirato nel mio lavoro intellettuale, Gilles Deleuze e Félix Guattari, dicono, a un certo punto, che al nostro orizzonte si profila un fascismo che farà impallidire quello che abbiamo conosciuto nel nostro passato. Il libro viene pubblicato nel 1980. Io l’ho letto qualche anno dopo. Confesso che una simile affermazione mi è sembrata, alle prime, una esagerazione retorica, una esagerazione non insolita, del resto, in un tempo, siamo infatti alla fine della decade “rivoluzionaria” degli anni Settanta, che era incline a certe forme di estremismo enfatico. Il tempo però penso che abbia dato loro ragione e abbia invece smentito il mio ottimismo di allora. Era infatti al di là delle mie possibilità di previsione immaginare che il “mondo” nel quale ero nato e nel quale ero cresciuto potesse veramente finire. Per “mondo” intendo l’epoca generatasi con la Rivoluzione Francese, l’epoca che nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, e più precisamente nel loro nesso indissolubile (nessuna libertà senza uguaglianza e nessuna uguaglianza senza libertà e nessuna libera uguaglianza senza il presupposto della fraternità universale), aveva posto l’ideale regolativo della Storia, il cammino in qualche modo ineluttabile dell’umanità (socialismo e comunismo partecipavano a pieno titolo di quella storia). La riprova non era forse la sconfitta su scala planetaria subita dal fascismo nel 1945? Ebbene, a distanza di quarant’anni dalla pubblicazione di quel libro, dobbiamo riconoscere che è proprio a questa fine che stiamo assistendo su scala planetaria. Il che ci costringe a ripensare il fenomeno fascismo formulando una ipotesi meta-storica, che si potrebbe definire a tutti gli effetti metafisica. E se “fascismo” non fosse il nome di una precisa costellazione storica, determinata nello spazio e nel tempo (o, se non fosse solo questo)?&nbsp;<strong>Se “fascismo” piuttosto che un fatto, un modello, un archetipo, designasse un processo, un prototipo in via di sviluppo, di cui i fascismi storici sono stati soltanto i primi sviluppi evolutivi, i primi balbettamenti e di cui l’attuale ondata populista fosse un’altra e più “totale” concretizzazione?</strong>&nbsp;Se il “fascismo” fosse il nome convenzionale per una potenza all’opera, per una potenza in esercizio, la cui effettuazione reale e in certo senso definitiva richiede una “macchina” che forse solo la tecnologia moderna ha messo a disposizione? Chi avrebbe potuto credere, solo qualche anno fa, che l’Occidente democratico e liberale, avrebbe potuto assistere, impotente se non addirittura complice, ad un genocidio così somigliante a quello perpetrato dai nazi-fascisti? La domanda da porre non è allora che cosa è stato il fascismo, ma che cos’è&nbsp;<em>qui e ora</em>, quale potenza mette in campo e perché questa potenza sembra oggi non conoscere argini. Dove, insomma, il fascismo attinge la sua energia? Siccome la modernità ha nell’idea di libertà la sua radice metafisica e siccome il fascismo è un fenomeno completamente moderno, e nient’affatto “eterno” come alcuni hanno sostenuto, bisogna, credo, provare a capire quale libertà sia quella che il fascismo-processo mobilita per corrodere fino a distruggerle le libertà civili prodotte dalla Rivoluzione Francese, una libertà che è fondata sulla disuguaglianza, una libertà che suppone una fraternità di altro genere, rispetto a quella originaria, che postula una fraternità che esclude, una fraternità di “razza”. È per rispondere a questa domanda che ho tirato in ballo l’antropologia filosofica contenuta in nuce in quel fantastico racconto di Dostoevskij.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="655" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/61ytwHX-joL-655x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106243" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/61ytwHX-joL-655x1024.jpg 655w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/61ytwHX-joL-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/61ytwHX-joL-600x938.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/61ytwHX-joL.jpg 691w" sizes="(max-width: 655px) 100vw, 655px" /></figure>



<p><strong>Nel suo saggio vediamo come la “capacità universale di fascinazione” del populismo/sovranismo è data anche dalla rabbia e dalla indignazione degli “insorti”, e si collega alla paura, che è una paura senza nome, astratta, antica, che forse non riesce nemmeno più a focalizzare il proprio oggetto. Qui lei fa entrare in gioco Hobbes, che intuisce come “la paura è l’elemento stesso nel quale sguazza un ente che si vuole incondizionatamente libero”. E la paura è indifferente al sapere – si veda la classica idiosincrasia verso l’autorità scientifica – come la libertà è indifferente alla verità/oggettività.</strong></p>



<p>L’uomo del sottosuolo o della topaia, come forse sarebbe meglio tradurre, è l’insorto, è il soggetto che in nome della libertà vuole emanciparsi perfino dal dominio della verità. A lui non piace che 2+2 faccia quattro, lo sente come un limite imposto dall’Altro alla sua assoluta possibilità. La sua negazione impotente è così all’origine del suo risentimento verso ogni autorità intellettuale (le élites…). Vent’anni prima, Max Stirner aveva schizzato un ritratto analogo. Per il suo “anarca” ogni verità era un muro opprimente, un idolo da abbattere. Ciò che auspicava per una umanità veramente liberata era una verità “creata” ad hoc (come le&nbsp;<em>fake news</em>…), una verità che funzioni come “arma” per affermare il diritto assoluto del “singolo”. Lette centociquant’anni dopo le pagine di Stirner e di Dostoevskij risultano particolarmente preveggenti. Bisognerebbe rileggerle a partire dal libro di wu ming 1 su QAnon (<em>La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni</em>, Alegre, 2021): sulla rete si formano comunità complottiste che creano una verità artefatta, con sfacciata noncuranza per i fatti, e sono comunità in grado di decidere le sorti politiche del più potente paese del mondo (prima elezione di Trump).&nbsp;&nbsp;<strong>Uomo del sottosuolo e anarca sembrano annunciare così una umanità nuova, ribelle e risentita, insofferente di ogni legge e di ogni istituzione che vincoli un libero e irrazionale volere nel quale è riposto tutto l’essere del soggetto.&nbsp;</strong>Nietzsche aveva chiamato&nbsp;<em>ressentiment</em>&nbsp;la condizione abituale dell’“ultimo uomo”. Il liquido amniotico in cui cresce questo nuovo tipo umano non può che essere la paura: una libertà così astratta non può infatti che sentirsi sempre minacciata, sempre sul punto di venir meno,&nbsp;&nbsp;sempre precaria, sempre instabile, come accade alle persone anziane.&nbsp;<strong>La condizione naturale dell’insorto è infatti il timore e il tremore; per questo necessita di capri espiatori, vale a dire della continua offerta da parte dei media di nemici immaginari da sacrificare sull’altare della sua libertà.&nbsp;</strong>E si tenga presente che la misura di una fede in un astratto immaginario (ad es. La Grande Israele) è data solo dalla quantità di sangue innocente che si è disposti a versare.</p>



<p><strong>A pagina 39 lei si domanda: “Perché gli intellettuali italiani si sono specchiati nel ‘pasolinismo’? Che cosa c’era di così seducente in quella diagnosi senza speranza?”. Entriamo qui nell’annosa questione, oggi più acuta essendo appena trascorso il cinquantenario dalla morte, su cosa abbia alimentato questo consenso su Pier Paolo Pasolini, che trascende le appartenenze politiche (schieramenti opposti se lo litigano quasi come un simbolo identitario): un “consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico” sul Pasolini teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione”, del “genocidio culturale” eccetera. Lei osserva come Alberto Asor Rosa vi avesse colto già nel 1965 un certo populismo estetizzante e decadente, coerente con la tradizione; dunque era un conservatore che non ha inventato nulla, il Pasolini “corsaro”? Era il lamento dell’intellettuale che vede minacciata la sua “aura”, come dice, sguarnito di difese dall’avanzare della “modernità” copernicana della televisione e dei jeans uguali per tutti (con le aggravanti di divorzio e aborto, oltretutto)?</strong></p>



<p>In effetti la penso un po’ così, anche se ho dovuto per questo scontare un certo isolamento.&nbsp;<strong>Criticare il “pasolinismo” è infatti in Italia un peccato che non si perdona facilmente. Se si vuole essere ammesso nei salotti buoni, la prima cosa da fare è rendere omaggio alla santa icona… Ma io non ce l’ho con l’artista Pasolini, di cui per altro apprezzo il cinema</strong>&nbsp;(quello degli inizi, almeno, e soprattutto apprezzo la sua riflessione teorica sul cinema), ce l’ho con lo sguardo coloniale e paternalistico che rivolge al mondo degli ultimi, collocandoli, situandoli, spiegandoli con la perizia di un etologo che illustra i comportamenti obbligati dei viventi che ha come oggetto di studio. Il suo è uno sguardo normativo, pronto a rilevare e a stigmatizzare ogni infrazione della legge tramandata, di cui si professa custode e cantore. Il Potere contro cui Pasolini si scaglia è il potere con la maiuscola, vale a dire una immagine astratta del potere che si calerebbe dall’alto per pervertire una “vita” altrettanto astratta. Credo invece che per essere compreso nella sua efficacia il potere vada scritto con la minuscola, come ha fatto, per esempio, Foucault più o meno negli stessi anni. Il potere non è insomma in contrapposizione con la supposta innocenza della “vita”. Il potere è ciò di cui il reale – ogni reale – è fatto, perché il reale non è nient’altro che un rapporto di forze, una rete di potenze in esercizio, potenze che sono tra loro in conflitto in un gioco infinito (Nietzsche&nbsp;<em>docet</em>). Per questo un antifascismo reale funziona solo se è “militante”, mentre è puramente retorico se si limita alla dimensione del giudizio morale. Se poi ho definito Pasolini un tipico letterato italiano è perché il modo con cui l’Italia è entrata nella modernità è stato attraverso il rifiuto del copernicanesimo e delle conseguenze metafisiche che esso implicava vale a dire la fine di ogni gerarchia, l’uguaglianza infinita di tutti gli enti, la fine dell’antropocentrismo. Sono esattamente le cose che ripugnano al letterato italiano, che privilegia la retorica, ma sono anche le tesi che hanno, non a caso, portato Giordano Bruno sul rogo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="538" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/9788807227028_quarta.jpg.800x800_q75.jpg" alt="" class="wp-image-106244" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/9788807227028_quarta.jpg.800x800_q75.jpg 538w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/9788807227028_quarta.jpg.800x800_q75-202x300.jpg 202w" sizes="(max-width: 538px) 100vw, 538px" /></figure>



<p><strong>Veniamo al tema della produzione del mito. Lei osserva come il giovane Mussolini rivoluzionario intendeva trasformare il Partito socialista in&nbsp;<em>macchina mitologica</em>: “Mussolini era perfettamente consapevole dell’operazione di tecnicizzazione del mito che andava proponendo ai compagni del partito”. È molto interessante l’estratto dell’articolo che Mussolini scrisse sull’«Avanti!» a commento del suo discorso al Congresso di Reggio Emilia del 1912, in cui afferma che il partito ha una “anima religiosa”, è una comunità e non una società di interessi:&nbsp;</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Che importa al proletariato di capire il socialismo come si capisce un teorema? E il socialismo è forse riducibile ad un teorema? Noi vogliamo crederlo, noi dobbiamo crederlo, l’umanità ha bisogno di un&nbsp;<em>credo</em>. È la fede che muove le montagne perché dà l’illusione che le montagne si muovano.&nbsp;<em>L’illusione è, forse, l’unica realtà della vita</em>”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Ci spieghi la sua definizione di questo “mito tecnicizzato”, visto come “una allucinazione volontaria che non allucina la realtà, creando una falsa percezione, ma la stessa potenza di allucinazione”.</strong></p>



<p>Quella frase di un giovane Mussolini, aspirante leader dei socialisti italiani, mi ha colpito moltissimo. Sintetizzava in una battuta il grande tema della tecnicizzazione del mito (espressione usata da Furio Jesi per indicare l’uso fascista dei miti, ad esempio: Dio, Patria e Famiglia) e della estetizzazione della politica (espressione usata da Walter Benjamin per indicare la capacità di seduzione del fascismo). Siamo ancora più che mai infangati in questa vicenda che i media elettronici hanno però reso planetaria. Nietzsche ha spiegato bene questo passaggio epocale quando ha scritto che se la verità diventa favola anche la favola cessa di essere tale perché non ha più una verità cui commisurarsi.&nbsp;<strong>È il mondo dello spettacolo generalizzato, che non è il mondo vero (nessuno crede&nbsp;<em>veramente</em>&nbsp;alle frottole di Trump, nemmeno i suoi seguaci) ma non è nemmeno il mondo falso (nessuno dei seguaci di Trump crede&nbsp;<em>veramente</em>&nbsp;che Trump menta quando posta le sue frottole): è il mondo della illusione come unica realtà della vita, al di là o al di qua della dicotomia vero/falso, il mondo del “capriccio” lo definisce l’uomo del sottosuolo, dove l’unica “ragione dell’ente” è una volontà arbitraria e tirannica.</strong>&nbsp;Il detto di Giovenale: “<em>Hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas</em>”, “Lo voglio, così comando, valga la mia volontà come ragione” esprime molto bene il nuovo “mondo libero” sognato dai fascisti del terzo millennio.</p>



<p><strong><em>Paolo Ferrucci</em></strong></p>
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		<title>Monaco 1938: il bluff di Hitler. Dialogo con Maurizio Serra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Mar 2025 05:13:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Saint-John Perse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pochi eventi come&#160;gli accordi di Monaco del 1938, tra inglesi, francesi, italiani e tedeschi sul destino della Cecoslovacchia hanno goduto di una fama tanto sinistra quanto superficiale. Tale evento, infatti, fu un momento chiave della storia europea in cui processi decennali, sfide politiche,&#160;miscalculations&#160;dei principali governi, bluff e sottili trame diplomatiche si intersecarono delineando un complesso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/monaco-1938-maurizio-serra/">Monaco 1938: il bluff di Hitler. Dialogo con Maurizio Serra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pochi eventi come&nbsp;<strong>gli accordi di Monaco del 1938</strong>, tra inglesi, francesi, italiani e tedeschi sul destino della Cecoslovacchia hanno goduto di una fama tanto sinistra quanto superficiale. Tale evento, infatti, fu un momento chiave della storia europea in cui processi decennali, sfide politiche,&nbsp;<em>miscalculations</em>&nbsp;dei principali governi, bluff e sottili trame diplomatiche si intersecarono delineando un complesso mosaico non riassumibile in facili stereotipi. Un evento brillantemente ricostruito e approfondito dall&#8217;ambasciatore<a href="https://www.academie-francaise.fr/les-immortels/maurizio-serra?fauteuil=13&amp;election=09-01-2020" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;<strong>Maurizio Enrico Serra, primo italiano Immortale di Francia</strong></a>, saggista e biografo dei grandi protagonisti del Novecento letterario italiano, nel suo&nbsp;<a href="https://neripozza.it/libro/9788854531192" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Scacco alla pace. Monaco 1938</em>&nbsp;(Neri Pozza, 2024).</strong>&nbsp;</a>Un saggio che porta il lettore nel centro di questo snodo cruciale, tramite una documentatissima e affascinante immersione nell&#8217;Europa tra le due guerre.</p>



<p><em>Monaco</em>&nbsp;è, infatti, un grande affresco storico, politico, diplomatico e intellettuale, un testo che oltre che ricostruire i nodi, i meandri e le sismografie che hanno accompagnato gli accordi del 1938 riesce a rivelare le logiche, i propositi e le psicologie dei protagonisti di quell’Europa. Un ritratto epocale, ricco di voci, personaggi, dettagli, segreti che ci racconta con il ritmo e lo stile del grande romanzo, ma con il rigore, l&#8217;esattezza e la puntualità della migliore tradizione storiografica italiana ed europea, un momento cruciale della storia delle relazioni internazionali del primo Novecento oltre facili pregiudizi e superficiali moralismi. Dai successi pirrici di Chamberlain alla foga di Daladier, dalle trame di Mussolini agli appetiti di Hitler, tra scena e retroscena. Senza dimenticare il ruolo di comprimari come Saint-John Perse, il poeta che avrebbe ricevuto il Nobel per la letteratura (all&#8217;epoca segretario del ministero degli esteri a Quai d&#8217;Orsay), o Ciano, Attolico, Anfuso. Per meglio comprendere attualità e nodi di quell&#8217;evento abbiamo intervistato l’autore.</p>



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<p><strong>Quali sono le novità e i caratteri distintivi di questo suo saggio sulla crisi di Monaco rispetto a precedenti ricostruzioni?</strong></p>



<p>Ho cercato di fornire al lettore una visione d&#8217;insieme di tutti gli aspetti che a Monaco finirono per intrecciarsi, in modo da approfondire alcuni aspetti di una pagina decisiva della storia europea, soffermandomi su aspetti tradizionalmente poco analizzati.</p>



<p><strong>Quali?</strong></p>



<p>In primo luogo, il tentativo di seppellire una certa retorica che accompagnò la crisi cecoslovacca. Anche se Hitler riuscì a impadronirsi dei territori germanofoni, e a fare (dopo l&#8217;apparizione trionfale a Vienna l&#8217;anno precedente) il suo ingresso, seppur ritardato, a Praga il 15 marzo 1939, questa resa dei conti con il suo passato di oscuro agitatore austro-boemo non era più così importante per lui. L&#8217;odiato termine Österreich, con l’Annessione dell’Austria, era stato abolito per essere sostituito da Ostmark, ossia «marca orientale», un termine che indicava come non si trattasse certo della sbandierata unione dell&#8217;Austria al Reich tedesco, quanto di una pura e semplice annessione al ribasso. Lo stesso vale per il moncone ceco, che divenne ancor più spregiativamente il Protektorat o protettorato. Anche gli Auslandsdeutsche, ossia i tedeschi dei Sudeti, di Memel, Danzica e delle altre marche, che Hitler fingeva di voler proteggere, sarebbero diventati cittadini di classe inferiore rispetto a quelli del Reich tedesco: Reichsdeutsche o Altdeutsche.&nbsp;</p>



<p><strong>Quale fu il vero intento che mosse l’imperialismo nazista aldilà di facili propagande?</strong></p>



<p>La vera motivazione fu, invece, il potenziale militare e industriale che si trovava al di là della catena montuosa dell&#8217;Erzgebirge, i “Monti metalliferi” al confine tra la Germania e la Boemia. I carri armati di fabbricazione ceca erano allora superiori in quantità e qualità agli equivalenti tedeschi e, nel 1940, si calcola che un terzo dei mezzi corazzati della Wehrmacht, pronti a rovesciarsi sul fronte occidentale dopo aver sbaragliato la Polonia, fossero prodotti dalle industrie Škoda. Durante la guerra, Hitler non visitò più Vienna o Praga, tanto meno le rovine di Varsavia. L&#8217;Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia non erano altro che i rami del grande albero da abbattere: l’Unione Sovietica. La posizione del Führer era insomma l’esatto contrario di quella di Stalin, che, subito dopo il 1945, acconsenti alla neutralità dell’Austria come merce di scambio con l’Occidente, ma fece degli altri due Stati il perno della sua morsa sull&#8217;Europa centrale e orientale.</p>



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<p><strong>Cosa insegnò Monaco ai vincitori di Yalta?</strong></p>



<p>&nbsp;All&#8217;inizio della guerra fredda, Monaco non insegnò alcunché all&#8217;Occidente, con la sola eccezione del generale Charles De Gaulle, che non riuscì tuttavia a far sentire la sua voce. Winston Churchill, ad esempio, con quelle frasi lapidarie di cui era gran maestro, liquidò la «condotta fatale» di Chamberlain e Daladier. Tuttavia, egli abbandonò a sua volta non a Hitler ma a&#8230; Stalin, nella sostanziale indifferenza degli Stati Uniti, la Cecoslovacchia ridiventata formalmente indipendente, la Jugoslavia monarchica dell&#8217;esercito partigiano cetnico, il governo polacco in esilio a Londra e i territori tedeschi occupati dall&#8217;Armata rossa, che presero il nome improbabile di Repubblica democratica tedesca (DDR). La conferenza di Jalta (febbraio 1945) e quella di Potsdam (luglio-agosto 1945) replicarono la ferrea logica di Monaco circa la divisione del continente: i “grandi” avrebbero deciso per i “piccoli”, che dovevano nuovamente piegare la testa. Solo nel 1989-1990, una nuova primavera dei popoli avrebbe riunito le due Europe nella speranza che diventassero una sola, sulla base dell&#8217;appassionato desiderio di intrepidi testimoni e combattenti come i miei indimenticabili amici François Fejtő e Predrag Matvejević, oltre a Czesław Miłosz, Leszek Kolakowski, Václav Havel, Milan Kundera e numerosi altri.</p>



<p><strong>Secondo lei esiste oggi una “sindrome di Monaco” verso le autocrazie?</strong></p>



<p>Se Monaco è seppellita con tutto quel che ha rappresentato di pernicioso nella storia europea, continuiamo a vivere all&#8217;ombra di una sindrome di fatalismo e d&#8217;impotenza pronta a riapparire periodicamente nelle crisi geo-strategiche. Cechi e slovacchi, oggi pacificamente divisi, lo ricordano bene, visto che per regolare la sorte della Primavera di Praga, nel 1968, non vi fu neanche bisogno di una conferenza ma della pura e semplice atonia della comunità internazionale, assortita di proteste retoriche di fronte alla condotta della potenza egemone, che non era più la Germania hitleriana ma agiva allo stesso modo. Il che pone il problema dell&#8217;atteggiamento delle democrazie nei riguardi della forza, e del pacifismo di fronte alla brutalità. La sola risposta efficace consiste nella fermezza che si appoggia sul ricorso, se necessario, alla cosiddetta violenza legittima nei modi (e nei limiti) previsti dal diritto internazionale. Rispondere all&#8217;aggressione con la passività non può che incoraggiare le dittature e le loro ambizioni funeste. In tal senso, “Monaco” è divenuto un canone negativo. I casi si sono moltiplicati, dopo di allora, dentro e fuori il nostro continente: dai conflitti nella ex Jugoslavia, così mal gestiti da parte occidentale, fino alla crisi ucraina la lista è lunga. Lo storico non può interpretare l&#8217;attualità, che esige altri strumenti d&#8217;approccio. Può solamente esporre gli avvenimenti di una data epoca quanto più obiettivamente possibile, affinché donne e uomini di buona volontà possano oggi trarne le conclusioni appropriate.</p>



<p><strong>Il testo scritto in francese è stato curato in italiano da Antonio De Francesco. Come è stato il lavoro di adattamento e traduzione?</strong></p>



<p>Antonio Di Francesco, che tra l&#8217;altro sta scrivendo un libro sulla Milano del primo Ottocento, ha svolto un lavoro eccellente ed è stato un piacere lavorare con lui.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché “Scacco alla pace”?</strong></p>



<p>In quanto è inevitabile che nonostante l&#8217;effetto che può aver avuto la minaccia della guerra, all’epoca essa era più che una eventualità concreta, essenzialmente, una minaccia, uno stratagemma di una complessa partita a scacchi nel quadro europeo. Che cosa si riproponeva di fermare Monaco in realtà? Non fermare un&#8217;invasione. Hitler non avrebbe potuto assolutamente invadere la Cecoslovacchia nelle condizioni in cui si trovava nel 1938, e ancor meno permettersi una guerra europea. La vera situazione era quella di un bluff nefasto e vincitore, uno scacco alla pace.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102900" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Che taglio ha dato al testo?</strong></p>



<p>Innanzitutto, ho cercato di scavare in profondità, mettendo in prospettiva tra loro, non solo i quattro protagonisti dell&#8217;Accordo di Monaco, Chamberlain per il Regno Unito, Daladier per la Francia e naturalmente Hitler e Mussolini. Ma anche i tre assenti dietro le scene, che sono il cecoslovacco Benes che per un minimo di pulizia di diritto internazionale avrebbe dovuto essere presente, e poi Stalin e Roosevelt, che erano i rappresentanti delle due principali superpotenze all&#8217;epoca non presenti, cioè l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. I quali guardavano agli esiti di Monaco senza volervi prendere parte. Allo stesso tempo ho molto insistito da una parte sulla debolezza e quindi sul bluff della posizione tedesca, dall&#8217;altra sulla mediazione di Mussolini, che molti storici, hanno completamente sottovalutato. Mussolini a Monaco ha svolto un ruolo indispensabile, e non soltanto di mediazione, ma molto più vicino oggettivamente alle posizioni franco-inglesi che alle posizioni tedesche.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché lo fece?</strong></p>



<p>Non certo per simpatia per lo stato cecoslovacco, di cui poco o nulla gli importava, ma perché, dopo l’Anschluss di pochi mesi prima, marzo rispetto a settembre, era convinto ormai che bisognasse arginare l&#8217;avanzata tedesca nell&#8217;Europa centrale e successivamente nell&#8217;Europa mediterranea. E quindi era una causa di forza maggiore che lo ha portato a prendere questa posizione.&nbsp;</p>



<p><strong>Come vissero i paesi democratici quel quadro?</strong></p>



<p>È importante evidenziare che la Conferenza di Monaco si svolse in un clima di usura psicologica del concetto di democrazia e della forza delle democrazie rispetto ai totalitarismi che nascono, che danno veramente la misura del fatto che la storia di quel periodo e di quegli anni non potesse non portare ad un nuovo conflitto internazionale.</p>



<p><strong>La guerra era inevitabile?</strong></p>



<p>Erano troppi i rigurgiti, al di là della sorte dei Sudeti, della sorte della stessa Boemia Moravia, di quella operazione assolutamente fallita che sono stati i trattati di pace della Grande guerra. Dai quali venivano a galla troppe code che avrebbero portato ulteriori tensioni e tragedie, e che erano il prodotto di quanto era avvenuto allora. Non c’era tragedia più prevedibile della fine della Cecoslovacchia, del resto, come conferma tra gli altri E.P. Taylor.&nbsp;</p>



<p><strong>Un esponente della grande tradizione della storiografia inglese…</strong></p>



<p>Un uomo che considero tuttora un grandissimo storico, molto discusso, molto discutibile, che però rappresentava uno di quegli storici anglosassoni che oggi nel nostro mondo non esistono più. Gli ultimi (che ho avuto il piacere di conoscere) sono stati Richard Lamb, Seton-Watson, ovvero degli storici che avevano, da inglesi, un senso dell&#8217;Europa continentale veramente impressionante. Un tempo c&#8217;era, infatti, questo senso della storiografia inglese, che è stata la grande storiografia dell&#8217;otto-novecento, che era incredibilmente capace di guardare oltre la Manica e comprendere l’Europa e il mondo. Mentre oggi assistiamo, mi spiace dirlo, ad una storiografia di risulta. È incredibile vedere come libri anche tradotti in Italia, pecchino di errori su troppi aspetti. Pensiamo alle varie interpretazioni sull&#8217;episodio che è stato una delle possibili conseguenze positive di Monaco, ossia la visita di Chamberlain a Roma nel gennaio del ’39. Su tale episodio, in troppi continuano a dire che era una visita orchestrata da Mussolini per separare Londra da Parigi. Una totale falsità perché in quella occasione non si parlò della Francia. Se non rapidamente. L&#8217;ossessione di Mussolini in quel momento, infatti, era Hitler… Uno dei tanti esempi delle semplificazioni che ruotano attorno alle vicende relative agli accordi di Monaco.</p>



<p><strong>Quale è la vera immagine che scaturisce del Mussolini di Monaco e post-Monaco, al di là di quello che viene raccontato, come ad esempio la storia stereotipata del suo parlare un francese da albergatore?</strong></p>



<p>L’esempio che ha citato, oltre ad essere falso perché Mussolini parlava per i tempi un buon francese, rappresenta quell&#8217;immagine dozzinale e caricaturale – che io, peraltro, nella mia precedente biografia di Mussolini ho cercato (non so se ci sono riuscito) di smantellare o quantomeno di mettere tra parentesi – del ruolo italiano a Monaco, che va rivista e superata. Monaco, infatti, è, dal punto di vista mussoliniano, l&#8217;apice e l&#8217;inizio dell&#8217;inarrestabile decadenza del personaggio. La Conferenza di Monaco ha un vincitore che avrebbe potuto, in quel momento, se non salvare la pace, quantomeno impedirne lo scacco: quell’uomo era Mussolini. Pensiamo all&#8217;invenzione della Commissione degli ambasciatori. Che non era il classico cerotto diplomatico: almeno, era un cerotto diplomatico che, interpretato bene, poteva avere il suo significato. A cui spettava, tra le altre cose, decidere le nuove frontiere della Cecoslovacchia post sudetica. Ed anzi contrariamente a quello che afferma la storiografia anglosassone, a mio avviso di risulta, che ha subito trattato la conferenza degli ambasciatori come insignificante, essa è fallita non perché non “lavorava”, ma perché lavorava troppo bene. È stata sabotata dalle ambizioni naziste, specie dei più oltranzisti, che ovviamente erano segnate dal fatto di non aver ottenuto quello che speravano di più da Monaco. Cioè, il placet per l&#8217;occupazione del protettorato della Boemia Moravia, che era quello che interessava di più per le famose “terre rare” di cui è ricca l’area. I tedeschi, infatti, si rendono conto che all’interno della conferenza degli ambasciatori, l&#8217;italiano Bernardo Attolico (un grande servitore dello Stato e della pace) era molto più vicino alle posizioni dei francesi e inglesi e quindi resisteva alla pressione tedesca.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-704x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102901" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-768x1117.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-600x873.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML.jpg 800w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p><strong>E quale furono le conseguenze di tali resistenze italiane?</strong></p>



<p>Annullarono di fatto la conferenza. Mussolini aveva introdotto molti elementi di garanzia. Ovviamente non perché avesse a cuore l’ordine internazionale e il destino dei Sudeti e dei cecoslovacchi. Anzi&#8230; Lo fece perché, dopo l&#8217;Anschluss, che era stata all’epoca la sua più grande sconfitta in politica estera, non voleva un ulteriore rafforzamento tedesco in Europa centrale e danubiana, che avrebbe portato verso l&#8217;Italia un nuovo nemico strategico.</p>



<p><strong>Una delle figure che più colpisce nel testo è quella del principale inquilino del Quai d’Orsay di allora, Alexis Leger, noto ai più come Saint-John Perse. Che ruolo svolse il poeta di&nbsp;<em>Anabasi</em>&nbsp;in questo quadro?</strong></p>



<p>Leger era un uomo dotato di una doppia natura; potremmo definirlo una pirandelliana eminenza grigia del Quai d&#8217;Orsay dal 1933 sino alla vigilia della disfatta del 1940. Il suo potere, accresciuto da un fascino esotico e magnetico che si imponeva a uomini e donne, si era già affermato sotto Aristide Briand, di cui era stato capo di gabinetto. Fu l&#8217;inizio di una fulminea ascesa, benché, come il suo predecessore e mentore Philippe Berthelot, Leger non avesse mai ricoperto un solo incarico di capo missione all&#8217;estero, il che equivale a dire, per un militare, non aver mai comandato un&#8217;unità al fronte. Sul poeta, uno dei più grandi del suo tempo, insignito del premio Nobel nel 1960, non vi è altro da aggiungere; ma come diplomatico egli si mosse senza la minima fedeltà per nessuno, compresi i suoi stessi protettori e le sue molte, influenti amanti. Sono state ampiamente sottolineate le ambiguità e le distorsioni nell&#8217;immagine di sé che volle tardivamente consegnare ai posteri nella curatela delle sue opere complete nella prestigiosa collezione della ‘Pléiade’. Eppure, a fronte di quanti sistemavano e ritoccavano periodicamente i loro ricordi come Bonnet, il suo lungo silenzio nell&#8217;esilio americano avrebbe fornito armi ai detrattori, fino all&#8217;implacabile ostilità che gli avrebbe riservato il generale de Gaulle, che vide in lui il principale concorrente (e detrattore) della France Libre presso Roosevelt e il Dipartimento di Stato. È difficile comprendere la natura di un uomo che eга senza dubbio un ardente patriota come Berthelot, anche se molto meno laborioso, cartesiano e, se vogliamo, tradizionalmente francese di lui. Resta da chiedersi che cosa ci fosse nelle sue origini di figlio delle Antille, nella sua aggrovigliata, solitaria e narcisistica personalità – dote forse di un poeta, assai meno di un diplomatico –, che lo portasse a disprezzare i suoi simili e a provocare i loro aspri risentimenti. L&#8217;italofobia, che condivideva con il suo predecessore una lunga tradizione al Quai d&#8217;Orsay, era solo l&#8217;aspetto più evidente di un atteggiamento che si rivelò dannoso prima di Monaco e, ancor più, dopo di allora. Nella crisi cecoslovacca, il suo ruolo, molto discusso, risultò, a nostro avviso, più onorevole di quello dei suoi capi politici, ma a Monaco non fu in grado di consigliare la resistenza a un Daladier che era già pronto a cedere. Collaboratori e ammiratori hanno lodato la sua “stravagante flessibilità tattica [combinata con] un&#8217;inesorabile de-terminazione di intenti”. I critici hanno invece sottolineato che “egli appare allo storico avvolto dalla nebbia di un&#8217;indecisione che forse ha deliberatamente e artificialmente messo a punto”. Insomma, se nel suo successivo esilio americano di sconfitto il poeta sapeva sciogliere le contraddizioni dell’uomo nella forza di un verbo alato di straordinaria pregnanza lirica, l’ormai ex grand commis costantemente teso a levigare e a valorizzare la sua immagine sembrava non sapere più chi fosse stato veramente. Forse non lo aveva mai saputo, altro lusso dei poeti… Leger, quindi, è un personaggio considerato molto negativamente, seppur meno di altri, la cui attività è stata molto più ondivaga per vari motivi, anche di carriera.</p>



<p><strong>Ovvero?</strong></p>



<p>Arrivato giovanissimo segretario generale, non voleva lasciare quel posto; sapeva di avere molti nemici, quindi ha dovuto traghettare un po’ tra le varie correnti. Questo è umano e non gli si può essere costituita un&#8217;accusa. Mi risulta però difficile iscrivere sia lui che Eden, che è il suo equivalente inglese, come fa invece certa storiografia, nella scuola della fermezza contro la scuola dell&#8217;appeasement. Chi vede queste cose in modo schematico non sa cos&#8217;è la storia, non sa cos&#8217;è la diplomazia, non sa cos&#8217;è la vita parlamentare e politica dove è inevitabile che secondo i momenti e le circostanze vengano prese delle scelte più o meno, come dire, conformi agli ideali. Bisogna vedere le cose in questi termini.</p>



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<p><strong>Non fu l’unico a fare quegli errori ed inciampi del resto…</strong></p>



<p>Basti pensare che Churchill, che certamente era un uomo di visione, ideali, e di grande e profondo senso della storia, di grande e profondo senso delle opportunità degli uomini nella storia, perfino lui nel 1938, al ritorno di Chamberlain, non poteva mettersi contro un&#8217;opinione pubblica che era il 90% per la pace di Monaco. Chamberlain era in quel momento il più popolare leader politico inglese dal Duca di Wellington, vincitore di Napoleone. Però, mentre il Duca di Wellington ha dimostrato, vincendo sul campo, la sua superiorità su Napoleone, quella di Chamberlain è teorica, perché egli torna avendo evitato la guerra, cioè essendo perfettamente caduto nel bluff di Hitler.</p>



<p><strong>Magistrale nel testo è l&#8217;apparato di note, le considerazioni a pedice, che formano quasi un involontario romanzo ergodico per certi aspetti. Che significato ha per lei l’uso delle note?</strong></p>



<p>Sono un innamorato delle note ed è per questo che a tutti i miei editori – a volte ci riesco, a volte no – chiedo che vengano messe a fondo pagina. Sono innamorato delle note non solo per il motivo che le note possono dare, senza interrompere la narrazione, alcuni elementi biografici e bibliografici. Ma soprattutto perché le note rappresentano, ai miei occhi, un po&#8217; l&#8217;equivalente delle voci del coro, delle voci a parte in un&#8217;opera lirica o nel teatro goldoniano. Sono quasi un coro, o delle voci individuali, però, che ci dicono chi era veramente Buffi, o perché Mussolini non potesse agire contro i suoi avversari. In questo senso vorrei che anche il lettore generico potesse leggere e godere delle note e di ciò che esse rappresentano nel mio percorso.&nbsp;</p>



<p><strong>Che cosa ha in cantiere l&#8217;ambasciatore Maurizio Serra per i lettori?</strong></p>



<p>Cerco di alternare i generi, sto rivedendo le edizioni tascabili di molti dei miei libri. Il primo obiettivo è quello dell&#8217;edizione tascabile francese del D’Annunzio e dell’edizione italiana di Mussolini, che dovrebbero uscire nell&#8217;autunno inoltrato o all&#8217;inizio del prossimo anno. Poi ci sono appunto i nuovi progetti.&nbsp;<strong><a href="https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2970794/amori-diplomatici" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vorrei ultimare la trilogia narrativa del Michoumistan</a>&nbsp;</strong>perché questo paese immaginario è un po&#8217; il paese, del Dottor Stranamore, ossia quello dei conflitti che da terribili possono diventare nazionali e via dicendo. Quindi un po&#8217; la parafrasi della sicurezza del mondo e della condizione in cui un diplomatico vive. Per il resto cerco di mantenere i rapporti, letterari e non, con le varie istituzioni con le quali collaboro.</p>



<p><strong><em>Francesco Subiaco</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Monaco, Führerbau, 30 settembre 1938, foto di gruppo con i firmatari dell’accordo; il poeta Saint-John Perse, ovvero Alexis Léger, si scorge sullo sfondo, tra Mussolini e Ciano</em></p>
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		<title>Incontenibile Morselli: più che un “caso”, un destino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2024 04:33:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Guido Morselli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’introduzione a Gli ultimi eroi (il Saggiatore, 2024), formidabile breviario morselliano, compendio – in seicento-e-passa pagine – di “Tutti i racconti” di Morselli, ma anche di “Soggetti e sceneggiature” e di ‘pezzi’ “Sui giornali”, Giorgio Galletto, in sede di introduttiva prece, auspica che Morselli, “un outsider perché insieme classico e ipercontemporaneo”, esca dal paddock della [&#8230;]</p>
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<p>Nell’introduzione a <strong><a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/gli-ultimi-eroi" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Gli ultimi eroi</em> (il Saggiatore, 2024)</a></strong>, formidabile breviario morselliano, compendio – in seicento-e-passa pagine – di “Tutti i racconti” di Morselli, ma anche di “Soggetti e sceneggiature” e di ‘pezzi’ “Sui giornali”, Giorgio Galletto, in sede di introduttiva prece, auspica che Morselli, “un outsider perché insieme classico e ipercontemporaneo”, esca dal paddock della “dorata nicchia per palati fini”, per trovare un posto tutto suo al centro del canone della letteratura italiana. Non credo sia possibile. Morselli – complice del lettore, in ostilità alla facile lettura; un ribelle del verbo –, infatti, fa del brigantaggio letterario il proprio gergo, obbliga alle catacombe, alla rivelazione ctonia, all’andare per sotterranei e sottrazioni, con lame e candele (fino a confondere il fuoco con il sangue). Impossibile, cioè, scorporare l’opera di Morselli dalla sua vita: stigmatizzato dal rifiuto, egli è lo scrittore che agisce con l’ascia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="690" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-690x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99595" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-690x1024.jpg 690w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1-600x890.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/libro-1.jpg 728w" sizes="(max-width: 690px) 100vw, 690px" /></figure>



<p><strong>“Non un caso ma un destino”, disse di lui Rodolfo Quadrelli</strong>, altro autore vilmente ‘fatto fuori’ dall’editoria nostrana, marginalizzato, pervicacemente ‘contro’, la cui sorte è eguale e contraria a quella di Morselli (pubblicava in vita, da morto lo evitano tutti). Il saggio di Quadrelli – pubblicato nell’aprile del 1975 su “L’Europa letteraria e artistica” – parte da <em>Contro-passato prossimo</em>, per comporre una diagnosi d’impeccabile ferocia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il caso di Guido Morselli è un ‘destino’, e nessuno si meraviglia che ciò non sia stato detto. Gli elogi post mortem che coprono la bara di questo grande rifiutato dell’industria culturale danno spesso, per la verità, suono ipocrita e sinistro. Essi provengono infatti, quasi sempre, da uomini che in passato hanno avallato scrittore e opere deteriori, e che evidentemente ignorano la legge di Gersham, secondo la quale la moneta cattiva scaccia la buona. Non c’è posto per tutti. Non c’era dunque posto per Guido Morselli, e non ci sarebbe stato nemmeno se per avventura fosse stato pubblicato. Il posto c’è ora, dacché, morto suicida, egli rappresenta un ‘caso’. […]</strong><strong></strong></p>



<p><strong>La vita e l’opera di questo scrittore fino a ieri sconosciuto gettano un fascio di luce su un mondo ignorato dalla cultura, che evidentemente esiste: che, evidentemente, è la parte resistente e umiliata del nostro paese che non ha ceduto alla corruzione intellettuale e morale”. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Geniale Quadrelli: usa Morselli come un lanciafiamme, a incenerire i “mafiosi” – parole sue – dell’editoria nostrana, intimando, però, di non farne un santino, comodamente esposto (deposto) sul davanzale, sotto teca, infine innocuo.</p>



<p>L’incendiario verbo di Morselli – a far carneficina dei libri esangui, delle solite, sceniche piroette – è ovunque in <em>Gli ultimi eroi</em>, enciclopedia di testi brevi, ritrovati. Alcuni, hanno un estro straordinario, il telescopio distopico, la mania da astrologo della Storia. Così, per intenderci, il “soggetto teatrale o cinematografico” <em>Cose d’Italia. moralità in tre Atti e un Preambolo</em>, mette in scena un Mussolini in “conversione” democratica (“Che cos’altro rimane da fare, se non mettere l’antifascismo in liquidazione e <em>se ranger</em> disciplinatamente nella massa dei seguaci di Mussolini?”), tra amanti, voltagabbana, massoni e lacchè, con decori satireggianti; <em>La voce</em>, invece, ipotizza un “incontro postumo” fra Pino Pinelli e il commissario Calabresi. Il dialogo tra i due, di abbagliante potenza – vi lascio alla lettura – si svolge nell’aldilà; l’incipit è luce:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non sembra che un bosco. A cui la vastità assicuri una quiete insolita. Alberi alti in un cielo primaverile, tiepido, grigio, e fra gli alberi ondeggiano erbe selvatiche, si inarcano rovi. Dietro ai due uomini, un piccolo ponte di pietra varca, ma è invalicabile, un ruscello che scorre senza rumore”. </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Nel <em>Grande Incontro</em> – che apre la giostra dei testi –, <strong><a href="https://www.depianteditore.it/prodotto/guido-morselli-il-grande-incontro/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">già pubblicato dalle edizioni De Piante nel 2019, in edizione di pregio</a></strong>, si ipotizza invece, “in piena Guerra fredda”, un dialogo “tra il papa anticomunista Pio XII Pacelli e il maresciallo Iosif Stalin”.</p>



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<p>In sostanza: la felicità narrativa, la facondia immaginativa, la voracità linguistica, dilagano; a tratti, per l’entusiasmo creativo – in <em>Cesare e i pirati</em> lo scrittore riscrive la vicenda del rapimento del grande condottiero narrata da Plutarco – Morselli pare un Borges. In <em>Fantasia con moralità</em>, per dire, raro racconto pubblicato ad autore vivente – uscì su “Il Contemporaneo” nel 1953 – il genio si vede dal principio (“Visione lucida e precisa da vincere la realtà. Imboccavo il viale in discesa che conduce alla cittadina; un silenzio inerte nelle cose e nell’aria, sino alle montagne che si stagliavano prossime, blandite dal gran sole invernale”); eppure, sappiamo com’è andata a finire. Anche negli sketch, <em>Amsterdamer per Natale</em>, per dire, è fatale la rapacità nel narrato, da scrittore che doma le vette, tiene l’Everest in ghiacciaia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Le sue doti esteriori sono tutte dei «non». Non è calvo, non usa occhiali, non ha pancia, a quarant’anni e dopo cinque di matrimonio. Non si addormenta alla tv (fra l’altro perché la detesta e io sono costretta a tenermi in camera o in cucina un apparecchio portatile)… Per lui Roma non è come per noi romani, <em>rRóma</em>: la sua non è <em>zenzibilità</em>, è sensibilità. Io cominciai col dirmi, piace alle donne perché non le corteggia”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Mi fermo qui. A guidarci nella lettura, <strong>Linda Terziroli</strong>, co-curatrice del tomo insieme a Galletto e a Fabio Pierangeli.</p>



<p><strong>Intanto. In cosa sono simili in cosa dissimili i racconti di Morselli rispetto ai romanzi, noti. Ergo: quale Morselli balza agli occhi da questo stuolo di racconti?</strong><strong></strong></p>



<p>In una parola: il suo <em>eclettismo</em>. Guido Morselli si cimenta, attraverso forme diverse, con i suoi temi di sempre, la storia, la politica, l’amore, ovviamente nelle forme della distopia, dell’ucronia. Prendiamo ad esempio il testo teatrale <em>L’amante di Ilaria</em>, una sorta di “sequel” del romanzo breve <em>Incontro col comunista</em>,e il racconto <em>Diphteria</em>, in entrambi emerge il tema del personalismo e del collettivismo nella prassi politica, all’interno dell’ideologia comunista, una materia su cui spesso l’autore spesso torna per interrogarsi e interrogare attraverso la sua opera letteraria. E ancora in anticipo sui tempi Morselli lo era nell’utilizzo di tutte le forme di rappresentazione del mondo: dal reportage al testo teatrale, dal racconto al linguaggio documentaristico dei suoi filmati in 8mm.</p>



<p><strong>Cosa sono questi racconti, all’osso? Laboratorio narrativo; sfogo; eserciziario distopico? Intendo: in che contesto li scrive Morselli, in quale ‘clima’ emotivo? E che esito hanno, ai tempi suoi?</strong><strong></strong></p>



<p><em>Gli ultimi eroi</em> ha il pregio di raccogliere un’opera che è stata scritta nell’arco di una vita, dagli anni ’40 ai primissimi anni ’70. Il laboratorio narrativo di una vita. Sono finalmente pubblicati i soggetti e le sceneggiature, vedono la luce tutti i racconti di Gavirate, che erano stati in parte pubblicati con il titolo <em>Una missione fortunata e altri racconti</em> dalla Nuova Editrice Magenta nel 1999, stavolta nell’ordine scelto dall’autore. Il clima emotivo non è mai lo stesso, come non lo è il clima di un’Italia che sta cambiando profondamente, un’Italia con tutte le “sue cose”, <em>Cose d’Italia</em> appunto.</p>



<p><strong>Parliamo di <em>Cose d’Italia </em>dunque…</strong><strong></strong></p>



<p>Siamo immersi nell’esperimento “controstorico”, nell’ucronia morselliana. <em>Moralità in tre Atti e un Preambolo</em>, Morselli qui ritrae un Mussolini (chi poteva immaginare allora il grande successo che avrebbe avuto poi un romanzo con al centro il duce come <em>M. il figlio del secolo</em> di Scurati?) schiavo del fascino femminile che si democratizza e finisce per crollare insieme al regime. Tuttavia, come dice giustamente Giorgio Galetto, il bersaglio polemico non è soltanto il duce, ma, sul banco degli imputati, ci sono anche i liberatori, incapaci di gestire l’opposizione prima e la vittoria poi e, soprattutto, il popolino italiano che, supino davanti alla dittatura, si ribella soltanto di fronte al crollo delle proprie certezze e dei veri interessi che lo muovono: le case chiuse e il calcioscommesse. Questa commedia fu spedita, senza esito, a Luchino Visconti. Mussolini, mi ricorda Fabio Pierangeli, in questa moderna moralità, dai toni da commedia brillante e satirica, all’italiana, “resta a latere degli intrighi, fantoccio priapesco schiavo dell’eros”. Le donne, in questa commedia, come in molte altre opere morselliane, hanno un peso rilevante, sono necessarie.</p>



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<p><strong>Dimmi: il racconto che sorprenderà di più (e perché). </strong><strong></strong></p>



<p>Ti direi forse proprio <em>Cose d’Italia</em>. Dopo<em> Roma senza papa</em>, il romanzo che ha aperto il “caso Morselli” pubblicato postumo da Adelphi nel 1974, scritto negli anni Sessanta, tra il 1966 e il ’67, qui Roma fa appunto i conti <em>controstorici</em> col duce. L’attrazione che le “altissime personalità” esercitano sullo scrittore è innegabile e qui pubblicate si trovano anche la rappresentazione <em>Cesare e i pirati</em> e l’azione scenica <em>Marx: rottura verso l’Uomo</em>. Dell’uomo politico come del pontefice Morselli ritrae il linguaggio, il volto, il portamento. Dietro lo sguardo si muove sempre l’uomo. Forse è questo l’aspetto che più conquista di Guido Morselli, il suo essere e conoscersi “un riepilogo degli uomini”. Nel <em>Diario</em> difatti scriveva:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sono orgoglioso (è forse il mio unico orgoglio) di sentirmi, in male e in bene, un riepilogo degli uomini”.</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Il racconto più bello (e perché).</strong><strong></strong></p>



<p><em>Cesare e i pirati</em> perché parla d’amore e realpolitik, come il già citato <em>Cose d’Italia</em>. Qui Cesare viene rapito dai pirati (l’episodio è già nelle fonti di Plutarco e Svetonio), desidera “platonizzare” sull’isola dove vive, in una gabbia dorata, addolcito e rammollito dalla bella indigena per cui ha perso la testa. Nella rappresentazione, vicina per certi versi al re di <em>Divertimento 1889</em>, Morselli reinventa un singolo episodio nella vita di Cesare senza alterare il corso degli eventi della Storia. Squaderna, insomma, il ventaglio dei possibili, ne verifica il potenziale, interroga la fallacia dei fatti, necessariamente inaffidabili.</p>



<p><strong>Il racconto più folle (e perché).</strong><strong></strong></p>



<p><em>Gli ultimi eroi</em>. All’uscita sul “Mondo” di Pannunzio (sì, questo racconto rappresenta un’anomalia, pubblicato come altri, in vita), era il 4 marzo 1950 e Guido Morselli era un giovane di appena trentotto anni, sulle spalle già il peso di una guerra vissuta faticosamente sulle alture della Calabria. Ma il titolo allora era un altro:<em> Irrenanstalt</em>, che significa appunto “manicomio” in tedesco. Diverso anche l’attualissimo incipit: “La guerra è una pazzia e noi siamo da considerare tutti dei pazzi?”. L’avventura della riflessione intorno alla pazzia è destinata ad aver lungo corso nell’opera morselliana. Cambiando titolo a questo racconto, Morselli ne aveva anche modificato l’attacco, anche questo di grande attualità: “Farsa e tragedia spesso confluiscono, sullo sfondo degli eventi storici”, per arrivare a concludere con “la guerra è tutta e in tutti pazzia”.</p>



<p><strong>Il racconto che ti ha conquistato (e perché).</strong></p>



<p><em>La voce</em>. Il terzo dei “raccontini” di Gavirate mette in scena un incontro postumo fra Pino Pinelli e il commissario Calabresi, assassinato quel tragico 17 maggio 1972. Scritto probabilmente l’anno precedente la morte di Morselli, riprende una pagina di scottante attualità che si presenta sin da subito controversa. La voce del titolo è quella che porta i due personaggi, come tutti gli uomini, al <em>cupio dissolvi</em>. Il suicidio, per Morselli, non è mai una scelta libera, “volontaria”. Scrive, infatti: “Nessuno si è mai tolto volontariamente la vita. Il suicidio è una condanna a morte della cui esecuzione il giudice incarica il condannato”. E in questo caso, secondo la versione che ne dà Morselli, è stato il commissario “a cercare che l’ammazzassero”.</p>



<p><strong>Morselli, il Grande Scrittore Postumo, icona dell&#8217;editoria italiana cieca, sporca, cattiva: che cosa resta da scoprire?</strong><strong></strong></p>



<p>Se parliamo di scrittura, mi viene naturale pensare al manoscritto de <em>Il redentore</em>, una commedia di cui rimane appunto il manoscritto autografo. Al centro lo slavo Nipic, figura cristica ed eretica insieme, dedita ai poveri, salvatore di ebrei. Boemo, in territorio tedesco, finisce sospettato di attività antinazista, in un manicomio appunto, sorvegliato speciale della Gestapo. Al Redentore vanno le simpatie di un ennesimo medico caro al Morselli. Forse la storia, vien da pensare, avrebbe bisogno di più medici. E questo Nipic, un personaggio morselliano rimasto più degli altri in ombra, all’ombra della sua grafia ostica, bellissima, piegata sul lato (nell’edizione de Il Saggiatore c’è un magnifico inserto di foto di suoi manoscritti) muore nel corso di una lite, mettendo il proprio corpo nel mezzo.</p>



<p>Nel momento in cui chiacchieriamo, c’è un regista pavese, Filippo Ticozzi, che sta realizzando un docufilm dedicato proprio a Guido Morselli e sono certa che porterà alla luce nuove ombre morselliane, proprio a partire da quegli 8mm che lui stesso confezionava.</p>
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		<title>“Le Indie sono il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda”. Mussolini e l’Oriente (parte seconda)</title>
		<link>https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli-seconda-parte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2024 05:23:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Enrica Garzilli]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Tucci]]></category>
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		<category><![CDATA[Utet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prosegue il dialogo con Enrica Garzilli, storica e specialista in studi asiatici, che ha di recente pubblicato con le edizioni Utet “Mussolini e Oriente”, libro mastodontico sui rapporti tra il Fascismo e l’Est del pianeta. La prima parte della lunga intervista concessaci è stata pubblicata qui; questa è l’ultima parte, su Giappone, Afghanistan, India e… [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Prosegue il dialogo con Enrica Garzilli, storica e specialista in studi asiatici, che <a href="https://www.utetlibri.it/libri/mussolini-e-oriente/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha di recente pubblicato con le edizioni Utet “Mussolini e Oriente”, </a>libro mastodontico sui rapporti tra il Fascismo e l’Est del pianeta. La prima parte della lunga intervista concessaci <a href="https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è stata pubblicata qui</a>; questa è l’ultima parte, su Giappone, Afghanistan, India e… Ezra Pound. </em></p>



<p><strong>Qual è la peculiarità dei rapporti intrattenuti dal governo fascista con il Giappone?</strong><strong></strong></p>



<p>I rapporti politici furono preceduti dall’Accordo culturale speciale del 1935 e dall’intensa attività di propaganda e avvicinamento fra le due culture svolta da Tucci. ll Giappone era già noto in Italia grazie al Regio Istituto Orientale di Napoli, all’amore per quella terra di Gabriele D’Annunzio, anche se non ci mise mai piede, e alla mediazione culturale di un “samurai napoletano”, Shimoi Harukichi, amico sia di D&#8217;Annunzio sia di Mussolini. Dalla metà degli anni Trenta nacquero istituti preposti allo studio e gli scambi culturali fra Roma e Tokyo ma la cultura dell’Oriente, specie del Giappone, non era una novità. I circoli letterari di Napoli erano attivissimi e producevano periodici quali l’<em>Eco della Cultura </em>(1915-17) e <em>La Diana</em>, che prestavano particolare attenzione al mondo orientale. E poi c’era l’opera del R. Istituto Orientale. Questo è il più antico centro di sinologia e orientalistica d’Europa, fondato nel primo quarto del 1700 dal missionario Matteo Ripa che, di ritorno dalla Cina, fondò un centro di formazione religiosa per giovani cinesi destinati a evangelizzare il proprio Paese di origine. Nel 1732 Papa Clemente XII riconobbe ufficialmente il centro, che pian piano si aprì alla formazione a pagamento di laici e di interpreti per la fiorente Compagnia di Ostenda, una compagnia privata olandese istituita per commerciare con il Sudest asiatico, incluso l’India. Dopo l’unificazione d’Italia l’istituto fu rinominato Real Collegio Asiatico e introdusse progressivamente lo studio dell’arabo, dell’hindi, del russo e dell’urdu, per poi diventare Regio Istituto Orientale, legislativamente equiparato all’università. Tucci infatti, che fu titolare della cattedra di cinese, pur senza mai averci messo piede – come ammise lui stesso – chiese nelle clausole di contratto che lui fosse equiparato in tutto e per tutto a un ordinario di un’università statale, oltre all’impiego di un madrelingua che di fatto insegnava al posto suo.</p>



<p><strong>I rapporti fra il Paese del Sol Levante e l’Italia erano sempre stati ottimi. Nel 1921 il principe ereditario Hirohito, allora ventenne, fece un tour di sei mesi in Europa. Uno dei cinque paesi visitati fu l’Italia.</strong> L’evento fu ampiamente coperto dalla stampa sia nazionale sia locale e due anni dopo la felice conclusione del suo viaggio all’estero, il principe ritenne che fosse suo dovere informare i cittadini, che non avevano gradito il tour. Quelli che l’avevano accompagnato in Europa tennero conferenze nelle varie regioni del Giappone, mentre il segretario dell’agenzia imperiale compilò il diario di viaggio affinché potesse essere diffuso negli uffici pubblici e nelle scuole delle province. <strong>“Il magnifico spettacolo dell’arrivo in Italia”: questo il titolo del primo capitolo del diario. Le tappe di Hirohito comprendevano la Gran Bretagna, il Belgio, l’Olanda e infine l’Italia. Arrivò in visita ufficiale a Roma, dove incontrò Vittorio Emanuele III, e poi volle visitare Napoli e Pompei. </strong>Il diario racconta che lunedì 11 luglio 1921, sotto un cielo sereno, Hirohito e il suo seguito arrivarono a 20 miglia dal porto di Napoli alle 6 di mattino e due incrociatori italiani «pavesati a festa» li ricevettero affiancandosi uno a destra e uno a sinistra per proteggere la nave di Sua Altezza. La sua imbarcazione, la Katori, sparò una serie di salve di cannone per salutare il forte a terra e la bandiera italiana mentre dalle navi italiane furono sparate ventuno salve di cannone per salutare la bandiera del principe ereditario. Il rombo dei cannoni risuonava e il fumo nascondeva il cielo. «La banda della flotta italiana suonò il Kimigayo e il fragore degli applausi si propagò sulle onde del mare». Tre ore e mezzo di festeggiamenti ufficiali, al cospetto del comitato di accoglienza con tutte le autorità civili e militari e all’ambasciatore – e a Shimoi, che fungeva da traduttore. Per prima cosa il principe volle visitare la Grotta azzurra di Capri, dove rimase «incantato» dal colore «di un profondo blu trasparente che non ha paragoni». La mattina seguente, sempre salutato formalmente dalla salve di cannoni delle navi da guerra in porto, arrivò in treno alla Stazione Termini di Roma. Per tutto il viaggio, lungo la ferrovia a ogni 50 passi circa, erano stati schierati i militari e in un paio di stazioni persino le guardie d’onore. A ricevere Hirohito alla stazione c’erano il re d’Italia con il cugino duca d’Aosta, il Primo ministro Ivanoe Bonomi, il ministro degli Esteri Pietro Paolo Tomasi, marchese della Torretta, il ministro della Real Casa e l’aiutante di campo. L’accoglienza fu ovunque sontuosa ma al tempo stesso calorosa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Durante il soggiorno a Roma il Re ha deciso di riservare a S.A. un trattamento speciale solitamente in uso per i capi di Stato con un servizio di scorta molto severo e dalla stazione fino al Quirinale vi era uno schieramento ininterrotto di soldati di vari corpi». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Cittadini assiepati lungo il percorso e affacciati dai piani delle case salutavano con i fazzoletti in segno di benvenuto. Poi Hirohito si affacciò al balcone su Piazza del Quirinale per ricevere una entusiastica ovazione. Da quel momento il principe reggente, il fratello e una parte del loro seguito furono ospiti della famiglia reale. Durante il breve, formale discorso che il re fece durante il ricevimento ufficiale in onore di Hirohito disse:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«l’arrivo a Roma di Vostra Altezza è per noi motivo di grande compiacimento. [&#8230;] siamo particolarmente felici di constatare l’immutabile sentimento di amicizia che unisce i nostri popoli e le nostre case regnanti. L’Italia ha sempre apprezzato la grande creatività del vostro popolo, la sua sorprendente capacità di adottare la civiltà moderna e la prontezza di capire i fatti. Ricordiamo sempre con gratitudine il prezioso aiuto dato nella guerra dal tradizionale coraggio della marina e dell’esercito giapponesi per la comune vittoria per il diritto e la libertà. Come il Giappone, l’Italia è uscita vittoriosa dalla grande guerra e ora desidera solo il pacifico sviluppo industriale. L’Italia si augura di poter contare sulla collaborazione del Vostro Paese durante questo processo di ricostruzione». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>A sua volta Hirohito ringraziò per «il cordiale benvenuto» di tutto il popolo italiano e disse che per lui era «motivo di grande gioia aver avuto la possibilità di visitare questo Paese tanto famoso per la sua storia, la sua arte e le sue imprese militari». Ammirava l’interesse del re e dei suoi antenati per il benessere del popolo italiano.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Sono lieto di poterLa assicurare che la simpatia, il rispetto e l’amicizia che legano le nostre due famiglie reali e i nostri popoli non potranno che rafforzarsi nel tempo. [&#8230;] Il Giappone e l’Italia, unendo le loro forze, hanno ottenuto la vittoria finale nella Grande guerra e io sono fiducioso che lavoreranno insieme per promuovere il benessere dell’umanità e credo fermamente che saranno uniti nel perseguire lo scopo comune verso la vittoria della pace». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Il tema militare, il coraggio e l’abnegazione dimostrati in guerra erano la base identitaria comune sottolineata dal Re e dal Principe. In questo modo si rafforzava la simpatia reciproca dei due Paesi e si preparava l’alleanza futura. Fra ricevimenti, balli ufficiali, visite a mostre e musei, in un vorticoso tour per la città proseguì con la visita delle Catacombe, dove si nascondevano i primi cristiani che «dedicarono il loro spirito fino al martirio», altro tema familiare alla cultura giapponese dove i samurai, alla morte del loro padrone, si tolgono la vita. Il discorso sul Campidoglio del sindaco di Roma terminava così: «Mi auguro che l’amicizia tra i nostri due paesi durerà per sempre e credo fermamente che questo colle, che è il cuore di Roma e il cuore del mondo, farà risuonare la gloria dell’Italia sotto tutti i cieli illimitati».</p>



<p>Andò anche in visita dal Papa, che lo accolse andandogli incontro appena fuori dalla porta. <strong>Nello studio papale Hirohito riportò il cordiale messaggio dell’imperatore suo padre, a cui si riconosceva natura divina. Quando Hirohito ripartì fu salutato da ali di folla che applaudiva e accolto alla Stazione Termini di Roma dalla banda militare.</strong> Giunto alla Stazione Centrale di Napoli disse al sindaco venuto ad accoglierlo che avrebbe portato con sé a casa «un alto grado di gentilezza e un bel ricordo», essendo rimasto ammirato dal senso di amore, di umanità, di civiltà e di poesia del popolo napoletano. A Napoli, come a Pompei, era sempre circondato da una folla festante e le strade addobbate erano sempre a festa. Si concluse felicemente il viaggio del principe in Italia. Rimangono molte foto che ritraggono il corteo di Hirohito per le strade di Napoli. Pare che nel 1984, accogliendo un gruppo di imprenditori napoletani che gliene aveva fatto dono, l’allora imperatore rivedendole esclamò felice: «Che dolci ricordi!». I giornali sottolinearono che Roma e Tokyo si avviavano insieme verso un luminoso avvenire di civiltà e progresso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="701" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98906" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1-600x877.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-1.jpg 739w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>



<p><strong>L’Oriente da quasi duecento anni faceva parte della vita culturale dell’Italia e Napoli costituiva l’humus ideale per l’opera di diffusione della cultura nipponica di Shimoi che, partito volontario per la Prima guerra mondiale e poi per l’impresa di Fiume, divenne un vero e proprio mediatore di cultura. </strong>Ma chi cambiò radicalmente i rapporti fra Italia e Giappone, dandogli un’impronta decisamente politica, fu Tucci, che fu scelto come uomo di collegamento fra i due Governi in vista dell’adesione dell’Italia al Patto Anticomintern. A metà maggio del 1936, dopo che l’esercito imperiale nipponico aveva chiesto all’Italia di fornire dei veicoli militari, i rapporti con il Giappone erano nettamente migliorati. Se Roma avesse potuto stringere un patto militare con Tokyo, questo avrebbe potuto risolvere il problema della disparità militare che avevano le potenze dell’Asse Roma-Berlino con la Gran Bretagna, specie a livello di armamenti navali. Un altro passo verso il patto con il Giappone fu quello di interrompere l’invio di materiale militare all’esercito nazionalista cinese di Chiang Kai-shek, che dal luglio 1937 era impegnato nella seconda guerra con l’esercito imperiale, con l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Il tentativo di rendere davvero popolare il Fascismo in Giappone però si scontrava con l’anglofilia latente di parte del Paese. Ci voleva un personaggio culturalmente “forte”, un nome noto, potente in patria e rispettato all’estero. Per questo per il tramite dell’IsMEO era stato scelto Tucci, che fu il vero personaggio chiave, quello che di fatto rinsaldò i rapporti fra i due paesi e che aprì il Giappone della gente comune e degli intellettuali, non solo quello dei diplomatici, all’Italia fascista, come aveva già fatto con l’India e il Tibet e come farà con il Nepal.</p>



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<p>Il Giappone, con le sue mire panasiatiche e i suoi rapporti privilegiati con il Terzo Reich, era l’unica potenza asiatica che Mussolini davvero temesse. Nel novembre 1936 Tokyo aveva già firmato il Patto Anticomintern con Berlino e premeva per stringere accordi con l’Italia. E neanche in questo il Duce poteva farsi sorpassare dalla Germania. Con gli accordi della metà degli anni Trenta nella pubblicistica italiana nacque una narrazione del Giappone come simile nei valori, negli ideali e nei tratti distintivi all’Italia fascista. Il Giappone, che si era sviluppato grazie alle conquiste occidentali ma aveva conservato le nobili tradizioni del suo Volksgeist, in Oriente era un baluardo contro le degenerazioni della modernità allo stesso modo in cui Roma era il baluardo a difesa dei sacri valori occidentali. <strong>Dalla rappresentazione intrisa di esotismo del Paese del Sol Levante si passò a quella di un Paese moderno ma basato su valori tradizionali e universali simili a quelli della civiltà romana, primo fra tutti i valori del guerriero. Si enfatizzò la comunanza spirituale di Roma con Tokyo e Berlino e il legame di fratellanza e solidarietà che le univa, che non poteva che sfociare nell’adesione dell’Italia all’alleanza contro i bolscevichi e le loro attività sovversive in un patto per «cooperare nella difesa comune contro l’opera disgregatrice comunista». </strong>Il patto riconosceva che l’obiettivo dell’Internazionale Comunista, nota come Comintern, era quello di «scompaginare e opprimere gli Stati esistenti con tutti i mezzi possibili» e metteva in pericolo non solo la loro «pace interiore» e il loro benessere, ma anche la pace del mondo.</p>



<p>Puntuale, l’Agenzia Stefani il 6 novembre 1937 – XVI annunciò che alle ore 11 Mussolini aveva firmato a Palazzo Chigi il Protocollo di adesione dell’Italia all’accordo fra Germania e Giappone contro l’Internazionale comunista.</p>



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<p>Il Patto costituì la base per il trattato tripartito che, però, avrebbe tagliato definitivamente le gambe ai sogni di gloria del Duce in Asia: il Giappone riconosceva gli interessi tedeschi e italiani in Europa ma a sua volta riceveva un analogo riconoscimento per l’Asia. L’Europa agli europei e l’Asia agli asiatici, in due blocchi separati ma non contrapposti, proprio come si figurava Gentile nel discorso del febbraio 1937 in occasione dell’inaugurazione del Comitato lombardo per il Medio ed Estremo Oriente. <strong>Tucci arrivò nel Paese del Sol levante il 24 novembre del 1936, vi svolse un’attività politica, diplomatica e culturale intensissima. Fu anche ricevuto dall’imperatore Hirohito e portò una lettera di Ciano al ministro degli Esteri.</strong> Si lamentò con Gentile che questa attività troppo frenetica fra lezioni, inviti e visite non gli lasciò tempo di vedere nulla del Paese, ma nel dicembre 1936 gli scrisse che era sulla buona strada per «concludere qualche cosa di positivo nei riguardi degli accordi culturali fra Giappone e Italia. Il momento del resto è propizio e c’è molta buona volontà di venire incontro ai nostri desideri». Tucci parlò anche alla radio, recando in giapponese il saluto del Duce al popolo nipponico. Il discorso fu trasmesso «fino nel Manciukuò», lo stato istituito in Cina nel 1932 dall&#8217;Impero giapponese. Questo, oltre agli articoli su <em>Asiatica</em>, che però era una rivista di nicchia a cura dell’IsMEO, è il primo accenno pubblico allo stato fantoccio creato nel Manciukuò, di cui il Giappone aveva riconosciuto l&#8217;indipendenza nel 1932, garantendosi allo stesso tempo particolari privilegi e, di fatto, mettendolo sotto il proprio controllo. Il Governo italiano avrebbe riconosciuto lo Stato indipendente del Manciukuò nel novembre del 1937, primo fra i Paesi occidentali, mentre il Giappone riconosceva l’Africa Orientale Italiana.&nbsp;</p>



<p>A Tokyo Tucci fondò l’Istituto di cultura italo-nipponico, alla cui presidenza fu messo il barone Okura, che amava molto l’Italia e a Roma aveva organizzato una mostra d’arte giapponese che era stata molto ammirata. Scopo dell’istituto sarebbe stato quello di condurre un’attiva propaganda della cultura italiana e accentrare su di sé gli scambi culturali che erano stati gestiti fino ad allora dalla Kokusai Bunka Shinkôkai, fondata da Tucci a Roma nel 1934. Prese accordi perché fosse creato un corso ufficiale d’italiano con relativa borsa di studio nell’Università imperiale del commercio di Tokyo e perché la nostra lingua fosse riconosciuta materia di laurea come l’inglese, assumesse una posizione privilegiata rispetto al francese e al tedesco e fosse affiancata da corsi di Diritto corporativo, Storia del commercio italiano e altre materie “tipicamente” fasciste. Allo studente più meritevole a giudizio della commissione esaminatrice, a cui avrebbe partecipato un rappresentante dell’ambasciata italiana, sarebbe stata concessa una borsa di studio e di perfezionamento in Italia. Per gli scienziati e gli studiosi nipponici che lavoravano su argomento italiano venne istituito il premio «Leonardo da Vinci», che ammontava a 1000 yen, circa 6000 lire, equivalenti a ben 10.427.055 lire del 2004.</p>



<p><strong>L’attività di Tucci non si esaurì nel campo della politica culturale ma fu di vera e propria organizzazione propagandistica. Infatti prese contatto con gruppi di simpatizzanti dell’Italia nelle città di Sendai, Kyoto, Fukuoka, Sapporo e Osaka, sedi delle università imperiali, e costituì altrettanti nuclei italo-giapponesi, che avrebbero dovuto formare cellule di più vasti organismi di propaganda per l’Italia e il suo Governo</strong>. Prese accordi perché nella libreria più grande di Tokyo venisse aperta una vetrina unicamente dedicata al libro italiano. Tenne inoltre venti conferenze non solo su argomenti tecnici, cioè di cultura orientalistica, «ma specialmente italiani, illustrando lo sviluppo della cultura e della scienza sotto il Regime fascista», come scrisse a Gentile. Fu, insomma, un vero e proprio ambasciatore della cultura di Regime e si adoperò, se non con maggior zelo, di certo con maggior spirito d’iniziativa del suo maestro Formichi, che andò in Giappone subito dopo di lui, affinché l’Italia di Mussolini fosse conosciuta e apprezzata.</p>



<p>Con l’engagement nella questione giapponese l’IsMEO divenne improvvisamente molto importante dal punto di vista politico perché era, in realtà, l’unico canale sicuro per portare avanti, dandogli un aspetto culturale, la fame d’Asia del Regime. All’istituto fu data, oltre al finanziamento maggiorato, anche una sede prestigiosa, quella di Palazzo Brancaccio, nel cuore di Roma. L’IsMEO vi si stabilì il 10 ottobre 1936 e vi rimase fino al 2002, quando la sede venne trasferita in via Aldovrandi. La piccola biblioteca dell’IsMEO fu ampliata e vennero concesse altre borse di studio, cominciarono a essere inviati bollettini informativi basati su rassegne della stampa asiatica alla Presidenza del Consiglio, al Ministero degli affari esteri e all’EIAR, la radio nazionale; fu bandito un concorso a premi su temi d’attualità riguardanti i paesi dell’Asia; i corsi, che comprendevano il cinese, il giapponese e l’iranico, vennero ampliati con il bangla. Infine, grazie a Tucci l’accordo culturale di reciprocità con il Giappone era diventato una specie di <em>best practice</em> e si cercò di estenderlo anche alla Cina. Tucci fece di tutto per assecondare i sogni di gloria di Mussolini e, allo stesso tempo, ingrandire e potenziare l’istituto. Si trovò da subito, di fatto, a guidarlo e a esserne, soprattutto dopo la missione giapponese, il personaggio chiave. L’amicizia culturale con il Giappone si consolidò tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940 quando l’IsMEO mandò a Tokyo come conferenziere Formichi. Con la conquista dell’Etiopia e gli accordi fra Italia e India e Italia e Giappone il sogno africano e quello asiatico cominciavano ad avverarsi. L’IsMEO divenne a tutti gli effetti un organo di governo e così importante a livello diplomatico che, quando Roma aderì al Patto Anticomintern, il Ministero degli affari esteri mandò all’istituto per primo una copia della trattativa «riservata e segreta». E con lui Tucci che, benché inviso al Duce, era comunque un personaggio chiave nella sua politica orientale.</p>



<p><strong>Quali sono le figure decisive, nello ‘scacchiere orientale’, riscoperte dai suoi studi, poco analizzate, degne di essere messe in luce (o degne di ulteriori approfondimenti)? </strong><strong></strong></p>



<p>Credo che il personaggio poco studiato, certamente di cui si ignorava la fascinazione verso Mussolini, sia Sir Muhammad Iqbal detto Allama, «studioso». Questi era una stella del firmamento della letteratura persiana e urdu, un fiero nazionalista e dal 1930 presidente della All-India Muslim League, sessione di Allahabad. In realtà è del 1924 il primo incontro di Iqbal con l’Italia, mentre traversava il Mediterraneo. <strong>Alla vista delle coste della Sicilia compose <em>Siqilliya</em>, inclusa nella raccolta Bang-i Dara, «il richiamo della carovana». L’isola, «onore e vanto del mare», un tempo era la culla della civiltà araba e ora la sua tomba.</strong> Allama era critico con il Partito del Congresso perché era troppo pieno di induisti e non di musulmani e credeva anche che l’unico destino per i musulmani indiani fosse la creazione di uno Stato a sé, come disse nel discorso di insediamento come presidente della All-India Muslim League del 29 dicembre 1930 ad Allahabad e in quella di Lahore del 1932. <strong>Nel 1931 Iqbal fu mandato a Londra come membro della delegazione musulmana indiana nella Seconda conferenza della Tavola Rotonda, quella a cui partecipò anche Gandhi. Il Mahatma alla conferenza disse di rappresentare tutta l’India ma questo punto di vista non fu condiviso dagli altri delegati.</strong> Il 1° novembre fu discusso il Patto delle minoranze ma nonostante questo a metà mese Iqbal si dissociò e il 20 informò il segretario di Stato la sua decisione di lasciare la Conferenza. Partì il giorno dopo per l’Italia e dal 22 al 29 si fermò a Roma, ospite della Reale Accademia d’Italia e non del Governo, che non voleva apparire troppo vicino ai nazionalisti indiani, Il 26 novembre dette una conferenza alla Reale Accademia d’Italia. Ligio alle richieste dell’Accademia, non fece come Tagore un discorso universalistico ma ambiguo, che di certo non suonava bene alle orecchie dei fascisti, ma pronunciò un discorso di argomento religioso che verteva sull’Islam, sulle tre forze del mondo – cioè la civiltà occidentale, il comunismo e l’Islam – l’apertura del mondo musulmano verso l’Occidente e il valore di questa amicizia. <strong>Il giorno dopo alle 17:45 fu ricevuto dal Duce a Palazzo Venezia. In seguito compose due poesie, una in cui mostrava la sua ammirazione per Mussolini e l’altra in cui ne prendeva le distanze. È lecito pensare però, che dopo avere esaltato Mussolini, deluso dal Duce per l’invasione dell’Abissinia, avesse aggiunto la frase in cui lo accusava di aver commesso le stesse uccisioni e ruberie che rimproverava ai britannici.</strong> La prima poesia terminava con «Di chi è l’occhio benevolo che ti ha concesso questo miracolo? Lui di cui la visione è come la luce del sole!», nella seconda, intitolata <em>Mussolini</em>, scritta dopo l’invasione dell’Etiopia, fingeva di difenderlo dai suoi rivali a est e a ovest, dicendo che in fondo i suoi crimini erano quelli delle altre potenze coloniali «Cosa, i crimini come quelli di Mussolini sono così inauditi in questa epoca? Perché dovrebbero provocare questa sciocca collera alle chicche dell’Europa?». Sempre nel 1935, Iqbal parla dei crimini del colonialismo, di quanto il saccheggio e l’incendio siano il sostentamento delle nazioni e dell’Abissinia, un cadavere che presto sarà fatto a pezzi per nutrire «gli avvoltoi dell’Europa», e di come la civiltà di Roma con l’invasione sia andata a pezzi sulla piazza del mercato, per meri interessi economici, con la complicità della Chiesa Cattolica.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="847" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-1024x847.jpg" alt="" class="wp-image-98907" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-1024x847.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-300x248.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-768x635.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933-600x496.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/1920px-Tucci_sped_Tibet_1933.jpg 1306w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption"> Giuseppe Tucci in Tibet, nel 1933</figcaption></figure>



<p><strong>Allama Iqbal è considerato uno dei padri del Pakistan ed è uno di quei personaggi asiatici di cui si ignorava la fascinazione per Mussolini e, anzi, in Asia si nega, al pari di Gandhi. È un personaggio quasi sconosciuto in Italia ma è un gigante intellettuale e un poeta famoso nell’Asia centrale e meridionale. </strong>Il suo amore per Mussolini, di cui nel 1933 consigliava a uno studente di economia che voleva approfondire l’argomento «un attento studio delle idee (di Mussolini)», rientra a pieno diritto nella fenomenologia della <em>cancel culture</em>. La sua intera vicenda italiana e il suo amore e disamore per il Duce sono raccontati e documentati nel mio libro.</p>



<p><strong>Che cosa ci fa nel 1929 Amānullāh Khān, re dell’Afghanistan, a Roma?</strong><strong></strong></p>



<p>Durante il Ventennio l’unico Stato libero da dominazioni straniere insieme al Nepal, se pure da pochi anni, con un re che governava con sistemi sin troppo liberali per un Paese rigidamente musulmano, era l’Afghanistan di Amanullah Khan. La classe sacerdotale però impediva ogni ammodernamento e avanzamento sociale, tanto che nel 1929 il re fu costretto a lasciare Kabul. Inoltre, lo Scorpione afghano era dilaniato dalle lotte fra le varie etnie locali. Da secoli prima di Cristo era al centro delle mire degli Imperi, confinanti e non, e per tutto il secolo diciannovesimo e gli inizi del ventesimo fu il terreno della sempiterna disputa fra le due superpotenze del tempo, l’Orso russo e il Leone britannico. Solo nel 1919, con l’ultima guerra vinta sulla Corona britannica, l’Afghanistan divenne indipendente e l’emiro Amanullah, autoproclamatosi re, dette inizio a un programma di riforme e svecchiamento. <strong>Nel 1928 Mussolini disse che per la sua agenda asiatica «uno Stato che suscita particolare attenzione per la sua posizione geografica, per la sua costituzione, la sua forza, è l’Afghanistan». Da questo suo interesse non nacque una collaborazione economica, politica o commerciale importante, per questioni logistiche e per l’interesse degli altri Stati già presenti, inclusi la Germania, il Belgio e la Francia, ma più che altro una reciproca simpatia che portò il re afghano, dopo l’abdicazione e il volontario esilio, a vivere in Italia.</strong> E Roma, da allora, continua ad avere rapporti diplomatici privilegiati con Kabul.</p>



<p>L’ultimo capitolo del libro, “Afghanistan crocevia dell’Asia”, tratta questi rapporti di reciproca stima da quando nel 1919 l’Italia riconobbe per prima l’indipendenza del Paese e un paio d’anni più tardi strinse accordi economici e di collaborazione. Dall’Afghanistan era facile scendere in India, con cui fino al 1947 confinava direttamente. Scalzare i britannici e far camminare i legionari fascisti sulle sue coste era un’idea troppo allettante. Se la Corona Britannica si fosse ritirata prima della disfatta di Mussolini avremmo visto le colonie italiane sulle coste del Malabar o del Tamil; Delhi, Calcutta o Bombay con larghe vie d’accesso sormontate da archi trionfali in bianco marmo di Carrara; le città di periferia ornate di monumenti al Duce in marmo variegato del Rajasthan; ampie piazze, case sormontate da aquile e fasci littori e palazzi futuristi dai disegni geometrici, come all’EUR, troneggianti sulle colline terrazzate del Kerala o nel centro di Bangalore. I legionari avrebbero fatto le ronde in fez e stivaloni lucidi, incuranti dell’afa, e forse il palazzo coloniale del viceré a Simla sarebbe diventato un bianco palazzo del podestà.</p>



<p>Il sogno del Duce di impadronirsi realmente del gioiello della Corona si rivela anche in una frase segnata dal lui stesso con tre punti esclamativi a margine di un libro del 1931 che appartiene alla Collezione Mussolini:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda. Poco importa cosa diranno gli Inglesi. I legionari fascisti s’incaricheranno di farli tacere». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>L’Afghanistan trampolino di lancio per l’Oriente, l’Afghanistan porta dell’India. L’Afghanistan era di grande interesse strategico.</p>



<p>Amanullah era grato per l’immediato riconoscimento dell&#8217;indipendenza del suo paese da parte dell’Italia. Alla fine del 1927 Amanullah e sua moglie Soraya Tarzi fecero un grand tour asiatico ed europeo con lo scopo di rompere l’isolamento del Paese e di aprirlo al confronto con altri Paesi più moderni. Ovvio che un re dalle aspirazioni riformatrici e occidentalizzanti come lui volesse conoscere da vicino quella modernità che voleva introdurre nel suo regno; inoltre, intendeva stabilire estese relazioni diplomatiche. Mai prima di allora un emiro di Kabul si era sentito abbastanza sicuro sul trono da allontanarsi, neanche spingendosi fino all’India. Le casse dello Stato inoltre non erano troppo piene e le legazioni in Paesi europei, anche di poca o nessuna rilevanza per l’Afghanistan, avevano già messo a dura prova l’erario.</p>



<p>In ogni caso il re partì, delegando la reggenza dello Stato a Wali Khan, che cominciò subito ad arricchirsi illecitamente e a incoraggiare Habibullah Kalakani, chiamato in modo dispregiativo</p>



<p>Bacha-i-Sakao o Bacha, il «figlio del portatore d’acqua» – un brigante per alcuni storici afghani, per altri un Robin Hood – a cercare di indebolire il potere centrale. Era il dicembre 1927. Il re e la regina partirono dal porto pakistano di Karachi, sostarono per incontrare al Cairo il re Fawad. Suscitarono subito scandalo nel mondo musulmano sbarcando sul suolo egiziano vestiti con abiti europei. La regina, poi, era a volto scoperto. I popoli islamici invece si sarebbero aspettati di vedere un patriota afghano, un vero seguace della Legge del Profeta. Dall’Egitto i reali partirono per l’Italia, dove sbarcarono l’8 gennaio 1928. A Roma furono ricevuti da Vittorio Emanuele III, da Mussolini e da Pio XI, sempre accolto con tutto gli onori. Continuarono il tour ma Amanullah riportò un’ottima impressione dell’Italia. Fu per questo che nel 1929 il re Amanullah, che aveva abbandonato il trono, trovò rifugio a Roma. Da parte sua, ospitandolo, Mussolini faceva sì un favore alla Gran Bretagna, togliendolo dal teatro asiatico, ma anche un dispetto, serbando in petto la serpe fiera nemica del Raj; se poi il re fosse riuscito a ritornare sul trono di Kabul, Roma sarebbe saltata sul carro del vincitore e avrebbe avuto con l’Afghanistan rapporti del tutto privilegiati. Amanullah rimase a Roma fino alla sua dipartita, nel 1960.</p>



<p><strong>Nel 1922 fu aperta la prima ambasciata d’Italia a Kabul. L’Italia sostenne a livello tecnico e finanziario l’ardito piano di modernizzazione di Amanullah inviando subito nel nord del Paese una missione mineraria. Nell’ottobre 1923 inviò anche cinquanta tecnici specializzati, medici e ingegneri, guidati da Giuseppe Mazzoli, Dario Piperno e Gastone Tanzi per costruire scuole, ospedali, ponti, dighe e strade. </strong>Contribuì anche alla costruzione di una moderna flotta aerea con la spedizione di due aeromobili costruite dalla Società italiana Caproni, che nel 1911 aveva realizzato il primo aereo italiano e durante la Prima guerra mondiale una serie di aerei bombardieri pesanti usati sia dalle forze italiane, sia da quelle francesi, americane e britanniche. La costruzione della nuova capitale tuttavia, nonostante quello che l’emiro aveva assicurato a Tanzi, fu affidata ad architetti e ingegneri tedeschi e francesi. L’Afghanistan tornò di nuovo al centro delle mire dell’Occidente. La Germania voleva riprendere la leadership delle esportazioni in Medio Oriente e affiancò al progetto una politica estera che mirava alla penetrazione economica in Persia, Sinkiang, Mongolia e Afghanistan. Nell’aprile 1922 vi fu la rivolta delle popolazioni dei due protettorati russi di Bukhara e Khiva sostenuta da Amanullah, che fu repressa dalle truppe sovietiche. A questo seguì l’immediata reazione dei britannici, che offrirono aiuti economici per rafforzare la frontiera settentrionale afghana al confine con l’URSS e spinsero per la partnership economica di Kabul con la Repubblica di Weimar per rafforzare il fronte occidentale. Mussolini mandò industriali che andarono per il commercio di budelli di pecora e della seta e nel 1922 una missione mineraria presieduta dall’ingegnere Ferrari esplorò l’Afghanistan settentrionale.</p>



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<p>Segno dell’amicizia fra Italia e Afghanistan fu l’apertura di una cappella cattolica all’interno della Legazione d’Italia. Dai tempi della conquista araba della Persia e dell’Asia centrale, iniziata nel VII secolo d.C., quella era la prima volta che un Governo musulmano autorizzava l’insediamento ufficiale di una presenza cristiana, anche se con il divieto di proselitismo. Gli accordi del 1921 con Roma la prevedevano ma solo nel 1932 si diede seguito alla richiesta. Nessuno dei vari regimi o sconvolgimenti politico-militari che hanno caratterizzato la storia afghana – la monarchia nelle sue molteplici declinazioni, la repubblica instaurata da Daoud, l’invasione sovietica, la riconquista dei mujaheddin, la guerra civile, l’Emirato Islamico dei talebani, la Repubblica Islamica dell’Afghanistan – ha mai portato all’espulsione della missione cattolica iniziata nel Ventennio, che anzi nel 1989 ha ricevuto il plauso del Ministero degli esteri afghano per la sua costante e tenace presenza nel corso dei difficili decenni. L’Italia su desiderio del governo afghano mandò a Kabul prevalentemente ingegneri e sanitari, in seguito anche capi-officina e istruttori militari per artiglieria, avendo fornito delle batterie all’esercito afghano. Nel 1928 l’Afghanistan mandò in Italia alcune decine di giovani destinati all’arma aerea, per esservi istruiti alla R. Accademia di Aeronautica di Caserta ed alla Scuola Specialisti di Capua.</p>



<p>Fra l’Italia e l’Afghanistan prima della crisi etiopica però ci fu un’altra e ben più profonda crisi, che portò quasi alla rottura delle relazioni diplomatiche, il cosiddetto “caso Piperno”. Nonostante gli italiani si fossero ben ambientati a Kabul e nonostante il favore che godevano presso l’emiro, nel 1924 le autorità afghane arrestarono l’ingegner Piperno con l’accusa di avere ucciso con un colpo di rivoltella un gendarme, che voleva obbligarlo a presentarsi al posto di polizia. Pare che l’ingegnere avesse tentato di sedurre una donna afghana. Il cappellano italiano racconta che Piperno, che era stato assunto dal Governo afghano, lo aveva ucciso «preterintenzionalmente, in un accesso di nevropatia». In ottobre i parenti dell’ucciso firmarono una petizione all’emiro affinché Piperno fosse loro consegnato per la cerimonia del perdono. Nel gennaio 1925 con molta difficoltà la Legazione italiana pattuì con la famiglia il “prezzo del sangue”, contemplato nel diritto consuetudinario musulmano, secondo il quale spetta alla famiglia della vittima perdonare l’assassino in cambio del pagamento di un’indennità. Ottenuto il perdono dalla famiglia, l’emiro poteva concedere la grazia all’omicida. Ottenuto l’assenso dall’emiro, l’apposita cerimonia ebbe luogo, assieme al pagamento di 130.000 lire da parte della Legazione d’Italia. Piperno però rimase in carcere perché il tribunale afghano doveva prima emettere la sentenza e pronunciarsi sulla pena da infliggere. Mentre il Governo italiano trattava con le autorità afghane per il suo rilascio e rimpatrio immediato, Piperno, che era ebreo, fuggì dalla prigione dirigendosi a nord verso il Turkmenistan, una regione con una forte comunità ebraica, sperando così di uscire più facilmente dal Paese, aiutato dai correligionari, piuttosto che dal territorio delle tribù islamiche. A Mazar-i-Sharif però si costituì e venne condotto a Kabul. Ora la sua posizione si era aggravata. <strong>Tuttavia il Governo afghano dette alla Legazione d’Italia formali assicurazioni di un’amichevole composizione della cosa. Invece, senza pubblica discussione né alcun preavviso alla Legazione, Piperno fu sentenziato a morte e giustiziato in carcere. Da quel momento lo “scandalo Piperno” si aggravò, rendendo tesissime le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Alcuni membri italiani del PNF reagirono piuttosto male alla detenzione e all’esecuzione di Piperno e Mussolini minacciò di rompere le relazioni diplomatiche con Kabul.</strong> La crisi fu superata grazie allo spirito conciliativo del Governo italiano e all’intervento personale di Amanullah. Roma concordò per la destituzione del comandante della polizia locale, le scuse ufficiali e una congrua somma in oro. Mussolini telegrafò all’emiro manifestandogli la sua soddisfazione e il desiderio di riprendere i rapporti di buona amicizia. Dato che in Afghanistan non c’era quasi niente che non potesse essere risolto da una compensazione in denaro, il Governo italiano ne aveva approfittato e aveva chiesto 7000 sterline d’oro. Nell’aprile 1926 giunse in porto il piroscafo Cracovia proveniente “dalle Indie” che recava a bordo seimila sterline in oro, rappresentanti l’indennità richiesta dal Governo italiano all’Afghanistan per l’uccisione di Piperno. La somma andò metà alla famiglia di Piperno e metà alle casse dello Stato. Con le scuse ufficiali del Governo afghano l’onore dell’Italia era salvo, lo Stato italiano aveva incassato una somma cospicua e anche Amanullah era soddisfatto perché aveva salvato la faccia giustiziando Piperno e, in più, aveva risparmiato 1000 sterline sulla somma pattuita.</p>



<p>Dopo questo incidente e la riparazione gli ottimi rapporti fra Roma e Kabul ripresero. L’Italia però era solo uno dei partner dell’Afghanistan e non il più importante. Per tutto il decennio 1920-30 vi fu una gara fra Berlino e Mosca per guadagnarsi più influenza sul suolo afghano, non solo economica ma anche politica, nonostante l’instabilità del Paese dovuta ai tradizionali conflitti etnici.</p>



<p>Alla fine del 1933 Zahir Shah divenne Re. Dopo che l’Afghanistan votò per l’abolizione delle sanzioni economiche all’Italia, deliberate dalla Società delle Nazioni in risposta all&#8217;attacco contro l&#8217;Etiopia, a metà del 1936, le relazioni fra Roma e Kabul ripresero con rinnovato vigore. Il cugino del re e governatore di Kandahar, Mohammed Daoud Khan, chiese di assistere alle nostre manovre militari estive; in autunno venne a Roma il ministro degli Esteri, in carica dal 1929 al ’38, che chiese e ottenne dei prestiti per acquistare degli armamenti prodotti dalle nostre industrie. Per l’Italia si apriva un nuovo spiraglio in Asia centrale.</p>



<p>L’Afghanistan fu amico dell’Italia per tutto il periodo fascista. L’India si liberò dal giogo britannico nel 1947 e fu divisa in due Stati, la Repubblica Indiana induista e il Pakistan islamico, da allora nemici. L’Afghanistan durante la guerra mantenne la neutralità, anche se in un secondo tempo dichiarò guerra alla Germania, ma non si schierò con gli Alleati anche per la secolare inimicizia con la Gran Bretagna. Grazie agli ottimi rapporti fra Roma e Kabul anche l’ultimo re dell’Afghanistan, Zahir Shah, dal 1973 risiedette da esule a Roma per ventinove anni.</p>



<p><strong>Con la fondazione di Ismeo e Ispi si consolida un impegno strategico e ‘scientifico’ da parte dell’Italia verso il Medio ed Estremo Oriente. Cosa resta ora di ciò che fu allora e quale insegnamento (se poi esiste) possiamo trarre dall’epopea ‘orientale’ del Ventennio?</strong><strong></strong></p>



<p>L’insegnamento non è tanto quello che abbiamo imparato dai rapporti dell’Italia in Asia e con l’Asia, ma come la figura di Mussolini sia, a mio parere, molto cambiata e diciamo “ampliata” rispetto a quello che gli storici precedenti hanno sempre detto: che in pratica non aveva una politica estera vera e propria o, se l’aveva, era la continuazione di quella prima di lui, con qualche variazione. Oppure che la sua politica estera fu pensata da Grandi, che quando fu agli Esteri ebbe certamente un peso determinante nelle relazioni con la Gran Bretagna ma aveva una visione affatto diversa da quella di Mussolini, o da Ciano in Cina e così via. Mussolini insomma sarebbe stato una specie di arruffone, con in testa poche idee e confuse, se non quelle dettate dalle sue manie di grandezza, e senza un piano preciso.</p>



<p><strong>Sin dal discorso del Moplah, nel 1921, Mussolini aveva le idee ben chiare su dove voleva portare l’Italia nel suo sogno imperiale: l’India. Perché? Perché era ricca, perché costituiva un ottimo sbocco per coloni e merci; inoltre, l’idea di sostituirsi alla Corona britannica, nonostante le dichiarazioni di amicizia, lo seduceva.</strong> Pian piano, da una posizione di interesse per la spiritualità orientale dei suoi vent’anni passò a un interesse culturale, economico e sociale a largo spettro, e poi a uno strategico. E la cultura aveva un posto dominante per conoscere quelle terre. Lo espresse a chiare lettere però solo alla fine del Ventennio, a guerra iniziata:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«L’Italia, con la sua posizione dominante in Balcania, nel Mediterraneo e nell’Africa Settentrionale e Orientale, dovrà vivere in contatto con le popolazioni dell’Asia Minore, dell’Egitto, della penisola Arabica, dell’India. Per evitare errori sarà necessario approfondire gli studi di queste popolazioni. Conoscendo queste popolazioni, gli italiani potranno imparare a trattarle, secondo i principi della dignità razziale. Attraverso il Canale di Suez liberato e l’Oceano Indiano, l’Italia potrà stringere rapporti sempre più stretti con le civili popolazioni della Grande Asia Orientale, riprendendo così quella missione che le fu propizia fino alla scoperta dell’America. [&#8230;] L’italiano dovrà sostituirsi in alcune zone ad un popolo, che ha conosciuto molto bene l’importanza del fattore razziale, qual è stato il popolo inglese, e avrà ai limiti della sua zona d’azione popoli fortemente razzisti, quali sono il tedesco e il giapponese [&#8230;]». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>I limiti all’espansione verso est erano solo quelli posti dagli altri due popoli alleati «fortemente razzisti», il tedesco e il giapponese. L’Italia in molte zone dell’Asia avrebbe dovuto sostituirsi agli inglesi. Dal Mare Nostrum alla Grande Asia Orientale passando per «il Canale di Suez liberato» e l’Oceano Indiano. Questa era la mira di Mussolini da vent’anni, quando profeticamente disse che «l’Asia – misteriosa e potente nel volto e nell’anima – darà assai probabilmente il suo nome al nostro secolo».</p>



<p>In realtà la sua attenzione verso l’Asia si manifestò da prima della fondazione del Partito nazionale fascista, nel novembre del 1921. Il nuovo Stato italiano avrebbe dovuto valorizzare le colonie italiane del Mediterraneo e d&#8217;oltreoceano con istituzioni economiche, culturali e con rapide comunicazioni. Disse che il Partito Nazionale Fascista si dichiarava favorevole a una politica di «amichevoli rapporti con tutti i popoli dell’Oriente vicino e lontano». Negli stessi giorni pubblicò su <em>Il Popolo d’Italia </em>un articolo sull’India, prendendo spunto dall’estesa rivolta dell’agosto del 1921 dei contadini musulmani Moplah contro i proprietari terrieri induisti, principalmente brahmini, appoggiati dai britannici. Durante una battaglia scoppiata tra i soldati della Corona e i contadini quasi cento di loro furono catturati e trasportati su un vagone ferroviario. Destinazione: le prigioni. Ma scoppiò la tragedia. Quando la porta del vagone fu aperta, sessantasei uomini erano morti soffocati e gli altri erano agonizzanti. Dobbiamo ricordare che sul suolo indiano al tempo stazionavano circa 70.000 soldati britannici e le tensioni fra il Raj e la popolazione erano già state soffocate più volte in modo cruento.</p>



<p>“La tragedia del treno dei Moplah” ebbe risonanza internazionale e Mussolini non si lasciò sfuggire l’occasione di usarla per sottolineare le difficoltà della Corona e la certezza della futura indipendenza dell’India nell’articolo “Verso il suolo asiatico: Malabar”, per parlare con ammirazione della causa del mondo arabo-islamico contro la dominazione inglese e, profeticamente, per sottolineare, con il risveglio «di popoli e di tribù» che parevano rassegnati, il sorgere di una nuova potenza: la potenza asiatica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«È palese che la posizione dell’Inghilterra nelle Indie è abbastanza difficile. [&#8230;] lo sbocco dell’agitazione indiana è segnato ed è fatale. I fermenti sono gettati. La razza si è risvegliata. È in piedi. Il raggiungimento della sua indipendenza non è più una questione di possibilità; è una questione di tempo. Dalle rive dell’Adriatico al mare di Bengala, dal Marocco al Malabar, tutto il mondo arabo-islamico si agita. [&#8230;] Il risultato di questo formidabile travaglio, che mette in movimento trecento milioni di uomini, sarà il tramonto delle egemonie europee; sarà uno spostamento di interessi, e la valorizzazione di immense ricchezze, che non andranno perdute, perché i pionieri della riscossa islamica sono degli europeizzati che intendono di procedere innanzi, mentre, colla liberazione dell’Islam, nuove forze spirituali potranno entrare nella storia del mondo. L’Europa ha evocato l’Asia e l’Asia – misteriosa e potente nel volto e nell’anima – darà assai probabilmente il suo nome al nostro secolo».</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Ultima. L’Ezra Pound dei <em>Cantos</em> in epigrafe. Perché?</strong><strong></strong></p>



<p>Vorrei dire che è per il significato della poesia, un po’ in polemica con alcuni storici “compilativi”, che raccontano con belle parole fatti ben noti – “In his day the State was well kept, / And even I can remember / A day when the historians left blanks in their writings, / I mean, for things they didn’t know, / But that time seems to be passing. / A day when the historians left blanks in their writings, / But that time seems to be passing. / And Kung said, “Without character you will / be unable to play on that instrument / Or to execute the music fit for the Odes. / The blossoms of the apricot / blow from the east to the west, / And I have tried to keep them from falling”. O per l’ultimo verso, che dice che petali dei fiori dell’albicocco soffiano da est a ovest. La bellezza viene dall’Oriente. Ma non è questa la ragione.</p>



<p>Posso anche dire che Pound fu ammiratore e sostenitore del Fascismo e di Mussolini stesso e, nonostante la sua grandezza poetica, pagò a caro prezzo l’aver professato le sue idee. Nell&#8217;estate del 1945 rimase per 25 giorni nel campo di detenzione dell&#8217;esercito americano, a Pisa, rinchiuso in una gabbia di rete metallica, con solo un tetto di lamiera e il pavimento in cemento, esposto alle intemperie e illuminato anche durante la notte. Fu riportato in Usa, dichiarato incapace di intendere e di volere e rinchiuso in un manicomio criminale per dodici anni, fino a quando Vanni Scheiwiller inviò una petizione all’Ambasciata americana a Roma, sottoscritta da 31 firme importanti nel mondo culturale, e il suo divenne un caso internazionale. Il fatto che un poeta e un intellettuale sia punito così duramente e ingiustamente e per così lungo tempo per aver manifestato liberamente le sue idee mi fa ribollire il sangue – lo ammetto, più che se fosse una voce qualunque.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="762" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-762x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98908" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-762x1024.jpg 762w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-768x1032.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1-600x806.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/books-tibet-2019-l19405-bdb8d-1.jpg 804w" sizes="(max-width: 762px) 100vw, 762px" /><figcaption class="wp-element-caption">Qui come in copertina: fotografie di Fosco Maraini dalla spedizione tibetana ideata da Giuseppe Tucci nel 1938</figcaption></figure>



<p>Ma niente di questo è vero o è solo in parte vero, una piccola parte. <strong>La ragione per cui Ezra apre il libro è che mi piace. Lo sento un po’ mio con la sua voce così netta, limpida, fusa fra Oriente e Occidente. Risuona profondamente in me sin da quando, adolescente, comprai una copia dei <em>Cantos</em> in edizione italiana super economica. La lessi senza capirci niente. La ripresi in mano qualche anno più tardi, in inglese, e fui come San Paolo folgorato sulla via di Damasco, mi si perdoni il paragone un po’ blasfemo. </strong>Quello che scrive, come scrive, quello che evoca, gli echi dei suoi versi, le figure retoriche e i rimandi classici e all’Oriente, mi colpiscono, mi incantano. Così, senza pensarci. Le sue parole sono visioni, sono flash che squarciano il buio. Sono come la ricostruzione storica, che lascia un segno e apre delle porte quanto più è evocatrice e fa sognare. Ezra mi ha accompagnato per tutta la stesura del libro e quando ero stanca mi fermavo a rileggere i <em>Cantos</em>, il primo amore, come se ascoltassi la voce di un amante. Ezra mi piace nella testa, nello stile e nel cuore, questa è la ragione dell’epigrafe iniziale. Semplicemente, mi piace.&nbsp;</p>



<p><em>(fine)</em><em></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli-seconda-parte/">“Le Indie sono il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda”. Mussolini e l’Oriente (parte seconda)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“L’Asia darà il suo nome al nostro secolo”. Mussolini e l’Oriente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2024 04:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Enrica Garzilli è una donna singolare, fuori dall’ordinario. Non è difficile capire perché sia anche fuori dalle ‘accademie’ costituite. Nonostante il curriculum, abnorme – specialista in studi asiatici, ha fatto ricerca a Delhi, ha insegnato a Harvard, dove ha diretto la “Harvard Oriental Series. Opera Minora”; ha fondato un paio di riviste e portato i [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mussolini-oriente-enrica-garzilli/">“L’Asia darà il suo nome al nostro secolo”. Mussolini e l’Oriente</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Enrica Garzilli</strong> è una donna singolare, fuori dall’ordinario. Non è difficile capire perché sia anche fuori dalle ‘accademie’ costituite. Nonostante il curriculum, abnorme – specialista in studi asiatici, ha fatto ricerca a Delhi, ha insegnato a Harvard, dove ha diretto la “Harvard Oriental Series. Opera Minora”; ha fondato un paio di riviste e portato i suoi saperi in vagabondaggio universitario – Enrica Garzilli ha un carattere corsivo, leonino, una intelligenza a tratti inaccessibile. Non sta nell’alveo canonico, depreca i convenzionali riti, non dice quello che bisogna dire perché è una che sa quello che dice, non è – vivaddio – una persona ‘facile’ – a volte, vivaddio, incute timore.</p>



<p>Dieci anni fa, ha firmato un libro ‘mostruoso’, <strong><a href="https://www.amazon.it/Lesploratore-avventure-Mussolini-Andreotti-carteggio/dp/8890022655" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>L’esploratore del Duce</em>, che ricostruisce – con flotta di documenti per lo più inediti o mai esplorati – il ritratto di Giuseppe Tucci</a></strong>, orientalista di fama mondiale, avventuriero, incomparabile tibetanologo – a lui dobbiamo la traduzione in italiano del <em>Libro tibetano dei morti</em> e la scoperta di una vasta messe di testi religiosi e iniziativi del Tibet –, fondatore dell’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente. Il libro, in due volumi, supera con agio le mille pagine.</p>



<p>Enrica Garzilli – l’ho detto – non sta nei canoni, è appropriata alle opere estreme. <strong><a href="https://www.utetlibri.it/libri/mussolini-e-oriente/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Per la Utet, da qualche mese, ha licenziato un lavoro straordinario, come sempre, per dote di documenti presentati e meticolosità. Il volume, <em>Mussolini e Oriente</em></a></strong>, scorre per 1200 pagine e passa, ricostruendo – e per molti versi svelando – l’epopea di un’epoca tragica e difforme. Vi si riferisce la volontà del Fascismo di sfociare a Est: l’Oriente – dall’Islam all’India al Sol Levante – attraeva il Duce per ragioni, ovviamente, economiche e politiche (in funzione anti-inglese), ma anche ‘spirituali’. Il Fascismo propugnava una visione del mondo e i suoi discepoli la consolidavano rintracciando culture affini. In particolare, l’Italia, riguardo agli studi a Oriente, doveva colmare un micidiale vuoto rispetto ad altri paesi europei – Inghilterra, Francia, Germania – e si dotò di istituti e di uomini in grado di ridurre il terribile divario. Tucci fu uno di questi. Da allora, India, Giappone, Afghanistan, Yemen e Palestina entrarono nell’orbita di interesse del Fascismo. La grande rotta verso Oriente – inaugurata, in tempi mitici, da Marco Polo e da missionari della stoffa di Matteo Ricci – veniva riaperta a colpi di azzardi politici e intraprese culturali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="701" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98894" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_-600x877.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71a2ES1AOwL._SL1461_.jpg 739w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>



<p>Il libro apre squarci finora per lo più inediti – o volutamente sepolti –; la Garzilli fonde due talenti di solito disgiunti: l’acribia dello storico e la conoscenza dell’orientalista. Il libro, non solo come necessario ‘strumento’ ma come lettura in sé, è magnifico. Tra l’altro, tra le moltissime cose, si narrano i rapporti tra Gandhi e Mussolini e quelli tra Tagore e il Duce; si racconta la storia di “Lawrence d’Arabia” in Pakistan; si riferisce del culto dei samurai in ‘gemellaggio’ con l’etica fascista e dell’“influenza degli <em>haiku</em> sulla poetica dell’ermetismo”. Il libro, va da sé, non indulge sul ‘narrativo’: ha la sobrietà di uno studio, l’eleganza e l’equidistanza dei lavori destinati a durare. Se ne dovrebbe parlare continuamente; ma, lo sappiamo, questo è un Paese pavido, che ha timore di guardarsi in faccia, di capirsi.</p>



<p>Come detto, Enrica Garzilli è personalità sfuggente, singolare fino a risultare spigolosa – dunque, in grado di gesti di arguta generosità. Le ho proposto un’intervista nel dicembre scorso. Ha accettato. Ha lavorato alle risposte per un paio di mesi; l’esito è uno scambio che supera le venti pagine; di fatto, ne è uscita una arcuata sinossi del libro. Per ragioni naturali – la dote di dati per comprendere, pur superficialmente, un momento delicatissimo della nostra storia – ho scelto di pubblicare l’intervista senza tagli editoriali: i lettori di questo foglio digitale sanno leggere, sono coriacei. L’intervista è stata divisa in due parti; questa è la prima.</p>



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<p><strong>In esergo, la Garzilli si fa accompagnare da due citazioni. La prima è tratta dal vangelo di Matteo:</strong> in forma inedita (estremismo esegetico) la studiosa sintetizza due versetti in uno, “gli ultimi saranno primi…” (20, 16) e “molti sono chiamati, ma pochi gli eletti” (22, 14). La seconda è tratta dal tredicesimo <em>Cantos</em> di Ezra Pound; l’ultima terzina è memorabile: “I fiori dell’albicocco/ boccheggiano da est a ovest/ ho cercato di impedire che cadessero”. Incrociando queste frasi, forse, si ottiene il ritratto di Enrica Garzilli – o la sua fuga.</p>



<p><strong>Partirei dall’opera pionieristica di Giuseppe Tucci in direzione Lhasa. L’interesse del fascismo verso l’Oriente può dirsi di stampo ‘sapienziale’ o filosofico? Possiamo dire si tratti anche di una avventura ‘culturale’?</strong><strong></strong></p>



<p>Lei ha iniziato questa intervista dicendo che mi avrebbe posto delle “banali domande”. In realtà queste sono domande pesanti, che implicano non solo un periodo storico ma una visione del mondo, una filosofia, uno stile, un modo di pensare, un tempo affatto nuovo. Non a caso, per sottolinearne la novità il Ventennio fu scandito dalla numerazione romana e il computo degli anni partiva dalla Marcia su Roma, il 28 ottobre 1922, come le cronologie prima di Erodoto. Si contano dagli anni da un “io”, il regnante che dà inizio all’epoca. In Tibet una ricostruzione di datazione con i criteri odierni, dati relativi incrociati, riferimenti geografici, religiosi, archeologici, riferimenti ad altre popolazioni e altre dinastie regnanti e così via, è stata fatta appunto da Giuseppe Tucci e dal suo più brillante allievo, Luciano Petech, che ha usato anche fonti nepalesi. <strong>Tucci nelle sue scorribande sulle vette e le valli dell’Himalaya a caccia di tesori verso la città proibita, Lhasa – fu il personaggio chiave nella “politica orientale” di Mussolini. Grazie a lui, vero Indiana Jones ante litteram, non solo furono riportati in Italia preziosi thangka, i rotoli devozionali buddhisti dipinti, ma rari manoscritti in sanscrito e tibetano, libri antichi di religione e di medicina, reperti, statue e manufatti tibetani.</strong> Agli inizi degli anni Cinquanta Tucci scoprì in Nepal le vestigia di una grande dinastia che regnò dal 1200 circa 1779, quella dei Malla. Compì tredici o quattordici spedizioni fra Tibet e Nepal, dette lezioni in varie università indiane e contemporaneamente svolse un’intensa attività di proselitismo e di “intelligence”, possiamo dire, per la causa fascista. Li trovò specialmente fra gli intellettuali e nazionalisti del Rinascimento bengalese. <strong>Fu un vero tessitore dei rapporti fra il Fascismo e l’Oriente. La sua fu un’opera a tutto tondo – cultura, scoperta, avventura, viaggio, rischio – a quel tempo gli altopiani tibetani erano infestati da briganti, oltre ai problemi logistici tipo la mancanza di ponti per il guado dei fiumi himalayani, la scarsità di strade battute, i sentieri strettissimi a tornante sul range dell’Himalaya – e la sua profonda conoscenza delle fonti e del tibetano scritto e parlato gli permise anche di ricostruire la toponomastica dei luoghi.</strong> Tucci divenne così famoso e rispettato in Tibet, fra la gente e presso lama, pandit, guru, politici e intellettuali dell’India, del Nepal, e dopo l’indipendenza dell’India e la Partizione del 15 agosto 1947, del Pakistan, e poi dell’Iran, che pur non essendo molto amato da Mussolini, che lo teneva a debita distanza, fu sempre sponsorizzato con molta generosità sia dalle istituzioni che il Duce aveva fondato, per esempio la R. Accademia d’Italia e la R. Società Geografica Italiana, sia da aziende private come la Cirio, l’Olio Berio, le Tende Moretti.</p>



<p>Per Mussolini la Storia comincia dalla Marcia su Roma. L’homo novus, pieno delle energie e dello slancio della giovinezza comincia da lì. E Tucci lo impersonava alla perfezione: giovane e ambizioso, appena 31enne, grazie ai buoni uffici del suo maestro Carlo Formichi, che stava tenendo dei corsi di sanscrito, fu mandato a Vishvabharati, l’università internazionale fondata da Tagore, a tenere una docenza di italiano. Era bassino, forte e pieno di salute, e bisognava averla per resistere anni in quelle zone, con quel clima, con quelle abitudini di vita – non per niente Formichi ci parla in dettaglio della sporcizia in India e del cibo così poco palatabile per un occidentale. Viaggiava con la carovana che formava in India in zone con grandi difficoltà logistiche, con tende, viveri, alcolici, attrezzatura da campo, asini o cavalli, armi. <strong>Percorse decine migliaia di chilometri a piedi, con il pony o lo yak su per i passi e i valichi dell’Himalaya, nelle spianate brulle del Tibet, giù per le vallate umide e torride del Gange e sulle colline insalubri del Nepal. Tucci era nazionalista, colto, ambiziosissimo e disposto a tutto pur di avere per sé i tesori di quelle terre.</strong> Che poi ha lasciato allo Stato italiano con una bellissima collezione di libri e un Museo di Arte Orientale. Andò in Nepal, primo italiano dopo i missionari del XVIII secolo, e vi compì cinque o forse sei spedizioni; altre otto ne compì in Tibet. L’ultima, l’unica dopo il Ventennio, lo portò nella Città proibita, Lhasa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="770" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/13-770x1024.jpg" alt="" class="wp-image-98895" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/13-770x1024.jpg 770w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/13-226x300.jpg 226w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/13-768x1021.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/13-600x798.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/13.jpg 812w" sizes="(max-width: 770px) 100vw, 770px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giuseppe Tucci (1894-1984) in una delle sue spedizioni tibetane</figcaption></figure>



<p>Ecco, Tucci impersona benissimo questo stile e questa avventura spirituale, politica e culturale fascista. Le sue erano missioni culturali ed esperienze sapienziali. Non per niente nel 1949 pubblicò la prima traduzione italiana direttamente dal tibetano del <em>Bardo Tödröl,</em> conosciuto come “Libro tibertano dei morti”, che descrive il percorso che l’anima cosciente compie da quando lascia il corpo a quando si reincarna. Questo intervallo si chiama <em>bardo</em> e il libro è un vero e proprio manuale del viaggio sapienziale da compiere per raggiungere il nirvana, la non-rinascita, fine ultimo del buddhismo. Tucci fu fascista e fu buddhista. Incarnava il più alto ideale fascista, alla pari di D’Annunzio e di Evola, ben lontano dallo stereotipo del fascista dell’ometto ignorante tutto slogan e manganello. Era l’uomo carismatico, manipolatore, spirituale e concreto, impositivo con i deboli e quasi umile con i forti, visionario – fu sua l’idea di partire alla scoperta del Tibet e i suoi tesori, come Csoma de Kőrös, il filologo di cui orgogliosamente citava la data di nascita coincidente con la sua, solo duecento anni prima, che partì verso il Tibet armato solo di un bastone da passeggio. E principalmente sua è l’idea di avere in Italia un “istituto per l’Asia Media ed Estrema”. L’IsMEO fu fondato da Mussolini nel 1933 e fu messo sotto la presidenza del suo patronus Giovanni Gentile. Lui era il direttore esecutivo. Tutto per uno scopo, per “mettere l’Italia alla pari delle grandi nazioni europee”, come scrisse a Mussolini. Una politica culturale perfettamente consona ai disegni politici del Capo, come lo chiamava, che voleva trasformare l’Italia da Media potenza a Grande potenza in Europa, alla pari con Francia e Gran Bretagna. <strong>Aveva bisogno di una politica culturale che accompagnasse o precedesse la diplomazia e gli accordi economici e politici veri e propri e la dotò anche degli strumenti culturali che le altre nazioni avevano da centinaia di anni</strong> come un&#8217;enciclopedia universale, e fu fondata la Treccani, la &#8220;super accademia&#8221;, la R. Accademia d’Italia, che riuniva tutte le menti più brillanti nel campo dello scibile e delle arti, fra cui Tucci e il suo maestro Formichi, e anche gli esploratori come Giotto Dainelli e gli inventori come Guglielmo Marconi, che ne fu il primo presidente. Cosa che avvicinava ancor più Tucci all’ideale dell’uomo ideale giovanilista, propulsivo e fattivo del Fascismo, e a Mussolini stesso, era che fu un vero tombeur de femmes. Attraverso Tucci si può capire meglio il Fascismo e la sua corrispondenza di amorosi sensi con l’Oriente.</p>



<p>Le sue sono domande molto importanti per capire un fenomeno quale il Fascismo che fu complesso, per non fermarsi solo alle conseguenze estreme e fatali di certe idee, le Leggi Razziali del novembre 1938 e l’entrata in guerra del giugno 1940. Non sto giustificando niente perché nella ricostruzione storica non c’è niente da giustificare ma piuttosto di capire, ognuno decida e giudichi da sé. Il Fascismo non si può racchiudere e limitare ai proclami roboanti o all’infamia di certe prese di posizione o di certe leggi, è qualcosa di più globale, è una visione che investe ogni aspetto sociale e privato dell’uomo. A fronte di tutto voglio ribadire una frase che disse De Felice nel 1989 che ho sempre fatto mia: «Facciamo storia, non moralismo». O almeno, ci proviamo. Ho cercato di ricostruire i rapporti fra Mussolini e l’Oriente, scavando anche fra documenti sconosciuti, interpretandoli. Nonostante il sempiterno dibattito che vorrebbe ideologizzare la ricerca storica anche, soprattutto quando cerca di leggere un periodo così recente e dibattuto, ho tenuto a mente che l’imparzialità è una chimera; ho però usato le fonti senza discriminanti ideologiche o metodologiche. Le fonti sono solo il puntello, l’ordito e la trama di una stoffa ben più complessa e di un disegno più generale, che si vede solo a una certa distanza: la realtà di un contesto geografico ampio come l’Asia e l’Europa, di un’idea e di un’ideologia, di uno stile, di un’epoca, non solo di un disegno politico e di trattati.</p>



<p><strong>L’avventura del Fascismo verso l’Oriente fu anche culturale, etica, spirituale. Fu una visione complessiva della realtà che accompagnava un sogno – allargarsi a est, sui Balcani e sul Mediterraneo, fino alle coste dell’India – ben prima che diventasse un interesse strategico, dopo l’adesione del 1937 al Patto Anticomintern fra Tokyo e Berlino.</strong> E ha le radici negli interessi culturali di Mussolini stesso. Un alito di spiritualità orientale era presente nel Fascismo sin dagli inizi, a partire dall’interesse del giovane Benito per il buddhismo e il Buddha. Aveva però una forte fascinazione per l’Oriente sia quello arabo, sia quello più a est. Leda Rafanelli, intellettuale futurista amica, o forse amante, di Mussolini, dice che un giorno lui le scrisse che durante il loro ultimo incontro ella gli dette «l’illusione dell’Oriente meraviglioso, con i suoi violenti profumi, con i suoi sogni folli e fascinatori». E Benito stesso con lei usava espressioni come la «fachirica impassibilità» e in un articolo del 1914 scrisse che la neutralità assoluta avrebbe condotto a un «atteggiamento di nirvanica impassibilità». L’interesse e la curiosità per quell’«Oriente meraviglioso» era lì, nel giovane Benito.&nbsp;</p>



<p>Il padre di Mussolini, che era un attivo esponente socialista di Forlì, era emigrato in Svizzera perché la famiglia era indigente. Margherita Sarfatti, l’intellettuale e giornalista ebrea, direttrice della rivista <em>Gerarchia</em>, che dal 1912 e per vent’anni fu l’amante di Mussolini, racconta che, nonostante fosse poverissimo e si dedicasse a lavori umili, frequentava gli ambienti universitari, non un professore soltanto ma tutto un mondo culturale cosmopolita, anche se preferiva gli intellettuali russi. Attraverso loro, tutti un poco teosofi, risalì al Buddha attraverso Schopenhauer, maestro di Nietzsche e suo maestro. Il giovane Benito era così affascinato dalla figura del Tathāgata che in un comizio a Ginevra affrontò l’asso del riformismo di allora, il presidente della Seconda Internazionale Socialista Vandervelde, che parlava di un Gesù Cristo sovversivo, liberatore degli schiavi e precursore del socialismo. <strong>Era il 1904, Benito aveva ventuno anni. Alla fine della conferenza chiese e ottenne il contraddittorio per un affondo contro il Vangelo e contro Galileo, colpevoli di aver fatto crollare il magnifico edificio dell’Impero romano sotto la spallata della <em>Sklavenmoral</em> – un tema centrale dell’opera di Nietzsche. «Che cos’era poi il Messia, coi suoi quattro discorsi e parabolette, in confronto al corpo di dottrine elaborato dal Buddo in quaranta volumi, attraverso quarant’anni di penitenza, di meditazione e di lavori apostolici?»</strong><strong></strong></p>



<p>L’interesse di Mussolini per l’Oriente non si esaurì alla spiritualità o all’azione politica ma coinvolse anche i rapporti personali. A Roma divenne amico della famiglia giapponese Ono. A livello etico e spirituale ammirava il Giappone ben prima che l’Italia aderisse al Patto Anticomintern con Berlino e Tokyo. <strong>Nella società e nell’ideale del samurai ravvedeva gli stessi valori e ideali fondanti del fascismo: fedeltà, lealtà, onestà, coraggio e combattere per un ideale fino anche all’estremo sacrificio. Avevano in comune fra gli altri il mito della gioventù, del duro lavoro, dell’ordine. </strong>L’interesse di Mussolini per il Giappone fu duraturo, tanto che nel 1924 accettò la proposta di Shimoi Harukichi – un poeta proveniente da una famiglia di samurai che viveva a Napoli, si era arruolato volontario nella Prima guerra mondiale e poi aveva partecipato all’Impresa di Fiume con D’Annunzio, tanto da portare le note scritte dal Vate da Fiume a Milano, da Mussolini – a fare da testimonial per una famosa bevanda analcolica giapponese, la Calpis, la prima bevanda commerciale contenente i lattobacilli. Mishima, l’imprenditore che l’aveva inventata, era entusiasta di D’Annunzio e di Mussolini ed era un forte sostenitore delle tecniche di marketing. Così nel giugno 1924 tentò di reclutare il Vate per fare pubblicità alla Calpis e incaricò Shimoi del compito di proporgli l’idea. Quando lui rifiutò, nonostante il suo “giapponismo” estetico e letterario, Shimoi, dopo un’udienza con Mussolini, lo convinse a scrivere un lungo messaggio indirizzato alla gioventù giapponese richiamandosi allo spirito millenario della sua razza, senza soggiacere «al moderno demagogismo materialista». Era il 30 giugno 1926.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«L’Italia, che ha affinità geografiche e morali col Giappone, si è ricostruita saldamente coll’opera meravigliosa delle sue Camicie Nere pronte a qualsiasi sacrificio e ad ogni appello della Patria. Il Fascismo che si basa sul senso del dovere e sulla accettazione consapevole della disciplina, sulla gerarchia e sul patriottismo, non richiama, forse, ai vostri giovani cuori il ricordo del secolare buscidò che arse gli animi dei vostri Padri e mantenne sempre forte e compatto l’Impero del Sole Levante? La vera forza della Nazione sta in voi, o giovani di ogni rango e di ogni mestiere. In voi sta la sorte del glorioso domani dell’Impero. Alzatevi in piedi, o giovani intrepidi e generosi, e gridate fascisticamente per la vostra grande Patria: A Noi!». </strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>Grazie al fondatore di Calpis che si occupò della sponsorizzazione, il messaggio alla gioventù del Giappone fu consegnato per la prima volta con grande pompa nel parco Hibiya di Tokyo dove, secondo l’ambasciatore italiano, si era radunata una folla di circa diecimila persone, tra cui rappresentanti politici, burocrati e giovani i cui applausi scroscianti erano accompagnati dal saluto fascista finale. Il fascista giapponese Shimoi disse addirittura che erano trentamila e scrisse a Mussolini e raccontò, forse con un filo di esagerazione, che gli aerei avevano lanciato un milione di volantini con il messaggio mentre altre trecentomila copie di una sua versione, insieme a una fotografia di Mussolini, erano state distribuite ai presenti, e che Calpis aveva pagato per far apparire il messaggio in tutti i quotidiani dell’Impero. In effetti il messaggio di Mussolini apparve anche nel fascicolo di un’organizzazione giovanile nella prefettura rurale di Akita. Il comitato organizzatore scrisse al Duce, salutando l’evento come un modo per riportare alla retta via quei giovani che erano stati sviati ed esprimendo la sua gratitudine per l’immenso fervore e il formidabile risveglio spirituale che le parole del Duce avevano provocato nella gioventù giapponese.</p>



<p>Il Fascismo che si basava sulla consapevole accettazione di «disciplina, gerarchia e patriottismo» richiamava il Bushido, l’etica e il codice di condotta dei samurai. È questo che ricordava Mussolini alla gioventù del Giappone e in questo riconosceva il Paese del Sol Levante come l’altro polo della civiltà in Oriente, e proprio mentre, in quegli stessi anni, era scoppiato l’amore per Mussolini, come testimoniano molti libri e articoli sulla vita e le opere del Duce, biografie e addirittura, <strong>nel solo anno 1928, cinque opere teatrali su di lui. Fra queste la più famosa era intitolata <em>Mussorini</em> e il ruolo del Duce era interpretato da una delle stelle del teatro kabuki. Il saggio del 1927 <em>Fasshizumu to Nihon</em>, «Fascismo in Giappone» riporta un sondaggio, pur senza riferire il nome del giornale da cui è tratto: «Tra i leader mondiali di oggi, chi vi piace di più? Un giornale chiese ai giapponesi in un sondaggio nazionale nel 1927. La risposta dei lettori non lasciava dubbi: Benito Mussolini, il dittatore italiano e duce del fascismo».</strong> Non solo gli intellettuali ammiravano Mussolini e l’intera cultura italiana, Dante in testa passando per il Futurismo, ma il popolo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/mappa-grea-game-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-98896" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/mappa-grea-game-1024x683.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/mappa-grea-game-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/mappa-grea-game-768x512.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/mappa-grea-game-600x400.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/mappa-grea-game.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;Italia vuole giocare la sua parte nel &#8220;Grande Gioco&#8221;</figcaption></figure>



<p>Shimoi ammirava Mussolini, collaborava con lui e i due erano legati un’amicizia che rafforzò la nippofilia di Mussolini e la convinzione che gli ideali della società tradizionale giapponese, in particolare l&#8217;etica del ronin, fosse uguale a quella fascista. Il tema della fedeltà fino al sacrificio estremo impressionò Mussolini quando ascoltò da Shimoi la storia dei samurai Byakkotai, i diciannove ragazzi che, dopo essere stati sconfitti e convinti erroneamente della morte del loro signore, fecero <em>seppuku</em> per rispettare il patto di fedeltà assoluta che li aveva legati in vita al loro signore. In seguito fu eretto un memoriale presso la collina dove i membri Byakkotai furono sepolti. Il Duce fu molto impressionato da questa storia e dalla morte ed elevò proprio la fedeltà a emblema dello spirito nipponico. Quando nel 1928, con il matrimonio tra il principe Chichibu, fratello di Hirohito, e Setsuko, nipote di Katamori, le due famiglie storicamente avversarie stavano riconciliandosi, Shimoi suggerì al Duce di offrire come dono di nozze una colonna romana sormontata da un’aquila bronzea. Così Mussolini inviò in dono un cenotafio, costituito da un basamento in marmo di Carrara su cui si erge una colonna di porfido rinvenuta a Roma durante gli scavi in via Nazionale per il progetto del nuovo Parlamento, poi abbandonato, sormontata da un’aquila in bronzo. La base recava incisa una scritta: «S.P.Q.R. Nel segno del littorio Roma madre di civiltà con la millenaria colonna testimone di eterna grandezza».</p>



<p>I rapporti fra il Fascismo e l’Oriente furono reciproci e profondi e non si esaurirono alle mire geopolitiche di Mussolini. C’era un interesse genuino per l’India e per il Giappone, che Tucci nutrì dalla seconda metà degli anni Trenta pubblicando articoli, organizzando mostre d’arte all’IsMEO e fondando la rivista <em>Yamaho</em>. Il subcontinente indiano era già conosciuto attraverso i reportage dei giornalisti britannici, quelli dei missionari, dei viaggiatori e, gli inizi del Novecento dei racconti a puntate di scrittori quali Emilio Salgari, che però in India non andò mai, e Guido Gozzano, che per due anni ne fece un racconto molto lungo e dettagliato, anche se il suo viaggio per sfuggire alla tisi durò solo due mesi e con un itinerario ben più limitato di quello descritto. Agli inizi del Novecento il subcontinente indiano divenne parte a pieno titolo della conoscenza popolare anche se, ovviamente, la sua rappresentazione era vittima di pregiudizi e distorsioni che, ben radicati nell’immaginario, non risparmiarono neanche alcuni nostri studiosi. <strong>La reciproca conoscenza e ammirazione per l’India avvenne a più livelli, letterario, artistico, spirituale, prima ancora che a livello politico, anche se il sogno di Mussolini era quello di impadronirsi dell’India, «forziere del mondo», scalzando il Raj.</strong> Ho cercato di riassumere questi rapporti di amorosi sensi con l’India, ben prima che diventasse un imperativo strategico, nel lungo capitolo “Il sogno di un’India italiana”.</p>



<p><strong>D’altronde, Mussolini brandisce la “Spada dell’Islam”… Come si sviluppano, sinteticamente, i rapporti tra il fascismo e la costellazione islamica?</strong><strong></strong></p>



<p>La costellazione islamica copre un’area geografica enorme che comprende il Vicino Oriente, i paesi arabi, la Cina islamica, parte dell’India, che prima della Partizione era un tutt’uno con il Pakistan – dove infatti confluirono i musulmani indiani con la Partizione – l’Afghanistan e parte dell’Africa. Nel capitolo “La spada dell’Islam” tratteggio le relazioni con alcuni Paesi islamici e il punto culminante della politica arabica del Duce che seguì il trionfale discorso «Ai mussulmani di Tripoli e della Libia», conosciuto come “La Spada dell’Islam”, del marzo 1937. Infatti Mussolini, dopo aver presenziato a Tripoli ad alcune cerimonie in città ed essersi intrattenuto con gli alunni della scuola elementare “Benito Mussolini”, andò nella radura di Bugara, dove apparve a cavallo sulla più alta duna e fu salutato con il triplice grido di guerra di duemila guerrieri arabi. Al rullo di tamburi, i cavalieri più valorosi offrirono al Duce la spada lampeggiante dell’Islam in oro massiccio intarsiato. Il primo dei dieci cavalieri, al momento della consegna, parlò a nome dei soldati e dei musulmani della Libia, «orgogliosi di sentirsi figli dell’Italia fascista», e offrirono al «Duce vittorioso, questa spada islamica, bene temprata. Vibrano accanto ai nostri, in questo momento, gli animi dei musulmani di tutte le sponde del Mediterraneo, che, pieni di ammirazione e di speranza, vedono in te il grande uomo di Stato, che guida con mano ferma il nostro destino».</p>



<p>Dopo questo discorso la stampa araba dell’Arabia Saudita, dell’Iraq, dello Yemen, della Palestina e dell’Egitto accolse molto favorevolmente la linea politica italiana, sperando che potesse essere adottata anche dalla Gran Bretagna e dall’Olanda.</p>



<p>Parliamo brevemente di Yemen, Palestina e Afghanistan. Nel 1926, dopo lungo lavoro diplomatico, ci fu la firma del Trattato di amicizia e di relazioni economiche tra l’Italia e lo Yemen, firmato dal governatore italiano dell’Eritrea e il re. Il desiderio di formalizzare il rapporto di amicizia fu fortemente voluto sia dal Governo italiano, perché lo Yemen costituiva il maggiore sbocco commerciale dell’Eritrea, colonia italiana sin dal 1890, sia da quello yemenita, perché con un atto internazionale se ne riconosceva per la prima volta l’indipendenza. Lo Yemen, che doveva diventare “l’hinterland dell’Eritrea”, era di grande interesse geostrategico per l’Italia perché poteva fungere da ponte fra la colonia italiana e l’Asia e poteva anche contrastare la presenza britannica e francese nel Mar Rosso. Gli scambi commerciali aumentarono notevolmente e il trattato, che fu un grande successo della diplomazia italiana, venne prorogato con un nuovo accordo che andava fino al novembre 1937.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="758" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/FvoGPEZWYBEXA4f-1024x758.jpg" alt="" class="wp-image-98897" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/FvoGPEZWYBEXA4f-1024x758.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/FvoGPEZWYBEXA4f-300x222.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/FvoGPEZWYBEXA4f-768x569.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/FvoGPEZWYBEXA4f-600x444.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/FvoGPEZWYBEXA4f.jpg 1191w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Nel 1937, Mussolini brandisce la &#8220;Spada dell&#8217;Islam&#8221;</figcaption></figure>



<p><strong>Quanto all’intricata questione palestinese, Mussolini era favorevole al sionismo in funzione antinglese e come strumento di penetrazione nel Vicino e Medio Oriente; era invece nettamente contrario se vi aderivano gli ebrei italiani.</strong> A questo scopo, nel luglio 1927 vi fu la costituzione del Comitato Italia-Palestina, tenuto sotto stretto controllo dal Governo e considerato uno strumento unicamente italiano. La Palestina e la Giordania erano un mandato britannico sin dal 1922 e lo rimasero fino al 1948.</p>



<p>Nell’ambito delle relazioni politiche con i Paesi di religione islamica un caso a sé furono i rapporti con l’Afghanistan, al tempo molto distante da Roma non solo geograficamente, ma anche culturalmente. A stragrande maggioranza musulmana sunnita, il Paese era al centro degli interessi geostrategici delle grandi potenze. Alle influenze esterne, che in più occasioni hanno preso la forma dell’ingerenza e dell’occupazione militare, era da aggiungere l’estrema frammentazione etnica e il forte sentimento antibritannico. E sono proprio questi due fattori che il Fascismo cercò di sfruttare, durante la guerra, cercando l’appoggio dei guerriglieri Waziri di confine contro la Corona.</p>



<p>Bisogna ricordare che tutte le iniziative che Roma prendeva in Medio Oriente, in Asia centrale, meridionale e orientale erano parte della campagna asiatica di propaganda, come nel 1935 dice un anonimo al sottosegretario agli Affari Esteri Suvich parlando dell’atteggiamento italiano in Siria:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Questo atteggiamento italiano [in Siria] è stato opportunamente inquadrato in una propaganda più vasta verso tutti i popoli dell’Asia. Dalla Cina e l’India fino ai più vicini stati di Saudia, Irak ecc., il prestigio acquistato recentemente dall’Italia [&#8230;] soffrirebbe notevolmente, adottandosi oggi nel problema siriano un atteggiamento contrastante a quello sinora tenuto».</strong></p>
</blockquote>



<p>Come nel resto dell’Asia, a beneficiare di ogni colpo al prestigio italiano sarebbe stata la Germania, che già faceva concorrenza all’Italia attraverso un’attiva propaganda nei confronti del nazionalismo arabo, come anche nei confronti del nazionalismo islamico indiano e afghano. Mussolini scelse di percorrere la via diretta dell’alleanza con i vari nazionalismi e di opporsi alla politica dei mandati delle Grandi potenze, grazie alla quale l’Italia, oltre tutto, poteva guadagnarsi una posizione privilegiata nei rapporti con le nazioni che in futuro sarebbero diventate indipendenti.</p>



<p>Agli inizi degli anni Trenta e fino a tutta la Seconda guerra mondiale la politica verso l’Asia si focalizzò sul mondo islamico, anche fondamentalista, sia per i fenomeni di panislamismo, sia per la radicalizzazione dei movimenti nazionalisti arabi antecedenti alla Prima guerra mondiale e, anche, perché del mondo islamico facevano parte le colonie. Contemporaneamente vi fu anche una spinta intellettuale allo studio del mondo arabo e dal 1933 si cominciarono a porre le basi all’azione antinglese nei territori islamici. Già prima di Mussolini l’Italia cercava di prendere iniziative filo-islamiche, ma nessuna era stata portata a compimento, come il progetto di costruire una moschea a Roma che aleggiava sin dal 1903. L’idea fu ripresa più volte fino a che nel 1932 il collaboratore del Governo Iqbal Shedai parlò dell’ipotesi di costruire una moschea, un centro di studi islamici e una biblioteca, insieme al Ministero delle colonie, per i musulmani presenti a Roma, a patto non fosse palese il suo scopo politico. Ci sarebbe stato un grande ritorno di immagine e sarebbe stata comunque una buona propaganda perché avrebbe dimostrato che l’Italia curava il progresso dei musulmani e ne tutelava le tradizioni. Alla fine non se ne fece niente per il timore di non riuscire più a controllare i musulmani delle colonie e anche perché nel 1931 solo 727 musulmani risiedevano in Italia, di cui 217 a Roma. La costruzione era superflua.</p>



<p>A livello politico Mussolini prese accordi commerciali con la Turchia ma nel 1920 si ritirò da una missione in Georgia, Armenia e Azerbaigian, forse perché aveva intuito che le tre repubbliche sarebbero entrate presto nell’orbita bolscevica formando, dal marzo 1922, la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica.</p>



<p>Le popolazioni arabe durante la guerra sostennero l’Asse al punto che nell’aprile del 1942 proclamarono il Gihad, la «lotta», cioè la lotta meritoria per l’affermazione dell’Islam, con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell’Italia e della Germania. Era il risultato della politica di avvicinamento al mondo arabo antecedente all’invasione dell’Etiopia, quando oltre all’Istituto per l’Oriente, che si occupava del Vicino Oriente islamico, furono fondate diverse istituzioni quali la Camera di Commercio Italo-Orientale (1924), la Fiera di Tripoli (1927) e la Fiera del Levante (1929). Il mondo arabo era così importante per Mussolini che vi furono rapporti privilegiati fra i vertici italiani e alcuni intellettuali e politici islamici, ad esempio il druso libanese Shakib Arslan; il re afghano a Roma Amanullah Shah; e l’indiano Iqbal Shedai, collaboratore del Governo italiano sin dal 1933.</p>



<p><strong>C’era però bisogno di una propaganda attiva e di avvicinarsi al mondo arabo parlando la loro stessa lingua. Nacque Radio Bari, inaugurata da Costanzo Ciano, il padre di Galeazzo, nel settembre 1932 in occasione della III Fiera del Levante. Fu fondata appositamente per favorire la propaganda italiana, che aveva perso prestigio in Medio Oriente soprattutto in seguito alla violenta repressione del 1931 del movimento dei Senussi, in Libia.</strong> Alle trasmissioni, perlopiù notiziari e programmi culturali, parteciparono molti personaggi di primo piano nel mondo islamico, provenienti da tutti i Paesi arabi, come il gran mufti di Gerusalemme, emiri, poeti ed eminenti intellettuali e famosi arabisti italiani. Radio Bari fu una specie di rivoluzione perché fu la prima emittente occidentale a trasmettere in arabo. Era considerata – e lo era – fortemente antibritannica, e Londra dovette correre ai ripari. Nel 1938 il BBC World Service di Radio Londra a Daventry dette inizio a un programma in arabo. Dopo la radio italiana si stabilì una specie di gara fra le emittenti europee alla ricerca del primato nella lingua e nell’affidabilità delle notizie. L’arabo non fu la sola lingua utilizzata da Radio Bari perché era internazionale e trasmetteva anche nei Balcani – Grecia, Albania, Bulgaria e Romania – in Turchia e in Estremo Oriente. Produceva programmi soprattutto in lingua araba, ma anche in greco, in farsi e in hindi.</p>



<p>Radio Bari fu usata anche come mezzo di diffusione della cultura occidentale e fu imitata ben presto da altre emittenti europee. Radio Bari testimonia l’importanza della politica coloniale nel quadro di una politica espansionistica ben definita che guardava sia al Mediterraneo, veicolando la propaganda per la colonizzazione della Libia, sia al versante orientale, dall’Iran all’India. <strong>L’Italia, benché fosse un Paese colonialista nel Mediterraneo occidentale, si rappresentava come forza di liberazione per i Paesi arabi del Mediterraneo orientale oppressi dal dominio straniero, Francia e Gran Bretagna. La propaganda propugnava un nuovo ordine mediterraneo, contrapposto all’«imperialismo plutocratico» di Francia e Regno Unito.</strong> La politica culturale veicolata dalla radio faceva da contrappunto alla politica estera. Dal 1938, quando aveva pienamente sviluppato la foreign policy verso l’India, gli indiani Iqbal e Sardar Ajit Singh cominciarono a trasmettere quasi quotidianamente dei programmi di notizie in urdu e in hindi sia dall’EIAR di Roma, sia da Napoli. Allo scoppio della guerra mondiale fu affidata a Iqbal Shedai una trasmissione in hindustani e in inglese da una nuova emittente, rivolta specialmente agli ascoltatori britannici e ai musulmani indiani e afghani, per risvegliare in questi ultimi i sentimenti contro Londra. Si chiamava Radio Himalaya. Trasmetteva da Roma ma fingeva di trasmettere clandestinamente da Kabul. I biondi figli della pallida Albione si ruppero la testa per cercare di capire dove fosse il luogo esatto da cui trasmetteva. Per capire fino in fondo l’importanza di questa radio in Asia basta leggere le parole dell’ambasciatore Quaroni a Kabul: era l’unico mezzo per avere notizie dell’Occidente, tanto che proprio da Radio Himalaya seppe che nel giugno del 1940 l’Italia era entrata in guerra.</p>



<p><strong>Uno dei punti più affascinanti del libro mi pare la ricostruzione dei legami tra Mussolini e l’India, una sorta di ‘brama’ che coinvolge eminenti personalità di diverso stampo, come Tagore e Gandhi. Come va a finire l’epopea ‘indiana’ di Mussolini?</strong><strong></strong></p>



<p>Dal punto di vista strettamente politico l&#8217;epopea indiana di Mussolini non finì nel modo sperato. Durante la guerra la cooperazione fra Italia e India in funzione antibritannica si spinse fino al punto di creare un piccolo esercito indiano a Roma. L’India durante la guerra mantenne una posizione neutrale anche se il nazionalista bengalese Subhas Chandra Bose venne a Berlino e a Roma chiedendo aiuto per la lotta indipendentista e il riconoscimento ufficiale da parte dell’Italia del Governo dell’India libera, l’Azad Hindustan. Il dittatore tedesco non lo volle neanche ricevere. Si incontrò diverse volte con Mussolini, che lo appoggiò blandamente e indirettamente, tramite la stampa, ma non fece mai sua la dichiarazione ufficiale. A questo atto pubblico si era opposto in prima persona Ciano: per lui il popolo indiano era troppo debole e senza volontà per raggiungere l’indipendenza.</p>



<p><strong>Il musulmano Shedai visse a Roma fino al 1944 e alla caduta del Fascismo seguì Mussolini a Salò. Oltre che essere consulente degli Esteri, conduttore radiofonico e segretario della Società amici dell’India, fondata nel 1942, si occupava anche dell’assistenza e della formazione politica dei prigionieri indiani catturati sul fronte dell’Africa settentrionale.</strong> Nel 1941 infatti l’esercito italiano aveva catturato poche centinaia di soldati indiani, sul fronte dell’Africa settentrionale, nella battaglia dell’assedio di Tobruk, in Libia. Dietro le insistenze di Shedai, il Duce autorizzò la nascita di un Libero Governo dell’India in esilio e della finta emittente clandestina Radio Himalaya. Shedai, attraverso una paziente opera di ispezione in tutti i principali campi di prigionia per indiani situati in Italia e in Libia, venne in contatto con numerosi compatrioti catturati dal Regio Esercito. Attraverso la questione dei prigionieri di guerra Shedai insistette ancora una volta sulla coincidenza fra gli interessi dell’Italia e di un’India indipendente. Qualche elemento indiano fu effettivamente inquadrato nelle unità italiane e formò due compagnie di volontari, ma niente a che vedere con gli ambiziosi progetti dell’inizio della guerra. Del resto, anche i tedeschi non andarono oltre la costituzione di un’esigua Legione di 4000 uomini – forse motivati dalla presenza della svastica, che era l’antico simbolo induista del sole. Nel giugno 1941 il tenente colonnello Massimo Invrea avanzò la proposta ai vertici del Servizio informazioni militare (SIM) di arruolare soldati volontari provenienti dai Paesi arabi sotto controllo inglese. Il progetto prevedeva di arruolarli, istruirli in compiti di sabotaggio e inviarli nei Paesi d’origine per fomentare le rivolte antibritanniche. Tutti sarebbero stati addestrati per missioni di intelligence e di propaganda a Tivoli e alla scuola paracadutisti di Tarquinia. Nell’ottobre 1941 giunse in visita a Roma il gran mufti di Gerusalemme Amin al-Husseini, che fece pressioni su Mussolini e su Hitler per la creazione di una legione araba che arruolasse volontari iracheni, siriani, palestinesi e magrebini da utilizzare contro gli inglesi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="574" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/gandhi-italian-fascists-1280x717-1-1024x574.jpg" alt="" class="wp-image-98899" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/gandhi-italian-fascists-1280x717-1-1024x574.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/gandhi-italian-fascists-1280x717-1-300x168.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/gandhi-italian-fascists-1280x717-1-768x430.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/gandhi-italian-fascists-1280x717-1-600x336.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/gandhi-italian-fascists-1280x717-1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gandhi e i giovani fascisti</figcaption></figure>



<p>Dalla radio in hindi Shedai cominciò a organizzare, con i prigionieri indiani, un’unità militare volontaria per combattere a fianco degli italiani e dei tedeschi, in aperta violazione del Patto italo-tedesco che stabiliva che i prigionieri indiani non dovessero sostare nei campi italiani ma dovessero essere mandati direttamente in Germania. L’unità fu chiamata Centro Militare India. Le truppe erano addestrate da ufficiali italiani e organizzate da Shedai, che però non aveva l’autorità necessaria per farsi ascoltare perché era identificato più con i musulmani che con tutti gli indiani. Il Centro Militare venne costituito il 15 luglio 1942 e sorse mediante la trasformazione di un campo di concentramento dove erano stati riuniti i prigionieri di guerra indiani che avevano mostrato la volontà di combattere contro l’Inghilterra. Il 4 settembre 1940 infatti il Duce aveva firmato un decreto legge in base al quale furono istituiti i primi campi di concentramento per gli stranieri presenti sul suolo italiano provenienti da Paesi nemici. In questa categoria rientravano anche gli ebrei provenienti da Paesi alleati come la Germania e i civili pericolosi, catturati durante le campagne militari come la Campagna dei Balcani.</p>



<p>Gli indiani arruolati giurarono di essere fedeli alla bandiera italiana e di combattere in funzione antibritannica. Fu costituita una legione araba e il 10 maggio 1942 il Regio Esercito procedette dunque alla formazione del cosiddetto Raggruppamento Centri Militari (RCM). Era costituito da tre centri, uno composto da circa 300 volontari arabi e italiani già residenti in Egitto e Medio Oriente, un altro formato da circa 200 ex prigionieri indiani e volontari italiani residenti in Iran e India e l’ultimo formato dai soli volontari italiani residenti in Tunisia. Non abbiamo il numero esatto degli arruolati ma sicuramente il gruppo maggiore era quello degli italiani, seguito dagli arabi e poi dagli indiani.</p>



<p>Nel 1942 Shedai e Bose si incontrarono per collaborare ma il primo non ne aveva alcuna intenzione. Il musulmano Iqbal Shedai, che nel 1934 già figurava a libro paga degli Esteri come consulente per le questioni indiane, e l’induista rivoluzionario Bose cercarono di coordinare i loro sforzi a Roma proprio con la costituzione del piccolo esercito arabo e indiano ma non vedevano se stessi come una unità e alla fine rimase solo Shedai a occuparsi del piccolo esercito di Roma. Shedai accusava Bose di ospitare un nido di comunisti proprio nel cuore della Germania nazista, Bose da parte sua si diceva sicuro che il progetto di un Governo indiano in esilio e di una legione indiana a Roma sarebbe fallito. Cosa che puntualmente avvenne.</p>



<p>Nell’ottobre 1942 accadde un avvenimento degno di nota: il comandante del Raggruppamento Frecce Rosse, come ora si chiamava, consegnò personalmente la bandiera italiana al gran muftì di Gerusalemme alla presenza degli alti gradi dell’Esercito italiano. Segno, ancora una volta, dell’attenzione speciale di Mussolini per il mondo arabo. I tre centri vennero trasformati in unità combattenti. <strong>Uno di questi era il Battaglione Azad Hindustan (India Libera), un reparto composto dal solo personale indiano addestrato per azioni di spionaggio e di sabotaggio da compiere dietro le linee nemiche. In occasione dell’avanzata delle truppe dell’Asse in Egitto, nell’autunno del 1942, si pensò di creare un reparto missioni speciali costituito da circa 90 uomini tra ufficiali, sottufficiali e truppa italo-araba da inviare in zona di guerra, ma l’onorevole sconfitta di El Alamein fece desistere lo stato maggiore. </strong>Il Centro Militare India, con un organico che comprendeva una compagnia di fucilieri, un plotone di paracadutisti indiani e un plotone di italiani che avevano vissuto in India, rimase in vita solo dall’aprile al novembre 1942.</p>



<p>Il Battaglione Hindustan fu costituito non solo a Roma ma a Berlino e a Tokyo. Nel 1941 Bose aveva costituito a Berlino l’Azad Hind Sangh o «Associazione per l’India libera», nata con la generosa collaborazione di von Ribbentrop, che doveva anche dare inizio a delle trasmissioni radiofoniche. Fondò anche la Azad Hind Legion (Legion Freies Indien), la «Legione dell’India libera», che in seguito divenne la Legione volontaria degli indiani della Waffen-SS (Indische Freiwilligen Legion der Waffen-SS). L’anno seguente Bose fondò il Governo provvisorio dell’India Libera (Azad Hind), sostenuto da Italia, Germania e Giappone e i loro alleati, in cui lui fungeva da capo di Stato. Disponeva di un piccolo esercito noto anche come Legione della tigre o Azad Hind Fauj (Indian National Army o INA). Inizialmente volontario, costituito da studenti indiani residenti in Germania, fu poi ampliato fino a raggiungere 3000 soldati con i prigionieri di guerra indiani catturati in Nordafrica dall’Afrika Korps del generale Rommel. Questi furono portati nei campi in Sassonia, dove venivano addestrati a combattere per i tedeschi; la loro lealtà era mostrata attraverso la divisa regolare della Wehrmacht e un distintivo che rappresentava una tigre nell’atto di spiccare un balzo e la scritta Azad Hind. Dovevano giurare fedeltà a Hitler o a Bose. Due terzi dei circa 4000 militari totali era musulmano. Pare che Hitler stesso abbia consigliato a Bose di andare in Giappone per rinforzare il legame con Tokyo e probabilmente, nello stesso tempo, per sbarazzarsi di un combattente leale ma troppo insistente nelle sue continue richieste della famosa dichiarazione di indipendenza dell’India, che lui non aveva intenzione di sottoscrivere. Hitler aveva una bassa considerazione del movimento nazionalista indiano e considerava la razza nordica inglese superiore a quella indiana, che era sì originariamente ariana ma nel corso dei millenni si era mischiata con tante altre razze; come uomo di sangue germanico avrebbe preferito vedere l’India sotto il Raj piuttosto che sotto qualcun altro. Significativo in questo senso un episodio. Quando il diplomatico britannico Lord Halifax, ex viceré dell’India nel 1926-31, nel novembre 1937 arrivò in visita al Berghof, Hitler suggerì all’ex viceré cosa fare per risolvere i problemi della Gran Bretagna in India: sparare a Gandhi, e se questo non bastava a ridurre alla sottomissione gli indiani sparare a una dozzina di importanti membri del Congresso, e se questo ancora non bastava sparare a 200 membri del partito e così via, fino a quando l’ordine fosse ripristinato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="667" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71No2EmGv6L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-98900" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71No2EmGv6L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71No2EmGv6L._AC_UF10001000_QL80_-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/03/71No2EmGv6L._AC_UF10001000_QL80_-600x900.jpg 600w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p>L’esercito indiano in Germania era stato formato per dare aiuto alla Wehrmacht in una possibile futura invasione dell’India. Con il patrocinio giapponese intanto si costituì anche un’altra Legione indiana ben più numerosa. La Legione indiana in Giappone era organizzata e comandata dal generale Mohan Singh, un panjabi che aveva servito nell’esercito del Raj, e comprendeva circa 40.000 soldati indiani che si erano arresi. Nonostante gli accordi che rimanesse totalmente indiana, sia per quanto riguardava la truppa sia per quanto riguardava gli ufficiali, quando Bose partì alla volta dell’Oriente, nell’aprile 1943, fu smembrata e inglobata nell’esercito tedesco. Avrebbe dovuto essere impiegata solo contro i britannici ai confini dell’India, non appena le truppe del Terzo Reich fossero entrate in Asia centrale. Dopo la sconfitta tedesca, italiana, rumena, ungherese e croata contro l’Armata rossa nella logorante battaglia di Stalingrado, durata dalla metà del luglio 1942 agli inizi del febbraio 1943, la legione fu però impiegata prima in Italia e poi in Francia, fino a combattere contro i movimenti di resistenza come i partigiani di Tito e i Maquis francesi. Alla fine della guerra i tremila legionari sopravvissuti si arresero alle autorità americane e francesi: era noto il trattamento inumano dei nemici nelle prigioni britanniche. Shedai invece nel 1944 lasciò l’Italia per paura delle truppe alleate. Il favore di cui godeva presso il Governo italiano però non terminò con la Seconda guerra mondiale. Pare infatti che negli anni Cinquanta-Sessanta insegnasse l’urdu presso l’Università degli Studi di Torino.</p>



<p>Ci fu anche il progetto britannico di usare i prigionieri italiani in India organizzati a fini di propaganda, ma fallì. La Gran Bretagna riuscì solo a costituire delle unità di lavoratori militarizzati, che furono usati in mansioni fuori dalle regole dalle Convenzioni di Ginevra sui prigionieri di guerra, in cui si faceva esplicito divieto all’utilizzo degli uomini catturati in lavori direttamente connessi con lo sforzo bellico della nazione che li aveva fatti prigionieri. Le politiche di propaganda e i tentativi di instillare una mentalità antifascista e filo-britannica nei prigionieri italiani, tuttavia, continuarono fino al rimpatrio, nel 1946-47. <strong>L’epopea indiana di Mussolini e degli indiani nazionalisti in Italia si risolse quindi con un nulla di fatto, anche se gli accordi culturali di cui aveva parlato Tagore in Italia nella metà degli anni Venti, perfezionati poi da Tucci, rimasero e sono tuttora in vigore.</strong> Io stessa dopo la laurea ne ho usufruito, studiando e facendo ricerca per quasi due anni a Delhi nell’ambito del Cultural Exchange Program fra la Farnesina e l’Indian Ministry of Education.</p>



<p>Dopo oltre un mese dall’entrata in guerra Mussolini non si era dimenticato dell’IsMEO e del suo vicepresidente esecutivo e principale artefice della propaganda in Asia meridionale, Tucci. Questi nel luglio 1941 mandò una nota di ringraziamento al Duce per il dono che gli aveva fatto di 30.000 lire e terminò la missiva con i due temi centrali nella visione di Mussolini: il primato dell’Italia restituita a «Romana grandezza» e la diffusione della cultura italiana «nell’Oriente che sotto i Vostri auspici, già rientra nell’orbita della nostra vita e della nostra storia». Nel giugno del 1943 scrisse a Mussolini per l’impiego degli oltre 80.000 prigionieri di guerra italiani nei campi di concentramento dell’India. «Abbiamo pertanto pensato alla possibilità di utilizzarne gli elementi culturalmente e tecnicamente idonei, ai fini della nostra penetrazione economica e commerciale nell’India stessa, che – dopo la guerra – e fra i vari Paesi del Medio ed Estremo Oriente – offrirà certo le condizioni ambientali e psicologiche più favorevoli al lavoro italiano, una volta crollato ed eliminato il dominio inglese». <strong>Anche se l’Asse avesse vinto, la penetrazione politica in India, dopo il patto con la Germania e il Giappone e la spartizione dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia, era impossibile per l’Italia. Si erano spartiti idealmente il mondo, se si eccettuano le Americhe, una volta che avessero vinto, e l’India rientrava nell’orbita di influenza del Giappone.</strong> L’Italia però poteva stringere proficui rapporti commerciali e finanziari, stabilire la banca italo-indiana a cui pensava Mussolini sin dalla metà degli anni Venti per favorire le transazioni e così via. Tutto questo poteva avvenire solo dopo che i britannici fossero stati scacciati.&nbsp;</p>



<p>Il discorso “L’India agli indiani” del 26 marzo 1944 prova che Mussolini credeva che l’esercito formato da Bose e dai giapponesi, entrato dalla frontiera nord-orientale indiana, fosse in grado di provocare un’insurrezione, scacciare gli angloamericani, sconfiggere la Gran Bretagna, aprire la strada alla totale indipendenza dell’India e addirittura decidere le sorti della guerra, nonostante la sconfitta sul fronte occidentale. <strong>Le parole di Mussolini hanno una forte nota di sincerità – e di illusione. Credeva davvero che le truppe indo-nipponiche entrate nel confine orientale dell’India avrebbero vinto non una battaglia, ma la guerra</strong>, e questo potesse sovvertire gli accadimenti mondiali. Certamente all’India teneva, all’idea dell’India libera e alle possibilità che questa offriva all’Italia, al di là dei passati sogni politici.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>&nbsp;«L’avvenimento che può avere un’influenza determinante nel corso della guerra e imprevedibili sviluppi nella storia mondiale si è verificato. Le instancabili ed eroiche armate del Tenno, insieme con quelle indiane di Chandra Bose, hanno varcato le frontiere orientali dell’India, sommamente crudele, il modo per l’indipendenza dell’India è in pieno sviluppo, diretto e organizzato dalle tre grandi associazioni politiche, che fanno a capo a Gandhi, a Sawarka, a Ginnah. [&#8230;] La parola d’ordine «India agli indiani», il che significa «via gli inglesi», è la parola che raccoglie l’unanimità dall’Himalaia a Ceylon, partendo da quella Birmania che gli angloamericani si erano proposti di riconquistare. [&#8230;] Ora il dado è tratto. [&#8230;] un clamoroso successo, dovuto soprattutto alla fiducia che il Governo di Tokyo è riuscito a suscitare in Chandra Bose e nelle popolazioni indiane. [&#8230;] Sfondata la porta, sbaragliate le divisioni angloamericane di frontiera, proclamata dal capo del Governo giapponese Tojo, con tutta la solennità e la immediata, indispensabile applicazione pratica, la formula dell’«India agli indiani» in pieno regime d’indipendenza, è assai probabile che l’insurrezione dall’interno contribuisca allo sforzo bellico nippo-indiano e che il giorno della liberazione dal giogo britannico sia veramente spuntato per l’India. [&#8230;] La ruota del destino corre. In questa guerra piena dell’imprevisto e dell’imprevedibile la Gran Bretagna ha speculato sulle differenze castali e sociali indiane per governare, fedele al principio di divide et impera, ma non vi è dubbio che tali difficoltà sono state spesso create, molto aggravate, dalla politica inglese e che, una volta liberi, gli indiani troveranno il modo di risolverle da sé, senza il bisogno di tutori e di padroni stranieri. Dalla rivolta del 1857 a oggi, il martirologio indiano per la causa dell’indipendenza è stato ininterrotto. Accanto al martirologio dei precursori è l’infinita sofferenza delle moltitudini ridotte a morire di miseria e di fame, come lo stesso Governo di Londra più volte ha dovuto riconoscere. La resistenza passiva, il digiuno e la prigionia di Gandhi, non potevano risolvere il problema ma soltanto porlo dinanzi alla coscienza del mondo, si è passati dall’attacco con la forza delle armi nazionali contro lo straniero oppressore. Sono, le odierne, giornate nere per Londra. Chandra Bose è un uomo di eccezionale energia. Se, come è probabile, le forze angloamericane cominceranno a retrocedere, le masse indiane accenderanno la fiaccola della rivolta. Intanto i confini indiani sono stati superati. La ruota del destino corre. In questa guerra piena dell’imprevisto e dell’imprevedibile, si è aperta, dopo quella del Pacifico, la fase indiana. Vi è appena bisogno di dire che gli italiani della Repubblica, e forse anche quelli di oltre Garigliano, seguono con simpatia profonda la marcia degli eserciti liberatori dell’India, che si schierano di diritto e di fatto accanto a quelli del Tripartito».</strong><strong></strong></p>
</blockquote>



<p>La sconfitta delle battaglie El Alamein, l’ultima il 4 novembre 1942 –, nonostante l’eroismo dei Leoni della Folgore – decise le sorti del secondo conflitto mondiale. I sogni erano stati&nbsp; grandiosi ma la realtà per le truppe dell’Asse si rivelò drammatica. La campagna nella colonia britannica della Birmania era cominciata nel gennaio 1942 con l’invasione da parte dell’esercito giapponese aiutato da un contingente thailandese. Fra vittorie e rovesci, anche con la partecipazione della Cina a fianco della Gran Bretagna, la situazione rimase invariata per due anni. Prima del 1944 le forze alleate dell’esercito indiano erano state rinforzate e avevano espanso le loro infrastrutture logistiche, il che rese possibile attaccare la Birmania. I giapponesi tentarono di prevenire l’azione invadendo l’India.</p>



<p>Nel 1944 l’INA (Indian National Army) combatté a fianco dei nipponici con circa 20.000 soldati, tre divisioni, nell’estrema India britannica del nord-est, lungo la frontiera birmana. Ma era troppo tardi. Sia le potenze dell’Asse sia l’esercito dell’Azad Hind stavano perdendo la guerra. Quando i giapponesi furono sconfitti nelle battaglie di Kohima e di Imphal il Governo Provvisorio della “Libera India” dovette rinunciare a stabilire il suo quartier generale in India. L’INA e l’esercito giapponese furono costretti a ritirarsi, non senza combattere contro le truppe dell’Esercito indiano del Raj nella campagna di Birmania, nelle battaglie del Monte Popa, di Meiktila, Mandalay, Pegu e Nyangyu, nel centro e sud del Paese. Il 2 maggio 1945 con l’“Operazione Dracula”, messa in atto dagli Alleati che da mare, da terra e dal cielo bombardarono pesantemente la città, le truppe indiane entrarono a Rangoon. La Brigata Kani comandata dal generale maggiore Matsui non si arrese e si unì a ciò che restava della vecchia armata sulla catena del Pegu Yoma, verso il centro del Paese. Nel mese di luglio tentò di sfondare verso est per riunirsi alle altre armate giapponesi a est del Sittang ma le truppe navali di Matsui pochi giorni dopo attaccarono separatamente il resto delle truppe, un’azione che permise alle unità alleate di concentrarsi contro di esse. Questo gruppo fu spazzato via e solo pochi sopravvissero. Scomparvero circa 14.000 soldati giapponesi, di cui oltre la metà uccisa e il resto morì di stenti e malattie durante la ritirata, mentre le truppe britanniche ebbero 95 morti e 322 feriti, parte di questi colpiti dal “fuoco amico”. La battaglia di Sittang in Birmania, durata dal 2 luglio al 7 agosto 1945, fu l’ultima significativa battaglia terrestre delle potenze occidentali nella Seconda guerra mondiale. Con la caduta di Rangoon l’Azad Hind aveva cessato di essere una entità politica a sé stante. Parte dell’esercito, quello inviato per ordine del Reich, ritornò in Germania e fu impiegato in Francia. Hitler commentò «La legione indiana è uno scherzo» e sembra che abbia impartito personalmente l’ordine che si consegnasse alla Divisione 18.SS Freiwilligen Panzergrenadier “Horst Wessel”. Il 15 agosto 1945, dopo lo sgancio delle due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki del 6 e del 9 agosto, l’imperatore Hirohito capitolò. L’epopea indiana di Mussolini, in cui aveva creduto fino all’ultimo, finì solo con la fine della guerra.</p>



<p><em>*In copertina: una fotografia di Fosco Maraini dalla spedizione in Tibet condotta da Giuseppe Tucci nel 1938</em></p>



<p><em>(continua)</em><em></em></p>
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		<title>“Dal tuo devotissimo selvaggio”. Margherita Sarfatti tra Dux e Usa</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Nov 2023 05:14:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Eternata nei tratti anticlassici dell’Antigrazioso di Umberto Boccioni, Margherita Sarfatti – eminenza grigia di Benito Mussolini – diviene manifesto futurista di una femminilità nuova. Donna del futuro. &#160;&#160; Scrittrice e direttrice di giornale – a capo di «Gerarchia» – indomabile salonnière e impeccabile critico d’arte, con riservata grazia conforme al lignaggio veneziano-giudaico, del Boccioni custodirà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Eternata nei tratti anticlassici dell’<em>Antigrazioso</em> di Umberto Boccioni, <strong>Margherita Sarfatti – eminenza grigia di Benito Mussolini – diviene manifesto futurista di una femminilità nuova.</strong> Donna del futuro. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>Scrittrice e direttrice di giornale – a capo di «Gerarchia» – indomabile salonnière e impeccabile critico d’arte, con riservata grazia conforme al lignaggio veneziano-giudaico, del Boccioni custodirà gli ardori artistici più di quelli erotici. La passione fra i due, fuoco fatuo, si ossiderà fulminea. Col duce, inversamente, arderà fino alle braci di un amore ormai inumato.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Futura, futurista, futuribile, nel 1934 fa rotta verso il totem dell’avvenire: l’America. Nel folto delle sue sconfinate accezioni.</strong> Virtù del verbo, la Sarfatti s’imbatte nel ‘miracolo della lingua’ che tutto unifica, adegua, conforma oltre la razza, le origini. Più del lignaggio, oltreoceano, poté il linguaggio. Accenna a Leopardi – “L’uomo, la lingua e la nazione per poco non sono la stessa cosa” – nel cuore del suo diario di bordo, <strong><em>L’America, ricerca della felicità</em></strong>, una volta sbarcata dal Rex, sbornia di lussi e fregi tricolori. Testimonianza che travalica ogni moderno canone di correttezza, il testo – in origine pensato per l’editoria statunitense – <strong><a href="https://www.liberilibri.it/index.php/prodotto/lamerica-ricerca-della-felicita" target="_blank" rel="noreferrer noopener">sarà pubblico nel 1937 per Mondadori e rivive oggi per Liberilibri,</a></strong> avventura intellettuale di dama d’alta classe, ornato della prefazione di Pietrangelo Buttafuoco.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="631" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/719vOb3x-sL._SL1500_-631x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97845" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/719vOb3x-sL._SL1500_-631x1024.jpg 631w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/719vOb3x-sL._SL1500_-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/719vOb3x-sL._SL1500_-600x974.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/11/719vOb3x-sL._SL1500_.jpg 665w" sizes="(max-width: 631px) 100vw, 631px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Ufficiosa first lady in visita ufficiale, nell’orbita di tre mesi Margherita volteggia lungo quell’America che ciascuno crede tale unicamente per la contrada che ha abitato. <strong>“L’America è una tradizione orale, e in parte arcana, per soli iniziati” – annota. Fasciata in haute couture firmata Schiaparelli, siede alla Casa Bianca con i coniugi Roosevelt</strong>, è protagonista di conferenze sul culto della donna fascista in prestigiosi club femminili, con garbata ma decisa distanza rispetto alle propaggini femministe delle colleghe americane – signore il cui ‘diritto alla felicità’ è stabilito ope legis, dalla Costituzione.</p>



<p>E mentre nel paese per cuori <em>fast</em> le rivoluzionarie <em>flappers </em>si fanno pioniere del divorzio facile onde ovviare al tolstojano e “sempiterno dramma dell’alcova”, lei – Eva contro Eva – si rivolge devota a Mussolini: <strong>«Non sei il mio Signore e forse un poco anche il mio Dio, no?».</strong></p>



<p><em>Keep smiling! </em>è il sibilante motto delle hostess a stelle e strisce che accompagna il tour della Sarfatti, di cui registra puntuale l’‘infermieristica dedizione’ per il viaggiatore – al tempo in cui lo spostamento aereo è privilegio consacrato alle élite e interdetto alle masse neoproletarie.</p>



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<p>Vaga dunque per quell’America che solo una manciata d’anni prima, con rifinita intimità di dettagli, è immortalata negli scritti di Annie Vivanti – pure patrocinante la causa fascista –, senza mai cedere, entrambe, alle facilonerie del linguaggio d’oltreoceano.</p>



<p>A fare da chiosa all’inappuntabile cronaca di Margherita, che canta l’America – ‘entità assoluta e introvabile’ perduta fra geometrie inorganiche, estetica del progresso e senso storico di un paese incline a nobilitarsi invecchiandosi – l’avvicendarsi del costante parallelo con l’imperiale Inghilterra, <em>businessman vs gentleman</em>. Infine, una riflessione dagli accenti toquevilliani sulla civiltà bianca:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per conto mio, vado orgogliosa di questa vitalità e diffusione della mia civiltà bianca, grazie alla quale trovai in tutta America lo stesso mio abito fisico e spirituale, con lo stesso taglio di cravatte e d’idee. […] Ne traggo auspici per la lotta contro nuovi affioramenti di barbarie, in noi e fuori di noi, e per la difesa contro altri ideali di altri colori; forse, contro la civiltà gialla di domani; chissà, forse, contro la minaccia negra di un altro giorno. Ché, essendo anzitutto italiana, per questo io mi sento poi anche latina, europea e bianca, sodale a gradi con queste civiltà”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Proverà quindi senza successo a evitare la rottura fra Roosevelt e Mussolini, ormai perduto nella corsa verso Hitler. «L’America non conta nulla» sarà la risposta del duce (come ricordato nel volume <em>Margherita Sarfatti: La regina dell’arte nell’Italia fascista</em>).</p>



<p>*</p>



<p><strong>Al ritorno, sarà paria in patria – Mussolini ne sostituirà la figura con quella di Claretta Petacci – prima dell’espatrio, per sfuggire alle leggi razziali a Parigi, quindi in Sudamerica, dove inaugura una relazione d’amicizia con le sorelle Ocampo </strong>e una nuova stagione di vita, a proprio agio fra artisti e intellettuali. A Roma, del resto, era abituata a ricevere ogni venerdì, in via dei Villini, salotto di regime. Madrina del gruppo Novecento, fra le sue stanze gravitavano Marinetti, Boccioni e Gino Bonichi, Ezra Pound e Bontempelli, il controverso Corrado Alvaro, ma anche Malraux, Gide e Colette per parte parigina, Axel Munthe e Curzio Malaparte, le russe Zinaida Gippius e Tatiana Suchotina, figlia di Tolstoj.</p>



<p>*</p>



<p>La stagione dell’amore col duce – <strong>di cui nel 1925 pubblica la biografia <em>Dux</em>, caso editoriale; «Mi ha messo in pigiama» dirà lui </strong>– è invece ormai sciupata, ridotta a smunta memoria. Non avanzerà altro che un mucchio di appassionate lettere (gli archivi sono conservati al Mart di Rovereto) consegnate all’amica Ada Negri, con la richiesta, disattesa, di distruggerle. Lo stesso farà Mussolini con i suoi diari, eleggendo la poetessa a custode delle proprie parole.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io pure son della tua milizia: palese e segreta. […] Vedevo la tua testa quadra di romano apparire e sparire nel mare tempestoso delle teste: uno tra mille, Tu. E ti vedevo passare fra le braccia tese in duplice fila, nel magnifico saluto romano, come sotto un duplice arco di trionfo, arco di ghirlande umane, materia viva che tu sai plasmare”</strong></p>
</blockquote>



<p>scrive Margherita con devozione di amica e amante, negli anni dell’ascesa al potere. E lui, con fervore:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mio amore, il mio pensiero, il mio cuore ti accompagnano. Abbiamo passato ore deliziose. […] Ti amo molto, più di quanto non credi. Ti bacio forte, ti abbraccio con tenerezza violenta. Stasera prima di addormentarti pensa al tuo devotissimo selvaggio, che è un po’ stanco, un po’ annoiato, ma tutto tuo, dalla superficie al profondo. Dammi un po’ di sangue dalle tue labbra. Tuo Benito”. &nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma il selvaggio è ormai mutato in uomo pubblico, appartiene a tutti, dunque più a nessuno.</p>



<p>“L’uomo pubblico nasce pubblico… è come il poeta” diceva.</p>



<p><strong><em>Fabrizia Sabbatini</em></strong></p>



<p>*<em>In copertina: Felice Casorati, Ritratto di Hena Rigotti, 1924</em></p>
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		<title>“Viva l’Italia! Firmato Ezra Pound”. Le lettere di Ez a Mussolini</title>
		<link>https://www.pangea.news/pound-lettere-a-mussolini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2020 04:25:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Cantos]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>28 ottobre 1943. Il dispaccio s’intitola, semplicemente, “Rapporto al Duce”, Report to Il Duce. Tra le tante cose, spicca “la proposta di un autobus da La Spezia a Salò, via Genova, Tortona, Piacenza e Cremona, per dare alla Repubblica una nuova spina dorsale”. In effetti, “la Liguria è completamente tagliata fuori dalle comunicazioni. Occorre prendere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>28 ottobre 1943. Il dispaccio s’intitola, semplicemente, “Rapporto al Duce”, <em>Report to Il Duce</em>. Tra le tante cose, spicca “la proposta di un autobus da La Spezia a Salò, via Genova, Tortona, Piacenza e Cremona, per dare alla Repubblica una nuova spina dorsale”. </strong>In effetti, “la Liguria è completamente tagliata fuori dalle comunicazioni. Occorre prendere tre treni per arrivare da Rapallo a Brescia”. Non è la sola, questa, tra le <em>service note</em> di Ezra Pound in direzione Salò: ancora una volta il poeta insiste sulla teoria del “credito sociale” di C.H. Douglas, chiave di volta per un sistema economico più sano, consono alla libertà dell’individuo, alieno alla prevaricazione dello Stato totale e all’egofollia capitalista (sul punto: il capitolo “C.H. Douglas &amp; il Credito Sociale” in, Luca Gallesi, <em>Le origini del Fascismo di Ezra Pound</em>, Ares, 2005). Il ‘carteggio’ tra il poeta e il Duce durò dieci anni – più che uno scambio, fu un monologo poundiano.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75752 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/disco-300x292.jpg" alt="" width="395" height="384" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/disco-300x292.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/disco.jpg 599w" sizes="(max-width: 395px) 100vw, 395px" />Vent’anni prima, a Rapallo, Pound giocava a tennis con William B. Yeats, ospitava un Ernest Hemingway in cerca di fama, lavorava ai <em>Cantos</em> ‘Malatestiani’.</strong> Nel 1923, da Rapallo, Pound va a Rimini, alloggia al Palace Hotel, piglia a bestemmiare. “La biblioteca è chiusa, il dannato custode ha l’influenza e il direttore è troppo pigro – o deve insegnare fisica altrove”. I ‘servizi pubblici’ italiani facevano acqua già allora. Pound, però, trova un alleato. Il portiere Averardo Marchetti, “ha giurato di forzare la biblioteca e di chiamare il Sindaco se non è aperta”, scrive il poeta, chiosando, “è un nobile fascista”. Secondo Lawrence Rainey, studioso di Thomas S. Eliot, di Ezra Pound, ma anche del Futurismo italiano, <strong>‘Ez’ ha subito il fascino del Fascismo a Rimini, “nel primo mattino del 12 marzo 1923, appena quattro mesi dopo la Marcia su Roma di Mussolini, quando il poeta arrivò nella città di Rimini”</strong> (in <a href="https://www.lrb.co.uk/session?redirect=https%3A%2F%2Fwww.lrb.co.uk%2Fthe-paper%2Fv21%2Fn06%2Flawrence-rainey%2Fbetween-mussolini-and-me%3Freferrer%3Dhttps%253A%252F%252Fwww.google.com%252F&amp;s=hkRviCxoTrAxM0za7qzq70clFiNiqIq+gusjGrLT2dWAUyB6/+LH1swT5f5XinfO5yDJGQgCGls2Uitk0ZzAgGPGFGCXJ4Tpqi4qiunSaq1mCnYLLcOn9KYwUIrJu01ANidPA6WJ3wTLkJRgIKSInof/AkkNm+JZ3+F3TbA8hXPDURXXNKYCYl9srcUham+MzR9MnEJhIOX+aiYvf/2HSVOe5k9fOItDP4ys8WhSUiqxLF7txE2CkYTgS8LVw9r1qSFw" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Between Mussolini and Me</em></a>, “London Review of Books”, marzo 1999). Vent’anni dopo il poeta scrive dispacci al Duce, di stanza a Salò, dandogli consigli, relazionandolo sul dilagare comunista in Europa (“Movimenti spontanei comunisti in Inghilterra non esistono. I pochi intelligenti e genuini comunisti in Inghilterra sono comunisti non perché appoggiano l’azione dei Bolscevichi ma perché sono contro gli usurai e contro l’usura. Tutti – dico tutti – i capi del Partito Comunista e i loro più gallonati aiutanti sono, almeno dal 1938, pagati da Mosca e assegnati a mansioni di spionaggio industriale”).</p>
<p>*<br />
30 gennaio 1933. Nel mezzo del guado, dieci anni dopo la visita a Rimini, dieci anni prima dei dispacci inviati a Salò, alle ore cinque e mezza del pomeriggio, Ezra Pound incontra Benito Mussolini a Palazzo Venezia, Roma. <strong>L’abboccamento è preparato da tempo. Il 23 aprile 1932 ‘Ez’ contatta il segretario personale del Duce, Alessandro Chiavolini, “annunciandogli il desiderio di comunicare e incontrare il leader del governo italiano”.</strong> “Durante l’incontro, Pound presenta a Mussolini l’edizione dei <em>Draft of XXX Cantos</em> pubblicata tre anni prima a Parigi”. In quel volume, sono raccolti i ‘canti’ dedicati a Sigismondo Pandolfo Malatesta, visto da Pound – nel suo modo visionario di imbrigliare la Storia – come l’alter ego del Duce. Inoltre, Pound consegna a Mussolini “i 18 punti programmatici che sono la base della sua concezione ideologica”, poi pubblicati nel 1940 sul “Meridiano di Roma” come <em>Di un sistema economico</em>. L’incontro con Mussolini è recensito nel repertorio dei <em>Cantos</em>, wunderkammer del delirio dove Confucio e piazzale Loreto sono pareggiati in catatonico caos. Incipit del XLI: “Ma qvesto/ disse il Duce, è divertente”. Commento della figlia Mary, nel volume dei <em>Cantos</em> edito da Mondadori: <strong>“Nell’unica udienza che Pound ebbe con Mussolini, nel 1933, alla domanda ‘Che volete?’ rispose: ‘Pace, per terminare il mio poema’, e gli consegnò una copia dei primi XXX <em>Cantos</em>. Sfogliandoli il Duce li trovò ‘divertenti’”. </strong>Oltre alla pace, però, Pound fece anche la guerra.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75753 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-6-195x300.jpg" alt="" width="247" height="381" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-6-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-6-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-6.jpg 260w" sizes="(max-width: 247px) 100vw, 247px" />Maggio 1976. C. David Heymann pubblica un libro, <em><a href="https://www.nytimes.com/1976/04/04/archives/ezra-pound-the-last-rower-the-cantos-of-ezra-pound.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ezra Pound the Last Rower:</a> A Political Profile</em>, dove mostra un mannello di <em>Letters from Ezra Pound to Benito Mussolini</em>. Personaggio rapace, Heymann: la sua carriera comincia, trentenne, nell’orbita di Pound; proseguirà con una serie di biografie ‘scottanti’ su Jackie Kennedy (nel 1989), su Elizabeth Taylor (1995), su ‘Bob’ Kennedy (2002) – muore nel 2012. In ogni caso. La prima lettera di Pound a “Sua Eccellenza il Capo del Governo” segue l’incontro romano, è datata 17 aprile 1933, è scritta a Rapallo, via Marsala 12-5. <strong>“Eccellenza e Duce…”, così si rivolge il poeta al capo di stato, “in omaggio devoto” viene allegato al biglietto il manoscritto di <em>Jefferson and/or Mussolini </em>e <em>ABC of Economics</em>. Nota del burocrate del Ministero degli Affari Esteri: “Il noto scrittore americano Ezra Pound ha inviato a Sua Eccellenza il libro intitolato… e la copia dattiloscritta di… Questi libri dimostrano chiaramente l’amicizia dell’autore verso il Fascismo”.</strong> Nel 1925 Pound aveva scritto ad Harriet Monroe, editrice della rivista <em>Poetry</em>, che “personalmente penso il meglio possibile di Benito Mussolini. Se lo compariamo agli ultimi presidenti americani e premier britannici, beh, non possiamo permetterci di insultarlo”. ‘Desecretando’, per così dire, le “nove lettere di Ezra Pound a Mussolini custodite presso il Dipartimento di Giustizia a Washington, tra i documenti dell’FBI”, di fatto, Heymann intende chiarificare la relazione tra Pound e il fascismo. Fino agli anni, lividi, della Repubblica Sociale.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75754 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-5-208x300.jpg" alt="" width="284" height="410" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-5-208x300.jpg 208w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-5-711x1024.jpg 711w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-5-768x1106.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-5-1067x1536.jpg 1067w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-5-1320x1901.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-5.jpg 1389w" sizes="(max-width: 284px) 100vw, 284px" />Già, ma cosa scrive Pound a Mussolini? Speculazioni economiche, teoria monetaria. Esempio. Rapallo, 22 dicembre 1936. <strong>“Duce! Duce! Molti nemici, molto onore. Voglio vedere tutti gli usurai come nemici d’Italia. Ma, Duce!, il sistema delle tasse è un pericoloso residuo del passato, un cadavere pernicioso, che deve essere sepolto insieme al Re Bomba e a Francesco Giuseppe. </strong>Poiché lo Stato fornisce una misura di scambio, lo Stato funziona. Lo Stato ha diritto a esigere un compenso per il suo lavoro. Ma questo compenso è fondamentalmente diverso dalla tassa”. Firmato, “Viva l’Italia, Ezra Pound, jure italico”. Una lettera del 15 maggio 1937 si apre con una epigrafe riassuntiva: “La tassa non è una quota azionaria/ Una nazione non ha bisogno/ e non deve pagare l’affitto per/ il proprio credito”. Da lì in poi comincia quello che Richard H. Rovere su <em>Esquire</em>, primo settembre 1957, narrava come <em><a href="https://classic.esquire.com/article/1957/9/1/the-question-of-ezra-pound" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>The Question of Ezra Pound</strong></a>. </em>“Negli anni al St. Elizabeth’s, Pound ha costantemente sostenuto di non essersi voluto opporre al suo paese durante la guerra. Nei momenti di lucidità, sottolinea che avrebbe potuto salvarsi dalla miseria in cui è precipitato accettando la cittadinanza italiana, nel 1939. Ha preferito aggrapparsi al passaporto americano. <strong>È un fatto che nel 1942 abbia tentato di prendere l’ultimo treno diplomatico che ha condotto i cittadini americani da Roma a Lisbona. Gli è stato rifiutato il permesso di salire a bordo.</strong> Non ha avuto altra scelta che tornare a Rapallo… Gli aspetti criminali di Pound durante la guerra sono talmente frivoli storicamente quanto è grandiosa la sua poesia”.</p>
<p>*</p>
<p>Ezra Pound pensava che la poesia dovesse contenere tutto: il mito e la teoria economica, l’estasi e la lotta estenuante, estetica, etica, politica. Non pensava tanto a una lirica conoscitiva, con proprietà d&#8217;intelletto (come T.S. Eliot), ma al verbo attivo, agente. Nel 1944 pubblica <em>L’America, Roosevelt e le cause della guerra presente </em>e <em>Introduzione alla Natura Economica degli Usa</em> per le Edizioni Popolari di Venezia. <strong>A Fernando Mezzasoma, Ministro della cultura popolare della RSI, il 15 marzo 1944, Pound comunica il desiderio di editare “l’edizione bilingue dello Studio Integrale di Confucio”, “i discorsi di Confucio”, “il libro di Mencio”, “le odi e l’antologia degli antichi poeti cinesi collezionata da Confucio”.</strong> Nel 1954 Scheiwiller pubblica il libro di saggi <em>Lavoro ed usura; </em>dal 1955 il grande editore milanese lavora per una petizione da inviare all’ambasciata americana, domandando la scarcerazione del poeta: <a href="http://www.treccani.it/magazine/atlante/cultura/Liberate_il_poeta_Pound.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>tra gli altri, firmano</strong></a> Attilio Bertolucci e Giorgio Caproni, Carlo Levi, Mario Luzi, Alberto Moravia, Marino Moretti, Eugenio Montale, Umberto Saba, Elio Vittorini. I fascisti, comunque, non prendevano sul serio il poeta. Un funzionario dell’ufficio di Galeazzo Ciano, in calce a una lettera inviata da Pound al Duce, il 15 aprile del 1934, chiosa, “una cosa è certa, questo scrittore è mentalmente squilibrato”. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Ezra Pound in una fotografia di Lisetta Carmi, 1966, Zoagli</em></p>
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		<item>
		<title>“L’ordine di fucilare Mussolini e i suoi ministri non esisteva”. Chi ha ucciso davvero il Duce? Dialogo con Luciano Garibaldi</title>
		<link>https://www.pangea.news/mussolini-morte-intervista-garibaldi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 06:10:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Churchill]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
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		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>28 aprile 1945, Giulino di Mezzegra, frazione di Tremezzina, Como. In un luogo marginale fino all’invisibile muore, condannato senza processo, catturato mentre è in fuga, Benito Mussolini. Con lui, Claretta Petacci. Di quel giorno, che paradosso, l’unica cosa certa è che non è certo ciò che certamente trovate sui libri di Storia. Che a uccidere, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>28 aprile 1945, Giulino di Mezzegra, frazione di Tremezzina, Como. In un luogo marginale fino all’invisibile muore, condannato senza processo, catturato mentre è in fuga, Benito Mussolini. Con lui, Claretta Petacci. Di quel giorno, che paradosso, l’unica cosa certa è che non è certo ciò che certamente trovate sui libri di Storia. Che a uccidere, cioè, sia stato il “Colonnello Valerio”, riconducibile al partigiano Walter Audisio, ragioniere di Alessandria, in seguito deputato e Senatore della Repubblica con giacca comunista. Si dirà che ciò che conta non sono i fatti, ma gli esiti. Non è proprio così: sul corpo di un capo si costruisce una leggenda; sul cadavere di un capo si sancisce l’identità di una nazione. E, a volte, è meglio non sottilizzare sui mandanti, non perdersi in sottigliezze, per dare al mito – che per esistere ha bisogno di un morto: meglio se analizzato, a testa sotto, in tutti i suoi particolari anatomici, meglio ancora se sfigurato – una dimensione statuaria, limpida, ‘pulita’ (resa ‘pop’, ad esempio, dal film di Carlo Lizzani, <em>Mussolini ultimo atto</em>, con Rod Steiger/Mussolini e Franco Nero/Valerio). Dal 1994, attraverso una serie di servizi su <em>La Notte</em>, <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Garibaldi" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Luciano Garibaldi</strong></a>, giornalista che ha il pregio della schiettezza (e che non si finge storico), comincia a mettere in chiaro le incongruenze sulla morte di Mussolini e a comporre un libro, <a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/attualitaestoria/la-pista-inglese" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>La pista inglese</em></strong></a> (prima edizione Ares, 2002), che ipotizza l’azione dei servizi britannici nell’omicidio del Duce. Sarebbe stato Churchill a voler eliminare l’antico collaboratore Mussolini, quindi a istigare la strategia dei partigiani. Usiamo il condizionale – il fatidico ‘carteggio Churchill-Mussolini’ è l’Atlantide di ogni contemporaneista – ma lo studio di Garibaldi possiede: dono della sintesi, dote di fonti, vis polemica. Tra i libri di Garibaldi, tra l’altro, ricordiamo <em>Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini </em>(Mursia, 1983), <em>Vita col Duce. L’attendente di Mussolini, Pietro Carradori, racconta </em>(Effedieffe, 2001), <em>Operazione Walkiria. Hitler deve morire </em>(Ares, 2008).</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75542 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/670-207x300.jpg" alt="" width="292" height="423" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/670-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/670.jpg 400w" sizes="(max-width: 292px) 100vw, 292px" />Partiamo dal “Colonnello Valerio”, ossia Walter Audisio: quale fu il suo ruolo effettivo nell’operazione che portò alla morte di Mussolini e di Claretta Petacci?</strong></p>
<p>Il “colonnello Valerio” – che secondo i testi di storia era il ragioniere Walter Audisio, secondo “Bill” (Urbano Lazzaro, il comandante partigiano che catturò il Duce del fascismo) era Luigi Longo, numero due del PCI, ma che ancora oggi nessuno sa chi davvero fosse – <strong>giunto a Dongo nel primo pomeriggio di sabato 28 aprile 1945, annunciò sulla pubblica piazza che aveva ricevuto l’ordine dal Clnai (Comitato di liberazione nazionale Alta Italia) di giustiziare sul posto “Mussolini e i ministri di Salò”, catturati dai partigiani mentre cercavano di fuggire.</strong> Non ubbidì alla lettera. Di Mussolini, avendolo trovato già morto, “fucilò” il cadavere, e quanto agli altri, non si limitò ai “ministri di Salò”, ma per far numero (e perfino il quindici gli restò stretto), fece sparare su un capitano dell’Aeronautica, un impiegato del ministero dell’Interno, un giornalista, un vecchio ex comunista e così via.</p>
<p><strong>Chi ordinò l’esecuzione capitale di Mussolini?</strong></p>
<p>L’ordine di fucilare Mussolini e i suoi ministri non esisteva. Il Clnai, rappresentante legittimo del Governo Bonomi nell’Italia del Nord, non aveva emesso alcuna condanna a morte, che peraltro non era di sua competenza, né tantomeno alcun ordine di esecuzione. <strong>Sandro Pertini, rappresentante del Partito Socialista all’interno del Clnai, nel discorso pronunciato alla radio alle ore 20 del 27 aprile (quindi parecchie ore dopo la notizia che Mussolini era stato catturato) e ritrasmesso alle ore 13 del giorno seguente (Mussolini era già morto), disse: «<em>Egli dovrà essere consegnato a un Tribunale del popolo perché lo giudichi per direttissima. Egli dovrà essere e sarà giustiziato. Questo noi vogliamo, nonostante che pensiamo che per quest’uomo il plotone d’esecuzione sia troppo onore: egli meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso</em>».</strong> Senza il “cane tignoso” ma con analogo riferimento alla necessità di un “tribunale” furono le dichiarazioni dei rappresentanti del Partito d’Azione Leo Valiani, della Democrazia Cristiana Achille Marazza e del Partito Liberale Giustino Arpesani. E sulla stessa lunghezza d’onda quelle di Ferruccio Parri, ancora nascosto in Svizzera, che aggiungerà: «<em>Quanto ai fucilati sulla piazza di Dongo che “Valerio” scelse secondo criteri che ignoro, mi pare che vari di essi non meritassero, in assoluto, quella fine</em>». In effetti, il Clnai era tenuto a osservare il Dll (Decreto legislativo luogotenenziale) n. 142 del 22 aprile 1945, che riguardava “i delitti commessi da Mussolini e dai ministri fascisti” e istituiva, per giudicarli, le CAS (Corti d’assise straordinarie). <strong>Perché il Clnai avrebbe dovuto agire illegalmente? Per ribellione al Governo del Luogotenente? Non esisteva la benché minima ragione per farlo. È che, di fronte al fatto compiuto, cioè all’avvenuta uccisione di Mussolini e di Claretta Petacci a opera dei servizi britannici, previ frenetici e convulsi accordi con Roma, il Clnai fu costretto a farfugliare la ridicola rivendicazione postuma</strong>, concepita, sottoscritta e diramata alla stampa il 29 aprile. La seguente: «<em>Il Clnai dichiara che la fucilazione di Mussolini e complici, da esso ordinata, è la conclusione necessaria di una fase storica che lascia il nostro Paese ancora coperto di macerie materiali e morali</em>», eccetera, eccetera.</p>
<p><figure id="attachment_75543" aria-describedby="caption-attachment-75543" style="width: 228px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-75543" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/Dal-CORRIERE-DELLA-SERA-1994-la-prima-uscita-scaled-e1588000064441-136x300.jpg" alt="" width="228" height="504" /><figcaption id="caption-attachment-75543" class="wp-caption-text">Corriere della Sera, 9 febbraio 1994: si rendono note le scoperte di Luciano Garibaldi in merito alla morte di Mussolini</figcaption></figure></p>
<p><strong>Torniamo al “colonnello Valerio”: quali sono i particolari che rendono la sua figura piuttosto ombrosa dal punto di vista storico?</strong></p>
<p>Per descrivere nel dettaglio le contraddizioni in cui inciampò, nei 23 anni che gli rimasero da vivere dopo quell’aprile 1945, il ragionier Walter Audisio (presentato dal PCI come il “colonnello Valerio”), non basterebbe un libro. Ma restiamo alle più eclatanti. Nel memoriale dettato a <em>l’Unità</em> e pubblicato dal quotidiano tra il 18 novembre e il 17 dicembre 1945, indugiava con grande enfasi sul botta e risposta avuto con Claretta, quando le negò il permesso di infilarsi le mutandine. Un episodio che fu contraddetto all’epoca da Lia De Maria, in casa della quale erano stati condotti prigionieri il Duce e la Petacci, e che rivelò come Claretta dovesse per forza già indossare quel capo intimo essendo nei giorni delle mestruazioni. Orbene, nel libro di Audisio <em>In nome del popolo italiano</em>, uscito postumo nel 1975 (Teti Editore), l’episodio scompare. Fanno invece capolino altre assurdità: come quella che Walter-Valerio si sarebbe rivolto insistentemente col “tu” a Mussolini, pur avendogli dato a bere di essere un fascista venuto a liberarlo. Infine, il libro si diffonde nel descrivere la viltà tremebonda di Mussolini di fronte al suo “giustiziere”, particolare smentito dagli stessi partigiani comunisti, come Michele Moretti “Pietro”, e Aldo Lampredi “Guido”. <strong>Il 23 gennaio 1996 <em>l’Unità</em> pubblica la relazione sui fatti scritta da Aldo Lampredi, “Guido”, funzionario del PCI, e da lui consegnata nel 1975 all’onorevole Armando Cossutta. Dalla relazione si evince che Mussolini, al momento di morire, non sbavò (versione Audisio), né tuonò “<em>Viva l’Italia!</em>” (versione Moretti), ma gridò: “<em>Mirate al petto!</em>”. Inspiegabile e senza ragione questo postumo riconoscimento dell’organo ufficiale comunista reso a un uomo (Mussolini) demonizzato per oltre mezzo secolo, da parte di una persona (Lampredi), che tutto fino a quel momento lasciava intendere non fosse stata neppure presente alla morte del Duce.</strong> Sta di fatto che tale significativa dichiarazione fu estratta da un cassetto dopo ventuno anni, nel bel mezzo dell’infuriare delle polemiche sulla “pista inglese” avanzata dal sottoscritto (e avvalorata dalle dichiarazioni del professor Renzo De Felice) e sulle incongruenze della “vulgata” comunista. Il verbale dell’autopsia del Duce redatto dal professor Caio Mario Cattabeni rileva che nello stomaco di Mussolini non v’era alcuna presenza di cibo. Al contrario di quanto affermato sia da Walter Audisio, sia dalla Lia De Maria, secondo cui il prigioniero avrebbe mangiato, a mezzogiorno del 28 aprile, latte, polenta, pane, salame e frutta. Questo particolare avvalora l’ipotesi che Mussolini non poté consumare quel pranzo, perché a quell’ora era già morto.</p>
<p><strong>Quali prove esistono per avvalorare la tesi della fucilazione di Mussolini e Claretta avvenuta nella mattinata del 28 aprile, e non nel pomeriggio? </strong></p>
<p>Esiste un lungo studio (una copia del quale, ben trecento pagine, da decenni in mio possesso) redatto dal compianto professor Aldo Alessiani, per 40 anni consulente medico legale del Tribunale di Roma, da cui – in base a osservazioni sulla traiettoria dei proiettili e sulla rigidità cadaverica al momento dell’autopsia – si evince che la morte di Mussolini non può che risalire al mattino del 28 aprile e i colpi non possono essere stati sparati che dall’alto verso il basso e non dal basso verso l’alto, come invece sarebbe accaduto qualora la fucilazione fosse avvenuta dinanzi al cancello di Villa Belmonte. Peraltro vi sono due domande alle quali la “vulgata” (definizione di Renzo De Felice) non ha mai saputo rispondere: <strong>Perché l’esecuzione dei “quindici” a Dongo fu consumata <em>coram populo</em>, mentre quella di Mussolini e della Petacci avvenne segretamente?</strong> E perché, nel secondo caso, tutti gli abitanti della zona furono mandati via e nessuno poté assistervi? Il PCI e il CVL non lo hanno mai spiegato.</p>
<p><strong>Che credito ha la sua ipotesi? Non tutti la pensano come lei…</strong></p>
<p>Mi limito a ricordare i più importanti scritti che confutano la “vulgata” tuttora – a 75 anni dai fatti – insegnata ai ragazzi delle nostre scuole. In primo luogo collocherei un autorevolissimo esponente della Resistenza, Urbano Lazzaro “Bill”, vicecomandante della 52.a Brigata Garibaldi, nonché l’uomo che catturò Mussolini, il quale, <strong>nel suo libro «<em>Dongo, mezzo secolo di menzogne</em>» (Mondadori, 1993) ricostruisce minuziosamente la morte di Mussolini, collocandola al mattino del 28 aprile dinanzi a casa De Maria e attribuendola non già a Walter Audisio, ma appunto al numero due del PCI, Luigi Longo, comandante in capo delle Divisioni “Garibaldi”.</strong> Nel testo ormai “classico” di Franco Bandini <em>Vita e morte segreta di Mussolini</em> (Mondadori, 1978) per la prima volta la morte di Mussolini e della Petacci viene collocata nella mattina del 28 aprile dinanzi a casa De Maria, mentre alle 16,30, davanti al cancello di Villa Belmonte, furono “rifucilati” i due cadaveri, per accreditare la versione ufficiale nel frattempo decisa nel corso delle frenetiche telefonate tra “Valerio” e i vertici del PCI e del CVL (Comando volontari della libertà). Già nel 1950, il grande giornalista Paolo Monelli, nella sua opera storica <em>Mussolini piccolo borghese</em> (di cui possiedo copia regalatami da Monelli con dedica personale), sottolineava le contraddizioni che rendevano inverosimile la ricostruzione “ufficiale” della morte di Mussolini. Lo storico mantovano Alessandro Zanella, prematuramente scomparso, nel libro «<em>L’ora di Dongo»</em> (Rusconi, 1993), ricostruisce la fucilazione di Mussolini e della Petacci come avvenuta la mattina del 28 aprile davanti a casa De Maria, a opera del “capitano Neri” (Luigi Canali), della partigiana “Gianna” (Giuseppina Tuissi) e dei loro compagni, basando tale sua ricostruzione su un documento giudiziario coevo da lui ritrovato, in cui il fratello della partigiana “Gianna” attribuisce alla sorella e a “Neri” il merito (o la responsabilità) dell’evento. Il che può ben valere anche nel caso che i mandanti o gli esecutori materiali siano stati agenti agli ordini dei servizi britannici, come apertamente affermato da Bruno Giovanni Lonati, che dopo 50 anni di silenzio, rivela, nel suo libro «<em>Quel 28 aprile. Mussolini e Claretta: la verità</em>» (Mursia, 1994), di essere stato lui, agli ordini dei servizi segreti britannici, ad uccidere il Duce, mentre l’inglese “capitano John” sparava a Claretta. Ma non è tutto. Anche secondo la testimonianza di Dorina Mazzola, raccolta da Giorgio Pisanò e pubblicata nel libro «<em>Gli ultimi 95 secondi di Mussolini»</em> (Il Saggiatore, 1996), Mussolini e la Petacci furono uccisi la mattina del 28 aprile sotto casa dei De Maria a Bonzanigo.</p>
<p><figure id="attachment_75544" aria-describedby="caption-attachment-75544" style="width: 301px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-75544" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/Luciano-Garibaldi-200x300.jpg" alt="" width="301" height="452" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/Luciano-Garibaldi-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/Luciano-Garibaldi.jpg 299w" sizes="(max-width: 301px) 100vw, 301px" /><figcaption id="caption-attachment-75544" class="wp-caption-text">Luciano Garibaldi ha pubblicato &#8220;La pista inglese&#8221; con le Edizioni Ares nel 2002; il libro è costantemente in ristampa</figcaption></figure></p>
<p><strong>Perché Churchill avrebbe tramato per togliere di mezzo il Duce?</strong></p>
<p>Numerosi documenti pubblicati nel fondamentale libro di Ricciotti Lazzero «<em>Il sacco d’Italia</em>» (Mondadori, ’94) offrono ben di più di una semplice traccia sull’effettività dei contatti segreti tra Mussolini e Churchill negli anni 1944-45, dando anche un’indicazione attendibile sulla natura degli stessi. <strong>Da alcune registrazioni di telefonate e da varie lettere tra il Duce e la Petacci (lettere tutte fotografate, prima di venire consegnate ai due destinatari, dai tedeschi di guardia a Mussolini), materiale “venduto” a Lazzero dal generale Karl Wolff, comandante delle Waffen SS in Italia (che non rilasciava mai interviste senza farsi lautamente pagare), si evince come Churchill nel ’44 avesse già individuato in Stalin il pericolo più grande per l’Occidente, e premesse su Mussolini per un maggior coinvolgimento di Hitler sul fronte sovietico.</strong> Con la caduta del Reich e del fascismo, sullo sfondo degli accordi di Yalta tra Washington, Londra e Mosca, i servizi segreti britannici avrebbero avuto comprensibili motivi perché su quei contatti tra Churchill e Mussolini calasse il sipario. Questa è la sostanza del cosiddetto “carteggio Mussolini-Churchill”. <strong>Personalmente ne ebbi una definitiva conferma dall’attendente del Duce, Pietro Carradori, che mi rivelò i numerosi incontri riservati tra Mussolini e gli agenti britannici inviati dal premier di Londra. Lo scopo finale era persuadere e convincere Hitler a cessare la resistenza in Occidente per rivolgere tutte le sue forze contro l’avanzata dell’Armata Rossa verso l’Europa.</strong> Tutto raccontato nel mio libro «<em>Vita col Duce</em>» (Effedieffe editore, 1999). La mia ricostruzione avrà poi una clamorosa conferma nel libro di Peter Tompkins «<em>Dalle carte segrete del Duce</em>» (Marco Tropea editore, 2001), che sposerà senza riserve la “pista inglese”. Non dimentichiamo che Tompkins era stato, negli anni 1944-45, agente della CIA americana in Italia.</p>
<p><strong>Si continua a parlare di un misterioso “carteggio Mussolini-Churchill”, che sarebbe stato sottratto al Duce al momento della sua cattura nel camion tedesco sulla strada occidentale del lago di Como, poco prima di Dongo. Carteggio requisito dai partigiani della 52.ma Brigata “Garibaldi” e da essi consegnato agli agenti di Churchill.</strong></p>
<p>L’ipotesi è sicuramente verosimile e attendibile. Ma c’è di più. E si tratta della storia, tutta da ricostruire, della copia di quel carteggio, che Mussolini avrebbe consegnato all’uomo di cui si fidava al cento per cento: il suo ministro dell’Educazione Nazionale Carlo Alberto Biggini. Me ne sono occupato a lungo nel mio libro «<em>Mussolini e il Professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini</em>» (Mursia, 1989). <strong>La morte di Biggini, amico personale di Mussolini e depositario delle sue più riservate confidenze, resta avvolta nel mistero. Fu ricoverato in clinica a Milano, appena 43enne, all’indomani della Liberazione, per una grave forma di tumore fulminante. Ma ci sono autorevoli dichiarazioni, come quella di padre Agostino Gemelli, che smontano una tale diagnosi.</strong> Quel che è certo è che Biggini morì lontano dai congiunti e chi lo assistette negli ultimi istanti negò in seguito ogni contiguità con lui. Certamente la sua scomparsa ebbe come principale conseguenza il più totale silenzio sui documenti che il Duce gli aveva consegnato in copia poco prima della fine. Quei documenti, nelle speranze del capo del fascismo, avrebbero dovuto salvargli la vita e rendere ragione della politica italiana sul finire della guerra. Quei documenti scomparvero e non furono d’aiuto né a Mussolini né tantomeno al suo fedele ministro. Le tracce che danno per certa l’esistenza di un carteggio segreto Mussolini-Churchill, posteriore al 1940, e che passano perfino attraverso la bocca cucita dell’allora ambasciatore giapponese a Roma Shinrokuro Hidaka, conducono a quella borsa ricevuta in consegna da Biggini. E scomparsa per sempre.</p>
<p>*<em>In copertina: Rod Steiger come Mussolini e Oliver Reed come Rodolfo Graziani in &#8220;Il leone del deserto&#8221; (1981)</em></p>
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		<title>Nuova intervista esclusiva con LVI: Matteo Fais si reca a Palazzo Venezia, per stalkerare la Buonanima, dopo le elezioni in Emilia-Romagna</title>
		<link>https://www.pangea.news/matteo-fais-intervista-immaginaria-duce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jan 2020 07:13:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fais]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Data la situazione speciale – un governo in crisi e le elezioni regionali appena svoltesi – abbiamo deciso di andare a intervistare, per la seconda volta, LVI in persona, considerato anche il paventato pericolo di un ritorno del fascismo. Ci ha ricevuti controvoglia, come al solito. Tanto più che gli abbiamo mandato Matteo Fais, un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/matteo-fais-intervista-immaginaria-duce/">Nuova intervista esclusiva con LVI: Matteo Fais si reca a Palazzo Venezia, per stalkerare la Buonanima, dopo le elezioni in Emilia-Romagna</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Data la situazione speciale – un governo in crisi e le elezioni regionali appena svoltesi – abbiamo deciso di andare a intervistare, <a href="http://www.pangea.news/tornato-pangea-intervista-esclusiva-duce-chiedergli-un-parere-sulle-elezioni-del-4-marzo-maio-salvini-renzi-ce-ne-tutti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per la seconda volta,</a> LVI in persona, considerato anche il paventato pericolo di un ritorno del fascismo.</strong> Ci ha ricevuti controvoglia, come al solito. Tanto più che gli abbiamo mandato <strong>Matteo Fais</strong>, un nostro collaboratore più volte accusato da voi lettori di nostalgismo. In cinque minuti è stato liquidato dal DVX, ma ha raccolto alcune sue interessanti opinioni sugli accadimenti degli ultimi tempi. Un’intervista da non perdere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fais, ancora tu, ma non dovevamo vederci più?!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eminenza, i miei omaggi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fais, ti ho già detto che io non sono un chierico, per la miseria!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avete ragione, scusate, volevo dire “Eccellenza”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Chi ti ha fatto entrare a Palazzo Venezia?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come sarebbe a dire, Eccellenza, avevo fissato un appuntamento col vostro segretario. Non ve lo aveva detto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È evidente che dovrei far fucilare molti collaboratori&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non prendetela così, Duce.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fais, che accidenti vuoi?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma, Eccellenza, io desideravo umilmente parlare delle elezioni in Emilia-Romagna, la vostra terra.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so cosa vuoi da me, piccolissimo italiano, io non voto da decenni&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché vi hanno ucciso, Eccellenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, pezzo di cretino, perché non ho più alcuna fede nella politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Duce, ma cosa dite?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fais, solo gli scemi come te hanno ancora fede in quell’aula sorda e grigia e nell’uomo dei selfie&#8230; Come si chiama, Selfini?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Duce, il suo nome è Salvini. Ricordatevi che molti lo paragonano a voi&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se ti sento ripetere un’altra volta un’idiozia simile, stile “La Repubblica”, Fais, giuro che vai dritto di fronte al plotone di esecuzione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mah, Eccellenza&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io ti sembro forse un leghista?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Neanche un poco.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tu mi immagini che citofono a uno spacciatore?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No, Duce.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">E cosa farei secondo te con uno spacciatore, balilla?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non oso immaginarlo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Appunto! Il Duce non bussa, ma fa tremare i palazzi dove passa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certamente, Eccellenza.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fais, ma tu non eri candidato?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mai stato, Eccellenza, giuro.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È vero. Ti ho confuso col Ministro degli Esteri. Hai una faccia altrettanto intelligente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Me l’avevate già fatto presente, Dux.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò conferma che sono infallibile. Comunque, ti avrei visto bene anche in Emilia, con Bonaccini, al grido di Vincere e Vinceremo garantendo un altro posto in qualche cooperativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eccellenza, qual è la vostra opinione sul caso Bibbiano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Poi criticano me perché volevo otto milioni di baionette. Pensa trovarsi con due madri. La guerra è molto meglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sempre illuminante, Dux. Ma tornando al punto, avete visto la netta disfatta di Salvini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tu rischi grosso, giovine italico&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Proprio non lo sopportate, Eccellenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sopporto più nessuno, Fais. Non c’è più nessuno che valga qualcosa. Destra, Sinistra. Sono demoralizzato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma, Eccellenza, tutti parlavano di un ritorno del fascismo con Salvini&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non farmi ridere, Fais. Se tornassi io, altro che aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, o fare le foto con pane e Nutella. Vi farei marciare dalle cinque di mattina!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Duce, non starete forse sostenendo che oramai siamo tutti delle femminucce?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vi manca il mordente, la spinta. Vi fate crescere la barba per guardarvi allo specchio e pensare di essere ancora uomini. Ma vi comprendo, mio miserabile popolo. Ho sentito che nei ristoranti chiamano gli spaghetti alla puttanesca “Belladonna”, per non offendere. Si capisce perché siete venuti su così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo Voi, l’Europa sarà veramente fascista a breve, come auspicavate?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma non farmi ridere, per piacere! Non voglio neppure sentire quella parola, “Europa”. Mi sa di piste ciclabili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Duce, se a queste elezioni vi fosse stata l’affermazione di Salvini, l’Italia sarebbe cambiata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fais, secondo te un partito liberista può mutare qualcosa in questo Paese? Sia detto per i partiti liberisti di destra e di sinistra, ovviamente. La differenza è che io i liberali li ho usati per salire al potere. Questi danno loro credito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eccellenza, la vostra opinione sulla Brexit?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io gli inglesi non li ho mai capiti, te lo devo confessare. Sono strani. Hanno ancora quella che ai miei tempi era un’infante, vero? Anche questi, prima mi esaltavano e ricevevano in pompa magna. Secondo me, non sanno neanche loro cosa vogliono fare da grandi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eccellenza, ma, insomma, avete deciso se raccogliere l’anelito popolare e tornare finalmente a governare questo paese?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non so se hai presente, nel tuo essere un falso intellettuale, che avevo già precisato come gli Italiani siano ingovernabili. Comunque, me ne guardo bene dal farvi un simile favore. Se torno, è perché hanno introdotto la quota cento e posso finalmente ritirarmi. Voi andate pure a morire come preferite.</p>
<p>*<em>In copertina: Massimo Popolizio è Benito Mussolini in &#8220;Sono tornato&#8221; (2018), film di Luca Miniero</em></p>
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		<title>Illibata, forse lesbica (amoreggiava con la Callas), amica di Gianni Agnelli e di Eisenhower, Miss Elsa Maxwell odiava le donne emancipate e organizzava le feste dei ricchi. Un ritratto sinistro e poco erotico</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Aug 2019 06:24:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Miss Elsa Maxwell è illibata, non ha mai fatto sesso in vita sua, ma proprio mai mai mai, nemmeno un minimo di preliminari, a 16 anni ha dato un bacio a stampo sulla bocca, per ritrarsene subito disgustata. Miss Maxwell reputa far sesso ripugnante solo a pensarci, e questo non sarebbe proprio un male, è [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elsa-maxwell-un-ritratto-di-barbara-costa/">Illibata, forse lesbica (amoreggiava con la Callas), amica di Gianni Agnelli e di Eisenhower, Miss Elsa Maxwell odiava le donne emancipate e organizzava le feste dei ricchi. Un ritratto sinistro e poco erotico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Miss Elsa Maxwell è illibata, non ha mai fatto sesso in vita sua, ma proprio mai mai mai, nemmeno un minimo di preliminari, a 16 anni ha dato un bacio a stampo sulla bocca, per ritrarsene subito disgustata.</strong> Miss Maxwell reputa far sesso ripugnante solo a pensarci, e questo non sarebbe proprio un male, è una scelta, se non un orientamento sessuale definito, il guaio è che Miss Maxwell ci ha scritto su un libro che è una grande delusione. <a href="http://www.elliotedizioni.com/prodotto/ho-sposato-il-mondo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Ho sposato il mondo</em></strong></a> è un titolo accattivante e una lettura godibile, Miss Maxwell è stata una signora penna, celeberrima firma per testate Hearst, ma che razza di mondo-marito puoi avere quando lo guardi dall’alto della tua puzza sotto il naso? <img decoding="async" class="size-medium wp-image-69601 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/ELSA-MAXWELL-HO-SPOSATO-IL-MONDO-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/ELSA-MAXWELL-HO-SPOSATO-IL-MONDO-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/ELSA-MAXWELL-HO-SPOSATO-IL-MONDO-768x1151.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/ELSA-MAXWELL-HO-SPOSATO-IL-MONDO-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/ELSA-MAXWELL-HO-SPOSATO-IL-MONDO-1320x1978.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/ELSA-MAXWELL-HO-SPOSATO-IL-MONDO.jpg 1492w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /><strong>Miss Maxwell è stata sempre amica esclusiva di gente ricchissima, aristocratici e teste coronate, i quali sono perseguitati dal medesimo cruccio esistenziale: non sanno come divertirsi.</strong> Così Miss Maxwell per tutta la vita si è ‘sacrificata’ ad organizzare feste bizzarre che li allontanassero dalla noia, e giocando con loro pomeriggi interi a ‘Nomi Cose Città’ (!), distraendoli, non contrariandoli mai.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Miss Maxwell rientra di certo nella categoria degli asessuali, le persone che non nutrono alcun interesse verso il sesso. Tuttavia, forse deviate dalla predilezione di Miss Maxwell a travestirsi da uomo nei balli in maschera, fonti indiscrete le hanno attribuito vari amori lesbici (uno su tutti con Maria Callas),</strong> e nel libro si legge di un esagerato trasporto per alcune sue amiche – piene zeppe di soldi, che per periodi l’hanno pure mantenuta – che lascia il lettore nel dubbio. È invece chiaro che la mia antipatia nei confronti di Miss Maxwell è di classe sociale. Sono io infatti fieramente proletaria, quindi senza speranze secondo il metro di valutazione della signora: nel suo libro ti fa due p*lle così su nomi e antenati e titoli nobiliari da ostentare in particolar modo se sei donna, perché secondo Miss Maxwell per una donna che si rispetti e non nasce ricca non v’è altro scopo che fare un buon matrimonio, lasciare i figli alle tate, e chiudere occhi e orecchie davanti alle infedeltà del marito. Solo in casi di vedovanza al verde alla donna è riservata la facoltà di occuparsi di se stessa, e solo per sposare un nuovo rampollo. Per il resto, che si occupi di  opere di beneficienza, di vestiti, scarpe, cappellini, e balli e feste di Miss Maxwell! La quale <strong>adora combinare matrimoni, infatti è grazie a lei che Cary Grant ha incontrato e sposato l’ereditiera scema Barbara Hutton</strong>, e Rita Hayworth il principe Khan, che l’ha fatta tanto soffrire.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa odia di più Miss Maxwell? Le donne che prendono in mano la propria vita, ce la fanno da sole, e tra queste le peggiori sono quelle a cui madre natura ha donato la bellezza e la gioia di far sesso, come Jayne Mansfield.</strong> Anche gli uomini seducenti cadono nel ribrezzo di Miss Maxwell, per primo quell’osceno sculettatore di Elvis Presley. Miss Maxwell detesta gli esponenti della Lost Generation, uomini che passano il tempo a bere, e in compagnia di quella donna di dubbia moralità che si chiama Gertrude Stein, e poi, ma che vergogna, quel sesso descritto nei loro libri! Per non parlare dei loro nipotini Beat, ugualmente riprovevoli per la loro letteratura, il loro whisky e gli scambi di letto. Soltanto due uomini hanno fatto ‘fremere’ Miss Maxwell, e per il tempo di un pensiero: Cole Porter e il principe Alì Khan. Non so quest’ultimo, ma su Cole Porter il mio sapere proletario sa un’altra verità: era infatti tale genio omosessuale e promiscuo, e se non mi credete guardate <em>Scotty, l’amante segreto di Hollywood</em>, il documentario in cui Scotty Bowers, vecchio gigolò <em>Full Service</em> (così ha titolato il suo pruriginoso memoir), racconta le sue ammucchiate omosex con mezza Hollywood, <strong>e che Porter deteneva il record di averlo fatto con 15 uomini in una volta.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_69602" aria-describedby="caption-attachment-69602" style="width: 261px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-69602" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/elsa-maxwell-posing-in-front-of-bird-cages-horst-p-horst-238x300.jpg" alt="" width="261" height="329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/elsa-maxwell-posing-in-front-of-bird-cages-horst-p-horst-238x300.jpg 238w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/elsa-maxwell-posing-in-front-of-bird-cages-horst-p-horst-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/elsa-maxwell-posing-in-front-of-bird-cages-horst-p-horst.jpg 714w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" /><figcaption id="caption-attachment-69602" class="wp-caption-text">Elsa Maxwell e gli uccelli: immagine pubblicata su &#8220;Vogue&#8221;, 1936</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In <em>Ho sposato il mondo</em>, l’Italia non ne esce bene: Miss Maxwell ha conosciuto Mussolini in persona ma ha da lui rifiutato una medaglia fascista in quanto Miss Maxwell è fervente antifascista e noi siamo degni di lode solo perché siamo cattolici e quindi non divorziamo (almeno fino al 1970),</strong> poi perché negli anni ’50 ci è toccata come ambasciatrice USA Clare Boothe Luce, tanto amica di Miss Maxwell come tanto amico suo era Eisenhower; infine, perché avevamo quale nostro compatriota Gianni Agnelli, amico di Miss Maxwell, il quale (come tutti in famiglia prima durante e dopo di lui) aveva il pregio d’esser figlio di una nobile e di averne sposata una (tradizione immutabile che continua anche con gli Elkann, tranne Lapo, e sarà per questo che mi sta simpatico).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Miss Maxwell ha saltellato di festa in festa, da nobile a nobile, fino a che un infarto l’ha uccisa il primo novembre 1963. Magari è stata più felice di me a risparmiarsi le torture che si provano a perdere la testa per qualcuno.</strong> Io, da proletaria, certo non mangio lardo piccante abbrustolito a puntino nella melassa come i duchi di Windsor, né sputo quando parlo come re Gustavo V di Svezia, ma mai rinuncerei a dar la caccia a chi mi toglie la pace di testa e di cuore, e credo che Miss Elsa Maxwell abbia perso un mondo nel privarsi del sapore di un uomo a letto, creandoci un’intimità che c’entra nulla col matrimonio né con quello che l’alta società comanda. Sarà pur gratificante ricevere 800 lettere a settimana da ammiratori che ti chiedono come si fa una festa riuscita, ma di sicuro ammuffisci a vivere da spettatrice pettegola passioni, amori, e inevitabili cadute, e sbagli, altrui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Barbara Costa</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: la Callas sapete tutti chi è; l&#8217;altra è Elsa Maxwell</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elsa-maxwell-un-ritratto-di-barbara-costa/">Illibata, forse lesbica (amoreggiava con la Callas), amica di Gianni Agnelli e di Eisenhower, Miss Elsa Maxwell odiava le donne emancipate e organizzava le feste dei ricchi. Un ritratto sinistro e poco erotico</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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