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	<title>Migranti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Non basta criticare Salvini e fare i finti umanitari per essere scrittori. Con me cascate male, io vi riderò in faccia, a voi e alle vostre bandiere, alle vostre canzoni patetiche, rivoluzionari del davanzale, indignati da social, militanti di teglie di pasta al forno”: Veronica Tomassini in uno sfogo senza reticenze con Matteo Fais</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Aug 2019 06:33:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sulla maggior parte degli scrittori nutro un dubbio, un dubbio che esula per una volta dalle doti stilistiche e concerne la loro sincerità. Sono tutti così buoni, così umanitari! Non ce n’è uno che sia egoista, che se ne sbatta. Mi pare strano, oltre che statisticamente improbabile. La spiegazione, lo sappiamo tutti anche se con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/scrittori-e-politica-veronica-tomassini-intervistata-da-matteo-fais/">“Non basta criticare Salvini e fare i finti umanitari per essere scrittori. Con me cascate male, io vi riderò in faccia, a voi e alle vostre bandiere, alle vostre canzoni patetiche, rivoluzionari del davanzale, indignati da social, militanti di teglie di pasta al forno”: Veronica Tomassini in uno sfogo senza reticenze con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sulla maggior parte degli <strong>scrittori</strong> nutro un <strong>dubbio</strong>, un dubbio che esula per una volta dalle doti stilistiche e concerne la loro <strong>sincerità</strong>. Sono tutti così buoni, così umanitari! <strong>Non ce n’è uno che sia egoista</strong>, che se ne sbatta. Mi pare strano, oltre che <strong>statisticamente improbabile</strong>. La <strong>spiegazione</strong>, lo sappiamo tutti anche se con reticenza omettiamo di precisarlo, è che <strong>per stare nel giro giusto</strong>, con tutto ciò che ne consegue – festival, saloni, interviste in radio –, <strong>bisogna portare avanti una certa visione, dire ciò che è corretto dire</strong>. Un tempo l’artista organico doveva parlare bene del comunismo, se voleva lavorare. Poi il Partito si è convertito al mercato e all’Europa e tutti, come se niente fosse, hanno accettato il cambio di partitura, continuando a suonare per il medesimo direttore d’orchestra. Naturalmente, nessuno in pubblico lo ammetterebbe – difficile che un delinquente confessi candidamente il proprio crimine. <strong>Sta a chi osserva di capire, ma alcuni sanno mirabilmente far finta di non vedere</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Veronica Tomassini</strong> </a>è in tal senso un unicum. <strong>Umana, ma mai buonista. Sostenitrice dei porti aperti, ma allergica alla dissidenza come professione</strong>. La differenza tra lei e chi sproloquia a favore dell’immigrazione è che <strong>la scrittrice gli immigrati li ha accolti e aiutati in tempi non sospetti</strong>, quando ancora non era di moda nella buona società che legge “La Repubblica” e abita nei quartieri alti. Contrariamente a chi si è limitato a dire che tutti quanti dovremmo prenderci in casa un diseredato, lei l’ha fatto – e questo, mi si perdoni, fa la differenza. Infatti, <strong>quando vede le stesse persone che le chiusero la porta in faccia, nel momento in cui chiedeva aiuto per quella povera gente, stracciarsi le vesti al grido di “No frontiere” e “Carola libera”, una rabbia incontenibile la pervade</strong>. A muso duro, l’ha scritto anche su Facebook. Era impossibile, a quel punto, resistere al desiderio di <strong>raccogliere il suo veleno e gettarvelo in faccia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-69450 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/08/libro1-8-206x300.jpg" alt="" width="206" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro1-8-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro1-8-768x1120.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro1-8-702x1024.jpg 702w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/08/libro1-8.jpg 1000w" sizes="(max-width: 206px) 100vw, 206px" />Cara Veronica, so che tu sei contro la visione salviniana della politica e contro la logica dei porti chiusi, eppure, come hai affermato recentemente in un tuo post su Facebook, c’è qualcosa di peloso e farisaico in tutto l&#8217;umanitarismo oggi così diffuso presso una certa classe intellettuale. Spiegaci bene perché. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">C’è una grande ipocrisia in questo battersi il petto, qualcosa <em>à la page</em>. Funziona, ti rende migliore. Lo fanno tutti. Oggi indossi la maglietta rossa, domani mangi un arancino nel porto di Catania, partigiano nella causa della Sea Watch – mai tanto spirito ridicolo concentrato in un unico luogo –, dopodomani ancora sali sulle barricate del tuo balcone, con i gerani da annaffiare, e inneggi: “Carola libera!”. <strong>Come definirli? I sovversivi del davanzale. Nella mia città, a ogni piè sospinto rispuntano i vegliardi della sinistra. Combattenti catacombali – scusate l’accostamento. Cioè, berciare contro Salvini, nel recente ‘non’ comizio (non ha parlato, non lo hanno fatto parlare), è un po’ scagionare il tarlo dell’inanità.</strong> Se lui è il peggiore, per una questione di contrapposizioni universali, noi siamo migliori: nero-bianco, bello-brutto, buono-cattivo. Il mondo va a sinistra, disse la vedova Mitterand, in visita in questa mia città di provincia, mediocre, primordiale, che si riscopre d’un tratto eversiva. Allora c’era un primo epocale movimento di uomini e non se ne accorgeva nessuno. Voglio dire, non c’erano oltranzisti degli slogan <em>à la page</em>. Uomini dell’Est si spostavano attraversando sentieri clandestini, venivano a crepare da noi, occidentali annoiati, irretiti, distratti. Non se ne accorgeva nessuno, o altrimenti sobbalzavano taluni igienisti puristi del quieto vivere. Cos’è? L’umanità ha fatto un salto della specie? Quelli che allora erano con la pinza al naso son sicura che stavano a protestare al comizio di Salvini, riscoprendosi nelle canzoni di Guccini, imparate per l’occasione, riconoscendosi una voce da reazionari all’uopo, come un neonato sorpreso del proprio vagito. Sono indignata. Provo vergogna, o imbarazzo, un pudore che mi dice: “Stai zitta, nasconditi, non vedere, non prendertela”. No, no, questo mondo sta virando a destra, una destra non ancora collocabile esattamente. <strong>Non chiamiamola destra, chiamiamola l’antagonista confusa (ma incazzata) di una sinistra da attico ai Parioli. La sinistra accecata dalla partigianeria più sfrontata</strong> – hanno un repulisti degno di nota – scrittori tal de tali pronti a salpare per mari lontani, hanno indotto un’opinione segreta, strisciante, non quella che fischia ai comizi di Salvini – quello è solo un tromp l’oeil. La vera opinione tace, digrigna i denti. Vedrete, Salvini lo voterà persino il più terrone tra i terroni, quello sul quale i leghisti hanno indirizzato le loro fatwe più riuscite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sappiamo bene che oggi per gli scrittori è sport nazionale e necessario lasciapassare morale per la casta dei superiori dire peste e corna di una certa parte politica, in particolare di Salvini. Eppure, a me pare che questa sia più una posizione standard da salotto buono, con evidenti ricadute positive per la propria carriera. Insomma, non vi è niente di sconveniente, disdicevole o scandaloso nel dire no al Ministro dell’Interno. Casomai, è quello che ci si aspetta da chi scrive. Al contempo, credo che tutta questa gente confonda lo sbandierare, o anche l’avere realmente dei buoni sentimenti, con l’essere una grande penna. Ma chi ha detto che uno scrittore deve essere buono, o pensare al bene dell’umanità. Tu come la vedi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che un intellettuale debba avere il coraggio di essere persino infimo, un corvo, una scheggia impazzita, il gobbo che suggerisce lo sconveniente, quello che non si deve dire. <strong>Lo scrittore, l’intellettuale, non è detto che debba essere il consegnatario della giusta opinione, del pensiero irreprensibile. Al contrario. Che dica e basta. Senza la leziosità manieristica che si spaccia – dicevo – per sovvertimento.</strong> Ma questo è un altro discorso ancora. Quanta credibilità c’è in un crocchio di intellettuali che prendono parte al tumulto pro Ong con un video sul genere pubblicità progresso? Nella vita, quanta coerenza governa un impegno di questo tipo? Cosa fanno? Hanno salvato qualcuno? <strong>Tolte le feste, le conventicole, l’esagitata presa di posizione in un dottissimo pezzo d’opinione sul giornalone di riferimento, poi, cosa resta? Cosa fanno? Con me cascano male. La mia vita sconfessa il pusillanime vizio di essere dalla parte giusta.</strong> E questo è un altro discorso ancora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Resta il fatto che, comunque, uno scrittore può anche assumere delle posizioni rispetto alla gravità di una certa contingenza, quale quella che stiamo vivendo, senza chiudersi nella torre d’avorio della cosiddetta “eternità” – direi che sarebbe addirittura auspicabile. Tu, per esempio, se non ho male inteso, hai aiutato delle persone in difficoltà. Magari raccontacelo in breve&#8230; Non senza precisare, però, se ti sia mai capitato di conoscere uno scrittore che abbia fatto altrettanto.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stato un caso (io lo chiamerei destino). La mia vita mi ha infilato in una retrovia spaventosa. La mia piccola storia sentimentale è precipitata – senza volerlo, senza saperlo – negli spostamenti apocalittici di una grande Storia. Fine anni ’90. Mi sono innamorata di un uomo, ero una ragazza. Un uomo dell’Est, beveva, viveva per strada, era un clandestino. <strong>Era un immigrato. Cercai di salvarlo da una morte più o meno probabile. Per salvare lui me ne sono cascati addosso altri, simbolicamente tutti, come l’effetto domino che scoperchiava un tombino. </strong>Mi accorsi che ero dentro una guerra, c’erano morti, eroi, feriti, c’era un fronte: ratti dilatati contro integerrimi caporali dell’opinione civile e borghese. Anni vissuti in questo parossismo. Pellegrinaggi nelle mense delle chiese, ambulatori di enti morali. Sensazione da pidocchio respinto. Mendicanti di un’esistenza, noi come gli altri. Non abbiamo trovato casa – anzi usiamo la parolina magica, “accoglienza”. Non c’erano bandiere alzate per loro, ne ho scritto fino alla nausea.<strong> In fondo, i miei romanzi non parlano che di questo. Non li ha salvati nessuno. Non c’erano partigiani dei miei stivali. Questa gente – fischiatori addetti nei comizi di Salvini (un vero ruolo etico, attenzione) –, pronipoti dei girotondini, smidollati con la chitarra che cinguettano canzoni sessantottine un altro po’, mi fanno quasi pena, per l’impudica esultanza. </strong>No, perché poi c’è la vita, la mia è andata in pezzi insieme con molte altre. Ci sono dei morti, che dovrebbero pesare sugli esecutori di slogan alla moda, partigiani all’occasione, dovrebbero sentirsi schiacciati dalla criminale omissione. Ho bussato a tutte le porte, sono diventata un’eretica, un’anticlericale, con la mia fede, non riconoscevo la chiesa di Dio negli uomini che ho incontrato, ai quali supplicavo una possibilità, una sola: “vi prego”. Quante volte l’ho fatto, chiedere, pregare, supplicare? Ah certo, la politica, il Welfare State. L’ho preteso, nel mio ruolo (sono anche una giornalista), interrogavo ora l’uno ora l’altro. Un polacco in chemio moriva sulla panca dove dormiva, dove viveva. Mirek, Ewa, altri nomi, li ricordo, esalavano, a Natale, in una grotta – per morire di freddo ci vogliono appena tre minuti (lo scriveva Orhan Pamuk) –, mentre accanto si disponeva il presepe vivente organizzato dalla parrocchia. Da una parte si moriva, ma gli astanti guardavano interessati poco più in là. <strong>Organizzavano la rappresentazione della nascita del Figlio di Dio, mentre a pochi metri moriva davvero Il Figlio dell’Uomo. Non sono parabole evangeliche esse stesse? Indizi di eternità? Un implicito rimprovero?</strong> E così via. Ho imparato a riconoscere la diabolica discrepanza tra i professatori delle parole da omelie e l’applicazione caritatevole. L’impellenza di salvare l’altro e gli affezionati dei discorsi lunghissimi che alla fine equivalgono a una negazione. Allora oggi dico: non vi credo. Non avete salvato nessuno. Ci sono dei morti. Io sono la testimone. Io li racconterò, io vi riderò in faccia, a voi e alle vostre bandiere, alle vostre canzoni patetiche, rivoluzionari del davanzale. Con me cascate male, indignati da social, divoratori di arancini, militanti di teglie di pasta al forno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu come vedi il rapporto tra scrittura e politica. Insomma, si può evitare di essere politici, quando si prende una penna in mano? E, soprattutto, quando si corre il rischio di piegare la propria penna alla volontà del Potere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’intellettuale è un uomo libero, non un servitore del potere. Uno scrittore non ha padroni, o non lo è.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>“È mai possibile che oggi ci si commuova solo quando si vede il corpo di un bambino morto su una spiaggia turca, come se quella scena fosse parte di un talk-show?”. Dialogo con Valerio Raffaele: ha seguito le rotte dei migranti e ci spiega che cosa accade davvero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2019 08:35:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
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		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La maglia rossa di una rete da cantiere nasconde un pugno di migranti, appollaiati, stipati come bagagli smarriti, su una panchina, davanti a un cancello chiuso. Sulla copertina del libro La rotta spezzata da Istanbul a Horgos, ultima opera del geografo e docente Valerio Raffaele (membro dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG), presidente della sezione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/valerio-raffaele-viaggio-migranti-intervista-linda-terziroli/">“È mai possibile che oggi ci si commuova solo quando si vede il corpo di un bambino morto su una spiaggia turca, come se quella scena fosse parte di un talk-show?”. Dialogo con Valerio Raffaele: ha seguito le rotte dei migranti e ci spiega che cosa accade davvero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La maglia rossa di una rete da cantiere nasconde un pugno di migranti, appollaiati, stipati come bagagli smarriti, su una panchina, davanti a un cancello chiuso. Sulla copertina del libro <em>La rotta spezzata da Istanbul a Horgos</em>, ultima opera del geografo e docente Valerio Raffaele (membro dell’Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG), presidente della sezione di Varese) pubblicata da goWare, trovo una di quelle immagini che i nostri occhi si sono abituati a vedere (o a non vedere), negli ultimi anni. <strong>Vicino alle nostre case, nei parchetti delle nostre città, spesso si raccolgono gruppetti di migranti seduti, nell’eterna attesa di qualcosa che non arriva mai. Che cos’è?</strong><strong> La foto del libro racchiude un reportage, che sembra annotato più che scritto lungo le strade (e tra i sospiri) dei migranti che l’autore ha percorso: si leggono storie di persone in fuga sulla rotta balcanica, testimonianze di volontari e attivisti, di gente comune e giornalisti.</strong> Le tracce tangibili e brutali dell’accordo sui migranti tra Unione Europea e Turchia, del marzo 2016. Il racconto del viaggio inizia da Istanbul, appunto, “un groviglio di vite brulicanti negli intimi meandri della città”, e finisce in “una medina di tende” nella cittadina serba di Horgos, di fronte al muro ungherese, dove non resta che “attraversare l’attesa”, in una miope rincorsa al di là di quel muro, sulle orme di chi è riuscito ad andare oltre questa rotta spezzata e che oggi è alla faticosa ricerca di “brandelli del suo passato da incollare allo scheletro di una nuova esistenza”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68242 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/783199175-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/783199175-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/783199175-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/783199175-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/783199175.jpg 805w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Quando incontro Valerio, mi sorprende la sua pacatezza, la fresca serenità di persona umile ed elegante, al polso un semplice bracciale d’argento, un paio di occhiali che mi restituisce il suo sguardo da bambino. Lo stesso sguardo che indoviniamo nella dedica: “Ai miei genitori per avermi educato allo scorrere del mondo dal finestrino di un treno”.</strong> Partiamo così dal viaggio. Nel suo racconto, scorrono sotto i nostri occhi, centinaia di persone. Le sue parole mi si incollano alla mente, e finisco col sentirmi un po’ in colpa (cosa faccio io?). Allora glielo chiedo. Che cosa ti ha spinto a partire? “Ho cercato di dare voce ai protagonisti, i migranti incontrati, perché si parla tanto di immigrazione, tanti (forse troppi) forniscono i propri punti di vista, politicizzando spesso il tutto, senza lasciare loro spazio. Ho cercato di lasciar parlare loro, seguendo un espediente letterario che mi è venuto in mente leggendo i libri di Svetlana Aleksievic. A queste testimonianze dirette ho affiancato sullo sfondo, da buon geografo, l’attenzione ai luoghi, che poi sono il frutto dell’interazione con l’uomo, sempre in relazione alle migrazioni. Perché sono partito dalla Turchia? Sono partito da Istanbul perché Istanbul è una città “fatta da emigrati e immigrati”, come dice King in <em>Mezzanotte a Istanbul</em>. <strong>Per i geografi, come sostiene Nadia Matarazzo, una geografa campana, Istambul è un gateway delle migrazioni o, come si dice, <em>un hub</em> per un’umanità in continuo movimento. Il percorso ha seguito poi luoghi più conosciuti lungo la rotta balcanica, come Salonicco, Idomeni e Belgrado, molti altri poco battuti e conosciuti, la Macedonia, lo sperduto villaggio di Chamilo, la Bulgaria, Horgos. Il mio è stato un tentativo di mettermi da parte, cercare di ascoltare per poi far emergere le storie e le microstorie:</strong> non solo il viaggio sul quale oggi c’è forse un’attenzione quasi morbosa – pensa solo alla<em> ormai</em> <em>stucchevole narrazione del barcone che affonda</em> – ma anche alla vita precedente alla partenza, ai sogni, le aspettative, il presente che i protagonisti stanno vivendo. <strong>È mai possibile che oggi ci si commuova solo quando si vede il corpo di un bambino morto su una spiaggia turca o quando si vede un barcone in preda alle onde nel Mediterraneo (come se quelle scene fossero parte di un talk-show pensato appositamente per portare lo spettatore a piangere) in una sorta di “bulimia iconografica” (o, per essere un po’ provocatorio, iconoclasta) destinata a durare i secondi di qualche fotogramma? </strong>Per che cosa? Per suscitare uno scatto di pietà derivata dall’orrido, di compassione dal sapore macabro? Come dici tu sono anche un educatore. E come educatore mi chiedo: perché quelle stesse persone che magari (giustamente) si commuovono di fronte a certe immagini, non provano le stesse emozioni di fronte alle immagini di una serie di migranti seduti su delle panchine con il telefono in mano? In quel caso manca la spettacolarizzazione dell’evento. Eppure. Che ne sappiamo delle storie che stanno dietro quelle persone sedute su delle panchine? Dietro quell’immagine di apparente normalità? Ci sarà gioia, <em>fancazzismo</em> (pensa alla frase fatta: “chi gli avrà dato quei telefonini di ultima generazione?”), delusione, depressione? Ci dovrebbero interessare di meno forse, semplicemente perché non li si vede annegare o non li si vede già morti? O forse l’obiettivo è proprio quello, farli vedere il giusto necessario, per poi farli scomparire dalla nostra vista, il come non importa?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Facciamo un esempio: nel libro si parla del muro sul fiume Evros, al confine tra la Tracia greca e turca: “quando il muro non c’era, la gente comune del posto si prodigava nel dare una mano con vestiario, cibo o altro ai migranti di passaggio. Quando c’è stata l’idea del muro molta di quella stessa gente è stata d’accordo nel costruirlo. <strong>Da allora i migranti hanno iniziato ad attraversare il fiume, con il risultato che, negli anni, i morti annegati sono stati diverse centinaia. Come sono da considerarsi quelle persone del posto? Prima buone e, poi, cattive? O forse dietro c’è solo mancanza di informazione e di conoscenza, di comprendere che quel muro ha avuto sì l’effetto di ridurre i passaggi in quel punto ma per aumentarne in altri </strong>(sulle isole greche di fronte alla Turchia facendo di quel tratto di mare un cimitero) non risolvendo affatto il problema?” Non è forse quello che sta accadendo con l’Italia? “Esattamente: la via libica verso la penisola è chiusa (anzi i porti sono chiusi, il mare continua a fare vittime)? Si sono aperte di nuovo vie verso la Spagna e la Grecia. Si è spostato solo il problema. Qualcuno potrebbe obiettare (giustamente) che gli sbarchi in Italia sono calati (dimenticando però di dire che i morti in mare ci sono sempre). <strong>Omettendo anche di dire che dovremmo essere un’Europa sola, e che spostare il problema da una parte all’altra del continente aiuta ad affossarla, questa nostra Europa. Intendiamoci, è sacrosanto evitare il più possibile le partenze via mare, prima di tutto per salvaguardare la vita stessa di chi parte. Ma è chiaro che farlo chiudendo dalla sera al mattino i porti senza alcuna strategia dietro equivale a chiudere una cella con delle persone dentro, buttare via la chiave infischiandosene di chi è rimasto dentro.</strong> Oltre che essere non accettabile (e irrispettoso dei diritti umani) è una <em>non-risposta emozionale</em> e non una risposta razionale. È una risposta che ci vuole far rimanere (e credere di essere) nell’emergenza e che non ha nulla di reale nel governo delle migrazioni. Il quale può avvenire attraverso l’unico modo che non solo l’Italia ma, purtroppo, anche l’Europa non prende in considerazione, ovvero aprire delle vie legali (regolamentate) alla gestione dell’immigrazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale sarebbe questa via legale? “In Italia abbiamo una legge dell’immigrazione che ha circa vent’anni, che ha fatto acqua da tutte le parti e pensata da due uomini politici ormai ai margini. Eppure guai a toccare il tema. Sul tema dei rifugiati poi basta guardare il positivo riscontro dei corridoi umanitari: </strong>eppure non vengono incentivati e sono poco conosciuti, pur essendo una risposta utile alla soluzione di un problema ampio, per paura di politicizzare la tematica. Al riguardo, si sta assistendo a un imbarbarimento delle posizioni. Negli anni ’80, con la guerra del Libano, ricorderai che nessuno obiettò sulla necessità di ospitare dei rifugiati libanesi in Italia (ricordo che ce n’erano alcuni anche nella nostra provincia). Allora nessuno metteva in dubbio che in Libano c’era una guerra civile e che era sacrosanto dovere solidale fare la propria parte. Oggi circola più informazione eppure tutti sono pronti a mettere in dubbio tutto (in questo le fake news fanno la loro parte). <strong>Se non sbaglio i migranti a bordo della famosa nave Diciotti erano in gran parte eritrei. L’Eritrea è un paese terribile per chi ci nasce, basta passare un pomeriggio di ricerca in internet (su siti affidabili), o studiare qualche buon manuale universitario di storia e geografia per rendersene conto. In quanti lo sanno? E in quanti (probabilmente molti di più) sono pronti a mettere in discussione un dato oggettivo, la terribile tirannia di Afewerki in Eritrea, bollandolo come falso, citando magari una “news” priva di fondamento postata da un amico?</strong> Siamo arrivati al punto che tutti possiedono le proprie verità, sicuramente ci saranno persone in rete che affermano tranquillamente che in Siria, Afghanistan, ecc. si sta benone. Come no. Ecco, credo che negli ultimi quarant’anni, forse perché è venuta meno la memoria nazionale (e continentale) delle nostre guerre, è venuto meno anche un razionale sentimento di solidarietà. <strong>Quarant’anni fa avremmo sacrificato parte del nostro benessere per aiutare un libanese. Faremmo lo stesso oggi per un siriano o un eritreo? Il problema di fondo forse è l’indifferenza.</strong> E la mancanza di curiosità, di quella volontà di approfondire per saperne di più”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo all’immagine distorta del migrante sul gommone, il messaggio che passa è quello del <em>migrante poveraccio</em>, lo conosciamo tutti. “Educativamente parlando andrebbe fatto un passo avanti. <strong>Mostrare in continuazione migranti con il salvagente crea lo stesso effetto dall’immagine del bambino africano con la pancia gonfia nell’immaginario collettivo (anche sui manuali di scuola, come ben saprai). Credo che tutto ciò non solo non sia giusto (ed eticamente scorretto), ma non è neanche un modo acritico, neutrale diciamo, per vedere la situazione.</strong> A Lesbo, un afghano mi ha caricato sul telefono un video girato tra Turchia e Grecia dove si vedono dei migranti in un mare in burrasca con le imbarcazioni di soccorso impegnate nel tentativo di salvarli. Il video si conclude con un migrante che sta per scomparire tra le onde. Al rientro l’ho proiettato una sola volta durante un corso di formazione per insegnanti, in altri incontri tenuti nelle scuole, per insegnanti o alunni, poi non l’ho mai più proiettato. Un po’ perché avrei foraggiato, diciamo, quell’immagine bulimica che ci perseguita da quando arrivò il primo gommone albanese negli anni ’90. Un po’ perché mi sono chiesto: quel video, passata l’emozione del momento, non va a togliere un po’ di quel sentimento di lungo periodo, di quella più razionale comprensione indispensabile per capire meglio un fenomeno? È più commovente l’immagine della tomba di un siriano seppellito nel villaggio greco di Sidirò a due passi dalla Turchia o quella del cadavere di Aylan Kurdi in braccio all’uomo che l’ha tirato fuori dalla risacca? Certo, una lapide ha forse anche il senso-significato di ripararci da un qualcosa, che poi è la morte, che non vogliamo vedere. Ma ha senso fare delle graduatorie del genere? <strong>E allora perché emozionarsi in un caso e rimanere impassibili nell’altro caso? È possibile trovare una via di mezzo? Ecco, il mio tentativo educativo è quello di lasciare il lettore nel guado, riempirlo di dubbi che poi, a mio parere, il dubbio intendo, è il sale dell’educazione. La retorica sull’immigrazione dei mass media è profondamente impersonale, ci fa pensare a qualcosa di astratto, di lontano.</strong> Nel libro, invece, sono lì, di spalle, hanno un nome (a volte, per ovvi motivi, inventato o con le sole iniziali), sono vicino, entrano nel concreto della narrazione. Sono vicini come quei migranti che incontriamo sulle panchine dei nostri parchetti, che girano con le biciclette sulle nostre strade (anche nel tuo paesino, Linda!), che la spingono a piedi in salita, stringendo il manubrio tra le mani. Il velo d’acqua che scorre sui detriti di un torrente colora spesso il guado di sfumature grigiastre. Due esempi tratti dal libro: a Istanbul ho intervistato una ragazza, mi ha lasciato impresso una sua affermazione: “non voglio essere considerata una “<em>poor minded</em>”; a Salonicco ho raccolto una testimonianza scritta di una persona che voleva essere chiamata per nome e cognome, non catalogata sotto l’etichetta di rifugiato”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Passiamo al capitolo rifugiati, appunto e alle organizzazioni internazionali. Leggo: “Sulla strada sono posizionati un paio di grossi bidoni della spazzatura targati UNHCR” e penso alla frase: “le scritte WELCOME REFUGEES pitturate sui muri sfilano lente sotto gli occhi di chi ci cammina accanto”. Tutti i giorni vediamo sventolare le belle bandiere azzurre con la scritta bianca UNHCR alla tivù. “La questione dell’accoglienza e della gestione dei migranti nei campi greci è piuttosto complessa. Non ho avuto l’opportunità di farmi un’idea esaustiva. Tuttavia, dalle testimonianze raccolte dai migranti stessi ma anche da volontari impegnati al loro interno, ho la sensazione che si guardi più all’immagine che alla sostanza. <strong>Lasciando perdere le strutture (del fatto che si tratti di campi malconci basta l’occhio esterno o anche una semplice passeggiata, per rendersene conto. Attorno a Salonicco si tratta di ex capannoni industriali, nel libro parlo di un hotel di lamiere, o strutture che un tempo ospitavano campi militari parecchio scomodi da raggiungere) mi pare che il tutto si limiti agli aspetti, come dire, logistici.</strong> Si individua un’area (come ti dicevo piuttosto lontana dai centri abitati) dove sistemare i container o le tende, un’area dalle quali il più delle volte (almeno quelli che ho visto, a parte Filakio nella Tracia greca che è un centro di detenzione e un campo bulgaro, anch’esso di detenzione, appena al di là del confine) è possibile uscire – comunque si tratta di aree recintate e controllate –, si servono i pasti, con il resto della giornata dato in mano a associazioni di volontari, ong e via dicendo per la scuola, corsi vari ecc. L’assistenza sanitaria non sempre è presente. Mi è capitato di accompagnare in pronto soccorso una donna siriana insieme a dei volontari di un campo, era pomeriggio e il medico in quel campo c’era solo al mattino, dall’alto nessuno si è preso la briga di prendere in mano la situazione. <strong>Quanto all’organizzazione del tempo libero anche qui nulla di particolare. Sei in Grecia, uno può pensare che in fondo una domenica al mare (o una gita in autobus) ai bambini ospitati nei campi non sarebbe tutto sommato una cosa impossibile da organizzare. Invece nulla. Per questo dico che la gestione dei campi da parte delle grandi organizzazioni (a partire dall’ONU) sia attenta più alla logistica che, tornando al discorso educativo, all’educazione o alla pedagogia.</strong> Un caro amico che da anni viaggia regolarmente in Medio Oriente e conosce dall’interno la realtà mi ha detto che di fronte alla scelta di 1) costruire una scuola e farla funzionare bene (con docenti, materiale, personale tecnico ecc.) e 2) costruire due scuole e lasciarle lì, senza poi dotarle del necessario per essere davvero efficienti, l’ONU preferisce questa seconda soluzione. In un campo greco mi sono state riportate queste parole di una ragazzina siriana che riassumono al meglio tutta questa situazione: “Qui (nel campo greco al quale mi riferisco nel libro, quello di Lagkadikia nei pressi di Salonicco) sembra di stare in una Siria senza le bombe”. Parole forti per certi aspetti, che forse racchiudono anche la disillusione di chi si aspettava un’Europa diversa. Diverso il discorso dei campi macedoni. In Macedonia ce ne sono due ai due confini (Gevgelia a sud, dal quale, ai tempi del mio viaggio, non si poteva uscire, e Tabanovce a nord, più aperto e con controlli più laschi). C’è tutta una riflessione da fare al proposito su un concetto molto geografico quale quello di confine. <strong>Tutti i confini che ho attraversato sembravano seguire il medesimo spartito: un estremo controllo da parte dello Stato al confine di ingresso, una maggiore “rilassatezza organizzativa” dello Stato stesso (e una maggiore attività dei trafficanti) al confine d’uscita. Il tutto in un contesto di confini sigillati intendo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E come ci arriva il<em> povero</em> migrante al confine (o al confino, come dici tu)? “Contando sulle proprie forze, su quello che si ha nello zaino, anzi il più delle volte lasciandosi dietro anche quello, per alleggerirsi di più per attraversare più facilmente un confine difficile (come lo sono quelli tra Grecia e Macedonia e soprattutto Macedonia e Serbia dove agisce la mafia albanese) e ritrovarsi dall’altra parte (in un ambiente di nuovo molto normativo) dove rifare le proprie “scorte” e avviarsi verso gli altri confini e ripetere la stessa trafila. La tendopoli di Horgos, di fronte al muro ungherese, seguiva la stessa logica di confine. Una tendopoli tirata su dai migranti stessi, poca assistenza, la polizia serba che andava a fare un giro la sera (mandando via gli intrusi se ce n&#8217;erano), con poco o nulla da portarsi dietro “dall’altra parte”. <strong>Oggi che i flussi nell’area balcanica hanno coinvolto anche l’Albania e la Bosnia Erzegovina, sono quelle le nuove terre di nessuno, i nuovi confini fortificati, luoghi di nascita di nuovi paesaggi collettivi, paesaggi naufragati nei confini della (dis)umana ancorché ancestrale voglia di segnare il territorio segmentandolo nei propri domini, domini attraversabili a patto di avere il passaporto giusto per attraversarlo o la quantità giusta di soldi per comprare quel passaporto che dà il diritto di entrare nel dominio giusto.</strong> Horgos, ma anche i villaggi macedoni di Vaksince e Lojane al confine con la Serbia dove agisce la mafia albanese, Chamilo in Grecia al confine con l’oggi Repubblica Nord di Macedonia: tutti paesaggi di confine, gli ultimi due specialmente aree che potremmo definire “parastatali” dove esiste il paradosso di logiche ferree di confine che lasciano briglia sciolta al traffico di esseri umani. Chamilo è uno di questi paesaggi marginali e naufragati. Ho visto e fotografato di tutto: un bavaglino steso sull’albero, scatole di pastiglie, scarpe dalle suole lisciate, lattine e vaschette di alluminio per il cibo, cartoni del Lidl. Tutti allineati, come una linea di frontiera. Il vero confine, il paesaggio di confine, era forse quello? Diverso da Horgos, dove almeno uno è tranquillo di essere arrivato in fondo e di dover solo attraversare l’attesa”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Arriviamo al capitolo sesso. Il desiderio erotico dei migranti. La voglia improvvisa che prende i migranti che vedono con i loro occhi i corpi deliziosamente spogli delle donne occidentali in bikini: “Il discorso sul potenziale ruolo pedagogico (che nella realtà non hanno) dei campi si collega anche al discorso del sesso. Immagina ragazzi arrivati per lo più da Paesi nei quali quasi certamente, soprattutto se provenienti da aree rurali, non hanno mai visto in pubblico le gambe nude di una donna e si ritrovano di punto in bianco a vedere sulle spiagge di Lesbo donne in bikini o in topless. Uno shock culturale, per loro è come vedere un film porno.</strong> O meglio, è come vedere nella realtà quello che magari hanno già visto dai loro telefonini (sembra per esempio che il Pakistan sia in testa nello scaricare filmati pornografici). Però, appunto, dal vero, e per la prima volta. E non da piccoli. Mettendomi nei loro panni, quando facevamo quei discorsi, è come se mi fossi rivisto da piccolo quando al mare entrai in contatto visivo con la diversità (e l’attrazione) femminile. Il primo seno! Nella nostra società abbiamo avuto (o dovremmo avere avuto), noi maschi intendo, il tempo per capire e interiorizzare tutto il conscio (bene), il subconscio (benino o maluccio), non ovviamente l’inconscio, che ci sta dietro queste visioni. Ma, appunto, nella nostra cultura ciò è avvenuto fin da piccoli, in un contesto che per noi è (dovrebbe essere) normalità. Per loro non è così. E da adulti tutto è molto più difficile. <strong>E allora mi chiedo: chi, come, quando si dovrebbe iniziare ad attutire questo shock culturale? Ammetto che prima del viaggio io stesso ero scettico sui corsi di “educazione al comportamento” con l’altro sesso, diciamo così, che la Svezia aveva da tempo pianificato per i nuovi arrivati, in particolare per quelli di religione musulmana. Anche i cristiani mediorientali, per dire, sono più integralisti dei cristiani europei. Ora, ho letto recentemente che anche la Germania sta avviando corsi di questo genere.</strong> <strong>Credo che servano anche in Italia.</strong> Ecco, per esempio agire sulla sfera culturale-pedagogica (in ambito sessuale in questo caso) partendo già nei campi di accoglienza è un altro tipo di intervento che non avviene nei campi stessi, magari anche a fronte di persone che per mesi ci risiedono. Poi, fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato: parlando delle donne ci sono diversi gradi di emancipazione anche all’interno della stessa nazionalità. Nel caso della Siria ho incontrato donne siriane più emancipate e altre meno (e la pietra di paragone non è solo la questione del velo). A fare la differenza sono una serie di fattori come l’educazione, l’appartenenza familiare, l’area di origine. Damasco è diversa da Idlib, Aleppo è diversa da Banias. Le grandi città maggiormente aperte alle innovazioni sono delle incubatrici di modernità. E ogni città possiede le sue microgeografie: a Kabul esiste un’area ristretta del centro città dove le donne sono scoperte, mi ha detto a Lesbo Ramesh l’afghano, per poi concludere dicendo che quelle erano donne di malcostume semplicemente perché non si coprivano. <strong>Dovremmo rileggere il passato, educare forse i nostri studenti anche a un’altra Storia, fatta di un passato lungo di relazioni dove non sono esistite solo le crociate e le invasioni saracene o il cosiddetto “scontro di civiltà”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro, rispetto al precedente <em>Le mani </em>sull’Ucraina, si scopre l’autore, vengono alla luce le sue paure, le sue debolezze: “<em>La rotta spezzata</em> è più un reportage esperienziale con riflessioni che hanno l’intento di portare il lettore ad interrogarsi e a riflettere, con un linguaggio sicuramente più divulgativo che non quello usato nel libro sull’Ucraina. Si tratta in definitiva di due lavori partiti entrambi dall’analisi sul campo ma che sono stati pensati con obiettivi diversi e quindi strutturati in forma diversa. Sicuramente posso affermare che c’è molto più di me in questo secondo libro che non nel primo. Per gli incontri diversi, per i temi trattati, per lo spazio e i tempi dedicati alle persone incontrate. <strong>C’è più di me anche per gli eventi: l’essermi trovato in Turchia durante quel 16 luglio 2016 quando andò in scena il colpo di stato, descrivere la nottata di quel colpo di stato come ho fatto nel libro ti porta inevitabilmente a scoprirti maggiormente. La paura è un sentimento riflesso, quando ho saputo che era in atto il colpo di stato ho esitato un attimo all’inizio ma poi non ho resistito e son dovuto uscire a vedere. Se non l’avessi fatto sono sicuro che oggi sarei qui a rimpiangere di non aver messo la macchina fotografica nello zaino e di non essere uscito quella sera. L’istinto mi ha portato a non voler perdere l’occasione.</strong> Certo, la paura è subentrata dopo, nel tornare certamente alla pensione attraversando il bazar deserto e buio di Ayvalik, ma soprattutto la paura riflessa, vale a dire quella paura generata da quel senso di colpa di chi a casa si sta preoccupando per te. In questi termini si può dire che sì, ho avuto paura. E credo che sia normale averla provata. Anche se so che qualora dovesse ricapitarmi una cosa del genere difficilmente me ne starei rintanato in una camera d’albergo”. Insomma, Valerio, non vuoi rispondere alla mia domanda: ti sei innamorato? “Quanto alla questione dell&#8217;innamoramento me la cavo così: certamente con Nour si è creato un legame particolare, ci siamo sentiti per parecchio tempo anche dopo la mia visita a Stoccolma. Diciamo che sostituirei la parola “innamorato” con “infatuato”: anche perché, come riporto nel dialogo con un ragazzo afghano, con le donne sono un vero disastro!”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/valerio-raffaele-viaggio-migranti-intervista-linda-terziroli/">“È mai possibile che oggi ci si commuova solo quando si vede il corpo di un bambino morto su una spiaggia turca, come se quella scena fosse parte di un talk-show?”. Dialogo con Valerio Raffaele: ha seguito le rotte dei migranti e ci spiega che cosa accade davvero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Se ti attaccano sul piano personale significa che non trovano difetti in quello che fai. In ogni caso, io non mi fermo davanti a nessuno”: Francesca Totolo, la Dama Sovranista, dialoga con Matteo Fais</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2019 07:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Altaforte]]></category>
		<category><![CDATA[Dama Sovranista]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Totolo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Fais]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[ONG]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una cosa è certa, la gente non si fida più delle fonti ufficiali di informazione. Le masse hanno capito l’inganno istituzionalizzato e cercano disperatamente voci indipendenti, antagoniste, libere. Così Francesca Totolo catalizza tutta una popolazione stanca e rabbiosa – le “classi subalterne” schifate dal solito Gad Lerner di turno. Si tratta di quelli che non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francesca-totolo-intervista-matteo-fais/">“Se ti attaccano sul piano personale significa che non trovano difetti in quello che fai. In ogni caso, io non mi fermo davanti a nessuno”: Francesca Totolo, la Dama Sovranista, dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una cosa è certa, <strong>la gente non si fida più delle fonti ufficiali di informazione</strong>. Le masse hanno capito l’inganno istituzionalizzato e <strong>cercano disperatamente voci indipendenti</strong>, antagoniste, libere. Così <strong>Francesca Totolo</strong> catalizza tutta una popolazione stanca e rabbiosa – le “classi subalterne” schifate dal solito Gad Lerner di turno. Si tratta di quelli che non ne possono più delle ridicole prese in giro spacciate dalla propaganda di Stato e delle edulcorate favolette che i radical chic raccontano a uso e consumo di sé stessi. <strong>Tutta quella gente vuole la verità. Sono disgustati dai soliti giri di parole, dalle menzogne, e gli applausi partono con gioia liberatoria</strong> per questa giovane donna che dice pane al pane e vino al vino, smascherando senza paura il Potere. È un’umanità varia, delle più diverse età, quella che accorre alla presentazione cagliaritana del suo <strong><em>Inferno Spa</em></strong> (Altaforte, 2019). Sanno tutti dell’<strong>esclusione subita dall’editore al Salone del Libro di Torino</strong> e hanno sete di rivalsa. <strong>Da tempo seguono la Totolo su Facebook e Twitter, ma hanno voglia di vederla in faccia</strong>, di sentirsi meno soli nella convinzione che tante, troppe cose in Italia siano opache, mai chiarite, taciute per tenere calmi gli animi. Palesemente, loro non ci stanno e lei meno che mai.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67763 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-39-235x300.jpg" alt="" width="235" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-39-235x300.jpg 235w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-1-39.jpg 600w" sizes="(max-width: 235px) 100vw, 235px" />Francesca, qual è la tua opinione su quanto successo ad Altaforte in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Apparentemente la censura è partita dal post di uno dei membri del comitato, Christian Raimo, per poi divenire un caso politico. È proseguita con Lagioia, portando successivamente tutta la Sinistra allineata a chiedere l’epurazione di Altaforte. In ultimo, è giunto il supporto istituzionale, ovvero la richiesta dell’ormai ex Presidente della Regione Piemonte, Chiamparino, e del Sindaco di Torino, Chiara Appendino. <strong>Malgrado ciò, continua a non essere ben chiaro come tutto abbia avuto inizio. Non si comprende neppure il motivo, visto che il testo incriminato di Chiara Giannini è una semplice intervista a Salvini. Non si fa un elogio dell’interessato. Sono cento domande a cui il Ministro dell’Interno ha risposto e nulla più. In realtà, a mio avviso, si è trattato di una scusa per non avere Altaforte al Salone. </strong>E ciò non tanto per la vicinanza di alcuni membri a CasaPound, ma perché il mio editore risulta scomodo ai sacerdoti del politicamente corretto imperante, in ragione dei libri che pubblica. Sì, direi che si è trattato di una scusa, una gigantesca scusa per giustificare una censura che non si era mai vista prima d’ora. Il che è ridicolo considerato che, nello stesso spazio che ha rifiutato Altaforte, campeggiava un gigantesco stand di una casa editrice dell’Arabia Saudita pieno di libri con donne velate in copertina. Eppure sappiamo benissimo cosa succede in quel Paese, con i diritti delle donne quotidianamente calpestati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i metodi che segui nella compilazione dei tuoi pezzi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di solito parto da una notizia, chiedendomi se sia tutto vero quello che è stato scritto in merito. Così inizia la mia attività di ricerca, un’attività che si svolge prevalentemente su Internet. <strong>Oramai il web è diventata la principale fonte di informazione – direi che questo è uno degli aspetti maggiormente positivi della modernità. Bene o male in esso è possibile rintracciare tutto o quasi, o almeno <em>ciò che vogliono far rintracciare</em>.</strong> Ecco, da lì inizia la mia analisi, da una curiosità. Poi entra in gioco la volontà analitica di andare fino in fondo, di non fermarmi mai al primo step di ricerca. Voglio sempre vedere oltre la narrazione diffusa e il politicamente corretto che insieme alle <em>false flag</em> e alle <em>fake news</em>, deforma la realtà dei fatti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai avuto dei modelli giornalistici che ti hanno guidata nella tua attività?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho avuto diversi ispiratori, colleghi che hanno avuto il coraggio di esporsi e uscire fuori dal perimetro del politicamente corretto. Penso, per esempio, al mio direttore a “Il Primato Nazionale”, Adriano Scianca. Ma citerei anche Gianandrea Gaiani, una delle firme più importanti come reporter, con grandi competenze sulla Difesa e una strepitosa capacità di analisi rispetto a tutto ciò che concerne la guerra e i conflitti che si sono avuti negli ultimi anni. È difficile riscontrare una simile conoscenza in altri giornalisti. Un altro esempio di ottimo comunicatore e informatore è Giampaolo Rossi, oggi nel consiglio di amministrazione della Rai. Alcuni suoi articoli, soprattutto quelli che scriveva nel blog di “Il Giornale”, erano fantastici, un vero e proprio schiaffo al politicamente corretto, alla sinistra ipocrita e all’informazione a senso unico. Infatti ho ripreso un suo articolo del 2015 che parlava degli anni di piombo e di Ramelli, ma soprattutto dei cattivi maestri della sinistra. Gli stessi cattivi maestri che ritroviamo ancora adesso. Poi ovviamente c’è il bomber, come lo chiamo io, Vittorio Feltri, il padre del politicamente scorretto, l’unico a potersi permettere di dire, con la carriera che ha avuto, quello che gli pare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La tua attività di comunicatrice e giornalista si muove molto anche a livello social. Ma esistono dei vincoli imposti alla libertà di espressione da questi media, malgrado tu sia riuscita a farti conoscere e arrivare a un vasto pubblico tramite essi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I social sono un grande strumento di democrazia, perché permettono a tutti di parlare e ad alcuni, come è successo a me, di <em>prendere il largo</em>, per così dire. D’altra parte, dobbiamo però ricordare che sono guidati da privati che hanno quindi il potere di imporre e far valere delle regole molto arbitrarie. Auspicherei per ciò l’introduzione di una serie di norme, negli Stati dove questi sono presenti, per garantire un pluralismo che per il momento esiste unicamente in televisione e nelle testate – per quanto, anche in questi casi, solo in parte. Credo che simili garanzie dovrebbero essere estese anche ai social, visto che oggi sono uno dei principali strumenti di divulgazione e informazione. <strong>Per risponderti più chiaramente, dunque, non mi sento di dire che siano totalmente liberi. Basti vedere quanto accaduto a me, nel settembre scorso, dopo tutta la campagna di fango che mi hanno mosso i giornali del gruppo di De Benedetti, in relazione al caso di Josefa e delle sue unghie smaltate. A seguito delle segnalazioni incrociate, mi è stata chiusa la pagina Facebook, senza fornirmi alcuna spiegazione o possibilità di ricorso.</strong> Per fortuna mi sono rialzata, grazie alla pagina che avevo di riserva. Su Twitter, comunque, sembra esserci maggiore libertà. Si dice, però, che anche lì presto verranno poste degli ulteriori restrizioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’argomento con cui ti sei fatta conoscere al grande pubblico è quello dell’immigrazione, a cui è dedicato anche il tuo libro, <em>Inferno S.p.A</em>. Da cosa nasce l’interesse per questa tematica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nasce principalmente dall’essermi resa conto che il popolo italiano era stato già per troppo tempo preso in giro. Ho cominciato così a documentarmi sulle rotte dei migranti nel Mediterraneo. A ciò è seguita un’attività di ricerca sulle singole ONG, sulla loro poca trasparenza, per esempio per quel che riguarda i finanziamenti. Molte, come sappiamo, sono finanziate da Soros, ma al contempo dai governi. Non si può quindi nascondere che, a mezzo di tali finanziamenti, questi ultimi esprimono un certo indirizzo politico. Direi che tutto per me è iniziato così, col proposito di cercare di fare il bene non soltanto degli italiani ma degli stessi migranti. <strong>Questi vengono spesso illusi nei paesi d’origine di trovare chissà cosa in Europa. Invece, se sopravvivono alla tratta – perché si parla sempre delle morti nel Mediterraneo, ma mai di quelle che avvengono nel deserto –, quando arrivano in Italia, è noto che situazione li aspetti. Anche quelli che vogliono recarsi al Nord, malgrado Schengen, trovano le frontiere chiuse.</strong> Restano allora in Italia da irregolari, senza requisiti per la protezione internazionale, e vengono così sbattuti per strada, costretti a delinquere. Alcuni vanno a ingrassare il caporalato che li sfrutta come schiavi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la cosa più terribile che tu abbia scoperto in merito al fenomeno immigrazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È difficile fare un bilancio. Forse la cosa più terribile è stata scoprire chi vi si celato dietro e arrivare a comprendere il piano sotteso a essa – che naturalmente non è quello Kalergi. Si tratta di un qualcosa di molto più pratico e basilare. <strong>La volontà è quella di una sostituzione lavorativa che vada ad abbassare il costo del lavoro divenuto ormai troppo caro in Occidente.</strong> Perciò viene fatta arrivare una manodopera priva di pretese, che si accontenta di un tozzo di pane, una baracca, e non sa neppure dell’esistenza delle nostre tutele sindacali. Ciò comporterà, sul lungo termine, una destabilizzazione. Sappiamo bene che un Paese forte si basa di solito su una radice solida e un’identità chiara. Non per niente l’Impero Romano è stato spazzato via, quando ha iniziato a far entrare troppi stranieri e a essere troppo concessivo rispetto alla cittadinanza. In precedenza era riuscito ad assimilare. Il problema oggi è se queste popolazioni possano essere integrate, se siano assimilabili. Come è noto molti di questi migranti arrivano da Paesi con una cultura che, senza voler dire se sia migliore o peggiore di quella occidentale, è certo peculiare. Essa va difesa, anche a casa loro. Ma mi sembra chiaro che, pure quando vengono qua, molti rifiutano l’idea di diventare realmente parte della nostra società. Nasce così il conflitto, per quanto in Italia la cosa sia meno visibile perché abbiamo un’immigrazione giovane. Però, in quei Paesi dove è più datata, vediamo benissimo come vanno le cose. Penso alla Francia, l’Inghilterra, la Germania. Per non parlare di quegli Stati che hanno completamente aperto le porte come la Svezia. Abbiamo sentito tutti il servizio del Tg2, qualche giorno fa, e le critiche poi rivolte alla giornalista Manuela Moreno. <strong>In compenso è intervenuta anche l’ambasciata svedese in Italia per farci presente che da loro non sussiste alcun problema, va tutto benissimo, quando con evidenza non è così – sono le loro stesse televisioni a dirlo. </strong>Per capirci, lì è consigliato alle donne che fanno jogging di uscire accompagnate. Se continueranno così, il loro sarà un Paese perduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-67764 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/foto-2-13-300x192.jpg" alt="" width="352" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-2-13-300x192.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-2-13-768x491.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-2-13-1024x655.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/foto-2-13-1320x845.jpg 1320w" sizes="(max-width: 352px) 100vw, 352px" />Si fa un gran parlare della questione femminile. La faccenda torna alla ribalta ogni volta che una donna viene pubblicamente linciata, per esempio sui social. A quel punto partono cori in sua difesa, come abbiamo visto nel caso dell’Onorevole Boldrini. Nella tua fattispecie però, pur essendo donna e non mancando certo di hater insultanti, scarseggiano i cori indignati in solidarietà.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente! Pensa che ho appena pubblicato un articolo mettendo insieme diverse immagini di migranti pubblicate dalle stesse ONG, da cui si evince chiaramente come questi non scappino da fame, guerra e tortura. Ho voluto così smentire il parallelo che viene spesso fatto tra i lager nazisti e i presunti lager libici. Mi sono permessa anche di taggare il Signor Gad Lerner e di citare la Senatrice a vita Segre. A quel punto, si è scatenato l’inferno. <strong>Lerner mi ha subito ritwittata, mettendomi praticamente alla gogna e facendo scatenare i suoi follower contro di me. Me ne hanno dette di tutti colori.</strong> Ma questo era già successo, anzi succede quotidianamente nei miei rapporti con certi esponenti ideologici della Sinistra. Capitò anche con Saviano. Li aizzano contro e loro arrivano in massa. <strong>Direi che questo è un fenomeno preoccupante, perché se è tollerabile la battuta di scherno, le minacce risultano decisamente pesanti. Io non mi spavento facilmente e certo non mi fermo di fronte a nessuno, però bisognerebbe porre un freno a simili eccessi, a prescindere da quale sia la loro provenienza.</strong> Dobbiamo capire che l’odio in rete è un problema e va combattuto per riportare il confronto politico a un livello accettabile. Ma c’è qualcuno che sta alzando i toni con liste di proscrizione, come l’ultima stilata dal sunnominato Lerner e pubblicata su “La Repubblica”, in cui vengono messi al bando tutti quei giornalisti italiani che la pensano diversamente da lui. È da lì che parte l’odio e la solidarietà, purtroppo, è spesso a senso unico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, malgrado tutto, tu insisti nella tua battaglia perché è importante comunque perseguire la verità&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se ti attaccano a livello personale è perché non riescono a trovare dei difetti in ciò che fai. Quando è uscito il mio libro, sono quasi sicura che ci siano state delle commissioni da parte della Sinistra che l’hanno passato ai raggi x, cercando qualunque virgola fuori posto. Non avendo trovato niente, si sono risolti a passare ai colpi bassi. Davvero, <strong>ci sarebbe la necessità di riportare il confronto sulle tematiche politiche, su uno scontro che possa dirsi intelligente.</strong> Purtroppo, però, come sappiamo, una certa parte politica è stata indottrinata dai cattivi maestri e questi stanno continuando a propagandare il loro cattivo pensiero.</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/francesca-totolo-intervista-matteo-fais/">“Se ti attaccano sul piano personale significa che non trovano difetti in quello che fai. In ogni caso, io non mi fermo davanti a nessuno”: Francesca Totolo, la Dama Sovranista, dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Quello che non perdoniamo al profugo è il suo essere più giustificato di noi ad aver paura: vogliamo poter aver paura a pieno titolo anche noi. Discussione intorno a un libro di Ilija Trojanow</title>
		<link>https://www.pangea.news/quello-che-non-perdoniamo-al-profugo-e-il-suo-essere-piu-giustificato-di-noi-ad-aver-paura-vogliamo-poter-aver-paura-a-pieno-titolo-anche-noi-discussione-intorno-a-un-libro-di-ilija-trojanow/</link>
		
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 07:34:00 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quello-che-non-perdoniamo-al-profugo-e-il-suo-essere-piu-giustificato-di-noi-ad-aver-paura-vogliamo-poter-aver-paura-a-pieno-titolo-anche-noi-discussione-intorno-a-un-libro-di-ilija-trojanow/">Quello che non perdoniamo al profugo è il suo essere più giustificato di noi ad aver paura: vogliamo poter aver paura a pieno titolo anche noi. Discussione intorno a un libro di Ilija Trojanow</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mi hanno regalato prima che l’anno finisse un libro bello fin dalla dedica. È difficilissimo scrivere dediche belle.</strong> Sanno sempre di bigliettino attaccato al mazzo di fiori sbagliato. Mi piacciono le dediche nei libri di Aldo Busi: dichiarazioni d’amore civile (<em>Le consapevolezze ultime </em>è dedicato a Jürgen Fuchs, che non sapevo chi fosse, a Deniz Naki e a Ilaria Cucchi; chi sia Ilaria Cucchi dovrebbe saperlo chiunque). Mi piace la dedica che Ilija Trojanow appone a <em>Dopo la fuga</em>: “Ai miei genitori,” – e, a capo – “che mi hanno fatto il dono della fuga”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io non sono dovuto fuggire dalla Bulgaria attraverso la Jugoslavia e l’Italia, per arrivare in Germania e chiedere asilo politico assieme alla mia famiglia</strong> (la sommaria biografia di Ilija Trojanow sembra un piccolo racconto di Patrick Modiano, con il nome delle nazioni al posto delle strade di Parigi: Kenya, Monaco di Baviera, India, Sudafrica, Austria). Non sono mai dovuto scappare da un paese all’altro, giusto un po’ all’interno dello stesso paese, e lo riconosco: mi mancano i titoli per mettere sulla mia bocca la bocca di un profugo, non lo sono mai stato – neanche ci tengo a diventarlo. Però ho la netta sensazione che l’argomento della fuga mi riguardi, in quanto me stesso e in quanto lettore e in quanto persona umana che cerca di stare in piedi, come un acrobata, sulla palla instabile che è il pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio amico K. mi regala <em>Dopo la fuga</em> di Ilija Trojanow perché è sicuro io non ne sappia niente di Ilija Trojanow, e infatti non ne sapevo niente. Il mio amico K. mi ha scritto una dedica a matita sul libro, sulla prima pagina bianca del libro, sotto il titolo di collana: La Piccola Biblioteca di Ulisse. La dedica si conclude con “E tutto questo per evitare l’esilio.” <strong>Ci hanno sempre detto che è bella la mente colorata di Ulisse, e ci hanno ricordato meno che è terribile dover darsi alla fuga mentre Troia brucia. </strong>Il viaggio, le sue bellezze e i suoi orrori, fanno parte della nostra essenza culturale, ci dicono, e tante volte è stata usata la parola viaggio laddove sarebbe stato più onesto parlare di esodo obbligatorio. Le tanto decantate radici cristiane, mi ricordo pure, cominciano con uno sradicamento, con una cacciata da un paradiso presunto: ma non poteva essere il paradiso un luogo in cui il benessere costasse il prezzo della libertà di scelta, la scelta di sbagliare.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho i titoli per parlare della fuga ma ho letto un libro, ce l’ho tra le mani: <em>Dopo la fuga</em>; e al paragrafetto II della Parte Prima, <em>Dei turbamenti</em>, ho la frase: “Non vi è nulla di fuggevole nella fuga. Avviluppa la vita e non la lascia mai più libera.” Il paragrafetto I recita: “La fuga giustifica se stessa, la vita che viene dopo pone sempre nuove domande.” <strong>Credo di avere in comune con gli altri di non aver avuto da sempre trentasei anni, di non aver sempre saputo quanto dolce e desiderabile possa essere l’approdo.</strong> Credo che molti altri, prima di me e con me e dopo, abbiano sentito la necessità di darsi al mare aperto, dopo aver avvertito il pericolo incombente. Lo stesso pericolo che mette in moto molti personaggi nelle storie enigmatiche e emblematiche di Patrick Modiano: bisogna andar via dal posto in cui ci si trova perché quel posto è diventato sabbia mobile. Per non andare perduti occorre avere il coraggio di smarrirsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Talvolta che compassione mi muove verso coloro che non hanno saputo riconoscere per tempo quando si era fatta ora di darsi alla fuga. Annegati sulla terraferma, con la falsa convinzione di essere in ogni caso sopravvvissuti sotto qualche forma. Mia sorella è una migrante economica: è una italiana che è andata in Inghilterra per cercare un lavoro che le garantisse di poter condurre una vita adulta ovvero autonoma. Ha vissuto la tensione della Brexit, degli inglesi secondo cui dovrebbero venire prima gli inglesi, anche se mia sorella ancora non ha ben capito in cosa gli inglesi pensano lei li abbia scalzati; d’altronde neppure agli inglesi è ben chiaro in che modo il governo inglese preferisca i non-inglesi a loro; che Iddio e la Regina li scampino. Dopo qualche tempo m’è venuta voglia di fare un regalo a mia sorella, siccome non sono stato bravo a dirle quanto mi abbia inorgoglito la sua fuga in avanti.<strong> Le ho comprato un brutto astuccio di latta con all’interno una penna ancora più rozza, l’ho acquistato perché m’era piaciuta la frase stampata: “Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l&#8217;equilibrio per un</strong> <strong>attimo.”</strong> Cheppoi lascio immaginare la mia faccia quando ho scoperto si trattasse di un aforisma di Gramellini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65866 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-2-209x300.jpg" alt="" width="178" height="256" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-2-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-2.jpg 418w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" />Nel paragrafetto VI della Parte Prima Ilija Trojanow scrive “(&#8230;) la lingua è potere. Chi è padrone dell’alfabeto è in grado di difendersi da solo”. Mi affascina il rapporto che lo straniero, il profugo, instaura, deve instaurare, con una lingua nuova. Io le lingue-straniere le ho incontrate per le prime volte in una scuola dove volevano insegnarmele senza che io ne intuissi l’utilità: con chi mai avrei dovuto mettermi a parlare in una lingua diversa dall’italiano? <strong>Ho vissuto nei miei primi tempi in una provincia dove tutti parlavano l’italiano, ovvero dov’erano in pochi a parlarlo senza la modanatura del dialetto, e il dialetto in cui sono cresciuto io non vanta i lustri natali del napoletano classico: il mio dialetto è cresciuto alle pendici del vulcano, è scontroso come lui,</strong> sottoposto periodicamente a crolli e a esplosioni e abbandoni e fughe, instabile, come fosse mai nato e mai morto.</p>
<p style="text-align: justify;">Che cretineria, pensare il rapporto con la lingua importi strettamente e esclusivamente agli scrittori cioè a coloro che con la lingua ci lavorano: Beckett ha scritto in una lingua che non era la sua, pensa!, l’ha fatto anche quel dritto Nabokov, e via andare, fino alla Kristof, ungherese, che ha scritto in francese, e a Jhumpa Lahiri, bengalese, che ha scelto gentilemente l’italiano (leggendo Dove mi trovo che straniamento aggiunto, per me, è stato leggere la frase modianiana – anche io però, è una fissazione! – “Mi ricordo dei vagabondaggi assurdi da un quartiere all’altro alla ricerca di un formaggio sfizioso, delle melanzane più lustre”: fosse provenuta da una mano nativamente italiana forse non mi avrebbe smosso altrettanto ammirazione la scelta delle parole montate nella frase: vagabondaggi, formaggio, melanzane lustre; chi scrive in una lingua che non è la sua, e che magari è la mia, mi fa sentire un visitatore per primo in quei luoghi che credevo comuni e che invece sanno conservarsi assurdi, imprevisti, quando vengono attraversati dal fantasma di una lingua straniera in cerca di un nuovo corpo testuale in cui manifestarsi).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oh, che suggestione quando l’argomento delle peripezie tra una lingua e un’altra ha al suo centro gli scrittori che hanno saputo impadronirsene!; che insofferenza, invece, quando è una questione da profughi che con quella lingua ci devono imparare a bere e a mangiare, cioè a vivere, ossia a parlare</strong>, i quali profughi, che screanzati!, tante volte manco la imparano mai come si deve la lingua del paese che li ospita!, in questo simili agli abitanti del paese delle mie origini, e forse anche a me: chi sono io per dire che l’italiano-italiano è proprio quello che conosco e con il quale mi destraggio io? E se l’italiano-italiano fosse quello di chi dell’italiano conosce parti che io non conosco (sebbene ci sia la buona probabilità che anche lui ignori parti d’italiano invece a me note)? E alla domanda: ma chi glielo insegna l’italiano ai profughi? Tu? Rispondo: No, io no; io la lingua la pratico, ma da qui a dire che la conosco abbastanza per aiutare qualcun altro a varcarla, ce ne passa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La gran parte delle cose che accadono nei miei paraggi mi accade in metropolitana. L’altra sera un buon uomo di grande stazza e in vena di ottime intenzioni ha preso posto di fianco a me (leggevo, assorto, un romanzo di Jun&#8217;ichirō Tanizaki,</strong> una delle sue storie così consolatorie per l’uomo quando può giustificare la propria debolezza addebitandola alla forza delle donne che appena si emancipano dal ruolo di mogliettina economa e sottomessa non possono essere considerare meno che delle diavolesse <em>so sexy</em>) e si è rivolto al ragazzo nero e alto e magro magro e con le braccia lunghe e sottili che si teneva ai maniglioni paralleli della metro, assumendo la posa da inchiodato a una croce di Sant’Andrea. Gli ha detto in tono marcatamente buffo, amichevole: “Guarda che non c’è bisogno che ti tieni a due mani a quel modo, il treno non ti crolla mica in testa!”. Di per sé una battuta a cui si sarebbe sorriso per buona educazione, la si fosse capita; il punto è che il ragazzo non l’ha capita, né lui né il suo amico, a occhio due turisti francesi i quali hanno chiesto a loro volta in inglese al buon uomo cosa stesse provando a dirgli. L’uomo ha ripetuto due o tre volte la stessa frase, soltanto in italiano, aiutandosi a gesti, con risultati ancora più infelici; i due ragazzi hanno cominciato a oscurarsi in viso, sentendosi presi in giro, cos’era quello sbracciarsi un po’ scimmiesco? L’uomo allora è diventato taciturno e scuro, sicuramente pentendosi del suo estro; chissà che dentro di sé non li abbia mandati al diavolo o per lo meno al loro paese, il quale paese doveva fargli la cortesia di essere un inferno in terra altrimenti quei due come giustificavano il loro essere voluti venire in un paese di cui non capivano manco una parola? <strong>Quando non c’è una lingua che faccia da ponte tra le persone, la soluzione più azzeccata resta quella di darsi alla fuga l’uno dall’altro,</strong> con Pirandello a pochi metri di distanza che raccoglie materiale per la sua teoria dell’umorismo con la malinconia in vena.</p>
<p style="text-align: justify;">La rivincita su Babele io non me la immagino come una torre ancora più alta ma come una scuola di traduzione di altissimo livello, con a sua disposizione un pool di interpreti capaci di mettere in dialogo chiunque, quale che sia la sua versione di lingua di provenienza, anche una capra con un cavolo, un fischio con un fiasco, uno di Roma con uno di Toma.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Rileggo più volte e con piena soddisfazione diversi paragrafetti del libro di Trojanow tradotti con grande stile da Umberto Gandini</strong> (in traduzione di Gandini ho letto <em>Il castello</em> di Kafka, e io che amo trovare congruenze anche laddove non c’è nessun bisogno che ce ne sia qualcuna ho trovato conseguente che un traduttore di Kafka traducesse pure questa sorta di vedemecum del profugo di Trojanow: chi ha vissuto più in esilio di Franz Kafka?, anticipando i tempi, vivendo da profugo prima che i distratti della sua epoca lasciassero che profughi ci diventassero lui e i suoi dissimili; e solo i più fortunati, gli scampati). Rileggo volentieri i paragrafetti X, XII, XIII, XIV, XV (il XV è tra i miei preferiti!, come il II, anche il XVI lo è), il XVI,   il XX, il XXIII, il XXIX, il XXX, il LII, il LVII, il LXII, il LXIX, il LXXII, il LXXV, il LXXVII, il LXXXI della Parte Prima, così come i paragrafetti 94, 82, 76 (dal paragrafo 76: “Occorre forza per non essere benvenuti da nessuna parte.”), il 70, il 59, il 52, il 49, il 40, il 30, l’1 della Parte Seconda, <em>Dei salvataggi</em>. Bello anche il <em>Poscritto</em>, una citazione di Ugo di San Vittore. Poi c’è una selezione di opere da <em>The migration series </em>di Jacob Lawrence, ma quelli, a parte una breve didascalia, non si leggono né si traducono, neppure in parole.</p>
<p style="text-align: justify;">Gran parte di quello che è necessario oggi venga scritto è stato scritto nel paragrafetto XXIII della sezione <em>Dei turbamenti</em>: “Talora il rifugiato s’imbatte in persone che hanno paura di lui. Vorrebbe tanto toccarle, prenderle per un braccio oppure poggiare una mano sulla loro spalla e sussurrare loro: badate che quello che ha paura sono io.” <strong>L’invidia che separa il profugo da chi non lo è, secondo me più forte dell’invidia che prova lo stanziale verso il nomade che non lo invidia a sua volta</strong>, è dovuta all’accesso privilegiato alla paura che il profugo può rivendicare e il non-profugo no, se non vuole passare per un psicotico in cerca di un caro leader. <strong>Quello che non perdoniamo al profugo è il suo essere più giustificato di noi ad aver paura. Vogliamo poter aver paura a pieno titolo anche noi.</strong> Anche noi, a cui non può essere fatta una colpa se non viviamo in una nazione che ci abbia messo già definitivamente alle strette e dunque o alla fuga o alla mummificazione da vivi, vogliamo poter aver paura delle persone in cui ci imbattiamo. Anche noi vogliamo tanto toccarle, prenderle per un braccio e poggiare una mano sulla loro spalla e sussurargli: badate che non è come sembra, siamo noi quelli che hanno paura per primi! Sono io che ho paura e che ho ragione di averla. È me che dovete consolare e accogliere. Di me dovete prendervi cura, siccome non ho chi si prenda cura di me e di me io per primo non so prendermi cura. Se esiste un dio, gli sia ben chiaro che la pecorella più smarrita di tutte le altre sono io, e se un dio non c’è occorre sgomitare ancora più forte per entrare nella lista degli ultimi da soccorrere per primi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ai profughi reali non vogliamo cedere il nostro diritto di volerci sentire dei profughi che in quanto immaginari</strong> <strong>non sono per questo meno dispersi degli altri, anzi:</strong> i profughi reali qualche esperienza sul come si può reagire e tenere fuori la testa ce l’hanno: noialtri no, perciò siamo i più sfortunati e vulnerabili, e via così, di avvitamento in avvitamento. Che per recuperare le debite proporzioni, per riavvicinarci al principio pragmatico dell’empatia, non ci resti che attendere il nostro turno di diventare dei profughi di fatto? Lo ha scritto il profugo in pectore Ilija Trojanow per primo: “La fuga giustifica se stessa, la vita che viene dopo pone sempre nuove domande.” La fuga più rovinosa è quella che brucia immediatamente i ponti che ci collegano con la realtà che ci cinge d’assedio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quello-che-non-perdoniamo-al-profugo-e-il-suo-essere-piu-giustificato-di-noi-ad-aver-paura-vogliamo-poter-aver-paura-a-pieno-titolo-anche-noi-discussione-intorno-a-un-libro-di-ilija-trojanow/">Quello che non perdoniamo al profugo è il suo essere più giustificato di noi ad aver paura: vogliamo poter aver paura a pieno titolo anche noi. Discussione intorno a un libro di Ilija Trojanow</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Chi ha oggi le palle di scrivere (e di pubblicare) un libro come questo?”: 30 anni dopo la condanna a morte comminata a Salman Rushdie</title>
		<link>https://www.pangea.news/chi-ha-oggi-le-palle-di-scrivere-e-di-pubblicare-un-libro-come-questo-30-anni-dopo-la-condanna-a-morte-comminata-a-salman-rushdie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Feb 2019 05:54:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La scrittura è sempre in contrasto con la Scrittura – il grande scrittore è Dio, chi sei tu, misero scrivano, che vuoi competere con Lui? Per essere ammesso al pubblico, ogni scrittore deve limitarsi a stare nel recinto della Scrittura, deve limare quel mondo, divino. Mi sembra normale che i grandi sistemi religiosi, attraverso sistemi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/chi-ha-oggi-le-palle-di-scrivere-e-di-pubblicare-un-libro-come-questo-30-anni-dopo-la-condanna-a-morte-comminata-a-salman-rushdie/">“Chi ha oggi le palle di scrivere (e di pubblicare) un libro come questo?”: 30 anni dopo la condanna a morte comminata a Salman Rushdie</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La scrittura è sempre in contrasto con la Scrittura – il grande scrittore è Dio, chi sei tu, misero scrivano, che vuoi competere con Lui?</strong> Per essere ammesso al pubblico, ogni scrittore deve limitarsi a stare nel recinto della Scrittura, deve limare quel mondo, divino. Mi sembra normale che i grandi sistemi religiosi, attraverso sistemi più o meno deliziosamente coercitivi – dall’Indice dei libri proibiti alle esecuzioni pubbliche – abbiamo castrato gli scrittori: ogni scrittura offre delle vie di uscita dall’egida divina, ci fa scappare dall’algido giardino di Eden. Ogni scrittura che non sia la Scrittura, dunque, è <em>apocrifa</em>, è cosa occulta, che va occultata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65862 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/12700719929-195x300.jpg" alt="" width="146" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/12700719929-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/12700719929-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/12700719929.jpg 650w" sizes="(max-width: 146px) 100vw, 146px" />Se al piano celestiale sostituiamo quello terrestre è lo stesso, state tranquilli, cambiano soltanto, drasticamente, le altezze. <strong>La politica ha bisogno che sia apocrifo – cioè glassato nell’indifferenza – il poeta; la scrittura va bene purché non leda la scrittura del codice civile, le norme del convivere civile</strong>, è accettata se declinata in una qualche inoffensiva scuola di scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno di San Valentino di trent’anni fa l’Ayatollah Khomeyni, Guida Suprema dell’Iran, compie una azione estetica che non si vedeva dai tempi di Stalin, scocca l’anatema, la <em>fatwa</em>: <strong>“Informo tutti i coraggiosi Musulmani del mondo che l’autore dei <em>Versi satanici</em>, un testo scritto, editato e pubblicato contro l’Islam, il Profeta e il Corano, insieme a tutti gli editori consapevoli del suo contenuto, sono condannati a morte. </strong>Invito i valorosi Musulmani, ovunque siano nel mondo, a ucciderli senza indugio, così che nessuno osi insultare le sacre credenze dei Musulmani da ora in poi”. Dio – o il regno del Caso – decise da che parte stare: quattro mesi dopo Khomeyni lasciò questa terra. I Musulmani non scherzano: da allora Rushdie vive sotto scorta, ha cambiato casa decine di volte. A subirne le conseguenze sono anche i traduttori dei <em>Versi satanici</em>: il traduttore giapponese viene ucciso, a Tokyo, quello italiano, Ettore Capriolo (che ha tradotto anche Camus e Bellow, Thomas Wolfe e Norman Mailer, Truman Capote, Vladimir Nabokov e Joseph Conrad), viene pugnalato nella sua casa, a Milano, nel luglio del 1991. Oggi i <em>Versi satanici</em> sono stampati da Mondadori in economica, ci sono, ma non è semplice trovarli in libreria.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In fondo, trent’anni dalla condanna a morte di Rushdie sono il grande discorso sul fraintendimento. <strong>Khomeyni fraintende un romanzo, ritenendolo un libro a tesi, contro il Corano – e così non è. D’altra parte, i sostenitori del romanzo lo citano per perorare l’illuministica necessità della libertà di opinione e di stampa, senza averlo letto.</strong> Un’opera d’arte – tale è un libro ascritto al genere ‘romanzo’ – va giudicata per i suoi aspetti formali – cioè: qualità di scrittura e rotondità di trama – non per le attese morali. Ma è proprio la forma, il discorso sul bello – che può essere la catabasi nell’osceno – a spaventare. Che poi una ‘forma’ possa scatenare una scelta, possa scaraventare nella conversione direi che è auspicabile – l’opera d’arte sovrasta il suo esecutore e le sue intenzioni.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni atto scritto fomenta il fraintendimento: con le parole Dio crea il mondo, con le parole il serpente travia l’uomo, lo perde. <strong>Bisogna obbedire alla parola di Dio o dotarsi di una personalità propria, scrivendola? </strong>Ogni costruzione della personalità ha il fine di strangolarla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di Salman Rushdie ricordo <em>I figli della Mezzanotte, </em>letto con funerea furia, e una delle mogli, Padma Lakshmi.</strong> Non penso che <em>I versi satanici </em>sia un grande libro: preferisco le scudisciate narrative di Naipaul, per dire. Per me il discorso si chiude dove per gli altri si apre. Sottilmente, i vili dicono che se l’è cercata, Salman – per altro, perpetuando la vendita dei suoi romanzi, a volte troppo laccati – perché certe cose non vanno scritte e certe intimità e identità non vanno solleticate. <strong>Al contrario, lo scrittore dovrebbe scrivere sempre ciò che non vorremmo leggere, </strong>dovrebbe mostrare le pudenda di Dio e metterle in piazza: può non prendere posizione su nulla, nella vita reale, ma dare tutto – anche la vita – per assegnare una pazza autorevolezza alla sua creazione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scrittore ha a che fare con il puzzo e con l’oscuro – ha riverenza nei riguardi della gioia. Non è un tiepido operaio della scrittura. Nel canone biblico, d’altronde, il massimo erotico – il <em>Cantico dei Cantici – </em>è accolto di fianco al nichilista assoluto – <em>Kohèlet</em> – il libro della vitalità associato a quello della rassegnazione e del cinismo. Gli ebrei lo sanno – e ci sguazzano. Leggete Isaac B. Singer, per dire. <strong>Noi pensiamo che il ‘cattolico’ sia lindo, dimori sotto un sudario: di Manzoni squalifichiamo la dostoevskijana indagine nel male e di Testori accettiamo solo il neorealismo da brigante brianzolo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In una articolessa pubblicata su <em>Aeon</em>, <a href="https://aeon.co/essays/can-there-ever-be-another-novel-like-the-satanic-verses" target="_blank" rel="noopener">“Islam after Salman”</a>, Bruce Fudge ribadisce ciò che intuiamo già. Attacca con una frase pronunciata dieci anni fa – dieci! – da Hanif Kureishi – “Nessuno avrebbe oggi le palle di scrivere <em>I versi satanici</em>, figuriamoci pubblicare un libro del genere” – giungendo, quasi subito, a una conclusione sconfortante. “Tre decenni dopo, il romanzo è ancora ristampato, facilmente disponibile, e il suo autore cammina ancora come un uomo libero. <strong>Se la battaglia dei <em>Versi satanici </em>è stata vinta, tuttavia, una guerra più importante è perduta. Chi oserebbe oggi scrivere un romanzo provocatorio sulle origini dell’Islam?</strong>&#8230; Qualche scrittore di origine musulmana potrebbe ricavare dalla vita del profeta Maometto una storia innovativa, irriverente e risolutamente senza Dio?”. La risposta è scontata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In una ragionata recensione pubblicata il 23 febbraio del 1989 sul <em>The New York Times</em>, dal titolo <a href="https://www.nytimes.com/1989/02/23/books/the-satanic-verses-what-rushdie-wrote.html" target="_blank" rel="noopener">“The Satanic Verses: What Rushdie Wrote”</a>, Michiko Kakutani, che ha capito subito il carattere formale del libro (“gran parte della rabbia che ha animato i primi libri, in particolare <em>La vergogna</em>, si è dissipata, sostituita da un lirismo che pare nostalgia”), ricalca alcune parole di Rushdie. <strong>“Racconto il disagio di una identità plurima. Ciò che si dice nel romanzo è che dobbiamo trovare un accordo con questo disagio. Stiamo diventando un mondo di migranti, fatto a pezzi, con milioni di frammenti, qua e là. Siamo qui. Ma non siamo realmente lontani da dove eravamo, da dove veniamo”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole di Rushdie, rilette trent’anni dopo, impressionano. <strong>Disagio, migrazione, impossibilità di piantare davvero radici altrove. Sradicati, non abbiamo nulla da dire – ci dicono gli altri, ci misurano i soldi. </strong>Per questo ci vorrebbero tutti sradicati, felici a Roma come a New York, è uguale (ma non è uguale nulla, né la scansione della luce, né la stagionatura dell’ombra: la ‘natura’ non è la nostra anima di polistirolo e testosterone). Lo scrittore raccoglie i suoi frammenti, disciplina le sue identità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Allah pare essere più volubile e permaloso di Dio. I grandi scrittori ebrei americani hanno giocato spesso le loro armi narrative per setacciare le ambiguità di Dio, per cavargli l’iride dalle orbite. <strong>Per sua natura, Cristo ha accettato tutte le umiliazioni, anche quelle dell’arte. In questo lato letterario – la provincia Italia, dove è incapsulato il Vaticano – gli scrittori non sembrano avere gli strumenti culturali e formali</strong> per azzannare alla giugulare Cristo. Restano indifferenti, in una palude narrativa politica o inevitabilmente sociologica. Ma la sfida a Dio è necessaria allo scrittore perché è anche la sfida contro la morte, la faccia cruenta dell’aldilà. Proprio perché abbiamo dei limiti dobbiamo sfondare l’illimite. I musulmani sono intoccabili, i cristiani sono impalpabili. <strong>La scrittura, se brandita per auscultare le voglie dell’io o per promuovere la buona integrazione, non ha proprio senso</strong> – la scrittura è una legione di lupi gettata in faccia ai buoni di cuore. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/chi-ha-oggi-le-palle-di-scrivere-e-di-pubblicare-un-libro-come-questo-30-anni-dopo-la-condanna-a-morte-comminata-a-salman-rushdie/">“Chi ha oggi le palle di scrivere (e di pubblicare) un libro come questo?”: 30 anni dopo la condanna a morte comminata a Salman Rushdie</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Salvini mi sta simpatico, per questo i lettori mi insultano e non mi leggono: ma i miei libri che colpa ne hanno? Forse dovrei chiamarmi Marxino Consiglio detto ‘Che’…”. Francesco Consiglio riflette sulle tribolazioni degli scrittori non allineati a sinistra</title>
		<link>https://www.pangea.news/salvini-mi-sta-simpatico-per-questo-i-lettori-mi-insultano-e-non-mi-leggono-ma-i-miei-libri-che-colpa-ne-hanno-forse-dovrei-chiamarmi-marxino-consiglio-detto-che/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 10:19:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Parafrasando un passo dello Zibaldone: “Che cosa è la vita di uno scrittore di destra? Il viaggio di uno sventurato che con il gravissimo carico dell’altrui pregiudizio in sul dosso, scrive senza mai riposarsi dì e notte per arrivare alla pubblicazione e quivi inevitabilmente cadere nell’oblio”. Non sorridete. Sono affranto più di Giacomo Leopardi nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salvini-mi-sta-simpatico-per-questo-i-lettori-mi-insultano-e-non-mi-leggono-ma-i-miei-libri-che-colpa-ne-hanno-forse-dovrei-chiamarmi-marxino-consiglio-detto-che/">“Salvini mi sta simpatico, per questo i lettori mi insultano e non mi leggono: ma i miei libri che colpa ne hanno? Forse dovrei chiamarmi Marxino Consiglio detto ‘Che’…”. Francesco Consiglio riflette sulle tribolazioni degli scrittori non allineati a sinistra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Parafrasando un passo dello <em>Zibaldone</em>: “Che cosa è la vita di uno scrittore di destra?</strong> Il viaggio di uno sventurato che con il gravissimo carico dell’altrui pregiudizio in sul dosso, scrive senza mai riposarsi dì e notte per arrivare alla pubblicazione e quivi inevitabilmente cadere nell’oblio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sorridete. Sono affranto più di Giacomo Leopardi nel giorno in cui un severo medico napoletano gli ordinò di rinunciare agli amati e crepitanti pasticcini.</strong> E la colpa di cotanta tristezza è di un certo Federico, che ha commentato su Facebook un mio post sugli scrittori che votano a destra: “Tutto è politica e l’arte dello scrivere non si esime, anzi, serve a rafforzarla. Per me uno che vota Salvini non deve essere letto. C’è tanta roba da leggere e così poco tempo, che chi vota Salvini lo scanso volentieri”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Federico (chissà perché, mi viene voglia di chiamarlo il lettore Fico) ha scoperto la mia simpatia per il ministro dell’Interno e ha deciso, senza leggere una riga, che sono uno scrittore da evitare.</strong> Nulla importa che non scrivo di respingimenti o abolizione della legge Fornero. Il Fico Federico vuole aprire i porti alle navi che trasportano i migranti e chiudere le porte delle librerie ai miei romanzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dice infatti: “Quello che sei comparirà nei tuoi scritti, e per me conta chi è che scrive.</strong> Sennò tanto vale leggersi il <em>Mein Kampf</em>, io lo evito volentieri”. Mi paragona a Hitler senza avermi letto, da vero paragnosta con il pugno chiuso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65472 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-213x300.jpg" alt="" width="140" height="197" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-768x1081.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001-727x1024.jpg 727w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Ciano_Ammazza-la-Star-Cop-page-001.jpg 904w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Le parole di Federico, cieche, urticanti, tipiche di un’intelligenza falciata dal piombo dell’ideologia, mi hanno fatto intristire e riflettere sul mio futuro di scrittore. Ho capito che per evitare la <em>damnatio memoriae</em> in vita di cui è vittima chi non si allinea al sinistrismo culturale, dovrei pubblicare i miei romanzi in forma anonima</strong>, come certi autori del passato che cercavano di evitare condanne e persecuzioni da parte delle autorità politiche o religiose. Oppure inventarmi un <em>nom de plume</em>. Quante copie venderei se mi chiamassi Marxino Consiglio? E se aggiungessi al mio nome il nomignolo ‘Che’? Ripetete insieme a me: “Presto in libreria il nuovo romanzo di Cecco Consiglio detto <em>il Che</em>”. Vi suona bello? Immagino le pile dei miei libri nelle Feltrinelli. Una goduria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tuttavia, nonostante i miei sforzi di ottimismo, non riesco a darmi pace. Possibile che una simpatia politica del tutto personale ed estranea alle mie trame diventi un marchio infamante agli occhi di un lettore?</strong> Ho scritto un romanzo che parla di un serial killer di provincia e non l’ho mai descritto con in mano una matita e sul tavolo una scheda elettorale. Dove ho sbagliato? Gli occhi tracciano il mio nome nella mente di un lettore, ed ecco la mia fine, l’indifferenza, il rogo! Mi piacerebbe che Federico leggesse Paul Valery: “In tutte le arti, e in modo particolare nella scrittura, noto che l’intenzione di provocare un qualche piacere cede impercettibilmente a quella di imporre una certa idea dell’autore. Se una legge dello Stato obbligasse all’anonimato, e se nulla potesse più apparire sotto un nome, la letteratura risulterebbe totalmente modificata, ammesso che riuscisse a sopravvivere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La gente ama comprare a scatola chiusa. Un libro di Saviano è un best seller prima di arrivare in libreria perché lo scrittore napoletano è garanzia di un certo tipo di pensiero rivolto a un certo tipo di lettore</strong>, quello che si professa antiamericano ma poi, anche se non possiede un attico a New York, quando è in vacanza preferisce mangiare al McDonald’s, perché sa che, in qualunque parte del mondo egli si trovi, il sapore di un cheesburger sarà sempre uguale. Hamburger, cetriolo, cipolle, senape, ketchup, formaggio e Saviano non deludono mai. Tutto come previsto. È il trionfo della spensieratezza negligente. Una volta era il cazzo a non volere pensieri, oggi è il lettore di sinistra che legge solo scrittori di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
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		<title>Quando il mondo, che è così bello, fa schifo: ora per ora, la storia di “Alfredino”, perduto in un pozzo. “È stata la registrazione di una sconfitta, sessanta ore di lotta invano…”</title>
		<link>https://www.pangea.news/quando-il-mondo-che-e-cosi-bello-fa-schifo-ora-per-ora-la-storia-di-alfredino-perduto-in-un-pozzo-e-stata-la-registrazione-di-una-sconfitta-sessanta-ore-di-lotta-inva/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jan 2019 10:30:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’ingiustizia. E il destino tragico. Entrambe fanno parte della storia umana. E un gigante come Schopenhauer ci ha disegnato attorno la sua maestosa visione filosofica. Nonostante questo, ovvero, nonostante sappiamo come funzionano le cose sul pianeta Terra, tutte le volte che muore un bambino, il mondo fa un po’ più schifo di prima. A questo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-il-mondo-che-e-cosi-bello-fa-schifo-ora-per-ora-la-storia-di-alfredino-perduto-in-un-pozzo-e-stata-la-registrazione-di-una-sconfitta-sessanta-ore-di-lotta-inva/">Quando il mondo, che è così bello, fa schifo: ora per ora, la storia di “Alfredino”, perduto in un pozzo. “È stata la registrazione di una sconfitta, sessanta ore di lotta invano…”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’ingiustizia. E il destino tragico. Entrambe fanno parte della storia umana. E un gigante come Schopenhauer ci ha disegnato attorno la sua maestosa visione filosofica.</strong> Nonostante questo, ovvero, nonostante sappiamo come funzionano le cose sul pianeta Terra, tutte le volte che muore un bambino, il mondo fa un po’ più schifo di prima. A questo, per fortuna, non ci abituiamo.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla morte dei bambini. E degli innocenti in genere, anche quando non sono più bambini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non c’entrano i migranti e la poca umanità e la tanta ipocrisia delle istituzioni internazionali, dell’opportunismo bieco e trasversale dei politici italiani e le strumentalizzazioni di alcune ONG. C’entra l’umanità nel suo complesso, soprattutto quella d’Occidente.</strong> Guardare la foto del piccolo Aylan, il bimbo di tre anni morto sulla spiaggia l’estate scorsa, è un passo in più verso lo schifo. Sapere che ci sono morti invisibili in fondo al mare muove un altro passo ancora. Pensare a Giuseppe che muore di botte a 7 anni, ucciso a bastonate dal patrigno, è oltrepassare il precipizio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’entrano le scelte degli uomini e quelle, altrettanto tremende, del destino. Come nel caso di Julien. Uguale ad Alfredino, hanno scritto i giornali per commentare il dramma del bimbo di due anni morto in un pozzo artesiano nei dintorni di Malaga,</strong> in Spagna, pochi giorni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">Alfredino chi? Mi hanno detto in diversi – tutti ragazzi intorno ai 25 anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65337 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/vermicino-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vermicino-300x168.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/vermicino.jpg 680w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />La sera del 10 giugno 1981, Alfredo Rampi, di 6 anni, non rientra a casa. I genitori iniziano le ricerche ma non lo trovano.</strong> Arriva la polizia e intorno a mezzanotte, grazie all’intuizione prima della nonna e poi dell’agente Giorgio Serranti, si scopre che è caduto in un pozzo non lontano da casa. Un pozzo profondo ottanta metri e largo all’imboccatura soltanto una trentina di centimetri. I tentativi di salvataggio iniziano con una corda, poi con una tavoletta di legno che si incastra a una ventina di metri di profondità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’una di notte arrivano i tecnici della Rai e calano una sonda a filo che consente ai soccorritori di comunicare con lui. È bloccato su una rientranza del pozzo a trentasei metri di profondità. Quattro persone rivolte verso il basso. Una corda che scende nel buco. Una torcia puntata nel buio.</strong> Due teste quasi dentro al pozzo. L’idea dei soccorritori è quella di scavare un tunnel parallelo al pozzo, per aprire un cunicolo orizzontale di un paio di metri poco sopra il punto in cui si suppone possa trovarsi il bambino.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle quattro del mattino due speleologi del soccorso alpino si calano a testa in giù nel tentativo di rimuovere la tavoletta incastrata. Non ci riescono. Nel frattempo i vigili del fuoco pompano ossigeno nel pozzo per evitare l’asfissia del piccolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle otto e trenta una trivella comincia a scavare ma già a metà mattina uno strato di granito risulta impossibile da scalfire. <strong>Alfredino, nel frattempo, grazie alla sonda è in costante contatto con parenti e soccorritori e si lamenta per il rumore e chiede acqua e cibo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Verso le quattro del pomeriggio subentra una nuova trivella. La prima ha scavato un pozzo di venti metri di profondità contro i venticinque previsti, con un diametro di cinquanta centimetri. Gli operatori della nuova trivella la montano a tempo di record: tre ore contro le dodici previste dal manuale, ma sottolineano la difficoltà di scavare quel tipo di sottosuolo. Difatti, verso le cinque e mezza, una volta raggiunto lo strato roccioso, anche la seconda trivella si blocca.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle otto di sera i medici cercano di far arrivare liquidi e vitamine tramite un sottile cavo collegato con un flacone da fleboclisi. <strong>Alfredo, nonostante una cardiopatia congenita che doveva essere operata il prossimo settembre, è forte, ma sono già passate ventidue ore da quando è precipitato nel pozzo.</strong> Nel silenzio, i medici e i parenti parlano con lui. Intanto i lavori ricominciano. Entra in funzione una terza trivella ma un’ora e mezza dopo serve una pausa perché lo strato di roccia resiste oltre ogni aspettativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alle undici viene autorizzato a scendere nel pozzo il volontario Isidoro Mirabella. È un manovale di 52 anni residente in zona, soprannominato “Uomo ragno”, che tenta di calarsi nel pozzo per sbloccare la tavoletta.</strong> L’uomo ha una corporatura molto esile e riesce a scendere più in basso di quanto avevano fatto gli speleologi in precedenza ma alla fine anche lui deve desistere.</p>
<p style="text-align: justify;">A mezzanotte, per agevolare il lavoro della trivella, la massa rocciosa viene perforata in più punti e Alfredino dà i primi segni di stanchezza e alle domande risponde meno a tono e si lamenta.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle tre del mattino del 12 giugno, sorprendendo i soccorritori, riprende a parlare: chiede del latte, che gli viene immediatamente calato di sotto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle nove la trivella riesce a rompere la roccia ma alle dieci e trenta la perforazione slitta su un nuovo strato roccioso. Alfredino adesso sembra ai limiti della resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alle dodici, per aggirare la roccia, viene calato nel pozzo un ufficiale dei vigili del fuoco che usa manualmente il martello pneumatico.</strong> Il bambino è vicino e il vigile del fuoco sente dirgli “Mamma”.</p>
<p style="text-align: justify;">All’una e mezza il vigile del fuoco torna in superficie. Il suo posto al martello pneumatico viene preso da due colleghi. Alfredo li sente e riprende a parlare con i soccorritori.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle due chiede dell’acqua. Gli rispondono che gliel’hanno già data e lui dice che l’ha bevuta tutta.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle due e mezza i soccorritori sono più vicini. Nel cunicolo che stanno terminando di scavare viene immessa ancora aria.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65338 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/rampi1-213x300.jpg" alt="" width="195" height="275" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rampi1-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rampi1.jpg 325w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />Alle tre e mezza viene chiesto ad Alfredino di urlare un nome, quello di Mario, per permettere ai vigili del fuoco che lo stanno raggiungendo di orientarsi. </strong>Alfredo obbedisce e i martelli pneumatici ricominciano a lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alle quattro e mezza giunge sul posto il presidente della Repubblica Sandro Pertini</strong> che va all’imboccatura del pozzo e scambia qualche parola con lui attraverso la sonda.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle sei i due vigili fanno cadere l’ultimo diaframma che separa la galleria parallela dal pozzo artesiano dove Alfredo è prigioniero da quarantasette ore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alle otto di sera i soccorritori riescono ad aprire un foro di circa venti centimetri nel pozzo artesiano ma non vedono Alfredo. Viene calata una lampada a trentasei metri di profondità. Lui dice di vedere una luce sopra di sé. Alfredo è scivolato ancora più giù.</strong> Ora è a sessanta metri di profondità. I soccorritori decidono di far scendere nel pozzo uno speleologo per raggiungerlo attraverso il foro di collegamento creato dagli altri soccorritori. Tuttavia l’apertura si rivela troppo stretta per permettere di accedere da lì al pozzo artesiano e il giovane speleologo deve desistere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un volontario di origine sarda, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro, poco dopo la mezzanotte fra il 12 e il 13 giugno si fa calare nel pozzo artesiano. A mezzanotte e quindici minuti raggiunge il bambino. Il piccolo è coperto di fango. Angelo per sette volte prende Alfredino, facendolo salire di una decina di metri. E per sette volte gli sfugge la presa.</strong> All’una meno dieci, Angelo, stremato, viene tirato su. In tutto resta a testa in giù quarantacinque minuti, contro i venticinque considerati come soglia massima di sicurezza in quella posizione. All’uscita, Angelo viene preso in braccio da un vigile del fuoco e da un civile. È sporco e trasfigurato in volto.</p>
<p style="text-align: justify;">Alfredino è ancora lì, a sessanta metri di profondità. “Angelo” riesce a dire con un filo di voce. “È immerso nel fango ed è stremato ma è ancora vivo”, dice l’uomo altrettanto sfinito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>All’una, Claudio, un giovane trapezista, si offre volontario e scende nel condotto di collegamento: è il primo di una serie di tentativi tutti sfortunati e, fino alle tre, decine di volontari, sprovvisti di qualunque esperienza ma con le caratteristiche fisiche necessarie</strong>, vengono controllati dai medici e quattro di loro si calano nella galleria di raccordo fermandosi però al raccordo o subito dopo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65339 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/rampi2-300x171.jpg" alt="" width="300" height="171" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rampi2-300x171.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/rampi2.jpg 633w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Alle tre i tentativi s’interrompono. I soccorritori s’interrogano sull’eventualità di far scendere nel pozzo gli ultimi due volontari, due adolescenti, poi optano per un tentativo diverso e <strong>alle quattro e venti cercano di agganciare il bambino con una piccola ancora con l’ausilio di una telecamera fatta scendere fin dove è prigioniero ma la discesa della telecamera è impossibile e l’esperimento viene interrotto.</strong> Intanto cessano i contatti. Alfredino non parla, non piange e non si riesce nemmeno a sentirne il respiro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Verso le cinque del mattino tenta un altro speleologo. Il venticinquenne Donato Caruso. Anche lui lo raggiunge e prova a imbracarlo ma le fettucce da contenzione psichiatrica che usa e che avrebbero dovuto assicurare una sorta di effetto cappio, scivolano via al primo strattone. </strong>Caruso si fa tirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si ferma per riposare e poco dopo scende ancora. Effettua altri tentativi, usando un paio di manette, rischiando lui stesso la vita perché queste sono legate alla corda di sicurezza. Ma alla fine anche Caruso torna in superficie. Senza Alfredino.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle sette sono sessanta ore che il piccolo è nel pozzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le undici e le due e quaranta vengono fatti altri quattro tentativi. Inutili.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle quattro e quaranta del pomeriggio viene calata una telecamera che arriva fino a venti centimetri dal suo corpo. È rannicchiato in posizione obliqua, completamente sporco di fango. Si vede chiaramente anche il suo viso reclinato su una spalla, un braccio sul petto e l’altro ripiegato dietro la schiena. È immobile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alle sette e quarantadue viene introdotto nel pozzo lo stetoscopio che dovrà controllare se è ancora presente attività cardiaca. La risposta, come ormai tutti si aspettano, è negativa.</strong> Finiscono così le speranze di tutta Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte”, dice quel giorno in tv il giornalista Giancarlo Santalmassi. “Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. <strong>Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: sessanta ore di lotta invano per Alfredo Rampi”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Allora come oggi. Quando il mondo, che è così bello, fa schifo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Michele Mengoli</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.mengoli.it/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>www.mengoli.it</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-il-mondo-che-e-cosi-bello-fa-schifo-ora-per-ora-la-storia-di-alfredino-perduto-in-un-pozzo-e-stata-la-registrazione-di-una-sconfitta-sessanta-ore-di-lotta-inva/">Quando il mondo, che è così bello, fa schifo: ora per ora, la storia di “Alfredino”, perduto in un pozzo. “È stata la registrazione di una sconfitta, sessanta ore di lotta invano…”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Potere è cessare di temere la morte”: Gabriele Del Grande ha scritto il “Guerra e pace” dello Stato islamico. Gli ho chiesto di redigere il vocabolario della gloria e dell’orrore</title>
		<link>https://www.pangea.news/potere-e-cessare-di-temere-la-morte-gabriele-del-grande-ha-scritto-il-guerra-e-pace-dello-stato-islamico-gli-ho-chiesto-di-redigere-il-vocabolario-della-gloria-e/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/potere-e-cessare-di-temere-la-morte-gabriele-del-grande-ha-scritto-il-guerra-e-pace-dello-stato-islamico-gli-ho-chiesto-di-redigere-il-vocabolario-della-gloria-e/#comments</comments>
		
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		<pubDate>Sat, 12 Jan 2019 05:45:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il titolo del libro ha il sapore di un fiore esotico, ma è a un dettaglio che assicuro la sua personalità. Come faccio sempre, chiedo una lista di “autori di riferimento”, cioè di denunciare l’identità letteraria. Mi fa la lista. Da Bohumil Hrabal a Beppe Fenoglio, da Oriana Fallaci a Josè Saramago e Ennio Flaiano. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/potere-e-cessare-di-temere-la-morte-gabriele-del-grande-ha-scritto-il-guerra-e-pace-dello-stato-islamico-gli-ho-chiesto-di-redigere-il-vocabolario-della-gloria-e/">“Potere è cessare di temere la morte”: Gabriele Del Grande ha scritto il “Guerra e pace” dello Stato islamico. Gli ho chiesto di redigere il vocabolario della gloria e dell’orrore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il titolo del libro ha il sapore di un fiore esotico, ma è a un dettaglio che assicuro la sua personalità. Come faccio sempre, chiedo una lista di “autori di riferimento”, cioè di denunciare l’identità letteraria. <strong>Mi fa la lista. Da Bohumil Hrabal a Beppe Fenoglio, da Oriana Fallaci a Josè Saramago e Ennio Flaiano. Seguono svariati libri di storia, in inglese. Alcuni sono in arabo. “Poi ci sono centinaia di altri libri, soprattutto fra i classici, che non ho più con me</strong> perché ogni volta che faccio un trasloco, accade più o meno ogni due anni da quando me ne sono andato di casa ai diciotto, regalo tutto a una biblioteca della città che abbandono per una strana pulsione a disfarmi di pesi ed ingombri”. Lo capisco qui. La necessità di traslocare, di lasciare, di azzerare tutto. Un falò di sé per rendere i fatti inderogabili. La letteratura intesa come vita – sorriso, occhi e sangue – e non come alambicco accademico, sfogo durante fumose discussioni. <strong>Gabriele Del Grande ha cominciato contando i morti nel Mediterraneo, nel 2006, con il progetto <a href="http://fortresseurope.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener">“Fortress Europe”</a></strong> – il progetto è fermo al 2016, con didascalia ferina, la promessa di censire “la storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d’Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città”. Poi ha fatto un film, <em>Io sto con la sposa. </em><strong>Poi ha scritto un libro dal titolo che ha il sapore di un fiore esotico, <em>Dawla</em> (Mondadori, 2018), ma è un veleno, è un saggio a ritmo romanzesco, che con ferocia narrativa racconta “La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori”. Quando, aprile 2017, Del Grande viene arrestato in Turchia, “per quattordici giorni<em>, </em>undici dei quali in totale isolamento”,</strong> sta lavorando a <em>Dawla</em>, il primo organico tentativo di raccontare lo Stato islamico (“Dawla” è “Stato” per gli affiliati alla guerra santa, l’estrema) attraverso la testimonianza di tre disertori. “Col senno di poi posso dire che quelle due settimane dietro le sbarre hanno aiutato la mia ricerca”, scrive Del Grande nell’introduzione, e conclude, <strong>“Per incontrare i carnefici, ci si sporca le mani. Ma l’unico modo che ha uno scrittore per raccontare una storia, a meno di non volersela inventare, è quello di ascoltarla a sua volta dalla viva voce dei suoi protagonisti”. <img decoding="async" class=" wp-image-64948 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/dawla-195x300.jpg" alt="dawla" width="133" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla-768x1179.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/dawla.jpg 1000w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" /></strong>Il libro è impressionante, vi porta nell’harem delle “vedove dei martiri”, donne bramate, protette da Dawla, date in moglie, dopo la vedovanza, ad altri guerrieri, in una filiera del fanatismo, servi al loro erotismo ideologico, pur di guadagnare un posto di primo piano in questo ma soprattutto nei mondi a venire. <strong>E poi vi porta a fare una gita al Punto 71, “il nome in codice di una delle prigioni segrete del Dawla in Siria, a Shuhayal”, dove imperversava – prima di essere ucciso durante un bombardamento nel settembre del 2017 – Christian, “un tedesco convertito</strong>… l’unico agente del Punto 71 a girare senza la maschera sulla faccia… uomo alto e magro, sulla trentina… volto spigoloso e labbra sottili… ogni volta che c’era da sgozzare qualcuno, soprattutto se era europeo, Christian insisteva per essere lui a tagliargli la gola in piazza”. Ho inseguito a lungo Del Grande. Per raccontare lo Stato islamico ha prediletto la narrazione potente, l’audacia dell’affresco, più che la genia del saggio. <strong>Ha scritto l’immane – il libro supera le 600 pagine – <em>Guerra e pace </em>dello Stato islamico, l’epopea infernale di quel cuore martoriato e folle della Storia,</strong> tra Siria, Iraq, Turchia, che ha morso – e morde – la placida, ipocrita Europa. Non si sradica l’idea con le bombe. Quando ho letto il libro mi si è chiarificata una cosa, lampeggiante. Non serve fare una intervista canonica a Del Grande. <strong>Il libro mette in discussione tutto il nostro vocabolario. Parole come bene e male, tradimento e pietà, guerra e prigionia – che per i militanti è una prova religiosa utile a santificare la loro missione, cauterizzando ogni tentennamento – paura e potere, hanno un significato diverso in quel contesto, spesso opposto.</strong> Per questo, ho chiesto a Del Grande di riscrivere il vocabolario, di dettare l’abbecedario di quel luogo di inferno e di gloria. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parto dalla parola ‘viaggio’ a cui lego ‘avventura’ e ‘avventatezza’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Viaggio è affermazione di sé. Lo è per chi attraversa il Mediterraneo rischiando la vita sulle rotte del contrabbando, che sia per inseguire la chimera del proprio riscatto sociale o per mettersi in salvo da una guerra. <strong>Viaggio è affermazione di sé per chi attraversa la frontiera di un paese in guerra, come la Siria, per unirsi alle brigate internazionali sull’una e sull’altra parte del fronte e finalmente impugnare le armi in nome della propria utopia, sia essa il jihad o il suo opposto, la rivoluzione confederale dei curdi siriani del Rojava. Viaggio è affermazione di sé per chi, come me, da un decennio attraversa il mondo inseguendo le storie che fanno la storia</strong> e col senno di poi si rende conto di aver scritto la propria, di storia. Viaggio non ha nulla a che fare con il turismo. Viaggio è un’iniziazione, un’avventura di formazione, <strong>necessariamente avventata perché abbandona gli ormeggi delle certezze e insegue il cambiamento del proprio destino.</strong> In questo senso viaggio è modernità nella misura in cui contempla l’idea che il destino dell’individuo non sia scritto. Che l’individuo possa ambire a divenire altro da sé e addirittura che in quell’altro e in quell’altrove possa risiedere la propria felicità, a prescindere dal fatto che essa esista davvero e che non si tratti invece di una chimera.</p>
<figure id="attachment_64949" aria-describedby="caption-attachment-64949" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64949" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/alessio_genovese_YY-2-300x200.jpg" alt="dawla" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/alessio_genovese_YY-2-300x200.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/alessio_genovese_YY-2.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64949" class="wp-caption-text">Aleppo, 2012. Il corpo senza vita di un combattente della brigata islamista Ahrar al-Sham nella moschea di Sukkari (photo Alessio Genovese)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi cosa significa ‘migranti’. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso di avere un problema con i participi presenti del burocratese politicamente corretto. E poi da autore mi piace chiamare le persone con le parole con cui esse stesse si definiscono. <strong>Nell’Africa francofona li chiamano <em>adventuriers</em>, gli avventurieri. In arabo si usa una parola ancora più carica di significato: <em>harraga</em>. È un termine in uso in tutto il Maghreb e vuol dire “quelli che bruciano”. Noi diremmo bruciare un semaforo per uno che è passato col rosso.</strong> A Tunisi, Algeri o Tangeri dicono bruciare la frontiera per chi prende la scorciatoia del mare spesso dopo aver ricevuto un diniego alla richiesta di visto in qualche ambasciata europea. L’idea dunque è quella di violare consapevolmente una norma, di buttare il proprio corpo oltre il confine per riprendersi un diritto elementare, quello alla mobilità. <strong>I bruciatori, <em>harraga</em>, sono gli inarrestabili, i corsari di questo Mediterraneo trasformato in cimitero dalle norme sui visti scritte a Bruxelles in questi decenni. Norme che mentre aprivano alla libera circolazione con l’est Europa e i Balcani, chiudevano tutte le vie legali per viaggiare tra l’Africa e l’Europa</strong>, consegnando indirettamente alle mafie del contrabbando libiche il monopolio della mobilità sud nord in questo piccolo mare. <em>Harraga</em> non ha di per sé un’accezione positiva, può riferirsi a un giovane disoccupato come a un delinquente evaso di prigione, ma contiene l’idea di una ribellione al sistema dei confini e la sfida quasi romantica di un nuovo inizio in un luogo mitico dell’altrove, l’Europa, la terra delle occasioni, dove giocare la partita per il proprio riscatto sociale. Perché non è dalla guerra che si fugge, ma dalla miseria. Dai quartieri popolari di Gabes, Wahran o Khouribga partono i figli dei ceti più poveri, siano essi contadini o operai, con in testa un unico obiettivo: cercare un salario e cambiare il proprio destino. Una volta attraversato il mare, vincere sarà un imperativo sociale. Bruciare è anche questo: per chi arriva in Europa non è ammessa la sconfitta. <strong>Torna alla mente la storia leggendaria di un altro bruciare estremamente popolare nell’immaginario collettivo del Maghreb: la traversata dello stretto di Gibilterra, fra il Marocco e la Spagna, compiuta nell’ottavo secolo dall’armata islamica del neonato califfato omayyade agli ordini del comandante berbero Tareq ibn Ziyyad.</strong> Una popolarissima leggenda narra che una volta sbarcato in Andalusia, il comandante ordinò ai suoi cinquemila soldati di dare alle fiamme le navi che li avevano appena traghettati. “Nantasiru aw namutu”. Ovvero: “Vinceremo o moriremo”. Vale lo stesso anche oggi per gli <em>harraga</em> e le loro personalissime lotte contro la miseria. Chi non riesce non tornerà a casa da sconfitto. Meglio perdere se stessi nella terra straniera, l’Europa, che ritornare a mani vuote.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa è ‘Dawla’ per te? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dawla è una sfida. Finora avevo sempre raccontato il punto di vista delle vittime. Avevo sempre seguito l’empatia. La guerra però, in Libia come in Siria, mi ha mostrato il limite di questo approccio, mostrandomi quanto spesso le vittime si trasformino esse stesse in carnefici. Specialmente quando di mezzo c’è il sangue e la lotta per il potere. Così ho scelto di raccontare quella trasformazione. <strong>Ho deciso di andare a parlare con i jihadisti per scrivere una storia orale dello Stato islamico in Siria. Non per giustificarli né tantomeno per sminuire, tutt’altro.</strong> Mi sentivo chiamato dalle loro storie per un duplice motivo. Dal punto di vista giornalistico mi interessava ricostruire l’improvvisa e misteriosa ascesa dell’Isis nonché la sua caduta in realtà solo apparente. Dal punto di vista letterario invece mi interessava indagare una storia universale, che è la storia della condizione umana di chi subisce il richiamo della lotta armata, di chi cede al fascino della sottomissione totale all’Idea, di chi si lascia divorare dalla brama per il potere e dall’assuefazione per la violenza.</p>
<figure id="attachment_64950" aria-describedby="caption-attachment-64950" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64950" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/parchicimiteri-300x169.jpg" alt="dawla" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/parchicimiteri-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/parchicimiteri.jpg 622w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64950" class="wp-caption-text">Aleppo, 2013. Lapidi nel parco giochi di Bustan al-Qasr (photo Gabriele Del Grande)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>E a quali concetti avvicini ‘Turchia’ ed ‘Europa’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dovendo scegliere, risponderei una cella e un cimitero. <strong>La cella è quella dove sono stato detenuto per quattordici giorni<em>, </em>undici dei quali in totale isolamento, per aver cercato di indagare sui rapporti fra servizi segreti turchi e gruppi jihadisti in Siria.</strong> Quella cella è stata per me l’occasione per riflettere sul carcere politico e su vicende ben più gravi della mia. Per quanto spiacevole infatti, il mio breve trattenimento è stata una vicenda irrisoria rispetto alla deriva autoritaria che conosce il paese dopo il fallito golpe dell’estate 2016 e che ha portato in carcere oltre duecento firme del giornalismo turco, processati per terrorismo e condannati anche all’ergastolo, insieme a migliaia di oppositori. Le loro celle rappresentano la sconfitta delle ambizioni democratiche del paese, ma allo stesso tempo sono la rappresentazione plastica della forza di quelle stesse ambizioni. Sono cioè storie di forza e non di debolezza. Storie di resistenza e non di sconfitta. La Turchia che mi piace guardare è questa Turchia in cella, non la Turchia della deriva autoritaria, non la Turchia della censura, delle avventure militari in Siria e della repressione militare dei movimenti curdi, non la Turchia delle nuove élite arricchitesi negli anni del boom economico e vicine al potere islamista e nazionalista. <strong>L’Europa invece ha la forma del suo cimitero Mediterraneo. Io il mio lavoro l’ho iniziato così dodici anni fa: contando i morti alle porte del vecchio continente, lungo le rotte del contrabbando in frontiera. Ad oggi le stime più caute parlano di trentamila morti fra Libia e Sicilia, Turchia e Grecia, Marocco e Spagna. E il dato reale è probabilmente molto più grande,</strong> perché buona parte dei naufragi sono avvenuti in alto mare senza che stampa e autorità ne abbiano mai ricevuto notizia. Quella grande fossa comune ci interroga sulla nostra indifferenza, non tanto e non solo dei nostri governi, ma in primis delle nostre società che hanno ormai imparato a convivere con questi numeri da guerra in frontiera. Allo stesso tempo quei morti stanno scrivendo una storia che legherà per i secoli a venire l’Europa all’Africa. È una storia potente di mescolamenti di popoli e di culture. Una storia più forte delle paure e delle narrazioni contro la mobilità umana. <strong>Se le relazioni umane fossero fili saremmo davanti ad una rete di milioni di nodi intessuta fra l’Europa e l’Africa. Il destino di milioni di noi si è intrecciato con quello di altrettanti abitanti della riva sud. Sono storie di amici, di parenti acquisiti, di amori, di affari, di viaggi, di scoperte. Sono un anticipo del futuro. </strong>Perché a metà dell’Ottocento nessuno avrebbe osato immaginare un’Italia unita, un’Italia senza dogane, divisa in regni e regnucoli, stati pontifici, ducati e granducati; così come all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale nessuno avrebbe osato immaginare un’Europa unita e uno spazio di libera circolazione fra Stati che si erano fatti la guerra fino al giorno prima. Allo stesso modo oggi può sembrare inverosimile uno spazio globale di libera circolazione, ma è uno degli scenari possibili verso cui ci stiamo avvicinando seppure fra mille difficoltà e non pochi rigurgiti nazionalisti. Lo dico con un’immagine forte. Chissà che un giorno, nonostante il nostro ritardo sulla storia, quel cimitero in fondo al mare non finisca per diventare un ponte. Un ponte fatto di corpi e relitti così numerosi da ricongiungere per la prima volta le due rive di questo Mediterraneo dopo tanti secoli di guerre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La parola ‘prigione’ e ‘clausura’, a cosa rimandano, per te?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diciamo che la clausura è un buon modo per superare la prigione. Soprattutto durante l’isolamento. <strong>Restare 24 ore al giorno in totale solitudine non è facile. L’unico modo per uscire da quella cella è chiudere gli occhi e viaggiare in un’avventura della mente.</strong> Soltanto così il tempo iperdilatato della cella riprende a scandire il ritmo del proprio respiro e il pensiero ritrova una forte lucidità. A me hanno aiutato molto i quattro giorni di sciopero della fame perché mi restituivano la possibilità di sfidare l’abuso di potere di cui ero vittima e l’illusione di poter incidere sulla realtà anche dall’interno della mia cella. Il resto l’ha fatto la lettura. <strong>Durante i miei undici giorni di isolamento a Mugla, in Turchia, mi erano stati messi a disposizione un Corano in arabo e un manuale di conversazione in turco. In una settimana memorizzai buona parte del frasario turco che poi praticavo improvvisando pretestuosi dialoghi con le guardie durante i frequenti controlli della cella, ed ebbi il tempo per rileggermi per intero il Corano.</strong> Per me era un modo per occupare il tempo con lo studio. Per i detenuti jihadisti nella cella a fianco alla mia era invece un modo per resistere. Ricordo un libico di Tripoli con cui riuscii a parlare una sera per qualche minuto attraverso gli spioncini delle porte delle nostre celle prima che le guardie se ne accorgessero e si affrettassero a chiuderli urlandoci addosso. Il libico era stato fermato cinque mesi prima in frontiera mentre andava a unirsi al fronte. Dallo spioncino vedevo solo i suoi occhi, ma riconobbi la sua voce. Era la voce che risuonava cinque volte al giorno nel corridoio della nostra sezione quando intonava la chiamata alla preghiera. <strong>Nella sua cella non facevano altro dalla mattina alla sera. Preghiera e memorizzazione del Corano. La loro detenzione era una prova, un’esperienza religiosa, quasi mistica. </strong>Rivedevo con i miei occhi le storie che mi erano state raccontate da decine di testimoni siriani che avevo intervistato per il libro e che avevano condiviso il carcere duro e le torture con gli islamisti di al-Qa‘ida. In Siria come in Turchia i detenuti jihadisti cercavano nelle parole dei testi religiosi il conforto per superare il dolore e insieme la promessa di un’utopia di giustizia a cui stringersi saldamente non soltanto per non impazzire ma per invertire i rapporti di forza. <strong>Per trasformare la debolezza in forza e la sofferenza in un’affermazione di sé. Perché torniamo sempre alle grandi narrazioni che abitiamo o che ci abitano: un conto è subire impotenti e un conto è lottare, un conto è soffrire e un conto è desiderare il martirio, un conto è essere soli e un conto essere l’avanguardia di un movimento globale di lotta armata. </strong>In questo senso il carcere spesso non fa che fortificare le convinzioni degli esponenti dei gruppi di lotta armata dei movimenti islamisti, senza parlare della possibilità di incontrare dietro le sbarre leader e guide spirituali di quegli stessi movimenti che in cella hanno la possibilità di fare proseliti anche fra molti detenuti comuni trasformando il carcere in un grande campo di indottrinamento e addestramento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qualifica il termine ‘tradimento’. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Difficile. A volte il tradimento è storia di opportunismi e profittatori; a volte è il prevalere del potere sull’idea; altre volte è semplicemente il trionfo della vendetta in uomini accecati dalla violenza subita, altre volte ancora il tradimento è profetico. <strong>Esistono cioè situazioni in cui tradire è la cosa più saggia, quando non addirittura l’unica via d’uscita dal circuito perverso del sangue, perché alla fine la pace si fa coi propri nemici e a qualcosa bisogna pur tradire per salvare altre vite. </strong>Altrimenti non sarà mai la pace, ma saranno soltanto le macerie della vittoria finale. Dopodiché alcuni lo chiameranno compromesso e altri tradimento. Ed è proprio per questo che diffido molto del termine. Perché tradimento è un’accusa buona per tutte le stagioni del potere per scomunicare i propri avversari. Il che in guerra equivale a una condanna a morte e in pace alla macchina del fango. <strong>Ora, essendo io un inquieto cultore del dubbio e della ricerca, non posso che provare simpatia per alcune delle suddette categorie di tradimenti, a discapito delle certezze monolitiche e monoteiste di chi pretende di possedere una morale e una verità assoluta.</strong> E questo sia perché la natura umana è debole e costellata di tradimenti, errori ed erranze. Sia perché, come dicevo pocanzi, grandi statisti e pensatori del passato sono spesso stati additati come traditori, eretici o folli, per aver indicato una strada troppo in anticipo sul loro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">‘</p>
<figure id="attachment_64951" aria-describedby="caption-attachment-64951" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64951" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/mahmudguardaallafinestra-300x169.jpg" alt="dawla" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/mahmudguardaallafinestra-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/mahmudguardaallafinestra.jpg 622w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64951" class="wp-caption-text">Aleppo, 2013. Bambino alla finestra osserva un gruppo di miliziani in strada (photo Gabriele Del Grande)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Obbedienza’, ‘disciplina’: cosa significano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rinuncia alla propria individualità, alla propria libertà, al proprio raziocinio. C’è una scena nel libro che restituisce bene l’immagine. Quando uno dei personaggi sceglie di arruolarsi nel Dawla e viene convocato per un corso di addestramento nei servizi segreti dell’organizzazione. Insieme a una trentina di giovani uomini candidati come lui alla stessa posizione, viene bendato e fatto salire su un autobus che li porterà alla sede del corso. <strong>Una volta arrivati a destinazione, nei sotterranei di una vecchia scuola di campagna, il loro addestratore distribuirà loro come prima cosa dei passamontagna neri da indossare. L’ordine sarà di non toglierseli mai per nessuna ragione. Né durante i pasti, né durante le preghiere e nemmeno durante il sonno. Affinché nessuno conosca mai la loro vera identità.</strong> Così coperti, il nostro personaggio si stupirà di non riconoscere più i vecchi compagni. E si ecciterà alla sensazione di <strong>essere finalmente la parte indistinta di un tutto, non più un individuo singolo, ma un ingranaggio di una macchina molto più grande,</strong> dove uomini di tutte le nazioni e di tutte le classi sociali, resi uguali in tutto e per tutto persino da quella maschera, si diranno pronti a morire lottando per un’idea a cui hanno giurato fedeltà assoluta. Chiaro che in Dawla tutto è amplificato, è la guerra ed è il totalitarismo. Ma il meccanismo di fondo è quello dell’obbedienza totale e della sottomissione incondizionata all’Idea. In tempi di pace la sottomissione è all’immaginario collettivo, al controllo sociale, alla morale, al pensiero debole come alle ideologie forti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi, nel contesto che hai vissuto, che cosa sono ‘bene’ e ‘male’. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bene e male sono le prime vittime di ogni guerra, assieme alla verità. Nel senso che sul fronte lo scontro non è fra buoni e cattivi. Lo scontro è fra gruppi di potere, a livello nazionale e internazionale, ed è mosso esclusivamente da interessi molto materiali ovvero il controllo di territori e risorse. Le risorse però da sole non bastano per armare un esercito. <strong>Per convincere migliaia di uomini a combattere non basta un buon salario. Serve un’idea, una fede, una grande narrazione che dia senso a quel conflitto e che trasformi i suoi morti in martiri caduti per la giusta causa. In questo senso il bene e il male sono importanti e come in guerra.</strong> Perché definiscono da che parte della trincea posizionarsi. Nel caso di Dawla, da un lato c’è la grande narrazione della guerra globale al terrorismo islamista per la causa della democrazia e della libertà; dall’altro c’è la grande narrazione della guerra globale ai tiranni della miscredenza e agli imperi dell’empietà per la causa di Dio. Queste narrazioni arrivano sul campo di battaglia e orientano le scelte di chi decide di impugnare le armi in una sorta di scontro finale fra le forze del bene e del male. Nel libro provo a raccontare proprio questo: il fascino del jihad e la conseguente ridefinizione della scala dei valori in una narrazione che da un lato demonizza il nemico e esalta il martirio, ma dall’altro propone un’etica di fratellanza ed egualitarismo fra mujahidin e promette agli oppressi un’utopia di giustizia e di ritrovata grandezza. <strong>Nel libro cerco di raccontare chi sono gli uomini e le donne su cui questa narrazione del Dawla ha fatto presa e come giustificano i crimini efferati commessi da quell’organizzazione. Perché il male poi esiste eccome. Soltanto in Siria parliamo di mezzo milioni di morti in sette anni.</strong> E tuttavia il male, per quanto efferato, non è mai disumano. Mi spiego: sarebbe troppo sbrigativo liquidare le azioni anche più cruente come il frutto di menti malate. Dietro ai crimini del Dawla, ma potremmo dire lo stesso dei crimini dei nazisti durante la seconda guerra mondiale, non c’è altri che l’uomo. E <strong>se c’è un modo per dire “mai più” forse è indagare i meccanismi della violenza, dell’odio, dei totalitarismi, della propaganda, della guerra e del potere. Farlo ci costringe ad abbandonare il comodo e illusorio punto di vista della lotta fra il bene e il male, ci costringe a osservare gli aspetti più oscuri della nostra imperfetta umanità.</strong> Ed è scomodo perché non ci assolve. Non ci dà cioè la certezza che al posto di altri saremmo stati vittime e non invece carnefici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spiegami la parola ‘segreto’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se mi dici segreto, ti dico servizi segreti. I grandi manovratori oscuri dietro ogni guerra. <strong>Perché mentre sul campo di battaglia ci sono idealisti e avventurieri, guerrieri e fanatici, banditi e signori della guerra, dietro le quinte si muovono giochi di potere molto più grandi delle ragioni di chi rischia la vita per un’idea, per il denaro o per un’avventura.</strong> Sono i servizi segreti siriani che giocarono la carta della strategia della tensione rilasciando mille prigionieri jihadisti all’inizio delle proteste nel 2011 per infiltrare e delegittimare l’opposizione siriana. Sono i servizi segreti turchi, francesi, britannici, statunitensi, israeliani, qatarini, emiratini e sauditi, che fra il 2012 e il 2014 portarono avanti una strategia del caos favorendo l’arrivo in Siria di migliaia di jihadisti internazionali con l’obiettivo di destabilizzare il regime siriano di al-Asad. E sono infine i servizi segreti del Dawla stesso, che da Istanbul al Golfo, dagli Emirati alle città europee, pianificarono la terribile stagione degli attentati in Europa prima che la Coalizione internazionale avesse la meglio sul terreno e che in questo momento stanno riorganizzando la guerriglia degli anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spiegami la parola ‘potere’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potere è uno dei temi sullo sfondo del libro. Per chi combatte, potere è uccidere. <strong>Potere è decidere della vita e della morte di un altro uomo. Ma prima ancora è cessare di temere la morte.</strong> Lo racconta uno dei mujahidin nel libro, quando deciderà di abbandonare un’avviata carriera da emiro della polizia morale a Raqqa per tornare sul campo di battaglia, rispondendo al richiamo di quella sensazione di invincibilità che gli veniva dall’uscire vivo dalle trincee, dal puntare le armi al cielo durante un bombardamento aereo senza timore di essere colpito. Più forte di tutto, anche della stessa morte, di cui aveva sconfitto la paura e anzi aveva imparato a desiderare grazie al culto del martirio. <strong>Potere è anche il miraggio che spinse migliaia di civili, per lo più uomini delle classi sociali più povere e dei clan più emarginati della Siria interna, ad arruolarsi con il Dawla nella stagione in cui l’organizzazione rappresentava il carro del vincitore ed era in grado di offrire un avvenire e un riscatto sociale.</strong> Perché la guerra è anche questo: la distruzione di un vecchio ordine costituito e delle sue elite prontamente rimpiazzate con orde di parvenue arricchiti e fedeli al nuovo Stato. Uno Stato totalitario che esercitava il suo potere con il bastone e la carota. Seminando il terrore fra i cittadini con i suoi quotidiani atti di terrore contro i nemici interni, dalle esecuzioni in piazza alle fosse comuni. Ma anche offrendo una serie di servizi e opportunità, dall’assistenza ai poveri al welfare per le famiglie dei martiri di guerra, dalla liberalizzazione del contrabbando di petrolio alla riapertura del commercio fra Siria e Iraq, per comprare con il denaro il consenso dei ceti popolari e dei commercianti. In tutto questo, in <em>Dawla</em> racconto come mentre il grande apparato di propaganda e censura diffondeva l’ideologia islamista del Califfato e prometteva la realizzazione dell’utopia islamista, dietro le quinte si consumavano violentissime faide di potere tra leader di opposte correnti religiose ultraortodosse, fra vertici di servizi segreti interni ed esterni, fra il comando siro-iracheno e quello internazionale. Faide che raccontano molto di come le dinamiche del potere si assomiglino molto ad ogni latitudine, a prescindere dalle ideologie e dalle narrazioni del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultima. Ti chiedo di spiegarmi le parole ‘vita’ e ‘Dio’.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In guerra la vita è un prodotto di scarto, la più economica delle merci. <strong>Non valgono niente le vite dei prigionieri politici torturati a morte nelle prigioni dei servizi segreti siriani. Non valgono niente le vite dei civili cristiani e sciiti trucidati dalle squadre del terrore del Dawla. Così come non valgono nulla le vite dei civili massacrati sotto i bombardamenti dell’aviazione siriana prima e di quella statunitense e russa poi. </strong>Ed è così che, per una strana legge degli opposti, non valendo più niente la vita diventa al tempo stesso la merce più preziosa. Il dramma accorcia lo scorrere del tempo. Avviene tutto nell’imminenza del tempo presente. Il passato è distrutto. Il futuro scompare dalla vista, non è garantito. Non resta che il qui e ora ed è un tempo di scelte esistenziali. Fuggire o combattere? Uccidere o essere uccisi?<strong> Dio è il protagonista di un discorso. È un discorso religioso che offre conforto a chi in mezzo alla guerra ha perso tutto e vede avvicinarsi inesorabile l’ora della propria morte. È un discorso di lotta armata che incoraggia coloro che si sentono oppressi a unirsi nell’esercito dei giusti che riporterà sulla terra le leggi di Dio nella loro interpretazione ultra-ortodossa</strong> e allontanerà i tiranni dell’empietà e la corruzione dei tempi, riportando in auge la grandezza perduta del primo califfato. Ed è infine un discorso politico, che legittima il potere dell’organizzazione del Dawla come autentica custode del jihad globale. Proprio per questo ogni discorso su Dio che si scosti dalla visione ultra-ortodossa del Dawla e dunque ne mini la legittimità, è la più grande minaccia per il futuro dell’organizzazione. Le idee infatti non si sconfiggono con le bombe ma con altre idee</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/potere-e-cessare-di-temere-la-morte-gabriele-del-grande-ha-scritto-il-guerra-e-pace-dello-stato-islamico-gli-ho-chiesto-di-redigere-il-vocabolario-della-gloria-e/">“Potere è cessare di temere la morte”: Gabriele Del Grande ha scritto il “Guerra e pace” dello Stato islamico. Gli ho chiesto di redigere il vocabolario della gloria e dell’orrore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“In Venezuela mi hanno minacciato per un libro… ho visto cose che voi umani…”: dialogo oltreoceanico con Antonio Nazzaro</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Dec 2018 08:07:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vive una specie di estremismo poetico, Antonio Nazzaro, torinese di nascita, sudamericano nel sangue, coordinatore, da dieci anni, del Centro Culturale Tina Modotti, passato dal Messico al Venezuela, ora in Colombia. Una attitudine alla poesia come amplificazione della vita, anima Nazzaro. Quando gli chiedo cosa accade ora in Venezuela, è drastico: “non è un paese… [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/in-venezuela-mi-hanno-minacciato-per-un-libro-ho-visto-cose-che-voi-umani-dialogo-oltreoceanico-con-antonio-nazzaro/">“In Venezuela mi hanno minacciato per un libro… ho visto cose che voi umani…”: dialogo oltreoceanico con Antonio Nazzaro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Vive una specie di estremismo poetico, <a href="http://www.pangea.news/la-poesia-un-canto-infinito-scappa-dalle-finestre-un-venezuela-disperato-dialogo-antonio-nazzaro/" target="_blank" rel="noopener">Antonio Nazzaro</a>, torinese di nascita, sudamericano nel sangue, coordinatore, da dieci anni, del Centro Culturale Tina Modotti, passato dal Messico al Venezuela, ora in Colombia. Una attitudine alla poesia come amplificazione della vita, anima Nazzaro. Quando gli chiedo cosa accade ora in Venezuela, è drastico: “non è un paese… è un territorio in mano a bande criminali protette dalla dittatura militare”. Lui, intanto, sotto minaccia, a causa di un libro, <em>Appunti dal Venezuela</em>, si è rifugiato a Bogotá. Non desiste, però, il poeta, anzi, rilancia. Il suo ultimo libro, <em>Amore migrante e l’ultima sigaretta </em>(2018) esce contestualmente in Italia e in Sudamerica, ed è un regesto dei giorni d’indefettibile tenerezza. La ‘migrazione’ è una delle cifre di Nazzaro, poeta apolide, apostolo della poesia. Di luogo in luogo, di volto in volto, l’etica è sempre quella di amare, cioè di gettarsi a capofitto. <em>Capire</em>, semmai, verrà dopo. Amare, in fondo, significa erigere storie per proteggersi dalla Storia, significa “raccontare storie di odore di benzina e neon/ che frantumano notti e cuori”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64487 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro_2-220x300.jpg" alt="Nazzaro" width="143" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro_2-220x300.jpg 220w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro_2.jpg 466w" sizes="(max-width: 143px) 100vw, 143px" />Ti ho lasciato l&#8217;ultima volta in Venezuela, ora sei in Colombia. Cosa fai? Dove vivi? Cosa succede al Venezuela?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Adesso vivo a Bogotá perché la situazione in Venezuela era divenuta insostenibile sia per la mancanza di tutto <strong>sia perché dopo aver scritto il libro “Appunti dal Venezuela. 2017: vivere nelle proteste” le minacce dei collettivi chavisti sono diventate sempre più violente fino a farmi decidere di lasciare il paese.</strong> <strong>Il Venezuela oramai non è un paese, ma un territorio in mano a bande criminali protette dalla dittatura militare</strong> che si nascondono dietro la facciata del governo del presidente Maduro. I massacri nelle zone dell’oro, le torture e uccisioni nelle carceri, l’impossibilità di poter criticare il governo senza rischiare galera o pestaggi ricorda sempre più le tristi dittature degli anni Settanta del Cile, Argentina e Uruguay. Chi difende la mai avvenuta rivoluzione chavista difende in realtà un modello fascista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella tua raccolta ritorna, con una certa ossessione, la figura della sigaretta. Come se la vita fosse un bagliore, andasse bruciata, dissipata, forse, perché è sempre troppo breve. Qual è il senso, un po&#8217; occasionale, un po&#8217; rabdomantico, della tua poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il senso della mia poesia è quello di mettere in rilievo due punti fondamentali: la perdita d’umanità che stiamo vivendo, non solo in America Latina ma nel mondo intero. Basta pensare al ritorno in Europa di movimenti fascisti, neo nazisti e xenofobi. L’altro punto che si nota soprattutto nelle poesie d’amore la silloge si intitola “Amore migrante e l’ultima sigaretta” (Edizioni Arcoiris in Italia e RiL editores in Cile, Colombia e Spagna) è <strong>quello della tenerezza, un elemento che oramai spaventa perché ci rende nudi e deboli ma finalmente umani. Inoltre, la mia poesia è anche un viaggio, quello fisico dell’emigrante e quello del ritorno da quindici anni di dipendenza dall’eroina.</strong> Senza voler esagerare si potrebbe sintetizzare nella frase storica del film Blade Runner: “Ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi&#8230;”, anche se le cose viste da me sono quelle che spesso gli altri, quando le incontrano, non le vedono e girano la testa dall’altra parte continuando il loro cammino. La sigaretta indica non un consumarsi della vita ma piuttosto l’incapacità di restare fermo di fronte agli accadimenti. È il rifugio-precario-dannoso di accendere una sigaretta come per poter fumare il mondo con il suo bruciore in gola e poi gettare a terra il mozzicone, pestarlo e riprendere la lotta per vivere e il cammino. Quando vivi certe esperienze scopri che non hai nulla da perdere se non la vita stessa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Spesso sono poesie brevi, aforismi brutali – e delicati – sulla fronte del quotidiano. Come scrivi? Quando? Qual è la tua personale disciplina poetica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il quotidiano è l’elemento centrale della vita ridotto da molti a un ripetersi meccanico, ma per me è la vita vera, l’amore vero, quello che sembra scontato ma dove invece si nasconde la felicità del vivere. Non grandi accadimenti ma cose semplici come il saluto della vicina o la vita che entra nella tua casa attraverso i rumori della città che sono suoni viventi che scorrono e che spesso non sappiamo vivere e quindi li rincorriamo come qualcosa che si perde ma <strong>in realtà non sappiamo più vivere e cogliere nei suoi aspetti di bellezza, se non quello che tutti i giorni ci aspetta al risveglio. Il mio scrivere segue una disciplina molto semplice, mi obbligo a scrivere tre poesie al giorno, non importa se sono belle o brutte, quello che conta è poter dedicare un momento della mia vita al mio dialogo con il mondo.</strong> Scrivo quello che vedo, la mia poesia è una fotografia di piccole o grandi cose che mi passano davanti agli occhi e che come figlio di un fotogiornalista ho imparato a tradurre in poesia. Proprio per questa visione fotografica del fare poesia, non prendo appunti ma uso la mia memoria fotografica per mettere nella mia testa la poesia che prenderà forma sulla tastiera. Non prendo appunti per pigrizia e soprattutto perché la velocità del pensare spesso non riesco a controllarla e quando scrivo a mano libera poi, non riesco a rileggere la mia calligrafia. La brevità delle mie poesie nasce da un’idea molto semplice: non voglio raccontare ma far sentire un’emozione esattamente come una fotografia che colpisce per la sua sintesi e allo stesso tempo per il suo movimento che continua anche se sembra bloccato in un click.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64488 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro1-201x300.jpg" alt="Nazzaro" width="138" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro1-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro1-768x1148.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro1-685x1024.jpg 685w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro1-1320x1974.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/nazzaro1.jpg 1492w" sizes="(max-width: 138px) 100vw, 138px" />In alcuni versi raduni i tuoi poeti, immagino Pasolini, Dylan Thomas, Ezra Pound, Allen Ginsberg. Che valore ha il rapporto di una fratellanza con i poeti del passato nella tua poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia non ha passato o presente, <strong>la poesia, quella grande, è sempre vigente ed è inevitabile misurarsi con lei</strong> anche se negli autori citati manca tutta la parte della scoperta della poesia dell’America Latina che ha aperto enormi possibilità al mio scrivere. La poesia che mi piace, mi stimola a cercare di aumentare la mia capacità di voler emozionare e di ampliare il mio bagaglio di immagini e suoni e ritmi. Oggi come oggi credo di essere più influenzato dalla poesia contemporanea che da quella del passato che è una base per scrivere il presente come struttura e come ritmo e suono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu scrivi “figlio di una emigrazione che è sempre di più una fuga e una solitudine”. Di emigrazione, di fuga si parla nel tuo libro. Da emigrante in Sudamerica, che giudizio dai sul fenomeno migratorio che accade in Italia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I fenomeni migratori sono parte della storia dell’uomo e spesso ci mostrano la nostra miseria di piccoli borghesi legati a un’idea del benessere che va difeso con le unghie e con i denti dai nuovi “invasori” dimenticandoci il nostro immigrare di italiani e il nostro essere stati si portatori di grandi elementi culturali che non sono solo il “Made in Italy”, ma di una visione del mondo che nasce da una delle più grandi culture europee. <strong>Il problema è che ci dimentichiamo dell’altra parte della nostra immigrazione italiana ovvero per fare un esempio abbastanza chiaro e semplice: “L’80% della droga che si coltiva in America è distribuita dalla ndrangheta”. Italiani brava gente.</strong> E poi sul razzismo mi basta ricordare l’ultimo viaggio in Italia dove durante una gita in Valle d’Aosta la signora dell’hotel leggendo il mio cognome mi ha chiesto: Come è il clima laggiù?&#8230; Se si avesse il coraggio di vedere l’emigrazione per quello che è, ovvero il fallimento di un paese che per i motivi più vari ti obbliga ad abbandonare tutto, si capirebbe perché anche il Bel Paese è una bella schifezza visto che i miei giovani parenti del Sud ancora oggi sono obbligati a emigrare ancor prima di entrare nel mondo del lavoro ma solo per studiare all’interno della stessa Italia. L’essere emigranti non ha fine.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo alcune poesie dall’ultima raccolta di Antonio Nazzaro, “Amore migrante e l’ultima sigaretta” (2018), stampata in Italia, in Cile, in Colombia e in Spagna. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra i libri respiro<br />
viaggio con Sandokan<br />
e con Ginsberg mi perdo a New York<br />
per ritrovarmi con Titiro all’ombra.</p>
<p>La notte sono bordelli di Baudelaire e Lara<br />
e le droghe di Aldous<br />
l’alcol di Kerouac<br />
le braccia della moglie di Sabines.</p>
<p>Le impossibili edizioni dell’enciclopedia britannica di Borges<br />
dove si trova il nulla di mille informazioni.</p>
<p>Una solitudine disordinata mi parla<br />
muta d’inchiostro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p>Ho lasciato Rimbaud nel bagno<br />
e il vecchio Walt tiene aperta la finestra<br />
piegato come un fiore tra lo stipite e la cornice.</p>
<p>La barba di Allen s’intravede sotto la cenere<br />
di sigarette maomettane e angeliche.</p>
<p>Ezra nascosto dalle macchie<br />
cerchi delle tazzine al tavolino con Pierpaolo<br />
mentre Dylan si occulta trai vasi e il verde latte<br />
mi accendo una sigaretta<br />
solo come sempre.</p>
<p>*</p>
<p>Non posso darti la mia vita.</p>
<p>Però sì una<br />
delle tante<br />
che vivo.</p>
<p>*</p>
<p>Contatemi tra i morti<br />
tra le mute parole d’acqua.</p>
<p>Tra i silenzi bianchi<br />
tra i traditori<br />
tra i fuggitivi<br />
tra i drogati<br />
tra i perduti<br />
tra i ritrovati.</p>
<p>Contatemi<br />
tra i non contati.</p>
<p><strong><em>Antonio Nazzaro</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/in-venezuela-mi-hanno-minacciato-per-un-libro-ho-visto-cose-che-voi-umani-dialogo-oltreoceanico-con-antonio-nazzaro/">“In Venezuela mi hanno minacciato per un libro… ho visto cose che voi umani…”: dialogo oltreoceanico con Antonio Nazzaro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ogni essere umano è una creatura di confine. Le mie idee migliori? Il passante ferroviario che attraversa Milano è magico per scrivere…”: dialogo con Nicoletta Bortolotti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Nov 2018 07:06:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nicoletta Bortolotti, nata in Svizzera nel 1967, ha pubblicato Il diario di Flor. Con cartoline (Mondadori 2011); In piedi nella neve (Einaudi Ragazzi 2015); Sulle onde della libertà (Mondadori 2015); Oskar Schindler il giusto. Semplicemente eroi (Einaudi Ragazzi 2017); La bugia che salvò il mondo (Einaudi Ragazzi 2018); Chiamami sottovoce (HarperCollins 2018). È vissuta a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nicoletta Bortolotti</strong>, nata in Svizzera nel 1967, ha pubblicato <em>Il diario di Flor. Con cartoline</em> (Mondadori 2011); <em>In piedi nella neve </em>(Einaudi Ragazzi 2015); <em>Sulle onde della libertà</em> (Mondadori 2015); <em>Oskar Schindler il giusto. Semplicemente eroi</em> (Einaudi Ragazzi 2017); <em>La bugia che salvò il mondo</em> (Einaudi Ragazzi 2018); <em>Chiamami sottovoce </em>(HarperCollins 2018).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È vissuta a Lugano. Ha avuto un significato particolare la sua infanzia legata ad un luogo svizzero, ad un confine o ad un margine?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nata in Svizzera da madre svizzera e padre trentino, e vissuta a Milano, mi sono spesso ritenuta creatura di confine. Torno ancora a visitare la casa dei miei nonni in valle Leventina, dai vetri aperti sul San Gottardo e sul vento che inquieta il bosco. <strong>Strattonata da luoghi in apparenza distanti, ma appaiati da una comune smania di altezza, le vette delle Alpi e le guglie dei grattacieli, sono cresciuta con doppie radici.</strong> Se è vero, però, che il doppio include la duplice possibilità di somma e azzeramento, sono svizzera e italiana e, al contempo, né svizzera né italiana. Da bambina percepivo lo scarto lieve anche a livello linguistico, nei vocaboli diversi ma simili con cui mia madre nominava il mondo in quella bizzarra e peculiare lingua che è lo svizzero-italiano. <strong>A scuola, in Italia, ero considerata “la bambina svizzera”, e in montagna gli amici dell’infanzia mi chiamavano “la bambina italiana”.</strong> Bambini di due mondi sono i figli degli emigranti, ma questa aggiunta d’essere viene spesso, per timore forse di un’eccessiva potenza, mutata nel suo contrario: bambini di nessun mondo. Creature senza mondo. Una storia di confine, come quella dei bambini nascosti, doveva forse prediligere un narratore di confine, per tentare la via della parola. <img decoding="async" class=" wp-image-63783 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/download.jpg" alt="Bortolotti" width="136" height="204" /><strong>D’altro canto, creatura di confine è forse ogni essere umano, errabondo ai margini di un’identità e di un’essenza inafferrabili, straniero a se stesso, anima migrante in luoghi che non possiede.</strong> Nicole, protagonista femminile del romanzo <em>Chiamami sottovoce</em>, si accomoda sull’orlo di un divano, al margine di una sedia, incerta se sporgersi o ritrarsi, se donare o temere, se incontrare la vita o fuggirla. Varcare un confine apre ad un mondo, ma non chiude al precedente, e per questo comporta un prezzo. Andare e tornare, per Michele, il bambino nascosto, protagonista maschile, comporterà sempre un dolore, una frattura, l’insanabile strappo fra la terra del passato e quella del futuro. Nelle testimonianze di numerosi emigranti che hanno fatto ritorno alla loro patria d’origine, si riscontra un disorientamento, un non ritrovare e non ritrovarsi, poiché gli antichi riferimenti sono scomparsi: gli amici di un tempo, gli odori, i volti, i nomi, i ricordi. Il padre di Nicole e il padre di Michele, il primo come ingegnere, il secondo come operaio, lavorano alla galleria autostradale del San Gottardo, negli anni Ottanta il tunnel più lungo del mondo e la via più breve dalla Sicilia al Nord. È singolare che la strenua volontà di ergere confini e barriere, tramite iniziative politiche mirate a ridurre la presenza di immigrati stranieri nella Confederazione elvetica, si accompagni al simbolico e, insieme concreto, atto di abbatterli, frantumando la roccia, strappando pietre alla carne viva della montagna da cui sgorgano le quattro sorgenti: il Rodano, il Ticino, il Reno e la Reuss. Proprio l’elemento che rappresenta un confine geografico e storico invalicabile diviene figura dell’abolizione di quel confine. Il tunnel, nel suo significato metaforico, richiama quasi il canale uterino in cui i protagonisti intraprendono un viaggio nel tempo e nello spazio e in se stessi per rinascere a nuova vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ha iniziato a lavorare nel settore dell’editoria occupandosi di libri per ragazzi. Cosa l’affascina del mondo favolato, creaturale di questo genere letterario?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo di aver appreso a scrivere per adulti, scrivendo per ragazzi, ma in ogni caso mi ritengo sempre allieva, apprendista, <strong>in un percorso incessante dove imparare è un processo privo di punti di partenza e di arrivo.</strong> Attingere alla voce narrante bambina significa scendere nel pozzo della memoria per beneficiare di uno sguardo marginale sulla realtà, dello sguardo di chi non è al centro della scena e si trova su un bagnasciuga a impastare mare e terra o in un cono d’ombra a fissare la parete bianca della storia, cogliendo dettagli, verità celate ai grandi protagonisti. Lo sguardo dell’infanzia è più di ogni altro capace di trasfigurare il mondo, perché vede non visto. Il richiamo a Saint-Exupéry è d’obbligo. Camus riteneva che la forza eversiva della letteratura risiedesse nel dare voce alla sofferenza di chi non ha voce. Le creature di confine non hanno voce, l’esistenza dei bambini è spesso relegata ai margini, così come il giardino terrestre, di hillmaniana memoria, che li avvolge. <strong>È possibile dunque percepire la forza eversiva, dirompente della letteratura per ragazzi, sismografo sensibile più di ogni altro a cogliere i moti tellurici che scuotono la società, le crepe nascoste che ne minano la stabilità e la sovvertono.</strong> Grazie al travestimento favolistico, alieno dalla politica e dalla storia, la letteratura per ragazzi assume talvolta un significato anche politico e rivoluzionario, sedendo sempre all’opposizione nel parlamento della letteratura per adulti. In questo senso narrare favole è talvolta il modo più realistico di narrare. Scrivere per ragazzi educa alla trasparenza dello sguardo e dunque dello stile, del lessico, della parola tramite cui quello sguardo si esprime, epurata dall’opacità del banale. La semplicità non può mai appiattire, ma dovrebbe sempre tendere alla calviniana leggerezza, frutto di un lavoro di sottrazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63784 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/La-bugia-che-salvò-il-mondo-Bortolotti-Einaudi-Ragazzi-9788866564423-219x300.jpg" alt="Bortolotti" width="156" height="214" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/La-bugia-che-salvò-il-mondo-Bortolotti-Einaudi-Ragazzi-9788866564423-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/La-bugia-che-salvò-il-mondo-Bortolotti-Einaudi-Ragazzi-9788866564423-768x1053.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/La-bugia-che-salvò-il-mondo-Bortolotti-Einaudi-Ragazzi-9788866564423-747x1024.jpg 747w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/La-bugia-che-salvò-il-mondo-Bortolotti-Einaudi-Ragazzi-9788866564423-600x823.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/La-bugia-che-salvò-il-mondo-Bortolotti-Einaudi-Ragazzi-9788866564423.jpg 840w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" />Redattrice, copy editor, ghostwriter per Mondadori children e altre case editrici. E ovviamente scrittrice. Come gestisce giornalmente la sua attività lavorativa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi muovo un po’ da funambola tra mondi in apparenza agli antipodi, ma che si nutrono uno dell’altro. <strong>Scrivere per lavoro addestra ad una disciplina utile anche quando si scrive per urgenza personale. Regole e limiti, spesso vissuti da alcuni autori come costrittivi, possono offrire sponde più sicure entro le quali concentrare la creatività, senza disperderla. </strong>Non è detto che correggere ed editare libri altrui aiuti a cogliere errori o debolezze nei propri. Dunque per me è essenziale sempre lo sguardo esterno dell’editor, a volte affilato e impietoso nel tagliare, asciugare, asportare. Tempi di lavoro, scrittura, affetti debordano uno nell’altro in una dialettica mai risolta. Generalmente scrivo il mattino, per circa due o tre ore, e il resto della giornata lo dedico al lavoro, ai figli, alle incombenze della vita famigliare. Scrivo quasi sempre in cucina perché dalla porta finestra mi entra il giardino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si definisce una pendolare. Scrivere in treno è diverso rispetto allo scrivere a casa, nel suo studio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il pendolarismo non riguarda solo un’epoca della mia vita che ora si va concludendo perché lavoro soprattutto da casa, ma anche il sentirmi pendolare fra i mondi dell’immaginazione. Quando avevo i figli piccoli e dovevo recarmi quasi tutti i giorni in redazione, scrivere nel lungo tragitto ferroviario era diventata una necessità. Poi un’abitudine irrinunciabile, da cui potrà sembrare paradossale ma ho faticato a distaccarmi. <strong>Ai ragazzi che incontro nelle scuole, dico spesso che scrivere è intraprendere un viaggio da una città (la scena o situazione iniziale) a un’altra città (la scena o situazione finale) inserendo il navigatore per visualizzare le tappe intermedie.</strong> Se si seguono binari o strade già tracciate, almeno a grandi linee, la scrittura può ancorarsi a un solido percorso, che tuttavia non deve ingabbiarla, irrigidirla. Bisogna prevedere le fermate soppresse, il guasto al motore, la discesa ad una fermata sbagliata. Scrivere in treno aiuta inoltre a delimitare il tempo, per cui quel paragrafo lo devi finire prima di scendere: le parole non devono essere né una di meno né una di più. <strong>E il passante ferroviario che attraversa Milano, inabissandosi per alcuni tratti nelle viscere della città, opera talvolta</strong> <strong>una magia.</strong> Quando dai finestrini dilegua il paesaggio in fuga, dal buio affiora il paesaggio di una storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono i suoi riferimenti letterari più incisivi, italiani e stranieri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Difficile davvero operare una selezione, perché se nomino un autore me ne vengono in mente molti altri. <strong>Amo la letteratura russa, su tutti Dostoevskij e il Salamov dei <em>Racconti di Kolima</em>; e poi Kundera, gli ungheresi Márai e Szabò, gli italiani Buzzati, Tondelli, Calvino, Eco, ma in particolar modo Elsa Morante di <em>La Storia</em>, e ora Elena Ferrante. I latinoamericani Marquez, Allende.</strong> Degli americani, a parte i classici di sempre (Faulkner, Hemingway, De Lillo, Foe) cito una meravigliosa scoperta recente, Kent Haruf.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ama la poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono accostata prima alla poesia che alla prosa, che mi era sempre parsa materia dura, grezza, pesante da lavorare, rispetto alla rarefazione e alla sintesi proprie della poesia. La mia tesi universitaria verteva sul neobarocco nella poesia italiana degli ultimi decenni del Novecento. Negli anni dell’università avevo realizzato insieme ad alcuni studenti, tra cui il direttore Luigi Caricato, una rivista di poesia intitolata <em>Juvenilia</em>. <strong>Con l’ingenua audacia della tarda adolescenza avevamo ospitato fra le sue pagine alcuni inediti di Gianpiero Neri, Luciano Erba, Maurizio Cucchi, Franco Manzoni.</strong> Il circolo dei poeti milanesi, lungi dall’essere chiuso o intellettualmente snob, ci aveva accolto a braccia aperte con il calore riservato ai più giovani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63785 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/3843298_253234-216x300.jpg" alt="Bortolotti" width="160" height="223" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/3843298_253234-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/3843298_253234.jpg 500w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" />Come nasce una sua storia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Una storia può nascere da molteplici ispirazioni che coinvolgono il sentire. Talvolta mi accade di visualizzare una scena, una situazione insolita intorno alla quale costruire l’impalcatura di un racconto. Oppure di <strong>udire una melodia appena accennata, un motivo musicale che può divenire il filo invisibile con cui cucire insieme le parole.</strong> A volte invece, come accade nei sogni, è un sentimento affilato e urgente ad assumere le sembianze di un personaggio, a raggrumarsi in maschere o immagini.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Chiamami sottovoce</em></strong><strong> è la storia di un bambino recluso in una soffitta e dell’illusione di una donna. La stessa montagna, in alcune pagine del romanzo, sembra parlare. Ci dica la genesi del libro, in cui l’aspetto più interessante è senz’altro il contesto storico degli emigranti italiani e dei loro bambini.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente, grazie all’apertura degli archivi segreti di Berna, si è scoperta una tragedia silenziosa e ai più sconosciuta: migliaia di bambini italiani, fatti entrare clandestinamente in Svizzera dai genitori emigranti, venivano rinchiusi in soffitte, abbaini, cantine o seminterrati per non essere scoperti. Oppure erano lasciati negli orfanotrofi di frontiera in attesa che i genitori potessero venire a riprenderli. Lì hanno trascorso gli anni migliori della loro infanzia. “Non piangere, non ridere e non giocare”, veniva raccomandato loro. Una volta diventati adulti non hanno perso l’abitudine di chiamare sottovoce. Il racconto si compone di tre voci narranti e si articola su tre piani temporali e tre luoghi separati da un confine: Airolo negli anni Settanta; Milano e Verona nel 2009; Lugano negli anni Trenta. Cinque sono i personaggi, a loro modo invisibili. Nicole Christen, la protagonista femminile e amica d’infanzia di Michele Moro; Michele Moro, il bambino nascosto, costruito sulla base delle tante testimonianze raccolte; Paola Bernasconi, la madre di Nicole, dal cui funerale prende avvio la vicenda; Delia Pizzorno, l’affittacamere che nasconde Michele; la montagna, il San Gottardo, talvolta “invisibile nel suo mantello di tempesta”, dove lavorano i padri di Nicole e Michele. La verità emerge a strati, proprio come le formazioni geologiche del Gottardo. Il racconto si è sedimentato in me per molti anni prima di trapelare nella scrittura. <strong>Talvolta mi scontravo con la roccia dura di parole che non volevano piegarsi alle mie intenzioni, talvolta dovevo scalare la parete della narrazione per un’altra via.</strong> Il paesaggio alpino si dispiega come un eden che respinge e accoglie, madre di pietra di cui si conserva per sempre il desiderio, paradiso perduto e primigenio dell’infanzia dove si è svolta l’amicizia dei due protagonisti e di cui in entrambi durerà per sempre la nostalgia. <em>Chiamami sottovoce</em> è anche, forse, un racconto sul passato, sulla memoria e sul tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il presente è costellato dalla cronaca in cui l’emigrazione è diventato il fulcro dell’attività politica. Riscontra un’effettiva presa di distanza tra l’italiano e lo straniero, in particolare il clandestino?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sorprendono, pur nella differenza di contesto storico e geografico, le analogie con gli ampi movimenti migratori che premono ai confini odierni. Nei decenni precedenti in alcune discoteche si leggeva: “Vietato entrare ai cani e agli italiani”. Oggi le persone che approdano sulle coste del Sud Europa vengono chiamate “migranti” e non “emigranti”. <strong>La parola “migrante” evoca l’immagine di uno stormo, che si sposta da un territorio all’altro qualora le risorse non garantiscano più la sopravvivenza. Evoca un popolo senza identità, definito solo dal suo “migrare”, dal suo essere in cammino senza poter mai posare.</strong> Forse, anche nelle fini pieghe del linguaggio, si annida la volontà di operare distinzioni fra “noi” e “loro”, di allontanare dalla coscienza, per non assegnare un volto e un nome. Come in passato non l’ebbero i bambini nascosti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Moscè</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ogni-essere-umano-e-una-creatura-di-confine-le-mie-idee-migliori-il-passante-ferroviario-che-attraversa-milano-e-magico-per-scrivere-dialogo-con-nicoletta-bortolotti/">“Ogni essere umano è una creatura di confine. Le mie idee migliori? Il passante ferroviario che attraversa Milano è magico per scrivere…”: dialogo con Nicoletta Bortolotti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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