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	<title>Liguria Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 05 Feb 2026 05:04:51 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Genova ha un grande poeta…” Nicola Ghiglione, il cantore dei ladri di immondizie, dei beoni e dei ciclisti</title>
		<link>https://www.pangea.news/nicola-ghiglione-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Feb 2026 05:14:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco De Nicola]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Caproni]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Liguria]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola Ghiglione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Genova ha un grande poeta, ma quasi nessuno se ne accorge. E forse anche questo sarebbe stato il mio destino, se non mi fossi trasferito a Roma”:&#160;così disse a Nicola Ghiglione nell’ottobre 1986 Giorgio Caproni quando lo incontrò a Chiavari per l’ultima volta;&#160;e sul tema dell’indifferenza di Genova per i suoi poeti, già provata sessant’anni [&#8230;]</p>
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<p>“Genova ha un grande poeta, ma quasi nessuno se ne accorge. E forse anche questo sarebbe stato il mio destino, se non mi fossi trasferito a Roma”:&nbsp;<strong>così disse a Nicola Ghiglione nell’ottobre 1986 Giorgio Caproni quando lo incontrò a Chiavari per l’ultima volta;&nbsp;</strong>e sul tema dell’indifferenza di Genova per i suoi poeti, già provata sessant’anni prima da Montale trasferitosi volentieri a Firenze, lo stesso Ghiglione era tornato scrivendo “Genova antica, con la stecca alla persiana/ all’insù, usa a dannare gente di lettere:/ arenile di sembianze domestiche e di fatti”, versi finali della poesia<em>Genova</em>&nbsp;uscita sulla “Fiera Letteraria” il 19 maggio del 1957. Ma perché Caproni definì Ghiglione un “grande poeta”?&nbsp;</p>



<p>In piena guerra, a fine febbraio del 1945, fu pubblicato a Milano, per le edizioni della prestigiosa rivista “L’uomo”, il poemetto&nbsp;<em>Canti civili</em>. L’autore era appunto Nicola Ghiglione, nato a Voltri, borgo nell’estremo Ponente del capoluogo ligure, nel 1915, diplomato al liceo classico Vittorino da Feltre di Genova e durante la guerra, inabile per problemi fisici, addetto all’ufficio censura alla Stazione Principe. Qui, mentre la città era bersaglio di continui bombardamenti dal cielo e dal mare e vedendo attorno a sé drammatici episodi quotidiani di sofferenza, uno alla volta Ghiglione compose ventitré&nbsp;<em>Canti civili</em>, ciascuno dei quali aveva per protagonisti personaggi emarginati già prima dello scoppio della guerra e che il conflitto aveva portato al limite della disperazione; ed ecco allora i versi per il ladro di immondizie e per le prostitute, per i guardiacessi e per lo spazzino, per gli straccivendoli e per il beccamorto gobbo. Dall’insieme di queste poesie, per la loro essenza ricca di suggestioni e di passione, di dolore, di ironia e di miseria (quante volte torna l’invocazione “pane, pane!”), scaturiva un quadro di travolgente forza creativa, del tutto originale nella scrittura, estranea all’ermetismo ormai spento e semmai vivacizzata da immagini surreali.</p>



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<p><strong>Un’opera tanto originale e carica di suggestioni non poteva passare inosservata: il primo che ne scrisse fu l’autorevole Carlo Bo che la recensì sulla rivista “Costume” nel novembre del 1945, acconto alla pagina nella quale compariva il suo commento al romanzo&nbsp;<em>Uomini e no&nbsp;</em>di Elio Vittorini, allora protagonista del mondo letterario italiano.</strong>&nbsp;Nella recensione ai&nbsp;<em>Canti civili&nbsp;&nbsp;</em>Bo aveva perentoriamente affermato che “non bisogna lasciar passare sotto silenzio questa voce nuova e forte”, sottolineandone “la novità e la robustezza e anche le qualità esemplari di tale invenzione” e soprattutto “l’urgenza di una voce”; concludeva riconoscendo in Ghiglione “una natura viva di poeta”. Dopo questo primo importante riconoscimento eccone un altro il 20 febbraio 1947 a firma di Giorgio Caproni, che con Ghiglione aveva mosso i primi passi nella poesia quando ancora viveva o frequentava Genova (da qui la frase citata in apertura), uscito sul più importante periodico culturale italiano “La fiera letteraria”; le poesie dei<em>&nbsp;Canti civili&nbsp;</em>vengono definite “strane” perché, affermava Caproni, “se le ho chiamate così non l’ho mica fatto per ricorrere ad una pudica parola-paravento essendo nudo di idee: bensì perché non trovo altro aggettivo capace di qualificare&nbsp;<strong>il loro non essere in alcuna nostra convenzione poetica”, tanto che più avanti si richiamerà a Sergej Esenin e a Edgar Lee Masters,</strong><strong>concludendo che Ghiglione si potrebbe definire “un poeta a suo modo&nbsp;<em>maudit</em>&nbsp;i cui terribili fantocci giocano in un clima che sa quasi di brechtiana opera da tre soldi”.</strong>&nbsp;Parte da questa motivata osservazione di Caproni sull’originalità di Ghiglione e dunque sull’impossibilità – tanto cara a gran parte dei critici italiani – di mettergli un’etichetta e di collocarlo in una conclamata&nbsp;<em>corrente</em>, la ragione del prevalente disinteresse per lui da parte dei nostri valenti esperti di poesia (solo Walter Siti lo ha citato nel suo saggio del 1980<em>&nbsp;Il neorealismo nella poesia italiana</em>). Fu una grande (e piacevole) sorpresa per me ricevere una lettera da Parigi nella quale uno studente mi chiese notizie su Ghiglione perché alla Sorbonne gli era stata assegnata una tesi su di lui: quante all’Università di Genova?</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-106195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056-300x300.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056-150x150.jpeg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056-768x768.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056-600x600.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056-100x100.jpeg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/19311056.jpeg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Dopo un esordio così clamoroso, Ghiglione continuò a scrivere poesie, non più drammaticamente tese come quelle nate in tempo di guerra, ma sempre attente ad affrontare con un vocabolario immaginifico e non privo di neologismi, argomenti di grande impegno civile; è il caso della profetica&nbsp;<em>Volevo vivere&nbsp;</em>scritta sul finire degli anni Cinquanta e suggerita dalla costruzione in val Polcevera (nell’entroterra di Genova) di grandi serbatoi di benzina che avevano distrutto l’ ambiente naturale: “Amavo infinitamente quel colle/ che ora brucia; c’era una terra violetta/ e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena. […] Volevo vivere in quella terra sana”, ma ora da quelle raffinerie s’alzano al cielo, “torrioni di bambagia”, emblema di quell’inquinamento atmosferico che allora non era certo tema trattato dai poeti italiani. Ghiglione continuerà a scrivere in versi su tutti gli argomenti che destavano in lui una forte creatività di immagini e tra questi anche di sport, dal calcio all’atletica e soprattutto al ciclismo: ecco allora Girardengo che per la Milano-Sanremo scende dal Turchino come “una freccia/ lanciata con il vento giù per la/ discesa” e Coppi che giunge solo su una vetta “crollandosi il sudore come una/ mosca sul naso, a tutto vento”.</p>



<p><strong>Di fatto privo di un lavoro, Ghiglione svolse notevole attività giornalistica, in particolare dal 1952 sul quotidiano “Il Secolo XIX” di Genova diretto da Cavassa, ma quando nel 1969 questi venne sostituito da Piero Ottone per il nostro poeta non ci fu più spazio;&nbsp;</strong>continuò a collaborare con altri giornali, segnatamente con “Il Lavoro”, finché la morte lo colse il 16 gennaio 1990; neppure una settimana dopo (il 22) si spense anche Giorgio Caproni, quasi un segno del destino che aveva legato questi due grandi poeti anche se uno è giustamente famoso e l’altro è ingiustamente dimenticato: ma è compito della critica onesta sanare questi squilibri.</p>



<p><strong>Francesco De Nicola</strong></p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Poesie di Nicola Ghiglione&nbsp;</em></strong></p>



<p><em>Poveri</em></p>



<p>I poveri lungo ai portali fanno a sciami<br>come i polli e i cani – vestiti di fame –&nbsp;<br>(la veste della fame è stretta ai fianchi).<br>Raccolgono sussidi e scarpe<br>indugiano a guardare i colori umani<br>nel tempietto vuoto delle vetrine sgonfiate<br>dove stanno appesi vestitini di carne.</p>



<p>*</p>



<p><em>Sera sul mare</em></p>



<p>Vedo la sera calare sul tuo viso<br>(farsi lacrima o destino) come vela<br>che parte; lascia il taglio della spuma<br>a giocare intorno alla sciupata arena.</p>



<p>da&nbsp;<em>Incastri&nbsp;</em>(1939-1942)</p>



<p>*****</p>



<p><em>Canto dei carrettieri</em></p>



<p>Le ruote del carro scricchiolano come letti<br>di ospedale. I cavalli appena escono cascano<br>fra le stanghe e mostrano il midollo agli uccelli – <br>fame fame –  nel loro sacco<br>brucano il vento raccolto in fondo alle rotaie</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto del caldarrostaio</em></p>



<p>Sono il caldarrostaio – non consumo né giorno<br>né notte –&nbsp;&nbsp;sono come uno scaldino.<br>Do il taglio alle castagne,<br>metto a sacco le mani.<br>Burloni passano i padroni –&nbsp;<br>burloni ladri e soldati – .<br>Fa fresco come d’estate nel mio camerino<br>coperto di lane.<br>Bruciate le mani di ogni furfante<br>nel mio calderone il carbone rovente<br>fa la ghisa viola.<br>Il ventaglio della mia banderuola porta<br>denti al destino.</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto del ladro di immondizie</em></p>



<p>Mi brucia nelle tasche l’elemosina della spazzatura<br>e fumo calandomi sotto allo sportello – pace –&nbsp;<br>mi faccio il funerale e sento sulla testa<br>il passo del vigile che mi cerca –&nbsp;&nbsp;la ruota del ciclista.<br>Il ladro che accanto a me si sveste<br>nel buio come un rettile (e mi dice lo stesso di tacere<br>se mi punge il ventre con uno spillo).</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto dei beoni</em></p>



<p>Lo stomaco nostro è verde se non ha più vino –&nbsp;<br>che giocattolo abbiamo nel cervello che ci balla<br>e parla come un vecchio e sdentato centesimo?<br>Noi vogliamo sentire rotolare le botti<br>con dentro i topi e suoni di violino.</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto dell’ ombrellaio</em></p>



<p>Ombrelli&nbsp;&nbsp;– ombrelli&nbsp;&nbsp;– il mio grido denutrito<br>fa eco come la pioggia sulle piastrelle dell’intestino.<br>O uomini bagnati&nbsp;&nbsp;– fatevi largo con il parapioggia&nbsp;&nbsp;–<br>l’acqua più non logora le vesti&nbsp;&nbsp;– è la fame<br>che tutto intasca e fa pigro il monaco e il soldato<br>sotto il rosso ombrellone fuso di fiaschi di vino.<br>Ombrelli – ombrelli&nbsp;&nbsp;– preparatevi o uomini per la festa<br>un minuscolo ombrello impiccato al taschino.</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto dei pompieri</em></p>



<p>Bruciasse tutta la città – il Municipio e la Cattedrale<br>le armi con le bagasce distese nei mantelli –&nbsp;<br>il fuoco sia un nastro rosso da mettere in gola.<br>Così impiccati al nostro carrame con la campanella<br>dondoleremo insieme – la corsa poggerà sulle nostre guance.<br>E dopo l’incendio di tutta l’umanità resti<br>un soldino e una scarpa.</p>



<p>*</p>



<p><em>Canto degli spaventapasseri</em></p>



<p>Noi figli dei contadini, miseri uomini del vento<br>con gli abiti senza bottoni e con scodelle d’argento –<br>(le lame del tegolo) a che battiamo strumento<br>per impaurire il cielo che ha segnato sui nostri cappellacci<br>un chiodo per impiccarci. A che ci sbracciamo, fratelli,<br>moncherini di cencio – il viso gonfiato di stracci<br>con un naso rosso e due occhiacci di spillo – salute ai passeri<br>ai rondoni che ci proteggono e alle lucertole che ci vendicano –<br>Salute a tutti – salute al frumento battagliato di lucciole.<br>Al gozzo tuo – o vecchio avaro – che mungi le pannocchie<br>per suscitarti lamento. O grosse tasche tu avessi<br>per seppellirti – vecchio crudele – Uccelli guarniteci il mento<br>e la garza per le nostre ferite donateci o rondini.<br>Non abbiamo ginocchi né capelli e solo gambe di legno.<br>A noi dunque le grucce! Mettiamoci a far saltelloni su tutto il frumento.<br>Fratello, sei gobbo, non rispondi – tu fai guardia davvero?<br>Ti hanno messo la gobba e un vecchio fucile a tracolla per far tremare i bambini?<br>Aguzza l’ingegno e togliti la finta barba<br>fatti stirare la pancia dal vento: noi siamo i moncherini<br>e tu sei gobbo – arrancati il peso – se poi faremo a saltelloni<br>per battere tutto il grano del gran vecchio con un gozzo di legno.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>da&nbsp;<em>Canti civili&nbsp;</em>(1945)</p>



<p><em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em>*****</p>



<p><em>Il Bisagno a Genova</em></p>



<p>Vivi nei muri segnato d’acque sporche,<br>Bisagno, mio fiume genovano,<br>scorrente in controluce<br>come ago in un paniere.<br>Nelle febbri gialle delle erbe<br>bruciano latte, e battono tamburi<br>i bimbi oscuri, sulle vecchie conce<br>qualcuno s’addormenta,<br>toglie un sasso al muro che decrepa<br>come moneta, nel sacco macerata<br>trovi l’arancia e lo spigo d’aglio,<br>un rigolo d’acqua mortuaria di Staglieno,<br>una pigna e una natta. C’è chi soffia<br>dentro alla carta un fumo a primavera,<br>come movesse schegge da l’arcaio<br>si curva e ravviva la fiamma.<br>Egli tocca la piaga al lumicino<br>dell’acqua scorrente, dentro al sasso<br>la pietra focaia ancora è nera.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Volevo vivere</em>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Se per un momento guardo lontano<br>in quel terreno bruciato dalle raffinerie<br>vedo un cielo tempestoso e caldo.<br>S’è alzata una fiamma olearia<br>che guizza di rosso, e come se l’acqua<br>la toccasse ghermisce l’ombra, si disfa.<br>Amavo infinitamente quel colle<br>che ora brucia; c’era una terra violetta<br>e bigia, strisciava un verde amaro d’amarena<br>e solchi erano pieni d’acqua calma.<br>Volevo vivere in quella terra sana,<br>ma la fiamma caseifina urla le notti<br>dei camionisti, nella garitta di pelo<br>c’è un occhio guardiano, un continuo<br>pigolio di benzina, e tanto silenzio di vetro<br>come torri ferme e torrioni di bambagia.</p>



<p>da&nbsp;<em>Cartoline liguri&nbsp;</em>(1958)</p>



<p>*****</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/fausto-coppi-al-giro-d-italia-1955.jpg" alt="" class="wp-image-106196" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/fausto-coppi-al-giro-d-italia-1955.jpg 1000w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/fausto-coppi-al-giro-d-italia-1955-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/fausto-coppi-al-giro-d-italia-1955-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/fausto-coppi-al-giro-d-italia-1955-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/fausto-coppi-al-giro-d-italia-1955-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/fausto-coppi-al-giro-d-italia-1955-100x100.jpg 100w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /><figcaption class="wp-element-caption">Fausto Coppi, 1955</figcaption></figure>



<p><em>Coppi in vetta</em></p>



<p>Crollandosi il sudore come una<br>mosca sul naso, a tutto vento<br>giunse sulla cima, solo.<br>Dietro il vuoto<br>dell’intera salita,<br>uno spartiacque di gente<br>sui tornanti&nbsp;<br>che quasi si scopriva.</p>



<p>*</p>



<p><em>Moser, record assoluto dell’ora</em></p>



<p>Le corna dei manubri come i<br>cervi nell’arcuata sorte<br>dei mammiferi a pigiare sui<br>pedali e la lunata ruota<br>che non frigge più nell’anello<br>dei giri dell’ora che s’inabissa.<br>Non ti distrae l’istante<br>che s’inizia<br>e le nere farfalle della piste.</p>



<p>*</p>



<p><em>Trittico per la Milano-San Remo</em></p>



<p>I. Vecchia Milano-San Remo</p>



<p>Con i trabiccoli allora e con i cavalli<br>su per il Turchino, viaggiava<br>il corno di caccia in attesa del<br>passaggio dei corridori, e l’astronomo.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una freccia<br>lanciata con il vento giù per la&nbsp;<br>discesa.<br>La maglia tricolore di Girardengo.</p>



<p>II. Attesa a San Remo, oggi</p>



<p>Forse il Poggio ancora<br>l’ultima distanza il tratto<br>non più molle tra i garofani<br>e le serre per un’ora solare<br>&nbsp;– la salita consacrata&nbsp;&nbsp;–<br>fino all’ultima curva<br>senza più la fontana<br>e il solo raggio – laggiù&nbsp;&nbsp;–<br>a interrogarsi<br>chi poi vincerà.</p>



<p>III. L’ultimo alla San Remo</p>



<p>Al suo passaggio l’ultimo<br>arrivato ha due mani<br>sul manubrio gonfie di proletario.<br>Non si arresta e sa<br>che la gloria sfuggita<br>dai suoi occhi gonfi di fatica<br>è una rossa farfalla senza nomi.<br>Così a San Remo tra la<br>folla che se ne va taglia con<br>la ruota la sua fetta di vita.</p>



<p>*</p>



<p><em>Domenica di fine campionato</em></p>



<p>Nella cucina il solito odore di pollo<br>ribollito, ed è così per ogni domenica<br>anche quando il campionato sarà finito.</p>



<p>Ogni domenica che giunge ineluttabile<br>senza essere sera, solo al suono dei clacson<br>ritorna la gente, ritorna il sonnolento rito<br>di chi ha vinto, ritorna la marea moscia<br>di bandiere arrotolate sotto il ventre<br>per chi ha perso la sua patria nel campo verde.</p>



<p>Ogni domenica ha odore di pollo ribollito<br>i miei nervi si sono spezzati su di un libro,<br>ho mosso la mia stanca aggressione di parole.<br>Sono misteriosamente fuoruscito da un<br>lungo tentativo per convincermi che il mondo<br>mi ha diviso, che il goool ha tanti<br>cuori rabbonito. Spazi ed addii: per sempre,<br>orizzonti chiusi, e i tempi solo sufficienti,<br>perché la crudeltà della notte mi sia breve.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;(giugno 1981)</p>



<p>da&nbsp;<em>Lunarietto sportivo&nbsp;</em>(1991)</p>



<p><em>*In copertina: Telemaco Signorini, Giovani pescatori, 1861</em></p>
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		<title>“…che il grande azzurro frantuma”. La poesia di Angelo Barile, l’amico di Sbarbaro</title>
		<link>https://www.pangea.news/angelo-barile-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Jan 2026 05:12:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Barile]]></category>
		<category><![CDATA[Camillo Sbarbaro]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco De Nicola]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Liguria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’inizio del Novecento frequentavano le classi del liceo classico “Chiabrera” di Savona due studenti nati nel 1888 che nutrivano grande interesse per la poesia e che resteranno amici per tutta la loro vita che si concluderà nello stesso anno (1967).&#160;Il primo si chiamava Camillo Sbarbaro, scriveva già versi e diventerà uno dei maggiori (e più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>All’inizio del Novecento frequentavano le classi del liceo classico “Chiabrera” di Savona due studenti nati nel 1888 che nutrivano grande interesse per la poesia e che resteranno amici per tutta la loro vita che si concluderà nello stesso anno (1967).&nbsp;<strong>Il primo si chiamava Camillo Sbarbaro, scriveva già versi e diventerà uno dei maggiori (e più appartati) poeti italiani del Novecento. L’altro era Angelo Barile, tanto convinto delle qualità del compagno che nel 1911, con il sostegno economico suo e di alcuni compagni di classe, fece pubblicare&nbsp;<em>Resine,&nbsp;</em>la sua prima raccolta di poesie.</strong>&nbsp;Ne fu Barile il primo entusiastico recensore e fu ancora lui che si adoperò per avvicinare Sbarbaro al prestigioso ambiente fiorentino della “Voce”, che nel 1914 gli pubblicherà la sua più famosa silloge<em>&nbsp;Pianissimo</em>. I due amici avevano dunque in comune la passione per la poesia, ma tra loro esistevano non poche differenze, a cominciare dalle rispettive situazioni familiari: orfano di madre sin da bambino, con un padre anziano e con un sorella più piccola, dopo la maturità Sbarbaro dovette subito cercar lavoro e fu assunto come impiegato dall’azienda siderurgica di Savona poi assorbita dall’Ilva a Genova, costringendo così Camillo a vivere malamente nel capoluogo ligure.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Per Barile la situazione era molto migliore: figlio del proprietario di un’azienda di terraglie e ceramiche, viveva in riva al mare ad Albissola, vicino a Savona dove era nato, tranquillo borgo di pescatori e di naviganti. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Genova, poi in quella di Torino frequentò corsi di Lettere che lo riavvicinarono all’amata poesia.&nbsp;<strong>Ma tra lui e Sbarbaro la differenza maggiore era un’altra: quello non era sorretto da alcuna fede che lo confortasse nella sua difficile vita, Barile invece, con il fratello Giulio, dalla sua famiglia borghese aveva ricevuto una solida educazione cattolica ed è ovvio che questa differenza in più occasioni aveva diviso i due amici.</strong>&nbsp;Essi furono poi accomunati dall’esperienza della partecipazione alla Grande Guerra, per Barile cominciata ben presto come sottotenente di fanteria con la diretta partecipazione ai combattimenti, come appare dalla sua lettera del 19 marzo 1916 spedita a Sbarbaro:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Caro Camillo, sono stato dieci ore in combattimento, sotto un fuoco violentissimo. Mio fratello ed io siamo salvi non so come e incolumi; ma mi sento rotto, sfasciato – una specie di congelazione del cuore, con qualche sprazzo di molta tristezza. Fu la notte di S. Giuseppe… Addio, addio… Mi sembra che non vivrò completamente mai più, tuo Angelo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ancora peggio gli andò quando per due volte rimase ferito sulle trincee del Carso. Sarà Sbarbaro a scrivere spesso a Barile che, conservate le sue lettere, le pubblicò nel 1966 con il titolo<em>&nbsp;Cartoline in franchigia.&nbsp;</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="725" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/s-l1200-1-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106101" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/s-l1200-1-725x1024.jpg 725w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/s-l1200-1-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/s-l1200-1-600x847.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/s-l1200-1.jpg 765w" sizes="(max-width: 725px) 100vw, 725px" /></figure>



<p>Per Barile era predominante l’impegno nell’impresa familiare, che non gli impediva però di continuare a leggere e scrivere poesie pubblicate in diverse riviste,&nbsp;<strong>né di andare ogni tanto a Genova, dove in galleria Mazzini incontrava scrittori e amici: da Sbarbaro a Montale, ad Adriano Grande il quale, nel 1931 fondò l’importante rivista “Circoli”, nella cui conduzione era proprio Barile ad affiancarlo più degli altri redattori.</strong>&nbsp;Ogni tanto la poesia nasceva in lui e finalmente nel 1933 pubblicò la prima raccolta,&nbsp;<em>Primasera</em>, poi seguita nel 1957 da&nbsp;<em>Quasi sereno&nbsp;</em>e nel 1965 da&nbsp;<em>A sole breve</em>, in tutto, aggiungendoci ventisei componimenti usciti postumi, per un totale di circa cento poesie, più o meno lo stesso numero limitato di quelle di Sbarbaro. E ben vale per lui la definizione data da Carlo Bo: “Non ha fatto poesia, ma è stato poeta” e quanto egli stesso scrisse:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La poesia è un fatto del tutto insolito e raro, un dono dell’intima trasparenza”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Ma oltre a poeta Barile è stato anche ben altro:&nbsp;<strong>nel dicembre del 1943 il suo dichiarato antifascismo lo portò all’arresto, dal quale si salvò fortunosamente evitando la fucilazione che era già stata decisa.</strong>&nbsp;Nel dopoguerra rappresentò la Democrazia Cristiana savonese nel CLN, ne divenne segretario provinciale e nel 1951 fu eletto presidente della Provincia di Savona, carica mantenuta sino al 1964. Questi impegni politici e quelli nell’azienda familiare non lo allontanarono però del tutto dalla scrittura; oltre alle scarse poesie, collaborava saltuariamente con giornali e riviste come “La Fiera Letteraria” e “Persona” e nel 1970 pubblicò il libro di prose&nbsp;<em>Al paese dei vasai. Santi, artisti, scrittori, paesi di Liguria.&nbsp;</em>Questi argomenti li ritroviamo nei suoi versi, generalmente suggeriti da esperienze di vita, essenziali e incisivi, di derivazione simbolista, non privi di qualche residuo classicheggiante e con influenze ermetiche, versi che riguardano appunto il suo paese e raccontano la vita di una comunità di naviganti e di pescatori; non mancano temi che vedono protagoniste figure femminili come le ceramiste o le donne, che non furono poche, costrette a emigrare negli Stati Uniti; né mancano i versi di ispirazione religiosa, per i quali gli fu guida il poeta Gherardo del Colle, battagliero frate francescano; né mancano i versi sui grandi problemi dell’esistere affrontati con pensieri onesti e schietti, illuminati da una fede che conforta ma che non evita, soprattutto quando la vita si avvicina al suo termine, la malinconia e la solitudine.&nbsp;</p>



<p><strong>Poeta raro dunque nel panorama prevalentemente laico della poesia ligure del Novecento</strong>, ma Barile rientra certo tra i protagonisti di quella religiosa italiana, dove accanto (ma non sopra) a lui troviamo, tra gli altri, grandi poeti come Rebora e Betocchi.</p>



<p><strong>Francesco De Nicola</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/30913748104-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106102" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/30913748104-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/30913748104-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/30913748104-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/01/30913748104.jpg 810w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>*</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Primasera</em></strong></p>



<p><em>Uscire dalla vita</em></p>



<p>Uscire dalla vita come quando<br>s’esce di chiesa<br>in un finale d’organo: s’avventa<br>l’anima a scale prodigiose, trova<br>il piede sulla soglia<br>un bianco che vi palpita: e la luce <br>è nuova.</p>



<p>Ma uscire non è dato in rapimento.<br>Ch’io possa almeno<br>lasciarmi dietro la mia stanza, un poco<br>volgendo il capo a riguardarla, alfine<br>pulita, sgombra<br>d’ogni discordia, in ordine sereno<br>come la chiesa ora vuota: le croci<br>fanno una chiara ombra<br>sul pavimento.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Da<em>&nbsp;&nbsp;Quasi sereno</em></strong></p>



<p><em>Osteria della Bella Brezza&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>Padre, finita la giornata uscivi<br>le belle sere<br>a prender l’aria di mare. Sedevi<br>fuori dell&#8217;osteria che non c’è più;<br>che aveva un nome cosi fresco, pinto<br>in azzurro di lettere leggere<br>sulla bianca maiolica. Hanno stinto<br>il tempo ed il salino<br>tante in me cose e non quel nome:<strong>&nbsp;</strong>spira<br>dal suo celeste ancora<br>la bella brezza.</p>



<p>Discendevi su l’ora<br>che il nostro mare è una<strong>&nbsp;</strong>cara contrada<br>con tesi teli e fumo di comignoli.<br>Tra poco, e ancora è giorno,<br>treman sull’acque lumi e nelle case.<br>Cantan, su’ remi, amanti.</p>



<p>Navi fanno ritorno,<br>escono navi dal prossimo porto,<br>van per quieta strada<br>all’orizzonte che il vespro avvicina.</p>



<p>Andavano, per te, sul mare grande.<br>Andavano distante<br>anche i piccoli barchi, e tu con loro.<br>I capitani della Bella Brezza<br>rifanno a gara<br>la traversata, toccano le Americhe.<br>Tempi di vela! Un palpito di nomi<br>i più marini di Liguria&#8230; Ognuno<br>passava al vostro tavolo, beveva<br>venti severi –&nbsp;<br>e il goccio d’oro al fiato vespertino.</p>



<p>Veniva alla tua frasca<br>l’umana brezza,<br>sotto il cielo benevolo il brusìo<br>che fa il paese conciliato a riva.<br>I cerchi delle donne<br>che giocavano a tombola coi sassi<br>tolti alla rena; i cerchi delle rondini<br>che stridevano basse<br>toccavano la testa dei ragazzi,<br>tutto animava la tua sera. E l’Ave<br>sul riposo di un popolo che scioglie<br>la sua gravezza ai margini turchini.</p>



<p>Ora respiri la brezza infinita.</p>



<p>*</p>



<p><em>Lamento per la figlia del pescatore&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>Nel fresco giorno ha calcato<br>sì poca terra il tuo piede scalzo!<br>Hai fatto questi due passi<br>fra l’orlo del mare e la piana<br>soglia iridata di salso<br>della tua casa a terreno.<br>Eri sul lembo del suolo<br>che il grande azzurro frantuma.<br>Da questa ruga di spuma<br>vacillavi già in braccio al sereno<br>come sull’uscio del mondo.</p>



<p>Oh, sulla nostra marina<br>il tuo soggiorno fu mite<br>e sottovoce, fanciulla<br>ammainata come una vela<br>nel bianco dei tuoi pensieri.<br>Ora canti sull’altra tua riva.<br>Noi tristi che non ti vedremo<br>più cucire le bionde reti,<br>riempir di guizzo i panieri,<br>i tuoi occhi di calmo celeste.<br>Ora tuo padre ha dipinto<br>le sue barche di un filo di lutto,<br>gli tremi viva nel flutto<br>battuto dal lagrimante remo.</p>



<p><em>*</em></p>



<p><em>Le ceramiste&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p>Anche la nuova canzone è già triste,<br>cola già miele al labbro dell’estate.<br>Sempre la suona, a quest’ore assonnate,<br>una che passa lungo la marina<br>afosa fisarmonica. La sento<br>spremere tedio.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma come giuliva<br>irrora le fanciulle ceramiste.<br>Lente sul piccolo tornio: e le stanche<br>mani posano uccelli vele piante<br>non tocche mai da una brezza, in un cielo<br>bianco smorto che si sfarina.<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ognuna<br>sente lo scroscio rileva lo stelo.<br>Come alla sponda improvvisa di un rivo<br>due tre son corse alla finestra, e sporgono,<br>le braccia al collo leggère. Il motivo<br>passa tra i labbri schiusi appena, è un bacio<br>che dànno all’aria, oh beate. Davanti<br>ecco il mare, e le chiama, ecco le vele<br>vive, i fiori che odorano dal vaso.</p>



<p><em>*</em></p>



<p><em>Donna che passi il mare</em></p>



<p>Donna che passi il mare,<br>tutto il tuo sangue rifluisce a riva.<br>Guardi senza amicizia l’orizzonte<br>troppo spazioso al tuo occhio gentile.<br>A ogni miglio che fugge<br>segnato da una nuvola in cammino<br>l’acqua ruvida verde s’incattiva.<br>Oh non più quella che amavi, celeste,<br>ch’era un’ansa di luce paradisa.<br>Rimasto è il bel sereno<br>qui sul lido che ti ha visto partire.</p>



<p>Di qui sento il tuo cuore che fa gorgo<br>e devìa dalla rotta<br>crudele come l’orbita di un astro.<br>Ah poterla invertire,<br>riaddurre all’altro senso il tuo destino.<br>A fiore d’onda<br>ritorneresti, il piede nel turchino.</p>



<p>Approderai&nbsp;<br>alla riva straniera<br>guardata da vertigini di pietra,<br>camminerai per numeri di strade.<br>Serbi il ciglio tranquillo tu che hai visto<br>le cattedrali; e il tuo passo non sbanda.<br>Ma il cuor nascosto arretra,<br>ritrema all’ombra delle case basse<br>che fan leggère le nostre contrade<br>inginocchiate ai piedi delle chiese.<br>Vi è domestico il cielo<br>come la gronda<br>sulla finestra che aprivi il mattino<br>e ti dava il buongiorno<br>tutto il paese.</p>



<p>Al torbo approdo<br>tu rechi il nostro modo:<br>iridi ferme e trepidi pensieri.<br>La tua pena richiusa in una grazia<br>ti fa sorella,<br>l’ultima, quella di vena più dolce,<br>alle altre del tuo sangue coraggioso<br>che passarono il mare senza gioia<br>prima di te: partiva<br>dal santuario sui monti,<br>viaggiava su una nuvola con loro<br>la tua Madonna.</p>



<p>Da un balcone tirreno<br>ti getto questo boccio di garofano.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Da&nbsp;<em>Appendice prima&nbsp;</em>a&nbsp;<em>Sole breve</em></strong></p>



<p><em>Pasqua al fronte</em></p>



<p><em>Al capitano Enrico Fabi</em></p>



<p>Queste foglie d’ulivo benedette,<br>amico, accetta, è il mio pasquale dono.<br>Senti, sì dolci al nostro cuor non sono<br>le violette.</p>



<p>È il caro ulivo della mia riviera!<br>Nato a specchio dell’onda più turchina<br>ha il verde-argento della mia collina<br>sul mar leggera.</p>



<p>Ben so che la tua anima pugnace<br>al duro gioco della guerra è avvezza,<br>ma non ti spiacerà questa carezza&nbsp;<br>mite, di pace,</p>



<p>che ti riporta, amico, le lontane<br>pasque fulgenti della puerizia<br>e nei sabati santi, la letizia&nbsp;<br>delle campane.</p>



<p>Ne arriva un’eco, per intime strade,<br>che vince il rombo del cannone, e tu<br>vedi il paese, senti che laggiù&nbsp;<br>prega tua madre,</p>



<p>senti la tua fanciulla che ti chiama…<br>Se oggi almeno – sarebbe così bello –<br>giungesse per la mensa dell’agnello<br>quegli che l’ama!</p>



<p>I suoi occhi hanno lacrime e baleni.<br>Ti aspetta. Certo a tavola ti ha messo<br>il posto allato a sé, guardando spesso<br>se tu non vieni.</p>



<p>Verrà verrà, non piangere, vedrai…<br>Ti recherà l’illesa giovinezza<br>cinta di luce e allor sì piangerai<br>ma di dolcezza.</p>



<p>Pasqua di pace, nostra Pasqua santa,&nbsp;<br>ch’io tornerò agli ulivi del mio lido<br>tu a quello che nel cuore già ti canta<br>trepido nido</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>&nbsp;&nbsp;Kombresco (Isonzo), Pasqua 1916</em></p>



<p><em>*In copertina: Gustave Courbet, Mare calmo, 1869</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/angelo-barile-ritratto-poesie/">“…che il grande azzurro frantuma”. La poesia di Angelo Barile, l’amico di Sbarbaro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: vita &#038; versi del poeta anarchico</title>
		<link>https://www.pangea.news/ceccardo-roccatagliata-ceccardi-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2025 05:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Ceccardo Roccatagliata Ceccardi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco De Nicola]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Liguria]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È ben noto che gli autori liguri, tali per nascita o per adozione, hanno offerto un contributo decisivo alla poesia italiana del Novecento e quanto la Liguria e Genova sono spesso presenti nei loro versi: in quelli dei due liguri più famosi Camillo Sbarbaro ed Eugenio Montale e in quelli dei toscani Dino Campana e Giorgio Caproni. Una delle ragioni di questo fenomeno è da attribuirsi alla facilità dei rapporti offerti dalla collocazione geografica della Liguria: a Levante confina con la Toscana dei grandi poeti della nostra tradizione e a Ponente con la Francia dove a metà Ottocento si era avviato un nuovo modo di scrivere in versi. Ma se alcuni poeti liguri hanno ottenuto notorietà, altri invece sono caduti nell’oblio pur avendo contribuito non poco alla poesia italiana del Novecento e ora vorremmo far rivolgere l’attenzione a quanti ci sembra doveroso riproporre.</p>



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<p>Il primo dei dimenticati che intendiamo ricordare è&nbsp;<strong>Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Genova 1874-1919)&nbsp;</strong>che tra fine ’800 e inizio del ’900 era la figura di maggior rilievo nella vivace vita letteraria di Genova, innovativo ed estroso nello scrivere&nbsp;<strong>e noto per il suo modo bizzarro di vestirsi “come un cadetto di guascogna, giacchetta e calzoni corti e calze di cotone bianco d’un dubbio candore”</strong>&nbsp;ricordava Alessandro Varaldo, tanto apprezzato da Marinetti, allora nel capoluogo ligure per frequentarvi l’università, che tradusse e inserì la sua lirica&nbsp;<em>La vendemmia</em>&nbsp;in un’antologia della poesia italiana contemporanea pubblicata a Parigi nel 1899. Che Ceccardo avesse notevoli qualità lo avevano dichiarato apertamente Sbarbaro e Montale nei cui versi non mancheranno echi ceccardiani: il primo, definito da qualcuno poeta, rispose: “Poeta io? Poeta era Ceccardo. Che corpo sproporzionato per quel cuore fanciullo!”. Montale gli dedicò addirittura due quartine scritte nel 1923 e poi incluse tra le&nbsp;<em>Poesie disperse:</em></p>



<p><strong>Sotto quest’umido arco dormì talora Ceccardo,<br>partì come un merciaio di Lunigiana<br>lasciandosi macerie a tergo.<br>Si piacque d’ombre e di pioppi, di fiori di cardo.</strong></p>



<p><strong>Lui non recava gingilli: soltanto un tremulo verso<br>portò alla gente lontana <br>e il meraviglioso suo gergo.<br>Andò per gran cammino. Finché cadde riverso. </strong></p>



<p>L’apprezzamento di Montale per Ceccardo è anche testimoniato dal verso iniziale della sua nota poesia<em> </em><strong>“Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale” che riecheggia con evidenza l’<em>incipit</em> della poesia ceccardiana <em>Pensiero</em>: “Vanno, dandosi il braccio/ a passo e senza un detto”.</strong> Ma tra i suoi ammiratori c’era anche il personaggio che allora in Italia rappresentava in assoluto la poesia: Gabriele d’Annunzio. Si erano incontrati un paio di volte a Genova: nel 1908 quando al teatro Carlo Felice fu rappresentata la prima della<em> Nave</em> e il 5 maggio 1915 quando il Vate inaugurò a Quarto il monumento ai Mille. Nelle fotografie che ritraggono l’avvenimento, accanto al piccolo d’Annunzio si nota la mole di Ceccardo, il quale ebbe da lui aiuti concreti in momenti difficili della sua vita da<em> maudit</em> che pagò sulla sua pelle, con la miseria e quindi la malattia, la coerenza con le proprie idee: <strong>era più che un simpatizzante degli anarchici carraresi, frequentati negli anni giovanili trascorsi in Lunigiana a Ortonovo, il paese della madre, quando scrisse l’opuscolo a loro solidale <em>Dai paesi dell’anarchia</em></strong><em>.</em> In quel territorio tra Liguria e Toscana ai piedi delle Alpi Apuane alla vigilia della Grande Guerra diede vita alla “Repubblica Apua”, che riuniva artisti e intellettuali tra i quali un allora ignoto Giuseppe Ungaretti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="761" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30068680148-761x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105451" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30068680148-761x1024.jpg 761w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30068680148-223x300.jpg 223w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30068680148-768x1034.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30068680148-600x808.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/30068680148.jpg 780w" sizes="(max-width: 761px) 100vw, 761px" /></figure>



<p>Ma Ceccardo dobbiamo ricordarlo soprattutto per la sua produzione in versi che troviamo nel volume<em>&nbsp;<strong>Colloqui d’ombre. Tutte le poesie (1891-1919)</strong></em><strong>&nbsp;uscito nel 2005 presso De Ferrari per le attente cure di Francesca Corvi.</strong>&nbsp;La prima silloge di Ceccardo, uscita nel 1895 – poi usciranno<em>&nbsp;&nbsp;Sonetti e poemi</em>&nbsp;(1910) e postuma<em>&nbsp;Sillabe e ombre</em>&nbsp;(1925) –, già dal titolo era rivoluzionaria:<em>&nbsp;Il libro dei frammenti</em>, alla cui origine erano le prose liriche di Rimbaud, le&nbsp;&nbsp;“illuminations” che davano vita a componimenti brevi estranei ai modelli della lirica italiana tradizionale e che affermavano che la poesia può essere fatta appunto di frammenti, poche parole sufficienti a esprimere sentimenti, pensieri e ricordi che lo scrittore vuole affidare alle pagine, quei frammenti che un po’ alla volta compariranno anche in Italia: in versi come il famosissimo ungarettiano “M’illumino d’immenso” e in prosa come i<em>&nbsp;Frantumi</em>&nbsp;(1913) di Boine e i&nbsp;<em>Trucioli</em>&nbsp;(1920) di Sbarbaro. Ma nel libro d’esordio di Ceccardo c’erano anche – eco dell’interesse diffuso per i poeti francesi a Genova, dove alcuni giovani avevano fondato riviste con tale orientamento –, traduzioni da Verlaine e dal citato Rimbaud, ma anche richiami a Leconte de Lisle, Tristan Corbière e Andrè Lemoyene.</p>



<p>Come sempre accade quando si guarda avanti, non mancano però i residui del passato e così in Ceccardo, oltre ai frammenti e al simbolismo, troviamo tracce di Leopardi e di Carducci, che a scuola era stato per lui il modello di poesia per eccellenza. La sua produzione in versi è stata copiosa e dagli esiti non sempre omogenei, dai temi oscillanti tra la descrizione di paesaggio e l’inno storico-politico ancora ricco di ideali risorgimentali, tra l’espressione di sentimenti amorosi e dolorosi per lo più familiari e i versi risentiti dell’impegno sociale, senza tralasciare i grandi interrogativi esistenziali; il suo è dunque un canzoniere ricchissimo, non privo di esiti retorici dove talora la declamazione e l’oratoria prevalgono sull’ispirazione, ma anche con esiti di grande delicatezza nei testi più brevi, spesso nati da una minima occasione di quotidianità.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="755" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/326-755x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105452" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/326-755x1024.jpg 755w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/326-221x300.jpg 221w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/326-768x1042.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/326-600x814.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/326.jpg 796w" sizes="(max-width: 755px) 100vw, 755px" /></figure>



<p>La poesia di Ceccardo è dunque quasi sempre sul filo di una lama che da una parte ha sotto di sé il vuoto della tradizione sostenuta dal vocabolario secolare dell’ufficialità letteraria dalla quale dura fatica a liberarsi e dall’altra l’apertura verso il nuovo, spesso sollecitato dalla sua innata volontà di ribellione.&nbsp;<strong>Quando però il poeta ha saputo – e ciò non è accaduto di rado soprattutto (paradossalmente) nei primi componimenti più che negli ultimi –, correre sul filo di quella lama, allora ha veramente percorso i primi passi risoluti verso la nuova lirica italiana</strong>&nbsp;perché, come ha osservato opportunamente Francesca Corvi&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“la sua poesia è la sublime compresenza di classicità e simbolismo, la sua voce esprime il delirio di un romantico col culto delle forme e la sua inquieta esperienza anticipa il fermento della deflagrazione che avrebbe portato alla nuova poesia italiana del Novecento”.</strong></p>
</blockquote>



<p><strong><em>Francesco De Nicola</em></strong></p>



<p>***</p>



<p><strong>Poesie di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi</strong></p>



<p>da&nbsp;<em>Il libro dei frammenti</em>&nbsp;(1895)</p>



<p><em>L’anfora</em></p>



<p>Vive un dolce ricordo di parole,<br>sopra un’anfora antica: una tranquilla<br>luce, per occhi d’or piove il sole<br>nel silenzio de’ vecchi alberi e brilla.</p>



<p>Dice il ricordo: “April, poche viole<br>qui fiorìa: e le irrorar a stilla a stilla<br>le mani degli Amanti umili e sole,<br>d’acqua raccolta al fonte de la Villa”.</p>



<p>Or da molti anni all’ombra quell’aprile<br>piegò il suo capo luminoso.&nbsp;&nbsp;–&nbsp;&nbsp;Amanti<br>e viole vanir.&nbsp;&nbsp;–&nbsp;&nbsp;Ma l’infantile</p>



<p>giuoco, l’Anima azzurra de la Villa<br>sa e ne bisbiglia per le tremolanti<br>ombre. L’anfora al sol levasi e brilla.</p>



<p>*</p>



<p><em>Testa di fauno (imitazione da P. Verlaine)</em></p>



<p>In un frascato – nido di verzura<br>sparsa d’oro – fra’ rami costellati<br>d’ enormi fiori, a bocche ampie foggiati,<br>– vivo – e in mezzo a la splendida pittura,</p>



<p>un Fauno pazzo, spalanca il suo grosso<br>occhio e morsica un fior coi bianchi denti;<br>il labbro come vin d’ottobre, rosso,<br>scoppia in riso tra le rame virenti,</p>



<p>e – rapida fama – la risata<br>s’effonde e squilla, garrula, pel folto;<br>la quiete che il bosco tien raccolto<br>par d’un volo di passere turbata.</p>



<p>*</p>



<p><em>Le cercatrici di pidocchi (da Arturo Rimbaud)</em></p>



<p>Quando un bimbo, di rossi crucci le tempia rose,<br>invoca il bianco sciame dei sogni ognor fuggenti,<br>sorgon presso il suo letto due grandi e maliose<br>sorelle da le fragili dita, d’unghie lucenti</p>



<p>E lo fanno sedere davanti a una vetrata<br>schiusa ove l’aria azzurra bagna un’orgia di rose;<br>e gli solcan la chioma pesante ed innaffiata<br>di guazza, con le dita terribili e graziose.</p>



<p>Egli ode la cadenza dei fiati lor tremanti<br>che olezzan di miel lungo, rorato e vegetal,<br>e che esse rompon d’anse: or salive schiumanti<br>contro ‘labbri; or desìo di baci che le assal.</p>



<p>Ode le loro ciglia batter ne l’odorosa<br>quiete: i loro dolci elettrici ditini<br>fan tra’ suoi grigi oblii, sotto l’unghie di rosa,<br>crepitare la morte de’ pidocchi piccini.</p>



<p>Il vin de l’indolenza ecco già in lui fermenta<br>– sospir di violino che spinge a delirar –<br>e in cuor gli balza e cala, poi che si affretta o allenta<br>la carezza, un assiduo desìo di singhiozzar.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img decoding="async" width="736" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/350-0-736x1024.jpg" alt="" class="wp-image-105453" style="width:840px;height:auto" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/350-0-736x1024.jpg 736w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/350-0-216x300.jpg 216w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/350-0-768x1069.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/350-0-600x835.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/11/350-0.jpg 776w" sizes="(max-width: 736px) 100vw, 736px" /></figure>



<p>*</p>



<p>da&nbsp;<em>Sillabe e ombre</em>&nbsp;(1925)</p>



<p><em>Pensiero</em></p>



<p>Vanno, dandosi il braccio<br>a passo e senza un detto… Ché il susurro<br>de le memorie è un filo<br>tenue d’oro che luce<br>ed il cor riconduce,<br>come in barca a un azzurro<br>misterioso asilo…<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E senz’affanno<br>e senza un detto vanno…; ché il susurro<br>de le memorie è vena<br>d’acqua che divien fiume<br>per riviera serena:<br>riviera di raccolti alberi al lume<br>del dì che cade e sotto<br>li rispecchia tranquilli in verdi spechi<br>mentre alitano a torno i tremoli echi<br>di lontan’ opre in campi e borghi; e il trillo<br>cresce, presso, di un grillo.</p>



<p>*</p>



<p>da&nbsp;<em>Poesie disperse</em></p>



<p>Per un compleanno primaverile<br>Amor e gioventù, arbore in fiore,<br>e rosignuolo al vento pellegrino…</p>



<p>&#8230;E tra le nubi luccica il mattino<br>per trame di ceruleo fulgore.<br>E dal breve odor di rosmarino.</p>



<p>*</p>



<p><em>A una fanciulla</em></p>



<p>E ancor non so come tu sia venuta<br>nel mio cammino. Forse fu il richiamo<br>d’una canzon? –&nbsp;&nbsp;Forse il desìo d’un ramo<br>come tra nebbia a lodola sperduta?</p>



<p>April, ridendo, ti posò a la muta<br>porta del cuore. E quei, disciolto il gramo<br>tedio del verno, t’offerì un ricamo<br>di stelle d’oro e un suon di rima arguta.</p>



<p>Ci salutò l’Estate; e con la mano<br>di fiamma ne recò pel chiacchierio<br>di verd’ arbori e d’ acque, a monti, al piano.</p>



<p>E una sera l’Autunno ad una brulla<br>siepe ne fermò i passi ed il desìo,<br>e tu fuggivi. Lodola o fanciulla?</p>



<p><em>*In copertina: Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il sole nascente, 1904</em></p>
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		<item>
		<title>“Al di là dell’azzurro”. Rabdomanzia in un romanzo incantesimo: “Le parole la notte”</title>
		<link>https://www.pangea.news/francesco-biamonti-le-parole-la-notte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 May 2024 03:59:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina da Genova]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Biamonti]]></category>
		<category><![CDATA[Le parole la notte]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Liguria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rileggere: compito catacombale, rabdomanzia d’ombre. Un tempo mi prefiggevo un ambone con non più di cinquanta libri. Navigare leggeri. Assecondavo il vagabondaggio ascoltando Tournée 2 di Paolo Conte; non c’erano i cellulari, non c’era, cioè, l’obbligo di rispondere, di corrispondere, di dire dov’eri. Nel 1998 Einaudi pubblica l’ultimo romanzo di Francesco Biamonti, Le parole la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Rileggere: compito catacombale, rabdomanzia d’ombre.</p>



<p>Un tempo mi prefiggevo un ambone con non più di cinquanta libri. Navigare leggeri.</p>



<p>Assecondavo il vagabondaggio ascoltando <em>Tournée 2</em> di Paolo Conte; non c’erano i cellulari, non c’era, cioè, l’obbligo di rispondere, di corrispondere, di dire dov’eri.</p>



<p><strong><a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-italiana/narrativa-italiana-del-novecento/le-parole-la-notte-francesco-biamonti-9788806218584/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nel 1998 Einaudi pubblica l’ultimo romanzo di Francesco Biamonti, <em>Le parole la notte</em>.</a></strong> Il titolo va sussurrato, così, senza segni di interruzione: notte che crepita di parole; il romanzo come rivelazione notturna, tardiva, senza alcun fuoco ad ingioiellare la via al lettore.</p>



<p>In quattro libri pubblicati in quindici anni si staglia l’esistenza letteraria di Biamonti. L’ultimo ottenne cospicui riscontri, compresa una finalissima al Campiello, che andò a <em>Il talento</em> di Cesare De Marchi. L’autore, Biamonti, compiva settant’anni; non soltanto per un fatto anagrafico i suoi libri parevano fuori tempo, disancorati dalla temperie della letteratura italiana dell’epoca. Qualcosa che ha a che fare con il sogno e con il sale annuncia i libri di Biamonti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="669" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/cover-biamonti-669x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99520" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/cover-biamonti-669x1024.jpg 669w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/cover-biamonti-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/cover-biamonti-600x918.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/05/cover-biamonti.jpg 706w" sizes="(max-width: 669px) 100vw, 669px" /></figure>



<p>Non è neppure anacronistico, tanto meno inattuale (parole sature di quarzo, vuote). Proprio come confessioni notturne, con verbi dal margine di brina, i libri di Biamonti sono al contempo perentori ed evanescenti, casti e lascivi. Leggi quelle pietrificate frasi; ti volti, e non ci sono più, avvolte in vesti di nebbia.</p>



<p>*</p>



<p>Francesco Biamonti veniva da San Biagio della Cima, nei recessi liguri, refettorio petroso del mare, al confine con la Francia. Pare che si sia imbarcato, ragazzo; per un po’ ha lavorato alla biblioteca di Ventimiglia; il caos s’intuiva dagli abbagliati occhi azzurri, dai pervicaci silenzi.</p>



<p>Della vita, lo scrittore esige i vuoti, le promesse al soldo di mercenarie reticenze, il condizionale senza condizioni.</p>



<p>Chi è stato in quei luoghi, all’estremità ligure, dove la pietra cova il cielo e il cuore staziona nel sale, sa la biliosa malinconia degli indigeni, catecumeni di una tristezza tenera e iena, che ha finiture saracene. Mi ci perdevo da ragazzo, sperando di seppellire tutti i nomi, di coglierne gli arbusti. Luoghi dall’odore acre e dolce, ariosteschi nel forse: Sasso, Latte, Vallebona, Roccabruna, Villafranca. Mio nonno è cresciuto a Mentone, mio padre è morto a Bordighera.</p>



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<p>*</p>



<p>Tenue, latteo bisbiglio, la trama de <em>Le parole la notte</em>. Un uomo, Leonardo, è stato ferito; rigurgiti di ricordi nei paesi dimenticati delle valli liguri, dietro Ventimiglia; clandestini che passano il confine e uomini disseppelliti dal passato. Il faro della storia, Veronique: donna che a tutti si dà e a tutti si cela; che, pari alla Veronica degli apocrifi, stampa sul velo del suo corpo il volto di chi la ama. Di lei, va adorato il disastro e la dispersione, la disarmata fuga.</p>



<p>Il romanzo va per lumi d’allusione, allucinate smemoratezze.</p>



<p><em>Le parole la notte</em> è un romanzo anomalo, al di là dell’odierna canea verbale, da pulcini che mimano le iene; è un romanzo d’ambrati spettri più che di trame, di figure prima che di ‘personaggi’, di spazi più che di stanze. Un esempio:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Gli ulivi, che il cielo stellava, sembravano ancora immersi nella notte della loro origine. ‘Notte santa! Da quanti secoli viaggiate?’. Colse il passo di un cinghiale. ‘Se ci sei tu, col tuo udito fine, col tuo fiuto che avverte la mano se il laccio non è stato strofinato col rosmarino, non c’è nessuno. Si può andare tranquilli’. Era ormai sotto stelle posate sui rami, sepolto dalle fronde. ‘Vedi come si vive! – disse a un tronco. È mai possibile continuare? Beato il tuo sonno, padre del sogno’”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Forse Biamonti è il vero scrittore-pittore della nostra letteratura. Le sue parole, intrise d’ocra, di lapislazzulo e salgemma, hanno un colore, hanno le setole. Biamonti ha detto di amare Paul Valéry, Julien Gracq e René Char, Jean Giono e Albert Camus, ma credo che in fondo abbia poco dei francesi, al contempo astratti e terrestri. Amava Cézanne, ha scritto di Ennio Morlotti; ne <em>Le parole la notte</em> appare Giotto, il <em>Compianto sul Cristo morto</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quale abbandono. E vi sono delle resurrezioni in cui a risorgere sono le nuvole. Apoteosi naturale, trasferimento del sacro… Persino l’azzurro ha qualcosa che va al di là dell’azzurro e gli angeli sembrano cantare. Non c’è tristezza”. &nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Credo che con <em>Le parole la notte</em> – libro ligneo e di nubi, definitivo, cioè di morte e di resurrezione – Biamonti abbia scritto la sua Pietà. È un libro che ha il vigore dei pittori del Duecento, a un passo dall’anonimato; un libro che chiama la notte <em>azzurro</em>.</p>



<p>Per scrivere, bisogna parlare agli alberi, riconoscere nella volpe il forziere della foresta.</p>



<p>Scrivere, intendo, per animare le pietre: che mettano le gambe, ragazzine.</p>



<p>*</p>



<p>Un romanzo è un rito. Più spesso, è un rito che evoca i morti. Il lignaggio del paesaggio, la statura arborea – gli ulivi in Biamonti; le betulle in Pasternak – è la materia sacerdotale del rito.</p>



<p><em>Il dottor Živago</em> è affollato di betulle non tanto per evidenza ‘realistica’: anche Lara, all’inizio del libro, è descritta come “un boschetto di betulle”. La betulla è l’‘asse del mondo’ attorno a cui lo sciamano compie i propri riti, è la scala mistica che lo porta a diversi gradi di ascesi: “Lo sciamano designa il luogo più adatto alla cerimonia in un boschetto di betulle… nel mezzo della iurta viene piantata una giovane betulla, ricca spesso di fogliame… sul tronco della betulla vengono incise nove tacche profonde con una scure, tanto profonde che ci si possa poggiare il piede” (in: <em>Testi dello Sciamanesimo siberiano e centro-asiatico</em>, Utet, a cura di Ugo Marazzi).</p>



<p>Con il legno di betulla gli sciamani dell’Altai costruivano il tamburo, necessario a intonare la danza che conduceva all’estasi. Sul retro del tamburo era disegnata la mappa degli altri mondi, la figura stilizzata degli spiriti aiutanti. Il tamburo si chiamava “tigre screziata dai sei occhi”.</p>



<p><em>Il dottor Živago</em>, romanzo-incantesimo che libera dalla prigionia dell’epoca. Lo sciamano si tramutava in uccello, in anfibio, in serpente e in volpe; allo stesso modo, il poeta diventa pietra, nuvola, fiume; mano che accarezza e che stringe. Se entriamo nel suo canto, ne siamo coinvolti.</p>



<p>*</p>



<p>Il romanzo di Biamonti trattiene le cose prima che spariscano: conferisce alla cenere discendenza d’argento, il favore del marmo.</p>



<p>L’opera è stesa tra i botri e gli abissi celesti:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Si vedevano stelle doppie, nebulose allo zenit, sopra le rupi, e l’ammasso della Vergine con punte che andavano sul mare. Certi gruppi sembravano nuvole annose”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Il mare è lontano, inattingibile, un dio dormiente, che scopre appena la schiena. Quando sboccerà, blu, le cose, artefatte nell’abbandono, troveranno la loro pace.</p>



<p>*</p>



<p>Scrivere la notte vuol dire destinarsi ai sotterranei: i libri di Biamonti, pur ricapitolati dopo un tot, non si trovano con facilità; <em>Le parole la notte</em> è stato ristampato nel 2014. Con la ferma ferocia degli orgogliosi, Biamonti diceva di scrivere per annientarsi: “Mi piace non dire niente; io sono da cancellare; la mia vita non conta nulla; i miei natali non hanno importanza; il mio paese è insignificante”. Chi si vuole nascondere, scrive.</p>



<p>Mi ricorda la violenza di Caterina da Genova, nata nel seno dei nobili Fieschi, travolgente veggente del XV secolo. “In tutto muta, in Dio perduta”, si diceva. Percorreva l’annientamento di sé – “O annichilazione di volontà, tu sei regina del cielo e della terra” –, annegava in Dio.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Io vedo chiaramente che la creatura in questo mondo è ingannata, perché vede e stima quella cosa che non è, e non vede né stima quella cosa che in verità è”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Vedere: conferire alle dita entità di bocca, annaspare nella notte e miniare i suoi confini, perché ne risplenda il volto.</p>



<p><em>*In copertina: José de Ribera, Davide e Golia, 1620</em></p>
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		<item>
		<title>“L’ultima pagina si scrive in ginocchio”: Francesco Biamonti, tra Corto Maltese e Pascal</title>
		<link>https://www.pangea.news/francesco-biamonti-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2020 04:34:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Biamonti]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Liguria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel sistema mistico, egli è l’occhio di Dio che si chiude, stagiona tra le ciglia del divino che si ritira in sé, tzimtzum diceva Isacco Luria, la contrazione, l’Uno che riflette se stesso, che si mangia, forse, dando al creato folgore di eccedenza, di illusione. “La lingua è un oggetto sacro che riflette anche la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel sistema mistico, egli è l’occhio di Dio che si chiude, stagiona tra le ciglia del divino che si ritira in sé, <em>tzimtzum</em> diceva Isacco Luria, la contrazione, l’Uno che riflette se stesso, che si mangia, forse, dando al creato folgore di eccedenza, di illusione. <strong>“La lingua è un oggetto sacro che riflette anche la riflessione su se stessi, più che sulle cose”, diceva. Bisogna andare lassù, a San Biagio della Cima, raspare la luce in scaglie, salina, dove Nostra Signora dei Dolori si onora agitando i rami d’ulivo,</strong> lingue d’argento che inneggiano all’uomo primordiale, angelo e lucertola, per capire la Cabbala – tutto ciò che è ora è per l’eternità – e l’opera di <a href="http://www.sulletraccedibiamonti.it/biamonti.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Francesco Biamonti</strong></a>.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-76016 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/Parole_notte_biamonti-185x300.jpg" alt="" width="242" height="392" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/Parole_notte_biamonti-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/Parole_notte_biamonti.jpg 250w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" />Fu uno – l’altro era Alessandro Spina – con cui desiderai parlare: ma la Liguria è una cicatrice sul fianco della tigre originaria, impone solidità, schiettezza, silenzio. <strong>Biamonti parlava a gesti, accennava a verità risapute – ma ormai dimenticate – roso dalla malinconia per le vite anteriori – sembrava aver vissuto Pangea, e le sue pupille rispondevano con evidenza di quarzo.</strong> La storia di Biamonti è incardinata lì, in quei borghi rudi, sopra il mare, in vertigine verticale, roccaforti costruite con prestigio marmoreo da trapezista, al confine con la Francia, alieni al fervore turistico, radicati alla terra, fino a farne idolo. Parla di <em>passeur</em> la sua opera: di quelli che non sono di qui né di là, allevati al confine, in perpetuo espatrio – soprattutto, adatti a sconfinare nel regno dei morti. <strong>E il mare, quando lo si varca, per lite tellurica, è il limbo azzurro, un lembo di gloria, fatica alla resurrezione. Ecco: l’opera di Biamonti mi pareva una sintesi tra Corto Maltese e Pascal;</strong> fosse americano, per quel suo istinto al territorio, anticonformista, l’avrebbero ricoperto di Pulitzer – e lui li avrebbe rifiutati, uno a uno, severo, come la notte in quel gorgo di Liguria, chiodata di stelle e vipere che chiacchierano.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Con un libro, <em>Attesa sul mare</em>, Biamonti fu eletto nella cinquina del Campiello: c’entrava nulla, lui, tra gli altri, Alberto Arbasino (era lì con <em>Fratelli d’Italia</em>), Giuseppe Pontiggia, Margaret Mazzantini. Per la cronaca, la vittoria assoluta andò a Tabucchi, con <em>Sostiene Pereira.</em></strong> Aveva esordito, pluricinquantenne – avida classe 1928, sul confine di due guerre –, dieci anni prima, con <em>L’angelo di Avrigue</em>. <strong>Italo Calvino, che l’aveva scoperto, parlava di “voce grave e pausata, con una naturale propensione per i toni lirici e sospesi” e le “parole vere e insolite e precise”. </strong>Era la storia, quella, di gente sconfinata, la cui solitudine, appunto, non è abominio ma tono angelico: e le donne appaiono, con nomi babilonesi, feroci e divinizzate, come evocazioni d’astro. “Una luce radente spianava il mare e lo sollevava nelle insenature; anche al largo esso si alzava sino a cozzare contro il cielo. Un altro mare, d’ombra, scendeva dalle catene montuose… La mente è imprevedibile, e stasera era alle terre che s’abbarbicava il suo sogno… La fredda sera si prolungava su una sorta di terra-grembo”. Giovane mai inquadrato, Biamonti, di vagabondaggi spagnoli, francesi; fu per un pezzo bibliotecario all’Aprosiana, Ventimiglia – e questo mi ricorda l’altro scrittore-bibliotecario italiano, Piero Meldini. <strong>Ammaccato di pudore, come chi sa che non si invecchia guardando le cose. “Frequentava i caffè e i locali della Riviera meno affollati, dove raccoglieva storie di varia umanità, contrassegnate dalla paura, dall’indolenza, da un’indefinibile angoscia:</strong> brandelli di vita vissuta che poi ricuciva nei suoi romanzi attraverso impasti cromatici e bagni di luce che rivelano in lui una non comune conoscenza pittorica, corroborata dall’amicizia e dalla frequentazione di Ennio Morlotti e di altri artisti non meno qualificati”, <a href="https://www.francescobiamonti.it/vita/vita.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">scrive di lui Francesco Improta</a> in un sito che gli è dedicato, ma è fermo al 2015, come un rifugio roso dall’edera.</p>
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<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-76012 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-26-185x300.jpg" alt="" width="261" height="423" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-26-185x300.jpg 185w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-26.jpg 250w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" />Pezzi di fuoco che si possono afferrare – quando scoprii Biamonti (per un tratto ho frequentato Bordighera), lo leggevo centellinando le pagine, come si svolge un rito e delle parole bisogna ambire al sentore ferreo. Tentarono di farne un autore di culto – di fatto, pare un Cormac McCarthy di Liguria – senza riuscirsi.</strong> Biamonti non ammette altra liturgia che il disincanto: i suoi libri, pochi e straordinari, <a href="https://www.einaudi.it/autori/francesco-biamonti/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>in catalogo Einaudi,</strong></a> non sono più ristampati dal 2014 (<em>Le parole la notte</em>, in origine 1998, l’ultimo romanzo di una vita spentasi nel 2001), che è come dire dannare all’oblio uno scrittore. La raccolta <em>Scritti e parlati</em>, introdotta da Sergio Givone (Einaudi, 2008) risulta esaurita, alla faccia dell’enfasi (“Oltre trent’anni di scrittura – e d’idee, di pensieri, di emozioni – raccolti in un libro-ritratto”), ed è un peccato. Lì Biamonti parla dei suoi grandi, della “musica da sfacelo” di Céline, “mendicante fuori del tempo” – in un articolo pubblicato su <em>il Giornale</em>, il 17 novembre 1991 – della fratellanza con Julien Gracq, di Paul Valéry, “il più oscuro e limpido dei poeti”, dell’“arte scheggiata” di René Char, di Faulkner <strong>(“Faulkner diceva che ogni pagina è un disastro, e che più bella è la pagina più grande è il disastro. Per me scrivere è un disastro luminoso”). “Nella vita c’è sempre una mutilazione”, scrive in una <em>Breve nota autobiografica</em>;</strong> in un testo sulla scrittura, del 1994, “Si scrive dal fondo di una prigione ideale, a cui si affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio”. Tra stare in ginocchio e mutilazione, i libri di Biamonti, breviario del mondo avverso, un valico.</p>
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<p><img decoding="async" class=" wp-image-76013 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-17-175x300.jpg" alt="" width="253" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-17-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-17.jpg 350w" sizes="(max-width: 253px) 100vw, 253px" />“Uscirono dal monastero. Il sentiero scricchiolava senza svegliare il bosco che dormiva. L’isola era attraversata da un’aria pura. Sabèl camminava lentamente e s’era lasciata distanziare. Pensava al teschio sulla sabbia nella cappella, ai muri spogli del monastero, al cielo che continuava il mare. <strong>Sentiva una nostalgia che andava al di là degli uomini”. <em>Vento largo </em>(1991) è libro di un centinaio di pagine, fragile come un riflesso di luce su un vetro colorato. </strong>Qui ci si chiede quanta nostalgia abbia Dio del Giardino e di quel legame fulgido con l’uomo prima di essere uomo.</p>
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<p>“Aspettarono un racconto invano, seduti assurdamente per terra. E tornarono indietro, delusi di non aver avuto il coraggio di proseguire e affrontare il buio”. Le storie si raccolgono dalla terra, afferrando il lembo del buio: Biamonti come una tela di Nicolas De Staël, di allucinata nitidezza, sulla soglia del segreto. Pare perfino ovvio che ci si dimentichi di Biamonti, scrittore per rari, che diceva, con la stellata dedizione di un dio di pietra, <strong>“Mi piace non dire niente; io sono da cancellare; la mia vita non conta nulla; i miei natali non hanno importanza; il mio paese è insignificante”. Una tortura di negazioni fa un regno. Bianco su bianco è la materia verbale di Biamonti:</strong> quello che resta è la visione ultima. Lampeggia, è salina, un dio avvolto in spirale, al crocevia della prossima alba. (d.b.)</p>
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		<title>Il Sindaco-poeta che ha creato un museo per Camillo Sbarbaro: dialogo con Paolo Donadoni</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Dec 2018 05:18:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vita è sorprendente. Nel 2003 le Edizioni Ares, guidate da Cesare Cavalleri, mattatore della critica letteraria italiana, temutissimo matador di lirici dissennati e di scrittori del tardo impero, pubblicano una antologia che raduna Quattro poeti. Una “proposta… per far capire quanto si perde a non leggere poesia”, scrive Cavalleri, che assembla quattro giovanissimi introdotti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La vita è sorprendente. Nel 2003 le Edizioni Ares, guidate da Cesare Cavalleri, mattatore della critica letteraria italiana, temutissimo matador di lirici dissennati e di scrittori del tardo impero, pubblicano una antologia che raduna <em>Quattro poeti. </em><strong>Una “proposta… per far capire quanto si perde a non leggere poesia”, scrive Cavalleri, che assembla quattro giovanissimi introdotti da quattro ‘maestri’.</strong> Insieme ad Alessandro Rivali (introdotto da Roberto Mussapi), Riccardo Ielmini (presentato da Giuliano Ladolfi) e Matteo Veronesi (Alberto Bertoni a onorarlo), spiccavano, censiti da Luigi Surdich, i versi nitidi (“mi chiedo se franato il corpo resti un’anima/ a reggere il peso dell’eternità”) <strong>di Paolo Donadoni, classe 1975, ligure di Santa Margherita. Ora, mentre cerco di capire se qualcuno si è ricordato dei 130 dalla nascita di Camillo Sbarbaro</strong>, poeta straordinario – oltre che studioso “dei licheni, campo nel quale fu specialista di fama internazionale”, Mengaldo – nato anche lui a Santa Margherita, mi torna tra le mani Donadoni. Brizzolato, ostinatamente giovane – di quella giovinezza che è dei poeti – <strong>Paolo Donadoni è <a href="http://www.comune.santa-margherita-ligure.ge.it/Il%20Sindaco(2)" target="_blank" rel="noopener">Sindaco di Santa Margherita Ligure</a> dal 2014 e proprio intorno a un <a href="https://artbonus.gov.it/116-15-comune-di-santa-margherita-ligure.html" target="_blank" rel="noopener">“Museo Multimediale Camillo Sbarbaro”</a>, divulgato anche attraverso l’Art Bonus ministeriale, ha legato, anche, il suo mandato. </strong>Ora la sua città, martoriata dalla devastante mareggiata dell’ottobre scorso, è riuscita a fare un sostanzioso omaggio al poeta, la cui poesia, per avventata umanità, è destinata a essere riscoperta (i suoi versi, raccolti in libri leggendari come <em>Trucioli, Resine, Pianissimo, Primizie</em>, sono fragili e belli come fossili onirici,<strong> “Perché a me par, vivendo questa mia/ povera vita, un’altra rasentarne/ come nel sonno”</strong>). Provocazione letteraria: resta da onorare a dovere un altro grande scrittore di Santa Margherita, Vittorio Giovanni Rossi, nato 120 anni fa e morto 40 anni or sono, un tempo autore di punta Bompiani e Mondadori – di libri come <em>Tropici, Oceano, Sabbia, Cobra, Teschio e tibie, Maestrale </em>– ora laccato dall’oblio. Il Sindaco-poeta giura che si occuperà anche di lui. Intanto, mi sono fatto raccontare il progetto del museo Sbarbaro. (d.b.)</p>
<p><figure id="attachment_64378" aria-describedby="caption-attachment-64378" style="width: 176px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-64378" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/20180531_151249-OK-225x300.jpg" alt="Donadoni" width="176" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/20180531_151249-OK-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/20180531_151249-OK-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/20180531_151249-OK-600x800.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/20180531_151249-OK-300x400.jpg 300w" sizes="(max-width: 176px) 100vw, 176px" /><figcaption id="caption-attachment-64378" class="wp-caption-text">Paolo Donadoni, Sindaco di Santa Margherita Ligure, nel Museo multimediale dedicato a Camillo Sbarbaro</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sindaco, un museo dedicato a Camillo Sbarbaro, nobile cittadino di Santa Margherita. Come lo avete realizzato, attraverso quali reperti, in che modo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo sviluppato l’idea di un museo che unisca innovazione tecnologica a reperti documentali. Lo spazio è costituito da un unico locale, allestito con tre grandi monitor tuoch screen alle pareti più una scrivania al centro anch’essa touch screen. <strong>Ogni monitor è dedicato a un tema specifico: la vita di Sbarbaro, le sue opere, i licheni, i quadri degli amici su cui ha scritto. Inoltre c’è una vetrina con i suoi licheni e una con le prime edizioni dei suoi libri. </strong>Alle pareti fotografie di Galardi dell’ultimo Sbarbaro nella vita quotidiana. Un ambiente circoscritto ma molto ricco e suggestivo</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;domanda cinica: mi pare che prima del museo sia stato necessario riassestare la città dopo i danni creati dal maltempo: è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Santa Margherita Ligure è stata colpita da una grande calamità, <strong>una mareggiata di proporzioni tali che non se ne ricorda una comparabile a memoria d’uomo. Però abbiamo reagito subito, senza fare vittimismo, rimboccandoci le maniche, facendo squadra tutti insieme.</strong> Una importante esperienza di collaborazione tra Istituzioni, e tra pubblico e privato. Dopo un mese la qualità della vita e dell’accoglienza turistica sono state ristabilite. <strong>I momenti di crisi sono anche occasioni in cui mettere in campo le energie migliori di una città. Così è stato per Santa Margherita Ligure in questa occasione. </strong>Certo restano i segni più rilevanti della calamità (il crollo della strada per Paraggi e Portofino, i danni al Depuratore, la diga del Porto spezzata in due), ma stiamo lavorando alacremente per risolvere anche queste questioni. La strada per Paraggi e Portofino per Pasqua 2019 sarà pronta, e già da questo Natale sarà disponibile una passerella per consentire il collegamento pedonale. Tempistiche sorprendenti rispetto alle consuetudini dei lavori pubblici in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> Domanda poetica: le piace Sbarbaro? Che ruolo ha a suo avviso nella lirica italiana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Camillo Sbarbaro è sicuramente un caposaldo della poesia novecentesca italiana. <strong>Uno dei padri nobili di un cambiamento poetico che ha lasciato il segno nella nostra storia della nostra letteratura. La sua poetica ha saputo raccontare un vissuto silenzioso, marginale, ma drammaticamente intenso.</strong> Credo che meritasse uno spazio come quello che abbiamo realizzato con il supporto di un Comitato Scientifico di grande qualità (costituito da nomi come Contorbia, Surdich, Verdino, Coletti, Bacigalupo, Riolfo, Deidier, Pecora&#8230;).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di Santa Margherita è anche un grande scrittore come Vittorio G. Rossi, oggi impudentemente ignorato dall&#8217;editoria patria: non pensa di onorare anche lui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il mio mandato di Sindaco scade a maggio 2019. Ma se dovessi proseguire l’impegno amministrativo,<strong> il prossimo obiettivo culturale sarebbe sicuramente dedicato alla valorizzazione di Vittorio G. Rossi, uno straordinario narratore d’avventure di vita vissuta che meriterebbe di venire riscoperto dalla grande editoria italiana. </strong>Abbiamo già provveduto lo scorso anno ha recuperare e ordinare una serie di carte che in precedenza erano raccolte in scatoloni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sindaco, ricordo di aver letto alcuni suoi versi in una antica antologia di qualche successo, “Quattro poeti” (Ares, 2003). Insomma, lei è un Sindaco-poeta. Come si concilia l’attività amministrativa con lo spirito lirico? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia passione per la letteratura sicuramente ha orientato l’indirizzo culturale di questi anni di amministrazione. <strong>Abbiamo lavorato molto per tutelare e valorizzare il patrimonio artistico di Santa Margherita Ligure attraverso restauri di monumenti, fontane, sagrati.</strong> Abbiamo restaurato, ad esempio, la fontana di Colombo, la fontanella della Madonnina di Ghiaia, il basamento della statua di Garibaldi, il sagrato di Sant&#8217;Erasmo, e ora sta per partire uno storico restauro, del valore di 2 milioni di euro circa, che consentirà di aprire – per la prima volta da quando è un bene pubblico – il portale e il porticato della seicentesca Villa Durazzo. <strong>Inoltre mi sono dilettato regalando per l’inizio dell’anno scolastico ai bambini delle scuole di Santa Margherita Ligure un racconto-invito alla lettura.</strong> Una classe me lo ha restituito attraverso una piccola pubblicazione manuale pop-up autoprodotta. Ora, per Natale, un coro di bambini incideranno un cd che conterrà anche un mio testo trasformato in canzone dalla loro insegnante Perla Porcu. Tutte sorprese molto gradite e divertenti…</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Seduto in questa stanza, sulla costa olandese, a non far altro che guardare la pioggia dai vetri”: dialogo con Marino Magliani</title>
		<link>https://www.pangea.news/seduto-in-questa-stanza-sulla-costa-olandese-a-non-far-altro-che-guardare-la-pioggia-dai-vetri-dialogo-con-marino-magliani/</link>
		
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2018 03:37:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il centro della storia è a pagina 142, “Prima che te lo dicano gli altri”, dice lei, ammiccando a un nome capace di disinnescare il segreto. Il capitolo è il 29, e si chiude con quella frase senza scampo, come è quella Liguria, aureolata di ulivi, ripida, rude, con il sole che cala a colpi di lama e la vastità di ciò che è oscuro: <strong>“Neanche stringendogli la mano prima di andarsene gli aveva detto nulla, come se neanche le pietre e l’aria e la morte dovessero risentire quelle cose”. </strong><a href="http://www.chiarelettere.it/libro/narrazioni/prima-che-te-lo-dicano-altri-9788832960228.php" target="_blank" rel="noopener"><em>Prima che te lo dicano gli altri </em></a>(Chiarelettere 2018, pp.330, euro 17,50) è un romanzo di silenzi cruenti, scritto nell’argento della solitudine; è un romanzo della terra – la Liguria profonda e senza profitto turistico; l’Argentina livida – e della vita – il protagonista, Leo Vialetti, conosce la pratica, quasi alchemica, dell’innesto – soprattutto <strong>è il romanzo della ricerca del padre, dove la rabbia si stinge nella nostalgia.</strong> La figura arcana che si sdraia sul romanzo è quella di Raul Porti, argentino, uomo di enigmi e di maestria, che nel 1974 scompare, in quell’era di trappole, sotterfugi e tormenti che inaugura il regime militare di Videla. <strong>Così, Marino Magliani, scrittore di individui solitari e sonori, di spazi cristallizzati nell’austerità</strong> (“Il tempo aveva saldato assieme bene e male, e le piante affamate, scolorite dalla costrizione al buio, s’erano attorcigliate alle reti dei letti e ad altri oggetti gettati dalle finestre dei profanatori, non per emergere, ma per aggrapparsi a qualcosa, come se avessero intuito che prima o poi da morte una mano le avrebbe profanate”), di scelte rapinose, definite in una scrittura felicemente arcaica, continua la sua letteratura lenta, bruna, che da <em>L’estate dopo Marengo </em>(2003) e <em>Quattro giorni per non morire </em>(2006) e <em>Quella notte a Dolcedo </em>(2008) e così via, continua a sorprendere. A me Magliani ha sempre ricordato la malia severa e dolce di Francesco Biamonti, il grande scrittore ligure scoperto da Italo Calvino, e oggi mi rimanda a Maqroll il Gabbiere, il dolente eroe istoriato da Álvaro Mutis. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63246 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/magliani-libro-194x300.jpg" alt="magliani libro" width="126" height="195" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/magliani-libro-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/magliani-libro-768x1188.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/magliani-libro-662x1024.jpg 662w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/magliani-libro-600x928.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/magliani-libro.jpg 1600w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />Espatriare – fisicamente, emotivamente – è un verbo che si attaglia a molti tuoi romanzi. Come se fosse questa la condizione dello scrittore – è in questo tempo, ma ne racconta un altro – e l’atto costitutivo per risolvere e cercare le sue radici. Dimmi, è così?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che da una patria, mi sento di uscire – di averlo fatto e di continuare a farlo – da un territorio. <em>Ex solum</em>, andarmene ciclicamente da un pezzo di Liguria, che poi alla fine è la condizione ideale per scriverne, sì, o scrivere, sedermi in questa stanza, sulla costa olandese, e non dovere o voler far altro che guardare la pioggia dai vetri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La ‘tua’ Liguria, ancora, che a me ricorda sempre certe dolcezze di Biamonti, e l’Argentina, Buenos Aires, i desaparecidos, il 2024. Da dove nasce questo romanzo e da quali fonti – narrative, sentimentali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia è di più una Liguria buia, anche selvaggia, profonda nel senso di nascosta e che si nasconde al mare, di quella di Biamonti. Ne perde naturalmente in esplosioni di luci, in profumi, e forse ne racconta di più il fango. L’Argentina, di là della <em>pozzanghera</em>, come usano chiamare l’oceano nella parte australe, è il contraltare ligure, infinitamente piano e solitario. La parte concava, o convessa. Passano cinquant’anni (1974-2024) tra i due tempi del romanzo, e in effetti il protagonista, Leo Vialetti, ci mette parecchio prima di decidersi a compiere il viaggio alla ricerca del suo eroe desaparecido. Il motivo è che mi serviva mostrare il futuro della Liguria, una lunga e definitiva decandenza, e una conferma: le parole profetiche che l’eroe, Raul Porti, ha lasciato a Leo cinquant’anni prima ora sono realtà, e a Leo non tocca far altro che passare quella pozzanghera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Provo a leggere in diagonale il tuo lavoro, nel complesso. La storia Raul Porti, di cui dal 1974 il protagonista non sa più nulla, ricorda quella di <a href="http://www.pangea.news/faceva-acrobazie-con-il-linguaggio-finche-fu-torturato-e-ucciso-la-tragica-storia-di-haroldo-conti-lo-scrittore-preferito-da-garcia-marquez/" target="_blank" rel="noopener">Haroldo Conti</a>, di cui hai tradotto il capolavoro, “Sudeste”. </strong><strong>È corretto rintracciare una specie di ossessione narrativa, che valica i confini di questo specifico romanzo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, per quanto mi riguarda, mi faccio ossessionare dalle scomparse, ma anche da ciò che traduco, e siccome ultimamente ho tradotto storie di scomparse e di traumi, come per Haroldo Conti, e l’esilio di José Díaz Fernández, antifranchista morto a Tolosa nel 1942, quest’aria l’ha respirata anche la mia prosa. O forse ho solo tradotto storie del genere perché le cercavo, dal momento in cui mi ero deciso a scriverle?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cercando la verità del maestro morto, fino al desiderio di abitarne la casa, il protagonista, Leo, cerca se stesso, senza sconti. Perché si scrive, allora? Per far vendetta di ciò che si era, per scalfire ciò che si sarà?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Si scrive – è presunzione? – per non lasciare a quanti abitano il nostro mondo il diritto di popolarlo solo con altro, insomma si scrive perché non sia sempre più, se non lo è già, casa d’altri. E forse mi sembra che questo valga anche per Leo, cerca disperatamente di far in modo che Villa Porti, la vecchia e fatiscente villa abbandonata nel 1974 dall’eroe, così come succederebbe se all’asta andasse ad altri, non venga profanata. Quanto alla vendetta, sì, ci ho pensato un po’ prima di scrivere questa cosa, la vendetta ci tocca, non per far vendetta di ciò che si era, o per scalfire il futuro, ma la vita stessa come forma di vendetta gentile, di continuazione, dettata dall’impossibilità di decifrare – anche queste idee – che è poi la condizione di un Leo Vialetti che pensa e non riesce a dirsi nulla, anzi, non pensa, a pensare, dice a un certo punto, ci pensano gli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’arte dell’innesto, in cui è abile Leo, mi pare che indichi anche l&#8217;innesto di più lingue, di più culture. C’è qualcosa di metaforico, di ‘politico’ in questa scelta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Boris Pahor diceva che la fine della sua lingua, sostituita dall’obbligo della lingua italiana, quando è andato a scuola, è stata come un’amputazione. Anche l’innesto è un’amputazione, in qualche modo, anche se diventa un regalo, un simbolo, nuova carne. Di politico no, ma di simbolico molto. Leo, bambino senza padre, impara l’innesto nel 1974, e per il resto della sua vita proverà ad affinarsi nella tecnica di innesto delle piante, che in dialetto ligure, risponde al verbo inserire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che libro ti ha formato, in fondo? Ti interessa la letteratura italiana di oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi hanno coltivato gli amori, un tempo il realismo di Cesare Pavese (sono figlio di contadini e <em>La luna e i falò</em> è quanto si aspettava uno come me, uno per cui il Piemonte non è un’estensione, ma il vero marsupio della Liguria), il lirismo arido di Francesco Biamonti, la malinconia di ogni Pereira tabucchiano, fino alla solitudine di Haroldo Conti che ben conosci. Traduco cosa amo e continua a formarmi ciò che traduco. Quanto alla letteratura italiana, certo che mi interessa, la leggo, soprattutto quella sommersa, e a volte faccio di tutto per tirarla su dai fondali, come ho fatto per la letteratura di Elio Lanteri.</p>
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		<title>“Per vivere dobbiamo subire lo schianto del caos”: dialogo con Roberto Mercadini, il cabalista dell’aggettivo</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jun 2018 05:36:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Faceva l’informatico, ricordo, ma, ricordo, ha sempre avuto quella faccia da chassidim, da rabbino in estasi, che di notte danza con falangi d’angeli. In effetti. Lui è alto, tonante, simpatico, qualcosa tra Mangiafuoco di Pinocchio, l’Hagrid di Harry Potter e il GGG di Roald Dahl; io, invece, sono altrettanto alto, secco, ho i capelli bianchi, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Faceva l’informatico, ricordo, ma, ricordo, ha sempre avuto quella faccia da <em>chassidim</em>, da rabbino in estasi, che di notte danza con falangi d’angeli. <strong>In effetti. Lui è alto, tonante, simpatico, qualcosa tra Mangiafuoco di <em>Pinocchio</em>, l’Hagrid di <em>Harry Potter</em> e il GGG di Roald Dahl; </strong>io, invece, sono altrettanto alto, secco, ho i capelli bianchi, sono così buono da sembrare cattivo, sono come la fiocina affilata da Achab e brandita da Queequeg, tanto la Balena Bianca resta benedetta. Eppure. <strong>Dateci una lettera dell’alfabeto ebraico, una <em>lamed </em>qualsiasi, il salvagente di una <em>mem</em>, e io e Roberto Mercadini potremo imbastire giorni di conversazioni bibliche, in bilico sul delirio.</strong> <a href="http://robertomercadini78.wixsite.com/robertomercadini/biografia" target="_blank" rel="noopener">Roberto Mercadini</a> – rigorosamente senza frequentarci – lo conosco da una vita. Da quando ha scritto quel libro di versi ipnotici e barbarici, <em>Madrigali per surfisti estatici </em>(era il 2011), e alternava il teatro al lavoro, come altri fanno l’alternanza scuola-lavoro e altri ancora sono tutto casa&amp;chiesa. Lui, presumo, in chiesa non ci entra. Ma s’è inventato “un viaggio nella Bibbia ebraica”, <em>Fuoco nero su fuoco bianco</em>, di ustionante meraviglia. <strong>Di spettacoli verbali, Mercadini, l’esempio vivente che quando l’arte chiama e il talento esiste puoi mandare al macero tutto il resto, ne ha inventato tanti, </strong>uno dei più belli è dedicato a <em>Moby Dick</em>, la Balena Bianca, poi c’è quello su Mazzini, quello “sull’origine della filosofia”, su Leonardo da Vinci. Uno di questi monologhi – perché Mercadini, in fondo, fa in modo originale, cioè alieno alle mode, una cosa molto antica: il cantastorie – s’intitola <em>Se fossi la tua ombra mi allungherei a mezzogiorno</em> ed è diventato un libro, appena stampato da Rizzoli, <a href="http://www.rizzoli.eu/libri/storia-perfettadellerrore/" target="_blank" rel="noopener"><em>Storia perfetta dell’errore</em></a>, di candida bellezza, dove ci sono, per dire, Michelangelo, l’arte marziale, la Luna, la nascita della vita sulla Terra, il Devoniano, il <em>Cantico dei Cantici</em>, e tanto amore per gli uomini e le parole. <strong>Così, vedete, mi lascio ghermire dalla nostalgia, da reietto mi getto nell’entusiasmo, e afferro Mercadini per i suoi capelli</strong> <strong>da Sansone</strong>, risalendoli a contrario, come si fila l’alba fino all’ultimo giorno.</p>
<p><strong>&#8230;ma che fai, ora ti dai al romanzo? Perché hai scritto questo libro, dove t’è venuta l’idea, ti è cascata in crapa come la mela di Newton?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che altro m’è cascato in crapa un contratto con Rizzoli. Ho cominciato a scrivere un libro che, all’inizio, non doveva essere un romanzo; né nelle mie intenzioni, né in quelle della mia editor (per lo meno non in quelle dichiarate). All’inizio era una raccolta di narrazioni diverse, ma collegate fra di loro: alcune evolutive (ossia che trattassero della comparsa e dell’evoluzione della vita sulla terra), altre bibliche, altre ancora incentrate su un personaggio storico. Ogni volta una analogia legava la narrazione evoutiva a quella biblica, e quella biblica a quella storica. In pratica doveva essere una estensione, un potenziamento del mio monologo intitolato <em>Se fossi la tua ombra, mi allungherei a mezzogiorno</em>. Per me sarebbe bastato quello. Mi sembrava sufficientemente ambizioso e cervellotico. <strong>Poi la mia editor mi ha sfidato ad andare oltre: vorresti provare a costruire una cornice che inglobi tutte queste narrazioni? Così non saresti tu, Roberto Mercadini, a raccontare queste storie direttamente al lettore. Ma ci sarebbe un personaggio (da inventare) che racconta ad un altro personaggio (da inventare) per un motivo preciso (da inventare). </strong>Ho accettato; un po’ perché tento sempre di essere collaborativo con le persone che mi stanno intorno, un po’ perché mi piace mettermi nei guai. <strong>Per diversi mesi sono rimasto bloccato. Era come risolvere un rompicapo. Facevo e scartavo ipotesi.</strong> Quale vicenda e quali personaggi possono rendere necessario, realistico, plausibile che un tizio racconti ad un altro tizio storie strane e complesse come quelle che avevo scelto (l’estinzione dei dinosauri, Michelangelo che scolpisce il David, Giona inghiottito dal pesce)? Sono stato più volte sul punto di rinunciare. Ho pensato seriamente di scrivere una lettera a Rizzoli: ‘Scusate, ci rinuncio. Vi restituisco i soldi dell’anticipo. E pago la penale, se c’è una penale da pagare. Addio’. Poi, finalmente, ho trovato il modo di far combaciare tutti i pezzi del puzzle. Erano nati i protagonisti del romanzo e la loro vicenda.</p>
<p><figure id="attachment_61431" aria-describedby="caption-attachment-61431" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61431" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-300x169.jpg" alt="mercadini" width="300" height="169" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini-600x338.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/mercadini.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61431" class="wp-caption-text">Roberto Mercadini vi dice, leggete questo! Il suo libro, edito da Rizzoli, si intitola &#8220;Storia perfetta dell&#8217;errore&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dedichi il libro a ciechi e analfabeti, che forse sono i lettori veri, oggi. Domanda seria: cosa leggi, tu, ondivago teatrante? Su chi ti sei ‘formato’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mah, non so se posso dire di essere <em>formato</em>. Cerco di continuare a imparare, di lenire la mia ignoranza. Vivo provando un senso di colpa inestinguibile: non conoscere tutte le cose che varrebbe la pena conoscere. <strong>Cosa leggo? Mi verrebbe da risponderti che non leggo mai niente. Perché non bisogna leggere niente. Mai.</strong> Non a caso nel mio romanzo ho inserito un capitolo che si intitola <em>Asino chi legge</em>. Mi spiego meglio, provocazioni a parte. <strong>Credo che ci si debba avvicinare ai libri con il desiderio di esserne cambiati, di evolvere, di capire e non con la richiesta di esserne intrattenuti, di ammazzare il tempo.</strong> Per cui associo ai libri più il verbo ‘studiare’ che il verbo ‘leggere’. Mi suona sempre un po’ strano quando sento qualcuno dire: ‘Ho finito di leggere X’. Ma in che senso ha finito? Cosa ha finito? Non si dice, per esempio: ‘Ho finito di ascoltare la Quinta di Beethoven’. Si dà per scontato che valga la pena riascoltarla. <strong>Per me gli unici libri che valga la pena leggere sono quelli che meritano di essere ri-letti una seconda e una terza volta.</strong> In questo senso sento lontana anche l’ossessione moderna per il cosiddetto ‘spoiler’, cioè l’anticipazione che rovinerebbe la visione di un film o la fruizione di un libro. Quel terrore di sapere ‘come va a finire’. Quasi tutto si limitasse a questo; come se parlassimo di barzellette, di indovinelli, di gialli. Per risponderti seriamente: che libri leggo? Leggo soprattutto saggi scientifici e poesia. Cioè libri che prevedono uno studio, una frequentazione a più riprese, una meditazione. Non mi pare che si dica neppure: ‘Ho finito di leggere le <em>Elegie Duinesi</em>’.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;ma&#8230; ti piace, t’interessa la narrativa italiana contemporanea? Che scrittori leggi? Cosa ti turba?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso con vergogna che conosco pochissimo dei miei ‘colleghi’ scrittori contemporanei e connazionali. Così come conosco pochissimo dei miei colleghi teatranti. La scusa che, fra spettacoli da portare in scena e cose nuove da scrivere, non ho il tempo di guardarmi attorno e conoscere i miei compagni di viaggio regge fino ad un certo punto. <strong>Forse mi piace l&#8217;idea di stare facendo un viaggio tutto mio, per vie traverse e diverse; di essermi creato una specie di ‘mondo parallelo’.</strong> Questa anomalia è anche la mia fortuna: a teatro vengono a vedermi molte persone che, diversamente, non si sognerebbero di mettere piede in un teatro. È anche per questo, credo, che, almeno in Romagna, riesco ad avere un pubblico così numeroso. Allo stesso modo, fra i miei lettori ci sono molte persone che non leggono libri. Un signore mi ha scritto di recente: ‘Mi è piaciuto molto il tuo libro. L’ultima cosa che avevo letto era un numero del mensile <em>In Moto</em> del 2015’. Mi ha fatto sorridere. Ma mi ha anche fatto capire il privilegio di cui godo.</p>
<p><strong>L’errore, dicono i nipponici, è la via prediletta per fare la cosa giusta. Che idea regge il tuo libro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto il libro insiste su questa provocazione: ci sono inciampi che ci insegnano a volare, ostacoli che ci aiutano, cadute che ci innalzano, perdite che ci arricchiscono, sciabolate che ci risanano, tempeste che ci tengono a galla, errori che si rivelano una forma più alta di perfezione. Da un lato potrebbe sembrare una prospettiva rassicurante: non tutto il male viene per nuocere. <strong>Ma dall’altro è e vuole essere inquietante: significa anche che, perché le cose vadano per il meglio, non devono andare come prevediamo e come speriamo. Significa che dobbiamo subire l’urto dell’imprevisto, lo schianto del caos.</strong> Sono convinto che, per diventare davvero ciò che si è, occorre uscire da quelli che riteniamo essere i nostri limiti. Come Abramo che, già anziano, deve abbandonare la propria casa compiere il suo destino, trasformandosi da <em>Abram</em> ad <em>Abraham</em>, da anonimo pastore a gigantesco patriarca di patriarchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ricordo il tuo fenomenale monologo sulla Bibbia. Cosa c’è di bello in quel libro così comicamente violento? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Domanda impegnativa! La Bibbia è un testo poliedrico, tentacolare, multiforme. La tradizione ebraica invita ad attraversare molteplici livelli di interpretazione; considerando il singolo episodio, la singola frase, la singola parola, persino la singola lettera. Quindi qualsiasi riposta è disperatamente riduttiva e semplicistica. Comunque sia, dovendo prendere in considerazione un aspetto singolo, dico così: <strong>la Bibbia è meravigliosamente sconcertante perché Dio fa scelte che sono diametralmente opposte a quelle del buon senso umano.</strong> Scegli Abramo e Sarah, quindi una coppia sterile di anziani per fondare un nuovo popolo; sceglie Mosé, che è balbuziente, per fargli da profeta; fa sì che il piccolo Davide sconfigga il gigantesco Golia; potrei andare avanti per ore. C’è una specie di effetto comico, di ironia, che scaturisce da questo: la distanza, la sproporzione fra Dio e l’uomo. Ci sono pagine così provocatorie che, leggendo, non si crede ai propri occhi. Come nel primo libro di Samuele, quando i filistei rubano agli israeliti l’Arca dell’Alleanza. Vengono vessati dalla punizione divina. Molti muoiono, altri soffrono atrocemente di emorroidi. Perché la maledizione cessi, devono restituire l’Arca. <strong>Ma, come gesto riparatore, devono anche offrire a Dio – udite, udite! – delle sculture in oro raffiguranti le loro emorroidi. </strong>Quando ho letto il passo, non ci potevo credere. E non è che un esempio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma&#8230; tu pratichi la cabbala? Sei l’Abulafia dell’aggettivo, evocatore di Golem verbali?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma no, io non sono niente. Per carità! Ci sono persone che si dedicano allo studio della Bibbia e della Tradizione tutti i giorni, per tutto il giorno. Io, fossi onesto, dovrei dire che, da giovane ‘ho saputo l&#8217;ebraico antico’; lo studiavo e mi ci esercitavo quotidianamente, con una certa costanza. Poi mi sono interessato a molte altre cose, vuoi per interesse personale, vuoi per le commissioni ricevute da artista/artigiano del teatro <strong>(mi fregio di lavorare spesso su commissione, come nei tempi antichi)</strong>. Per cui, quel poco di conoscenza che avevo racimolato si è molto degradata. Eppure la Bibbia e la sua lingua mi hanno scavato dentro. Dopo avere finito il libro, mi è tornato il desiderio di rimettermi a studiare seriamente il Libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo fare teatro ‘di parola’, o meglio, nel tuo portare la parola a teatro c’entra qualcosa la tua ‘romagnolità’ o i dettagli territoriali li lasciamo ai posteri?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono molto legato alla Romagna, come (quasi) tutti i romagnoli. Non conosco un letterato romagnolo che non affianchi alla sua attività letteraria o accademica un interesse di studio per il dialetto, il folklore, la storia locale e via dicendo. Io mi sento tutto intriso di ‘romagnolità’, anche se non saprei indicare da dove questa esattamente traspiri quando sono sul palco (dizione imperfetta a parte). Mettiamola così. Cito questi due elementi. <strong>I romagnoli sono stati capaci di fare tantissimo partendo da zero. Pensiamo all’industria del turismo.</strong> Per decenni è stata la più florida d’Italia. Eppure la riviera adriatica ha un mare assai meno invitante di quello della Liguria, delle Marche, della Sicilia, della Sardegna ecc. <strong>Molti albergatori da noi hanno cominciato a fare gli albergatori senza neanche avere un albergo: tutta la famiglia si trasferiva per qualche mese a dormire in garage e affittava le camere da letto ai turisti. </strong>Ecco, io nel mio piccolo, ho cominciato a fare con niente. Ho fatto teatro senza avere una compagnia, senza un agente che mi procurasse le date, senza essere nel circuito ufficiale, senza finanziamenti, senza scenografie, senza costumi, senza cambi luce, senza oggetti di scena, senza un regista che mi guidasse. Insomma, senza niente di niente. Solo il mio corpo e la mia voce. Ho fatto lavorando, più che potevo, meglio che potevo. Fine. In questo mi sento molto romagnolo. <strong>Il secondo fatto è legato al Rinascimento. Ezra Pound sosteneva che la Romagna è il luogo dove è nato il Rinascimento,</strong> dove è avventa la sua alba, dove ha scaturito il primo, timido, bagliore. Ecco io mi sento un po’ ‘rinascimentale’ perché, come detto, lavoro su commissione, come un artista/artigiano del XV secolo. E perché tento di partire sempre dalla cultura, e di mescolare la cultura scientifica con quella umanistica.</p>
<p><strong>Che libro avresti voluto scrivere? Su che libro vorresti lavorare? Che libro stai scrivendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Eh, sono molte le opere che invidio ai loro autori. <strong>Per esempio mi sarebbe piaciuto scrivere un bestiario. Uno di quei libri che andavano tanto di moda nel medioevo. </strong>E in cui ad ogni animale (reale o fantastico) è associato un significato, una virtù o un vizio umano. Nel mio lavoro uso spesso procedimenti simili. Prendo un personaggio o un episodio e ne faccio un simbolo un’allegoria; serve a rendere una storia singola universale; ed è un procedimento affascinante che trasforma il mondo in un libro sterminato. Quello che è stato fatto con gli animali, si può fare con i vegetali o con i minerali. Per un certo periodo accarezzai l’idea di scrivere un libro dove ci fosse uno scritto per ognuno degli elementi chimici. Ma l’ha già scritto Primo Levi! Si intitola <em>Il sistema periodico</em>. Un altro dei libri che invidio. <strong>Se mi è concesso sognare ad occhi aperti, forse un giorno scriverò un romanzo di fantascienza:</strong> in una età futura, le ideologie e le religioni sono state tutte abbandonate perché troppo inclini alle diverse interpretazioni, troppo facilmente malleabili (nel cristianesimo ci sta San Francesco, ma anche Torquemada; nel comunismo Gramsci, ma anche Stalin). A tutto questo sono stati sostituiti gli insetti: infatti è oggettivo e inoppugnabile cosa sia un imenottero e quali siano i valori morali e intellettuali da esso simboleggaiti. Così nascono diverse fazioni in lotta fra loro: gli imenotteisti, i lepidotteristi, i ditteristi, gli odonatisti etc. Ma sto delirando. <strong>Stando più con i piedi per terra, il prossimo libro probabilmente sarà su Leonardo da Vinci. Su Leonardo sto scrivendo anche un nuovo monologo teatrale, che sarà prodotto dal Teatro Stabile d’Abruzzo.</strong> Forse la mia solitudine sta per infrangersi e il mio percorso alternativo è destinato a confluire in una qualche ufficialità. Chissà? Vedremo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima (va da sé): cosa c’è dopo la morte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho il dono della fede; quindi, per tagliare corto, ti dovrei dire che per me non c&#8217;è assolutamente nulla. Per essere un po’ meno secco, ti do due risposte: una biblica e una ‘platonica’. Quella biblica cita un testo dell’Antico Testamento, il <em>Qohelet</em>, in cui è scritto, come saprai: “I vivi sanno che moriranno. I morti non sanno niente”. La risposta ‘platonica’, se me la consenti, <strong>è che ognuno di noi rimarrà per sempre nel luogo metafisico in cui è ora e in cui già stava prima della nascita.</strong> La nostra particolare configurazione mentale, la nostra singola, irripetibile struttura sentimentale e di pensiero sono ciò che sono eternamente, come una forma geometrica. Così come la forma di una sfera, con tutte le equazioni matematiche che la descrivono, rimarrà per sempre immutata, anche qualora fossero distrutti tutti gli oggetti di forma sferica del mondo. Allo stesso modo, ‘metafisicamente’, tu, io, chi legge queste righe, tutti noi esseri umani, restiamo ciò che siamo stati in eterno, nello spazio logico, anche dopo essere spariti dalla faccia della terra.</p>
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		<title>Frammenti di ‘Bubi’, il “ragazzino prodigio” che giocava a tennis con Ezra Pound e “ha battuto il campione d’Italia”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Apr 2018 06:08:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel maggio 1999 moriva a Rapallo mio padre Giuseppe Bacigalupo, che molti ricordano come medico e direttore della clinica Villa Chiara, e di cui molti ancora apprezzano il ritratto del “mondo di ieri” disegnato nel suo libro Ieri a Rapallo. Questo ebbe una prima elegante edizione a uso semiprivato nel 1980, poi diverse edizioni commerciali [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/frammenti-di-bubi-il-ragazzino-prodigio-che-giocava-a-tennis-con-ezra-pound-e-ha-battuto-il-campione-ditalia/">Frammenti di ‘Bubi’, il “ragazzino prodigio” che giocava a tennis con Ezra Pound e “ha battuto il campione d’Italia”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel maggio 1999 moriva a Rapallo mio padre Giuseppe Bacigalupo, che molti ricordano come medico e direttore della clinica Villa Chiara, e di cui molti ancora apprezzano il ritratto del “mondo di ieri” disegnato nel suo libro <em>Ieri a Rapallo</em>. Questo ebbe una prima elegante edizione a uso semiprivato nel 1980, poi diverse edizioni commerciali (si fa per dire) curate dall’editore Campanotto di Pasiàn di Prato. Nella più recente edizione, postuma, ho aggiunto alcune pagine ritrovate fra le carte di Bacigalupo: ricordi d’infanzia in Germania durante la I Guerra Mondiale (la madre, anche lei medico, era tedesca), schizzi degli anni del tennis e dei primi amori in Riviera. Recentemente ho visitato la splendida Villa Hanbury presso Imperia e visto nell’immenso parco uno dei primi campi da tennis privati italiani, oggi in disuso. Negli anni ’20 “Bubi” Bacigalupo, nato nel 1912, sicuramente giocò in questi luoghi. (Vedi <em>Daniel Hanbury e la colonia inglese di Alassio</em>, un libro del 2000: “Nel 1927 e nel 1928 la coppa fu vinta da G.B., un ragazzino prodigio&#8230;”). <strong>Fra i suoi avversari sui campi da tennis gestiti a Rapallo da Mr. Rhode (che si trovavano nel luogo dove oggi è un supermercato in Corso Italia) c’era Ezra Pound, che il 5 aprile 1928 scriveva con la consueta esuberanza a suo padre in America: “Qui l’ultima novità è che l’altrieri il ragazzino di 15 anni con cui gioco a tennis è andato a Genova e ha battuto il campione d’Italia”.</strong> In effetti trovo un ritaglio: <em>La prima giornata del Torneo dell’“Andrea Doria”. Balbi battuto da Bacigalupo</em>: “Il rapallese&#8230; magro, piccolo, mobilissimo, dallo sguardo vivace e intelligente, ha fatto sfoggio di una grande sicurezza in ogni colpo, rinviando tutte le palle&#8230; e poi, nell’ultimo set, quando Balbi era visibilmente stanco e scoraggiato, ha audacemente e vittoriosamente contrattaccato”. Non era un pesce d’aprile: “Bubi” pare sia stato uno dei pochissimi liguri entrati in prima categoria, quando il tennis era sport vietato ai professionisti.</p>
<p style="text-align: justify;">In un libro del produttore cinematografico americano Edwin Knopf ho trovato un altro ricordo di un Bacigalupo dodicenne, che su incarico del padre farmacista accompagna il giovane visitatore a vedere una casa da affittare: “In quei giorni (1925) non c’era a Rapallo e Santa Margherita una vera e propria agenzia immobiliare, ma mi dissero che il signor Bacigalupo, il principale farmacista di Rapallo, sapeva sempre cos’era disponibile. Andai a parlare con questo notabile, che si affrettò a spiegarmi che il suo titolo non era ‘signore’ ma ‘dottore’, e che conosceva un villino che faceva al caso mio. Apparteneva a un Dottor Queirolo e il farmacista ne aveva le chiavi. Suo figlio mi avrebbe accompagnato al Villino Castello; l’affitto era dodici dollari al mese. Ma c’era da fare un po’ di salita. Per me il prezzo era giusto e pensai che se le gambe non mi aiutavano a 25 anni, non l’avrebbero fatto mai. <strong>Così ci incamminammo, io e il giovane Bacigalupo. Lo ricordo come un ragazzino magro e gentile di 11 o 12 anni, che più tardi sarebbe diventato uno dei primi tennisti italiani e ancora più tardi un eccellente medico internista&#8230;”.</strong> Dalla descrizione si capisce che il villino si trovava sulla collina sopra Via Macera, e forse qualche lettore ci aiuterà a identificarlo.</p>
<p><figure id="attachment_60452" aria-describedby="caption-attachment-60452" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60452" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/04/Bacigalupo-1-300x209.jpg" alt="Bacigalupo" width="300" height="209" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Bacigalupo-1-300x209.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/04/Bacigalupo-1.jpg 345w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-60452" class="wp-caption-text">Nel 2012 Palazzo Ducale in Genova ha dedicato una mostra a &#8220;Il mondo di Giuseppe e Frieda Bacigalupo&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Il tennis portò Bacigalupo in giro per l’Italia e l’Europa. In una foto riprodotta in <em>Ieri a Rapallo</em> lo vediamo premiato nel 1931 alla Coppa Principessa di San Faustino a Venezia, con in mano il massiccio cimelio e alle spalle la principessa di profilo, con il naso importante che sarà poi dei nipoti Gianni e Susanna Agnelli. Al tennis dovette anche il primo grande amore, per cui rimando a uno dei capitoli in appendice a <em>Ieri a Rapallo</em>. Sfogliando il “Mare” di allora lo trovo infatti impegnato in un torneo del 1932 in coppia con Clara Orazi, e a “Clara” è appunto intitolato il capitolo in questione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aveva iniziato a giocare in doppio con sua madre, che – algida tedesca per il resto – idolatrava il figlio e gli perdonava tutto, peraltro ricambiata. Famosa la sua scapestrataggine e vivacità.</strong> La madre decise di farlo ravvedere mandandolo a studiare medicina nella remota Siena. Ma qui Bacigalupo incontrò il poeta e bon vivant Lorenzo Lanza, che una volta lo definì “spirito dello spirito”, e fu tutto un succedersi di feste, di conoscenze con artisti tedeschi (i pittori Rudolf Levy e Kurt Cramer, l’amico medico Pitt Kraemer, tutti esuli dalla Germania nazista). Fu solo quando a Siena arrivò una ragazza americana di nome Frieda che Bacigalupo fu messo a regime e presto si laureò. Il 1° giugno 1939 sposava Frieda a San Fruttuoso di Camogli, coi pescatori del borgo cui gli sposi offrirono una damigiana che brindavano alticci. <strong>In quanto americana, Frieda ebbe difficoltà a persuadere le autorità fasciste che non costituiva un pericolo per la pura razza italiana (le leggi razziali essendo state emanate nel 1938), ma poté dimostrare di avere nonni materni e padre schiettamente pistoiesi</strong> sicché fu accolta dalla novella patria (ma restò sempre più americana che italiana, per quando leale nei confronti del Paese dove scelse di vivere).</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra si avvicinava. Sui campi da tennis il compagno di partite e uscite serali Carlo Devoto (gemello del chitarrista Oreste, di una benestante famiglia di avvocati genovesi) faceva la parodia di Hitler, regolarmente filmato da Bacigalupo che più tardi, ufficiale medico a Loano, sviluppava con l’amico radiologo Burlando le pellicole Pathé 9.5 nel bagno radiologico. Ritrovare quelle immagini di Devoto nei panni di Hitler&#8230; Dove in soffitta sarà finita la vecchia pellicola?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mio padre raccontava di dover alla conoscenza del tedesco e dell’inglese di non essere partito per la Russia: serviva in Italia come ufficiale di collegamento, e anche dopo l’8 settembre</strong> ebbe un ruolo di medico per l’Organizzazione Todt, che costruiva i muri antisbarco. Però con la sua apoliticità suscitava diffidenza e nell’estate del 1944 quando vi fu una retata di notabili sospetti di antifascismo fu portato con altri al Tiro a Segno Nazionale di Rapallo e trattenuto a lungo in quel luogo “che non prometteva bene”. La sera del 31 dicembre 1944 la Villa Buona Terra, costruita dalla madre in Via Maggiocco nel 1936, fu danneggiata da una bomba, che fece diverse vittime nella casa attigua. Per fortuna i Bacigalupo si salvarono, e poterono brindare al nuovo anno, salvo trasferirsi in collina a S. Andrea di Foggia fino alla fine delle ostilità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli anni del dopoguerra sono quelli della clinica Villa Chiara, di cui si ricorda l’atmosfera elegante e tranquilla, e gli ospiti illustri (Max Beerbohm, Dorothy Gish, De Sabata, Pound ormai invecchiato&#8230;).</strong> Il diversivo per Bacigalupo non fu più il tennis ma la vela. La prima barca, un beccaccino, si chiamava “Monello”, cui seguirono lo star “Gioia”, il cinque metri Baglietto “Vagabonda”, e infine i King’s Cruiser svedesi “Vagabonda II” e “Vagabonda III”, quello sloop azzurro che ancora si può ammirare bordeggiare nel Tigullio, magari timonato dai nipoti (uno dei quali, come il nonno, è medico oltre che velista). Per il resto Bacigalupo fu restio a muoversi, andava tutt’al più a Genova, venne una rara volta a Napoli ad accoglierci sulla “Cristoforo Colombo” di ritorno dall’America (1957). Aveva la battuta pronta, “spirito dello spirito”, e nel suo libro lo si sente veramente parlare.</p>
<p style="text-align: justify;">I medici lasciano sempre ricordi. Una signora che incontro d’ogni tanto mi racconta di quella volta nel 1947 che Bacigalupo salvò sua madre. “Si era fatta un taglio che si era infettato e in poche ore era gravissima. Il medico condotto disse che era tifo, non c’era niente da fare. Disperata, avevo nove anni, telefonai alla mia pediatra, che mi mandò il marito. Il dottore mi disse: ‘Guarda, devi procurarti della penicillina, e gli unici ad averla sono gli americani, vai a Genova e vedi se la trovi’”. Così la piccola Nuccia partì da sola per Genova, riuscì a salire su una nave Usa, e fu accontentata dal medico di bordo e riaccompagnata a Rapallo, e sua madre fu salva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma Bacigalupo, per quanto partecipasse notevolmente alle emozioni dei pazienti, conservò sempre un sano scetticismo.</strong> L’amica Wanda Costantini me ne ha ricordato un esempio. “Quando abbiamo preso questa casa io ho detto che le scale fra un piano e l’altro fanno bene, Flavio non ci credeva, e ne è nata un’eterna discussione fra di noi. Sicché una volta che tuo padre è venuto per una visita gli dico: ‘Scusi, dottore, ma è vero che salire le scale fa bene alla salute?’ Mi ha risposto: ‘A chi piace’”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Massimo Bacigalupo</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>*Massimo Bacigalupo </em></strong><em>è tra i più autorevoli anglisti d’Italia. Ha tradotto, tra gli altri, l’opera di Ezra Pound, Wallace Stevens, Emily Dickinson, Herman Melville per i massimi editori italiani. Il suo ultimo libro è la raccolta di saggi “Angloliguria. Da Byron a Hemingway” (Il Canneto, 2017).</em></p>
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