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	<title>Michel Foucault Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Perché nascesse, ho scelto di essere distrutto”. Dialogo al buio con Dominique Rouche</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Mar 2025 05:14:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Dominique Rouche]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pubblicato il 9 febbraio del 1973,&#160;Hiulques Copules&#160;recava le stimmate del capolavoro. Il libro – arduo, circolare, oracolare, impossibile –, si sviluppa in duecentodieci ‘fibbie’, folgorazioni beneaugurali che paiono inscritte nell’antro dello scudo dei guerrieri achei – oppure, nella federa della Sulamita.&#160; Pubblicato da Gallimard nella collana ‘Le Chemin’, diretta da Georges Lambrichs, dedicata a testi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dominique-rouche-poesia-dialogo/">“Perché nascesse, ho scelto di essere distrutto”. Dialogo al buio con Dominique Rouche</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pubblicato il 9 febbraio del 1973,&nbsp;<a href="https://www.gallimard.fr/catalogue/hiulques-copules/9782070283613" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Hiulques Copules</em></strong>&nbsp;</a>recava le stimmate del capolavoro. Il libro – arduo, circolare, oracolare, impossibile –, si sviluppa in duecentodieci ‘fibbie’, folgorazioni beneaugurali che paiono inscritte nell’antro dello scudo dei guerrieri achei – oppure, nella federa della Sulamita.&nbsp;</p>



<p>Pubblicato da Gallimard nella collana ‘Le Chemin’, diretta da Georges Lambrichs, dedicata a testi anomali ed extra ordinari – nella quale, tra gli altri, sono stati publicati il Nobel per la letteratura J.M.G. Le Clézio e Pierre Guyotat, Jude Stéfan e Georges Perros, Michel Butor e Henri Meschonnic –, il libro è presentato come un’opera poetica tesa al “depistaggio”, “cerimonia blasfema, destino d’inganno che combatte tra essere e verità”. Nella ‘quarta’ s’intravede, per fervore psicanalitico, lo stile di Michel Foucault. Era stato proprio lui a presentare l’autore, <a href="https://editionsorizons.fr/auteur/dominique-rouche/#:~:text=Cependant%2C%20l'exigence%20d',à%20la%20subversion%20du%20sujet." target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dominique Rouche</a>, un ragazzo, a Gallimard. Nato nel 1946 a Évreux, in Normandia, Dominique Rouche aveva elaborato quel libro per anni. Dopo gli studi universitari a Caen, insegnava in un collegio religioso.&nbsp;</p>



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<p><strong>A proposito di&nbsp;<em>Hiulques Copules</em>, “Le Monde” scrisse di&nbsp;<em>Une écriture nouvelle</em>; il recensore registrò il dominio di “una scrittura sconcertante”,</strong>&nbsp;una scrittura in forma di Centauro, ribelle ai binari grammaticali, che procedeva gemmando neologismi, allusioni, assedi. “Poesia? Più che altro preghiera, verrebbe da dire, stilettata di aforismi e confessioni, pronunciate in una lingua che non appartiene ad alcun genere a noi noto – ma che li incorpora tutti”.&nbsp;</p>



<p>Il giornalista profetizzò per quel libro un destino d’insuccesso, “è molto probabile che passi del tutto inosservato”. In un tempo dominato dagli assordanti sperimentalismi, dalla reggenza dell’ormai dimenticato ‘Nouveau Roman’, dagli sfitti allori degli anziani surrealisti, Rouche portava la sregolatezza del linguaggio da un’altra parte, in altre alcove. Nel suo caso, il gesto è quello di spezzare l’ostia, di spaccare a mezzo la bestia, di verificare con la fiamma un decreto che brilla tra le viscere.&nbsp;</p>



<p>Penetrare nel libro di Rouche, pressoché intraducibile, è arduo; ecco alcuni frammenti tra i più intelleggibili:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Essere : intanto nella più cieca Immanenza possibile. Come se nulla fosse all’Universo che il niente Stesso che è Dio che è Me.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>E che Dio, infine, si riveli Morte”.</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per qualche Tempo ancora una Violenza s’impossesserà del mio dire : ma, so cos’è il Tempo della Perdita. E lo annuncio e ho per questo toni ricchi di gioia”.</strong></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“In verità vi dico : “Tutta la Scrittura ho scritto”. E ancora : “I miei Scritti sono inesistenti”.&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Così sia : in Eterno : Supplemento Perverso della mia Parola”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Già: si tratta di fare lo scalpo a Chirone; di scotennare il linguaggio fino all’arco, fino a ciò che sfreccia. Più che altro, il libro di Rouche è una specie di&nbsp;<em>Nube della non conoscenza&nbsp;</em>in questi immediati, immedicabili tempi, l’andare tra crani alieni con il lume Eraclito in mano.&nbsp;</p>



<p>Così termina un libro che divora doveri e desideri: “Qui al culmine della lampa il Libro si chiude, sul Nome già precipitato SIPARIO”.&nbsp;</p>



<p>Il libro, che l’anomalia ha tolto dall’anonimato, piacque a Michel de Certeau: nel disse nel suo immane studio,&nbsp;<em>Fabula mistica</em>.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="645" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/81YxvvFzT2L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-102864" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/81YxvvFzT2L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 645w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/81YxvvFzT2L._AC_UF10001000_QL80_-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/81YxvvFzT2L._AC_UF10001000_QL80_-600x930.jpg 600w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /></figure>



<p>Ad ogni modo,&nbsp;<em>Hiulques Copules</em>, libro primo e ultimo, ultimativo, masticò il proprio autore. Costrinse il proprio autore a estinguersi, estirpato dalla scrittura – a farsi esso stesso scritto, traccia sul greto, vana bava di neve. “Il pensatore insolente” – così la rivista&nbsp;<em>Combat</em>&nbsp;– sparì. Si sa di una sua prossimità con Jacques Lacan; i reperti bibliografici sono scarni, improntati, pare, a inseguire l’indicibile. Con le edizioni L’Harmattan Rouche pubblica, alcuni decenni dopo,&nbsp;<em>Phantôme</em>&nbsp;(2010) e&nbsp;<em>Vers l’inframonde</em>&nbsp;(2011); con Orizons stampa&nbsp;<em>Œdipe le chien</em>&nbsp;(2012). Libri che piantumano un linguaggio tra al di qua e al di là, biada per angeli.&nbsp;</p>



<p>Il primo libro ha sconfitto Rouche – forse, lo ha miracolato dai fantasmi della fama.&nbsp;<em>Hiulques Copules&nbsp;</em>è un libro inaudito, un libro-Rimbaud: ha spalancato un’Africa nel cuore del poeta, lo ha spossessato dal demone letterario.&nbsp;</p>



<p>Nelle rare fotografie, Dominique ha gli occhiali scuri.&nbsp;</p>



<p>L’ho cercato a lungo; l’ultima mail è di qualche mese fa. Rouche preferisce scrivere in italiano; ho mantenuto il suo stile, di bruschi improvvisi. Si scusa degli errori, si firma&nbsp;<em>Confraternellement</em>.</p>



<p><strong>Parto da&nbsp;<em>Hiulques Copules</em>. Come nasce questo libro? Che cosa significa il titolo?</strong></p>



<p>Questo libro è nato insieme alla mia nascita. Nel libro la mia nascita è la mia rinascita. Quindi questo è il libro che ha guidato la mia esistenza.</p>



<p>Il significato del titolo risiede semplicemente nell’epigrafe del libro stesso: parole che non si incastrano bene tra loro. Aperto a metà. Che ha la bocca spalancata. Parole che lasciano vuoti incolmabili tra loro. Che si dividono e si rompono. Questo è il significato del titolo.</p>



<p><strong>In quel libro, aurorale, sembra che lei distrugga il linguaggio. Quali sono i suoi ‘maestri’? Che cos&#8217;è, infine, per lei, la letteratura, la poesia?</strong></p>



<p>Non distruggo il linguaggio. È il linguaggio che mi spezza: da questa lacuna nascono la nascita e la morte del libro. Quindi la mia vita è divisa tra due estremi. Il primo: apri un libro per leggerlo. Questo è il libro del mio destino. Questo è il libro della mia fine. Ho scelto di esprimermi: vale a dire di tirare fuori tutte le parole che guideranno la mia vita fino all’ultimo.</p>



<p>Ho scelto di essere distrutto affinché al mio posto nascesse il discorso di un altro fino alla sua fine etc… Il mio discorso finisce nel momento in cui lascia il posto al lettore successivo. È l’eterno ritorno della letteratura: metto i miei passi sulle orme di un altro.</p>



<p>Ho sacrificato la mia esistenza affinché fosse assicurata l’esistenza del libro. Dalla mia nascita fino alla sua scomparsa. Tra questi due estremi c’è spazio per molti gradini della scala che sale verso l’eternità. Quindi sostituirò la lingua degli altri con la mia. La letteratura non esiste senza la scrittura che la trasmette. Perché: per realizzare le Scritture è necessario.</p>



<p>I miei maestri sono stati l’imitazione di Cristo in ogni sua fase fino al compimento finale. Molto più tardi, il diavolo sarà anche il mio padrone. In questo senso, Georges Bataille era un maestro in letteratura. In seguito, la letteratura latina e la triade Hegel, Nietzsche, Heidegger avrebbero determinato la mia vita letteraria.</p>



<p>La letteratura è sotto l’influenza delle “lettre volée” che circolano di mano in mano. Dunque, la lettera uccide, ma lo spirito “vivifica” (E.A. Poe è un maestro di stile e di invenzione, come hanno dimostrato i suoi grandi traduttori, Baudelaire e Mallarmé).</p>



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<p><strong>Alla sua uscita, si è parlato molto di&nbsp;<em>Hiulques Copules</em>: perché non ha proseguito in quella indagine nel linguaggio? Che cosa è accaduto dopo la pubblicazione di quel libro?</strong></p>



<p>Non ho continuato perché dentro di me la letteratura continuava a sopravvivere senza che io lo sapessi. La letteratura è inevitabile. La poesia ne è il culmine.</p>



<p>Una indagine nel linguaggio, dici? Jacobson e Lévy-Strauss ne hanno già ampiamente scritto. Come ha fatto Lacan per Sade (cfr. Kant con Sade). Non sono un teorico: ciò che scrivo è valido anche come teoria.</p>



<p>Quanto alla pubblicazione, Lacan ha espresso la sua convinzione riguardo al libro: “smaltimento dei rifiuti”, perché: una lettera è spazzatura (lettera/rifiuti). “Letteratura”? sarebbe meglio dire, “leggere” le cancellature. Sotto la cancellatura si possono leggere altre parole: Ferdinand de Saussure riuscì a stabilire che sotto un’iscrizione romana è possibile decifrarne un’altra, la cui identificazione è ancora da definire. La scoperta di Saussure su questo argomento è pari alla scoperta di Freud, che ci ha insegnato che dietro un lapsus è possibile leggere un’altra parola.</p>



<p>Dopo la pubblicazione, resta solo un pezzo di spazzatura: “Sicut palea”, pari a sterco diceva Tommaso d’Aquino.&nbsp;</p>



<p><strong>In rete, sono scarsi i riferimenti alla sua vita e alla sua bibliografia: è una scelta di solitudine, di pudore – di spudoratezza nel pudore?</strong></p>



<p>Quanto a me, vivo senza più pensare al libro: mi basta esistere, benché diverso. La vita è l’attesa di una rivelazione, definitiva o meno. Quindi, a ciascuno la sua vita; la mia è una parentesi in cui ognuno può leggere ciò che vuole. La mia vita, la mia biografia, la mia bibliografia sono forse significative solo per me. Oggi scrivo&nbsp;<em>D’un discours de servitude</em>, il discorso sul padrone e il suo schiavo, e viceversa.</p>



<p>Lo scopo di uno scrittore è non lasciarsi sfuggire le opportunità che si presentano inaspettatamente. Come quella di rivolgermi a un amico italiano&#8230;</p>



<p><strong>So che il suo primo libro ha affascinato Michel de Certeau: come mai?</strong></p>



<p>Ho incontrato almeno due uomini che mi hanno lasciato un’impressione duratura: Michel Foucault e Jacques Lacan. Michel de Certeau è rimasto impressionato dal mio libro? È vero, ma non l’ho mai incontrato. Non possiamo più rivolgergli la tua domanda, ma sfogliare i suoi libri.</p>



<p><strong>Mi scriva un verso-amuleto – suo o di chi stima – per orientare la mia ricerca di ‘verità’ (qualunque cosa significhi la parola ‘verità’).</strong></p>



<p>Joyce ha detto che l’esistenza è un incubo dal quale vogliamo svegliarci. Preferisco le parole di Rimbaud: “Io è un altro”.</p>



<p>Questa è un’altra ‘parola amuleto’: “Questo pensiero tenta solo di far udire, in una sorta di preludio, qualcosa che dalle profondità del tempo, proprio all’inizio del pensiero, è già stato detto senza essere stato veramente pensato”.</p>



<p><strong>Ha scritto un libro su Edipo…</strong></p>



<p>…mi è piaciuta molto la versione di Edipo di Pier Paolo Pasolini. Sofocle ha scritto: “È quando non sarò più niente che finalmente sarò un uomo”.&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Odilon Redon, Armatura, 1891</em></p>
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		<title>“Neri ululati, sangue che splende”. Beowulf, Foucault, il Graal: i libri che hanno influenzato Cormac McCarthy</title>
		<link>https://www.pangea.news/cormac-mccarthy-beowulf-foucault/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2024 05:24:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
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		<category><![CDATA[influenze letterarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I critici non leggono i libri come fanno gli scrittori – la cosa si complica se si tratta di scrittori come Cormac McCarthy. In un saggio che esplora i legami tra Meridiano di sangue e il Beowulf, ad esempio, Rick Wallach parla dei “codici marziali” che coinvolgerebbero entrambi i testi. Come critico, è interessato a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>I critici non leggono i libri come fanno gli scrittori – la cosa si complica se si tratta di scrittori come Cormac McCarthy. In un saggio che esplora i legami tra <em>Meridiano di sangue</em> e il <em>Beowulf</em>, ad esempio, Rick Wallach parla dei “codici marziali” che coinvolgerebbero entrambi i testi. Come critico, è interessato a dimostrare in quale misura il Beowulf abbia influenzato il romanzo di McCarthy. Eppure, esaminando le note di McCarthy, nulla riguarda il “contagio della sistematica violenza” rintracciato in <em>Beowulf</em>.</p>



<p>Ecco, piuttosto, due citazioni dalla traduzione del <em>Beowulf</em> approntata da Francis Gummere che appaiono nella prima bozza di <em>Suttree</em>. Sono tra virgolette anche nel canovaccio di McCarthy:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Svelto svelto il sangue cuore splende sulla via illuminata dalla lampa.<br>Solleva la daga lorda, egli è finito. Sangue oscuro, zampillante e blu sgorga dalle viscere dissennate. Nere grida (nero ululato su neri rami guida i morti con bronzeo inno) <em>e il mostro marino giaceva sulla sporgenza dello scoglio</em>.</strong></p>



<p><strong>B/wulf mera moglie mostruosa. Brinewolf</strong></p>



<p><strong>In ogni tempo opera più nobile dell’uomo è prendere le armi contro i nemici per difendersi. Mia moglie mia terra miei anni. (Anziani infermi).</strong></p>



<p><strong>Dov’è il nemico? Qual è la sua sagoma? Riesci a intuirne la forma?” (Box 30, Folder 1)</strong></p>
</blockquote>



<p>Le tre domande che concludono questa annotazione, per il resto per nulla legata a <em>Suttree</em>, dovrebbero suonare familiari a chi ha letto quel romanzo. Appaiono nelle pagine iniziali, in corsivo. Le citazioni dal <em>Beowulf</em> giungono dalla descrizione che il poeta fa del lago notturno in cui vive la madre di Grendel, con i nomi a lei ascritti durante la lotta di Beowulf con il “Brinewolf”. La frase “Un periglioso viaggio dai perigliosi compiti” evoca un episodio della cerca del Graal, a cui McCarthy all’epoca era interessato. Nei suoi documenti appaiono riferimenti al libro di Jessie L. Weston <em>From Ritual to Romance</em>: McCarthy intende riprodurre l’atmosfera tesa, ‘gotica’ del poema epico medioevale.</p>



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<p>Questo è un passo importante di <em>Suttree</em>. Gli echi dal <em>Beowulf</em> sono piuttosto chiari, benché indecifrabili se non si sfoglia la prima bozza del libro:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La notte è tranquilla. Come un campo prima della battaglia. Sulla città incombe qualcosa di ignoto, arriverà dalla foresta o dal mare? I guardiani delle mura hanno fortificato la palizzata, le porte sono chiuse, ma bada, la cosa è all’interno, riesci a intuirne la forma? Il luogo in cui è custodita o le fattezze del volto?” </strong></p>
<cite><strong>Traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi, 2009</strong></cite></blockquote>



<p>Qui McCarthy immagina Knoxville, Tennessee, come una sorta di sala dell’idromele di Hrothgar, minacciata da mostri che vagabondano in un paesaggio da incubo.</p>



<p>Sapere che McCarthy era interessato al libro della Weston suscita domande sulla sua influenza nell’opera dello scrittore americano. Gli archivi suggeriscono che il libro gli abbia fornito materie prime, poi plasmate in una forma letteraria propria. Una nota a margine alla prima bozza di <em>Suttree</em> contiene la seguente citazione dal capitolo tredicesimo del libro della Weston: “Molti cavalieri sono stati uccisi lì, nessuno sa da chi”. Questa frase deriva da una discussione sulla <em>Perilious Chapel</em>; ecco la citazione, contestualizzata: “Quando Perceval chiede della Cappella gli viene detto che fu costruita dalla regina Brangemore di Cornovaglia, poi assassinata dal figlio, Espinogres, e sepolta sotto l’altare. Da allora, molti cavalieri sono stati uccisi lì, nessuno sa da chi, se non dalla Mano Nera che appare per sgozzare le luci”.</p>



<p>La citazione che appare sulla bozza di <em>Suttree</em> è utilizzata, in realtà, in <em>Meridiano di sangue</em>, la cui scrittura si sovrapponeva a quella dell’altro romanzo. Ecco come la frase della Weston si fa strada nel romanzo di McCarthy: descrivendo le sanguinose conseguenze di una rissa da bar che coinvolge il ragazzo, <em>kid</em>, e altri due giovani, uniti alle scorribande del Capitano White, il narratore ci dice che “il ragazzo giaceva in una pozza di sangue, con il cranio spaccato <em>nessuno sa da chi</em>” (corsivo nostro). Probabilmente, a McCarthy piaceva il suono di quelle parole, <em>none knew by whom</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="701" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Suttree_-_Cormac_McCarthy-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-101328" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Suttree_-_Cormac_McCarthy-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Suttree_-_Cormac_McCarthy-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Suttree_-_Cormac_McCarthy-600x877.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/Suttree_-_Cormac_McCarthy.jpg 739w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>



<p>Ciò non vuol dire che McCarthy sfruttasse il libro della Weston per meri colpi ad effetto in una frase. Sapere che possedeva e annotava il suo libro, sapere che il titolo originale di <em>The Road</em> avrebbe dovuto essere <em>The Grail</em>, apre nuove strade nella comprensione critica dell’opera di McCarthy. (In questo senso è pionieristico il lavoro di Lydia Cooper che in <em>Cormac McCarthy’s The Road as Apocalyptic Grail Narrative</em>, registra i rapporti tra il libro della Weston e il romanzo più noto di McCarthy).</p>



<p>Ciò che scopriamo negli archivi è che le idee sono, per McCarthy, materia verbale, utili a forgiare metafore sorprendenti e di frasi folgoranti. Osservare il modo in cui McCarthy incorpora l’influenza di altri autori nelle sue annotazioni ci dice molto del suo metodo di lavoro. Più che concetti riferiti con consapevolezza, McCarthy usa le citazioni di studiosi e scrittori come colori sulla tavolozza di un artista. Anche quando McCarthy sembra appropriarsi del pensiero profondo di un autore, lo fa con coscienza estetica.</p>



<p>Un ottimo esempio di questa fusione tra idee e linguaggio si trova, sempre durante la stesura di <em>Suttree</em>, nel rapporto tra McCarthy e l’opera di Michel Foucault. Nei suoi appunti, McCarthy fa diversi accenni a <em>Folie et déraison </em>(in Italia: <em>Storia della follia nell’età classica</em>). La follia è l’interesse prevalente di McCarthy mentre scrive il romanzo. I suoi appunti registrano una fruttuosa indagine intellettuale nel libro di Foucault; a tratti, alcuni termini di quello studio vengono amalgamati nel romanzo per creare la giusta frizione linguistica.</p>



<p>Un esempio. McCarthy scrive la frase “Le cose sono così gravate di un significato che la forma offusca” (Box 19, Folder 13). La citazione riguarda l’analisi di Foucault in merito al mutamento della percezione durante il Rinascimento. La frammentazione provocata dal dissolversi della cultura cristiana del Medioevo, scrive lo studioso, portò a un interesse verso le espressioni della follia, o meglio, a una rinnovata comprensione delle immagini della follia ereditate dall’arte medioevale. Ciò è giudicato dallo studioso come una liberazione. Così scrive Foucault (in corsivo la frase rimodulata da McCarthy):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Paradossalmente, questa liberazione deriva da un proliferare del significato, da un’auto-moltiplicazione del significato, che tesse relazioni così numerose, così intrecciate e ricche che non possono essere decifrate se non in una sorta di esoterismo della conoscenza. <em>Le cose stesse sono così gravate di attributi, segni, allusioni da perdere la loro stessa forma. Il significato</em> non si offre più in una percezione immediata, la figura non parla più da sola”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Certamente, McCarthy è interessato al contenuto dal paragrafo; ma ancor di più, ci pare, è interessato alla sua forma, o meglio, come direbbe Robert Frost, al “suono del senso”.</p>



<p>Come già detto, gli scritti preparatori di McCarthy per <em>Suttree</em> si sovrappongono agli appunti aurorali per la composizione di <em>Meridiano di sangue</em>, romanzo abbozzato dalla metà degli anni Settanta. L’influenza di Foucault è rilevabile in entrambi i romanzi, ma questa citazione da <em>Meridiano di sangue</em> ci mostra l’importanza del concetto suono/senso per McCarthy. Questo è il passaggio che descrive l’apparizione del giudice e del folle mentre attraversano il deserto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Erano lì, il giudice e l’imbecille. Entrambi nudi, si avvicinavano valicando l’alba del deserto come esseri dall’impasto poco più che sovrapponibile alle generalità di questo mondo, le loro figure ora improvvise e limpide, ora sfuggenti nella stranezza di quella stessa luce. Come cose rese ambigue dal loro presagio. <em>Come cose così gravi di un significato che la loro forma offusca</em>”.</strong></p>
</blockquote>



<p>McCarthy è così scaltro in tali furti letterari da celare bene le sue tracce.</p>



<p>Quanto scrive John Dewey in <em>Art as Experience</em> descrive bene il processo artistico di McCarthy, la sua fascinazione per il suono del senso. Dopo aver tracciato una distinzione tra soggetto e sostanza, Dewey spiega il significato che attribuisce a questi diversi aspetti dell’opera d’arte:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La distinzione può, credo, essere parafrasata parlando della <em>materia</em> o del <em>materiale</em> nella produzione artistica. Il soggetto, o <em>materiale</em>, può essere descritto in modo diverso dal prodotto artistico in sé. La <em>materia</em>, la sostanza effettiva, <em>è</em> l’oggetto dell’arte, non possiamo scinderla in alcun modo. Ad esempio. Il soggetto del <em>Paradiso perduto</em> di Milton, come scrive Bradley, è la caduta dell’uomo in relazione alla rivolta degli angeli – un tema comune alle correnti del cristianesimo e facilmente identificabile da chiunque abbia familiarità con la tradizione cristiana. La sostanza del poema, la sua <em>materia</em> estetica, è il poema stesso; sottoposta al trattamento immaginativo di Milton è questa materia il soggetto del poema”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Dewey prosegue affermando che “l’artista, da solo, difficilmente può focalizzarsi soltanto sul soggetto: l’opera potrebbe scadere nel mero artificio”. Che i ‘prestiti’ accolti da McCarthy da altri pensatori o scrittori o poeti non siano artifici, testimonia delle sue qualità artistiche.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="586" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/810EIlGVIFL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-101329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/810EIlGVIFL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 586w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/810EIlGVIFL._AC_UF10001000_QL80_-176x300.jpg 176w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></figure>



<p>Come abbiamo visto in <em>Beowulf</em>, la Weston e Foucault, McCarthy trova <em>materiali</em> per i suoi romanzi. Eppure, plasma in <em>materia</em> questo materiale. Pensa attraverso la <em>materia</em> della finzione, usando come <em>materiale</em> gli echi delle fonti che ha scelto. In effetti, le fonti utilizzate da McCarthy sono così abilmente intrecciate nel tessuto dei romanzi che spesso sono difficili da intercettare. Per questo, il lavoro <strong><a href="https://www.thewittliffcollections.txst.edu/research/a-z/mccarthy.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">negli archivi di McCarthy, raccolti nella “Wittlif Collections” presso la Texas University State</a></strong> in San Marcos è così affascinante.</p>



<p><strong>Michael Lynn Crews</strong></p>



<p><em><a href="https://utpress.utexas.edu/9781477330869/books-are-made-out-of-books/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Si pubblica un estratto da: Michael Lynn Crews, “Books Are Made Out of Books: A Guide to Cormac McCarthy’s Literary Influences”, University of Texas Press, 2024</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cormac-mccarthy-beowulf-foucault/">“Neri ululati, sangue che splende”. Beowulf, Foucault, il Graal: i libri che hanno influenzato Cormac McCarthy</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Che cali la Notte, che si levino le Maschere”. Gli enigmi lirici di Dominique Rouche</title>
		<link>https://www.pangea.news/dominique-rouche-poesia-francese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jan 2024 05:24:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Dominique Rouche]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Michel de Certeau]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Foucault]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Dominique Rouche, in rete, si trova poco, quasi nulla. Esito – si direbbe – di una specie di ascesi, di un’ascensione verso gli espulsi. La casa editrice francese L’Harmattan, con sede a Parigi, ci informa che esistono tre libri di Rouche in commercio. L’ultimo – del 2012 –, Œdipe&#160;le chien, è una riflessione nei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di <strong>Dominique Rouche</strong>, in rete, si trova poco, quasi nulla. Esito – si direbbe – di una specie di ascesi, di un’ascensione verso gli espulsi.</p>



<p>La casa editrice francese L’Harmattan, con sede a Parigi, ci informa che esistono tre libri di Rouche in commercio. L’ultimo – del 2012 –, <em>Œdipe&nbsp;le chien</em>, è una riflessione nei meandri della tragedia di Sofocle, attraversando Freud e Nietzsche. I titoli degli altri libri – <em>Vers l’inframonde</em>, 2011; <em>Phant</em><em>ôme suivi de Le Janséniste travesti</em>, 2010, che ha per tema la predestinazione – dicono forse qualcosa sull’attitudine letteraria dell’autore.</p>



<p>Dominique Rouche pare uno che vuole confondere le tracce.</p>



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<p><strong>La testimonianza più interessante che lo riguarda la rintracciamo in <em>Fabula mistica</em>, l’impressionante lavoro di Michel de Certeau.</strong> Nel saggio dedicato a Giovanni della Croce, <em>La poesia e la sua prosa</em>, Michel de Certeau cita Dominique Rouche come l’unico poeta francese che abbia raccolto l’eredità lirica di Angelus Silesius. Cosa vuol dire? Operare in un linguaggio che vada oltre la soglia del linguaggio. Che significa? Presupporre la parola orfana – perciò: offerta. Stare a vegliare il Verbo.</p>



<p>La cosa è curiosa. Michel de Certeau – che ha studiato le slabbrature della lingua, il punto di non ritorno del verbale – cita rari poeti contemporanei. Gli interessa sondare la lingua che arriva “non si sa da dove, senza perché”, che “non rispetta un ‘genere’ letterario”; gli interessano libri in cui l’autore lavora – consapevole o meno – con l’intento “di ossessionare o ammaliare una lingua entrandovi come una danzatrice”. Di Dominique Rouche lo studioso gesuita ricalca una poesia, questa:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Che sono stato, in questi tremiti pallidi e conseguenti:<br>quale attesa e vedovanza senza nome?<br>Niente fuorché niente, ufficio d’Uno che manca alla lettera. Sogno<br>E quanto ho potuto dire, o Dire, si eclisserà come il resto,<br>Che talvolta enuncio. Nell’Estasi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il traduttore italiano – Silvano Facioni, edizione Jaca Book del 2016 – ha dovuto un po’ modificare la punteggiatura dell’originale, per facilitare l’ingresso al lettore. <strong><a href="https://www.librairie-gallimard.com/livre/9782070283613-hiulques-copules-dominique-rouche/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il libro da cui è tratta la poesia, <em>Hiulques copules</em>, edito da Gallimard, è ormai irreperibile da tempo.</a> Stampato il 9 febbraio del 1973 nella storica collana ‘Le Chemin’,</strong> diretta da Georges Lambrichs, il testo esce senza alcuna ‘quarta’; manca anche la nota biografica dell’autore. Nella stessa collana, in quella mischia d’anni, escono J.M.G. Le Clézio – futuro Nobel per la letteratura – e Georges Perros, Henri Meschonnic e Pierre Guyotat, Jude Stéfan e Jean Starobinski.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="645" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71QLierd4AL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-98199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71QLierd4AL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 645w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71QLierd4AL._AC_UF10001000_QL80_-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/01/71QLierd4AL._AC_UF10001000_QL80_-600x930.jpg 600w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /></figure>



<p><strong>Pare che sia stato Michel Foucault a proporre il libro di Dominique Rouche a Gallimard. Il poeta vi lavorava da tre anni. </strong>Nato nel 1946, Rouche ha studiato a Caen e a Vincennes, dove, appunto, insegnavano Foucault e Gilles Deleuze. A una prima lettura, in effetti, la poesia di Dominique Rouche pare intrappolata in quel flusso di letture, a cui possiamo sommare la scoperta di Maurice Blanchot. Si lavora nei presso della smagliatura, della lingua flagellata, dello sbaglio e dello sbaragliare nel tic, tra afasia e apostasia, per divincolarsi dai gangli della lingua imposta, dalla prigionia del ‘comunicare’, dell’imbonire – imbruttire – le masse tramite proclami e claim. Un esempio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>: Finché non Fui separato dalla mia Causa : ancora possedevo il Nome : che Era : Colui che </strong><strong>È:<br>EGO SUM ABSCONDITUS</strong></p>
</blockquote>



<p>Si tratta di scoscendere nella via negativa della lingua per andare a caccia del dio nascosto, con verbi come torce: atti a farsi cenere. Con verbi come fionde: utili a sganciare la pietra. Il libro – che scompone il <em>poetico</em> nel singolo singulto – è composto da 210 lasse: spesso sono aforismi, epifanie che infieriscono sulla grammatica delle cose, sull’ordine dei fatti. La struttura è quella del libretto di scena, dell’atto osceno, con frontespizio e chiusa; dal blasfemo si giunge al benedetto; dal corpo carnale al corpo del testo al corpo-a-corpo con <em>l’Immoto Trionfante</em>.</p>



<p>Il titolo ha una spiegazione, per così dire, etimologica, posta in esergo. <em>Hiulques</em> viene dal latino <em>Hiulcus</em> che significa “diviso, aperto” (cioè: fenditura-fessura); in forma figurata: “chi ha la bocca spalancata, avida”. Il segno cristico è chiaro: Gesù è Verbo con ferite-fenditure, è Verbo ferito, su cui si è infierito, perciò diviso, aperto. È bocca avida del Padre – bocca riempita con aceto. Ogni parola è aperta, è avida. Ogni parola è bocca che blatera. Divide. <em>Copules</em> è la copula come il copulare. Legame. Il legame, divide.</p>



<p>Lettura ardua quella di Dominique Rouche, che procede per asperità, figlia di un altro mondo. All’epoca, <em>Hiulques Copules</em> fu salutato come un libro miliare, a fondamento di una “nuova scrittura”, che accorpava poesia e scoscendimento mistico, “pensiero insolente” e verbo disturbante. <strong>Restò, per sua natura, un libro irripetibile – capace di squassare il poeta, di scassinarlo. Da allora Dominique Rouche, “rinuncia alla letteratura”.</strong> Per cinque anni va in analisi da Jacques Lacan – ne esce, pare, uccidendo il libro, l’antica lingua.</p>



<p>D’altronde, ogni libro degno di essere scritto chiede, in olocausto, la morte dello scrittore. La <em>ripetizione</em>, in questo caso, è impossibile – demarca una viltà.</p>



<p>***</p>



<p><strong><em>Hiulques Copules</em></strong></p>



<p>Riproduce qui ciò che si sprigiona: infine apre il Libro dei suoi Doveri.<br>Anticipazione del reale: EGLI È ALLUCINATO: Ritorno all’irreale</p>



<p><em>Comporta un tempo morto<br>SIPARIO<br>(Il Libro si apre sul Frontespizio)</em></p>



<p>*</p>



<p>I</p>



<p>A ME : che l’Infame presenza invade da Là dove non c’è Nome : mi volgo verso il Ritorno : da dove viene il Nome – : e il Mangiare?<br>Ciò che ho scritto, insano, mera Lettura di essenza Criminale animata da un Soffio (– che Espira. Quasi presenza della Morte del Libro –) : continua a scriversi : solo per ciò che infine non è altro che Corpo pari al Crimine.<br>Per la progressiva evanescenza delle facoltà abituali a cui credevo di voler aspirare : Là è il mio Sollievo come non mai : Lì io rimango.</p>



<p>*</p>



<p>XXX</p>



<p>Ora: io ero Colui che riconosceva la fibbia delle Sue labbra: il Serpente: il Male della conoscenza. E – (verrà mai lui, vedremo mai un simile Volto – ? –): ho sorriso – verso il lato sinistro –<br>Dunque, io cerco una Regalità: un Trono: su cui fondare il mio Dominio – tutte le mie dominazioni – e – (non è ancora chiaro?) –: l’ho trovato!</p>



<p>Egli è: la Dimora dei miei Possedimenti: l’Angelo santo della Duplicità.</p>



<p>L’Angelo del Potere del Falso.</p>



<p>*</p>



<p>LVIII</p>



<p>: Discriminante : una Cesura : Ordinare il Libro ammette la Spartizione dell’Arbitrario : categoria della copula :</p>



<p>: del Decisivo :</p>



<p>: AZZARDO :</p>



<p>*</p>



<p>XCVI</p>



<p>[Non sarò diventato Donna durante la Notte? Perché qui mi sveglio sdraiato. E che l’Angelo penetri la mia Dimora – con la Sua Tunica –!]</p>



<p>*</p>



<p>XCIX</p>



<p>Che cali la Notte e si levino le Maschere!<br>Che giunga, allora – soltanto All’ora – la Filosofia dell’Epoca : il Tempo dell’Epoca!<br>Lascialo brillare – Allora – il Sole – NERO – della Mistificazione!</p>



<p>Così dice, sorridendo – da un certo sinistro lato – il disinvolto Divoratore di enigmi. &nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>CIII</p>



<p>Sia così : il Rivoltante terrore dei deboli : finché è loro la Legge che li esclude dall’essere.</p>



<p>Dunque : che Accada il Libro; illibato : di modo che Tu non possa accedervi : di modo che sia un Accesso : simile al Castigo.</p>



<p>*</p>



<p>CIX</p>



<p>[Scritto all’Alba della Sera.<br>Esiste Qualcuno che saprà Leggerlo?<br>La sola cosa che esiste è l’Infame: L’OCCHIO. E : non l’ho chiuso tra inferriate dentro di me?<br>O gesto : non ti ho forse impegnato?</p>



<p>Con questo non ho forse contaminato la mia anima, fin dall’Infanzia?]</p>



<p>*</p>



<p>CXLVI</p>



<p>“Grammatica! Ho sorbito il sangue delle Tue Regole. E non sono arrossito”.</p>



<p>*</p>



<p>CCIX</p>



<p>In verità Vi dico: “Ho scritto tutta la Scrittura”. E dunque: “I miei Scritti non esistono”.</p>



<p>Questo è : Eternità : Perverso Sovrappiù della mia Parola.</p>



<p><strong><em>Dominique Rouche</em></strong></p>
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		<item>
		<title>La politica della salute. Un saggio di Michel Foucault</title>
		<link>https://www.pangea.news/politica-salute-foucault/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Mar 2021 05:33:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Marietti 1820]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[Michel Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una medicina privata, «liberale», sollecitata dall&#8217;iniziativa individuale, e sottoposta ai meccanismi e della domanda e dell&#8217;offerta; accanto, forse contro, una gestione della medicina decisa dalle autorità, fondata su un apparato amministrativo, inquadrata da strutture legislative rigorose, e rivolta all&#8217;intera collettività. È utile indicare un contrasto netto e cercare, fra questi due tipi di medicina, quale [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una medicina privata, «liberale», sollecitata dall&#8217;iniziativa individuale, e sottoposta ai meccanismi e della domanda e dell&#8217;offerta; accanto, forse contro, una gestione della medicina decisa dalle autorità, fondata su un apparato amministrativo, inquadrata da strutture legislative rigorose, e rivolta all&#8217;intera collettività. È utile indicare un contrasto netto e cercare, fra questi due tipi di medicina, quale sia stato il primo, da cui pertanto l&#8217;altro deriverebbe? Bisogna supporre, all&#8217;origine della medicina occidentale, una pratica di carattere collettivo che delle forme di rapporti individuali avrebbero a poco a poco separato? Oppure si deve immaginare che la medicina moderna si sia sviluppata inizialmente all&#8217;interno di relazioni singolari (rapporti di clientela e relazioni cliniche) prima che una serie di correzioni ed aggiustamenti venisse ad integrarla ad una politica e una gestione d&#8217;insieme? Porre il problema in questo modo presuppone una dissociazione un po’ fittizia. <strong>La malattia, il modo in cui il malato la prova e la esprime, ciò che per lui e per gli altri la separa dalla salute, i segni con cui la si riconosce,&nbsp; i comportamenti che induce, rinviano, in tutte le società, a dei sistemi collettivi; o meglio: l&#8217;intervento del medico, la forma della&nbsp; sua azione, fino al segreto dei suoi rimedi e alla loro efficacia costituiscono, almeno in parte, una risposta di gruppo a questo evento della malattia che è sempre qualcosa di più di una sventura o una sofferenza individuali.</strong> La medicina «privata» è un modo di reazione collettiva alla malattia.</p>



<p>La questione non è dunque quella dell&#8217;antecedenza; l&#8217;importante è piuttosto la maniera specifica in cui, in un momento determinato e in una società definita, l&#8217;interazione individuale tra medico e malato si articola sull&#8217;intervento collettivo rispetto alla malattia in generale o a un certo malato in particolare. La storia della «professione» medica, o più esattamente delle diverse forme di «professionalizzazione» del medico si è rivelata una prospettiva efficace per l&#8217;analisi di questi apporti. All&#8217;interno di questa storia, il XVIII secolo segna un momento importante. Quantitativamente, si assiste alla moltiplicazione dei medici, alla fondazione di nuovi ospedali, all&#8217;apertura di dispensari e, in generale, ad un aumento della fruizione di cure in tutte le classi sociali. Qualitativamente, si ha una formazione più standardizzata dei medici, un legame un po&#8217; più stretto fra le loro pratiche e lo sviluppo delle conoscenze mediche, una maggior fiducia accordata al loro sapere e alla loro efficacia; dunque, anche una diminuzione relativa del valore attribuito alle «cure» tradizionali. Il medico si stacca un po&#8217; più nettamente dagli altri fornitori di cure; e comincia ad occupare nel corpo sociale un posto più ampio e più valorizzato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="325" height="485" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/9788821112188_0_0_485_75.jpg" alt="" class="wp-image-83887" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/9788821112188_0_0_485_75.jpg 325w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/9788821112188_0_0_485_75-201x300.jpg 201w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" /></figure>



<p>Si tratta di processi lenti, nessuno dei quali è decisivo o assolutamente nuovo. Ma forse ciò che caratterizzava gli anni 1720-1800 è il fatto che la professionalizzazione del medico avviene a partire da una «politica della salute». Tra le altre reazioni collettive, e più o meno concertate, che la malattia suscita – come ad esempio la lotta contro le epidemie – una «politica della salute» si distingue in molti modi; essa presuppone:</p>



<p>1.Un certo spostamento, o almeno un ampliamento dell’obiettivo: non si tratta più solo di sopprimere la malattia là dove si manifesta, ma di prevenirla; o meglio di prevenire, nella misura del possibile, ogni malattia, qualunque essa sia.</p>



<p>2.Uno sdoppiamento della nozione di salute: al suo senso normativo tradizionale (che si oppone alla malattia) si aggiunge un significato descrittivo; la salute è allora il risultato osservabile di un insieme di dati (frequenza delle malattie, gravità e durata di ciascuna, resistenza ai fattori che possono produrla).</p>



<p>3.La determinazione di variabili caratteristiche di un gruppo o di una collettività: tassi di mortalità, durata media di vita, speranza di vita per ogni fascia d&#8217;età, forma epidemica o endemica delle affezioni che caratterizzano la salute di una popolazione.</p>



<p>4.Lo sviluppo di tipi d&#8217;intervento che non sono né terapeutici né medici in senso stretto, poiché concernono le condizioni e i modi di vita, l&#8217;alimentazione, l&#8217;habitat, l&#8217;ambiente, il modo di allevare i figli, ecc.</p>



<p>5.Infine, un&#8217;integrazione almeno parziale della pratica me­ dica ad una gestione economica e politica mirante a razionalizzare la società. La medicina non è più semplicemente una tecnica importante in questa vita e questa morte degli individui ai quali le collettività non sono mai indifferenti; essa diventa, nel quadro di decisioni d&#8217;insieme, un elemento essenziale per il mantenimento e lo sviluppo della collettività.</p>



<p><strong>La politica della salute si caratterizza innanzitutto per il fatto che la medicina, come compito collettivo, comincia ad affrancarsi parzialmente dalle tecniche dell&#8217;assistenza.</strong> Schematicamente, si può dire che la presa in carico della malattia da parte della comunità si era sempre attuata attraverso l&#8217;assistenza ai poveri. Naturalmente esistono eccezioni: i regolamenti da applicare in tempi di epidemia, le misure adottate nelle città colpite dalla peste, le quarantene che venivano imposte in certi grandi porti costituivano forme di medicalizzazione autoritaria che non erano organicamente connesse alle necessità dell&#8217;assistenza. Ma, al di là di questi casi limite, la medicina intesa ed esercitata come «servizio» non era mai altro che una delle componenti dei «soccorsi». Si rivolgeva alla categoria così importante, malgrado l&#8217;incertezza dei suoi confini, dei «malati poveri». Economicamente, questa medicina-servizio era assicurata per l&#8217;essenziale da fondazioni di carità. Istituzionalmente, era esercitata nel quadro di organizzazioni (religiose o laiche) che si proponevano diversi fini: distribuzione di cibo e di indumenti, sostentamento dei bambini abbandonati, ultimo rifugio offerto ai vecchi e agli invalidi, educazione elementare e proselitismo morale, apertura di atelier e di laboratori, eventualmente sorveglianza e sanzioni degli elementi «instabili» o «agitati» (le direzioni degli ospedali avevano, nelle città, giurisdizione sui vagabondi e i mendicanti; quelle delle parrocchie e le associazioni di carità si attribuivano anche, e molto esplicitamente, un ruolo di denuncia dei «cattivi soggetti»). Dal punto di vista tecnico, il ruolo assunto dalla terapeutica nel funzionamento degli ospedali durante l&#8217;età classica era limitato rispetto al fatto che fornivano un aiuto rudimentale indispensabile alla sopravvivenza. Nella figura del «povero bisognoso», che ha diritto alla ospedalizzazione, la malattia non era che uno degli elementi all&#8217;interno di un insieme che comprendeva allo stesso modo l&#8217;infermità, l&#8217;età, l&#8217;impossibilità di trovare lavoro, la fame. La serie malattia – servizi medici – terapeutica occupa un posto limitato nella politica e nell&#8217;economia complessa dei «soccorsi». […]</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="699" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/03/81R0LdZVIXL-699x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83888" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/81R0LdZVIXL-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/81R0LdZVIXL-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/81R0LdZVIXL-768x1124.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/81R0LdZVIXL-1049x1536.jpg 1049w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/03/81R0LdZVIXL.jpg 1323w" sizes="(max-width: 699px) 100vw, 699px" /></figure>



<p>Il fatto che compaia una politica della salute deve essere messo in rapporto anche con un processo molto più generale: quello che ha fatto del «benessere» della società uno degli obiettivi essenziali del potere politico: «il senso comune ci insegna che i governi non sono stati stabiliti per il vantaggio, il profitto, il piacere o la gloria di colui o di coloro che governano, ma per il bene e la felicità dell&#8217;intera società&#8230;&nbsp;Un re legittimo è quello che ha come scopo il bene pubblico» (Algernon Sidney). Idea tradizionale indubbiamente, ma che assume&nbsp; tra il XVII e il XVIII secolo un senso molto più pregnante e molto più preciso che non in passato. Non si pensa più solamente a quella forma di felicità, di tranquillità e di giustizia che affiorano nella storia umana quando da essa siano eliminati la guerra, i disordini, l&#8217;iniquità delle leggi e dei giudizi, le carestie e le esazioni. <strong>Il «bene pubblico» si riferisce, in senso positivo, a tutto un complesso campo materiale in cui entrano in gioco le risorse naturali, i prodotti del lavoro, la loro circolazione, l&#8217;ampiezza del commercio, ma anche la sistemazione delle città e delle strade, le condizioni di vita (habitat, alimentazione, ecc.), il numero degli abitanti, la loro longevità, il loro vigore e la loro attitudine al lavoro.</strong> E non si può attendere tale bene pubblico da un governo che sarebbe solamente «saggio», limitandosi a rispettare le leggi e le tradizioni; né lo si potrebbe conseguire senza interventi (o senza un rapporto sottile tra interventi e libertà) che devono essere calcolati secondo un sapere specifico; occorre tutta una tecnica di gestione, applicata ad ambiti particolari. Non solo una politica, ma delle politiche.</p>



<p>L&#8217;insieme dei mezzi che è necessario mettere in atto per assicurare, al di là della tranquillità e del buon ordine, questo «bene pubblico», è grossomodo quello che in Germania e in Francia si è chiamato la «polizia»: «Insieme delle leggi e dei regolamenti che riguardano dall&#8217;interno uno Stato, che tendono ad affermare e ad aumentare la sua potenza, a fare un buon uso delle sue forze e a procurare la felicità dei suoi sudditi» (Johann Heinrich Gottlob von Justi). Così intesa, la politica estende il suo ambito ben oltre la sorveglianza e il mantenimento dell&#8217;ordine. Essa deve vigilare (secondo una lista che, malgrado qualche variazione a seconda degli autori e dei paesi, resta abbastanza costante) sull&#8217;abbondanza della popolazione, sempre definita come fonte originaria di ricchezza e di potenza; sulle necessità elementari della vita e sulla sua preservazione (quantità, prezzo e qualità dei cibi; salubrità delle città e delle abitazioni; prevenzione o arresto delle epidemie); all&#8217;attività degli individui (sorvegliare i poveri oziosi e i mendicanti; contribuire alla equa ripartizione dei soccorsi; assicurarsi che i regolamenti dei mestieri siano applicati); alla circolazione delle cose e delle persone (che si tratti dei diritti da percepire sui prodotti che circolano, della sorveglianza da esercitare sugli uomini che si spostano, del buono stato e del buon ordine delle diverse vie di comunicazione). <strong>La polizia, come vediamo, è tutta una gestione del «corpo» sociale. Questo termine di «corpo» non deve essere inteso in modo semplicemente metaforico: poiché si tratta di una materialità complessa e molteplice che comporta, oltre ai «corpi» degli individui, l&#8217;insieme degli elementi materiali che assicurano la loro vita, costituiscono il quadro e il risultato della loro attività, permettono gli spostamenti e gli scambi.</strong> La polizia, come insieme istituzionale e come modalità calcolata d&#8217;intervento, s&#8217;incarica dell&#8217;elemento «fisico» del corpo sociale: la materialità, in un certo senso, di questa società civile, di cui per altro nella stessa epoca si cercava di pensare lo statuto e la forma giuridici.</p>



<p>Ora, al centro di questa materialità,&nbsp; appare un elemento la cui importanza&nbsp; continuerà&nbsp; ad affermarsi e a crescere&nbsp; nel corso del XVII e XVIII secolo: <strong>è la <em>popolazione</em> intesa nel senso già tradizionale di numero di abitanti in proporzione alla superficie abitabile, ma anche nel senso di un insieme di individui aventi tra loro relazioni di coesistenza e che a questo titolo costituiscono una realtà specifica:</strong> la «popolazione» ha il suo tasso di crescita, ha la sua mortalità&nbsp; e la sua&nbsp; morbilità; ha le sue condizioni di esistenza – che si tratti degli elementi necessari per la sua sopravvivenza o di quelli che permettono il suo sviluppo&nbsp;e il suo&nbsp;maggior&nbsp; benessere.&nbsp; All&#8217;apparenza, non si tratta di nient&#8217;altro che della somma dei fenomeni individuali; e tuttavia, al loro interno si osservano delle costanti e delle variabili che sono proprie della popolazione e che richiedono, se le si vuole modificare, interventi specifici.</p>



<p><strong>La politica della salute si forma nel corso del XVIII secolo, al punto d&#8217;incontro tra una nuova economia dell&#8217;assistenza e una gestione del corpo sociale nella sua materialità, e persino nei fenomeni biologici propri di una «popolazione». </strong>Indubbiamente questi due processi fanno parte di uno stesso insieme: il controllo dell&#8217;assistenza e la ripartizione utile dei suoi benefici è uno dei problemi della «polizia», e questa ha tra i suoi principali obiettivi l&#8217;adeguamento di una popolazione ad un apparato economico di produzione e di scambio… Sono questi i due motivi e i due assi della «politica della salute» che si delinea nel XVIII secolo: la costituzione di un apparato che può incaricarsi dei malati in quanto tali (è in rapporto a questo dispositivo che la salute ha il senso di uno stato da ripristinare e di uno scopo da raggiungere); e l&#8217;allestimento di un dispositivo che permette di osservare, di misurare e di migliorare stabilmente uno «stato di salute» della popolazione, in cui la malattia non è che una variabile dipendente da una lunga serie di fattori.</p>



<p><strong><em>Michel Foucault</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.mariettieditore.it/9788821112188-discipline-poteri-verita" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Il testo, pubblicato per gentile concessione, è edito in: Michel Foucault, “Discipline poteri verità. Detti e scritti 1970-1984”, Marietti 1820, 2021, a cura di Mauro Bertani e Valeria Zini. In particolare, si riproduce parte del saggio “La politica della salute nel XVIII secolo” (1979)</a></em></p>
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