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	<title>Magog Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 12 Aug 2026 04:03:34 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Tra la “mahara” (la strega volante) e i Nirvana. Dialogo con Davide Cortese</title>
		<link>https://www.pangea.news/davide-cortese-roman-beat-generation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 04:03:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Cortese]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Piazza]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Beat Generation]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vado a trovare Davide a Lipari. Penso a Efesto che ci controllerà. Sarà lui a decidere del mio comportamento sull’isola: dovrò tenere a bada la mia&#160;hybris. Quando arrivo, Davide mi accoglie e mi propone una passeggiata serale. Se ci appostiamo in un punto che dice lui, forse a tarda notte vedremo una&#160;mahara. Lui l’ha già [&#8230;]</p>
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<p>Vado a trovare Davide a Lipari. Penso a Efesto che ci controllerà. Sarà lui a decidere del mio comportamento sull’isola: dovrò tenere a bada la mia&nbsp;<em>hybris</em>.</p>



<p>Quando arrivo, Davide mi accoglie e mi propone una passeggiata serale. Se ci appostiamo in un punto che dice lui, forse a tarda notte vedremo una&nbsp;<em>mahara</em>. Lui l’ha già vista e sta condividendo un segreto. Così, dopo aver fatto un po’ di mare, la sera ce ne andiamo nella zona di Chiesa Vecchia. Attendiamo che la gente rincasi e confidiamo nella magia.</p>



<p>Alle tre di notte una signora, che Davide mi rivela essere una tabaccaia, si materializza davanti ai nostri occhi e si cosparge la pelle di un unguento. Da quel momento è una&nbsp;<em>mahara</em>, potrà volare in Africa nella barca di un pescatore e tornare con frutti esotici da offrire al marito. Interloquiamo con lei, decidiamo di aspetterla al suo ritorno, deve rientrare all’alba: con le luci del giorno la strega tornerà ad essere una tabaccaia.</p>



<p>Così, mentre aspettiamo, per passare il tempo faccio qualche domanda a Davide&#8230;</p>



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<p><strong>Caro Davide, partiamo da un dato geopoetico: sei nato a Lipari. Quanto incide, l’isola, sulla tua scrittura? Una volta mi hai detto che ti porti dentro la sua luce&#8230;</strong></p>



<p>L’isola è un piccolo cosmo. Ha, anche morfologicamente, una sua precisa identità. Non c’è continuità con il resto del mondo ma netta separazione. Su un’isola è più concreta l’idea di un altrove. Tutto questo non può non incidere sul pensiero e sul sentimento dell’isolano, di chi la vita l’ha conosciuta su un’isola e su un’isola ha vissuto tutte le sue prime volte. Sicuramente anche la mia scrittura è intrisa dell’isolitudine di cui ci parlava Bufalino e della luce spietata e meravigliosa delle Eolie.&nbsp;</p>



<p><strong>Vivi ormai a Roma da molti anni, come percepisci la capitale dal punto di vista culturale e relativamente al mondo della poesia – fra eventi, rassegne, reading?</strong></p>



<p>La vita culturale di Roma è abbastanza vivace. Sono numerosi e variegati, tra reading ed eventi letterari, i momenti di scambio e di socialità tra chi scrive. È sulla reale qualità della poesia veicolata da questi eventi che bisognerebbe porsi delle domande ed eventualmente esprimere perplessità.</p>



<p><strong>È a Roma che prende vita anche il progetto <a href="https://www.pangea.news/prodotto/roman-beat-generation/">“Roman Beat Generation”</a> – di cui fai parte. Come lo vivi? Cosa ti ha spinto a partecipare?</strong></p>



<p>Apprezzo molto lo sforzo sincero di chi intende valorizzare e far conoscere le voci poetiche contemporanee. Quindi non potevo non essere felice dell’invito tuo e di Fabrizia Sabbatini e di Magog a far parte di questa splendida antologia che mette insieme una stralunata brigata di poeti tra loro molto diversi e per questo rappresentativi di una preziosa biodiversità poetica.&nbsp;</p>



<p><strong>In veste di educatore, come vedi il rapporto delle nuove generazioni con la parola scritta? Leggono, scrivono, i più giovani?</strong></p>



<p>Purtroppo, dal mio punto di osservazione, che è proprio tra i banchi di scuola dei ragazzi, la situazione non è delle migliori. I più giovani leggono e scrivono pochissimo e spesso lo fanno male.&nbsp;</p>



<p><strong>Torniamo al Davide scrittore. Sei autore di opere che si muovono su più registri e m’incuriosisce, in particolare, il tuo&nbsp;<em>Zebù bambino</em>, un poemetto sull’infanzia del diavolo. Come hai scelto questo tema?</strong></p>



<p>Il tema di&nbsp;<em>Zebù bambino</em>&nbsp;non è esattamente frutto di una scelta, a dire il vero. Tutto il breve testo è nato in maniera spontanea (e di getto: l’ho scritto in una sera estiva a Lipari). Il tema dell’infanzia come età d’oro dell’uomo – ma anche come stagione spietata in cui si fa esperienza del dolore – mi è da sempre molto caro ed è anche al centro di un mio romanzo:&nbsp;<em>Malizia Christi</em>.&nbsp;</p>



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<p><strong>&nbsp;Attraverso un appunto musicale – so che ami il&nbsp;<em>grunge</em>&nbsp;che movimentò Seattle, in particolare i Nirvana – ti chiedo: sul fronte italiano del canto poetico, pensi ci sia stato o ci possa essere un movimento underground o saremo sempre i figli della tradizione?</strong></p>



<p>Adoro la voce di Kurt Cobain, la musica dei Nirvana. Tra l’altro, sono anche stato a Seattle, molti anni fa (non sulle tracce dei Nirvana, però). Sul “fronte italiano del canto poetico” per fortuna esiste un movimento underground che gode di ottima salute. Che grosso guaio se non esistessero i ribelli, sempre in aperta polemica con la tradizione, con la lingua e col potere.&nbsp;</p>



<p><strong>Mi ricollego all’ultima: in generale sei più dell’idea che sia già stato detto tutto oppure mancano l’interesse e le figure che sappiano rintracciare elementi di novità artistica?</strong></p>



<p>È senza dubbio già stato detto tutto ma non in tutti gli innumerevoli e mirabolanti modi in cui il tutto può essere detto.</p>



<p><em>*In copertina: Davide Cortese a ventidue anni sopra la Chiesa Vecchia; photo Giuseppe Allegrino</em></p>
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		<title>La bellezza di una barca alla deriva. Nolan, Emily Wilson e l’Odissea degli anglofoni</title>
		<link>https://www.pangea.news/odissea-nolan-philippe-jaccottet/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 03:59:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Nolan]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Wilson]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[Odissea]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Jaccottet]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Edward Lawrence]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Emily Wilson,&#160;The first woman to translate the “Odyssey” into English&#160;(copy “NY Times”; il che dovrebbe farci giubilare: Rosa Calzecchi Onesti ha tradotto l’Odissea&#160;54 anni prima della Wilson; aveva pubblicato la sua&#160;Iliade&#160;nel 1950, un millennio fa) ha stroncato l’Odissea&#160;di Christopher Nolan. Lo ha fatto attraverso un’articolessa uscita il 13 agosto scorso sulla “London Review of Books” [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Emily Wilson,&nbsp;<em>The first woman to translate the “Odyssey” into English</em>&nbsp;(copy “NY Times”; il che dovrebbe farci giubilare: Rosa Calzecchi Onesti ha tradotto l’<em>Odissea</em>&nbsp;54 anni prima della Wilson; aveva pubblicato la sua&nbsp;<em>Iliade</em>&nbsp;nel 1950, un millennio fa) ha stroncato l’<em>Odissea</em>&nbsp;di Christopher Nolan. Lo ha fatto attraverso un’articolessa uscita il 13 agosto scorso sulla “London Review of Books” (Vol. 48 No. 14,&nbsp;<strong><a href="https://www.lrb.co.uk/the-paper/v48/n14/emily-wilson/an-uncomplicated-man">leggete qui</a></strong>): colta, brillante, corretta, ambigua. Il titolo –&nbsp;<em>An Uncomplicated Man</em>&nbsp;– ribalta l’incipit dell’<em>Odissea</em>&nbsp;secondo Wilson –&nbsp;<em>Tell me about a complicated man</em>&nbsp;– e dice più o meno tutto intorno alla superficialità del film. Ecco il primo paragrafo del pezzo, esaustivo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“L’action movie di Christopher Nolan tratto dall’antico poema omerico e costato 250 milioni di dollari è un modo divertente per scampare alle alte temperature, almeno per qualche ora… I miei figli, adolescenti, si sono divertiti. A differenza di altri film di Nolan, la sua&nbsp;<em>Odissea</em>&nbsp;non ci annoia, grazie al materiale di partenza, impossibile da corrompere del tutto. Il film è uno spettacolo audiovisivo per famiglie, non diverso dagli elaborati show pirotecnici del Quattro Luglio – il livello di profondità narrativa ed emotiva è analogo”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Secondo Wilson, “l’<em>Odissea&nbsp;</em>di Nolan è priva di molti elementi che rendono grande il poema. Non ha nulla di convincente da dire sul tempo, la memoria, la storia, la guerra, né sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e la vita della famiglia, dei nemici, dei compagni, degli amici. Manca di profondità psicologica, emotiva, politica, etica. La struttura è artificiosa. La scrittura pessima. Nessun personaggio è mosso da una motivazione che giustifichi le proprie azioni e parole. Non ci sono scene di sesso – il cibo pare orribile”. Come non essere d’accordo con la celebrata grecista? Secondo Wilson, “visivamente l’<em>Odissea</em>&nbsp;di Nolan ricorda altri kolossal, non da ultimo la trilogia del&nbsp;<em>Signore degli Anelli</em>&nbsp;di Peter Jackson”: magari, ci verrebbe da dire. La studiosa, quanto a omerica cinematografia, predilige “l’elegante sobrietà” di&nbsp;<em>The Return</em>, il film girato da Uberto Pasolini due anni fa, con Raph Fiennes nelle vesti di Odisseo e Juliette Binoche in quelle di Penelope.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="687" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71rp7o5oTnL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108100" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71rp7o5oTnL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 687w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71rp7o5oTnL._AC_UF10001000_QL80_-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/71rp7o5oTnL._AC_UF10001000_QL80_-600x873.jpg 600w" sizes="(max-width: 687px) 100vw, 687px" /></figure>



<p>Secondo Wilson, “il problema etico più sconvolgente dell’<em>Odissea</em>&nbsp;di Nolan è la decisione di aver girato parte del film nei territori occupati del Sahara Occidentale, normalizzando così la continua violenza perpetrata ai danni della popolazione indigena Sahrawi. È un particolare irritante il fatto che Nolan abbia usato questi luoghi come sfondo di grande impatto visivo per un film che pone al centro, esalta e riabilita l’eroe di una guerra territoriale in virtù del tardivo e parziale riconoscimento della propria colpa”. Senza entrare nel contesto, difficile da discernere in un paragrafo, è grave che un’accademica, una grecista scombini i piani, temporali (i drammi di oggi in riferimento a quelli di tremila anni fa), storici (Odisseo non è Giulio Cesare né Napoleone né Putin) e della realtà (un conto è la cronaca, un conto l’epica). Amen. Infine, Wilson esprime un moto di giubilo (“Nonostante tutto, l’uscita dell’<em>Odissea</em>&nbsp;rimane un evento da celebrare”) che vale la pena registrare. Grazie al vituperato film di Nolan – brutto in sé – “le traduzioni dell’<em>Odissea</em>, compresa la mia, vanno a ruba”. Olé.</p>



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<p>Nessuno osa parlare, nel bailamme di opinioni, indagini di mercato, mercanzia d’intelletto che ci affliggono ogni dì,&nbsp;<strong><a href="https://www.pangea.news/prodotto/odissea-2/">della traduzione dell’<em>Odissea&nbsp;</em>di Thomas Edward Lawrence</a></strong>, forse perché ‘Lawrence d’Arabia’ è diventato, col tempo, politicamente scorretto, inattuale, inattingibile ai più, troppo&nbsp;<em>omerico</em>&nbsp;per questa epoca, sanguinaria ed esangue allo stesso tempo. Qualche anno fa – era il 2011, sul “Guardian” – Adam Thorpe, poeta, scrittore e traduttore (ha volto in inglese&nbsp;<em>Madame Bovary</em>) al di sopra di ogni sospetto, ha inserito l’<em>Odissea&nbsp;</em>di Lawrence in una strettissima lista di&nbsp;<em>top English translations</em>, tra il&nbsp;<em>Beowulf</em>&nbsp;secondo Seamus Heaney e le traduzioni di Ezra Pound, con una arguta giustificazione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Lawrence riteneva di essere particolarmente qualificato a tradurre l’epopea omerica perché ‘ho cacciato cinghiali e contemplato leoni selvaggi… ho costruito barche e ucciso uomini’. Aveva ragione, bisogna ammetterlo. Questa lirica trasposizione in prosa ha la levigata e rude lucentezza di una barca alla deriva nell’oceano”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Anche in Italia pare che le traduzioni dell’<em>Odissea&nbsp;</em>vadano a ruba: i dati registrano un aumento del +46% (maggio 2026). Speriamo che gli italiani acquistino&nbsp;<strong>le versioni della Calzecchi Onesti (Einaudi), di Maria Grazia Ciani (Marsilio), di Giovanna Bemporad (Le Lettere)</strong>, donne di genio che non hanno vissuto i fasti della fama, diversamente da Wilson.&nbsp;</p>



<p>Ecco il punto, ci pare<strong>. L’<em>Odissea&nbsp;</em>di Nolan ha fatto del poema omerico una faccenda meramente anglofona, regionale.</strong>&nbsp;Ecco: di questa colonizzazione anglofona dell’immaginario occidentale, di questa ‘occupazione’ nessuno dice. Il poema dell’Occidente – dove&nbsp;<em>nostos</em>&nbsp;sta, anche, per il tramonto di un mondo – è diventato affare privato, di provincia, trattato secondo gli spicci modi&nbsp;<em>english</em>; eppure, la Grecia antica è ben più vasta degli Usa odierni, dove sia Nolan che Wilson felicemente operano.&nbsp;</p>



<p>Così, per mettere qualche materiale in più tra le zanne del ‘dibattito’ (utile a foraggiare l’infinito sistema digerente del botteghino, l’immane cloaca del ‘consumo’), vale la pena segnalare – e, perché no, tradurre –&nbsp;<strong>l’<em>Odissea&nbsp;</em>nella versione lirica di Philippe Jaccottet</strong>, il grande poeta svizzero di lingua francese, tra i più influenti degli ultimi decenni. Autore di libri importanti – per Einaudi, Crocetti, Marcos y Marcos –, che andrebbero ‘sistemati’ in modo più accurato, Jaccottet è stato traduttore capace, compulsivo, eletto dall’ossessione per il linguaggio (tra gli altri, ha voltato in francese Thomas Mann e Hölderlin, Carlo Cassola, Rilke e Mandel’štam; un repertorio si trova in:&nbsp;<em>D’une lyre à cinq cordes</em>, Gallimard, 1997). La sua&nbsp;<em>Odyssée</em>&nbsp;uscì nel 1955; costantemente riproposta – per bellezza e arcaica eleganza, dicono gli esperti –<a href="https://www.editionsladecouverte.fr/l_odyssee-9782707192189">&nbsp;<strong>è ora in catalogo La Découverte.</strong></a>&nbsp;Il respiro della versione di Jaccottet è, per così dire, liberatorio. </p>



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<p>Qui, di quella traduzione, si propongono alcuni lacerti dal libro XI, centrale non soltanto nella geografia strutturale del poema. L’evocazione dei morti è necessaria per ‘convertire’ il viaggio, per ancorarlo a un&nbsp;<em>senso</em>&nbsp;ulteriore, perché senza risanare il legame coi morti è impensabile ritornare a vivere. Il rapporto con le ombre è vitale: più vive dei viventi, esse si nutrono del sangue del sacrificio; è la loro tenebra a costringere i sopravvissuti ad agire, per ‘compierle’, secondo i modi della vendetta, del compianto, del rimpianto. Così, una vita, a volte, si vive in virtù di chi non è più; l’assenza diventa voce che tuona; la prece un principio; il caro estinto un idolo. In ogni caso, necessaria è armonia per non rimanere inchiodati alle vite che furono. Ma già si parla di noi – come sempre quando si leggono i ‘classici’ –, cioè di un tempo in cui ci si disfa dei morti, che annienta il cadavere e il morente a equidistanza psichiatrica, di medicinale che frena gli umori, implacabili. Che pena, a questa vertigine, a questo ardire nell’origine, la polemica, il film, la giostra degli intellettuali pavoni.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="723" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61XB7GOepeL._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-108101" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61XB7GOepeL._AC_UF10001000_QL80_.jpg 723w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61XB7GOepeL._AC_UF10001000_QL80_-217x300.jpg 217w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/61XB7GOepeL._AC_UF10001000_QL80_-600x830.jpg 600w" sizes="(max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong><em>L’Odyssée. Traduzione di Philippe Jaccottet</em></strong></p>



<p><strong>XI</strong></p>



<p>Là giacciono le città e le terre dei Cimmeri<br>coperte da rugiada di nebbia; su di esse, mai<br>il sole che splende spande i suoi raggi<br>né quando gravita tra le alture del cielo stellato<br>né quando allo zenit staziona sulla terra;<br>funesta notte si estende su quegli sfortunati.<br>Giunti là, le barche aggiogate a riva<br>le bestie sparse, dopo vagabondare<br>su Oceano fino al luogo indicato da Circe.<br>Là, Perimede con Euriloco esumano<br>le vittime; tiro fuori la spada<br>faccio un buco di un cubito<br>verso libagione ai morti<br>prima miele a mollo nel latte poi dolce vino<br>acqua in terzo luogo, e sopra biancheggiare<br>di farina. A lungo gli inermi teschi dei morti&nbsp;<br>prego, promettendo, al ritorno, giovenca<br>la più bella delle mie, con rogo carco<br>d’offerte e per Tiresia, lui solo, riservo l’ariete:<br>nero, senza macchia, il migliore del gregge.&nbsp;</p>



<p>Dopo avere implorato la specie dei morti con voti<br>e inni, prendo le due bestie, trancio la gola<br>sopra il buco; nero sangue cola; e dal fondo d’Erebo<br>si riversano le anime dei trapassati; giovani<br>donne, giovani uomini, vecchi che vita ha raspato,<br>ragazze che portano in cuore la prima doglia<br>guerrieri a truppe, arati da lancia di bronzo<br>vittime di Ares, ancora ostentano armi lorde di sangue.<br>Folla intorno alla fossa, galoppano, ovunque<br>strane urla, le loro – verde terrore mi ghigna in faccia. <br>Allora, con voce che pugnala, ordino ai compagni<br>di scuoiare e bruciare le bestie, di squarciarle <br>con daga crudele mentre imploro gli dèi<br>Persefone la feroce e Ade enorme.<br>Poi, volgendo la spada alla gamba<br>restai, impedendo alle teste inermi dei morti<br>di tuffarsi nel sangue prima della parola di Tiresia. […]</p>



<p>E vidi Eracle onnipossente<br>o meglio, il suo spettro: egli vive tra gli dèi<br>signore di Ebe bellissima, vive nella gioia.<br>Intorno a lui i morti gridavano come uccelli<br>fuggendo in ogni direzione; come tenebrosa notte<br>tendeva l’arco nudo, la freccia incoccata,&nbsp;<br>con occhi feroci come se avesse il mondo intero<br>sotto tiro! Sul petto portava la terribile banda<br>e un cinturone d’oro ricamato con mirabile opera:<br>orsi, cinghiali, leoni dagli occhi chiari<br>lotte, combattimenti, omicidi, massacri.&nbsp;<br>Chi ha infuso tutta la sua arte in quel cinturone<br>non potrebbe immaginarne l’esito.&nbsp;<br>Quando mi vide, l’eroe mi riconobbe<br>e mi disse parole alate, infuocate di pianto:<br>“Figlio di Laerte, figlio di Zeus, industrioso Odisseo<br>povero amico mio! Conduci una vita così misera<br>come quella che ho subito anch’io sotto il sole feroce?<br>Pur figlio di Zeus, sfortuna mi s’infilò<br>senza fine: il più inerme dei mortali<br>fu mio padrone, imponendomi le più crudeli prove.&nbsp;<br>Venni qui a schiavardare il Cane: pensò&nbsp;<br>che compito più arduo non esistesse.&nbsp;<br>Trionfai, portando la bestia via da Ade:<br>Ermes e Atene che brilla mi aiutarono”.&nbsp;</p>



<p>Parlò, rientrando nella stamberga di Ade.&nbsp;<br>Fui immobile a lungo, pietrificato, in attesa<br>che altri eroi apparissero al mio sguardo.&nbsp;<br>Forse, se avessi avuto tempo… volevo&nbsp;<br>stanare Teseo, Piritoo, gloriosi figli degli dèi…<br>Ma la stirpe dei morti cominciò ad assediarmi<br>con gracidii ingrati – verde terrore mi assalì:<br>Persefone superba mi avrebbe gettato in faccia&nbsp;<br>dalle fauci di Ade il cranio di Gorgone, orrendo mostro.&nbsp;<br>Allora tornai alla nave, dissi ai miei di imbarcarsi<br>di sciogliere le cime, di armare i remi:<br>la corrente ci trasportò lungo il vasto Oceano<br>prima grazie al nostro remare – poi giunse, leggero, il vento…</p>
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		<title>“L’Odissea? Mi ha permesso di comprarmi una vasca da bagno”</title>
		<link>https://www.pangea.news/odissea-nolan-t-e-lawrence/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 04:01:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Christopher Nolan]]></category>
		<category><![CDATA[Emily Wilson]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[Odissea]]></category>
		<category><![CDATA[T.E. Lawrence]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tell me about a complicated man. Attacca così&#160;The Odyssey&#160;secondo Emily Wilson, quella scelta da Christopher Nolan per elaborare il suo film. Naturalmente, al successo del film è seguito –&#160;cito una nota Ansa – un “boom di vendite della traduzione inglese del poema di Omero”. La notizia, all’orecchio di noi europei, scaltri quanto Odisseo, fa sorridere: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/odissea-nolan-t-e-lawrence/">“L’Odissea? Mi ha permesso di comprarmi una vasca da bagno”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Tell me about a complicated man</em>. Attacca così&nbsp;<strong><a href="https://www.emilyrcwilson.com/the-odyssey"><em>The Odyssey</em>&nbsp;secondo Emily Wilson</a></strong>, quella scelta da Christopher Nolan per elaborare il suo film. Naturalmente, al successo del film è seguito –&nbsp;<strong><a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2026/07/17/effetto-odissea-boom-di-vendite-della-traduzione-inglese-del-poema-di-omero_c54a2570-bd03-4b46-bb9a-cc73230ef7bc.html">cito una nota Ansa</a></strong> – un “boom di vendite della traduzione inglese del poema di Omero”. La notizia, all’orecchio di noi europei, scaltri quanto Odisseo, fa sorridere: alcuni libri non si&nbsp;<em>acquistano</em>, sono parte del patrimonio familiare, del proprio ‘abito’ mentale.&nbsp;</p>



<p><strong><a href="https://www.classics.upenn.edu/people/emily-wilson">Emily Wilson</a></strong>&nbsp;– classe 1971, prof di “Classical Studies” alla University of Pennsylvania – è la prima donna, nel mondo anglofono, ad aver tradotto&nbsp;<em>Odissea</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Iliade</em>. La versione dell’<em>Odissea</em>, in particolare – stampata da W.W. Norton nel 2017 – le ha permesso una certa fama. Realizzata in pentametri giambici – il verso canonico della poesia inglese –, assai elogiata (anche per l’introduzione, divulgativa – adatta all’americano medio, mediamente ignorante in ‘classici’ – e ‘corretta’ – ad esempio, nei paragrafi dedicati alla violenza di Ulisse e alla figura delle donne nel mondo greco), è stata premiata con il MacArthur Fellows (che, ridotto all’osso, significa: 800mila dollari). In Italia, quanto a parità tra intelligenze, siamo messi meglio: per un pezzo i nostri studi sono stati dominati dalle traduzioni dell’<em>Odissea</em>&nbsp;(1963) e dell’<em>Iliade&nbsp;</em>(1950) curate da&nbsp;<strong>Rosa Calzecchi Onesti</strong>&nbsp;– stampa Einaudi su progetto sigillato dal genio di Cesare Pavese. Tra le traduzioni, per così dire, contemporanee, spiccano, per arcaico, arcano splendore, quelle di&nbsp;<strong>Maria Grazia Ciani</strong>&nbsp;(la sua&nbsp;<em>Iliade</em>&nbsp;uscì nel 1990,&nbsp;<em>Odissea</em>&nbsp;nel ’94; entrambe sono edite da Marsilio).&nbsp;</p>



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<p>Sono molte le versioni dell’<em>Odissea</em>&nbsp;in inglese.&nbsp;<strong>Alexander Pope</strong>&nbsp;pubblica&nbsp;<em>The Odyssey of Homer&nbsp;</em>in due volumi, nel 1725 e nel 1726; attacca così:&nbsp;<em>The man for wisdom’s various arts renown’d</em>.&nbsp;<strong>William Cowper</strong>, poeta afflitto da cangianti depressioni, stigmatizzato dalla follia, amato da Coleridge e da Blake, pubblicò la propria&nbsp;<em>Odissea</em>&nbsp;nel 1791 (<em>Muse&nbsp;</em><em>make the man thy theme, for shrewdness famed/&nbsp;And genius versatile, who far and wide/ A Wand&#8217;rer, after Ilium overthrown</em>).&nbsp;Entrambe sono in versi ‘classici’: Emily Wilson cita Pope – “la sua traduzione dell’<em>Iliade</em>&nbsp;e dell’<em>Odissea</em>&nbsp;ha dominato e trasformato l’interpretazione degli omerici per diverse generazioni a venire” – ma ignora Cowper, gli preferisce&nbsp;<strong>Samuel Butler</strong>, scrittore, in Italia, di adelphiana fama – in catalogo spiccano i libri più noti,&nbsp;<em>Erewhon</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Ritorno in Erewhon</em>. Nel 1900 Butler diede alle stampe una&nbsp;<em>The Odyssey</em>&nbsp;in prosa per testimoniare la propria tesi rivoluzionaria: “1. L’<em>Odissea</em>&nbsp;è stata scritta interamente in un luogo che oggi è chiamato Trapani… 2. Il poema è stato interamente scritto da una giovane ragazza che viveva nel luogo ora chiamato Trapani e che nell’opera si presenta come Nausicaa”. La versione di Butler – non bellissima – continua a dare scandalo: è stata da poco ripubblicata (la prima edizione è del 2022) per Blackie Edizioni nella bella collana dei ‘Classici liberati’.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="905" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/7696-905x1024.webp" alt="" class="wp-image-107996" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/7696-905x1024.webp 905w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/7696-265x300.webp 265w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/7696-768x869.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/7696-600x679.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/7696.webp 955w" sizes="(max-width: 905px) 100vw, 905px" /></figure>



<p>Più ‘liberatoria’ – parere mio, cioè, da un pulpito eminentemente epico – mi è sempre parsa <strong>la traduzione dell’<em>Odissea </em>a cura di T.E. Lawrence, noto al mondo come “Lawrence d’Arabia”.</strong> Incredibilmente ignorata in Italia, ne abbiamo dato alle stampe una prima versione antologica, inaugurando l’avventura editoriale di Magog, e <a href="https://www.pangea.news/prodotto/odissea-2/">un’altra, accresciuta, tutt&#8217;ora in commercio.</a> Il libro fu pubblicato in origine nel 1932, “by Sir Emery Walker, Wilfred Merton and Bruce Rogers”, in 530 copie d’eccelso genio tipografico (se ne trovano in giro rari reperti a diecimila dollari). Fu poi prodotta una versione ‘economica’ che si è rivelata il massimo successo editoriale di T.E. in vita. Il colonnello, schermandosi, continuò a dire agli amici che Omero gli aveva permesso di comprarsi vasca da bagno, stufa e libreria per ingentilire il rude cottage che aveva acquistato nel Dorset, ‘Clouds Hill’. </p>



<p>Lawrence – archeologo di talento, avventuriero per indole, esistenzialista e masochista nell’animo – aveva compiuto studi classici a Oxford:&nbsp;<strong>lavorò alla traduzione dell’<em>Odissea</em>&nbsp;per circa cinque anni.</strong>&nbsp;Il poema omerico lo accompagnò nei momenti e nei luoghi abissali della sua esistenza: la missione segreta in Pakistan e in Afghanistan, dal 1926; gli anni tra Plymouth Sound e Bridlington, dove aveva l’incarico, per la RAF, di collaudare motoscafi superveloci. Sono gli anni – enigmatici dunque affascinanti – in cui, letteralmente, T. E. tenta di uccidere ‘Lawrence d’Arabia’, vuole esaudire il proprio mito – da cui si sente contraffatto – soffocandolo. Celato da diversi pseudonimi – con uno di questi, “T.E. Shaw” firmò la versione dell’<em>Odissea</em>&nbsp;–, diversamente perseguitato dalla celebrità e dai curiosi, T. E., eroe fuori tempo, uomo complesso fino allo sfinimento, è una specie di crisalide, una corazza zuccherina che ha cercato, per tutta la vita, l’estasi di distruggersi.</p>



<p>T. E. Lawrence, in effetti, per indole, per magnetismo nell’inganno,&nbsp;<strong>è il vero Ulisse del Novecento. Sapeva camuffarsi, voleva essere ‘Nessuno’.&nbsp;</strong>A differenza dell’eroe greco – l’eponimo poema doveva pavimentare una ‘società’ –, T. E., l’individuo assoluto cioè l’assoluto isolato, non aveva alcuna Penelope a cui tornare, non aveva un’Itaca. Il suo regno era un’irraggiungibile quiete – il suo amore la costante sfida alla morte. Non gli riuscì di essere se stesso: troppe&nbsp;<em>persone</em>&nbsp;lo agitavano, una legione.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="734" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/T_E_Lawrence_1888-1935_Q73535-734x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107997" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/T_E_Lawrence_1888-1935_Q73535-734x1024.jpg 734w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/T_E_Lawrence_1888-1935_Q73535-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/T_E_Lawrence_1888-1935_Q73535-768x1072.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/T_E_Lawrence_1888-1935_Q73535-600x837.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/T_E_Lawrence_1888-1935_Q73535.jpg 774w" sizes="(max-width: 734px) 100vw, 734px" /><figcaption class="wp-element-caption">T.E. Lawrence (1888-1935)</figcaption></figure>



<p>Le lettere – la nostra versione di riferimento è quella approntata da Malcolm Brown:&nbsp;<em>The Letters of T.E. Lawrence</em>, Dent, 1988 –, qui tradotte in antologia tematica, testimoniano quanto T. E. tenesse alla sua&nbsp;<em>Odissea</em>–&nbsp;<strong>testimoniano, a gradi d’insostenibile intensità, i tratti di un esistere&nbsp;<em>a precipizio</em>.</strong>&nbsp;A Ralph Isham – newyorchese, collezionista di manoscritti rari, servì come colonnello durante la Prima guerra nei ranghi del British Army – T. E. fa sapere di essere riuscito a fargli tenere da parte una copia della “Limited&nbsp;<em>Odyssey</em>”; poi gli chiede soldi. Era il 10 maggio del 1935; Lawrence sarebbe morto nove giorni dopo.&nbsp;</p>



<p>Non è da stupirsi se ai rari amici – al di là della moglie di George Bernard Shaw, Charlotte, e di qualche alto commilitone, spiccano pochi letterati: Robert Graves, E. M. Forster e Henry Williamson – Lawrence scriva secondo le categorie dell’umiltà, del disprezzo e del distacco. Era fatto così. Continuava a dire di non essere un letterato, di non saper scrivere – scrivendo una delle più sontuose prose della letteratura inglese del Novecento –, di essere un militare incapace, un avventuriero a casaccio. Un po’ giocava al Narciso, un po’ sapeva di non essere ‘compiuto’ – né del tutto militare né del tutto scrittore né del tutto agente segreto –, un po’ era avverso ai cortocircuiti del mondo, odiava essere circoscritto – per non dire: accerchiato – da una didascalia. Preferiva il dilettante all’esperto – flirtava con l’ispirazione. Fuggì al rischio di essere&nbsp;<em>qualcosa</em>&nbsp;per poter essere tutto – e sfracellarsi nel mito.&nbsp;</p>



<p>In una memorabile lettera a Robert Graves, inviata nel febbraio del ’35 – e tradotta in calce – Lawrence è travolto da un’abbacinante preveggenza. “Ho la profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia finita”. Doveva compiere 47 anni, la RAF lo aveva congedato, amava le motociclette: morì, come fanno gli dèi, di schianto, in velocità. Come avrebbe potuto morire Ulisse – così muoiono gli immortali, per conferire fibbie d’oro all’umano nerbo.&nbsp;</p>



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<p>**</p>



<p><strong>A Arnold Walter Lawrence</strong></p>



<p>[Il più giovane dei fratelli di Lawrence, professore di archeologia a Cambridge (1944-51) e all&#8217;University College of Ghana di Accra (1951-57). Autore di alcuni libri sull’arte greca, ha curato l’opera di Erodoto, è stato l’esecutore letterario di T.E.]</p>



<p><em>2 maggio 1928</em></p>



<p>Caro A.,</p>



<p>presto mollerò Karachi per un incarico con qualche squadriglia nell’entroterra. Non me ne pentirò – ti farò sapere il mio nuovo indirizzo. Stanno prendendo in considerazione l’idea dell’<em>Odissea</em>. Spero vada in porto. Ti ho detto che sarai mio erede? I diritti d’autore non includono più&nbsp;<em>Rivolta nel deserto</em>, ma tu sarai il comandante in capo dei&nbsp;<em>Sette pilastri</em>. Non sono ancora morto, ma occorre comunque prendere decisioni.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Mrs Charlotte Shaw</strong></p>



<p>[Irlandese, attivista politica, membro della Fabian Society, moglie di George Bernard Shaw, intima amica di T.E.]</p>



<p><em>11 giugno 1928, Miranshah</em></p>



<p>[…] I vostri libri, qui, sono come acqua nel deserto. I miei soldati sono pochi, hanno poco da divertirsi. Il tennis, credo. Uno degli ufficiali ha un piccolo grammofono, me lo ha prestato un paio di volte. Ho ascoltato la&nbsp;<em>Sinfonia No. 1</em>&nbsp;di Edward Elgar: uno spettro rispetto a quella ascoltata a Karachi, con un grammofono d’altra tenuta.&nbsp;</p>



<p>Comunque: questa è Miranshah, l’<em>Odissea</em>&nbsp;divora tutto il mio tempo libero.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A E. M. Forster</strong></p>



<p>[Il grande scrittore inglese di&nbsp;<em>Camera con vista, Casa Howard</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Passaggio in India</em>, grande amico di T.E.]</p>



<p><em>1 aprile 1929, RAF, Cattewater Plymouth</em></p>



<p>Caro E.M.F.,</p>



<p>eccoci! Un piccolo accampamento, quieto &amp; pacifico. Una posizione davvero incantevole su Plymouth Sound. Dorsale di rocce e prati che pare una lucertola fossile. La nostra capanna è poco sopra il livello del mare: a trenta metri dalla baia, a settanta circa dal porto, a nord. D’estate sarà un paradiso. Nella stazione siamo in centocinquanta. Non mi sono ancora ambientato del tutto, dunque non ho ripreso l’<em>Odissea</em>, a parte i giorni di vacanze pasquali: mi ci sono dedicato con impegno, ho completato la bozza del nono libro. Non ho altro da dirti. Sono come una pianta che mette radici dopo essere stata sradicata e trapiantata altrove.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Mrs Charlotte Shaw</strong></p>



<p><em>27 aprile 1929</em></p>



<p>[…] La vita, in fondo, è bella. Il problema è che “John Bull”, la rivista, il 13 aprile scorso ha annunciato al mondo che “Lawrence d’Arabia” ha firmato un contratto di servizio di cinque anni con la RAF, ma “non pare molto impegnato nei doveri militari, spende il proprio tempo tra la riparazione della sua moto sportiva e la traduzione in inglese dell’<em>Odissea</em>, di cui è prevista una prossima pubblicazione negli Stati Uniti”. Da quando è apparso l’articolo, naturalmente, non sono riuscito più a mettere mano all’<em>Odissea.&nbsp;</em>Devo capire cosa fare. La cosa più sensata: rinunciare. La seconda opzione: firmare la traduzione ‘T.E. Shaw’. Entrambe sono mosse complesse. Chiederò a Bruce Rogers, l’editore.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Mrs Charlotte Shaw</strong></p>



<p><em>10 luglio 1929, Plymouth</em></p>



<p>[…] Lady Astor [Nancy Witcher Astor, Viscontessa Astor, statunitense naturalizzata inglese, è stata membro della Camera dei Comuni per i Tory, la prima donna a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari del Regno,&nbsp;<em>ndt</em>] è stata gentile, quieta a tratti, l’ho incontrata una settimana fa. Credo sarà ancora più gentile quando le sue gambe si stancheranno di correre. Mi ha lasciato senza fiato. Le ho detto che mi pareva un cocktail di donne, una donna-tifone. La cosa l’ha scioccata. Le ho risposto che tu, al contrario, sei accogliente. O meglio: sei simile al Dio semitico, di cui è facile dire cosa&nbsp;<em>non</em>&nbsp;è, impossibile dire chi è. Non so descriverti a parole.&nbsp;</p>



<p>Se mi daranno un assistente, vorrei scrivere qualcosa che sia pari all’<em>Odissea</em>. Oggi sono esausto. Tenterò l’impresa.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Mrs Charlotte Shaw</strong></p>



<p><em>19 gennaio 1930, domenica, Mount Batten</em></p>



<p>Ho passato mattina e pomeriggio ‘omerizzando’; non posso indugiare oltre. Solo, ho molte cose da dirti. Intanto: grazie per aver letto l’XI libro. Temo sia arduo. L’ho riletto tre o quattro volte, ho apportato un centinaio di piccole modifiche. Il che è un bene. Ho modificato i punti che mi hai segnalato. Lavoro duro.&nbsp;</p>



<p>Provo più o meno ciò che mi hai scritto: senso di fatica, opera infinitamente aspra. Non ho mai scritto una riga ‘facile’ in vita mia. Prima di essere pubblicate, le mie cose passano per una ventina di revisioni. Dici che ti scrivo belle frasi, forbite, formidabili? Beh, in una lettera la bella frase può rendere il tutto perfetto, nell’<em>Odissea</em> basta una brutta frase a far crollare tutto.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="717" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/510MvzjRofL._SL1500_-717x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107998" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/510MvzjRofL._SL1500_-717x1024.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/510MvzjRofL._SL1500_-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/510MvzjRofL._SL1500_-600x857.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/510MvzjRofL._SL1500_.jpg 756w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>A Henry Williamson&nbsp;</strong></p>



<p>[Tenente durante la Prima guerra, di cui riconobbe l’inutilità, scrittore prolifico, pubblica nel 1927&nbsp;<em>Tarka la lontra</em>, il capolavoro, uno dei libri assoluti, per grazia e ferocia, di Ted Hughes. Con il titolo complessivo “A Chronicle of Ancient Sunlight” ha pubblicato, in quindici volumi, nell’arco di vent’anni, un’autobiografia fittizia. Non negò le sue simpatie naziste]</p>



<p><em>3 maggio 1930</em></p>



<p>Da settimane avevo in mente di scriverti – mi è parso necessario inviarti qualcosa della mia&nbsp;<em>Odissea</em>. Non vedo l’ora di leggere&nbsp;<em>The Village Book</em>: sai che amo la tua prosa, nitida, esatta, bella.&nbsp;</p>



<p>Quanto all’<em>Odissea</em>, non criticarla: nessuno può aiutarmi. Le traduzioni non sono libri: in esse nessuna parola è inevitabile, tutto è approssimazione, l’intuizione di ciò che l’autore avrebbe potuto dire – e visto che io non sono Omero, ogni volta che mi lascio coinvolgere dalla storia commetto errori. Insomma, è un romanzo d’appendice.&nbsp;</p>



<p>Non credo che l’opera ti interessi. L’Omero che ha scritto l’<em>Odissea</em>&nbsp;era un antiquario, un topo di biblioteca, un gatto bene addestrato: non un grande poeta, ma un romanziere, e dei più conturbanti. Una specie di Thornton Wilder del suo tempo? La mia versione – come ogni altra – è inevitabilmente un abuso.&nbsp;</p>



<p>Riuscirò mai a farti visita? Questo greco si nutre di tutte le mie ore libere. Tuttavia, ho comprato un cottage nel Dorset con i profitti che mi attendo, per rintanarmi lì quando la RAF non mi vorrà più.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Mrs Charlotte Shaw</strong></p>



<p><em>5 dicembre 1930, Plymouth</em></p>



<p>Ora lavoro più che altro al ventesimo libro, ho dato una scorsa al XVIII e al XIX, migliorando i dettagli, prima della revisione finale. Lavoro e rilavoro e raffino ogni passaggio, le correzioni compongono un lavoro diverso. Ce la farò.&nbsp;</p>



<p>Il 1930, mi dici, è stato un anno terribile per te. E per me? No. Ho domato il greco, è stato un anno sereno, senza pubblicità. Il primo anno da dieci anni in cui mi hanno lasciato in pace. Credo sia un ottimo risultato. Ancora un anno o due e la mia esistenza sarà data per scontata, per vinta. Merito mio: come l’<em>Odissea</em>: come la costruzione del motoscafo. Ho letto diversi libri che mi hanno deliziato. In musica, no: non ho ascoltato niente di importante. Una sonata per violoncello di Delius, una sinfonia di Elgar, il&nbsp;<em>Doppio Concerto</em>&nbsp;di Brahms: le mie gioie negli ultimi tre anni. Non posso continuare a sperare nella meraviglia.&nbsp;</p>



<p>Sono un uomo sensibilmente più vecchio: acciacchi, dolori, minor propensione all’avventura. Questo è il peggior segno. Soltanto un uomo forte può vivere senza pensieri – è ciò che mi accingo a fare. Non invecchio – sono semplicemente meno giovane.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Robert Graves</strong></p>



<p>[Il grande poeta inglese, autore, tra l’altro, di&nbsp;<em>Io, Claudio</em>&nbsp;e de&nbsp;<em>La Dea Bianca</em>, era un autentico fan di T.E., a cui aveva dedicato una biografia-monstre,&nbsp;<em>Lawrence and the Arabs</em>&nbsp;(1927). Erano uniti da studi analoghi, compiuti a Oxford]</p>



<p><em>21 aprile 1931</em></p>



<p>Cerco di scriverti da mesi, senza riuscirci. Mi è capitato addosso ogni sorta di lavoro: il Ministero dell’aereonautica ha improvvisamente deciso di sperimentare nuove imbarcazioni per la RAF, scaricando su di me – per una specie di contrappasso poetico – l’onere di condurre le prove. Immaginami dunque in tuta a recitare la parte del meccanico e del collaudatore, mentre sprono barche velocissime su e giù per le acque di Southampton tra piogge, venti, rumori assordanti.&nbsp;</p>



<p>Immagino il tuo sole, qui è inverno – sono congelato, fradicio, felice. È un lavoro che vale la pena. Coinvolgente ma estenuante. Paralizza ogni mia speranza di portare a termine quella bestiale&nbsp;<em>Odissea</em>&nbsp;– non riesco a leggere nulla. A sera, ho gli occhi irritati dall’acqua, feriti dal vento – non mi resta che il letto.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Sir William Rothenstein</strong></p>



<p>[Pittore inglese, perfezionato a Parigi fu disegnatore ufficiale dell’esercito inglese durante la Prima guerra e direttore del Royal College of Art a South Kensington. Sue opere sono custodite alla Tate e alla National Portrait Gallery. Nel 1920 realizzò un ritratto di T.E.]</p>



<p><em>22 aprile 1932</em></p>



<p>[…] Ultimamente non sono i libri a darmi del filo da torcere. Lavoro in un cantiere navale per tutto il giorno, quando cala il buio sono stanco, più propenso a leggere l’“Happy Magazine” che Platone. Quindi scendo a compromessi e non leggo niente. Omero? Un’opera da quattro soldi, abbandonata da tempo. Se verrà pubblicata o meno? Non me ne occupo. Il greco, a mio parere, non è granché; la mia versione è scadente. Roba sottile, artificiosa, autocelebrativa, l’<em>Odissea</em>. L’<em>Iliade</em>, al contrario, ha alcuni frammenti che la rendono una grande opera. L’<em>Odissea</em>: un pastiche, un cerone, eccesso di cipria.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A E.M. Forster</strong></p>



<p><em>22 ottobre 1932, Plymouth</em></p>



<p>Caro E.M.</p>



<p>mi spiace ma non posso inviarti una copia dell’<em>Odissea</em>. So solo che è opera di scarso valore e che l’<em>Odissea</em>, di per sé, non è granché: mi sembrava giusto donartela. Ma non posso. Le copie costano dodici ghinee, ne ho ricevute soltanto una manciata: le persone che posso scontentare sono soltanto quelle che sanno perdonare un’offesa. […] Mi spiace, ma non posso spendere così tanti soldi, adesso.</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Harley Granville-Barker</strong></p>



<p>[Commediografo e impresario teatrale, ha interpretato diverse opere di Shaw; gestì per qualche anno il Court Theatre, con messe in scena rivoluzionarie]</p>



<p><em>23 dicembre 1932</em></p>



<p>[…] Soprattutto, ti prego di non leggere ad alta voce l’<em>Odissea&nbsp;</em>a Mrs G.B. Ne morirebbe, e soffriremmo entrambi di un senso di perdita, come direbbe Omero. Dev’essere stato bello vivere in un periodo letterario in cui anche la banalità era una sorpresa e i cliché erano tutti lì, vivi, in attesa di essere creati. In questo, ha avuto successo. Quanto a me, l’<em>Odissea</em>&nbsp;rappresenta più che altro… una vasca da bagno, la caldaia, una libreria nel mio cottage. Dunque, non ho rimpianti: non è una delle mie opere compiute. Hai fatto una sciocchezza a comperarla.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Robert Graves</strong></p>



<p><em>4 febbraio 1935, Ozone Hotel, Bridlington, Yorkshire&nbsp;</em></p>



<p>[…] Cinque anni fa mi sono reso conto di aver bisogno di soldi per il mio cottage: così ho fatto quella traduzione dell’<em>Odissea</em>, grazie alla quale ho installato una vasca da bagno, una stufa da me progettata, sempre certo che il guadagno fosse intatto e sicuro… ma il tasso d’interesse è sceso e il reddito si è ridotto. Se l’avessi previsto… Proprio ora che volevo stare tranquillo – ho la profonda sensazione che la mia vita, nel vero senso della parola Vita, sia finita – ho bisogno di guadagnare almeno settecento sterline in più. […]</p>



<p>Nuovo argomento. Ho incontrato Alexander Korda il mese scorso. Non avevo preso sul serio le voci secondo le quali voleva fare un film su di me: visto che erano così insistenti, gli ho chiesto un incontro, spiegandogli che ero contrario, in modo irremovibile, all’idea. È stato gentile, comprensivo; ha accettato di rimandare la cosa dopo la mia morte o fino a quando non cederò. Sarà l’età che avanza? Detesto l’idea di essere immortalato su pellicola. Le rare volte che sono andato al cinema mi hanno convinto che si tratti di un’arte superficiale e falsa… volgare, direi. Io amo la volgarità dell’uomo comune: la volgarità dei film mi pare manipolata, di basso livello… Dunque, nessun film su di me. Korda è come una compagnia petrolifera che trivella ovunque, con due o tre giacimenti certi. Ha prudentemente investito su altri siti. Alcuni li svilupperà, altri no. Il petrolio è un business effimero.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong>A Robin White</strong></p>



<p>[tenente della Royal Navy, compagno d’armi di T.E.]</p>



<p><em>13 aprile 1935, Cloud Hill, Moreton, Dorset</em></p>



<p>Penserai che questa sia la voce di un morto: più o meno è così. Ho lasciato la RAF un mese fa, mi sento come una bestia smarrita. […] Forse hai dimenticato la tua lettera: riguardava l’<em>Odissea</em>&nbsp;stampata da Bruce Rogers, che hai comprato. Ho seri dubbi su quel libro. La traduzione è infedele – deliberatamente infedele. La stampa troppo candida. Bruce Rogers ha tratto ispirazione dalle pitture vascolari greche, adattandole a suo modo. Comunque, ecco il libro. L’edizione economica ha venduto bene negli Stati Uniti; l’edizione limitata (per l’Inghilterra) è quasi esaurita. Credo ne siano rimaste invendute una cinquantina – vanno a ruba. È stato un libro, letteralmente, di successo. Il riscaldamento della vasca da bagno – e la vasca stessa – è dipesa da quelle vendite…</p>



<p><em>*In copertina: una immagine dall&#8217;Odissea secondo Christopher Nolan (2026)</em></p>
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		<title>Luglio simbolista</title>
		<link>https://www.pangea.news/luglio-simbolista-edoardo-piazza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 03:58:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Piazza]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Beat Generation]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino. Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza. * A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire rispetto a una persona.&#160; Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.&#160; Namasté: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quaranta gradi: affonda nel gelato. In pasto al solleone siamo figli di Ugolino. Estate orbita di una freccia conficcata nella contingenza.</p>



<p>*</p>



<p>A un certo punto della mia vita ho capito che un bosco aveva più cose da dire rispetto a una persona.&nbsp;</p>



<p>Io, con spirito umile e cavalleresco, mi son messo ad ascoltare.&nbsp;</p>



<p>Namasté: sto entrando nei miei polpacci apro le porte del cammino.</p>



<p>E poi spazi acuminati e finti monti laddove la profusione dei secoli naturali si incollava al paesaggio come una Polaroid.&nbsp;</p>



<p>Mangiare è un’azione che mi annoia profondamente.&nbsp;</p>



<p>Io cerco di pensare alla cintura di Orione quando compro i panini all’olio, ma difficilmente ci riesco, in special modo se attorno a me gravitano in abbondanza massaie e donne in carriera, giovani papà coi figli nella mano o ragazzi spettinati che parlano di feste.&nbsp;</p>



<p>Penso però che la mia amigdala è parecchio più rilassata al momento. So di aver deluso Freud e ho imparato, durante il cammino, di non essere stato il solo.&nbsp;</p>



<p>Quando mi son svegliato nel bosco ho pensato che le virgole sono quel che ci contraddistingue. Il collagene che si profonde nell’incavo dello sterno quando grondiamo un’immagine, una scultura, un dipinto, fa sì che si liberino circuiti neuronali.</p>



<p>La solitudine mi ha spinto a credere solo nelle sigarette.&nbsp;</p>



<p>I Tintoretto della Scuola Grande di San Rocco mi piacciono. Anche Susanna mi interessa.</p>



<p>A lei piace il dialogo a tavola, a me no.&nbsp;</p>



<p>Gradisco osservare i cumuli di terra rossa e le piccole pozze create dagli irrigatori.</p>



<p>Che fai dopo?</p>



<p>Yoga.</p>



<p>Mi vengono in mente le guardie napoleoniche.</p>



<p>A me i camaleonti.</p>



<p>Perché ti sei fatta quel tatuaggio sul collo?</p>



<p>Per andare contro me stessa.</p>



<p>Stasera sei bella magari domani non lo sarai più.</p>



<p>Tu sei bello perché non sei bello.</p>



<p>Ti danno ancora fastidio i rumori?</p>



<p>Sì.</p>



<p>Sembravamo due bolle di orizzonti in disfacimento che affrontano il loro declino ristorandosi col tè made in Albione.&nbsp;</p>



<p>Eravamo due cani che respirano dai finestrini e abbaiano ai fantasmi nei campi lesi e offesi.</p>



<p>Briciole, note e banconote, taccuini di Narciso in ansia, perché i momenti eccelsi sono tre, non di più.&nbsp;</p>



<p>Gomitoli di sogni rattrappiti e cipria che ci cola sulla strada, facendo pozzanghere dei nostri umori. Andiamo avanti solamente perché risuona lontano il&nbsp;<em>gong</em>&nbsp;monastico di una grande emozione.</p>



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<p>*</p>



<p>Bisogna solo far scorrere le giornate. Mettiti sotto al tempo. Il resto sono sovrastrutture. Abita la tenda del tempo, il campo mobile dell’inazione. Non fare. La gente fa discorsi occasionali. Non senti mai parlare&nbsp;‒&nbsp;che so io&nbsp;‒&nbsp;dei boscimani.</p>



<p>*</p>



<p>Quando finiremo di abbronzarci senza volerlo tutti avremo cassette di marionette nel cervello, sperimenteremo i serpenti a sonagli della sete e la metafisica del telecomando sempre acceso. Costruiremo prigioni per noi stessi, saremo come ettari di insetti, schifosi coleotteri volanti sempre voraci alla ricerca del fast-food più vicino. E vedremo gli stolti sputare sui poveri e i maligni tracannare incenso rubato.</p>



<p>Amen.</p>



<p>Quello è il succo. Però il contenitore è molto più abbozzato graffiato da non si sa bene cosa un motore gonfio di obbrobri magnetici metteteci dentro voi se è rancore eccetera non è questo il mio sport preferito non son bravo a riempire le tracolle di male.</p>



<p>*</p>



<p>Il lavoro dello scrittore è un lavoro non pagato. Il mio amico Henry ne sa qualcosa. Ha questa condizione di sofferenza pedissequa che lo spinge a respirare male. Dice che non riesce ad allargare gli orizzonti, sostiene che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene non volano. Margot gli dice neghi l’evidenza così Henry si arrampica in cielo e le fa vedere che non serve colorare gli arcobaleni e che le balene anche se sembra non volano. «Saltano e basta» dice da lassù e si vedono solo slot machine, una distesa di slot a profusione, come balconate volanti e il verme solitario che abita lo stomaco dei poveri resta sempre a bocca aperta a vedere tutti quei gettoni che piovono dal cielo.</p>



<p>*</p>



<p>Io, Susanna, Henry e Margot. Famiglie occitane e deserti di spigole. Gli arroccamenti del paesaggio sono mastodontici e fumosi lillà al prosciutto. Io sono uguale a te tu sei uguale a me. Il controllo non ci giova poi troppo. Crateri di noia divoratori di mostre e divertissement. Pensiero dopo pensiero&nbsp;<em>Viale dei Pensieri&nbsp;</em>abitato da salici che hanno smesso di piangere e ridono a crepapelle vedendo bambini con lo zucchero filato che non sanno quel che li aspetta. Orizzonti di vapori, di macchine agricole. Stantuffi in disparte dietro le carte di un’insegnante da film erotico. Macrobiotico è il costume abituale della vestale ferma a mangiare il gelato in una folla che la incolla al soffitto di un appartamento sfitto e soprattutto inesistente.&nbsp;<em>Pourquoi pourquoi.</em>&nbsp;La narrativa è stata inghiottita nel museo delle cere da chi si è messo a bere per dimenticare la figura dello scrittore così come Henry sospeso tra il mojito bevuto in verticale e l’ambiente di pellerossa con il narghilè che gli fanno cerchi attorno e ballano senza sosta mentre la polizia fa i controlli autostradali e le prove col palloncino. E allora da tutti gli uffici si affacciano i cani rimasti ad abbaiare sui balconi nei deserti di ciclamini quando passa il camion della spazzatura sulla spina dorsale di madre chiesa e mete e singulti per i turisti che non hanno il biglietto del tram.&nbsp;</p>



<p>«Avremo penso sofferenze da mordere» esclama Henry che mi ha fregato un panino e guarda Margot orizzontale che dipana sole dalla sua muscolatura e ricerca il senso di un cruciverba ma poi lo abbandona per dedicarsi a un lecca-lecca e assumere la forma di una Lolita tropicale che sta male ma non lo dà a vedere. «Siamo spugne perciò di guai seri» dice mentre sorseggia il caffè che dovrebbe svegliarla dal suo sonno di vita. Ho proprio deciso che in questa storia avrò occhi verdi un giorno e un altro cobalto, come un’allegoria. Danzerò con Arlecchino il tango malandrino di quel mio cugino che se ne andava a dividere i covoni di fieno per far dispetti ai contadini. Filari d’ignavia a cantar canzoni sotto agli ombrelloni il panico attaccato sopra i trentacinque gradi l’asperità diffusa di un giradischi che brucia nel cantuccio di una grotta dove si riparava dal frinire delle cicale inscalettate su stragi del bosco diffuso.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Henry mi mette un braccio intorno alla vita dice che stasera vuole andare al karaoke, Margot separa i pesci pescati in giornata, «c’è tutto un mare che ci prende per il culo» dice. Susanna sta sotto la doccia e io la immagino mentre boccheggio dalla pipa del nonno di Henry e penso ad Amsterdam e alla vita laggiù. Penso alle strade e ai canali e alle virtù. C’è tutto un cosmo di relazioni personali che si sposano nuziali coi comandamenti dei venti che soffiano quaggiù. Il maestrale mi ha insegnato a odiare le persone e a capire le gesta dell’autocontrollo, l’anima umana graffiata, i graffiti e gli ascensori. Le cassette postali e i doni lasciati vicino ai portoni dalle ditte di consegna che la fanno da padrone e i campeggi affollati intonano una melodia svecchiata così folle e inurbata gracchiante come le voci dei grilli e i&nbsp;<em>muuuu</em>delle mucche spezzano l’idillio riportando a immagini di bistecche e sughi al ragù.&nbsp;</p>



<p>Quando Susanna esce dalla doccia e Margot ha smesso di farsi bella posando un uovo nero sulle sue palpebre lunari siamo pronti per andare in una cittadina tutta stereotipi diffusi dove si mangia economia pranzo e cena e si giudica il prossimo con le bombole del gas mentre la luna pare uno scherzetto da due soldi amena come un cormorano di città. Sarà la zona paludosa che interferisce con le zanzare o sarà la tracotanza animale degli esseri umani della zona impigriti come feltri di vecchi divani usurati che spezza la spina dorsale e ci rende molluschi che vanno a una sagra a deglutire vino e assaggiare maiali. Mi fermo un momento prima ordinando solo pomodori tra lo sconcerto degli astanti – peli lunghi sulle braccia – che mi guardano come fossi Armstrong che scende dalla luna e ho tutto questo accumulo di ossigeno mancato che mi dà al cervello e mi fa vedere scoiattoli dove non ci sono e bollette. C’è sempre un filo di panico che mi accompagna assordante mi ronza nelle orecchie Susanna lo vede e lo sa in questa schiera d’apparenza dove soldati citrici ricalcano le orme di pastori butterarti screziati dai venti che fischiano alle zanzare ubriachi di rosso. Noi siamo civilizzati urbanoidi eclettici alla ricerca di sdegno per spezzare l’omologazione di questo cantone di mondo eccentrico in cui ciascuno è protagonista pur non essendo nessuno. «Saremo presto a Sparta» dice Henry che accende la pipa col suo viso buffo e cicciotto dà boccate senza senso che portano il fumo qua e là. Saranno i vicini del termosifone quelli del campione per la pubblicità.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="990" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/29142722_1-e1655939043664-990x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107920" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/29142722_1-e1655939043664-990x1024.jpg 990w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/29142722_1-e1655939043664-290x300.jpg 290w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/29142722_1-e1655939043664-768x794.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/29142722_1-e1655939043664-600x621.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/29142722_1-e1655939043664.jpg 1309w" sizes="(max-width: 990px) 100vw, 990px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Termometri di seta dove imparare lo sdegno per rivedere&nbsp;<em>I Ching</em>&nbsp;e sperare che possano tornare i papaveri a incantare i pipistrelli e cacciarli via. Saremo allora tutti come Vincent esegeti di noi stessi con l’orecchio tagliato a procurar ferite all’aria e tagliare l’acqua con le forbici come Pino Pascali, a riassumere gli orizzonti fra due virgole, portarci il substrato più inurbato delle sentinelle che abitano le ville dentro le pozzanghere con gli occhi all’insù come mostri audaci del controllo che spiano il nostro passato di bambini nei cortili delle scuole materne coi palloni di carta e le orecchie di cerume che non sentivano i consigli dei grandi come se non lo saremmo diventati.</p>



<p>Vincent dice che la composizione è il soggetto poetico, ergo il soggetto poetico è la composizione: chiedilo a Keith.</p>



<p>Siamo esuli del divenire noi senza telecomando senza chiavi per aprire gli scrigni della tecnologia.&nbsp;</p>



<p>Per sdrammatizzare il solstizio dannunziano e l’umidità che è calata come un uovo sbattuto sui nostri odori naturali sugli umori e i respiri inquieti che stanno quaggiù su questi tavoli imbanditi di tristezza ed egocentrismo senza difese nella rete locale del clamore e della prepotenza e la preponderanza della logica – delle spade e dei brufoli – calda come un soffio del non vento che c’è qui, dove siamo carcerati putridi sotto le ascelle di madre natura ad imparare la radura e la fedeltà obbligata a un programma sbagliato che ci rende sconfitti e lacerati dalle catene e dai pugnali dell’offesa del sé.</p>



<p>«Passami l’insalata» mi fa Margot ma l’insalata non ce l’abbiamo solo del tè portato alla rinfusa infilato nello zaino di caucciù.</p>



<p>*</p>



<p>Fare niente è fare tutto. Le cose sono più vicine durante la bella stagione. Disseminazione.</p>



<p>*</p>



<p>I graffi nell’aria saremo come bambini quando i putti di fiele verranno a incartare i magazzini dell’infinito e saremo corde e code di lucertola sparate per vicissitudine verso l’atrio del confine e guarderemo le nuvole soffocare in un sigaro, smorzarsi col vento levantino, apriremo boccali di vino da pasteggiare insieme alle bestie audaci del Caucaso e le ragnatele sotto ai vestiti spalancheranno temporali da mangiare nell’incurvatura dei cimiteri lato fila di cipressi.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Divoreranno le altalene e le atmosfere di basalti magnetici che credono nelle spie fino a quando Giuda sarà dei nostri. Compreranno vocali al mercato, panini con l’alba da gustare al mare, sotto le braci del mondo perpetuo, nelle affinità degli spiriti indigeni del selvaggio West.&nbsp;</p>



<p>Margot stasera vuole solo insalata&nbsp;‒&nbsp;non fanno insalata. Susanna la invita a ballare Henry si incurva per raccogliere la coda di una lucertola assassinata da un felino.&nbsp;</p>



<p>Il tizio coi capelli grassi adagiato sui sassi vende patate in frittura a cartocci e ti spiega dei blocchi e del muro di Berlino, ti narra della Corea da nord a sud, del confine segreto che c’è nel greto dell’anima e separa gli alveoli dal substrato e ci spinge a raccogliere anemoni di mare per dimenticare che non abbiamo bracciali né collane e si son guastati i simboli e i significati da quando il demone si è arroccato vomitando frasi a dismisura con la lingua imposta ad usura e per il peccato.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>«Vedrete che fra gli ombrelloni troverete il petrolio potrete andare a gasolio per questa riva e quella opposta sarà balneare oppure occipitale a seconda delle occasioni».</p>



<p>*</p>



<p>Miriadi di coccole miriadi di chiocciole sul tappeto arsenico del mattino che verrà domani. Oggi ancora inchiodati all’ora, alle patate, ai trenini, alle vocali di Henry che prova il salto con l’asta del merito per guadagnarsi il paradiso. Henry sostiene che amniotico non è tanto lo sguardo quanto il puerile atteggiamento consunto delle nuvole specchio di indecisione. Una canzone proletaria verrà a guardare questi fazzoletti eccentrici poggiati sui visi e torneranno le piume della carestia in infiniti maglioni da indossare come putride canne di giungle blu da ereditare mettendosi cravatta e camicia.&nbsp;</p>



<p>I paraculi cercano di saltare la fila. Le ingordigie dei candidi non hanno senso quando smettono di lavarsi i denti e si issano su cedri altri sedici metri da cui dominare la costa obbrobriosa unta dal sole e il lavico dominio del demonio di luglio che accende la pelle malandata. Henry vuole leggere un romanzo ad alta voce, non una parte, tutto. Vorrebbe cominciare qui e ora davanti agli astanti in questa giungla ipertrofica sentire i muscoli delle mascelle lenire il dolore del silenzio e dar spazio alla passione impura delle vere emozioni diagnosticate come schizofrenia se il prezzo da pagare è la borghesia. «Dammi le carte» mi fa e poi si allontana comincia a mescolare sapori e umori dice di Piazza Navona di quanto gli piace la pizza romana cavalca un’onda a forma di cavallo e un rapace gli tarpa le ali. Micidiali sono le assenze quando pensiamo di aver completato un percorso ormai usurato dal tempo sghembo ed effimero del quotidiano.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="630" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/W1siZiIsIjI3MzMzMSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MjAwMFx1MDAzZSJdXQ-1024x630.jpg" alt="" class="wp-image-107921" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/W1siZiIsIjI3MzMzMSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MjAwMFx1MDAzZSJdXQ-1024x630.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/W1siZiIsIjI3MzMzMSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MjAwMFx1MDAzZSJdXQ-300x185.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/W1siZiIsIjI3MzMzMSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MjAwMFx1MDAzZSJdXQ-768x473.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/W1siZiIsIjI3MzMzMSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MjAwMFx1MDAzZSJdXQ-1536x945.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/W1siZiIsIjI3MzMzMSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MjAwMFx1MDAzZSJdXQ-600x369.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/07/W1siZiIsIjI3MzMzMSJdLFsicCIsImNvbnZlcnQiLCItcXVhbGl0eSA5MCAtcmVzaXplIDIwMDB4MjAwMFx1MDAzZSJdXQ.jpg 1755w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p>Corri sulla schiena dei lupi, dei dromedari, disegna giaguari nel tuo cuore il posto dove riponiamo la bellezza e le alture da cui guardare i panorami inca e le rovine maya e sorridere all’orizzonte come fosse una scarpa slacciata con cui pettinare l’aria e far rivoltelle di tessuto per ammorbidire i contrasti e interagire col passato. Nelle lunghe ore pomeridiane dipingere pastorali e iniettare fotografie a colori di chiesette barocche e falsi indiani che parcheggiano male. Dal dirupo universale vedo le finestre occhiello blasfeme che trascinano cariche di elettricità sulle suppellettili visive a cavallo tra i filamenti delle orecchie e il candore del naso dove risplendono acri di lampadine accese e c’è un magma di matasse stressanti di fango appollaiato sopra un pino dove una civetta canta inni alla notte alla faccia dei visigoti e dei diavoli rossi che esplorarono il terriccio di seta. Adoro andare incontro alle giostre come in questo caso vedere i barbagli degli schizzi adolescenziali appesi ai muri sovrastare la pila di bollette da pagare e sento il coccodrillo dello stomaco provare a mangiare le farfalle senza riuscire. L’eleganza di Margot stasera non ha pari e cerca con gli occhi un piatto di ostriche a una sagra curando le ferite sugli stinchi con il rosmarino. Rimedia fazzoletti alla ventura, ha deciso che scambierà muco stasera. Proprio quando le aragoste del cielo cominciano a intonare la litania capiamo che è ora di rientrare, che le nostre fetide ascelle reclamano il sapone, che il nostro fiato si sta facendo corto e non ci sono più segni zodiacali.&nbsp;</p>



<p>La nuvola è un ferro da stiro che schiaccia la terra lasciando intravedere i volti dei sumeri.</p>



<p>Bene e male tutto insieme,&nbsp;<em>wow</em>: friggi il cielo. Il cielo è una cartolina del cuore: dentro c’è il simbolo. Il simbolo è universale chiedilo agli acmeisti. L’orologio è una truffa per impiegati, il volo degli iniziati è sul calar del sole. Il sole mente.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nella villa di Henry sono i pendagli ad accoglierci in un maleficio di seta che si intona sulla cravatta che non ha messo sostituendola col fischietto immaginario. Ci sono ancora le mucche a stupirsi sotto il nostro orizzonte quando decidiamo di coricarci, su quelle brande che chiamano letti che l’uomo ha inventato per dormire.&nbsp;</p>



<p>In questo periodo dormire è rifugio dalla calura, con noi che ci spariamo i ventilatori addosso manco fossero cascate e dentro l’inconscio andiamo a cercare tutta la riparazione che la giornata ha destrutturato, come un operaio malconcio di ritorno dal cantiere. Mi metto a leggere un libro di poesie in aramaico e butto l’albero magico all’arancia che pendeva dal soffitto. Ucronismi e sincretismi bordeaux sulla pelle vegliarda delle stoffe antiche. Immagino una rana che salta un arcobaleno. I panini con l’alba non li fa più nessuno. È difficile mettere l’alba dentro a un panino. Il nocchiere delle paranoie sta sempre all’erta. È un cortocircuito sfiduciante. Le meduse sono buone a colazione per chi ha il palato fino. L’impossibilità è la vegliarda regola sovrana. E allora verrò sui castelli di sabbia a porgere vento alle guance e le ancelle della sera si sposteranno per dar spazio alle bistecche di manzo. Gli assoluti sono in un’altra categoria. È difficile stare al passo coi pensieri. La banalità è sempre dietro l’angolo. L’autocontrollo piange come un salice. Le nicchie bordeaux spaventano i passeri. Gli arcobaleni sono sempre di scorta nel portafogli. I castelli medievali hanno mura arroccate buone per le civette di notte che cantano disegnano indiani e furbastri. Giovenale era un poeta latino. Tarquinia è bella. L’alce lo trovi in Alaska se ti va bene.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Mettiti col compasso da stella a stella pensando alla maestra che ti faceva arrossire. Supera la maestra supera il maestro. Il cantore della Turingia si urlava in gola con parole di upupa e crusca amara. Per far tornare in auge l’enfiteusi essendo amante dei muri a secco. Il paese non è pronto. Oggi ha le ore larghe. L’allunaggio del mio genetliaco in bilico su una statua di Thorvaldsen: la città è cuspide. Le donne in burqa sui risciò a Villa Borghese non le ha viste Franco, le canto io. Le risposte vengono da nordest attraversando due sillabe.&nbsp;</p>



<p><strong>Edoardo Piazza</strong></p>



<p><em>*In copertina: “Tuttomondo”, il murale di Keith Haring realizzato nel 1989 sulla parete della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa; nel testo, un po’ di Haring a casaccio</em></p>
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		<title>“In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jun 2026 04:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Piazza]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[Mattia Tarantino]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Beat Generation]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non c’era&#160;Inverso&#160;e nemmeno&#160;Pangea&#160;(la rivista, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ho conosciuto Mattia la prima volta quando Piazza Navona era ancora lo Stadio di Domiziano e si facevano le gare in onore di Giove. Mattia mi dice che proviene dalla Campania Felix (nel senso di fertile). Scopriamo che dalle parti dello stadio c’è un Odeon, dedicato alle sfide di poesia. All’epoca non c’era&nbsp;<em>Inverso</em>&nbsp;e nemmeno&nbsp;<em>Pangea</em>&nbsp;(la rivista, perché la Pangea in effetti c’era stata), però io e Mattia per passare il tempo della competizione ci mettiamo a intonare un canto alla musa, e qualcuno dal fondo della sala ci definisce poeti. Mi faccio quindi l’idea che Mattia sia legato in qualche modo a Roma.</p>



<p>Molte vite dopo (quantificate voi quante), il 31 gennaio 2026 facciamo un altro evento insieme a Roma, in un caffè letterario che si chiama Horafelix (anch’esso nel senso di fertile, dal latino). Questo reading però non è più per Giove Ottimo Massimo e la sua effigie, ma per la&nbsp;<em>Roman Beat Generation</em>&nbsp;che sta per venire (i tempi cambiano, il futuro è già passato).&nbsp;</p>



<p>Comunque ci viene voglia di farci una chiacchierata…</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Mattia, da direttore di una rivista letteraria –&nbsp;<em>Inverso</em>, fondata con Gabriele Galloni nel 2018 – registri delle tendenze nella poesia contemporanea italiana? E in quella straniera? – di recente hai anche compiuto un piccolo tour poetico europeo…&nbsp;</strong></p>



<p>Che ridere il siparietto. Io però vengo da una terra irredimibile. Mercenari, manicomi, radioattività. È la terra dei fuochi. Altro che&nbsp;<em>felix</em>, sta tutta appicciata. Tenete le idee della terra lontane da me. Terre promesse, giardini a cui accedere. Qualcuno diceva che «siamo ancora troppo terrestri».&nbsp;&nbsp;Andiamo avanti. Non è stato un “tour poetico”. Sono andato a raccogliere fondi per mandare aiuti in trincea. Elmetti per gli elicotteri, giubbotti antiproiettile. A Praga c’è la più grande comunità della diaspora della più grande tra le guerre del secolo. Mandiamo i corpi degli altri al macello ai confini dell’Europa così ci sentiamo più sicuri e beatamente sonnecchianti nel Diritto. Ci risvegliamo per difenderlo nelle rare occasioni in cui ci rendiamo conto che i nostri di corpi, tra tutti sempre i più pacificati, diventano punti di presa, leve, bersagli. Come se per il resto del tempo fossero assolti nel loro riposo, intangibili, felicemente al riparo dalla storia. Il resto del viaggio è servito a incontrare un po’ di poeti. C’è una carovana in cammino per l’Europa che sosta dove meno te l’aspetti. Precisamente in luogo dell’Imprevedibile. È piena di gente che la polizia non arresta perché non saprebbe come registrarla. Come li archivi, questi? Li trovi nelle piazze che si dicono le poesie, alle feste di paese, nel bosco che cercano piantagioni segretissime di marijuana e non trovano né il bosco né la marijuana – piuttosto li vedi smaniosi come creature senza sostanza, affamatissime. Quello che ha imparato a giocare a carte per fare certe cose, quello che è stato un mangiafuoco, l’altro in bilico al baratro che ride e più ride più si incarna in qualcosa che non sai e che ti inquieta, ti reclama. Tutta gente con le spalle al muro che se ce li schiacci contro ci si infiltrano, nel muro, e ronzano e ronzano, zanzare invisibili e senza consistenza, fastidiosissime. Non hanno neanche una lingua da parlare, no, si tratta veramente di un ronzio. Credo questo ti risponda anche alla questione della poesia. Diciamolo che «il poeta non ha contemporanei», però, perché nessuna di noi zanzare ha una vaga idea di come funzionino linearità e cronologia. Domani mi sveglio e ti vengo a fare un’imboscata in un sogno che hai sognato da bambino.</p>



<p><strong>Ti ho sentito spesso parlare di “carovana” – cosa intendi, in ambito poetico? Può essere un concetto contrapposto al personalismo poetico dilagante del pensiero – “il mio libro, i miei premi, le mie recensioni”?</strong></p>



<p>Una volta Dario ha sognato il mondo al tempo in cui il linguaggio non esisteva ancora e solo io, raccontava, <a href="https://www.samueleeditore.it/sciababab-mattia-tarantino/">prendevo la parola per dire sciababàb, sciababàbba. </a>Così camminavamo sulle alture del villaggio, lungo le colline, e improvvisavamo un grande tavolo per sederci e mangiare. Un’altra volta, invece, Paolo Gera ha scritto: «‘Mattia Tarantino’ non indica un’entità individuale, ma una tribù». Ecco, la storia è questa. Parliamo con le parole venute in sogno agli amici, le parole per chiamarci al cammino e riunirci per mangiare. La carovana prima di tutto ci ricorda che non esiste qualcosa come una vita individuale. La vita di Dario, quella di Nicola, quella delle bestie, del basilico e perfino di tutte le pietre e i corpi celesti sono una vita sola, inseparabile, una variazione continua, emanazioni scivolose incompatibili con gradi, specie, gerarchie. Figuriamoci quando si tratta degli amici. In che senso Daphne o Luigi e la brodaglia che risponde del mio nome incarnino o dispongano di vite differenti non riesco a capirlo. Siamo insieme allo stesso bar, seduti ogni sera allo stesso tavolo, ci vediamo di città in città lungo tutto il Paese, diciamo le poesie alle stesse persone negli stessi luoghi e i nostri segni schiudono ogni volta l’accesso a un sotterraneo o illuminano un filo, una cordicella, che conduce dall’uno all’altro. La cosa che abbiamo a lungo chiamato ‘vita’ sono questi sottopassaggi e questi portali schiusi ai segni, l’illusione di un destino in luogo di precisi incantesimi di prossimità. No, nessuno ha scritto un libro. Sono collezioni di furti, di tecniche per manipolarci l’esistenza, parole che diciamo per attivare qualcos’altro ancora inaccessibile che appena nominato appare e circola, inesauribilmente. Come quando senti di qualcosa per la prima volta e poi non vedi altro: era tutto lì, è sempre stato lì – o, al contrario, senza chiamarlo non sarebbe apparso mai. Questa è la carovana. Le nostre esistenze, sciabababba, spese al riparo dai punti di presa e di governo, da quello che cerca di censirci, amministrarci, farci una sagoma nell’incantamento di razionalità senza incanto, il minuzioso gioco di prestigio che chiamiamo Occidente. Nessuno ha scritto un libro perché tutto il libro è la declinazione di un solo nome, e tutte le mani che puoi contare non fanno che copiarlo. A noi, poi, di tutto questo piace il falso, perché il libro è il libro delle bugie, delle panzane nere. Uno scherzetto.  </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="723" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/tarantino_sitosam-723x1024.webp" alt="" class="wp-image-107638" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/tarantino_sitosam-723x1024.webp 723w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/tarantino_sitosam-212x300.webp 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/tarantino_sitosam-600x849.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/tarantino_sitosam.webp 763w" sizes="(max-width: 723px) 100vw, 723px" /></figure>



<p><strong>Quanto è importante riscoprire il live, la lettura fisica, nell’epoca digitale? È nello stare insieme che prospera l’arte?</strong></p>



<p>Come dicevamo. Soprattutto perché viviamo nell’incantesimo che ha separato la voce dal linguaggio. I viventi che detengono il potere di parlare e stabilire, i viventi, cioè, che chiamano per nome il proprio potere di parlare e stabilire, hanno informato le proprie esistenze del linguaggio e lasciato la voce agli altri. La poesia è l’unico luogo in cui il linguaggio degli uomini alle volte è felicemente sospeso e la voce rimossa riappare: crìcrì, bau bau, le voci degli altri viventi, ma anche schècchera, smacche zatàn, perché questo, tutto il linguaggio, è solo vento, la ventosità di un codice, un istituto un poco triste. Si tratta di raccontare delle storie a chi incontriamo, no? Altrimenti ogni saluto è dichiarare che nome porti, da dove vieni, a chi sei figlio. No, grazie, Cvetaeva scriveva che «tutti i poeti sono ebrei» proprio perché qui non c’è nome né provenienza, e figurati papà. Possiamo dire qualcos’altro, più divertenti e omerici, cos’hai visto a Ogigia, ricordarci del porcaio, degli sciagurati finiti in mare perché sentivano cantare. «<em>Circe’s this craft, the trim-coifed goddess</em>».</p>



<p><strong>Ha ancora senso parlare di “poesia” o la produzione in versi comincia ad aver bisogno di un nuovo nome, una nuova etichetta?</strong></p>



<p>Avresti dovuto chiederlo a Jean-Marie Gleize, e la risposta ti avrebbe sorpreso. Da parte mia non sono convinto la poesia abbia a che fare con la scrittura; più radicalmente, non sono neppure convinto la poesia abbia a che fare inevitabilmente con il linguaggio.&nbsp;</p>



<p><strong>Sacha Piersanti ha definito Roman Beat Generation uno “scherzo serio” – tu come la vedi?</strong></p>



<p>All’Horafelix ridevamo dicendo che si tratta prima di tutto di un quadrato: un&nbsp;<em>ring</em>, uno spazio per la lotta e, insieme, qualcosa che richiama. Sicuramente ci sono degli infiltrati: ci avete infilato me, tutto espulso dalla beatitudine, che vivo a Napoli, «a Sud di nessun Nord», e questa infiltrazione è una faccenda idraulica, cosa scorre e cosa perde, cosa conduce a cosa e cosa porta, legami incomprensibili – e quindi, ridiamo, facilmente, felicemente, un legame nell’Incomprensibile. Sicuramente, ecco, uno dei pochi posti in cui non ci sono stati chiesti i documenti, per chi passa e comincia a raccontare, e avrai capito che è questo che mi piace.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Quanto è importante riscoprire il ventaglio lessicale del linguaggio poetico a dispetto di un linguaggio comune sempre più risicato?</strong></p>



<p>Ogni tanto torna in circolo l’idea le poesie debbano adoperare la lingua di ogni giorno, e andrebbe anche bene, se non fosse così povera e dominata – e se parlare del reale, del ‘vigente’, nella sua stessa lingua non fosse in fondo un modo di confermarlo e raddoppiarlo per negazione. «Dialettica e dualismo», diceva qualcuno, «attirano il pensiero nella comodità degli scambi». Anche qui, però, il punto mi sembra ritenere così certa l’esistenza di qualcosa come una lingua, darla come presupposta; Gobard cinquant’anni fa scriveva che in luogo di quella che chiamiamo ‘lingua’ sarebbe più opportuno parlare di&nbsp;<em>bouillies</em>, di poltiglie – campi e usi di tensioni, forze più o meno egemoni, al posto di restare nel mondo chiuso dei segni, nelle catene di significazione, pensieri che tolgono la lingua dal mondo e con questo gesto inventano la lingua e il mondo. Qui ci sono cose che fanno sciababàb, invece, roba che vaterca, che ci smàcchera.</p>



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<p><strong>I lettori di poesia sono, spesso, essi stessi poeti. Noti un diverso approccio mentale nell’accostarsi ai poeti vivi e ai poeti morti?</strong></p>



<p>Dicevamo che «nessun poeta è contemporaneo a un altro» e potremmo aggiungere che tutto l’apparato di scissione dell’esistenza in ‘vita’ e ‘morte’ non sembra funzionare più granché. Proviamo a fare un capriccio di variazioni e incarnazioni, piuttosto. Le conseguenze vengono da sé.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>L’8 aprile scorso, in Campidoglio, hai ricevuto l’alloro poetico, 685 anni dopo Francesco Petrarca – cosa significa, oggi, la figura del poeta laureato?</strong></p>



<p>Dovresti chiederlo anche a Magrelli, però; io sono il principino. Abbiamo riso molto dei rischi di questa cerimonia. Nel suo discorso ha raccontato dell’aureola di Baudelaire rovinata in strada, e di qualcuno che passi, passi pure, prego, per raccoglierla. Il gesto, diceva, che ha inaugurato la modernità della poesia. Te li immagini i poeti scrivere in gloria della Festa della Repubblica e leggere la loro poesia con la marcetta dei carabinieri in sottofondo? Noi sì, tremendamente. Anche qui, però – ecco il punto – possiamo infiltrarci. Stare serpentini nelle cose, imprendibili dalla viscosità che operano, insidiare le mucose, tentare perfino una piccola infezione. Lasciare la poesia, come scrive proprio Magrelli, derivi da ‘pus’, adoperarla e riconoscerla come «un’infiammazione del linguaggio». Ecco, per risponderti, cos’è che significa. Parlare tenacemente, inevitabilmente, in luogo di questa infiammazione.&nbsp;</p>



<p><strong>Edoardo Piazza</strong></p>



<p><em>*In copertina: Mattia Tarantino secondo Riccardo Frolloni</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/in-luogo-dellimprevedibile-dialogo-con-mattia-tarantino/">“In luogo dell’Imprevedibile”. Dialogo con Mattia Tarantino</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha Piersanti, il samurai urbano</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2026 04:15:02 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Edoardo Piazza]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Beat Generation]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/sacha-piersanti-roman-beat-generation/">La finestra aspetta che le si lancino i sassi. Dialogo con Sacha Piersanti, il samurai urbano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Io e&nbsp;<strong>Sacha Piersanti</strong>&nbsp;decidiamo di non incontrarci per questa chiacchierata-intervista. Ci diamo appuntamento per non incontrarci vicino al locale di Roma dove facciamo i reading di&nbsp;<em>Roman Beat</em>&nbsp;(che sveleremo poi). Lo aspetto ma il 490 apre le porte e non scende nessuno. «Preferisco andare a piedi» mi dice Sacha che non arriva un attimo dopo. È vestito di nero, sembra un samurai urbano, ha una giacca di pelle che potrebbe aver preso in prestito da Neo di&nbsp;<em>Matrix</em>, non ha gli occhiali scuri, ma due occhi indagatori.&nbsp;</p>



<p>Io e il Neo-Samurai ci mettiamo a parlare della nevicata del ’56, quando «Roma era tutta candida, tutta pulita e lucida» come cantava Mia Martini a Sanremo nel 1990. Il Neo-Samurai Sacha ed io, ce la passeggiamo, Roma. Ci piace vedere le cose in movimento. Ci piace che i nostri vocaboli si muovano con noi.&nbsp;</p>



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<p>*</p>



<p><strong>Prima domanda per te sulla musica, e in particolare&nbsp;</strong><strong>‒</strong><strong>&nbsp;per restare “roman”&nbsp;</strong><strong>‒</strong><strong>&nbsp;sul trio Renato Zero, Mia Martini e Loredana Bertè. Sono artisti che citi anche nei tuoi testi, in che rapporto sei con il loro lavoro?</strong></p>



<p>Ah, partiamo col botto! Per quanto riguarda Zero direi che basta il rimando al saggio che gl’ho dedicato, uscito nel 2019 e in una nuova edizione riscritta e aggiornata nel 2022: lì, nel capitolo finale, che si intitola&nbsp;<em>Conclusione, o come tutto ebbe inizio</em>, dico tutto. Aggiungo solo che proprio in questi giorni riascoltavo&nbsp;<em>Voyeur</em>, un disco dell’89: cito a caso dai brani che mi vengono in mente: «Umiliata e stanca della bianca civiltà, / vergine venduta ai mercenari / di città» (<em>Il canto di Esmeralda</em>); «Un satellite mi scruta da lassù: / dovrò difendermi anch’io / o non sarò più io» (<em>Sciopero</em>). E poi: «Forti, ricchi e belli,/ biondi, sani e snelli:/ non dirmi che gli crederai./ Dietro quelle storie/ squallide miserie [&#8230;] Siamo/ un po’ tutti/ voyeur» (<em>Voyeur</em>). E senti questa: «Vedrai quante contraffazioni:/ la voce, la tua faccia, il nome tuo/ qualcuno ha già duplicato/ e da uno scantinato s’inventerà/ talenti/ simili a quelli esistenti» (<em>Sosia</em>). La radiografia dell’oggi, fatta con quasi quarant’anni d’anticipo. Senza contare quello che cantava già negli anni ’70: «Corre l’astronave alla conquista di uno spazio in più/ mentre qui per l’uomo non c’è posto». Questa è&nbsp;<em>L’evento</em>, del 1974: Elon Musk aveva tre anni. Oppure, nel ’79: «Nelle mani di un robot:/ qui finisce la mia storia/ d’uomo». Titolo, però?&nbsp;<em>Arrendermi mai</em>: ecco. Al di là di come la vulgata lo racconta, insieme ai lustrini e le paillettes c’è una presa di posizione, politica e umanistica, che tanti suoi colleghi più ingessati o di partito se la sognano. E è la presa di posizione – di coscienza – che ancora oggi struttura la ritualità dei suoi spettacoli-concerto.&nbsp;</p>



<p>Per quanto riguarda Bertè, che dirti? Una che manda affanculo la luna (<em>Luna</em>) e rivendica il diritto all’eutanasia (<em>Buon compleanno papà</em>) nello stesso disco (<em>Un pettirosso da combattimento</em>: il primo che ho ascoltato integralmente, da ragazzino) non può che essere d’esempio. E l’iconico “pancione” a Sanremo ’86, con&nbsp;<em>Re</em>, poi: livelli di – di nuovo – presa di posizione e presa di coscienza che dovrebbero essere il minimo sindacale per ogni vero o presunto artista. Ma con lei amplierei il discorso a tutte le artiste che, senza teoremi né sofismi, hanno sconvolto un certo status quo e veramente imposto la propria libertà, a sfondare certi “non si deve”, “non si può”, a partire dalla diva delle dive, Patty Pravo, madre e demone che in questo senso ha fatto, come si dice, scuola. Penso a Donatella Rettore, anche, che da cantautrice ha sconquassato stereotipi di lingua e di costume. E penso ad Anna Oxa, che avrebbe potuto benissimo accomodarsi in cima alle classifiche con le canzonette che tutti s’aspettavano e invece se n’è fregata del successo a tutti i costi e della popolarità, e ha cominciato a scavare nel canto, con una ricerca vocale che quei cosiddetti sperimentalismi sonoro-poetico-performativi che oggi rivanno tanto di moda a confronto sembrano lo&nbsp;<em>Zecchino d’Oro</em>. Insomma: credo che Zero e tutte loro siano la dimostrazione di quanto il tanto in certi ambienti vituperato&nbsp;<em>pop</em>&nbsp;sia stato e sia spesso molto più efficace, sia in termini artistici che in termini politici, di tanta retorica accademia, di tanta di quella cosiddetta “Cultura” con la “C” teneramente maiuscola. E pure di tanta sedicente “contro-cultura”, in effetti.</p>



<p>Su Mia Martini… solo un piccolo aneddoto, che è in controluce in uno dei testi inclusi in&nbsp;<em>Roman Beat Generation</em>. Da bambino vidi una sua intervista, credo di fine anni Ottanta, in cui le chiedevano in che momento fosse, della sua vita personale e artistica. Lei guarda in camera, sorride, ride e poi sorride, ma solo con la bocca. Poi risponde: «Sono ancora nella fase di chi raccoglie i pezzi del suo cielo». Che vuoi di più?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107425" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Un progetto importante di cui ti sei fatto carico in questi anni è quello per la riqualificazione della “baracca” di Valentino Zeichen. Ci racconti di questa esperienza?</strong></p>



<p>Sì: sono passati quasi dieci anni, ormai – ho cominciato che ero un&nbsp;<em>puellus</em>. Se ci ripenso mi faccio un po’ tenerezza, confesso. Era il febbraio del 2017: una notte, con un mio carissimo amico, l’attore Emanuele Marchetti, cominciamo a parlare di Zeichen, della sua poesia, di come l’avessi sentito una volta per telefono (poetino in erba, gli avevo lasciato il dattiloscritto del mio primissimo libro nella cassetta della posta e lui mi chiamò l’indomani per darmi consigli, me incredulo), e ci viene in mente di andare a vedere in che condizioni fosse la celebre “baracca”, a quasi un anno dalla morte. Detto fatto, ci andiamo: cancello chiuso e buio fitto, ci sembra tutto disabitato. Così, qualche giorno dopo mi metto a cercare informazioni, notizie, qualche appiglio, e trovo la mail della figlia di Zeichen, Marta, e le scrivo che sarebbe bello provare a fare di quel celebre luogo uno spazio dedicato alla poesia, mettendomi a completa disposizione. Lei mi risponde, mi racconta che ha già avviato una serie di iniziative, insieme alla facoltà di Architettura della ‘Sapienza’, e ideato un progetto, “La Casa del Poeta”, per la riqualificazione e conservazione dello spazio, proprio con quell’obiettivo. Ci dice che avrebbe bisogno di qualcuno che si occupi della biblioteca di Zeichen, catalogando i libri, ed eccoci là – eccoci qua. Il nostro contributo doveva esaurirsi col lavoro di catalogazione: nel corso dei giorni poi dei mesi poi degli anni è diventato derattizzazione, manutenzione, gestione, programmazione culturale. Cura.&nbsp;</p>



<p>Dal 31 dicembre 2017 a oggi, sinergici, abbiamo organizzato una ventina di incontri, spaziando dai reading dedicati alla poesia di Zeichen a mostre d’arte e fotografiche, passando per letture sceniche, installazioni e proposte&nbsp;<em>site specific</em>, con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni a che lo spazio venisse ufficializzato, a tutti gli effetti riconsegnato come polo culturale all’intera cittadinanza, nel rispetto della storia e della poetica di Zeichen, ma non chiuso in se stesso, anzi. Credo che la cosa veramente potente de “La Casa del Poeta” sia questa continua osmosi tra identità e trasformazione, conservazione e proiezione, memoria e prospettiva. Chiunque sia venuto anche solo una volta a uno degli eventi ha potuto percepire quanta storia ci sia in quel luogo, quanta specificità, e al tempo stesso quanta famigliarità, senso d’accoglienza, potenziale novità. È un po’, ancora una volta, come la stessa poesia di Zeichen: insieme classica e innovativa, antica e ultramoderna, sacra e mondana. È stata ed è tuttora una gran fatica, chiaramente, tra problemi tecnici, questioni legali, persino minacce, aggressioni: però abbiamo resistito e resistiamo, su quel bilico tra abusivismo e istituzionalizzazione su cui per tutta la vita è stato lo stesso Valentino Zeichen: «una sfida» più che un poeta, per dirla con un’efficace definizione di uno dei suoi più cari amici, Aurelio Picca.&nbsp;</p>



<p><strong>Ritrovo in te una certa indipendenza, non fai parte di un gruppo preciso, sei organizzatore di eventi a tua volta, ti senti più a tuo agio nella condizione “indie” – quanto è importante non essere formali negli eventi di poesia?</strong></p>



<p>Non so se sia una questione di formalità o informalità: semplicemente, sia negli eventi che organizzo che in quelli cui partecipo, tengo bene a mente quanto spesso mi sia annoiato io per primo, alle presentazioni, ai reading, ai convegni, e cerco di proporre qualcosa di più movimentato, incisivo. Troverei inutilmente vendicativo infliggere la stessa tortura. E poi penso che, “indie” o no, se hai la vanità e la presunzione di stare su un palco – fosse pure un palchetto o solo una sedia – secondo me devi avere pure il buonsenso (e il buongusto) di ricordarti che davanti a te ci sono delle persone che, al decimo monologo di fila, probabilmente stanno solo pensando a come svignarsela senza far rumore con le cinghie della borsa o la gomma delle scarpe, a dove stava il bagno, o a quando arriverà il momento del buffet. Forse, ecco, più che formalità o informalità, è proprio una questione di ritmo: importante è il ritmo. E quella sana dose di autoironia, che ti salva pure dall’effetto Oracolo che è un’altra delle piaghe degli ‘eventi di poesia’.</p>



<p><strong>Hai detto, alla prima presentazione dell’antologia, che “Roman Beat” è uno scherzo serio. Concordo, cosa intendi con questo?</strong></p>



<p>Mi riallaccio all’effetto Oracolo e all’autoironia. Mi sembra che questo sia l’ennesimo periodo in cui fioccano le antologie, tra gruppi e gruppetti che gridano&nbsp;<em>èureka,</em>&nbsp;o&nbsp;<em>thálassa thálassa</em>, ma invece è sempre&nbsp;<em>famoquadrato</em>. Voi, secondo me, anziché farvi Scopritori, Sacerdoti o Portatori di Verità, avete fatto un’operazione di tutte minuscole, e come parodiando il concetto stesso di ‘gruppo’ e di ‘antologia’: siete stati&nbsp;<em>al gioco</em>,&nbsp;<em>sul serio</em>. Dal titolo, che delle tre cose che promette (“Roman”, “Beat” e “Generation”) non ne dà effettivamente integralmente nessuna, alle note critiche che sono tutto, in quel contesto, fuorché critica e note, fino al principio di fondo che informa l’intero progetto, che è: la Roman Beat Generation non esiste, ma se esistesse sarebbe questa: che infatti non esiste. A questo, unirei la cura della veste formale e il fatto che si presenta come inizio di qualcosa che sa dove&nbsp;<em>non</em>&nbsp;andrà a parare, cioè&nbsp;<em>non</em>&nbsp;alla costituzione dell’ennesima scuola, l’ennesima sigla, o l’ennesimo -ismo. È un oggetto culturale aperto: la finestra che aspetta le si lancino i sassi.</p>



<p><strong>Non posso non chiederti quanto sia importante la componente recitativa quando si legge in pubblico una poesia. L’interpretazione aiuta ad avvicinare il pubblico?</strong></p>



<p>Probabilmente sì, ma personalmente, per me, non parlerei né di recitazione né di interpretazione: anche quando fisicamente non lo sto facendo, mi sento sempre nella&nbsp;<em>lettura</em>. Quel che cerco di fare, io, è recuperare ‘in pubblico’ quelle stesse sensazioni e quegli stessi ritmi seguendo i quali ho scritto ‘in privato’. È in questa specie di riscrittura a voce alta, senza sovrastrutture attoriali né birignao performativi, che secondo me ci si “connette” meglio col pubblico.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="707" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788860047748_0_0_0_0_0-707x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107426" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788860047748_0_0_0_0_0-707x1024.jpg 707w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788860047748_0_0_0_0_0-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788860047748_0_0_0_0_0-600x869.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/9788860047748_0_0_0_0_0.jpg 746w" sizes="(max-width: 707px) 100vw, 707px" /></figure>



<p><strong>Porti avanti un progetto performativo fra epica classica e live electronics, come si legano le due cose?</strong></p>



<p>Sì, s’intitola&nbsp;<em>Fonti</em>, un progetto che porto in scena col collettivo Alta Gola (con me ci sono Ludovica Bove, attrice e performer, e Lorenzo Bove, che suona e produce musica elettronico-modulare). Non è propriamente una performance: si tratta di un lavoro a metà strada tra la lettura di poesia (miei testi originali, che s’intrecciano e dialogano con passi dall’epica classica, interpretati sia in lingua originale che in una mia traduzione inedita) e il concerto di elettronica contemporaneo, dove centrale è l’ascolto e, con l’ascolto, chiaramente, il corpo. Di nuovo, la parola chiave è&nbsp;<em>ritmo</em>: al di là delle sonorità specifiche del greco antico e del latino, che si sposano perfettamente con la ritualità della ‘festa’ di oggi, del clubbing più di qualità, tra gli esametri classici e certe cellule ritmiche – certi&nbsp;<em>beat</em>&nbsp;– dell’elettronica che usiamo c’è una forte connessione. E poi, sintetizzando al massimo, le due cose si legano perché, in realtà, sono sempre state legate: poesia, canto e musica originariamente erano tutt’uno. Noi tentiamo di recuperare quel “ritmo dell’origine”, in un approccio immersivo che è insieme proposta culturale e occasione tanto sociale quanto ricreativa: rito e&nbsp;<em>sottocassa</em>.</p>



<p><strong>Di recente sei stato tradotto in francese, hai un tuo sguardo sulla poesia straniera?</strong></p>



<p>Sì, poche settimane fa è uscito in Francia, per Alidades,&nbsp;<em>Linéaire B / Lineare B</em>, grazie alla cura di Benoȋt Gréan, poeta e traduttore straordinario. Conosco molta “poesia straniera”, sì, e mi capita spesso di trovarmi in sintonia più con autori non italofoni che con miei&nbsp;<em>connazionali</em>, per usare un termine simpatico. Quanto a “un mio sguardo” posso dirti che tendenzialmente ho l’impressione che sia un momento particolarmente fertile per la poesia – in tutte le sue forme e declinazioni – un po’ ovunque, e che c’è davvero molta&nbsp;<em>produzione</em>&nbsp;(altro termine simpatico), al di là dei gusti o delle specificità di interesse o prospettiva. A proposito di poesia straniera, ne approfitto per segnalare una chicca al tempo stesso beat e anti-beat: è in uscita in questi giorni un’antologia di&nbsp;<em>PoemsPoesie</em>&nbsp;(NERO) dell’artista di origini cherokee Jimmie Durham (1940-2021), di cui ho curato la traduzione in italiano. Ecco: l’incontro con la sua scrittura, col mondo dei nativi americani, lo sguardo sulla poesia straniera – sull’incontroscontro delle lingue, soprattutto – me l’ha spalancato.&nbsp;</p>



<p><strong>Che rapporto hai con i cosiddetti “maestri”?</strong></p>



<p>Ti rispondo citandoti una&nbsp;<em>lezione</em>&nbsp;che puntualmente mi torna in mente, data da quello che considero a) il più grande scrittore in lingua italiana; b) il più grande scrittore vivente; c) tra i dieci più grandi romanzieri di sempre. Si parlava delle “scuole di scrittura”, di quelli che fanno “i corsi di scrittura creativa”, e altre amenità del genere: «[se si vuole davvero scrivere], bisogna avere prima di tutto l’impulso di imparare a memoria almeno alcune delle&nbsp;<em>Metamorfosi&nbsp;</em>di Ovidio in latino prima di mettere “Mah!” nero su bianco» (Aldo Busi).&nbsp;</p>



<p><strong>Edoardo Piazza</strong></p>



<p>***</p>



<p><em>Bio-beat</em></p>



<p><strong>Sacha Piersanti</strong>&nbsp;nasce a Roma nel 1993. Ideatore e interprete di spettacoli e performance di teatro-poesia (tra cui&nbsp;<em>Fonti</em>, opera ibrida tra live electronics e epica classica), dal 2017 è tra i curatori del progetto culturale “La Casa del Poeta” per la riqualificazione e conservazione della celebre ‘baracca’ di Valentino Zeichen; dal 2021 co-dirige le iniziative letterarie del collettivo “Zeugma”, a Roma.&nbsp;</p>



<p>Fra i suoi scritti ricordiamo&nbsp;<em>Pagine in corpo</em>&nbsp;(Empirìa, 2015);&nbsp;<em>L’uomo è verticale</em>&nbsp;(Empirìa, 2018);&nbsp;<em>Zero, nessuno e centomila. Lo specifico teatrale nell’arte di Renato Zero (</em>Arcana, 2019);&nbsp;<em>L’infanzia stipendiata</em>&nbsp;(Giulio Perrone, 2025);&nbsp;<em>Linéaire B / Lineare B&nbsp;</em>(Alidades, 2026, traduzione di Benoît Gréan).&nbsp;</p>



<p>È uno degli autori di&nbsp;<em>Roman Beat Generation&nbsp;</em>(Magog, 2026).&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Sacha Piersanti photo Vito Trovato</em></p>
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		<title>L’epopea dei “poeti vivi”, ovvero: Virginia Woolf &#038; i “Living Poets”</title>
		<link>https://www.pangea.news/living-poets-poeti-vivi-virginia-woolf/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 May 2026 04:01:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Dorothy Wellesley]]></category>
		<category><![CDATA[Hogarth Press]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti vivi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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]]></description>
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<p>Nel 1922 Dorothy&nbsp;<em>Ashton</em>, duchessa di Wellington in virtù del matrimonio, mollò il marito, Lord Gerald Wellesley. Si erano sposati otto anni prima, in aprile; lei gli aveva dato due figli: il primogenito, Valerian, è morto l’ultimo giorno del 2014 – pluridecorato, è stato membro della House of Lords fino al ’99. Riteneva di aver fatto quel che una signora deve fare (impalcare un focolare, partorire, amare con ritrosia) – i due ritennero di non divorziare.&nbsp;</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="107285" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Dorothy compiva trentatré anni; aveva scoperto di amare due cose su tutte: la poesia e le donne. Alla prima l’aveva introdotta William Butler Yeats. Dorothy scriveva da sempre: versi selvatici, redatti con formule faunesche, che hanno pochi pari nel canone della poesia anglofona. Gli&nbsp;<em>Early Pomes</em>&nbsp;uscirono nel 1913 – per una sorta di pudore coniugale (certe cose&nbsp;<em>non si fanno</em>, non si mettono in giro, non ci si denuda impunemente con lo scalpello del verso) preferì scrivere privatamente. Dieci anni dopo uscì&nbsp;<em>Pride</em>, tre anni dopo&nbsp;<em>Genesis: An Impression</em>. Libri,&nbsp;<em>naturalmente</em>&nbsp;– per una connaturata indole alla sprezzatura – pubblicati in semi-clandestinità, per amici, per anime affini. Era affascinata dai primordi, dalle pitture parietali, dalla ferocia e dall’enigma, Dorothy; scriveva poesie eccentriche, a tratti esoteriche – sortilegi, più che altro. Capricciosi marchingegni magici, che mal si accodano ai desideri del&nbsp;<em>pubblico</em>, ai fasti della&nbsp;<em>storia della letteratura</em>. Yeats era sbalordito da tale&nbsp;<em>libertà</em>: magnificò Dorothy nel suo&nbsp;<em>Oxford Book of Modern Verse&nbsp;</em>(1936), dedicandole un capitolo – il XIV – della sua estrosa&nbsp;<em>Introduction</em>. Stipata tra T.S. Eliot e Kipling, tra Hopkins, Auden e MacDiarmid, in verità, è lei, Dorothy, la vera eroina di quella spregiudicata, bellissima antologia. Yeats le disse che avrebbe dovuto sacrificare tutto alla poesia – lei, grosso modo, lo fece.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107278" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/66368-0-medium.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Quanto al secondo aspetto – le donne – la sua Iside fu&nbsp;<strong>Vita Sackville-West</strong>. Anche Vita, come Dorothy, era sposata, aveva interpretato la madre, si barcamenava tra diverse amanti. Insieme fecero un indimenticabile viaggio in Persia: il marito di Vita, Sir Harold Nicolson, era console a Teheran. La nipote di Dorothy, Lady Jane Wellesley, ha ricostruito quei mesi in&nbsp;<strong><a href="https://www.amazon.it/Blue-Eyes-Wild-Spirit-Wellesley/dp/1914518233"><em>Blue Eyes and a Wild Spirit: A Life of Dorothy Wellesley&nbsp;</em>(Sandsone Press, 2023).</a></strong></p>



<p>Da ragazza, Dorothy aveva il viso imbronciato, gli occhi d’acqua, da creatura elfica; imparò un’eleganza feroce, virile. Dal 1925, Vita intrecciò una relazione con Virginia Woolf – in questa specie di consustanziale <em>ménage</em>, Dorothy fu regale: si legò a Hilda Matheson, punta di diamante della BBC (già amica di Vita). Virginia Woolf era atterrita dallo scanzonato genio di Dorothy, puro talento naturale, che possedeva un <em>fiuto</em> inimitabile. <strong>Insieme, inventarono per la Hogarth Press, la casa editrice dei coniugi Woolf, la collana “Living Poets”, “I poeti vivi”, nel 1928.</strong> I libri – mirabili – venivano stampati artigianalmente, in poche copie, su idea artistica di Vanessa Bell, la sorella di Virginia: puro oro per collezionisti. La “First Series” della collana diretta da Dorothy Wellesley – che alla terza uscita pubblicò il suo poemetto capolavoro, estroso fino all’eccidio dei lirici luoghi comuni, <strong><em>Matrix</em>, già uscito per le edizioni Magog, prossimamente in nuova edizione </strong>– aprì con una raccolta, <em>Different Days</em>, di <strong>Frances Cornford</strong>: nipote di Darwin, socialista, eccelleva nella forma breve, epigrammatica. Primeggiavano – una volta tanto – le donne: furono pubblicati i libri di due assolute esordienti, <strong>Ida Affleck Graves</strong> (<em>The China cupboard and other poems</em>, al numero 5 della serie) e <strong>Joan Adeney Easdale</strong> (al numero 19). Di quest’ultima, in particolare, fu raccolta una <em>Collection of Poems</em> “scritti tra i 14 e i 17 anni”: fu la Woolf a forzare la pubblicazione di quei “canovacci disordinati, manoscritti dall’ortografia irregolare”, perché “vi intuivo una sorta di infantile fosforescenza… qualcosa di strano, che mi attraeva”. Col tempo, il talento di Joan – che nei “Living Poets” editò un secondo libro, <em>Clemence and Clare</em>, nel 1932 – sfinì in oblio – scrisse qualcosa per la BBC, andò a vivere in Australia. A <strong>Margaret Thomas fu affidato il compito di redigere <em>An Anthology of Cambridge Women’s Verse</em></strong> (n. 20 della serie); con <strong><em>The King’s Daughter</em>, Vita – l’amata da tutti</strong>, la formidabile amante – pubblicò come undicesimo volume della serie. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/i-poeti-vivi-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107279" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/i-poeti-vivi-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/i-poeti-vivi-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/i-poeti-vivi-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/i-poeti-vivi.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Il primo ciclo dei “Living Poets” collezionò ventiquattro volumetti in quattro anni. L’ultimo libro,&nbsp;<em>New Signatures</em>, uscito nel 1932,&nbsp;<strong>è un’antologia curata da Michael Roberts: spiccano i versi di W.H. Auden, Stephen Spender e Cecil Day Lewis.</strong>&nbsp;Quest’ultimo, in particolare – futuro “Poet Laureate” del regno – ha ‘marchiato’ l’autorevolezza della collana: nel ’29 esce con&nbsp;<em>Transitional Poem</em>&nbsp;(al n. 9); nel ’32 con&nbsp;<em>From Feathers to Iron</em>&nbsp;(al n. 22); l’anno dopo inaugura la “Second Series” della collana con&nbsp;<em>The Magnetic Mountain</em>. Tra i grandi nomi pubblicati nei “Living Poets” – una collana, tuttavia, d’indole ‘modernista’, dunque ‘degenere’, che tende a mescolare i generi, alternando poesia e prosa,&nbsp;<em>plays</em>&nbsp;e travestimento/travisamento, con una idea decorosamente rivoluzionaria della poesia – vanno citati almeno&nbsp;<strong>William Plomer</strong>&nbsp;– esce come decimo volume, con&nbsp;<em>The Family Tree</em>, nel 1929: sudafricano, omosessuale, fu eccezionale librettista per Benjamin Britten; come editor scoprì Ian Fleming, che gli dedicò, per sdebitarsi,&nbsp;<em>Missione Goldfinger</em>&nbsp;– e&nbsp;<strong>Edwin Arlington Robinson</strong>, poeta americano per tre volte Pulitzer for Poetry (meglio di lui soltanto Robert Frost), varie volte nominato al Nobel: tra i “Living Poets” compare con l’orrorifico&nbsp;<em>Cavender&#8217;s House</em>, al numero 14 (era il 1930).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="750" height="750" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/31692045350.jpg" alt="" class="wp-image-107280" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/31692045350.jpg 750w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/31692045350-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/31692045350-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/31692045350-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/31692045350-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></figure>



<p>I “Living Poets” non fu soltanto il giardino delle meraviglie del Bloomsbury; Dorothy Wellesley riuscì ad attirare nella sua collana uno dei poeti più selvaggi del secolo, un autentico inclassificabile,&nbsp;<strong>Robinson Jeffers</strong>, che nel 1928 pubblicò uno dei suoi capolavori,&nbsp;<em>Roan Stallion, Tamar and Other Poems&nbsp;</em>(numero 4 della serie); replicando l’anno dopo con&nbsp;<em>Cawdor</em>&nbsp;(n. 12) e nel 1930 con&nbsp;<em>Dear Judas</em>&nbsp;(n. 15). Amico di Ezra Pound, fautore di una poesia ‘in-umana’, cioè legata ai codici della natura più che alle croci dell’io, connessa ai cicli del mondo più che alla stagionale emotività dell’uomo, nel 1919 si era costruito da sé, con pietre vive, “Tor House”, la rustica dimora per la sua famiglia, a Carmel Point, California, sul Pacifico. Aveva fama di essere antipatico – è stato uno dei rari poeti autenticamente epici del secolo scorso. In Italia, piacque ad Andrea Pazienza.</p>



<p>La seconda serie dei “Living Poets” segnò uno stallo: dal 1933 al ’37 furono pubblicati soltanto cinque libri. A curare la grafica – impeccabile, come sempre – era ora John Banting: intimo dei Woolf, era stato invitato a Parigi da Marcel Duchamp, a esibirsi tra i Surrealisti. L’ultimo libro,&nbsp;<em>Work for the Winter</em>, recava la firma di&nbsp;<strong>Julian Bell</strong>, il nipote di Virginia Woolf, figlio di sua sorella Vanessa. L’anno dopo, nel 1937, morì sul fronte spagnolo – aveva ventinove anni.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/1349020-768x1024.webp" alt="" class="wp-image-107281" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/1349020-768x1024.webp 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/1349020-225x300.webp 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/1349020-600x800.webp 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/1349020.webp 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>L’epopea ‘modernista’ – e una certa frivolezza nei costumi, una sorta di articolata danza sull’abisso – volgeva al termine; dalla primavera del ’38 Virginia Woolf molla la Hogarth Press, con cui aveva pubblicato, in edizione speciale, i suoi grandi libri (<em>Mrs. Dalloway; To the Lighthouse; The Waves</em>…). Dorothy Wellesley continuò la sua vita nascosta, abitudinaria al vagabondaggio, un’estatica tra il salotto e il nulla – Hilda, l’amata, morì per una operazione alla tiroide, che pareva banale, nel 1940; Yeats era morto l’anno prima; Virginia avrebbe scelto di morire l’anno dopo. Continuò a scrivere, Dorothy, refrattaria al mondo – pubblicando, di tanto in tanto, per lo più per dovere bibliografico. I “Living Poets” diventarono, quasi subito, libri introvabili, in favore di leggenda. Un poeta, forse, è davvero&nbsp;<em>vivo</em>&nbsp;quando non c’è più – la&nbsp;<em>vitalità</em>&nbsp;non sta tra le inferriate di una mera cronologia dei&nbsp;<em>fatti</em>. Così, tra ispirati e spariti, si fonda un’idea editoriale&nbsp;<em>immortale</em>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Roman Beat Generation. Un’antologia fra impero ed empireo</title>
		<link>https://www.pangea.news/roman-beat-generation/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 04:02:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Piazza]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizia Sabbatini]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti vivi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Beat Generation]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa non è un’antologia per giovani.&#160;Battuti&#160;siano i beat generazionali.&#160;Beati&#160;siano i beat romani. Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a chilometro zero.&#160; Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un cantico indigeno – versi da apache capitolini.&#160; *&#160; Da San [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Questa non è un’antologia per giovani.&nbsp;<em>Battuti&nbsp;</em>siano i beat generazionali.&nbsp;<em>Beati</em>&nbsp;siano i beat romani.</p>



<p>Poeti urbani. Pirati tiberini, corsari di viali metropolitani, avventurieri a chilometro zero.&nbsp;</p>



<p>Al fascino della lontananza, s’oppone il glamour dell’adiacenza, lirico effetto del dirimpetto, diletto da vagabondaggio in tassì. Alla seduzione esotica, un cantico indigeno – versi da apache capitolini.&nbsp;</p>



<p>*&nbsp;</p>



<p>Da San Francisco a San Francesco – il tragitto è trafitto da un’estasi di travertino. Mistica dell’Urbe è l’empireo di un vespro etereo, eternità in terrazza.&nbsp;<strong>Zen in loden, novizi di una meditazione senza convinzione – mindfulness è matrice di stress.&nbsp;</strong>Difformemente mistici. Poeti. Anacoreti del verbo quirite.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Sulla strada – irrequieti asceti, in ascesa, imperano nell’impero capitolino, antilirica romanità. Un salotto di civette a codificare il reale – liturgia di pini, pioppi aureolati come poeti laureati. In un Campidoglio di doglie si compie, a Roma, il verbo.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Tempo – scandito da un orologio ad acqua. Busti in rarefazione causa gentrificazione – da Goethe a Byron, prospera un pantheon di slogan. Sloga il codice – lingua-stile-forma – il verso roman-beat.&nbsp;&nbsp;Poesia demercificata, gratuita in grazia, in-kind.&nbsp;<em>A Villa Borghese of the mind.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>*</p>



<p><strong>Roman-Beat – non categoria della giovinezza ma esercizio di entomologia poetica, archeologico apprendistato tra rovine umane, urbane.</strong>&nbsp;Cerimoniale di sentimenti antisentimentali, orfismo dell’anti-biografismo, eclissi d’una neo-barbarie dell’io. È capezzale del monumentale.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Trascendenza tascabile e metafisica in pochette, il vitalismo del verso avversa una generazione perduta col Cioran nel gilè. Nichilismo pastello –&nbsp;<em>lost generation</em>. Duello al cesello –&nbsp;<em>beat generation</em>.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Dandy barocco, dandy in baracca – si nutre, il poeta, di una jam session di nutrie.&nbsp;<strong>Flâneur nella grandeur, alla tirannia dei premi privilegia gli eremi. Alla classifica, la basilica. Poeta-basilisco</strong>, a pietrificare il vero – affresca un presente già passato, superato.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Gospel di gazze – laiche monache di un boudoir metropolitano – a coronare il gesto, domestico e monastico, da vate dell’effimero, rentier dell’inezia, da vitalizio dell’ozio. Amministratore di un patrimonio forgiato dal tempo, alla coscienza del comune flusso il&nbsp;<em>roman beat</em>&nbsp;predica una civica dottrina del lusso – egli, non va in ufficio.&nbsp;</p>



<p>&nbsp;*</p>



<p>Feudo d’elezione è la sua azione – creazione, parola-ingranaggio. La sua fede è nel lignaggio. Alla cena predilige il cenacolo – comunione di spiriti, estroso miracolo. A mondare il mondano – aristocratico, esimio esilio.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Fra le spire dell’ispirato si compie il rito urbano – officiante è il gabbiano, bianco esegeta del poeta. Correre – su un’accademia di sanpietrini, il suo adempimento. Strada-Sibilla – che sobilla pelle, pupille, papille. Misura di secolare miseria, all’empietà dell’algoritmo, roman-beat antepone il culto del ritmo – adorazione jazz, votata al battito. Vassallo della metrica contro vessillo dell’estetica. Beatitudine è la sua bandiera.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Roman Beat Generation&nbsp;</em>– è una preghiera.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Fabrizia Sabbatini</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107288" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/05/RBG-prima-copertina.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>*</p>



<p><em>Ninfa Egeria</em></p>



<p>Brucia i soldi<br>segui il cervo di Thoreau<br>guarda Termini la notte di Natale<br>Monte Cavo a luce astrale ‒<br>i Campi d’Annibale nella neve ‒<br>Malaparte giocava a&nbsp;<em>cricket&nbsp;</em>dai Quintili;<br>scendono fulmini nelle slavine ostili.<br>Corri dietro al cervo di Thoreau,<br>pigne sulle conifere ruscelli albini;<br>brucia i soldi di Natale,<br>scaldati in questa notte coi flipper<br>nei bar a Termini fra le slot e Tangeri.<br>Ricama il freddo nei suoi astri grigi<br>il bambino, mangia sabbia invernale e<br>sta male<br>sulla spiaggia e nei pozzi artesiani,<br>con le mani paga ricordi ligi,<br>ruota l’occhio destro al diluvio universale:<br>sempre quello nuovo.<br>Cerca di non essere compreso nel tuo covo ‒<br>l’impalcatura non è vita è uno spettro di cicale<br>d’alluminio ‒<br>accetta te stesso o sei finito.<br>Rimbaud era un maratoneta<br>vado dietro a un alpaca nella campagna estatica:<br>sono pericoloso quando scrivo della mia pratica,<br>disegno itinerari fra gli spettri e la seta,<br>allargo la cassa toracica dell’esegeta;<br>volevo solo scintillare da un’amica,<br>l’Appia mi ha messo l’anello fra le dita.</p>



<p><em>Edoardo Piazza</em></p>



<p>*</p>



<p><em>Un’altra storia</em></p>



<p><em>“April is the cruellest month”</em></p>



<p>C’è una vita, c’è la firma<br>della pietra sulla tempia,<br>c’è la tempia, c’è la forma<br>della testa: madre Roma –<br>c’è la Storia che divora<br>una storia: un’altra storia.</p>



<p>C’è un fratello, il primo Re,<br>c’è il budello di quell’altro<br>(il coltello in mezzo al bianco)<br>c’è la Lupa, c’è la Legge<br>sopra i marmi che scolora<br>una storia: un’altra storia.</p>



<p>C’è il mondo tutt’intorno<br>che crolla e si rammenda<br>sotto i colpi di martello<br>di una rima sempre in -oria –<br>lo scalpello della Storia</p>



<p>che di tacca in tacca attento intacca e ancora intatto<br>all’improvviso ci sfugge e cambia ritmo, cambia lingua e orientamento</p>



<p>in una Roma oltre la gloria<br>tra segni e gesti di memoria<br>da raccogliere e per sempre<br>poi disperdere, o salvare<br>per ridare ancora al Tempo<br>il tempo di sbagliare.</p>



<p>E alla Storia un’altra storia<br>da tornare a masticare.</p>



<p><em>Sacha Piersanti</em></p>



<p>*</p>



<p>Gli alberi non hanno mai dimenticato.</p>



<p>Io ho una memoria<br>breve. Ma come albero ho conosciuto<br>una lingua: vorrei imparare a scrivere<br>sopra le cortecce. Le foreste sono capaci<br>di parlare. Ci sono storie che hanno radici<br>dove si volta la paura: forse è la felicità<br>restare piantati sugli scaffali di una foresta.</p>



<p><em>Antonio Merola</em></p>



<p>*</p>



<p>Non essere Eco, non essere eco,<br>fiume del mondo, spazio.<br>Ferma la caduta nel fermare<br>il riflesso, orienta l’organon,<br>orienta l’organare degli ulivi,<br>delle querce secolari, non<br>parlare, non dire, nascondi<br>e fuggi, torna e fuggi, lotta.<br>Non essere cieco, non essere<br>il nulla che acclari. Combatti.<br>Mi dirai tu, Signore, la vanità<br>della lotta, la caduta nel superbo,<br>l’occhio di un cervo balbo.<br>Stai alla larga dalle fonti,<br>trasformale in canti.</p>



<p><em>Ilaria Palomba</em></p>



<p>*</p>



<p>I tuoi morti sono i miei morti.</p>



<p>Davvero spari ancora?</p>



<p>I miei morti sono i tuoi morti. Butta il fucile. Nelle loro orbite vuote non vortica più la luce del giorno ma un filo d’inchiostro che eternamente scrive il libro del buio, che eternamente infittisce di segni neri pagine screpolate di cieli spenti che leggeranno solo i masticatori di sudari. Segni neri che sono passi d’uccelli che non spiccheranno più il volo, semi neri che gettati sulla pietra non daranno più alcun frutto. Vorticano nelle orbite vuote dei tuoi morti – dei miei morti – spirali klimtiane senza l’oro di Klimt e nelle orbite nere di bambini rimasti bambini per sempre spirali di liquirizie senza fine che sono belle calligrafie che si attardano sui quaderni di una notte a quadretti, raccontando di bocche mute che tacciono canti di sirene e leggende di unicorni, di mani pietrificate che perdono il filo dell’aquilone, di occhi sui quali troppo presto si è chiuso il sipario del mondo. Dov’è andata la luce? Cosa è rimasto di tutta quella luce? Mi incendiava il volto, la luce del giorno. Mi faceva brillare le ossa. Mi accendeva di vita e bruciava. Tutto quell’ardore che crepitava come un falò di feste e balli è ormai solo debole cenere, memoria di carbone.&nbsp;</p>



<p><em>Davide Cortese</em></p>



<p>*</p>



<p>Mi viene incontro Milan Kundera<br>mentre Roma accende i soffitti delle stanze<br>e un passante perdendosi nella sua estraneità<br>lo vedi che sbatte contro un pensiero mentre<br>in gola stilla una fontana di gloria, di colpo<br>gli occhi lucidi invetrinati nei body di plastica.<br>Alla fermata la vettura sosta e ti preleva<br>prima di sputarti al tuo destino di risalita<br>con in una mano ancora segni da decifrare<br>e nell’altra una stupita abilità di riconoscerli.<br>Ogni cosa sta da prima dello sguardo.</p>



<p><em>Simone Di Biasio</em></p>



<p>*</p>



<p><em>4’33’’</em></p>



<p>E quindi il silenzio<br>non è altro che quel che riesci a vedere: un ambiente rotto<br>da quei venti decibel scarsi<br>al di sotto dei quali si costringe la pressione acustica.<br>Nessun&nbsp;<em>prima</em>&nbsp;né un&nbsp;<em>dopo.</em>&nbsp;Solo un<em>&nbsp;range</em><br>entro il quale poter trovare – forse – una qualche forma<br>di terapeutica funzione. L’assenza totale di qualsiasi vibrazione<br>– eppure – risulta fisicamente irraggiungibile, dato il nostro essere<br>nell’universo in espansione. John Cage lo ha capito:<br>nella camera anecoica, non sentì altro<br>che un tono “alto” e uno “basso”. Non concepiva<br>come fosse possibile percepire<br>anche solo quei due suoni in una tale situazione.<br>Uno era il sistema<br>nervoso nella sua piena funzione; l’altro il sangue<br>che seguiva la libera circolazione.<br>È dunque il corpo stesso coi suoi organi interni<br>a dirigere il dettato d’ogni scambio vitale. A lasciare<br>che sotto l’osso dello sterno non si fermino<br>i costanti processi delle strutture portanti.</p>



<p>Ho provato a cercarlo, il silenzio.<br>In quel&nbsp;<em>tacet&nbsp;</em>ordinato ai musicisti nella stanza;<br>nello spazio occupato dal solco stonato di un vinile da poco.</p>



<p>Non c’è modo però per dire quanto vile sia<br>il trattare ciò che manca<br>come fosse una metafora abbastanza utile allo scopo.</p>



<p><em>Arianna Vartolo</em></p>



<p>*</p>



<p>Alcune iscrizioni mostrano un cerchio<br>all’estremità della terra. Altre<br>una mezzaluna e certe sagome di cervi<br>neri che passano e rivolgono<br>l’una contro l’altra le croci sul sentiero.<br>Hai sentito la pietra scricchiolare,<br>la pietra del tempo scollata dall’Origine,<br>i flutti limacciosi in cui si generano<br>creature senza nome, il loro nido<br>negli incubi dell’Occidente. Sono i segni<br>di folle di passaggio, carovane, segni<br>polverosi per gli Anni del Macello,<br>l’Orsa annerita agli angoli del Carro,<br>la polizia che lascia i cani<br>digiunare e lancia nelle cucce<br>le sciarpe dei tuoi amici, scrive i loro nomi.</p>



<p><em>Mattia Tarantino</em></p>



<p>*</p>



<p>Sara ha paura dell’occhio.<br>La mia fortuna è di poterla osservare<br>da vicino. Sale lo sguardo dal letto</p>



<p>al giardino e nei sobborghi la notte<br>ad Infernetto; lascia tra noi il bisogno<br>ostile di dire in tre lingue.<br>Di dire in tre lingue o di partire.</p>



<p>Al mattino la palpebra richiude ma<br>adesso distingue quattro serrande</p>



<p>fitte di luce: intanto la voce è incline<br>a parlare lo yaghan, l’arbëresh, il ladino.</p>



<p><em>Federico Savelli</em></p>



<p>*</p>



<p><em>Fermo immagine</em></p>



<p>C’è sempre il sole in questa città,<br>un sole che lacera e taglia in due,<br>il sole che addensa le ombre.<br>Dove si nasconde il tempo<br>da queste parti?<br>Tutto resta esposto.<br>Tutto resta sospeso.<br>Tutto resta addosso.<br>Fermo immagine.<br>Il colore stinge.<br>Roma scioglie ogni cosa.</p>



<p><em>Olivia Balzar</em></p>



<p>*</p>



<p>Esche vive gettate nel fiume<br>appese al galleggiante<br>ritorte sull’amo,<br>la rete del tempo<br>il suo disfacimento,<br>titoliamo&nbsp;<em>Alla transitorietà dei corpi</em><br>la loro precarietà.<br>Attendo il mio invecchiare di tedio<br>le mie rinvigorite rughe<br>le ansie che non fan dormire,<br>eppure vorrei riderne<br>so far ridere<br>e sorriderne a mia volta,<br>a crepapelle, a squarciagola,<br>lungo le fratture del vivere<br>sotto i cipressi della vegliata morte,<br>l’orrore vacuo d’esser nato.<br>Ho i denti rotti<br>le unghie strappate<br>“c’è chi ha in mano la sorte<br>e chi un mare disperato”,<br>vago tra chiese ormai defunte,<br>oscilla postuma sull’altalena<br>la mia ombra appesa.</p>



<p><em>Claudio Zuccaro</em></p>



<p><em>*In copertina: Joseph Mallord William Turner, “The Colosseus. Rome”, 1819</em></p>
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		<title>Qualcosa su antologie &#038; mangiafuoco. Ovvero: modesto invito all’eversione</title>
		<link>https://www.pangea.news/antologie-rassegna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 04:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Antologie]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Forse l’opera più grande di Paul Verlaine – di cui l’anno scorso Gallimard ha pubblicato il secondo tomo delle&nbsp;<em>Œuvres complètes</em>, a cura di Olivier Bivort,&nbsp;tumulando il poeta nella ‘Pléiade’&nbsp;– è l’antologia dei&nbsp;<em>Poètes maudits</em>. Resta un’opera rivoluzionaria: prima che i poeti – ciascuno, in fondo, maledetto a modo suo: è difficile trovare analogie di poetica tra Mallarmé, Corbière e Villiers de l’Isle-Adam, se non un lirico andare contro la cultura dominante – conta il logo, il marchio, l’idea scenica. Nella folgorante introduzione, Verlaine dice che i&nbsp;<em>maudit</em>&nbsp;sono in verità&nbsp;<em>poètes absolus</em>, sono gli assolutisti del verbo, gli antichi re –&nbsp;<em>absolus comme les Reys-Netos</em>&nbsp;– detronizzati dai tempi moderni. Si respira un’aria tra circo e Messia – in fondo, Verlaine (che si antologizza, nell’edizione del 1888, come ‘Pauvre Lelian’) compila l’antologia come atto d’amore, in forma di lunga lettera indirizzata all’amante per cui, maledetto, si è ammalato, quel ragazzo “alto, atletico, viso d’angelo in esilio, perfettamente ovale, capelli castano-chiari, mai in ordine, e inquietanti occhi azzurri”, che si chiama Rimbaud.&nbsp;</p>



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<p>L’intuizione di Verlaine – l’antologia non come raccolta di poeti ma come veicolo di una poetica – sarà, in forme diverse, imbracciata fino all’abuso. Le avanguardie, in fondo, si saldano intorno a falò antologici: nel 1912 Marinetti raduna in libro&nbsp;<em>I poeti futuristi</em>; due anni dopo Ezra Pound s’inventa – per amore di H.D. –&nbsp;<em>Des Imagistes</em>. Spesso le riviste (penso a “Dada”; “La révolution surréaliste”; “Le Grand Jeu”) fungono da antologica fungaia; a tratti – visto il carattere ‘d’azione’ delle avanguardie – funziona ancora meglio la messa in scena contro la massa critica, la rissa, il ‘ready made’. Pur calibrate da intenti critici, antologie come&nbsp;<em>Lirici nuovi</em>&nbsp;(sotto tutela di Luciano Anceschi, era il 1943) e&nbsp;<em>I Novissimi</em>&nbsp;(a cura di Alfredo Giuliani, era il 1961) impugnano una poetica: quella degli ermetici la prima, quella del Gruppo 63 la seconda. Come sempre, ai poeti in campo ogni gabbia metodologica sta stretta: il poeta – se è tale – è una singolarità che non sta in sigle, resta single, non lascia eredi, non fa prigionieri.&nbsp;</p>



<p>A volte, l’antologia è un atto di guerra – strategia bellica contro una stagione di vecchi mestieranti del verbo.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/rimbaud-les-poetes-maudits-1884-45283-0-683x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-107224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/rimbaud-les-poetes-maudits-1884-45283-0-683x1024.jpeg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/rimbaud-les-poetes-maudits-1884-45283-0-200x300.jpeg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/rimbaud-les-poetes-maudits-1884-45283-0-600x900.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/rimbaud-les-poetes-maudits-1884-45283-0.jpeg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>È pur vero che antologie-gregge, a più larghe maglie – chessò, la scoppiettante&nbsp;<em>Poesia italiana del Novecento</em>di Edoardo Sanguineti o&nbsp;<em>Poeti italiani del Novecento</em>&nbsp;di Mengaldo (la prima preme sul genere la seconda sulle genericità degli autori), ma anche&nbsp;<em>Poeti d’oggi</em>&nbsp;di Papini-Pancrazi, edita nel ’20 da Vallecchi – ricalcano, grosso modo, la medesima ideologia. In questo caso, l’antologia premia, prima di tutto, il critico, il vero mattatore in quel mattatoio poetico. Antologie in cui l’intento critico è tenue – per dire:&nbsp;<em>L’antologia dei poeti italiani dell’ultimo secolo</em>&nbsp;ideata da Giuseppe Ravegnani e da Giovanni Titta Rosa – e la massa poetica abnorme, rischiano di normalizzare il contesto, dando l’idea di una palude di usignoli più che di un’ascesa tra le aquile.&nbsp;</p>



<p>Restando nel Novecento, è ancora più estrema l’operazione di William Butler Yeats: l’autorialità regale ma pure civettuola del suo&nbsp;<em>The Oxford Book of Modern Verse</em>&nbsp;(uscito nel 1936), lo rende un libro unico. Ombelicale diranno i maligni –&nbsp;<em>I have tried to include in this book</em>…, attacca il grande poeta, redigendo, in fondo, la mappa stellare del proprio ingombrante ‘io’ – non fosse che l’ombelico di Yeats è vasto, pressappoco, quanto il Pacifico, quanto la Via Lattea. L’antologia, così, alterna intuizioni assolute – la presenza di Gerard Manley Hopkins, di Francis Thompson e di George Barker, ad esempio –, assoluti giganti – da Thomas Hardy a Ezra Pound, da Joyce e Lawrence a Auden e Kipling – a idiosincrasie, amicizie, scommesse – Dorothy Wellesley, eccellente poetessa ingiustamente dimenticata da troppi repertori antologici, la musa-immusonita Margot Ruddock, il sodale guru Shri Purohit Swami, ma pure Tagore e Lady Gregory. In questo caso – per nostra gioia – è il genio pantocratore del poeta, un genio in generosità, a prevalere.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="797" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/30845422101-797x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/30845422101-797x1024.jpg 797w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/30845422101-234x300.jpg 234w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/30845422101-768x986.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/30845422101-600x771.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/30845422101.jpg 841w" sizes="(max-width: 797px) 100vw, 797px" /></figure>



<p>Come è cambiata, nei secoli, l’idea di antologia. Alle origini era, per lo più, un modo per vincere la morte. Una raccolta di meraviglie con cui sigillare un’epoca: l’anima etimologica del termine – florilegio, raccolta di fiori – ne sancisce, in qualche modo, la bellezza e la transitorietà. Un’antologia dura quanto una fioritura, quanto i fiori recisi e imposti in un vaso, in salotto. L’odore, penetrante al principio, presto sfascia in sentore cadaverico. L’oblio è il segno che qualcosa è davvero imperituro. Chi si salverà tra gli autori antologizzati?&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Per gli imperatori giapponesi, pubblicare un’antologia di poesia equivaleva a erigere un monumento, a conquistare una città. Che civiltà mirabile quella che credeva di tenere i posteri sotto ostaggio di meraviglia. In questo senso, il&nbsp;<em>Man’yōshū</em>&nbsp;(VIII secolo) e il&nbsp;<em>Kokinwakashū</em>&nbsp;(X secolo) sono gli esempi più celebri. Introducendo il&nbsp;<em>Kokinwakashū</em>&nbsp;(che vuol dire “Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne”), il poeta di corte Ki no Tsurayuki insiste sulla paradossale fragilità della poesia, garante della sua longevità: “La poesia giapponese, avendo come seme il cuore umano, si realizza in migliaia di foglie di parole”. Il fatto che sia peritura – come i fiori del ciliegio – fa sì che la poesia s’imprima in noi con misteriosa, percussiva forza. È curioso che un poeta vissuto un millennio fa si lamenti dei cattivi costumi lirici del proprio tempo, avvelenati dall’oggi (“Dal momento che il mondo d’oggi tende al decoro esteriore e che il cuore umano inclina ai fasti appariscenti, nascono soltanto poesie futili o versi volubili”): segno dell’incontentabile, incontenibile, scontrosa indole del poeta.&nbsp;</p>



<p>La&nbsp;<em>Shinshokukokin Wakashū</em>&nbsp;fu pari a una piramide: ideata sotto gli auspici dell’imperatore Go-Hanazono, la compilazione durò sei anni; furono accolti quasi ottocento poeti per oltre duemila poesie. Era il 1439: formidabile operazione ‘politica’ a censimento di un impero ‘solare’.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="732" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/31701401665-732x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107226" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/31701401665-732x1024.jpg 732w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/31701401665-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/31701401665-768x1074.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/31701401665-600x839.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/31701401665.jpg 772w" sizes="(max-width: 732px) 100vw, 732px" /></figure>



<p>Nei secoli, le antologie hanno imposto mode e stilemi – in pastorizia letteraria inglese, ad esempio, i diversi fascicoli della “Georgian Poetry” –; tra le varie, preferisco quelle che si avventurano in luoghi ignoti, le antologie avventate. In questo caso, l’antologia è una sorta di <em>wunderkammer</em>, una raccolta di esotiche preziosità – quando non: una collezione di fantomatiche farfalle. In questo caso, è l’atmosfera, l’altro mondo appena intuito, il sussurro da sirena a conquistare e a confondere. Che stellati inni compongono i Tuareg; che poesie lunari scrivono i poeti vietnamiti e del Myanmar; che bello scrivere nell’albume di una iurta… nel 2004 il poeta neozelandese Bill Manhire ha costruito un’antologia, <em>Wide White Page</em>, sull’immaginario lirico antartico. </p>



<p>Alcuni poeti, con straordinaria leggiadria – esistono poeti-condor e poeti-libellula, poeti che si librano e poeti che divorano –, passano da un’antologia ‘ideologica’ all’altra: penso ad autori difformi come George Barker e David Gascoyne oppure a poeti/scrittori come Robert Graves, D.H. Lawrence e perfino Joyce, al contempo ‘apocalittici’ e ‘tradizionalisti’, ‘modernisti’, ‘imagisti’, ‘vorticisti’. Prima di scoprirsi ‘classicista’, Thomas S. Eliot pubblicava le sue poesie – in particolare:&nbsp;<em>Preludes</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Rhapsody on a Windy Night</em>&nbsp;– sulla rivista avanguardista e guerresca “BLAST”. Che ci fanno, d’altronde, Antonio Porta e Elio Pagliarani nella stessa antologia? D’altronde, Govoni e Palazzeschi sono futuristi indisciplinati.</p>



<p>Questo a dire dell’incoercibile individualità di un poeta per cui stare intruppato in una qualsiasi trippa antologica è, in fondo, un’offesa.</p>



<p>Tra i più formidabili antologizzatori del secolo scorso va citato l’americano Kenneth Rexroth: ha curato raccolte di poeti spagnoli e francesi, cinesi e giapponesi; il suo&nbsp;<em>The New British Poets</em>&nbsp;(edito da New Directions nel 1949) è un libro riuscito: centrato sul talento cristologico di Dylan Thomas, accoglie, tra i tanti, Stephen Spender e Denise Levertov, David Gascoyne e Lawrence Durrell. Le introduzioni di Rexroth – poeta dal talento poligrafo – brillano ancora per sagacia.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/04/RBG-prima-copertina.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In questo senso,&nbsp;<em>Roman Beat Generation</em>&nbsp;– l’antologia edita da Magog, ideata da Fabrizia Sabbatini e curata da Edoardo Piazza, tra qualche giorno nei migliori sobborghi e sottoscala e sottintesi del Paese – sfugge dalle generiche generalità delle antologie di oggi, nate sotto le effemeridi dell’effimero, con tanatologici intenti critici quando non promozionali. A differenza di altre antologie, che operano per esclusione, per sigillare i tratti di un ‘gruppo’, questa si propone come opera ‘aperta’:&nbsp;<em>Roman Beat Generation</em>&nbsp;è il primo atto di un’<em>azione&nbsp;</em>che si svilupperà in più rivoli – non soltanto librari. ‘Generazione’, qui, è inteso in senso lato più che cronologico: nessuna data spartiacque – i poeti nati negli anni Settanta, Ottanta, Novanta; la generazione X-Y-Z – ma genia di gente ‘votata’ alla poesia, che di quel voto non fa vanto ma vita, attiva. Quanto al&nbsp;<em>beat</em>, più che Ginsberg &amp; Co., qui, a ben vedere, s’intuisce il muso di Fellini: il genio di provincia che trasmigra l’Urbe in una specie di circo permanente, di spazio onirico selvaggio. Il poeta come trapezista, domatore di leoni, mangiafuoco. Intento critico al mercatino delle pulci. Qui, si trama col fuoco, si intramano tuoni in un uncinetto di acquazzoni.&nbsp;</p>



<p>Come sempre, poi, ogni forma di autentica adesione a un progetto è l’eversione.&nbsp;</p>



<p>Questo insegna il genio antologico: a distruggere ogni antologia.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>*In copertina: Wyndham Lewis, The reader, 1936</em></p>
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		<title>“Pronto a infrangere tutte le convenzioni”. Un’opera punk per Francis Thompson </title>
		<link>https://www.pangea.news/francis-thompson-opera-solzi-gaboardi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Apr 2026 03:58:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Thompson]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio Solzi Gaboardi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Magog]]></category>
		<category><![CDATA[opera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal «dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Su Francis Thompson andrebbe scritta un’opera lirica. Gli occhi scavati come quelli di Macbeth, il re che aveva rovi per guanciali. Il volto pallido e malato di Violetta e di Mimì. La ritratta poesia di Chénier al patibolo. La fuga dal «dio tremendo» di Rigoletto. In una sua lettera, cita i versi di Carmen. Scrive centinaia di lettere come Werther, ne brucia la maggior parte.</p>



<p><strong>Poeta e drogato, profeta e bestemmiatore. Odia il padre e ama la madre. Viene cacciato dal seminario per la troppa indolenza.&nbsp;</strong>Per troppa indolenza non completa gli studi di medicina imposti dal padre. Morta la mamma, litiga col padre risposato e fugge di casa. Vive sotto i ponti. Si droga. Prova ad uccidersi per overdose – poeta punk ante litteram – senza riuscirci: viene fermato nell’atto dal fantasma di Thomas Chatterton, il padre dei romantici, il poeta maledetto inglese suicidatosi a diciotto anni, consacrando la sua poesia all’eternità. Viene raccolto per strada da una puttana e infine salvato e rimesso in sesto dai coniugi Meynell, mecenati ammanicati coll’intellighenzia londinese.&nbsp;<strong>Lo lavano lo sistemano e lo conducono nei migliori salotti della Londra bene, portato su un palmo di mano a cantare versi per il piacere dei savi. Lui, però, perseguitato dalle visioni, dal ricordo della povertà, dal Veltro del paradiso – un Dio ferino, bestiale che lo insegue per dargli un amore sempre ricercato ma mai raccolto – ricade nel tunnel dell’oppio.</strong>&nbsp;Risanato in una prioria francese, vive in mezzo ai bimbi, gioca con loro, dedica poesie al Gesù bambino parlandogli come fosse un compagno di merende. Muore, presto.</p>



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<p>La poesia di Thompson è un susseguirsi di visioni, di immagini oscillanti tra il sordido e il sublime, di colori vividi, di ritmi tribali e celestiali, di musica e di strumenti.</p>



<p>L’opera su di lui l’ho immaginata così. Servono solo un compositore e un teatro che creda nel Veltro, che accetti l’inseguimento.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>“Notturno”</em></strong>. <strong><em>Opera in un atto</em></strong></p>



<p><em>Personaggi</em>:</p>



<p>Francis, un poeta<br>Un fantasma<br>Una donna<br>Il Veltro del Paradiso (coro)</p>



<p><em>Quadro primo: Londra, Ponte di Charing Cross</em></p>



<p><em>Scena 1</em></p>



<p>Francis è tormentato dalle voci. Il Veltro lo perseguita e gli intima di fermare la sua fuga. “Tutto tradisce te, che mi tradisci”, ripete. Francis si nasconde sotto il ponte di Charing Cross per trovare pace.</p>



<p><em>Scena 2</em></p>



<p>Il poeta assume una imponente dose di laudano. Sta per assumerne una seconda per potersi uccidere e porre fine alle voci che lo tormentano. Compare il fantasma di Thomas Chatterton. Lo distoglie dall’estremo atto prospettandogli le pene infernali. Thompson, terrorizzato, invoca pietà. Il fantasma recita dei versi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Addio, putridi mattoni di Bristolia,<br>amanti di Mammona, adoratori<br>del dio Inganno! Aveta cacciato&nbsp;<br>il ragazzo che cantava antichi miti:&nbsp;<br>preferite pagare chi vi insegna vuoti elogi.<br>Addio, idioti politici ubriaconi,<br>connaturati all’opera della Corruzione!<br>Io vado dove spirano inni celesti<br>ma voi, nel giorno della dipartita,<br>sprofonderete negli inferi. Addio<br>madre carissima, custodisci la mia<br>angosciata anima, non permettere<br>che la travolgano i flutti della Distrazione.<br>Pietà di me, Cielo! Cesserò di vivere:<br>perdona questo estremo atto di viltà.”</strong></p>
<cite>(Thomas Chatterton<em>, Last verses</em>)</cite></blockquote>



<p><em>Scena 3</em></p>



<p>Il fantasma è sparito, ma Francis, preso dal panico, non cessa di gridare, chiede perdono e pietà, chiede la morte. Si somma al suo grido la voce del Veltro: “Nulla accoglie te, che non mi accogli”. Francis sviene.&nbsp;</p>



<p><em>Intermezzo strumentale</em></p>



<p><em>Scena 4</em></p>



<p>Sopraggiunge una donna di strada. Vedendolo si commuove. Le ricorda un bambino di un tempo passato. Lo carezza senza svegliarlo e gli lava il volto.</p>



<p><em>Scena 5</em></p>



<p>Francis si desta. I due conversano. Parlano di povertà, di amore. Parlano della salvezza. Lei lo porta via con la promessa di un pasto e dell’affetto che si deve ai figli.</p>



<p><em>Intermezzo musicale</em></p>



<p><em>Quadro secondo: La casa della donna</em></p>



<p><em>Scena 6</em></p>



<p>Francis, solo, scrive una lettera. Sullo scrittorio, una pila di lettere non ancora spedite:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“A Mr Meynell<br>Lei penserà che io sia in uno stato / di spensierata euforia: / del tutto sconveniente da parte mia / per tutto ciò di cui devo pentirmi. / Le assicuro che soffro come un demonio. / Ma quando si è così, / bisogna ridere o piangere a crepapelle! / Troppa acqua ha bevuto [cancella una parola]: / perciò sorriderò attraverso il collare da cavallo più grande che riesco a trovare. / Non pensi, però, che io mi penta di essere venuto qui. / Mi sarei già tuffato nel Tamigi: / è un posto troppo sporco perché ci anneghi un poeta.<br>Ora mi trovo in uno stato bizzarro; / pronto a infrangere tutte le convenzioni / come un toro in un negozio di porcellane, / e posso gridare: «che allegria!». / Ho quasi voglia, come oltraggio finale, / di fare l’amore con la ragazza più bella che abbia mai visto. / Ma un lacero residuo di morale ancora mi aleggia addosso / e potrebbe preservare una decenza elementare / nella progenie bastarda della natura e dell’arte.”</strong></p>
</blockquote>



<p>Riletto il biglietto, lo brucia insieme a tutte le altre lettere. Scoppia in lacrime.</p>



<p><em>Scena 7</em></p>



<p>La donna entra in stanza cercando di placare il suo pianto. Francis si cheta al suono di una ninna nanna per Gesù Bambino da lei intonata:</p>



<p><strong>“Laggiù, in una grotta,&nbsp;<br>senza culla per giacere,<br>il bimbo Gesù la dolce testolina&nbsp;<br>fa riposare.</strong></p>



<p><strong>Le stelle nel cielo&nbsp;<br>guardano giù&nbsp;<br>e il bimbo Gesù<br>dorme sul fieno.</strong></p>



<p><strong>Il bestiame muggisce&nbsp;<br>il bambino si sveglia,<br>ma il bimbo Gesù non piange.</strong></p>



<p><strong>Ti amo, Gesù! Guarda giù dal cielo,<br>resta alla mia culla&nbsp;<br>fino al mattino.”</strong></p>



<p>(Dalla ninna nanna tradizionale inglese “Away in a manager”)</p>



<p><em>Scena 8</em></p>



<p>Francis, calmo e ispirato, compone una poesia sul Gesù Bambino:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sei stato, tempo fa, Piccolo Gesù,&nbsp;<br>come me timido e piccino?&nbsp;<br>Come ti sentivi fuori dal Paradiso,&nbsp;<br>come me?&nbsp;<br>Ci pensavi, ogni tanto, a quel posto?&nbsp;<br>Ti sei chiesto dove fossero finiti gli angeli?&nbsp;<br>Penso che avrei pianto, al tuo posto,&nbsp;<br>per la mia casa fatta di cielo:&nbsp;<br>avrei guardato l’aria&nbsp;<br>mi sarei chiesto dove fossero i miei angeli&nbsp;<br>mi sarei agitato al risveglio:&nbsp;<br>non c’è un angelo a vestirmi!&nbsp;<br>Avevi giocattoli&nbsp;<br>come noi bambine e bambini?&nbsp;<br>E con gli angeli più piccoli&nbsp;<br>giocavi in Paradiso&nbsp;<br>con le stelle come biglie?&nbsp;<br>Gli angeli giocavano a bubù-settete&nbsp;<br>nascondendosi dietro le proprie ali?&nbsp;<br>E tua Madre ti permetteva di conciarti&nbsp;<br>i vestiti giocando per terra?&nbsp;<br>Che bello averli sempre nuovi, i vestiti,&nbsp;<br>in Paradiso: erano di un bel blu pulito!&nbsp;<br>Non puoi aver dimenticato tutto&nbsp;<br>quel che si prova a essere piccoli:&nbsp;<br>e sai che non posso pregare te&nbsp;<br>come fa il mio papà.&nbsp;<br>Quando eri così piccolo, dimmi,&nbsp;<br>avresti parlato come il tuo Papà?&nbsp;<br>Scendi allora come un bimbo piccino&nbsp;<br>ascolta le parole di un bimbo come te&nbsp;<br>prendimi per mano e camminiamo&nbsp;<br>ascolta i miei discorsi da bambino.&nbsp;<br>A tuo Papà mostra la mia preghiera&nbsp;<br>(Lui guarderà: sei così bello!)&nbsp;<br>e digli: ‘Papà, io, tuo Figlio,&nbsp;<br>porto la preghiera di un piccino’.&nbsp;<br>E Lui sorriderà perché le parole dei bambini<br>non sono cambiate da quando eri giovane”.&nbsp;</strong></p>
<cite>(Francis Thompson, <em>Piccolo Gesù</em>, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)</cite></blockquote>



<p><em>Scena 9</em></p>



<p>Francis, commosso al pensiero del Dio infante che prega il Padre, crolla nuovamente nella disperazione. Vuole drogarsi di nuovo. Tra le carte, recupera una dose di laudano. Vuole infrangere questa pace nemica. Il Veltro interviene, lo terrorizza, dialoga con lui finché il poeta non si arrende e si arrende al suo amore invincibile e tremendo. Finalmente, trova pace al cuore inquieto mentre il Veltro intona:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Tutto quello che ti ho tolto, io l’ho preso <br>non per ferirti <br>ma perché tu lo cercassi tra le mie braccia <br>e tutta la tua infanzia perduta <br>la conservo in Casa, per te. <br>Alzati, dammi la mano e vieni. <br>Sosta presso me</strong> <br><strong>(…) </strong></p>



<p><strong>Ingenuo, cieco, debole: <br>io sono ciò che cerchi. <br>Tu ricevi amore nel ricevermi.</strong></p>
<cite>(Francis Thompson, <em>Il Veltro del Paradiso</em>, da “Primo alfabeto stellare”, Magog 2026; trad. it. di Giulio Solzi Gaboardi)</cite></blockquote>



<p><strong><em>Giulio Solzi Gaboardi</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Henry Fuseli, “The Witches Floating Above Macbeth and Banquo”&nbsp;(1793–1794)&nbsp;</em></p>
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