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	<title>latino Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 09 Jul 2024 03:28:28 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
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		<title>L&#8217;Intelligenza Artificiale rimandata in greco. Riflessioni dopo la Maturità</title>
		<link>https://www.pangea.news/intelligenza-artificiale-maturita-versione-greco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jul 2024 03:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[ChatGPT]]></category>
		<category><![CDATA[esame maturità]]></category>
		<category><![CDATA[greco]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[latino]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Veronesi]]></category>
		<category><![CDATA[versione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Eco aveva buon gioco ad ironizzare sugli svarioni della traduzione automatica, allora ai primordi. Solo un umano, si diceva, sarebbe stato in grado di riconoscere i contesti in cui sono usate le parole, e le sfumature di significato che ad esse ne derivano. Esiste però, croce e delizia, il Progresso, contro cui è poetico [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/intelligenza-artificiale-maturita-versione-greco/">L&#8217;Intelligenza Artificiale rimandata in greco. Riflessioni dopo la Maturità</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Umberto Eco aveva buon gioco ad ironizzare sugli svarioni della traduzione automatica, allora ai primordi. Solo un umano, si diceva, sarebbe stato in grado di riconoscere i contesti in cui sono usate le parole, e le sfumature di significato che ad esse ne derivano.</p>



<p><strong>Esiste però, croce e delizia, il Progresso, contro cui è poetico ma retorico inveire parlando di alienazione, oblio dell&#8217;essere, eclissi del sacro e simili, ma di cui bisogna conoscere e fronteggiare le possibili insidie. </strong>“Una parola si riconosce dalle compagnie che frequenta” è il principio fondamentale della cosiddetta Analisi Semantica Latente: proprio i contesti precisano la sfumata gamma di significati (una sorta di scomposizione prismatica) che una parola e un&#8217;espressione possono assumere.</p>



<p>Questo il principio su cui basa l&#8217;odierno “web semantico” (con tutti i rischi di “profilazione”, “microtargeting”, insomma di intima e quasi sovrumana conoscenza algoritmica dell&#8217;uomo nei suoi pensieri bisogni desideri, che ciò comporta); e su cui si basa anche l&#8217;Intelligenza Artificiale, che fra l&#8217;altro ha fatto della traduzione automatica (almeno al di fuori dell&#8217;àmbito letterario) una validissima rivale dei traduttori umani.</p>



<p><strong>Inutile dire che gli studenti fanno larghissimo, ed irriflesso, uso di ChatGpt (non conoscendo e non padroneggiando, ed essendo troppo pigri per esplorare, altri e più raffinati strumenti). </strong>Come <a href="https://www.secoloditalia.it/2024/06/intelligenza-artificiale-bocciata-in-greco-la-versione-tradotta-per-la-maturita-e-sbagliata/">ha notato qualcuno</a>, però, chi all&#8217;ultima maturità si è affidato a ChatGpt ha avuto una pessima sorpresa (senza, beninteso, che questo incidesse sull&#8217;esito dell&#8217;esame, la cui percentuale di promossi supera il novantanove per cento).</p>



<p>Va pur detto che il Ministero sembra a volte fare apposta ad assegnare proprio i brani più insulsi. Non volendo insinuare che siano scelti a caso, si può pensare che il fine sia una salutare “mortificazione dell&#8217;intelletto” (spesso già di per sé non particolarmente vivo) degli studenti.Il fortunato di quest&#8217;anno era un passo del <em>Minosse</em>, dialogo dubbiosamente attribuito a Platone. Che si tratti di una semplice, e abbastanza modesta, esercitazione retorica di età ellenistica (per di più animata da uno spirito relativistico e sofistico forse più vicino alla mentalità odierna, ma che di socratico e platonico ha ben poco) balzerebbe all&#8217;occhio attento anche dalla decina scarsa di righe (in quattro ore&#8230;) sottoposta alle scolaresche. Un passo banale, ridondante, riboccante di ovvietà: del resto perfettamente adatto ad un contesto scolastico.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="99619 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Segue il testo greco con una mia traduzione (nella quale, come in tutte o quasi, si potranno trovare, a torto o a ragione, tutte le mende del caso).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ἔστιν οὖν τοῦτο Ὁμήρου ἐγκώμιον εἰς Μίνων διὰ βραχέων εἰρημένον, οἷον οὐδ ̓ εἰς ἕνα τῶν ἡρώων ἐποίησεν Ὅμηρος. Ὅτι μὲν γὰρ ὁ Ζεὺς σοφιστής ἐστιν καὶ ἡ τέχνη αὕτη παγκάλη ἐστί, πολλαχοῦ καὶ ἄλλοθι δηλοῖ, ἀτὰρ καὶ ἐνταῦθα. Λέγει γὰρ τὸν Μίνων συγγίγνεσθαι ἐνάτῳ ἔτει τῷ Διὶ ἐν λόγοις καὶ φοιτᾶν παιδευθησόμενον ὡς ὑπὸ σοφιστοῦ ὄντος τοῦ Διός. Ὅτι οὖν τοῦτο τὸ γέρας οὐκ ἔστιν ὅτῳ ἀπένειμεν Ὅμηρος τῶν ἡρώων, ὑπὸ Διὸς πεπαιδεύσθαι, ἄλλῳ ἢ Μίνῳ, τοῦτ’ ἔστιν ἔπαινος θαυμαστός. Καὶ Ὀδυσσείας ἐν Νεκυίᾳ δικάζοντα χρυσοῦν σκήπτρον ἔχοντα πεποίηκε τὸν Μίνων, οὐ τὸν Ραδάμανθυν· Ραδάμανθυν δὲ οὔτ ̓ ἐνταῦθα δικάζοντα πεποίηκεν οὔτε συγγιγνόμενον τῷ Διὶ οὐδαμοῦ. Διὰ ταῦτά φημ ̓ ἐγὼ Μίνων ἁπάντων μάλιστα ὑπὸ Ὁμήρου ἐγκεκωμιάσθαι. Τὸ γὰρ Διὸς ὄντα παῖδα μόνον ὑπὸ Διὸς πεπαιδεῦσθαι οὐκ ἔχει ὑπερβολὴν ἐπαίνου.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>Questo è dunque l&#8217;elogio di Omero a Minosse, concisamente pronunciato, quale Omero non ha fatto per nessun altro degli eroi. Che Zeus sia infatti un sapiente, e che quest&#8217;arte sia nobilissima, lo dimostra spesso anche in molti altri luoghi, e così pure qui. Dice infatti che Minosse ogni nove anni si recava a colloquio con Zeus e andava da lui per essere istruito, poiché Zeus era un sapiente. Che dunque questo privilegio, di essere stato istruito da Zeus, Omero non l&#8217;abbia attribuito a nessun altro degli eroi, se non a Minosse, è un elogio straordinario. E nella Discesa agli Inferi dell&#8217;Odissea egli ha rappresentato Minosse giudicante con uno scettro d&#8217;oro, non Radamanto; Radamanto invece non l&#8217;ha rappresentato né qui come giudice, né in alcun luogo in compagnia di Zeus. Per questi motivi io affermo che Minosse è stato elogiato da Omero più di tutti. Infatti essere l&#8217;unico figlio di Zeus ad essere stato istruito da Zeus è il culmine dell&#8217;elogio.</strong></p>
</blockquote>



<p>Così invece, più con infamia che con lode, ChatGPT:</p>



<p><em>Questo è dunque un encomio di Omero a Minosse espresso in breve, quale Omero non ha fatto per nessuno degli eroi. Infatti, che Zeus sia un sofista e che questa arte sia meravigliosa lo dimostra in molti altri luoghi, ma anche qui. Dice infatti che Minosse stava con Zeus nel nono anno in dialoghi e andava a ricevere educazione come da un sofista quale era Zeus. Che dunque Omero non abbia conferito questo onore, di essere educato da Zeus, a nessuno degli eroi tranne che a Minosse, è una lode straordinaria. E nell&#8217;Odissea, nella Nekyia, ha fatto Minosse giudicare con uno scettro d&#8217;oro, non Radamanto; e Radamanto non lo ha fatto giudicare né qui né mai lo ha mostrato in compagnia di Zeus. Per queste ragioni io affermo che Minosse è stato elogiato da Omero più di tutti. Infatti, essere figlio di Zeus ed essere educato da Zeus è un elogio senza pari.</em></p>



<p>Solo il contesto culturale può far comprendere che <em>sophistès</em> non significa qui, con accezione negativa, “sofista”, ma “sapiente”. “Nel nono anno” è traduzione grammaticalmente esatta, ma che non rende l&#8217;idea della periodicità degli incontri fra Minosse e Zeus. Quel “né qui né mai” non distingue fra due azioni e condizioni distinte (il giudicare e l&#8217;essere insieme a Zeus).</p>



<p>Meglio se la cava (se solo qualcuno la conoscesse) Claude:</p>



<p><em>Questo è dunque l&#8217;elogio di Omero a Minosse, espresso in breve, tale che Omero non ha fatto per nessun altro degli eroi. Che Zeus sia infatti un sapiente e che questa arte sia bellissima, lo dimostra in molti altri luoghi, ma anche qui. Dice infatti che Minosse ogni nove anni si incontrava con Zeus per conversare e andava da lui per essere istruito, come se Zeus fosse un sapiente. Il fatto che Omero non abbia attribuito questo privilegio, di essere stato istruito da Zeus, a nessun altro degli eroi se non a Minosse, è un elogio straordinario. E nella Nekyia dell&#8217;Odissea ha rappresentato Minosse che giudica tenendo uno scettro d&#8217;oro, non Radamanto; Radamanto invece non l&#8217;ha rappresentato né qui come giudice né in alcun luogo in compagnia di Zeus. Per questi motivi io affermo che Minosse è stato elogiato da Omero più di tutti. Infatti, l&#8217;essere l&#8217;unico figlio di Zeus ad essere stato istruito da Zeus non può essere superato come elogio.</em></p>



<p>“Tale che” suggerisce però l&#8217;idea di una consecutiva che nel testo non c&#8217;è. Quel “come se” dà un&#8217;idea di comparativa ipotetica, mentre l&#8217;<em>hos </em>del greco ha sfumatura causale (“in quanto”).</p>



<p>Gemini incorre in vari errori che abbiamo già visto, e vi aggiunge, nell&#8217;ultima frase, il fraintendimento di <em>monon</em>, che non è avverbio (soltanto), ma aggettivo (l&#8217;unico, il solo):</p>



<p><em>Questo è dunque un elogio di Minosse da parte di Omero, espresso in poche parole, come Omero non ne ha fatto per nessun altro eroe. Infatti, che Zeus sia un sofista e che quest&#8217;arte sia bellissima, lo dimostra in molti altri passi, e anche qui. Dice infatti che Minosse ogni nove anni si incontrava con Zeus per discorrere e frequentava il dio per essere istruito, come se Zeus fosse un sofista. Il fatto che Omero non abbia concesso ad altro eroe se non a Minosse l&#8217;onore di essere stato educato da Zeus, è un elogio straordinario. E nell&#8217;Odissea, nella sezione della Necromanzia, fa rappresentare Minosse con uno scettro d&#8217;oro in mano, mentre svolge il ruolo di giudice, non Radamanto; e Radamanto non lo rappresenta mai come giudice in nessun passo, né lo fa incontrare con Zeus. Per questi motivi, io dico che Minosse è stato il più elogiato di tutti da Omero. Il fatto di essere figlio di Zeus e di essere stato educato solo da Zeus non ha paragone in termini di lode.</em></p>



<p>Interessante la sfida, in questo come in altro, fra Google e Microsoft.</p>



<p>Copilot, la AI di Microsoft, se la cava così, cioè maluccio:</p>



<p><em>Quindi questo è un encomio di Omero a Minosse, espresso in poche parole, come se Omero non avesse fatto un encomio per nessun altro eroe. Poiché Zeus è un sofista e questa arte è universalmente ammirata, come dimostra in molti altri passi e anche qui. Dice che Minosse è stato accolto da Zeus nel nono anno, istruito in discorsi e istruito come se fosse sotto la guida di un sofista divino. Pertanto, il fatto che Omero non abbia concesso questo onore a nessun altro eroe, tranne che a Minosse, istruito da Zeus, è un elogio straordinario. E riguardo a Radamanto, Omero lo ha rappresentato giudicante con uno scettro d’oro nell’Oltretomba, non Minosse. Radamanto, tuttavia, non è mai stato giudicante né in quel luogo né altrove. Pertanto, dico che Minosse è stato elogiato da Omero più di tutti, poiché essere figlio di Zeus e istruito solo da Zeus non è una lode comune.</em></p>



<p>All&#8217;inizio, quell&#8217;<em>hoion</em> (il greco antico è davvero questione di minimi dettagli: e forse in ciò ne risiede, se c&#8217;è – e sempre che esso non sia degno di studio solo per la sua assoluta bellezza e il suo significato storico –, il “valore formativo”) viene completamente snaturato se reso con “come se”, che introduce una venatura ipotetica inesistente nell&#8217;originale. Quel “come dimostra” aggiunge un “come” assente nell&#8217;originale (Copilot sembra prediligere le comparazioni, tanto che anch&#8217;esso incappa nel “come se Zeus fosse un sofista”).</p>



<p>Secondo Copilot, che in questo capovolge il testo, la dignità di giudice con lo scettro aureo spetta a Radamanto, non a Minosse.</p>



<p>Microsoft sembra dunque, nel complesso, perdere la sfida con Google non solo nei motori di ricerca, ma anche (con svantaggio economico infinitamente minore) nel greco antico.&nbsp;</p>



<p><strong>L&#8217;impressione (forse, peraltro, condizionata dal pregiudizio umanistico), leggendo e confrontando queste traduzioni, è di trovarsi davanti a qualcosa di freddo, inerte, letteralmente metallico. E ci si sente francamente, quasi fisicamente, vuoti. </strong>Meglio consolarsi, allora, con la versione latina di Marsilio Ficino. Che peraltro oggi sarebbe probabilmente a malapena promosso in un concorso a cattedre (non so invero se ci sia ancora la famigerata traduzione dal greco al latino ‒ a cui l&#8217;università, ossessionata da frammenti papiri edizioni critiche, non preparava in alcun modo) per l&#8217;eccessiva libertà della resa: <em>atàr</em> non contiene, di per sé, l&#8217;idea di “soprattutto”, “maxime”; “annos novem” sarebbe “tempo continuato”, dunque non corrisponderebbe ad un dativo greco; “existimanda est”, la famigerata “perifrastica passiva”, contiene un&#8217;idea di obbligo o necessità assente nell&#8217;originale; la discesa agli Inferi non è propriamente un funerale, un “funus”&#8230;</p>



<p>E si dovrà pur dire, a discolpa dell&#8217;Intelligenza Artificiale, che anche quella assolutamente umana (anzi umanistica) di Ficino si lascia sfuggire “quasi Iupiter sophista sit” (laddove, fra l&#8217;altro, forse la <em>consecutio</em> preferirebbe “esset”). La perfezione non è (nella traduzione almeno) della macchina, e neppure dell&#8217;uomo.</p>



<p>L’“infedeltà” può essere gelido e ottuso e meccanico fraintendimento, ma anche salutare “sovrainterpretazione” che scava e approfondisce i sostrati del senso (può darsi che quel presente, “sit”, sia il perenne presente dell&#8217;eternità).</p>



<p><strong>Ma ancor oggi, agli sventurati aspiranti insegnanti, oso dare un vecchio consiglio. L&#8217;ingiallito Tantucci (che a molti ricorda la giovinezza </strong><strong>‒ altri </strong><strong>preferivano Rimbaud, e non avevano torto) sia il vostro vangelo</strong>, il vostro <em>livre de chevet</em>; frugatelo e rifrugatelo, voluttuosamente, diceva il poeta, “con mano notturna e diurna”: la scuola è sempre scuola, e “scolastico” è aggettivo sempre alonato di polvere e tedio.</p>



<p>Quanto poi ad una traduzione che voglia essere opera d&#8217;arte, essa avrà sempre in sé l&#8217;impronta di quella “feconda irriverenza” di cui parlava Ortega y Gasset: la quale fa “morire il testo” come regola e modello per farlo rinascere come umanità remota e perduta con la quale è però possibile tornare, medianicamente, ad immedesimarsi – non tanto per la sua presunta perfezione, quanto precisamente per i suoi, e nostri, errori, per i suoi e nostri erramenti, purché sorti non da un delirio di meccanica esattezza, ma da un sempre troncato anelito di appressamento all&#8217;origine.</p>



<p><em>Tanta est haec in Minoem Homeri laus paucis verbis explicita, ut nunquam pari laudatione heroum quemquam extulerit. Quod enim Iupiter sophista est, eaque ars praeclarissima, quum alibi saepenumero, tum hoc in loco vel maxime patefacit. Nam Minos annos novem cum Iove collocutum inquit, ad eumque disciplinae gratia proficisci solitum, quasi Iupiter sophista sit. Quod autem tanto munere, hoc est ab Iove eruditum esse, alium heroa nullum Homerus affecit, mira quaedam laus existimanda est. Quin etiam in Odyssea ubi funus describitur, Minoem mortuorum animas iudicante, aureum sceptrum tenentem induxit. Rhadamanthum vero neque hic, neque alibi iudicantem, aut cum Ioue colloquentem inducit. Quamobrem ab Homero prae ceteris omnibus Minoem honoratum assero.</em></p>



<p><strong><em>Matteo Veronesi</em></strong></p>



<p><em><a href="https://sites.google.com/site/criticaepoesia" target="_blank" rel="noreferrer noopener">*Gli scritti di Matteo Veronesi si possono leggere anche qui</a></em></p>
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		<item>
		<title>La Classica influenza, ovvero: perché le lingue classiche sono un vaccino contro l’imperante idiozia (e il latino ci salva la vita)</title>
		<link>https://www.pangea.news/silvia-stucchi-classico-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 09:51:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Ares]]></category>
		<category><![CDATA[classico]]></category>
		<category><![CDATA[latino]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Stucchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Sui passi di chi ritrova nella polvere antica le scintille dell’eterna bellezza e di chi ama le lettere morte di un vivente amore» (J. Burckardt) La lingua madre, quella che si mastica quotidianamente, fino ad estendersi a tutti i linguaggi specialistici, la nostra lingua, insomma, che senso avrebbe, se venisse slegata dalla profondità dei suoi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>«</em><em>Sui passi di chi ritrova nella polvere antica le scintille dell’eterna bellezza e di chi ama le lettere morte di un vivente amore»</em> (J. Burckardt)</p>
<p>La lingua madre, quella che si mastica quotidianamente, fino ad estendersi a tutti i linguaggi specialistici, la nostra lingua, insomma, che senso avrebbe, se venisse slegata dalla profondità dei suoi significati, che le giungono dalle memorie d’un tempo? Si vive d’eco, lo raccomandava persino il compianto Eco del <em>Nome della rosa</em>: <em>ergo</em>, il fior fiore del pensiero più adulto si fa imperativo categorico. In gioco è il nostro orientamento e la posta è veramente alta, senza azzardare assolutamente. <strong>Senza radici storiche, difatti, non c’è alcuna sana e consapevole gestione pubblica: verrebbe a mancare la grande assente, la Sapienza (dal latino </strong><strong><em>«</em></strong><strong>sapio</strong><strong><em>»</em></strong><strong>, aver sapore), cioè il gusto</strong>. Soltanto la cultura, pol-eticamente, è il reale trionfo della democrazia ed è fuor d’ogni dubbio! Su questa scia di considerazioni si muove l’ultimo libro della professoressa <strong>Silvia Stucchi</strong>, docente di Latino nei Licei e di Letteratura latina all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: <a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/attualitaestoria/come-il-latino-ci-salva-la-vita" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Come il latino ci salva la vita</em></strong></a>, per i tipi di Edizioni Ares, appena editato, ha una veste grafica aitante, pure trendy, mi permetto di chiosare. <img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-75617 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro-26-207x300.jpg" alt="" width="274" height="397" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-26-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro-26.jpg 400w" sizes="(max-width: 274px) 100vw, 274px" />Un Apollo pitico si fa un selfie con tanto di T-shirt americana slim aderente e occhiali da sole stilosissimi, da appaiarsi, per <em>haute couture</em>, a quelli del divo Jonny Depp: un Belvedere, già a prima vista. <strong>«Il titolo di questo libro sembra ambiziosissimo, e anzi quasi paradossale, visto che l’attuale tendenza sembra quella di fuggire dal latino», dice la nostra studiosa in apertura al suo garbatissimo contributo. Eppure lo sappiamo da Ariosto che <em>vince chi fugge</em>: </strong>duri di cervice, lasciatemelo aggiungere, allora! La piena avvertenza ed il deliberato consenso, oltre a configurarsi canonicamente come peccato, ranchettano fino a farci scapicollare, a meno che ci armiamo di buzzo buono, stiracchiando i Lumi della Ragione, dopo aver sciacquato i panni nel Tevere. Nota positiva: la cosa fa coppia, meglio dirlo subito! «In una pagina della <em>Coscienza di Zeno</em>, il protagonista ascolta le lamentele della giovane Alberta, che diventerà sua cognata. La ragazza, studentessa ginnasiale, si affligge perché il latino le riesce «molto difficile», e Zeno, con un umorismo tra il cavalleresco e il paternalista, la consola così: «Dissi di non meravigliarmene, perché era una lingua che non faceva per le donne, tato ch’io pensavo che già dgli antichi romani le donne avessero parlato l’italiano» (Italo Svevo, <em>La coscienza di Zeno</em>, Mondadori 2000, cap. V, p.8 5). Poco dopo, però, Zeno si fa cogliere in castagna da Alberta, che gli deve correggere una citazione. Lei, Lui ed un latin lover. Chi? La lingua dei nostri padri, ovviamente, che tra le righe non è divorzista, intendiamoci! <strong>Un saggio come quello della Stucchi, al di là della leggerezza, ci consente di accostarci a Virgilio e a Cicerone per stare meglio con noi stessi. Da una nutrita poliantea troveremo le risposte che gli uomini di duemila anni fa davano ai loro problemi, dall’innamoramento infelice all’insofferenza verso le feste comandate; dal rifiuto degli status symbol ai dispiaceri scolastici; risposte che possono lenire anche le nostre ansie quotidiane, o farci guardare al presente con un occhio diverso.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Qualche esempio!? «Parenti serpenti: noi che ci lamentiamo spesso dei nostri rapporti con i genitori, che ci lagniamo di non essere sufficientemente ascoltati e capiti, abbiamo idea delle condizioni di vita e delle limitazioni cui era mediamente sottoposto un <em>filius familias</em> a Roma? <strong>Poche civiltà elaborarono un concetto di autorità del padre, la <em>patria potestas</em>, pesante e invasivo come in Roma, che fu una civiltà di <em>patres</em> e di <em>senes</em>. Dovettero passare secoli perché la tradizionale durezza della pedagogia romana venisse mitigata; </strong>così, viene da pensare, che forse davvero, pur con tutti i problemi che presenta l’attuale modello di famiglia, nucleare, affettiva, dominata a volte da una malintesa idea di ‘dialogo educativo’, essa non è peggiore di quella degli austeri tempi della Repubblica romana!». Ancora: «E quanto alla dieta, la medicina antica, di cui Plinio il Giovane, nel suo epistolario, dimostra di avere assimilato la lezione, aveva un approccio che oggi potremmo quasi definire ‘olistico’, nel senso che badava al mantenimento dell’armonia e della salute del corpo e dello spirito nella loro totalità, non a far perdere X chili in Y giorni: in questo, bisogna dirlo, i nostri <em>maiores </em>erano molto più avanti di noi!». Pertanto, Dieta Lemme, adiós!</p>
<p>*</p>
<p>A questo punto giova fare delle ultime considerazioni. In un momento in cui provvisorietà e caos sembrano fluttuare tra l’ondivago ed il nubivago, il Classico, proporzionato dalle leggi della natura delle cose, ci rammemora quanto siamo snaturati. <strong>Come non ricordare, giusto per l’appunto, sia pure en passant, un tweet di papa Francesco di qualche giorno fa «oggi, con gratitudine a Dio, ricordiamo che il nostro corpo contiene gli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora»,  il cui originale in stile cesariano era sì scritto, se non vado errando:</strong> <em>«hodie, grato erga Deum animo memoramus nostrum corpus elementa continere orbis terrarum, eius aër ille est qui nobis dat respirationem eiusque aua nos vivificat et restaurat»</em>. Non solo. Il Classico ci raschia le arteriole del cuore (<em>heart</em>) impastandoci di terra (<em>earth</em>), soprattutto ora in cui, presi dal peso voluttuoso e delittuoso dell’inutile, si fa fatica addirittura a decrittare un’emerita acca. In medio «non stat» il <em>virtual</em> ma la «virtus» e quella, idealmente parlando, è materiale, perché si nutre di contatti e di sensi: ricordiamocelo<strong>! Il Classico mette in riga, o meglio rimette in classe: meglio, dal momento che ognuno oggidì sembra andare per conto proprio nella direzione del<em> non so ma poi si vedrà. </em>Solo il Classico rende riconoscibili le cose:</strong> farlo fuori, è non darsi delle possibilità, ed il peggio è lasciarsi informi, se non amorfi, ahinoi!  <em>Dulcis in fundo</em>: il Classico educa al rigore, alla costanza e alla formalizzazione del pensiero. Serve per immunizzarsi da tante sciatterie, eccome se non torna utile: provare per credere! In atto c’è «un’autentica peste del linguaggio, da cui lo studio del latino vaccina», denunciava, non tanto <em>illo tempore</em>, il buon Calvino. Sostanzialmente è una necessaria profilassi da tenere in prospettiva, come quella che attendiamo per il coronavirus: né più e né meno. Siccome non posso tramare contra la trama, anche perché l’ho spoilerato un bel po’, mi fermo a questa sorta di trailer per destare le antenne della <em>curiositas</em>: le suggestioni non lasceranno impermeabili i nostri lettori; anzi, le più belle idee che hanno permeato il mondo, di cui tutti siamo coinquilini sulle spalle dei Giganti, di buon grado le alimenteranno. D’influenza classica noi vivi-AMO, vaccinandoci dalle banalità: che sia un <em>memento</em>!  Auguri di benvenuto ad un libro di degna collocazione bibliotecaria.</p>
<p><strong><em>Francesco Polopoli</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Marlon Brando è Marco Antonio nel &#8220;Giulio Cesare&#8221; di Joseph L. Mankiewicz del 1953</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/silvia-stucchi-classico-recensione/">La Classica influenza, ovvero: perché le lingue classiche sono un vaccino contro l’imperante idiozia (e il latino ci salva la vita)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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