<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>memorie Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/memorie/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/memorie/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 17 Jul 2025 03:28:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.11</generator>
	<item>
		<title>“Corremmo in acqua”. Hertha Pauli, memorie dal cuore del secolo</title>
		<link>https://www.pangea.news/hertha-pauli-memorie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jul 2025 03:28:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Hertha Pauli]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[memorie]]></category>
		<category><![CDATA[Palingenia]]></category>
		<category><![CDATA[Raoul Precht]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda guerra mondiale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=104288</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il modo migliore per festeggiare la nascita di una nuova casa editrice, che fin dai primi titoli appare più che promettente, consiste a mio parere nel dedicarle almeno una recensione, scegliendo, in un catalogo ancora smilzo ma in rapido sviluppo, un titolo che sembra davvero interpellarci. Mi riferisco a&#160;Palingenia, una nuova realtà editoriale sospesa fra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hertha-pauli-memorie/">“Corremmo in acqua”. Hertha Pauli, memorie dal cuore del secolo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il modo migliore per festeggiare la nascita di una nuova casa editrice, che fin dai primi titoli appare più che promettente, consiste a mio parere nel dedicarle almeno una recensione, scegliendo, in un catalogo ancora smilzo ma in rapido sviluppo, un titolo che sembra davvero interpellarci. Mi riferisco a&nbsp;<strong>Palingenia</strong>, una nuova realtà editoriale sospesa fra Milano e Venezia – che delle due città dovrebbe riunire l’efficacia, da una parte, e il fascino, dall’altra –, e qui in particolare alle memorie della scrittrice austriaca&nbsp;<strong><a href="https://www.palingenia.it/lo-strappo-del-tempo-nel-mio-cuore-hertha-pauli" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hertha Pauli intitolate&nbsp;<em>Lo strappo del tempo nel mio cuore</em>,</a></strong>&nbsp;pubblicate in edizione originale nel 1970, riedite più volte (l’ultima da Zsolnay tre anni fa) e tradotto oggi con vivace fedeltà, appunto per Palingenia, da Enrico Arosio.</p>



<p>Il bellissimo titolo, così drammatico e suggestivo, è la variante di alcuni versi di Heinrich Heine, come la stessa Pauli debitamente riconosce nel prologo; e se il cuore è quello della narratrice-protagonista, il tempo è l’oscuro e tormentato periodo che porterà allo scoppio della Seconda guerra mondiale, mentre lo strappo è quello a cui ciascun individuo e dunque l’intera collettività furono sottoposti e costretti dalla follia di pochi, da un lato, e dall’altro anche da un concorso di circostanze inopinate e inarrestabili che ci sembra oggi così prossimo forse perché – pur riconoscendo che la storia non si ripete mai del tutto – in quell’epoca troviamo tante sfortunate analogie con la nostra. A corroborare quest’ipotesi e a suscitare allarme nel lettore di oggi basta un breve passo in cui la scrittrice racconta quali furono le reazioni popolari, da parte quindi della gente comune, alle prime decisioni prese per contrastare la politica hitleriana: “L’Inghilterra aveva dichiarato guerra ad Adolf Hitler. E la Francia? – che cosa faceva la Francia? Per ora neppure una parola&#8230; Le signore al tavolo accanto si misero a strepitare. L’Inghilterra, sentii, ci trascinerà di nuovo in guerra&#8230; Ma chi ce lo fa fare di combattere per la Polonia?” Sostituite Ucraina a Polonia e l’equazione diventa quasi imbarazzante.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="103022" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Ma chi era Hertha Pauli, anzitutto? Nata nel 1906 in una famiglia della borghesia intellettuale viennese, ebrea, come molti, a metà, in quanto il padre, Wolfgang Josef Pauli, medico e biochimico, benché nato ebreo si era convertito da tempo al cristianesimo, Hertha è anche la sorella minore del fisico e futuro premio Nobel Wolfgang Pauli.</strong>&nbsp;A diciassette anni interrompe gli studi liceali per darsi al teatro e va a recitare prima a Breslavia, poi con Max Reinhardt a Berlino. Quando di anni ne ha ventuno, la madre, giornalista e fra le prime esponenti del movimento femminista, si toglie la vita. Nel 1929 Hertha sposa l’attore Carl Behr, ma divorzia tre anni dopo, essendosi nel frattempo innamorata di Ödön von Horváth. Quando questi le annuncia l’intenzione di sposare un’altra donna, anche Hertha tenterà il suicidio, ma sarà salvata e manterrà anche in futuro una stretta amicizia con il drammaturgo.&nbsp;</p>



<p><strong>Nel 1933, vista l’atmosfera che si respirava in Germania, se ne torna a Vienna, dove apre un’agenzia letteraria che rappresenta autori di lingua tedesca e stranieri.</strong>&nbsp;Cinque anni dopo, con gli amici Karl Frucht (Carli) e Walter Mehring, che compariranno spesso nel libro, decide di trasferirsi a Parigi, passando per Zurigo (dove dovrebbe incontrare il fratello, che però si trova già a Cambridge), prima che l’Anschluβ di un paese umiliato, ridotto a insignificante&nbsp;<em>Ostmark</em>&nbsp;(marca orientale) del Reich tedesco, finisca per rendere impossibile qualunque fuga. Non le manca anche qualche ragione personale: la sua biografia della pacifista Bertha von Suttner,&nbsp;<em>Nur eine Frau</em>, non era affatto piaciuta ai nazisti, che l’avevano messa in cima ai libri vietati. In ogni caso, l’intuizione di Hertha è giusta: altri intellettuali della sua cerchia, che si muovono leggermente in ritardo, non sfuggiranno più alle truppe tedesche. Neanche Parigi, tuttavia, è sicura, lo diventa anzi sempre meno con il passare dei giorni e dei mesi, tanto che nel 1940 Hertha dovrà lasciarla per raggiungere la parte ancora libera della Francia, con la speranza di trovare, a Marsiglia, in Spagna o in Portogallo, un passaggio per gli Stati Uniti.&nbsp;</p>



<p>Per farla molto breve e lasciare al lettore il piacere di scoprire, leggendo il libro,&nbsp;<strong>i dettagli della fuga, assieme a Franz Werfel e alla moglie Alma, Hertha figurerà – nel suo caso specifico grazie alla segnalazione di Thomas Mann, al quale aveva cercato di rivolgersi per un aiuto all’inizio delle ostilità – fra i numerosi intellettuali salvati da Varian Fry</strong>&nbsp;con la lodevole e a lungo misconosciuta iniziativa dell’Emergency Rescue Committee, per il quale Fry era riuscito ad avere il sostegno (discreto ma tenace) della First Lady, Eleanor Roosevelt. (A proposito di storia che non si ripete, direi che a distanza di generazioni non si ripetono nemmeno il valore, la sensibilità e la cultura delle First Ladies.)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="639" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9791281765047_0_0_0_0_0-639x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104289" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9791281765047_0_0_0_0_0-639x1024.jpg 639w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9791281765047_0_0_0_0_0-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9791281765047_0_0_0_0_0-600x961.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/9791281765047_0_0_0_0_0.jpg 674w" sizes="(max-width: 639px) 100vw, 639px" /></figure>



<p>Venendo ora al libro, la scrittura di Hertha Pauli è una scrittura asciutta e funzionale, perfettamente adatta a un&nbsp;<em>memoir</em>, senza voli pindarici ma fresca e avvincente. Non v’è dubbio che abbia il dono della sintesi e idee chiare su come raccontare e sviluppare una storia. Al contempo, sa benissimo di non possedere né la stoffa né il talento dei grandi scrittori che ha incontrato e che fanno capolino da queste pagine, da Ödön von Horváth, di cui racconta l’assurda morte e il funerale, a Joseph Roth, da Franz Werfel a Walter Mehring. Non è forse un caso che anche in seguito, durante la lunga permanenza negli Stati Uniti, e fino alla morte nel 1973, Pauli si sia dedicata prevalentemente alla letteratura di genere, e in particolare a quella per ragazzi. Non le manca però­ – e per un&nbsp;<em>memoir</em>&nbsp;come questo è fondamentale – la capacità di cogliere il dettaglio significativo, finendo per regalarci quasi inavvertitamente qualche piccola perla descrittiva ed evocativa come il passaggio seguente, posto a metà libro, proprio all’inizio dell’ottavo capitolo:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Arrivammo a Étampes al sorgere del sole. Trovammo un paese in macerie. Ecco spiegati i lampi dell’ultima notte. Appoggiata alla porta mezza sfondata di una casa c’era una donna. Impietrita dallo spavento, con gli occhi sbarrati scrutava il cielo, ritornato azzurro e vuoto. Ci avvicinammo e le chiedemmo indicazioni sulla strada. Non si mosse. Solo allora notammo l’azzurro e il vuoto anche nei suoi occhi.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Molto incalzanti e precise anche le pagine iniziali, in cui racconta come, attraverso quale insieme di sotterfugi e di umiliazioni, si arrivò all’Anschluβ: la convocazione di Schuschnigg nel “covo dell’aquila” di Hitler a Berchtesgaden, le manovre di Seiβ-Inquart, l’imposizione dell’amnistia per gli assassini di Dollfuss, lo scippo del referendum popolare. Un prologo da cui si dipana poi, in un drammatico crescendo, una vicenda umana individuale che acquista però subito una valenza simbolica e collettiva.</p>



<p>Uno degli elementi che ci accompagnano lungo tutta la lettura è l’ardua gestione, da parte della protagonista, delle coordinate di tempo e spazio. La sua fuga avviene infatti sotto il segno (e la maledizione) di entrambi; è costretta non solo a continue dislocazioni logistiche, ma anche ad accelerazioni repentine e rallentamenti che le permettano di sfuggire quanto più a lungo possibile fra le maglie tanto dell’esercito invasore (i tedeschi ormai penetrati capillarmente in Francia), quanto della stessa gendarmeria francese a caccia di stranieri e presunte spie, da deportare in campi d’internamento come quello di Gurs. (Fu questo del resto il destino di chi come Thea Sternheim, tanto per fare un solo esempio, era rimasto a Parigi; anche in questo caso, Hertha capì subito i rischi ai quali si esponeva.) Una riuscita descrizione di questa percezione del tempo la si trova in uno dei passaggi dedicati, sempre con estremo pudore, alla storia d’amore che riuscirà a vivere anche in frangenti così drammatici:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Insieme alla schiuma della risacca anche i minuti si dissolsero nella sabbia. Corremmo in acqua. Mi dimenticai di togliere l’orologio che avevo al polso. Le lancette si fermarono, ma non le onde. Ingannammo il tempo per tutta la durata della marea.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Ingannare il tempo, e con esso la soldataglia che la bracca per tutta la Francia: questo, il compito principale della fuggiasca che, a volte sola, a volte in compagnia di amici e conoscenti quasi miracolosamente ritrovati nei vari spostamenti, finisce per raggiungere Marsiglia e infine per salvarsi, approdando a Hoboken, nel New Jersey, il 12 settembre 1940.&nbsp;<em>Just in time&#8230;</em></p>



<p>Un’altra immagine o elemento simbolico che ricorre più volte nel libro è quella del ponte: la presenza discreta di quello del paesino di Clairac, dove Hertha sosta in contemplazione ogni qualvolta riesce a ritagliarsi un attimo di serenità, rimanda irresistibilmente alla sua stessa concezione della vita, all’immagine di sé come ponte fra due mondi e due culture. Prima, a Vienna, in quanto agente letteraria che si occupa della traduzione e della pubblicazione di opere straniere, poi – una volta trasferitasi negli Stati Uniti &#8211; come&nbsp;<em>trait d’union</em>&nbsp;fra la cultura europea e quella americana.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/CONT_UFO_162377_0001.jpg" alt="" class="wp-image-104290" width="235" height="361" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/CONT_UFO_162377_0001.jpg 235w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/CONT_UFO_162377_0001-195x300.jpg 195w" sizes="(max-width: 235px) 100vw, 235px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hertha Pauli (1906-1973)</figcaption></figure>



<p>Molti, dicevo, gli accenni ai colleghi e amici lasciati per strada o ritrovati il più delle volte in modo fortunoso. Senza voler mai apparire didascalico o emblematico, in qualche modo il libro è (anche) un inno all’amicizia, all’inseparabilità di certi destini. Colpisce inoltre sempre la lucidità e insieme la delicatezza con cui la scrittrice affronta temi tragici come quello del suicidio. Si vedano le poche ma intense righe dedicate a Weiss, scrittore ceco in fuga e povertà perpetua, sostenuto finanziariamente, con la sua proverbiale generosità, da un altro grande suicida di quegli anni, Stefan Zweig:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ernst Weiss, invece, fu scovato dai tedeschi lì a Parigi ­­– morto. Nel suo albergo si era tagliato le vene dei polsi. Per andare sul sicuro, essendo anche medico, prima aveva pure assunto del veleno. Lo avevamo lasciato solo. È una cosa, questa, che non mi sono mai perdonata.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Come per Hasenclever, anche per Weiss gli americani avevano predisposto un visto d’espatrio, ma essi non ne erano al corrente. Ed ecco allora che i due si aggiungono all’elenco degli altri suicidi eccellenti di quegli anni, che comprende anche Benjamin, Toller, Stefan Zweig e Joseph Roth (sia pure, in questo caso, per interposto alcol). L’elenco degli scrittori tedeschi e austriaci morti suicidi in quel breve e drammatico episodio della storia è davvero lungo e impressionante, e terribilmente denso in termini di qualità.</p>



<p>Ma saranno molti, gli errori, il più delle volte forzati e attribuibili alle circostanze, che Hertha Pauli non riuscirà a perdonarsi. Eppure, in frangenti come quelli, nel caos di una fuga disperata, certe sottovalutazioni e ingenuità sembrano a tutti noi, lettori avvinti da questo testo, dei peccati del tutto veniali; e viene davvero da chiedersi se al posto dei malcapitati protagonisti di questo libro saremmo stati capaci di maggiore lucidità, di maggiore disinvoltura. In realtà, sappiamo bene che il comportamento di ciascuno dinanzi al male assoluto non è prevedibile, e che in questi casi la sorpresa (positiva o negativa) è a ogni angolo di strada.</p>



<p><strong><em>Raoul Precht</em></strong></p>



<p><em>In copertina: Otto Dix e la moglie Martha fotografati da August Sander nel 1925</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hertha-pauli-memorie/">“Corremmo in acqua”. Hertha Pauli, memorie dal cuore del secolo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/august-sander-painter-otto-dix-and-his-wife-martha-stf164-thumb-xl.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Ci salvavano soltanto i miracoli”. Le memorie di Nadežda Mandel’štam</title>
		<link>https://www.pangea.news/memorie-nadezda-mandelstam/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Dec 2021 06:20:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[memorie]]></category>
		<category><![CDATA[Nadežda Mandel’štam]]></category>
		<category><![CDATA[Osip Mandel'stam]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=88719</guid>

					<description><![CDATA[<p>C’è come un abominio della memoria. Anzi: è in atto il secondo massacro del poeta. Nadežda Mandel’štam muore il 29 dicembre del 1980, a Mosca: le era stato concesso di tornare nella capitale dal ’64. Aveva vissuto da latitante, raccattando troppi mestieri, per trent’anni, nel sottosuolo di paesi dai nomi fatati, fatali, infami: Strunino, Kalinin [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/memorie-nadezda-mandelstam/">“Ci salvavano soltanto i miracoli”. Le memorie di Nadežda Mandel’štam</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è come un abominio della memoria. Anzi: è in atto il secondo massacro del poeta. <strong>Nadežda Mandel’štam muore il 29 dicembre del 1980, a Mosca:</strong> le era stato concesso di tornare nella capitale dal ’64. Aveva vissuto da latitante, raccattando troppi mestieri, per trent’anni, nel sottosuolo di paesi dai nomi fatati, fatali, infami: Strunino, Kalinin (che ora si chiama Tver’), Ul’janovsk, Vereja, Pskov&#8230; e altri, dal nome abortito dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Il marito, Osip Mandel’štam, era stato arrestato la prima volta dalla polizia segreta nel ’34; da dieci anni pendeva su di lui un rosario di accuse remote, che gli rendeva impossibile pubblicare alcunché. Osip Mandel’štam, il grande poeta, muore nel 1938, in un campo di transito, a Vladivostok, dopo il definitivo arresto, lo stesso giorno in cui sarebbe morta la moglie, molti anni dopo. Dicembre decima i poeti, ha sguardi arcangelici.</p>
<p><strong>Nade</strong><strong>žda divenne, negli anni, l’emblema della resistenza al regime sovietico, eroina tra le fauci staliniste: l’estrema debolezza la rese regale, immortale.</strong> Il suo appartamento, a Mosca, fu luogo di ricovero per ribelli, poeti, fuggiaschi; Nadežda, nelle rare fotografie, ha il viso di chi è risorto, ha un viso trasfigurato. Figlia di ebrei convertiti al cristianesimo ortodosso, di alta cultura – la mamma era tra le prime donne medico in Russia, il papà era avvocato – Nadežda si unisce a Mandel’štam dal 1919, ne diventa l’amata, l’audace complice, la confidente, la testimone. Sapeva capire, Nadežda, aveva un naturale talento per la scrittura.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88720 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/71QKJ0CUfFL-219x300.jpg" alt="" width="358" height="490" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/71QKJ0CUfFL-219x300.jpg 219w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/71QKJ0CUfFL-749x1024.jpg 749w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/71QKJ0CUfFL-768x1051.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/71QKJ0CUfFL.jpg 943w" sizes="(max-width: 358px) 100vw, 358px" /></p>
<p><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845902505" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Nel 1981 Iosif Brodskij raccontò la storia di Nade</strong><strong>žda in “un necrologio” di formidabile potenza, poi raccolto in <em>Fuga da Bisanzio</em>.</strong> </a>“Per decenni Nadežda Mandel’štam visse alla macchia, in fuga perpetua, svolazzando tra gli angiporti e oscure città del grande impero, posandosi in un nuovo nido solo per riprendere il volo al primo segnale di pericolo. <strong>La condizione di ‘non persona’ divenne a poco a poco la sua seconda natura. Era una piccola donna, di esile corporatura, e col passare degli anni si rattrappì sempre più, come se cercasse di trasformarsi in un oggettino privo di peso che si potesse facilmente ficcare in tasca al momento della fuga”. </strong>Brodskij racconta di aver incontrato Nadežda Mandel’štam nel 1962, su suggerimento di Anna Achmatova, a cui era legata da un’amicizia decennale, per lo più un patto. “Abitava in un piccolo appartamento comune, formato da due stanze&#8230; Quasi tutto lo spazio era occupato da un letto di ferro a due piazze; c’erano anche due sedie di vimini, un cassettone con un piccolo specchio, e un tavolino da notte, un tavolino tuttofare sul quale si vedevano dei piatti con gli avanzi della cena”. Brodskij non cela le asperità della Mandel’štam, proprie di chi ha ispirato un poeta e sfidato un’epoca – “era terribilmente ostinata, categorica, capricciosa, sgradevole, fissata” –; come sempre ci offre le verità irritanti, irrinunciabili: <strong>“la cultura è ‘elitista’ per definizione, e l’applicazione dei principi democratici nella sfera della conoscenza porta a mettere saggezza e idiozia sullo stesso piano”.</strong></p>
<p>Nel giugno del 1972 Brodskij lascia l’Unione Sovietica per Vienna; il mese prima fa l’ultima visita a Nadežda. Il cammeo è indimenticabile: “Il pomeriggio stava per finire, e lei sedeva, fumando, nell’angolo, nell’ombra profonda proiettata sul muro della grande dispensa. L’ombra era così profonda che le sole cose che si potessero distinguere erano la tenue scintilla della sigaretta e quei due occhi penetranti. Il resto – lo sparuto corpo rattrappito sotto lo scialle, le mani, l’ovale della faccia cinerea, i capelli grigi, anch’essi cinerei – tutto il resto era inghiottito dal buio. Nadežda Mandel’štam sembrava un avanzo di un grande incendio, sembrava una minuscola brace che brucia se la tocchi”.</p>
<p><a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845918957" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>La memoria di Brodskij è equivalente e contraria a quella di Bruce Chatwin. Il grande viaggiatore inglese visita Nadežda Mandel’štam nel 1978</strong> – l’articolo è raccolto in <em>Che ci faccio qui?</em> </a>–: mentre per Brodskij Nadežda è circondata dal buio, residuo luminoso di un’epoca oscura, Chatwin la vede assediata dal bianco. “Nevicava fitto il pomeriggio in cui andai a trovare Nadežda Mandel’štam”, attacca il suo articolo; che si conclude davanti a un quadro di Vladimir Weisberg, “sulla parete di fronte al letto&#8230; il quadro era tutto bianco, bianco su bianco”. La considerazione di Nadežda è radicale: “È il nostro miglior pittore. Che in Russia, oggi, si possa fare soltanto questo? Dipingere il bianco!”. Che il bianco non sia un buio raddoppiato? Di certo, Nadežda Mandel’štam è una donna che ha fatto le nozze con gli opposti, ha fatto a pezzi i tiepidi.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88722 alignleft" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/A13702-197x300.jpg" alt="" width="370" height="563" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/A13702-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/A13702-768x1171.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/A13702-1007x1536.jpg 1007w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/A13702-1343x2048.jpg 1343w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/A13702-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/A13702.jpg 1476w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" />Sia Iosif Brodskij che Bruce Chatwin ammiravano, di Nadežda, il genio narrativo. Nadežda Mandel’štam si racconta in due libri di memorie, scritti durante gli anni Sessanta e i primi Settanta. Non basta un libro di dolorose memorie per fare uno scrittore: i libri di Nadežda hanno perentorietà narrativa autonoma, la fisionomia di una rivolta. I libri sono stati tradotti immediatamente in Italia: <strong>nel 1971, da Mondadori, come <em>L’epoca e i lupi</em> (la traduzione è di Giorgio Kraiski), nel ’72 da Garzanti come <em>Le mie memorie</em> (la traduzione è di Serena Vitale). </strong><em>L’epoca e i lupi</em> è stato ripreso, nella stessa traduzione di cinquant’anni fa, da Serra e Riva, nel 1990 (con il saggio di Iosif Brodskij) e da Liberal Edizioni nel 2006 (con prefazione di Vittorio Strada). <em>Le mie memorie</em> è scomparso nei meandri editoriali. Che inquieto paradosso: proprio mentre gli editori italiani riscoprono l’opera di Osip Mandel’štam – penso, per dire, ai <em>Quaderni di Mosca</em> pubblicati da poco da Einaudi, all’epistolario e all’<em>Opera in versi </em>curati da Giometti &amp; Antonello, a <em>La pietra,</em> raccolta uscita per il Saggiatore, alle diverse versioni (Adelphi, Luni, Il Melangolo) della <em>Conversazione su Dante </em>–, Nadežda è letteralmente scomparsa: eppure, la sua testimonianza (pare raro, assurdo, incongruo, ma è così) compie, per così dire, completa le poesie del marito.</p>
<p>Va un pochino meglio in altri paesi. <a href="https://www.gallimard.fr/Contributeurs/Nadejda-Mandelstam" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Le memorie di Nadežda sono state pubblicate da Gallimard in tre tomi come <em>Contre tout espoir</em>, </strong></a>a partire dal 1972; la ristampa è del 2013. Nel mondo anglofono, dove la sua testimonianza ha avuto vasta eco,<a href="https://www.penguin.com.au/authors/nadezhda-mandelstam" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> <strong>i libri di Nadežda sono pubblicati come <em>Hope against Hope</em> e<em> Hope abandoned </em></strong></a>da Harvill Press, che è un’appendice di Penguin Random House: adornati da frasi di rito di Doris Lessing (“Le testimonianze di una vita sotto l’egida della tirannia sono ormai molte, ma nessuno, nemmeno Solženicyn, ha mai scritto meglio”) e di Isaiah Berlin (“Le crude reminiscenze della signora Mandel’štam si leggono come la realtà stessa, cruenta&#8230; il suo è un lavoro letteralmente unico”). Le ultime ristampe sono del 2012. Tutti insistono sulla straordinarietà narrativa di quelle memorie: è giusto, perché la testimonianza, per essere tale, necessita di genio. Eppure, l’idea è che un po’ tutti abbiano usato Nadežda per i propri fini, finché era necessario, per basse faccende politiche. Ora l’hanno abbandonata; ma c’è tanto da tradurre – ad esempio, la corrispondenza di Nadežda con Anna Achmatova e Varlam Šalamov – da studiare, da amare. Che questo sia il primo passo di un risarcimento, un bacio sul cadavere di un’era eccessiva, traslucida.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-88723 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/12/9781860466359-200x300.jpg" alt="" width="347" height="521" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/9781860466359-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/9781860466359-681x1024.jpg 681w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/9781860466359-768x1155.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/9781860466359-1022x1536.jpg 1022w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/9781860466359-1362x2048.jpg 1362w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/9781860466359-scaled.jpg 1703w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" /></p>
<p>**</p>
<p>“Quando arriverà quell’evento irreversibile? Dove? Come? Ma non ha importanza&#8230; Opporsi è inutile. Avevo perso il sentimento della morte, perché ero entrata nella regione del non-essere. Di fronte a una condanna ineluttabile, persino la paura scompare. La paura è ancora uno spiraglio di luce, è desiderio di vivere, autoaffermazione. E un sentimento profondamente europeo, che ha le sue origini nel rispetto di sé, nella coscienza del proprio valore, dei propri diritti, bisogni, esigenze e desideri. L’uomo si aggrappa a ciò che ha e teme di perderlo. Paura e speranza sono interdipendenti. Persa la speranza, si perde anche la paura: non si ha più nulla per cui temere”.</p>
<p>“In epoche come la nostra, dov’è il limite fra ciò che è psicologicamente ‘normale’ e ciò che non lo è? Io e Mandel’štam pensavamo le stesse cose, ma in lui questi pensieri diventavano in un certo senso ‘tangibili’: egli non si limitava a pensare, ma immaginava, vedeva come sarebbero andate le cose. Mi svegliava nel bel mezzo della notte per dirmi che Anna Achmatova era stata arrestata e che in quel momento la stavano conducendo all’interrogatorio. ‘Perché pensi una cosa simile?’. ‘È una impressione precisa’. Camminando per Čerdyn’, cercava il corpo di Anna Andreevna sul fondo di ogni burrone&#8230; Certo, questa era già follia. Ma io, dopo essermi destata dal letargo che mi aveva assalita, non riuscivo più a dormire e passavo la notte cercando di indovinare chi fra i nostri parenti e amici fosse già stato arrestato e sotto quali accuse. Se anche non c’era una denuncia precisa, le accuse si potevano sempre inventare”.</p>
<p>“Vivevamo così, coltivando la nostra immaturità finché non ci convincevamo a nostre spese della precarietà del nostro benessere: soltanto per esperienza diretta, poiché a quelle altrui non prestavamo fede. Siamo diventati esseri incompleti e irresponsabili. Ci salvavano soltanto i miracoli”.</p>
<p>“Chi vive sotto una dittatura, si permea rapidamente del senso della propria impotenza e vi trova consolazione e giustificazione per la propria passività e inerzia: ‘La mia voce potrà forse fermare le fucilazioni? Non dipende da me&#8230; Chi volete che mi dia retta?’. Così andavano dicendo i migliori di noi e l’abitudine al confronto fra le proprie forze e quelle altrui ha fatto sì che qualsiasi Davide, pronto ad assalire, disarmato, un Golia, suscitasse soltanto perplessità e alzate di spalle&#8230; Tutti eravamo pronti al compromesso: tacevamo nella speranza che non uccidessero noi, ma il nostro vicino. Non sappiamo nemmeno bene chi fra noi contribuiva a uccidere e chi si salvava tacendo”.</p>
<p><strong><em>Nadežda Mandel’štam</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/memorie-nadezda-mandelstam/">“Ci salvavano soltanto i miracoli”. Le memorie di Nadežda Mandel’štam</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/12/Osip_i_Nadiezhda_Mandielshtamy._1931_ghod.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
