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	<title>Mario Luzi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>La destrezza dell’addio. Betocchi, Luzi, Caproni: le tre “cantiche” della poesia italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/poesia-italiana-luzi-betocchi-caproni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Nov 2025 05:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Betocchi]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Regole del gioco. In questo articolo interpretiamo tre poeti secondo le tre cantiche della&#160;Commedia. Mario Luzi (Paradiso) e Giorgio Caproni (Inferno) si muovono, per orientamento linguistico, ai poli opposti. L’opera di Carlo Betocchi è una sorta di&#160;Purgatorio. Il&#160;Purgatorio&#160;della poesia italiana del Novecento.&#160; * Cosa vuol dire? Che ci deve essere un terzo perché due ‘campioni’ [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/poesia-italiana-luzi-betocchi-caproni/">La destrezza dell’addio. Betocchi, Luzi, Caproni: le tre “cantiche” della poesia italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Regole del gioco. In questo articolo interpretiamo tre poeti secondo le tre cantiche della&nbsp;<em>Commedia</em>. Mario Luzi (<em>Paradiso</em>) e Giorgio Caproni (<em>Inferno</em>) si muovono, per orientamento linguistico, ai poli opposti. L’opera di Carlo Betocchi è una sorta di&nbsp;<em>Purgatorio</em>. Il&nbsp;<em>Purgatorio</em>&nbsp;della poesia italiana del Novecento.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Cosa vuol dire? Che ci deve essere un terzo perché due ‘campioni’ percorrano le vie più estreme. Un terzo che si fa pasto, che si fa ponte. Quello che arriva fin dove la via si biforca: altri la percorrano, nell’ascesa e nel precipizio. Ci vuole Guinizelli perché&nbsp;<em>accadano</em>&nbsp;Dante e Petrarca; ci vuole Boiardo perché Ariosto e Tasso ne esasperino le conseguenze liriche; c’è Foscolo alle spalle di Manzoni e di Leopardi; Carducci a preparare Pascoli e D’Annunzio.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p>Ma questa è scolastica, è grigio schematismo. Il&nbsp;<em>terzo</em>, nel caso di Betocchi, è colui “che ti cammina sempre accanto”.&nbsp;<em>There is always another one walking beside you</em>, canta Thomas S. Eliot al termine della&nbsp;<em>Waste Land</em>. E chi è questo&nbsp;<em>terzo</em>, questo&nbsp;<em>altro</em>? Io direi: Emmaus. Lì è tutto: dubbio, irriconoscenza, pasto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Emmaus. “L’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (<em>Lc</em>&nbsp;24, 35). In un articolo uscito su “La Lettura” del “Corriere della sera”, Daniele Piccini ha scritto che “il destino di Carlo Betocchi, della sua poesia, [è] stato quello di disseminarsi, di fare da spora e da seme di tanta altra poesia”, poesia che “si è ripercossa e rifranta in tante voci, che se ne sono nutrite”. Betocchi è il poeta che si spezza, come il pane, perché altri se ne nutrano. Nutrimento necessario per giungere in zone nuove, mai intaccate prima.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="661" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/Betocchi-Carlo-Tutte-le-poesie-661x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105478" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/Betocchi-Carlo-Tutte-le-poesie-661x1024.jpg 661w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/Betocchi-Carlo-Tutte-le-poesie-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/Betocchi-Carlo-Tutte-le-poesie-600x930.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/Betocchi-Carlo-Tutte-le-poesie.jpg 697w" sizes="(max-width: 661px) 100vw, 661px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Poesia&nbsp;<em>purgatoriale</em>&nbsp;quella di Betocchi: che si pone a mezzo tra i diktat dell’epoca – ermetici, vociani, futuristi –, che appare senza apparente appartenenza. Poesia&nbsp;<em>purgatoriale</em>&nbsp;perché sta nel linguaggio della creatura, che è lingua sobria – fatta per sobillare l’anima –, lingua della pena e dello stupore, che ama ciò che è passato – senza nostalgia né rancore – in virtù di ciò che verrà. Linguaggio con il&nbsp;<em>premio</em>&nbsp;sempre in fronte; linguaggio che procede per purificazioni, senza emendare, senza lancinanti slanci. Che resta fedele all’uomo: senza accensioni astratte o metafisiche, da linguaggio angelicato, né abissi. L’<em>occasione</em>, in Betocchi, non svela il caos del mondo, il rebus delle forme, lo stigma dei ‘segni’ da interpretare; è lì per dire la forza – piena, rivelata, ‘pasquale’, dacché il regno è questo, schiuso dal Figlio – delle cose, dei “tetti toscani”, del plenilunio e delle rovine, dei giorni perduti e dei “fiumi meridiani”. Non c’è&nbsp;<em>posa</em>&nbsp;in Betocchi, ma la severità – a tratti allucinata, a tratti dolcissima – di chi&nbsp;<em>guida</em>.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Poesia&nbsp;<em>purgatoriale</em>&nbsp;perché in ascesa. L’esordio –&nbsp;<em>Realtà vince sogno</em>, Vallecchi, 1932 –, così manifesto da tenere per incuranza in un aldilà del cuore le altre, potentissime raccolte, le&nbsp;<em>Ultimissime</em>&nbsp;(Mondadori, 1974),&nbsp;<em>Un passo, un altro passo</em>&nbsp;(Mondadori, 1967), le&nbsp;<em>Poesie del sabato</em>&nbsp;(Mondadori, 1980). Betocchi passa dalla luce infera di Rimbaud – letto con le lenti, fallate, di Claudel – a quella, piena, di Eliot e dunque di Dante. Lo confessa –&nbsp;<em>purgatoriale</em>: rettitudine del dire – in&nbsp;<em>Diario della poesia e della rima</em>:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“…oggi penso che non avrei voluto somigliare a Rimbaud. Da giovane, quando l’amavo, non avevo meditato abbastanza la spaventosa aridità delle&nbsp;<em>Illuminazioni</em>, il cui splendore lampeggia di superbia… Vorrei invece aver somigliato ad Eliot, che nella sua creazione di poesia, rifacendosi a Dante, ha restituito alla pietà il trono che le spetta”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Betocchi poeta della vecchiaia, cioè del Purgatorio del corpo. Nessun lamento sulle antiche spoglie: sono la crisalide dell’uomo nuovo, sempre giovane agli occhi del Padre, per sempre figlio. Alcuni poemetti –&nbsp;<em>Il vecchio: stravaganze, sventura, destino</em>;&nbsp;<em>Breviario della necessità,&nbsp;</em>ad esempio – continuano a sorprendere per audacia di temi, di toni. Qui ricalco la quarta lassa da&nbsp;<em>In piena primavera, pel corpus domini</em>:</p>



<p><strong>“Non chiamare disperazione<br>la disperazione,<br>se non è ancora più forte,</strong></p>



<p><strong>se non è ancora a quel punto<br>che si spacca,<br>che s’apre una feritoia,</strong></p>



<p><strong>nemmeno la disperazione<br>è tua, cèdila<br>a chi è più forte di te,</strong></p>



<p><strong>attendi, accetta d’esser colmo<br>del tuo nulla;<br>scamperai da te stesso,</strong></p>



<p><strong>non saprai come, un altro sarà in te”.&nbsp;</strong></p>



<p>Poesia-viatico: non s’accontenta di sé – porta altrove.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Sbaglia chi giudica&nbsp;<em>facile</em>&nbsp;un poeta che si rifà, con ostinazione, a poeti dal verbo contorto, lebbrosi d’estro – John Donne e Gerard Manley Hopkins, Rimbaud e Dino Campana –, che opta per la via dantesca rispetto al lirismo di Petrarca: scalare il Purgatorio chiede audacia, artigliata lingua.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="624" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30550067069-624x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105479" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30550067069-624x1024.jpg 624w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30550067069-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30550067069-600x985.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30550067069.jpg 658w" sizes="(max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Repertori. Mario Luzi ha riconosciuto in Betocchi “il suo <em>solo maestro</em>” (Luigi Baldacci): tale maestria, tra l’altro, è testimoniata da un epistolario – <em>Luzi e Betocchi. Lettere 1933-1984</em>, a cura di Anna Panicali – uscito per la Società Editrice Fiorentina nel 2006. Giorgio Caproni ha scritto che Betocchi era “italiano all’antico modo romanico”, per via dell’“asciuttezza quasi frustante del linguaggio”. Il loro legame è riassunto in G. Caproni-C. Betocchi, <em>Una poesia indimenticabile. Lettere 1936-1986</em>, edito da maria pacini fazzi editore nel 2007, a cura di Daniele Santero. In una poesia “a Giorgio Caproni”, <em>Per Pasqua</em>: auguri a un poeta – poesia purgatoriale, cioè che indossa una croce – Betocchi si fa l’autoritratto: “un poveraccio… che vuole/ ciò che il mondo non vuole, solo amore”. </p>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p>Per stare in gioco ornitologico. Mario Luzi è l’aquila – Giorgio Caproni la civetta, agile nel disbrogliare la notte – Carlo Betocchi è il corvo – il <em>Crow</em> di Ted Hughes – l’uccello psicopompo, che sa comunicare con gli spiriti. </p>



<p>*</p>



<p>Per capire i ‘caratteri’ dei tre è bene leggere <em>Il mestiere di poeta</em>, la raccolta di “Autoritratti critici” edita da Lerici nel 1965. Il libro, negli anni, ha acquistato in smalto – più che un reperto archeologico è un frammento di futuro che ci sorprende, oggi, come un abbacinato presente –: su tutto, infatti, è l’aura del curatore, Ferdinando Camon, tra i più audaci e intelligenti scrittori del nostro tempo. Betocchi “siede a un tavolo fratino”, in uno studio “stretto, lungo, altissimo”; del poeta traluce “l’umanità”, pare figura estratta dal legno, con l’espressione ieratica e remissiva, da leone e da bue, che hanno i re dell’anno Mille. Caproni assale lo scrittore sguainando un “viso affilato e severo”, inchioda alle questioni ultime (“L’unica certezza che c’è nei miei versi è quella della vita e della morte”), fino a sfiorare gli inferi: “Oggi come oggi, sento che tutte le strutture (le ‘istituzioni’) classiche e ottocentesche non reggono più… Oggi dobbiamo rifare tutto da capo, oserei dire Dio stesso… La mancanza di UNA certezza, più che mia, mi sembra dell’epoca”. Mario Luzi, invece, come sempre, è sotto angelico manto: “la luce che gli piove di fianco” illumina “il volto affilato”; lo studio “mi sembra adatto solo al pensiero e alla meditazione”, il colloquio – come lo è con un’alterità celeste – “non può essere un colloquio facile”. A differenza di Betocchi e di Caproni, Luzi parla di sé e della propria opera con appagata coerenza; parla da un trono, dal cielo di Giove, certo di installarsi nella più nobile specie della poesia italiana. Mostruosa è la sua consapevolezza. “Non c’è una progressiva prosasticizzazione, in me, ma se mai l’assunzione anche dell’indeterminato… al piano della poesia”, dice a Camon, tra l’altro, Luzi. Indeterminato non più come deterrente, ma come volo. </p>



<p>*</p>



<p>Se uno (Betocchi) dice la creatura nel suo più tenero nome, l’altro (Caproni) ne sonda le viscere, il cuore maciullato, il cuore nero – il terzo (Luzi) la eleva, la trasfigura al cristallo. </p>



<p>*</p>



<p>Che è poi la tripartizione del linguaggio usato da Gesù: parlare agli uomini (agli accoliti e alle masse; Betocchi); parlare alle forze infere (Caproni; fino a confondersi con esse agli occhi dei più: <em>Mc</em> 3, 22 e <em>Lc</em> 11, 15); parlare a Dio (Luzi). Chissà quale lingua adotta Gesù nel deserto, quando “stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano” (<em>Mc</em> 1, 13). </p>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p>La nuova via di Caproni nasce con <em>Il muro della terra</em> (Garzanti, 1975), libro infero fin dal titolo (tratto da Inferno X, 2). La poesia è rarefatta: allo stesso tempo oracolo e imprecazione, distico sapienziale e sussurro che scatena le forze del caos. Dio è un rovello continuo, stretto tra ira glaciale e sarcasmo. “Un semplice dato:/ Dio non s’è nascosto./ Dio s’è suicidato” (<em>Deus absconditus</em>); “Sta forse nel suo non essere/ l’immensità di Dio?” (<em>Pensiero pio</em>). In <em>Senza esclamativi</em>, il poeta si puntella nel compito: compitare il vuoto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Com’è alto il dolore.<br>L’amore, com’è bestia.<br>Vuoto delle parole<br>che scavano nel vuoto vuoti<br>monumenti di vuoto. Vuoto <br>del grano che già raggiunse<br>(nel sole) l’altezza del cuore”. </strong></p>
</blockquote>



<p>In esergo, un verso di Hugo von Hofmannsthal (<em>Ach, wo ist Juli und das Sommerland!</em>), poeta di mefistofelica precocità, che ha svelato – nella <em>Lettera di Lord Chandos </em>– l’inconsistenza delle parole nel dire le cose, la scollatura, definitiva, tra detto e atto, impedimento di logos. “Il nome non è la persona.// Il nome è la larva” (<em>Il nome</em>), scrive Caproni, ed è, il suo, un andare poetico tra larve, tra spettri verbali – biascichio per inferi, dove l’improvviso, la rivelazione lampante si tramuta, in un attimo, in cabaletta ctonia.</p>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p>Nell’era dell’inferno vuoto – non si è più degni nemmeno di eterna pena – Caproni si aggira in un’ecatombe d’echi, si addentra nell’Ade interiore. Così, nel suo libro più risolto – per compiutezza d’inventiva, coerenza di stile e stazza etica tra i più alti del Novecento –, <em>Il conte di Kevenhüller</em> (Garzanti, 1986), Caproni scrive che “La Bestia che cercate voi,/ voi ci siete dentro” (<em>Saggia apostrofe a tutti i caccianti</em>), che “La Bestia che bracchiamo/ è il luogo dove ci troviamo” (<em>Riflessione</em>), che la vera caccia, allora, è cacciare se stessi da sé, che autentica cacciagione è questo nostro cuore “perché ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza” (<em>Gen</em> 8, 21). E Dio? Allo stesso tempo “preda/ mansueta e atroce” e vorace predatore che ci accerchia, vampiro e Moby Dick, Bestia, certo, che “o era fuggita via,/ o non esisteva”. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="673" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/71haLEbJeL-673x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105480" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/71haLEbJeL-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/71haLEbJeL-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/71haLEbJeL-600x913.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/71haLEbJeL.jpg 710w" sizes="(max-width: 673px) 100vw, 673px" /></figure>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p>Tra il 1963 e il 1964 Mario Luzi pubblica <em>Nel magma</em>, prima con Scheiwiller poi, in seconda edizione, ampliata, per il Saggiatore – l’ultima, definitiva, esce per Garzanti, nel 1966, a testimonianza di una rampicata lirica, di una lirica rampante. È una svolta: il linguaggio, sigillato di <em>Avvento notturno, Quaderno gotico, Primizie del deserto</em>, si scioglie; al linguaggio dell’annuncio – per sua natura chiuso, remoto per troppo affrettata prossimità, a cui si deve soltanto dire sì – segue quello dell’apocalisse, della rivelazione. Il linguaggio si esaudisce: l’apparenza prosastica – e tutte quelle continue apparizioni – è colta in aura di paradiso, ogni dialogo – ne pullulano, a flotte – è definitivo. Nel magma ottiene, nel dicembre del ’64, l’Etna-Taormina: insieme a Luzi è premiata Anna Achmatova. Il cammeo del poeta ha la nitidezza del monito: </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Anna Achmatova non pronunziò una sola parola… Al termine mi avvicinai per significarle la mia ammirazione che risaliva ai tempi dell’adolescenza: e l’emozione di averla incontrata… Lei ebbe negli occhi la luce di un sorriso, ma da una grande lontananza…”. </strong></p>
</blockquote>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p>Paradiso che, poi, non significa essere paghi, bensì: magnificare la fame – flottare nella luce. Né bitume d’ira né irenica inerzia, né pavoneggiarsi tra gli eredi dei retori, ma: rettitudine. Paradiso: campo da coltivare eternamente; Dio-vomere.  </p>



<p>Mario Luzi è un poeta sempre in picchiata. Nonostante la citazione, sviante – da Orazio – l’avo è Dante, ovunque. L’India, così, più che altro, è un sobborgo della Gerusalemme celeste, potremmo dire karma come un provvedere alla provvidenza:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mario” mi previene lei che indovina il resto. “Ancora<br>levi come una spada, buona a che?,<br>lo sdegno per le cose che ti resistono.<br>Uomo chiuso all’intelligenza del diverso,<br>negato all’amore: del mondo, intendo, di Dio dunque”. </strong></p>
</blockquote>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p><em>Su fondamenti invisibili </em>esce per Rizzoli nel 1971. Caproni ne è entusiasta – “È un libro di grande poesia, se dir grande in poesia è dir qualcosa. È, col <em>Magma</em>, il più grande libro di poesia uscito in Italia nell’ultimo quarantennio. A tanta altezza, chi potrà mai più raggiungerti?” –; un testo, <em>Nel corpo oscuro della metamorfosi</em>, è dedicato “A Carlo Betocchi, ai suoi meravigliosi settanta anni”. Il dialogo dilaga, la lega del dire è dantesca, più che mai:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Prega”, dice, “per la città sommersa”<br>venendomi incontro dal passato<br>o dal futuro un’anima nascosta<br>dietro un lume di pila che mi cerca<br>nel liquame della strada deserta.<br>“Taci” imploro, dubbioso sia la mia<br>di ritorno al suo corpo perduto nel fango.</strong></p>
</blockquote>



<p>In qualche modo, Luzi ‘volgarizza’ il linguaggio paradisiaco (<em>Nel magma</em>, cioè: nella mota di Dante, nel notturno del Paradiso), lo rende mansueto, pieno di maniglie. È in questo senso – senza afonia di eufemismo – che Caproni parla di grande poesia: poesia grande perché vasta, che può dare nutrimento a più generazioni. Poesia che non ammette epigoni – a differenza di quella di Ungaretti – bensì seguaci, pur sonnolenti. La pratica proposta da Luzi agirà profondamente in poeti altrimenti dissimili (ne dico alcuni: Vittorio Sereni, Cesare Viviani, Milo De Angelis, Davide Rondoni, Alessandro Ceni). All’aquila seguiranno le gazze.  </p>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p>L’opera che segue, che sia poema – <em>Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini</em>, Garzanti, 1994, per dire – o raccolta per distratto accumulo – <em>Dottrina dell’estremo principiante</em>, Garzanti, 2004 – ha la monotonia dei re, un fraseggio d’ineguagliato lignaggio. Verbo-stilita, anche quando il poeta parla – dantesco – di politica. Dicono non sia memorabile, Luzi: è vero, la memoria è un carattere troppo umano; in cielo è inutile orpello, vada in ordalia. </p>



<p><em>*</em><em></em></p>



<p>Caproni parlava anche di altezza. L’altezza, in Luzi, ha la voracità del commiato, la destrezza di un addio. E ora?</p>
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		<title>“Tra il sublime e l’immondo”. Poeti senatori a vita: il caso di Montale e di Mario Luzi</title>
		<link>https://www.pangea.news/montale-luzi-senatori-a-vita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 May 2024 04:28:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Eugenio Montale]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Senato]]></category>
		<category><![CDATA[Senatori a vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella vasta, convulsa strategia per giungere al premierato elettivo, il Senato, è notizia recente, ha votato l’abolizione della carica di “senatore a vita”. Secondo l’articolo 59 della Costituzione, s’intendono senatori a vita quei “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Sono senatori di nomina presidenziale; il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella vasta, convulsa strategia per giungere al <em>premierato elettivo</em>, il Senato, <strong><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2024/05/28/premierato-ok-al-primo-articolo-aboliti-i-senatori-a-vita_d805e974-fc94-4e0c-9fcb-06583229ea6e.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">è notizia recente, ha votato l’abolizione della carica di “senatore a vita”.</a></strong> Secondo l’articolo 59 della Costituzione, s’intendono senatori a vita quei “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Sono senatori di nomina presidenziale; il Presidente della Repubblica non può sceglierne più di cinque. Tutti i Presidenti della Repubblica sono senatori “di diritto e a vita”.</p>



<p>Di solito, l’incarico di senatore a vita è un invito alla morte, una specie di cenotafio. <strong>Il primo “poeta” eletto senatore a vita della Repubblica italiana – il che la dice lunga sul gusto estetico dei Presidenti – è stato Trilussa,</strong> un genio negli stornelli. Luigi Einaudi lo nominò il primo dicembre del 1950; il poeta morì pochi giorni dopo, il 21 dello stesso mese. Non fece mai ingresso in Palazzo Madama; era stato assegnato alla IV Commissione permanente, che si occupa di Difesa.</p>



<p>Il più scaltro di tutti i senatori a vita, secondo tempra, fu <strong>Arturo Toscanini</strong>. Nominato – anche lui – da Luigi Einaudi, il 5 dicembre del ’49, rifiutò l’invito, considerandolo un’offesa o quasi. “Schivo da ogni accaparramento di onorificenze, titoli accademici e decorazioni, desidererei finire la mia esistenza nella stessa semplicità in cui l’ho sempre percorsa”, scrisse al Presidente. Abitava a New York.</p>



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<p>Mi ha sempre affascinato il rapporto tra i poeti e la politica, per l’implicita incongruenza. Il poeta abita ai margini, come è possibile confinarlo nella stalla parlamentare? Il poeta è unico, è uno: perché minarne l’individualità, sbriciolare il suo estro nella calca dei Senatori? Un poeta non può <em>amministrare</em> il mondo, non può <em>governare</em> il proprio tempo: eventualmente, deve sgominarlo, deve voltargli le spalle. Al poeta si addice l’estremo e l’estraneo, piuttosto, l’infamia, non la burocrazia politica, le combine tra i partiti, le partiture a soggetto. È più facile immaginare un poeta-tiranno, che deliberi secondo capriccio, alternando l’ira sanguinaria alla plateale pietà, più che un poeta comodamente assiso in Senato. È più facile immaginare – secondo cliché – un poeta povero in canna, tarlato dal tormento – o dalla placida accettazione del proprio crudo destino –, reso alla patria indifferenza. Un poeta-profeta, insomma: né megafono né grillo parlante.</p>



<p>Ad ogni modo, i poeti, come è canone, sono sempre rimasti fuori dagli uffici di Governo. Le eccezioni, nella nostra storia recente (repubblicana), sono due. La prima è quella di <a href="https://webtv.senato.it/3182?newsletter_item=1510&amp;newsletter_numero=143#2" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Eugenio Montale</strong>. Eletto senatore da Giuseppe Saragat il 13 giugno del 1967</a>, restò in carica per cinque legislature, dalla IV alla VIII; cominciò nel gruppo Misto, tra Carlo Levi, Emilio Lussu e Ferruccio Parri; terminò tra le fila repubblicane, al fianco di Giovanni Spadolini. La sua attività fu cauta, sorniona, nelle retrovie. Aveva già pubblicato i grandi libri (<em>La bufera e altro</em> era uscito nel 1956), scriveva con vigorosa foia sul “Corriere della sera”; la breve esperienza nel Partito d’Azione lo aveva convinto a stare lontano dalla bagarre politica. Nel 1961 l’Università di Milano gli aveva conferito la laurea in Lettere per onori nel campo, diciamo così; compiva 71 anni e anelava il Nobel.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99789" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/s-l1200.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Benché sia transitato un po’ in tutte le commissioni – da quella destinata a “Istruzione pubblica e belle arti” alla Commissione “Giustizia”, dagli “Affari esteri” all’“Agricoltura” –, il poeta si premurò di non intervenire quasi mai in Senato: non presenta disegni di legge, ne firma pochissimi. Il primo aprile del 1971, insieme a Giovanni Leone, formula la <em>Nuova disciplina delle associazioni e delle fondazioni culturali e di ricerca scientifica</em>, interessante negli assunti (“La tradizione giuridica italiana, per tanti aspetti e settori ispirata a visioni moderne e tecnicamente aggiornate, denuncia invece, per quanto concerne le fondazioni e le associazioni culturali, l’immagine, oramai superata, dello Stato monopolizzatore di una serie di funzioni sociali”), arenatasi nel niente.</p>



<p>Da segnalare, la firma nel progetto di legge per la “soppressione dell’ente autonomo territoriale provincia” (in quanto, “struttura rigida e burocratica”) e quella “per l’incentivazione dell’uso dell’energia solare nel settore dell’edilizia privata e pubblica e dell’agricoltura”. Entrambi i progetti di legge sono presentati nel 1979 da Giovanni Spadolini. Il 10 ottobre 1979 il poeta chiede, insieme ad altri senatori, di ragionare “sui problemi posti dalla diffusione della droga in Italia”. Il 4 agosto del 1980 controfirma un’interrogazione per reclamare “tutte le informazioni in possesso del governo in merito alla dinamica dell’eccidio avvenuto nella stazione di Bologna, la cui gravità è senza precedenti nella storia non solo d’Italia, ma anche dei maggiori Paesi evoluti in tempo di pace”.</p>



<p>In una lettera a Mariano Rumor, all’epoca Ministro degli affari esteri, Montale confessa – con languida malizia – di soffrire di attacchi depressivi, di <em>gouffre</em>, la malattia dell’abisso, “una malattia che già afflisse il Manzoni… Il Manzoni ne fu colpito a 30 anni, io dopo i 70. È la mia unica superiorità su di lui”. Era il 1975, poco dopo il poeta sarebbe stato insignito del Nobel. Il Senato, naturalmente, scoccò applausi, scattò in allori. Giovedì 23 ottobre 1975, durante la seduta numero 504, il presidente Giovanni Spagnolli (DC) si felicitò con Montale, “una personalità di eccezionale rilievo della cultura italiana del Novecento e un uomo di forte e serena coerenza morale e civile”. Un poeta, per altro, dalla “salda coscienza patriottica”. Fu Giovanni Spadolini, all’epoca Ministro per i beni culturali e ambientali, a completare l’orazione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Si potrebbe dire che mai come in Montale lo spirito del premio Nobel abbia trovato degna e fedele espressione, nel senso che, se l’intento del premio è sempre stato quello di saldare valori artistici e radici morali nella letteratura, l’opera compressa di Montale è sotto questo profilo uno degli esempi più alti”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Montale gongolava. Tuttavia, è difficile riconoscere qui, leggendo in filigrana queste strategiche felicitazioni, il poeta che in <em>Piccolo testamento</em> (del 12 maggio 1953) prende le distanze da “lume di chiesa o d’officina/ che alimenti/ chierico rosso, o nero”, sosta al di là dalle maschere politiche di comunisti, neofascisti o democristiani, consapevole che “persistenza è solo l’estinzione”. Non a caso, forse, la lunga ‘carriera’ politica di Montale in Senato ha coinciso con la fase ironica, stanca, <em>in minore</em>, della sua creatività poetica.</p>



<p>Tra l’altro, l’azione politica di Montale è sconfitta quasi cronicamente da quella poetica. Nel <em>Quaderno di quattro anni</em>, pubblicato nel pieno dell’attività senatoria, è il 1977, il poeta, con lucido cinismo, recensisce “la vita” che “oscilla/ tra il sublime e l’immondo”, consapevole che “ne sapremo di più/ dopo le ultime elezioni/ che si terranno lassù/ o laggiù o in nessun luogo”. Quanto a lui, “l’immane farsa umana/ non è affar mio”, scrive.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mi sono rifugiato in una zona intermedia<br>che può chiamarsi inedia accidia o altro”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Le poesie di quel tempo hanno titolo intimidatori, non casuali: <em>Nel disumano; L’obbrobrio; Quel che resta (se resta); Un errore; I miraggi…</em></p>



<p>Il poeta muore, a Milano, il 12 settembre del 1981. Sandro Pertini era Presidente della Repubblica, governava Spadolini, che onorò il senatore con parole <em>appropriate</em>, dunque inutili al poeta:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Per oltre mezzo secolo Montale ha concorso con i suoi versi e con le sue prose a rivendicare i valori profondi della coscienza individuale e della stessa identità esistenziale contro i miti superomisti, statolatri e dissacratori del nostro tempo. Credente nella religione del dubbio, nella laica religione dell’uomo attraverso la fedeltà profonda e sofferta verso i vivi e verso i morti; avversario del superficiale avanguardismo ed attivismo, non meno che, molti anni più tardi, della facile e sommaria contestazione; fedele ad un certo passato civile, ad un certo paesaggio umano; mai conservatore nel senso accigliato e neghittoso del termine”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il poeta, figura astrale ed estraniata, eroe, semmai, nella contraddizione, eletto a juke-box dei “valori”. Il Presidente del Consiglio, in concordia con quello del Tesoro, varò un disegno di legge (il numero 1579) per l’“Assunzione a carico dello Stato delle spese per i funerali del senatore Eugenio Montale”. Il Parlamento approvò pochi giorni prima di Natale, la legge fu varata con l’anno nuovo. Era il gennaio del 1982 – chissà, forse al poeta è più consona la fossa comune – o l’ascensione al cielo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="691" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-691x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99790" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-691x1024.jpg 691w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm-600x889.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/mlnm.jpg 729w" sizes="(max-width: 691px) 100vw, 691px" /></figure>



<p><a href="https://www.senato.it/3182?newsletter_item=1783&amp;newsletter_numero=167&amp;active_slide_51639=6#2" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Mario Luzi fu eletto senatore a vita da Carlo Azeglio Ciampi, era il 14 ottobre del 2004.</strong> </a>Il poeta compiva novant’anni, aveva pubblicato libri diversamente mirabili – <em>Nel magma, Su fondamenti invisibili, Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini </em>–, si insediò nel gruppo Misto, tra Sergio Zavoli e Rita Levi-Montalcini; lo presiedeva Cesare Marini, oplita di un partito che non c’è più, i Socialisti Democratici Italiani, vanità delle vanità.</p>



<p>Il poeta riuscì ad entrare fisicamente in Senato tre volte, il 9 novembre e il 15 dicembre del 2004, il 10 febbraio 2005. In aula non espresse parola. Parlò, invece, ai giornali. Riguardo all’aggressione subita da Silvio Berlusconi, allora capo del governo, in piazza Navona, il poeta disse che il Cavaliere se l’era cercata, che era “un propagandista, proprio come Mussolini”. Fu torturato dalle bordate – fuori via, da frontalieri dell’ovvio – del centrodestra: Maurizio Gasparri, all’epoca Ministro delle comunicazioni – militava con la giacca di Alleanza Nazionale – dichiarò che, in qualità di senatore, al poeta avrebbe preferito Mike Bongiorno. Come a dire, “La ruota della fortuna” in vece del Parlamento.</p>



<p>Nel discorso preparato per l’aula, mai pronunciato, Luzi virava in retorica:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“No, non è un abbaglio, devo convincermi, e dunque io siedo veramente dove hanno seduto Manzoni, Carducci, Croce, Montale, ma anche Garibaldi, Verdi e Verga.</strong></p>



<p><strong>Sono qui, suppongo, al di là dei miei meriti, non dico a rappresentare, ma almeno a significare un lato della nostra realtà troppo spesso trascurato e maltrattato, quando dovrebbe essere privilegiato e sostenuto in tutte le sue manifestazioni di splendore e di bisogno. È il settore, ma dispiace chiamarlo così, della cultura e dell&#8217;arte, della loro storia, dei loro documenti e monumenti, della loro attualità”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Scrisse, tra l’altro, “Non sono un uomo di parte, né di partito e spero neppure di partito preso”. Ma non c’è spazio, in Parlamento, per i partigiani dell’io, per chi lascia selvaggio il verbo, ne contempla la figura di belva. In Italia, ai poeti non si pone l’alloro sul capo ma il giogo al collo: che stiano nella gabbia dorata del Senato, a fare i pappagalli, o aureolati dal velo dell’indifferenza civica, in fondo, è lo stesso.</p>
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		<item>
		<title>“Sacra è la cenere”. Le poesie di Pär Lagerkvist (introdotte da Mario Luzi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Aug 2023 04:25:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
		<category><![CDATA[Guaraldi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piccolo, meraviglioso libro-amuleto quello che raccoglie le “Poesie” di Pär Lagerkvist nella traduzione di Giacomo Oreglia. Stampato nel 1991 da Guaraldi e Nuova Compagnia Editrice per la “Biblioteca di ClanDestino”, era introdotto da un partecipe scritto di Mario Luzi, qui riproposto insieme a una breve scelta poetica. Nobel per la letteratura nel 1951, Pär Lagerkvist [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Piccolo, meraviglioso libro-amuleto quello che raccoglie le “Poesie” di Pär Lagerkvist nella traduzione di Giacomo Oreglia. Stampato nel 1991 da Guaraldi e Nuova Compagnia Editrice per la “Biblioteca di ClanDestino”, era introdotto da un partecipe scritto di Mario Luzi, qui riproposto insieme a una breve scelta poetica. Nobel per la letteratura nel 1951, Pär Lagerkvist è poeta dei respiri ultimi, della costante lotta con l’angelo. Una lettura per il proprio vagabondaggio spirituale più che per la vacanza da sé.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="703" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96667" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 703w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/08/51LJhyMbk8L._AC_UF10001000_QL80_-600x853.jpg 600w" sizes="(max-width: 703px) 100vw, 703px" /></figure>



<p>***</p>



<p>Continuando nella sua opera di mediazione, sì, ma anche, a certi momenti, di interpretazione vera e propria, e per di più di alta intelligenza e di fine qualità, Giacomo Oreglia – così mal ripagato per questo dalle nostre autorità burocratiche da sollevare scandalo e indignazione in quelle svedesi e negli intellettuali dei due paesi – ci permette oggi di leggere in limpido e forte italiano il testo di un altro poeta nordico, libero eppure ben stretto alle sue forme, artigliato ad esse. <strong>Pär Lagerkvist è autore molto noto; ed è anche una gloria nazionale di Svezia. Non so quanto sia letto e studiato, ma penso abbia i suoi fedeli.</strong> Da noi è di quegli scrittori che nella beozia delle definizioni correnti vengono detti spirituali. Stiamo anche noi al gioco, siamo una volta anche noi beoti. Spirituale Lagerkvist – lo è veramente? Poche volte si ha come nella lettura delle sue pagine il senso vivo che “lo spirito soffia dove vuole” proprio perché è protagonista assoluto: e lo è mentre cerca e fugge la sua incarnazione. La vicenda delle sue chiare e spesso potenti metafore è tutta qui.</p>



<p>Nella sua inquietudine avverte tuttavia che il luogo del contendere resta continuamente aperto alla mutevolezza dell&#8217;avventura umana. Lo sperdimento, la disperazione, la visione estatica, la certezza, la beatitudine vi fanno impeto e irruzione. Il poeta è esposto a quelle ondate. Ciò sposta fuori di lui medesimo il suo centro, lo colloca nella vicissitudine universa e nelle sue tragiche alternanze. Ma non si tratta di alienazione, di estraneità, di inappartenenza. Al contrario proprio in quell&#8217;uscire dal suo individuale recinto incontra la sua radice, trova la sua più umana inerenza nel mondo. <strong>Se è vero, come dice Rilke, che il compito dell&#8217;uomo è di umanizzare il mondo, quello di Lagerkvist è uno dei modi più ariosi e vibranti che io conosca.</strong> Ciò è dopotutto quel che rimane di lui al di là della pur significativa storia personale. E non è proprio questo che noi chiediamo ai poeti?</p>



<p><strong><em>Mario Luzi</em></strong></p>



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<p>**</p>



<p><em>Ho camminato sotto le stelle</em></p>



<p>Ho camminato sotto le stelle per giungere fino a te<br>qui dove tu mi hai atteso con mani divenute calde.<br>Tu mi devi dare il tuo amore, carezzare e riscaldare,<br>tu dovrai credere che io sia uno degli indigenti della vita.</p>



<p>Ho camminato sotto le stelle per giungere libero fino a te,<br>così fiero, così libero come può essere un uomo.<br>Tu mi devi avvincere alla terra, tu mi devi soggiogare,<br>così la mia libertà sarà solo quella del mio radioso pensiero.</p>



<p>Ho camminato sotto le stelle per giungere giovane fino a te,<br>giovane d&#8217;eternità, giovane della loro gioia.<br>Dove viviamo, qui è la terra, qui io invecchierò presso di te<br>verso una gioia più profonda e più segreta.</p>



<p>*</p>



<p>Allora i muri verranno abbattuti<br>da possenti angeli<br>e libertà, libertà verrà proclamata<br>per tutte le anime,<br>per la mia anima,<br>per la tua anima.<br>Allora si spezzeranno tutte le catene<br>al segnale di un&#8217;alta, vertiginosa nota,<br>così alta che nessuno potrà udirla,<br>ma noi vedremo le catene infrangersi come cristallo.<br>Allora sarà giunta l&#8217;età dell&#8217;adempimento,<br>e tutti i cieli si colmeranno di pace,<br>la pace dei muri caduti,<br>la pace degli spazi ascendenti,<br>la pace della libertà<br>senza confine alcuno.</p>



<p>*</p>



<p>Tu via lattea sopra la solitudine delle anime,<br>tu eterna nostalgia.<br>Ardi, ardi a lungo dopo di me,<br>a lungo dopo che ho cessato di esistere,<br>io che mai ho potuto varcare il tuo ponte.<br>Ardi per coloro che verranno un giorno vaganti per gli spazi,<br>che vagheranno sicuri sopra l&#8217;abisso su di un ponte di stelle.</p>



<p>*</p>



<p>Il dio che non esiste,<br>è lui che accende le fiamme nella mia anima.<br>Che fa della mia anima una landa deserta,<br>una terra fumigante, una terra desolata che fuma dopo l’incendio.<br>Perché egli non esiste.<br>È lui che redime la mia anima facendola più povera<br>e riarsa.<br>Il dio che non esiste.<br>Il terribile dio.</p>



<p>*</p>



<p>Se credi in dio e non esiste un dio,<br>allora è la tua fede miracolo anche maggiore.<br>Allora è davvero qualcosa d&#8217;incomprensibilmente grande.</p>



<p>Perché giace una creatura nel fondo delle tenebre<br>ed invoca qualcosa che non esiste?<br>Perché così avviene?<br>Non c’è nessuno che ode la voce invocante nelle tenebre.<br>Ma perché la voce esiste?</p>



<p>*</p>



<p>Solo quel che arde<br>diviene cenere.<br>Sacra è la cenere.</p>



<p>Tu mi sfiorasti<br>e io divenni cenere.<br>Il mio io, il mio essere divenne cenere, consumato da te.</p>



<p>Così dice l’amante e il credente.<br>Tu mi sfiorasti. Io sono sacro.<br>Non io ma la mia cenere è sacra.</p>



<p>*</p>



<p>Il regno del mattino col suo cielo di miele<br>giace e attende con occhi chiusi,<br>con gli occhi chiusi di tutti i fiori.<br>Bello come una donna, come mille donne,<br>giace e chiude gli occhi fiorenti,<br>giace e sotto il suo cielo di miele attende<br>il suo re, il giorno impietoso.</p>



<p><strong><em>Pär Lagerkvist</em></strong></p>
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		<item>
		<title>“Hai tu fatto – ringhiava – la tua scelta ideologica?”</title>
		<link>https://www.pangea.news/sereni-luzi-ideologia-gigli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 05:20:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Gigli]]></category>
		<category><![CDATA[ideologia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Sereni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È sempre un confine, un limite, a svelare le carte, quale ne sia la forma e quali che siano le carte. La porta di Caproni, «biancomurata / e intransitiva», che non apre su larghezze sconosciute ma al contrario «dalla trasparenza, porta / nell’opacità» (La porta). O un fiume, il fiume eliotiano di The Dry Salvages, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È sempre un confine, un limite, a svelare le carte, quale ne sia la forma e quali che siano le carte. La porta di Caproni, «biancomurata / e intransitiva», che non apre su larghezze sconosciute ma al contrario «dalla trasparenza, porta / nell’opacità» (<em>La porta</em>). O un fiume, il fiume eliotiano di <em>The Dry Salvages</em>, per esempio, che nel succedersi delle generazioni passa da essere un temibile dio bruno e scontroso a un problema per costruttori di ponti. O ancora altri due fiumi di Toscana, il Magra e il Bisenzio, sulle cui rive – più o meno in anni consimili, i primissimi Sessanta del secolo scorso – Vittorio Sereni e Mario Luzi ambientano il loro personale autoprocesso per ignavia, il processo a chi come loro non accetta di schierarsi sempre e in forma data. Così Sereni nel primo testo di <em>Apparizioni e incontri</em>, da <em>Gli strumenti umani</em>:</p>
<p>Ero a passare il ponte<br />
su un fiume che poteva essere il Magra<br />
dove vado d’estate o anche il Tresa,<br />
quello delle mie parti tra Germignaga e Luino.<br />
Me lo impediva uno senza volto, una figura plumbea.<br />
«Le carte» ingiunse. «Quali carte» risposi.</p>
<p>(<em>Un sogno</em>, 1-6)</p>
<p>È un sogno, come racconta il titolo, ma quanto sa di realtà questo sogno in cui Sereni e il suo avversario senza volto replicano la lotta tra Giacobbe e l’Angelo. Ma se presso il guado dello Jabbok a Giacobbe non è chiesto altro che di dare tutto sé senza chiedere il nome, che è mistero, qui – sia il Magra o il Tresa il fiume teatro di battaglia – non tutto sé ma il «programma», la «scelta», la presa di posizione è ciò che viene chiesto per guadagnarsi il lasciapassare, «le carte», il diritto di residenza nel corpo sociale.</p>
<p>«Ho speranze, un paese che mi aspetta,<br />
certi ricordi, amici ancora vivi,<br />
qualche morto sepolto con onore».<br />
«Sono favole – disse – non si passa<br />
senza un programma». […]</p>
<p>(<em>Un sogno</em>, 9-13)</p>
<p><strong>Non la vita, non la quotidiana battaglia tra le infamie e le glorie di giornata né il lavoro, il patimento nella carne che con fatica si fa verso.</strong> Non questo chiede la società intellettuale del tempo (del tempo?) ma piuttosto l’adesione, l’atto di fede:</p>
<p>Volli tentare ancora. «Pagherò<br />
al mio ritorno se mi lasci<br />
passare, se mi lasci lavorare». Non ci fu<br />
modo d’intendersi: «Hai tu fatto –<br />
ringhiava – la tua scelta ideologica?».</p>
<p>(<em>Un sogno</em>, 15-19)</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90058 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/71q8QJcwkZL-187x300.jpg" alt="" width="315" height="508" /></p>
<p><strong>Italia anni Sessanta, certo, quell’Italia che tanto più il boom spinge verso il benessere e l’oblio, tanto più nei suoi mandarini sente e impone il lavacro purificatore per il fatto e, ben di più, per il non-fatto, il non-detto, il non-avversato.</strong> O di qua o di là, senza scampo, senza possibilità terze che prevedano sfumature esistenziali, prima ancora che espressive. Italia anni Sessanta ma umanità di ogni tempo, se Vaclav Havel nel <em>Potere dei senza potere</em> – scritto nel 1978 sotto lo sguardo occhiuto delle sentinelle che gli stazionano davanti alla porta di casa – così bene descrive come la vita nella menzogna propria di ogni totalitarismo necessiti di poggiare sulla viltà quotidiana della logica di branco. Quella logica per cui ogni pudore, ogni esitazione nell’accogliere con il dovuto entusiasmo la causa del giorno sono visti come sospetti, come micce di antisocialità pronte a deflagrare da un momento all’altro:</p>
<p>“Il direttore del negozio di verdura ha messo in vetrina, fra le cipolle e le carote, lo slogan: «Proletari di tutto il mondo unitevi!». Perché l’ha fatto? Cosa voleva far sapere al mondo? È davvero personalmente entusiasmato dall’idea dell’unione fra i proletari di tutto il mondo? Questo entusiasmo è così forte che sente il bisogno irrefrenabile di comunicare all’opinione pubblica il suo ideale? Ha riflettuto, almeno per un istante, sul modo in cui questa unione dovrebbe realizzarsi e cosa significherebbe? […] Lo slogan ha funzione di <em>segnale</em> e come tale contiene un messaggio preciso anche se nascosto. A parole suonerebbe così: io, ortolano XY, sono qui e so che cosa devo fare; mi comporto come ci si aspetta che faccia; di me ci si può fidare e non mi si può rimproverare nulla […]”.</p>
<p>(<em>Il potere dei senza potere</em>, 1978-79, trad. it. di Angelo Bonaguro, La casa di Matriona 2013)</p>
<p><strong>Niente di paragonabile con il nostro tempo e le nostre latitudini, certo. Qui nessun potere totalitario staziona davanti alla porta di casa mentre noi scriviamo analisi esistenziali del corpo sociale; qui nessuna sentinella multa le automobili che vengono in visita da noi minacciando i passeggeri che, se proprio vogliono proseguire, la visita «continuerà a nostro rischio e pericolo».</strong> Ma l’aria ammorbata piena di non-detto, di non-dicibile, di non-pensabile, oh, quella sì che la respiriamo anche da noi – e non da oggi. L’aria che obbliga a innumerevoli premesse prima di azzardare un pensiero nemmeno opposto ma anche soltanto laterale rispetto a quello dominante. L’aria che tiene in sospetto qualsiasi esitazione, qualsiasi disagio nel dover prendere posizione sempre su tutto senza poter chiedere spiegazioni, senza potersi dare del tempo. Un’eterna «casa che brucia» in cui ogni empatia con le ragioni altre – del nemico, del divergente – è soffocata sotto la scorta di una cappa conformante e auto-conformante, per cui è più facile desistere che tentare, lasciare ogni discorso a chi presume di sapere – <em>«amici, non questi accenti!»</em>.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90059 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/71e5ZjsnTbL-200x300.jpg" alt="" width="373" height="560" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71e5ZjsnTbL-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71e5ZjsnTbL-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71e5ZjsnTbL-768x1152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/71e5ZjsnTbL.jpg 940w" sizes="(max-width: 373px) 100vw, 373px" /></p>
<p><strong>La stessa accusa che velatamente l’Italia letteraria faceva a Sereni – il non-posizionamento, la non-scelta ideologica – già da molto prima, e per tante ragioni con più violenza, investiva anche Mario Luzi.</strong> Tra i tanti episodi, è famosa la <em>querelle</em> sul realismo e sul marxismo sorta nel 1954 sulle pagine de «La Chimera», quando Pasolini sferra un duro attacco agli intellettuali che rifiutano il marxismo, accusandoli di vivere in un iperuranio idealista senza legami con la realtà. Un attacco a cui Luzi risponde su quelle stesse pagine con una magnifica difesa delle ragioni dell’umano e della vita, e che ben avrà in mente nello scrivere <em>Presso il Bisenzio</em>, che nel 1963 apre la sua nuova raccolta <em>Nel magma</em>.</p>
<p>Ancora un fiume, ancora un paesaggio onirico che porta a un incrocio inatteso, a uno sbarramento che ancora una volta chiede l’adesione alla causa in cambio del diritto alla vita:</p>
<p>La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia<br />
e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro<br />
non so se visti o non mai visti o non mai visti prima,<br />
pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.<br />
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,<br />
mi si fa incontro, mi dice: «Tu? Non sei dei nostri.<br />
Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta<br />
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male».</p>
<p>(<em>Presso il Bisenzio</em>, 1-4)</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90060 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/61FtwTXmnL-203x300.jpg" alt="" width="327" height="486" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/61FtwTXmnL-691x1024.jpg 691w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/61FtwTXmnL-768x1138.jpg 768w" sizes="(max-width: 327px) 100vw, 327px" /></p>
<p><strong>Il battibecco avanza tra le lunghe litanie dell’accusante e le laconiche risposte di Mario, finché al primo si sostituisce un sodale, «il più giovane […] e il più malcerto»,</strong> che nella sua ingenua onestà è più diretto nel fare proprio dell’esitazione, proprio della profondità, i veri capi d’imputazione. Non è la posizione di Mario, il problema, ma la sua non-posizione, il suo bisogno di contemplare e comprendere:</p>
<p>«O Mario» dice e mi si mette al fianco<br />
per quella strada che non è una strada<br />
ma una traccia tortuosa che si perde nel fango<br />
«guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi<br />
e accordi le sfere d’orologio della mente<br />
sul moto dei pianeti per un presente eterno<br />
che non è il nostro, che non è qui né ora,<br />
volgiti e guarda il mondo com’è divenuto,<br />
poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,<br />
non la profondità, né l’ardimento,<br />
ma la ripetizione di parole,<br />
la mimesi senza perché né come<br />
dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine<br />
morsa dalla tarantola della vita, e basta.<br />
Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,<br />
e non senti che è troppo. Troppo, intendo,<br />
per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,<br />
giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante».</p>
<p>(<em>Presso il Bisenzio</em>, 43-60)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La risposta di Mario è la natura di fondo del realismo, la presa d’atto di questo mondo amaro ma capace di meraviglia</strong>, in cui siamo chiamati a convivere per forza, se non per amore:</p>
<p>«È triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo<br />
E farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,<br />
ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte».</p>
<p>(<em>Presso il Bisenzio</em>, 72-74)</p>
<p><strong>Una sorte da accettare, un debito da pagare. Resistere nella contemplazione, nel farsi ponti gettati sul vuoto</strong>, in attesa di una riva che ci si faccia incontro. Sessant’anni dopo, siamo capaci di accogliere questo compito? Di accettarne il marchio d’infamia per farne ancora una volta seme?</p>
<p><strong><em>Daniele Gigli</em></strong></p>
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		<item>
		<title>Mario Luzi, il poeta irraggiungibile. (E sull’incontro con Anna Achmatova e Cristina Campo)</title>
		<link>https://www.pangea.news/mario-luzi-poeta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2020 05:31:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Achmatova]]></category>
		<category><![CDATA[Anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Controversia, cioè in contrasto al verso – andare contro. Nel contrasto s’inaugura il fuoco. Lì, tra i controversi, nella ramiglia del fuoco, nella masnada di fiamme, c’è il poeta. La zattera circassa sul far della notte risale il fiume Koura con fuochi sotto gli spiedi con suoni e vini a bordo in memoria di Rustaveli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Controversia</em>, cioè in contrasto al verso – andare <em>contro</em>. Nel contrasto s’inaugura il fuoco. </strong>Lì, tra i controversi, nella ramiglia del fuoco, nella masnada di fiamme, c’è il poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">La zattera circassa sul far della notte<br />
risale il fiume Koura con fuochi sotto gli spiedi<br />
con suoni e vini a bordo in memoria di Rustaveli<br />
il poeta dell’Uomo dalla pelle di leopardo<br />
e suo, di lei regina di queste rupi<br />
ma dietro quel remoto appuntamento del potere e dell’arte<br />
due vite disfatte nella sostanza, disfatte<br />
dal ricordo non meno che dalla dimenticanza…</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora la scrittura letta all’inverso<br />
scambiando la fine per l’incipit<br />
ponendo nel passato l’origine<br />
che incuba nell’aspettazione dei tempi…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-73664 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro1-18-202x300.jpg" alt="" width="283" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-18-202x300.jpg 202w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-18-689x1024.jpg 689w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-18-768x1141.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-18.jpg 1034w" sizes="(max-width: 283px) 100vw, 283px" />Graffito dell’eterna zarina</em> s’intitola la poesia da cui è scalfito il brano, sopra; la raccolta, <em>Al fuoco della controversia</em>, era il 1978, e lui, <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/mario-luzi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mario Luzi</strong></a>, ne diceva così: <strong>“Il passato è inconoscibile come il presente e come il futuro, nel senso che l’operazione della memoria e la sua registrazione non danno nessuna garanzia della realtà. Insomma, quella che è stata la vita non è catturabile da nulla”.</strong> Nel ‘Meridiano’ che raduna la sua <em>Opera poetica </em>(Mondadori, 1998), Luzi raccoglie quattro libri – <em>Dal fondo delle campagne, Nel magma, Su fondamenti invisibili, Al fuoco della controversia </em>– sotto un unico titolo, “Nell’opera del mondo”. Il mondo, quindi, è fondo e fuoco, è magma e controversia, è scavo e scatto negli invisibili. Quelle raccolte di Luzi – lo dico, ora, approfittando dei 15 anni dalla morte – elaborate complessivamente in 15 anni, sono il diamante oscuro, l’opera somma, tra le grandi del secolo. Voglio dire: Mario Luzi andrebbe pubblicato di continuo, come Seamus Heaney e Iosif Brodskij, per nulla intimidito da loro, anzi, come Boris Pasternak e Wallace Stevens, e <a href="http://www.pangea.news/salviamo-la-poesia-mario-luzi-giuliano-ladolfi-vasco-rossi/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">delle sue poesie andrebbero adornate le nostre metropoli.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luzi è ieratico come Simone Martini, ha filiazioni neoplatoniche, ma possiede l’intransigenza di chi maneggia la terracotta. <em>Nel magma</em>, la raccolta edita da Scheiwiller nel 1963, poi magmaticamente accresciuta e concepita, fino alla Garzanti del 1966, mi pare l’occhio da vulcano della poesia italiana recente. Da lì esce l’angelo e il mostro, l’oro e la polvere, la bava e la bravura mistica. Il dialogo delle cose ultime – cioè le prime, le carnali – fa congiura in una poesia uscita dal XIII dell’Inferno, legno che soffia, testimonianza in latrati.</p>
<p style="text-align: justify;">“Credi, credi di conoscermi” recita lei quasi parlando al vento<br />
e osserva controsole la polvere<br />
strisciare sullo stradone deserto.<br />
“Appartieni troppo a te stesso” insiste ad accusarmi<br />
prolungando la pena dell’indugio<br />
quella parte di lei che ancora combatte<br />
avvilita e altera nella macchina ferma.<br />
Ma le suona falso l’argomento<br />
e ne scorgo sul cristallo la larva<br />
che spenge d’un sorriso<br />
dimesso le parole appena dette.<br />
“Oh di questo hai anche troppo sofferto” aggiunge poi quasi portando fiori<br />
sul luogo, un’orticaia, dove mi ha crocifisso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Michelangelo Antonioni, Bacon, lo sfascio di Marlon Brando, una particola di pietà; tutto nasce da questo magma:</strong> la poesia dialogata, confessionale, mistica, devastante. Nessun poeta è dotato della facilità suprema di Luzi: parla poetando con un respiro in endecasillabi e labbra dantesche.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-73665 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro2-30-192x300.jpg" alt="" width="284" height="443" />Nel magma </em>è onorato con l’Etna-Taormina, nel dicembre del 1964. Insieme a Mario Luzi, c’è Anna Achmatova. “Anna Achmatova non pronunciò una sola parola, partecipò con il suo silenzio alla sua celebrazione e alla mia. <strong>La sua figura matronale vestita di nero era assorta in sé, immobile, ma non assente. Quel mutismo trascendeva la sua persona e arrivava come il grido pietrificato di una storia tragica: la sua e quella del suo popolo e di tutta l’umanità straziata dall’arbitrio e dalla violenza di un’epoca fatale.</strong> Al termine mi avvicinai per significarle la mia ammirazione che risaliva ai tempi dell’adolescenza: e l’emozione di averla incontrata… Lei ebbe negli occhi la luce di un sorriso, ma da una grande lontananza”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Nel magma </em>non piaceva a Cristina Campo. “Della mia poesia amava particolarmente il libro <em>Primizie del deserto. </em>Ci fu un raffreddamento quando uscì <em>Nel magma. </em>Perché lei questo trapasso un po’ drastico non lo capì, si sentì sorpresa, lo prese un po’ come un tradimento. Forse non capiva questa conversione d’avvicinamento verso la prosa”.</strong> Aveva conosciuto la Campo nel 1947, lei aveva 24 anni. Conobbe, quello stesso anno, Dylan Thomas, a Firenze, con Stephen Spender (“In una città corrosiva come la nostra, il suo breve mito è rimasto intatto. La sua ubriachezza, la sua riluttanza o impossibilità di parlare non lo diminuivano affatto. Ambedue le cose si fondevano in un’unica impressione di incomunicabilità che, stranamente, eccitava la simpatia e incuteva rispetto”). Due sacralità di gergo contrario, incontra Luzi: l’incanto della Campo e l’ebbrezza di Dylan Thomas; la rinuncia e la dissipazione; la purezza e l’ustione. Contrari che si equivalgono.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La Campo ama la poesia di Luzi fino ad amare il poeta. “Ho veduto ancora Vittoria… si aggrappa disperatamente alla mia amicizia, che è molta, ma non può purtroppo portarle alcun bene vero”,</strong> scrive Luzi e Leone Traverso il 17 marzo 1953. Fa tutto, anche il sangue, ramato, Luzi, raffinato da aureo distacco. La Campo lo ricambia con una poesia, <em>Moriremo lontani</em>, pubblicata nel 1955 su “Paragone” (poi raccolta in <em>Passo d’addio</em>, 1956):</p>
<p style="text-align: justify;">Moriremo lontani. Sarà molto<br />
se poserò la guancia nel tuo palmo<br />
a Capodanno; se nel mio la traccia<br />
contemplerai di un’altra migrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Dell’anima ben poco<br />
sappiamo. Berrà forse dai bacini<br />
delle concave notti senza passi,<br />
poserà sotto aeree piantagioni<br />
germinate dai sassi&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">O signore e fratello! ma di noi<br />
sopra una sola teca di cristallo<br />
popoli studiosi scriveranno<br />
forse, tra mille inverni:<br />
«nessun vincolo univa questi morti<br />
nella necropoli deserta».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Giorgio Caproni scrive a Luzi di <em>Su fondamenti invisibili</em>: “</strong><strong>È un libro di <em>grande</em> poesia, se dir grande in poesia è dir qualcosa. È, col <em>Magma</em>, il più grande libro di poesia uscito in Italia nell’ultimo quarantennio.</strong> A tanta altezza, chi potrà mai più raggiungerti?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni scrittura, sulla soglia dei versi di Luzi, è bacio becero, è incipriare il volto della tigre – dai versi di Luzi, una giuncaia crudele, occorre farsi mordere, perfino irritare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73666 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro3-8-234x300.jpg" alt="" width="342" height="438" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro3-8-234x300.jpg 234w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro3-8.jpg 598w" sizes="(max-width: 342px) 100vw, 342px" />Vedo, ora, una avventura nell’insperato, tra i versi di Luzi. Luzi, che appare poeta dell’austerità, il ‘classico’ contemporaneo, il Senatore a vita, piuttosto, è un avventuriero. Cioè, un poeta che ha cambiato linguaggi, con mania sorprendente – leggete <em>Avvento notturno</em> al fianco di <em>Su fondamenti invisibili</em> al fianco di <em>Dottrina dell’estremo principiante</em> ed è come passare dal guardiano di una basilica al fondatore di un ordine monastico a un monaco che svasa versi nel vento. <strong>Soprattutto, ancora, è l’avventuriero dell’avvenire. “Il vero <em>viaggio</em>, quello in cui si verifica la coincidenza fra spostamento della focalità e spostamento del corpo per me rimane l’Asia, tutta l’Asia”, scrive. </strong>E scrive quel poemetto, <em>L’India</em>, così perentorio:</p>
<p style="text-align: justify;">“Avere o non avere la sua parte in questa vita”<br />
riemerge in parole il suo pensiero – ma solo un lembo.<br />
E io ne tiro fuori quella frangia<br />
Ansioso mi confidi tutto l’altro,<br />
attento non mi rubi niente<br />
di lei, neppure l’amarezza, ed attendo.<br />
S’interrompe invece. Seguono altre immagini dell’India<br />
e nel loro riverbero le colgo<br />
un sorriso estremo tra di vittima e di bimba<br />
quasi mi lasci quella grazia in pegno<br />
di lei mentre si eclissa nella sua pena<br />
e l’idea di se stessa le muore dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">“Perché porti quel giogo, perché non insorgi”<br />
mi trattengo appena dal gridarle,<br />
soffrendo perché soffre, certo,<br />
ma più ancora perché lascia la presa<br />
della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mario Luzi fa ancora razzia, col suo profilo da airone e da grifone, da serafino e da belva – lo leggi e ti mozza le dita prima di concepire un verbo. E tu ti guardi, monco, ridi della tua ridicolaggine. La poesia di Luzi è una vertigine in cui lui non precipita: la sfida con un tuffo, di claustrale eleganza. (d.b.)</p>
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		<item>
		<title>A Siena con il Barbera. Ovvero: ecco perché gli intellettuali non contano nulla e gli scrittori in tivù fanno la figura dei fessi. Gita con l’Orson Welles della letteratura italiana (con consigli per scrivere un capolavoro)</title>
		<link>https://www.pangea.news/gianluca-barbera-davide-brullo-siena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2019 09:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Barbera]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Luzi]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittori]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Siena]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Martini]]></category>
		<category><![CDATA[Toscana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mio figlio dice la parola ‘Siena’ – la parola, come un cubo di ghiaccio, passa dai denti a intrigare il resto labirintico dei nervi. Gli rispondo, partiamo. Era ieri. * Il caso – esperto nell’arte scacchistica – fa sì che proprio ieri pubblichi un articolo di Gianluca Barbera su Pangea. Ricordo che Barbera abita a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianluca-barbera-davide-brullo-siena/">A Siena con il Barbera. Ovvero: ecco perché gli intellettuali non contano nulla e gli scrittori in tivù fanno la figura dei fessi. Gita con l’Orson Welles della letteratura italiana (con consigli per scrivere un capolavoro)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Mio figlio dice la parola ‘Siena’ – la parola, come un cubo di ghiaccio, passa dai denti a intrigare il resto labirintico dei nervi.</strong> Gli rispondo, partiamo. Era ieri.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso – esperto nell’arte scacchistica – fa sì che proprio ieri pubblichi un articolo di Gianluca Barbera su <em>Pangea</em>. <strong>Ricordo che Barbera abita a Siena o giù per quei fossi. Gli scrivo.</strong> Questo è il tuo articolo: sai che vengo a Siena con mio figlio? Lui fa: vediamoci. E ci vediamo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La terza – o la quarta – volta che vedo Barbera – ma lo vedo sempre, perché è spesso seduto alla mia tavola, anche se lui non lo sa –<strong> lo vedo eretto, energumeno, con le braccia a triangolo sui fianchi, in mezzo a una scia di strade, all’uscita di Siena nord, come se fosse lui il padrone dei traffici umani, come se l’asfalto fosse una coda di lucertola</strong>, e lui sappia afferrare e scotennare le vie, e mangiarle, e costruire qui, ora, una città ideale, disorganica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli faccio cenno, Barbera balza nell’auto, tu vai dove dico io, mi dice, banditesco. Mio figlio sorride, Barbera sembra un eroe dei fumetti. <strong>Diverse ore dopo, mentre la notte riduce la Sansepolcro-Cesena all’iride di un drago, gli scrivo, sei il solito Orson Welles</strong> della letteratura italiana, generoso e tracotante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa più bella di Siena sono le colline, fa Barbera, che c’imbarca sul suo Land Rover scassato, s’infila per chilometri tra orridi senesi e boschi bucolici, pare di cavalcare un bue. <strong>La strada sterrata muggisce, Barbera ci racconta di quando un capriolo è piombato, scalciando, sul cofano della macchina di un suo amico, proprio qui, sfasciandogli il parabrezza,</strong> poi ragioniamo sul fatto che troppi letterati sono carne da macello, roba neanche buona da scotennare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Quando la fiorentina casca, sugosa, in mezzo al tavolo, ci pare apparizione santa, sovrana. <strong>Il paesaggio è una filastrocca di ulivi, tutto sembra buono e azzurro e Barbera si appresta all’azzardo retorico, alla zuffa verbale.</strong> Bottiglia di vino toscano. Importante. Il sommelier stappa. Barbera fa faccia brutale. Ho sentito una zaffata di tappo. Io lo tranquillizzo. Il vino è ad alta gradazione, per me tutto ciò che è sopra i 10 gradi va bevuto. <strong>Di vino so nulla, Barbera ha fatto due anni di corso da sommelier e ha Aristotele e Martin Heidegger nell’ugola.</strong> Il vino decidiamo di berlo comunque, ma Barbera s’incanaglisce, sorridendo, e ingaggia una lotta verbosa con il sommelier. Vuole vincerlo. Ogni tanto, quando il tizio si avvicina, lo colpisce – sornione, sorriso prezioso, crudele. Un vero sommelier avrebbe cambiato la bottiglia subito, colto dall’avvertimento di un sentore di tappo, dice. La frase schianta le meningi del ristoratore. Che cede. Infine, alla cassa, sconto di un terzo su una bottiglia dal prezzo sostanzioso. Barbera vince. E rimarca. Non sanno fare il loro mestiere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di Barbera mi piace il cinismo barriccato nella tenerezza. Per questo faccio parlare sempre lui, che mentre guida canagliesco tra i colli senesi mi spiega le regole per scrivere un capolavoro.</strong> Trovare una storia con un personaggio forte; scrivere il riassunto della storia in quattro pagine; attenersi a quello schema; elaborare un linguaggio deciso ma corroborato dall’ironia; lavorare sui dialoghi; studiare tanto; concentrarsi, dopo pubblicato, sulla promozione. Così, dice, è nato il successo di <em>Magellano </em>– sistole e diastole, solitudine e lavoro di relazione, intelligenza senza snobismi, senza la paura di essere popolari. La regola del romanziere ottocentesco, dico. Già, ma con la marcia della modernità, dell’avventura e dell’avvenire, fa lui. Poi mi fa una testa così sul fatto che dovrei scrivere io il capolavoro, basta con i libri assoluti – che ti assolvono dal fatto di non essere un narratore – etc. Magari il capolavoro l’ho già scritto, mi dico, magari non so più scrivere, è una malia possibile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mi faccio raccontare la sua vita – amo le vite degli altri, pizzicare i particolari, immaginare il timore e la gloria – della mia, non ho niente da dire, la vivo. Nel florilegio di frasi, ne appunto alcune:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Lascio agli altri scrittori occuparsi del <em>sociale</em>, dei migranti, della politica, io faccio agire l’immaginario</strong>, amo scrivere di Magellano e di Marco Polo, d’altronde, c’è più politica in <em>Cuore di tenebra</em> che in un romanzo d’attualità”;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“I filosofi hanno ancora qualcosa da dire? Quelli che vedo in televisione non dicono cose particolarmente interessanti. Per non parlare degli scrittori.</strong> Si piegano al politicamente corretto e sono letteralmente disintegrati dai giornalisti o dai politici che riempiono i salotti televisivi”;</p>
<p style="text-align: justify;">“Gli scrittori non contano nulla. Solo la Murgia – che a suo tempo ho apprezzato – e Roberto Saviano, che piacciano o meno, hanno un seguito. Seguito di cui mi interessa poco, per altro. <strong>A mio avviso lo scrittore non può occuparsi dell’oggi, della stringente attualità, si mette in una strettoia già piena di opinioni, non può dire nulla di nuovo, di diverso. </strong>Lo scrittore, invece, deve farti vedere le cose da un altro lato, da un’altra altezza; ti porta da un’altra parte”;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Nella cultura, lo sforzo è verso l’abbassamento, l’appiattimento</strong>, perché tutti vogliono sentirsi complici, vogliono essere protagonisti, cioè scrittori, mica semplici lettori”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella città che fu di Caterina, Barbera non contempla, divora – c’è qualcosa di incontenibile e di buono nel suo cammino, parla pietrificandoti.</strong> Davanti a Simone Martini mi blocco, vado a Mario Luzi, al poeta che sulla punta della lingua tiene Medioevo e avvenire. Alla parola <em>poeta</em>, Barbera si tappa le orecchie, se lo scrittore è un poveraccio il poeta è un mendicante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi ci lasciamo, come se ci vedessimo il giorno dopo, tra chi vive sollevando le mani come fossero pane.</strong> Ed egli va, Barbera, tallonato dalla generosità, eccessivo e fiero, che la gloria sia cannibale da questa parte di evo, di mondo. So anche quale sarà il suo prossimo libro, ma questo, davvero, non posso dirlo. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianluca-barbera-davide-brullo-siena/">A Siena con il Barbera. Ovvero: ecco perché gli intellettuali non contano nulla e gli scrittori in tivù fanno la figura dei fessi. Gita con l’Orson Welles della letteratura italiana (con consigli per scrivere un capolavoro)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>23 aprile: il giorno in cui nasce (e muore) William Shakespeare. Gita al cospetto del (brutto) monumento funebre del Bardo nella chiesa di Stratford-upon-Avon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Apr 2019 10:07:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 23 aprile William Shakespeare nasce, il 23 aprile William Shakespeare muore. Quel giorno è l’apice della letteratura in lingua inglese e, in fondo, della letteratura occidentale moderna. Secondo Harold Bloom, infatti, William Shakespeare è il dio del canone occidentale: Dante è alla sua destra e Cervantes alla sua sinistra. * Shakespeare, voglio dire, al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/shakespeare-monumento-funebre-23-aprile-anniversario/">23 aprile: il giorno in cui nasce (e muore) William Shakespeare. Gita al cospetto del (brutto) monumento funebre del Bardo nella chiesa di Stratford-upon-Avon</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il 23 aprile William Shakespeare nasce, il 23 aprile William Shakespeare muore. Quel giorno è l’apice della letteratura in lingua inglese</strong> e, in fondo, della letteratura occidentale moderna. Secondo Harold Bloom, infatti, William Shakespeare è il dio del canone occidentale: Dante è alla sua destra e Cervantes alla sua sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Shakespeare, voglio dire, al netto delle sue influenze italiane – interessanti ma irrilevanti riguardo agli esiti – è ‘cosa nostra’.<strong> I nostri poeti si sono spremuti e sperimentati in Shakespeare. Esempi. </strong>L’<em>Otello </em>secondo Salvatore Quasimodo; <em>Amleto </em>secondo Eugenio Montale – traduttore, invero, così così –; <em>Riccardo II </em>secondo Mario Luzi – traduttore d’eccellenza –; <em>Riccardo III </em>secondo Patrizia Valduga; i sonetti secondo Ungaretti. Fossi un editore, affiderei, dramma per dramma, l’intero corpus shakespeariano ai poeti di oggi. Che meraviglia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_66899" aria-describedby="caption-attachment-66899" style="width: 324px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-66899" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/quadro-300x215.jpg" alt="" width="324" height="232" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/quadro-300x215.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/quadro-768x550.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/quadro.jpg 1024w" sizes="(max-width: 324px) 100vw, 324px" /><figcaption id="caption-attachment-66899" class="wp-caption-text">Henry Wallis, &#8220;Gerard Johnson scolpisce il busto di William Shakespeare&#8221;, 1857</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 23 aprile gli inglesi fanno una gita a Stratford-upon-Avon, presso la Holy Trinity Church. La chiesa, edificata nel 1210, ricostruita nel tardo XV secolo in gotico sassone, contiene il sepolcro del Bardo che nella chiesa, ricordano con lauto godimento turistico – e hanno ragione – è stato battezzato il 26 aprile del 1564 e vi fu sepolto il 25 aprile del 1616.</strong> Il monumento che tutela le sacre spoglie – con avviso sopra il sepolcro: “sia dannato chi osa derubare queste ossa” – è stato creato prima del 1623 da Gerard Johnson, scultore di schiatta olandese – il papà era venuto da Amsterdam al servizio di elisabettiani e di giacobiani, esperto in arte funeraria – di cui si ricorda poco altro che questa creazione, che, secondo l’aforisma vipera di John Dover Wilson, raffigura, tanto è brutta, “un macellaio di maiali soddisfatto di sé”. Tuttavia, la sua commissione fu così importante per la patria che Henry Wallis, pittore preraffaellita, la eternò in un quadro grazioso quanto oleografico, <em>Gerard Johnson carving Shakespeare’s funerary monument. </em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sono affascinanti, come sempre, questi cunei d’ombra, il climax dell’enigma. Di William Shakespeare sappiamo quasi nulla, potrebbe essere il vicino di casa; si dubita perfino dei ritratti che gli hanno fatto; il busto funebre è quello di un borghese qualsiasi, ingrassato grazie a una attività commerciale di blando successo. </strong>Avesse avuto un Michelangelo: piuttosto, a onorare il Bardo dopo morto è un oscuro mestierante di ascendenze olandesi. Quasi che umiltà e insignificanza detergessero il genio, conservandolo. Shakespeare, l’uomo che ha tradotto il cosmo nel palmo di una mano, che ha svuotato i cieli degli dèi, che ha fatto della follia un fatto e dello smarrimento un carisma, che ha saputo scrivere il cuore dell’uomo e il centro del cosmo, inventando sentimenti prima implausibili, è davvero quel tipo biecamente bolso, con baffetti all’insù e pizzetto facile, calvizie incipiente, non fosse per i ciuffi ai lati della pelata? Pare più un notaio, quello, che il poeta più alto del mondo occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno al monumento funebre di Shakespeare ha scritto un pensiero, sul <em>Times Literary Supplement, </em>in questi giorni di festa, Gregory Doran, regista, appunto, esperto nel menù shakespeariano e direttore artistico della Royal Shakespeare Company. Il pezzo s’intitola <em><a href="https://www.the-tls.co.uk/articles/public/william-shakespeares-church-window/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">An altar in the name of…</a> </em>e specula intorno al fatal monumento e alle vetrate, precedenti, che lo circondano. <strong>Le vetrate alle spalle del monumento shakespeariano raffigurano – e questo un poco fa tremare la ragionevolezza teologica di Doran – l’episodio, narrato nel primo libro dei Re, in cui il profeta Elia, sul Carmelo, sbaraglia i sacerdoti di Baal</strong>, dimostra che il vero dio è Lui, e ne sgozza 450 (“Elia disse loro: «Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!». Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò”, <em>1 Re </em>18, 40). Una interpretazione programmaticamente metaforica direbbe: come Elia, Shakespeare ha sbaragliato la concorrenza, ha sbaragliato i competitori. Doran offre, invece, una spiegazione intrisa di humor inglese. La citazione biblica “Con le pietre eresse un altare al Signore” (<em>1 Re </em>18, 32), incisa sulla vetrata, viene sfalsata dal monumento funebre di Shakespeare, tanto che “ad ogni pellegrino letterato che si avvicina, il messaggio in evidenza è diverso, è questo: ‘Con le pietre eresse un altare a… William Shakespeare”. Briosa conclusione: <strong>“Si tratta di sovversione alle autorità ecclesiastiche? Oppure è una barzelletta postuma, intesa a stuzzicare i vescovi, consapevoli dell’incipiente successo, in termini di visitatori e di denari, della Holy Trinity Church?”. </strong>Diciamo che Shakespeare è il dio della letteratura, e non spingiamoci oltre. Tanti auguri. (d.b.)</p>
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		<title>Cronaca apocalittica dalla fine della letteratura: Francesco Sole ha più successo di Giancarlo Pontiggia e a scuola si studiano i testi di De Andrè e di Vasco mica quelli di Mario Luzi. Dobbiamo salvare la grande poesia</title>
		<link>https://www.pangea.news/salviamo-la-poesia-mario-luzi-giuliano-ladolfi-vasco-rossi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Apr 2019 10:52:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si tratta di praticare l’arte del catastrofismo, ma di una precisa consapevolezza della situazione in cui versa la poesia oggi in Italia. Non sto a ripetere i dati, basta solo ricordare l’invisibilità e omertà della critica, la confusione nei riguardi della concezione stessa della poesia, l’indifferenza della scuola, la spinta del mercato, l’azione distruttiva [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non si tratta di praticare l’arte del catastrofismo, ma di una precisa consapevolezza della situazione in cui versa la poesia oggi in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sto a ripetere i dati, basta solo ricordare l’invisibilità e omertà della critica, la confusione nei riguardi della concezione stessa della poesia, l’indifferenza della scuola, la spinta del mercato, l’azione distruttiva dei mass media e della televisione in particolare</strong>, l’abuso delle pubblicazioni ecc. ecc. Non bastano le lodevoli eccezioni per eliminare la regola…</p>
<p style="text-align: justify;">In generale, direi che mai come oggi si avverte il bisogno di esprimersi in poesia e questo sarebbe un bene, se tale desiderio si trasformasse in ricerca, in lettura, in studio, in confronto. <strong>La quantità di testi pubblicati su carta o su internet sta producendo non solo un abbassamento della qualità, secondo una specie di legge di natura, ma diffonde la convinzione che l’improvvisazione, il pressappochismo, il dilettantismo costituiscano le chiavi del successo. E che di successo della “mediocrità” occorre parlare basta consultare le cifre della diffusione di raccolte come quelle di Francesco Sole rispetto a quella di Giancarlo Pontiggia o di Umberto Fiori, per citare solo due esempi.</strong> «Viviamo in un mondo in cui la cultura aspira all’intrattenimento» (Mario Vargas Llosa) e anche la poesia è precipitata all’interno di questa tragica spirale: qualche svenevolezza sentimentale, qualche accumulo di espressioni stucchevoli e sdolcinate e la ricetta del successo è assicurata.</p>
<p style="text-align: justify;">Non tutto quello che oggi si scrive. Ma il problema non sta neppure in questa ovvia deduzione: il problema consiste nel fatto che non esistono più strutture di “mediazione culturale” autorevoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In televisione ci si ostina a ripetere che De Andrè, Lucio Dalla, Vasco Rossi sono dei veri e propri poeti e come tali sono ospitati nelle antologie scolastiche. Pur apprezzando nei loro testi qualche guizzo riuscito, pur essendo un loro fan per quanto riguarda la musica, chiedo se sia mai possibile paragonare la loro produzione con l’originalità, la profondità, la vastità di pensiero, il valore stilistico e linguistico di un Mario Luzi, di un Vittorio Sereni, di un Bartolo Cattafi, di un Pier Luigi Bacchini.</strong> Ma i nostri giovani che frequentano le scuole superiori e le università di Lettere, con l’eccezione di uno sparuto numero, leggono questi autori, li esaminano, li hanno introiettati nella loro cultura? E coloro che detengono le chiavi della cultura massmediatica?</p>
<p style="text-align: justify;">Condivido il parere di Alfonso Berardinelli secondo cui «i veri narratori e i veri poeti in ogni generazione non sono più di un paio di dozzine e i libri degni di essere letti ancora meno». Certo non è facile e mai è stato facile, come testimoniano le vicende di Proust e di Tomasi di Lampedusa, cogliere sempre nel segno, ma non per questo si deve abbandonare la partita, anche a costo di commettere errori… errori certamente, ma sempre entro certi limiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora però non si tratta di valutazione, la questione investe rapporti molto più profondi: «La civiltà si impoverirebbe molto se la letteratura sparisse o diventasse un puro divertimento, uno svago passeggero e superficiale». <strong>E il pericolo del quale è veramente urgente prendere consapevolezza consiste nel fatto che «la cattiva letteratura “serve” a mettere in ombra quella buona, quella che merita di essere letta» diventando dannosa, perché inevitabilmente crea contagio e produce nefaste conseguenze. </strong>«Ma il “libro-svago” e il “libro-non problematico” annunciano la fine (desiderata?) dello spirito critico e della cultura come critica dell’esistente: annunciano cioè “un mondo senza libertà”. E quando le società democratiche aspirano a fuggire dalla libertà, quando danno segni di preferire qualche forma di servitù volontaria, la democrazia comincia a morire in spirito, anche se le istituzioni continuano a fingerne l’esistenza» (Alfonso Berardinelli, <em>Vargas Llosa tra romanzo e democrazia</em>, «Avvenire», 18 gennaio 2019).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se, come crediamo, la poesia “rivela” lo “spirito” di un periodo storico, la prospettiva assume tinte veramente preoccupanti.</strong> La parabola iniziata con la distruzione dell’eredità, operata dalle Avanguardie, oggi sta giungendo alla “soluzione finale”: la tecnologia, supportata dal mercato, chiusa nella dimensione di un puro e semplice presente, impedisce la formazione di una scala di valori: tutto è equivalente.</p>
<p style="text-align: justify;">Che fare? Come salvare la poesia e il suo messaggio di umanità?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In primo luogo, denunciando il pericolo, opponendosi a un tipo di letteratura “consumistica”, ma soprattutto coinvolgendo tutti coloro che ancora credono negli ideali di una poesia</strong>, di una letteratura, di un’arte a misura d’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Salviamo, quindi, la grande poesia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giuliano Ladolfi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Si riproduce, per gentile concessione e con lievi cambiamenti, l’editoriale di Giuliano Ladolfi, “Salviamo la grande poesie”, che apre l’ultimo numero di “Atelier”, il 93, del marzo 2019 <a href="http://www.atelierpoesia.it/portal/it/home-it-2" target="_blank" rel="noopener noreferrer">(informazioni qui)</a></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>**In copertina: Mario Luzi (1914-2005) fotografato da Luciano Bonuccelli</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/salviamo-la-poesia-mario-luzi-giuliano-ladolfi-vasco-rossi/">Cronaca apocalittica dalla fine della letteratura: Francesco Sole ha più successo di Giancarlo Pontiggia e a scuola si studiano i testi di De Andrè e di Vasco mica quelli di Mario Luzi. Dobbiamo salvare la grande poesia</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</title>
		<link>https://www.pangea.news/ho-osato-dire-che-camilleri-e-un-furbo-e-mi-hanno-dato-dello-stro-daltronde-oscar-farinetti-allinea-perle-letterarie-che-neanche-fabrizio-corona-francesco-consiglio-muo/</link>
		
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		<pubDate>Tue, 19 Feb 2019 11:37:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo il Treccani un intoccabile è, in senso figurato, “colui che si trova in una situazione di privilegio ed è immune da sanzioni, critiche e censure, perché raccomandato o protetto”. Esistono intoccabili che hanno amicizie in alto loco: politici inquisiti per anni che continuano a occupare le stanze del potere, grandi evasori con grandi capitali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-osato-dire-che-camilleri-e-un-furbo-e-mi-hanno-dato-dello-stro-daltronde-oscar-farinetti-allinea-perle-letterarie-che-neanche-fabrizio-corona-francesco-consiglio-muo/">“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo il Treccani un intoccabile è, in senso figurato, “colui che si trova in una situazione di privilegio ed è immune da sanzioni, critiche e censure, perché raccomandato o protetto”.</strong> Esistono intoccabili che hanno amicizie in alto loco: politici inquisiti per anni che continuano a occupare le stanze del potere, grandi evasori con grandi capitali nascosti, alti prelati in odore di pedofilia che esercitano impunemente il ministero della Chiesa. Tutti li additano come indegni, ma nessuno riesce a cancellarli dalla vita pubblica, costringerli a restituire il maltolto o portarli a giudizio e ottenerne la condanna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Accanto ai potentoni cui tutto è consentito, esiste un’altra categoria di intoccabili: quelli che godono del favore del popolo, o di una parte consistente di esso.</strong> Sarà un caso, o forse no, ma si tratta, per lo più, di uomini feticcio della sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso vi racconto cosa mi è successo poco fa, dopo avere letto su un popolare quotidiano che gli undici milioni di spettatori incollati alla tv a vedere Montalbano sono tutti a favore dell’accoglienza, come il Commissario. <strong>Poiché tale concetto mi è parso risibile e fazioso, ho approfittato del pulpito digitale (l’unico, ahimè, che mi è concesso), obiettando su Facebook che, secondo quel ragionamento, se io guardassi un documentario sul nazismo, sarei un nazista. Osservazione inoppugnabile che ha raccolto solo consensi.</strong> <strong>Il peggio è accaduto poco dopo, quando ho aggiunto il mio parere sui romanzi polizieschi di Camilleri. </strong>Dopo un iniziale entusiasmo dovuto a una parvenza di originalità dello stile, oggi posso dire che la saga letteraria di Montalbano è un’operazione commerciale abilmente costruita da un furbo di tre cotte. Per non metterci del mio ed essere bollato come uno scrittore rosicone, ho citato le parole dello scrittore Fulvio Abbate: “Camilleri è il prodotto perfetto per restituire una Sicilia di genere, lompo in luogo del caviale, un’isola da sarde a beccafico. Perfino la mafia nei suoi libri diventa un souvenir, come il carrettino o la coppola o il grembiule con l’effigie di Brando nei panni del Padrino”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un utente, tale Sergio, ha replicato: “Francesco Consiglio, pulisciti la bocca quando parli di una persona come Camilleri e di un attore come Zingaretti, stronzo”.</strong> Certo, è strano che qualcuno mi inviti a pulirmi la bocca mentre tiene nella sua uno stronzo, ma non voglio replicare. Guardo e passo. Però, mi chiedo quale bizzarra patologia mentale spinge un uomo a rischiare una querela per correre in soccorso di un personaggio famoso che saprebbe difendersi da solo, con più grazia, ma molto più probabilmente ignorerebbe il post di un semisconosciuto scrittore di provincia. Dev’essere la stessa malattia che porta un ultras disoccupato a fare a botte per l’onore della sua squadra di calciatori milionari.</p>
<p style="text-align: justify;">Non capita solo a me di incontrare certi spiriti fumantini. Su questo sito ho assistito giorni fa a una cieca levata di scudi contro Davide Brullo, colpevole di avere scritto che le canzoni di De André (intoccabile trasversale: piace anche a Salvini) non sono poesie ma solo canzonette, e il cantautore genovese non è Mario Luzi né Giorgio Caproni. Apriti, cielo! Sono volati, unilateralmente, insulti e accuse a non finire, perché esiste un’accolita di blateranti fan-fanatici convinta che l’offesa al dio Faber debba essere punita con l’eterna dannazione nel girone dei bestemmiatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, scrive Brullo, “il giornalismo esiste per sfatare i falsi miti e mettere in discussioni i miti vigenti”. Toccare un intoccabile, e ferirlo, diventa un esercizio rivoluzionario solo perché viviamo in un mondo di uomini paurosi che cercano i loro dèi in terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per fortuna, esiste un cimitero degli intoccabili che mi fa sperare nella scomparsa di certi fanatismi. Sul finire degli anni Novanta, appena dopo Tangentopoli, Craxi era il Grande Corruttore e Di Pietro il Salvatore della Patria</strong> (così, in maiuscolo, per rendere la potenza del pensiero che in quei giorni dominava). Oggi l’ex pm, ex ministro ed ex segretario di partito è relegato ai margini della scena politica e l&#8217;antica e sbiadita fama gli procura soltanto qualche ospitata in tv. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando ebbe un’aura di intoccabilità ai tempi della Rete (che non c’entra nulla con il web: offro da bere a chi capisce di cosa sto parlando), per poi perderla e ritrovarla recentemente come sindaco dei porti aperti. <strong>La parabola di Matteo Renzi, dal trionfo delle Europee 2014 alla catastrofica sconfitta alle Politiche del 2018, è clamorosa: quando governava, esibendo una personalità autoritaria e poco incline al dialogo, chiunque osasse muovergli una critica veniva preso a pesci in faccia.</strong> Oggi l’ex rottamatore è considerato la causa principale del declino del Partito Democratico.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vanità delle vanità, dice Qoèlet, tutto è vanità. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Forse, un giorno, anche gli elettori di sinistra, per merito di una fulminazione paolina, potranno dire male di Saviano, il messia dell’anti-salvinismo, e qualcuno confesserà di essere stato contento quando Domenico Lucano, il sindaco di Riace che distribuiva patenti di legalità a sé stesso dichiarando: “Se serve, vado contro la legge”, ebbe la risposta che si meritava dalla Guardia di Finanza, più o meno questa: “Se serve, ti indaghiamo”.</strong> E chissà, un lettore ghiotto ma non scemo potrà liberamente criticare mr. Eataly, <strong>Oscar Farinetti, la cui ultima opera poetica contiene questa perla di mirabile saggezza: “L’egoismo è come l’odor della merda. Dentro il tuo ci stai pure bene. In quello altrui ci stai… di merda”. Neanche Fabrizio Corona tocca certe vette letterarie.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questi tempi di dialettica cruenta, l’intoccabile più intoccabile di tutti non ha parvenze materiali, ma si afferma nelle idee e negli orientamenti delle élite: è l’euro. Inviso, sbeffeggiato, condannato da molti, viene al tempo stesso definito indispensabile. Chi lo mette in discussione è un troglodita economico o un seguace del barone von Masoch.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non ci si deve però meravigliare se tutto quello che oggi appare un monolite di autorità e imposizioni possa un giorno sbriciolarsi. È caduto l’Impero Romano.</strong> Si è dissolta l’Unione Sovietica. Cadrà anche l’Europa dei banchieri e dei burocrati?</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’attesa, sfido i servi degli Intoccabili e prorompo in un sonorissimo pernacchio contro chi mi insulta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Consiglio</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-osato-dire-che-camilleri-e-un-furbo-e-mi-hanno-dato-dello-stro-daltronde-oscar-farinetti-allinea-perle-letterarie-che-neanche-fabrizio-corona-francesco-consiglio-muo/">“Ho osato dire che Camilleri è un furbo e mi hanno dato dello str***o; d’altronde Oscar Farinetti allinea perle letterarie che neanche Fabrizio Corona”: Francesco Consiglio muove guerra agli Intoccabili della cultura italiana</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“La bellezza può essere raccapricciante?”: muore Gianni Fucci, l’ultimo dei grandi poeti neodialettali, il confidente di Tonino Guerra e di Raffaello Baldini. Ho avuto il pregio di essere un suo “carissimo amico”</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-bellezza-puo-essere-raccapricciante-muore-gianni-fucci-lultimo-dei-grandi-poeti-neodialettali-il-confidente-di-tonino-guerra-e-di-raffaello-baldini-ho-avuto-il-pregi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2019 09:57:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>…e ormai tutto è calibrato alla leggenda, i fatti, ora, dopo la piena della vita, ritornano nell’alveo, come fanno i fiumi dopo essersi sbizzarriti, si saldano nel destino e nel meraviglioso. Quando parlavo di lui, roteando il nome sulla lingua, mi veniva in mente Dante: Vanni Fucci, il vile violento conficcato nel XXIV dell’Inferno, “vita [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-bellezza-puo-essere-raccapricciante-muore-gianni-fucci-lultimo-dei-grandi-poeti-neodialettali-il-confidente-di-tonino-guerra-e-di-raffaello-baldini-ho-avuto-il-pregi/">“La bellezza può essere raccapricciante?”: muore Gianni Fucci, l’ultimo dei grandi poeti neodialettali, il confidente di Tonino Guerra e di Raffaello Baldini. Ho avuto il pregio di essere un suo “carissimo amico”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>…e ormai tutto è calibrato alla leggenda, i fatti, ora, dopo la piena della vita, ritornano nell’alveo, come fanno i fiumi dopo essersi sbizzarriti, si saldano nel destino e nel meraviglioso.</strong> Quando parlavo di lui, roteando il nome sulla lingua, mi veniva in mente Dante: <em>Vanni Fucci</em>, il vile violento conficcato nel XXIV dell’Inferno, “vita bestial mi piacque e non umana…”. Con cura, lo prendevo in giro. <a href="http://www.pangea.news/gianni-fucci-il-viandante-delle-parole-compie-90-anni-elogio-del-poeta-che-ha-scritto-un-possente-romanzo-lirico-in-dialetto-e-stato-influenzato-da-nietzsche-si-e-dato-all/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Gianni Fucci,</strong></a> al contrario della canaglia pistoiese, era un uomo buono, rasserenato nella gentilezza, un uomo di rude onestà, di sincera obbedienza al genio: se c’è uno che penso in Paradiso è lui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con Gianni Fucci, che ha fatto a tempo a compiere i 90, il 3 ottobre scorso, non muore la poesia – la divina bestia ora se ne starà zitta per un po’, a rintanare le fauci in lacrime</strong>, poi tornerà a mordere, a scattare, immemore e immortale. La morte di Gianni Fucci, però, scomparso nell’oscurità di San Valentino, lui, innamorato alla poesia, sigilla la fine di un tempo. Proprio così. Fucci è di quelli, i pazienti, i rari, che prima fanno accomodare tutti, sistemano la brocca e danno acqua alle piante, curano l’arredo, frugale, e che la mensa per gli ospiti sia chiara – poi, chiude il cancello del giardino, mette la chiave nella gola di un falco, si unisce alla compagnia, agli amici.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Finito è il tempo, dico, in cui si viveva sull’onda dell’intenzione e dell’amare, in cui vivere era avventurarsi, in cui l’amicizia era un avvento, in cui la letteratura era vento, vanto, e i poeti potevano cambiare il viso del mondo, potevano prendere una città intera. Ormai, dopo la morte di Fucci, ripeto, tutto questo è lutto e leggenda.<strong> Santarcangelo, quel rubino di Romagna, tra l’aspro della terra, l’utopia marina e cieli di un azzurro folle. L’epopea di “E circa de’ giudéizi” e di quella “razza d’oro”, come dice il mio amico Nicola, di cui Gianni era l’ultimo, il più giovane. </strong>Tonino Guerra, che con la poesia ha cambiato il cinema italiano, Raffaello Baldini, che ha cambiato la poesia italiana, Nino Pedretti, il talento selvaggio e indomabile, Flavio Nicolini, il fascinoso intellettuale, e mettiamoci Rina Macrelli, l’eccellente cineasta che si è battuta per far scoprire al mondo gli amici ‘neodialettali’. Mentre tutti partivano, a far fortuna a Roma, a Milano, Gianni Fucci, nato un po’ per caso in Francia, a Monbeliard, nel 1928, da padre toscano – da cui il cognome ‘dantesco’ – e mamma romagnola, è rimasto, dopo qualche parentesi infelice con Elio Petri (<em>leggi sotto</em>), a Santarcangelo. <strong>Mentre tutti i suoi amici poeti sono morti, da Nino Pedretti (nel 1981) a ‘Lello’ Baldini (nel 2005), da Tonino Guerra (nel 2012) a Flavio Nicolini (nel 2015), lui è rimasto, per farli accomodare tutti nel regno dei giusti. Che talento nell’attesa, che delicatezza nell’amare.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65662" aria-describedby="caption-attachment-65662" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65662" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucciprima-e1550309862506-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucciprima-e1550309862506-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucciprima-e1550309862506-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucciprima-e1550309862506-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucciprima-e1550309862506-1320x1760.jpg 1320w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /><figcaption id="caption-attachment-65662" class="wp-caption-text">La lettera che mi ha scritto Gianni Fucci il 22 settembre 2016</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Quando mi ha scritto “Carissimo amico”, mi sono commosso. I poeti, oggi, sono ambigui e ambiziosi, non hanno tempo che non sia dedicato ad annaffiare il proprio ego. Nel 2015 Ennio Grassi mi avvisò che in una raccolta di poesie in italiano, <em>Sigilli del tempo</em>, pubblicata dal riminese Raffaelli, Gianni Fucci mi aveva dedicato una poesia. La poesia s’intitola <em>Laboratorio </em>e ha la dedica in esergo, “A Davide Brullo”. Fucci leggeva i miei articoli su <em>La Voce di Romagna. </em>Per me quella poesia è il fischio dell’angelo, una medaglia – è questa:</p>
<p>La fucina sulfurea<br />
sfavilla parole esacerbate<br />
in una realtà che attinge al visionario.</p>
<p>La voce è schietta e frequenta<br />
sublimi immagini dell’anima.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Andai a trovare Fucci a casa sua, a Santarcangelo – lo andai a trovare anche all’Ospedale di Rimini, dove era ricoverato per un piccolo incidente domestico, qualche tempo dopo. Tutti lo chiamavano <em>il poeta</em>, e quella definizione, che oggi vale per cretino, apolide, sfigato, in lui risplendeva come un’aura – <strong>Gianni Fucci poteva indossare con merito e orgoglio quel nome, <em>poeta</em>, che molti si calcano addosso con scaltrezza, cupidigia, stortura. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una amicizia tra un poeta e un vago, dalla distanza di 50 anni uno dall’altro. Sono stato marchiato dal previlegio e dal pregio:</strong> Gianni Fucci è stato uno dei rarissimi poeti – quelli veri – che posso dire amico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono un paio di lettere di Gianni Fucci che conservo come qualcosa che mi dà respiro e calore. Una è questa, del 22 settembre 2016:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“…voglio comunicarLe le emozioni procuratemi dalla lettura del suo folgorante poemetto <em>L’Impotente</em>, d’un fascino quasi diabolico. Lo sconcerto è stato grande, la lettura irta come la scalata invernale della parete Nord del Cervino; ma l’emozione è stata intensa; come in una sorta di ipnosi mi ha accompagnato fino all’ultima parola… Il cataclisma cosmico è in atto, penetra dai pori, permeando ogni anfratto dell’anima: la bellezza può essere raccapricciante?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella lettera precedente Fucci concludeva, “con grande stima e, spero, amicizia”. Mi sembrava paradossale:</strong> un grande poeta, un poeta che ha tartassato il volto di tigre della Storia con le sue poesie, <em>spera</em> nella mia amicizia! Per me era una benedizione avere la sua attenzione…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_65663" aria-describedby="caption-attachment-65663" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65663" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucci1-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucci1-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucci1-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucci1-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/lettera-fucci1-1320x990.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65663" class="wp-caption-text">La lettera di Gianni Fucci dell&#8217;11 dicembre 2016</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’altra lettera è datata 11 dicembre 2016. A Natale, come abitudine, Fucci invia un sonetto, firmato “Da Mafalda e Gianni Fucci”.</strong> Il sonetto <em>Mènda al Cuntrêdi </em>(“Dalle contrade”) ha sulla soglia, in esergo, un verso da una mia raccolta antica, <em>Annali. </em>La lettera ancora mi imbarazza, la ricalco per testimoniare la generosità e la spudorata apertura al nuovo di un grande poeta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Carissimo amico, la sua genialità di poeta mi vede, ancora una volta, costretto ad importunarla. Questa volta è il poemetto Annali, dal quale ho estrapolato un verso che ho inserito nella dedica. Quel verso ha ispirato il “Sonetto natalizio” che ho scritto quest’anno (una consuetudine più che quarantennale). Infatti da “La luce venne che noi dormivamo” è nato <em>Mènda al Cuntrêdi </em>(“Dalle contrade”), che troverà in allegato. Cordialmente suo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con l’“epica familiare in dialetto santarcangiolese” <em>Rumànz </em>(Il Vicolo, 2011), come si sa, Gianni Fucci ha portato il dialetto di Santarcangelo in luoghi inauditi, addirittura nel poema ariostesco – anzi, azzardo, ‘puskiniano’ –, in ottave. </strong>Fucci aveva il carisma della malinconia e nell’ultimo capitolo del poema, che s’intitola <em>Stória, destêin… o ché?</em>, scrive versi che porto in me come memorabili (li cito nel suo italiano):</p>
<p>Chi sa se saprò dire – sono disperso,<br />
nell’alba chiara di giglio brinato! –<br />
l’Immenso o il Nulla: come l’Universo?<br />
La vita non mi esalta – disturbato<br />
da pregi e da difetti – nel mio verso<br />
brucio il ricordo d’un tempo mutato.<br />
Mettendo insieme il cuore con il pensiero<br />
troverò, della vita, il filo intero?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Certo, sono un disadatto, uno che disdora gli amori, un disadorno all’amare. Avevo pattuito con Fucci una intervista per un giornale importante – gli avrei scritto – sarei passato a trovarlo. <strong>Quando muore qualcuno di amato si sente sempre l’ago della colpa. Lo pensavo immortale.</strong> (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Alla faccia del comunista Elio Petri!”: un dialogo con Gianni Fucci</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lui è quello a cui si rivolge Tonino Guerra, in uno degli spot più celebri e sfottuti della storia della tivù. “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!”. Era il 2001, e Gianni era, è, <strong>Gianni Fucci</strong>, che il 3 ottobre prossimo di anni ne fa 88, cifra mistica, il doppio infinito a rovescio. Per il suo compleanno, si è fatto stampare un libro di poesie, “Legrimi ad luce” (Il Vicolo, Cesena), che significa lacrime di luce. Ci sono un tot di poesie per l’amico Tonino Guerra, che vuole “capire il luogo dove nascono i sogni”, ma anche per Nino Pedretti, poeta stralunato e riposto, per Flavio Nicolini, grande sceneggiatore per la Rai, per Raffaello Baldini, che è “uno dei tre o quattro poeti più importanti d’Italia” del secondo Novecento (lo dice Pier Vincenzo Mengaldo). <strong>Abitavano tutti nel piccolo borgo romagnolo di Santarcangelo</strong>, questi artisti straordinari, sospesi tra il cielo abbacinante e gli orizzonti leonardeschi, che in modo diverso (dobbiamo ricordare il sodalizio tra Guerra e Fellini?) hanno <strong>cambiato la cultura italiana</strong>, e nessuno ha ancora scoperto il segreto di questa estrema vitalità. Ora resta solo lui, Fucci, corpo di pietra e occhi grevi di oceaniche malinconie, uno che si è tradotto in dialetto i suoi autori amatissimi, Rimbaud, Baudelaire, Nietzsche, a testimoniare quel bel tempo perduto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65664 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/rumanz-e1550309979647-300x230.jpg" alt="" width="263" height="202" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/rumanz-e1550309979647-300x230.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/rumanz-e1550309979647.jpg 491w" sizes="(max-width: 263px) 100vw, 263px" />Canonizzato tra i grandi dialettali dal 1976</strong> (è in tutte le antologie che contano, Garzanti, Einaudi, Utet), autore di un’opera disseminata in una decina di libri, tra cui un arrostisco “Rumanz” (2011) che narra, in ottave, la sua vita, Fucci, che è stato bracciante e muratore, ristoratore e bibliotecario, sembra il più sfigato tra i santarcangiolesi. In realtà, più che stare all’ombra del successo dei suoi amici ne è stato l’ombra grigia. Baldini gli telefonava da Milano “per sapere come scrivere alcune parole in dialetto”, Guerra lo voleva con sé a Roma. Ma lui, che «giocavo a bocce con Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, da Tonino», preferì un’altra vita. Fin da subito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fin dagli esordi come aiuto regista di Elio Petri</strong>, Oscar e Premio speciale di Cannes nel 1971 per “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e Palma d’oro l’anno dopo con “La classe operaia va in paradiso”. «<em>Petri all’epoca lavorava per “l’Unità”, passava da Santarcangelo per incontrare il suo amico, il pittore e scenografo Renzo Vespignani. Fu Tonino Guerra a presentarci. Voleva fare un corto, che narrasse la storia del garzone di un panettiere che fa le consegne in bicicletta da Rimini, Bellaria, Santarcangelo. E che diventa un talento del ciclismo</em>». Il “corto” s’intitola “Nasce un campione”, ha un certo successo, esce nel 1954 ed è censita come l’opera prima di Petri. Il quale vuole Fucci con sé anche nel secondo “corto”, “I sette contadini”, dedicato alla storia dei fratelli Cervi, su sceneggiatura di Cesare Zavattini, che esce nel 1957. «<em>Sa, Petri era un uomo dalla vita disordinata…</em>». Che vuol dire? «<em>Che ogni notte andava al casino, a donne</em>». E lei? «<em>Io stavo a guardare. E lui mi diceva, “ma che sei frocio?”</em>». Arzillo il Petri… «<em>è che io ero innamorato di quella che sarebbe diventata mia moglie. Per questo non sono voluto andare a Roma</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il secondo “corto” girato insieme, Petri, che di lì a poco avrebbe girato il primo film, “L’assassino”, su soggetto di Tonino Guerra, con Marcello Mastroianni, pretende <strong>Fucci come suo aiutante a Roma</strong>. «<em>Eravamo in viaggio da Reggio Emilia a Roma, sul treno. “Non fare lo str***o, vieni a Roma”, continuava a ripetermi Petri. Ma io a Santarcangelo scendo, mi siedo sulla panchina. Lui mi osserva dal finestrino, sporgendosi, con le braccia incrociate, e sussurra, freddo, “sei proprio uno str***o”, “sei proprio uno str***o”, e va avanti così, finché il treno non sparisce all’orizzonte, con una intensità che ancora adesso mi risuona nelle orecchie. Non me l’ha mai perdonata. Ogni volta che lo incontravo, insieme a Flavio Nicolini, mi diceva, “se fossi venuto a Roma… avresti fatto carriera”</em>». <strong>Fucci, da parte sua, non perdona a Petri, «un uomo generosissimo», la beata «vita borghese»</strong>. «<em>Beh, mi ricordo la sua casa romana, piena di quadri di Zavattini e di altri artisti importanti, e le cene, servite da una cameriera con i guanti lunghi, perfettamente agghindata. Alla faccia del comunista Elio Petri!, mi veniva da dirgli</em>». Fucci, che oggi non legge quasi più nulla, <strong>la letteratura contemporanea lo urta</strong>, naviga in un mondo altro, in una palude in perpetuo contatto con i morti, ha amato «Vittorio Sereni e soprattutto Andrea Zanzotto, che ho ospitato in casa, a Santarcangelo. E anche Mario Luzi, mi piace moltissimo». Ha incontrato anche Mario Luzi, Fucci. «<em>A Sant’Agata Feltria, era ospite per una lettura poetica. Ero seduto al suo fianco. Ma non gli ho detto che ero un poeta, non me la sono sentita, mi vergognavo</em>». <strong>In questa vergogna, purissima, è il gergo di un grande poeta. </strong>(<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Si ripubblica qui un articolo <a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2016/10/02/quadri-costosi-cameriera-alla-faccia-del-comunismo/" target="_blank" rel="noopener">comparso su “il Giornale Off&#8221;</a> il 2 ottobre 2016 con il titolo originario: “Col dialetto cambiò la cultura italiana. Gianni Fucci fa 88”</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-bellezza-puo-essere-raccapricciante-muore-gianni-fucci-lultimo-dei-grandi-poeti-neodialettali-il-confidente-di-tonino-guerra-e-di-raffaello-baldini-ho-avuto-il-pregi/">“La bellezza può essere raccapricciante?”: muore Gianni Fucci, l’ultimo dei grandi poeti neodialettali, il confidente di Tonino Guerra e di Raffaello Baldini. Ho avuto il pregio di essere un suo “carissimo amico”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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