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	<title>lettura Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Thu, 31 Jul 2025 04:04:16 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Se è vero che “leggono solo le donne”, io cosa leggo a fare?</title>
		<link>https://www.pangea.news/leggere-donne-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2025 04:04:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Bel Ami]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se è vero come deve essere vero perché lo scrivono in tanti editoriali informati sui fatti che&#160;a leggere sono le donne, perché gli uomini sono troppo impegnati a fare carriera&#160;e perché solo le donne sono capaci sia di leggere che di fare carriera all’interno della stessa vita, io che leggo sebbene una carriera ce l’abbia [&#8230;]</p>
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<p>Se è vero come deve essere vero perché lo scrivono in tanti editoriali informati sui fatti che&nbsp;<strong>a leggere sono le donne, perché gli uomini sono troppo impegnati a fare carriera</strong>&nbsp;e perché solo le donne sono capaci sia di leggere che di fare carriera all’interno della stessa vita, io che leggo sebbene una carriera ce l’abbia e sia tutt’altra rispetto al settore commerciale dell’editoria e affini, che uomo sono se ancora lo sono?&nbsp;</p>



<p><strong>Sono a malapena un avanzo di Novecento con manie ottocentesche, un epigono della borghesia-che-fu</strong>&nbsp;che pur non avendone mai raggiunto il reddito medioalto si contenta di eguagliarne gli antichi costumi, quando leggere era un modo per darsi un tono in società così come oggi lo è ascoltare i podcast e aprirsi un canale su OnlyFans? Uno che crede di essersi emancipato e che in realtà sta presidiando una posizione talmente disertata dagli altri uomini che ormai è occupata quasi per la maggioranza da sole donne? Belle amiche le donne riuscite a far credere agli uomini la letteratura non sia cosa per loro, minorizzandoli di fatto.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p>E le donne-che-leggono se d’un tratto leggono solo le donne-che-scrivono in cosa si differenzieranno mai dagli uomini che non leggono perché leggere è una cosa da donne?</p>



<p>Da settimane ero proprio contento di aver letto&nbsp;<a href="https://www.oscarmondadori.it/libri/bel-ami-guy-de-maupassant/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Bel Ami</em></strong>&nbsp;<strong>nella traduzione Mondadori di Dianella Selvatico Estense.&nbsp;</strong></a>Georges Duroy, vacca amica di uno avanti lettera! Che romanzo, che una sensibilità da traduttore aggiornato dunque busiano potrebbe riproporre come&nbsp;<em>Il normale</em>. Letto nel 2025 fa sbottare: “Finalmente lo hanno scritto!”, anche se è del 1885. Gli inediti non lo sono mai in sé, lo sono per te finché non ti decidi a leggerli, vanificando l’inganno di chi prova a far passare l’assunto secondo cui un romanzo basta sia stato scritto nel passato per non possa essere contemporaneo e urgente lo stesso, e ormai il passato non si conta più in secoli ma in settimane, con l’uscita editoriale della settimana dopo che spinge verso il macero l’uscita editoriale della settimana prima.&nbsp;</p>



<p>A guastarmi la festa è stata la chiosa dell’articolo sulla castrazione finale del maschio troppo manzo per leggere ancora letto sul numero di giugno di&nbsp;<strong>Retabloid,&nbsp;</strong>di Giulio Silvano e in origine pubblicato su&nbsp;<strong>Rivista Studio</strong>&nbsp;il 30 giugno 2025. Titolo&nbsp;<em>Se non fosse per le donne, il romanzo sarebbe già morto</em>. Le sconfortati conclusioni sui maschi che non hanno più né il tempo né le facoltà cognitive di base: “E così se proprio si deve leggere, con la fatica che si fa, che si leggano libri utili, funzionali, per la propria carriera. Libri dove si impara qualcosa, roba come&nbsp;<em>Le 7 regole per avere successo,&nbsp;Il potere di adesso</em>&nbsp;o&nbsp;<em>Come trattare gli altri e farseli amici</em>&nbsp;(non sapendo che tutto questo si può trovare in&nbsp;<em>Bel Ami</em>)”, come il romanzo di Maupassant fosse niente più che un manuale come un altro per diventare un fallito di successo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ah, che voglia di curare una idealrubrica&nbsp;<em>Manzi e romanzi&nbsp;</em>in cui fosse almeno possibile consigliare&nbsp;<em>La delfina bizantina&nbsp;</em>di Aldo Busi,&nbsp;<strong>per dare agli uomini per caso la possibilità di formarsi sulla lettura secondo me diventata d’obbligo e passaparolata tra le donne di ferro e di potere recente</strong>, che lo leggeranno per evitare gli scivoloni già intercettati, raccontati, sputtanati.&nbsp;</p>



<p>Se i lettori sono e siamo questi e soltanto questi si capisce come mai il romanzo, che morto non è, il pensierino sul farsi finito cioè incompleto, infinito o comunque impubblicato, ce l’abbia sempre più di frequente.&nbsp;</p>



<p><strong>antonio coda</strong></p>



<p><em>*In copertina: Ramon Casas, Jove decadent. Després del ball, 1899</em></p>
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		<title>Leggeremo ancora libri? Certo, perché non vogliamo rinunciare a essere felici</title>
		<link>https://www.pangea.news/leggeremo-ancora-libri-rivali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 03:38:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Idee]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Rivali]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Max Perkins]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggeremo ancora libri? È una domanda che spesso rimbalza alle fiere librarie come tra tanti educatori preoccupati di fronte alle solitudini dei giovani piegati sugli smartphone. I dati sulle vendite offrono scenari da resa dei conti. In un articolo dello scorso 29 gennaio, basato sui dati dell’Istituto GFK, “Il Post” segnalava che in Italia solo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Leggeremo ancora libri?</p>



<p>È una domanda che spesso rimbalza alle fiere librarie come tra tanti educatori preoccupati di fronte alle solitudini dei giovani piegati sugli smartphone. I dati sulle vendite offrono scenari da resa dei conti. In un articolo dello scorso 29 gennaio, basato sui dati dell’Istituto GFK, “Il Post” segnalava che in Italia solo tre titoli hanno superato la soglia delle 200mila copie vendute:&nbsp;<em>Il Dio dei nostri padri</em>&nbsp;di Aldo Cazzullo,&nbsp;<em>Un animale selvaggio</em>&nbsp;di Joël Dicker e&nbsp;<em>Tatà</em>&nbsp;di Valérie Perrin. Al Salone del Libro di Torino gli addetti ai lavori commentavano con allarme l’inizio del 2025. Secondo l’AIE (Associazione Italiana Editori) i primi quattro mesi del nuovo anno hanno registrato, in confronto al 2024, un calo del 3,6% delle vendite della varia. Un’enormità. E il trend non pare migliorare. La situazione è complessa. Gli italiani non sono mai stati divoratori di libri. Le nostre giornate sono sempre più caotiche. Abbiamo minor propensione all’approfondimento. È più facile vedere una serie tv che “entrare” in una storia di carta…&nbsp;</p>



<p>Fatta questa premessa, smetteremo di leggere libri?&nbsp;</p>



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<p><strong>Forse, l’estate è l’occasione per ritrovare un po’ di chiarezza interiore sulla bellezza (e sull’importanza) della lettura che è un piacere dell’anima, ma anche del corpo come spesso mi ha ricordato il poeta Giampiero Neri.</strong>&nbsp;Tra le biografie più affascinanti in cui mi sia mai imbattuto c’è quella scritta da Scott Berg su Max Perkins, il cosiddetto “editor dei geni” (su di lui il bel film&nbsp;<em>Genius</em>&nbsp;con Colin Firth, Jude Law e Nicole Kidman); sotto il suo sguardo passarono i manoscritti di Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Thomas Wolfe… Perkins consigliava sempre ai suoi autori&nbsp;<em>Guerra e pace</em>&nbsp;e si addormentava con un buon libro nella speranza di “manovrare” i propri sogni. Una sua riflessione mi ha sempre illuminato e forse acquista ancora più vigore nel nostro tempo tecnocratico. Il protagonista del passo è un poeta, ma possiamo comodamente sostituire l’impegnativa parola “poeta” con “un classico” o un “bravo scrittore”:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«L’inventore ha migliorato – se quello è miglioramento – il nostro ambiente. Ma il poeta ha davvero cambiato noi stessi. Il grande poeta ha aggiunto molti cubiti alla nostra statura spirituale, e vedremo, udiremo e percepiremo per sempre le cose più chiaramente, più profondamente, e più ampiamente, dopo che lui avrà avuto modo di toccarci; e anche se non ci ha raggiunti direttamente, verremmo comunque cambiati dalla sua influenza su altra gente attraverso la loro su di noi; tanto che accade che un’intera nazione viene modificata dal poeta, nel tempo, come la nazione inglese lo è stata da Shakespeare. In realtà, lo è stato tutto il mondo, come pure da Omero e da Dante».</strong></p>
<cite><strong>(Andrew Scott Berg,&nbsp;<em>Max Perkins. L’editor dei geni</em>, Elliot, 2013)</strong></cite></blockquote>



<p>Iosif Brodskij, Nobel Letteratura 1987, pagò la sua libertà di spirito con un lungo esilio dalla Russia. Il saggio&nbsp;<em>La condizione che chiamiamo esilio</em>&nbsp;è una summa della sua poetica, ma anche un suggestivo esame di coscienza per ognuno di noi:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Un libro non è solo una fonte di informazioni o di intrattenimento; è, in un certo senso, un’estensione della nostra anima, un organo attraverso il quale possiamo entrare in contatto con le menti dei defunti, e con il futuro».&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Non diversamente scriveva Borges, che invece fu un Nobel mancato:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Fra i diversi strumenti dell’uomo, il più stupefacente è, senza dubbio, il libro. Gli altri sono estensioni del suo corpo. Il microscopio, il telescopio, sono estensioni della sua vista; il telefono è estensione della voce; poi ci sono l’aratro e la spada, estensioni del suo braccio. Ma il libro è un’altra cosa: il libro è un’estensione della memoria e dell&#8217;immaginazione».</strong></p>
</blockquote>



<p>Una sintesi sui libri come balsamo dello spirito è nella&nbsp;<em>Lettera</em>&nbsp;di papa Francesco sul valore della lettura di romanzi e poesie nel cammino di maturazione personale pubblicata giusto un anno fa, il 17 luglio 2024. In un passo c’è la possibile risposta al nostro quesito iniziale:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«La letteratura ha a che fare, in un modo o nell’altro, con ciò che ciascuno di noi desidera dalla vita, poiché entra in un rapporto intimo con la nostra esistenza concreta, con le sue tensioni essenziali, con i suoi desideri e i suoi significati».&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Continueremo a leggere libri? Sì, e non importa su quale dispositivo (anche se io non posso rinunciare alla carta) perché ognuno di noi non vuole smettere di sognare e di cercare una vita vera. E non vogliamo rinunciare a essere felici.</p>



<p><strong><em>Alessandro Rivali</em></strong></p>



<p><em><a href="https://www.edizioniares.it/studi-cattolici/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Per gentile concessione, pubblichiamo l’editoriale dell’ultimo numero di “Studi Cattolici”, la rivista stampata dalle Edizioni Ares</a></em></p>



<p><em>*In copertina: Marlon Brando, 1946; Photo Cecil Beaton</em></p>
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		<title>“Non si nasce scrittori, lo si diventa per scelta e a costo di tanti sacrifici”. A lezione da Piperno </title>
		<link>https://www.pangea.news/alessandro-pipero-ogni-maledetta-mattina/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 04:13:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Piperno]]></category>
		<category><![CDATA[Edoardo Pisani]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In coda al suo primo romanzo&#160;Alessandro Piperno&#160;ringraziava il proprio maestro, Enrico Guaraldo, per avergli insegnato “a leggere e a scrivere”. Allora ero molto giovane e ricordo che in un primo momento pensai che Guaraldo fosse il suo maestro delle elementari; devo dire che oggi quel mio errore mi diverte. Soltanto in seguito capii che leggere [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alessandro-pipero-ogni-maledetta-mattina/">“Non si nasce scrittori, lo si diventa per scelta e a costo di tanti sacrifici”. A lezione da Piperno </a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>In coda al suo primo romanzo&nbsp;<strong>Alessandro Piperno</strong>&nbsp;ringraziava il proprio maestro, Enrico Guaraldo, per avergli insegnato “a leggere e a scrivere”. Allora ero molto giovane e ricordo che in un primo momento pensai che Guaraldo fosse il suo maestro delle elementari; devo dire che oggi quel mio errore mi diverte. Soltanto in seguito capii che leggere e scrivere sono due attività in continua evoluzione e che non si finisce mai di impratichirvisi, nemmeno da adulti. Piperno infatti ringraziava il suo professore universitario, e chissà se oggi – a vent’anni dall’esordio – ritiene di avere del tutto imparato a leggere e a scrivere. Di certo sa tenere interessanti discorsi al riguardo.&nbsp;</p>



<p><em>Con le peggiori intenzioni</em>, il suo primo romanzo, usciva nel 2005. Allora avevo sedici anni ed era il libro di cui parlavano tutti; volli leggerlo anch’io e mi divertii, mi piacque. Ancora adesso, riprendendolo in mano, alcuni episodi mi paiono molto riusciti e talvolta riesce perfino a farmi ridere. Tuttavia non è all’opera romanzesca di Piperno – ai suoi alti e ai suoi bassi – che penso ora bensì ad alcune tracce per così dire “divulgative” che nel corso degli anni hanno accompagnato la sua scrittura e dunque la vita dei suoi lettori più attenti. Le coglievo su YouTube, sporadicamente: ogni tanto spuntava il filmato di una sua conferenza o di una sua lezione universitaria o anche soltanto di una sua intervista, e Piperno se la cavava sempre in modo egregio, da ottimo oratore qual è. Parlava di molti autori che amo – fra gli altri Proust, Flaubert, Nabokov, Bellow, Philip Roth, Capote, Baudelaire, Dickens, Kafka – e non era mai banale o noioso. Il fatto è che Piperno è uno di quegli scrittori che sono innanzitutto dei lettori forti e che perciò hanno stipulato una sorta di patto implicito con il proprio pubblico, ubbidendo sempre o quasi ai dettami della passione e della sincerità. Certe volte ha un occhio un po’ troppo benevolo per gli autori cresciuti (come lui) du côté de chez Siciliano, tuttavia i suoi consigli letterari non mi hanno quasi mai deluso: come suggeritore di libri Piperno inciampa di rado, specie se non parla dei suoi contemporanei italiani.&nbsp;</p>



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<p><a href="https://www.mondadori.it/libri/ogni-maledetta-mattina-alessandro-piperno/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Il titolo del suo ultimo lavoro è&nbsp;<em>Ogni maledetta mattina</em>, il sottotitolo&nbsp;<em>cinque lezioni sul vizio di scrivere</em>.</strong>&nbsp;</a>Se ho voluto accennare alle sue conferenze e lezioni che girano online è perché in questo libro esse vengono spesso riprese e arricchite. Piperno comincia raccontando della sua passione per la scrittura e poi elenca cinque ragioni (che saranno i cinque capitoli del libro) per mettersi a scrivere: ambizione, odio, senso di responsabilità, piacere, conoscenza. È un saggio a tratti divagante ma sempre ben strutturato. A un certo punto Piperno riprende una frase di John Cheever:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non credo ci sia alcuna filosofia morale nella narrativa oltre all’eccellenza.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Qualche anno fa l’aveva posta in epigrafe a&nbsp;<em>Il manifesto del libero lettore</em>, un suo libro che potrebbe essere appaiato a&nbsp;<em>Ogni maledetta mattina</em>; ora ce la ripropone come “una delle definizioni dell’arte di scrivere più persuasive” in cui ci si possa imbattere. Difficile dargli torto, specie in tempi in cui alla letteratura si collegano ogni sorta di doveri politici e sociali o addirittura didattici.&nbsp;</p>



<p>Piperno, ripeto, è un ottimo lettore e le pagine illuminanti o comunque dilettevoli del saggio sono parecchie. Mi sono rimasti impressi, per esempio, i brani sulla stupidità contemporanea (partendo da&nbsp;<em>Bouvard e Pécuchet</em>), o un originale e credo inedito accostamento fra Céline e Salinger, o la seguente frase:&nbsp;<strong>“È bene ribadirlo: non si nasce scrittori, lo si diventa per scelta e a costo di tanti sacrifici”</strong>, o questa: “Attribuire un significato simbolico ai racconti di Kafka non è solo un esercizio infruttuoso, ma anche un oltraggio alla sua divina arte narrativa” (una chiosa che Kundera avrebbe apprezzato), oppure:&nbsp;<strong>“Ah, se ne ho conosciuti di scrittori talentuosi che, stritolati dalla fame di riconoscimenti, hanno finito per perdersi!”,</strong>&nbsp;o ancora un difficile ma riuscito&nbsp;<em>trait d’union</em>&nbsp;fra Proust e Kafka che suggella il finale del saggio e dunque il bel ricordo che ne conserviamo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="667" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788804761563_0_0_0_0_0-667x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103404" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788804761563_0_0_0_0_0-667x1024.jpg 667w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788804761563_0_0_0_0_0-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788804761563_0_0_0_0_0-600x920.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/05/9788804761563_0_0_0_0_0.jpg 704w" sizes="(max-width: 667px) 100vw, 667px" /></figure>



<p>Insomma,&nbsp;<em>Ogni maledetta mattina</em>&nbsp;è un libro onesto e riuscito, che potrebbe avere come antenati o fratelli maggiori la prefazione di&nbsp;<em>Musica per camaleonti</em>&nbsp;di Truman Capote o&nbsp;<em>L’arte del romanzo</em>&nbsp;di Milan Kundera. Scrivere, come leggere, è divertente, può esserlo: Piperno in fondo non vuole dirci altro che questo, senza ergersi a gran maestro della sua arte. D’altro canto il suo amato Proust fa dire a Elstir, in&nbsp;<em>All’ombra delle fanciulle in fiore</em>:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“La saggezza non la si riceve, bisogna scoprirla da soli al termine di un itinerario che nessuno può compiere per noi, nessuno può risparmiarci, perché è un modo di vedere le cose. Le vite che ammirate, gli atteggiamenti che vi sembrano nobili non sono stati stabiliti dal padre o dal precettore, sono stati preceduti da esordi ben diversi, influenzati dal male o dalla banalità che regnavano tutt’intorno. Rappresentano una lotta e una vittoria.”&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Chissà se Piperno, allievo di Guaraldo, concorderebbe. Di certo in <em>Ogni maledetta mattina</em> non ci sono pompose lezioni “tecniche” sull’arte del narrare, come ormai è d’uso negli sciagurati manuali di scrittura creativa che infestano le librerie. No, Piperno non fa questo, non lucra sugli aspiranti scrittori come sogliono fare in tanti, e di ciò gli siamo grati. Aspettiamo quindi con interesse il suo prossimo romanzo, perché – dopotutto – è lì che si e ci diverte davvero. </p>



<p><strong><em>Edoardo Pisani</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: un&#8217;opera di Honoré Daumier</em></p>
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		<item>
		<title>“Non c’è abbastanza notte”. Su Louise Glück e M., ovvero: la morte di un poeta e quella di un lettore</title>
		<link>https://www.pangea.news/louise-gluck-poesia-morte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Nov 2023 05:31:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Louise Glück]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>a Mario De Ronzi Louise Glück è morta il 13 ottobre. A M. scrissi: “La Glück è morta ma è fregato giusto all’ANSA”. Quello che non sapevo quando glielo scrissi era che M. fosse morto dal giorno prima. L’avrei scoperto il giorno dopo, il sabato, dal suo profilo social: c’era chi gli augurava il riposo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>a Mario De Ronzi</em></p>



<p><strong>Louise Glück è morta il 13 ottobre. A M. scrissi: “La Glück è morta ma è fregato giusto all’ANSA”. Quello che non sapevo quando glielo scrissi era che M. fosse morto dal giorno prima.</strong> L’avrei scoperto il giorno dopo, il sabato, dal suo profilo social: c’era chi gli augurava il riposo eterno e in pace. Com’è un’eternità a riposare, a starsene in pace? Non sono sicuro sia il migliore degli auguri. Quando uno scrittore muore, Nobel o non Nobel, si sente il dovere di comunicarlo, come i suoi lettori abbiano il diritto di saperlo. Quando muore un lettore è un’altra storia, sarebbe complicato dover avvisare tutti gli scrittori ancora in vita della morte di quel lettore. Se per ogni loro lettore che muore gli scrittori letti da lui dovessero ricevere una comunicazione la situazione diventerebbe ingestibile, maniacale. La morte di un lettore non è una notizia neppure per l’ANSA.</p>



<p>Quando sono venuto a sapere della morte di M. ho deciso che avrei letto una raccolta di poesia della Glück, la sua ultima, <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/ricette-per-linverno-del-collettivo" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Ricette per l’inverno dal collettivo</em></strong>, nella traduzione di Massimo Bacigalupo</a>. Proprio ascoltando un video online di Bacigalupo per la presentazione della raccolta ho scoperto che la Glück le ultime poesie le aveva scritte in morte di sua sorella. Un lutto a farci da ponte, purtroppo.</p>



<p>Della prima poesia della raccolta, il titolo è <em>Poesia</em>, mi delude la traduzione del verso “Downward and downward and downward and downward / is where the wind is taking us”. La resa in italiano è: “Giù e poi giù e poi giù e poi giù/ è dove il vento ci porta.” La traduzione accorcia, tronca l’azione del vento, fa sembrare una caduta precipitosa ma tutto sommato clemente nel suo essere repentina quello che è invece è stato un movimento disperato e irreparabile. È la durata della caduta a renderla davvero tragica, è il vento a trasportati verso il basso e verso il basso e verso il basso e verso il basso: i fallimenti si prendono il loro tempo. Non si muore tutto in una volta: ci vuole tutta la vita che s’è vissuta fino all’attimo prima per riuscire a morire. E la morte cos’è? “io cerco di confortarti/ ma le parole non sono la risposta” sono altri due versi della Glück, che ne scrive di così scarni. Sono versi a cui non puoi afferrarti, non ti fanno scudo da niente, la sua è una poesia che dice le cose, non una poesia per nascondersene.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="669" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/81Vn4crM01L._SL1500_-669x1024.jpg" alt="" class="wp-image-97565" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/81Vn4crM01L._SL1500_-669x1024.jpg 669w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/81Vn4crM01L._SL1500_-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/81Vn4crM01L._SL1500_-600x918.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/10/81Vn4crM01L._SL1500_.jpg 706w" sizes="(max-width: 669px) 100vw, 669px" /></figure>



<p><strong>“Tocco la tua guancia per proteggerti –” in originale è “I touch your cheeck to protect you</strong><strong>—” con quel trattino lungo attaccato all’ultima vocale come non si usa in italiano</strong>, come lo si è visto ancora più prolungato in Sterne che ci mette capitoli su capitoli per dare a Tristram Shandy il tempo di raccontare la sua nascita. È una riappropriazione ortografica della Glück: un segno che vuole indicare un significato, una durata delle parole, una indicazione: non andare subito oltre questo segno, oltre la parola che il segno marca. Non abbiamo per proteggerci che una carezza da darci sulle guance: senti l’importanza di questa affermazione? La fragilità, la bellezza sottile come la carta dove hai letto questo verso? Tra noi e la morte non c’è che il tratto di una carezza, allora facciamo il poco che è in nostro potere e allunghiamo quanto più lo si può quel tratto, quella carezza.</p>



<p>Il trattino ‘–’ sta al trattino ‘—’ come la parola <em>giù</em> sta alla parola <em>downward</em>.</p>



<p>La poesia successiva si compone di due parti, <em>Un diario di viaggio</em> e <em>La storia del passaporto</em>. Il nome della poesia è <em>Il rifiuto della morte</em>.</p>



<p><strong>Contiene il verso: “Amavo quei giorni! Ciascuno esattamene come i precedenti.” Mi ricorda quello che ho letto sulla bacheca di M., l’augurargli un riposo eterno di pace.</strong> Bisogna avvertire la minaccia alla vita per sentire la mancanza dei quieti giorni perduti. Bisogna aver perso la pace per sentire la mancanza di quei giorni alla lunga detestati perché troppo pacifici, troppo uguali gli uni agli altri e perciò noiosi. Quando la vita fallisce, quando si sente trascinata verso il basso, niente sembra più bello di una sfilza di giorni tutti uguali, quando basta una carezza a proteggerti e niente sembra più desiderabile di un <em>enviable emptiness</em>, un <em>vuoto invidiabile</em>. La vita è un peso ma la morte è un vuoto ancora più pesante.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“E come eravamo tristi quando ne moriva uno,</strong><br><strong>perché muoiono, anche se sono stati</strong><br><strong>separati dalla natura; tutto alla fine muore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Sono versi dal Collettivo, un posto dove i vecchi vanno nei boschi a raccogliere il muschio “che cresceva/ sul lato nord di certi ginepri.” I più preziosi dei muschi sono conservati per i bonsai. “A me l’albero sembrava bellissimo, / non finito forse, eppure bello, con il muschio / avvolto alle radici.” Non bastano le cure attente, il metterli al riparo dal mondo esterno, imparare le <em>regole complicate</em>, il <em>lungo apprendistato</em>: non ci si può mai separare abbastanza dalla natura. La morte è la proprietà delle cose naturali. Solo ciò che non è naturale non muore. “Le foglie morte posavano sulle pietre; / non c’era vento che le sollevasse.” Il vento in questa raccolta di poesie della Glück ti accompagna verso il basso: una volta toccata terra, toccato il sottoterra, il vento ha fatto il suo compito. Non è previsto ti riporti verso l’alto. Tornando ai versi della prima poesia, <em>Poesia</em>: “Scalano l’alto monte coperto di ghiaccio, / poi volano via. Ma tu e io / non facciamo queste cose –”, “don’t do such things—”.</p>



<p><strong>I bonsai, penso, sono gli umani tutti, sia, ma anche noi lettori: lettori della Glück, lettori in generale che ci mettiamo nelle mani di chi scrive,</strong> le cui parole possono essere per noi cesoie, tecniche per imparare a crescere, o a non crescere, in altre direzioni. Rispetto ai lettori i poeti sono artefici. “Gli alberi erano miniature, come dicevo, / ma una morte in miniatura non c’è.”</p>



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<p>Un verso così, “ma una morte in miniatura non c’è”, potremmo impararlo e ricordarlo ad ogni articolo di giornale e a ogni prima serata di trasmissione dove ce la mettono tutta per spiegarci chi ha più ragione e chi ha più torto, quale occhio è più occhio, quale dente più dente, oppure posso chiamarmi fuori dalla lussuria della polemica, dall’indignazione alla Pavlov, e copiare il verso “ma una morte in miniatura non c’è” sulla bacheca di M., adesso che non si va più per cimiteri, ora che anche le lapidi sono a portata di click.</p>



<p>Louise Glück va verso gli ottanta anni quando pubblica <strong><em>Ricette per l’inverno dal collettivo</em></strong>, vale a dire che viaggia verso il grande freddo della morte e ne è consapevole. Era malata di cancro quando è morta. Della poesia <strong><em>Viaggio invernale</em></strong> sono i versi: “Lungo il sentiero, c’erano / cose che erano morte lungo la via &#8211; ”, “along the way—”. Com’è vivere e vivere a lungo? Significa testimoniare più a lungo degli altri l’operato della morte. I versi conclusivi del viaggio invernale raccontano la fine di un’amicizia, un’amicizia che niente poteva contro l’operato della morte, giusto un “cenno / di saluto”, il corrispettivo di una carezza, eppure: “Però la sua presenza mi sosteneva / alcuni di voi sapranno cosa intendo”.</p>



<p>Chi è più fortunato? Colui che intende queste due versi della Glück o chi non può intenderlo? Fortunato chi lungo il proprio sentiero non ha occhi che per la propria vita trovando insignificante la morte altrui, cioè colui che riesce a separare la propria vita dalla vita degli altri, come non ci fosse un’unica vita di cui tutti partecipiamo e dunque un’unica morte verso cui tutti veniamo trascinati dal vento, davvero il fortunato è lui?</p>



<p><strong>La morte non è una storia piacevole da ascoltare, “tutti disprezziamo / le storie che sembrano aride e interminabili”. Nella poesia <em>Una storia non finita</em> Louise Glück deve precisare un’altra delle verità che solo i poeti hanno il potere di strappare dallo sfondo</strong> a cui sono inchiodate con l’accusa di essere ovvietà senza clamore, ovvero che la morte racconta le più belle storie d’amore: “<em>Lo cerchiamo tutta la vita, / anche dopo che lo abbiamo trovato</em>”. Il poeta di fronte alla morte è Orfeo che canta per Euridice. (Dalla poesia <em>Poesia</em>, sempre la prima della raccolta: “canto per te come mia madre cantava per me”, “as mother sang to me—”).</p>



<p>Molti i versi da poter utilizzare come funi lanciate verso il lungo dove sono trascinate le persone che non sono più, “<em>I bellissimi giorni dorati quando tu saresti morta fra poco, / ma potevi ancora iniziare con gli sconosciuti delle conversazioni casuali</em>”, ma la poesia non è una droga calmante, la poesia della Glück è “<em>robusta ma acida / come una sveglia</em>”, non è scolpita, è il driftwood, il legno che il mare restituisce già deformato, è una creatura le cui forme sono state decise dalle correnti. Allora dirò il verso che preferisco, presente nella poesia <strong><em>Il sole al tramonto</em>.</strong> Nella poesia un maestro chiede allo studente: cosa pensi del tuo lavoro? E lo studente risponde: “Non c’è abbastanza notte”. Ciascuno penserà a quel che verrà. Io ho pensato alla Rothko Chapel. Non sono mai stato alla Rothko Chapel, in Texas. Eppure ci sono stato, con questa poesia di Louise Glück.</p>



<p>La poesia può essere poesia, deve essere poesia, anche d’inverno, di notte, lungo il sentiero dove ci sono cose morte lungo la via, consapevole di come una morte in miniatura non c’è.</p>



<p><strong>M. era ancora vivo quando Jon Fosse è stato premiato con il Nobel. “Mai letto nulla. Provvederemo”, così mi ha scritto. </strong>Ha fatto in tempo per la Glück, non ha fatto in tempo per Fosse. Il vento l’ha portato verso quel basso da cui non si ritorna. Ho provveduto io per lui, per ora che ancora posso.</p>



<p>Da <strong><em>Tre drammi</em></strong>, editore Titivillus, da <em>Variazioni di morte</em> del 2002, a parlare è La figlia: “È là dentro / nel grande sonno luminoso / là nel buio / troviamo / là in quel buio luminoso / <em>(pausa breve)</em>”.</p>



<p>Cosa significa continuare a leggere mentre la morte interrompe la lettura di chi avrebbe voluto continuare a farlo, di chi avrebbe voluto cominciare o che avrebbe provato a cominciare se la morte non gli fosse arrivata addosso dall’alto o alle spalle, vigliacca o occhi negli occhi? Non possiamo andare avanti, andremo avanti—</p>



<p><strong>antonio coda</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/louise-gluck-poesia-morte/">“Non c’è abbastanza notte”. Su Louise Glück e M., ovvero: la morte di un poeta e quella di un lettore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Oltre il 60% degli italiani legge (soprattutto: guide turistiche). Vilipendio pubblico della lettura</title>
		<link>https://www.pangea.news/lettura-lettori-laterza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Oct 2023 04:31:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Laterza]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Ferrucci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Le indagini annuali dell’Istat ci dicono infatti che gli italiani che dichiarano di aver letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi sono oltre venti milioni: non proprio “una nicchia”… E se aggiungiamo anche la lettura dei manuali e delle guide turistiche – che sono libri a tutti gli effetti – a leggere libri risulta [&#8230;]</p>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Le indagini annuali dell’Istat ci dicono infatti che gli italiani che dichiarano di aver letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi sono oltre venti milioni: non proprio “una nicchia”… E se aggiungiamo anche la lettura dei manuali e delle guide turistiche – che sono libri a tutti gli effetti – a leggere libri risulta essere la maggioranza degli italiani, oltre il 60%».</strong></p>
<cite><strong> (Giuseppe Laterza, La Repubblica, 28 settembre 2023)</strong></cite></blockquote>



<p>Questa affermazione, che ci ha fatti scoppiare in risate che non finivano più, al punto da doverci calmare con abbondanti bicchieri d’acqua, si trova in un articolo del presidente della gloriosa casa editrice Laterza – che non necessita di presentazioni – intitolato “Basta catastrofismi, l’Italia è un Paese per lettori di libri”. Lo spunto per questa intemerata è arrivato <a href="https://www.linkiesta.it/2023/08/michela-murgia-libri-tre-ciotole/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">da un caustico editoriale apparso sulla testata online Linkiesta</a> – addirittura, come se si trattasse di chi sa quale intervento di peso – in cui si dice, fra le altre cose,</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«i libri sono ormai un prodotto di nicchia non dico quanto le carrozze a cavalli, ma quasi. I libri non contano niente. I libri non li legge nessuno. (Questo è il punto in cui quelli dell’industria editoriale mi spiegano che è fiorente, che fattura tantissimo, che i fumetti e i libri di ricette vanno fortissimo e li candidiamo pure allo Strega)».</strong></p>
</blockquote>



<p>Apriti cielo: è bastata questa provocazione, peraltro non lontana dalla realtà, per spingere un personaggio come Giuseppe Laterza ad aprire l’articolo su <em>Repubblica</em> citando proprio la frase incriminata, per annunciare che la discussione partita da quell’editoriale «proseguirà il 3 ottobre nella sede romana della casa editrice, in un incontro promosso insieme al Forum del libro, l’associazione che comprende librai ed editori, bibliotecari e insegnanti, giornalisti e ricercatori. Ma come mai periodicamente qualcuno profetizza la scomparsa o l’irrilevanza dei libri?». In pratica, una chiamata alle armi collettiva, con ufficiali, sottufficiali, equipaggiamento e tutto. Da parte nostra troviamo comprensibili le ragioni di chi non vuol rassegnarsi all’idea che il declino della lettura in Italia sia costante e irreversibile, ma il vero problema non sta lì, risiede piuttosto nelle argomentazioni che Giuseppe Laterza sciorina nell’articolo senza accorgersi di quanto siano velleitarie e ingannevoli, al punto da sfiorare il ridicolo. E questo stupisce parecchio.</p>



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<p><strong>Il quadro che esce dalla discussione pubblica sull’argomento, lamenta Laterza, sarebbe «quello di un Paese abitato in maggioranza da persone incolte e governato perlopiù da persone indifferenti alla cultura»: sappiamo che purtroppo è così,</strong> ma lui contesta fermamente questa visione, dicendo che «tutti i dati smentiscono questo quadro desolante». Bene, e quali sarebbero <em>tutti</em> questi dati? E qui arriva la cannonata che vorrebbe metterci a tacere, ma riesce solo a far sbellicare: «Le indagini annuali dell’Istat ci dicono infatti che gli italiani che dichiarano di aver letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi sono oltre venti milioni: non proprio “una nicchia”… E se aggiungiamo anche la lettura dei&nbsp; manuali e delle guide turistiche – che sono libri a tutti gli effetti – a leggere libri risulta essere la maggioranza degli italiani, oltre il 60%».</p>



<p>Ora, non ricominciamo a ridere ma calmiamoci, respiriamo, sediamoci e proviamo a riflettere. Innanzitutto, come spesso accade, quando si vuol dar peso alle proprie affermazioni si citano “le indagini dell’Istat”, secondo le quali sono venti milioni “gli Italiani” (già con il maschile sovraesteso Laterza sta rischiando: dimentica che a leggere sono soprattutto le femmine?) che “dichiarano” di aver letto almeno un libro all’anno. <em>Dichiarano</em>, si badi, anche se la prova che un libro l’abbiano effettivamente letto non c’è. Quante sono le persone che, intervistate per l’indagine, direbbero senza vergognarsi di non leggere mai <em>niente</em>? Queste persone esistono, ma esistono anche quelle – non sappiamo se in maggioranza – che si spacciano come “minimamente lettori” per non fare brutta figura. Quindi si dovrebbe iniziare a fare chiarezza, senza abbandonarsi alle illusioni. Da quei “venti milioni” si potrebbe provare a toglierne dieci, così ne resta la metà. Dieci milioni di persone che realmente leggono “almeno un libro all’anno” possono dividersi fra quelli che con un solo libro si sentono a posto e quelli che invece amano leggere sul serio, i quali a loro volta si possono distinguere fra chi si spara un libro al mese e chi ne divora fino a due alla settimana. Dunque, in Italia quanti possono essere questi lettori, intendiamo quelli forti, che il libro lo praticano davvero? La cifra più verosimile, ricavata proprio dai dati Istat, dovrebbe attestarsi fra il sei e il sette per cento della popolazione, che già sarebbe un dato congruo.</p>



<p><strong>La cosa esilarante è l’arrampicata sugli specchi di chi spinge a includere nella categoria quelli che leggono guide turistiche e manuali di vario genere: allora perché non aggiungere anche chi legge i libretti di istruzioni degli elettrodomestici? E quelli che quotidianamente leggono in Rete gli articoli più disparati, non sono un esercito?</strong> Vogliamo metterci anche loro? Qui, spiace dirlo, stiamo rasentando la farsa. Sappiamo che su <em>Repubblica</em> si può trovare quasi ogni giorno qualche cantonata – come in questo caso –, ma la sparata del “sessanta per cento” di lettori italiani mette tristezza, perché sembra di essere di fronte a forzature visionarie che non promettono nulla di buono. Ancora peggio il seguito del ragionamento:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>«Certo, gli italiani leggono meno che in Germania o in Svezia – dove i lettori di libri sono più del 70% della popolazione –, ma sono quattro volte superiori a quanti erano solo sessant’anni fa, quando leggeva libri appena il 16% degli italiani. E gli acquirenti di libri non sono meno dei fruitori di cinema, teatro, musica e musei, tanto che se guardiamo al fatturato, quello del libro, con un venduto superiore a tre miliardi di euro, è tra i più rilevanti mercati culturali del nostro Paese».</strong></p>
</blockquote>



<p>Il fatto che in Germania e in Svezia i lettori di libri siano più del settanta per cento sgomenta se raffrontato alla nostra realtà, che resta asfittica e drogata. Drogata innanzitutto di cifre, sia da chi vorrebbe infilare nella statistica anche i lettori di manuali e guide, moltiplicando per dieci la vera percentuale dei lettori degni di questo nome, sia da chi preferisce sorvolare sull’iper-produttività tossica dell’industria editoriale, costretta a far girare una macchina elefantiaca che spara fatturato senza rallentare, per non soccombere all’indebitamento eccessivo. Realtà che è drogata anche nella qualità dell’offerta, al punto che Giuseppe Laterza si compiace di precisare, in senso positivo, che «i maggiori lettori di libri sono giovani. La percentuale più alta di lettori infatti si ritrova nelle classi di età dai 15 ai 25 anni: non per caso l’anno scorso il libro più letto è stato <em>Fabbricante di lacrime</em> di Erin Doom [un’italiana che si chiama Matilde, già vista a pavoneggiarsi nel programma tv di Fabio Fazio, NdA], parte di una letteratura cosiddetta young adult che ha giocato un ruolo importante nel boom delle vendite di libri durante il lockdown, altro fattore positivo e per nulla scontato».</p>



<p>Ecco, qui l’aberrazione dello sguardo è evidente, come se un miope avesse inforcato occhiali da presbite. Provare sollievo perché i lettori di libri sono soprattutto ragazzini, che si cibano di letteratura fantastica, significa ignorare – colpevolmente – il fatto grave che gli adulti e maturi, quelli che devono portare avanti il Paese col lavoro ed essere classe dirigente con la giusta visione, leggono sempre meno o non leggono affatto, e così non alimentano la loro capacità di essere guida di sé stessi, dei propri figli e delle organizzazioni che dirigono.</p>



<p><strong>Com’è possibile che il padrone-simbolo di una delle nostre imprese culturali più importanti – i cui libri popolano la casa di chi scrive – affronti la questione in modo così superficiale? Solo per poter ribattere a un pezzo caustico apparso su una testata online che lo ha irritato? </strong>L’irritazione è comprensibile, ma meno comprensibile è la narrazione propagandistica con la quale si vuole reagire. L’unica cosa veramente fondata che si legge nell’articolo di Giuseppe Laterza è che non si può assumere la presenza di un libro nella classifica dei più venduti – già drogata di suo – come unico criterio per misurarne la fortuna. La vera fortuna dei libri che non sono <em>best-seller</em> è essere <em>long-seller</em>, e qui anche la saggistica può avere un ruolo. «Come valutare – per fare solo un esempio – la <em>Storia delle donne</em> che noi progettammo negli anni ’90 con Michelle Perrot e Georges Duby e che – pur non essendo mai andata in classifica – ha venduto a oggi quasi 300mila copie? Certo, se il successo di un libro si misura in giorni o settimane allora i libri saranno sempre sfavoriti rispetto ad altri media. Un tweet o un post saranno sempre in vantaggio su un libro: un vantaggio fatto di attimi di attenzione, seguiti spesso però da rapido oblio».</p>



<p>Sia lode ai <em>long-seller</em>, dunque, perché dimostrano di avere il nerbo e la sostanza di qualcosa che s’innesta e s’incorpora nella consapevolezza del corpo sociale. Ma con le epoche che si stanno rincorrendo velocemente siamo in un ritardo cronico, e con la classe dirigente che ci troviamo –soprattutto in campo culturale e politico –, fatta di matusa e di adulti ben “integrati”, difficilmente questo verrà recuperato. <strong>Serve a poco l’affermazione di Marino Sinibaldi, vecchio <em>patron</em> di Radio 3 e presidente del Centro per il libro e la lettura, secondo cui i libri sono vivi e vitali grazie alla «autorevolezza e sacralità che sopravvive a ogni rivoluzione tecnologica». Questi sono pensieri e convinzioni del novecentesco che resiste</strong> – comprensibilmente, perché deve resistere –, ma i dati paiono indicare un’altra direzione. In più, continuare a chiedere alla politica di “investire nella diffusione dei libri nella scuola, nelle biblioteche, nelle librerie”, come si legge di solito, difficilmente porterà frutti: sono la stessa complicità dei media, la sudditanza di molto giornalismo culturale, l’inevitabile sottomissione alle logiche economico-reddituali, la spinta inarrestabile verso la semplificazione e le convenienze immediate, la voracità delle librerie di catena ad alimentare il malanno complessivo. Con tutti gli effetti collaterali che ciò comporta. Per salvarci, allora, affidiamoci alle vendite della <em>chick-lit</em>, del <em>romance</em>, del <em>young adult</em>, del <em>gender-novel</em>, e anche dell’<em>autofiction</em>, del <em>partenope-noir</em>, dell’<em>hard fantasy</em> e <em>soft fantasy</em>, del <em>graphic novel</em>, <em>comic</em>, <em>manga</em>, <em>travel guide</em>, <em>self-help</em>, <em>how-to</em>, <em>pet love</em>.</p>



<p><strong><em>Paolo Ferrucci</em></strong></p>
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		<title>Giorno uno, abbiamo perso. Memorie sbronze dal Salone</title>
		<link>https://www.pangea.news/salone-del-libro-commento/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 May 2022 03:09:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Salone del Libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono al Salone del libro di Torino, i biglietti aerei per il Guatemala costavano troppo per lo stipendio di un editoriante[1]. Partiamo da un presupposto ingombrante: mi sono svegliato incazzato, con la testa ancora piena di alcol perché ieri sera mi sono preso una sbronza colossale per non pensare al salone. Ma arriva sempre il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono al Salone del libro di Torino, i biglietti aerei per il Guatemala costavano troppo per lo stipendio di un editoriante<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Partiamo da un presupposto ingombrante:</p>



<p>mi sono svegliato incazzato, con la testa ancora piena di alcol perché ieri sera mi sono preso una sbronza colossale per non pensare al salone. Ma arriva sempre il momento in cui non puoi più pensarci e devi farlo, per la pagnotta, chiaramente, ma devi farlo.</p>



<p>Ero quindi lì con il corpo, con la testa narcotizzata dagli antidolorifici e un vecchio di ottant’anni mi si presenta e pretende che gli regali un libro. Vecchio mio, è il tuo giorno fortunato, prenditi pure tutto, tanto io devo star qui seduto a vedere questa schiera di approfittatori culturali, inutili editori, fumettari e giovani entusiasti che non credo di poter vendere nulla, e poi ti prego spostati che mi mandi addosso un tale puzzo di vecchio che potrebbe darmi il colpo di grazia in questa mattina in cui la testa penzola e non si regge.</p>



<p>Esco un attimo per un caffè, penso che con gli antidolorifici possa ben sposarsi, ho già le gambe pesanti e non riesco a camminare bene. La barista mi guarda e mi dà un gettone dopo che le ho dato i soldi, mi guardo il gettone e sorrido, penso tra me: “e adesso?”. Lei deve aver intuito la mia perplessità e mi guida, con voce soffice, all’altro gazebo. Salone, un bar è un concetto semplice, ieri sera ci ho buttato una quantità di soldi che basterebbe a tener viva una famiglia e funzionava così, io pagavo e loro mi davano da bere. Non c’erano gettoni e il bar ha assolto completamente alla sua funzione: ne sono uscito sulle ginocchia.</p>



<p>Allora mi sono un po’ svegliato. Ho cominciato a vagabondare un po’ tra gli editori, a prendermi gli attacchi di panico di fronte all’impatto devastante di tutti i Sellerio uno dopo l’altro creano un effetto ottico labirintico ma efficace commercialmente tanto che mi ero quasi convinto di avere immediato e necessario bisogno di comprare l’intera saga di Montalbano.</p>



<p>Poi è successa una cosa: verso l’ora di pranzo hanno tutti cominciato a mangiare, e io avevo una fame boia ma avrei dovuto riprendere dei gettoni e dio me ne scampi però quello che mi chiedo è: essendo i libri già profanati, svuotati della loro essenza di clausura, di ritiro spirituale sotto queste luci al neon accecanti del Lingotto, perché restituirli a queste mandrie di lettori con un’immagine ancora più bassa, ridicola, con un editore che mangia e si sbrodola e tinge la sua barba sciatta di olio e infila tra i denti le verdure che tra due minuti si troverà a esibire a uno sfortunato lettore mentre parla di Kafka con questo filo verde tra gli incisivi e allora avremo perso un altro lettore e sarà giusto, e se non lo abbiamo perso lo abbiamo dato in braccio ai grandi editori che gli venderanno le ricette di Cracco e via discorrendo.</p>



<p>Un giorno al Salone basta e avanza per capire che il vero problema al di là del Salone in sé, delle logiche che lo compongono, dei personaggi sempre uguali, è che gli editori non portano più la cravatta. </p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Questa nota non ha alcun senso se non quello di sfottere un po’ gli amanti di DFW che qui al Salone del Libro si moltiplicano ogni anno continuando una strana e inquietante tradizione per cui si finisce per assomigliare fisicamente ai propri idoli. Il problema è che a uno stile scanzonato, autentico e diretto, fluente e tagliente come una lama nel burro (pregasi notare la similitudine di altissimo pregio), qui ci sono tristi riproposizioni, sosia da avanspettacolo, stempiati con i capelli lunghi, giovani che si fanno le cannette convinti di avere un problema con la droga, improbabili quanto antiestetiche camicie sbottonate e fasce per raccogliere le chiome. Peccato che DFW, al Salone del libro, non ci sarebbe venuto in nessun modo. La nota in realtà aveva un suo senso, peccaminoso, ignobile, di richiamare tramite audace link al mio articolo precedente in cui scrivevo che, l’ipotesi di dovermi sorbire un’altra conferenza stampa del Salone era totalmente improbabile dal momento che mi sarei trovato dall’altro capo del mondo solo per scongiurare simil sciagura (qui si è tentata un’allitterazione).</p>
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		<title>Per sopravvivere al Premio Strega giocate sulla sabbia con la tigre di Rudyard Kipling… (Ops, ha vinto Veronesi, chi l’avrebbe mai predetto?)</title>
		<link>https://www.pangea.news/premio-strega-andrea-bianchi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2020 07:55:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti questi romanzi premiati, tutte queste liste alla lavagnetta. * Non sarò mai tra quelli che spingono altri a scrivere un romanzo. Non adesso, almeno. I romanzi sono cose da borghesi o no? Sono veramente orribili i borghesi che domani compreranno il libro premiato? * Ma che hanno questi borghesi che non va? guardate che non [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti questi romanzi premiati, tutte queste liste alla lavagnetta.</p>
<p>*</p>
<p>Non sarò mai tra quelli che spingono altri a scrivere un romanzo. Non adesso, almeno. I romanzi sono cose da borghesi o no? Sono veramente orribili i borghesi che domani compreranno il libro premiato?</p>
<p>*</p>
<p>Ma che hanno questi borghesi che non va? guardate che non è bello essere non-borghesi: vedete in America che succede: da sotto i non-borghesi muoiono, oppure, dall&#8217;alto, comandano ad altri di uccidere i non-borghesi. Teniamoci stretti la nostra ipocrita miniborghesia: è il meno peggio di tutto. Con tanto di romanzi.</p>
<p>*</p>
<p>I romanzi sono cose che si scrivono <em>dopo</em>, essenzialmente dopo averli vissuti: e quasi tutti invece hanno ancora tantissimo, anzi tutto da vivere. Non si dica poi di quelli che i romanzi li scrivevano a vent’anni, quando a vent’anni avevi già finito di vivere. E adesso, invece, vedete come siamo ancora arzilli a cinquanta, a sessanta, addirittura a settanta, viagra e Premio Strega permettendo.</p>
<p>*</p>
<p>E oltre a scrivere privatamente, cioè a comunicare a qualcuno, si deve continuare anche a prendere appunti, nella propria testa o sui fogli: che non una brezza, o una piega di pelle di un qualche cliente o di un qualcuno di cui noi siamo stato clienti possa mai sfuggirci.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77637 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/07/veri-300x168.jpg" alt="" width="582" height="326" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/veri-300x168.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/veri-768x431.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/07/veri.jpg 900w" sizes="(max-width: 582px) 100vw, 582px" />E che un incontro casuale sulla spiaggia, che sia con il fantasma di Kipling o con una sagoma reale, abbia sempre la stessa intensità (narrativa) della preda a lungo cacciata e mai presa.</strong> E che trionfi sempre l’amore, anche quando non si sa bene cosa sia. E il madistomaco.</p>
<p>*</p>
<p>Mentre strologo così, su Rai3 i vari pretendenti allo Strega sciorinano le loro convinzioni e Sandro Veronesi dice sicuro di sé che “il romanzo è borghese”.</p>
<p>*</p>
<p>I romani antichi, come Veronesi e diversamente dai greci e dalla loro divina follia, non hanno capito però che la scrittura deriva dall’Olimpo. Così i romani si sono fatti cristiani, inventando lo spirito borghese ben prima della borghesia, ed è per questo che il genere romanzo porta il loro nome nella sua etimologia e nella sua storia: cosa c’è di più stucchevole di un popolo che rinuncia ai baccanali per apparire buono? E Nietszche lo diceva, però si arrabbiava di più per l’aver rinunciato ai baccanali che per il cercare di apparire buoni, che in fondo è molto peggio, anzi, è del tutto demoniaco.</p>
<p>*</p>
<p>A mio modesto parere, il problema non è nello Strega <strong>ma in un certo modo di dire ‘romanzo’: che deve apparire buono, che deve apparire risolto in sé, come gli uomini adulti, come gli edifici, le epoche storiche.</strong> Quando non c’è nient’altro in natura che abbia quella stessa forma, quando la natura (cioè la realtà non travisata con questi occhi sognanti di ombra e di uomo) è essa stessa incompiuta e non ha architettura o impalcatura, ma solo vertigini.</p>
<p>*</p>
<p>Basta.</p>
<p>Credo di avervi detto abbastanza sul perché non dobbiamo scrivere ancora altri romanzi per precipitare invece altrove, nei desideri e, ancora di più, nel desiderio di continuare a desiderare: <strong>per avere storie da scrivere dentro al romanzo che non vorrete scrivere mai. Fino a che il romanzo sarà scritto</strong>, la ragazza pretesa e lasciata, i figli partoriti, i genitori invecchiati e tutto il resto andato avanti, senza nemmeno quella dannata vertigine che i maghi sanno vedere.</p>
<p>*</p>
<p>Se così non sarà, si rimarrà nella gioiosa e ipocrita noia che i romani cristiani borghesi hanno edificato per proteggere le loro perversioni e fare, in fondo, dei romanzi più o meno brutti.</p>
<p>*</p>
<p>In ogni caso, che rimanga poesia, umanità e dolore. Ma questo basterà a fare un uomo o della buona scrittura? Non credo, ma devono esserci necessariamente per non fare una brutta persona e un pessimo scritto. Il resto poi può essere qualsiasi altra cosa (persino l’odio, come insegnano Céline, Bukowski e altri).</p>
<p>*</p>
<p>C’è un’altra cosa che si profila, sotto il terreno, pur solido, della poesia, umanità e dolore contrapposte ai premi borghesi dello Strega. C’è rabbia: va usata con delicatezza, lasciata sempre come un condimento che non prenda mai il sopravvento sugli altri tre che sono fondamentali. Alla fine anche la rabbia, più degli altri, caratterizzerà la scrittura o l’essere di un certo animo, ma se finisce per soffocare poesia, umanità e dolore, potremmo essere da buttare, divenire l’oggetto stesso della nostra letteratura e non più il soggetto, come è successo ad Aldo Busi, ad esempio.</p>
<p>*</p>
<p>Per sopravvivere, infine, leggere in pullman la Bellonci che fondava lo Strega.</p>
<p>Leggere Virgina Woolf in una montagna dove stanno scavando una galleria.</p>
<p>Invece di Carofiglio, andare alla radice del suo stile alla Hemingway leggendo i racconti di Kipling venticinquenne. Sentire la sabbia bollente sotto i piedi e sognare una tigre del circo che gioca sulla spiaggia con Kipling.</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p><em>P.S. Incidentalmente, Sandro Veronesi ha vinto il Premio Strega. Chi l’avrebbe mai predetto…</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>“Bisogna amare solo ciò che non si conosce. Quello che si conosce è acqua passata”. Domenico Brancale, “Mal d’acqua”</title>
		<link>https://www.pangea.news/domenico-brancale-mal-dacqua/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2020 08:27:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Brancale]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Acqua alta 12 novembre 2019, il canto delle sirene risuona nella notte della laguna. nessuno è Ulisse. Ovunque l’acqua. Ovunque alta. Le strade non sono più strade. I passi scorrono. Il corpo è lo scafo delle costrizioni. &#160; Circa 48 anni fa il fratello di mia madre annegava nel Mar Ionio. Ci sono state anche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Acqua alta</em></strong></p>
<p>12 novembre 2019, il canto delle sirene risuona nella notte della laguna. nessuno è Ulisse. Ovunque l’acqua. Ovunque alta. Le strade non sono più strade. I passi scorrono. Il corpo è lo scafo delle costrizioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Circa 48 anni fa il fratello di mia madre annegava nel Mar Ionio. Ci sono state anche molte persone che sono annegate in uno specchio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«È morte per le anime diventare acqua» Eraclito</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un uomo con un dolore è un uomo più elegante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non stare su nient’altro che sulla propria immagine riflessa nell’acqua. L’acqua incanta. La realtà è sempre doppia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-76404 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-19-195x300.jpg" alt="" width="291" height="448" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-19-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-19-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-19.jpg 500w" sizes="(max-width: 291px) 100vw, 291px" />L’acqua ci sdoppia, dice «Io è l’altro». Per rimanere dentro te stesso devi assolutamente essere fuori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stringere l’acqua tra le mani è scrivere. L’acqua è una realtà poetica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rinunciare a scrivere è scrivere questa rinuncia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parlare all’acqua è essere presuntuosi. Chiunque scrive deve esserlo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C’è un tempo che ci supera, il tempo che pregiudica ogni nostro giudizio. Pronunciamo giudizi, i nostri pregiudizi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto è fatto per accogliere la nostra negatività. Tutto per scongiurarla. Il mondo si alterna a seconda della nostra situazione esistenziale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna amare solo ciò che non si conosce. Quello che si conosce è acqua passata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi annoia ogni forma di descrizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Contemplare la parola è scorrere, dissolversi, morire.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto viene per pronunciarsi. Tuttavia stai dove sei e aspetta, aspetta&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dammi alla luce. Fallo ora nelle tenebre di questa parola.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Solo nella sofferenza gli uomini nel grido disperato si raccolgono nell’essere animale. S’immolano a ciò che di più alto c’è in loro, il futuro, il sempre a venire. Lo scarto dentro cui ogni cosa si riappropria dell’impossibile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutta l’esistenza è un urlo. La ramificazione del dolore in ogni organo. E tutto viene messo a tacere dalle parole, dai tentativi di riportare a galla le certezze del passato. Riprodurre le azioni – tagliare il cordone ombelicale, spalancare la voce all’abisso, strisciare dentro una mattonella, gattonare, ergersi nel balbettio del vuoto, coniugare il vagito del verbo, predicare la propria innocenza. Si ripercorre un sentiero battuto, ci si consola con le briciole che abbiamo lasciato cadere quando non volevamo perderci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una cosa vera puoi dirla soltanto a qualcuno che ti ascolta. Occorre ascoltare l’orecchio mozzato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il caso dura un istante, non conosce durata. Tutto ciò che lo eccede si chiama coincidenza. Il caso è la scintilla. Il destino la fiamma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La poesia ama nascondersi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il disimpegno è quell’atteggiamento di distacco e di indipendenza nelle proprie attività dagli interessi di una qualsiasi ideologia. Concepire le azioni – la scrittura come fine a se stessa. Come nel gioco del calcio l’azione di un difensore che pressato da più avversari riesce a rinviare la palla, così bisogna rinviare la parola. Il disimpegno è un espediente per uscire da una difficoltà, dall’imbarazzo della letteratura. Nel disimpegno si fa a meno di sé essendo profondamente in sé.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto è principio nel regno dei principianti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Soltanto rimanendo a una certa distanza da se stessi si riscrive la biografia della domanda. Una vita non ha perché.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ogni volta che riemergendo dal fondale una foglia sfiora la superficie, annega il grido dell’onda tra le mie mani. Il più lontano. Credi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’animale è la ferita dell’uomo. Solo le braccia che toccano la terra possono scrivere. Recitare la parte eterna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’acqua è una materia che non smette di crescere a dismisura. Eccede nei nostri occhi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se credi alla magia diventi palpabile. Contro tutte le attese sei ancora qui.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non si è mai abbastanza.</p>
<p><strong><em>Domenico Brancale</em></strong></p>
<p><em>*Si ricalca, per gentile concessione dell’autore, una porzione del libro “Mal d’acqua”, scritto da Domenico Brancale e pubblicato <a href="https://www.modoinfoshop.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per i libri di Modo Infoshop.</a> Chi ha orecchio alla poesia, sente nei ritmi di Brancale note di Edmond Jabès, il muschio di René Char, la poesia come urto, inginocchiatoio, libro d’ore, delle colpe e delle discipline. Fragile è la placca su cui questo libro è riprodotto, fragile ciò di cui parla: scritture sulle acque, e lì autenticate. Per stare nell’acqua, una scrittura deve farsi pietra, e in ciò che leviga è il rigore. (La fotografia in copertina è di Vivian Maier)</em></p>
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		<item>
		<title>“Non so che farmene di tale immortalità”. Sull’importanza di leggere Čechov. (Cominciamo con “La moglie del farmacista”)</title>
		<link>https://www.pangea.news/cechov-racconti-moglie-farmacista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2020 06:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bianchi]]></category>
		<category><![CDATA[Anton Cechov]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si fa a leggere Čechov? O si prendono i due mattoncini della Garzanti e si prega la buona sorte che non siano stati esclusi dalla scelta antologica le cose piccole ma efficaci del russo; oppure si scappa in biblioteca, quando mai verrà riaperta, e si sfogliano le traduzioni storiche, più ‘risalenti’ e forse più [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Come si fa <a href="http://www.pangea.news/ho-scoperto-un-grande-autore-dimenticato-il-giovane-cechov-dialogo-con-giuseppe-ghini/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">a leggere Čechov</a>? O si prendono i due mattoncini della Garzanti e si prega la buona sorte che non siano stati esclusi dalla scelta antologica le cose piccole ma efficaci del russo; oppure si scappa in biblioteca, quando mai verrà riaperta, e si sfogliano le traduzioni storiche, più ‘risalenti’ e forse più poetiche di altre, svolte da Agostino Villa con Einaudi.</p>
<p>La seconda mossa richiede al lettore un alambicco. Prendere Čechov, trapiantarlo mentalmente in America e farlo reagire con Dostoevskij. Rilevare come ne viene fuori, giulivo, il vecchio Faulkner.</p>
<p>Oppure combinare Čechov con un’altra soluzione e ricavarne Salinger. Se non vi siete stufati, immergere Čechov in soluzione acida: avrete un minore (chissene: comunque si chiama Cheever).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75702 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4-195x300.jpg" alt="" width="274" height="422" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-4.jpg 500w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" />Volete forse un cocktail più di moda? Fate incontrare Čechov con Carver e vedrete subito un sosia di infimo livello del russo. <strong>Nella sontuosa e pacchiana (fin dal titolo) edizione Einaudi <em>Di cosa parliamo quando parliamo d’amore</em> Carver se ne viene fuori con un raccontino che è un elogio sperticato del maestro. Fin dall’esordio: “Čechov. La sera del 22 marzo 1897 andò a cena, a Mosca, col suo amico e confidente Alexei Suvorin.</strong> Questo Suvorin era un ricchissimo editore di libri e di giornali, un reazionario, un uomo che si era fatto da sé. Suo padre aveva combattuto come soldato semplice nella battaglia di Borodino…”.</p>
<p>*</p>
<p>Siete un gocciolo curiosi, ora, di vedere un dialogo maestoso tra Čechov e, che so, Tolstoj? Continuate a leggere il raccontino fesso di Carver. A proposito, di là dalla tenue ironia esercitata sia da Čechov che da Carver sui loro materiali narrativi, io non riesco a vedere analogia tra i due, nonostante le fascette editoriali e gli avvisi di garanzia dei geriatrici gerarchi culturali. Pazienza, mi sarò perso qualcosa.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Così Carver scolpisce il suo idolo: “Anche Lev Tolstoj si recò a fargli visita. Trovarsi di fronte al più grande scrittore del paese ispirò un reverente timore al personale della clinica. Non era forse l’uomo più famoso di tutta la Russia?</strong> Dovevano per forza permettergli di vedere Čechov, anche se i medici avevano proibito le visite ‘non essenziali’. Così, circondato dagli ossequi rispettosi delle infermiere e dei dottori, il vecchio dall’aspetto fiero e barbuto fu fatto entrare nella stanza di Čechov. Nonostante non avesse una grande opinione delle capacità drammaturgiche di Čechov (Tolstoj considerava i suoi drammi statici e privi di tensione morale. ‘Dove vi portano i vostri personaggi?’, chiese una volta a Čechov. ‘Dal divano al ripostiglio e viceversa’), Tolstoj ammirava i suoi racconti. E ancor di più, semplicemente, ammirava l’uomo”.</p>
<p>*</p>
<p>Chi vuole può saltare questo paragrafo.</p>
<p>Cito ancora Carver perché mi serve a far risaltare le differenze di scrittura con Čechov, alla fine. “Tolstoj si tolse la sciarpa di lana e la pelliccia d’orso e si sedette su una sedia accanto al letto di Čechov. Non si curò del fatto che l’infermo era sotto cura e che gli era stato addirittura proibito di aprire bocca, figurarsi quindi se poteva sostenere la fatica di una conversazione. <strong>Čechov si ritrovò ad ascoltare, con un certo stupore, le disquisizioni del conte sulle sue teorie dell’immortalità dell’anima. A proposito di quella visita, più tardi Čechov scrisse: ‘Tolstoj crede che tutti noi (uomini o animali, non importa) continueremo a vivere sotto forma di principio (come la ragione o l’amore) la cui essenza e i cui fini sono per noi un mistero. …Non so che farmene di una tale immortalità. </strong>Non la capisco e Lev Nicolaevič ne è rimasto molto stupito’”.</p>
<p>*</p>
<p>Fine della carrellata.</p>
<p>Čechov è superiore: ha racconti che mi hanno fatto ballare il tango come <em>Incubo</em>, <em>Un bacio</em>, <em>Ariadna</em>, <em>Dalle memorie di un uomo impulsivo</em>, <em>Una crisi di nervi </em>e potrei dire altro ma saremmo sempre nel vago perché i suoi titoli sono, appunto, vaghi. Salvo rare eccezioni, dove comunque si vola sempre basso: <em>Reparto n. 6</em>. (Era medico, il grand’uomo…)</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75703 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3-225x300.jpg" alt="" width="294" height="392" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-3.jpg 576w" sizes="(max-width: 294px) 100vw, 294px" />Volete un attacco alla Čechov? Eccolo servito: “Per ragioni di cui non è questo il momento di parlar minutamente, mi si rese necessario farmi assumere come cameriere in casa di un funzionario pietroburghese, certo Orlov. Aveva costui trentacinque anni circa, e aveva nome Gherorghij Ivanyc”. <em>Il racconto di uno sconosciuto </em>è qui, il tema è come in Karenina ma al confronto il capolavoro del conte Tolstoj è un algoritmo, un dolmen. Ma non è detto che a tutti piaccia l’arte primitiva…</p>
<p>*</p>
<p><strong>Sciocchezze di lettore a parte, adesso obbligo voi a leggere questo racconto che tempo addietro, quand’ero giovane e bello, inserii in un libro di scuola per il biennio.</strong> Fu una scelta da minchione. La figura centrale, infatti, è molto bovaristica; all’epoca non conoscevo nemmeno il significato della parola.</p>
<p>*</p>
<p><em>La moglie del farmacista</em> fu composta dal nostro divo da giovane, a 26 anni. Mi piacque per il titolo. Da tre lustri mi sta conficcata nella memoria questa immagine: a sinistra del bivio, mia madre a casa che legge due libri spaiati di Čechov; a diritta sta Sherlock Holmes, a destra non si va da nessuna parte mentre la via che mi sono lasciato alle spalle è il passato, cioè l’errore.</p>
<p>*</p>
<p>Entrate anche voi nella bottega del farmacista, senza farvi vedere dalla signora. Sempre che non vogliate cascare in trappola. Come ha scritto Stendhal – quasi anticipando Ĉechov, direbbe il comitato Adelphi – “una delle cause più comiche delle avventure amorose, sono i falsi colpi di fulmine. <strong>Una donna annoiata, ma priva di sensibilità, si crede durante tutta una sera innamorata per la vita. È orgogliosa d’aver finalmente trovato uno di quei grandi movimenti dell’anima che la sua immaginazione inseguiva.</strong> Il giorno dopo non sa più dove nascondersi, e soprattutto come evitare il disgraziato che il giorno prima adorò”. (<strong><em>Andrea Bianchi</em></strong>)</p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Anton Ĉechov, La moglie del farmacista</em></strong></p>
<p>La cittaduzza di B., composta di due o tre vie storte, dorme d’un sonno durissimo. Nell’aria stagnante, silenzio. Si sente solo, in qualche posto lontano, probabilmente fuori di città, un cane che abbaia con fievole, arrochita voce tenorile. Presto sarà l’alba.</p>
<p>Tutto da un pezzo ormai si è chetato. Non dorme soltanto la giovane moglie dell’aiuto farmacista Cernomordik, titolare della farmacia di B. S’è coricata già tre volte, ma il sonno si ostina a non venire; e non si sa perché. <strong>Sta seduta presso la finestra aperta, in sola camicia, e guarda nella via. Soffoca, si annoia, è di cattivo umore… così cattivo che ha perfino voglia di piangere; ma perché, daccapo non si sa. Come un nodo le sta in petto e di continuo le sale alla gola…</strong> A tergo, a qualche passo dalla moglie del farmacista, rannicchiato contro la parete, ronfa dolcemente lo stesso Cernomordik. Un’avida pulce gli si è confitta alla radice del naso, ma egli non sente ciò e sorride perfino, poiché sogna che tutti in città tossiscono e ininterrottamente comprano da lui le gocce del re di Danimarca. Ora non lo sveglieresti né con le punture, né col cannone, né con carezze.</p>
<p>La farmacia si trova quasi all’estremo della città, così la farmacista in distanza può veder la campagna. <strong>Ella vede come a poco a poco imbianca il lembo orientale del cielo, come poi s’imporpora, quasi per un grosso incendio.</strong> Inaspettata, da dietro un lontano cespuglio, striscia fuori una luna grande, dall’ampia faccia. È rossa (in generale la luna, uscendo da dietro gli arbusti, è sempre, chi sa perché, enormemente confusa).</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75704 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro3-3-188x300.jpg" alt="" width="311" height="497" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-3-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro3-3.jpg 320w" sizes="(max-width: 311px) 100vw, 311px" />D’un tratto, in mezzo alla quiete notturna risuonano passi di qualcuno e un tintinnio di speroni. Si odono voci.</p>
<p>“Sono gli ufficiali che dalla casa del capo di polizia vanno al campo”, pensa la farmacista.</p>
<p>Dopo un po’ di attesa, compaiono due figure in bianche tuniche d’ufficiale: una grande e rossa, l’altra più piccola e sottile… pigramente, passo passo, si trascinano lungo la stecconata e discorrono forte di qualche cosa. Giunte a pari della farmacia, le due figure cominciano ad andare ancor più piano e guardano le finestre.</p>
<p>– Odora di farmacia… – dice lo smilzo. – Ed è la farmacia! Ah. rammento… La settimana scorsa fui qui, comprai dell’olio di ricino. C’è anche un farmacista con un viso acido e la mascella asinina. Quella, caro, è una mascella! Proprio con una così Sansone sconfiggeva i filistei.</p>
<p>– Ma sì… – dice il grosso con voce di basso. – Dorme la farmacia! Anche la moglie del farmacista dorme. C’è lì, Obtesov, una farmacista bellina.</p>
<p>– Ho visto. M’è piaciuta molto… Dite, dottore, possibile ch’ella sia in grado di amare quella mascella d’asino? Possibile?</p>
<p>– No, probabilmente non l’ama, – sospira il dottore con un’espressione come se gli dolesse pel farmacista. – Dorme ora la mammetta dietro la finestrella! Obtesov, eh? Si è distesa dal caldo… la boccuccia semiaperta e un piedino penzoloni dal letto. Quel babbeo del farmacista, penso, di questo ben di Dio non capisce nulla. Per lui, credo che sia una donna o che sia una damigiana d’acido fenico, fa lo stesso!</p>
<p>– Sapete che cosa, dottore? – dice l’ufficiale, fermandosi. – Su, entriamo in farmacia e compriamo qualcosa! Vedremo forse la farmacista.</p>
<p>– Che vi salta in mente; di notte!</p>
<p>– E che fa? Son ben tenuti a vendere anche di notte. Colombello, entriamo!</p>
<p>– E sia…</p>
<p>La moglie del farmacista, nascostasi dietro la tendina, ode una rauca scampanellata. Volta un’occhiata al marito, che russa come prima dolcemente e sorride, si getta addosso la veste, calza le babbucce sui piedi nudi e corre in farmacia.</p>
<p><strong>Dietro la porta a vetri si vedono due ombre… La moglie del farmacista alza la fiamma e si affretta alla porta per aprire, e più non si annoia, e non è di cattivo umore, e non ha voglia di piangere, ma solo le batte forte il cuore.</strong> Entrano il dottore grassone e lo smilzo Obsetov. Ora li si può esaminare. Il panciuto dottore è abbronzato, barbuto e senza agilità. A ogni minimo movimento la tunica gli fruscia addosso, e sul viso gli spunta il sudore. L’ufficiale invece è roseo, senza baffi, femmineo e flessibile come un frustino inglese.</p>
<p>[<em>I due avventori si fanno servire dalla moglie del farmacista. Dapprima chiedono delle pasticche di menta – dettaglio da tenere d’occhio – e poi del vino rosso, facendo i cascamorti. L’autore dà fondo alle sua abilità sceniche e teatrali</em>.]</p>
<p>– Che civettina, però, siete voi! – ride piano il dottore, guardandola di sotto in su, con aria scaltra. – I vostri occhietti sparano a tutt’andare! Pif! Paf! Complimenti: avete vinto! Siamo battuti!</p>
<p>La farmacista guarda i loro visi coloriti, ascolta il loro chiacchierio e ben presto si anima ella stessa. Oh, si sente già così gaia! Entra in conversazione, ride, civetta e beve, perfino, dopo lunghe preghiere dei clienti, un paio d’once di vino rosso.</p>
<p>– Se voi, ufficiali, da campi veniste un po’ più spesso in città, – ella dice, – se no qui è tremendo, come ci si annoia. Io ci muoio, semplicemente.</p>
<p>– Sfido! – dice inorridito il dottore. – Un ananasso simile… un miracolo della natura, e in un sito sperduto! Benissimo si espresse Griboiedov: “In un sito perduto! a Saratov!”. È ora che andiamo, però. Molto lieto della conoscenza… lietissimo! Quanto dobbiamo?</p>
<p>La moglie del farmacista leva gli occhi al soffitto e muove a lungo le labbra.</p>
<p>– Dodici rubli e quarantotto copeche! – dice.</p>
<p>Obtesov cava di tasca un grosso portafogli, rovista a lungo in un fascio di biglietti e regola il conto.</p>
<p>– Vostro marito dorme soavemente… sogna! – egli sussurra, stringendo a commiato la mano della farmacista.</p>
<p>– Non mi piace ascoltare sciocchezze…</p>
<p>– Ma quali sciocchezze? Al contrario, non son punto sciocchezze… Perfino Shakespeare disse: “Beato chi da giovane fu giovane!”.</p>
<p>– Lasciate andare la mano!</p>
<p>Infine i compratori, dopo lunghi discorsi, baciano alla farmacista la manina e irresoluti, come dubbiosi di aver scordato qualche cosa, escono dalla farmacia.</p>
<p>E lei corre rapida nella stanza da letto e siede a quella stessa finestra. Vede come il dottore e il tenente, usciti dalla farmacia, pigramente se ne scostano una ventina di passi, poi si fermano e cominciano a bisbigliarsi qualcosa. Che cosa? Il cuore le batte, le tempie pure le pulsano, e il perché ella stessa non sa… Forte palpita il cuore, come se quei due, bisbigliando laggiù, decidessero la sua sorte.</p>
<p>Di lì a un cinque minuti il dottore si stacca da Obsetov e va oltre, e Obsetov ritorna. Egli passa davanti alla farmacia una volta, un’altra… Ora si ferma accanto alla porta, ora da capo cammina a gran passi… Infine il campanello tintinna cautamente.</p>
<p>– Chi c’è? Chi è là? – ode la farmacista d’un tratto la voce del marito. – Suonano, e tu non senti! – dice severo il farmacista. – Che disordini son questi!</p>
<p>Egli si alza, indossa la veste da camera e, tentennando nel dormiveglia, ciabattando, va in farmacia.</p>
<p>– Che cosa… volete? – domanda ad Obsetov.</p>
<p>– Date… datemi quindici copeche di pastiglie di menta.</p>
<p>Con un ronfare interminabile, sbadigliando sonnacchioso, e dando nei ginocchi contro il banco, il farmacista sale al palchetto e raggiunge il barattolo.</p>
<p>Dopo due minuti la moglie del farmacista vede come Obsetov esce dalla farmacia e, fatti pochi passi, scaglia sulla strada polverosa le pasticche di menta. Da dietro l’angolo gli viene incontro il dottore. I due si riuniscono e, gesticolando con le braccia, scompaiono nella nebbia mattutina.</p>
<p>– Come sono infelice! – dice la farmacista, guardando con astio il marito che si sveste rapidamente, per rimettersi giù a dormire. – Oh, come sono infelice! – ripete, sciogliendosi in un tratto in amare lacrime. – E nessuno, nessuno sa…</p>
<p>– Ho dimenticato le quindici copeche sul banco, – borbotta il farmacista, coprendosi con la coperta. –Riponile, per favore, nella scrivania.</p>
<p>E subito si addormenta.</p>
<p><strong><em>Anton Čechov</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/cechov-racconti-moglie-farmacista/">“Non so che farmene di tale immortalità”. Sull’importanza di leggere Čechov. (Cominciamo con “La moglie del farmacista”)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ma chi li legge davvero i bestseller? Nessuno, neanche gli editor (altrimenti qualcuno si accorgerebbe di quel cumulo di banalità). Tanto, per vendere, basta la pubblicità</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Aug 2019 06:28:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Narrativa di genere, anche pluripremiata. Io dubito fortemente che davvero qualcuno legga quella roba (anche se si vende a centinaia di migliaia di copie). Infatti la trovi, dopo un decennio, accatastata dai robivecchi, palesemente mai sfogliata. Anche nelle case editrici, temo, non la legge nessuno (a parte forse il malcapitato che deve rabberciarne in qualche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Narrativa di genere, anche pluripremiata.</p>
<p style="text-align: justify;">Io dubito fortemente che davvero qualcuno legga quella roba (anche se si vende a centinaia di migliaia di copie).</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti la trovi, dopo un decennio, accatastata dai robivecchi, palesemente mai sfogliata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche nelle case editrici, temo, non la legge nessuno (a parte forse il malcapitato che deve rabberciarne in qualche modo punteggiatura e sintassi).</strong> Tanto in ogni caso a farla vendere è la <em>réclame</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Alice si cagò addosso, alle nove in punto di una mattina di gennaio”. <strong>Tali (non invento nulla) la svolta essenziale e il sottile e finissimo fulcro psicologico di un romanzo di genere alonato addirittura di un certo prestigio <em>midcult</em></strong> (e, va pur detto, dalla bella copertina).</p>
<p style="text-align: justify;">“Il signor conte si levò per tempo, alle ore otto e mezzo precise&#8230; La signora contessa indossò un abito lilla con una ricca fioritura di merletti alla gola&#8230; Teresina si moriva di fame&#8230; Lucrezia spasimava d’amore&#8230; Oh, santo Dio! e che volete che me n’importi?”. Così ironizzava Pirandello (e, consonanza illuminante, Valéry, che rifiutava categoricamente di scrivere una frase come “La Marquise sortit à cinq heures”). <strong>Quei nobiliari scorci, benché artefatti, erano se non altro più fini della diarrea fulminante, </strong>e non meno insignificanti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro di questi romanzi di genere con pretese letterarie (simili se vogliamo ai caroselli  dei profumi o dei supermercati girati da Fellini o da Woody Allen) ruota (con tanto di preziosismi e contorcimenti sintattici e psicologici pseudoproustiani) intorno alle vicende di un feticista ossessionato dal razziare mutande.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho solo sfogliato Harry Potter. Ma dubito che quella prosa dalle inverosimili velleità auliche sia davvero comprensibile ai bambini che si fanno regalare il libro per collocarlo su una mensola in mezzo ai pupazzetti.</strong> (In alcuni licei si tenta di ridestare l’interesse dei giovinetti facendo leggere Harry Potter in latino. Il che conferma che gli studi classici sono davvero al crepuscolo).</p>
<p style="text-align: justify;">Inutile insistere sul recente, ponderoso ed osannato, tomo, con ambizioni di romanzo storico, <strong>che fa lavorare gli elettricisti nel 1846 e (<em>horribile auditu</em>) fa scrivere una lettera a Francesco De Sanctis nel 1922.</strong> Il redattore (quello che un tempo era chiamato ‘il negro’, espressione oggi politicamente inaccettabile) avrà pensato di essere pagato troppo poco per leggere un libro intero. Del resto Montale, una volta, rimproverato per il carattere approssimativo di una sua recensione, non rispose forse che in un paio d’ore non si poteva fare di più?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è lecito, al riguardo, chiedersi anche fino a che punto i prestigiosi recensori che lodano quegli oggetti cartacei li leggano davvero (anche perché difficilmente, dati i ritmi implacabili dell’industria culturale, ne avrebbero il tempo materiale),</strong> e non si fidino piuttosto di sinossi, schede editoriali, comunicati stampa&#8230; La ‘lettura obliqua’, o ‘lettura professionale’ (<em>glancing through</em>, dicono gli anglosassoni con evocativa concisione), è del resto, di fatto, una non-lettura, insufficiente anche per un&#8217;interrogazione liceale.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io dubito che quei tomi e tometti, e gli alti elogi che li investono, siano davvero letti da qualcuno con somma attenzione.</strong> Il pubblico (per quanto non adeguatamente preparato dalla scuola sempre più, o sempre meno&#8230; quello che preferite, donde la minaccia neofascista populista eccetera eccetera&#8230;), si accorgerebbe di quelle assurdità. E forse andrebbe in libreria pretendendo indietro i soldi (come molti fecero, si narra, constatando la ben più letterariamente giustificabile carenza d’interpunzione nell’<em>Ulisse</em> di Joyce).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’è da chiedersi, insomma, se, tutto considerato, essendo di fatto comunque latitanti un effettivo pubblico e un’effettiva critica, non sia meglio dedicarsi ad elitarie ricerche erudite o a criptiche e cerebrali</strong> (certo ‘inadeguate al target’, ammesso che un target esista) liriche alessandrine mallarmeane ermetiche. Le quali forse, un giorno, troveranno qualche decina di lettori reali ed attenti (se non addirittura appassionati).</p>
<p style="text-align: justify;">A parte, ovviamente, le ragioni economiche. Per guadagnarsi da vivere più o meno bene, riempire pagine a vanvera è sempre meglio che lavorare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque, a chi dirà che la mia è solo invidia, posso solo rispondere che in fondo ha ragione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Veronesi</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Aldous Huxley (1894-1963) fotografato da Richard Avedon, 1956</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ma-chi-legge-davvero-i-bestseller-editoriale-matteo-veronesi/">Ma chi li legge davvero i bestseller? Nessuno, neanche gli editor (altrimenti qualcuno si accorgerebbe di quel cumulo di banalità). Tanto, per vendere, basta la pubblicità</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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