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	<title>Mauro Orletti Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Premio Strega 2018: a me sembra il 1818, sono tutti vecchi, pacifici, moribondi. Se non c’è niente da premiare tra i vivi, perché non premiamo i libri del passato? “Kaputt”, per dire…</title>
		<link>https://www.pangea.news/premio-strega-2018-a-me-sembra-il-1818-sono-tutti-vecchi-pacifici-moribondi-se-non-ce-niente-da-premiare-tra-i-vivi-perche-non-premiamo-i-libri-del-passato-kaputt-pe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jun 2018 08:36:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Foto di rito, d’ufficio. Sembrano tutti così vecchi, moribondi, morenti. Vedo travi arcaiche detonare dalle loro pupille e grifoni barocchi coltivati sotto la cupola del palato. Pare una fotografia di un secolo fa. Lo scrittore non dovrebbe mai farsi ‘vedere’, dovrebbe costringersi a un aureo anonimato a una raffinata clausura. Quando lo vedi, fa pena, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/premio-strega-2018-a-me-sembra-il-1818-sono-tutti-vecchi-pacifici-moribondi-se-non-ce-niente-da-premiare-tra-i-vivi-perche-non-premiamo-i-libri-del-passato-kaputt-pe/">Premio Strega 2018: a me sembra il 1818, sono tutti vecchi, pacifici, moribondi. Se non c’è niente da premiare tra i vivi, perché non premiamo i libri del passato? “Kaputt”, per dire…</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Foto di rito, d’ufficio. Sembrano tutti così vecchi, moribondi, morenti. Vedo travi arcaiche detonare dalle loro pupille e grifoni barocchi coltivati sotto la cupola del palato. Pare una fotografia di un secolo fa. <strong>Lo scrittore non dovrebbe mai farsi ‘vedere’, dovrebbe costringersi a un aureo anonimato a una raffinata clausura. Quando lo vedi, fa pena, fa ridere, è ridicolo.</strong> Non equivale il peso della sua facoltà narrativa – se c’è, poi, questa ferina facoltà – ne è travolto e tramortito. Per questo. Bisogna immaginare lo scrittore attraverso i suoi libri. Appena lo vedi, lo scrittore, il miracolo si sbriciola: ah, ma, è quello?!?</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Premio Strega 2018. Per me è il Premio Strega 1818. Anzi, no. Nel 1818 vengono pubblicate due opere rivoluzionarie, <em>Frankenstein </em>di Mary Shelley e <em>Persuasione </em>di Jane Austen, ce ne fossero. <strong>Il Premio Strega, per altro, è morto alla prima edizione, quella del 1947: <em>Tempo di uccidere</em> di Ennio Flaiano è tra i grandi romanzi italiani di sempre, il più bello premiato allo Strega.</strong> Il resto – da allora ad oggi – è tintinnio di trine, fiorire di spumanti, un imbarazzante <em>volemose bene </em>a Villa Giulia, con vecchi in stole straricche e giovani radiosi d’ambizione. Il Premio Strega, che è il massimo riconoscimento letterario in Italia, è quanto di più lontano dalla verità della letteratura italiana.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I premi, di per sé, sono utili. Per due ragioni. Lo scrittore, di solito, è un poveraccio. I soldi gli servono per pagarsi quello che deve fare. Scrivere. Altrimenti. Deve inventarsi altri venti mestieri e scrivere la notte. E poi. <strong>L’arte è agonistica. L’arte è competitiva. Lo scrittore è in gara con i suoi simili e con i morti, è in gara con tutti, con il vicino di casa e con Dante Alighieri. Non credete a chi ha una visione pacificata della letteratura: </strong>chi scrive, scrive, consciamente o meno, per imporre la propria parola sugli altri, per sigillare per sempre, con un verbo, la bocca altrui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I premi però non dovrebbero beatificare i soliti noti – per altro, ignoti ai più –, ma fecondare l’ignoto, essere un avamposto di luce nel futuro prossimo<strong>. I premi letterari importanti come il Premio Strega non devono essere il calesse del tempo andato, ma uno shuttle, capace di perforare il cranio della profezia. </strong>Gli scrittori, serpenti per natura, stanno bene a Villa Giulia come in un monastero sull’Athos, sono avidi di umanità, ovunque essa sia, non discriminano, osservano tutto, vanno sotto braccio alla puttana e al cardinale, amano il perduto, il frate, il migrante, ma non disdegnano l’aula ministeriale, l’alcova del potere. Non c’è luogo dove non arrivi la parola – che non arretra mai – perché la parola è come acqua. E lì, a coglierla, enogastronomo del dolore, c’è lo scrittore. Disavvezzo alle formalità, dopo aver baciato lo stipite della Fondazione Bellonci, però, lo scrittore torna a tessere dialoghi platonici con le gazze.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non censuro né cestino <a href="https://www.corriere.it/cultura/18_giugno_13/premio-strega-2018-tre-donne-cinquina-30ea80e0-6f20-11e8-a02e-ff9bef420dad.shtml" target="_blank" rel="noopener">la ‘cinquina’. Brava gente</a> – celebre al misero popolo dei lettori – pubblicata da editori di chiara fama. Dentro ciascun libro, se avrò voglia o mi obbligherà il mestiere, entrerò: dal deltaplano su cui sono sdraiato come un Buddha, non c’è bagliore di novità narrativa. Sono tutte, più o meno interscambiabili, belle cose di buon gusto. Oggetti d’arredo. Per capirci. Tra i libri, oggettivamente, più belli usciti in questi tempi cito <em>Guida alle reliquie miracolose d’Italia </em>di Mauro Orletti, <em>La bellezza che resta </em>di Fabrizio Coscia, <em>La boutique </em>di Eliana Bouchard, <em>La casa degli sguardi </em>di Daniele Mencarelli. <strong>Poi ci sono i poeti, che andrebbero considerati allo Strega, vista la superficialità linguistica dei romanzieri recenti:</strong> <em>Il moto delle cose </em>di Giancarlo Pontiggia e <em>I destini minori </em>di Isacco Turina sono libri di miracolosa e tenace ferocia. <strong>E già che ci siamo, premiamo anche i traduttori allo Strega, che a volte sono veri alchimisti del linguaggio: </strong>lo scrittore Marino Magliani che rifà il verbo sinuoso e amazzonico dell’Haroldo Conti di <em>Sudeste</em> è degno di tappeti d’alloro. Insomma, ci vuole genio, bisogna svaligiare il consueto, variare lo schema, camminare con le mani, a testa sotto, per cercare la rarità linguistica, mica sedersi a cavalcioni sull’ovvio, che palle.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ma chi l’ha detto che ogni anno bisogna premiare qualcosa se non c’è nulla da premiare? Ah, già, le case editrici. Occorre ‘alimentare le vendite’. <strong>Ma gli scrittori sono felici di essere trattati come ferri da stiro o frigoriferi?</strong> Sarebbe interessante uno scrittore ‘laureato’ – premiano solo quelli – che rifiuta un premio dicendo, lo merita un altro, non io, uno che sta nel reliquiario di casa sua, uno che sta nella tomba, un tombarolo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il Premio Strega è l’abbecedario del qualunquismo. Esempio. “Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia. L’odore della pelle, il calore del fiato, i nervi tesi, te li ho dati io. Dunque ti parlerò come a chi mi ha visto dentro”. Questo è l’incipit di <em>Resto qui</em>, Marco Balzano, uno dei cinque allo Strega. Titolo brutto, incipit patetico, per un romanzo – fonte <em>Corriere della Sera</em> – che parla di “fascismo e repressione”. Attimo di silenzio. <strong>“Il Principe Eugenio di Svezia si fermò in mezzo alla stanza. ‘Ascoltate’ disse. Attraverso le querce dell’Oakhill e i pini del parco di Valdemarsudden, di là dal braccio di mare che si addentra nella terra fino a Nybroplan, nel cuore di Stoccolma, veniva nel vento un triste, amoroso lamento. </strong>Non era il malinconico richiamo delle sirene dei piroscafi, che risalivano dal mare verso il porto, né il grido nebbioso dei gabbiani: era una voce femminile, distratta e dolente”. Anche questo è un libro che parla di “fascismo e repressione”. <em>Kaputt</em>, Curzio Malaparte. Mica un capolavoro. Un romanzo. Un romanzo vero. Si sente fin dall’inizio il ‘passo’ diverso, la marcia, l’odore resinoso della storia. Se non c’è nulla da premiare tra i vivi, per favore, premiamo i morti. (d.b.)</p>
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		<title>Hitler si è sparato alla testa. Guardate il suo cranio. Il corpo del brutale Adolf è trattato come quello di un santo: perché?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 May 2018 05:01:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Sul corpo dei cosiddetti ‘santi’ siamo tutti d’accordo. Benedetto dalla fama di propagatore di miracoli, il santo, dopo morto, viene debitamente sezionato per entrare nel devoto – e fruttuoso – circuito delle reliquie. Ce ne sono di ogni. Dal dito al dente, dal prepuzio alla lingua all’osso – che è sempre sacro – il corpo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sul corpo dei cosiddetti ‘santi’ siamo tutti d’accordo. Benedetto dalla fama di propagatore di miracoli, il santo, dopo morto, viene debitamente sezionato per entrare nel devoto – e fruttuoso – circuito delle reliquie. Ce ne sono di ogni. Dal dito al dente, dal prepuzio alla lingua all’osso – che è sempre <em>sacro</em> – il corpo del santo, come dire, non muore, risorge costantemente nei sacrari, nei luoghi di culto. Si ritiene, infatti, che toccare un brandello corporeo del santissimo possa dare sanità. Sul tema, <a href="http://www.pangea.news/dopo-santi-prepuzi-e-cristianesimo-eretico-mi-occupo-di-democrazia-cristiana-dialogo-con-mauro-orletti-il-piu-bravo-scrittore-dellanno/" target="_blank" rel="noopener">ne abbiamo già parlato</a>, ha scritto un bel libro Mauro Orletti, per Quodlibet, <em>Guida alle reliquie miracolose d’Italia. </em>Eppure. <strong>Anche il corpo di chi non è esattamente un santo non muore mai. Prendiamo Adolf Hitler. Che fine ha fatto? Morto nel bunker berlinese? Scappato in Sudamerica, in Giappone, in Indocina?</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-60620 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/morte-Hitler-194x300.jpeg" alt="morte Hitler" width="141" height="218" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/morte-Hitler-194x300.jpeg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/morte-Hitler.jpeg 220w" sizes="(max-width: 141px) 100vw, 141px" />Il libro definitivo su <a href="https://www.fayard.fr/la-mort-dhitler-9782213704630" target="_blank" rel="noopener"><em>La mort d’Hitler </em></a>è stato pubblicato un paio di mesi fa in Francia, da Fayard, per mano di due giornalisti, il francese Jean-Christophe Brisard e la russa trapiantata negli Usa Lana Parshina, già autrice, dieci anni fa, del documentario <em>Svetlana about Svetlana, </em>sulla figlia di Joseph Stalin, Svetlana Iosifovna Alliluyeva, poi presentato al Festival di Cannes. Ovviamente, il libro sta facendo il giro del mondo: è prevista la traduzione in inglese <a href="https://slate.com/news-and-politics/2018/04/the-bizarre-decades-old-mystery-over-hitlers-possible-skull.html" target="_blank" rel="noopener">(già se ne parla assai)</a> e quella in italiano, per Ponte alle Grazie, come <em>L’ultimo mistero di Hitler. </em>In realtà, il libro scioglie tutti i misteri in acido. <strong>Non ci sono enigmi intorno alla morte di Hitler, il quale non è trasvolato in Paraguay e non si è reincarnato in un ducetto africano: “possiamo affermare che Hitler è morto a Berlino in 30 aprile del 1945. Non è morto in Brasile a 95 anni né in Giappone e tanto meno sulle Ande argentine. La dimostrazione è scientifica, non ideologica. Freddamente scientifica”.</strong> E come è morto? Non con il cianuro. Ma sparandosi un colpo in testa. Pure questa, non è una novità: la sa anche chi ha visto il film <em>La caduta</em>, con Bruno Ganz, era il 2004. Non è una novità neppure il frammento di cranio di Hitler con il foro in mezzo: è proprio quello dello zar nazista, dicono i super esperti. Il reliquiario, francamente agghiacciante – c’è un tozzo di mandibola, alcuni denti di Eva Braun – e noto dal 2000, non è la cosa più interessante del libro. <strong>La primizia è la ricostruzione analitica dell’importanza del corpo di Hitler durante il regime di Stalin e la Guerra fredda. Fu Stalin, infatti, a insediare il sospetto che Hitler, in assenza della verità del cadavere, fosse scomparso, al solo gusto di impegnare le ‘forze occidentali’ in futili indagini.</strong> In realtà, i servizi segreti russi, il 5 maggio del 1945, recuperarono alcuni resti di Hitler – la mascella – interrandone altri a Rathenow, fuori Berlino. Insieme ai frammenti del duce nazista, furono sepolti i cadaveri di Eva Braun, Joseph Goebbels, la moglie, i sei figli. I corpi di tutti furono allegramente riesumati nel 1946 e seppelliti a Magdeburgo. Nel 1970 il direttore del Kgb, Jurij Andropov, futuro Segretario del Partito Comunista, ordinò di distruggere i cadaveri. Il cranio di Hitler, invece, fu ostaggio, per così dire, del Nkvd, il Commissariato del popolo per gli affari interni, che indagò in modo parallelo ai servizi segreti – poco segretamente invidiati – riguardo alla morte di Hitler, allo scopo di ottenere prestigio, torchiando tutti i nazisti che avevano frequentato il fatidico bunker.</p>
<figure id="attachment_60621" aria-describedby="caption-attachment-60621" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-60621" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/Hitler-cranio-300x200.jpeg" alt="Hitler cranio" width="300" height="200" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Hitler-cranio-300x200.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Hitler-cranio-768x512.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Hitler-cranio-600x400.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Hitler-cranio.jpeg 780w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-60621" class="wp-caption-text">Ecco a voi il cranio di Adolf Hitler. Con il buco in mezzo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Insomma, <strong>la reliquia del corpo di Hitler fu un feticcio con cui la Russia si faceva grande rispetto al resto del mondo (siamo noi a possedere il corpo del demonio, con relativo demonico potere) e che servì come ‘regolamento di conti’ all’interno degli uffici sovietici.</strong> La storia, poi, si complica di romanzesco quando i giornalisti, tra il 2016 e il 2017, chiedono di avere accesso agli archivi russi, ammantati di sospetto. Infine sorge l’aurea domanda: perché hanno svelato tutta questa roba, ora, a noi? Massaggi editoriali per lettori poco accorti. A noi colpiscono due cose. Primo. <strong>L’attrazione che abbiamo verso il male, verso la vertigine del sottosuolo e verso l’infero.</strong> Appena si parla di Hitler, ci si drizzano i muscoli. Secondo. L’evidenza della carne. <strong>I corpi non sono tutti uguali. Alcuni corpi non muoiono mai. Le reliquie dei santi venivano replicate in tot copie. Hitler è una reliquia altrettanto sacra. </strong>Come se la carne, in fondo, fosse magia, un prestigio, un prodigio. Perfino il cadavere è più importante dell’anima, talmente evanescente che forse non c’è neppure.</p>
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		<title>“Dopo santi prepuzi e cristianesimo eretico, mi occupo di Democrazia Cristiana”: dialogo con Mauro Orletti, il più bravo scrittore dell’anno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Mar 2018 06:16:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il brano più sfizioso – stucchevole banalità – è quello dedicato al Santo Prepuzio. Tutto comincia “nel mese di ottobre del 1557” quando “il curato di Calcata trova un piccolo scrigno in una grotta vicino alla sua chiesa, all’ingresso del paese”. Nello scrigno c’è un tesoro. “Una particella di carne di San Valentino, un frammento [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/dopo-santi-prepuzi-e-cristianesimo-eretico-mi-occupo-di-democrazia-cristiana-dialogo-con-mauro-orletti-il-piu-bravo-scrittore-dellanno/">“Dopo santi prepuzi e cristianesimo eretico, mi occupo di Democrazia Cristiana”: dialogo con Mauro Orletti, il più bravo scrittore dell’anno</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il brano più sfizioso – stucchevole banalità – è quello dedicato al <em>Santo Prepuzio. </em>Tutto comincia “nel mese di ottobre del 1557” quando “il curato di Calcata trova un piccolo scrigno in una grotta vicino alla sua chiesa, all’ingresso del paese”. <strong>Nello scrigno c’è un tesoro. “Una particella di carne di San Valentino, un frammento della mascella e un dente di Santa Marta, e una reliquia di Gesù”.</strong> Ciò che resta di Gesù, “asceso per intero, nella pienezza della sua perfezione”, a mo’ di reliquia, è il prepuzio, dichiarato ovviamente Santissimo, cioè quella striscia di minchia che gli ebrei segano via, circoncidono. <strong>Il frammento della divina minchia, per altro, fu parte del “dono che Carlo Magno fece a papa Leone III in occasione della sua incoronazione a imperatore del Sacro Romano Impero il 25 dicembre dell’800”; dono, a sua volta, ricevuto dal re dei Franchi “da un angelo mentre era in preghiera ad Aquisgrana”. </strong>Insomma, gli angeli spacciano in prepuzi. Il Santissimo Prepuzio, che si è divinamente moltiplicato (lo detengono “altre 12 città”, tra cui Santiago di Compostela, Metz, Chartres, Anversa), è evoluto in oggetto ‘letterario’: James Joyce lo cita nell’<em>Ulisse </em>dichiarandolo “l’anello matrimoniale della santa Romana Chiesa Cattolica”. La <em>Guida alle reliquie miracolose d’Italia </em>(Quodlibet 2018, pp.240, euro 16,00) allinea una quarantina di oggetti devoti, dai notissimi (Sindone, pezzi corporali di Santa Caterina da Siena, San Marco) ai mirabilmente ignoti (San Gengolfo, San Grato d’Aosta, San Leucio d’Alessandria), costruendo una sorta di baedeker ultradivino, di celestiale leggerezza, scritto con paradisiaco piglio. Il libro – con apparato di note ‘monstre’ – è un balocco narrativo: <strong>dietro ogni reliquia, è questo il bello, alligna una storia, spesso bellissima, spassosa. A tenere insieme il tutto, la scrittura lucida – che sta tra Borges e Boccaccio, con filiazioni dal ‘surreale padano’ di Celati, Cavazzoni &amp; Co. – di Mauro Orletti,</strong> autore anomalo, che è alla seconda, convinta, prova (la <em>Piccola storia delle eresie</em>, già libro di culto, uscì per Quodlibet nel 2014), ormai da assimilare tra la costellazione dei rari scrittori italiani di oggi. Confronto con la storia, capacità di indagare geologicamente dietro la tappezzeria del noto, assenza di giudizio e di ambaradan retorico, novelle graziosamente accartocciate in bottiglia: Orletti propone una letteratura ‘altra’, alternativa al romanzo ‘mattone’, genere in cui sono specialisti gli scrittori italici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Da dove viene l’idea di questo libro? Dopo eresie, le reliquie. Insomma, si occupa delle frattaglie del cristianesimo&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nello scrivere di eresie mi sono imbattuto in personaggi bizzarri, ad esempio santi successivamente bollati come eretici e viceversa eretici poi venerati come santi. Ho cominciato a leggere le loro biografie, storie avventurose ricche di colpi di scena. La <em>Leggenda aurea</em> di Jacopo da Varagine è una miniera inesauribile di aneddoti e vicende prodigiose. Ancor oggi esistono moltissime pubblicazioni sui santi e le loro vite, narrazioni più o meno attendibili, agiografie, studi o riduzioni dal tono favolistico. Allora mi sono chiesto: ha senso raccontare ancora quelle storie? C’è chi davvero le prende sul serio? <strong>È possibile che qualcuno creda alle doti taumaturgiche dei santi ausiliatori? Mentre cercavo una risposta mi è tornato in mente il breve periodo in cui ho vissuto a Torino. Lì c’è questa chiesa, la Consolata, in cui sono conservati migliaia di ex-voto: cuori argentati, spalline di ufficiali, uncinetti, fotografie, quadretti. </strong>E sempre a Torino c’è la Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, che custodisce nella cripta una raccolta di quasi tremila reliquie. Nell’una e nell’altra ci si imbatte spesso in devoti di questo o quel santo, della Madonna della Consolata o del Preziosissimo Sangue Laterale di N.S. Gesù. Ecco, quei devoti sono la risposta alle mie domande. Ho cominciato così questo viaggio, ricostruendo la storia delle reliquie, risalendo alle biografie degli uomini e delle donne cui appartenevano, sconfinando nelle vicende dei luoghi in cui vissero, morirono, furono fatti a pezzi e collocati dentro arche, teche e reliquiari.</p>
<p><strong>Qual è la reliquia che le è piaciuto di più scrivere, la più spassosa? Che cosa ha scoperto di sorprendente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-59870 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/Orletti-libro-193x300.jpg" alt="Orletti libro" width="193" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Orletti-libro-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Orletti-libro-768x1196.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Orletti-libro-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Orletti-libro-600x935.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/Orletti-libro.jpg 800w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" />Mi ha molto divertito la questione del sangue di San Lorenzo. Non lo sa quasi nessuno ma ad Amaseno (nel Lazio) si conserva, appunto, il suo sangue. Fatto già di per sé sorprendente visto che il santo sarebbe stato arso sui carboni ardenti. <strong>A detta di Sant’Ambrogio, mentre bruciava sulla graticola, si sarebbe rivolto al proprio aguzzino dicendo: </strong><strong>«Questa parte è cotta, volta e mangia». Frase che gli ha fatto meritare il patronato dei rosticcieri. </strong>Comunque, il suo sangue arriva ad Amaseno e qui, un bel momento, comincia a liquefarsi. Cioè si comporta esattamente come quello di San Gennaro. Con una differenza, però. Il sangue di quest’ultimo si scioglie quando l’ampolla in cui è contenuto viene ripetutamente capovolta. Quello di San Lorenzo, al contrario, non ha bisogno di alcun aiuto. <strong>Alquanto sorprendente è anche la vicenda del trafugamento della lingua di Sant’Antonio. Intanto perché è uno dei più recenti furti di reliquie (risale al 1991). Poi perché il mandante del gesto sacrilego è Felicetto Maniero, boss della mafia del Brenta. </strong>Anche il modo in cui viene realizzato il colpo è piuttosto sensazionale, con tanto di irruzione – armi in pugno – nella basilica e fuga precipitosa in auto. Da ultimo perché la lingua rubata non è neppure una lingua ma il mento. Miracolo del santo o stupidità dei ladri?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli uomini hanno bisogno di credere nel potere magico di un dito, di una ciocca di capelli, di una fatidica ‘spina’ della corona indossata da Gesù&#8230; perché, secondo lei?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo che, in ultima istanza, potrebbe essere un modo per esorcizzare la paura della morte. Mi spiego meglio. Alcuni osservano questo mondo e pensano galleggi in un brodo di caos, altri – al contrario – colgono in esso un ordine preciso, uno schema generale che aiuta a collocare cause, effetti, soggetti, oggetti, ecc… Eppure l’approccio delle persone alla conoscenza può rivelarsi subalterno a entrambi i punti di vista: nel primo caso servirà a dimostrare che, non esistendo un padre creatore del tutto, manca una regia complessiva e dunque si viaggia a tappe forzate verso un’irrimediabile catastrofe finale, nel secondo caso porterà a ritenere già tutto spiegato, compreso e risolto (o almeno risolvibile in tempi ragionevoli). <strong>L’idea che possa esistere il “magico” mette in crisi i due sistemi: illude che si possa scampare alla catastrofe grazie a una provvidenziale falla nella vasca dello spazio/tempo da cui defluisce il brodo di caos che la riempie; rivela l’esistenza di una stanza segreta nel grande archivio in cui si era certi di aver catalogato ogni fenomeno.</strong> E così la liberazione da una cronica emicrania (grazie al contatto con il piatto in cui venne servita a Salomè la testa del Battista) o l’insperata espulsione di un calcolo (dopo aver pregato davanti alla pietra con cui venne lapidato Santo Stefano), dimostrano in modo inequivocabile che anche la morte può essere risucchiata da un gorgo celeste o archiviata su uno scaffale irraggiungibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel libro avverto un tono che sta tra Borges (lucidità narrativa, esplorando il mistero) e Boccaccio. C’è, forse, una sottile ironia verso l’armamentario delle superstizioni cristiane: è così? Lei è un credente, va in Chiesa, ha fede in qualcosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho cercato di avere un tono piuttosto distaccato. L’ironia, che non volevo risultasse forzata, è conseguenza del rimanere sempre un passo indietro. Quando si legge di Nicolino Grimaldi (cantante eunuco di origine partenopea) che riceve in dono il bastone appartenuto a San Giuseppe (protagonista del più clamoroso caso di incerta attribuzione di paternità) e lo affida a uno zelante custode il quale, per proteggerlo dai tanti che vogliono toccare la reliquia simbolo di fertilità, minaccia: «Nun sfruculià ’a mazzarella ’e San Giuseppe», che bisogno c’è di aggiungere commenti sarcastici? <strong>Fra l’altro non volevo apparire irriverente. Non sono credente ma ho rispetto per quanti sono spinti da fede genuina. </strong>Assai meno nei confronti di chi ne approfitta.</p>
<p><strong>Il sapore linguistico del libro è eminentemente narrativo. Quali sono i suoi scrittori di riferimento, se ce ne sono? Quali i padri letterari (non della Chiesa&#8230;)? Legge la narrativa italiana contemporanea, le interessa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leggo molta narrativa contemporanea, anche italiana. In alcuni casi si tratta di autori che potrei considerare, sebbene non anagraficamente, miei padri letterari. L’incredibile fortuna che ho, fra l’altro, è che molti di questi sono pubblicati nella collana Compagnia Extra di Quodlibet, la stessa della quale fa parte la mia <em>Guida</em>. In effetti, <strong>quando scorro l’elenco dei volumi editi e vedo il mio nome indegnamente vicino a quello di Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni, Luigi Malerba o Giorgio Manganelli, mi assale un profondo senso di inadeguatezza.</strong> Poi dovrei anche citare Daniele Benati, Paolo Nori e Ugo Cornia, scrittori che ammiro moltissimo e ho avuto modo di conoscere ai tempi dell’<em>Accalappiacani</em>, una rivista settemestrale di letteratura comparata al nulla che si faceva a Reggio Emilia. Lì, fra letture e discussioni, ho incontrato Paolo Albani, Giovanni Maccari, Paolo Morelli, Dino Baldi e Paolo Colagrande. Tutti autori di genio, non allineati e perciò privi di qualunque zavorra espressiva. Chi ha familiarità con un certo genere di narrativa sa che i nomi citati hanno alcune affinità. Personalmente, quando penso a loro, penso a menti libere e aperte, curiose di tutto. È questa la principale affinità. E mi vengono in mente tutti i libri che mi hanno fatto scoprire ed amare, i loro ma anche – e soprattutto – quelli di altri. Senza limiti. <strong>Classici, <em>Jacques il fatalista e il suo padrone</em> di Denis Diderot, contemporanei, <em>Questa vita tuttavia mi pesa molto</em> di Edgardo Franzosini, stranieri, <em>Perturbamento</em> di Thomas Bernhard, o autentiche perle, <em>Mosca-Petuskì</em> di Venedikt Erofeev. </strong>Questi esempi solo per dare l’idea dell’enorme debito che ho nei confronti di chi mi ha spalancato le porte di una biblioteca universale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dopo eresie e reliquie, di cosa vuole occuparsi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di Democrazia Cristiana. Mi spiego meglio. Sono di origini abruzzesi e in Abruzzo, dal dopoguerra in avanti, ha sempre governato la Democrazia Cristiana. Fino alla fine della cosiddetta Prima Repubblica. Si è trattato di un periodo che in molti hanno cercato di analizzare, studiare, elaborare. Ma sempre da un punto di vista squisitamente politico. <strong>A me piacerebbe raccontare la storia di uno dei protagonisti di quegli anni, un ministro che, agli occhi della piccolissima borghesia della provincia abruzzese, doveva apparire come un imperatore incoronato per diritto divino.</strong> Una biografia romanzata, dunque, in cui la vita del protagonista viene raccontata attraverso un intreccio di storie: dei plenipotenziari scudocrociati, della corte di vassalli che li accompagna, dei disgraziati che vivono alla periferia dell’impero. O qualcosa del genere.</p>
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