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	<title>Lo Specchio Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Si può vedere solo se si è ciechi: intorno all’opera di Giuseppe Modica, una straordinaria religiosità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Feb 2019 10:20:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando Emma Bovary esala l’ultimo respiro, dal marciapiede si sente cantare una voce rauca: «sovente un bel sole d’estate fa le ragazze innamorate», quando il marito Charles poco prima di morire, va a sedersi sulla panchina sotto il pergolato, filtra la luce del sole, il cielo è azzurro, i gigli sono in fiore. La Natura [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando Emma Bovary esala l’ultimo respiro, dal marciapiede si sente cantare una voce rauca: <em>«sovente un bel sole d’estate fa le ragazze innamorate», </em>quando il marito Charles poco prima di morire, va a sedersi sulla panchina sotto il pergolato, filtra la luce del sole, il cielo è azzurro, i gigli sono in fiore. <strong>La Natura matrigna è incurante dei drammi dell’uomo, si erge come un’autentica sovrana, rivela il suo volto spietato, procede senza alcuna giustificazione. <img decoding="async" class=" wp-image-65506 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/51475136_1590676501076552_6297009929584640000_n-211x300.jpg" alt="" width="133" height="189" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/51475136_1590676501076552_6297009929584640000_n-211x300.jpg 211w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/51475136_1590676501076552_6297009929584640000_n.jpg 675w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" />I quadri di <a href="http://www.giuseppemodica.com/" target="_blank" rel="noopener">Giuseppe Modica</a>, siciliano di Mazara del Vallo, in un primo momento, farebbero pensare ad un attaccamento radicato al paesaggio dell’infanzia</strong>, amato ancora di più perché fisicamente lontano dai luoghi della memoria, il pittore vive stabilmente a Roma, dove si ripensa all’età dell’innocenza, mondo conosciuto sul quale slittano le proiezioni di luce, i giochi di specchi invocati. La luce è la luce, per questo nasconde l’ombra della compromissione, l’avvento dell’estate chiede un obolo perché possa manifestarsi con pieno vigore, ciò che si osserva pretende un atto di gratitudine perché si possa inscrivere sulla tela, il Mediterraneo è un bagno bramato, fermo sulla tavola di superficie. <strong>Si può vedere solo se si è ciechi, ne risulta un paradosso: i raggi asfissianti del mattino, ricordano la perfetta applicazione che Pellizza da Volpedo traeva dalla luce</strong>, la luna, lampadina fioca durante il tramonto, le saline di Trapani, i templi in rovina, le visioni sul molo e sui campi, le terrazze solide e sgretolate, le piastrelle sbrecciate, i nudi femminili, le finestre chiuse e semiaperte non sono in verità spazi immobili, bensì punti di arrivo e di partenza per mostri appannati che decidiamo di liberare dal labirinto dei sensi. Il propagarsi luminoso, la vastità scintillante del mare, il doppio che si riflette negli specchi sembrano spazi e oggetti di serena contemplazione, forme consolatorie di infinito, frammenti limpidi e solidali, invece non evocano altro che una stratificata inquietudine che toglie il respiro al vento, invisibile ma presente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Essere dentro la traccia di un’immagine, esporsi alla chiarità per immergersi nelle tenebre, come in <em>Atelier (riflessione improbabile) </em>1995, olio su tavola, là dove la scheggia di una mattonella scottata dal sole è pari alla ferita del tuo cuore,</strong> si scongiura la benedizione dello sguardo, ci si illude di poter ordinare il proprio mondo, ma si è sempre spaesati dall&#8217;assenza, qualsiasi essa sia, cerebrale o carnale. <img decoding="async" class=" wp-image-65507 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/51896089_252959585626875_9088956048869425152_n-227x300.jpg" alt="" width="139" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/51896089_252959585626875_9088956048869425152_n-227x300.jpg 227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/51896089_252959585626875_9088956048869425152_n-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/51896089_252959585626875_9088956048869425152_n-380x500.jpg 380w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/51896089_252959585626875_9088956048869425152_n.jpg 430w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" /><strong>Nelle stanze dipinte da Modica si susseguono pigri risvegli, trafitture di noia, istanti di oblio sulla linea invasiva della luce.</strong> Essa non rigenera né redime la vita, queste rappresentazioni apparentemente olimpiche e pacate proiettano in realtà una via crucis di assolate solitudini. Quando le sue figure si specchiano, più volte l&#8217;anima non sa distinguere la seduzione dalla ripugnanza. In <em>Apparizione &#8211; Evocazione (il libro), </em>2003, olio su tela, il corpo della donna scuote la scena: lo si insegue sempre tra attese personali e ragioni proprie, la sua apparizione dietro la porta di vetro assomiglia a quella persona vista in sogno o nel passato, l’opera si nutre di precise interferenze e dissolvimenti sulle gambe e sul viso, perché si riveli come una favola interrotta, fantasma mai ammaestrato, sfoglia in mano un quaderno azzurro, con le pagine in apparenza vuote. Mi domanderei la stessa cosa che si chiede Balthus nel suo quadro intitolato <em>Katia che legge (1968-1976), </em>risponderei in maniera identica: <em>«Che libro legge Katia? Non lo so, e non tocca a me cercare di saperlo». </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La natura, ancora una volta, rappresentata  in fondo con un orizzonte implacabile nella sua fermezza, la si combatte con l’artificio: </strong>in <em>Donna allo specchio (Daniela) </em>1992, olio su tavola, sulla mensola di marmo di uno specchio a muro compaiono un pettine e un piccolo contenitore per il ferma capelli, ella forse è pronta a truccarsi, guarda di fronte a sé, sinuosa e sfuocata, decisa a non piegarsi alla caducità del tempo, altera nella sua inconfessabile malinconia, si vuole intrappolata lì, così come Gina interpretata da Adriana Asti, in <em>Prima della rivoluzione</em>, di Bertolucci, entrambe la pensano allo stesso modo: <em>«che niente si muovesse più, tutto fermo, fisso come in un quadro».</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65523 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/quadro-240x300.jpg" alt="" width="147" height="184" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/quadro-240x300.jpg 240w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/quadro-100x125.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/quadro.jpg 767w" sizes="(max-width: 147px) 100vw, 147px" />Ma se devo invece crescere con il segreto, se devo conferirgli un tono di assenza, mi fermo senza posa sul quadro intitolato <em>Lavori in corso &#8211; malinconia, </em>2009, olio su tavola. Modica con questa opera prepara una tremenda sostanza esplosiva</strong>, si vorrebbe correre furiosamente su quella lingua d&#8217;asfalto, per poi prendere la curva con sommità di grazia, in fondo si vede il mare, ma il passo è bloccato da una transenna, la galleria di passaggio è un enigma svuotato dalla realtà, si potrebbero interrogare ad uno ad uno gli elementi di composizione (un triangolo, un masso poliedrico, un limone) ma in verità nulla si muove, nulla si agita in queste cose innocue. Si avverte solo una straordinaria religiosità.</p>
<p><strong><em>Augusto Ficele</em></strong></p>
<p><em>*La fotografia di Giuseppe Modica in copertina è di Dino Ignani</em></p>
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		<title>“La letteratura è una pseudoteologia in cui si celebra un intero universo”: sull’incontenibile genio editoriale di Giorgio Manganelli</title>
		<link>https://www.pangea.news/la-letteratura-e-una-pseudoteologia-in-cui-si-celebra-un-intero-universo-sullincontenibile-genio-editoriale-di-giorgio-manganelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Feb 2019 05:29:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ne ho scritte a dozzine, ma soltanto a un semidio è concesso di scriversi la propria. Quando uno scrittore firma la ‘quarta’ al proprio libro esercita l’arte sottile della dissacrazione – mi commento per distruggermi. Oppure, fa della ‘quarta’ una appendice sinistra e sinuosa – né ‘intro’ né postfazione – al proprio libro. Con la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Ne ho scritte a dozzine, ma soltanto a un semidio è concesso di scriversi la propria. Quando uno scrittore firma la ‘quarta’ al proprio libro esercita l’arte sottile della dissacrazione</strong> – mi commento per distruggermi. Oppure, fa della ‘quarta’ una appendice sinistra e sinuosa – né ‘intro’ né postfazione – al proprio libro. Con la stessa blindata necessità del libro tutto. Giorgio Manganelli, divinità gnostica e golosa della letteratura italiana, si scriveva le ‘quarte’ perché soltanto a lui era concesso dire qualcosa dei suoi scritti – esoterista di se stesso. La ‘quarta’ come manganellata sul muso del lettore, beato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65464 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/manga-libro-175x300.jpg" alt="" width="290" height="498" />La ‘quarta’ può essere uno specchio per allocchi (i lettori), un modo per attraversare lo specchio del libro.</strong> La ‘quarta’, lungi dall’essere il rispecchiamento del libro di cui parla, ne è il passepartout – oppure la fuga, il sentiero che lo accerchia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Esempio. Elio Vittorini che griffa la ‘quarta’ de <em>I ventitrè giorni della città di Alba</em>, era il 1952, per la collana Einaudi ‘I gettoni’. “Fenoglio è nato nel 1922 ad Alba, dove è vissuto fino a quando è andato soldato, e dove vive ancor oggi, procuratore d’una ditta vinicola. Fuori d’ogni descrittiva regionalistica, Fenoglio della sua provincia sa cogliere più ancora che un paesaggio naturale, un paesaggio morale, il piglio in cui s’articolano i rapporti umani, un gusto ‘barbarico’ che persiste come gusto di vita non solo nel costume del retroterra piemontese. Ed è questo sapore ‘barbaro’ a caratterizzare i racconti che ora presentiamo, rievocanti episodi partigiani o l’inquietudine dei giovani nel dopoguerra. Sono racconti pieni di fatti, con un’evidenza cinematografica, con una penetrazione psicologica tutta oggettiva e rivelano un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile ma asciutto ed esatto”. <strong>Quarta perfetta che alterna le informazioni di massima alla nota critica – contando che Fenoglio era allora un autore ancora ignoto, inedito.</strong> Dietro le quinte, certo, c’è il Vittorini vampiro che vuole fare dei propri autori degli adepti (Fenoglio non sarà più “scrittore crudo”, “asciutto ed esatto”, ma assolutamente “barbaro”, uno che imbarbarisce la lingua di anglicismi, che la scassa con perizia da bombarolo della grammatica). La ‘quarta’ esalta, la ‘quarta’ azzoppa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.ninoaragnoeditore.it/opera/quarte-di-nobilta-1" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Quarte di nobiltà</a> </em>di Giorgio Manganelli (Aragno, 2019) è un libro magnifico per due ragioni. La prima è che è una gita nelle basiliche linguistiche del ‘Manga’, autore dalla prodigiosa fortuna editoriale, Re Mida della lingua, talmente bravo che tra un po’ stamperanno pure i suoi biglietti del tram. <strong>Nonostante si possa prescindere dall’interpretazione che l’autore dà delle sue opere, la lettura di queste ‘quarte’ è imprescindibile. La seconda ragione riguarda il genere della ‘quarta’. Come vergare un haiku sul dorso dell’Everest.</strong> Per la ‘quarta’ il talento del poeta e il cinismo del pubblicitario debbono andare a braccio: l’eccesso lirico è sfiancante, la persuasione dello stratega del verbo pure. Luigi Mascheroni, estensore di una brillante postfazione, ha le idee chiare in merito: “E invece, eccola la quarta perfetta. Una cartella massimo, luoghi comuni al minimo. Una parvenza di riassunto, che non sia una sinossi. Un assaggio, senza riempire del tutto il piatto. (Auto)elogi: perché no? Allusioni, sapendo però che lo spaesamento è un rischio. Aggettivi studiati (pochi, ma definitivi). E soprattutto un incipit sontuoso: importante tanto quello di un romanzo. E il testo? Sintetico, preciso, pulito, (im)parziale al punto giusto e, per chi può permetterselo, persino eccentrico”. L’ombelico del capoverso, il periscopio, sta nel considerare la ‘quarte’ come un esercizio d’arte, evoluzione da trapezisti del vocabolo. Già. Il genio del romanziere non è necessario per redigere una ‘quarta’ doc. Ma quasi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ‘quarta’ è un quarto del libro, roba da macelleria editoriale: l’importante è che il taglio sia prelibato.</strong> Se la ‘quarta’ è indigesta, figuriamoci il resto del libro.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ne ho firmate dozzine di ‘quarte’, per ogni eresia: dal tomo biblico ritradotto al classico riscoperto all’assoluto ignoto da dare in pasto al mondo squalesco dei letterati. <strong>La ‘quarta’ è il vestito con cui mandare in giro il libro: a volte è bene cucire un maglione, altre volte è necessario lo smoking, certe volte è preferibile il nudo integrale.</strong> Spesso – se si è bravi – è efficace rompere lo schema (andare a una cena di gala senza cravatta, audacemente informali); quasi mai è gradita la ‘griffe’ del noto di turno a introdurre il libro in questione (un libro e il suo autore devono sapersi difendere da sé). Come sempre, tutte le regole servono finché arriva uno e le rompe, portandoci oltre la natura del noto, a divorare l’alba.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ciò che ho detto è falso. Mi è capitato di redigermi la ‘quarta’ dell’ultimo romanzo. Non l’ho firmata. In quel caso non conta il talento vispo o vespertino dell’autore ma la pigrizia dell’editore:</strong> chi ha voglia, dopo averti fatto leggere al correttore di bozze, di abbozzare una ‘quarta’?, fattela tu così siamo tutti felici. L’ultima frase della ‘quarta’ che mi sono devotamente dettato (“Ciò che sembrava certo, all’improvviso, apparirà fragile, futile, una necessaria vanità”) racchiude il senso profondo della ‘quarta’ come genere editoriale. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per gentile concessione pubblichiamo alcune ‘quarte’ esemplari tratte da: Giorgio Manganelli, “Quarte di nobiltà”, Aragno 2019 (premessa di Lietta Manganelli, postfazione di Luigi Mascheroni)</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La letteratura come menzogna, 1967</strong></p>
<p style="text-align: justify;">le immagini, le parole, le varie strutture dell’oggetto letterario sono costrette a movimenti che hanno il rigore e l’arbitrarietà della cerimonia; ed appunto nella cerimonialità la letteratura tocca il culmine della rivelazione mistificatrice. Tutti gli dei, tutti i demoni le appartengono, poiché sono morti: ed appunto lei li ha uccisi. Ma, insieme, ne ha tratto la potenza, l’indifferenza, l’estro taumaturgico. La letteratura si organizza come una pseudoteologia, in cui si celebra un intero universo, la sua fine e il suo inizio, i suoi riti e le sue gerarchie, i suoi esseri e immortali: tutto è esatto, e tutto è mentito</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nella copertina della prima edizione, Feltrinelli editore, 1967 nessuna immagine, solo nome autore, titolo e testo quarta. Si noti la particolarità dell’inizio con la lettera minuscola e fine senza punto finale.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cina e altri Orienti, 1974</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando uscirono i miei articoli sul viaggio in Cina, un lettore mi scrisse per chiedermi come si faceva ad andare in Cina; non gli risposi e ancora me ne cruccio, perché la mia risposta sarebbe stata come segue: in primo luogo, lei vada a Ferrara; poi compri un paio di bretelle; ah, mi raccomando, debbono essere bretelle blu. Poi chiacchieri con gli amici. Alla fine riparta e tenga il telefono pronto sul tavolo. Un giovedì il telefono squillerà e qualcuno le chiederà: «Domenica è libero? Andrebbe in Cina?» A me le cose sono andate in questo modo, e questo spiega la mia riluttanza a dare delle “spiegazioni” che sanno, quanto meno di improbabile. Il viaggio in Cina mi ha fatto scoprire un’altra caratteristica curiosa di codesti eventi, poco studiati di naturalisti: essi non solo implicano spostamenti, e dunque sono dotati di membra a siffatti movimenti, ma sono in grado di riprodursi, di generare altri viaggi; il viaggio in Cina partorì un viaggio nel Sud-est asiatico, e questo un ulteriore viaggio nella deliziosa Malesia. Per molti anni, forse per molte incarnazioni avevo sempre desiderato questi inverosimili viaggi intercontinentali, che possono arrivare esclusivamente come regali del destino; quali congiunzioni astrali abbiano messo in moto questa slavina di terrestri traslazioni, non so; ma spero sia di genere che vuol anni a fabbricarsi, e non si scompone facilmente. Si può chiedere perché il viaggio abbia tanto fascino per una persona di vocazione sedentaria; il lettore accanito e solitario non si illude di espatriare dalla propria biblioteca, il giorno in cui si imbarca per l’Asia; egli è sempre, sostanzialmente, un ricercatore di segni, di parole implicite, di “modi di dire”, di in-folio e di brochures. La sintassi classica, la fragile ed eterna concinnitas di Pechino si mescola agli anacoluti di Kuala Lumpur, l’iperbole pubblicitaria di Hong Kong all’enfasi Rococò del Palazzo d’Estate. E che saranno i templi di Ipoh? Enigmi, emblemi, enteroideogrammi del pianeta? Il filologo analfabeta non per questo vien meno al suo eterno destino di lettore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sulla sovraccoperta della prima edizione, Bompiani editore, 1974, riproduzione di autore orientale non attualmente individuabile.</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Centuria, 1979</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il presente volumetto racchiude in breve spazio una vasta e amena biblioteca: esso infatti raccoglie cento romanzi fiume, ma così lavorati in modi anamorfici, da apparire al lettore frettoloso testi di poche e scarne righe. Dunque, ambisce ad essere un prodigio della scienza contemporanea alleata alla retorica, recente ritrovamento delle locali Università. Libriccino sterminato, insomma; a leggere il quale il lettore dovrà porre in opera le astuzie che già conosce, e forse altre apprenderne: giochi di luce che consentono di leggere tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio, nei luoghi ove si appartano capitoli elegantemente scabrosi, pagine di nobile efferatezza, e dignitoso esibizionismo, lì depositate per vereconda pietà di infanti e canuti. A ben vedere, il lettore vi troverà tutto ciò che gli serve per una vita di letture rilegate: minute descrizioni della casa della Georgia dove sorelle destinate a diventare rivali hanno trascorso una adolescenza prima ignara e poi torbida; ambagi sessuali, passionali e carnali, minutamente dialogate; virili addii, femminesca costanza, inflazioni, tumulti plebei, balenanti apparizioni di eroi dal sorriso mite e terribile; persecuzioni, evasioni, e dietro ad una vocale che non nomino, in tralice si potrà scorgere una tavola rotonda sui diritti dell’Uomo. Se mi si consente un suggerimento, il modo ottimo per leggere questo libercolo, ma costoso, sarebbe: acquistare diritto d’uso di un grattacielo che abbia il medesimo numero di piani delle righe del testo da leggere; a ciascun piano collocare un lettore con il libro in mano; a ciascun lettore si dia una riga; ad un segnale, il Lettore Supremo comincerà a precipitare dal sommo dell’edificio, e man mano che transiterà di fronte alle finestre, il lettore di ciascun piano leggerà la riga destinatagli, a voce forte e chiara. È necessario che il numero dei piani corrisponda a quello delle righe, e non vi siano equivoci tra ammezzato e primo piano, che potrebbero causare un imbarazzante silenzio prima dello schianto. Bene anche leggerlo nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sulla sovraccoperta della prima edizione, Rizzoli editore, 1979, Hiroshige, Tokaido, «Miya» (Cerimonia al santuario Atauta). Particolare. Grafica di Paolo Guidotti.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/la-letteratura-e-una-pseudoteologia-in-cui-si-celebra-un-intero-universo-sullincontenibile-genio-editoriale-di-giorgio-manganelli/">“La letteratura è una pseudoteologia in cui si celebra un intero universo”: sull’incontenibile genio editoriale di Giorgio Manganelli</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“1984” piace a tutti perché parla di un tempo che non esiste più. Oggi il Grande Fratello lo scopri se ti guardi allo specchio, sei tu!</title>
		<link>https://www.pangea.news/1984-piace-a-tutti-perche-parla-di-un-tempo-che-non-esiste-piu-oggi-il-grande-fratello-lo-scopri-se-ti-guardi-allo-specchio-sei-tu/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2018 05:34:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Mi pare superato, penso che ci sia qualcosa di superiore, che questa sia archeologia. L’anno prossimo sono i 70 anni dalla pubblicazione di 1984, che è forse il romanzo più letto e più influente della seconda metà del Novecento. I meriti? La semplicità della parabola – l’uomo, solo, contro un sistema che lo sovrasta e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/1984-piace-a-tutti-perche-parla-di-un-tempo-che-non-esiste-piu-oggi-il-grande-fratello-lo-scopri-se-ti-guardi-allo-specchio-sei-tu/">“1984” piace a tutti perché parla di un tempo che non esiste più. Oggi il Grande Fratello lo scopri se ti guardi allo specchio, sei tu!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mi pare <em>superato</em>, penso che ci sia qualcosa di <em>superiore</em>, che questa sia archeologia. <strong>L’anno prossimo sono i 70 anni dalla pubblicazione di <em>1984</em>, che è forse il romanzo più letto e più influente della seconda metà del Novecento. I meriti? La semplicità della parabola</strong> – l’uomo, solo, contro un sistema che lo sovrasta e vuole dominare la sua vita – e dell’accusa – lanciata contro i sistemi totalitari. C’è anche una evidenza biografica – <strong>George Orwell scrive parte del libro in isolamento, alle Ebridi, molto malato: morirà, in effetti, pochi mesi dopo l’uscita del suo libro più grande </strong>– che dota il libro di un livore, di un senso di tragedia, di cupa sostanza, indimenticabili.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In previsione dell’anniversario, Emilia Romagna Teatro Fondazione ha prodotto uno spettacolo teatrale tratto da <em>1984</em>, per la regia di Matthew Lenton. Ho visto lo spettacolo al ‘Bonci’ di Cesena, teatro magnifico. <strong>Lo spettacolo? Cupo e monotono, come il romanzo. Ma riuscito. Perché? Perché la struttura manichea è efficace: c’è un io contro tutti gli altri, delatori, c’è l’amore contro la schiavitù della riproduzione</strong>, c’è una specie di divinità, il Grande Fratello – cioè, il Grande Dittatore – che è un po’ Dio, un po’ Allah, un po’ Hitler e un poco Stalin. E in tutti i noi si nasconde l’iconoclasta e l’eretico.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64173 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/1984-2-204x300.jpg" alt="1984" width="122" height="179" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/1984-2-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/1984-2.jpg 436w" sizes="(max-width: 122px) 100vw, 122px" />Certo, interpellato, il regista non ha detto delle cose molto intelligenti. “Non uso Facebook. E non voglio. Siate attivi, parlate con le persone nelle strade, dove potete fisicamente vederli. Smettetela con abitudini come sedere a un bar, concentrandovi unicamente sul cellulare, ma vivete”. Tutto bello. Non fosse che Facebook non è il Grande Fratello e l’abbandono preordinato dai social è una ideologia come un’altra<strong>. In Occidente i social sono un problema, obnubilano la nostra tormentata coscienza; in altri paesi – chessò, Cina, Arabia unita – il problema non si pone perché ai social si accede come vogliono loro.</strong> Da una parte i social sono il male, dall’altra cono miele.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ovviamente, il problema non è ‘parlare con la gente per strada’, ma che gente c’è per strada e che cosa ci diciamo per strada.</strong> Se per strada parliamo di minchiate, questa non è vita, ma minchioneria. Più che invocare la luce del sole e la vita nei boschi, stimolerei a leggere Dostoevskij, a studiare Dante, a capire il ritmo misterico di Emily Dickinson, per avere una esistenza coscienziosamente articolata. Questo è il punto. La letteratura rende infinite le possibilità di lettura di un fatto. Il resto, è propaganda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di <em>1984 </em>resiste la violenta percezione della solitudine. “Se è vero che sei un uomo, Winston, tu sei l’ultimo uomo. La tua specie si è estinta e noi ne siamo gli eredi. Non capisci che sei <em>solo</em>? Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti”. <strong>Senza esitazione, ci sentiamo singoli singulti, istanti istintuali conficcati con levità d’ago sulla coriacea lingua della Storia. La Storia – che dovremmo essere <em>noi</em> – fa a meno di noi, non ci riguarda.</strong> Non riguarda noi plebaglia, intendo, e non riguarda i fatidici, facoltosi governanti: chi fa la Storia impone idee, cambia il nome al calendario, dà nomi alle città, orienta le stelle, costruisce monumenti che facciano vento all’immortalità – questi, oggi, si giocano la vita per una escort, per un isolotto con palazzine ai Caraibi, per una esistenza in prima fila elettoralmente sul nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, la lingua. <strong>Orwell sa che ogni dittatura passa per una torsione del linguaggio. Il tiranno osteggia la poesia e disfa la grammatica perché l’anima dell’uomo è verbale.</strong> Nel <em>Principi della neolingua </em>lo scrittore ci informa in merito a due caratteristiche fondamentali della lingua imposta dal Grande Fratello. Primo. “Qualsiasi parola… poteva essere usata indifferentemente come verbo, nome, aggettivo o avverbio”. In sostanza, una parola è uguale all’altra, ogni parola è svuotata di senso. Secondo: “era pressoché impossibile, se non a un livello minimo, esprimersi in opinioni non ortodosse”. Il ‘politicamente corretto’ è la fase virale della dittatura burocratica. Ci siamo! Ecco perché un paese pieno di letteratura e di lettori attenti fa paura: la letteratura dilata i confini del nostro cuore, ci fa incontenibili.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Detto che lo spettacolo è buono, la sua bontà sta in qualcos’altro, di subdolo. <em>1984 </em>non racconta più il nostro tempo. Chi è il Grande Fratello? Donald Trump? Il Parlamento Europeo? Facebook? Internet? Ma… stiamo scherzando. </strong>Forse l’attuale imperatore di Cina è prossimo al potere di un Grande Fratello, forse un sultano che applica la pena di morte come noia comanda. Il problema dell’omologazione, infatti, è più sottile oggi di quel che postulava Orwell 70 anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Intendetemi. Oggi ciascuno è una massa, fa massa critica (o a-critica) a sé. Il ‘sistema’ profila alla precisione la nostra identità e i nostri desideri, presenti e futuri. <strong>Ciascuno di noi è inderogabilmente Uno. Cioè, Nessuno. Magari fossimo Centomila… La massa – per quanto adorante – fa sempre paura, è mobile, volubile, leonina – l’uomo, da solo, nella solitudine del proprio schermo, è una capra.</strong> La vera tirannia, oggi, è la scomparsa dell’<em>individuo </em>– inteso come ciò che di noi è indivisibile, non separabile – in favore dell’<em>individualismo</em>. Pensiamo di essere ciò che compriamo e desideriamo, ma siamo soltanto quello che siamo. Chi siamo? Questa è la domanda per cui vale la pena vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dov’è oggi il Grande Fratello? Beh, faremo fatica a dirlo ma è facile scoprirlo.</strong> Basta guardarsi allo specchio. Eccolo. (d.b.)</p>
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		<title>“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</title>
		<link>https://www.pangea.news/altri-hanno-potere-e-si-masturbano-con-quello-frammenti-di-alessandro-spina-lo-scrittore-italiano-piu-grande-e-mal-capito-malcapitato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Sep 2018 04:24:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante si firmasse Alessandro Spina, il più grande scrittore italiano degli ultimi tempi – più bravo, chessò, di Italo Calvino o di Pier Paolo Pasolini – si chimava Basili Khouzam, era figlio di siriani di Aleppo, nato a Bengasi nel 1927, direttore per un tot dell’industria tessile di famiglia – destino condiviso con Hermann Broch, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/altri-hanno-potere-e-si-masturbano-con-quello-frammenti-di-alessandro-spina-lo-scrittore-italiano-piu-grande-e-mal-capito-malcapitato/">“Altri hanno potere, e si masturbano con quello”: frammenti di Alessandro Spina, lo scrittore italiano più grande (e mal capito, malcapitato)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nonostante si firmasse Alessandro Spina, il più grande scrittore italiano degli ultimi tempi</strong> – più bravo, chessò, di Italo Calvino o di Pier Paolo Pasolini – si chimava Basili Khouzam, era figlio di siriani di Aleppo, nato a Bengasi nel 1927, direttore per un tot dell’industria tessile di famiglia – destino condiviso con Hermann Broch, che apprezzava – ed è morto cinque anni fa, in luglio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo so, anche a me le classifiche, in letteratura, fanno orrore. Ma ogni tanto occorre fare giustizia.</strong> Basili esordisce come Alessandro Spina nel 1960, con <em>Giugno ’40. </em>Impressionante l’adesione di Cristina Campo – “mi è sembrata una cosa di qualità molto rara, come da tempo non mi accadeva di leggere” – con cui Spina comincia un <em>Carteggio </em>di platino, edito da Morcelliana nel 2007. Tra i grandi libri, che comporranno l’imponente ciclo de <em>I confini dell’ombra </em>(Morcelliana, 2006), capolavoro polimorfico e polifonico della letteratura cosiddetta ‘coloniale’ (ma, va detto, <em>tout court</em>), ricordo <em>Il giovane maronita, Le nozze di Omar, Il visitatore notturno. </em>Nel 1976 <em>Ingresso a Babele</em>, pubblicato da Rusconi, approda al Premio Strega. “In una intervista al ‘Tempo’ Mario Praz, dopo aver deriso il libro premiato (dalla solita maggioranza di lettori/giudici pressoché governata dai grandi editori ecc.) disse che lui aveva votato per il mio romanzo, ‘il più meritevole’. A ognuno il suo premio, dunque!”. Per la cronaca, nel 1976 lo Strega va a Fausta Cialente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63012 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/09/spina1-189x300.jpg" alt="Spina" width="140" height="222" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/spina1-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/09/spina1.jpg 200w" sizes="(max-width: 140px) 100vw, 140px" />Scrittore raffinatissimo e austero, figlio di Thomas Mann, di Robert Musil, di Hugo von Hoffmannsthal,</strong> Alessandro Spina eccelle nel racconto breve. Tra le mirabili <em>Storie di ufficiali</em>, amo <em>L’astrolabio</em>. Inizia così: “Il maggiore Lanzi indugiava davanti allo specchio, pareva ci camminasse. Somigliava al critico d’arte attento a cogliere la particolarità di un dipinto per accertarsi della paternità di un altro”. Che scrittura sofisticata a indugiare nell’indagine dell’uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandro Spina pensava alla letteratura come forma e alla scrittura come alta espressione culturale:</strong> per questo è bandito e nelle antologie si continua a preferire un Cesare Pavese o un Moravia, che noia. In paesi culturalmente più attenti, <a href="https://www.thenation.com/article/spinas-shadow/" target="_blank" rel="noopener">di Spina si parla ancora.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché fu grande? <strong>Senza maschere sperimentali né patine neorealiste, pensò alla scrittura come fosse un liutaio.</strong> Il libro come un oggetto da far risuonare. Fu malaccetto da chi pensava all’arte come a una variante della politica a un viatico per la carriera.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fu l’unico scrittore contemporaneo con cui cercai un rapporto almeno epistolare. </strong>Ci scambiammo qualche lettera. Non ci fu l’abboccamento – ma non m’importava. L’altezza di Spina permette ogni vertigine, ogni svenimento. Più avanti, probabilmente, pubblicherò le lettere che ci siamo scambiati. Di lui, <a href="http://www.ilgiornale.it/news/memorie-viaggi-e-giudizi-critici-dello-spericolato.html" target="_blank" rel="noopener">continuai a scrivere con riverenza.</a></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Fu l’ultimo scrittore del Novecento figlio dell’Ottocento: <strong>avrebbe potuto discutere con Stendhal, litigare con Manzoni</strong>, fare a gara con Henry James.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Scrittore che tracima in ogni cosa, Alessandro Spina ha pubblicato nel 2010, sempre per Morcelliana, il suo <em>Diario di lavoro</em>, cioè il cuore messo a nudo di un <strong>artista che conosceva le vette – gli altri sono ancora rasoterra.</strong> Ne ricalco alcune parti. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Malgrado la Cirenaica sia stata una colonia italiana, la cultura italiana è estranea al paese, e non lo condiziona. <strong>Se non ci fosse questa contraddizione (lo scrittore che appartiene a una civiltà e vive in un’altra), il diario e la mia vita qui sarebbero diversi.</strong> Il senso della vita (e del diario) sta in questa tensione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anche in una conversazione bene elaborata può restare qualche eccesso, della pedanteria: capita financo ai grandi. Proust, Mann, Musil… per fare qualche nome, avrebbero fatto bene qualche volta a guardarsene, solo Kafka forse, fra le stelle fisse del Novecento, è esente da ogni forma di pedanteria. Ognuno deve individuare il suo demone (ecco perché <strong>bisogna guardarsi dall’imitazione e dalle mode come dai consigli degli amici e dei nemici che vogliono ridurci al minimo comune denominatore).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho fatto l’errore negli anni Settanta, forse, di lavorare troppo per la Libia (per un supposto pubblico libico): libri che pubblicavo in Italia. Come se Sartre avesse edito i suoi libri non a Parigi, ma in Afghanistan, in quattro copie. Ma c’è forse un secondo errore: <strong>i libri <em>engagés </em>invecchiano presto, vedi il caso di Sartre.</strong> Il <em>Doctor Faustus </em>(lasciamo da parte il talento dell’autore, ben più grande e complesso) <em>si rivolge a un lettore ignoto</em>, non tenta cioè di operare nella realtà. Per quella, c’erano i suoi famosi appelli alla radio durante la guerra (che si rileggono non senza turbamento).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’impressione di lavorare <em>per le bottiglie </em>(da affidare al mare) è paralizzante talvolta. <strong>Come fanno gli altri? Ma ognuno è immerso nella sua piccola tribù, paravento che gli cela il mondo. </strong>Altri hanno <em>potere</em>, e si masturbano con quello.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il capolavoro del romanzo italiano, <em>I promessi sposi</em>, è fatto per buona parte di riflessione.</strong> Insegnamento perduto – pare che il cosiddetto neorealismo non tenga conto della riflessione, come fosse estranea alla realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">…pensavo, oggi, la pioggia rende malinconici: che guaio <em>dover pubblicare un’opera dopo averla scritta. </em><strong>Eppure è inaccettabile di scrivere per i cassetti. Sì, pensavo, che peccato dover pubblicare in questo mondo (proprio così: <em>mondo</em>, non modo).</strong> Bisognerebbe che lo scrittore potesse portar via con sé, là, le opere, come il buon cristiano la sua vita pura, ed essere pubblicato, semmai, di là, dove forse tutti sanno tutte le lingue, dove puoi scegliere il pubblico nelle età più diverse e dove ce n’è di tempo! Insomma: è penosissimo dover ammettere che il senso della nostra vita è qui e basta, in tanta confusione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’Italia ha <em>gonfiato </em>la Resistenza, se ne parla ogni giorno, e <em>sgonfiato </em>il colonialismo, non più di moda. Ci</strong> si vanta della Resistenza, ignorando ciò che la precede, tacendo che gli stessi uomini hanno <em>servito</em> il fascismo, sia pure, chissà, nolenti – e <em>non ci si vergogna </em>del colonialismo, senza accorgersi <em>che è lo stesso atto, l’esaltare la Resistenza e il vergognarsi del colonialismo</em>, soffocatore spietato di un’altra Resistenza. L’italiano rifugge dal senso di colpa (quel che ha pure impoverito il romanzo del dopoguerra).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Inventario del possibile, non del reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Alessandro Spina</em></p>
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		<title>“Voglio un movimento sapienziale-politico capace di formare governatori illuminati”: dialogo con Angelo Tonelli su poesia e salvezza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Aug 2018 05:20:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’ultimo dei sapienti ha il volto di Mangiafuoco, il corpo onnipossente di un corsaro che folleggia, scaturito dalle pagine più esotiche di Salgari. Tutto comincia da un sogno, quarant’anni fa. Giorgio Colli, il maestro assoluto conosciuto a Pisa, fa toc toc, dai regni dell’oltremondo, nel cranio di Angelo Tonelli. “Mi indicava un libro nella biblioteca [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/voglio-un-movimento-sapienziale-politico-capace-di-formare-governatori-illuminati-dialogo-con-angelo-tonelli-su-poesia-e-salvezza/">“Voglio un movimento sapienziale-politico capace di formare governatori illuminati”: dialogo con Angelo Tonelli su poesia e salvezza</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>L’ultimo dei sapienti ha il volto di Mangiafuoco, il corpo onnipossente di un corsaro che folleggia, scaturito dalle pagine più esotiche di Salgari. Tutto comincia da un sogno, quarant’anni fa.</strong> Giorgio Colli, il maestro assoluto conosciuto a Pisa, fa toc toc, dai regni dell’oltremondo, nel cranio di Angelo Tonelli. “Mi indicava un libro nella biblioteca di Filologia greca di Pisa. Il giorno dopo andai. Presi il volume, lo aprii a caso”. Zosimo di Panopoli. Tonelli ha 25 anni. Comincia a lavorare. Dieci anni dopo, nel 1988, esce per Coliseum l’edizione di Zosimo, che è ancora oggi – ristampata da Bur – quella fondamentale. Quello è il principio di un lavoro immane dentro i testi antichi, che passa dagli <em>Oracoli caldaici </em>a Empedocle, fino alla traduzione, sulle tracce di Colli, dentro <em>Le parole dei Sapienti </em>(il volume su Senofane, Parmenide, Zenone e Melisso è uscito per Feltrinelli nel 2010), con una assunzione di metodo estetico ed etico: <strong>“I Sapienti greci non erano uomini di scrivania, come forse amerebbero dipingerli a propria immagine e somiglianza gli esangui ermeneuti contemporanei, bensì individui che intraprendevano un cammino di continua ricerca di sé stessi”.</strong> Tra le traduzioni e gli studi fondamentali di questo anomalo e rigoroso vagabondo del sapere, va citata l’edizione di <em>Eraclito. Dell’Origine </em>(Feltrinelli, 1993), in cui il pensiero del grande ‘Oscuro’ viene messo in relazione con “lo <em>Chuag-Tzu</em>, uno dei testi del Taoismo cinese” e in genere con la sapienza orientale. E poi <strong>il lavoro, fondamentale, sempre per Feltrinelli, su <em>Eleusis e Orfismo </em>(2015) e la traduzione della <em>Terra desolata </em>e dei <em>Quattro quartetti </em>di Thomas S. Eliot (1995), rivelando le fonti mistiche del grande poeta</strong>, che ha “la capacità, propria del rapsodo, di cucire i canti attraverso la stesura di un ordito occulto, che agglutina l’infinita variabilità semantica del testo intorno ad alcuni motivi fondamentali (il Re Pescatore, morte e rinascita, l’acqua e l’aridità ecc.)”. D’altra parte, Tonelli, il sapiente di Tellaro, sperone roccioso sul Golfo dei Poeti, presso Lerici, è anche il poeta totale della parola totalizzante, autore di ‘azioni’ estreme (tra cui, <strong>nel febbraio scorso, davanti a Montecitorio, il “Rituale esorcistico e propiziatorio per la rigenerazione etica e spirituale della classe politica”</strong>), il saggista incendiato dall’indignazione che ha pubblicato (un mese fa, per Armando Editore), <em>La degenerazione della politica e la democrazia smarrita. Una nuova etica per la sopravvivenza della civiltà. </em>Sfrenato, inafferrabile Tonelli, l’ultimo dei sapienti. A lui dobbiamo un’opera impareggiabile, la traduzione e il commento di <em>Tutte le tragedie </em>di Eschilo, Sofocle ed Euripide: dopo aver pubblicato i tre tragici in libri singoli per Marsilio, ora sono radunati, insieme, testo greco a fronte, nella collana de ‘Il pensiero Occidentale’ Bompiani, un monumento. <strong>Nel corpo di Tonelli, rarità, la parola antica ha risonanza profetica e futura, il lavorio filologico non serve a fini accademici, ma esistenziali.</strong> Per questo, dopo una certa ricerca, ritrovato Tonelli, l’ho inchiodato nel gorgo di qualche domanda. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62101 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/eraclito-192x300.jpg" alt="eraclito" width="132" height="206" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eraclito-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eraclito.jpg 592w" sizes="(max-width: 132px) 100vw, 132px" />Intanto. Ricordami i tuoi legami con Giorgio Colli. Per il ‘tuo’ Eraclito parti dalle sue intuizioni, mi pare, ampliandole&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Incontrai Colli quando frequentavo l’Università di Pisa, credo nel 1976. Era il Colli più essoterico, quello che aveva appena pubblicato <em>La nascita della filosofia</em>, e stava pubblicando <em>La Sapienza greca</em>. <strong>La prima impressione fu di avere incontrato il diavolo. Modi aristocratici, voce un po’ nasale con accento torinese: effetto distanza e arcano. In piena marea marxista e strutturalista introduceva il misticismo, Eleusi, Apollo e Dioniso.</strong> Una bestemmia che anticipava i tempi e l’apertura alle esperienze sapienziali e mistiche. Dopo la lezione noi allievi più stretti lo accompagnavamo alla stazione, ci offriva da bere, intrecciava un rapporto diretto e consentiva un confronto serrato. Lui voleva salvare la ragione purché connessa con il misticismo, io ero più interessato alla dimensione mistico-intuitiva. Nel corso della sua ultima lezione invitò a praticare la filologia come azione editoriale e quindi politica. <strong>Dopo che ebbe attraversato lo specchio lo sognai che mi indicava un libro nella biblioteca di Filologia greca di Pisa. Il giorno dopo andai. Presi il volume, lo aprii a caso: <em>Zosimo di Panopoli, sull’acqua divina</em>. Iniziai così il mio primo libro, che terminai 10 anni dopo.</strong> Per Eraclito mi attenni ovviamente alla visione complessiva della <em>Sapienza greca</em> propugnata da Colli, ma me ne differenziai per una assai più marcata e costitutiva contestualizzazione anche a Oriente (in primis il taoismo) della sua sapienza, in totale controtendenza rispetto a quasi tutta la letteratura intorno al Sapiente di Efeso. Gli studiosi di filosofia antica amano rimanere ancora alle Termopili a combattere i fantasmi dell’Oriente, come quei soldati giapponesi che sono rimasti nella giungla armati fino ai denti anche 50 anni dopo la fine della guerra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Hai tradotto tutti i tragici greci, un monumento. Che idea di civiltà, che senso della parola, della poesia, traluce, lì? Perché ti sei gettato in quella impresa e cosa hai scoperto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La tragedia è una forma suprema di esperienza sapienziale per chi la guardi, e molti potevano guardarla così, con occhi da iniziato. Il <em>théatron</em> è un frammento di pianeta costruito come luogo di contemplazione (<em>theáomai</em>) di eventi e intrecci di vita, impersonati dagli attori, da una postazione insieme di empatia e distacco. Si pensi alla meravigliosa folgorazione sapienziale, <em>páthei máthos</em>, patendo conoscere, enunciata dal Coro nella Parabasis dell’ <em>Agamennone</em> eschileo. Inoltre la tragedia è luogo di catarsi dei <em>pathémata</em>, come ci dice l’Aristotele della <em>Poetica</em>: come nella più raffinata psicoanalisi, o nelle pratiche di integrazione dei demoni del <em>chöd</em> tibetano, o della taranta mediterranea, o di danze rituali del Marocco e altre simili, si tratta di riconoscere le affezioni perturbanti, accoglierle nella coscienza e non restarne inflazionati. <strong>Come la Sapienza – forgiata a Eleusi o in esperienze iniziatiche più o meno collettive – di Eraclito, Parmenide, Empedocle, Pitagora, Platone, anche la tragedia greca, consacrata a Dioniso, dio dei Misteri, dell’ebbrezza (la <em>trance</em>) e della contemplazione (lo specchio) induce uno stato di coscienza specifico, a chi abbia occhi per guardarla:</strong> trascendimento dell’Io ordinario e senso di appartenenza al cosmo e alla <em>pólis</em>; esplorazione delle ombre (Edipo) e solidificazione di una postazione interiore di risveglio e consapevolezza; acquisizione della capacità di gestire le emozioni perturbanti. In questo consiste la funzione educatrice della tragedia-sapienza. La parola poetica si inarca in direzione della vita, Apollo è Dioniso, e viceversa, la musica e la danza trascinano il linguaggio oltre i propri cerebrali confini, lo sguardo degli astanti sigilla le immagini in un circuito sacro. Alla fine resta nuovamente il silenzio della pietra, sguardo senza soggetto, oggetti vuoti. Dioniso e Ades sono lo stesso dio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62102 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/eliot-185x300.jpg" alt="eliot" width="137" height="221" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eliot-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/eliot.jpg 567w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Tra l’altro, hai tradotto le lamine orfiche&#8230; e Thomas S. Eliot. Che legame c’è, intenso, sotteso, evidente, tra l’orfismo e la poesia del Novecento. Cos’è la poesia ‘orfica’? Nella domanda è implicita una riflessione da parte tua nel vortice della tua personale ricerca lirica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Thomas S. Eliot prima di rinnegarsi e diventare il poeta ufficiale della “Sassonia” anglicana aderì, come Yeats e Pound e HD alle esperienze iniziatiche ispirate dalla Blavatsky, e dichiarò di avere rasentato in gioventù l’adesione al buddismo. <strong><em>The Waste Land</em> è percorso iniziatico individuale e collettivo costruito intorno al mito del Graal, e lungi da essere il poema della crisi è un tragitto dalla sterilità della psiche collettiva contemporanea alla sua rigenerazione alla luce del buddismo</strong> (<em>Il sermone del fuoco</em>), dell’induismo (il mantra finale <em>datta dayadhvam damyata/shantih shantih shantih</em>) e del cristianesimo mistico di san Giovanni della Croce. I <em>Four Quartets</em> sono poesia orfica già nel loro titolo e nella scansione della loro struttura che uniscono saldamente parola poetica e musica. <strong>Personalmente mi definisco <em>ritomodernista</em> e <em>orfico</em>, perché credo fortemente nella forza sapienziale e catartica della poesia, che lungi dal ridursi a esercizio letterario o ibrida e patetica míxis di cerebralismo e emotività spesso candita in un’orbita metropolitana di ruminazioni egotiche </strong>(vedi Cucchi e Magrelli, per non fare nomi) può essere levatrice di stati di coscienza unitaria e cosmica, nonché di un percorso di <em>katábasis-anábasis</em> sicuramente salvifico per l’<em>ánthropos</em> e la <em>pólis</em> contemporanei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che senso ha la parola poetica, oggi? Intendo: cosa leggi? Cosa ti interessa scrivere? Cosa stai studiando? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Adesso mi interessa finire l’ultima parte del mio lavoro sui Greci: dopo i Misteri Eleusini, Eraclito, Parmenide, Senofane, Melisso, Zenone, Empedocle, Eschilo, Sofocle, Euripide, l’alchimista Zosimo e gli Oracoli caldaici <strong>vorrei finire un libro su Pitagora e lo sciamanesimo greco a cui sto lavorando.</strong> Alla poesia di questi tempi preferisco la saggistica, e ho in corso di pubblicazione un volume dal titolo nondualistico <em>Attraverso-oltre: della conoscenza, della solidarietà, dell’azione</em>, che riprende il filo della tradizione sapienziale d’Oriente e occidente dove lo avevo lasciato una decina di anni fa con <em>Sulle tracce della sapienza</em>. <strong>In poesia, sto lavorando da una decina d’anni a una raccolta <em>Canti del fiume più vasto</em>, ma credo che se deciderò di stamparla lascerò una ventina di pagine bianche a testimoniare la dimensione kenotica del mio approdo interiore</strong>, assai vicino al misticismo apofatico e allo zen, non senza l’amore tutto ellenico per il mondo visibile, tripudio di ologrammi meravigliosi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62103 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/tragedie-215x300.jpg" alt="tragedie" width="150" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/tragedie-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/tragedie.jpg 358w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" />Da sempre, la tua poesia è un ‘gesto’: estetico, etico, politico. Che rapporto c’è, a tuo avviso, o deve esserci, tra arte e politica? Ti interessa questa politica, quella di oggi? Da che parte stai (oltre che dalla tua)?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’arte vera e profonda, la sapienza vera e profonda sono la più concreta azione politica possibile perché alla maniera di quel che dicevano Platone e Aristotele e ben sapevano i Pitagorici (ma anche Cristo e Buddha), la vera <em>politiké téchne</em> è l’arte di creare interiorità illuminate e dunque cittadini illuminati, gli unici capaci di assumere la direzione della <em>pólis</em> con la giusta responsabilità e capacità di non lasciarsi dominare dai demoni dell’ignoranza, dell’avidità e della prevaricazione, e esercitare il potere in maniera consapevole e solidale. A tutto ciò ho dedicato un libro, appena uscito, dal titolo <em>La degenerazione della politica e la democrazia smarrita: una nuova etica per la sopravvivenza della civiltà</em>, e innumerevoli <em>peformances</em>, tra cui, recentissima, <em>Eutopia</em>, con i colleghi del movimento Poetry and Discovery: <strong>davanti a Montecitorio abbiamo recitato testi nostri e di varie tradizioni e culture per invitare i politici a una formazione spirituale che consenta loro di essere degni di governare con consapevolezza e spirito di servizio.</strong> Io ho officiato un <em>Rituale esorcistico e propiziatorio per la rigenerazione etica e spirituale della classe politica</em>. <strong>In questa prospettiva, mi colloco fuori da qualunque ideologia, di destra, sinistra e centro, e auspico la formazione di un movimento sapienziale-politico che stimoli la formazione di politici illuminati e dotati di una eticità sorretta da pratiche spirituali </strong>tra cui la meditazione di presenza, la capacità di integrare le tendenze negative per non esserne schiavi, una grande apertura del cuore per poter essere a fianco dei più deboli. Per dirla con Eraclito: “Se non speri l’insperabile non lo scoprirai perché è chiuso alla ricerca e a esso non conduce nessuna strada”.</p>
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		<title>A Bari è nata “Millelibri”, la prima libreria dedicata interamente alla poesia. “La cultura non esiste solo nelle grandi città del nord”: Serena Di Lecce dialoga con Matteo Fais</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2018 06:51:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Riuscite a immaginare una libreria di soli testi di poesia? Esiste. Può sembrare incredibile, ma non è uno scherzo. Si chiama Millelibri. Poesia e altri mondi. La ragazza che la gestisce, Serena Di Lecce, nella sua ferma determinazione sembra, neanche a dirlo, l’ultima degli idealisti. Ma la peculiarità non sta tanto nel tipo di libreria, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/a-bari-e-nata-millelibri-la-prima-libreria-dedicata-interamente-alla-poesia-la-cultura-non-esiste-solo-nelle-grandi-citta-del-nord-serena-di-lecce-dialoga-con-ma/">A Bari è nata “Millelibri”, la prima libreria dedicata interamente alla poesia. “La cultura non esiste solo nelle grandi città del nord”: Serena Di Lecce dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Riuscite a immaginare una libreria di soli testi di poesia? Esiste. Può sembrare incredibile, ma non è uno scherzo. Si chiama <strong>Millelibri. Poesia e altri mondi</strong>. La ragazza che la gestisce, <strong>Serena Di Lecce</strong>, nella sua ferma determinazione sembra, neanche a dirlo, l’ultima degli idealisti. Ma la peculiarità non sta tanto nel tipo di libreria, quanto nel luogo in cui ha deciso di aprirla, ovvero a Bari, in Puglia. Di solito, certi tipi di attività commerciali vengono ubicate nelle grosse realtà metropolitane. Serena non è convinta che questa sia per forza la scelta migliore. <strong>Dal suo punto di vista, la sua città non è da meno di Milano e Roma.</strong> E, soprattutto, ritiene che, <strong>se non si dà un’opportunità di incontro con la poesia, al sud, la gente non potrà mai diventare migliore di quel che è</strong>. Decisamente incuriositi dalla notizia, da <em>Pangea</em> non abbiamo resistito alla tentazione di importunarla in pieno orario lavorativo, se non altro per scoprire se quanto letto corrisponda a realtà o sia fiction giornalistica… Signori, è tutto vero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo della tua libreria, dove si vendono solo testi poetici, ho subito pensato che fosse un’idea grandiosa e, al contempo, folle.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me non è un’idea così assurda. <strong>Quello dei libri di poesia, lo sappiamo bene, è notoriamente un settore trascurato nelle librerie tradizionali. Per acquistare questo genere di testi, solitamente, bisogna attivarsi in imprese rocambolesche.</strong> A volte li si può trovare online, quando vengono messi a disposizione nelle piattaforme apposite. Altre volte bisogna contattare gli editori stessi. Questo processo va via via complicandosi, man mano che si ha a che fare con realtà sempre più piccole. Però, ciò non significa che non ci sia un pubblico di lettori di poesia, come riviste e blog che trattino della materia. Vi sono inoltre tantissimi luoghi ed eventi in cui si discute di questi testi, delle ultime uscite come dei classici. Esiste, insomma, un mondo che dialoga intorno alla poesia. Suppongo, pertanto, che vi sia parallelamente anche un bacino di lettori interessati a questa. Quindi, occuparsi di libri che normalmente non vengono ospitati in modo generoso tra gli scaffali non mi sembra una cosa così folle. Poi, ovviamente, c’è alla base di tutto un interesse personale, una passione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami di questa passione, allora.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ha avuto inizio durante l’infanzia. Ho coltivato questo amore nel tempo divenendo una lettrice assidua, cosa che mi permette di conoscere tante realtà editoriali molto belle e valide. <strong>Parlo di case che non puntano tutto sul mercato e quindi non sono particolarmente visibili nelle librerie, ma che per fortuna si possono rintracciare leggendo riviste, blog e quant’altro. </strong>A oggi, la mia speranza è che la mia antica passione, che ho trasformato nel motivo del mio lavoro, possa rimanere la mia occupazione per lungo tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È d’obbligo, a questo punto, chiederti</strong><strong> quali siano i tuoi poeti preferiti. Mi piacerebbe anche sapere quali tra le odierne realtà editoriali, che si occupano nello specifico di poesia o anche solo che abbiano una collana dedicata, ti piacciono in particolare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quali siano i miei poeti preferiti è una domanda a cui è pressoché impossibile rispondere. La difficoltà sta nel fatto che posso riscontrare della qualità e un valore in percorsi poetici molto diversi. <strong>Al momento, comunque, sono particolarmente presa dalla lettura di Alfonso Guida, un autore la cui capacità di lavoro sul verso trovo estremamente affascinante.</strong> È pubblicato, tra gli altri, dalle pugliesi Poiesis e Fallone editore, nonché dall’ottima Il Ponte del Sale, il cui livello qualitativo nelle pubblicazioni prendo spesso a modello: i loro libri sono bellissimi e molto curati. Tra le realtà editoriali che seguo vorrei poi citarti Transeuropa, Marcos y Marcos, Valigie Rosse (che pubblica i vincitori del Premio Ciampi Poesia), Donzelli che ha un catalogo ricchissimo, Book Editore, Pietre Vive (anch’essa pugliese), le antologie e gli studi critici di Stilo, le Edizioni del Foglio Clandestino, La Vita Felice… e potrei andare avanti. Tutti i menzionati, a mio avviso, sono potuti arrivare a un significativo livello qualitativo perché, non combattendo, loro malgrado, con la poesia sul mercato, non hanno per questo rinunciato a pubblicare testi di valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima ti ho detto che la tua scelta era folle, ma naturalmente scherzavo. Certo, però, è quantomeno azzardato situare una simile attività proprio a Bari. Se fosse stata a Milano o a Roma avrei pensato ci potesse essere il giusto bacino d&#8217;utenza, ma lì da te&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A parte che per me aprire una libreria a Milano sarebbe stato complicato, essendo di Bari, vorrei prendere posizione contro questa vulgata secondo cui a Bari o in Puglia non si legga (o non si possa leggere). <strong>Come se solo al nord ci fossero persone di cultura. Bisogna capire che è necessario anche avanzare una proposta perché si crei un pubblico. Se non ci sono i luoghi e le opportunità, difficilmente la gente inciamperà autonomamente in un libro di poesia.</strong> Io credo che non ci sia bisogno di scappare: certe cose si possono serenamente fare anche nel posto in cui si vive. D’altra parte, sto raccogliendo un buon riscontro in città. Evidentemente, esistono persone che leggono. Forse le statistiche, che ovviamente hanno una funzione all’interno di un certo tipo di ricerche, non dicono tutta la verità sullo stato reale delle cose. Bari è una città come altre, con i suoi lettori e probabilmente, visto che adesso c’è una libreria di poesia, gli appassionati di versi potranno anche aumentare. Almeno, mi auguro sia così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho letto che, pur essendo specializzata, proponi un’offerta molto variegata nel tuo negozio. Oltre ai testi più attuali e ai classici, vendi anche edizioni rare. Se mi perdoni per la terribile espressione, mi piacerebbe che mi spiegassi questa tua <em>scelta di mercato</em>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho cominciato a pensare a una libreria di poesia, banalmente, mi sono detta che dovevo procurarmi prima di tutto gli autori più famosi, quelli censiti nel canone. Andando avanti con le mie ricerche, ho visto che ce ne sono parecchi, anche del ’900, che non sono più stati ristampati dopo la prima edizione. Ancora di più quando un autore ha avuto una storia editoriale breve, fatta di una sola uscita, magari anche in collane importanti come ‘Lo specchio’ Mondadori, ‘la bianca’ Einaudi, oppure nelle vecchie edizioni Scheiwiller o Neri Pozza. A quel punto, mi si è aperto un mondo. Mi sono detta che, forse, se si ha voglia di leggere certi autori o autrici bisogna per forza farlo in quella prima e ultima stampa, a meno che non abbiano avuto successivamente una ristampa dell’opera omnia (capita ogni tanto che qualcuno venga riscoperto). <strong>Però, sai, il senso di un libro è anche quello contenuto tra la prima e la quarta di copertina: è un livello di lettura che sarebbe un peccato perdersi, dove sia ancora possibile procurarsi una copia dell’originale.</strong> L’edizione critica o la raccolta dell’intero corpus rappresentano già un livello di approccio ulteriore, un altro tipo di accesso (altrettanto importante) ai poeti e alla loro opera. <strong>La sezione “usato” – perché si tratta ovviamente di testi di seconda mano – della mia libreria è un costante viavai di queste prime edizioni.</strong> Per quel che riguarda i contemporanei e i libri in commercio, invece, mi rifaccio ai cataloghi degli editori. Anche quando non ho letto tutte le loro proposte, mi fido delle loro scelte. Per me l’editore resta il mediatore principale tra l’autore e il pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu hai giustamente parlato di testi che sono stati pubblicati per poi scomparire di lì a breve, pur essendo magari comparsi in collane famose. A questo proposito, vorrei chiederti se hai mai riflettuto sul potenziale garantito dall’ebook in tale senso e come vedi, in generale, la lettura digitale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non discrimino l’ebook, né l’esperienza di lettura che questo comporta. Mi piacciono anche le piattaforme che pubblicano libri fuori diritti, per esempio, in formato elettronico gratuito. Sono però convinta che <strong>esista un amore per il libro in quanto oggetto tradizionale, sfogliabile, di carta. Non credo che le due realtà siano in competizione. </strong>Il cartaceo e l’ebook sono due oggetti completamente diversi, che rispondono a esigenze differenti, e che possono quindi convivere. Resta l’aspetto legato all’oggetto che può essere preservato soltanto nel momento in cui si acquista, o si sfoglia in una biblioteca, un volume cartaceo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho letto che hai scelto anche un certo tipo di arredo per il negozio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ho recuperato le librerie e i mobili che facevano parte dello studio-biblioteca di mio nonno. L’ho fatto per due motivi. In primo luogo, non avevo grandissimi mezzi per mettere su questa attività, quindi mi sono arrangiata con quello di cui disponevo. Inoltre, ho pensato che fosse un gesto altamente simbolico, legato al concetto molto ecologico di recupero: proprio come sto recuperando la poesia, anche attraverso i libri usati, così ho scelto di fare con i mobili<strong>. Ritengo che, nel momento di ripensamento storico-culturale in cui ci troviamo, avremmo forse bisogno di fare un passo indietro per recuperare qualcosa e poi tornare ad avanzare. La mia libreria è un posto molto rilassato e tranquillo,</strong> in cui riposarsi da tutta quella sovraesposizione a cui siamo sempre soggetti e per cui ci troviamo perennemente al centro di qualcosa, riscoprendo il rapporto silenzioso e privato con il libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Organizzi eventi come ad esempio presentazioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Occasionalmente, e proprio per questo la serie di incontri si intitola<em> Occasioni</em>, che peraltro risuona come omaggio a Montale. Molte persone si candidano per presentare i propri libri. <strong>Il discorso che cerco di portare avanti è però orientato soprattutto all’incontro con i libri degli altri, che poi è la vera vocazione di una libreria che si rivolge ai lettori. </strong>Mi fa piacere pensare che possano passare di qui poeti e poetesse che si trovano a Bari per altri motivi, occasionalmente, appunto. Privilegerei, poi, momenti di reading collettivi, in cui la lirica sia al centro di una pratica di ascolto vicendevole. Il concetto è che la poesia è uno spazio di condivisione che ci tocca e ci riguarda tutti ed è appunto questo che vorrei preservare.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
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		<title>Apocalisse Italia: abbiamo troppi giallisti mediocri e pochi grandi poeti. Riflessioni sul ‘caso’ Marchesini, sui politici che non leggono, sui libri inutili che si pubblicano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Feb 2018 13:42:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La mancata pubblicazione del libro di un critico colto e intelligente, Matteo Marchesini, dopo l’annuncio con tanto di divulgazione della copertina, riapre un dibattito annoso sui misteri dell’editoria. Il caso è noto: Marchesini, nella sua raccolta di saggi Casa di carte, prevista in uscita da Bompiani, stronca Montesano, Scurati e Moresco, autori della scuderia dell’editor [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1" style="text-align: justify;">La mancata pubblicazione del libro di un critico colto e intelligente, Matteo Marchesini, dopo l’annuncio con tanto di divulgazione della copertina, riapre un dibattito annoso sui misteri dell’editoria. <b>Il caso è noto: Marchesini, nella sua raccolta di saggi <i>Casa di carte</i>, prevista in uscita da Bompiani, stronca Montesano, Scurati e Moresco, autori della scuderia dell’editor Antonio Franchini. Franchini interviene tardivamente, intimando a Marchesini di togliere i pezzi scomodi.</b> <i>Casa di carte</i> rimane nel cassetto dell’editore e di Marchesini, che non trovano un accordo. <i>Il Foglio</i> ha riservato uno spazio al caso, ma soprattutto, il 5 febbraio, alla crisi della lettura, con articoli di Alfonso Berardinelli e dello stesso Marchesini. La società letteraria non nasconde lacune e manchevolezze. Imperversano l’improvvisazione e la fretta, cattive consigliere, nonché un soggettivismo in esubero. Anche l’editoria italiana non ne è immune, in un metodo di lavoro purtroppo comune dove la superficialità e il pressapochismo sono il comun denominatore.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><b>1. Antonio Franchini è un grande editor e sa fare il suo mestiere.</b> È serio, preparato, ha fiuto, ma non è sempre così scrupoloso, se da direttore che sceglie non aveva letto, clamorosamente, il testo da mandare in libreria. O meglio lo ha preso in mano a babbo morto, appena in tempo per accorgersi che alcuni nomi di punta della sua squadra erano stati maltrattati da Marchesini. <b>I libri spesso non vengono assimilati neppure da chi li dovrebbe promuovere, così come centinaia di manoscritti e di pdf che arrivano nelle redazioni.</b> Manca il tempo materiale per farlo ed è il rapporto personale abbinato al consociativismo corporativo che determina la pubblicazione degli scrittori esclusi dallo <i>star system</i>. Quindi, per tornare al caso Marchesini, la ragione è tutta dalla parte del critico, bocciato per l’imprudenza di non fornire il suo appoggio al lavoro della direzione della Bompiani, se questo stop non ha nulla a che vedere con il giudizio di merito su <i>Casa di carte</i>.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">2. Non aggiungiamo altro all’inconsapevolezza e al ripensamento di Franchini, né al dispiacere di Marchesini. I principi che regolano il mercato e il potere editoriale sono invece un’occasione per riprendere la discussione. <b>Non credo che qualcuno cerchi di convincerci, come sostiene Marchesini, che la letteratura sia “un sostegno salvifico nella vita quotidiana”. Penso invece che la letteratura sia lo specchio della realtà, se offre il gesto nel quale riconoscerci e capire meglio le proprie attitudini.</b> Questo vale per il lettore, che soprattutto nella narrativa cerca qualcosa che gli assomigli, ma anche per lo scrittore, che rappresenta e interpreta ciò che gli sta a cuore con il suo stile e il suo linguaggio. Alberto Moravia diceva: “Scrivo per capire ciò che scrivo”. Dunque non è solo il tema che può far nascere e giustificare una stroncatura o l’esaltazione di un libro, ma appunto la capacità di scrittura che alimenta la complessità del dire, la ricreazione ambientale, la raffigurazione dei personaggi di un romanzo. Quale prodotto ci propina per lo più l’editoria perché tali elementi possano essere estrapolati con continuità, secondo una vera e propria predilezione?</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><b>3. È vero, come sostiene Marchesini, che “la sovrabbondanza di testi e immagini ha anestetizzato l’esperienza”, come è vero e senz’altro condivisibile che si avverte un bisogno insaziabile di intrattenere e di essere intrattenuti.</b> Ma se la letteratura d’intrattenimento che soffoca un’esperienza autentica è alla base di una tendenza italiana più che decennale, questo succede perché l’editore di narrativa favorisce un genere onnivoro, ossessivamente proposto senza varianti, mutuato dal cinema e dalla televisione, dai serial americani e anglosassoni: il giallo, <i>il noir,</i> il<i> thriller</i>. Parliamo di una narrativa estemporanea e adrenalinica, di un fenomeno di marketing dove la<i> fiction</i> diventa falsità. <b>La saga dei commissari <i>à la page</i> che emulano Montalbano e degli scrittori che si rifanno a Camilleri, occupa la metà degli spazi delle librerie. Edgar Allan Poe e Agatha Christie scavavano nei meccanismi mentali dei protagonisti e non si lasciavano dominare da sangue e mattanze di stampo fotografico.</b> I giallisti di oggi scrivono ricalcando uno schema stereotipato, privo di creatività, che utilizza un gergo abusato. Nel 2018 un classico del Novecento come Cesare Pavese avrebbe difficoltà a pubblicare e la <i>Recherche</i> di Marcel Proust sarebbe rifiutata da qualunque editore. Nella storicità del romanzo il termine <i>weltanschauung</i> appartiene alla lingua tedesca ed esprime un concetto fondamentale nell’epistemologia, spesso applicato alla letteratura. La traduzione è “visione del mondo”, “immagine del mondo”, ed è riferita ad una persona, ad un contesto di gruppo. In fondo si narrano non solo i fatti, ma anche le idee. Cosa resta nel romanzo odierno, quando la scena madre viene assorbita dalla cronaca omicidiaria e da rappresentazioni parallele alle arti visive? Siamo in un eterno presente che non guarda all’uomo, al suo esistere. La letteratura dell’esperienza comune è soppiantata dalla letteratura del deviante, in una distorsione spettacolarizzata. <b>Dov’è nascosto il romanzo che racconta la ferialità, la provincia, l’uomo, il lavoro, la disoccupazione di oggi? Rimaniamo nel Novecento, nell’eredità più vicina temporalmente. Dov’è finita l’epicità dei luoghi? Dov’è confinata l’utopia di Paolo Volponi e di Pier Paolo Pasolini, che biasimavano la modernità senza progresso? </b>Dove riconoscere la corruzione borghese e lo sfilacciamento sentimentale di Alberto Moravia? Dove rivivere gli affetti familiari di Alberto Bevilacqua? Dove rileggere la tensione religiosa di Giorgio Saviane e l’illuminismo del romanzo sociale di Leonardo Sciascia, come la retrospettiva dei delusi di Antonio Tabucchi, che conservava la matrice di Federigo Tozzi?</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;"><b>4. Con Marchesini discordo quando afferma che la poesia è divenuta anacronistica. Lo è per vocazione, sin dalla nascita.</b> I temi assoluti, sovrastorici (nascita, morte, amore ecc.) sono lo snodo, da sempre, di chi pubblica versi non lasciandosi inquinare da altre forme d’arte. “La vera poesia è il contrario della solitudine, perché mira a rendere più intenso il rapporto con l’altro. L’artista solitario, rinchiudendosi nella propria differenza, finisce per non sopportare più gli altri. La vicinanza di altri poeti è invece sempre benefica alla poesia. Io ne ho beneficiato tutta la vita”, disse Yves Bonnefoy in un’intervista apparsa il 5 luglio 2013 su <i>Repubblica</i> a cura di Fabio Gambaro, dove si capisce il fondamento di un bene comune che nasce dall’utilizzo della libertà di parola, o meglio della ricerca della libertà di parola. Dice bene Marchesini quando colpisce l’esatto rovescio del dialogo provvidenziale di Bonnefoy, che è annidato nella società mondana, attivista, nel “tribuno”, nello “scrittore uomo d’azione” e nel “modello politico-culturale velleitario e malinconico”. <b>Penso a Giovanni Raboni, che ho conosciuto, a quella corrente interiore che gli permetteva di vedere le cose, di coglierle nell’essenza, nella sacrale conservazione di una vita passata in disparte.</b> Il significato della morte riappare in tutta la sua emblematicità. Un orizzonte congiunge due estremi, un’associazione di idee nel travaso da un territorio all’altro, ad una metamorfosi che trattiene il tempo e lo fa vibrare (la comunione tra i vivi e i morti). Il poeta immagina il fantasma della finitudine umana e lo proietta in un estremo sentire di fisionomie e somiglianze. È questa la vera opposizione all’<i>horror vacui, </i>ad una paura ancestrale dell’uomo. L’assillo esistenziale si infonde in molti poeti della nostra contemporaneità, anche tra i più giovani. Proprio per questo la qualità della poesia italiana che viene pubblicata è ben più alta della qualità del romanzo. Il poeta cerca ancora l’assoluto.</p>
<p class="p1" style="text-align: justify;">5. Sul <i>Foglio</i>, lo stesso giorno di Marchesini, il critico Alfonso Berardinelli ha affrontato magistralmente il problema sul tramonto della lettura. L’Aie, l’Associazione italiana editori, riferiva tempo fa che il 58,8% della popolazione nazionale, durante l’anno, non apre nemmeno un libro contro il 37,8% della Spagna e il 30% della Francia. E tra i laureati, il 25% dei neodottori italiani, ricevuta la pergamena, abbandona completamente la lettura per svago o nel tempo libero. Tuttavia, rispetto alla media, sono gli eletti dai cittadini e la classe dirigente ad andare peggio. <b>Il 39,1% dei manager, dirigenti e politici, non legge nemmeno un volume ogni dodici mesi</b><span class="s1"><b>.</b></span><b> </b>Scrive il romanziere Nicola Lagioia su <i>Repubblica</i> del 22 gennaio: “Cominciamo dalle scuole. Le biblioteche scolastiche sarebbero i luoghi perfetti per la promozione della lettura, se solo fossero sufficientemente attrezzate, se fossero attive (in molte scuole ci sono biblioteche dove in un anno non entra un libro), e soprattutto se ci fosse un bibliotecario, cioè una persona il cui compito è promuovere la lettura tra gli studenti, con strategie che variano a seconda del contesto in cui si trova”. Può essere un’idea, come gli incentivi fiscali per l’acquisto dei libri, o una promozione che parta dal ministero (Dario Franceschini finora ha speso solo vane parole) e che si concentri nelle città di provincia, non solo in qualche grande centro. <b>Servirebbero finanziamenti mirati per creare <i>ex novo</i> delle fiere (almeno una per ogni regione). Bisognerebbe organizzare incontri con gli autori a cadenze mensili nelle scuole e nelle biblioteche. </b>Ammonisce Berardinelli: “Meno si vedono lettori e più la lettura è scoraggiata. L’essere umano è un animale mimetico”. Non è neppure scontato che uno studioso di letteratura sia un buon lettore. Lo studiare non implica il leggere. Ma se non ci sono lettori anche i libri perdono significato. La provocazione di Berardinelli è di fondare scuole di lettura al posto delle numerosissime scuole di scrittura. Altro pungolo pertinente: “Se a coloro che non hanno trovato un editore si aggiungono coloro che lo cercano, si può arrivare alla conclusione che non si legge perché chi potrebbe farlo è impegnato a scrivere”. Il terzo punto dolente toccato da Berardinelli riguarda il recensire ciò che è stato già recensito, quando non c’è più niente da dire. In molti casi si scrive sul già scritto. <b>La critica è asfittica, non rischia, non si espone. Il padre del modernismo, Charles Baudelaire, ammoniva che in fondo all’ignoto c’è il nuovo. Ma chi se ne accorgerà mai, aggiungiamo, se i nuovi autori sono infossati nelle catacombe?</b> I non-libri risultano talismani, afferma ancora Berardinelli. Il poeta Maurizio Cucchi su <i>Avvenire</i> del 6 febbraio, ribadisce il concetto di confusione generato dal “pop”. Eppure dovrebbe crescere una cultura di ricerca e di <i>élite</i> accanto a quella di massa. Al mercato fa comodo la confusione, ma la letteratura migliore ci rimette. Siamo nella società della comunicazione spicciola e non del sapere e della conoscenza. Torniamo ai libri d’intrattenimento a discapito della qualità, ancora salvaguardata solo dalla poesia, che però ha meno lettori dei pieghevoli pubblicitari lasciati nelle cassette della posta. <i>E</i><span class="s2"><i>t non est finis pessimus.</i></span></p>
<p class="p2"><i>Alessandro Moscè</i></p>
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		<title>Specchio, specchio delle mie brame… ecco perché la collana di poesia più celebre d’Italia dovrebbe dirigerla Tavecchio</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 14:41:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Parere mio. Saldo su rocche oggettive. Marco Merlin è il critico letterario – meglio, il bombarolo poetico – più intelligente del millennio. E Andrea Temporelli – che è il lato oscuro (o quello luminescente, non l’ho capito, di certo quello ‘marziale’) di Marco Merlin – è il poeta più colto e incompreso di questa fetta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Parere mio. Saldo su rocche oggettive. Marco Merlin è il critico letterario – meglio, il bombarolo poetico – più intelligente del millennio. E Andrea Temporelli – che è il lato oscuro (o quello luminescente, non l’ho capito, di certo quello ‘marziale’) di Marco Merlin – è il poeta più colto e incompreso di questa fetta di secolo. Temporelli, il poeta, ha pubblicato </em>Il cielo di Marte<em> (Einaudi, 2005) e </em>Terramadre<em> (Il Ponte del Sale, 2012), poemetto di conturbante nitore, oltre a un romanzo, </em>Tutte le voci di questo aldilà<em> (Guaraldi, 2015), <strong>che è un abisso feroce, meriterebbe Strega, Campiello e Viareggio tutti assieme, non fossimo il paese di intellettuali leccaculo e paraculo che siamo.</strong> Merlin è il cofondatore della rivista </em>Atelier<em>, ha scritto un bel po’ di roba critica, dissezionando i poeti di ieri e di oggi con anatomica severità (esempio: </em>Poeti nel limbo<em> e </em>La tentazione del metodo<em>, ma a me piace tanto </em>Nodi di Hartmann<em>, libri comunque così necessari da essere eretici nell’accademia dei tronfi), e con un paio di collane editoriali (‘Parsifal’ e ‘Macadamia’) ha pubblicato alcuni dei più interessanti poeti ‘nuovi’. Detto questo, di Temporelli/Merlin non si butta via niente perché tutto trasuda intelligenza polemica e vivacità estetica. Ora <a href="https://www.andreatemporelli.com/" target="_blank" rel="noopener">ritiratosi nel bunker del sito personale</a>, </em><strong>Pangea</strong><em><strong> ha deciso di fare la lotta con lui, da alpestri esploratori dell’impossibile, là dove l’altezza tronca il respiro in gola, costringe a comprimere le convenzioni e a imparare la levigata levità dei falchi.</strong> Insomma: ogni tanto condivideremo alcuni contributi. Partiamo con una stupefacente ‘stoccata’ inferta alla collana nobile della poesia italiana, ‘Lo Specchio’ Mondadori. Con consecutiva </em>pars costruens<em>. (d.b.)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Specchio delle mie brame</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia attenzione è attratta dalla noticina che accompagna il frontespizio, che riporta il titolo di una delle due collane di poesia più prestigiose d’Italia (l’altra, ovviamente, è la bianca di Einaudi): ‘Lo Specchio – I poeti del nostro tempo’. La nota recita così: “Negli anni ’40, sull’aletta de ‘Lo Specchio’, l’Editore scriveva: «Di qui si irradia il canto della nostra lirica, qui giungono le voci nuove della giovane poesia e si affiancano ai grandi nomi già noti in tutto il mondo continuando la gloriosa tradizione italiana attraverso i secoli e i tempi». A settantacinque anni dall’esordio della più prestigiosa collana italiana dedicata alla poesia – che, a partire da Cardarelli, tra i tanti ha ospitato Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba, Sereni, Zanzotto, Raboni, Giudici, Porta, Gatto –, l’Editore riprende e conferma la sua originaria vocazione. In questo nuovo formato, ‘Lo Specchio’ affiancherà alla poesia più recente le voci già celebri in Italia e nel mondo e chiederà ai poeti italiani di offrire al nostro pubblico la poesia universale, ravvivando quella consuetudine che in anni lontani ci ha regalato traduzioni memorabili. Infine, con le antologie, ‘Lo Specchio’ tornerà a fare il punto sul percorso creativo ed estetico delle nuove voci che mirabilmente stanno continuando «la gloriosa tradizione italiana»”.</p>
<p>E a me viene subito uno sciame di pensieri:</p>
<p>*perché Editore e Specchio con la maiuscola? Perché “de” Lo Specchio?</p>
<p>*il canto della nostra lirica. Signori: il CANTO!</p>
<p>*a settantacinque anni, proiettati in un’altra era umana, non si trova di meglio che riproporre, dentro la nuova veste grafica, la reboante nota d’esordio</p>
<p>*(la nuova veste grafica fa due passi indietro, e risulta piuttosto anonima: ma chissenefrega della copertina, in ogni caso. Costerà meno)</p>
<p>*Cardarelli, Quasimodo, Gatto, lo stesso Ungaretti: sì, è proprio passata un’epoca, forse due, e molti fuochi si sono tramutati in cenere</p>
<p>*un momento: alle “nuovi voci della giovane poesia” coraggiosamente affiancati ai grandi nomi della poesia mondiale, come accadeva settantacinque anni fa, ora fa da contraltare solo la “poesia più recente”: ovvero, i soliti noti! Dunque: mettiamoci subito il cuore in pace: sappiamo già tutto, prima di leggere</p>
<p>*però sì, ecco, si darà il giusto rilievo alle “traduzioni memorabili” della poesia “universale”. In pratica, oltre ai soliti noti, i quattro gatti famosi dall’Idroscalo a Cinisello, non ci sarà poi molto spazio per sperimentare qualcosa… Ma almeno i poeti stranieri offriranno qualche prospettiva nuova, c’è da sperare</p>
<p>*ma c’è il colpo di genio finale: le ANTOLOGIE! Non perdete la speranza, voi che non entrate: c’è spazio per tutti, alla fine, basta passare all’ingrosso, intruppati, nelle foto di gruppo, con tanto di corna dalla seconda fila… Cominciate a prendere il biglietto, e mettetevi in coda, poeti, come dal salumiere</p>
<p>Considerata tale «gloriosa tradizione italiana», la prossima serie dello Specchio – ops, scusate, de Lo Specchio – potrebbe dirigerla Tavecchio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>La poesia non è mai in crisi</em></strong></p>
<p>Quindici punti per chi è fuori dal Novecento (inteso ovviamente come categoria mentale, che vediamo ancora dominare la scena – leggi sopra):</p>
<p class="p1">1. La poesia non è mai in crisi. Chi lo pensa si sopravvaluta o giustifica. Solo i poeti possono essere in crisi.</p>
<p class="p1">2. Dal <i>frammento</i><span class="s1"> </span>alla <i>visione</i>, al discorso, alla riconquista di un pensiero che si confronta con la molteplicità e la complessità: le poesie dal fiato corto non arrivano al traguardo.</p>
<p class="p1">3. L’<i>io</i><span class="s1"> </span>sia discreto. Il titanismo romantico non ha più senso, ma neppure il complesso di Narciso del poeta che vive la scrittura come colpa. Non vergognarti di essere te stesso.</p>
<p class="p1">4. No all’ironia, alla maschera, alla voce inautentica, alla maniera; sì alla continua reinvenzione della tradizione, intesa non come repertorio, ma come corpo vivo. All’ironia, preferire il comico.</p>
<p class="p1">5. Se il <i>plurilinguismo</i><span class="s1"> </span>nella nostra società è inevitabile, la tensione di un autore è sempre verso il <i>monostilismo</i><span class="s1">.</span></p>
<p class="p1">6. Le cose vanno fatte sempre seriamente, ma senza prendersi troppo sul serio. Il baricentro della vita non è nella scrittura. Prima di diventare poeti, bisogna essere uomini.</p>
<p class="p1">7. Dalla poetica dell’assenza alla poetica della presenza. Tutto è pieno, il vuoto e l’ineffabile sono specchi per l’egotismo esistenzialista: anche il dolore e la perdita sono sostanza narrabile.</p>
<p class="p1">8. L’oscurità gratuita è un trucco da guitti, ma la poesia può essere difficile perché afferma senza banalizzare, si nega al patetico, al volgare, al colpo a effetto, alla presunzione didascalica, alla moda.</p>
<p class="p1">9. Tutte le poetiche contengono qualcosa di valido. Evita la parzialità e confrontati con ogni progetto.</p>
<p class="p1">10. Poni alla letteratura domande radicali, non chiedergli compagnia per le ore di ozio.</p>
<p class="p1">11. La letteratura è sempre impura, ma il grande scrittore è un <i>killer</i><span class="s1"> </span>preciso e compie il delitto nel cuore dell’istituzione.</p>
<p class="p1">12. Di fronte al potere, il poeta non è mai un intellettuale, non rappresenta un ceto: è solo se stesso, un comune cittadino.</p>
<p class="p1">13. Non esiste un dialetto innocente.</p>
<p class="p1">14. Non inseguire il pubblico e non compiacerti della tua opera. Se veramente ispirata, essa ti farà godere di una quieta umiltà.</p>
<p class="p1">15. A un poeta è chiesto di essere onesto, non sincero.</p>
<p><em>www.andreatemporelli.com</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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