<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Melville Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/melville/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/melville/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 06 Aug 2022 15:05:47 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>Vorrei vivere su un’isola&#8230; Isolario da incubo: tra i cannibali del Bounty e l’eroico Shackleton</title>
		<link>https://www.pangea.news/gianluca-barbera-isole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Mar 2022 05:22:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[isole]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Napoleone]]></category>
		<category><![CDATA[Stevenson]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=89949</guid>

					<description><![CDATA[<p>“Vorrei vivere su un’isola deserta”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole? Eppure, a volte il sogno può tramutarsi in incubo. Pensate ad Alexander Selkirk, navigatore e corsaro, che nel 1704 venne abbandonato su un’isoletta sperduta del Pacifico meridionale, dove visse in solitudine per quattro anni e mezzo, inselvatichendosi e quasi dimenticando la propria lingua [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianluca-barbera-isole/">Vorrei vivere su un’isola&#8230; Isolario da incubo: tra i cannibali del Bounty e l’eroico Shackleton</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Vorrei vivere su un’isola deserta”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole? Eppure, a volte il sogno può tramutarsi in incubo.</strong> Pensate ad Alexander Selkirk, navigatore e corsaro, che nel 1704 venne abbandonato su un’isoletta sperduta del Pacifico meridionale, dove visse in solitudine per quattro anni e mezzo, inselvatichendosi e quasi dimenticando la propria lingua natia. La sua vicenda ha ispirato a Daniel Defoe la storia di Robinson Crusoe. C’è da dire però che, una volta tornato alla civiltà, Selkirk, ormai abbrutito dall’alcol, morì rimpiangendo la sua piccola isola. <strong>O pensate alla sorte toccata agli ammutinati del Bounty che, costretti a vivere confinati su un remoto lembo di terra nel Pacifico meridionale, l’isola di Pitcairn, finiranno per impazzire uccidendosi l’un l’altro</strong> (alcuni loro discendenti pare vivano ancora laggiù). O a Sant’Elena, sperduta nell’Atlantico, dove Napoleone, esiliato dopo la sconfitta a Waterloo, immalinconì. Garibaldi invece si ritirò di propria volontà a Caprera, nell’arcipelago della Maddalena, dove impiantò un’azienda agricola. Ancora oggi la sua casa è un museo che richiama visitatori ogni anno.</p>
<p><strong>Alcuni subiscono il fascino delle isole, altri invece ne sono respinti. L’attrazione-repulsione per le isole è qualcosa di documentato. “Le isole ispirano i sentimenti più contrastanti, offrendo l’occasione per ritrovare sé stessi… oppure per perdere il senno”</strong> ha osservato lo storico americano Thurston Clarke. Per molti l’isola è non solo un luogo geografico ma soprattutto una dimensione dell’anima. Il giovane medico e scrittore scozzese Gavin Francis, originario della penisola del Fife, “dove l’estuario del fiume Forth si distende nella vastità del Mare del Nord”, ci parla di questa strana attrazione per le isole, che qualcuno ha definito<em> insulomania</em>, nel suo ultimo libro <a href="https://www.amazon.it/Isole-Cartografia-sogno-Gavin-Francis/dp/8859268192" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Isole. Cartografia di un sogno</em></strong><em> </em>(EDT),</a> ricordando come fin da bambino trascorresse ore in biblioteca davanti a un immenso atlante, facendo scorrere le dita su arcipelaghi lontani e irraggiungibili, come se stesse leggendo in braille, e sognando un giorno di visitarne qualcuno. Diventato adulto, la sua passione per le isole si è fatta sempre più insistente: “Avevo il desiderio di mettermi tutto alle spalle. Ero in cerca di isole lontane, innamorato dell’idea che su un lembo di terra circondato dal mare gli obblighi e le seccature della vita sarebbero scomparsi e su di me sarebbe calata un’insolita chiarezza mentale”. Ma la faccenda si è rivelata decisamente più complessa.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-89950 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/map-moluccas-bachian-schley-1750-187x300.jpg" alt="" width="308" height="497" /></p>
<p>Sulle isole, lontane e vicine, si possono fare i più strani incontri: “Qualche mese dopo il viaggio alle Shetland” ricorda Francis, “mentre attraversavo in autostop l’isola di Lewis, alle Ebridi, ho incontrato una diciannovenne francese che aveva ricevuto un finanziamento pubblico per girare la Scozia in cerca di fate. Quello stesso giorno ho conosciuto un funzionario di banca newyorkese con i capelli a spazzola che si era licenziato per girare in bicicletta le Ebridi per tre mesi, tirandosi dietro un rimorchio con la tavola da surf. Aveva già disdetto il volo di ritorno. <em>Prima di farlo non credevo che fosse possibile sentirsi tanto liberi</em>, mi ha confidato. Questi eccentrici incontri mi hanno confermato che non ero l’unico a subire il fascino delle isole, una specie di <em>isolo-filia</em>. Sembra che ci sia un legame tra un certo tipo di isole scarsamente popolate, lontane dai centri urbani, e i sogni. O forse il fatto è che le isole di questo genere hanno la capacità di attirare i sognatori”.</p>
<p>Oggigiorno però si può vivere su un’isola remota e tuttavia continuare a rimanere connessi con il resto del mondo, grazie a Internet e agli smartphone.</p>
<p><strong>Ovviamente, non tutte le isole sono uguali. Ci sono isole piccole, piccolissime, a volte semplici scogli affioranti dal mare, e isole enormi, come il Giappone.</strong> La più grande al mondo è però la Groenlandia (oltre due milioni di km quadrati ricoperti dalle nevi e dal ghiaccio). La più piccola, situata ad Alexandria Bay, nello Stato di New York, si chiama Just Room Enough Island: sulla sua superficie c’è posto solo per una casetta di legno e un albero. Quella situata alla maggior altitudine si trova all’interno del Lago Orba Co, a ben 5.209 metri, nel Tibet. Le isole più a nord sono le norvegesi Svalbard, da cui partì l’avventura di Nobile e del dirigibile Italia, tramutatasi in disastro. Tra quelle più a sud, le isole di Deverall e di Ross (in Antartide), perennemente circondate dai ghiacci. E poi ci sono arcipelaghi immensi, fatti di migliaia di isole e atolli, come le Filippine (ben 7.641). E naturalmente città insulari, come Venezia. Ci sono isole-simbolo come le Galápagos, visitate da Darwin nel settembre 1835 e all’origine della teoria dell’evoluzione della specie, tuttora incontaminate. <strong>O isole leggendarie come le Molucche, nel Mar di Banda, meta agognata da Magellano e dai suoi, ignari che per raggiungerla avrebbero finito per compiere la prima circumnavigazione del globo. O come l’Isola di Pasqua, coi suoi imperscrutabili <em>moai</em>. </strong>E poi ci sono le isole create dalla letteratura, come la Mompracem di Salgari o l’Isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson.</p>
<figure id="attachment_89951" aria-describedby="caption-attachment-89951" style="width: 559px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class=" wp-image-89951" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/img-20220121-wa0003-300x225.jpg" alt="" width="559" height="419" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/img-20220121-wa0003-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/img-20220121-wa0003-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/img-20220121-wa0003-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/img-20220121-wa0003.jpg 1200w" sizes="(max-width: 559px) 100vw, 559px" /><figcaption id="caption-attachment-89951" class="wp-caption-text">Gianluca Barbera maneggia il suo ultimo libro: &#8220;L&#8217;ultima notte di Raul Gardini&#8221;, Chiarelettere, 2022</figcaption></figure>
<p>La prima volta che Stevenson giunse a Muckle Flugga, piccolo isolotto roccioso dell’arcipelago delle Shetland (Scozia), rimase a lungo a contemplare l’imponente faro, fatto costruire sul crinale più alto proprio dalla sua famiglia nella metà del XIX secolo. Pare che una delle mappe dell’<em>Isola del Tesoro</em> si ispirerebbe al profilo costiero di Unst, la più settentrionale delle isole dell’arcipelago scozzese. L’amore di Stevenson per le isole sarebbe sbocciato proprio alle Shetland e da quel momento non lo avrebbe più lasciato, al punto che egli finì per trascorrere i suoi ultimi anni a Upolu, nelle Samoa, intrattenendo i locali con le sue storie e dedicandosi al giardinaggio. Durante la sua celebre circumnavigazione del globo compiuta fra il 1895 e il 1898, il navigatore americano Joshua Slocum approdò alle Samoa non molto tempo dopo la morte di Stevenson, e fu la sua vedova a condurlo in giro per l’isola. <strong>Nel 1914 l’esploratore polare Ernest Shackleton, messosi per mare allo scopo di attraversare l’Antartide, dopo l’affondamento dell’Endurance, spappolata dai ghiacci del Mare di Weddell, fu costretto ad affrontare pericoli inimmaginabili prima di approdare all’isola Elefante, trovando la salvezza per sé e per i suoi uomini.</strong> Melville, invece, pare non avesse la stessa passione per la vita isolana: si trattenne infatti nelle isole Marchesi solo quattro settimane, giusto il tempo per condurre le ricerche necessarie a scrivere<em> Taipi</em>, il suo primo romanzo (1846).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89952 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/MPE34-isle-of-man-vintage-wall-map-300x240.jpg" alt="" width="565" height="452" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/MPE34-isle-of-man-vintage-wall-map-300x240.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/MPE34-isle-of-man-vintage-wall-map-768x614.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/MPE34-isle-of-man-vintage-wall-map.jpg 1000w" sizes="(max-width: 565px) 100vw, 565px" /></p>
<p>Ci sono state isole presenti sulle mappe per secoli e vagheggiate dagli esploratori, poi rivelatesi inesistenti; e altre del tutto reali, in seguito sprofondate negli abissi a causa di cataclismi (la mitica Atlantide, o la ben più concreta Rakata, isola polinesiana polverizzatasi a seguito di una delle più violente eruzioni della storia: quelle del vulcano Krakatoa nel 1883). E come dimenticare Creta, cuore della civiltà minoica e culla di quella occidentale; o Capri, dove l’imperatore Tiberio trascorse gli ultimi anni del suo regno facendovi costruire dodici ville e abbandonandosi ai vizi.</p>
<p><strong>In Sardegna ci sarebbe ancora un’isola con il suo re: Tavolara, piccolo lembo di terra e sabbia di appena sei km quadrati posto di fronte a Porto San Paolo, a sud di Olbia.</strong> Pare che nel 1836 il re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia, approdato sull’isola, avesse dato il consenso a riconoscerne l’indipendenza e la sovranità alla famiglia che vi abitava (ma ovviamente non vi è nulla o quasi di documentato).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89953 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/canary-island-africa-tenerife-clara-old-map-bellin-1750-300x225.jpg" alt="" width="585" height="439" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/canary-island-africa-tenerife-clara-old-map-bellin-1750-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/canary-island-africa-tenerife-clara-old-map-bellin-1750-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/canary-island-africa-tenerife-clara-old-map-bellin-1750-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/canary-island-africa-tenerife-clara-old-map-bellin-1750.jpg 1200w" sizes="(max-width: 585px) 100vw, 585px" /></p>
<p>Comunque la si voglia mettere, il mondo è pieno di persone che, per chissà quale ragione, dormono più serenamente se circondati dal mare. A tutte quelle persone, dunque, non resta che trovare l’isola che faccia per loro e trasferirsi armi e bagagli (magari dopo aver consultato<a href="https://www.ediciclo.it/libri/dettaglio/isolario-italiano/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> <strong>l’<em>Isolario italiano </em>di Fabio Fiori, Ediciclo</strong>).</a> Se non per sempre, anche solo per una breve vacanza. Buona isola a tutti.</p>
<p><strong><em>Gianluca Barbera</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianluca-barbera-isole/">Vorrei vivere su un’isola&#8230; Isolario da incubo: tra i cannibali del Bounty e l’eroico Shackleton</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/23bbdd9_3816-12javvl-1024x512.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Storia di Kabris, il marinaio francese che diventò il principe dei cannibali</title>
		<link>https://www.pangea.news/kabris-francese-principe-selvaggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Mar 2022 03:28:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Flammarion]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Kabris]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Marchesi]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[selvaggio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=89905</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il primo occidentale, l’esploratore americano Joseph Ingraham, vi aveva messo piede pochi anni prima. Nuku Hiva è la perla delle Marchesi, un’unghia rocciosa in mezzo al pacifico, splendida di giungle. Dicevano che i rari abitanti, stirpe di eleganti guerrieri, fossero cannibali. Quando preferì sbarcare e dileguarsi a Nuku Hiva, il ragazzo aveva compiuto – pare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kabris-francese-principe-selvaggi/">Storia di Kabris, il marinaio francese che diventò il principe dei cannibali</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo occidentale, l’esploratore americano Joseph Ingraham, vi aveva messo piede pochi anni prima. Nuku Hiva è la perla delle Marchesi, un’unghia rocciosa in mezzo al pacifico, splendida di giungle. Dicevano che i rari abitanti, stirpe di eleganti guerrieri, fossero cannibali. Quando preferì sbarcare e dileguarsi a Nuku Hiva, il ragazzo aveva compiuto – pare – diciotto anni. <strong>Nel <em>Précis historique et véritable</em> impresso a Ginevra nel 1820, dice di chiamarsi Joseph Kabris, <em>natif de Bordeaux</em>; il racconto è rude, scheletrico, efficace:</strong> “A quattordici anni lasciai la mia città natale per imbarcarmi a bordo di un <em>corsaire</em> di Stato, <em>Le Dumouriez</em>, comandato dal capitano Renault. Pochi giorni dopo la partenza, catturammo lungo le coste spagnole un galeone, carico di piastre; i fatti furono terribili: non soltanto per le cannonate, ma per la voracità dell’assalto; per primo uccidemmo il capitano della nave”. A sua volta, i corsari francesi sono fermati da un bastimento inglese, e tradotti in carcere. Da Porthsmouth, dove è in arresto, il giovane Kabris, nome-dedalo e vita da leggenda, in equilibrio tra Robert Louis Stevenson e Franz Kafka, è il maggio del 1795, accetta di imbarcarsi per un viaggio nel Pacifico, sul “London”. Del suo nome autentico – probabilmente, Jean-Baptiste Cabry – abbiamo perso le tracce; lui, sputando in faccia al proprio tempo, si alleò a un inglese, alle Marchesi diserta, s’inoltra tra i lignaggi boschivi di Nuku Hiva. Più tardi, dirà – mentendo – di aver fatto naufragio.</p>
<p>La scelta del ragazzo è un azzardo: pare che i Tei’i, gli isolani, siano cannibali. <strong>In realtà, Kabris ha il carisma dei fuggiaschi, degli eroi capovolti: gli isolani si innamorano di lui, lui si unisce alla figlia del re, ed è il re a incidere sul suo corpo i tatuaggi sacri della sua gente. Sulle palpebre scava il segno esoterico, il sole; Kabris è eletto giudice del regno.</strong> Il francese eccelle nel nuoto, il corpo spaura per bellezza, è un lottatore formidabile. Ha l’audacia di chi dimentica. Approdato a Nuku Hiva nel 1798, vi resterà fino al 1804: quando Adam Johann Christoph Adolf von Krusenstern, nobile baltico, esploratore per la Marina Imperiale Russa, incontra Kabris nel suo lungo viaggio nel Pacifico, descrive un ragazzo del tutto integrato con i ‘selvaggi’, che parla un po’ in inglese, ha dimenticato quasi del tutto la propria patria e la propria lingua. Di Bordeaux ha ricordi palustri, enigmatici, “Tante candele, qualche violino, ragazze ben vestite”. L’ammiraglio lo chiama <em>Cabri</em>; quell’incontro, probabilmente, raffina i sogni di Kabris.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89906 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/Jean_Baptiste_Cabri_1824_London-176x300.jpg" alt="" width="328" height="559" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Jean_Baptiste_Cabri_1824_London-176x300.jpg 176w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Jean_Baptiste_Cabri_1824_London-600x1024.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Jean_Baptiste_Cabri_1824_London.jpg 751w" sizes="(max-width: 328px) 100vw, 328px" /></p>
<p>Il 18 maggio del 1804 il ragazzo s’imbarca sulla nave russa – volontariamente?, costretto? –, atterra in Kamčatka, nell’Estremo Oriente Russo, la terra della lince, del gelo, dell’aquila reale e della tigre bianca. <strong>Da solo, senza conoscere il russo, attraversa la Siberia per arrivare a San Pietroburgo. Non fatica a trovare amici: i tatuaggi che ricoprono il suo corpo, mai visti prima, incutono timore, e lui continua a dire di essere il re di un’isola in mezzo al mare</strong>, il femore di un dio oceanico. La sua <em>fisicità</em> spaventa e attrae. Kabris riuscì ad affascinare lo zar Alessandro I, non alieno alle stranezze, cultore di vari esoterismi, che lo volle a corte, lo fece studiare. D’un tratto, il corpo di Karbis – prima ancora dei suoi rovinosi ricordi – diventò materia di studio: il marinaio di Bordeaux, il disertore, viene mappato, disegnato, entra nei libri di antropologia, nei nuovi, moderni manuali geografici.</p>
<p>In Russia sposò una francese, Ariane; nel 1817 rientrò in Francia. Anche Luigi XVIII ricevette Kabris: fu più sbrigativo e accordò al concittadino di ritorno dal Pacifico una somma di 300 franchi. Per guadagnarsi da vivere, Kabris indossa le vesti di Nuku Hiva, va di città in città a raccontare la sua storia, il viso, maculato di tatuaggi, non smette di affascinare, il copricapo, alto e adorno di piume, fa sorridere. Spesso urla, agitando una lancia esageratamente lunga. Scrive le sue memorie, affrettate, fragranti. Più che altro, una allucinata nostalgia gli mina il cuore; il <em>Précis</em> è aperto da una poesia dedicata all’“amabile sposa”, abbandonata:</p>
<p>“A cosa mi costringe la vita!<br />
Ah! Benedirò la morte perché<br />
Il mio cuore, a te donato, dolce fiamma,<br />
È sedotto dal nulla dei deserti.<br />
Un felice amore, l’anima in pace,<br />
Sono i tesori dell’Universo.</p>
<p>Europa, Francia, la mia patria<br />
Da troppo tempo dimenticata,<br />
Fonte di sventura infinita:<br />
Guido il mio fato verso di te.<br />
Di un Re il carisma, sulla terra<br />
Nulla è più dolce del sacro<br />
Titolo di padre, e esserti marito”.</p>
<p><strong>Diceva di voler tornare alle Marchesi, di essere il re di Nuku Hiva. Aveva acquistato dei moderni attrezzi agricoli da importare nella sua isola. Morì a Valenciennes, il 23 settembre del 1822, a 42 anni</strong>; il sole scintillava sulle sue palpebre: cos’altro avrebbe dovuto confessare? <a href="https://editions.flammarion.com/joseph-kabris-ou-les-possibilites-dune-vie/9782080253620" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Christophe Granger ha vinto nel 2020 il Prix Femina Essai per <em>Joseph Kabris ou les possibilités d’une vie</em></strong>,</a> la biografia del marinaio francese che si scoprì re alle Marchesi e attraversò la Russia. Il libro torna per Flammarion, quest’anno, due secoli dopo la morte dell’enigmatico Kabris. Si mise in tasca il Pacifico e la Siberia, fece del suo corpo una mappa dei miti australi, la città lo frustrava: ambiva alle giungle.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89907 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/61jAX5mUSHS-190x300.jpg" alt="" width="324" height="512" /></p>
<p><strong>Vent’anni dopo la morte di Kabris, seguendo le sue rotte, un marinaio americano di vent’anni con la testa piena di fantasie, Herman Melville, molla l’“Acushnet”, su cui era imbarcato</strong>, e con il compagno Richard ‘Toby’ Greene s’inoltra nei recessi di Nuku Hiva. Il primo romanzo, <em>Typee</em>, pubblicato nel 1846 a New York da Wiley and Putnam, racconta l’esito di quella clamorosa estate nel Pacifico; non è privo di esotismi da Eden rinvenuto in un altrove di immacolata violenza: “Un silenzio solenne regnava ovunque e io temevo di romperlo, quasi che una parola potesse dissolvere l’incanto del fiabesco paesaggio. Lungo tempo rimasi collo sguardo che spaziava in tanta fascinosa bellezza, dimentico della mia situazione&#8230;”. Se Melville, Thoreau, Ruskin, il Tolstoj dei <em>Cosacchi</em> criticano il ‘sistema’ occidentale con furore d’intelletto, Kabris <em>vive</em> l’eversione, è puro corpo <em>poetante</em>. Chissà se qualcuno, a Nuku Hiva, guardando Melville, si ricordò di Kabris, lo straniero venuto dal mare; chissà se la moglie lo ornava ancora di lamenti.</p>
<p>**</p>
<p><strong>Più tardi, quando la storia della sua vita sarà narrata senza sfumature leggendarie, secondo la nitidezza dei fatti, asciutti e precisi, questo momento e questo luogo saranno quelli della fine: Valenciennes, 22 settembre 1822.</strong> Era la bella stagione, da dieci giorni alcune bancarelle colorate avevano preso possesso della piazza. La tenda di Joseph Kabris era piccola, con un breve palco, cinto da pannelli colorati; un’insegna bianca tentava di rendere attraente lo show: “Il principe selvaggio”, era scritto. Ogni giorno, dalle 14 alle 20, in cambio di pochi denari, quell’uomo mostrava il suo corpo e raccontava la sua storia.</p>
<p>Per lo più, la partecipazione era scarsa. Quella domenica, invece, il 22, il pubblico era piuttosto nutrito. Spiccava il bibliotecario della città, un gentiluomo in giacca nera. Aveva ammirato Kabris durante la settimana, rammaricandosi che “un personaggio di tale importanza è tra le mura della nostra città, ma pochi ne sono a conoscenza”. Voleva registrare la sua vita in ogni dettaglio. Nella tenda, Kabris era solo, tozzo, seminudo, la testa ornata da un enorme copricapo di piume, indossava una gonna di corda. Un colletto, roso dal tempo, sferragliava sul suo petto. Il corpo era ricoperto da una moltitudine di tatuaggi, di raffinata fattura. Il viso era segnato da un rettangolo regolare, dipinto, che pareva sfigurare il suo sguardo. Molto tempo fa, quei segni avevano fatto di Kabris la curiosità principale del suo Paese. Le cose erano cambiate. La voce bassa, i gesti tesi, l’impazienza perché quella fatica passasse. Di solito, correva lungo il piccolo palco con una lancia, con aria truce. Non scalciava, artigliando l’aria di urla, non faceva più strane evoluzioni, non ne aveva più voglia.</p>
<p><strong>Cominciava dicendo che era nato a Bordeaux intorno al 1780. Era stato marinaio, da ragazzo, prima di essere catturato dagli inglesi. Si era imbarcato, a Londra, su un cargo che andava nel Pacifico; aveva visto il mondo:</strong> Cadice, il Perù, le Marchesi, la Kamčatka, Parigi, Mosca, San Pietroburgo, Calais, Ginevra. Raccontava di essere stato accolto nelle corti di mezza Europa: aveva dialogato con il re di Francia e con lo zar Alessandro I, aveva imparato molte lingue e, molto tempo prima, aveva dimenticato la propria. In una data incerta, forse nel 1795, la sua nave, una baleniera, era naufragata: si era ritrovato su un’isola di cui non conosceva nulla. Era Nuku Hiva, una delle Marchesi, poco nota alle mappe occidentali: lì la sua vita cambiò completamente.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-89908 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/1814_krusenstern-221x300.jpg" alt="" width="406" height="551" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/1814_krusenstern-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/1814_krusenstern-755x1024.jpg 755w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/1814_krusenstern-768x1042.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/1814_krusenstern.jpg 800w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></p>
<p><strong>Al pubblico, Kabris descriveva la sua vita tra i ‘selvaggi’, dove la superstizione governa ogni cosa, si ricorre alla stregoneria per uccidere il nemico, ci si impegna in guerre memorabili e spaventose, il cui esito garantisce la sovranità di una tribù. </strong>Parlava di carestie, di indigeni che assalgono i vicini divorando le loro carni. Eppure, proprio lui, Kabris, era diventato uno di loro. Il “re dell’isola” lo proteggeva, lo aveva eletto “gran giudice”, gli aveva dato in sposa la figlia. Il re gli aveva inciso quei tatuaggi. Kabris aveva adottato i gesti e i gusti degli abitanti delle Marchesi, viveva come loro, in mezzo a loro, lì aveva fondato la sua casa, la sua famiglia.</p>
<p>A questo punto, invariabilmente, Kabris si interrompeva, assumendo un’aria più severa. Un giorno, dopo nove anni, una nave russa era venuta a strapparlo da quella vita. La spedizione Krunsenstern&#8230; Kabris aveva accolto gli “stranieri”, li aveva accompagnati nell’isola, si era offerto come interprete con gli isolani. Una sera, gli avevano dato da bere, invitandolo a bordo, per portarlo con sé come un trofeo. Lo spettacolo giungeva ora all’apice. Kabris diceva di aver perso tutto, di aver lottato per tornare dalla moglie, dai figli, alla sua isolata nobiltà. Taceva sulle imprese in Russia. <strong>Intorno al 1817 – non memorizzava mai le date – cominciò l’esistenza raminga dell’uomo di spettacolo, di fiera in fiera, rivivendo la sua vita passata: in questa, non contava nulla, profugo a tutto.</strong> Credeva di poter riprendere l’esistenza perduta. Quel giorno, a Valenciennes, si era lamentato con il bibliotecario: “avrei voluto intrattenermi più a lungo con lui, ma era molto malato, soffriva fino a non poter parlare troppo”. Quella notte fu chiamato un medico. La salute di Kabris era in bilico. Morì il giorno dopo, alle 5 del mattino; aveva 42 anni.</p>
<p><strong><em>Christophe Granger</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kabris-francese-principe-selvaggi/">Storia di Kabris, il marinaio francese che diventò il principe dei cannibali</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Tattooed_Hawaiian_Chief_lithograph_after_Jacques_Arago_Honolulu_Museum_of_Art-e1646835378629-1024x857.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Sono uno scrittore di quart’ordine”. Beppe Fenoglio, la Balena Bianca della letteratura italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/fenoglio-melville-partigiano-johnny/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Mar 2021 05:29:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Fenoglio]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Moby Dick]]></category>
		<category><![CDATA[Partigiano Johnny]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=83335</guid>

					<description><![CDATA[<p>Manco fosse un capodoglio, Herman Melville ha dato cibo un po’ a tutti, di qui e di là dall’oceano. A Pavese, che ha tradotto e amato Moby Dick, un «poema sacro», così lo diceva, a Fenoglio, che si è preso tutto il grasso, il cui “biblico” Partigiano Johnny, parola di Dante Isella, «rispetto alla letteratura [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fenoglio-melville-partigiano-johnny/">“Sono uno scrittore di quart’ordine”. Beppe Fenoglio, la Balena Bianca della letteratura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Manco fosse un capodoglio, Herman Melville ha dato cibo un po’ a tutti, di qui e di là dall’oceano. A Pavese, che ha tradotto e amato <em>Moby Dick</em>, un «poema sacro», così lo diceva, a Fenoglio, che si è preso tutto il grasso, il cui “biblico” <em>Partigiano Johnny</em>, parola di Dante Isella, «rispetto alla letteratura cosiddetta resistenziale […] è come il <em>Moby Dick</em> nella letteratura marinara».</p>



<p>I rapporti con Melville ci furono, certo, ma non così “elettivi” come accadde con gli elisabettiani, Shakespeare, ma soprattutto Marlowe (di quest’ultimo è la scrittura pionieristica e sconvolta, pura e grezza, e forse anche quella sensazione di sentirsi un “minore di razza”, un cocciuto apripista), e poi Donne, Milton e poi Chaucher e Coleridge (la cui <em>Ballata</em> fu l’unica traduzione tra le innumerevoli compiuta e pubblicata in vita, apparsa sul numero del dicembre 1955 della rivista genovese «Itinerari»). E poi Emily Brönte, dal cui capolavoro <em>Wuthering Heights</em> egli ricavò una versione teatrale, <em>La voce nella tempesta</em>, probabilmente del 1941, e poi Synge e Bunyan e Shaw e Browning e Hopkins, è difficile dire cosa non avesse letto e tradotto Fenoglio di quella che considerava la sua terra d’elezione (si veda sul tema lo studio canonico di Mark Pietralunga, <em>Beppe Fenoglio and English Literature: A Study of the Writer as Translator</em>, University of California Press, Berkeley 1987). E Melville? Melville il piemontese lo transita, lo traduce, di certo non se ne innamora, di certo lo ingurgita. Hanno “parenti” comuni i due, tra gli elisabettiani, e questo basta.</p>



<p>A un ex compagno di liceo, Giovanni Drago, in una lettera piena di cose interessanti, è l’autunno 1940, Fenoglio scrive tra l’altro di avere avuto con un amico «una disputa in lingua inglese sulla valutazione critica di <em>Typee</em> di Melville». Non certo il libro con cui il gigante “scrittore con il rampone” avrebbe voluto passare all’eternità. Un’altra frizione, di maggiore interesse, capita una ventina d’anni dopo, tra il 1959 e il 1960. L’otto marzo 1959, su «La Fiera Letteraria», Alberto Bevilacqua riporta la dichiarazione di Fenoglio di voler «scrivere un lungo racconto marinaro o, più esattamente, oceanico». Più che il Coleridge di quattro anni prima, qui Melville ci cova. Nonostante l’oceano di Fenoglio rimarrà la “Langa”, il «racconto marinaro» viene scritto, ma non è lavoro destinato a dargli gloria. È il testo <em>Una crociera agli antipodi</em>, ordinatogli dall’editore Einaudi il 18 dicembre 1959 per una antologia di racconti per bambini affidata alle cure di Giovanni Arpino e poi mai pubblicata (la casa editrice torinese l’ha dato alle stampe solo nel 2003). Fenoglio consegna il lavoro nel 1961 e la favola del giovane Bobby Snye che per sfuggire a debiti di gioco s’imbarca nel porto di Plymouth (e in cui c’entra molto <em>Billy Budd</em> senza annesse speculazioni sulla Caduta originaria), diviene paradigmatica della sua situazione editoriale post mortem. Riedito nel 1980 dalla casa editrice torinese Stampatori, il lavoro suscita i sospetti di Maria Corti, la curatrice dell’edizione critica delle Opere per conto di Einaudi, che lo ritiene con certezza la traduzione di un originale mai rintracciato, e poi di Lorenzo Mondo, l’amico e giornalista che per primo mise mano al “calderone” <em>Partigiano Johnny</em>, che lo considera uno “scherzo” scritto in giovane età. Dopo di ciò i tastabili rapporti “diretti” tra Melville e Fenoglio terminano. E cominciano quelli sotterranei.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="602" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-602x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83336" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-602x1024.jpg 602w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-176x300.jpg 176w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-768x1306.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-903x1536.jpg 903w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984-1205x2048.jpg 1205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/B.Fenoglio-Il-partigiano-Johnny-1984.jpg 1327w" sizes="(max-width: 602px) 100vw, 602px" /></figure>



<p>Melville è complesso come la Bibbia, e di esegeti ne richiede quanti i suoi lettori, non ammicca mai a una verità condivisibile e “pubblica”. Fenoglio, cui le complicazioni melvilliane poco importano, non riesce solo a dirci che la Resistenza è una categoria che appartiene all’animo umano (per questo basterebbe davvero un semplice «brocco brado»), ma nel <em>Partigiano</em> inventa una sua “lingua d’uso”, un idioletto in cui il contenuto è talmente compenetrato alla forma da non poter districare l’uno dall’altra. In questa scrittura viscosa ci s’impegola, si s’infanga, s’affoga.</p>



<p>La scrittura difficilmente dà pace e piacere a chi la compie. Non solleva né tranquillizza né dà medaglie e dobloni. È facile, anzi, che lo scrittore arrivi a odiare quel “vizio” che lo prostra e percuote. Bisogna vincere una sorta di repulsione continua verso la “letteratura” per farla. E farla vuol dire cambiarle i connotati per sempre. A proposito della scrittura così Fenoglio in una delle sue rare e note: <strong>“Scrivo per un’infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti. Scrivo <em>with a deep distrust and a deeper faith</em>”. </strong>Non certo per divertimento si scrive, ci si fa una fatica del diavolo. Non meglio andava a Melville, che pure pare avere una felicità degli dèi quando si mette al desco, e del suo libro “maledetto” così dice al nuovo amico e sodale Hawthorne, giugno 1851: “Fra una settimana circa andrò a New York, a seppellirmi in una stanza al terzo piano, e a lavorare come un forzato alla mia <em>Balena</em> nel mentre viene stampata. Questo è l’unico modo per finire il libro, adesso – tanto son spinto qua e là dalle circostanze. La calma, la freschezza, lo stato d’animo quieto e riposante in cui si <em>dovrebbe</em> sempre scrivere – temo che di rado mi appartengano. […] Mio caro signore, ho un presentimento – alla fine mi consumerò e perirò, come una vecchia grattugia logorata dal costante attrito del legno, ossia della noce moscata. Quel che più mi sento spinto a scrivere è bandito – non rende un soldo. Eppure non riesco a scrivere del tutto nell’<em>altro</em> modo. Così ne vien fuori un guazzabuglio, e tutti i miei libri sono raffazzonature”.</p>



<p>La scrittura è estrema resistenza allo scrivere, forzatura, inghippo, trappola, anomalia. Romanzi d’iniziazione. Così possiamo leggere <em>Moby Dick</em> e il <em>Partigiano</em>. Ismaele e Johnny si muovono su di un terreno difficoltoso, friabile, in condizioni dove la dinamica morte-vita è visibilissima a ogni passo. E senza che in questa dinamica si possa scorgere la trama di un progetto, di salvezza o di perdizione esso sia. In effetti i due eroi non vengono “formati” dalle vicende che subiscono, ma “iniziati”, cioè, e semplicemente, da quell’istante in cui vedono il vero volto del mondo e degli uomini non sono più come prima. Cambiano. Né nel bene né nel male. Divengono adulti. Considerando l’opera fenogliana come un magma unico senza un prima e un poi, potremmo vedere <em>Una questione privata</em> come il preludio, attraverso l’altra “maschera” di Fenoglio, Milton, al vero romanzo dell’adolescenza e dell’abisso, il <em>Partigiano</em>. <strong>«Correva, con gli occhi sgranati, vedendo pochissimo della terra e nulla del cielo. Era perfettamente conscio della solitudine, del silenzio, della pace, ma ancora correva, facilmente, irresistibilmente. Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò»</strong>, finisce mirabilmente la “questione privata”. Milton, più duro e molto meno snob dell’altro, come diceva Fenoglio, consegna il testimone a Johnny. Sarà lui a penetrare la boscaglia, la selva oscura, a penetrare gli inferi.</p>



<p>Che cosa è la Balena? Quanta Balena c’è nel <em>Partigiano</em>? Il capodoglio che terrorizza Achab è davvero il Satana redivivo, la colpa vivente in ogni uomo? Di per sé, non ci fosse stato Melville a parlare per bocca di Ismaele, mai avremmo compreso che le profondità inimmaginabili raggiunte dal cetaceo e la sua potenza distruttiva sono nulla rispetto a quelle umane. Nel <em>Partigiano</em>, tuttavia, non c’è una Balena, non c’è un qualcosa di esterno da combattere (e i fascisti, dopo tutto, sono uomini anche loro), non c’è un così clamoroso Nemico. Tutto si gioca dentro. La Balena è dentro. “Riuscirono alle falde d’una grande collina, rasa ed asciutta, spenta di colore, sembrante a Johnny, credulo, una sollevata distesa d’asfodeli. Ma erano vivi. Correva, quasi aderendo al nudo, soffice pendio, un’aria sabbatica, cui aggiungeva <em>restfulness</em> il lontanante scoppiettio dei motori fascisti. Andavano a gambe abbandonate, su quella terra di pace, dimentichi di tutto, incoscienti a tutto fuorché alla sorda fatica che i loro corpi facevano per rinormalizzarsi del tutto, finché Fred con un mugolio si rovesciò per terra, vi si avvoltolò e rivoltolò tutto, a lungo, come un epilettico attivo. Johnny stette appoggiato al moschetto come a un bastone da pastore a guardar Fred come un cane che di se stesso staffila la terra, folle di gioia di vivere o per le pulci. Poi Fred, sempre rotolandosi, pianse liberamente e sonoramente, da destare gli echi della collina. E allora Johnny si ricordò di Tito, e lo pensò, ma come un morto morto secoli fa”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="652" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/02/71ZkqE2nFaL-652x1024.jpg" alt="" class="wp-image-83337" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/71ZkqE2nFaL-652x1024.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/71ZkqE2nFaL-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/71ZkqE2nFaL-768x1207.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/71ZkqE2nFaL-978x1536.jpg 978w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/71ZkqE2nFaL.jpg 1000w" sizes="(max-width: 652px) 100vw, 652px" /></figure>



<p>Il <em>Partigiano</em> è il libro centrale di Fenoglio. Non c’è nulla che gli si possa paragonare, nell’opera del piemontese, per forza fisica d’impatto e di lingua. È il “libro dei libri” che inseguiva, ma che in certa misura non ha mai scritto. Che sicuramente, come ha ricordato Calvino, non avrebbe mai pubblicato “in quella forma lì”. Eppure, ringraziando gli altissimi, c’è, è sopravvissuto alla mania del suo autore. È il “brogliaccio” che sottostà il minuzioso lavoro di Fenoglio di scrittura e riscrittura. È la “scatola nera”, la brutta copia. A volte, viene da pensare, i libri devono essere sottratti alla mania persecutoria dei propri autori. E viene da menarlo, Fenoglio, per il fatto di non essersi accorto il punto esatto dov’era posto il suo dono.</p>



<p>Melville e Fenoglio non sono mai riusciti ad essere scrittori “da pubblico”. Nessuno scrittore autentico lo è. Cioè, può capitare per imponderabili situazioni che lo diventi, ma non è il suo obiettivo principale. Uno scrittore che si occupi troppo del mondo e delle sue chiacchiere non è uno scrittore. Melville fu anche uno scrittore “di fama”. Erano i tempi di <em>Typee</em> e <em>Omoo</em>, i fedeli resoconti dei primi venticinque anni della sua vita, e lui passava per uno scrittore “di mare”, da leggere sotto le verande, con una trama semplice semplice pure già sorretta da una lingua frondosa, poco agile ma felice. Un Cook in giacchetta e poggiato al desco, che inizia ad apprendere le malizie della scrittura. Poi le cose cambiarono. Melville divenne uno scrittore, e tutti sappiamo come andò a finire. Morì ignoto e ignorato da tutti, tranne per il solo ammiratore, James Billson, giovane letterato inglese, che gli chiedeva copie dei suoi libri, vecchi e nuovi, scoprendo nel vecchio Herman uno scrittore di qualità sopraffina (e a cui, vecchio e saggio d’anni, è il 20 dicembre 1885, scrive proverbi di questo tipo: «Deve esservi passato per la mente, come a me, che più la nostra civiltà avanza sulla linea attuale più a buon mercato diventa la “fama”, specie di tipo letterario»). “Riscoperto” negli Anni Venti del secolo scorso, fu il più grande scrittore del Novecento, come Hölderlin fu il più grande lirico del Novecento. Fenoglio quando morì, morì noto e in pompa. Eppure i suoi libri, tranne l’ultimo, <em>Primavera di bellezza</em>, dalle travagliatissime vicende editoriali, non è che vendettero granché. Era uno scrittore “di nicchia”. Anche per quella malaugurata “quarta” di Vittorini a <em>La Malora</em> (tirato in 2.000 copie come numero 33 per la collana dei “Gettoni” – ne furono vendute la misera quota di 1.040 volumi), che lo paragonava a un Faldella o a un Remigio Zena, insomma uno dei «provinciali del naturalismo». Ma del pubblico gl’interessava poco. Fino a un certo punto. A Pietro Citati, nel 1959, scrisse: «Lei mi sa sincero quando affermo che i premi letterari non mi tolgono né il sonno né l’appetito. Io non scrivo per competizione (per quanto lo sportsmanship sia un evidente aspetto del mio carattere), alla radice del mio scrivere c’è una primaria ragione che nessuno conosce all’infuori di me». Ma poi Beppe, tutto fuorché un solitario monaco, le recensioni le leggeva eccome, e si lagnava per la scarsa risonanza che toccò alla <em>Malora</em>, dicendosi uno «scrittore di quart’ordine», e poi continuava, «Non per questo smetterò di scrivere ma dovrò considerare le mie future fatiche non più dell’appagamento di un vizio» (e pure aveva la sua brava “cricca” di buoni critici dalla sua, dalla Banti, a De Robertis, a Vicari, a Forti e a Gallo). Se proprio fosse stato uno strafottente “duro e puro”, se avesse mandato dove dico io i vari Vittorini e Garzanti, forse quel <em>Partigiano</em> se lo sarebbe cucinato alla sua maniera. Anche Melville si lagnava parecchio della scarsa fortuna. C’era in questione la pagnotta. Poi fu impiegato alle dogane di New York.</p>



<p>È bene fare una riflessione sul fatto che i due romanzi più complessi, perlomeno nelle intenzioni, e fecondi della nostra letteratura, quelli che con il tempo mantengono una freschezza d’idee pressoché congelata, siano due opere immani e condite per frammenti come il <em>Partigiano</em> e <em>Petrolio</em> di Pier Paolo Pasolini (che tra l’altro non amava per nulla il piemontese, deprecandone l’«enigmatico grigiore»). (<em>Giovanni Zimisce</em>)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/fenoglio-melville-partigiano-johnny/">“Sono uno scrittore di quart’ordine”. Beppe Fenoglio, la Balena Bianca della letteratura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/02/Fenoglio-1024x421.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Devi leggere Melville…”, “…ma preferisco Poe”. Il carteggio tra Carl Schmitt e Ernst Jünger</title>
		<link>https://www.pangea.news/schmitt-junger-lettere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Jan 2021 05:23:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Carl Schmitt]]></category>
		<category><![CDATA[Ernst Junger]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Poe]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=82355</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ci sarebbe da urlare al miracolo editoriale. Ovviamente, dobbiamo fare copia-incolla guardano oltre la tendina delle Alpi. Riassunto bibliografico. Nel 1987 – poi 2004 – Il Mulino edita Il nodo di Gordio: dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo tra due titani del pensare, Carl Schmitt e Ernst Jünger. Nel 1999 – poi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/schmitt-junger-lettere/">“Devi leggere Melville…”, “…ma preferisco Poe”. Il carteggio tra Carl Schmitt e Ernst Jünger</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ci sarebbe da urlare al miracolo editoriale. Ovviamente, dobbiamo fare copia-incolla guardano oltre la tendina delle Alpi. Riassunto bibliografico. Nel 1987 – poi 2004 – Il Mulino edita <em>Il nodo di Gordio: dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo </em>tra due titani del pensare, Carl Schmitt e Ernst Jünger. Nel 1999 – poi 2012 – l’editore tedesco Klett-Cotta pubblica il carteggio tra i due, che testimonia una amicizia durata dal 1930 al 1983, pochi anni prima della morte di Schmitt (1985). <a href="https://www.revue-elements.com/produit/ernst-junger-carl-schmitt-correspondance-1930-1983/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Nel 2020, in Francia, Editions Krisis traduce quella <em>Correspondance (1930-1983)</em> con didascalia esemplare: “Ernst Jünger, il più noto tra i grandi scrittori tedeschi contemporanei, e Carl Schmitt, il politologo più citato e commentato al mondo,</strong> </a>si sono incontrati la prima volta nel 1930. Da allora, hanno coltivato un rapporto di amicizia basato sulla reciproca stima. Entrambi hanno assistito in prima persona agli sconvolgimenti del XX secolo. Durante il Terzo Reich, Jünger optò per un esilio interiore, mentre Schmitt preferì compromettersi con il nazionalsocialismo. La loro amicizia fu profonda, e la loro elevata posizione intellettuale continua a illuminarci”. Da quel carteggio, in particolare, abbiamo estratto le parti che rivelano l’interesse di entrambi verso l’opera di Melville e di Edgar Allan Poe. <a href="https://muse.jhu.edu/article/199399/summary" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>In uno studio del 2006, <em>Carl Schmitt’s Myth of Benito Cereno</em>, pubblicato su “A Journal of Germanic Studies”, Thomas O. Beebee scrive:</strong> </a>“Carl Schmitt, specialista di diritto pubblico e costituzionale, resta la figura più controversa della cultura giuridica tedesca, uno dei pochi intellettuali di destra che continui ad attirare studi e interesse; è il pensatore politico più legato alla letteratura del XX secolo, colui che ha permesso al mito e alla finzione di irrompere nel diritto per creare una ‘teologia politica’… Insieme all’amico Ernst Jünger ha letto i grandi autori americani, Herman Melville e Edgar Allan Poe su tutti, come profeti della situazione globale della Seconda guerra e del dopoguerra, compreso il tramonto dell’epoca delle sovranità nazionali. In particolare, Schmitt cita il <em>Benito Cereno</em> di Melville nella sua opera più di qualsiasi altro testo della letteratura mondiale pur non dedicando a quel libro un saggio specifico”. In <em>Ex Captivitate Salus </em>Schmitt paragona la propria situazione a quella di Benito Cereno. Lo scambio di lettere tra Schmitt e Jünger ne esplicita le passioni letterarie: Schmitt è un assoluto melvilliano; Jünger ha maggior sintonia con Poe, forse per il suo talento nell’esplorare ambiti letterari diversi, difformi, coniugando la propria poetica allo studio scientifico, tra l’occulto e l’oggettivo, l’esperienza dell’enigma.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="488" height="746" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/livre-correspondance.jpg" alt="" class="wp-image-82356" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/livre-correspondance.jpg 488w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/livre-correspondance-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/livre-correspondance-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 488px) 100vw, 488px" /></figure>



<p>***</p>



<p><em>Carl Schmitt a Ernst J</em><em>ünger, 25 febbraio 1941</em></p>



<p>Caro Jünger,</p>



<p>sono stato molto felice di ascoltarla. Sua moglie mi ha scritto qualche giorno fa: attendo marzo per incontrarla. Le invio il <em>Benito Cereno </em>di Melville. Purtroppo, non riesco a trovare <em>Moby Dick. </em>Spero di acquistare presto <em>Billy Budd. </em>Sono sopraffatto dall’involontario simbolismo di questa situazione…</p>



<p>*</p>



<p><em>Ernst J</em><em>ünger a Carl Schmitt, 3 marzo 1941</em></p>



<p>Caro Staatsrat!</p>



<p>Ho ordinato tutti i libri di Melville e te li donerò se me ne invierai altri. Ho sentito dal mio fornitore di libri che <em>Moby Dick</em> è attualmente introvabile. Ho letto <em>Billy Budd</em> anni fa. Egli è un chiamato, un uomo braccato da chi – un malvagio superiore che lo tratta da subordinato – vuole distruggerlo…</p>



<p>*</p>



<p><em>Carl Schmitt a Ernst Jünger, 4 luglio 1941</em></p>



<p>Sarei estremamente felice di incontrati al Ritz, a Parigi, caro Jünger, e bere una bottiglia di vino con te. Il desiderio di tali piaceri levita: il vino e gli amici diventano cose rare. Ho letto il libro di Giono su Melville. L’inizio è bellissimo: si resta deliziati dall’arte paesaggistica francese, che fa vedere tutto, subito. Poi si toccano i temi centrali e il libro risulta effeminato, altero, anodino. Questa miscela di anarchismo e di sensualità mi disgusta. Melville è ridotto a un autore kitsch, anche se la sua impareggiabile grandezza sta nel creare una situazione oggettiva, elementare, concreta. <em>Benito Cereno </em>è più grande dei russi e degli altri scrittori dell’Ottocento; anche Poi si ritrae, al suo cospetto. <em>Moby Dick</em>, poi, come epopea dei mari, può essere paragonato soltanto all’Odissea. Soltanto Melville, intendo, è in grado di rendere palpabile, presente il mare come elemento. Un argomento decisivo per i nostri tempi…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="600" height="800" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/2009-5596.jpg" alt="" class="wp-image-82357" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/2009-5596.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/2009-5596-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/2009-5596-300x400.jpg 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>&nbsp;Ernst Jünger a Carl Schmitt, 28 agosto 1941</em></p>



<p>…Sto ancora leggendo <em>Moby Dick. </em>Il romanzo ha un carisma effettivamente cosmico. Ricordo spesso la frase, “e Leviatano suona”, credo sia di Klopstock. Capisco l’interesse del mondo economico per questo maestoso animale: egli è il distruttore. Il mistero demoniaco gioca un ruolo nella vita, diventa visibile tra i fuochi fiochi delle caldaie nutrite a olio di spermaceti. Non posso essere d’accordo sul giudizio che dai di Poe rispetto a Melville. Poe è e resta il grande maestro, che dipinge i contorni e la matematica di mondi pericolosi. Si irradia in molteplici direzioni – tocca questa, ad esempio, in <em>Maelström</em>, <em>Gordon Pym</em> e nella sua cosmografia.</p>



<p>*</p>



<p><em>Carl Schmitt a Ernst Jünger, 17 settembre 1941</em></p>



<p>…Se riusciamo a incontrarci vorrei spiegarvi il mio punto di vista su Melville. Non volevo sminuire Poe. Penso che <em>Benito Cereno </em>sia il simbolo di una situazione, ed è argomento inesauribile. <em>Moby Dick </em>è disponibile in francese?</p>



<p>*</p>



<p><em>Ernst Jünger a Carl Schmitt, 8 aprile 1943</em></p>



<p>Caro signor Schmitt,</p>



<p>le tue lettere del 16 e del 21 marzo mi sono giunte. Voglio ringraziare te e la tua cara moglie per i cordiali auguri di compleanno. La giornata è iniziata simbolicamente: lo stato, spostando l’orologio in avanti, ha rubato un’ora alla mia vita. In seguito, ho fatto un sogno importante su Eva e la sua progenie. Si adattava all’animo del giorno e si è trasformato nella prima nota che ho scritto all’inizio del nuovo anno della mia vita. Il primo a farmi gli auguri è stato il generale Hans Speidel: mi ha telefonato da Poltava. &nbsp;Mi affascina la connessione di immagini tra Poe e Melville, nel tuo sogno – mentre Poe osserva come individuo, Melville ha uno sguardo politico e sociale. Unendoli, raggiungiamo il carattere di un uomo contro la cabala dei cospiratori.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="91913 " class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/schmitt-junger-lettere/">“Devi leggere Melville…”, “…ma preferisco Poe”. Il carteggio tra Carl Schmitt e Ernst Jünger</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/1_Zma8nSzCtcteKQcjNpsPRA-1024x651.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Melville conservatore? Lasciate stare la Balena Bianca della letteratura (e leggetevi “Il venditore di parafulmini”)</title>
		<link>https://www.pangea.news/melville-conservatori-bianchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Jan 2021 11:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=82268</guid>

					<description><![CDATA[<p>Abbiamo ancora sotto gli occhi le immagini (orchestrate? fino a che punto?) dell’invasione del Campidoglio americano. Ora, gli antichi romani custodivano il loro Campidoglio con le oche e di notte queste facevano il loro dovere scacciando gli invasori. Chi può dimenticarsi questa simpatica storiella che ci raccontano quando sfogliamo timidamente il nostro primo libro di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/melville-conservatori-bianchi/">Melville conservatore? Lasciate stare la Balena Bianca della letteratura (e leggetevi “Il venditore di parafulmini”)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Abbiamo ancora sotto gli occhi le immagini (orchestrate? fino a che punto?) dell’invasione del Campidoglio americano. Ora, gli antichi romani custodivano il loro Campidoglio con le oche e di notte queste facevano il loro dovere scacciando gli invasori. Chi può dimenticarsi questa simpatica storiella che ci raccontano quando sfogliamo timidamente il nostro primo libro di latino? A quanto pare però oggi un Campidoglio viene assalito e nessun parlamentare tiene il suo posto. Fa così paura la “grigia marea democratica” quando entra in aula?</p>



<p>*</p>



<p>Francamente trovo fastidioso, al limite del petulante, l’intellettuale che cerca nei capolavori della letteratura un pretesto e un segnale per fare i discorsi di attualità. Ne ho avuti tanti così: amici, professori luminari delle loro scienze, a volte anch’io lo facevo. Oggi credo di più nel valore di insegnamento che i testi possono avere sul piano educativo per chi ha uno sguardo ancora semplice sul mondo. Faccio difficoltà a insegnare qualcosa agli uomini già formati: al massimo li si può plagiare e manipolare. Ma è cosa sgradevole: guardate ad esempio cosa si sono messi a fare i conservatori americani all’indomani dell’occupazione del Campidoglio.</p>



<p><strong><a href="https://lawliberty.org/book-review/melvilles-rejection-of-utopia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hanno trovato il modo di intruppare Melville – che è nato duecento anni fa – nelle loro file e a partire dal libro dello studioso di turno</a></strong> vengono a raccontarci che Melville rifiuta la democrazia dei suoi contemporanei perché porta direttamente all’utopia, al comando dispotico dell’uomo solo al comando. Porcherie, carta straccia, benché siglata dal timbro della stamperia universitaria: questo mi pare <a href="https://www.amazon.com/Herman-Melvilles-State-William-Morrisey/dp/1587313685/?tag=lawliberty-20" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Herman Melville’s Ship of State</em>.</a></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="698" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/81JGGmzCnBL-698x1024.jpg" alt="" class="wp-image-82269" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81JGGmzCnBL-698x1024.jpg 698w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81JGGmzCnBL-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81JGGmzCnBL-768x1127.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81JGGmzCnBL-1046x1536.jpg 1046w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81JGGmzCnBL-1395x2048.jpg 1395w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/81JGGmzCnBL.jpg 1744w" sizes="(max-width: 698px) 100vw, 698px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Per chi si interessa di queste cose, della manipolazione a fini pubblicisti della letteratura, <a href="http://www.pangea.news/quando-melville-amava-veleggiare-tra-i-selvaggi-e-carl-schmitt-si-sentiva-un-benito-cereno/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rinvio a un’altra pagina dove raccontavo del tentativo più sciagurato in questa direzione. </a>Mi riferisco all’uso che di Melville ha fatto molti anni fa un certo Carl Schmitt. Schmitt diceva le stesse cose dei conservatori americani attuali: <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845902352" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ma con più garbo letterario, tanto da finire stampato da Adelphi.</a></p>



<p>*</p>



<p>Ma cosa vuol dire <em>Ship of State</em> nel titolo di quel libro americano recente?</p>



<p>Quando si sente parlare di “nave dello Stato” le interpretazioni sono infinite. Si parte da Platone e si arriva ai libri del Rinascimento sulle <em>Navi dei folli</em>. Sono i soliti argomenti che maneggiati con tastiere più o meno erudite formano la musica rilassante nell’area giochi dei dotti. Meglio lasciarle da parte. Quel che mi interessa oggi invece è la letteratura. Non credo che Melville sia accostabile alle nostre visioni, ai nostri problemi <em>attuali</em>. Può darci al massimo uno spunto, un suggerimento. Se avessi una classe di adolescenti ai banchi di scuola, gli darei da leggere un racconto di Melville, due pagine stringate: <em>Il venditore di parafulmini.</em></p>



<p>*</p>



<p>Non voglio ammorbarvi di erudizione e rimando direttamente <a href="http://www.elliotedizioni.com/prodotto/la-veranda/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">alla graziosa pubblicazione che ne ha fatto Elliot poco fa. </a><strong><a href="http://melville.org/lrman.htm" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Se ce la fate in inglese, invece, lo trovate qui. È un Melville tutto sommato inedito,</a></strong> lontanissimo dal metaforeggiare lento e assorto di <em>Moby Dick</em> o da quel sussurrare lugubre ed esistenziale di <em>Bartleby lo scrivano</em>. Ancora più lontano da quell’altro Melville che si mette la toga e fa l’oracolo del Novecento politico in <em>Benito Cereno</em>.</p>



<p><em>Il venditore di parafulmini </em>piacerebbe ai ragazzi perché qui Melville gestisce la sua forma-racconto con gran sicurezza, soprattutto nel montaggio, che è la cosa più difficile, e incanta lo sguardo dei puri. Con le parole siamo bravi tutti, o quasi, la cosa difficile è proprio la struttura perché ha a che fare con quella dell’anima (che si può strutturare con le bevute e non solo con le poesie).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1000" height="690" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/01/MobyDick.jpg" alt="" class="wp-image-82270" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/MobyDick.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/MobyDick-300x207.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/MobyDick-768x530.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Il fatto è che quando un uomo è <em>denso</em>, denso come poteva essere Melville, tutte le nostre impalcature cadono e l’unico sguardo concreto può essere quello di un uomo che comincia a vedere, un adolescente insomma. Il quale, se leggerà <em>Il venditore di parafulmini</em>, troverà poi la stessa eleganza disillusa del Leopardi nel <em>Venditore di almanacchi</em>. Ma non voglio anticipare nulla.</p>



<p>Melville inserisce <em>Il venditore di parafulmini </em>nella stessa raccolta che comprende i racconti più turbati (<em>Benito Cereno</em>, <em>Bartleby lo scrivano</em>) a indicare che siamo noi uomini, lontani dalla pazza gente, a decidere di noi stessi. Se un giorno ci sentiamo leggeri, scartiamo i signori Cereno e Bartleby e ci sediamo, pensosi, sulla poltrona vicino al camino. Fuori diluvia, è ottobre. Bussano con insistenza alla porta. Apriamo ed eccoci davanti un uomo che non ci vende contratti di luce e gas ma qualcosa di simile: pretende di rifilarci un parafulmini. Ecco i grandi risultati della scienza! Ma si tratta per davvero di parafulmini? Cosa ci vuol vendere quest’uomo che fa commercio con le paure degli uomini, come dice Melville?</p>



<p>Siamo noi ad aprirgli la porta, siamo noi che apriamo i siti che ci vengono somministrati dal motore di ricerca che ci conosce molto bene. Però possiamo scegliere se aprire la porta di casa o no. Tanto fuori piove.</p>



<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>



<p><em>PS – Chi legge il racconto del venditore di parafulmini troverà tutti i dialoghi assurdi degni del caro Edgar Allan Poe. Ma si ricordi che sfottere il parafulmine, come Melville fa, in quegli anni era blasfemia. Il parafulmine era l’invenzione più famosa del vecchio padre costituente, Mr Franklin…</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/melville-conservatori-bianchi/">Melville conservatore? Lasciate stare la Balena Bianca della letteratura (e leggetevi “Il venditore di parafulmini”)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/01/EXqhAuhXkAEUZNe-e1610796976124-1024x807.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Nathaniel Hawthorne, l’uomo che ha inventato i nostri sogni</title>
		<link>https://www.pangea.news/hawthorne-ritratto/</link>
					<comments>https://www.pangea.news/hawthorne-ritratto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 04:34:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[diario]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Nathaniel Hawthorne]]></category>
		<category><![CDATA[Salem]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=77250</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nathaniel Hawthorne, a dire degli amici e a onore dei ritratti, era bello, aveva la fronte larga, i lineamenti armonici e gli occhi iniettati in qualche al di là. Nel 1840 alla “mia unicamente mia” Sophia Peabody, che sposerà due anni dopo, Hawthorne scrive della sua “stanza stregata”, a Salem, dove “ho scritto molti racconti”: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hawthorne-ritratto/">Nathaniel Hawthorne, l’uomo che ha inventato i nostri sogni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Nathaniel_Hawthorne" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nathaniel Hawthorne</a>, a dire degli amici e a onore dei ritratti, era bello, aveva la fronte larga, i lineamenti armonici e gli occhi iniettati in qualche al di là.</strong> Nel 1840 alla “mia unicamente mia” Sophia Peabody, che sposerà due anni dopo, Hawthorne scrive della sua “stanza stregata”, a Salem, dove “ho scritto molti racconti”: “in essa migliaia e migliaia di visioni mi sono apparse; e alcune d’esse sono state mostrate al mondo”. Hawthorne è un visionario, uno scrittore ipnotizzato dal fatale, stregato. Il padre, capitano di lungo corso, era morto di febbre gialla, nel Suriname, nell’altro mondo, ‘Nat’ aveva quattro anni. Visse recluso, tra Salem e il Maine, con la madre in perpetuo deliquio, tra le sorelle: da qui, forse, la claustrofobia di certi racconti, l’estro febbrile, la truppa di spettri.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77251 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro-9-196x300.jpg" alt="" width="313" height="479" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-9-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-9-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-9.jpg 294w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" />Nella stessa lettera all’“amatissima” – scritta da Salem, alle 10.30 del 4 ottobre – Hawthorne accenna a racconti “ridotti in cenere”. Fu, pure lui, il piromane di se stesso.</strong> “Scoraggiato dal rifiuto e dal silenzio degli editori, brucia il manoscritto dei <em>Seven Tales of My Native Land</em>” (Vito Amoruso, nel ‘Meridiano’ Mondadori che ne raccoglie le <em>Opere scelte</em>). Aveva 21 anni. D’altronde, il primo romanzo, che pubblica di tasca sua, nel 1828, <em>Fanshawe</em>, fu stampato senza il nome dell’autore, che lo rinnegò, quasi subito, giudicandolo imperfetto – la moglie, l’angelicata Sophia, ne scoprì l’esistenza diversi anni dopo la morte di Hawthorne. L’ansia di perfezione, per altro, anima uno dei racconti più noti di Hawthorne, <em>The Birth-Mark </em>– tradotto ora come “La voglia” ora come “La mano purpurea”, senza tradurre l’ineluttabilità dell’originale. Aylmer è ossessionato dall’imperfezione sul viso della bellissima moglie, Georgiana: per eliminarla, ucciderà la donna. Ciò che è puro è innaturale, inseguire una articolata purezza seduce l’omicidio.</p>
<p>*</p>
<p>Hawthorne morì scrivendo, in formule sempre più complesse, lasciando alcuni frammenti, <em>Septimius Felton or the Elixir of Life</em>, che esaltarono Elémire Zolla, ginnasta di ermetismi. Dalla vita – atteggiamento proprio di chi non ha il padre – desiderava due cose: dimostrare agli altri la propria grandezza e dimorare in un mondo suo, solitario, arduo. <strong>Nel 1850 ottenne il successo agognato con <em>La lettera scarlatta</em>, monolite dell’autentica letteratura ‘americana’. L’amicizia con Franklin Pierce, che risaliva agli anni della scuola, democratico, quattordicesimo presidente degli Stati Uniti d’America</strong>, gli consentì prima uno stipendio fisso alle dogane di Salem, poi il posto da console a Liverpool.</p>
<p>*</p>
<p>La grandezza di Hawthorne è indiscussa: spesso più che leggerlo lo vediamo tradotto in film diversamente imbarazzanti, eppure, in Italia, lo hanno cullato fior di traduttori (da Aldo Busi a Enrico Terrinoni, da Flavio Santi a Giulio De Angelis e Carmen Covito). Hawthorne piaceva anche a Montale, che ha tradotto – per una edizione Bompiani – <em>Wakefield</em>. Montale non è un buon traduttore dall’inglese, ma <em>Wakefield</em> è un capolavoro: “Hawthorne non è affatto cupo, è sorprendente come Kafka, Borges, Calvino”, ha scritto Harold Bloom commentando quel racconto. Nel primo paragrafo, Hawthorne ci dà tutti i dettagli della vicenda, retta dal caso: a Londra, un uomo, “chiamiamolo Wakefield”, dice alla moglie che deve uscire per una commissione, tornerà a casa dopo vent’anni. In quel tempo, preda dell’assurdo, “prese alloggio nella strada parallela a quella di casa sua”. Il finale – paradossale anch’esso, come la storia di cui è l’approdo – è eccelso: “Nell’apparente confusione del nostro misterioso mondo, gli individui sono così opportunamente adattati a un sistema, e i sistemi adeguati uno all’altro e a un tutto, che <strong>mettersi in disparte per un attimo ci si espone alla temibile eventualità di perdere il proprio posto per sempre. Al pari di Wakefield, c’è il rischio di diventare, per così dire, il Reietto dell’Universo”.  </strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77252 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro1-40-189x300.jpg" alt="" width="325" height="516" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-40-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro1-40.jpg 500w" sizes="(max-width: 325px) 100vw, 325px" />Nella sua esegesi di Hawthorne, Harold Bloom dice un paio di cose interessanti. Che “il genio narrativo di NH ha una fama lontana dall’attualità” e che “confonde le aspettative”. Hawthorne<a href="http://www.pangea.news/melville-hawthorne-lettere-amicizia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> ha galvanizzato il talento di Melville</a> – che a lui dedica <em>Moby Dick </em>e lo studio <em>Hawthorne and His Mosses </em>– ha ispirato Henry James – che su ‘Nat’ scrive un saggio, in catalogo Marietti – era apprezzato pure da Edgar Allan Poe, per certi versi suo gemello opposto: “Lo stile di Hawthorne è purezza. Il suo tono è singolarmente efficace: selvaggio, patetico, riflessivo… è uno dei pochi uomini di genio partoriti dal nostro Paese”. Eppure, non mi pare che la sua fama, oggi, sia pari a quella di Melville o Poe. <strong>Hawthorne è labirintico ed elusivo, i suoi racconti, spesso, ci lasciano con un fantasma appeso alla schiena, privi di approdi, di una morale, è pura immaginazione, un esercito plasmato nel vetro. </strong></p>
<p>*</p>
<p>In <em>Altre inquisizioni </em>Jorge Luis Borges dedica alcune pagine a Hawthorne – risalgono a una conferenza del 1949 – e lo descrive con una frase che ci manda a Melville: “Aveva un’andatura oscillante di uomo di mare”. Secondo Borges, Hawthorne è un precursore di Kafka. Il suo testo – come sempre, compiaciuto – è pieno di intuizioni, ricalco questa: <strong>“Il passato è indistruttibile; prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato”.</strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77253 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro3-18-225x300.jpg" alt="" width="324" height="432" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro3-18-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro3-18.jpg 240w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" />Ciò che mi sembra più emblematico di Hawthorne, più bello, sono le idee abbandonate, i lacerti di racconto, le ipotesi mai realizzate di romanzo. Di Hawthorne mi piacciono le macerie – o meglio, questa alba frammentata, questo mattino dedotto per spine. Il <em>Diario</em> – pubblicato da Neri Pozza nel 1959, a cura di Agostino Lombardo; riprodotto in parte nel ‘Meridiano’ Mondadori nella traduzione di Paolo Dilonardo – è una miniera per scrittori in cerca di soggetto, una gioia per il lettore che ama la sintesi, la violenza meridiana. Alcuni esempi. “A lungo una persona o una famiglia desiderano un determinato bene. Esso giunge infine in tale abbondanza da costituire il grande flagello della loro vita”; <strong>“Un serpente introdotto nello stomaco di un uomo e lì nutrito, dai quindici ai trentacinque anni, tra i suoi più atroci tormenti”; “Le varie spoglie sotto cui la Rovina s’accosta alle sue vittime:</strong> al mercante, sotto le spoglie d’un mercante che propone speculazioni; al giovane erede, come un festoso compagno; alla fanciulla, come un innamorato languido e sentimentale”. La facoltà immaginativa di Hawthorne è vorace: a volte è tralcio lirico (“Una persona che catturi lucciole e con esse cerchi di accendere il suo focolare. Potrebbe essere il simbolo di qualcosa”), altre un appunto spiritato (“Avere ghiaccio nel proprio sangue”); oppure è un groviglio morale ad attivare i sensi fantastici (“L’egoismo è una delle qualità atte a ispirare amore. Ci si potrebbe riflettere a lungo”).</p>
<p>*</p>
<p>Sembra che Hawthorne abbia disseminato malie narrative per gli scrittori futuri. Sono centinaia. Forse dovremmo realizzarle, forse l’ipotesi di un creato è preferibile alla creazione. <strong>“Morto Hawthorne, gli altri scrittori ereditarono il suo compito di sognare”, scrive Borges.</strong> Hawthorne morì nel sonno, era il 1864 – anche questo ha un valore. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hawthorne-ritratto/">Nathaniel Hawthorne, l’uomo che ha inventato i nostri sogni</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.pangea.news/hawthorne-ritratto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/Nathaniel_Hawthorne_old-e1592659428543.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Un uomo dall’ispirazione epilettica”: Cesare Pavese in viaggio tra “Moby Dick” e l’Iliade</title>
		<link>https://www.pangea.news/cesare-pavese-usa-grecia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Dec 2019 05:52:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Cesare Pavese]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Pettazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Pierre]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=72188</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cesare Pavese aveva i polmoni in due luoghi tra loro opposti: da una parte respirava l’aria immensa e pionieristica delle pianure statunitensi, dall’altra la bava di vento secca, essenziale della Grecia arcaica. Zone del tempo e del mondo in apparenza inconciliabili. Pavese credeva che gli States, con le loro «sensibilità nude e primordiali», fossero un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cesare-pavese-usa-grecia/">“Un uomo dall’ispirazione epilettica”: Cesare Pavese in viaggio tra “Moby Dick” e l’Iliade</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/cesare-pavese/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Cesare Pavese</a> aveva i polmoni in due luoghi tra loro opposti: da una parte respirava l’aria immensa e pionieristica delle pianure statunitensi, dall’altra la bava di vento secca, essenziale della Grecia arcaica.</strong> Zone del tempo e del mondo in apparenza inconciliabili. Pavese credeva che gli States, con le loro «sensibilità nude e primordiali», fossero un avamposto di quella perduta grecità. Walt Whitman è un novello Omero, Herman Melville un folgorante, complessissimo Esiodo, Emily Dickinson è Saffo, Hart Crane è il Pindaro dell’età meccanica, William Faulkner è il primo dei tragici, Eschilo, ed Ernest Hemingway Euripide: con una capriola da circo il gioco è fatto. Per confermare il refrain da scimmie ballerine che Pavese è stato il grande sdoganatore della letteratura a stelle e strisce si leggano i suoi articoli americani radunati in <em>Saggi letterari</em> (Einaudi, Torino 1951, 1977). Per carità, nulla di travolgente ma se contiamo che quei nomi li conosceva grosso modo solo lui, lì sta il lavoro del cercatore d’oro con il setaccio. Con quell’articolo, dal titolo indicativo <em>Middle West e Piemonte</em> (era il 1931), dedicato all’opera di Sherwood Anderson, che è un po’ la cassa degli attrezzi del Pavese artista. Loro come i greci, noi come loro: eccomi, un Erodoto che ha fatto un master a Chicago.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72189 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/lavorare-stanca-174x300.jpg" alt="" width="193" height="333" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/lavorare-stanca-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/lavorare-stanca-593x1024.jpg 593w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/lavorare-stanca-768x1327.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/lavorare-stanca-889x1536.jpg 889w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/lavorare-stanca-1186x2048.jpg 1186w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/lavorare-stanca.jpg 1200w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" />Che poi non le azzecchi proprio tutte ci sta. Di Herman Melville, ad esempio, Pavese non sopporta le sofisticherie, e tende a guardarlo come lo scrittore di quell’unico immane capolavoro, <em>Moby Dick</em>, che lui peraltro tradusse graziosamente nel 1932, salvando poco altro. </strong>Non gli garbano i congeniti difetti – troppo allegorismo in tridimensione postmoderna – di <em>Mardi</em> <a href="http://www.pangea.news/herman-melville-200-anni-pierre-il-romanzo-che-segno-il-suo-fallimento/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>e ancor meno <em>Pierre</em></strong></a>: «lo stile si fa convulso, l’ispirazione epilettica, frammentaria, il senso delle proporzioni viene meno e, su qualche pagina ancor tagliata all’antica, si stende una palude di paroloni, di stonature e di sottigliezze, che non solo è noiosa, ma dopo tutto anche ingenua. Davvero il libro sembra scritto da Achab». <strong>Ecco, noi dopo consimile descrizione lo cercheremmo per terra e per mare, quel romanzo sconsiderato, Pavese lo getta alle acque. Sia chiaro, Melville rimane sull’albero maestro («Un greco veramente è Melville»),</strong> ma non influisce per nulla sulla scrittura del piemontese. Peggio per lui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non è che con William Faulkner vada molto meglio. Ossia: Pavese ne riconosce la grandezza assoluta, ma non la comprende per intero. Eppure ci regala una definizione sua che è quasi un colpo di tacco: «Non è un uomo che scrive, è un angelo; un angelo, s’intende, senza cura d’anime».</strong> Le tagliole da superare, probabilmente, sono quelle del “modernismo”, che Pavese non ama proprio. Joyce può far correre brividi sulla schiena dei pionieri fessi, noi europei abbiamo Boccaccio e Rabelais; Gertrude Stein è semplicemente «insopportabile a noi». Gli Stati Uniti sono un antidoto reale, “terrestre”, al vizio letterario, al naso all’insù europeo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Già, ma il vizio suo d’origine, il peccato originale di Pavese è quello di non aver saputo scrivere il grande romanzo. Così vanno le cose, e così,<strong> un poco subdolamente, ricamava Calvino, quando, annunciando nel 1951 proprio la cisterna di saggi del piemontese, scrisse che «in verità non si può separare l’opera creativa di Pavese da quella battaglia culturale», che è come dire che l’opera da sola non si regge</strong>, ha necessità di quelle lodevoli stampelle, quando tutti sanno che l’opera se è tale resiste a ogni partito, a ogni “battaglia culturale”, al suo creatore. No, Pavese non fu un grande scrittore, fu uno scrittore enormemente “gradevole”. Avrebbe voluto essere greco o statunitense – a proposito, leggete Erskine Caldwell e l’epica facile come una sorsata di sidro di John Steinbeck e scoprirete due altri cugini suoi – ma non fu né carne né pesce. Cioè: né goliardamente pionieristico, né severamente cinico. Eppure, e fu il primo furto serio, da goderne per tutta l’estate, rubai in giovinezza un volume che coglieva tutti i suoi romanzi. Prima restandone sedotto, poi fortemente deluso (a guardare un poco a lato sullo scaffale mi sarei intascato Conrad o Tommaso Landolfi). Non c’è niente da fare, <strong>Pavese è uno scrittore di esperienze, ed è per questo che non c’è uno che ne possa uscire pulito, per dire, dalla lettura del <a href="http://www.pangea.news/pavese-mestiere-di-vivere-nota-cantimori/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Mestiere di vivere</em></a>, perché sembra sempre che egli si rivolga a te, alla tua intimità, alla tua disumana umanità.</strong> Ma questo non basta a farne un grande scrittore. Che Pavese, vista anche la tragedia della fine, sia il nostro Albert Camus con grammi di aggressività e ferocia in meno, è cosa su cui trastullarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72190 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro2-14-254x300.jpg" alt="" width="289" height="341" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-14-254x300.jpg 254w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-14-867x1024.jpg 867w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-14-768x907.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-14.jpg 900w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" />Sulla poesia, poi, come a dire, altro giro, altra corsa. Pavese ha sempre messo nella lista dei suoi libri migliori <em>Lavorare stanca</em>, la prima raccolta di versi del 1936. I romanzi, giudizio che più sommario non si può, sono una variante lunga di quelle vicende e di quelle atmosfere. Che più che di Walt Whitman, su cui il piemontese scrisse una tesi di laurea, risentono di una profonda escursione in Edgar Lee Master e in Charles Baudelaire, con stoccatine crepuscolari. La critica col lauro, come è noto, non la pensava così. Il silenzio fu tambureggiante all’epoca della pubblicazione del libro, e i giudizi a tagliola dopo. <strong>«<em>Short stories</em> chiuse e tetre di personaggi tipizzati, che oscillano tra referto realistico e proiezione dell’autore stesso», la faceva breve Pier Vincenzo Mengaldo, con fiocinata da lancillotto: «la poesia pavesiana ha ricevuto attenzioni anche superiori ai suoi meriti».</strong> Sul trotto lungo, però, Pavese l’ha vinta. Oggi parecchi ragazzotti scrivono come lui settant’anni fa, con quello zoccolare narrativo e malinconico assieme, da sfigati che guardano altre la siepe un infinito scialbo. Eppure ha ragione Pavese, quello è il suo libro più “patetico” e bello, in cui si compone la grande sbandata per la grecità. Liriche come <em>Mito</em> e i diversi “notturni” preparano la radicalità delle <em>Poesie del disamore</em>. Dove un’antichità digerita con stomaco da leone si fa cristallina, aerea, astratta, lancinante. Non gli perdoneranno neppure quegli ultimi “scherzi”, neppure i versi postumi, etichettati da Mengaldo come una «droga di intere generazioni di liceali».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma prima, è il 1947, c’era stato il libro più amato e più discusso, i <em>Dialoghi con Leucò</em> (in una intervista radiofonica del 1950 il piemontese, ridimensionando la portata dei suoi romanzi, disse con chiarezza: «Pavese ritiene i <em>Dialoghi con Leucò</em> il suo libro più significativo, e subito dopo vengono le poesie di <em>Lavorare stanca</em>»). Libro misterico e inattuale, esso rilegge la grecità vissuta dall’autore, per negativi e scarti, per domande prime.</strong> È come se Omero fosse stato messo in scena da Beckett, e il biancore è in ogni cosa, abbacina. «Un libro come i <em>Dialoghi</em> seguita a vivere con l’autore, perché è gremito di futuro e d’inespresso», scrisse Emilio Cecchi su <em>Paragone</em>, nel 1950. Un libro che chi ne ascolta il suono non avrebbe dubbi, se lo porterebbe nell’ipotetica isola deserta. Il balzo nella grecità era allenato da tempo. Da un romanzo “etnografico” come <em>La luna e i falò</em>, ad esempio, in cui già Calvino aveva letto il rapporto centrale con <em>Il ramo d’oro</em> di Frazer, da un libro composito come <em>Feria d’agosto</em>, in cui ha luogo nucleare il bel brano <em>Del mito, del simbolo e d’altro</em>. <strong>«Il mito è insomma una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori dal tempo e lo consacra rivelazione», </strong>ecco la formula geometrica di un discorso mitologico “fisso”, arido, perpetuo e che precede la letteratura, quella formula prima che Pavese è andato ricercando con pena attiva nei suoi <em>Dialoghi</em>. Semmai da comparare al mito “in divenire”, mosso e inquieto scandagliato per tutta la sua opera da Pier Paolo Pasolini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72191 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro3-5-209x300.jpg" alt="" width="229" height="329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-5-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-5.jpg 300w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" />In serie, tutta una teoria di vigorosi passi verso Omero e compari, dall’amore per Ernesto de Martino e la messa in mare, assieme a lui, della “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici”, la celebre “collana viola” ardentemente voluta da Pavese; la passione a fegato aperto per Raffaele Pettazzoni e la inesausta messe dei <em>Miti e leggende</em> di tutto il mondo edita dagli “avversari” della Utet; <strong>l’impresa di Rosa Calzecchi Onesti, la traduzione di <em>Iliade</em> e <em>Odissea</em> seguita palmo a palmo, con estro (colto da furore eroico, Pavese cominciò una versione mai conclusa della <em>Teogonia</em> di Esiodo).</strong> E in mezzo, a fare da ponticello di quattro assi e due corde tra le isole greche e le epiche <em>rout</em> degli States, i precocissimi esercizi di stile, condotti tra il 1923 e il 1928, dentro il <em>Prometeo slegato</em> di Percy Bysshe Shelley (ora Einaudi, Torino 1997), cioè classicità messa in brillantina moderna, e la catabasi costante in Leopardi, superbo lettore dei classici e truce fustigatore dei “moderni”. La strada da qui a lì, da Smirne a New York, Pavese se l’era lastricata bene. Poi, è questione di armare la barca, affrontare gli oceani, e avere braccia robuste. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cesare-pavese-usa-grecia/">“Un uomo dall’ispirazione epilettica”: Cesare Pavese in viaggio tra “Moby Dick” e l’Iliade</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/premio_cesare_pavese-1-1024x427-1.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Guardandosi, l’uomo si scopre disumano, un’anima mostruosa”: dialogo con Franco Rella</title>
		<link>https://www.pangea.news/franco-rella-intervista-disumano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2019 05:24:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[disumano]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Rella]]></category>
		<category><![CDATA[inumano]]></category>
		<category><![CDATA[Jaka Book]]></category>
		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Rilke]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=71630</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il pensatore mette l’indice nella ferita, la slabbra, fino al virus che diventa gioia. Dà accesso all’inaccessibile, scaraventa gli occhi in ciò che va ignorato, non va detto, celato dal fondotinta del consenso e del corretto. Il pensatore va al fondamento, al cadavere primo che ha dato origine alla civiltà, alla parola che pone un [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franco-rella-intervista-disumano/">“Guardandosi, l’uomo si scopre disumano, un’anima mostruosa”: dialogo con Franco Rella</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il pensatore mette l’indice nella ferita, la slabbra, fino al virus che diventa gioia. <strong>Dà accesso all’inaccessibile, scaraventa gli occhi in ciò che va ignorato, non va detto, celato dal fondotinta del consenso e del corretto. Il pensatore va al fondamento, al cadavere primo che ha dato origine alla civiltà,</strong> alla parola che pone un ago sull’ombelico, sta nel gorgo della stimmate. Da <em>Scritture estreme</em> (Feltrinelli, 2005) a <em>Immagini e testimonianze dell’esilio </em>(Jaca Book, 2018), per citare due libri da una bibliografia poderosa, <a href="https://www.francorella.it/it/1/home" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Franco Rella</strong> </a>fa così: s’intride nell’oscuro, <a href="http://www.pangea.news/franco-rella-jaca-book-immagini-e-testimonianze-esilio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">esplora l’inenarrabile e l’escluso</a>. Così, nell’ultimo libro, <a href="http://www.jacabook.it/ricerca/main-nov.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Territori dell’umano</em></strong> </a>(Jaca Book, 2019), il filosofo fa scempio di ogni retorica e ci scaglia in petto il Minotauro: <strong>la mostruosità dell’uomo, l’ineluttabile disumanità, l’avvio al tremendo </strong>(“Molte ha la vita forze/ tremende; eppure più dell’uomo nulla,/ vedi, è tremendo”, è l’apice di <em>Antigone</em> secondo la traduzione di Hölderlin). “L’io faccia a faccia con se stesso si scopre ‘un’anima mostruosa’. Trova in sé l’inumano e il disumano. <strong>Cosa ci ha raccontato Shakespeare di Macbeth, del suo incontro con le streghe, e dell’incubo di sangue che lo perseguita? Cos’altro ha detto Melville raccontando la lotta di Achab con la balena bianca, e Bartleby immobile con la faccia contro un muro? Cos’è la metamorfosi dell’umano nel mostruoso nel <em>bal des t</em></strong><strong><em>êtes </em>che Proust ci presenta come un atroce cerimoniere, quasi a conclusione della <em>Ricerca del tempo perduto</em>? Cosa racconta Odradek con quella voce che sembra il fruscio di foglie cadute?”.</strong> Con devozione amanuense, Rella scava nelle grandi opere letterarie – qui c’è <em>Cuore di tenebra </em>di Conrad e <em>Pornografia </em>di Gombrowicz, Simone Weil e Kafka, Ballard, Baudelaire, Canetti –, in ciò che sfugge perfino alla volontà dello scrittore, sfogando enigmi. Non conta il florilegio delle citazioni (ma l’“ultima annotazione” di Rilke dal “suo ultimo quaderno”, alla mercé di sconfitta e dolore è sconfinata: “Vieni tu, tu ultimo ravvisato,/ Tu, insanabile dolore, intramato/ ora nel corpo. Un tempo nello spirito,/ ecco, in te, sonio io ora calcinato…/ <strong>Salii, nudo, puro, né progetti,/ né futuro, sull’intrico/ del rogo del dolore”):</strong> i verbi servono per affondare nell’uomo, per sondarne le ossessioni, con una quieta veemenza che ha sentore di necessità. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’io faccia a faccia con se stesso “si scopre ‘un’anima mostruosa’. Trova in sé l’inumano e il disumano”. Dunque, è questo l’uomo? Della sua vita labirintica scopre di essere Minotauro. Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro ho citato un pensiero di Valéry che ho più volte richiamato. L’uomo, dice Valéry, incontra l’indefinibile: l’indefinibile della morte e l’indefinibile dell’io. Credo che andare a fondo dell’io sia un’impresa problematica e coraggiosa. Qualche anno fa ho scritto un testo, <em>Alla ricerca dell’io perduto</em>. Perduto o forse mai davvero ritrovato. Ci vuole animo per percorrere i labirinti che ci portano nella profondità dell’io, che ci fanno avvertire il gusto aspro del buio e delle tenebre, per poi salire sulla vertigine dei sogni più audaci. In un altro testo – anche questo citato nel mio libro – Valéry proponendo un suo Faust fa affermare a Mefistofele: <strong>“Felice l’uomo che va dal Bene al Male, dal Male al Bene, ponendosi tra la luce e le tenebre; e adora e rinnega; percorre tutti i valori che la carne e lo spirito, gli istinti, la ragione, i dubbi e i casi, introducono nel suo assurdo destino, può vincere o perdere… ma IO!&#8230; essere il diavolo è ben misera cosa”. Ma già sant’Agostino aveva detto che l’io è una incontenibile molteplicità.</strong> L’uomo che si china scrutare dentro il proprio io si scopre angelo e bestia, scopre la densità dell’umano che tiene in sé anche il disumano e l’inumano. È il grande insegnamento di Kafka.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo libro ti riferisci spesso a Melville e a Kafka. Cosa tiene insieme la Balena Bianca e lo scarafaggio, Achab e Odradek?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Melville e Kafka sono più che due immensi scrittori. Sono degli ossessi, ossessionati della propria ricerca che è per loro un destino. Ciò che li tiene insieme è essere arrivati all’estremo. <strong>La nave che affonda in Moby Dick portando con sé tutto, compreso un pezzo di cielo, meno Ismaele che sopravvive a cavallo di una bara per raccontare il faccia a faccia di Achab con la sua ossessione, con il mostro bianco.</strong> Il faccia a faccia di Gregor Samsa, di Franz Kafka, con l’immane insetto della <em>Metamorfosi</em> è anch’esso un confronto con l’animalità che è indissolubilmente legata all’umanità, perché l’insetto continua nell’orrore della sua mostruosa animalità ad avere pensieri umani. È questo che sconvolge e che fa di questo racconto un’esperienza unica che si imprime nelle nostre coscienze. <strong>Infine Odradek che è il personaggio di Kafka che va oltre tutto.</strong> Non è uomo, anche se parla, non è animale. È uno strano oggetto che vaga sui corridoi, sulle scale, nelle soffitte, senza fissa dimora, da tutto esiliato. È un essere disumanato, come tanti esseri che sfilano davanti a noi resi muti dalla sofferenza. Forse, come ha detto George Steiner, Kafka è in modo inquietante profetico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-71631 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro-rella-192x300.jpg" alt="" width="218" height="341" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro-rella-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro-rella.jpg 233w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" />Fin da subito imponi un tema: da <em>testimoni</em> di un fatto, di cui dunque portiamo testimonianza (il ‘testimone’ si passa anche nella staffetta&#8230;), siamo passati a essere <em>spettatori</em> di uno spettacolo subito. Come mai?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’alternativa – spettatore/testimone – si è sempre posta. Essere spettatori di ciò che accade senza esserne coinvolti, oppure testimoniare. <strong>Nel primo caso c’è, a mio giudizio, complicità con le forze che si abbattono sui deboli, penso per esempio alla tragedia dei migranti, con cui siamo confrontati ogni giorno. O, invece, essere testimoni, per quanto debole possa apparire la forza della nostra testimonianza.</strong> Con il mio libro ho cercato di farmi testimone dei terribili tentativi di sottrarre umanità agli esseri umani.  Sto parlando del destino dei migranti, ma anche dell’orrore dei regimi tirannici e dittatoriali, con cui non solo conviviamo ma con cui concludiamo affari. <strong>Un mercato osceno in cui a prezzi stracciati si smercia umanità.</strong> Parlo anche della colonizzazione delle coscienze tesa, appunto, a far tacere il testimone, a trasformarlo in spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Metto insieme due citazioni. Canetti che parla di Kafka: “Bisogna sdraiarsi per terra tra gli animali per essere salvati”. E l’ultimo verso della poesia estrema di Rilke: “E io in fiamme. Da Nessuno riconosciuto”. Forse l’uomo, per compiere la propria umanità, deve essere a sé irriconoscibile, forse deve mutarsi in altro da sé. Lavorare per sconfiggersi. Comunque, deve mutare stato, deve abbassarsi, deve sparire, deve bruciare. Ritieni sia così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che Rilke voglia dire che il dolore è in grado di assorbire tutto, di ingoiare tutto, anche a nostra identità: “Da Nessuno riconosciuto”. Canetti attribuisce a Kafka una lotta contro il potere a cui ci si sottrae anche mettendosi a terra, dunque al di sotto della furia del potere. Si è così salvati? In realtà i topi della <em>Ferrovia di Kalda</em> temono e al contempo sono aggressivi, non danno tregua, premono dalle fessure che stanno rasoterra, tra parete e il terreno. Cosa teme poi l’essere protagonista del racconto <em>La tana</em>? Cosa può incontrare nei cunicoli che egli ha scavato sotto terra per proteggersi, se non feroci piccoli animali? <strong>Ecco, forse si potrebbe dire che attraversando l’impenetrabile cortina del dolore, e avvicinandosi ai terrori animali, si scopre un’ignota dimensione dell’umano.</strong> Ma non ho certezze a proposito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra i testi che citi. Il Kurtz di Conrad che vede solo l’orrore, Gombrowicz, invece, che ha lo sguardo lascivo, che si lascia al grottesco, al comico dell&#8217;uomo. Come conciliare le visioni? L’uomo è orrendo, è grottesco, è inumano&#8230; cosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Marlow è il grande testimone della follia e dell’orrore di Kurtz. È questo che egli porta con sé dal cuore di tenebra fin dentro la <em>city of dead</em> che è nel cuore dell’Europa. Gombrowicz è grottesco, lascivo, come dici, ma al tempo stesso fa emergere in molti suoi testi, attraverso le maglie del grottesco, <strong>la percezione di un dolore assoluto, che diventa la trama non solo dell’uomo ma dell’universo intero, del “Cosmo”, come egli intitola uno dei suoi libri più emblematici. </strong>La follia di Kurtz, l’orrore della foresta, il grottesco, l’inumano, accanto all’ebbrezza e magari alla gioia: tutto questo e molto altro è l’uomo, è l’umano. Siamo noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Concludi dando lettura di alcune icone dell’arte, come mai? Che testimonianze vedi in quelle raffigurazioni e quale opera ti ha sconvolto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che alcune delle raffigurazioni che ho riportato nel penultimo capitolo siano iconiche nel dare forma e figura all’umano nel rapporto con il dolore, con la morte, con il potere, dunque con le istanze a cui ci troviamo costantemente confrontati. Sono solo alcune icone. Leggendo credo si capisca quanto io ne sia stato colpito, quando continui ad esserne colpito e inquietato. Queste sono solo alcune. Potrei ricordarne molte altre. <strong>Ne ricordo solo una: lo sguardo del ragazzo in primo piano de <em>Le dejeneur dans l’atelier</em> di Manet che ho visto per la prima volta direttamente quest’estate a Monaco. Uno sguardo perduto verso un altrove che avvertiamo subito come un luogo misterioso</strong> che ci riguarda, che ci riguarda da vicino.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’epilogo lo dedichi al bambino, all’infanzia. In una forma aforistica. “Nessuno sa la vita e la morte come la sanno in profondità i bambini&#8230; Nessuno sa la solitudine come i bambini”. Cosa testimoniano allora i bambini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho scritto quelle pagine ho capito che il libro era finito. Che non avrei potuto scrivere una parola in più. Quelle pagine sono una sorta di raccomandazione <strong>a guardare, a cercare di guardare nella misteriosa umanità infantile, che si è declinata nelle grandi fiabe che oggi abbiamo dimenticato</strong> e che non siamo più in grado di leggere.</p>
<p><em>*In copertina: intorno all'&#8221;Annunciazione di Recanati&#8221; di Lorenzo Lotto, del 1534 circa, Franco Rella scrive pagine ispirate nell&#8217;ultimo libro, &#8220;Territori dell&#8217;umano&#8221; (Jaka Book, 2019)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/franco-rella-intervista-disumano/">“Guardandosi, l’uomo si scopre disumano, un’anima mostruosa”: dialogo con Franco Rella</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/Lorenzo_Lotto_066-scaled-e1574680888253-1024x624.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“L’amicizia letteraria più forte? Quella tra Tolkien e Lewis. Quella più improbabile? Tra il cattolico Mauriac e il libertino Gide”: dialogo con Paolo Gulisano</title>
		<link>https://www.pangea.news/paolo-gulisano-amicizia-scrittori-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jul 2019 04:28:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[Gide]]></category>
		<category><![CDATA[Hawthorne]]></category>
		<category><![CDATA[Mauriac]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Gulisano]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Tolkien]]></category>
		<category><![CDATA[Truman Capote]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=68932</guid>

					<description><![CDATA[<p>Per me l’icona dell’amicizia è lì, “in una conca tra le dune di sabbia, al riparo dal vento freddo e violento”, alla periferia di Liverpool, davanti al mare d’Irlanda, il 19 novembre 1856. Herman Melville fa visita all’amico di sempre, Nathaniel Hawthorne, che lo porta a fare qualche chiacchiera. I due stanno lì, eternati dal [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/paolo-gulisano-amicizia-scrittori-intervista/">“L’amicizia letteraria più forte? Quella tra Tolkien e Lewis. Quella più improbabile? Tra il cattolico Mauriac e il libertino Gide”: dialogo con Paolo Gulisano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per me <strong>l’icona dell’amicizia è lì, “in una conca tra le dune di sabbia, al riparo dal vento freddo e violento”, alla periferia di Liverpool, davanti al mare d’Irlanda, il 19 novembre 1856.</strong> Herman Melville fa visita all’amico di sempre, Nathaniel Hawthorne, che lo porta a fare qualche chiacchiera. I due stanno lì, eternati dal vento, per ore. Melville è reso inquieto dall’insuccesso di <em>Moby Dick</em>, che ha dedicato all’amico, “in segno della mia ammirazione per il suo genio”; l’altro, console americano in UK, è riconosciuto come il grande romanziere della <em>Lettera scarlatta. </em>Dopo la morte di Hawthorne, nel 1864, Melville si sentirà più solo. <strong>Ma quel giorno, Melville, davanti all’oceano, “proprio quello d’un tempo… si mette, come sempre, a discorrere della Provvidenza e dell’avvenire e di tutto ciò che trascende l’umana comprensione”.</strong> Molti anni dopo, nel 1883, il figlio di Hawthorne, Julian, andrà alla ricerca di Melville per scoprire i “segreti inconfessati” del padre. Quella tra Melville e Hawthorne è la prima delle “Storie di amicizia tra scrittori” <strong>censite da Paolo Gulisano in un libro curioso e sfizioso,<a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/attualitaestoria/l%C3%A0-dove-non-c-%C3%A8-tenebra" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> <em>Là dove non c’è tenebra</em></a></strong> (Edizioni Ares, 2019), che sfida il più vieto dei tabù: l’impossibilità che tra artisti possano nascere legami diversi dalla pallida stima che spesso si torce in invidia. Le storie raccolte sono tante e raccontano diversi lati del rapporto amicale<strong>: dalla cena del 1889 in cui un editore sfida Arthur Conan Doyle e Oscar Wilde, “all’origine di due capolavori, <em>Il Segno dei quattro </em>e <em>Il ritratto di Dorian Gray</em>”, al legame improbabile tra François Mauriac e André Gide (“Ci può essere amicizia tra il diavolo e l’acquasanta?”), </strong>alla “storia di una amicizia mancata”, quella tra George Orwell e Graham Greene. C’è l’amicizia tra le primedonne della poesia inglese (Shelley &amp; Byron), quella tra uomini tormentati dalla fede (Manzoni e Rosmini), il rapporto strampalato di Joyce e Svevo (“Nelle lettere a Svevo, Joyce usava una sorta di gergo composto da italiano, inglese, nonché dialetto triestino”), quello pugnace tra Hemigway e Fitzgerald, quello fatale tra Sylvia Plath e Anne Sexton, quello tra Harper Lee e Truman Capote, “amici di infanzia” che il successo non allontana, al contrario. <strong>Spesso queste storie di amicizia riguardano scrittori dal temperamento esistenziale e dallo stile narrativo molto diverso.</strong> Spesso l’amicizia corrobora un talento, mette in fuga le insicurezze. Sembra essere più facile volersi bene fronteggiando una vertiginosa diversità. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class="size-medium wp-image-68933 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/800-207x300.jpg" alt="" width="207" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/800-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/800.jpg 400w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" />Pare impossibile che un esercizio così solitario come la scrittura renda possibile una amicizia tra scrittori. Lei ribalta il cliché (e forse, un poco, anche il canone). Come è nata l’idea del libro e qual è il confine tra amicizia e ‘stima’, rispetto, simpatia?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente ritengo che l’amicizia sia uno dei sentimenti umani più forti ed importanti. Nei miei libri ne ho sempre parlato, e diversi lettori se ne sono accorti. Tra di essi Alessandro Rivali, lui stesso poeta e scrittore, nonché eccezionale editor. È lui che un giorno – davanti a un caffè –  mi ha chiesto cosa ne pensassi di un libro sull’amicizia tra scrittori. Non ho avuto alcuna esitazione e gli ho immediatamente risposto che andava fatto, e che l’avrei fatto. <strong>Avevo in mente grandi amicizie come quella tra Tolkien e Lewis o Chesterton e Belloc, poi iniziai le ricerche e infine è emerso che queste relazioni sono molte di più di quanto ci si potesse immaginare.</strong> Quelle di cui ho parlato nel libro sono amicizie autentiche, che davvero hanno varcato la soglia della semplice stima o di un cordiale rapporto tra colleghi. Questa soglia viene superata quando l’altro, l’amico o l’amica, ti sta veramente a cuore, è qualcuno di cui in qualche modo ti fai carico, anche rispetto ai suoi sentimenti, alla sua storia, ai suoi problemi. Questo tipo di amicizia nasce dallo stupore di avere trovato qualcuno con cui non solo c’è affinità, ma anche qualcuno che davvero ti ascolta, e che tu ami ascoltare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>A parte la sola amicizia che sfocia in sodalizio (Fruttero &amp; Lucentini, va da sé), in che modo l’affinità con uno scrittore agisce nella scrittura della singola personalità? Mi faccia un esempio di una amicizia che sancisce una singolare, reciproca, influenza. </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Rileggendo queste amicizie tra scrittori, mi sono reso conto di quanto effettivamente un’opera artistica sia qualcosa di estremamente intimo. Eppure tra amici letterati ci si può influenzare in modo significativo rispetto ai temi, più che allo stile. È accaduto tra Melville e Hawthorne, i padri del romanzo americano dell’Ottocento, entrambi decisi a scendere negli abissi dell’animo umano, <strong>o tra William Butler Yeats e Lady Gregory, appassionati dell’antica narrativa celtica d’Irlanda che seppero far rivivere nelle loro opere, oppure Manzoni e Rosmini, cercatori di verità alla luce della Fede.</strong> Tra questi, dovendo scegliere l’esempio più significativo, direi proprio Yeats e Lady Gregory, che insieme furono anche iniziatori di un genere narrativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Qual è (e perché, sommariamente), tra quelle che ha reperito, l’amicizia più improbabile?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Senza dubbio <strong>quella tra Mauriac e Gide: un cattolico rigoroso e un libertino trasgressivo.</strong> Due uomini profondamente diversi per storie personali, per idee professate, per espressioni artistiche. Eppure furono sinceramente amici. Segno che questo sentimento ha delle dinamiche spesso imprevedibili. E certamente anche misteriose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>&#8230;e l’amicizia più duratura?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quella <strong>tra gli inglesi Chesterton e Belloc. Si conobbero che erano due giornalisti alle prime armi, e l’amicizia li accompagnò per tutta la vita,</strong> fino a quando la morte portò via per primo Chesterton. Una amicizia inossidabile nel tempo e nelle circostanze.  Un’amicizia che non venne meno anche nel maturare di altri affetti, quando entrambi presero moglie. Anzi: il sentimento si estese anche alle famiglie di entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>&#8230;e l’amicizia più difficile da interpretare?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leopardi e Ranieri. Due scrittori posti su livelli molto diversi: <strong>uno un vero genio, l’altro un modesto compilatore. Due stili di vita e due sensibilità ancora più diverse.</strong> Eppure è indubbio che furono legati da un sentimento di sincera amicizia, soprattutto da parte del poeta di Recanati, che aveva trovato in Ranieri una risposta al dramma della sua solitudine. Un sentimento tuttavia molto mal ricambiato, tant’è che nelle mie pagine non esito a descrivere Ranieri come un opportunista che sfruttò a proprio vantaggio l’amicizia con Leopardi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>&#8230;e l’amicizia più fugace?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Verne e Dumas, senza dubbio. <strong>Due giovani promesse della cultura francese che si erano conosciuti nei teatri di Parigi. Ma in questo caso le differenze di temperamento furono determinanti ad allontanarli.</strong> E non solo: Dumas era uno scrittore realista, interessato da ciò che accadeva nei salotti, mentre Verne era il grande sognatore visionario che ci regalò opere fantastiche come <em>Viaggio al centro della Terra</em> e <em>20.000 Leghe sotto i mari</em>. Troppo lontani…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>&#8230;e l’amicizia più turbolenta?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quella<strong> tra Hemingway e Fitzgerald. Due scrittori affamati della vita, di sensazioni e sentimenti forti. </strong>Spesso si accendevano nelle discussioni – complice anche gli alcoolici di cui erano grandi consumatori – e litigavano e si insultavano. Un’amicizia non facile tra personalità prorompenti. Ma anche in questo caso il legame resistette a questi conflitti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Mi pare siano difficili le amicizie tra scrittore e scrittrice o poeta e poetessa, almeno stando al suo repertorio: è così?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’amicizia tra un uomo e una donna è un sentimento molto particolare. Qualcuno addirittura sostiene che sia impossibile, vista la possibilità – sempre presente o quasi – che possa evolvere in innamoramento. Si può dire che le cose si complicano ulteriormente quando questi lui e lei sono artisti, scrittori in particolare. Forse perché c’è sempre un certo narcisismo in un’artista che non facilita l’amicizia. <strong>Eppure posso dire di avere trovato delle storie di amicizia di questo tipo assolutamente autentiche e gratuite, come quella tra la Harper Lee e Truman Capote.</strong> Amicizie rare, ma non impossibili, dunque.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Qual è l’amicizia che le è piaciuto di più raccontare e quella che a suo avviso, col senno di poi, avrebbe potuto raccontare?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi che non ci sono dubbi: <strong>quella tra Tolkien e Lewis, che è a mio avviso una sorta di icona dell’amicizia autentica</strong>, quella che ti fa superare diversità e magari anche pregiudizi (Lewis ammise che inizialmente ne aveva nei confronti di Tolkien, per motivi professionali e religiosi). Un sentimento che essi trasposero anche nei loro capolavori, nel <em>Signore degli Anelli</em> e nelle<em> Cronache di Narnia</em>, e che dà a queste loro opere un tocco commovente.  In loro si fa chiaro ed evidente quello che vuole dire il Vangelo quando dice che <em>Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Qual è l’amicizia che manca? Mah, forse ho un po’ trascurato l’area geografica germanica, a vantaggio di quella anglosassone. <strong>In una eventuale nuova edizione si potrebbe aggiungere qualche coppia di amici di quel mondo, come ad esempio Kafka e Brod.</strong> E magari qualche altra bella storia di amicizia magari sconosciuta che venisse allo scoperto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Truman Capote. L’aiuto dell’amica Harper Lee fu fondamentale per la scrittura del suo capolavoro, “A sangue freddo”, pubblico nel 1966</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/paolo-gulisano-amicizia-scrittori-intervista/">“L’amicizia letteraria più forte? Quella tra Tolkien e Lewis. Quella più improbabile? Tra il cattolico Mauriac e il libertino Gide”: dialogo con Paolo Gulisano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/capote-1024x576.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Solo in questo libro troverete la terribilità del sacro. Devo essere proprio cattivo”: insieme a Elio Paoloni verso Santiago, tra apparizioni, rivelazioni e bestemmie. Contro gli scrittori “untori della disperazione”</title>
		<link>https://www.pangea.news/elio-paoloni-pellegrinaggio-santiago-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Jul 2019 05:37:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[cammino]]></category>
		<category><![CDATA[cristianesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Elio Paoloni]]></category>
		<category><![CDATA[Gesù]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Melville]]></category>
		<category><![CDATA[pellegrinaggio]]></category>
		<category><![CDATA[religione]]></category>
		<category><![CDATA[Santiago]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=68497</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il primo è un dettaglio repentino, che potete gettare alle ortiche. Dio si fa stanare in cammino. Chiede a tutti – da Abramo a Mosè, da Noè a Gesù – di muoversi per andargli incontro – che poi è un celestiale paradosso: perché Egli è ovunque e in nessundove. Fosse anche uscire dalla città e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elio-paoloni-pellegrinaggio-santiago-intervista/">“Solo in questo libro troverete la terribilità del sacro. Devo essere proprio cattivo”: insieme a Elio Paoloni verso Santiago, tra apparizioni, rivelazioni e bestemmie. Contro gli scrittori “untori della disperazione”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il primo è un dettaglio repentino, che potete gettare alle ortiche. <strong>Dio si fa stanare in cammino. Chiede a tutti – da Abramo a Mosè, da Noè a Gesù – di muoversi per andargli incontro – che poi è un celestiale paradosso: perché Egli è ovunque e in nessundove.</strong> Fosse anche uscire dalla città e avviarsi al fiato del deserto: Dio non vuole liturgia statica ma polpacci che si corrodono, gambe fiacche, d’altronde a che serve la stazione eretta? – d’altronde, gli ebrei pregano con tutto il corpo, sono fermi ma in moto perenne. <strong>Il secondo è che il libro di Elio Paoloni, “una delle penne migliori sulla piazza”</strong> (l’autodefinizione è supportata dalla rassegna stampa relativa ai suoi libri, cito tra gli altri: <em>Sostanze </em>e<em> Piramidi</em>), s’intitola <em>Abbronzati a sinistra </em>(Melville, 2019), racconta il pellegrinaggio verso Santiago compiuto dall’autore, ma dichiara in copertina di essere un “Romanzo” e non un reportage. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-68498 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/paoloni-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/paoloni-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/paoloni.jpg 316w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /><em>Romanzo </em>perché Dio è il più imponderabile e fantomatico e fantastico degli eroi ‘da romanzo’ della letteratura occidentale, come ghigna Harold Bloom? Probabilmente, perché il pellegrino è consustanziale allo scrittore, ma altro da lui, <strong>e perché il libro, piuttosto, non è uno sciatto reportage, uno sciupato libro ‘di viaggio’, un estatico manuale per umettare vagabondaggi mistici. Ha la statura narrativa di un romanzo, fin dall’incipit, che flirta con l’apofatico paradosso (“Tonda, sonora, sillabata: è con una sacrosanta bestemmia che comincia il santo viaggio”), </strong>gli sketch dialogici, le osservazioni ciniche o spensierate (“Se a Dio forse non credo ancora, al Diavolo sicuramente sì: mi è sempre difficile rintracciare gli indizi della imperscrutabile Provvidenza mentre trovo facilissimo intravedere la malignità, la crudeltà, l’irrisione, propri dell’operato diabolico. Non che sia impossibile supporre, a volte, l’intervento divino – o angelico – ma l’interpretazione di certi segni non riesce mai a superare il vaglio del dubbio”) di cui è costellato il libro, compresa l’apparizione di Lui, intorno a pagina 90 (“È in questa postura svagata, sarcastica, che Gesù mi fulmina. Si china verso di me dall’alto del suo asinello e fissa i suoi occhi nei miei. Dal nulla il suo sguardo, intenso, diretto, mi investe come un treno”). <strong>Elio Paoloni, voglio dire, mi pare come quei personaggi che baluginano dai romanzi russi di un secolo e mezzo fa: mezzi atei e mezzi azzannati da Cristo, sempre a penzolare tra l’abisso della fede e quello del nulla, che raspano con occhi come chiodi fino all’ultimo verbo insensato.</strong> In più, però, ha una ironia caustica e colta, alla Buster Keaton. Il viaggia a Santiago è come quello della mano che s’infittisce nell’amazzonico costato di Gesù, mi dico, immutabilmente idiota, William Blake di periferia, da due lire. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parti verso Santiago bestemmiando. Chiudi con una imprecazione. In effetti, anche Ungaretti, scrivendo <em>La pietà</em>, adora Dio bestemmiandolo. Hai trovato la fede cammin facendo? Che senso ha andare a Santiago da senzadio? Per trovarlo, per sfida, per gioco?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La bestemmia è forse il più fervido legame con la divinità: <strong>menzionare Dio o un Santo significa riconoscerne l’esistenza e il potere. Si è mai sentito qualcuno bestemmiare il Nulla o il Caso?</strong> Infatti le più bersagliate sono le figure prossime, Patroni e Protettori. Rischiando la blasfemia potremmo dire che ogni imprecazione è una rude preghiera, una maschia, orgogliosa protesta. Una richiesta di attenzione, come quando i bambini ignorati mandano in frantumi un oggetto. Se ho trovato la fede cammin facendo? Vogliamo impedire al gentile lettore di scoprirlo man mano? <strong>Il libro racconta di un’epifania. E del successivo dibattito interiore sull’attendibilità della faccenda. Ma una cosa è certa: mai ho avvertito così intensamente, in così rapida successione, il senso degli accadimenti.</strong> E di sicuro, dopo il Camino, attribuisco più facilmente un senso a ogni vicissitudine. E trovare Senso non è lo stesso che trovare Dio? Una caratteristica del Camino, infatti, per la varietà di situazioni incontrate, è quella di consentire a chiunque di vedere <em>Segni</em>. Se uno li cerca li trova. Se no, ti trovano loro. Si è predisposti all’interpretazione, ecco tutto. La potenza del Camino è racchiusa in questo brano: “Perché qui, sia ben chiaro, <strong>non impari niente di nuovo</strong>; tutto è già noto, cerebralmente: sono idee che accarezzi di tanto in tanto quando ti ritrovi a filosofeggiare, precetti che abbandoni appena rientrato nella diabolica routine. <strong>Il Camino però è una vita condensata, un Bignami d’acciaio</strong>: ti ripropone in breve tutte le lezioni già impartite dalle quali non hai tratto beneficio. Te le imprime così velocemente, te le impartisce così fisiologicamente che proprio non puoi fare a meno di ‘capire’. Non col cervello ma con ogni fibra muscolare, con ogni organo. Col midollo. È una marchiatura: i <em>sellos</em> (<em>timbri che vengono apposti sulla Credenziale, sorta di tessera di viaggio per ottenere la Compostela, attestato ufficiale del compimento del pellegrinaggio</em>) sono sul corpo, non solo sulla Credenziale”. <strong>Molti vanno a Santiago da senzadio (è forse la condizione più comune). Lo fanno per trovarlo? A volte sì. Ma non si può escludere che vi sia una componente di sfida: </strong>acchiappami, se ne sei capace, portami a Te.</p>
<p><figure id="attachment_68499" aria-describedby="caption-attachment-68499" style="width: 360px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-68499" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/foto1-300x225.jpg" alt="" width="360" height="270" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto1-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto1-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto1-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto1-1320x990.jpg 1320w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /><figcaption id="caption-attachment-68499" class="wp-caption-text">Le fotografie a corredo dell&#8217;articolo sono di Elio Paoloni</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di libri sul cammino di Santiago, tecnici, letterari, metaletterari, ce ne sono una barca: perché dovrei leggere il tuo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quelli tecnici, le guide, sono una categoria a parte, possono essere letti parallelamente a quelli letterari, anche se, col senno di poi, li butterei tutti a mare. <strong>Sul Camino non si perde neanche un bambino e prevedere ogni tappa, ogni ostello, ogni cena, è fuori dallo spirito del cammino, te lo dice uno che ci è cascato. Ci si dovrebbe fermare quando non ce la si fa più, o quando un <em>albergue</em> ci sembra accogliente.</strong> Delle asperità di O Cebreiro o dei rituali alla Croce di ferro ti renderanno edotto gli altri pellegrini, ammesso sia necessario. Evitare l’avventura è quanto di più sciocco si possa fare. Del resto l’imprevisto è sempre in agguato. Per fortuna. A un certo punto del cammino ho una resipiscenza:<strong> “I pellegrini bramavano le piaghe. Erano proprio le piaghe che li univano al Cristo&#8230; E cosa ho fatto io per settimane? Sono andato alla ricerca di tutto ciò che ne impedisce la formazione.</strong> Sterilizzando l’epidermide ho sterilizzato questo cammino, ho annullato la sua validità catartica. Sono i meschini claudicanti di cui disprezzo l’incompetenza tecnica che dovrebbero compiangermi”. Su un portale, <em>Eroski Consumer</em>, c’è una grande sezione dedicata al Camino che è il perfetto equivalente di <em>Trip Advisor</em>: recensioni sugli <em>albergue</em>, sugli <em>hospitaleros</em>, sui locali che dispensano il menu del pellegrino. Ma non mi sento di criticare, ho imparato che disprezzare l’approccio degli altri pellegrini è quanto di più contrario allo spirito del Camino (e del cristianesimo). E quando ti rendi conto dello stato di salute o dell’anzianità di alcuni pellegrini non puoi che vergognarti di tutto il tuo fondamentalismo filologico.</p>
<p style="text-align: justify;">In quanto alla miriade di diari di viaggio, sì, sono tutti simili, spesso stucchevolmente devoti. Quelli dei nipotini di Coelho poi, sono ancor più melensi. Non mette conto di parlare di quelli fieramente atei, vedi il viaggio-dibattito di Odifreddi con – o contro – Valzania. <strong>Il mio libro è unico, sempre sul crinale tra fede e scetticismo; il narratore è dibattuto, inquieto, e riallaccia ogni tappa <em>esotica</em> ad altri santuari, quelli della sua terra. Nel diario si addensano ironia, autoironia e anche pesante sarcasmo. Il mio sguardo è diverso da ogni altro e la mia scrittura è spiazzante.</strong> Un critico scrisse che io “tendo agguati”. In effetti usavo pescare in apnea, “all’agguato”. Un altro ha scritto che “prendo il lettore per il bavero”. Devo essere proprio cattivo. Se si vuol leggere un libro sul Camino che non tranquillizza, quindi, occorre leggere il mio. Solo in questo libro troverete la terribilità del sacro. Non è un caso se Gesù chiamava <em>Boanerghes</em> Giacomo e il fratello. Figli del tuono. Il Sacro può essere tremendo, non è conciliante come sembrano suggerire i comuni resoconti di viaggio. <img decoding="async" class=" wp-image-68500 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/foto2-300x182.jpg" alt="" width="388" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto2-300x182.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto2-768x466.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto2-1024x621.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/foto2-1320x800.jpg 1320w" sizes="(max-width: 388px) 100vw, 388px" /><strong>Della Cattedrale dico che è “stratificata, proliferante, macchinosa, è un presidio in perenne allarme. Questa basilica è un monito. Non ha nulla del santuario accogliente, ecumenico, facile al perdono. È dura quanto e più del cammino. È un monolite extraterrestre, è Hanging Rock”.</strong> Questo libro è perfetto per chi il viaggio lo ha già fatto, forse senza comprenderlo fino in fondo, per chi vuole farlo e cerca una spinta – o una guida, una guida vera, non una mappa – per chi non lo farà mai ma ama la letteratura di viaggio – o semplicemente la buona letteratura – e per ogni individuo che si interroga sulla Fede. Sì, questo libro è un po’ una summa delle inquietudini di tutti noi, viaggio o non viaggio. Ed è stato scritto da una delle penne migliori sulla piazza. Non scandalizzatevi, sto solo mettendo in pratica le esortazioni di Leopardi: “<em>rara quella persona lodata generalmente, le cui lodi non sieno cominciate dalla sua propria bocca … Chi vuole innalzarsi, quantunque per virtù vera, dia bando alla modestia</em>”. Spacconate a parte, il mio essere cattolico ‘a giornate’ (quelle poche in cui riesco a recitare il Credo con convinzione) mi consente, credo, di affrontare temi forti in maniera originale, non ortodossa, problematica, di produrre scritti fecondi ma anche divertenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A un certo punto scrivi: “Quello che crediamo di pensare è solo ciò che la nostra mente ha captato, ciò con cui si è sintonizzata. Misteriosi i modi, i tempi, il senso di tutto questo”. È questo quello che hai scoperto camminando? Cosa hai scoperto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono certo il solo a ritenere che siamo <em>attraversati</em>. Carmelo Bene, mio gigantesco conterraneo, diceva “io non parlo, <em>sono parlato</em>”. Tanti comprendono che la nostra mente è solo un sintonizzatore e mi successe di raccogliere in un articolo le citazioni di diversi grandi insospettabili che <em>attestavano</em> di aver “subito” passivamente, del tutto inconsapevolmente, l’ispirazione, anzi la “dettatura”. Quella sciocca idea romantica si rivelava più importante della tanto decantata <em>traspirazione</em>. <strong>Il punto è: <em>da cosa</em> siamo attraversati? Dall’inconscio collettivo, rispondono i più. Da forze angeliche e demoniache, dico io. Di sicuro dalle demoniache, aggiungo, perché, come ho argomentato approfonditamente, a Dio forse non credo ma al Diavolo sicuramente sì. </strong>E come sempre in questi campi, tutto è estremamente misterioso. Non c’è bisogno di camminare per capirlo, ma, come ho detto, sul Camino molte cose diventano più nitide, tutto viene a fuoco. Parafrasando Foer, ogni cosa è illuminata. Non perché il Mistero venga svelato, ma perché si presta più facilmente alla contemplazione. Cosa ho scoperto, dici? Pare che mi sia scontrato con Gesù. O forse no. Lo scoprirete solo leggendo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché ti sei messo in cammino? Si cammina per superarsi, per estinguersi, per guardarsi intorno, perché? Uno scrittore, forse, è sempre in cammino, traccia vie sulla neve vergine, come diceva Salamov. Ma forse, è un romanticismo d’accatto, questo. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le motivazioni, come si comprende all’inizio del testo, sono <em>chiaramente</em> <em>confuse</em>; non ce ne è mai una sola. Spesso ne dichiariamo – ce ne dichiariamo – una a caso ma di sicuro c’è dell’altro sottotraccia. Abbiamo tutti questa strana forma di pudore, l’unica rimasta a quanto pare, che ci impedisce di confessare anche a noi stessi di cosa andiamo realmente in cerca. E di Gesù, come scrisse Messori, non si parla tra persone educate. <strong>Le motivazioni, in realtà, divengono chiare solo alla fine del Camino. O qualche tempo dopo: “il Camino non dà risposte, ti aiuta a formulare la domanda. Quasi certamente, nel campo delle stelle, ti saranno chiariti i tuoi moventi. Almeno quelli”. </strong>In ogni caso, il cammino, quello fisico, non quello metaforico di Salamov, è la mia condizione naturale. Come ho scritto: “In rete, nei libri, a colloquio, tutti dicono di ‘aver trovato una nuova dimensione’. Io no. Rientro semplicemente nella mia. Non ne ho mai avuto altre vere. Per me vivere la giornata spostandomi nella natura, che sia camminare, pedalare o pinneggiare, è sempre stata la vita. L’unica vera vita. Tutto il resto è parentesi, tortura subita tra ribellioni soffocate, velenose”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-68501 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/SAM_2521-300x225.jpg" alt="" width="376" height="283" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/SAM_2521-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/SAM_2521-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/SAM_2521-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/SAM_2521-1320x990.jpg 1320w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" />Ma il pellegrinaggio è un’altra cosa. “<em>Il pellegrino girovaga, per così dire, </em>– scriveva in un omelia l’allora Cardinale Ratzinger – <em>nella geografia della storia di Dio. È in cammino alla volta di un luogo che gli è stato segnalato, non verso una località che cerca da sé.</em></strong><em> Prestando attenzione ai segnali che la Chiesa – per la potenza della sua fede – ha predisposto, i pellegrini hanno la possibilità di godere ancor meglio di ciò che il turismo cerca… ma anche coloro che lo degradano a mero exploit atletico o a una vaga spiritualità New Age, percepiscono implicitamente lo spirito profondo del Camino, ‘almeno come nostalgia’”. </em>In effetti, io mi sono fatto questa convinzione: quali che siano le motivazioni di coloro che fanno il cammino, dalla generica devozione ai voti veri e propri, dai viaggi in suffragio – o perlomeno in memoria – di un congiunto alla spiritualità new age, <strong>dall’atletismo al turismo alternativo (come nel caso della ricca annoiata che tra il viaggio a Dubai e un soggiorno sul lago di Como intendeva intercalare il brivido di una vacanza da poveri) e anche quando le motivazioni sono addirittura assenti (c’è chi si aggrega così, per fare compagnia a qualcuno), ebbene, tutti, in qualche modo, finiscono per risentire della effettiva spiritualità di questo tragitto</strong>; tutti, mi piace pensare, vengono toccati dall’Apostolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giudizio sugli artisti (ti leggo): “Sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Rissosi, assassini, debosciati, precocemente persi, i familiari marchiati a fuoco. Non ci sono solo i maudit, certo, esistono pure i longevi maestri. Ma a quanto hanno rinunciato? Quanto hanno dovuto soffrire perché la loro sensibilità si affinasse? Gelo, questa è la parola che Eduardo ripeteva in una delle ultime interviste, sconsolato, disperato, ma con forza, scandendo nitidamente le due sillabe”. La pensi così? Dimmi cosa pensi dei letterati odierni, della letteratura di oggi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È pieno zeppo di scrittori brillanti, forse non ce ne sono mai stati in tale quantità. <strong>Mi pare però che non abbiano proprio nulla da dire. E che non abbiano una personalità propria. Uno scrittore dovrebbe essere innanzitutto un carattere.</strong> Vedo – e invidio, un po’ – scrittori che ‘scelgono’ i soggetti. Si guardano intorno e ‘decidono’ di affrontare un tema, così, perché ne sono venuti a conoscenza e li solletica Io scrivo di ciò che mi occupa fortemente. Non posso farne a meno. E non posso scrivere d’altro. Da parecchi anni inoltre concordo con l’affermazione di Antonio Franchini ne <em>Il signore delle lacrime</em>: un libro che non ha dentro nessun sentimento religioso non vale niente. <strong>Trovo fortemente limitati gli scrittori che ostentano distacco non solo dalla religione ma anche dalla morale ‘borghese’: dalle tradizioni, dalla bellezza, dal bene. </strong>I condannati al <em>noirismo</em> in senso lato, come dicevo anche in una vecchia intervista. Neri i libri, neri loro, neri i lettori. Libri che ignorano programmaticamente bellezza, grazia, bontà. Che dopo averci scaraventato all’inferno, non ci portano mai a riveder le stelle. Non si tratta solo di un genere commerciale più o meno vendibile. Certi autori sono gli untori della disperazione, a volte nascosta sotto affreschi di liberissimo erotismo, di scherzosa indifferenza, di accigliato impegno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/elio-paoloni-pellegrinaggio-santiago-intervista/">“Solo in questo libro troverete la terribilità del sacro. Devo essere proprio cattivo”: insieme a Elio Paoloni verso Santiago, tra apparizioni, rivelazioni e bestemmie. Contro gli scrittori “untori della disperazione”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/SAVE_20190705_144039-768x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
