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	<title>Mary de Rachewiltz Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“La radice dell’umanità”. Per la dolce Mary, donna straordinaria, figlia di “Pound il generoso”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2026 03:54:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Alessandro Rivali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Giovedì scorso sono salito a Brunnenburg per l’addio a Mary de Rachewiltz (1925-2026). È stata sepolta nel piccolo cimitero fiorito di Tirolo.&#160;È un luogo che dona molta pace. Una ciocca dei suoi capelli verrà portata a San Michele a Venezia, l’isola dei morti dove riposano suo padre Ezra Pound e sua madre Olga Rudge. Sizzo, [&#8230;]</p>
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<p><strong>Giovedì scorso sono salito a Brunnenburg per l’addio a Mary de Rachewiltz (1925-2026). È stata sepolta nel piccolo cimitero fiorito di Tirolo.</strong>&nbsp;È un luogo che dona molta pace. Una ciocca dei suoi capelli verrà portata a San Michele a Venezia, l’isola dei morti dove riposano suo padre Ezra Pound e sua madre Olga Rudge.</p>



<p>Sizzo, il figlio di Mary, mi ha chiesto di preparare un breve saluto finale dopo la Messa. Per me non è facile nella folla dei ricordi.</p>



<p>La cerimonia è bella e curata. In tedesco, in latino, in italiano. Sulla cassa bianca circondata da ceri bianchi c’è una foto di Mary in uno scialle blu con il sorriso di sempre.&nbsp;</p>



<p>I famigliari ricordano la sua vita lunga e feconda. Sizzo per primo, poi i nipoti, la figlia Patrizia che legge una poesia dolcissima. C’è il prof. Kyle Dell del Guilford College, i sindaci di Merano e Tirolo.&nbsp;<strong>La chiesa è gremita. Mi commuovono gli anziani con gli abiti antichi di generazioni. Mary diceva che i funerali tirolesi sono bellissimi. È così.&nbsp;</strong>Gli uomini che veglieranno il feretro con il cero in mano hanno la camicia bianca, un corpetto nero con una sorta di stola verde. Quelli che porteranno la cassa i calzettoni bianchi, una giubba rossa e nera e un cappello piumato.&nbsp;</p>



<p>C’è cura in ogni dettaglio, proprio come sarebbe piaciuto a Mary.&nbsp;</p>



<p>I canti sono guidati dal maestro Marcello Fera che nel 2000 riportò a Bolzano l’opera lirica <em>Cavalcanti</em> di Pound. </p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="800" height="536" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8011bn-1.jpg" alt="" class="wp-image-108161" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8011bn-1.jpg 800w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8011bn-1-300x201.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8011bn-1-768x515.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8011bn-1-600x402.jpg 600w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mary, Alessandro Rivali, Cesare Cavalleri</figcaption></figure>



<p>*</p>



<p><em>Per la dolce Mary</em></p>



<p>Nei suoi&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;Pound ripete che “la bellezza è difficile”. È vero. Ma è anche vero che stare accanto a Mary significava incontrare la bellezza, sentirla a portata di mano. Per i suoi occhi azzurri, come laghi alpini, come suggeriva Alessandro Spina pensando a quelli di Pound. Per l’eleganza del suo vestire. Per il suo amore per ogni forma d’arte, la musica classica come le sculture lignee del Tirolo. Per il suo amore per i libri ben confezionati. Per la sua passione grandissima per la poesia.</p>



<p>Tutti la ricorderemo per la sua squisita cortesia.</p>



<p>Quando un anno fa abbiamo festeggiato a Merano i suoi cento anni, avevo letto alcuni versi del Canto 84 di Pound:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non è forse bello&nbsp;<br>aver visite di amici da terre lontane&nbsp;<br>non è forse piacevole&nbsp;<br>essere indifferenti alla notorietà?&nbsp;<br>affetto filiale, fraterno è la radice dell’umanità”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mi sembra una sintesi splendida della vita di Mary che ha portato a Brunnenburg amici e studiosi da ogni parte del mondo, ha custodito e ha difeso la memoria del padre. Ha incoraggiato tanti ragazzi a trovare la propria strada nel mondo.&nbsp;<strong>Ha trasformato il castello Brunnenburg in un eden di pace, per sognatori e scrittori. “Udor et Pax”. “Acqua e Pace”.</strong>&nbsp;È un frammento dei Cantos che si legge sulla fontana nel cortile più interno di Brunnenburg. È un manifesto di vita.&nbsp;</p>



<p>Tra una manciata di giorni sarà la notte di san Lorenzo. La notte delle stelle cadenti. La vita di Mary è stata, se mi consentite l’espressione, una lunga “stella ascendente” verso la Casa del padre. È come se vedessi incise nella sua coda luminosa alcune parole “chiave”:&nbsp;</p>



<p>Amicizia<br>Memoria<br>Dedizione<br>Pace<br>Poesia</p>



<p>Tante volte nelle nostre conversazioni mi ha ricordato quando Pound stimasse l’amicizia:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Pound si spese per promuovere i giovani e investì su di loro come pochissimi altri. Si potrebbe ricordare mio padre con l’appellativo: ‘Pound il generoso’. La storia della letteratura gli deve la scoperta, o l’incremento decisivo di notorietà, di Eliot, Joyce, Hemingway, William Carlos Williams, Hilda Doolittle, gli imagisti e moltissimi altri. Lui non dimenticò mai nessuno, mentre alcuni vollero rompere i ponti con lui. Per lui l’amicizia era un valore indiscutibile”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mary prediligeva la poesia alla prosa e quando gliene chiesi il motivo, mi confidò:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“</strong><strong>Perché la poesia è più concentrata, perché il poeta non tergiversa. Scava, dialogando con sé stesso e chiarificandosi la coscienza. Nella grande poesia si può dire tutto una volta per sempre. Così come hanno fatto i Tragici greci o Shakespeare”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Difficile trovare una sintesi migliore. E spero che un giorno Mary sia studiata anche per la opera in versi.&nbsp;</p>



<p>A proposito di memoria e dedizione, un giorno mi spiegò che dopo decenni di totale immersione nei&nbsp;<em>Cantos</em>, continuava a scoprire meraviglie:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io continuo a scoprire nuove sorprese nei&nbsp;</strong><strong><em>Cantos</em></strong><strong>, cose che non ricordavo di aver tradotto&#8230; I&nbsp;</strong><strong><em>Cantos&nbsp;</em></strong><strong>saranno come la&nbsp;</strong><strong><em>Commedia&nbsp;</em></strong><strong>e l’</strong><strong><em>Odissea</em></strong><strong>, studiati, ritradotti e interpretati ‘finché ci sarà letteratura’. E chi sa che non ci sia qualcuno che magari un giorno li porterà su Marte o sulla Luna&#8230; Scherzi a parte, il TEMPO mi sfugge di mano e fra le mie carte, fra i libri, nella mia stanza regna il caos assoluto&#8230;”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Mary amava molto il buonumore. Era contagiosa nel trasmetterti la gioia. Mi sia concesso un aneddoto personale. Abbiamo lavorato insieme per nove estati per preparare un libro di conversazioni. Prima di andare in stampa, mi chiamò al castello perché le leggessi a voce alta tutto il libro, che peraltro aveva già approvato in bozza. Impiegai tre giorni nella lettura e ne uscii quasi afono. Al termine, erano le 16 di una domenica di luglio, Mary con un largo sorriso mi disse: “Rivali, la vedo un po’ stanchino e qui bisogna festeggiare… le preparo un bel whisky”. Fu il più indimenticabile whisky della mia vita.<strong></strong></p>



<p><strong>Quando venivo a trovarla e lei mi sapeva in viaggio, Mary accendeva sempre una candela a San Michele nella piccola cappella del castello perché tutto andasse bene.</strong>&nbsp;Vorrei che adesso la accendesse dal Cielo per tutti perché possiamo continuare sicuri il nostro Viaggio.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="800" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8024bn.jpg" alt="" class="wp-image-108162" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8024bn.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/MCL8024bn-201x300.jpg 201w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mary de Rachewiltz (1925-2026)</figcaption></figure>



<p>Mary considerava importante il rapporto tra i luoghi e la letteratura. E un giorno giustamente mi rimproverò di non conoscere abbastanza i luoghi di Pound a Venezia. Forse anche per questo mi scrisse una mail con la “to do list” delle cose da fare a Venezia. È una lettera bellissima. Ritorna la memoria, l’amicizia, la ricerca della bellezza:</p>



<p><em>19 febbraio 2018</em></p>



<p>Caro AR, viaggiatore,</p>



<p>Gli “Armeni” avevano una stamperia e un museo (con un sarcofago) quando all&#8217;Isola andavano i miei genitori. Se va fino CQ 252 [Calle Querini, la casa di Olga] accanto al Pastor anglicano di St. George (chi sa se il Grand Master Clive Wilmer, poeta, è già arrivato per allestire la mostra di Ruskin al Palazzo Ducale?) passerà per forza dalla Madonna della Salute, (e si può entrare gratis, credo) mentre nella nostra “parrocchia” – Madonna del Rosario – sulle Zattere –, si deve pagare.<br>Mio padre la farebbe correre ad accarezzare le sirene nella chiesa di S.M. dei Miracoli (ma non è più permesso) non lontano dall’Ospedale con la facciata più bella del mondo, dove ha scelto di chiudere gli occhi.</p>



<p>San Michele resta l’unico luogo non ancora affollato e spero non ci siano troppe foglie secche o altro sulla tomba… Buon lavoro,</p>



<p>MdeR.</p>



<p>In uno dei suoi ultimi messaggi mi scrisse,&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Caro A.R. sono contenta che sia tornato alla POESIA: toccare il buio per avere luce”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ed è con una poesia vorrei congedarmi da lei, una poesia “nata” tra le mura di Brunenneburg.&nbsp;</p>



<p>Ora che sei stella senza tramonto,<br>donami il desiderio senza usura:<br>saper perdere, per essere padre.</p>



<p>Insegnami l’amore per sempre,<br>che genera, perdona e annienta<br>le insidie dello sguardo parziale.</p>



<p>Come Pound scrisse nel Paradiso,<br>portami dove sempre siamo stati,<br>dove l’acqua si tinge di pervinca.&nbsp;</p>



<p>Perché questa fiumana di porpora<br>sbiadisca in un estuario azzurro<br>e io riveda la fonte e i giardini.</p>



<p><strong>Alessandro Rivali</strong></p>



<p><em>*Le fotografie in copertina e nel servizio sono di Davide Coltro</em></p>
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		<title>“Ci riconduca allo splendore”. Alla ricerca di Ezra Pound. Ovvero, in gita da Mary</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2025 04:02:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Brunnenburg]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il 9 luglio del 2025 Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, compie cento anni. Un po’ Sfinge, un po’ menhir è lì, memoria stilita, memoria petroglifo, a sigillare lo stigma del padre. Mary, col suo dire fermo, pieno di meli e di vespe, pare un monito. Il padre, ‘Ez’, il poeta che si è fatto carico – come profeta, maestro, pioniere, lottatore – del Novecento (e forse della ‘fine’ della letteratura per come l’abbiamo conosciuta, sfinendola), è nato nell’ottobre del 1885; quarant’anni fa Mary pubblicava la ‘sua’ prima edizione dei “Cantos” nei ‘Meridiani’ Mondadori. L’introduzione – in impeccabile ‘distanza’ – attaccava così: “</em>The Cantos<em>: poema scritto in pubblico, ma anche poesia chiusa. Dai trovatori Pound ha imparato a coprire le proprie tracce. E più i giri si volgono verso il centro di sé e della sua tribù, più si imbozzola. Ma per chi riesce a rompere il guscio è un entrare nella ‘ghianda di luce’, un reggere ‘la sfera di cristallo’”. Un poema che riassuma azione e divinazione, tenacia e teurgia, storia e mito, assiduità e assurdo. Che impresa vertiginosa. I giorni di Mary paiono consustanziali a quelli del padre: qualcosa che ha a che vedere con il patto. Investita del compito di penetrare i “Cantos”, la ragazza ha tremato, tumultuoso il sì, consapevole che ogni investitura è crocefissione. Pound ha unito in sé Provenza e Giappone, Usa e Cina, eppure, di biblica essenza è tale paternità.&nbsp;</em></p>



<p><em>Ad ogni modo. Qui si ricalca il reportage di un viaggio compiuto a Brunnenburg, alla corte di Mary: fu stampato, in origine, tempo fa, sul “Giornale”. Mantiene una sua stremata ‘autenticità’. L’ultima volta, ho sentito Mary lo scorso anno: parlammo di Pound e del Giappone, del desiderio di tradurre i suoi drammi No; lei, la ragazza, citava Aristotele – cento anni sono un soffio per chi levita sui millenni.&nbsp;</em></p>



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<p>**</p>



<p><strong>La fine è una luna enorme, davanti all’autostrada, simile al calcagno di Dio. Rimini-Brunnenburg andata e ritorno.</strong>&nbsp;In un giorno. Agosto luciferino. Oltre novecento chilometri. Abbiamo sorbito il tè con la Storia della letteratura. Tanto basta.</p>



<p>Accompagno&nbsp;<strong>Walter Raffaelli</strong>&nbsp;nel forte dei principi de Rachewiltz, appena sotto Castel Tirolo, dove abita Mary, la figlia di Ezra Pound. Dopo Vanni Schewiller, <a href="https://www.raffaellieditore.com/pound_ezra" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Raffaelli è l&#8217;editore poundiano per antonomasia:</a> ha pubblicato testi di Ezra, le poesie di Mary e della figlia Patrizia, i libri del marito di Mary, l’egittologo Boris. Il castello dei de Rachewiltz è arpionato alla roccia come un urlo. La strada per arrivare è ripida, intitolata – vivaddio – a Pound. Pochi elementi, però, entrando nella dimora, arcigna, ricordano il poeta. Un manifesto racconta un ciclo estivo di concerti; l’ingresso è per il Museo agricolo. Da un’aiuola sbuca la faccia di Pound scolpita da Gaudier-Brzeska. Al castello sono ospiti dei musicisti: nastri sonori avvolgono chi entra. Mary sbuca all’improvviso da una porta laterale. Minuta ed energica, classe 1925, un sorriso ampio come un balcone di gerani e quegli occhi, azzurri e spogli, che pietrificano i ricordi. Ci conduce per una scala a chiocciola.&nbsp;<strong>Sulle pareti, schizzi vorticisti tratti da “Blast”, la rivista creata da Pound insieme a Wyndham Lewis. Più tardi sorbiremo il tè su una teca di vetro.</strong>&nbsp;Sotto le tazze, piccolissimi monili egizi, occhi, orecchini, pettini, divinità enigmatiche, che adornavano tombe di tremila anni fa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="672" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-672x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-672x1024.jpg 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL-600x914.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/71M11cpkBhL.jpg 709w" sizes="(max-width: 672px) 100vw, 672px" /></figure>



<p><strong>«Vuole accomodarsi sulla sedia di William Butler Yeats o su quella di Ezra Pound?». Un senso d’inferiorità rende le mie ossa acciaio.</strong>&nbsp;Per il momento resto in piedi. Da una parte c’è il ritratto di Pound fatto da Rolando Monti: il poeta, davanti al mare ligure, cammina in avanti, bruscamente, con la mano sinistra in tasca, ma guarda, severo, indietro. Sotto, libri di Pound in tutte le lingue del pianeta. Una parte della libreria è dedicata alle pubblicazioni di Pound in italiano. Dalla stanza, un bunker in cui si è frenato il tempo, la vista sulla valle di Tirolo è vertiginosa.&nbsp;<strong>«A mio padre non piacevano le case né i nidi», mi dice la figlia, che alternativamente chiama Pound «Pound» o «mio padre».</strong>&nbsp;«Secondo lui le case erano inutili. Un uomo, diceva, non ha bisogno di case, ma di due valigie. Una per i vestiti. L&#8217;altra per i libri». La cassa dei libri di Pound, in legno, c’è anche quella, griffata «Ezra Pound, Rapallo». Su una parete, il calco dei visi del poeta e di Olga Rudge, l’amata, la madre di Mary. Su un tavolo, la copia dell’<em>Ulisse</em>&nbsp;di James Joyce dedicata a Pound. Insieme a Mary, ci accompagna nella discussione la figlia Patrizia. Più tardi, all’uscita, incrocio l’altro figlio, Siegfried, che cavalca la bicicletta manco fosse uno stallone. «Pound qui non stava bene», dice, sibilando, Mary.</p>



<p>Dopo dodici anni di reclusione nel manicomio criminale di St. Elizabeths, Washington D.C., nell’estate del 1958, Pound attracca in Italia, a bordo della “Cristoforo Colombo”. Va a stare da Mary e da Boris, nel castello tirolese, vasta solitudine di campi verdi, rocce in picchiata, gelo. «Mio padre è e resta un americano: aveva bisogno di spazio. Qui sentiva freddo. Questi luoghi gli trasmettevano una certa angustia intellettuale. Cominciò a fare il processo a se stesso, visto che non fu mai processato. Si accusava, si interrogava se avesse sbagliato tutto&#8230; La gente non può immaginare, ma per sopravvivere nel campo di prigionia a Pisa, prima, e poi al St. Elizabeths, Pound ha dovuto concentrarsi totalmente sul suo lavoro. Altrimenti, sarebbe impazzito». Quelli del ritorno sono anni durissimi per il poeta.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Non riconosce più l&#8217;Italia che ha lasciato anni prima. Gli crolla letteralmente il mondo addosso. La morte di Ernest Hemingway e di Hilda Doolittle nel 1961, quella di E.E. Cummings nel 1962, di William Carlos Williams nel 1963, di Thomas S. Eliot nel 1965&#8230; Pound vede morire tutti i suoi amici, vede disintegrarsi un&#8217;epoca».</strong></p>
</blockquote>



<p>Mentre Mary parla appaiono e scompaiono nella stanza i volti di quegli uomini che hanno cambiato la letteratura occidentale. Di fianco a Mary si spalanca una nicchia con la biblioteca consultata da Pound. Mi accompagna. I libri sono coperti da una carta trasparente. Estrae alcuni volumi, una storia della Cina antica, in francese. «Nel 1940 Pound pubblica i&nbsp;<em>Cantos LII-LXXI</em>, quelli relativi all&#8217;epica cinese e agli scritti di John Adams. Vede, Pound a Rapallo, in quegli anni, non faceva il fascista, studiava&#8230;». Che fine ha fatto quel mondo, gli Eliot, i Joyce, gli Hemingway, quella energia? Oggi la cultura è mercanteggio di sciocchezze. «Cosa la stupisce? Dopo l’epoca di Dante sono dovuti passare secoli per avere un Leopardi!». Risposta rotonda. «E poi, io non voglio uscire da questa stanza, sono nel pieno di quell’era, di quegli istanti, lo capisce?». Lo capisco, certo. Anch’io vorrei annegare qui.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-104209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/1689918050-ezrapoundm-61617796.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ezra e Mary</figcaption></figure>



<p>Quest’anno, un ennesimo anniversario poundiano. Il rammarico di Mary si percepisce, vivo come un fuoco, sotto pelle. «Spererei che Mondadori pubblicasse un’edizione economica dei&nbsp;<em>Cantos</em>, per rendere più accessibile l’opera di Pound». Invece niente. «Il problema è che per non incorrere nelle accuse di fascismo bisogna sempre mascherare Pound con un involucro sufficientemente grande. Magari parlarne con altri autori, in contesti più ampi». Quando Mary se ne esce, «vorrei fondare una Repubblica poundiana!», ci zittiamo tutti. Parla piano, con accuratezza. «Pretendo che qualcuno, il governo degli Stati Uniti d’America, un gruppo di Università americane, restituisca a mio padre la personalità giuridica. Dal 1945, quando, senza processo, fu internato al St. Elizabeths, Pound non ha più riavuto i suoi diritti civili: e cos’è un uomo privo di diritti?». Più che l’ira, la rassegnazione colora il viso di Mary, sulle cui spalle grava un secolo di grande letteratura. Gli ultimi anni di Pound replicano il silenzio – «che equivale a una dichiarazione di non-colpevolezza» – opposto in quel 1945 alle autorità americane.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Negli ultimi anni mio padre non parlava con nessuno. Una fotografia lo ritrae, magrissimo, davanti a una rosa. Un articolo di Indro Montanelli, che in passato non era stato molto gentile con Pound, lo descrive a Venezia, in un’aula piena di persone, forse un’ambasciata, seduto, che gioca con un gatto».&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>L’articolo di Montanelli,&nbsp;<em>Pound</em>, uscì sul “Corriere della Sera” l’11 aprile del 1971. L’episodio ricordato da Mary è raccontato in questo modo dal grande giornalista:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«In salotto, si rimise sul divano al suo posto di esule e risprofondò nella sua lignea immobilità. Di vivo, c’erano solo le mani, che continuamente si cercano e auscultano, ma con dolcezza e senza orgasmo. Esse sembravano esercitare non so quale ipnotico potere su Crim, la gattina siamese di Liselotte che, accucciata ai suoi piedi, le fissava con le pupille dilatate da una folle stupefazione. Poi, scalato il sofà con un soffice balzo, cominciò a leccargliele. E infine vi si raccolse facendone la sua cuccia e reclamandone la carezza. Per un poco, Pound subì. Subì anche lo sguardo della bestiola che gli teneva gli occhi negli occhi, unica fra tutti noi a non sentirsene turbata. Poi la prese delicatamente per la collottola e la rimise accanto a sé. Ma Crim non si diede per vinta e ricominciò la sua morbida insinuante ascensione dal cuscino alle ginocchia di Pound e dalle ginocchia alle braccia, fra le quali si accoccolò. Tutti seguitavano a parlare, ma senza distogliere lo sguardo da quel muto dialogo – forse un idillio, forse un duello – fra Ezra e il gatto». &nbsp;</strong></p>
<cite><strong>(L’articolo è accolto in: E. Pound,&nbsp;<em>È&nbsp;inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972</em>, De Piante, 2021)</strong></cite></blockquote>



<p>Alcuni taccuini mostrano la poesia estrema di Pound, quella dei&nbsp;<em>Drafts and Fragments</em>. Scrittura minima, obliqua, confusa. Orfica. «Oggi finirei i&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;in un altro modo&#8230;».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="605" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-605x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104210" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-605x1024.jpg 605w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-177x300.jpg 177w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral-600x1016.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/81dsfytqral.jpg 638w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /></figure>



<p>Sono venuto fin quassù per capire questo. Dove finiscono davvero, in quella turba di note dalla grafia oracolare, i&nbsp;<em>Cantos</em>? «Le ipotesi più veritiere sono tre. I&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;terminano con la frase “ma la bellezza esiste”, che non è confluita nel poema. Oppure con “Un po’ di luce, come un barlume/ ci riconduca allo splendore”. Infine, ed è la fine che preferisco, il capolavoro di Pound si blocca su questo verso:&nbsp;<em>let the wind speak</em>, lascia che parli il vento». Il poeta, a quel punto, non ha più verbo né voce: è realizzato.</p>



<p><em>*In copertina: Ezra e Homer Pound insieme a Mary&nbsp;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mary-de-rachewiltz-ezra-pound/">“Ci riconduca allo splendore”. Alla ricerca di Ezra Pound. Ovvero, in gita da Mary</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La verità sta nella tenerezza”. Gli ultimi Cantos: il testamento di Ezra Pound</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2025 03:36:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Rivali]]></category>
		<category><![CDATA[Cantos]]></category>
		<category><![CDATA[Drafts & Fragments]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Mary de Rachewiltz]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due anniversari poundiani ci ‘obbligano’ a rileggere il poeta-totem del secolo. Il primo è sul bivio della tragedia: ottant’anni fa – era il maggio del 1945 – Pound viene arrestato con l’accusa di alto tradimento, recluso in un campo, a Pisa, in durissime condizioni. In giugno subisce diverse visite psichiatriche; sarà poi scortato nel reclusorio [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ezra-pound-rivali-drafts-fragments/">“La verità sta nella tenerezza”. Gli ultimi Cantos: il testamento di Ezra Pound</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Due anniversari poundiani ci ‘obbligano’ a rileggere il poeta-totem del secolo. Il primo è sul bivio della tragedia: ottant’anni fa – era il maggio del 1945 – Pound viene arrestato con l’accusa di alto tradimento, recluso in un campo, a Pisa, in durissime condizioni. In giugno subisce diverse visite psichiatriche; sarà poi scortato nel reclusorio militare di St. Elizabeths, Washington DC. D’altro stampo il secondo anniversario: il 9 luglio Mary de Rachewiltz compie cento anni. La figlia – nata dall’unione di Pound con la violinista Olga Rudge – ha dedicato la vita alla divulgazione e alla traduzione delle opere del padre, custodendone il carisma. Una mostra, allestita presso il Palais Mamming di Merano, “Mary&#8217;s Dream. Portrait of a Lady”, ne riassume l’esistere, a suo modo rude – e regale. In memoria di Ezra Pound,<a href="https://www.edizioniares.it/rivista/?slug=772" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;<strong>l’ultimo numero di “Studi Cattolici”, la rivista di Ares</strong>&nbsp;</a>– tra i rari, integerrimi editori ‘poundiani’ in Italia – dedica un “Quaderno” speciale da cui abbiamo estratto lo studio di&nbsp;<strong>Alessandro Rivali</strong>, già autore del libro-intervista “Ho cercato di scrivere Paradiso. Ezra Pound nelle parole della figlia” (Mondadori, 2018). Il fascicolo è arricchito da materiali poundiani inediti tratti dall’archivio di Cesare Cavalleri; è trascritta inoltre una lettera di Pound alla figlia dalla prigione di Pisa il 19 ottobre del 1945, di particolare bellezza, a liceità di un ‘compito’: “sei autorizzata a curare il mio ms [manoscritto] ma non voglio che tu venga sommersa, preferirei piuttosto che tu scriva dieci pagine per conto tuo invece di curarne un centinaio. Ok per un lavoro di dieci anni nel tuo tempo libero, ma attenta a non affondare in un lavoro accademico”.&nbsp;</em></p>



<p>**</p>



<p><strong>Ottant’anni fa – era il 3 maggio del 1945 – iniziò la prigionia del poeta Ezra Pound (1887-1972). Sulle sue spalle pesava la gravissima accusa di tradimento</strong>, per aver parlato – da cittadino statunitense – ai microfoni della Radio Fascista<sup>1</sup>. Dopo i primi interrogatori, relativamente tranquilli, a Genova, presso il Centro del controspionaggio americano distaccato presso la 92ª Divisione Usa, il 25 maggio il poeta fu portato al campo di reclusione e rieducazione per soldati americani costruito nel comune di Metato, a nord di Pisa. Qui, Pound fu rinchiuso in una gabbia non troppo diversa da quelle che abbiamo visto nei servizi tv dedicati alla prigione di Guantanamo. Esposto al sole cocente di giorno e alla luce dei riflettori di notte, in uno spazio ristrettissimo e senza ripari, incerto sulla sua condizione futura, che avrebbe potuto anche condurlo sulla sedia elettrica, il poeta pensò – come mi confidò la figlia Mary – al suicidio, forse tagliandosi i polsi con il reticolato con cui era stata rinforzata la sua gabbia. Il 18 giugno Pound patì un collasso nervoso dovuto all’asprezza della detenzione, e di conseguenza gli furono concesse condizioni mitigate nell’infermeria del campo.&nbsp;</p>



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<p><strong>In queste circostanze così drammatiche il poeta continuò a scrivere quei&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;che nel suo intento dovevano essere il Grande poema americano</strong>&nbsp;e a cui si era dedicato anima e corpo dagli anni della Prima guerra mondiale (i primi tre canti, poi completamente rivisti, uscirono su&nbsp;<em>Poetry</em>&nbsp;nel 1917).&nbsp;</p>



<p>I canti nati dalla prigionia di Pisa – i famosi&nbsp;<em>Pisan Cantos</em>, vincitori del prestigioso Premio Bollingen del 1949 – sono forse il momento più alto e commosso della multiforme avventura poetica di Pound. Sono il personalissimo “Purgatorio” di un uomo su cui «il sole è tramontato», che scopre che «la carità più profonda / si trova fra chi ha infranto / le regole», che si sente un «cane bastonato sotto la grandine» e che comprende che «chi ha trascorso un mese nelle celle della morte / non crede più alla pena capitale / Dopo un mese nelle celle della morte un uomo / non ammetterà gabbie per belve». Nel suo Commento ai&nbsp;<em>Cantos</em>, in appendice all’edizione del ‘Meridiano’ Mondadori, la figlia Mary scriverà dei&nbsp;<em>Pisani</em>: «Si possono considerare anche un testamento, un addio agli amici e un’autobiografia degli affetti».</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="829" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/s-l1200-829x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104097" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/s-l1200-829x1024.jpg 829w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/s-l1200-243x300.jpg 243w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/s-l1200-768x948.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/s-l1200-600x741.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/s-l1200.jpg 972w" sizes="(max-width: 829px) 100vw, 829px" /></figure>



<p><strong>Pound nel campo di Pisa scrive sull’improvvisato materiale che ha a disposizione, fosse pure un lembo di carta igienica</strong>&nbsp;(se ne può vedere uno in foto nell’edizione New Directions dei&nbsp;<em>Pisan Cantos</em>&nbsp;curata da&nbsp;Richard Sieburth<sup>2</sup>). Pound diventa uno scriba che ha per appiglio lo scrigno della memoria e per ispirazione la realtà osservabile dalla gabbia. È «sostenuto» dall’apparizione di una lucertola, nota «gli uccelli selvatici [che] mangiavano pane bianco», come «un grillino verde / smeraldo più pallido» a cui «manca la zampina destra», suggerisce perfino a un felino intruso di cambiare le sue abitudini: «Gatto ladro nottambulo lascia stare i miei duri tomi / non è cibo per gatti / se tu fossi più furbo / verresti all’ora dei pasti / quando la carne abbonda / non puoi mangiare i manoscritti né il Confucio / e neppure la Bibbia / fuori da questa scatola di lardo / timbrata W, 11 o o 9 o / che mi fa da guardaroba». E ancora, Pound benedice il vento che «sa di mare» e lo «toglie all’inferno, alla fossa / alla polvere e alla luce accecante».</p>



<p><strong>Nei&nbsp;<em>Pisani</em>&nbsp;Pound è la «formica solitaria da un formicaio distrutto» e «dalle rovine dell’Europa» si chiede se rivedrà «le antiche strade»,</strong>&nbsp;inoltre riavvolge il nastro della memoria fino al giorno in cui lasciò l’America per l’Europa con 80 dollari in tasca e il sogno di diventare poeta. Nel suo “diario di un dolore” dietro i reticolati scriverà alcuni dei più toccanti versi del Novecento, tra cui quelli indimenticabili del&nbsp;<em>Canto</em>&nbsp;81: «Quello che veramente ami rimane, / il resto è scorie / Quello che veramente ami non ti sarà strappato / Quello che veramente ami è la tua vera eredità».</p>



<p>Il primo traduttore dei&nbsp;<em>Pisani</em>&nbsp;fu Alfredo Rizzardi che compendiò bene i motivi portanti dell’opera:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Nei&nbsp;<em>Canti pisani</em>&nbsp;la fantasia scopre la memoria, e il suo calore non è più fuoco fatuo, ma giunge a bruciare. Costante in ogni pagina è la scoperta della propria vita passata, per cui le figure evocate nel cerchio infiammato della propria vita passata paiono ancora più reali, più vive di quelle sbiadite, che lo circondano. Amici. Compagni di giovinezza, figure care: evocate dalla terra dei morti quasi il Poeta vi avesse posato il piede e a essi parlasse”<sup>3</sup>.&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p><strong><em>I&nbsp;</em>Drafts and Fragments</strong></p>



<p>Se i&nbsp;<em>Pisani</em>&nbsp;sono felicemente noti, non si può dire lo stesso per l’ultimo tassello del grande poema incompiuto (o “infinito” secondo la suggestione della figlia Mary) dei&nbsp;<em>Cantos</em>. Quei&nbsp;<em>Drafts and Fragments</em>&nbsp;che in Italia conosciamo in tre edizioni: Scheiwiller (1973, a cura di Mary de Rachewiltz), Guanda (1981, a cura di Carlo Alberto Corsi e Michelangelo Coviello) e quella del ‘Meridiano’ Mondadori preparato sempre da Mary de Rachewiltz nel 1985 per il centenario della nascita di Pound.&nbsp;</p>



<p><strong>Questi ultimi frammenti sono di una bellezza lacerante. Schegge purissime. Bagliori carichi di&nbsp;<em>pietas</em>che segnano il tempo di un uomo al tramonto della vita.</strong>&nbsp;Di un uomo che aveva scontato senza processo tredici anni di manicomio criminale a Washington e che, una volta tornato in Italia, correva l’estate del 1958, sognava di dare un “Paradiso” al suo poema. La realtà fu ben diversa, senz’altro più cruda.&nbsp;</p>



<p><strong>Gli anni del “ritorno” non furono facili. Pound era invecchiato, era stato privato della personalità giuridica e affidato alla moglie Dorothy, nominata suo tutore legale, da tanti era considerato un “nemico” dal passato ingombrante, sentiva la mancanza di troppi amici.</strong>&nbsp;Eppure, in quel tempo difficile, iniziò gli appunti per l’ultimo tratto del suo lungo viaggio. Iniziò a scrivere a Brunnenburg, il castello di Mary e Boris de Rachewiltz a Tirolo, pochi chilometri sopra Merano, cercando di combattere i demoni che di volta in volta lo tentavano: i rigori del clima, l’isolamento del luogo, la solitudine, lo spaesamento e persino la gelosia delle donne intorno a lui, come avrebbe annotato nel&nbsp;<em>Canto</em>&nbsp;113. Per il poeta Brunnenburg sarebbe dovuta essere la personale Ezuversity dove accogliere discepoli e amici e continuare a scrivere (come aveva fatto negli anni di reclusione in cui aveva lavorato alle sezioni&nbsp;<em>Rock Drill</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Thrones</em>&nbsp;dei&nbsp;<em>Cantos</em>). Invece iniziò il sofferto periodo del&nbsp;<em>tempus tacendi</em>. Resta magnifico il ritratto di Grazia Livi per&nbsp;<em>Epoca&nbsp;</em>tracciato a cinque anni di distanza dal rientro in Italia:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La prima cosa che colpisce, in Ezra Pound, è la sua genialità ormai vinta e naufragante oltre gli illusori confini del mondo. È ancora diritto e solenne d’aspetto, con la faccia asciutta ornata da una bianca barbetta appuntita, le mani magre e agili, il gesto da gentiluomo che subito si alza in piedi e offre la sua poltrona, ma nello stesso tempo si ha la chiara impressione che egli non appartenga più a sé stesso e che tutti gli elementi della sua persona siano coordinati fra di loro in maniera puramente fisica, funzionale. L’occhio è come vitreo e contempla le facce, gli oggetti con una fissità dolorante; la voce emerge a fatica dal torace stanco a comporre lentissime frasi meditanti; i piedi immobili sul tappeto, sono calzati di pantofole. Non c’è un libro, attorno a lui, che testimoni della sua gloria trascorsa: solo un’edizione parigina dei primi sedici&nbsp;<em>Cantos</em>, pubblicata nel 1925 [&#8230;]. Questo, infatti, è Ezra Pound al giorno d’oggi: non un uomo ma un simbolo, che mantiene rapporti soltanto formali con la vita; non un personaggio, ma una presenza che guarda alle vicende di questo mondo con animo già liberato, già lontano, già naufragante nella tragica e illuminata saggezza che precede la fine”<sup>4</sup>.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il Centro Apice dell’Università degli Studi di Milano è una miniera di informazioni per gli amanti di Pound,&nbsp;<em>in primis</em>&nbsp;perché custodisce l’archivio Scheiwiller, l’intrepido editore che sostenne sempre il poeta americano, pubblicando nel 1955, tra l’altro, in anteprima mondiale,&nbsp;<em>Section: Rock-Drill 85-95 de los cantares</em>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="715" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/2565724479726_0_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-104098" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/2565724479726_0_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/2565724479726_0_0_536_0_75-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p><strong>Nell’archivio è custodita un’interessante lettera di Ugo Dadone (1886-1963), amico di Boris e poliedrica figura di giornalista, viaggiatore e “agente segreto”, che ospitò Pound a Roma nel 1961.</strong>&nbsp;Dadone raccontava con preoccupazione a Scheiwiller le difficilissime condizioni del poeta. A suo dire, Pound si sentiva in colpa per aver combinato “guai” a Brunnenburg, era depresso perché non aveva più amici, il suo conto in banca era in passivo e non voleva più pubblicare perché non sarebbe stato comunque pagato; infine, non si sentiva in grado di fare nulla di buono perché non aveva più idee da svolgere.&nbsp;</p>



<p>Era il Pound che l’anno prima aveva scritto a Eliot (15 aprile 1960) dicendo che si sentiva seduto sulle proprie “rovine”: a tale missiva l’autore di&nbsp;<em>The Waste Land</em>&nbsp;rispose con un telegramma: «Tu sei il più grande poeta di sempre. E io devo tutto a te».&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>L’iter della pubblicazione degli ultimi&nbsp;</em>Cantos</strong></p>



<p>In questo contesto delicato iniziò l’iter che avrebbe rocambolescamente portato alla pubblicazione dei meravigliosi&nbsp;<em>Drafts and Fragments</em>. La figlia Mary parlò di «un crepuscolo con tenerezza e rimpianto e un’affermazione della propria innocenza», mentre Massimo Bacigalupo nel suo indispensabile&nbsp;<em>L’ultimo Pound</em>parlò di «una nuova, sofferta, temperie psicologica»:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il Poeta che s’era lasciato allegramente alle spalle la pietra miliare del Canto 100 senza quasi farci caso e che emerge indenne, “aloof”, cinquanta pagine innanzi dalle “onde scure” che hanno più d’una volta minacciato di sommergerlo, sente ora che la sua poesia – e la sua vita – ha i giorni contati, che il “nemico” – non più l’ossessivo “they” ma l’oscurità, la morte, e anche un mondo di cultura dal quale egli è escluso – sta guadagnando terreno da tutte le parti, al punto di invertire le posizioni mantenute nonostante tutto – in quanto&nbsp;<em>conditio sine qua non</em>&nbsp;dello scrivere – sino a ora”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel ricco saggio&nbsp;<em>Hall of Mirrors</em><sup>6</sup>&nbsp;Peter Stoicheff ha ricostruito un periodo di vicenda della pubblicazione di questi ultimi&nbsp;<em>Cantos</em>, pubblicazione che avvenne con un Pound riluttante che non si sentiva pronto per l’ultima revisione e che fin dal 17 ottobre 1959 aveva annotato «la bellezza perduta per mancanza di energia nella mano che scrive»<sup>7</sup>.</p>



<p>Tutto nacque dall’intervista che Donald Hall chiese a Pound per la&nbsp;<em>Paris Review</em>, rivista di cui Hall era allora&nbsp;<em>poetry editor</em>. Si incontrarono per tre giorni a Roma, in via Poliziano, nel tempo in cui Pound era ospite di Dadone. Pound voleva essere pagato per l’intervista e in risposta si sentì dire che si sarebbe potuto fare, ma che l’intervista sarebbe dovuta essere corredata da poesie inedite. Pound propose gli inediti&nbsp;<em>Versi prosaici</em>&nbsp;e alcune lettere inedite a Basil Bunting, ma la proposta venne respinta; la rivista rilanciò per avere un’anteprima di nuovi&nbsp;<em>Cantos</em>. Pound mandò le bozze di sette&nbsp;<em>Canti</em>&nbsp;acconsentendo poi alla pubblicazione dei&nbsp;<em>Canti</em>&nbsp;115 e 116. Quando James Laughlin, lo storico editore di Pound con le sue New Directions, vide il materiale, scrisse al poeta che aveva letto qualcosa di veramente meraviglioso, erano versi semplicemente «magnifici».&nbsp;<strong>Non fu però Laughlin a pubblicare l’ultimo tassello dei&nbsp;<em>Cantos</em>. Fu “bruciato” nel 1967 dall’edizione pirata di Fuck You Press (un nome un programma&#8230;) di Ed Sanders, che aveva avuto il materiale “incandescente” da Tom Clark, un ragazzo che stava preparando una tesi sulla struttura dei&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;e che a sua volta aveva ricevuto i dattiloscritti da Hall.</strong>&nbsp;La Fuck Press stampò (o disse di aver stampato&#8230;) 300 copie dei&nbsp;<em>Drafts and Fragments</em>&nbsp;che andarono subito a ruba. Per Laughlin si trattò di un’edizione disgustosa, ma fu il volano perché New Directions desse il via all’edizione autorizzata che noi conosciamo. Una curiosità:&nbsp;<strong>c’è stato anche uno studioso come Joshua Kotin che si è messo sulle tracce delle 300 copie per cercare di “mapparle” (finora è riuscito a rintracciare il destino di 152 esemplari)<sup>8</sup>.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="481" height="640" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/ezra-pound.cantos-110-116.fuck-you-press.front_.jpg" alt="" class="wp-image-104099" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/ezra-pound.cantos-110-116.fuck-you-press.front_.jpg 481w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/ezra-pound.cantos-110-116.fuck-you-press.front_-225x300.jpg 225w" sizes="(max-width: 481px) 100vw, 481px" /></figure>



<p>Una nota a margine. L’intervista di Pound con Hall fu pubblicata nel prezioso&nbsp;<em>Per conoscere Pound</em><sup>9</sup>&nbsp;e offre molti spunti sugli ultimi pensieri del poeta. Pound ricordava come un poeta dovesse avere «una curiosità continua», come l’artista «dovesse continuare a muoversi». Non dissimile il suo consiglio per i giovani. A suo parere andavano incoraggiati a “migliorare la loro curiosità” senza fingere,&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“ma ciò non basta. La pura registrazione del mal di pancia, il solo svuotare il cestino non basta. Infatti la coppa di ponce degli studenti dell’Università di Pennsylvania aveva come motto: «Qualsiasi cretino può essere spontaneo»”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Nel corso della conversazione Pound ammetteva le sue difficoltà a concludere i&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;con un paradiso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>&nbsp;“È difficile scrivere il paradiso quando tutti i segni superficiali dicono che dovresti scrivere un’apocalisse. È più facile trovare abitanti per l’inferno o anche per il purgatorio. Sto cercando di riunire e fissare i più alti voli della mente&#8230;”</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p><strong><em>La verità sta nella tenerezza</em></strong></p>



<p>Pur con queste drammatiche premesse, gli ultimi frammenti di Pound restano tra i momenti più alti della sua poesia. Sono l’esame di coscienza di un grande dolente all’epilogo della vita. Sono le illuminazioni piene di tenerezza di un uomo che ha inseguito l’arte (rinnovandola) in ogni istante della sua vita. Che ha visto da vicino la bellezza, la morte e la disperazione. È un poeta in cerca di «una quieta dimora», di «un amato e quieto paradiso» e che, come scrive nel&nbsp;<em>Canto</em>&nbsp;110, riesce a vedere con occhi di «corallo o turchese». È una scrittura difficile, ma allo stesso tempo carica di accensioni ed epifanie. Ritornano i luoghi cari, dalla Liguria a Venezia, gli affetti, gli eletti da inserire nel paradiso (Mozart, Agassiz e Linneo), i versi perfetti segnati dalla lunga confidenza con l’Estremo Oriente: «Il mare oltre i tetti, ma sempre mare e promontorio. / E in ogni donna, pur fra l’acredine c’è una tenerezza, / Una luce azzurra sotto le stelle».&nbsp;</p>



<p>È un poeta che, come tutti i grandi poeti, dona sentenze memorabili che racchiudono un mondo: «La verità sta nella tenerezza». Ritorna il tema dell’umiltà, così presente nei&nbsp;<em>Pisani</em>, perché è «un uomo che cerca il bene, / e fa il male», ed è consapevole che «la bellezza non sta nella pazzia / Anche se cocci ed errori miei mi circondano. / E non sono un semidio, / Non riesco a dargli un nesso. / Se in casa l’amore manca, manca tutto».&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="876" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/762689-876x1024.jpg" alt="" class="wp-image-104100" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/762689-876x1024.jpg 876w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/762689-257x300.jpg 257w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/762689-768x898.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/762689-600x701.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/762689.jpg 924w" sizes="(max-width: 876px) 100vw, 876px" /></figure>



<p>E, ancora, «Ammettere l’errore e tenere al giusto: / Carità talvolta io l’ebbi, / non riesco a farla fluire. / Un po’ di luce, come un barlume / ci riconduca allo splendore ora».&nbsp;</p>



<p>Un poeta della sensibilità di Giovanni Raboni colse al volo la grandezza di questi frammenti. Nell’introduzione alla bellissima edizione Guanda preparò una memorabile pagina di accompagnamento, in cui tra l’altro affermava:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Col passare del tempo, la grandezza della poesia di Pound mi appare sempre più evidente, solitaria e indimostrabile. A volte ho l’impressione di trovarmi solo a contemplarla, e mi prende il timore che, a chi me ne chiedesse conto, non saprei rispondere che con un gesto di rinuncia o una parola di sgomento. Altre volte, è come se questa grandezza mi fosse stata rivelata in sogno, e il suo segreto, la sua prova scomparissero, si dissolvessero ogni mattina con l’avvento della luce&#8230; [&#8230;] Ma ecco, intanto, una buona occasione per rileggere, e ripensare, Pound: questi stupendi&nbsp;<em>Drafts &amp; Fragments</em>, che&#8230; hanno il grande merito o vantaggio di mostrarci un Pound anche praticamente in bilico e tensione fra “poema” e “frammento”, fra la drammatica, impossibile ricerca dell’unità e della compiutezza e l’esaltante vitalità della dispersione, dell’esplosione, del molteplice. Insomma, un Pound ancora più fortemente e visibilmente “potenziale” – sino al puro abbozzo, al puro appunto stenografico –, ancora più vicino del solito a quello stato di energia pura, non incarnata né incarnabile una volta per tutte, che costituisce la verità più profonda (il segno – il sogno – più vero) della sua grandezza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il parere di Raboni si accorda perfettamente a quanto scrisse Ford Madox Ford per l’opuscolo che accompagnò la pubblicazione americana di&nbsp;<em>XXX Cantos</em>&nbsp;nel 1933:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La prima parola da dire sui&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;è bellezza. E l’ultima sarà bellezza. La loro straordinaria incomparabile bellezza. Formano una storia del mondo senza eguali vista da queste coste che sono la culla della nostra civiltà&#8230; E una sola cosa è necessaria alla nostra società più della Storia. Ed è che ci sia da qualche parte un’opera d’arte o qualcuno che produce un’opera d’arte che ogni volta che la visiti susciterà infallibilmente in te delle emozioni. Questo è quanto fanno i&nbsp;<em>Cantos</em>”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>E per avere la misura di questa tersa grandezza forse non c’è modo migliore che riportare alcuni luminosi frammenti della versione finale dei&nbsp;<em>Cantos</em>&nbsp;scelta da Mary de Rachewiltz:&nbsp;</p>



<p><strong>“Ho provato a scrivere il Paradiso<br>non ti muovere,<br>lascia parlare il vento&nbsp;<br>così è Paradiso</strong></p>



<p><strong>Lascia che gli Dei perdonino quel che<br>ho costruito&nbsp;<br>Chi ho amato cerchi di perdonare&nbsp;<br>quello che ho costruito&nbsp;</strong></p>



<p><strong>[&#8230;]&nbsp;</strong></p>



<p><strong>Uomini siate non distruttori”.&nbsp;</strong></p>



<p><strong><em>Alessandro Rivali</em></strong></p>



<p><sup>1</sup>&nbsp;Sulla vicenda si veda il recente Luca Gallesi,&nbsp;<em>Ezra Pound a Pisa – Un poeta in prigione</em>, Ares, Milano 2024. Per un inquadramento a tutto tondo degli ultimi anni di Pound: A. David Moody,&nbsp;<em>Ezra Pound: poet</em>, vol. III,&nbsp;<em>The Tragic Years 1939-1972</em>, Oxford University Press, Oxford 2015.</p>



<p><sup>2</sup>&nbsp;New Directions, New York 2003.</p>



<p><sup>3</sup>&nbsp;A. Rizzardi,&nbsp;<em>La maschera e la poesia in Ezra Pound</em>, in&nbsp;<em>Canti Pisani</em>&nbsp;di Ezra Pound, Guanda, Parma 1953, p. XXIII.&nbsp;</p>



<p><sup>4</sup>&nbsp;G. Livi, “Vi parla Ezra Pound: Io so di non sapere nulla”, intervista con Ezra Pound,&nbsp;<em>Epoca</em>, n. 652, 24 marzo 1963, pp. 90-93.</p>



<p><sup>5</sup>&nbsp;M. Bacigalupo,&nbsp;<em>L’ultimo Pound</em>, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1981, p. 525.</p>



<p><sup>6</sup>&nbsp;P. Stoicheff,&nbsp;<em>The Hall of Mirrors: “Drafts &amp; Fragments” and the End of Ezra Pound’s “Cantos”</em>, University of Michigan Press, Michigan 1995.&nbsp;</p>



<p><sup>7</sup>&nbsp;Commento a&nbsp;<em>Stesure e frammenti dei Cantos CX-CXVII</em>, in E. Pound,&nbsp;<em>I Cantos</em>, a cura di Mary de Rachewiltz, Meridiani Mondadori, Milano 1985, p. 1629.</p>



<p><sup>8</sup>&nbsp;Sulla vicenda, l’articolo dello stesso J. Kotin “The Fuck You Press&nbsp;<em>Cantos</em>: A Census”,&nbsp;<em>realitystudio.org/bibliographic-bunker/fuck-you-press-archive/the-fuck-you-press-cantos-a-census/</em></p>



<p><sup>9</sup>&nbsp;A cura di Mary de Rachewiltz, con un saggio introduttivo di M.L. Ardizzone, Mondadori, Milano 1989.</p>
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		<title>“Di barbarici presagi”. Robinson Jeffers: una poesia selvaggia</title>
		<link>https://www.pangea.news/robinson-jeffers-testi-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 May 2023 04:17:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Mary de Rachewiltz]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
		<category><![CDATA[Robinson Jeffers]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Robinson Jeffers resta l’oscuro scorbutico della poesia americana, figura ipnotica e scontrosa, concentrata e anticonformista. Non antologizzabile. Non omologabile – neppure per buona creanza creativa. Nato nel gennaio del 1887 nell’attuale Pittsburgh, figlio di un ministro presbiteriano studioso di ebraico antico, studi in California, profilo da condor, occhi barbarici. La sua poesia s’incarna con una [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Robinson Jeffers resta l’oscuro scorbutico della poesia americana, figura ipnotica e scontrosa, concentrata e anticonformista. Non antologizzabile. Non omologabile – neppure per buona creanza creativa. Nato nel gennaio del 1887 nell’attuale Pittsburgh, figlio di un ministro presbiteriano studioso di ebraico antico, studi in California, profilo da condor, occhi barbarici. La sua poesia s’incarna con una scelta di vita radicale: la decisione di costruire, a Carmel, tra l’oceano e i boschi, una dimora, Tor House, sull’esempio della “Túr Bhaile Uí Laí” abitata da William Butler Yeats. È il 1914 e il poeta, come se le pietre fossero sonetti, innalza la casa per sé e la sua sposa. Aveva conosciuto qualche anno prima Una Call Kuster, studentessa, poco più grande di lui, già sposata. Cominciarono a frequentarsi nel 1910, provocando scandalo; Una divorzia dal marito nel 1913, per sposarsi, poco dopo, con Jeffers. A Tor House nascono i due figli della coppia e si inaugura la portentosa attività poetica di Robinson Jeffers, attorno a libri di stralunata potenza: <em>Tamar and Other Poems</em> (1924); <em>Cawdor and Other Poems</em> (1928; tradotto da Franca Minuzzo Bacchiega nel 1977, per Einaudi); <em>Descent to the Dead</em> (1931). &nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="717" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/11843-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95503" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/11843-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/11843-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/11843-600x857.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/11843.jpg 756w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></figure>



<p>La famiglia Jeffers viaggia spesso – spesso muovendosi in Irlanda, sorta di patria eletta, o a Taos, nel Nuovo Messico –, restia agli intrighi del mondo intellettuale. Robinson Jeffers malsopporta la ‘letteratura’ intesa come ‘sistema’, come attività ‘di gruppo’: le sue poesie si dilatano, smarginando nel poema, tratteggiando grandi figure e vasti paesaggi. Sogna un verso lineare come il lampo, possente come l’aquila, vero come i prati. Il ‘progresso’ lo incupisce: il turismo di massa, le letture pubbliche, la ricerca della fama gli sembrano orpelli assurdi. <strong>La poesia, sempre marziale, richiede una scelta ascetica, la solitudine dei savi. Conosce alcuni poeti – Edgar Lee Masters, D.H. Lawrence, tra gli altri – e la rivista “Time”, il 4 aprile del 1932, dedica la copertina al ‘personaggio’.</strong> La faccia del poeta – dal profilo bello e severo – di fianco ai massi di Tor House, il suo capolavoro epico.</p>



<p>I suoi lavori tratti dalle tragedie greche ebbero fortuna: la sua <em>Medea</em> (1946) fu trionfalmente messa in scena con l’hitchcockiana Judith Anderson; Scheiwiller pubblicò, nel 1967, <em>La cretese</em>, traduzione-rifacimento “dall’Ippolito di Euripide”. Ma il poeta, come dire, stracciò tutti gli allori: nel 1948 pubblica <em>The Double Axe and Other Poems</em> – in Italia tradotto da Mary de Rachewiltz come <em>La bipenne e altre poesie</em>, Guanda, 1969 – violentemente critico contro l’azione ‘antiumana’ del governo americano. Fu vicino a Ezra Pound, benché la sua ricerca lirica lo orientasse altrove. Si sentiva in sintonia con il grande accusato, il sommo reprobo. Carattere guerresco ma ostile alla vile guerra combattuta con le armi moderne, Jeffers diventò il mito e il monito di Charles Bukowski:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mi ha influenzato moltissimo, adoravo la sua selvatica ruvidezza nel verso… Jeffers è il mio dio…&nbsp;non sopportava gli uomini, pensava che la vita umana fosse terribile, come potrei non adorarlo?”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La morte di Una, nel 1950, gettò Jeffers in una cupa depressione. Sapeva di non poter arginare i mercenari del mondo, le forze della distruzione: inadempiente al ‘come vanno le cose’, visse la vigoria del rifiuto, preferì una sfiancante indipendenza. <em>Hungerfield</em> (1954), il poema tanto amato da Andrea Pazienza, è un lungo canto dedicato alla moglie. Robinson Jeffers muore il 20 gennaio del 1962, poco dopo aver completato l’ultima raccolta, uscita postuma, <em>The Beginning and the End</em>.</p>



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<p>Certo, si tratta di un poeta senza compromessi, complesso, che chiede al lettore di arrischiarsi verso le sue scelte. È poesia verticale, quella di Jeffers, rapace, che non soccorre con ornamenti o effetti da prestigiatore. In qualche modo, il poeta ci istruisce intorno alla costruzione della casa, a sussultare quando il mondo ci parla: a sentire la roccia in un verbo, la corsa di una volpe in una rima.</p>



<p>***</p>



<p><em>Volo di cigni</em></p>



<p>Chi si accorge del gigante Orione, torce nella mezzanotte invernale,<br>camminare enorme sopra gli oceani verso l’Ovest paradisiaco;<br>e fissa le tracce di questa età del tempo all’apice del volo<br>vacilla come razzo inutile, vaga invaghito verso nuove scoperte,<br>mortali indagini nell’oscurità, ausculta il profondo;<br>e osserva la lunga costa rocciosa vibrare dal bronzo al verde,<br>dal bronzo al bromo, anno dopo anno, e le fiumane<br>disseccate e fertili, feconde e aride, nelle stagioni in agonismo;<br>e ricorda, con esattezza, che questo non è un altro mondo ma è questo,<br>gli ideali sono spettri usati come esca, lo spirito è un acciarino sulla tomba –<br>che tu possa servire, con un certo distacco, l’umana fuggiasca razza,<br>o la sua gente, o la sua casa, ma non te stesso;<br>non si avvoltola, avvoltoio, tra vane speranze, né si ammala, ammaliato<br>dalla disperazione: ha trovato pace e adorato Dio; in autunno custodisce<br>i semi del futuro, fittavolo della primavera.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Triste generazione dalla caduta acquazzonica,<br>non fuggire, devi infliggere e resistere: questo è per te il tempo<br>di imparare a toccare il cuore del diamante dal diamante<br>assottiglia la tua umanità tra gli invulnerabili diamanti, certo<br>che sono vane le tue rabbiose scelte, le proposizioni piene di ambizione, la paura;<br>ma la vita e la morte non sono invano: il mondo è come un volo di cigni.</p>



<p>*</p>



<p><em>Questo giorno è un poema (19 settembre 1939)</em></p>



<p>Questa mattina Hitler ha parlato a Danzica, abbiamo udito la sua voce.<br>Un uomo di genio: cioè, di stupefacente<br>abilità, coraggio, devozione, innestati nell’anima malata di un bimbo:<br>abbiamo udito chiaramente la rabbia del cane, il bimbo malato<br>che piangeva a Danzica, invocando distruzione e lamentandosi sulla distruzione.<br>Qui la giornata era piuttosto calda, verso mezzogiorno<br>il vento del sud, con labbra d’inferno, ha creato una pioggia sottile<br>per la terra arida e verso le cinque un tenue terremoto<br>ha fatto ballare la casa: nessun danno. Stasera mi sono meravigliato<br>guardando una luna rosso sangue cadere distillata<br>nel mare scuro, tra cocci di lampi nitidi e tuoni lontani.<br>Bene: questo giorno è un poema: ma io sono soltanto<br>uno dei Jeffers, incrostato di sangue e di barbarici presagi<br>eccessivo nel dolore, disumano come l’urlo di un falco.</p>



<p>*</p>



<p><em>November Surf</em></p>



<p>Ci sono, poi, i giorni eletti di novembre, quelli delle grandi onde<br>che sorgono come montagne luminose da Ovest<br>e ricoprono la rupe con bianca purezza violenta: e subito<br>il vecchio granito dimentica la lordura di metà anno:<br>bucce d’arancia, gusci d’uovo, carte, vestiti a pezzi, coaguli di marciume<br>agli angoli degli scogli, e preservativi usati<br>che rendono leggero l’amore serale: tutto lo sterco dell’estate<br>idealisti nullafacenti spazzati via dall’estasi invernale:<br>penso che il continente invidi questa scogliera, ora… ma in ogni stagione<br>la terra nel suo profetico sonno infantile<br>continua a sognare il battesimo di una tempesta lungo la costa<br>un futuro da perlustrare tra i fronti marini.<br>Crollano le città, i falchi sono in soprannumero rispetto ai cittadini<br>e i fiumi sfociano da fonti perfette; quando il bipede<br>mammifero, essendo in qualche modo uno dei più nobili<br>animali, riconosce la dignità della sua stanza, il valore di ciò che è raro.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="745" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/539748-745x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95504" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/539748-745x1024.jpg 745w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/539748-218x300.jpg 218w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/539748-768x1055.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/539748-600x824.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/539748.jpg 786w" sizes="(max-width: 745px) 100vw, 745px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Il poeta non scrive principalmente per la propria generazione; deve dunque scrivere di cose permanenti o di cose che sono permanenti perché perpetuamente rinnovate, come i prati, l’umanità.</strong> Gli dèi della Grecia sono morti: resiste il pathos, non più la poesia. I costumi della Grecia antica sono morti, resta il pathos, ma la poesia è assente. Omero e la stirpe da lui generata sono ancora vivi, perché luce e oscurità, monti e mari, l’uomo e le sue passioni, ancora persistono.</p>



<p><strong>La poesia è più primitiva della prosa. Esisteva prima della prosa ed esisterà dopo di lei: non è domestica né addomesticabile, è più selvaggia, naturale. </strong>Appartiene all’aria aperta, ha le sue maree; mentre la prosa è tutta interiore e colta, pertiene alla casa, dove la luce della lampada ammutolisce la marea del giorno e della notte, e regna il capriccio umano. Il cervello è proprio della prosa; l’uomo intero, fatto di nervi e di mente, di muscoli e di viscere, di organi di senso e di organi procreativi, fa poesia, risponde all’appello della poesia.</p>



<p><em>1922</em></p>



<p>*</p>



<p>Molto tempo fa, mi si è fatto chiaro che la poesia, se voleva sopravvivere, avrebbe dovuto reclamare la parte di potere sulla realtà che le era stato frettolosamente sottratto dalla prosa. La moderna poesia francese, la più ‘moderna’ poesia in lingua inglese, mi sembrano disfattiste. Come se la poesia fosse terrorizzata dalla prosa e cercasse disperatamente di salvare la propria anima rifiutando il corpo a corpo. Stava diventando astratta, leggera, fantasmatica, la poesia, semmai eccentrica: e non sapeva salvarsi perché questi non sono attributi dell’anima. La poesia deve recuperare la sostanza e il senso, la sua realtà fisica e psicologica. Questo pensiero mi ha portato a scrivere poesie narrative e a disegnare soggetti della vita contemporanea; a tentare idee filosofiche e scientifiche trasmesse nei versi, a presentare aspetti che la poesia moderna generalmente evita. <strong>Non avevo in mente di aprire nuovi spazi per la poesia, ma di rivendicare le antiche libertà.</strong></p>



<p>Un altro principio formativo mi è giunto da una frase di Nietzsche: “I poeti? I poeti mentono troppo”. Avevo diciannove anni e quella frase si impossessò della mia mente. Decisi di non dire bugie in versi. Di non fingere alcuna emozione. Di non fingere di credere nell’ottimismo o nel pessimismo o nel ‘progresso’ irreversibile. <strong>Decisi di non credere in nulla di ciò che pareva popolare o genericamente accettato, di sfiduciare ciò che andava di moda nei circoli intellettuali</strong>, a meno che non vi appartenessi con tutto me stesso. Questi istinti negativi, è chiaro, limitano il campo: non voglio farne una norma, valgono soltanto per me.</p>



<p><em>1938</em></p>



<p>*</p>



<p>Un tema di cui si è nutrita la mia poesia è l’espressione di un sentimento religioso che potrei chiamare panteismo, anche se non sopporto questa definizione. È la sensazione, o meglio, la certezza che l’universo è un essere, un singolo organismo, una grande vita che include tutte le vite e tutte le cose, ed è così bello che deve essere amato e riverito; nei momenti di visione mistica è con lui che ci identifichiamo.</p>



<p>Se un uomo spende tutte le proprie emozioni soltanto per il proprio corpo e i propri stati mentali, è malato, e quella malattia si chiama narcisismo. Mi sembra, analogamente, che il genere umano si sia perduto dietro le proprie emozioni. Si sia concentrato soltanto su di sé. <strong>L’uomo più felice è lo scienziato che investiga la natura e l’artista, che la ammira; la persona che è interessata a cose non umane. Oppure, se indaga l’uomo, lo considera, obbiettivamente, come una piccola parte nella grande sinfonia. </strong>Certamente, l’umanità ha dei diritti: possiamo soddisfarli mantenendo la nostra sanità emotiva, cioè guardando oltre il genere umano, intorno.</p>



<p>La scienza, di solito, smonta le cose per scoprirne il senso: disseziona e analizza. La poesia, invece, mette insieme le cose, producendo scoperte altrettanto valide. Si scopre qualcosa di nuovo, che l’autore non sapeva prima di scriverlo; questo ‘nuovo’ è un fatto.</p>



<p><em>1941</em></p>



<p>*</p>



<p><strong>La poesia non è un ‘civilizzatore’: al contrario, fa appello agli istinti più primitivi dell’uomo. Non è necessariamente ‘morale’, non migliora il carattere, non insegna le buone maniere.</strong> È una mirabile opera della natura, come l’aquila, come un’alba. Non le devi nulla. Se ti piace, ascoltala; altrimenti, passa oltre.</p>



<p>La tragedia greca è stata considerata, da Aristotele in poi, come un agente morale, in grado di purificare la mente e le emozioni. Ma la storia di <em>Medea</em> parla di un avventuriero criminale e della sua ciurma di briganti. I vertici più alti della tragedia, <em>Agamennone</em>, <em>Edipo re</em>, raccontano storie di orrore primordiale: la pietà convenzionale espressa dal coro è costantemente sbilanciata dalla malvagità e dalla follia dei personaggi principali. Ciò che li rende nobili è la poesia, l’estrema violenza nata dalla passione estrema.</p>



<p>*</p>



<p>“Cosa mi importa del presente: scrivo per l’antichità!”, gridava Charles Lamb. Noi potremmo invertire l’asserzione: può sembrare improbabile che tra mille anni un poeta abbia dei lettori, ma non è impossibile, se è un grande poeta. <strong>Se il tempo presente saprà accoglierlo e ascoltarlo, meglio per lui. Ma non deve essere distratto dal presente: la sua opera è proiettata nel futuro.</strong> Non è un consiglio piacevole, questo, ma pratico. Il lavoro del poeta, così, sarà vagliato dal transitorio e dal fatiscente, dalla pula del tempo, dalla materia che non ha note a piè di pagina. Le cose permanenti, o permanentemente rinnovate, l’erba, i desideri umani, sono il cuore della poesia: chi parla lungo il corso di mille anni sa che deve parlare delle cose permanenti, con chiarezza.</p>



<p>“Ma”, replica il ragazzo, “cosa mi importa farmi ricordare dopo la morte? Io voglio fama e pubblico, e li voglio adesso”. Il ragazzo parla per ignoranza. <strong>Essere spiati e intervistati, inseguiti da cacciatori di autografi e da ammiratori curiosi, è un triste fastidio. Soprattutto, se prendi questo gioco sul serio, è devastante:</strong> dissipa la tua energia nell’autocoscienza, distrugge la spontaneità, inquina le sorgenti del pensiero. La reputazione postuma, invece, non fa alcun male: per questo è l’unica che vale la pena considerare.</p>



<p>*</p>



<p>Mi sono svegliato, stamattina, idealizzando alcune parole anglosassoni – ne ho ammirato le vocali, grosse, turgide, come rocce in un sibilante scroscio di consonanti, pensando a quanto ha perduto, in fluidità atomica, la nostra lingua. Mi pare che le persone che usavano quelle parole avrebbero potuto passare un inverno intero a rotolare nella mente un vasto pensiero, una grande passione, al posto di giocare con mille piccole emozioni, come facciamo oggi. Una roccia contro mille sassolini. Suppongo che questo sogno raffiguri nel modo più preciso possibile le ragioni visceralmente logiche per cui disprezzo questa civiltà.</p>



<p><em>18 settembre 1943, a Frederic I. Carpenter</em></p>
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		<item>
		<title>Omar Pound, il figlio fantasma di Ezra che traduceva i poeti persiani</title>
		<link>https://www.pangea.news/omar-pound-ezra-poeti-arabi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2023 05:25:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Basil Bunting]]></category>
		<category><![CDATA[Dorothy Shakespear]]></category>
		<category><![CDATA[Ezra Pound]]></category>
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		<category><![CDATA[Mary de Rachewiltz]]></category>
		<category><![CDATA[Omar Pound]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Yeats]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nove anni dopo il matrimonio, a Parigi, Ezra Pound conosce l’altra donna della sua vita, l’amatissima Olga Rudge. Ne ammirava la bellezza, severa, il genio musicale; suonava il violino, preferiva Mozart e Bach. All’epoca, il wagneriano Pound aveva iniziato a scrivere per la musica, per George Antheil. Era il 1923. Nove anni prima, in aprile, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nove anni dopo il matrimonio, a Parigi, Ezra Pound conosce l’altra donna della sua vita, l’amatissima Olga Rudge. Ne ammirava la bellezza, severa, il genio musicale; suonava il violino, preferiva Mozart e Bach. All’epoca, il wagneriano Pound aveva iniziato a scrivere per la musica, per George Antheil. <strong>Era il 1923. Nove anni prima, in aprile, Pound aveva sposato Dorothy Shakespear, alla chiesa di St Mary Abbots, Kensington, Londra.</strong> Il papà di lei non voleva si sposassero: il poeta bohemien non dava garanzie economiche. Quanto a ‘Ez’, prima della figlia aveva conquistato la madre, Olivia, scrittrice dal talento intuitivo, grezzo, bellissima, tra le alate muse di William Butler Yeats. Pound la conobbe nel suo salotto londinese, nel 1909: inseguiva Yeats, incappò in Dorothy. La ragazza restò folgorata da Ezra; così scrive nel suo diario:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ezra, Ezra, Ezra e ancora Ezra! Ha un viso meraviglioso, la fronte alta, prominente; il naso lungo e delicato, una bocca strana, particolare, sfuggente; il mento squadrato, leggermente segnato nel mezzo – gli occhi grigio-azzurri, i capelli castano-dorati, in morbide pieghe. Gli occhi enormi, spiritati, e le dita lunghe, ben modellate”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il fidanzamento durò quasi cinque anni. Ezra e Dorothy si sposarono sotto la benedizione di Yeats: passarono la luna di miele a casa del poeta, a Stone Cottage; Pound correggeva le bozze di “BLAST”, la rivista vorticista ideata insieme a Wyndham Lewis. Dorothy si dimostrò artista pronta all’avanguardia, prevaricatrice. Agli sposi, Olivia Shakespear aveva regalato due disegni di Pablo Picasso, di soggetto circense; il genero le pareva un clown triste, un esagitato in agonia, un domatore di tigri blu.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="705" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71UlJkFCtcL-705x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94950" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71UlJkFCtcL-705x1024.jpg 705w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71UlJkFCtcL-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71UlJkFCtcL-600x871.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/71UlJkFCtcL.jpg 744w" sizes="(max-width: 705px) 100vw, 705px" /></figure>



<p>Ad ogni modo, ‘Ez’ amava complicarsi la vita, mescolare le carte del fato, amare fino allo sfinimento. Dorothy fu costretta ad accettare il menage ideato da Pound, cioè la coabitazione con Olga. A Rapallo vivevano, poco serenamente, in tre. <strong>Quasi subito, Olga restò incinta: il 9 luglio del 1925 nasce Maria, cioè Mary, presso l’ospedale di Bressanone.</strong> La figlia, nata fuori dal matrimonio, fu affidata a una famiglia di contadini di Gais, in Alto Adige, mentre la madre continuava la sua carriera da concertista. Spesso i genitori, insieme a Mary, si riunivano presso “The Hidden Nest”, la casa veneziana, in Calle Querini, comprata dal padre di Olga.</p>



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<p>Nonostante tutto – l’illecito, la difficoltà, il tradimento della Storia –, Olga restò sempre accanto a Pound.</p>



<p>Anche Dorothy, con le unghie, restò sempre avvinghiata a Pound.</p>



<p>Poco dopo la nascita di Mary, Dorothy si presentò a Pound incinta, reduce da un viaggio a Siena e in Egitto. <strong>Il figlio di Ezra e Dorothy nacque il 10 settembre del 1926 presso l’American Hospital di Parigi; fu Hemingway ad accompagnare la donna in ospedale.</strong> Il giorno dopo, Ezra firmò il certificato di nascita e scrisse al padre: “nuova generazione (maschio) in arrivo – sia lui che D stanno bene, pare”. Lo chiamarono Omar; secondo Mary, la sorellastra, non sarebbe il figlio naturale di Pound, ma <a href="https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/10/19/laltro-pound.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“figlio di Dorothy e di un egiziano, riconosciuto da mio padre per <em>gentilhommerie</em> verso la moglie”.</a> Ciò che è vero è che Omar Pound fu quasi subito affidato da Dorothy alle cure della madre, Olivia, che lo inviò presso il Norland Institute, poi in una scuola montessoriana, nel Sussex. Alla morte della nonna, nel 1938, Omar vide il padre per la prima volta.</p>



<p>È curiosa, sonnambula, la storia di questo figlio di nessuno, di una madre all’inseguimento del marito che non la desidera più; senza padre, o meglio, con un padre a precipizio nella spirale dei <em>Cantos</em>, certo di poter piegare la storia entro i cordoni del proprio verbo, sempre in corsa, con i rasoi a pelo di lingua; una nonna levatrice delle proprie artistiche civetterie. Questo figlio dai compleanni bianchi, dagli amori screziati e obliqui, in stanze inappetenti, inappropriate. Cosa sogna un figlio in abbandono?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="630" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/91hj6Rj0jGL-630x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94951" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/91hj6Rj0jGL-630x1024.jpg 630w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/91hj6Rj0jGL-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/91hj6Rj0jGL-600x976.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/91hj6Rj0jGL.jpg 664w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></figure>



<p>Secondo un salvaguardato schema di afasie e sfasature, Omar Pound passò alla Charterhouse School, si arruolò volontario nei ranghi della U.S. Army, servì in Francia e in Germania. Venuto a conoscenza dell’arresto del padre, andò a cercarlo, in Italia, senza successo. <strong>Gli fece visita, qualche volta, al St. Elizabeths. La madre, a dire il vero, piantonava il poeta: aveva affittato un appartamento – brutto, scomodo, dicono i biografi – non lontano dall’ospedale psichiatrico di Washington D.C. </strong>Per dodici anni, ogni giorno, si recava dal marito. Cercava – a volte con successo – di cacciare le ragazze che il poeta incontrava con gioia: Sheri Martinelli e Marcella Spann si dimostrarono le avversarie più tenaci. Non mollò il marito neppure in Italia, quando il poeta fece ritorno, nel 1958: Dorothy, Ezra, Olga (e Marcella) vissero per un po’ a Brunnenburg, nel castello di Mary, sposata de Rachewiltz, poi a Rapallo. Infine, vinta, Dorothy tornò a Londra.</p>



<p>Nel frattempo, a Omar Pound si spalancò una carriera di alti studi. Dopo il passaggio all’Hamilton College e il perfezionamento in Francia, studiò storia islamica e arabo presso la School of Oriental and African Studies, a Londra. Fu professore a Boston, all’American School di Tangeri, alla Princeton University. <strong>Si dichiarava “fondamentalmente, un mistico”, credeva nella religione del “nulla”, la nigredo di Dio.</strong> Nel 1955 Omar Pound sposa Elizabeth Stevenson Parkin, da cui ha due figlie, Katherine Shakespear Pound e Oriana Davenport Pound; non si hanno notizie di eventuali rapporti tra le nipoti e nonno Ezra.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="705" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81gwcLrVi-L-705x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94952" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81gwcLrVi-L-705x1024.jpg 705w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81gwcLrVi-L-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81gwcLrVi-L-600x871.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/81gwcLrVi-L.jpg 744w" sizes="(max-width: 705px) 100vw, 705px" /></figure>



<p><strong>Alla storia della letteratura, Omar Pound passa per aver curato le lettere tra <em>Ezra Pound and Dorothy Shakespear</em></strong> (per la New Directions, nel 1984; per la Oxford University Press nel 1999) e aver ricostruito i rapporti tra Pound e Margaret Cravens, ragazza dell’Indiana trasferitasi a Parigi per studiare pianoforte, affascinata dal poeta, di cui finanziò le imprese poetiche fino al 1912, l’anno in cui sceglie di uccidersi (la vicenda, dettagliata insieme a Robert Spoo, è in: <em>Ezra Pound and Margaret Cravens: A Tragic Friendship, 1910-1912</em>, Duke University Press, 1988). Nel 1978, pubblica una <em>Descriptive Bibliography</em> di Wyndham Lewis. L’attività poetica di Omar Pound è testimoniata da una serie di libri in edizione d’arte: <em>The Dying Sorcerer: Poems</em> (1985), <em>The Countess at the Bar</em> (1998); <em>Poems Inside &amp; Out</em> (1999).</p>



<p>Il punto di congiunzione tra l’estro poetico – pur sempre castigato dal cognome, che pende come una forca – e gli studi, è in <strong>un libro di devoto splendore, <em>Arabic &amp; Persian Poems</em>, uscito nel 1970 per la New Directions,</strong> ristampato più volte. Omar Pound rifà i versi dei poeti persiani classici, con freschezza lirica convincente: Ibn Hazm al-Andalusi, Ibn al-Rumi, al-Tirimmah, al-Mutanabbi, Manuchehri, rivivono tra i viottoli della lingua inglese (qui ne abbiamo tradotti alcuni, secondo il ritmo imposto da Omar Pound). Il libro è introdotto da Basil Bunting, poeta ‘modernista’ di genio, esperto di poesia persiana – aveva volto in inglese Firdusi, Hafez e Saʿdi –, allievo di Ezra Pound, che lo chiamava “lottatore nel deserto”. Tra le altre cose, questo scrive Bunting:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Con i suoi toni urbani, robusti e ironici, Omar Pound getta una luce improvvisa su questi poeti sepolti dal tempo, traccia una via nell’oscurità. Se non vogliamo che la nostra cultura muoia di anemia, prima o poi dovremo assorbire l’islam. Ma ciò non sarà possibile finché ci ostiniamo a ricondurre Rūmī alla simbologia neoplatonica e a riprodurre in un pessimo inglese la beata banalità di una poesia a tratti esangue. Omar Pound ha scoperto che i poeti musulmani hanno qualcosa in comune con la nostra poesia. Pare credibile. Rende quei versi piacevoli. È grazie a tali passi che possiamo iniziare il nostro <em>ḥajj</em>, il nostro pellegrinaggio verso la poesia islamica”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Morì in marzo, nel 2010, a Princeton, Omar Pound. Il “New York Times” lo ricordò con un trafiletto. La madre, Dorothy, era morta nel 1973; Ezra era morto l’anno prima. Il giornalista, smaliziato, osservò che “Quando il poeta morì, a Venezia, al suo fianco non c’erano la moglie, Mrs. Pound, né il figlio Omar”. Il “Times”, con più grazia, scrisse che Omar Pound “era un poeta dotato, traduttore riconosciuto in campo internazionale della poesia persiana e araba”. Ezra, nei suoi studi, si era mosso verso la Cina, armava Confucio, Mencio, era approdato in Giappone, affascinato dal simbolismo arcano del teatro nō. Omar preferì inoltrarsi in Persia. La direzione era la stessa, a Est: una fuga verso l’alba.</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Arabic &amp; Persian Poems. Una selezione di Omar Pound</em></strong></p>



<p><strong>Ibn al-Rumi</strong></p>



<p><strong>(836-896)</strong></p>



<p><em>La livella</em></p>



<p>La fortuna aiuta i cretini<br>e umilia i giusti<br>equilibrio e rigore sono sconfitti<br>sempre è premiato<br>chi adora la vanità e le sciocchezze:<br>annega i vivi fortuna<br>tiene a galla i morti.</p>



<p>*</p>



<p><em>Concedimelo</em></p>



<p>Stretto in questa cappa invernale<br>spesso ti supplico<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; ti prego!<br>Non ho detto “sudario”<br>ma ne ho bisogno adesso<br>per la mia anima<br>prima che il corpo si polverizzi.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il compromesso</em></p>



<p>Si tinge<br>i capelli bianchi di nero<br>per metà,<br>convinto che alcuni<br>lo riterranno saggi<br>altri<br>giovane.</p>



<p><strong>*</strong></p>



<p><strong>Manuchehri</strong></p>



<p><strong>(982 ca.-1040)</strong></p>



<p><em>Abiura</em></p>



<p>Ho chiuso con l’acido e le lodi<br>il mio cinismo è disseccato, il panegirico non paga:<br>li sbeffeggio, dico che sono stolidi tirchi (e pensano sia un elogio)<br>ma quando annoto la loro lussuria e l’avarizia<br>sorridono a questo anziano che si ostina alla satira.</p>



<p>Prima di me,<br>poeti e cantori credevano che<br>l’amore fosse degno di pergamena e di edizioni d’arte,<br>anche i commercianti scrivevano versi<br>abbigliati secondo il nobile gergo:</p>



<p><em>Aprile è il più fuligginoso dei mesi…<br>Impetuosi venti scuotono i candidi boccioli di maggio…<br>Al cospetto di quei piedi…<br>Nella valle di…<br>Morte, leva il tuo orgoglio…<br>Vanifica la tua vanità, ti dico, vanifica…</em></p>



<p>Ma oggi?<br>Tutto è Betjeman, Ginsberg, Ogden Nash,<br>chitarre a tamburi di Trinidad<br>batterie metalliche, ritmo privo di canto<br>poeti che ronzano stazzonati fuori città<br>e nessuno che onori l’uomo<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; l’evento<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; il verso,<br>mentre gli altri dicono<br>che la poesia è “mera bugia per far soldi”:<br>non impareranno mai<br>che la lode è bugiarda<br>che il Profeta non è mai nato<br>le città libere da assedio.</p>



<p>*</p>



<p><em>Demone in Paradiso</em></p>



<p>Dimmi, perché il tuo umore è tanto contorto?<br>Se parlo con dolcezza ti offendi e piangi<br>la mia generosità la credi bugiarda.</p>



<p>Scusa, sussurro, e tento…<br>Perché, azzanni, mi chiedi scusa?<br>Palude di banalità<br>miele che inganna<br>presso l’eucalipto<br>per me<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; un’ora insieme è sufficiente<br>per te<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; è soltanto ciò che urla a valere.</p>



<p>*</p>



<p>Ti invio i miei versi<br>parlano di passione senza passione:<br>tre questa settimana, due quella precedente.</p>



<p>Probabilmente non ti piace questa roba<br>o te ne vergogni. Il tuo silenzio<br>è la mia superflua condanna.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>Kemal Khojandi</strong></p>



<p><strong>(1320 ca.-1400)</strong></p>



<p><em>L’ultima tresca</em></p>



<p>Vento nei tuoi capelli<br>le mie mani, le mie dita… arano<br>più giù, più giù, più giù…<br>oh, vivi per sempre, divinità<br>giovane e bella…</p>



<p><em>le mie dita arano…</em></p>



<p>Traduci il mio inverno in primavera<br>e tutto ciò che mi riguarda: lacrime<br>franano nella lingua. Resta giovane<br>anche se non sarai per me, resta giovane.</p>



<p>Presto te ne andrai<br>lasciandomi vivere<br>come un cieco –<br>ogni cosa ha confini<br>ma tu mostrami<br>il lusso della morte<br>prima che diventi crudele.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/omar-pound-ezra-poeti-arabi/">Omar Pound, il figlio fantasma di Ezra che traduceva i poeti persiani</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/Ezra-Pound-e1678960971745.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
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		<title>Robinson Jeffers, l’ultimo epico, il poeta preferito da Bukowski e da Andrea Pazienza</title>
		<link>https://www.pangea.news/robinson-jeffers-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2019 05:25:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un secolo fa un uomo voltò le spalle al mondo, prese terra davanti al mare e costruì una casa per la donna che amava. La donna era detta Una, la casa fu costruita su una rocca californiana, a Carmel, la chiamò Tor House, era una torre di pietre, perché a lei piacevano i racconti irlandesi [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/robinson-jeffers-ritratto/">Robinson Jeffers, l’ultimo epico, il poeta preferito da Bukowski e da Andrea Pazienza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Un secolo fa un uomo voltò le spalle al mondo, prese terra davanti al mare e costruì una casa per la donna che amava.</strong> La donna era detta Una, la casa fu costruita su una rocca californiana, a Carmel, la chiamò <em>Tor House</em>, era una torre di pietre, perché a lei piacevano i racconti irlandesi e le poesie di William Butler Yeats.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72093 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro1-14-194x300.jpg" alt="" width="219" height="339" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-14-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-14.jpg 500w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" />L’uomo è un poeta. Si chiamava <a href="http://www.robinsonjeffersassociation.org/who-was-robinson-jeffers/biography/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Robinson Jeffers</a> (1887-1962), nato in Pennsylvania, nella culla del reverendo William, un vero prodigio. </strong>A dodici anni parlava inglese, tedesco, francese; traduceva dal greco e dal latino, versato nei miti classici e nella sapienza biblica. Aveva studiato in Europa. Robinson Jeffers è tra i grandi poeti americani del secolo, <a href="http://content.time.com/time/covers/0,16641,19320404,00.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il 4 aprile 1932 la rivista “Time”</a> gli dedica la copertina, ma se non lo avete mai sentito nominare non c’è problema – il problema è di chi ha fatto di tutto per tacitarne il canto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1969 Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, traduce per la ‘Fenice’ Guanda, la collana “diretta da Giancarlo Vigorelli”, un libro di stupefacente bellezza, <em>La bipenne e altre poesie</em>, di Jeffers.</strong> La fama di Jeffers è decapitata, nel suo paese: egli non è un poeta che tranquillizza, che scrive versi a decorare il destino in vacanza. Robinson Jeffers, un uomo che ha scelto di vivere una vita arsa, al deserto di sé, nel brillio della severità, è un poeta scomodo. Pacifista radicale, asceta guerriero, poeta dalla poesia armata, che scava nel mito, che spesso sceglie la profezia, con l’inflessibile potenza di un biblico. Così la ‘quarta’ del libro pubblicato in Italia: “Troppo impolitica, forse, questa pronuncia, troppo intransigente e severa per riuscire immediatamente ‘popolare’… Robinson Jeffers è forse l’ultimo poeta capace di raggiungere una dimensione autenticamente e modernamente epica”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro apre con una considerazione di e. e. cummings: “Subito nominai Robinson Jeffers, affermando che era assolutamente scandaloso il modo in cui i ‘critici’ così poco americani lo trascuravano”. Come mai era scomodo fino allo scandalo questo poeta? In parte lo dice Mary de Rachewiltz: “Molti critici avevano accusato Jeffers di pessimismo eccessivo, quasi da incitare al suicidio, affrettatamente scambiando le sue premesse per conclusioni. Mentre egli è molto esplicito: la morte va sempre tenuta lontana e combattuta; e pochi poeti hanno avuto quanto lui in orrore e deprecato la guerra. Soprattutto le inutili e ingiuste guerre che ha combattuto (e ancora combatte) l’America”. Jeffers non nega la violenza né la esalta, la analizza come dato primo del vivere (scrive: <strong>“Il Dio che si autotortura. Questo richiede una spiegazione. L’universo esterno divino non è in pace con se stesso, ma pieno di tensioni e violenti conflitti. Il mondo fisico è governato da opposte tensioni. Il mondo delle cose viventi è formato da una lotta continua e da desideri irriconciliabili. Il dolore è una parte essenziale della vita”).</strong> Jeffers usa la poesia come un coltello: “La poesia racchiude ed esprime il tutto, come prosa non potrà mai. Il suo compito è contenere un mondo intero, all’istante, fisico e sensuale, dell’intelletto e dello spirito… La scienza tende a scomporre le cose per scoprirle; seziona, analizza. La poesia invece mette le cose insieme, facendo scoperte ugualmente valide e allo stesso tempo creando”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72094 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/time-228x300.jpg" alt="" width="257" height="338" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/time-228x300.jpg 228w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/time-380x500.jpg 380w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/time.jpg 400w" sizes="(max-width: 257px) 100vw, 257px" />Spesso idolatrato, Robinson Jeffers è poeta per nascosti, da leggere tra gli alberi. <strong>Charles Bukowski, in modo inatteso, lo adorava. “Mi ha influenzato moltissimo, adoravo la sua selvatica ruvidezza nel verso… Jeffers è il mio dio…</strong> non sopportava gli uomini, pensava che la vita umana fosse terribile, come potrei non adorarlo?”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Robinson Jeffers incontra Una Call Kuster nel 1906. Non ha neanche vent’anni. Lei è più grande di tre, è sposata con un avvocato di Los Angeles. L’amore clandestino viene scoperto, esplode lo scandalo, i due scappano, Una divorzia. <strong>Nel 1919, un secolo fa, Jeffers porta la sua musa nella torre di pietra di Tor House, che continua a raffinare e amplia, con la nascita dei figli. </strong>Tor House, la casa, è il centro della vita artistica di Jeffers: la sua poesia è ‘mitica’ perché lui, come il poeta ancestrale, costruisce un mondo, lo abita. In <em>Tor House </em>il poeta racconta la propria impresa, bordeggiando i secoli, consapevole che ogni cosa ha una durata, ha valuta di schianto:</p>
<p style="text-align: justify;">Se cercherete questo posto dopo una manciata di vite umane:<br />
forse ancora un po’ della foresta da me piantata<br />
sarà in piedi, eucalipti dalle foglie scure o il cipresso costiero, sbrindellato<br />
dalle bufere; ma il fuoco e la scure sono diavoli.<br />
Cercate le fondamenta di granito levigato dal mare, le mie dita conobbero l’arte<br />
di sposare pietra a pietra, troverete alcuni resti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto più alto del successo pubblico, nel 1947. <strong>Robinson Jeffers firma una versione dalla <em>Medea</em> di Euripide</strong> (pubblicata due anni dopo su “Il Dramma”). Il testo approda a Broadway, con Judith Anderson – che qualche anno prima era in scena per Hitchcock, in <em>Rebecca. La prima moglie</em>. Repliche continue, fama micidiale – che Jeffers farà di tutto per sconfiggere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ha la faccia di un’aquila. Una faccia simile, così affilata e severa, l’ha avuta soltanto Samuel Beckett. In effetti, sono aquile difformi, entrambi, difficili, dispari: Samuel disintegra ogni mito; Jeffers ne edifica di nuovi. Nel 1995 Luca Scarlini traduce la <em>Medea</em> di Jeffers per Aletheia; nel 1977 appare, nella ‘bianca’ Einaudi, il poema <em>Cawdor</em>, l’impresa traduttiva è di Franca Bacchiega. In Italia Robinson Jeffers non esiste. <strong>È il poeta prediletto di Andrea Pazienza, però, che ne illustra il poema definitivo: “<a href="http://www.andreapazienza.it/paz-l-artista/bibliografia-paz/32-campofame.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Campofame</em> </a>è la storia dell’uomo che uccise la morte e delle conseguenze di questo atto impossibile. Nel 1987 il poeta Moreno Miorelli spedisce a Pazienza le fotocopie del poema di Robinson Jeffers e Andrea inizia a lavorare alla storia”.</strong> La testimonianza di Miorelli è da ribattere: “I russi, Robinson Jeffers, il mito di Orfeo, ponevano Andrea in forma diretta, di fronte al gran mistero. Per questo le lacrime erano per lui la reazione istintiva, immediata. Chi l’ha veduto durante e dopo l’ascolto di un poema gettarsi a terra, piangendo, capace solo di ripetere ‘Questo! Questo!’ non si chiede più, se mai se l’è chiesto, se la poesia ha o non ha un senso oggi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-72095 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro2-11-174x300.jpg" alt="" width="195" height="336" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-11-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-11.jpg 500w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />“Robinson Jeffers ha realizzato una delle più controverse e affascinanti esistenze per un poeta americano…</strong> In un’epoca in cui molti poeti contemporanei, seguendo l’egida di T.S. Eliot e di Ezra Pound, insistevano sulla necessaria difficoltà del linguaggio poetico, Jeffers denunciava il loro lavoro come triviale manierismo: lui cercava chiarezza retorica, emozione, pensiero. Diceva che la storia e la società lo avevano condotto alla disperazione, eppure, ha affrontato la politica con la franchezza di un poeta del suo tempo, benché austerità e solitudine gli abbiano aizzato contro, dagli anni Trenta, il disprezzo. In un’epoca spirituale caratterizzata da sublime disordine della <em>Waste Land</em>, ha costruito una fede antinomista sulla roccia di ciò che ha chiamato ‘Inumanesimo’, una specie di panteismo, mescolato alla scienza e al culto mistico della feroce bellezza della natura”, scrive David J. Rothman, presidente della Robinson Jeffers Association.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1950 Una muore. Tor House era la casa della poesia, un po’ Sion, un po’ Carmelo, un po’ regno delle fate.</strong> Jeffers subisce crisi depressive dagli anni Trenta, quando quella fetta di California viene afflitta dal turismo. Dopo la morte di Una, per lei, Robinson Jeffers scrive il suo poema più grande, <em>Hungerfield, </em>“Campofame”. I primi versi sono da incidere sui tronchi:</p>
<p style="text-align: justify;">Se tempo è solo un’altra dimensione, allora tutto ciò che muore<br />
Resta vivo; non annientato, solo tolto di vista. Una è ancora viva. Pochi<br />
Anni fa: facciamo l’amore come falchi avidi,<br />
Un ragazzo con una ragazza sposata. Anni fa<br />
Siamo ancora giovani, le spalle forti, gioiosi al lavoro<br />
Per costruirci la casa. Poi lei, nell’arco della finestra sul mare,<br />
Sopporta all’infinito, ma poco paziente,<br />
Insegna ai figli a leggere. È ancora lì;<br />
Il bel volto pallido, i folti capelli, i grandi occhi<br />
Chini sul libro. ancora anni fa:<br />
Seduti coi figli adulti nello scafo, che avviamo<br />
Al largo di Horn Head nel Donegal, osserviamo le pulcinelle<br />
Di mare rotolare lungo la roccia, e le sule come stelle cadenti<br />
Gracidare al mare: i grandi occhi azzurri pieni di lacrime<br />
Per la selvaggia bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sembra una poesia sorgiva, il canto di un Orfeo selvatico</strong>, che chiede il permesso ai fiumi e virtù di visione alle volpi prima di avventarsi tra gli uomini. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p><strong><em>Lasciateli in pace</em></strong></p>
<p>Se Iddio ha avuto la bontà di darvi un poeta<br />
Ascoltatelo. Ma per l’amor di Dio lasciatelo in pace finché è vivo; niente feste o premi<br />
Che l’uccidono. Un poeta è colui che sa ascoltare<br />
La natura e il proprio cuore; e se il frastuono del mondo lo circonda, se è forte saprà sbarazzarsi dei nemici.<br />
Ma degli amici no.<br />
Fu questo a spegnere la vena di Wordsworth, smorzarla in Tennyson e avrebbe ucciso Keats; che fa di Hemingway<br />
Un buffone e a Faulkner fa scordare il mestiere.</p>
<p>*</p>
<p><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-72096 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro3-2-209x300.jpg" alt="" width="241" height="346" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-2-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-2-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-2-768x1104.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro3-2.jpg 946w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" />De Rerum Virtute</em></strong></p>
<p>I</p>
<p>Ecco il teschio di un uomo: i pensieri e i sentimenti di un uomo<br />
Sono passati sotto la leggera volta d’osso come nuvole<br />
Sotto la volta celeste: amore, desiderio e dolore,<br />
fumi d’ira, bianche bufere di paura, sospese qui dentro:<br />
E talvolta la strana ansia di sapere<br />
Il valore, lo scopo e le cause degli eventi<br />
Ha sorvolato come un aereoplanino in ricognizione le immagini<br />
Contenute in questa mente: senza mai scoprire gran che,<br />
E ora è vuoto, una bolla d’osso, guscio d’uovo risucchiato.</p>
<p>IV</p>
<p>Io sto sulle rocce della baia Sovranes.<br />
A ovest oltre le acque in tormenta e la schiena curva del mondo<br />
Imperversa l’inutile guerra in Corea, e stupidamente<br />
Profetizzo. Brucia troppo il cervello<br />
Perché qualcuno, eccetto forse Dio, ne veda la bellezza. È davvero difficile vedere bellezza<br />
In alcun atto umano, atti di un microbo ammalato<br />
Sul satellite di un granello di sabbia che turbina vorticoso<br />
Nel mondo delle stelle…<br />
Forse qualcuno ne sarà; in ogni caso<br />
Non durerà a lungo – Beh: da quando mia moglie è morta sono impaziente…<br />
E quest’era di semi-mondi pieni d’ira e di dispetto<br />
Mi dà sui nervi. Io credo che l’uomo sia bello,<br />
Ma è difficile vederlo, avvolto in falsità. Michelangelo e gli scultori greci –<br />
Come hanno lusingato la razza! Omero e Shakespeare –<br />
Come hanno lusingato la razza!</p>
<p>V</p>
<p>Una luce ci resta: la bellezza delle cose, non dell’uomo;<br />
L’immensa bellezza del mondo, non del mondo umano.<br />
Guarda – e senza fantasia, desiderio o sogno – guarda direttamente<br />
I monti e il mare. Non sono belli?</p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Uccelli e pesci</em></strong></p>
<p>D’ottobre a milioni verso riva vengono i pesciolini<br />
Lungo la costa granitica del continente<br />
Nella loro stagione: ma che pacchia per gli uccelli marini.<br />
Che stregoneria d’ali fantasmagoriche<br />
Nasconde l’acqua scura. Pesanti i pellicani gridano “Ha!” come il corsiero dell’amico di Giobbe,<br />
E si tuffano dall’alto, i cormorani lunghi<br />
E neri scivolano sott’acqua e cacciano come lupi<br />
Nell’opaco verde. I gabbiani stridono, attenti,<br />
Avidi e invidiosi, protestano e beccano. Ingordigia isterica!<br />
Questi uccelli innocui! Come se trovassero oro<br />
Per strada. Meglio dell’oro, si può mangiare: e chi<br />
Tra questi volatili selvaggi ha pietà dei pesci?<br />
Non uno certo. Misericordia e giustizia<br />
Sono sogni umani, non riguardano gli uccelli né i pesci né il Padre Eterno.<br />
Ma prima di andartene, guarda bene.<br />
Le ali, le bocche fameliche, i pesciolini plasmati dalle onde, lucidi veloci molluschi<br />
Vivono di paura per morire nel tormento –<br />
Loro destino e degli uomini – le isole rocciose, l’oceano immenso e Lobos sull’imbrunire<br />
Sopra la baia: non è forse bello?<br />
Questo è il loro valore intrinseco: non misericordia, intelligenza o bontà, ma la bellezza di Dio.</p>
<p><strong><em>Robinson Jeffers</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/robinson-jeffers-ritratto/">Robinson Jeffers, l’ultimo epico, il poeta preferito da Bukowski e da Andrea Pazienza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Un po’ di luce ci riconduca allo splendore”. Visita a Mary de Rachewiltz, ovvero: quando Ezra Pound era agghindato come un putto&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Sep 2019 06:35:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[Brunnenburg]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la strada asfaltata termina, il sentiero prosegue sotto il sole – sembra in effetti di essere ai Tropici con questa temperatura, più che in Tirolo. Un passo dopo l’altro, lentamente il castello di Brunnenburg si avvicina, con il solido corpo centrale quadrato, i merli rivolti al cielo e i mattoni bruniti coperti d’edera, gli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mary-de-rachewiltz-visita-paola-tonussi/">“Un po’ di luce ci riconduca allo splendore”. Visita a Mary de Rachewiltz, ovvero: quando Ezra Pound era agghindato come un putto&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando la strada asfaltata termina, il sentiero prosegue sotto il sole – sembra in effetti di essere ai Tropici con questa temperatura, più che in Tirolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un passo dopo l’altro, lentamente il castello di Brunnenburg si avvicina, con il solido corpo centrale quadrato, i merli rivolti al cielo e i mattoni bruniti coperti d’edera, gli alberi altissimi che arrivano a sfiorare i cornicioni,</strong> le torri rotondeggianti e lo slargo calcinato che si presenta al visitatore dall’ingresso. D’altronde sono le quattro del pomeriggio e, tranne gli alberi e i fianchi del monte più o meno tutto sembra avvolto in biancore perlaceo.</p>
<p style="text-align: justify;">Al cancello declino il mio nome alla giovane che accoglie i visitatori (attratti dal castello e dalle tracce poundiane): mi accompagnerà subito, dice, la signora de Rachewiltz mi sta aspettando. Solo un secondo per far entrare due turisti con lo zaino e lo sguardo stordito dal sole. Poi andiamo. Sono molto in anticipo ma so che a Mary de Rachewiltz non dispiacerà, anzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei è la figlia di Ezra Pound, il poeta dei <em>Cantos</em>, e della violinista Olga Rudge:</strong> qualche amico veneziano se li ricorda ancora, seduti al bar Cucciolo alle Zattere. La loro casa era poco distante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_70192" aria-describedby="caption-attachment-70192" style="width: 267px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70192" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/bredska-225x300.jpg" alt="" width="267" height="356" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/bredska-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/bredska-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/bredska.jpg 480w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /><figcaption id="caption-attachment-70192" class="wp-caption-text">Ingresso al castello: il faccione di Ezra Pound secondo lo scultore Henri Gaudier-Brzeska</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il cortile con un gelso dai frutti bruni, si arriva al pino gigantesco che sta a guardia dell’entrata principale: sotto, nell’ombra, la celebre scultura di Pound di Gaudier Brzeska sembra dare il benvenuto ai visitatori. Severa, scura, essenziale: già racconta un tratto di storia poundiana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mary de Rachewiltz non è ‘solo’ la figlia di Ezra Pound, ne è anche la traduttrice, colei che sola ha potuto orientarsi e dare un ordine alla massa fiammeggiante dei <em>Cantos</em> per renderli in italiano</strong>, lei stessa poetessa, scrittrice, traduttrice e donna straordinaria e cosmopolita, gran dama di un mondo scomparso e genio tutelare di ricordi e lasciti dell’universo di Pound. Parla diverse lingue, sposò molto giovane l’egittologo principe italo russo Boris de Rachewiltz, ha tradotto opere di E.E. Cummings, Robinson Jeffers, Ronad Duncan e Denise Levertow, pubblicato parecchi volumi di versi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oltre a donare gran parte della collezione di manoscritti, libri e oggetti di Pound all’Università di Yale (curò l’Archivio Pound alla <em>Beinecke Library</em> per 25 anni) ha dedicato la propria vita all’opera del padre, anzi, di “Pound” come lo chiama e ancora oggi a quasi 95 anni (“ormai posso dichiarare la mia età tranquillamente”) non smette un solo giorno di leggere i <em>Cantos</em>, di ordinare la mole imponente dei documenti di Pound, di venerarne la memoria. </strong>E poi i <em>Pisan Cantos</em> dalla “musicalità intraducibile”, perché i <em>Cantos</em> non finiscono mai, al contrario, “i <em>Pisani</em> sono infiniti”…</p>
<p style="text-align: justify;">Ha tentato diverse volte di dissociare il nome del poeta dalla famigerata “Casa Pound” – “Pound una vera casa, tra l’altro, non l’ha mai avuta…” – e non ci è riuscita. Come suo padre, riceve chiunque desideri di parlare con lei di letteratura o le chieda un consiglio o un parere su quanto va scrivendo. Da letterata autentica esorta i giovani ad andare dai poeti, dai “maestri”, e parlare con loro prima che sia troppo tardi: “anche Pound sosteneva che bisogna andare a trovare i grandi…”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Io la conobbi anni fa per un mio piccolo scritto sul poeta, che conteneva diverse imprecisioni ma di cui lei notò – se non altro – la serietà degli intenti: quando ci presentarono mi allargò le braccia come rivedesse un’amica da tempo lontana. Negli anni seguenti ci siamo tenute in contatto: lei mi dava consigli su studiosi poundiani, io le inviavo i miei scritti e soprattutto quelli veneziani, pubblicati o da pubblicare. <strong>Sulla poesia e su Venezia ci siamo davvero incontrate: Venezia anche se non ci si sta sempre è una postura dell’anima, un’attitudine della mente e del cuore. E queste non si possono dimenticare: le si ha<em> o</em> non le si ha. Sia Mary sia io le abbiamo. </strong>Un po’ come Croce si era “fatto un’anima dantesca” noi ci siamo “fatte un’anima veneziana”: si ricorda di <em>Calle del paradiso</em>, rivendica a sé alcuni luoghi, alcune tinte di quel libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il personaggio femminile “sono io” mi scrisse, in un biglietto coperto in ogni millimetro della sua grafia irregolare e soprattutto dei suoi pensieri criptici, degni di Pound. Ancora oggi quel biglietto resta per me un enigma, un meraviglioso enigma “alla Pound” che, tra le tante divine qualità, possedeva anche un robusto e sottile senso dell’umorismo: con la genialità, sua figlia l’ha evidentemente ereditato nel proprio patrimonio genetico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il castello dove vive è diviso in varie <em>dépendances</em>: un paio ospitano vari musei dell’agricoltura, in un’altra zona si apre la scenografica sala dei cavalieri, nel cortile interno la bellissima fontana con ippogrifo appollaiato sul piccolo lago verde dell’acqua riceve visitatori casuali, letterati, studiosi, vicini di casa. <strong>Infine c’è la ‘stanza di Pound’, che raccoglie le sedie a sdraio fatte a mano dal poeta – era, tra l’altro, un eccezionale <em>bricoleur</em> –, le tesi di laurea scritte su di lui, le lettere di Hemingway, degli editori e colleghi poeti e scrittori, i manoscritti (alcuni inediti).</strong> Le migliaia di volumi poundiani sono disseminate in questa stanza dalle pareti altissime, nel soggiorno con il divano azzurro dove Mary de Rachewiltz riceve gli ospiti e nel suo appartamento privato, abbarbicato sopra la torre tondeggiante. C’era solo da immaginarlo che questa creatura impavida avrebbe scelto di abitare nel lato più scomodo e impervio dell’intero castello.</p>
<p style="text-align: justify;">Il soggiorno dalle ampie finestre che guardano la valle sottostante e il divano azzurro (“lì mia madre stava distesa e apriva le tende per mostrare il panorama a chi veniva a trovarla”) ospita un’immensa collezione di scarabei egizi, di tutte le forme e colori, ritratti di famiglia alle pareti opera di una nipote e ancora un’infinità di libri: i libri sono ovunque in questa dimora, non solo ricoprono le pareti dal pavimento al soffitto ma stanno accumulati in pile sistematiche, escono da ogni cassetto, occhieggiano da sotto un tavolo, una scrivania, una sedia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_70193" aria-describedby="caption-attachment-70193" style="width: 271px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70193" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-225x300.jpg" alt="" width="271" height="361" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/IMG_9351.jpg 960w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" /><figcaption id="caption-attachment-70193" class="wp-caption-text">Paola Tonussi insieme a Mary de Rachewiltz, la figlia di Pound e custode della sua memoria</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Parliamo a lungo: dei <em>Cantos</em>, di come Pound scriveva, di come l’hanno trattato (“una ferita ancora aperta” per Massimo Cacciari), di San Michele dov’è sepolto.</strong> Parliamo un poco in italiano e un poco in inglese – molto poundiano tutto questo – e di Venezia, dove Mary torna almeno una volta all’anno per l’anniversario del funerale di Pound.</p>
<p style="text-align: justify;">Verrà anche quest’anno e di certo c’incontreremo di nuovo: Alessandro Rivali (l’amico poeta che ha pubblicato le conversazioni con lei sotto lo splendido titolo desunto da Pound, <em>Ho cercato di scrivere paradiso</em>) e io speriamo di convincerla a venire anche alla presentazione veneziana del libro. Chissà, forse…</p>
<p style="text-align: justify;">Ma sono troppo belli i versi di Pound, per non citarli tutti:</p>
<p><em>I have tried to write Paradise</em><br />
<em>Do not move</em><br />
<em>Let the wind speak</em><br />
<em>that is paradise</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho cercato di scrivere Paradiso<br />
Non ti muovere,<br />
Lascia parlare il vento<br />
Questo è Paradiso (Canto CXX)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mary mi mostra alcune foto rarissime (e inimmaginabili) di suo padre nell’abitino a balze di pizzo del battesimo: ce l’ha ancora e deve tirarlo fuori, lavarlo e inamidarlo per l’ultima nata di famiglia. Fa impressione vedere il mostro sacro del Novecento e della letteratura di ogni tempo abbigliato da pupo vittoriano:</strong> un infante minuscolo sotto le arricciature dei pizzi ma dall’occhio già vivido. Sua figlia gli somiglia in modo sorprendente: negli occhi e nel carattere forte, nella voglia di perfezione che sottende ogni verso tradotto, nella dedizione totale alla poesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Mary de Rachewiltz mi offre tè bollente o acqua e menta, posso scegliere, e sorride ancora quando opto per il tè, rigorosamente al latte – “fa caldo, ma pare giovi contro il caldo” – in un servizio di porcellana finissima che avrebbe fatto la gioia di Gozzano. Mi mostra l’archivio, una cassettiera cubica contenente patrimoni: “pare che non lo possa donare a Yale”, che adesso non possa più lasciare l’Italia.<strong> “Ma il governo italiano cos’ha mai fatto per Pound”? Tuttavia alla sua età non vuole più lottare contro schemi, pregiudizi e burocrazia: l’unica cosa che le importa è finire di ordinare l’archivio, avrebbe bisogno di qualcuno che l’aiuti, “ma lavori davvero”. </strong>Già: “Non importa quale sia l’idea di un uomo, ma a quale profondità abbia quell’idea” affermava Pound.</p>
<p style="text-align: justify;">A Brunnenburg lui ha vissuto dal 1958 fino alla morte, con pause a Venezia. In queste stanze ha terminato i <em>Cantos</em>, il poema immenso che ha dato all’America la sua <em>Divina Commedia</em>. <strong>Qui il vecchio dall’aspetto di profeta che quasi non parlava più cercava il “suo paradiso”, la “luce”, lo “splendore del cuore”. </strong>Sì, perché sosteneva che “<em>Beauty is difficult</em>”, “La Bellezza è difficile” e lui alla fine voleva trovare la pace, esser lasciato solo a “contemplare”. Il castello era diventato un rifugio, uno scrigno e un <em>modus vivendi</em>:</p>
<p style="text-align: justify;">il tempio è sacro perché non è in vendita (Canto XCVII)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho detto a Mary come il frammento che apre il libro di Rivali,</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Hast thou 2 loaves of bread</em><br />
<em>Sell one + with the dole</em><br />
<em>Buy straightaway some hyacinths</em><br />
<em>To feed thy soul.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Se hai due pani<br />
vendine uno e con la mercede<br />
compera subito giacinti<br />
per nutrire la tua anima</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>mi ricorda una frase della Campo: “Il destino non è nel campo che si possiede ma nella perla per cui si vende quel campo” e la trova d’accordo quest’analogia nell’anima, quel suo peso specifico con cui veniamo al mondo. </strong>Per alcuni è un dovere, questo “<em>feed the soul</em>”, questo nutrimento dell’anima, o è quasi una predestinazione e poi “parlare più lingue è avere più culture di riferimento”. Così mi versa un’altra tazza di tè, se lo gradisco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti guarda, Mary de Rachewiltz, con gli stessi occhi azzurro cristallo e lo stesso sorriso di Ezra Pound. Poi chiude il libro, “Sì, <em>I have tried to write Paradise</em>” ma non avrebbe voluto vedersi in copertina: c’è un fondo di timidezza in questa donna che ha conosciuto tutti nell’arte del Novecento </strong>e di cui lei stessa fa parte, una discrezione che ha qualcosa di commovente, un raffinatissimo <em>savoir faire</em> che parla sottovoce in un mondo capace solo di travolgere e urlare, un senso di appropriatezza che ti lascia un segno dentro per non farsi dimenticare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le ho portato un manifestino e il programma di un ciclo di conferenze su <em>Pound e i suoi artisti</em> tenutosi alla <em>Tate Gallery</em> a Londra, nell’anno 1985: avevo frequentato assiduamente quegli incontri con la mia amica Anna.</strong> Mary non ce l’ha e glielo offro subito: lei accetta poi rifiuta, meglio lo tenga tu – dice – “qui ho già troppo a cui badare e se dovessi averne bisogno, so dove trovarlo”. Però me lo sigla: “Visto, si tenga! – MdeR.” E non manca con generosità – la stessa generosità del padre – di donarmi un volume di suoi versi con dedica.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei suoi versi si legge di una natura amica e misteriosa:</p>
<p style="text-align: justify;">…la vista<br />
Sui monti è tanto vasta che l’orecchio<br />
‘pari suono ampio chiede’ (<em>Anch’io vorrei…)</em></p>
<p style="text-align: justify;">un “regno di fiori” per “condurci a suon di foglia” (<em>Nel regno dei fiori</em>), un grande amore per le montagne intorno alla propria casa:</p>
<p style="text-align: justify;">affinché duri la viva siepe<br />
di musica che cinge<br />
il castello. (<em>La viva siepe</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">E poi sempre nella lingua magica della poesia traluce in filigrana la preoccupazione per l’“opera”, “l’opera di Pound”:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;Ora<br />
chiedo di non spezzare<br />
il filo serico che<br />
mi accingo ad annodare. (<em>Hai forzato la soglia</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">Le ore vanno troppo veloci.<br />
<strong>Ci tiene ad accompagnarmi al cancello malgrado il caldo feroce, che non accenna a diminuire: “Mia madre mi diceva: bisogna darsi delle regole <em>and then…</em> <em>stick to it! So I’ll stick to it</em>!”</strong> ossia attenersi alle regole che ci si è dati. Una “regola” di Mary è, dopo lo studio, camminare sempre tutti i giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Scendendo, passiamo accanto al tavolo e alla panchina dal sedile inciso con due versi dal Canto CXVI:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A little light, like a rushlight</em><br />
<em>to lead back to splendour</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un po’ di luce, come un barlume<br />
ci riconduca allo splendore</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello “splendore” Mary de Rachewiltz lo offre a chiunque apra la sua traduzione dei <em>Cantos</em>. </strong>Per frammenti di tempo e di luce me l’ha fatto vivere accanto a lei, al castello di Brunnenburg.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Paola Tonussi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">**<em>In copertina: Ezra Pound secondo Wyndham Lewis, 1939</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mary-de-rachewiltz-visita-paola-tonussi/">“Un po’ di luce ci riconduca allo splendore”. Visita a Mary de Rachewiltz, ovvero: quando Ezra Pound era agghindato come un putto&#8230;</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ezra Pound vs. Boris Pasternak. Una sfida fra titani: chi vincerà?</title>
		<link>https://www.pangea.news/ezra-pound-vs-boris-pasternak-una-sfida-fra-titani-chi-vincera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Feb 2019 05:31:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 1958 non è un anno come un altro per la letteratura. Nel 1958 Ezra Pound, il grande poeta, viene liberato dal manicomio criminale di Washington, il St. Elizabeths, dove era rinchiuso dal 1945. “Stando a quel che si legge, Ezra Pound sta per tornarsene a casa con una bella patente di matto che lo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il 1958 non è un anno come un altro per la letteratura. Nel 1958 Ezra Pound, il grande poeta, viene liberato dal manicomio criminale di Washington, il St. Elizabeths</strong>, dove era rinchiuso dal 1945. “Stando a quel che si legge, Ezra Pound sta per tornarsene a casa con una bella patente di matto che lo libera dall’accusa di tradimento, per la quale l’hanno tenuto dodici anni in gabbia. <strong>Gli americani non escono bene da questo affare… Io spero che Pound torni”, scrive Indro Montanelli il 20 aprile 1958, sul <em>Corriere della Sera.</em></strong> Pound sbarcherà in Italia, a Napoli, sulla ‘Cristoforo Colombo’, il 9 luglio di quell’anno. Arrivò in Tirolo, dalla figlia Mary, tre giorni dopo. <strong>Nel 1958 il Nobel per la letteratura più contestato e politicamente velenoso della storia viene assegnato a Boris Pasternak. Pound sarà proposto al Nobel dall’anno successivo, senza accesso al trono.</strong> Come si sa, dopo pressioni di ogni sorta, l’espulsione dall’Unione degli scrittori e la minaccia che non gli sarebbe stato concesso di tornare in patria se si fosse recato in Svezia a ritirare il premio, Pasternak rifiuta il Nobel. <strong>“Si direbbe che il suo individualismo abbia deciso di seppellire il comunismo sul posto”, ha scritto, commentando l’alto rifiuto di Pasternak, Armand Robin, il suo traduttore francese. Pasternak muore nel 1960. L’anno dopo muore Ernest Hemingway</strong>, intimo amico di Pound. La sua morte, agli occhi di Pound, è la morte definitiva del mondo che conosce, di un mondo di intenzioni artistiche, di energie liriche, di idoli e di dèi. “Fu un colpo tremendo… L’aveva sognato prima di ricevere la notizia”, ricorda la figlia Mary. <strong>Sabato prossimo, il 2 febbraio, a Domodossola, alle ore 18, presso la Società Operaia di Domodossola (vicolo Teatro, 1), accadrà l’incontro “Pound vs. Pasternak: una sfida tra giganti della letteratura”.</strong> Alessandro Rivali parlerà di Pound a partire da <em>Ho cercato di scrivere Paradiso </em>(Mondadori, 2018), la lunga intervista a Mary de Rachewiltz, la figlia di EP, mentre io farò le parti di Pasternak, discutendo di <em>Un alfabeto nella neve </em>(Castelvecchi, 2018). Per aizzare la sfida, io e Alessandro abbiamo impilato dieci ragioni per leggere Pound e Pasternak (ne basterebbe una, invero: sono fondamentali per vivere in modo completo; non ne basterebbero un migliaio). Fate la vostra scelta. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>10 motivi per leggere Ezra Pound</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. Perché, come ricorda la figlia Mary, “ha dato all’America, e in un certo senso al mondo, un’epica che equivale alla <em>Divina Commedia</em>…</strong> l’epica necessaria per il futuro”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Perché negli ultimi frammenti prima di morire ha scritto: “Ho provato a scrivere il Paradiso</strong> / Non ti muovere, / lascia parlare il vento / così è Paradiso // Lascia che gli Dei perdonino quel che / ho costruito / Chi ho amato cerchi di perdonare / quello che ho costruito” (<em>Drafts and Fragments</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3. Perché ha ricordato a tutti i poeti</strong> presenti e futuri che “la bellezza è difficile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4. Perché senza di lui Hemingway non sarebbe stato Hemingway. Senza di lui la <em>Terra desolata</em> non sarebbe stata la <em>Terra desolata</em>.</strong> Senza di lui, non avremmo avuto l’<em>Ulysses</em> di Joyce.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5. Perché in <em>Catai</em> ha scritto con il vento docile dell’Oriente: “Montagne azzurre a nord della muraglia, / Orlate da un bianco fiume;</strong> / Qui ci dobbiamo separare / e incamminarci per mille miglia d’erba morta. / La mente, come una gran nube veleggiante, / Tramonto, come vecchi amici che si lasciano / Inchinandosi, su mani congiunte, a distanza. / L’uno all’altro nitriscono i cavalli / Mente ci distacchiamo” (“Commiato da un amico”).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6. Perché nei <em>Cantos</em> ha raccontato senza sconti l’inferno della Prima guerra mondiale:</strong> “I saccarinosi, stesi in glucosio, / i pomposi in ovatta / in un puzzo di grassi a Grasse, / il grand’ano scabroso scacazza mosche, tuona imperialismo, / latrina, cesso, pisciatoio, senza cloaca” (Canto XV).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7. Perché fu profeta nel descrivere l’orrore del capitalismo selvaggio: </strong>“Con usura nessuno ha una solida casa / di pietra squadrata e liscia / per istoriarne la facciata, / con usura / non v’è chiesa con affreschi di paradiso / harpes et luz / e l’Annunciazione dell’Angelo / con le aureole sbalzate / […] Peggio della peste è l&#8217;usura, spunta / l’ago in mano alle fanciulle / e confonde chi fila. Pietro Lombardo / non si fe’ con usura / Duccio non si fe’ con usura / nè Piero della Francesca o Zuan Bellini / nè fu “La Calunnia” dipinta con usura…” (Canto XLV).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8. Perché, seguendo Confucio, insegnava che è essenziale impiegare la terminologia esatta: </strong>“Fan Tchi chiese a Kung il Maestro (cioè Confucio) insegnamenti sull’agricoltura. il Maestro disse: ne so meno di un qualsiasi vecchio contadino. Diede la stessa risposta per il giardinaggio: un vecchio giardiniere ne sa più di me. Tseu-Lou chiese: se il Principe di Mei ti nominasse Capo del Governo, quale sarebbe la prima cosa che faresti? Kung: chiamare persone e cose con i loro nomi, cioè con le giuste denominazioni, perché la terminologia fosse esatta” (<em>Guida alla Cultura</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>9. Perché continuò a scrivere il suo Poema nella gabbia di Pisa accecato dal sole o dei riflettori:</strong> “E la carità più profonda / si trova fra chi ha infranto / le regole” (Canto LXXIX); “Come è lieve il vento sotto Taishan / sa di mare / ci toglie all’inferno, alla fossa / alla polvere e alla luce accecante” (Canto LXXIX); “Deponi la tua vanità / Sei cane bastonato sotto la grandine / Tronfia gazza nel sole delirante, / Mezzo nero mezzo bianco / tu non distingui fra ala e coda / Giù la tua vanità / Spregevole è il tuo odio” […] “Ma aver fatto piuttosto che non fare / questa non è vanità […] Aver colto dall’aria una tradizione viva / o da un occhio fiero ed esperto l’indomita fiamma / Questa non è vanità” (Canto LXXXI)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>10. Perché ha scritto questi versi che adoro: “Il mare oltre i tetti, ma sempre mare e promontorio.</strong> / E in ogni donna, pur fra l’acredine c’è una tenerezza, / Una luce azzurra sotto le stelle” (Canto CXIII).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Rivali</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>10 motivi per leggere Boris Pasternak</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. Perché quando l’Unione degli scrittori, in seguito alla pubblicazione clandestina del <em>Dottor Zivago</em> e alla conseguente assegnazione del Nobel per la letteratura lo espelle per “tradimento nei confronti del popolo sovietico”, il poeta risponde così</strong>: “Non mi aspetto giustizia da voi. Mi potete fucilare o deportare, potete fare quello che volete. Vi perdono in anticipo”. Il perdono come carisma lirico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Perché nel 1932 scrive un poema d’altezza siderea, <em>Le onde </em>– che va ascoltato nell’interpretazione di Carmelo Bene – dove sono incastonati questi versi, miliari:</strong> “Vi sono nell’esperienza dei grandi poeti/ tali tratti di naturalezza/ che non si può, dopo averli conosciuti,/ non finire con una metamorfosi completa.// Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi/ e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno/ non si può non incorrere, infine, come in un’eresia/ in un’incredibile semplicità”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3. Perché è il poeta decisivo del Novecento: pur all’interno di una tradizione poetica precisa, senza simulare allarmate avanguardie, l’ha scassinata</strong>, con un linguaggio cifrato, allusivo, selvaggio (leggete <em>Mia sorella la vita</em>); perché aveva doti da sciamano del linguaggio, fino a intimorire Stalin; perché è sopravvissuto all’orda del ‘realismo socialista’, all’epoca che ha ucciso i suoi poeti, e li ha visti morire, uno per uno – Esenin, Majakovskij, Mandel’stam, Cvetaeva… – con i suoi occhi intrisi nella pietà e nel diamante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4. Perché sapeva obbedire alla grandezza, sapeva riconoscerne il celeste e il celestiale. In particolare, tenne sempre in adorazione Rainer Maria Rilke:</strong> “Ho sempre pensato che nelle mie personali esperienze, in tutta la mia arte, io non ho fatto altro che tradurre e variare i suoi motivi, senza nulla aggiungere al suo mondo e muovendomi sempre nella sua scia” (da una lettera a Michel Aucouturier, 19 marzo 1959). Quando muore, nel 1960, all’interno del suo portafogli è trovato un piccolo cartiglio firmato da Rilke, scritto diversi lustri prima, in cui Rainer si complimenta con il poeta russo dopo aver letto alcuni suoi versi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5. Per come lo ha cantato Anna Achmatova, in una lirica del 1936, <em>Il poeta</em>, in cui descrive Pasternak così:</strong> “ha avuto in premio un’eterna fanciullezza,/ la perspicacia magnanima degli astri;/ la terra tutta è stata suo appannaggio,/ ed egli l’ha divisa con tutti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6. Perché a Parigi, era la prima estate del 1935, costretto a forza dal governo sovietico a partecipare a quel vile Congresso degli scrittori “per la difesa della cultura”, poco prima d’incontrare, intontito dall’insonnia, Marina Cvetaeva, ha dato la più bella, umile, ariosa descrizione di cos’è la poesia:</strong> “La poesia rimarrà sempre eguale a se stessa, più alta di ogni Alpe d’altezza celebrata: essa giace nell’erba, sotto i nostri piedi, e bisogna soltanto chinarsi per scorgerla e raccoglierla da terra; essa sarà sempre troppo semplice perché se ne possa discutere nelle assemblee; essa rimarrà sempre la funzione organica dell’uomo, essere dotato del dono sublime del linguaggio razionale, di maniera che, quanto più ci sarà felicità a questo mondo, tanto più sarà facile essere artisti”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7. Per come lo ha descritto Marina Cvetaeva, in una lettera del 10 febbraio del 1923 – il giorno del compleanno di Pasternak, secondo il calendario gregoriano: “Siete il primo poeta che – in tutta la mia vita – vedo. Siete il primo poeta nel cui domani credo come nel mio.</strong> Siete il primo poeta le cui poesie sono più piccole del loro autore, anche se più grandi di tutte le altre… Su nessuno ho visto il marchio da ergastolano del poeta. Etichette di versificatori ne ho viste molte – e di ogni tipo. Vivevano e scrivevano poesie (le due cose – separatamente) ignorando l’ossessione della scrittura, lo spreco di se stessi, accumulando tutto nei loro versetti – e non vivevano: si arricchivano… Voi, Pasternak, in assoluta purezza di cuore, siete il primo poeta della mia vita”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8. Per come lui, nel 1930, ha descritto il suicidio di Vladimir Majakovskij, con un distico che è una pallottola conficcata sul cranio della Rivoluzione: </strong>“Il tuo sparo fu come un’Etna/ in un pianoro di codardi”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>9. Per la cura con cui lo ha tradotto Angelo Maria Ripellino – in un Paese editorialmente inerme come il nostro, dove, paradosso, esiste un ‘Meridiano’ Mondadori delle <em>Opere narrative </em>di Pasternak ma manca l’opera omnia poetica di uno dei lirici più autorevoli e influenti del millennio</strong> – e per le parole con cui ne ha cinto il talento: “Pasternak si ritrasse sin dagli inizi in una sua gelosa solitudine… e negli anni tumultuosi della rivoluzione si tenne ancora in disparte, diffidando dei temi politici e di quella poesia tribunizia in cui s’era invece tuffato Majakovskij con tutta l’anima. […] Egli passava nel folto delle battaglie, che avrebbero mutato la Russia, come un sonnambulo, destandosi a tratti per annotare con voce assonnata, non le gesta del popolo, ma i prodigi del cosmo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>10. Perché è il poeta della vita, della gioia, del rischio della poesia che mette tutto in discussione, tanto che in una delle ultime lettere, a Nina Tabidze, sorpassa se stesso, si annienta, si proietta verso una ulteriore zona innocente e vergine dell’arte, con sovrumana compassione:</strong> “<em>Zivago </em>è un passo molto importante, una grande felicità e un successo quali neppure mi ero sognato. Ma ciò è fatto, e, assieme al periodo che questo esprime più di tutto ciò che è stato scritto da altri, questo libro e il suo autore si ritirano nel passato, e di fronte a me, ancora vivo, si libera uno spazio, la cui integrità e purezza vanno dapprima comprese e poi riempite da questa comprensione”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo</em></strong></p>
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		<title>“Gentile Signor Pound, i Cantos pisani sono veramente straordinari”: quando Marshall McLuhan andò a trovare ‘Ez’ nel manicomio criminale – e divenne suo fan</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Nov 2018 09:58:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Posto delle fragole (1957) di Ingmar Bergman è un film struggente, che può insegnare molto ai nostri cuori stremati dalla fretta. Il protagonista, il vecchio professore Isak Borg (interpretato da Victor Sjöström), ha vissuto una vita inautentica, tutta orientata al successo professionale e invece algida nelle relazioni personali. La sua «corazza» viene perforata in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il <em>Posto delle fragole</em> (1957) di Ingmar Bergman è un film struggente, che può insegnare molto ai nostri cuori stremati dalla fretta. Il protagonista, il vecchio professore Isak Borg (interpretato da Victor Sjöström), ha vissuto una vita inautentica, tutta orientata al successo professionale e invece algida nelle relazioni personali. <strong>La sua «corazza» viene perforata in un viaggio in auto verso Lund, quando torna a visitare il giardino d’infanzia. Rivede così il «posto delle fragole», venendo travolto dalla nostalgia e da emozioni così forti che sembrano colorare i peraltro splendidi bianchi e neri di Bergman.</strong> Inizia così un percorso di esplorazione del proprio paesaggio interiore…</p>
<p style="text-align: justify;">In qualche modo, forse anche per lo scenario «nordico», rispetto al mio domicilio abituale, <strong>il mio Giardino delle fragole è il castello di Brunnenburg. Il suo grande portone in legno.</strong> Le sue torri. La terrazza che si affaccia su valli meravigliose e verdeggianti.</p>
<p><figure id="attachment_64148" aria-describedby="caption-attachment-64148" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64148" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-300x181.jpg" alt="Mary Daniele Ferroni" width="300" height="181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-300x181.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-768x464.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-1024x619.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Mary-Daniele-Ferroni-600x363.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64148" class="wp-caption-text">Mary de Rachewiltz, la figlia di Ezra Pound, fotografata da Daniele Ferroni</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Qui tornò, proprio sessant’anni fa, Ezra Pound dopo l’interminabile prigionia nel manicomio criminale di Washington<strong>. Qui iniziò a cercare di dare compimento al Paradiso dei suoi <em>Cantos</em>. Qui vive Mary de Rachewiltz (1925), avvolta dalle carte e dai libri del padre, che iniziò a tradurre durante la Seconda guerra mondiale quando era una ginnasiale di 14 anni.</strong> Mary è il riferimento obbligato per i poundiani di tutto il mondo. Ed è anche per questo che a Merano, distante dal castello solo una manciata di chilometri di ordinatissimi meleti, è sorto il Centro di ricerca «Ezra Pound» che «realizza progetti editoriali con lo scopo di valorizzare il lascito del poeta e di arricchire il corpus di edizioni critiche e di traduzioni già esistenti… organizza letture, colloqui, workshop e convegni tematici, fungendo in tal modo da punto di riferimento per la collaborazione internazionale tra i ricercatori poundiani e da centro di formazione per giovani studiosi».</p>
<p style="text-align: justify;">Il direttore del Centro è Ralf Lüfter (Accademia di Merano) e il comitato scientifico annovera alcuni dei <em>top player</em> dell’universo poundiano: Massimo Bacigalupo, autore dell’imprescindibile <em>L’ultimo Pound</em> (Edizioni di Storia e Letteratura, 1981), nonché curatore dei <em>Canti postumi</em> di Pound (Mondadori, 2002), Siegfried de Rachewiltz, figlio di Mary e ideatore del museo agricolo di Brunnenburg, Richard Sieburth (<em>A Walking Tour in Southern France: Ezra Pound Among the Troubadours</em>, New Directions, 1992), infine, David Moody, autore della monumentale biografia in tre volumi di Pound pubblicata dalla Oxford University Press (peccato non si sia fatto vivo ancora nessun editore italiano, l’ultimo volume, <em>The Tragic Years – 1939-1972</em>, è uscito nel 2015).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Centro di ricerca Ezra Pound è a Villa San Marco, presso l’Accademia di studi italo-tedeschi. Un incantevole chalet nel verde, che forse non sarebbe dispiaciuto al professor Borg di Bergman.</strong> Non lontano, corre la «passeggiata estate» sul fiume Passirio (nei giardini la brutta statua alla Principessa Sissi), e la chiesa del Santo Spirito (fondata nel 1271, al suo interno ci sono splendide statue lignee).</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso novembre è stato memorabile per gli appassionati di Pound. Doppio appuntamento in simultanea, a Merano e a Venezia. Il 16 novembre al teatro Goldoni della città lagunare, così spesso richiamata dai <em>Cantos</em>, è andato in scena «Ezra in Gabbia», spettacolo scritto e diretto da Leonardo Petrillo con Mariano Regillo protagonista. Il 79enne attore napoletano, raggiunto dal <em>Corriere della sera</em>, ha svelato la sua ispirazione: <strong>«Sono profondamente attratto dalla grandiosità della lirica di Pound ed è questo che intendo evocare. Il personaggio che interpreto in modo epico, non didascalico, è un uomo che torna in pubblico per farsi giudicare dalla platea per i presunti “reati” commessi in vita: in palcoscenico si celebra il processo che Ezra non ebbe mai e ora lo pretende. </strong>Espone i momenti più duri e più bui della sua esistenza e vuole essere finalmente giudicato: colpevole o innocente. Essere liberato oppure no da quella gabbia&#8230; per trovare pace». Lo spettacolo ha registrato il <em>sold out</em> e grande successo di critica. Confidiamo in un ampio tour nazionale, mentre possiamo concordare con Regillo che Pound sia stato imprigionato per lungo tempo senza nessuna condanna… […]</p>
<p style="text-align: justify;">Il convegno di Merano si è aperto con la relazione di Carlo Pulsoni, ordinario di filologia romanza presso Università degli Studi di Perugia, che <strong>ha ricordato l’impegno di Vanni Scheiwiller perché gli scrittori italiani firmassero una petizione per liberare Pound. In proposito, ecco un significativo stralcio della lettera (sinora inedita) del 21 gennaio 1956 del giovane editore milanese a Ungaretti che aveva scritto (con qualche inesattezza) su <em>Epoca</em> a proposito di Pound: «Caro signor Ungaretti, un mio compagno d’Università mi ha passato il numero di <em>Epoca</em> con i quattro interventi su Ezra Pound. Sono tanto contento delle sue buone parole: solidarietà umana e buon cuore – niente schifosa letteratura – o peggio. </strong>(Mi fa piacere, perché ho conosciuto lei di persona, proprio e solo per parlarle di Ezra Pound, ricorda? Un caso simpatico). Siccome ci sono tanti imbecilli e in malafede, le scrivo per segnalarle una piccola inesattezza. Dove scrive “quelle pagine letterarie alla Radio di Roma, le ho qui, nel volumetto dove sono uscite quest’anno raccolte ecc.”. <em>Lavoro ed usura </em>non sono le trasmissioni radiofoniche, ma il succo, per così dire, di quelle di argomento politico-economico. Erano in inglese – in un inglese, pare, incomprensibile agli stessi compatrioti. Comunque, tutti i suoi discorsi da Radio Roma sono microfilmati e a disposizione di tutti alla Biblioteca del Congresso di Washington (una scelta, poco felice nonostante le buone intenzioni, è stata pubblicata a Siena nel 1948: <em>If this be treason</em>…). […] Valeri e Solmi stanno pensando da anni a un <em>appello di scrittori italiani </em>per la liberazione di Ezra Pound. Spero di arrivare in porto per Pasqua. (Io faccio solo il <em>postino</em>). <strong>Lei sa meglio di me come è difficile mettere d’accordo quelle teste dure dei “letterati” (specie i “critici” e i poeti di secondo piano…)».</strong> […]</p>
<p style="text-align: justify;">La sessione pomeridiana del convegno è stata aperta da Manlio Della Marca (Università di Monaco) che ha studiato i carteggi di Pound con Eva Hesse (traduttrice dei <em>Cantos</em> in Germania) e il massmediologo Marshall McLuhan, che andò a trovare (con il critico Hugh Kenner) il poeta prigioniero. Ricorda Della Marca: <strong>«</strong><strong>Il pomeriggio del 4 giugno 1948, nel manicomio criminale St. Elizabeths di Washnigton D.C. avviene probabilmente uno degli incontri più intriganti nella storia della cultura occidentale del Novecento: lo studioso canadese Marshall McLuhan, che nel giro di pochi anni avrebbe raggiunto la celebrità planetaria conquistandosi l’appellativo di «oracolo» dei nuovi media, incontra Ezra Pound, universalmente riconosciuto come uno dei maggiori e controversi poeti del canone letterario americano.</strong> Dall’incontro nasce un affascinante scambio epistolare che si protrae fino al 1957. Le lettere, solo in parte pubblicate in italiano, e materiali d’archivio inediti, mostrano in modo inequivocabile l’influenza che lo stile e le idee di Pound ebbero sulla concezione del primo libro di McLuhan, <em>La sposa meccanica</em> (1951), il cui titolo originario, come risulta da una prima versione del manoscritto conservata ai Canada Archives di Ottawa, doveva essere <em>Guide to Chaos</em>, un esplicito omaggio al poundiano <em>Guide to Kulchur</em> del 1938. Come si evince da una lettera inviata da McLuhan a Pound il 30 giugno 1948, l’intuizione geniale del massmediologo canadese è quella di utilizzare il “metodo ideogrammatico” di Pound per catturare la complessità e le contraddizioni della cultura di massa: «Caro Pound […] sto lavorando a un libro […] sulla pubblicità, i fumetti, i sondaggi d’opinione, la stampa, la radio, i film ecc. Icone popolari intese come ideogrammi con complesse implicazioni…».</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco invece l’opinione espressa sulla poesia di Pound un paio di settimane prima: <strong>«Gentile signor Pound… i <em>Canti pisani</em> sono veramente straordinari, e rivelano una gamma di esperienze che sarebbe presuntuoso elogiare.</strong> Non si sente forse affine (nell’àmbito della poesia inglese) a Ben Jonson? Lo stesso modo plastico-scultoreo? La difficoltà principale che presenta la sua poesia – i <em>Cantos</em> – per quanto riguarda i lettori contemporanei è certamente lo stile intensamente maschile. Questa è un’età di psicologismo e di adorazione del grembo. La sua chiara risonanza e i suoi contorni ben delineati sono intollerabili ai lettori crepuscolari che si adagiano sulle implicazioni di genere. I suoi <em>Cantos</em> a mio avviso, costituiscono il primo e l’unico uso serio delle grandi possibilità tecniche del cinematografo. Ho ragione di ritenerli come il montaggio di <em>personae</em> e di immagini scolpite? Flashback che conferiscono percezioni simultanee?». (Altre lettere a Pound si trovano nel bel libro: Marshall McLuhan, <em>Corrispondenza 1931-1979</em>, Sugarco 1990). […]</p>
<p style="text-align: justify;">Leggere i <em>Cantos</em>, ossia la Divina Commedia del Novecento, ecco il miglior modo per riconoscere in Pound il grande Ulisse del nostro tempo. E intanto per i poundiani, si avvicina un nuovo importante appuntamento: l’<em>Ezra</em> <em>Pound International Conference</em> che si terrà all’Università di Salamanca dal 25 al 29 giugno 2019…</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Rivali</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>*Alessandro Rivali sarà a Rimini, una delle città ‘poundiane’, sabato 24 novembre, ore 17,30, al Museo della Città, a parlare del suo libro “Ho cercato di scrivere Paradiso” (Mondadori, 2018). Il reportage in questa pagina, parte di un articolo che sarà pubblicato su “Studi Cattolici”, si pubblica per gentile concessione</em></strong></p>
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		<title>“Ma gli animali del presepio forse si romperanno nella posta, tuo babbo EP”: le lettere di Pound alla figlia Mary (e un incontro a Rimini)</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Nov 2018 08:12:37 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Tra le città che ci abbagliano, come corone di bronzo, dalla voragine dei “Cantos”, un ruolo particolare ha Rimini. <strong>Ezra Pound transita per Rimini nel 1922 e nel 1923, per prendere notizie, ‘dal vivo’, intorno a Sigismondo Pandolfo Malatesta, eroe dei cosiddetti <a href="http://www.english.illinois.edu/maps/poets/m_r/pound/poundandmalatesta.htm" target="_blank" rel="noopener">‘Malatesta Cantos’,</a></strong> nella porzione VIII-XI del grande poema. <a href="https://www.lrb.co.uk/v21/n06/lawrence-rainey/between-mussolini-and-me" target="_blank" rel="noopener">Proprio a Rimini, pare</a>, tramite Averardo Marchetti, reduce della Grande Guerra, mussoliniano di ferro, Pound entra in contatto con la visceralità romagnola e con la vivacità del fascismo. Per altro, Rimini risalta nel Canto 72, un requiem sopra la città spappolata dai bombardamenti della guerra (“Rimini arsa e Forlì distrutta/ chi vedrà più il sepolcro di Gemisto/ che tanto savio fu, se pur fu greco?”). <strong>A Rimini, nel Tempio Malatestiano che gli è caro – “il Tempio è principalmente una metafora del grande progetto dei ‘Cantos’”</strong>, <a href="http://www.pangea.news/benvenuti-nella-mia-biblioteca-derba-dialogo-david-brooks-lo-scrittore-piu-eccentrico-doceania-poeti-ormai-si-credono-impotenti-non-reagiscono-allorror/" target="_blank" rel="noopener">mi disse David Brooks</a>, grande poeta australiano e studioso di Pound – il poeta ritorna l’11 settembre del 1963, insieme a Olga Rudge, ad assistere a un concerto della Sagra Malatestiana, “bianco di chiome e di barba breve, alto, un po’ curvo, raccolto in sé, gli occhi azzurri d&#8217;acquamarina lampeggianti di pagliuzze d’oro”, come lo descrive Luigi Pasquini. A Rimini, non a caso, ma a consolidare un rapporto, intorno <a href="http://www.raffaellieditore.com/cerca?keywords=pound&amp;x=0&amp;y=0" target="_blank" rel="noopener">all’editore Raffaelli,</a> nasce una collana di studi ‘poundiani’, che ha prodotto libri di rara qualità.<strong> Il prossimo sabato, 24 novembre, alle ore 17,30, presso la Sala degli Arazzi del Museo della Città, Pound in qualche modo fa ritorno a Rimini. Alessandro Rivali,</strong> infatti, presenterà il suo libro, che è una colta intervista a Mary de Rachewiltz, la figlia di Pound, <a href="https://www.librimondadori.it/libri/ho-cercato-di-scrivere-paradiso-alessandro-rivali/" target="_blank" rel="noopener">“Ho cercato di scrivere Paradiso”</a>, pubblicato da Mondadori. L’incontro, creato dal Comune di Rimini, è coordinato dalla rivista letteraria ‘Pangea’. Come antipasto, pubblichiamo per gentile concessione alcune lettere finora inedite di Pound alla figlia, radunate nel volume. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>***</em></p>
<p><figure id="attachment_64088" aria-describedby="caption-attachment-64088" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64088" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-300x181.jpg" alt="rivali mary" width="300" height="181" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-300x181.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-768x464.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-1024x619.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/rivali-mary-600x363.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64088" class="wp-caption-text">Alessandro Rivali e Mary de Rachewiltz fotografati da Daniele Ferroni</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un ultimo regalo di Mary: una manciata di lettere inedite scambiate con il padre negli anni 1936-1937. Lei, al tempo, aveva undici anni ed era a Gais, in Val Pusteria, presso i Marcher, la famiglia della sua balia; lui in Liguria. </strong>Sulla carta intestata delle missive è stampigliata la data, con l’indicazione sia in numeri arabi sia secondo la cronologia fascista, il volto stilizzato di Pound disegnato da Gaudier e l’indirizzo di Rapallo: via Marsala 12 – 5. Sono lettere brevi, fresche e, a loro modo, illuminanti. <strong>Abbiamo la sorpresa di leggere l’italiano scricchiolante ma così “colorato” di Pound. Ricorrono i capisaldi di una vita:</strong> la passione per la scrittura e per l’utilizzo della giusta terminologia (“SCrivere si sCrive col C. non si scrive sRivere. Ni sRitto / ma sCRitto”); e poi l’attenzione all’economia e alla sobrietà, l’amore per la musica e per la cultura europea, così come la speranza che la figlia apprenda presto la lingua paterna (“Fra poco TU devi scrivere in inglese”). Infine, c’è quell’energetico<em> sense of humour s</em>pesso trascurato da chi si è avvicinato a Pound. Anche per questo era necessario ricalibrare lo zoom su di lui. (<em>Alessandro Rivali</em>)</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anno XIII 1935 </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciao Cara puoi mandarmi la lettera per la mamma, nella stessa busta colla risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">e come vuoi che io ti compro un beretto quando non so si tu hai la testa d un elefante o d’un agnellina? mi manda la misura.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi ho mandato un vecchio mantello soprabito, ma che ha pelice che può servire ma forse il mantello e a bastanza grande per servire qualcheduno più grande di te</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, qui sono 50 lire per natale, e non fare delle pazzie. c’è un po’ di cioccolato nel soprabito.</p>
<p style="text-align: justify;">e qui non ci sono pini, per albore di natale</p>
<p style="text-align: justify;">ma si può fare il presepio, questo non e mica vietato.</p>
<p style="text-align: justify;">ma gli animali del presepio forse si romperanno nella posta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha mai ricevuto le tazze per la bambola? Come non costavano un milione non le ho mandate assicurata.</p>
<p style="text-align: justify;">Liebe Frau</p>
<p style="text-align: justify;">Ich sende 150 lire fur december</p>
<p style="text-align: justify;">50 per Maria per le feste (o per un beretto e le feste</p>
<p style="text-align: justify;">200</p>
<p style="text-align: justify;">in tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>17 Marzo anno XV 1937</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ciao, cara.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto il paccho del libro, e ti lo mandaro domani quando là Ufficio postale si apre.</p>
<p style="text-align: justify;">SCrivere si sCrive col C. non si scrive sRivere. Ni sRitto ma sCRitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero che verrà la Primavera, anche qui in riviera</p>
<p style="text-align: justify;">era tornato il freddo, ma adesso vengono i fiore sulle arboli.</p>
<p style="text-align: justify;">Spero che tutti i bestie non moriranno da fame, mancando il fieno.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nonno è uscito oggi da casa, dove ha stato coi male ai piedi. ma in somma, non sta mica male. Ed ha tre denti nuovi.</p>
<p style="text-align: justify;">And so forth. Fra poco TU deve scrivere in inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">Before long you will have to write English.</p>
<p style="text-align: justify;">tanti saluti alla Famiglia Marcher se si scrive Marcher cosi. L’altra volta mi dicesti di scrivere MarHer. etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro partira domani matina.</p>
<p style="text-align: justify;">ciao.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuo babbo EP</p>
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