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	<title>Milano Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 15 Jun 2026 04:24:45 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero”. Capolinea Milano</title>
		<link>https://www.pangea.news/milano-dejanira-bada/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 04:24:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È notizia di questi giorni l’imminente chiusura di un altro locale di Milano, lo Spirit de Milan. C’è in atto una mobilitazione per cercare di impedirla. Non sappiamo come andrà a finire, ma riflettendo su un altro pezzo di città che scompare, è nata una presa di coscienza: tanti non la riconoscono più. E non è [&#8230;]</p>
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<p>È notizia di questi giorni l’imminente chiusura di un altro locale di Milano,<a href="https://spiritdemilan.it"> <strong>lo Spirit de Milan</strong></a>. C’è in atto una mobilitazione per cercare di impedirla. Non sappiamo come andrà a finire, ma riflettendo su un altro pezzo di città che scompare, è nata una presa di coscienza: tanti non la riconoscono più. E non è questione di destra o di sinistra. Il cambiamento era già in atto dai tempi della Moratti, dall’Expo. </p>



<p>Milano è da sempre amata e odiata, ma oggi sembra essere diventata ancor di più il tempio della finanza, dei miliardari, dei ristoranti e dei negozi di lusso. Pensavamo che sarebbe bastato continuare a viaggiare, andare via il weekend, ma si può vivere perennemente in fuga dal luogo in cui si risiede?&nbsp;</p>



<p>Quando eravamo giovani ci bastava la musica dal vivo. C’erano i locali. C’era qualcosa che non c’è più. Ci s’incontrava alle Scimmie, alla Casa 139, al Trottoir, alla Salumeria della Musica, al Magnolia (lui c’è ancora), all’Atomic Bar, nei vari circoli Arci o nei centri sociali come il Deposito Bulk, il Pergola, il Leonkavallo oppure negli squat. Pensate che ce n’era uno proprio lì dove ora c’è l’immenso quartiere della Bocconi, in viale Sabotino.&nbsp;</p>



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<p>Nei locali si rideva e scherzava con i musicisti, più o meno famosi. Gente che sarebbe finita sotto a un ponte pur di continuare a fare la propria musica con autenticità. E i palchi c’erano, non mancavano, e c’erano i talent scout, quando ancora non contavano solo le visualizzazioni su YouTube o l’algoritmo di TikTok. E intanto facevo la critica musicale, in una città in cui la musica dal vivo era un’istituzione.</p>



<p>Per non parlare dei locali dove si andava a ballare la musica dark o rock, come il Rainbow, il Transilvania, lo Zoe, il Rolling Stone, il Plastic. Si sapeva come si arrivava ma non come si tornava. A volte, dopo le serate sottoterra nel viscido Rainbow a ballare fino allo sfinimento il “monopasso” dei darkettoni al suono dei Killing Joke, Depeche Mode, Joy Division, Bauhaus e The Sisters of Mercy, si andava ai rave fuori Milano.&nbsp;</p>



<p><strong>Io c’ero la notte della retata, l’ultima sera del Rainbow. È entrata la polizia. Ha fatto uscire tutti. La musica si è spenta per sempre.</strong>&nbsp;Ho tirato un bicchiere di vetro a terra davanti ai piedi di due poliziotti. Stavano per venire ad arrestarmi, due amici mi portarono via.&nbsp;</p>



<p>Pazienza, tanto inaugurava lo Zoe.&nbsp;</p>



<p>Al posto di quei locali, oggi, ci sono case e garage.&nbsp;</p>



<p><strong>Cos’è rimasto di una generazione che non si accoltellava?&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Noi non vedevamo l’ora di uscire e d’incontrare quelli che credevamo amici.</strong>&nbsp;Le chitarre accompagnavano le passioni delle anime tristi che provavano a trovare conforto tra le braccia di qualcuno. Agognavamo la morte perché ci sentivamo immortali. Non avevamo nessuna eredità da lasciare. Non avevamo mai avuto niente. Eravamo eremiti capaci di abitare il vuoto. Non avevamo paura delle scintille di fuoco del Mistero. Chiudevamo le porte dei sensi per perderci e ritrovare noi stessi.</p>



<p>E&nbsp;vivevamo quei momenti credendo di innamorarci, come quella volta che a un concerto dei Verdena al Magnolia un ragazzo mi si sedette di fianco e mi disse: “Vuoi sposarmi?” Finimmo per baciarci a lungo, davanti a tutti, sotto il cielo nero dell’estate.&nbsp;</p>



<p>O come quel ragazzo dai capelli blu che conobbi davanti a un bancone, sempre al Magnolia. Ci guardammo. Ci baciammo. Ci frequentammo. Finché non mi disse: “Io sono un po’ matto”. E l’avevo capito. Che ci potevo fare.&nbsp;</p>



<p>I concerti ci hanno dato la forza per tirare avanti. Quei palazzetti dello sport come il Palasharp (che non c’è più), quei templi che venivano riempiti da gente come i Pearl Jam, i Muse, i Nirvana, i Radiohead.</p>



<p>Si aspettava il concerto di chi aveva accompagnato i tuoi giorni tristi e ti era stato vicino più di un amico, di un parente, sicuramente più di tua madre. Non potevi perdertelo. Dovevi andare a ringraziarlo, a onorarlo, sentendo dal vivo quella canzone che ti aveva fatto piangere e che magari ti aveva fatto passare la voglia di farla finita.&nbsp;</p>



<p><strong>Il disagio era esistenziale, non solo materiale. Non eravamo felici, ma almeno non si pensava solo a far soldi.</strong>&nbsp;Era importante stare in compagnia, avere amici con cui uscire. Non sapevamo che, una volta diventati adulti, a Milano si esce poco. Ci si chiude in casa a fare cene o ci si isola, anche perché questa città stanca come poche altre.&nbsp;</p>



<p>Oggi molti di noi non frequenterebbero più certi locali nemmeno se ci fossero ancora.&nbsp;<strong>Siamo cambiati, siamo cresciuti, non beviamo nemmeno più, andiamo a letto presto, meditiamo, ci siamo curati, siamo una generazione in analisi, sogniamo di vivere nella natura, bramiamo un cambio di rotta nella pace e nella tranquillità,&nbsp;</strong>le nostre sofferenze hanno portato alcuni di noi a scegliere professioni che permettono di aiutare gli altri, abbiamo fatto tesoro dei traumi, pensiamo al benessere e alla salute, proprio noi, chi lo avrebbe mai detto, ma quello che ci chiediamo è: cosa ha da offrire Milano oggi ai giovani che scelgono di restare?&nbsp;</p>



<p>Per noi, forse, è arrivato il momento di allontanarci un po’. Abbiamo vissuto intensamente. Rimpianti ne abbiamo. Ma siamo stati noi stessi. Fino alla fine.&nbsp;</p>



<p><strong><a href="https://www.dejanirabada.com">Dejanira Bada</a></strong></p>
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		<title>Rassegnatevi, Milano un’identità non l’ha mai avuta. Siamo soltanto diventati vecchi…</title>
		<link>https://www.pangea.news/milano-identita-nostalgia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2025 04:07:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[anni Novanta]]></category>
		<category><![CDATA[città]]></category>
		<category><![CDATA[Giosuè Gorinzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni, in questo periodo, su varie testate&#160;(anche su Pangea, qui)&#160;si parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente, diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies, di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto molto [&#8230;]</p>
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<p>In questi giorni, in questo periodo, su varie testate&nbsp;<strong><a href="https://www.pangea.news/milano-non-ti-riconosco-piu-dejanira-bada/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">(anche su Pangea, qui)&nbsp;</a></strong>si parla molto della Milano che è stata e che non è più, di una Milano differente, diversa, più alternativa, più identitaria e meno vetrina di lustri post yuppies, di grattacieli alberati e di olimpiadi di Cortina in città. Tutto vero e tutto molto giusto.&nbsp;</p>



<p><strong>Soprattutto la lente d’ingrandimento è puntata sulla Milano degli anni Novanta (perché chi scrive di questo, compreso il sottoscritto, era adolescente all’epoca) e la lamentela solitamente è legata a certi luoghi che non esistono più</strong>, a locali come il&nbsp;<em>Rolling Stones</em>&nbsp;(da anni una palazzina) il&nbsp;<em>Plastic</em>&nbsp;(che però ha chiuso quest’anno dopo anni di perdita d’identità) il&nbsp;<em>Leoncavallo</em>&nbsp;(anche questo chiuso da poco, ma da quanto tempo era fuori dai radar musicali?)&nbsp;<em>Le Scimmie</em>&nbsp;(ma chi ci andava davvero?) e proseguendo con negozi di dischi, sale prove, locali ed altri locali e sempre ancora locali. Io, che come tutti in quegli anni (ma a dire il vero più dal 2000 in poi) ho frequentato quei club, quei posti di ritrovo, quei bar, quelle sale da ballo o da concerti oggi mi sento sicuramente un po’ orfano (ma ho anche quarantacinque anni, come gli altri, e ad un certo punto ha ancora un senso parlare di posti che frequentavo a venti?) ma anche soddisfatto, forse, di averli vissuti e frequentati.&nbsp;</p>



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<p>E oggi? Oggi Milano è cambiata totalmente. I locali e le sale da ballo tanto amate dai giovani alternativi si sono trasformati in negozi, bar newyorkesi che fanno ancora il caffè americano usando l’espresso allungato con l’acqua, palazzi vertiginosi che sfidano nuvole e traffico aereo, spazi modaioli e offrono altre realtà, altre possibilità, altri servizi per altri fruitori.&nbsp;<strong>Non solo agli studenti stranieri e ai turisti ma anche a nuovi giovani, a ventenni che, nati dopo il duemilaedieci, se ne fottono (giustamente) del&nbsp;<em>Rolling Stones</em>, del&nbsp;<em>Leoncavallo</em>, del&nbsp;<em>Govinda</em>, della&nbsp;<em>Stecca</em>&nbsp;perché sono nati con altro (meglio o peggio non importa, è solo il nostro parere di “vecchi”)</strong>&nbsp;e in quell’altro ci sguazzano a colpi di Instagram, di social, di incontri gestiti in maniera differente da come venivamo gestiti i nostri.&nbsp;</p>



<p>Ora mi domando; ma se i quarantenni/quarantacinquenni di oggi sono anche loro in balia di Instagram, dei social, delle uscite notturne fino alle quattro del mattino che cosa pretendono? Pure gli stessi locali di allora? Non si accorgono di essere fuori tempo massimo? E allora, chi negli anni Novanta aveva più di quarant’anni che cosa avrebbe dovuto rimpiangere? I night? Gli american bar? Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro?&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="667" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1.jpg" alt="" class="wp-image-105263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-300x195.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-768x500.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/18e9060e0921979c437e9ef1041c7fa32-1024x667-1-600x391.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Chi ha detto che Milano era fatta solo di aggregazione dovuta a locali notturni e centri sociali? Le gallerie, i palazzi, il rumore del tram, certi parchi (come quello di Trenno) e qualche pizzeria sono ancora lì&nbsp;<strong>a testimoniare una città bellissima (solo per i milanesi, sia chiaro) proprio perché anonima e anomala.</strong></p>



<p>Milano cambia perché il tempo cambia, la società cambia. Punto. Non c’è altro. E che sia meglio o peggio è qualche cosa di ingiudicabile. Certo, ci mancano i&nbsp;<em>Sonic Youth</em>&nbsp;in questo o in quel posto ma è solo un nostro pallido e smorzato ricordo. Milano è piena di locali dove si suona musica.&nbsp;<em>Arci Bellezza, Torchiera, Spazio Pontano, Teatro dell’arsenale, Auditorium San Fedele</em>, e molto altro ancora.&nbsp;<strong>Una città che dal punto di vista musicale, teatrale, cinematografico è più viva che mai e forse anche più di allora.</strong>&nbsp;Certo, il contesto attorno è cambiato e oggi ci sono meno case a ringhiera e più piste ciclabili (ma un tempo non ci si lamentava che a Milano non c’erano le piste ciclabili?) ma l’essenza è la stessa. Le sale prova aggregative come il&nbsp;<em>Jungle Sound</em>&nbsp;(dove provavano Ritmo Tribale e Afterhours) sono scomparse ma è scomparsa anche una scena (ed è giusto così, le scene evolvono e cambiano, le cose per fortuna finiscono e Agnelli è finito a&nbsp;<em>X-Factor</em>) e ne sono riapparse altre.&nbsp;</p>



<p>Nessun allarme per la trap o scemate varie. Negli anni Novanta la maggior parte delle persone ascoltava gli Ace of Base e i Backstreet Boys e, alla fine, togliendo l’enfasi social, non è la stessa cosa che accade oggi?&nbsp;<strong>La differenza con allora è l’algoritmo, che ha scardinato tutto facendoci vivere in un infinito tempo presente dove&nbsp;<em>tutto accade&nbsp;</em>senza considerare che;<em>&nbsp;quando tutto accade alla fine non accade proprio niente</em>.</strong></p>



<p>Certo, nel mio nostalgico ricordo da bambino di una Milano sparita c’è lo zoo ai giardini di Porta Venezia, il lunapark le Varesine e il primo Burghy. Oggi però, se ancora ci fosse, io farei chiudere lo zoo, non andrei mai al lunapark e sicuramente digiunerei piuttosto che concedermi un panino in un fast food. Le cose cambiano, non restano le stesse.&nbsp;<strong>Così Milano ha perso un’identità che non era di tutti ma solo di alcuni o di pochi. Era la nostra visione della città</strong>(perché la maggior parte delle persone non andava al Teatro Smeraldo a sentire Paolo Conte e nemmeno a sentire qualche concerto underground al&nbsp;<em>Rainbow Club</em>, preferiva fare avanti e indietro tra Duomo e San Babila come fa ancora oggi). Una visione elitaria e anche un po’ stronza perché era la “nostra” Milano e non una Milano che aveva identità.&nbsp;<strong>Milano, purtroppo, l’identità non ce l’ha mai avuta.</strong>&nbsp;Eccetto forse nel dopoguerra (<em>guardate come è fotografata nel film “Cronaca di un amore” di Rossellini</em>).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-105264" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-1536x864.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/10/072545494-1d546049-a715-47c2-9591-d7353b422149.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Certo anche a me non piace questa versione ruspante di New York (<em>la New York di oggi chiaramente mica quella degli anni Ottanta)</em>&nbsp;fatta di centri commerciali, catene di ristoranti ovunque, locali costosissimi e continui&nbsp;<em>week&nbsp;</em>anche piuttosto inutili. Ma non ci posso fare niente, l’unica cosa buona da fare è vivere altrove (l’ho fatto e alla fine torno sempre qui, chissà perché…) oppure cercare le tracce vere della Milano di ieri che ancora oggi è rimasta. E non sono i locali, i centri sociali o la&nbsp;<em>fiera di Sinigallia</em>&nbsp;che bisogna andare a stanare. Ma la città in sé, le vie e i vialoni rimasti come allora. Viale Vincenzo Monti, Via Mac Mahon, le zone di Bande Nere, Primaticcio, Baggio. E poi ancora Piazzale Buonarroti, viale Gran Sasso ecc&#8230; Milano sono strade, case, portoni. Le città sono anche questo. Senza considerare quartieri che si sono trasformati (in bene o in male giudicate voi) in zone arabe, peruviane, cinesi e che offrono una Milano comunque differente da quella Milano che splende tanto suoi giornali con i suoi alberi dentro grattacieli, i suoi vetri riflettenti o i suoi dirompenti palazzi inaccessibili.&nbsp;</p>



<p><strong>Le città saranno sempre fatte così e la stessa cosa vale per Parigi, New York, Lisbona, Londra, Berlino. Sempre in continuo cambiamento asfaltando tutto quello che c’era in favore di altro.</strong>&nbsp;Bello o brutto ha poca importanza. Quello è importante solo per noi e purtroppo è troppo poco.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Giosuè Gorinzi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Antonio Lafrery, La Grande Città di Milano, 1573; Milano, Civica Raccolta Achille Bertarelli</em></p>
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		<title>Fine di un’epoca. Milano è il simbolo di un mondo stanco, che non appartiene più a nessuno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 04:04:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Armani]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>La mia amica aveva appena finito di vomitare sopra a una grata di ventilazione della metropolitana in Largo Cairoli.&nbsp;</strong>Sputò ancora per un po’, si asciugò la bocca con il dorso della mano, e poi andammo a sederci per terra sul marciapiede davanti alla porta d’ingresso della Standa – oggi Decathlon – insieme ai suoi amici punkabbestia e ai loro cani.&nbsp;</p>



<p>“Come stai?”, le chiesi.</p>



<p>“Non ci pensare neanche. Non te la faccio provare. Guarda come cazzo ti riduce”.&nbsp;</p>



<p>Non se la iniettava in vena, se la fumava dentro alla carta stagnola.&nbsp;</p>



<p>La ammiravo. Volevo essere come lei. Sembrava libera agli occhi di una quindicenne con un padre che la sera non la faceva ancora uscire da casa.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Siamo nella Milano della fine degli anni ’90. Il Luna Park ‘Le Varesine’ aveva chiuso da poco, lasciando il posto a “via Mike Bongiorno” e ai grattacieli.</strong>&nbsp;Alla Darsena c’erano ancora il parcheggio e la fiera di Sinigaglia, con le bancarelle di roba dell’usato e i punkabbestia che si ritrovavano al vecchio Mercato Comunale. Si spacciava e si dormiva sotto ai portici di Piazza Vetra. Si pippava la Speed sulle panchine della piazzetta davanti alla Basilica di Sant’Eustorgio. Si andava alla festa della semina e del raccolto al Leonkavallo.&nbsp;</p>



<p><strong>Durante gli anni ’90 i ragazzi si bucavano seduti a terra tra le auto parcheggiate. Ne vedevo tanti mentre tornavo a casa da scuola in Porta Venezia,</strong>&nbsp;quando Porta Venezia era ancora un quartiere di figli di portinai come me e di gente bene che convivevano serenamente. Non c’erano ancora locali gay e ristoranti eritrei. In Buenos Aires i negozi erano negozi di vestiti, e non solo di cibo, come oggi, e non cambiavano insegna ogni due mesi.&nbsp;</p>



<p><strong>A Milano c’erano pochissimi turisti. La gente visitava l’Italia, ma mica passava di qui. Per fare cosa?</strong>Quando andavi in ferie al mare da qualche parte e dicevi che eri di Milano, ti pigliavano in giro e ti guardavano con pietà: poveri voi e la nebbia, poveri voi e il grigiore, poveri voi e lo smog, poveri voi e il lavoro sfrenato. Poveri voi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="793" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/2-0897_001_3-1024x793.jpg" alt="" class="wp-image-105062" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/2-0897_001_3-1024x793.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/2-0897_001_3-300x232.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/2-0897_001_3-768x595.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/2-0897_001_3-600x465.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/2-0897_001_3.jpg 1395w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p>I bambini che non avevano i genitori abbienti che li iscrivevano a un’infinità di sport, avevano il trenino dei Giardini Indro Montanelli e le macchinine al Parco Sempione. Punto.&nbsp;</p>



<p><strong>C’erano due grattacieli, il Pirelli e la torre Breda, costruita negli anni ’50. Io sono cresciuta lì dentro. Mio padre faceva il portinaio.</strong>&nbsp;Ogni giorno, di nascosto, andavo al ventisettesimo piano per guardare la città dall’alto. Si vive meglio con un orizzonte davanti agli occhi da ammirare, lo diceva anche Thoreau nel suo&nbsp;<em>Walden</em>.&nbsp;</p>



<p>Mi mettevo a piangere ascoltando la musica. Fissavo quei minuscoli serpenti luminosi scorrere sull’asfalto e spesso pensavo di farla finita. Poi, come un’astronauta che torna dallo spazio, scendevo sulla terra e diventavo ancora più consapevole della nostra inutilità e piccolezza. E pensavo: forse è così che si sentono i ricchi che vivono ai piani alti. Credono di non far parte di questo mondo, che nulla li tocchi e li riguardi. Stanno sulla Terra giusto per qualche istante, per sbrigare i loro affari, poi se ne tornano nelle loro torri. E allora pensavo che bisognerebbe buttarli giù quei grattacieli, e far vivere tutti allo stesso livello, per non dimenticarci che siamo uguali, invece di essere disposti a tutto per andare a vivere lassù. Perché poi te lo dimentichi che non sei nessuno e che nasci e muori comunque a mani vuote.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Milano è cambiata dopo l’Expo. Non ce ne siamo accorti subito. È stato come vivere con una moglie che si trascurava da tempo.</strong>&nbsp;Ci siamo guardati attorno, e improvvisamente ce la siamo trovata invasa da una quantità di persone mai vista prima che camminava piano, troppo piano, e di gente che fotografava cose.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Milano ci ha cambiato.&nbsp;</p>



<p>Milano ci ha sconfitto.&nbsp;</p>



<p>Milano ci ha temprato.&nbsp;</p>



<p>Milano ci ha stancato.&nbsp;</p>



<p>Milano, non ti riconosco più.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="756" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/MI-Milano-1959-piazza-della-Repubblica-grattacielo-756x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105063" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/MI-Milano-1959-piazza-della-Repubblica-grattacielo-756x1024.jpg 756w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/MI-Milano-1959-piazza-della-Repubblica-grattacielo-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/MI-Milano-1959-piazza-della-Repubblica-grattacielo-768x1041.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/MI-Milano-1959-piazza-della-Repubblica-grattacielo-600x813.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/09/MI-Milano-1959-piazza-della-Repubblica-grattacielo.jpg 797w" sizes="(max-width: 756px) 100vw, 756px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Milano è come una vecchia donna che si è rifatta, che ha perso il suo fascino ma che se la tira ancora. Non perde mai la speranza. Al massimo si rifà il look e si trova il Toyboy.&nbsp;</p>



<p>Milano e la sua mania di risplendere, di nascondere lo squallore, di spostarlo verso le periferie, manco fosse Parigi.&nbsp;</p>



<p>Milano e le passeggiate a Isola che diventano sfilate.</p>



<p>Milano, che quando vivi in belle zone ti fa sentire addosso gli sguardi della gente che si chiede subito: “Chi è? Cosa fa? Quanto guadagna per potersi permettere di vivere lì?”</p>



<p>Milano, che per trovare un po’ di pace te ne devi andare a passeggiare tra i morti al Cimitero Monumentale.&nbsp;</p>



<p>Milano come una bomba ad orologeria che è pronta a implodere.&nbsp;</p>



<p>La verità è che a Milano non c’era un cazzo di bello, a parte il Castello e il Duomo. Ora ci sono i grattacieli e quei quartieri che qualcuno ha fatto diventare “cool” grazie a Instagram.</p>



<p>E poi Armani che muore.</p>



<p>Il Leonka che chiude.</p>



<p>Il Plastic che chiude.&nbsp;</p>



<p>I negozi che chiudono.&nbsp;</p>



<p>I maranza.&nbsp;</p>



<p>I figli di papà.</p>



<p>Le mogli degli uomini ricchi che piazzano bambini come pensione di vecchiaia.&nbsp;</p>



<p>Le case che non si trovano o che costano una follia. La gente costretta ad andarsene.&nbsp;</p>



<p>Una città che espelle chi l’ha nutrita.&nbsp;</p>



<p>L’aria che non si respira. Le troppe auto. Il caldo che sale dal cemento e ci soffoca, ci annienta, ci consuma.&nbsp;</p>



<p>Le persone sempre più infelici, sole, nervose, schizzate, di fretta. Non si rendono conto di scappare da sé stesse.</p>



<p>Milano è il simbolo della fine di un’epoca, di un mondo stanco che non ha più voglia di appartenere a nessuno se non a sé stesso.&nbsp;</p>



<p>Siamo tutti pronti ad andarcene.&nbsp;</p>



<p>Quando troveremo i soldi e il coraggio.&nbsp;</p>



<p><strong>Dejanira Bada</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/milano-non-ti-riconosco-piu-dejanira-bada/">Fine di un’epoca. Milano è il simbolo di un mondo stanco, che non appartiene più a nessuno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>“Collego la poesia alla verità…”: Giampiero Neri, un poeta a Milano</title>
		<link>https://www.pangea.news/giampiero-neri-milano-alessandro-rivali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jan 2025 05:26:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Rivali]]></category>
		<category><![CDATA[Giampiero Neri]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli anni la figura di Giampiero Neri (pseudonimo di Giampietro Pontiggia, Erba 1927-Milano 2023) appare sempre più decisiva nell’orizzonte della nostra poesia. Tra i principali ambiti della sua indagine ricorrono i temi del male, della memoria, della guerra, anche se tutta la sua scrittura è stata sempre orientata alla ricerca della verità: Collego la poesia [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giampiero-neri-milano-alessandro-rivali/">“Collego la poesia alla verità…”: Giampiero Neri, un poeta a Milano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Negli anni la figura di <strong>Giampiero Neri</strong> (pseudonimo di Giampietro Pontiggia, Erba 1927-Milano 2023) appare sempre più decisiva nell’orizzonte della nostra poesia. Tra i principali ambiti della sua indagine ricorrono i temi del male, della memoria, della guerra, anche se tutta la sua scrittura è stata sempre orientata alla ricerca della verità:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Collego la poesia alla verità… A me non importa nulla del conto degli endecasillabi, ma solo della verità<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>La scrittura di Neri è tersa ed essenziale. Fugge ogni compiacenza retorica, anzi ama la reticenza, e sa trasformare, come faceva un altro “minimalista” come Raymond Carver, i dettagli in epifanie. Ha qualcosa di sapienziale, come un testo biblico, che ha origine remote, eppure è sempre nuovo. In uno dei suoi testi più celebri ha compendiato la sua poetica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Se ripenso al mio lavoro, mi sembra che il tema più ricorrente sia quello dell’aggressività con il suo corteo di corollari, mimetismo e fraintendimento. Il problema del male mi appare come simmetrico rispetto al bene, suo opposto, inevitabile ombra e controfigura<a href="#_ftn2" id="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>La geografia della poesia di Neri ha spesso toccato i luoghi dell’infanzia, la nativa Erba (il Monumento ai caduti del Terragni è un totem ricorrente), Como, il lago di Pusiano, i boschi e le alture della Brianza, così come le chiese romaniche immerse nel verde:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Per lo stile romanico aveva un interesse che andava oltre l’ammirazione per l’arte.</strong><br><strong>«Più di tutti gli altri si avvicina a Dio», aveva sentito dire da un amico<a id="_ftnref3" href="#_ftn3"><strong>[3]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nelle pubblicazioni degli ultimi anni, però, Neri ha intensificato le immagini dedicate a Milano, città in cui ha vissuto larga parte della sua vita, come testimonia il lavoro di <em>Piazza Libia</em><a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a><em>, </em>uno dei suoi titoli più amati (per la toponomastica è “Piazzale Libia”).</p>



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<p><em>Piazza Libia</em> è un’opera compatta, carica di vita e di storie, frutto delle lunghe passeggiate del poeta che abitava al civico n. 12, all’angolo con via Ferrini. Neri fissa il suo zoom sui dettagli: i suoi “campioni” sono i personaggi più disparati, apparentemente “sconfitti” dalla vita, ma in realtà depositari di una profonda umanità. È per loro la delicata <em>pietas</em> dell’anziano scrittore.</p>



<p>L’amore di Neri per Milano, “città che cambia le carte in tavola continuamente”<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>, “dove tutti corrono e nessuno passeggia”<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>, non è stato un colpo di fulmine, come confidava a Massimiliano Martolini nel 2009:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Soltanto da poco, Milano ha cominciato ad assumere per me un aspetto familiare. Per tanti anni – per tutta la vita direi – mi sono sempre sentito un estraneo. Abitavo lì, ma non mi sentivo milanese, non c’era niente che mi piacesse particolarmente, una strada, un monumento. E pensare, invece, che ce ne sono tanti<a href="#_ftn7" id="_ftnref7"><strong>[7]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Subito dopo il poeta raccontava la sua predilezione per Piazzale Libia, così diversa dal resto della città:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>È una piazza alberata, è quasi un bosco, un parco… ha circa duecento piante. Le ho contate personalmente. Ci sono delle piante di alto fusto, degli arbusti, delle siepi, del biancospino; ci sono degli arbusti di forsizia e di altri fiori – di melograno, per esempio. Quindi diciamo che il variare delle stagioni lo tocco quasi con mano, io che abito al pianterreno. Anche ora, per esempio, mentre parlo con lei: se guardi fuori, vedi il verde dei platani. Le piante mi sono sempre piaciute, e più che in una piazza mi è sempre sembrato di vivere in un’isola.</strong></p>
</blockquote>



<p>Tra i personaggi descritti da Neri in Piazza Libia si distingue il “Signor Giovanni”, un uomo “sulla cinquantina”, disoccupato, senza fissa dimora, sempre seduto su una panchina, memorabile per la sua eloquenza e la sua saggezza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>D’abitudine è intento a giocare a sudoku. Nel cerchio dei platani di piazza Libia era passato una volta anche un campione di quel gioco, che aveva notato Giovanni e l’aveva invitato a fare una partita. Lui aveva accettato. Me ne parlava un giorno che andavamo a prendere il caffè. Mi diceva: «Ma io non gioco per vincere, gioco per passione, mi diverto». E infatti, aveva vinto<a href="#_ftn8" id="_ftnref8"><strong>[8]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il signor Giovanni è il protagonista di <em>Piazza Libia</em>, ma intorno a lui (e alla piazza) ruota un campionario di persone molto vario: c’è Attila, il solitario profugo venuto dall’Est, la giovane e sognante Valentina, le badanti ucraine che hanno in piazzale Libia “la loro Duma”, il panettiere laureato in Lettere, il rilegatore di libri con tutte le edizioni salgariane, il malinconico fioraio del Bangladesh: vite fuori dagli allori del mondo, ma illuminate dalla poesia.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="925" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/9788892980785_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-102009" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/9788892980785_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/12/9788892980785_0_536_0_75-174x300.jpg 174w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Oltre ai testi di <em>Piazza Libia</em>, la Milano di Neri torna in frammenti sparsi; anzi, il primo testo di <em>Teatro naturale</em>, il libro Mondadori del 1998 che lo consacrò, nasce dalla suggestione di un luogo come Piazza Cordusio, dove un tempo sorgeva l’Albergo degli angeli. La vicina via Broletto viene evocata in uno dei suoi tipici camei che riportano il “mondo di ieri”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Le vecchie San bottiglie di fernet, anni Trenta, portavano sull’etichetta l’indirizzo della ditta, via del Broletto, vicino alla chiesa di Tomaso. Ma un’altra iscrizione attirava la curiosità dei più giovani, che andavano ripetendo a voce alta: «Combatte lo spleen patema d’animo”. Erano gli anni della grande depressione, della crisi di Borsa, dei salti dalla finestra»<a href="#_ftn9" id="_ftnref9"><strong>[9]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nei testi “milanesi” di Neri un luogo di spicco è la Ferrovia Nord, ricordata fin da <em>L’aspetto occidentale del vestito</em>, il suo primo libro uscito per Guanda nel 1976.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Corso Donati, il metrò</strong><br><strong>scava diverse gallerie ai giardini</strong><br><strong>radici che non dissero inutilmente</strong><br><strong>le ossa di qualche romano in provincia</strong><br><strong>e una valigia di fibra</strong><br><strong>la ferrovia della stazione Nord,</strong><br><strong>ora non ricordo tutti i particolari</strong><br><strong>un tempo passato corre via dietro gli alberi<a id="_ftnref10" href="#_ftn10"><strong>[10]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Questa poesia, come Neri raccontò a Cesare Cavalleri, ricorda il tempo in cui il poeta attraversava ogni giorno piazza Duomo per recarsi a lavorare in banca. La valigia di fibra rimandava a quei primi tempi d’incertezza economica: “Mio padre non c’era più e io dovevo barcamenare con la mia famiglia e non navigavo nell’oro” <a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>.</p>



<p>L’inizio del lavoro in banca non fu facile:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>All’inizio ci fu un grande disorientamento. Avevo l’impressione di non capire niente. Sono stato sempre preoccupato, anche se cercavo di non darlo a vedere. La scuola non mi aveva dato nessuna nozione in merito. Non capivo quello che dovevo fare. Ripetevo meccanicamente delle operazioni…<a href="#_ftn12" id="_ftnref12"><strong>[12]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma fu proprio in banca che Neri incontrò Annamaria, l’amore di una vita:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Mi aveva incuriosito una collega, seria, silenziosa, elegante nel suo lavoro che doveva essere importante, almeno ai miei occhi. Un pomeriggio mi ero avvicinato alla sua scrivania e le avevo chiesto se potevamo incontrarci, dopo l&#8217;orario di banca. Non conoscendo Milano, abitavo a Varese, avevo proposto come luogo la porta centrale del Duomo. Lei non aveva detto di no, ma aveva suggerito la “Crocetta”, tout court. Alla mia espressione spaventata aveva aggiunto qualche parola di spiegazione e aveva concluso con un velo di ironia: «Tanto facile, no?». Lei sarebbe diventata mia moglie, ma io non ho mai dimenticato quella sua frase di conclusione<a href="#_ftn13" id="_ftnref13"><strong>[13]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>La casa milanese di via d’Ovidio, in cui Neri si trasferì con la famiglia nei primi anni Cinquanta, fu il teatro di molte confidenze letterarie con il fratello Giuseppe Pontiggia, tra i personaggi più importanti dell’editoria del secondo Novecento e Premio Strega 1989 con <em>La grande sera</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>I miei ricordi del sodalizio avuto con mio fratello Giuseppe Pontiggia, detto Peppo, risalgono grossomodo ai primi anni Cinquanta. Abitavamo allora insieme, con mia madre Angela e mia sorella Elena, a Milano, in via d’Ovidio, in una casa di recente costruzione, a pochi passi dai giardini intorno all’università. Avevamo l’abitudine noi due, di una piccola passeggiata dopo cena e parlavamo, molto più lui, di libri e letteratura ma anche di spor e altro. Personalmente avevo come l’impressione di nutrirmi alle sue parole, ai suoi giudizi e commenti sempre meditati, ponderati<a href="#_ftn14" id="_ftnref14"><strong>[14]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Milano per Neri è stata il luogo di decisivi incontri letterari: con Giancarlo Majorino che pubblicò le sue prime poesie sulla rivista <em>Il corpo</em>, con Giovanni Raboni e Maurizio Cucchi che lo fecero approdare rispettivamente a Guanda e a Mondadori, con Giovanni Giudici che frequentò a lungo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Abitava in un palazzo della Olivetti perché lui si occupava della pubblicità di quella società. Io lavoravo in banca al pianterreno dello stesso palazzo. La frequentazione con Giudici divenne così abbastanza spontanea e ci si vedeva per un caffè a metà mattina… Giudici parlava spesso di poesia, dei suoi conoscenti e amici poeti, fra i quali ricordo Umberto Saba, Luciano Erba e Attilio Bertolucci. Lo ricordo come una persona molto disponibile, dotata di una memoria fuori dal comune. La sua poesia, formalmente così elegante, rifletteva molto il suo carattere</strong><a href="#_ftn15" id="_ftnref15"><strong>[15]</strong></a><strong>.</strong></p>
</blockquote>



<p>Tra i monumenti milanesi, Neri apprezzava in particolare la basilica di Sant’Ambrogio e il Castello sforzesco, nella cui Biblioteca trovò i nomi dei banditi poi citati nell’<em>Aspetto occidentale del vestito</em>: “però quei nomi tornavano, il Cremonese il Cuoco/ il Montagnolo il Civetta/ il Nano e gli altri compresi nei bandi”<a href="#_ftn16" id="_ftnref16">[16]</a>.</p>



<p>C’è una statua milanese che muoveva la riflessione di Neri negli ultimi anni: è il monumento equestre a Giovanni Missori, nell’omonima piazza a cui dedicò la sequenza <em>Del valore sfortunato</em>, solo che a catturare l’attenzione del poeta non era tanto il cavaliere quanto il suo cavallo<a href="#_ftn17" id="_ftnref17">[17]</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Il generale ha una sciabola spezzata, simbolo del valore sfortunato,</strong><br><strong>ma guarda arditamente in avanti. Il cavallo ha la testa bassa</strong><br><strong>e l’aria di cercare qualcosa, un ciuffo d’erba o un posto</strong><br><strong>dove riposare, e sembra l’unica cosa vera e reale nel mondo</strong><br><strong>della irrealtà”.</strong></p>



<p><strong>[…]</strong></p>



<p><strong>Eppure c’è qualcosa di umano in quel cavallo, che non finisce</strong><br><strong>di attirare chi lo guardi, anche solo di sfuggita, passando</strong><br><strong>in tram per piazza Missori.</strong></p>
</blockquote>



<p>Forse quel cavallo era per Neri un simbolo dell’umiltà, virtù che ha sempre amato e che compare in uno dei suoi ultimi testi, quasi un testamento spirituale:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Si dice di alcune persone che, quando entrano in una stanza, la occupano tutta.</strong><br><strong>Dovrei immaginare che, quando se ne vanno, lasciano un grande vuoto.</strong><br><strong>Sono invece portato a pensare che a lasciare un grande vuoto siano le persone umili, silenziose, che occupano soltanto lo spazio necessario, che si fanno amare<a id="_ftnref18" href="#_ftn18"><strong>[18]</strong></a>.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong>Alessandro Rivali</strong></p>



<p><em>*In copertina: Giampiero Neri in un ritratto fotografico di Daniele Ferroni</em></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Intervista con Giampiero Neri nel libro di Alessandro Rivali, <em>Giampiero Neri – un maestro in ombra</em>, Jaca Book, Milano 2013, pp. 104-105.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Giampiero Neri, <em>Il professor Fumagalli e altre figure</em>, Mondadori, Milano 2012, p. 94.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Giampiero Neri, <em>Un difficile viaggio</em>, Ares, Milano 2022, p. 75.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Giampiero Neri, <em>Piazza Libia</em>, Ares, Milano 2021.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> <em>Giampiero Neri – Il mestiere del poeta</em>, a cura di Massimiliano Martolini, Cattedrale, Ancona 2009, p. 7.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Giampiero Neri, <em>Piazza Libia</em>, cit., p. 113.</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> <em>Giampiero Neri – Il mestiere del poeta</em>, cit., p. 7.</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Giampiero Neri, <em>Piazza Libia</em>, cit., p. 19.</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> Giampiero Neri, <em>Antologia personale</em>, Garzanti, Milano 2022, p. 128.</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Giampiero Neri, <em>Piazza Libia</em>, cit., p. 13.</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Cfr <em>Studi cattolici</em>, n. 478, dicembre 2000.</p>



<p><a href="#_ftnref12" id="_ftn12">[12]</a> Alessandro Rivali, <em>Giampiero Neri – un maestro in ombra</em>, cit., p. 56.</p>



<p><a href="#_ftnref13" id="_ftn13">[13]</a> Giampiero Neri, <em>Utopie</em>, Ares, Milano 2023, p. 119.</p>



<p><a href="#_ftnref14" id="_ftn14">[14]</a> Ivi, p. 125.</p>



<p><a href="#_ftnref15" id="_ftn15">[15]</a> Alessandro Rivali, <em>Giampiero Neri – un maestro in ombra</em>, cit., p. 62.</p>



<p><a href="#_ftnref16" id="_ftn16">[16]</a> Giampiero Neri, <em>Poesie 1960-2005</em>, cit., p. 23.</p>



<p><a href="#_ftnref17" id="_ftn17">[17]</a> Cfr Alessandro Rivali, <em>Giampiero Neri – un maestro in ombra</em>, cit., pp. 134-139.</p>



<p><a href="#_ftnref18" id="_ftn18">[18]</a> Giampiero Neri, <em>Utopie</em>, cit., p. 41.</p>
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		<item>
		<title>L’urlo e il furore. Ecco perché la mostra di Munch a Milano è una delusione</title>
		<link>https://www.pangea.news/munch-mostra-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Oct 2024 04:34:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Dejanira Bada]]></category>
		<category><![CDATA[Edvard Munch]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[mostre]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=101167</guid>

					<description><![CDATA[<p>È difficile spiegare perché si ami l’arte. Per me, andare a una mostra, è come fare un pellegrinaggio in un tempio, un cammino spirituale. Mi spinge la stessa motivazione che mi porta ad andare a perdermi nei deserti del mondo. Cerco Dio, forse me stessa. Cerco ciò che non si può descrivere con le parole. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>È difficile spiegare perché si ami l’arte. Per me, andare a una mostra, è come fare un pellegrinaggio in un tempio, un cammino spirituale.</strong> Mi spinge la stessa motivazione che mi porta ad andare a perdermi nei deserti del mondo. Cerco Dio, forse me stessa. Cerco ciò che non si può descrivere con le parole. Cerco il silenzio, la contemplazione, e certi artisti sembrano aver creato le loro opere proprio per agevolare tutto questo.</p>



<p>Forse ho troppe pretese, forse per me l’arte è quasi una forma sacra di religione, ed è per questo che <strong>ho trovato deludente <a href="https://www.palazzorealemilano.it/mostre/il-grido-interiore" target="_blank" rel="noreferrer noopener">la mostra di Milano <em>Munch. Il grido interiore</em></a></strong><em><a href="https://www.palazzorealemilano.it/mostre/il-grido-interiore" target="_blank" rel="noreferrer noopener">.</a> </em>In verità, sono anni che le mostre a Palazzo Reale sono deludenti. Sono mostre per chi non frequenta le mostre. Sono forme d’intrattenimento. Sono contentini dati a chi vuole passare un’oretta facendo qualcosa di “culturale”, di diverso, possibilmente per farsi un selfie.</p>



<p>Sia chiaro, vale comunque la pena di andare a vedere Munch a Milano, anche solo per opere come <em>Le ragazze sul ponte, Disperazione </em>del 1894<em>, La morte di Marat (1907), Notte stellata (1922–1924), Malinconia (1900–1901), </em>lo stupefacente<em> Autoritratto tra il letto e l’orologio (1940–43), Vampiro (1895), Autoritratto all&#8217;inferno (1903</em>). Anche se prevalgono le opere su carta.</p>



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<p><strong>Però una riflessione è d’obbligo. Perché le mostre, in Italia, e soprattutto a Milano, sono sempre così povere e scarse?</strong> Perché non si prendono tre piani di Palazzo Reale e non si fa una retrospettiva di Munch degna di questo nome, capace di attirare anche appassionati dall’estero? Non ci sono i soldi? Milano s’accontenta, potrebbe dare e fare molto di più, e invece no, perché tanto c’è la moda, basta e avanza. <strong>Una Milano che appena si varca il confine della Svizzera risulta provinciale, perché se la tira come una grande città europea pur non essendolo, e lo si evince anche dalle mostre che propone, specchietto per le allodole sotto a una cappa non solo d’inquinamento ma di superficialità.</strong></p>



<p>Ma tanto lo sappiamo, l’Italia è un paese che pubblica libri per chi non legge libri, musica per chi non ascolta la musica. E allora ecco una mostra di Munch diventare un evento multisensoriale, un luogo dove imporre divertimento ed emozioni, invece di lasciare le persone a contatto con i propri pensieri e sentimenti, al cospetto dell’atrocità della morte. Becere note di piano riecheggiano in almeno due sale, così, senza motivo, senza nessun senso, forse per rendere il tutto conciliante e piacevole. Ma c’è di peggio. Di fianco al dipinto <em>Disperazione</em> c’è un televisore accesso da cui emerge una voce che in loop e ad alto volume spiega delle cose di una banalità imbarazzante sull’<em>Urlo, </em>e con tono divertito, ovviamente insistendo sul risultato d’asta di un pastello venduto a più di cento milioni di dollari, sul fatto che esistano i rotoli di carta igienica con <em>L’Urlo </em>e addirittura una emoji. Inoltre, ci dice anche che le varie versioni dell<em>’Urlo</em> devono essere esposte raramente e su turni, che in realtà suona più come una scusa per dire: <em>“Guardate che tanto qui, L’Urlo che tanto cercate e che siete venuti a vedere per farvi un selfie perché tanto conoscete solo quello, non c’è”</em>. Infatti, appena girato l’angolo, ecco comparire appesa al muro una litografia dell<em>&#8216;Urlo</em> del 1895. Inutile dire che tutte le persone se ne stavano ammassate davanti al televisore oppure in un’altra fantastica sala, una stanza di specchi con uno schermo al Led gigante (il tutto sempre tra soporifere note di pianoforte concilianti) sul quale vengono trasmessi giochi di luci e colori. Perfetto per un Reel su Instagram. &nbsp;</p>



<p>E allora quello che ci si chiede è: perché? Perché si devono allestire delle mostre in questo modo? Manco fossero per bambini… <strong>Perché viene fatta passare per una grande retrospettiva di Munch quando non lo è? Per chi sono fatte veramente queste mostre?</strong> Perché i critici, e i giornalisti, e gli scrittori tacciono e ormai sembrano come quei genitori che vanno a picchiare i professori anziché prendersela con il proprio figlio che non studia?</p>



<p>Qualche settimana fa ho partecipato a un incontro alla Pinacoteca di Brera in cui si parlava della condizione dei musei in Italia, durante la presentazione del libro <em>Museologia del presente</em>. <em>Musei sostenibili e inclusivi si diventa. </em>I vari ospiti, tra cui il Direttore di Palazzo Reale, Domenico Piraina, in qualche modo ci hanno risposto: le mostre, oggi, devono attirare gente, i musei devono diventare luoghi dove divertirsi, intrattenersi, al passo con i tempi. Non più luoghi per pochi dove non venivano messe nemmeno le didascalie di fianco ai quadri perché se conosci l’opera buon per te e benvenuto altrimenti arrangiati. Perché l’arte non è mai stata democratica. Servono soldi, è necessario vendere biglietti, attirare i giovani abituati ai social, bisogna dare un’esperienza e non una mostra. Ben vengano bottoni da schiacciare, fogli da colorare, schede da sfogliare, note di pianoforte, video, e chi più ne ha più ne metta. Ma la mia domanda è: perché all’estero le cose sembrano sempre fatte meglio e le mostre sono spesso enormi e hanno sale intere separate da tutto il resto per televisori o laboratori? È il pubblico italiano a volere questo – un pubblico con il più basso tasso di lettori in Europa – o lo si sottovaluta? <strong>Perché invece di livellare tutto non si pensa a ricostruire un sano piacere per la conoscenza, per l’introspezione, per la riflessione, per entrare in contatto con i propri sentimenti e soprattutto con quelli dell’artista?</strong> L’invito – ormai esplicito – sembra essere quello non soltanto di pensare, ma anche di guardare tutti allo stesso modo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="825" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Edvard_Munch_1893_The_Scream_oil_tempera_and_pastel_on_cardboard_91_x_73_cm_National_Gallery_of_Norway-825x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101168" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Edvard_Munch_1893_The_Scream_oil_tempera_and_pastel_on_cardboard_91_x_73_cm_National_Gallery_of_Norway-825x1024.jpg 825w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Edvard_Munch_1893_The_Scream_oil_tempera_and_pastel_on_cardboard_91_x_73_cm_National_Gallery_of_Norway-242x300.jpg 242w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Edvard_Munch_1893_The_Scream_oil_tempera_and_pastel_on_cardboard_91_x_73_cm_National_Gallery_of_Norway-768x953.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Edvard_Munch_1893_The_Scream_oil_tempera_and_pastel_on_cardboard_91_x_73_cm_National_Gallery_of_Norway-600x745.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Edvard_Munch_1893_The_Scream_oil_tempera_and_pastel_on_cardboard_91_x_73_cm_National_Gallery_of_Norway.jpg 870w" sizes="(max-width: 825px) 100vw, 825px" /><figcaption class="wp-element-caption">Edvard Munch, <em>L&#8217;Urlo</em>, 1893</figcaption></figure>



<p>Il silenzio è troppo disturbante, lacerante. Nel silenzio si possono trovare le risposte che cerchiamo, le verità che non ci diciamo. Le emozioni spiacevoli non servono più a niente. Che farsene, poi, della riflessione, che tanto rischia di coincidere con la follia e di farci sentire fuori contesto.</p>



<p>Al termine della breve mostra, poco prima del bookshop, c’è stampata sul muro una frase di Munch che dice: “Attraverso la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato, ma anche di aiutare gli altri a comprendere la propria”.</p>



<p>Di fianco a questa scritta c’è una foto di Munch che ci guarda dritto negli occhi.</p>



<p>L’ho guardato, l’ho scrutato, e l’ho ringraziato<em>.</em></p>



<p>E poi entri nel bookshop e trovi la rana Kermit sul poster dell<em>’Urlo</em>, i portachiavi, e pure un tabellone gigante con stampato sopra <em>L’Urlo,</em> con un buco sulla faccia, dietro al quale, ovviamente, ci si può fare la foto.</p>



<p>So che è giusto che sia anche così, so che i musei non sono cattedrali moderne (o forse sì) e che bastano le vere cattedrali a rimanere vuote. So che in questo paese non posso pretendere di vedere una mostra come quella di Rothko a Parigi alla Fondation Louis Vuitton, dalla quale si esce dopo almeno mezza giornata sfiniti, inebriati, emozionati, che neanche dopo una scopata, che neanche il giorno del proprio matrimonio. <strong>So che sarebbe impossibile proporre una mostra di Munch come quella di quarant’anni fa, proprio a Palazzo Reale, curata da Gianfranco Bruno e Guido Ballo, una vera e puntuale retrospettiva che rivelò l’incanto dell’angoscia, Munch e il suo dolore, senza sotterfugi. E sì, c’era anche <em>L’Urlo</em> (1893).</strong> Oggi sarebbe un sogno proibito, semplicemente impensabile. Tutto si è complicato, tutto si è impoverito.</p>



<p>Va bene, non cambierà nulla, già lo so. Però, come in ogni democrazia, voglio almeno il diritto di lamentarmi.</p>



<p><strong><em>Dejanira Bada</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Edvard Munch, Autoritratto con braccio di scheletro&nbsp;(1895)</em></p>
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		<title>Kafka a Milano: ascensori, mostri, ossobuco e bordello con prostitute annoiate</title>
		<link>https://www.pangea.news/franz-kafka-milano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jul 2022 02:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Max Brod]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Silvano Calzini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 4 settembre del 1911 Franz Kafka, in compagnia del suo migliore amico Max Brod, arriva alla Stazione Centrale di Milano, quella di allora che era nell’attuale Piazza della Repubblica. Sono di passaggio. Vengono dalla Svizzera, dove dopo essere stati a Zurigo si sono fermati qualche giorno a Lugano. La città è avvolta in una [&#8230;]</p>
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<p><strong>Il 4 settembre del 1911 Franz Kafka, in compagnia del suo migliore amico Max Brod, arriva alla Stazione Centrale di Milano, quella di allora che era nell’attuale Piazza della Repubblica. </strong><strong>Sono di passaggio.</strong> Vengono dalla Svizzera, dove dopo essere stati a Zurigo si sono fermati qualche giorno a Lugano. La città è avvolta in una cappa di afa opprimente. L’Osservatorio di Brera registrò in quei giorni massime di 35 gradi. Forse era già iniziato il riscaldamento globale, ma a quei tempi non la facevano tanto lunga. Era molto caldo e basta.</p>



<p>I due amici lasciano i bagagli in stazione e si avviano a piedi verso il centro per cercare un albergo. <strong>Si sistemeranno al Grand Hotel Metropole, allora uno dei più lussuosi di Milano e che negli anni Trenta verrà abbattuto per lasciare spazio all’Arengario.</strong> Mentre Max Brod fissa le camere, Kafka resta a qualche passo di distanza in piedi nella grande hall. Guarda incantato il via vai di clienti che entrano ed escono a getto continuo e dei fattorini dell’albergo che, carichi di valigie e borse di ogni forma e dimensione, corrono da una parte all’altra simili a tante piccole formiche che portano la loro briciola di pane. In quella gran baraonda a colpirlo sono anche gli ascensori che salgono e scendono senza sosta come pistoni di un motore e a ogni viaggio sputano fuori dalle porte persone per ingurgitarne di nuove subito dopo. Sembrano insaziabili. Secondo non pochi studiosi questo spettacolo sarà l’ispiratore del grande albergo che ritroveremo nelle pagine di <em>America</em>, uno dei suoi romanzi.</p>



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<p>I diari dei due amici raccontano le impressioni riportate in parallelo. <strong>Kafka ha un’impressione positiva di Milano e dei suoi abitanti, di cui osserva con attenzione i volti e i gesti, ma la Scala lo delude.</strong> Si aspettava qualcosa di spettacolare, di maestoso, di imponente e invece il celebre tempio della lirica è un’edifico modesto, colorato di giallino, dalle linee semplici ed essenziali. Sobrietà lombarda allo stato puro. Forse anche un po’ troppo per i due amici che al primo momento non lo riconoscono neppure. Invece apprezza in modo particolare la Galleria Vittorio Emanuele per la sua doppia natura di luogo chiuso e aperto nello stesso tempo.</p>



<p>Quando arriva di fronte al Duomo, nonostante la somiglianza con la Cattedrale di San Vito a Praga, a prima vista resta un po’ scettico. Troppo imponente per i suoi gusti. Però, dopo avere visitato l’interno della cattedrale, <strong>i due salgono sul tetto e dall’alto Kafka resta quasi ipnotizzato a fissare il “carosello” dei tram che girano nella piazza giù in basso, come un bambino con il naso schiacciato di fronte a una vetrina i giocattoli.</strong> Poi a colpirlo sono i doccioni che adornano il Duomo. In effetti sono tipici dell’architettura gotica e vengono chiamati anche gargolla o garguglia. Spesso sono ornati con figure di animali fantastici o mostruosi che avevano il compito di spaventare gli spiriti maligni e tenerli lontani dall’edificio. Uno in particolare attira la sua attenzione e Kafka lo descrive in questo modo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>«Una doccia in forma umana alla quale sono sottratti la spina dorsale e il cervello affinché l’acqua piovana trovi una via».</strong></p></blockquote>



<p>Max Brod invece è distratto e insofferente, teme di contrarre il colera, di cui ha letto sui giornali svizzeri, e smania per andarsene al più presto da Milano. Il suo umore peggiora ancora di più dopo una cena consumata in un ristorante di Piazza Mercanti. Su consiglio del cameriere mangiano ossobuchi con funghi porcini e bevono birra. Pessima scelta. Il piatto si rivela pesante e poco indicato in una serata così calda, i funghi poi hanno uno strano sapore, tanto che Max teme di essere stato avvelenato. Franz sorride alla sua maniera di fronte alle fisime dell’amico, però anche lui non è rimasto soddisfatto. <strong>Già da tempo medita di diventare vegetariano e la cena di quella sera potrebbe anche essere la goccia che fa traboccare il vaso. Per di più la birra di Milano è molto diversa da quella di Praga, ha l’odore della birra, ma il sapore del vino.</strong> Va un po’ meglio con i due sorbetti che hanno preso per dessert, ma nel complesso si alzano da tavola insoddisfatti e già preoccupati per la digestione che non si preannuncia semplice.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1008" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/2019-08-07-5-1565198190-1008x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91910" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/2019-08-07-5-1565198190-1008x1024.jpg 1008w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/2019-08-07-5-1565198190-295x300.jpg 295w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/2019-08-07-5-1565198190-768x780.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/2019-08-07-5-1565198190-600x610.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/2019-08-07-5-1565198190.jpg 1063w" sizes="(max-width: 1008px) 100vw, 1008px" /></figure>



<p><strong>Dopo cena i due amici hanno l’infelice idea di andare al Teatro Fossati dove assistono, senza capire una parola, a uno spettacolo in dialetto milanese.</strong> Tempo sprecato se non fosse per la particolarità del Teatro Fossati di avere due facciate. Una, la più antica e originaria, dà sulla piccola Via Rivoli, l’altra, aggiunta in un secondo tempo, si affaccia sul trafficato Corso Garibaldi e con il tempo ha finito per diventare l’ingresso principale, anche perché è stata adornata con statue e decorazioni in cotto che non l’hanno fatta diventare un capolavoro, ma senz’altro qualcosa di particolare. A Kafka, naturalmente portato verso tutto quello che ha un sapore di originalità, questa doppia esposizione del teatro piace molto.</p>



<p><strong>Per rifarsi, i due decidono di fare una visita “Al vero Eden”, in Via San Pietro all’Orto, dove ha sede il più famoso bordello milanese frequentato da nobili e alto borghesi<em>.</em></strong>&nbsp;All’epoca per un viaggiatore andare a puttane in trasferta era un <em>must</em>, un modo per conoscere meglio il luogo che stava visitando. Ma l’atmosfera fredda e asettica del casino, unita all’aria annoiata delle prostitute, indispone sia Kafka sia Brod. Si aspettavano qualche sorriso, dei balli, un po’ di stuzzichini per i clienti in attesa, e invece incontrarono solo musi lunghi e sguardi calcolatori, allora Franz convince Max ad andarsene senza “consumare”.</p>



<p>Si conclude così la breve visita di Kafka a Milano. Il giorno dopo, sempre insieme all’amico Brod, prenderà un treno per Parigi.</p>
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		<title>Virus batte Dio 10 a 0. L’invisibile ci attrae, ci atterra, ci terrorizza. Viaggio pandemico verso la bellezza eclatante</title>
		<link>https://www.pangea.news/virus-dio-editoriale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 10:46:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Manzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’invisibile ci attrae, ci atterra, terrorizza. Al momento, il virus vince Dio 10 a 0. Le Chiese si svuotano, i supermercati rigurgitano di fedeli. Gli uomini in mascherina, per strada, sembrano appartenere a una nuova setta. In Chiesa il prete, megafono dell’organizzazione mondiale della sanità, magnifica l’ordine, avvisa di non dare la pace, che non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/virus-dio-editoriale/">Virus batte Dio 10 a 0. L’invisibile ci attrae, ci atterra, ci terrorizza. Viaggio pandemico verso la bellezza eclatante</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’invisibile ci attrae, ci atterra, terrorizza. Al momento, il virus vince Dio 10 a 0. Le Chiese si svuotano, i supermercati rigurgitano di fedeli.</strong> Gli uomini in mascherina, per strada, sembrano appartenere a una nuova setta. In Chiesa il prete, megafono dell’organizzazione mondiale della sanità, magnifica l’ordine, avvisa di non dare la pace, che non introdurrà l’ostia nella bocca dei fedeli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Affascinante. La fede si scioglie al sole del contagio: ma non dovremmo credere in Dio fino alla morte, proprio perché c’è qualcosa oltre la morte?</strong> Effettivamente, crediamo nell’invisibile potenza del virus più che nel contagio della fede in Cristo. Nelle Chiese, vuote come l’eco nel deserto, decuplica la paura: il prossimo non è fratello, è ostile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Manzoni, con candido cinismo, racconta – capo 32 dei <em>Promessi sposi</em> – la fatidica processione che dovrebbe, in favor di Dio, stroncare la peste, mentre ne rinforza il potere. <strong>“Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero</strong>, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima”. La sagacia di Manzoni è crudele: un conto è la fede, un conto il fanatismo; un conto l’obbedienza, un conto la presunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica mattina, treno. Da Rimini verso il Nord. Il contagio si moltiplica, i passeggeri non parlano d’altro. l’uomo scopre la propria atroce solitudine, la sua connaturata pericolosità: ci si guarda con sospetto, ognuno è un contagio. D’altronde, siamo vivi, corpi corrotti dai bacilli, spugne grevi di virus. <strong>È la purezza, al contrario, che dovrebbe essere sospetta, è agghiacciante. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vorrebbero dare un volto al Coronavirus – se avesse un brutto viso la nostra preoccupazione svanirebbe.</strong> Se fosse un nemico visibile. Restiamo corpi estetici, crediamo che ogni cosa abbia un corpo, possa essere corrompibile, corrotta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche nella Bibbia è raccontata la pestilenza: secondo il primo libro delle Cronache, “il Signore mandò la peste in Israele; caddero settantamila Israeliti” (<em>1 Cr</em> 21, 14). La pestilenza accade quando Davide, il prediletto, è re. Davide decide di censire i suoi sudditi, di dare un corpo al proprio potere: non capisce che i numeri sono il segreto di Dio, che niente è proprietà del re, che il primo è il primo dei servi. Così, Dio lo punisce. <strong>L’immagine della peste è plastica: “Davide, alzàti gli occhi, vide l’angelo del Signore ritto fra terra e cielo, con la spada sguainata in mano, tesa verso Gerusalemme”</strong> (<em>1 Cr</em> 21, 16). La peste riporta equilibrio tra i patti che legano Israele a Dio: Davide riconosce di aver peccato di presunzione, costruisce una “casa del Signore Dio”, un tempio, perché la maledizione si scombini in bene e si torni al dialogo con l’invisibile. Allora, “il Signore ordinò all’angelo e questi ripose la spada nel fodero” (<em>1 Cr</em> 21, 27).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, i fatti non sono consecutivi, ma naturali. <strong>Se non vogliamo leggere i segni, per lo meno intendiamo la prova, proviamoci.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli uomini, impalliditi dal contagio, privi di contegno, pavidi, sembrano più belli: tutti vedono le cose come cose ultime, che brillano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Stazione di Milano. Cancellano i treni. Al posto di defluire, il traffico umano dilaga. Salgo sul Frecciarossa. Ritardo di un’ora. Dopo un’ora, cancellano il treno. Caos. Schianto. Urla. Chiedo informazioni a una deputata a dare informazioni. Meglio non viaggiare. Certo, ci arrivo anch’io, ma le contingenze, il contagio… Domani ci sono gli stessi problemi, fa. Quindi, chi passa per Milano è obbligato a restarci, dico. È un problema planetario, non posso farci nulla, fa l’informatrice. Esito: un gorgo umano s’infogna nel solo treno in partenza, verso Napoli, che parte con tre ore di ritardo. Ora: se il rischio è tanto importante, i treni vanno cancellati, e stop. Il paradosso, altrimenti, è radicale: nel treno una vocina avverte di lavarsi spesso le mani, benché gli uomini siano accatastati, carne su carne, giocando a ping pong con i virus.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Una ragazza, mascherata, è al telefono con la madre, preoccupata. Di fronte al pericolo, tutti vogliono conservare la bastarda vita che bestemmiano ogni giorno. <strong>Una signora è radicale: le pestilenze sono utili a falciare l’umanità, siamo in troppi, se capitasse a me, mi andrebbe bene. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ero sul Lago Maggiore – giornata di abbagliante splendore. <strong>I fiori sembrano le migliaia di bocche del nostro mostro interiore. Convertiti, convertiti, mi fa, la coscienza in migliaia di fiori, indicando le montagne, bianche. </strong>Riccardo Sappa, avvocato di dilagante nitore, dice che lo scrittore è colui che apre dei passi tra i monti impervi, che sa seguire i lupi, l’etica delle loro tracce, che impara, eventualmente, a cavalcarli. Marco Merlin mi fa leggere una egloga che ha uno sfarfallio di versi bellissimi:</p>
<p>Non c’è innocenza, ogni intenzione è sporca,<br />
ma tu sai la retorica che serve<br />
perché il dono sia un rischio e porti in sé<br />
l’innesco della decomposizione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Qui il contagio è la bellezza, inesplicabile, mi dico. Il lago non riflette, recupera i contorni, li precisa, fa scempio di ciò che deve essere conservato, rende lecito l’indimenticabile. Con Maura ci raccontiamo la vita, per liberarcene. Qualcosa di invisibile mi scassa, mangia – una fermezza più salutare. (d.b.)</p>
<p><em>*In copertina: Guido Reni, &#8220;L&#8217;arcangelo Michele schiaccia Satana&#8221;, 1636</em></p>
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		<title>“Facebook è oscurantista, a questo punto chiudiamo la Cappella Sistina, c’è troppo sesso”. Dialogo con Rosangela Betti, dalla mostra più esplicita dell’anno</title>
		<link>https://www.pangea.news/rosangela-betti-intervista-alessandro-carli-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Feb 2020 09:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ho conosciuto (…) attrezzata delle sue foto di una creatura meravigliosa, la diciannovenne Angela Allegrezza, da lei scovata e fotografata. Da quel momento sono stato sempre curioso e vorace degli incontri fotografici (…) con il Femminile. Mi ha colpito una sua capacità di guardare il corpo di una donna che non so se definire maschile [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Ho conosciuto (…) attrezzata delle sue foto di una creatura meravigliosa, la diciannovenne Angela Allegrezza, da lei scovata e fotografata. Da quel momento sono stato sempre curioso e vorace degli incontri fotografici (…) con il Femminile. <strong>Mi ha colpito una sua capacità di guardare il corpo di una donna che non so se definire maschile o supremamente femminile.</strong> Una donna che fotografa una donna e se ne avvampa. Un incendio”. Giampiero Mughini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Cara (…), vorremmo contare su di te per la mostra ‘Sexxx &amp; Pop – l’immaginario erotico dalla rivoluzione sessuale all’avvento del porno digitale’ perché hai dato un contributo creativo importante. Come è noto, la rigida censura operata da Facebook rende difficile la sponsorizzazione di termini come ‘sex’ e ‘porno’, e quindi…”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73410 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/mostra-300x150.jpg" alt="" width="526" height="263" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/mostra-300x150.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/mostra-768x384.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/mostra.jpg 1000w" sizes="(max-width: 526px) 100vw, 526px" />La “Cara” di cui sopra mi scrive: <strong>“Facebook è finto moralista. Per due tettine ti bannano, per i culi e altre sconcezze no”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La “Cara” è <a href="http://www.pangea.news/confesso-gli-iniqui-dopo-aver-conosciuto-la-discendente-del-marchese-de-sade-riapro-il-mio-studio-alessandro-carli-dialoga-con-rosangela-betti-la-fotografa-amata-da-mughini/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Rosangela Betti</strong></a> (<a href="http://www.rosangelabetti.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">www.rosangelabetti.it</a>). Le chiedo se ha accettato l’invito alla mostra meneghina. Mi inoltra quello che ha detto agli organizzatori. “Erotismo intimo e di doverosa bellezza, per quanto riguarda il sex, mi sta bene. Per il sex porno es importante che ci sia Giovanna Casotto. Es lei in mia foto&#8230; Noi insieme libro abbiamo fatto”. E mi aggiunge: “Con un editore che non ci meritava. Venduto un fottio di libri e a noi nemmeno una lira o ringraziamento. Io e Giovanna incazzate”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mostra <a href="https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/sexxx-pop/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Sexxx &amp; Pop”</a> è in programma dal 14 febbraio al 25 maggio 2020 alla Fabbrica del Vapore di Milano. Le info si trovano online.</strong> A volo radente, verranno esposte le opere di Guido Crepax, Andrea Pazienza, Leone Frollo, Paolo Eleuteri Serpieri, Paola Mattioli. Oltre a quelle di Rosangela Betti, sono annunciate le performance di artiste indipendenti a immagini di una sorridente Moana Pozzi. Insomma, come disse il giornalista Tullio Giacomini a Maurizio Costanzo, un’esposizione da vedere “con una mano in tasca”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le tue immagini sono state esposte, tra le altre cose, anche in Provincia di Udine quando, un paio di anni fa circa, venne organizzata la mostra “Donne &amp; Fotografia”. In quell’occasione, assieme agli scatti di Tina Modotti, Dorothea Lange, Diane Arbus, Sarah Moon e Annie Leibovitz, c’erano anche i tuoi. Ora ti hanno chiamata a Milano. Cosa non va a Rimini? A quanto sembra, ti è difficile essere profeta in patria</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Io non sono una fotografa, ho solo documentato la mia vita. Le mie fotografie sono intrise di romanticismo, amore, poesia. A Rimini non sono accettata per il semplice motivo che ho la cattiva abitudine di dire la mia opinione pubblicamente e ‘quinci al colle e al monte&#8230;’. <strong>Come ha detto Corrado Augias, sono felliniana. A Roma, ogni volta che uscivo, mi dicevano: ‘Se ti vede Fellini ti fa un film’. Fellini per me è il più grande regista del mondo:</strong> onirico, sognatore, psicologico e con un grande capacità di dare e di amare. Come me. Ora che Rimini festeggia i 100 anni dalla sua nascita e lo omaggia con tante manifestazioni io ne sono assolutamente esente. lo trovo veramente fantastico!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-73411 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/foto2-2-300x300.jpg" alt="" width="400" height="400" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/foto2-2-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/foto2-2-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/foto2-2-333x333.jpg 333w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" />Possibile che il nudo possa far ancora paura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il nudo non fa paura: crea emozioni. E i miei nudi romantici ed erotici ancora di più. <strong>Facebook censura i seni ma non i culi. Chi li ritrae è vittima di oscurantismo. E allora propongo di chiudere la Cappella Sistina perché piena di sesso maschile di ogni età, dal putto al vecchio.</strong> Ci sta pure il femminile alla Cappella. Qualche seno, ma solo in certe raffigurazioni: il resto coperto. Il seno è la cosa più bella al mondo. È quello che ogni essere umano vede e sente. È quella da cui si nutre dal primo vagito, da quando entra in questo mondo fantasticamente bieco”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la differenza, per te, tra erotismo e pornografia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“L’erotismo è la magnificenza la realtà raffigurata. La pornografia non esiste. La trovo volgare e quindi inaccettabile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ti colpisce di un corpo maschile o femminile quando decidi di fotografarlo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Del corpo femminile mi colpiscono la bellezza, il romanticismo, la complicità, il sogno e la visione dell’altra me. Solo in chambre noir diventa, nel buio, quel sentimento metafisico della bellezza che mi governa da sempre. Del corpo maschile? La prima volta che sono entrata alla scuola d’arte F. Mengaroni di Pesaro avevo 12 anni. Sono rimasta paralizzata nel vedere la statua bianca in gesso del David di Donatello. Aveva una foglia di fico su qualcosa che non sapevo cosa e come fosse. Dopo molti anni ne ho appreso la bellezza e il desiderio di essere posseduta. Da allora mi ha governata una sana gelosia del cazzo. No, non è una metafora: è la verità. Lo volevo prendere e dare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Milano porterai Giovanna Casotto. Ci racconti come vi siete conosciute?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Adoro da sempre Giovanna Casotto. Dalla prima volta che ho saputo della sua esistenza. Ci siamo conosciute tramite l’editore Trentini che mi ha chiamata perché voleva alcune foto mie da pubblicare su una sua rivista sua. Ho detto no: ‘Voglio fotografare Giovanna Casotto’. Giovanna l’avevo vista su una rivista, non ricordo quale. <strong>Si presentava così: ‘Casalinga che fa fumetti hard’. Era vestita solo con il grembiule da cucina e in mano teneva un cucchiaio di legno. Giovanna è venuta due volte da me a Rimini: è partita da Milano e abbiamo fatto fotografie abbastanza esplicite.</strong> Era timida, non sapeva cosa fare. Io dico sempre alle mie modelle: ‘Seducimi e poniti come vuoi, le fotografie si fanno in due’. E non parlo. Musica di sottofondo. Praticamente è un rapporto d’amore che dura un’ora, ore, mesi, anni. Dipende. Ho iniziato a fotografare, inconsapevolmente, per poi fare dei dipinti. Tutte le volte che mi venivano a trovare amici e amiche dicevo: ‘Spogliati che ti faccio le foto’. Le facevo sviluppare e stampare in formato 10&#215;15. Salvavo le più interessanti e buttavo via i negativi. Bieco! Nel 1980 ho iniziato a fare fotografia d’arte per mostre e pubblicazioni. La pittura non era più di mio interesse e ho trovato il mezzo fotografico più congeniale: tutto in un click. All’epoca ci facevamo fotografie anche alla fine di rapporti consumati, quando le lenzuola erano ancora calde. Oggi si chiamano selfie. Giovanna è stata un’esperienza che mi è rimasta nel cuore: è fantastica e ci siamo trovate subito in sintonia. Da tutto ciò ne è nato un libro, <em>La carne &amp; lo spirito</em>. Giovanna con il suo fumetto hard, io le fotografie. Con lei, in alcuni scatti, ci sono anch&#8217;io”.</p>
<p><figure id="attachment_73412" aria-describedby="caption-attachment-73412" style="width: 486px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-73412" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/me-medesima-300x228.jpg" alt="" width="486" height="369" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/me-medesima-300x228.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/me-medesima-1024x779.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/me-medesima-768x584.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/me-medesima-1536x1169.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/me-medesima-2048x1558.jpg 2048w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/me-medesima-1320x1004.jpg 1320w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /><figcaption id="caption-attachment-73412" class="wp-caption-text">Rosangela Betti, &#8220;me medesima&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come nascono le tue fotografie?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Non ho mai fotografato modelli o modelle ma solamente persone che ho incontrato. <strong>Nudi maschili, femminili, transessuali e me medesima. Tutto lo scibile umano che amo e odio in pari misura. Non ho mai scopato con i miei modelli e modelle ma ho fotografato alcune e alcuni miei amanti. Di due uomini ho distrutto i negativi. Il primo era un francese incontrato per strada, bello biondo, occhi azzurri.</strong> Mi ha portato a casa sua in Rue de Rivoli. Bella casa. Mi ha indicato una fotografia. Sua moglie. Molto bella. Non c’era: era in Camargue. Dopo essersi posto come una femmina, gli ho fatto le foto nudo, seduto per terra vicino alla finestra. Poi mi ha portata in un locale. E per la prima volta ho visto un transessuale. Era bellissimo e se non me lo diceva lui, io non lo avrei capito. In compagnia di un ragazzo che avrei voluto tutto per me. Il secondo vero maschio era siculo e ha saputo fare il suo dovere. Lo dico perché solo il 90% degli uomini sa come usare il suo attributo del cazzo. Unica pecca: durante l’esplicazione teneva i calzini. Oggi mi pento di aver buttato via i negativi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è il sesso?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il sesso è solo una pratica ginnica. Per me es <em>l’amour tout le jour</em> che mi governa. Ho vissuto tutto e in ampie situazioni. Di ricordi che hanno lasciato un imprinting direi pochi. Ne avrei voluti solo due. Una con lui, uno con lei senza tutti gli altri. Ho una storia che ancora mi rimbomba dentro. Passione, amore e desiderio. Ci siamo consumati. Erano gli anni 70. Bellissimi anni. Quando è esplosa la voglia di amare e provare esperienze senza il moralismo del cazzo che mi ha ucciso per tutta la vita. Anche allora ci facevamo le foto nudi dopo aver consumato. Erano private. Era peccato. E anche lì niente negativi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanti anni hai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Ho 37 anni di fotografia. Di storie ne avrei da raccontare. Le ho tutte scritte dal 1980 in poi e aspettano di essere pubblicate. Siccome sono mie, nessuno, penso – e non ci provo nemmeno – me lo pubblicherà. Lo farò da sola. Per Officina Betti Edizioni ho fatto uscire il libro <em>Ana/ Lisboa</em>. Oggi le mostre fotografiche che ci sono in giro sono del cazzo. <strong>Belli i tempi di Helmut Newton e di Robert Mapplethorpe. Erano gli anni 80. Per me l’Avanguardia di oggi è solo dozzinalità.</strong> Tutti scrivono cazzate, tutti fotografano cazzate. Amen”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sarai a Milano per la mostra, presumo…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Sarò a ‘Sexxx &amp; Pop’ con la mia giovane fidanzata, molto giovane… non ditelo a mia moglie Auronda, però, che non può venire. Abita a London Bridge. A parte tutte le storie che ho vissuto… è il bianco&amp;nero che mi manda di testa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Carli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: una creazione fotografica di Rosangela Betti</em></p>
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		<title>“Exit in fiamme racconta come la banale retorica dell’ottimismo si scontri con le solitudini, le disperazioni, l’annullamento, e le rivolte. È la storia di un europeo qualunque trafitto dal Potere”: Luigi Balocchi dialoga con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/luigi-balocchi-intervista-matteo-fais/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2020 08:43:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Emersioni]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Balocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fais]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La più grande stronzata ripetuta a oltranza è che vengono pubblicati troppi libri. Sì, forse troppi noir, thriller e gialli da autogrill. Ma di testi che affondino le radici in uno sguardo onesto e senza infingimenti sul presente si sente decisamente la mancanza. Il realismo latita. L’unico genere che sembri essersi preso l’onere di raccontare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/luigi-balocchi-intervista-matteo-fais/">“Exit in fiamme racconta come la banale retorica dell’ottimismo si scontri con le solitudini, le disperazioni, l’annullamento, e le rivolte. È la storia di un europeo qualunque trafitto dal Potere”: Luigi Balocchi dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La più <strong>grande stronzata</strong> ripetuta a oltranza è che <strong>vengono pubblicati troppi libri</strong>. Sì, forse troppi noir, thriller e gialli da autogrill. Ma <strong>di testi che affondino le radici in uno sguardo onesto e senza infingimenti sul presente si sente decisamente la mancanza</strong>. Il realismo latita. L’unico genere che sembri essersi <strong>preso l’onere di raccontare il nostro tempo</strong> è la <strong>distopia </strong>e lo fa, spesso, servendosi della trasfigurazione entro uno scenario futuro che esaspera per rendere più chiara e visibile l’attualità. In Italia – come al solito – non è che la tendenza sia diffusissima rispetto all’Europa e al resto del mondo. Uno dei pochi casi è quello rappresentato da <strong>Luigi Balocchi</strong> con <a href="http://www.emersioni.it/prodotto/exit-in-fiamme/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Exit in fiamme</em></strong></a> (Emersioni, 2019). Il romanzo è la storia di <strong>una tragedia che va sempre più prendendo piede nel disinteresse generale</strong>, osservata attraverso la lente letteraria di un <strong>giornalista </strong>oramai decisamente rotto alla vita e ai meccanismi del Potere – di cui, è appena il caso di precisarlo, anch’egli è in una vaga misura complice. L’ambientazione è <strong>Milano</strong>, vista come <strong>sineddoche di una decadenza generale dello Stivale e del resto del pianeta</strong>. E, mentre la città si fa sempre più invivibile, fisicamente e moralmente desertificata, il protagonista si addentra nei meccanismi malati che la dominano silentemente come un cancro prossimo a distruggerla.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autore, con sfacciato coraggio e allusioni spesso molto palesi a quella realtà meneghina che lo circonda ogni giorno, ha voluto <strong>raccontare questo male che oramai è sempre più vicino a ognuno di noi e in cui è facile riconoscere molte delle facce che ogni giorno occupano il piccolo schermo, internet, e i vari avamposti della propaganda strisciante</strong>. <em>Exit in fiamme</em> è un <strong>romanzo sul Potere</strong> e su un mondo che presto arriverà al vertice del suo degrado – una denuncia che non dovrebbe passare inosservata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72539 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/01/foto-1-49-197x300.jpg" alt="" width="256" height="390" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/foto-1-49-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/foto-1-49-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/foto-1-49-768x1169.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/foto-1-49-1009x1536.jpg 1009w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/foto-1-49-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/01/foto-1-49.jpg 1200w" sizes="(max-width: 256px) 100vw, 256px" />Il tuo libro, <em>Exit in fiamme</em>, è una distopia, genere che negli ultimi anni ha conosciuto una nuova vitalità, dopo che i grandi classici del passato avevano per così dire spianato la strada. In tempi a noi più vicini abbiamo avuto Saramago con <em>Cecità</em>, Cormac McCarthy con <em>La strada</em>. Qui in Italia, recentissimamente, c’è stato Franz Krauspenhaar con <em>Brasilia</em>. È d&#8217;obbligo, dunque, domandarsi perché la distopia? Per raccontare un futuro imminente e minaccioso, per spiegare il presente? Perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sinceramente non credo nei generi letterari. Credo nella letteratura che narra storie di uomini e donne. Così ho sempre fatto, dai tempi del bandito Sante Pollastro (in <em>Il diavolo custode</em>, Meridiano Zero 2007), fino all’omicidio di una giovane studentessa pavese (in <em>Il morso del lupo</em>, GoWear 2015). <strong>Per me, filosofeggiare è da pirla. La letteratura, se fatta bene, è una strada che tutto ha in sé e che a tutto conduce.</strong> In ciò, ho sempre raccontato quel che è stato, il passato, per spiegare, innanzitutto a me stesso, quel poco di presente che ci tocca. Con <em>Exit in Fiamme</em>, mi è saltato per la testa il futuro che cova i suoi germi qui, ora, nelle nostre concrete vite. Il futuro imminente, minaccioso, pulsa ovunque e ovunque lo intravedo; innerva le vite, le nostre. Io sono sempre stato sulla strada, i suoi dolori, le sue angosce. E non c’è nulla di più vero che abbracciarli e gettarli in là, più avanti, dove i giorni si fanno nebbia e fuoco e tutto si rivela perduto. È quanto sta accadendo in questa parte di Occidente, dove la banale retorica dell’ottimismo, di ciò che potremmo definire le magnifiche sorti progressive, si scontra con le solitudini, le disperazioni, l’annullamento, le rivolte. <em>Exit in Fiamme</em> è quindi questo: la storia di un europeo qualunque, trafitto (a modo mio) dal Potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La storia che racconti finisce per coinvolgere il mondo, ma tu circoscrivi la narrazione a Milano, quasi fosse il centro di irradiazione del male. Palesemente, la città della Madonnina è una sineddoche, la parte che rappresenta il tutto. Già, ma di cosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Milano è il mio <em>bus negher</em> (buco nero). Sono un lombardo che spesso parla in dialetto e bene conosce questa parte di terra. Milano è la faccia perbene, votata a futuribili meraviglie, la punta di diamante dell’efficienza finanziario-progressista del mondo globale. Io vedo la faccia, quell’altra, la nera, nascosta, oscura che è fatta di solitudine, di cocaina a vagonate, di un elevatissimo tasso di suicidi, di sradicamento e silenziosa, misera, disperazione. <strong>Cosa ho fatto, dunque? Non ho fatto altro che raccogliere tutti i disastri del mondo e concentrarli qui, nella strabiliante e falsa Milano. Perché l’ho fatto? Perché Milano è essa stessa la vetrina del mondo. Io, quella vetrina, l’ho spaccata.</strong> E ne sono felice.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo il libro pensavo che non è un caso se il tuo protagonista è un giornalista («Tutti scriviamo tonnellate di cazzate […] Sono trent’anni che insieme ci occupiamo delle pagine del Tempo Libero. Il nostro forte son le nuove mode. Siamo dei draghi con la birra che si trinca, l’evento, il trend, il cool, le mattane di tendenza. Siamo i re dei trafiletti della metropoli che diverte e si rinnova. Trent’anni…»). I giornali sono il Potere, o più propriamente il megafono di questo. Il tuo è un testo contro il Potere, o sbaglio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Potere, qualsiasi Potere, ha sempre in sé qualcosa di criminogeno. I giornali sono le sue casematte, mi sembra dicesse qualcuno. <strong>Per anni mi sono occupato di cronaca locale, la nera, quella vera, per giornali di provincia. È da lì che ho capito la differenza tra quel che accade nel reale e chi, al contrario, ha in mente un certo tipo di società e usa l’informazione a tal fine.</strong> Tranne rarissimi casi, il giornalismo attuale è davvero il cane da guardia del Potere. Tonnellate di parole inutili e vane son lì a dimostrarlo. Detto questo, io non denuncio nulla e niente. Io vedo. Ciò che vedo lo sciacquo nel mio immaginario grottesco e così lo propongo. Facciamoci una domanda: perché le principali testate giornalistiche nazionali danno sempre minor spazio alla cronaca nera? Perché la verità, il reale che sberleffa l’artificio di una società che si vuole destinata a un radioso futuro, dà fondamentalmente fastidio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Uno dei motivi per cui ho apprezzato particolarmente <em>Exit in fiamme</em>, oltre allo stile forte e mai barocco, l’atmosfera cupa magnificamente descritta, è il fatto che, pur nella trasfigurazione distopica, il tuo libro parla della REALTÀ, la grande assente, a mio avviso, della letteratura attuale. Non pare anche a te che in essa, come nella quotidianità in generale, si parli soprattutto di cazzate, invece che del mondo intorno a noi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io vengo dalla scuola dialettale del Maggi, del Porta, del Tessa, dal realismo lombardo che affonda le sue radici estetiche nei contadini dipinti dal Moretto, dal Savoldo.<strong> Vengo dal Gadda, dal Testori, dal Brera, da Scerbanenco, Svampa e compagnia bella. <em>Exit in Fiamme</em> parla della realtà che stiamo già da ora vivendo e lo fa in tono grottesco, a volte disperatamente comico. </strong>Perché il realismo grottesco, quel suo deformare le carni insieme ai pensieri, fa parte di quello stesso spirito gotico che ha scolpito mill’anni indietro la facciata di San Michele in Pavia. Andate a vederla e capirete. Di tutto ciò mi sento un degno testimone. La mia cura è quella di non far mai dei compitini. Di non correggere le storture, bensì accentuarle. Altri che scrivono si sono forse dati il compito di essere carini, puliti, educati nella forma e nella vacua sostanza. Il che significa dir niente e piacere un po’ a tutti. <em>Mì som no inscì</em>. Io non sono così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>“È quasi leggendario per il talento, l’eloquenza e anche la saggezza”. Parlare di Lao-Tse in Piazza Libia: le poesie inedite di Giampiero Neri</title>
		<link>https://www.pangea.news/giampiero-neri-poesie-inedite/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 11 Oct 2019 09:54:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Giampiero Neri sorprende, sempre, la vastità delle letture, da Milarepa a Boris Pasternak, da Melville a Omero e Lao-Tse, in rapporto alla poesia, microscopica, da anatomista dell’attimo, da astronomo delle vite minuscole, liminali, che lambiscono la vita. Immaginare il poeta seduto sulla panchina, negli scarni giardini di Piazzale Libia, a Milano, che parla di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giampiero-neri-poesie-inedite/">“È quasi leggendario per il talento, l’eloquenza e anche la saggezza”. Parlare di Lao-Tse in Piazza Libia: le poesie inedite di Giampiero Neri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Di <a href="http://www.pangea.news/solo-gli-entusiasti-poeti-90-anni-giampiero-neri-intervista-beneaugurale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giampiero Neri</a> sorprende, sempre, la vastità delle letture, da Milarepa a Boris Pasternak, da Melville a Omero e Lao-Tse, in rapporto alla poesia, microscopica, da anatomista dell’attimo, da astronomo delle vite minuscole, liminali, che lambiscono la vita. <strong>Immaginare il poeta seduto sulla panchina, negli scarni giardini di Piazzale Libia, a Milano, che parla di Lao-Tse, l’enigmatico fondatore del taoismo, con un disoccupato, mi fa pensare che un altro mondo esiste, senza esitazioni, che l’uomo fiammeggia, ancora.</strong> <img decoding="async" class="size-medium wp-image-70695 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/non-ci-saremmo-piu-rivisti-434701-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/non-ci-saremmo-piu-rivisti-434701-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/non-ci-saremmo-piu-rivisti-434701.jpg 589w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" />La storia si fa lì, dunque: mentre la città-cloaca, la metropoli-Cocito, ingurgita, sminuzza e digerisce le orde umane, due saggi ne domano la furia famelica. In un lungo articolo – benché sostanzialmente tiepido –, intorno all’ultimo libro di Neri, l’“antologia personale” dal titolo <a href="https://www.interlinea.com/scheda-libro/giampiero-neri/non-ci-saremmo-piu-rivisti-9788868571795-434701.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Non ci saremmo più rivisti”</a> (Interlinea, 2018), Roberto Galaverni, sul “Corriere della Sera”, ha scritto che <strong>“La grande questione del male, della colpa, della responsabilità, diventa una cosa sola con l’etica della scrittura”. Esaspero l’agnizione dicendo che Neri, consapevolmente, modula la poesia in aforisma, in placca esemplare. Intendo: qui il poeta, soprattutto, è un uomo;</strong> la poesia è spina dorsale, l’ambito della disciplina, non gioco retorico ma dizione del rigore d’esistere. Autore fermo e pudico (tra i libri importanti: “L’aspetto occidentale del vestito” e “Liceo”, per Guanda; “Teatro naturale”, “Armi e mestieri”, “Il professor Fumagalli e altre figure”, per Mondadori), d’inesausta ispirazione, come se la poesie fosse una nota sul corrimano del giorno, <strong>qui Giampiero Neri si mostra attraverso un manciata di inediti</strong> che siamo lieti di ospitare. (d.b.)</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>PIAZZA LIBIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scena di piazza Libia, con le sue piante, i cespugli e quei platani in doppia fila che fanno corona, è facile incontrare un personaggio, un uomo sulla cinquantina, disoccupato in apparenza, di nome Giovanni che vive della benevolenza altrui.<br />
È quasi leggendario per il talento, l’eloquenza e anche la saggezza.<br />
Non ha fissa dimora. Per ogni evenienza, durante il giorno, fa capo al giornalaio, che dice di lui: “È puerile, un immaturo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito è seduto su una panchina.<br />
Gli offro un caffè e parliamo un po’. Ho citato un verso di Lao-Tse, il filosofo noto anche per l’oscurità dei suoi testi. Il verso dice: “Sebbene illuminato, apparir come scemo, è questo il segreto essenziale”. Lui ha detto subito: “Ma è una difesa”.<br />
In tanti anni che lo leggo, io non c’ero arrivato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">D’abitudine è intento a giocare a sudoku.<br />
Nel cerchio dei platani di piazza Libia era passato una volta anche un campione di quel gioco, che aveva notato Giovanni e l’aveva invitato a fare una partita. Lui aveva accettato.<br />
Me ne parlava un giorno che andavamo a prendere il caffè. Mi diceva: “Ma io non gioco per vincere, gioco per passione, mi diverto”.<br />
E infatti, aveva vinto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Era stato un cattivo studente, Giovanni, forse non aveva finito le medie e dopo, qualche lavoro qua e là.<br />
Aveva trovato un posto di magazziniere ma, nei primi tempi della crisi, il principale gli aveva detto: “Mi dispiace, tu sei l’ultimo arrivato e devo cominciare da te”.<br />
Così si era trovato a spasso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È di statura media, con tendenza alla pinguedine, ma non si cura del proprio aspetto, tutt’altro che spiacevole.<br />
Ha uno sguardo vivace, espressivo, e un modo pronto di parlare, con la erre francese, anche troppo veloce.<br />
Ha perso i denti incisivi e qualche giorno fa mi ha detto di aver rotto forse l’ultimo pezzo di quel che gli era rimasto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giampiero Neri</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giampiero-neri-poesie-inedite/">“È quasi leggendario per il talento, l’eloquenza e anche la saggezza”. Parlare di Lao-Tse in Piazza Libia: le poesie inedite di Giampiero Neri</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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