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	<title>letteratura canadese Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 08 Jul 2026 04:03:27 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Con le nostre facce tenebra”. Appunti intorno a Denise Desautels</title>
		<link>https://www.pangea.news/denise-desautels-poesie-sparire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 03:52:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Denise Desautels]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura canadese]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Saya Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Maura Baldini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sparire: scompaginare le apparenze. Perché scompaia, qualcosa deve venire alla luce, deve apparire – di quell’apparizione restano le briciole, i bocconi, i residui d’osso. La poesia non è ossario – ma un sentiero fossile, sì. Come Pollicino: raccogli gli ossicini, l’ambra del corpo – ricomponi, lettore, lettera per lettera, ciò che ti è dato. * [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/denise-desautels-poesie-sparire/">“Con le nostre facce tenebra”. Appunti intorno a Denise Desautels</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Sparire</em>: scompaginare le apparenze. Perché scompaia, qualcosa deve venire alla luce, deve apparire – di quell’apparizione restano le briciole, i bocconi, i residui d’osso. La poesia non è ossario – ma un sentiero fossile, sì. Come Pollicino: raccogli gli ossicini, l’ambra del corpo – ricomponi, lettore, lettera per lettera, ciò che ti è dato.</p>



<p>*</p>



<p>Così dice Denise in un’intervista del 2019:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Potrei dire di me, come ha detto Niki de Saint Phalle: ‘Sono una sopravvissuta alla morte’. Salvata dall’arte, dai libri, dalla scrittura, dall’amicizia, dall’amore. Eppure, una certa malinconia persiste, una bambina inconsolabile si ostina a inseguirmi come un’ombra – più inconsolabile ancora, questa bimba, da quando ha aperto gli occhi su un’angoscia, quella del mondo, ben più vasta della sua”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<div type="product" ui="style-3" ids="105710" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>*</p>



<p>Ci sono tante ossa nella scrittura di Denise – soltanto il bambino risale dall’osso al flauto.&nbsp;</p>



<p>Che è come dire: togliere ogni armatura al verbo – togliere tutti gli scheletri dall’armadio.&nbsp;</p>



<p>Giungere all’osso della parola: parola che fa male – bianco che abbacina.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Andare alla profondità del dolore perché soltanto lì c’è la luce. L’osso nudo, purissimo, pura luce –&nbsp;<em>luz</em>. Osso da brandire come una torcia.&nbsp;</p>



<p>Al cospetto della torcia – è proprio così – sparire. Chi maneggia la luce sparisce: la luce annienta.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><em>Sparire</em>, in origine, è&nbsp;<em>Disparaître</em>&nbsp;che a me suona come: spartire la sparizione. È un estinguersi che transita verso la gioia – verso una&nbsp;<em>comunità</em>, si direbbe.&nbsp;</p>



<p>Sparire: uscire dalla finestra – ignorare le porte. La maniglia è il nostro arcangelo protettore; le persiane la sua ampiezza alare – persiane-aquila.</p>



<p>*</p>



<p>Di Denise Desautels, “figura imprescindibile della letteratura quebecchese” – così la bio <a href="https://www.amazon.it/Sparire-Denise-Desautels/dp/B0GW13YQJW"><strong>nell’edizione di <em>Sparire</em> edita da Marco Saya</strong> </a>– non c’è nulla da dire. Guardate nella rete, piccole anime-aringa: lista favolistica di premi e di onorificenze; Denise è membro, tra l’altro, dell’Ordre du Canada. Nella bio Gallimard è scritto che è “Unanimemente considerata come una delle voci più importanti della poesia nordamericana”.  Vi basti. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="712" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41NoV294DVL._SL1439_-712x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107781" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41NoV294DVL._SL1439_-712x1024.jpg 712w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41NoV294DVL._SL1439_-209x300.jpg 209w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41NoV294DVL._SL1439_-600x863.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/41NoV294DVL._SL1439_.jpg 751w" sizes="(max-width: 712px) 100vw, 712px" /></figure>



<p>*</p>



<p>C’è, naturalmente, affinità violenta tra traduttore e tradotto. Maura Baldini ha ‘incorporato’ la voce di Denise Desautels – si direbbe: è&nbsp;<em>sparita</em>&nbsp;in lei. Si direbbe: occorre sparire alla letteratura per apparire – a fulmini, a fionde, a fiordi – alla poesia.&nbsp;</p>



<p>Ci sono fiumi nella poesia di Denise, ma il suo scrivere, in fondo, è di lago. Il lago, osso vulcanico, fiume fossile, vertebra marina, procede per estinzione. Il lago è il calco del monte – è il luogo in cui il monte è risucchiato, in cui il cielo sparisce.&nbsp;</p>



<p>A dire della tremenda&nbsp;<em>prossimità</em>.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p>Nata nel 1945 a Montréal, Denise fa risalire la propria poesia a un libro primevo,&nbsp;<em>La Promeneuse et l’oiseau</em>, edito nel 1980. Il libro è una specie di emersione dal lago. Così ha detto della sua infanzia: “Anni di ferite, di ferite innominabili. E di pietre tombali che non dovevano essere profanate. Un giorno la mia memoria è sorta, ne è uscito un grido”. La scrittura, di solito, non ricuce – infierisce. Ferita moltiplicata: scuoiare il linguaggio. Per ciò che vedo, in filigrana ossea: Marguerite Duras, Paul Klee, Yves Bonnefoy.&nbsp;</p>



<p>L’urlo, poi, va manipolato. L’urlo prima diventa un vaso di ceramica. Poi va spezzato. Poi con un pezzo di ceramica bisogna tagliarsi il braccio. Ecco: poesia!</p>



<p>*</p>



<p>Maura Baldini, nella&nbsp;<em>Nota</em>&nbsp;che apre&nbsp;<em>Sparire</em>, fa bene a marcare il rapporto tra corpus e corpo, tra scrittura e postura. Racconta di Denise a Ginevra:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Quando è il momento di leggere, Denise si alza dalla sedia, il corpo esile, una sagoma indistinguibile nella nera coalescenza degli abiti. Subito ci colpisce il viso aguzzo, beckettiano, e il pudore dei gesti… Ma soprattutto ci colpisce la voce, grave, sussurrata, contrappunto di una parola poetica affilata e possente, forse persino impudica, quando affronta il&nbsp;<em>nulla</em>&nbsp;che ci abita per sigillo di nascita”.&nbsp;&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>Il poeta non mente. Niente è – il niente dice.&nbsp;</p>



<p>*</p>



<p><strong><a href="https://www.gallimard.fr/catalogue/l-angle-noir-de-la-joie-suivi-de-d-ou-surgit-parfois-un-bras-d-horizon/9782072971754">Nel 2022 le edizioni Gallimard hanno pubblicato&nbsp;<em>L’angle noir de la joie,&nbsp;</em>libro riassuntivo di Denise.</a></strong> Louise Dupré racconta Denise Desautels e le ragioni di “una scrittura profondamente necessaria” con queste parole:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Chi potrà ancora salvare il mondo quando l’utopia non è più possibile, quando tutto ‘è nudo. Detronizzato’? Eppure, ci torna alla mente una frase dell’autrice, tratta da&nbsp;<em>Lezioni da Venezia</em>: ‘L’arte propone un’utopia senza speranza di eternità’, un’asserzione in cui credere ancora. Perché, in definitiva, sono l’arte e la poesia che ci consegnano la capacità di resistere, l’afflato per perseverare, e ci permettono di percepire la realtà con maggiore chiarezza dandoci accesso, grazie all’opera del linguaggio, alla lucidità e alla bellezza, per quanto effimere, imperfette o dolorose”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Sparire, cioè: restare ispirati.&nbsp;</p>



<p>Ispirato dalla sparizione il poeta rende iridescente lo sguardo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="872" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/denise-desautels-marc-andre-foisy-1-872x1024.jpg" alt="" class="wp-image-107782" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/denise-desautels-marc-andre-foisy-1-872x1024.jpg 872w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/denise-desautels-marc-andre-foisy-1-256x300.jpg 256w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/denise-desautels-marc-andre-foisy-1-768x902.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/denise-desautels-marc-andre-foisy-1-600x704.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/06/denise-desautels-marc-andre-foisy-1.jpg 920w" sizes="(max-width: 872px) 100vw, 872px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lei è Denise Desautels</figcaption></figure>



<p>*</p>



<p>Ancora Denise – cito dal libro edito da Gallimard:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Scrivo come si conduce uno scavo, sono un archeologo dell’intimo, vado a tentoni tra le fitte ombre di una memoria, la mia, così simile a quella di tanti altri, straziata da angoscia e utopia. Sotto molteplici strati di protezione, l’oscurità di un mondo da sminare, da purificare, da dissezionare.&nbsp;</strong> </p>



<p><strong>Perché i segreti, quelli inviolati, gli indicibili, hanno bisogno di luce, cioè di pensiero, di linguaggio e di voce per non infettarsi. È lì, nel cuore dell’intimo, nella più oscura nebbia, che esplodono le peggiori catastrofi; lì ci si dimena, si piange, si urla, ci si lancia a capofitto verso la propria rovina”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Dallo scavo non viene quasi mai la statua sopraffina, il nubile gioiello – soprattutto, sono i materiali di scarto a essere testimoniati, a galleggiare dopo strati di pietrisco: i frammenti di un vaso, una fibbia, frantumi, scaglie di mosaico, un pettine. La certezza che qualcosa era vivo, ha amato, ci ha sorpassato e di sé lascia una eredità in sussurri. La poesia.&nbsp;</p>



<p>**</p>



<p>Comincia spesso da una voce.</p>



<p>Questa volta è la tua<br>mentre avanzo disinvolta.<br>Come se il tempo non filasse<br>come se non fossero sempre<br>le cinque della sera<br>ora del canto<br>funebre di Lorca<br>fra ritratti di sconosciuti<br>nature morte di crani<br>fiori e formaggio<br>e qualche collezione d’oggetti e di corpi in fuga.</p>



<p>Tu dici silenziosamente<br><em>Sparire</em><br>Dici&nbsp;<em>Restare/Partire.</em></p>



<p>Come se invertire la rotta fosse ancora possibile.</p>



<p>*</p>



<p>Tu dici alghe e anime nuove<br>approdano qui ogni giorno.<br>Spintonano s’ammucchiano scavano soffocano.<br>E altre ne attendiamo.<br>Lontano dalla più misera tregua d’agonia.<br>Senza nulla. Né scarpe né valigia.</p>



<p>Dopo. Quando la cenere cade<br>e immaginiamo alberi svettanti.<br>La foresta del dopo.<br>Senza uccelli. Nuda.<br>Nel volubile silenzio che segue<br>il grande sconvolgimento.<br>Nuda. Quando tutto è solo inganno<br>orizzonte di mare e di rosa<br>nella foresta.</p>



<p>Mollemente sale la marea specchio.<br>Un mattino d’ambra nasce.</p>



<p>*</p>



<p>Piccolo lembo di città e di orbi istanti.</p>



<p>In solitaria vi si ancorano<br>certe sagome silenziose<br>frange appassite di folla.</p>



<p>Come decifrare la paura e l’euforia<br>dei lenti suoni tropicali<br>dei lenti taccuini<br>delle lente pagine di lividi e ali<br>che strisciano nelle tenebre più fitte in pieno giorno<br>alla vigilia di un primo tentativo d’impennata.</p>



<p>La traversata sarà pesante. In fondo<br>le nostre frasi lo sanno<br>la loro eco sgualcita sotto l’ennesima fodera<br>di oceano di cuoio e lì sempre lo strappo.<br>Lì quel qualcosa d’implacabile<br>che s’impazienta.</p>



<p>*</p>



<p>Una luce affiora sulla scena<br>dove tu giochi col fuoco.<br>E il film si ripete all’infinito<br>ben prima della scrittura del naufragio.<br>E il tormento dell’aria<br>lungo i muri del giardino vibra<br>serrato – toccare la sua pelle toccare la mia paura.</p>



<p>Non è questione – non ancora<br>d’incorporare la cenere.</p>



<p>Vedi. Lo smalto dell’autunno si propaga<br>vicino a questa cosa rara<br>il nostro limpido cuore che batte<br>la nostra limpida collera incrostata<br>al centro dove c’è del vivo dove tu resti<br>– fiume<br>il tuo corpo che fluttua la tua guancia la tua giusta gioia.<br>Per noi tutte.</p>



<p>*</p>



<p>Siamo fungibili<br>tu dici vertiginose<br>con le nostre facce tenebra<br>capigliature e visi<br>prima della violenza. Scudi<br>dall’effigie rovesciata<br>che s’avventura e cola calma.<br>Le nostre facce su una sola effigie.</p>



<p>Un intaglio<br>sotto la luce.<br>Tu dici io mi espongo sono io<br>i miei fianchi il mio fuoco la mia frusta la mia frase.<br>Tu dici siamo tutte – una a una<br>vittime e carnefici.<br>Ciascuna a turno gioia ululante o flagellata.<br>Ciascuna a turno&nbsp;<em>Medusa</em>.</p>



<p>Pace dai mille serpenti assopiti.</p>



<p>*</p>



<p>Restiamo lì a contare i silenzi<br>a domandarci se nevicherà a lungo<br>sulla corteccia le tre tuniche<br>tre tormenti del cuore.<br>Febbraio. Il suo malva inclemente fermerà tutto?</p>



<p>Oceano.<br>L’infinito il levigato attorno a noi.<br>Simula – si direbbe – odore di vento o legature d’oracolo.</p>



<p>Un boato dal sottosuolo ora si propaga<br>a piccole dosi nell’aria.<br>La paura si aggira – come le ossa e le lacrime<br>la senti? Franta ossessionata<br>dalla conquista di una riva.<br>Non importa quale.<br>Dappertutto.</p>



<p>Dappertutto noi siamo le prede.</p>



<p>*</p>



<p>Sotto l’ossatura l’illuminazione.<br>Cuori – da qualche parte<br>come un va e vieni<br>di faville.<br>Troppe domande in un cerchio<br>di ragioni di battiti.</p>



<p>Che effetto fa e perché<br>questa ondata d’improvvisazioni di uccelli.<br>È gioia?<br>Un’offerta impaurita di gioia?</p>



<p>Ancora braci nonostante<br>questi rumori<br>di baci<br>di bestie<br>che curano.</p>



<p>Cullata fra le tombe scavo fuggo.</p>



<p>Traduzione di&nbsp;<strong>Maura Baldini</strong></p>



<p>Da&nbsp;<strong>Denise Desautels</strong>,&nbsp;<em>Sparire</em>, a cura di M. Baldini, Marco Saya Edizioni, 2026</p>



<p><em>*In copertina: Georges De La Tour, “Baro con asso di fiori”, 1630-34</em></p>
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		<item>
		<title> “Sebbene abbia cantato la lussuria…”: a proposito di Irving Layton</title>
		<link>https://www.pangea.news/irving-layton-massimo-triolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Mar 2026 05:36:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Irving Layton]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura canadese]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Triolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=106757</guid>

					<description><![CDATA[<p>Inciampando nella liscia lunghezza di una poesia di Irving Layton, canadese eccelso, quasi cadde la mia mente su immagini simili a brani di fuoco, negata santità, culto e erotismo in un’unica brace che appendeva al cielo faville effemeriche tra minuscole ombre di cenere danzante.&#160;C’era tutto là dentro: socialismo, biasimo, odio per il borghese cinerino, spasmo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Inciampando nella liscia lunghezza di una poesia di <strong>Irving Layton, canadese eccelso</strong>, quasi cadde la mia mente su immagini simili a brani di fuoco, negata santità, culto e erotismo in un’unica brace che appendeva al cielo faville effemeriche tra minuscole ombre di cenere danzante.&nbsp;C’era tutto là dentro: socialismo, biasimo, odio per il borghese cinerino, spasmo e solitudine,&nbsp;un natura che parla con i suoi elementali doni così vicini ad argilla plasmata.</p>



<p><strong>Nato figlio di ebrei proletari nel 1912, nella regione moldava dell’allora Regno di Romania, e&nbsp;trasferitosi a Montréal nel 1913, Layton ebbe in odio</strong> <strong>gli artifici dei ricchi,</strong>&nbsp;così poco ispirati e così tanto logori; e&nbsp;&nbsp;conscio della propria ascendenza imbastardita, condusse sé, come un umore odoroso, fino ai petali di un osceno rigoglio di vita vivida e vissuta. In lui l’ebraismo non si traduceva in chiamata alla propria ortodossia (mero connotato positivista di nascita), si articolava piuttosto nella postura rivoluzionaria, ma sovente di tono biblico, verso la condanna dell’iniquo e dell’ipocrisia dilagante nella società del profitto (in cui a dettare legge sono i più ricchi o benestanti), non dimenticando di sovvertire anche, nel medesimo gesto poetico, il cliché vigente di stampo squisitamente britannico.&nbsp;</p>



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<p><strong>Deliberatamente concreto e corporeo, sensoriale e nemico del perbenismo, quando fu polemista e satirico lo “inchiodarono” a Byron e Swift,&nbsp;</strong>ma in lui vivevano bagliori di illuminismo che erano solo il proseguo sistematico di un discorso esistenzialista&#8230; Il suo vitalismo spinto non ne fu esente; come pure l’accentuato individualismo e una percezione esasperata del circostante.&nbsp;</p>



<p>Studi interrotti a ragione di povertà e poi ripresi alla “Baron Byng High School di Montréal”, lo avevano condotto a maturare vocazione, non pedissequa ma promettente “deflagrazione creativa”&nbsp;&nbsp;&nbsp;come una miccia ben accesa, per la poesia romantica inglese. Le opere di Byron, Shelley e Tennyson vibravano nel suo profondo come corde di un’arpa fatale. Concepì, fin da allora, il poeta come investito di un ruolo morale che spiccava ma sempre in salvo da paternalismi, sempre ben stemperato dall’ironia più mordace. Gli anni universitari lo avvicinarono, coevi della Grande Depressione, alla teoria politica e all’incontro pressoché destinale con il socialismo democratico: il contatto con la “Young People’s Socialist” fa divampare i suoi versi futuri di una frenesia incendiaria e indocile verso gli abusi del capitalismo spinto e di un imperialismo vessatorio presso i tanti “orfani” della democrazia.&nbsp;<strong>Poeta, amante e profeta dai toni biblici, crescendo nella scena delle “little magazines” (fucina di poesia canadese indipendente), insegnò poi letteratura e continuò a comporre versi.</strong>&nbsp;Vera “persona poetica”, Layton pubblica il suo primo libro,&nbsp;<em>Here and Now,</em>&nbsp;nel 1945; cui seguiranno molti altri lavori svettanti e distintivi, come&nbsp;<em>The Cold Green Element</em>&nbsp;(1955),&nbsp;<em>A Red Carpet for the Sun&nbsp;</em>(1959), solo per parlare della scena degli anni Cinquanta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106758" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/P0.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Polemista non investito di una società mediocre e già quasi vinta, con sintomi di simboli ventrali e atti di coscienza non comuni, Layton chiudeva nell’armadio ogni estetica a vantaggio di più di cinque vividi sensi messi al servizio di una ribellione eroica, di impronta neo-romantica, contro le muffe borghesi e ciò che era dozzinale.&nbsp;</p>



<p><strong>Negli anni Sessanta e Settanta fu figura pubblica di spicco nel quadro culturale canadese. Partecipava, mai in difetto di polemica e messa al bando delle convenzioni più consumate, a dibattiti televisivi, conferenze universitarie, letture pubbliche; si distingueva per l’inconfondibile&nbsp;&nbsp;piglio polemico e anticonformista.</strong>&nbsp;Pubblicò, in questo periodo, alcune delle sue raccolte più importanti, tra cui&nbsp;<em>Balls for a One-Armed Juggler</em>&nbsp;(1963),&nbsp;<em>The Pole-Vaulter</em>(1974), e&nbsp;<em>For my Brother Jesus</em>&nbsp;(1976), opere che si immergevano nella dimensione etica e filosofica di una poetica estranea allo strabismo morale di molti suoi contemporanei&#8230; Si trattava, in fondo, solo di distinguere bene, spesso con una tendenza al grottesco, tra coloro che dettavano legge e coloro che erano chiamati a una misera acquiescenza, per poi non usare due pesi e due misure a sfavore di quest’ultimi. Unitamente a ciò la sua poetica si distingueva per un genio creativo soggettivante tale da riscattare la natura dalla sua mortifera condizione di sequestro da parte della morale vigente, soprattutto nei larghi ambiti in cui veniva frustrata da una civiltà negatrice della sua vera propulsione vitale, e affermatrice invece di conformismo, pregiudizio e assuefazione a un mondo di regole e dogmi assolutamente avulsi dalla sua voce primordiale e fondatrice, dalla sua matrice generosa e eccedente la misura di una mera e grigia zona d’utilità e funzionalità:&nbsp;<strong>poetante bellezza del rigoglio e dell’eccedere di sé, entro un regno non compromesso con la cultura del profitto&nbsp;</strong>e non investito di leggi morali asfittiche e sempre uguali a sé nel loro influsso restrittivo.</p>



<p>Nonostante fosse già in una zona matura del largo arco della sua carriera, Layton continuò a pubblicare opere significative e a ricevere riconoscimenti di prestigio mondiale. Sono degli anni Ottanta brillanti raccolte come:&nbsp;<em>Europe and Other Bad News</em> (1981),&nbsp;<em>Shadows on the Ground</em>&nbsp;(1982),&nbsp;<em>The Gucci Bag</em>&nbsp;(1983),&nbsp;<em>A Spider Danced a Cosy Jig&nbsp;</em>(1984),&nbsp;<em>Fortunate Exile</em>&nbsp;(1987). In questo decennio il poeta visse una grande visibilità internazionale (paradigmatici sono il caso dell’Italia e della Corea del Sud, quanto a calorosa accoglienza) e un fervore creativo inesausto, consolidando vieppiù la propria reputazione come uno dei poeti più influenti del Canada. &nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Le sue opere furono tradotte in molte lingue e il suo nome fu più volte menzionato tra i candidati al Premio Nobel per la letteratura.&nbsp;</strong>Negli anni Novanta gli venne diagnosticata la malattia di Alzheimer, che lo allontanò dalla vita pubblica. Morì a Montréal il 4 gennaio 2006, lasciando un corpus poetico vasto e influente.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="679" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-1-679x1024.jpg" alt="" class="wp-image-106759" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-1-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-1-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-1-768x1158.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-1-600x905.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-1.jpg 839w" sizes="(max-width: 679px) 100vw, 679px" /></figure>



<p>Con un desiderio pruriginoso, si manifestavano in lui la prosecuzione e la continuità non mediata degli istinti vitali, un ritorno alla centralità del corpo e a una dimensione primordiale. Vada altrove chi vuol esser pacificato, vada lontano dai suoi versi che sono, con la propria voce urgente e immersa nei sensi, profezia e condanna, cuore, vita, con tutte le loro funzioni incoercibili.</p>



<p><strong>Massimo Triolo</strong></p>



<p><strong>*</strong></p>



<p><strong>Caino</strong></p>



<p>Preso di mano a mio figlio il fucile ad aria compressa,&nbsp;<br>Feci cinque passi indietro, l’ebreo&nbsp;<br>In me, narcisista, padre di figli,&nbsp;<br>Messo a tacere. Poi presi la mira e sparai.&nbsp;<br>La pallottola silenziosa colpì il dorso del ranocchio&nbsp;<br>Un pollice sotto la testa. Sorpreso, fece un balzo,&nbsp;<br>Solleticato o spaventato all’improvviso&nbsp;<br>(Deve aver pensato) e saltò dalla gabbia bagnata&nbsp;<br>Nell’acqua scura lì accanto. Ma la&nbsp;<br>Pallottola aveva fatto il suo danno. Il balzo successivo&nbsp;<br>Fu un tonfo penoso, spento lo slancio&nbsp;<br>Delle zampe. Provò – come Bruce – di nuovo,&nbsp;<br>Protendendo le sensibili mani da pianista&nbsp;<br>Come farebbe un nano o un bimbo inerme.&nbsp;<br>Lo spruzzo disturbò l’acqua immobile dello stagno&nbsp;<br>E una vecchia rana nel suo rifugio pieno d’erbacce,&nbsp;<br>Che ammiccava guardandosi intorno compiaciuta.&nbsp;<br>La superficie dello stagno subito divenne uno sbattere&nbsp;<br>Di palpebre e bolle come note musicali,&nbsp;<br>Liquide, luminose, cadenti dalla pagina&nbsp;<br>Bianche, biancobarbute, un rapido crescendo&nbsp;<br>Di suoni inudibili e un sussurro di vecchie&nbsp;<br>Dietro la scena fra le canne e i giunchi&nbsp;<br>Come per un Lear o un Edipo morenti.</p>



<p>Ma la Morte ci fa sembrare tutti ridicoli.&nbsp;<br>Pensate a quel ranocchio (marmocchio, pidocchio, quel volete)&nbsp;<br>Che s’abbandona, un cadavere assurdo cullato dal flusso&nbsp;<br>Che l’ultimo suo vano balzo ha messo in movimento:&nbsp;<br>Come un vecchio a riposo, non potei trattenermi dal sogghignare,&nbsp;<br>Che vive quanto dura la sua assicurazione:&nbsp;<br>Marosi – che ora crollano – i premi pagati.&nbsp;<br>Assurdo, proprio assurdo. Desideravo uccidere,&nbsp;<br>Di fronte a quella beffa, uccidere e uccidere ancora….&nbsp;<br>Il ranocchio infatuato di se stesso, marmocchio, pidocchio,&nbsp;<br>Qualsiasi cosa in cui palpiti la vita&nbsp;<br>Guardando il morto saltatore, i piedi chaplineschi,&nbsp;<br>Dondolato e cullato in quel pomeriggio&nbsp;<br>Di acqua quieta, canne e sole ardente,&nbsp;<br>Il buco sul dorso ben visibile&nbsp;<br>E la pelle lacerata una macchia d’ombra&nbsp;<br>Che si muoveva quando si muoveva l’acqua quieta dello stagno.&nbsp;<br>Oh Egitto, marmorea Grecia, risplendente Roma,&nbsp;<br>Anche voi siete finite per un piccolo foro&nbsp;<br>Nella schiena che non riusciste a eliminare?&nbsp;<br>E le vostre bocche s’aprirebbero spettrali, ansimando<br>Fra le tetre canne, le rane nascoste,&nbsp;<br>Che noi scaliamo con le spine dorsali spezzate verso il cielo?</p>



<p>Quando il mattino dopo ripassai di lì&nbsp;<br>Il ranocchio giaceva sul dorso, una mano&nbsp;<br>Delicata sul ventre e il bianco sparato&nbsp;<br>Immacolato. Sembrava&nbsp;<br>Un comico, un ballerino di tip-tap che si scusa&nbsp;<br>Per una caduta o un intrattenitore che con un gran sogghigno&nbsp;<br>Ci strappa una risata per una parte&nbsp;<br>O forse per una facezia che non abbiamo ben afferrato.</p>



<p>*&nbsp;</p>



<p><strong>Il freddo verde elemento</strong></p>



<p>Alla fine del sentiero nel giardino&nbsp;<br>il vento e il suo satellite m’aspettano;&nbsp;<br>non ne conoscerò il senso&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; finché non sarò lì,&nbsp;<br>ma anche il becchino dal cappello nero</p>



<p>che, passando, vide il mio cuore battere nell’erba,&nbsp;<br>vi sta andando. Salve, gli dico,&nbsp;<br>una grande bufera nel Pacifico ha scaraventato dall’acqua&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; un poeta morto&nbsp;<br>che ora penzola alle porte della città.</p>



<p>Folle si muovono ogni giorno per vederlo, e ritornano&nbsp;<br>con smorfie e incomprensione;&nbsp;<br>se le sue membra si contorcessero nell’aria&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; sederebbero ai suoi piedi&nbsp;<br>sbucciando arance.</p>



<p>E girandomi abbraccio come un amante&nbsp;<br>il tronco di un albero, uno di quelli&nbsp;<br>che, sopraffatto dal fulmine,&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; spuntò una luminosa&nbsp;<br>gobba con una corona di foglie.</p>



<p>Le afflizioni liberatesi dalle etichette&nbsp;<br>di bottiglie medicinali si son tutte sprigionate nel vento;&nbsp;<br>di recente mi son visto negli occhi&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; di vecchie donne,&nbsp;<br>rivoli esausti in lamento per la mia virilità,</p>



<p>nelle cui vecchie pupille il sole divenne&nbsp;<br>una macchia di sangue su grandi foglie di catalpa&nbsp;<br>e penzolanti da antichi ramoscelli&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; i miei io assassinati&nbsp;<br>accesero l’aria come silenziose collisioni</p>



<p>di frutti. Un cane nero mi ulula nelle vene,&nbsp;<br>un cane nero dagli occhi gialli;&nbsp;<br>anche lui per l’inavvertenza di qualcuno&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; vide la macchia di sangue&nbsp;<br>sulle larghe foglie di catalpa.</p>



<p>Ma le Furie mi aprono un sentiero verso il verme&nbsp;<br>che cantò per un’ora nella gola di un pettirosso,&nbsp;<br>e sviato dalle grida dei ragazzi&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; sono di nuovo&nbsp;<br>un nuotatore senza più fiato in quel freddo verde elemento.</p>



<p>*</p>



<p><strong>Archetipi</strong></p>



<p>Sebbene io abbia cantato&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; la lussuria&nbsp;<br>(e l’odio umano, inoltre, maestri miei!)&nbsp;<br>e il sole, la cosa migliore nel cosmo,&nbsp;<br>poiché riscalda le mie ossa&nbsp;<br>ora che sono vecchio e non c’è donna&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; che con me giacerà&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; vedendo quanto grinzose&nbsp;<br>siano le mie chiappe, e decrepite le mie ossa;&nbsp;<br>e la terra, madre di tutti gli amori,&nbsp;<br>madre di fiori e alberi:<br>Un piagnucolante sciocco zoticone&nbsp;<br>mi scrive petulante&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; lagnandosi&nbsp;<br>perché ho usato due cori&nbsp;<br>nel mio sublime inno a Pan&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; mentre a lui è alquanto evidente&nbsp;<br>e a un altro studioso di grecità&nbsp;<br>che quattro&nbsp;<br>&nbsp; &nbsp; &nbsp; sarebbero stati più adatti.</p>



<p><em>Traduzione di Alfredo Rizzardi</em></p>
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		<title>“Il mio cuore è tra gli scomparsi astri”. Saint-Denys Garneau, il poeta che rifiutò la poesia</title>
		<link>https://www.pangea.news/saint-denys-garneau-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 03:01:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura canadese]]></category>
		<category><![CDATA[mistici]]></category>
		<category><![CDATA[Saint-Denys Garneau]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro si aggira in una sorta di samizdat dell’intelletto – certe cose non devono essere lette, non devono essere dette. Così, qualcuno – anima pia, angelo in demenza, figura lontana dai lucori faine di questo tempo, di luce che annerisce – mi mette in tasca Catena di fuoco. Bellissimo titolo stampato nel 1999 nella [&#8230;]</p>
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<p>Il libro si aggira in una sorta di samizdat dell’intelletto – certe cose non devono essere lette, non devono essere dette.</p>



<p>Così, qualcuno – anima pia, angelo in demenza, figura lontana dai lucori faine di questo tempo, di luce che annerisce – mi mette in tasca <strong><em>Catena di fuoco</em>. Bellissimo titolo stampato nel 1999 nella bellissima collana “I Mistici” curata da Marco Vannini per Mondadori.</strong> Uscirono, tra gli altri, in edizione economica, autentici libri-stiletto, testi di Edith Stein e di Enrico Suso, di Maddalena di Spello, di Angelus Silesius, di Cusano e di Isacco di Ninive – la collana durò l’arco di trentadue testi, fino al 2001; oggi si trova nel mercato sotterraneo.</p>



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<p><em>Catena di fuoco</em> è il diario di un’anima in pena, in lotta con se stessa. Arduo, qui, diradare a norma il misticismo; c’è un uomo, poco più che ragazzo, che si rade al suolo, tortuosa tonsura del sé:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Il problema resta complesso. Nel senso che l’abbandono delle mie chimere, della mia posizione insostenibile lo imposta con ancora maggiore semplicità, lo denuda. Si tratta di sapere come fare per vivere. C’è qualche occupazione possibile? Interiore, o solamente esterna? Di questo secondo tipo, non ne vedo nessuna in un prossimo futuro. Quanto a occupazioni interiori, mi sento così desolato, devastato, che non ne posso progettare. Quello che rimane è uno stato di attesa. Ho la vocazione al deserto?”</strong></p>
</blockquote>



<p>L’addestramento non ha mediatori. L’autore scopre il Dio-Dedalo, il Dio labirintico nel dramma letterario. Varca il portale Baudelaire, per dire:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ed ecco l’essere che amo soprattutto in Baudelaire. Quell’essere schiacciato, battuto, flagellato, che ha bevuto tutto il dolore e l’ha infine compreso, senza ribellarsi, quel dolore difficile e tanto amico, che l’ha capito, e attraverso il quale egli ha trovato l’anima, il luogo dello spirito, non dell’intelligenza, ma dello spirito, che è arrivato alle porte dell’anima e ha taciuto, ma alle porte del cielo, vinto da ogni parte e infine disponibile per Dio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E poi, dunque, Dio, sorpreso nella glaciale solitudine:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Dio conosce gli uomini meglio di noi. Sa che talvolta è pericoloso per loro sapere, se non sono pronti ad accettare. Ed Egli li prepara a lungo, e li umilia a lungo, senza fretta. Egli sa come condurci e dove. Noi non sappiamo. Abbiamo bisogno di lunghissime riflessioni per sapere che cosa Egli fa dentro di noi. Come possiamo sapere che cosa fa negli altri?”</strong></p>
</blockquote>



<p>Hector Garneau, l’autore di quel diario che costituisce un <em>on the road</em> nello spirito, nato a Montréal nel giugno del 1912 da famiglia d’antico lignaggio, mutò il nome in <strong><a href="http://www.biographi.ca/en/bio/garneau_de_saint_denys_17E.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Saint-Denys Garneau</a></strong> per ancorarsi alla stirpe – nel Seicento un avo del ramo materno ottenne il privilegio di una signoria “de Saint-Denys” – e per marcare una distanza dai dettami del suo tempo. L’infanzia nei boschi ne forgia il carattere solitario, da ‘anarca’; Saint-Denys Garneau è bello, ha lo sguardo dell’estatico e dell’agonista, eccelle negli sport. A Montréal si iscrive all’accademia di belle arti: i quadri hanno tenue tenacia, diafana tintura. Tutto nella vita di questo ragazzo è apollineo: la veggenza, la ferocia della luce, illecita, la vocazione alle vie radicali.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="608" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/large-L97828940633611-608x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99924" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/large-L97828940633611-608x1024.jpg 608w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/large-L97828940633611-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/large-L97828940633611-600x1011.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/large-L97828940633611.jpg 641w" sizes="(max-width: 608px) 100vw, 608px" /></figure>



<p>L’indole di Saint-Denys Garneau trova corona in un libro in versi, <strong><em>Regards et jeux dans l’espace</em>, uscito nel 1937 a Montréal:</strong> ventotto poesie che costituiscono una novità per la poesia canadese francofona. <strong>“Con Saint-Denys Garneau ha inizio in Québec la poesia moderna</strong>, con le sue forme – svincolate dalla rima, dall’alessandrino, dal sonetto – e con i suoi contenuti – autonomi rispetto alla Francia, e anzi pienamente ancorati alla realtà del continente americano” (Marina Zito). È una lirica, quella di Saint-Denys Garneau, istoriata sull’acqua, che sta tra Thoreau e Monet, di sottile tessitura; ha l’invisibile della tela del ragno: ciò che appare cristallino, è una trappola, invischia nella mota del predatore. È poesia di parole prime, tesa al ladrocinio del silenzio. Vi è inscritta l’inquieta ricerca del poeta: parola che s’intende fogliame; Dio remoto tra i rami.</p>



<p>Per un po’, Saint-Denys Garneau partecipa all’attività dei giovani letterati canadesi, di cattolica statura. Sedicenne, gli diagnosticano una fragilità del cuore – che è poi, per dilatato falò, malattia dell’anima. Quell’unico libro in versi, negli anni, diventerà, come si dice, ‘di culto’, miliare; alcuni non lo capirono, il poeta si inabissò in un cupo vagabondaggio. Amava Pierre Reverdy, un viaggio compiuto in Francia – di cui ricorderà Lourdes e Chartres – lo lascia pressoché indifferente: a 25 anni il ragazzo riconosce l’inutilità dei circoli letterari, l’ipocrisia degli ordini costituiti; è in un vicolo cieco. Ritirarsi nella casa di famiglia, a Sainte-Catherine, a visione di bosco, pare il vero compimento dell’opera: il diario – pubblicato con enfasi nel 1954 – narra la scelta dell’estrema spoliazione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ci sono le vetrate che ho visto in Francia e ci sono le foglie in controluce. Gli alberi fanno vetrate ineguagliabili per lo splendore e la pienezza del colore”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Un dire che sconfina in abisso:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Senso del dolore. Ma perché il dolore acquisti senso, bisogna che esso sia elevato a un significato metafisico. Noi l’abbiamo conosciuto abbastanza per sapere che vuol dire. Non è il caso di continuare sempre a ricercarlo. Lì comincia a entrare in gioco l’orgoglio”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Saint-Denys Garneau, il pioniere della poesia canadese, non scriverà più un verso, non pubblicherà più nulla. Si ritira nell’eremo del verbo. <strong>“Non possiamo dissociare la potenza dell’opera di Saint-Denys Garneau dalla ferocia con cui ha rigettato la propria poesia e ha voltato le spalle alla letteratura.</strong> Questo atto, senza precedenti nella nostra storia letteraria, non ha perso nulla del suo potere enigmatico. Come è riuscito un poeta così dotato, così profondamente coinvolto nell’avventura del linguaggio, a distaccarsi dalla poesia in modo così radicale?” (Michel Biron).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="701" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/9782764624005_large-701x1024.jpg" alt="" class="wp-image-99925" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/9782764624005_large-701x1024.jpg 701w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/9782764624005_large-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/9782764624005_large-600x877.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/06/9782764624005_large.jpg 739w" sizes="(max-width: 701px) 100vw, 701px" /></figure>



<p>Il poeta muore d’infarto il 24 ottobre del 1943, mentre era in canoa. Amava dormire in tenda – quando doveva definire il suo cuore, usava la metafora della tenda: a volte, il vento dona a quello straccio l’entità del volo, la natura del falco.</p>



<p><em>***</em></p>



<p><em>Febbre</em></p>



<p>Ricomponi il fuoco<br>dalle ceneri</p>



<p>Attenzione<br>non ne conosci<br>le macerie</p>



<p>Attenzione<br>sai fin troppo bene<br>che tra le macerie<br>basta il minimo soffio<br>perché s’involi il fuoco</p>



<p>Nell’intimità dei boschi<br>il fuoco risorge<br>subdolo<br>e cresce più forte</p>



<p>Attento<br>il fuoco è in marcia<br>brucia il vento al suo passare</p>



<p>Il fuoco è in marcia<br>ma dove si muove<br>tutto si distrugge<br>la maceria diventa<br>scarto ben costruito</p>



<p>Il caldo scoppia<br>il vento brucia<br>l’ardore monta<br>e buca il cielo</p>



<p>Lordura di luce<br>sordità del caldo<br>che mi arde mi torchia</p>



<p>Il caldo si riscalda<br>senza chiarore di fiamma<br>il caldo aumenta<br>senza stendardi<br>s’incava il cielo<br>tremano i tronchi<br>il vento si inchina</p>



<p>Domanda grazia<br>al suo passare<br>le bestie hanno occhi terrorizzati<br>gli uccelli si disperdono<br>nel caldo che annienta il cielo</p>



<p>Il vento non ha valico<br>verso i grandi alberi che soffocano<br>aprono le braccia<br>per un po’ d’aria</p>



<p>Domanda grazia al suo passare<br>intollerabile caldo<br>fuoco che rinasce<br>dalle macerie<br>non ha alcuno spiraglio<br>un dono per la fiamma<br>per il vento</p>



<p><em>*</em></p>



<p><em>Riviera degli occhi</em></p>



<p>Grandi come fiumi i miei occhi, stamane:<br>l’onda prensile, pronta a riflettere il tutto<br>e questa frescura sotto le palpebre<br>straordinaria<br>allenta le immagini che fisso</p>



<p>come un rivo l’isola rinfresca<br>mentre i flutti scontornano<br>la bagnante sole.</p>



<p>*</p>



<p>Vado a scoprire altrove i poeti<br>quelli che vivono oltre questa piccola vita<br>andrò a scovarli tra i rigagnoli del mondo<br>nella vita-e-morte di tutti<br>dove tutti seminano fughe sul sentiero<br>ma non a casa mia, vi prego.</p>



<p>Questa è la cosa chiamata veglia:<br>abbattere l’universo intero<br>davanti a me e ricostruirlo<br>che straborda dai potentati.</p>



<p>*</p>



<p>Questa sedia non è comoda<br>e sto peggio sulla poltrone dove<br>immancabilmente mi addormento, muoio.</p>



<p>Concedimi di attraversare il torrente sulle rocce<br>come un colosso, scambiando una cosa per l’altra<br>certo dell’imponderabile equilibrio tra le due:<br>dove non c’è sostegno alligna la quiete.</p>



<p>*</p>



<p><em>La gabbia</em></p>



<p>Gabbia d’ossa<br>con uccello</p>



<p>Un uccello in gabbia:<br>la morte fa il nido</p>



<p>Se non arriva<br>odi il frullio delle sue ali</p>



<p>Dopo aver riso<br>ci blocchiamo<br>e lo sentiamo tubare<br>infine<br>è una campana</p>



<p>Uccello prigioniero<br>morte in gabbia</p>



<p>Vorrebbe volare<br>ma tu lo trattieni<br>io sono<br>chi è</p>



<p>Non può andar via<br>se non dopo aver mangiato<br>tutto il mio cuore<br>la fonte del suo sangue</p>



<p>Il suo becco<br>già ne pregusta l’anima</p>



<p>*</p>



<p>Cammino al fianco di una gioia<br>di una gioia che non è mia<br>di una gioia di cui non posso impossessarmi</p>



<p>Cammino al fianco di una gioia<br>e il mio passo marcia gioioso vicino a me<br>ma non posso cambiare marciapiede<br>non riesco a marciare su questi tratturi<br>e dire che sono io</p>



<p>Questa compagnia mi rende felice<br>ma organizzo in segreto dei patti<br>e ogni sorta di operazioni, di alchimie<br>con trasfusioni di sangue<br>e dileggio gli atomi<br>con giochi di equilibrio</p>



<p>Infine, un giorno, risolto,<br>penetro nella danza di questa gioia<br>con il decrepito suono dei miei passi<br>dopo aver perso il senso della marcia<br>svanisco alla mia sinistra<br>sotto i piedi di uno straniero<br>che prende una via trasversale.</p>



<p>*</p>



<p>Il loro cuore è altrove<br>in cielo, forse,<br>errano e ci attendono<br>ma il mio cuore è tra gli astri scomparsi<br>distante da qui:<br>attraversa la notte con un grido che non odo<br>quale dramma si svolge così lontano<br>non voglio saperne nulla<br>preferirei essere un giovane morto<br>vorrei perdere tutto.</p>



<p>Pe sconfiggere il firmamento<br>per la tenue trama della terra<br>questo è ciò che devi<br>sapere riguardo al nostro viaggio.</p>



<p>*</p>



<p>Voglio che la mia casa sia aperta<br>per dare rifugio ai poveri.</p>



<p>La aprirò a tutti<br>come chi ricorda<br>di aver sofferto a lungo<br>assalito da tutte le morti<br>rifiutato da tutte le porte<br>morso dal freddo, logorata la speranza</p>



<p>Annientato dall’audacia della noia<br>esasperato da una tenace ispirazione</p>



<p>Ancora impetro il perdono<br>ancora vado a caccia del peccato.</p>



<p><strong><em>Saint-Denys Garneau</em></strong></p>
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