<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Mario Iannaccone Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/mario-iannaccone/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/mario-iannaccone/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Fri, 24 Jun 2022 04:33:57 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.11</generator>
	<item>
		<title>Avremmo avuto Baudelaire senza l’oppio? Su droghe, letteratura e CIA. Dialogo con Mario Iannaccone</title>
		<link>https://www.pangea.news/rivoluzione-psichedelica-intervista-iannaccone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2020 04:38:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Baudelaire]]></category>
		<category><![CDATA[Beatles]]></category>
		<category><![CDATA[Junger]]></category>
		<category><![CDATA[Leary]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Lsd]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Iannaccone]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=75481</guid>

					<description><![CDATA[<p>Tutto è estasi. L’uomo è qui per andare al di là – uscire fuori di sé, da sempre, è la formula per capire chi si è. Ombelico e terzo occhio; interiorità estrema ed esplosione. Ovviamente… tra Woodstock ed Eleusi la distanza è straordinaria. In Messico, tra i Tarahumara, Antonin Artaud cerca la Cabala, “la musica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rivoluzione-psichedelica-intervista-iannaccone/">Avremmo avuto Baudelaire senza l’oppio? Su droghe, letteratura e CIA. Dialogo con Mario Iannaccone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto è estasi. L’uomo è qui per andare al di là – uscire fuori di sé, da sempre, è la formula per capire chi si è. Ombelico e terzo occhio; interiorità estrema ed esplosione. <strong>Ovviamente… tra Woodstock ed Eleusi la distanza è straordinaria. In Messico, tra i Tarahumara, Antonin Artaud cerca la Cabala, “la musica dei Numeri”, che regge la Natura</strong>; descrivendo la danza del Peyotl, “nel profondo della montagna di quegli Indi tarahumara”, gli accade, in visione, “la Natività di Hieronymus Bosch”. D’altra parte Ernst Jünger, che fa il suo primo viaggio a base di Lsd nel 1951, a 55 anni, guidato da Albert Hofmann, nel 1966 osserva come la droga, veicolo sacro che chiede spazi adeguati e adatti ‘sacerdoti’, che pretende il segreto, sia stata “profanata” dal fenomeno beat, di massa (“Non lo dite a nessuno, solo al saggio: ciò vale anche davanti a questa profanazione”; si legga: Jünger-Hofmann, <a href="https://www.ilgiornale.it/news/hofmann-j-nger-i-nonni-lisergici-1447874.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Lsd. Carteggio 1947-1997</em></a>, Giometti &amp; Antonello, 2017). <strong>“L’interesse per le droghe entra nella cultura occidentale alla fine del Settecento. Viaggiatori curiosi, spintisi a studiare i costumi dei lapponi, delle popolazioni siberiane o indie, riportavano racconti di costumanze religiose basate sulla possessione degli spiriti e sull’uso di sostanze inebrianti.</strong> Le sostanze allucinogene, veniva raccontato ai viaggiatori, indeboliscono le barriere che sbarrano la via agli influssi soprannaturali nella coscienza, permettendo agli spiriti e ai demoni di parlare. Chi sa usare queste comunicazioni, e trarne benefici per tutti – si leggeva nei primi resoconti che spiegavano tali pratiche, come il <em>De Lapponibus</em> di Canutus Leemius (Copenaghen, 1767) – sono gli sciamani”, scrive <strong>Mario Iannaccone</strong> in uno studio sulla <a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/attualitaestoria/rivoluzione-psichedelica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Rivoluzione psichedelica</em></strong></a><em> – </em>in versione aggiornata e accresciuta rispetto a quello edito da SugarCo nel 2008. Il libro, informatissimo, parte dall’uso ‘estetico’ – o meglio: per una estetica dell’estasi – della droga – i <em>paradisi artificiali</em> di Baudelaire, Coleridge, Gautier, Freud, Jung, D.H. Lawrence – fino alla funzione attribuita all’eccitante da Aldous Huxley, alle scoperte di Timothy Leary e Richard Alpert, all’uso di massa, veicolato dai <em>beat</em>, che avrà fatto gran bene alla musica ma non troppo all’uomo. <strong>Iannaccone studia l’uso ‘politico’ che fu fatto della droga, l’abuso dei servizi segreti, le nuove frontiere della ricerca lisergica (che ci coinvolgono). Nella zuppa degli anni Sessanta-Settanta, in cui il <em>Libro tibetano dei morti </em>veniva alternato ai Beatles, dove tutto era essoterico,</strong> si scambiava il sesso libero con il tantrismo e dal triplice <em>love</em> si passò alle pallottole e alla coercizione per mezzo di allucinogeni, l’uomo cercava, è canone, l’Oriente fuori di sé, l’El Dorando in un’India dei desideri. Di solito, basta guardare sotto i piedi, nell’erba, dietro la sedia. (d.b.)</p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-75483 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-58-207x300.jpg" alt="" width="318" height="461" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-58-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-58.jpg 400w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" />Da Coleridge (su cui apri il libro) in qua, fino a Baudelaire, Artaud, Jünger, si ritiene che l&#8217;eccitante sia necessario ad ‘aprire la mente’ verso immaginari inauditi, utili, in era moderna e contemporanea, all’arte: è effettivamente così?</strong></p>
<p>Necessario no, direi utile ad alcuni sicuramente. A qualcuno lo shock chimico ha dato una scossa creativa. Samuel T. Coleridge, in un momento di stanca, iniziò a scrivere il poemetto <em>Xanadu</em>, piccolo gioiello del sublime, ma non riuscì a finirlo. Si servì del laudano, l’oppio in forma alcolica, per calmare le ansie di cui soffriva ma in seguito vi ricorse meno. <strong>Un vero cultore di una sostanza che, in certi casi e ad alte concentrazioni, viene talvolta inserita nella farmacopea psichedelica (parola inventata come è noto nel 1957 dallo psichiatra Humphry Osmond) è stato Charles Baudelaire. Avremmo avuto Baudelaire senza l’hashish e senza l’oppio? Non credo.</strong> Antonin Artaud è un altro caso interessante. Era dipendente dagli oppiaci a causa di dolori cronici ma la sua vera ricerca delle visioni iniziò con il peyote. Negli anni Trenta si recò in zone selvagge del Messico, a dorso di asino, camminando per strade difficili, giungendo al paese dei Tarahumara che descrive con accenti che ricordano i “paesi impossibili” di Howard P. Lovecraft. L’esperienza che ebbe con un “prete dei cigurì”, come lo chiama lui, sciamano del peyote, è impressionante. La descrive, appunto, nel libro <em>Al paese dei Tarahumara. </em><strong>Sottoposto al rituale – dopo essere stato messo in guardia – si trova proiettato in un mondo inaudito, dove vi sono occhi giganteschi, figure colossali e incomprensibili. Alla fine si sente “rovesciato” da se stesso e da allora non abbandona più quella sensazione. </strong>Ma è difficile dire se questa esperienza abbia influito sulla sua creatività: pochi anni dopo verrà rinchiuso in una clinica psichiatrica. Chi, a parte Baudelaire, ha sicuramente lucrato di più di questi esperimenti è stato Ernst Jünger. Con la sua olimpica tranquillità, ha “assaggiato” di tutto” senza perdersi. Aveva internamente il modello del suo personaggio Peri che si trova nel romanzo <em>Heliopolis</em> (1949). Peri è lo psiconauta che nel suo romanzo cerca nei territori del sogno aiutandosi con droghe rare che prende con oculato timore. A differenza di tutti gli altri, Jünger, che 20 anni fa ci metteva in guardia dall’avvento dell’epoca dei “titani”, la nostra, è morto a 102 anni.</p>
<p><strong>Qual è l’autore più ‘lisergico’ e quello per cui l’uso di eccitanti si è rivelato un disastro?</strong></p>
<p>Personalmente credo che l’uso massiccio di LSD, in particolare, sia stato un carburante per il rock e il pop ma un deprimente per gli uomini di lettere, per la filosofia e per il pensiero in generale. Anche se ci sono delle eccezioni. <strong>Si potrebbe citare il romanziere Ken Kesey. Giovanissimo, dopo un corso di letteratura, mentre cercava di scrivere, accettò di sottoporsi a sessioni pesantissime di assunzione di sostanze allucinogene in un ospedale militare. Si trovò cambiato per sempre e durante quelle sessioni scrisse un romanzo bellissimo: <em>Qualcuno volò sul nido e del cuculo</em>.</strong> È il romanzo che ci racconta che i matti sono più sani dei sani (era l’argomento di quegli anni, ma anche dei nostri tempi folli); e del capo indiano che viene liberato dalla sua riserva mentale. Quello fu scritto sotto l’effetto dell’LSD. Come <em>Sometimes a Great Notion</em>. Dopodiché, Kesey si perse. Rimase per sempre il leader dei Merry Pranksters, gli Allegri Burloni che inventarono il viaggio americano Coast to Coast sul famoso bus multicolore Furthur: fecero il viaggio coast-to-coast al contrario, dalla California allo stato di New York, sino alla tetra dimora dove si erano rifugiati i professori di Harvard psichedelici, Leary e Alpert. <strong>Andrò contro il gusto di alcuni ma, secondo me, il disastro maggiore è William Burroughs, che si sentì posseduto da un demone dopo aver ucciso la moglie sotto l’effetto della droga, un demone che lo tormentò per tutta la vita. Scrisse di incubi e orrori e poco altro.</strong> Disse di sentirsi più tranquillo quando si fece fare un esorcismo, ma successe negli ultimi anni della sua vita.</p>
<p><strong>D’altronde, da quando l’uomo è uomo cerca i metodi più facili per ‘uscire di sé’: tra estasi ed ecstasy la distanza pare breve&#8230; Cosa ha animato la tua ricerca, perché l’hai svolta, da quale ispirazione sei partito?</strong></p>
<p>Sono sempre stato affascinato dagli stati alterati di coscienza, da ciò che possono indurre, dai loro pericoli, dal fatto che vengano sempre ricercati. <strong>La preghiera cerca un’alterazione della coscienza, e la mistica anche, necessariamente. Non a caso, ho concluso il mio percorso universitario con una tesi sugli <em>Esercizi Spirituali</em> di sant’Ignazio di Loyola, che comprendono una fase di immaginazione attiva, immersiva, assolutamente unica.</strong> Lui coronò la sua conversione con la visione di Manresa, dopo la quale vide che tutto era come lo aveva sempre visto, ma con un “significato diverso”. Parole enigmatiche e affascinanti, un’esperienza potente ma indicibile, che mi ha sempre affascinato. E più di recente, ho pubblicato una biografia di san Giovanni della Croce, <a href="http://www.pangea.news/in-quella-tenebra-cerco-un-rivolo-di-luce-e-scrisse-versi-stupendi-la-prima-biografia-italiana-di-giovanni-della-croce-il-mistico-estremista-dialogo-con-lautore/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Benché sia notte</em></strong></a>, il carmelitano scalzo spesso inabissato in lunghe estasi. Senza capire molto della qualità della sua estasi e senza sottilizzare in teologia, i dottori lisergici di Millbrook usavano proprio <em>La Notte Oscura</em> di Giovanni durante i loro trip. Dunque, a chi mi chiede come mai mi occupi di cose così diverse fra loro, rispondo che non sono argomenti diversi: è lo stesso argomento visto da angolazioni diverse.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75484 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890-192x300.jpg" alt="" width="269" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890.jpg 716w" sizes="(max-width: 269px) 100vw, 269px" />Jünger, nel suo dialogo con Alfred Hofmann, lo ‘scopritore’ dell’Lsd, pone una netta differenza tra un uso della droga che tocca il sacro, esito di un percorso di ricerca personale, e il vilipendio pop (beat) della medesima sostanza, come ‘sballo’. Regge questa distinzione?</strong></p>
<p>Regge, perché – lasciando perdere le culture sciamaniche orientali o nordiche – per millenni nel centro dell’Europa sono esistiti luoghi come i templi di Apollo, Demetra e Persefone, con Eleusi in primis, dove l’esperienza estatica era favorita, nelle sue visioni, da ingestioni di sostanze, funghi o bevande inebrianti. Lì non c’era sballo ma ricerca, ritualmente ordinata, preparata. Il vino dell’eucaristia sta proprio a significare la sostituzione, una volta per tutte, di ogni sostanza inebriante, portatrice di visioni e stati alterati di coscienza, con la Visione ultima, cristiana. <strong>Dunque, sì, la distinzione proposta dall’aristocratico Jünger, psiconauta attentissimo, è valida e concordavano molti seri studiosi, a cominciare da Mircea Eliade. L’intossicazione della Rivoluzione psichedelica fu selvaggia, sregolata, all’inizio indotta poi autoalimentata</strong>, e produsse inizialmente una fiammata di creatività soprattutto nella musica, diciamo sino alla metà degli anni Settanta o poco oltre, dopodiché si spense. Oggi, nei rave, altre sostanze che alterano la percezione del tempo e dello spazio impongono un dionisismo brutale, feroce.</p>
<p><strong>Come si connette l’uso della droga con una propensione ‘politica’, con una scelta sociale? Uscire da questo mondo in una forma ‘rivoluzionaria’, per costruire un altro mondo. </strong></p>
<p>L’uso della droga per alimentare smottamenti politici fu teorizzato prima dai Beat, negli anni Cinquanta. <strong>Erano intossicati di anfetamine, benzedrina, alcool: isterici, veloci, cattivi e disorganizzati. Piccole cerchie che cercavano la rivoluzione personale che doveva poi estendersi alla politica, ma con calma. Poi arrivarono gli Hippy, molti dei quali erano sicuri che la civiltà sarebbe velocemente crollata, che ci sarebbe stata penuria di tutto, che il sistema non avrebbe retto e che soltanto gli psichedelici potevano “curare” la società.</strong> Era la versione pop di ciò che pensavano anche alcuni psicologi come Richard Alpert (che poi divenne il guru Ram Dass). Alcuni produttori indipendenti di LSD proposero veri e propri manifesti politici per distribuire l’LSD ai potenti. L’acido lisergico divenne la sostanza più importante e diffusa, più dei derivati del peyote (mescalina) e del derivato del fungo provato da Artaud, la psilocibina. L’LSD era più abbondante, potente. Anche i politicizzati di Berkeley vi si convertirono. Erano convinti che potesse “cambiare” il mondo, rivoltarlo, spargendo pace, amore e tolleranza e… Love, Love Love. Ci credettero davvero, alcuni, tanto che distribuirono decine di migliaia di dosi gratuitamente. Sono i cosiddetti Johnny Appleseed, i “disseminatori”, i distributori di LSD, più o meno collegati a centrali oscure, come Al Hubbard o l’inglese Michael Hollingshead soprannominato <em>L’uomo che ha acceso il mondo</em>. E Aldous Huxley, naturalmente, che è stato il vero ideologo della Rivoluzione psichedelica. Soltanto che Huxley non credeva ai progetti rivoluzionari alla Leary, ma a un’infusione lenta, per cerchie che dovevano allargarsi piano piano. Non negli stadi, come volevano Leary o i Merry Pranksters di Ken Kesey. Huxley ha lasciato un vero e proprio progetto politico nel libro <em>L’isola</em>, scritto poco prima di morire.</p>
<p><strong>Come entra la Cia nella tua ricerca?</strong></p>
<p>La Cia entra perché, come tutte le agenzie del mondo (di quella russa sappiamo meno), aveva attivato dei progetti per capire come potevano essere usate determinate sostanze. E ha unificato nel 1953 tutti i progetti militari già attivi, principalmente interessati a capire se fosse scientificamente possibile il “lavaggio del cervello” e il controllo mentale, nel famoso progetto ombrello Mk-Ultra, attivo, con vari nomi, dal 1953 al 1973, e poi inabissatosi probabilmente con altri nomi. Hanno così sperimentato in studi finanziati a università e centri ricerca, ma anche in studi sul campo molto meno scientifici, e persino su soggetti inconsapevoli, gli effetti di mescalina, psilocibina, DMT, LSD principalmente, e poi di altre sostanze. Alla fine hanno probabilmente scoperto che gli usi non potevano essere massicci come si pensava. <strong>Eppure una fazione interna, secondo Leary e altri protagonisti di quella stagione, volle la distribuzione massiccia dell’LSD nelle strade come esperimento sociale. La sostanza, si diceva, diminuiva la conflittualità sociale. Così nacque l’esperimento di Haight-Ashbury e della Summer of Love. Molti aspetti sono poco chiari ma è sicuro che dopo la messa al bando dell’LSD nel 1966, servizi segreti, grande finanza e trafficanti internazionali, tutti collegati, si misero nell’affare della produzione di sostanze di vario effetto, e soprattutto dell’eroina che inondò il mercato a fine decennio, cambiando il <em>mood</em>.</strong> Ad ogni modo, a parte i finanziamenti cospicui, a pioggia, a tanti istituti che dovevano studiare gli usi militari o di intelligence delle sostanze psichedeliche, non si possono ignorare due fatti: Timothy Leary era l’autore del manuale di profilazione degli agenti della CIA (il Leary) prima di diventare il profeta dell’LSD. E tutta la storia dell’interesse dell’agenzia per la sostanza venne fuori quando la famiglia di Olson, l’uomo a cui era stato sciolto dell’acido in un cocktail e che si era ucciso gettandosi da una finestra, chiese la desecretazione dei documenti. Da qui, la commissione Church nel 1977 pubblicò migliaia di pagine dove venne fuori la vastità dei programmi di ricerca dell’agenzia.</p>
<p><strong>Qual è stata la scoperta più sorprendente in cui sei incappato facendo ricerca?</strong></p>
<p>La scoperta è che oggi si torna a progettare una rivoluzione psichedelica, ma più medicalizzata. Molti di coloro che furono in disaccordo con la messa al bando delle sostanze psichedeliche ed enteogeniche nel corso del 1966 e poi via via, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, hanno costituito fondazioni e centri ricerca riuscendo a far riammettere programmi per l’uso clinico dell’LSD e altre sostanze a scopo terapeutico, come la cura dell’alcolismo. <strong>Il che va bene, è un ritorno a sperimentazioni già tentate, ma la cosa più preoccupante è che molti di questi scienziati e attivisti sostengono l’uso di certe sostanze per migliorare quelle personalità che loro considerano “dogmatiche” “rigide” o “intolleranti”.</strong> Si apre così alla possibilità della psichiatria politica del resto già apertamente discussa ad Harvard, oggi come 50 anni fa.</p>
<p><strong>Sintetizza la ‘morale’ della favola, le conclusioni del tuo libro.</strong></p>
<p>Che la favola degli apprendisti stregoni andrebbe continuamente rimandata a memoria.</p>
<p><em>*In copertina: Maggio 1969, di fianco a John Lennon e Yoko Ono, a destra, Timothy Leary e la moglie Rosemary</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rivoluzione-psichedelica-intervista-iannaccone/">Avremmo avuto Baudelaire senza l’oppio? Su droghe, letteratura e CIA. Dialogo con Mario Iannaccone</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/6X6LwYi-scaled-e1587810292719-1024x555.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“In quella tenebra cercò un rivolo di luce, e scrisse versi stupendi”: la prima biografia italiana di Giovanni della Croce, il mistico estremista. Dialogo con l’autore</title>
		<link>https://www.pangea.news/giovanni-della-croce-iannaccone-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jun 2018 04:47:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[anima]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Campo]]></category>
		<category><![CDATA[Dio]]></category>
		<category><![CDATA[Distanza]]></category>
		<category><![CDATA[Dostoevskij]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni della Croce]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Iannaccone]]></category>
		<category><![CDATA[Michelangelo]]></category>
		<category><![CDATA[mistica]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Pangea]]></category>
		<category><![CDATA[Poeta]]></category>
		<category><![CDATA[poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=61145</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’amico mi fa. Leggi almeno le prime pagine. Non potrai farne a meno. Hanno una furia romanzesca. E io leggo. Non che volessi delegare la lettura ad altro tempo. Solo che. 480 pagine e 837 note. Che dicono di un lavoro – va da sé, siamo in ambito saggistico, per quanto ‘divulgativo’, cioè leggibile, evviva [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giovanni-della-croce-iannaccone-intervista/">“In quella tenebra cercò un rivolo di luce, e scrisse versi stupendi”: la prima biografia italiana di Giovanni della Croce, il mistico estremista. Dialogo con l’autore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1" style="text-align: justify;">L’amico mi fa. Leggi almeno le prime pagine. Non potrai farne a meno. Hanno una furia romanzesca. E io leggo. Non che volessi delegare la lettura ad altro tempo. <b>Solo che. 480 pagine e 837 note. Che dicono di un lavoro – va da sé, siamo in ambito saggistico, per quanto ‘divulgativo’, cioè leggibile, evviva – minuzioso, al microscopio.</b> L’amico tallona. Lo accontento. <b>“Decise di fuggire la notte del 16 agosto 1578. Non poteva più rimandare. Attese il buio nella sua cella fetida di cui aveva già forzato la porta. Al calar della notte si pose in ascolto:</b> silenzio, il mormorìo del fiume, il russare di due frati di passaggio addormentati nella sala. Aprì, piano piano, e guardò fuori: era una notte luminosa e sull’altro lato della sala le finestre affacciate sul Tago lasciavano filtrare la luce della luna. In quel silenzio il rumore metallico di una chiave infilata nella serratura che cadde e rimbalzò parve assordante”. <b>Pare, chessò, <i>Il Conte di Montecristo. </i>Invece, “è la prima biografia critica, in lingua italiana, di san Giovanni della Croce”, come dice la ‘quarta’ di <i>Benché sia notte</i></b><i> </i>(Ares, 2018), titolo luminoso, quasi cinematografico. Merito di Mario Iannaccone rendere la storia di Juan de Yepes, cofondatore dei Carmelitani Scalzi, beatificato come Juan de la Cruz nel 1675 e fatto Santo nel 1726, <b>una fiction, una vicenda spirituale – anzitutto, verticale, vertiginosa – dal nitore narrativo. Di per sé, come si dice, ‘la storia c’è tutta’:</b> l’incontro con l’altra implacabile mistica – Teresa d’Avila – la creazione di conventi in cascinali sparuti, il contrasto, la prigione, il fraintendimento, la fuga, la morte in solitudine. Devastante, terminale Juan, che scopre che l’anima è barocca e va denudata, che ci fa percorrere la via crucis dell’interiorità, <i>La notte oscura</i>, fino a sbocciare nell’Altro… che prende per i capelli la ‘via negativa’ dello Pseudo-Dionigi – siamo nullità, incuneate nel nulla, Dio è la grande tenebra che ci trafigge verso la visione sonora, perché è nella notte, nel punto più doloroso del vivere, che vediamo – e lo getta nel futuro, roteando, fino a Dostoevskij, fino a oggi. <b>Chi ha letto Juan, non può non <i>soffrirlo</i>. Scrive molto bene Iannaccone: “Scrisse sempre per alludere a quanto traboccava dal suo cuore e non sapeva comunicare altrimenti; scrisse in servizio della sua missione di direttore spirituale. </b>Era anche ben cosciente – è lui a dircelo – che queste stesse poesie erano poca cosa rispetto a quanto intendeva dire. Allora ricorse a glosse, testi in prosa lunghi e complessi, che espandono il significato delle poesie andando incontro a una sorta di <i>splendido fallimento</i>. Come Michelangelo Buonarroti, Juan conosceva il senso dell’incompiutezza e l’accettava”. <b>Notevole l’accostamento a Michelangelo, perché l’anima è quel deforme, quel marmo muto a cui l’esperienza spirituale – la disciplina nel rampicare l’abisso – dà forma.</b> Chi tocca Juan ne viene stigmatizzato: ricordo la traduzione delle sue poesie, di inclassificabile urgenza, da parte di Cristina Campo – si firmò Giusto Cabianca – per <i>I mistici dell’Occidente </i>di Elémire Zolla. <b>“Per arrivare a sapere tutto/ non voler sapere nulla in nulla”; “per giungere al tutto/ devi lasciare del tutto il tutto”. </b>Questi versi, tratti dalla <i>Salita al Monte Carmelo</i>, mostrano che la perdizione è il gesto con Dio ci orienta a sé; che la notte è sempre un fuoco sulla via della vera luce. “Dimentico, acquietato,/ il volto reclinai sopra l’Amore/ tutto cessò e restai”. Non cerchiamo forse questo, per riscattare la nostra personale notte? Perderci – fino a perdere il nome, gli alfabeti e gli affetti – perché Uno ci raccolga, definitivamente?</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><b><img decoding="async" class=" wp-image-61146 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/Juan-libro-207x300.jpg" alt="Juan libro" width="176" height="255" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/Juan-libro-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/Juan-libro.jpg 400w" sizes="(max-width: 176px) 100vw, 176px" />Una biografia di san Giovanni della Croce. La prima? Come le è venuto in mente di imbarcarsi in un lavoro così potente, immenso? </b></p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Per studi e interessi sono sempre stato affascinato dal Cinquecento e dal Seicento, secoli avvolti da una crisi che ha alcune similitudini con quella dei nostri tempi. <b>A differenza del nostro tempo, quello era abitato da letterati, politici, filosofi, religiosi, militari e artisti di singolare grandezza. Giovanni della Croce è uno dei 6 o 7 grandi personaggi della Spagna imperiale di quel periodo. Inoltre ho sempre amato le biografie: si tratta di un genere letterario specifico, di grande dignità narrativa e affine al romanzo.</b> Le biografie migliori hanno l’ambizione di dipingere veri e propri affreschi storici inserendo i biografi nel loro contesto culturale, religioso e sociale. Mi piaceva poi la sfida di scoprire Giovanni della Croce, un personaggio un po’ misterioso sul quale non esistono biografie recenti né in italiano né in altre lingue. Eppure, i grandi personaggi del Rinascimento e del Barocco sono molto amati dai biografi. I santi Ignazio di Loyola e santa Teresa d’Avila, i re e gli imperatori come Carlo V o Filippo II, per non parlare degli artisti, gli architetti, i pittori, i musicisti e i poeti del tempo. Su di lui, ho trovato biografie risalenti al Seicento o al Settecento, e piccole e lacunose biografie – ma soprattutto agiografie – posteriori. Le agiografie, però, non sono biografie perché aderiscono ai cliché del genere: troviamo un santino dolce, remissivo, che faceva miracoli quasi ogni giorno. <b>Giovanni invece fu una persona forte: per imporsi, come ha fatto, su un ordine in decomposizione come erano i Carmelitani “calzati”. Mi incuriosiva, inoltre, il fatto che, a differenza di altri riformatori cattolici del periodo, lui non fosse di nascita aristocratica ma provenisse da famiglia povera, forse di hidalgos, ma ridotti alla fame. </b>Sopravvisse anche a una catena di lutti e finì in un collegio per bambini poveri. Eppure, unicamente grazie al suo ingegno, si fece strada. È uno di quei casi di convertiti in giovanissima età che apparentemente non svilupparono mai dubbi sulla propria scelta; si trovò, quasi per caso, a guidare un movimento di riforma già tentato più volte, ad esempio dall’isolato e combattivo Juan de Avila. Ma che non era riuscito per le varie crisi che la società spagnola aveva attraversato: i conflitti religiosi del tardo Quattrocento con <i>moriscos</i> e <i>conversos</i>, e le ripetute epidemie, a partire da quella della metà del Trecento che aveva sterminato intere congregazioni. Dopo aver conosciuto la vigorosa santa Teresa d’Avila, arrivò alla fondazione dei Carmelitani Scalzi. Lei, corrispondente con principi, re e letterati, generosamente ci ha raccontato la propria vita e qualcosa di Giovanni, che di sé non parla mai. Lui si dedicò agli studi, alla teologia, alla poesia e soprattutto alla preghiera. A un certo punto dovette mettere da parte i libri per viaggiare moltissimo: lo chiamavano per fondare monasteri, insegnare, organizzare lo Studium carmelitano appena costituito. La seconda parte della sua vita fu agitata perché incontrò molti nemici che non vedevano di buon occhio la sua opera di riforma. <b>Non a caso, il mio libro si apre con una rocambolesca fuga nella quale compaiono le classiche lenzuola annodate.</b> Fuggì da una prigione dove i frati nemici della riforma l’avevano tenuto prigioniero. Si calò per cinquanta metri nel buio, a Toledo, in una notte senza Luna.</p>
<p class="p1"><b>Qual è stato il suo metodo di lavoro. </b></p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Piuttosto laborioso per forza di cose. Dovevo cercare di capire cosa c’era di vero nella vita di Giovanni così come veniva raccontata e cosa si poteva considerare espressione di uno spirito agiografico, formale, poco accurato. In assenza totale di scritti autobiografici ho iniziato studiando la <i>Positio</i>, cioè l’indagine che fu scritta dagli inviati diocesani agli inizi del Seicento nei vari luoghi in cui il candidato santo, allora servo di Dio, era vissuto. <b>Sono 7 grossi volumi, più tomi di appendice, da leggere con attenzione nei quali appaiono le interviste rivolte a un centinaio di persone, dai 30 ai 40 anni dopo la morte di Giovanni.</b> Anche se ripetono modelli comuni, in quelle indagini così formalizzate e riscritte nello spagnolo colto degli ecclesiastici incaricati di redigere il dossier, si ravvisano accenti di verità, racconti che compaiono altrove (in lettere, testimonianze), dettagli rivelatori. Dopo aver imbastito questa base ho compulsato le prime biografie secentesche e poi quelle successive selezionando ciò che risultava credibile da ciò che aderiva troppo ai modelli agiografici, encomiastici ed eroici del Seicento. Esiste poi una notevole produzione accademica e scientifica che si occupa di aspetti singoli della vita di Giovanni, della sua opera o della sua poesia, così come della lunga serie di fondazioni a Toledo, Granada, Malaga, Salamanca, Baeza. Mi sono imbattutto in problemi storici e storiografici interessantissimi: come la permanenza in quel tempo di vaste énclavese di <i>moriscos</i> soprattutto nel centro-sud della Spagna. O le tante conversioni anche di celebri architetti italiani che lavorarono all’Escorial e si fecero eremiti o carmelitani. <b>O personaggi che sembrano usciti da un romanzo, come la bellissima Ana de Mendoza, aristocratica che andava in giro con una benda su un occhio perché non disdegnava lo <i>spadillo</i> e in un duello aveva perso un occhio.</b> Poco si sa oggi di questi personaggi eppure furono influenti e celeberrimi nel loro tempo.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><b>L’incipit del libro ha un tono volutamente narrativo. Eppure, si parla di un lavoro con oltre 800 note. Come si è mosso nella scrittura, ci sono state delle ispirazioni “romanzesche” per così dire? </b></p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">L’incipit racconta uno dei <i>clou</i> avventurosi della vita di Giovanni. Imprigionato ingiustamente, “disobbedì” ai suoi superiori fuggendo. Riuscì a cogliere l’occasione durante una distrazione dei monaci. Legò alcune strisce di lenzuoli a un balconcino e si calò nel nero della notte lungo la parete del grande monastero, sul retro della famosa piazza Zocodover, in vista sul Tago. <b>La corda finì prima che toccasse terra e lui non vedeva niente: potevano essere 10 metri o 15. Ma si lanciò sentendo che non poteva più tornare indietro. È un’immagine non casuale, che riassume la sua vita: l’affidamento alla “Noche”, alla tenebra dell’incertezza che è tenebra della fede e del dubbio, perché è contro la ragione naturale ma che diviene luce nel momento in cui viene accettata.</b> E da quest’esperienza di privazione della luce che lo aveva visto prigioniero in un bugigattolo buio, usato come gabinetto, è scaturita la sua poesia. Questo è storicamente accertato. In quella tenebra era riuscito a scrivere dei versi sublimi, in piedi su uno sgabello a cercare un rivolo di luce; e quando potè rifugiarsi in un monastero amico, sempre a Toledo, alle monache che lo videro apparire come un fantasma cominciò a recitare una poesia che sarebbe divenuta Il <i>Cantico spirituale</i>. Ancor prima della prigionia era stato relegato in una torretta, la Torrecilla, e lì aveva subito attentati e tentativi di minarne la credibilità con lo stesso metodo che ho trovato in episodi di circa 400 anni dopo, quando i Martiri di Barbastro, nella Spagna del 1936, furono tentati da giovani prostitute fatte entrare apposta nel salone in cui erano tenuti. Una scena pressoché simile. Insomma, la tentazione della carne come via per distruggere la fama di un uomo santo. Nella Spagna della controriforma la parola, il giuramento, si prendeva molto, molto seriamente. <b>Gli spunti romanzeschi non mancano, ebbe una vita intensa sino alla fine quando fu tradito da un frate che voleva far carriera e messo da parte “come uno straccio” dal nuovo generale degli Scalzi. Finì a morire quasi dimenticato, in sofferenze atroci per la cancrena di una gamba. E quella “notte oscura” che cantava sollevò sospetti.</b> Credo che la vita di una persona, per quanto inattingibile, possa essere resa soltanto da biografie che si fanno, in certi momenti, romanzo. Penso alle belle biografie che Carolly Erickson ha dedicato ai regnanti francesi, inglesi e russi di varie dinastie o alla biografia che Benedetta Craveri scrisse su Madame du Deffand. La biografia è un genere che incrocia la storia con il romanzo: in fondo può essere un vero romanzo storico. Ricordo un libro che mi affascinò anni fa, scritto dallo storico Alain Corbin, <i>Storia di uno sconosciuto</i>, del 2001: raccontava la vita di un artigiano specializzato nel costruire zoccoli. La sfida dello storico consisteva nel raccontare la vita di uno sconosciuto, un uomo qualunque, che non si era distinto per niente. Ma Corbin ne ha tratto una biografia che è anche romanzo; che suscita l’ambiente, gli odori, i gusti, il cibo, il modo di vestire e di vivere di un uomo di vari secoli fa. Rievocare è narrare, narrare significa riportare ai sensi interni ciò che altri vissero. I biografi Erickson, Craveri, Corbin o la Serena Vitale del <i>Bottone di Puśkin</i> sono andati alla scuola di Alexander Dumas. Poi, certo, le note sono necessarie in questo tipo di lavori perché garantiscono che non si sta inventando, non si alterano i dati storici. Giovanni non è stato un avventuriero come Ignazio di Loyola e difatti, su quest’ultimo, Garcia Villoslada potè imbastire una celebre biografia di dimensioni monumentali. Riguardo a Giovanni, la sfida è difficile perché bisogna vagliare ogni singola notizia che viene talvolta da una fonte unica. E le notizie sono anche molto parche e raccontano, talvolta, episodi apparentemente minimi, quasi enigmatici.</p>
<p class="p1"><b>La poesia di Giovanni pare consustanziale alla sua vita&#8230;</b></p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">“Consustanziale” esprime molto bene la questione. Giovanni visse nella poesia perché non sapeva esprimersi in altro modo in certi momenti. È uno di quei santi che si chiusero, in certi momenti della vita, nel silenzio assoluto e la sua afasia era rotta soltanto dalla pratica poetica, dal verso. Emergeva da estasi e stati contemplativi attorno ai quali, secondo i contemporanei, accadevano fatti strani: luci, rumori. Ci sono episodi, visti da molti testimoni, persino ostili a Giovanni, che non trovano spiegazione se non vogliamo pensare a una menzogna collettiva. Lui però sosteneva che per esprimere ciò che gli premeva non poteva che usare i versi, perché la parola razionale non bastava. È una poesia particolare, la sua, perché piegata all’esigenza di spiegare stati estatici o “unitivi”. <i>Il Cantico spirituale</i>, <i>La notte oscura, La fiamma d’amor viva</i>, <i>Benché sia notte</i>, <i>Il pastorello</i> nascono da questa esigenza: spiegare la teologia mistica partendo dalla propria esperienza. C’è un nucleo di poesie che personalmente trovo bellissime e che hanno influito nella storia della poesia spagnola, perché Giovanni fu uno dei versificatori più aggiornati del suo tempo ed è stato molto studiato. Conosceva molto bene la tradizione dei petrarcheschi, l’<i>arte nuevo</i> di Garcilaso de la Vega (1539-1616), riprese i modelli strofici di Bernardo Tasso e altri italiani e francesi. <b>Lesse molto, era colto, e insegnava. Quando veniva chiamato da Teresa per aiutarla nelle fondazioni, allora diventava architetto e muratore, falegname e tappezziere. </b>Costruì da solo persino un acquedotto. Una specie di Gaudì in piccolo.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><b>Ci sintetizzi la cifra della grandezza di quei versi. Come si saldano in una vita che fu anche una “notte oscura”, una tenebra?</b></p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">Per varie ragioni – la maggior parte della vita la trascorse isolato in luoghi disabitati – elaborò molto personalmente i modelli poetici del suo tempo e i modelli biblici. Conosceva anche la poesia popolare delle strade del suo tempo, perché veniva dal popolo: i <i>villancicos</i>, in particolare, ballate popolari cantabili. Fuse il tutto alla fede e alle esperienze inesprimibili che viveva, concentrando il suo dettato attorno a immagini o “simboli” tesi, potenti, elementari: il fuoco, la fiamma, la notte, il vento, l’alba, la fonte, il mormorio delle fronde, l’acqua che scorre, il paesaggio di colline che si perdono nell’alba, il fiume, il monte. E attorno a questi, imbastì poesie originalissime che sono praticamente intraducibili. Questo è vero per tutti i poeti, in vario grado, ma per lui in modo particolare. Di traduzioni ne sono state fatte tante, più o meno felici. Nel libro riporto una traduzione ma ho preferito che ci fosse, evidenziato, il testo originale. Ai versi tradotti viene a mancare il suono, la materia, le sillabe, le assonanze, le rime interne che si rincorrono anche a distanza e che costruiscono un senso al dettato poetico che la traduzione perde. In più, a Giovanni, viene imputato il fatto che egli faccia poesia religiosa ovvero che traduca “à lo divino” soggetti profani interpretati secondo la teologia. C’è poi la parte meno felice della sua produzione, le <i>Romanze</i>. Queste, pur contenendo strofe interessanti e paradossali, sono poesia di tema religioso e per questo risultano meno interessanti perché catechetiche. Ma gioielli come <i>Oltre un amoroso slancio</i> o <i>Vivo senza vivere in me</i> assolvono alla loro funzione religiosa (Giovanni usava i versi come direttore spirituali, e diversi dei suoi figli spirituali furono canonizzati) e vanno anche oltre. Nei secoli si è sviluppato un impressionante dibattito fra i letterati spagnoli sul modo di “maneggiare” i versi sanjuanisti. <b>Nel Siglo de Oro spagnolo Giovanni ha un posto suo, è un poeta originale che aveva osato tessere una sorta di libera parafrasi del <i>Cantico dei Cantici</i>. E poi ci sarebbe anche la prosa, in commento alla poesia.</b> Ne ho scritto molto, la trovo una splendida parafrasi alla poesia, ma è una parafrasi e appunto ripete in prosa ciò che la poesia, più sinteticamente, esprime con il verso. Per questo, la prosa di Giovanni, soprattutto i tre grandi trattati che hanno lo stesso titolo delle poesie maggiori, <i>Cantico spirituale</i>, <i>Fiamma d’amor vivo</i> e <i>Salita al monte Carmelo</i>, sono chiamate “il magnifico fallimento”.</p>
<p class="p2"><span class="Apple-converted-space">&nbsp;&nbsp;</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/giovanni-della-croce-iannaccone-intervista/">“In quella tenebra cercò un rivolo di luce, e scrisse versi stupendi”: la prima biografia italiana di Giovanni della Croce, il mistico estremista. Dialogo con l’autore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/christofsaintjohnofthecrossdali-e1528280420378-1024x918.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
