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	<title>Kant Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 29 Aug 2022 04:44:39 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Il Giudizio Universale al tempo del virus. Siamo bambini che hanno paura di morire: la nuova epidemia virale non preannuncia la fine del mondo ma la crescente incapacità dell’uomo di porvi rimedio</title>
		<link>https://www.pangea.news/virus-giudizio-universale-liguori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 09:01:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Rosenzweig]]></category>
		<category><![CDATA[Giudizio Universale]]></category>
		<category><![CDATA[Kant]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Liguori]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra che il flagello epidemiologico che oggi si abbatte sul mondo rimbombi di echi biblici, di catastrofi apocalittiche. Pare che il temuto virus asiatico abbia cominciato a suonare le Trombe del Giudizio in attesa dell’Armageddon; che la fine del mondo, insomma, si preannunci con uno starnuto e qualche linea di febbre. * La deludente scoperta [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Sembra che il flagello epidemiologico che oggi si abbatte sul mondo rimbombi di echi biblici, di catastrofi apocalittiche.</strong> Pare che il temuto virus asiatico abbia cominciato a suonare le Trombe del Giudizio in attesa dell’Armageddon; che la fine del mondo, insomma, si preannunci con uno starnuto e qualche linea di febbre.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La deludente scoperta di una sua possibile estinzione ha reso l’umanità ancora più goffa ed esilarante, diciamolo pure. Una febbre panica si è impossessata dell’umanità producendo il lamento scomposto delle prefiche, il pianto chiassoso, il <em>lessus</em>, come lo chiamavano gli antichi. </strong>L’uomo, che con la tecnica credeva di aver domato il destino e la morte, improvvisamente, come punto da un tafano, si è accorto della catastrofe che potrebbe travolgerlo da un momento all’altro. Eppure, se quest’epoca fosse al tramonto come quello vaticinato da Spengler all’Occidente, avremmo già visto sui muri le nostre ombre lunghe e traballanti. Una luce sinistra e spettrale avrebbe illuminato i nostri atti insulsi, le nostre bassezze, i volti scolpiti dal terrore. Invece ho il sospetto che si dovrà attendere ancora molto prima di accendere i ceri a questo colossale ammasso di macerie che è il mondo, uno sputo di terra a cui si dedicano cure da cerusico nelle pause tra l’aperitivo e due strisce di coca.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che l’uomo abbia del tutto dimenticato la sua finitudine e un giorno si sia messo a pensare all’immortalità dà conto di quanto mostruosa sia la natura di questo essere trionfante di miseria.</strong> Poi, sul fatto che talvolta abbia anche potuto parlare o scrivere di eternità, sorvolo con spavalderia da guappo. «<em>L’uomo non vuole affatto sottrarsi a chissà quali catene, vuole rimanere, vuole vivere</em>» (<em>La stella della redenzione</em>), ci ricorda Franz Rosenzweig. Già, vivere. È tutta qui la sua mediocre aspirazione. L’uomo si attacca alla fragile cortina della vita come il <em>toxoplasma gondii</em> ai visceri dell’animale che lo ospita. Si nutre di cosucce, insomma. (Senza considerare che il <em>toxoplasma gondii</em> ha maggiori probabilità di farla franca e di sopravvivergli). <strong>Nei confronti dell’eternità già il vecchio Kant – che quando voleva sapeva farsi capire – ci aveva messi in guardia: «<em>una simile vita </em>[eterna]<em>, se ancora la si può chiamare vita, apparirà come un annientamento</em>»</strong> (<em>La fine di tutte le cose)</em>. E credo che finalmente gli si possa dare ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Diciamolo una volta per tutte, la nuova epidemia virale non preannuncia la fine del mondo ma la crescente incapacità dell’uomo di porvi rimedio. Più che una minaccia, essa è un monito, un avvertimento, un <em>memento mori</em>. </strong>Dice che a questa ne seguiranno altre alle quali saremo sempre più esposti, altri flagelli nei confronti dei quali l’uomo potrà opporre soltanto lacrime e stridore di denti. Ma intanto, con il panico per la supposta ecpirosi si diffondono anche nuovi precetti morali. <strong>Uno su tutti brilla di stupefacente bellezza: la <em>distanza tra gli individui</em>. Poiché il contagio (<em>cum</em>&#8211;<em>tagere</em>) è pur sempre un <em>toccare</em>, esso impone quella cautelare misura di spanne, centimetri di presunta salvezza che separano me dall’altro, me dal mio potenziale aggressore virale.</strong> E sebbene l’efficacia di salubrità dei <em>novi mores</em> abbia le stesse probabilità che ebbero le parole di Abramo nel tentativo di convincere Yahweh a non ridurre in cenere Sodoma, l’uomo li osserva con la tenacia di uno zelota proprio perché l’altro, il prossimo, non lo si può sopprimere. Insomma, la violenza è tenuta a bada soltanto dalle ultime speranze riposte nella scienza e da ciò che essa promette in termini di guarigione. Poiché alla scienza, dopotutto, abbiamo affidato i nostri bassi istinti da quando Dio ha smesso di essere il nostro vaccino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto vale la pena di rileggere quelle pagine del <em>Il disagio della civiltà</em> di Freud per rendersi conto di quanto l’idea di ‘salvezza scientifica’ sia tutto ciò che abbiamo ereditato e che oggi ci rimane. Con la sua superbia asburgica Freud prima dispensa l’antidoto contro l’infelicità procurata dai rapporti umani individuato nell<em>’isolamento volontario </em>e nel <em>tenersi lontano dagli altri</em>, poi dà l’affondo finale: «<em>C’è veramente un’altra via, migliore, che consiste nel passare […] ad aggredire la natura, con l’aiuto della tecnica guidata dalla scienza, e ad assoggettarla alla volontà dell’uomo</em>». Ma questo è il punto. <strong>La natura non può più essere aggredita, le risorse sono all’esaurimento e la volontà dell’uomo è stata anch’essa ceduta interamente al potere smisurato della tecnica. L’uomo ora è solo, è fragile, triste, malato. E non è affatto a disagio, come quello di Freud, per questa o per quell’altra sottrazione di desiderio.</strong> L’uomo è infelice e in fondo, come un bambino sepolto nell’oscurità della sua stanza, ha soltanto paura di morire.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vincenzo Liguori</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: un particolare dal &#8220;Giudizio Universale&#8221; di Pieter Paul Rubens, 1614-1617</em></p>
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		<title>Non solo Heidegger: anche Kant, Voltaire e Hume erano antisemiti, lo dice il “New York Times”. Aiuto: difendiamoci dagli inquisitori dell’ovvio, dai tagliagole del genio!</title>
		<link>https://www.pangea.news/kant-voltaire-hume-heidegger-antisemiti-new-york-times/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Mar 2019 11:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche gli illuministi furono razzisti, oscuri antisemiti. L’epoca dei lumi, piuttosto, fu la notte della ragione che genera mostri. * L’editoriale pubblicato dal New York Times ha titolo roboante (Confronting Philosophy’s Anti-Semitism) e sottotitolo esplicito: “Dovremmo continuare a insegnare pensatori come Kant, Voltaire e Hume senza menzionare i pregiudizi nocivi che hanno aiutato a legittimare?”. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/kant-voltaire-hume-heidegger-antisemiti-new-york-times/">Non solo Heidegger: anche Kant, Voltaire e Hume erano antisemiti, lo dice il “New York Times”. Aiuto: difendiamoci dagli inquisitori dell’ovvio, dai tagliagole del genio!</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Anche gli illuministi furono razzisti, oscuri antisemiti.</strong> L’epoca dei lumi, piuttosto, fu la notte della ragione che genera mostri.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">L’editoriale pubblicato dal <em>New York Times </em>ha titolo roboante <a href="https://www.nytimes.com/2019/03/18/opinion/philosophy-anti-semitism.html" target="_blank" rel="noopener">(<em>Confronting Philosophy’s Anti-Semitism</em>)</a> e sottotitolo esplicito: <strong>“Dovremmo continuare a insegnare pensatori come Kant, Voltaire e Hume senza menzionare i pregiudizi nocivi che hanno aiutato a legittimare?”.</strong> Insomma, non basta tirare freccette e frecciate ad Heidegger, nel vortice antisemita ci sono il paladino della tolleranza, il Lancillotto del dubbio e della libertà dalla schiavitù dogmatica cristiana, il genio della ragione.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Comunemente, riteniamo che l’antisemitismo e atteggiamenti ad esso correlati siano il frutto dell’ignoranza, della paura, di opinioni fanatiche o di qualche altra forza irrazionale. <strong>Ormai è noto che alcuni dei pensatori che hanno fondato la società moderna abbiano altresì difeso posizioni antisemite. Ad esempio, molti dei grandi filosofi illuministi – inclusi Hume, Voltaire e Kant – hanno sviluppato elaborate teorie per giustificare l’antisemitismo”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’autrice, Laurie Shrage, insegna alla Florida International University, nell’editoriale usa come fonti due libri un po’ datati non pubblicati in Italia. <em>German Indealism and the Jew</em>, di Michael Mack (pubblicato dalla University of Chicago Press nel 2003) e soprattutto <em>The Philosophical Bases of Modern Racism</em>, edito nel 1993, scritto da Richard H. Popkin, altrimenti noto in Italia (la sua <em>Filosofia per tutti </em>è in catalogo il Saggiatore, la sua <em>Storia dello scetticismo </em>è edita da Bruno Mondadori). Hume, afferma il florilegio di studiosi, vede il cristianesimo come un parto dal paganesimo classico, negando la filiazione ebraica; <strong>Voltaire predilige il ritorno al mondo antico evitando come la peste “l’orribile immoralità della Bibbia”; d’altronde, “anche Kant pensava che gli ebrei avessero tratti immutabili e propri che li rendevano inferiori ai cristiani”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce dell’editoriale pubblicato dal <em>New York Times </em>– dal titolo brillante – dunque, non dobbiamo più studiare Kant, Voltaire e Hume a meno che non abbiano la didascalia vergata in fronte – una specie di barbara stella di Davide – ‘antisemiti’? D’altra parte, ricordiamoci, va bandito anche Martin Heidegger. <strong>Insomma, è vietato pensare, è vietato confrontarsi ma è d’obbligo conformarsi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno degli ‘illuministi’ – a loro modo illuminati – ha scritto un pamphlet antiebraico – giudicare con gli occhi di oggi gli sguardi di ieri fa l’effetto di una granata di cubi di ghiaccio sulla schiena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che qualche anno fa, nel 2012, “Gherush92. Comitato per i Diritti Umani” aveva proposto di sradicare dal programma di studi la Divina Commedia, colpevole di incitare all’antisemitismo. Cito le fasi finali dell’articolo, <a href="https://www.corriere.it/cultura/12_marzo_12/divina-commedia-eliminare-gherush92_674465d8-6c4e-11e1-bd93-2c78bee53b56.shtml" target="_blank" rel="noopener">che ebbe vasta risonanza sulla stampa patria,</a> dal titolo già di per sé esauriente <a href="http://www.gherush92.com/news_it.asp?tipo=A&amp;id=2985" target="_blank" rel="noopener">(<em>Via la Divina Commedia dalle scuole</em>)</a>: “Deve essere messo in evidenza il legame culturale e tecnico-operativo con i vari tentativi di esclusione e di sterminio, fino alla Shoah. <strong>Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale.</strong> Chiediamo, pertanto, al Ministro della Pubblica Istruzione, ai Rabbini e ai Presidi delle scuole ebraiche, islamiche ed altre di espungere la Divina Commedia dai programmi scolastici ministeriali o almeno di inserire i necessari commenti e chiarimenti”. Dante, poveretto, vissuto 1700 anni fa, avrebbe “ispirato” la costruzione dei campi di sterminio. A questo punto, Nietzsche, Wagner, Hölderlin, Stefan George sono già cotti al rogo dell’idiozia.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Da questi estremismi – colpire il fondamentalismo con fondamenta più feroci – nacque l’idea di Harold Bloom, nel 1994, del “Canone Occidentale”, cioè <strong>la tutela dei grandi, la salvaguardia delle opere somme dalla catastrofe della ‘correttezza’,</strong> dai tagliagole dei luoghi comuni, dagli inquisitori delle ovvietà. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: David Hume ritratto da Allan Ramsey, 1766</em></p>
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		<item>
		<title>“Lo scrittore ama e invidia le vite altrui. Io ho amato e invidiato Kerouac. Ora scriverò di un morbo che colpisce una grande metropoli”: dialogo con Ferruccio Parazzoli, che ha sfidato Dostoevskij</title>
		<link>https://www.pangea.news/lo-scrittore-ama-e-invidia-le-vite-altrui-io-ho-amato-e-invidiato-kerouac-ora-scrivero-di-un-morbo-che-colpisce-una-grande-metropoli-dialogo-con-ferruccio-parazzoli-che-ha-sfidat/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2019 05:31:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Bompiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Fëdor Dostoevskij mi basta quanto leggo – è un santo-vampiro, i ‘Karamazov’ hanno l’autorevolezza sinistra di un testo sacro – quanto scrive quel bastardo di Nikolaj Strachov – “Io non posso considerare Dostoevskij né buono né felice. Era cattivo, invidioso, vizioso. Per tutta la vita fu preda di passioni che lo avrebbero reso ridicolo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lo-scrittore-ama-e-invidia-le-vite-altrui-io-ho-amato-e-invidiato-kerouac-ora-scrivero-di-un-morbo-che-colpisce-una-grande-metropoli-dialogo-con-ferruccio-parazzoli-che-ha-sfidat/">“Lo scrittore ama e invidia le vite altrui. Io ho amato e invidiato Kerouac. Ora scriverò di un morbo che colpisce una grande metropoli”: dialogo con Ferruccio Parazzoli, che ha sfidato Dostoevskij</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Di Fëdor Dostoevskij mi basta quanto leggo – è un santo-vampiro, i ‘Karamazov’ hanno l’autorevolezza sinistra di un testo sacro – quanto scrive quel bastardo di Nikolaj Strachov – <strong>“Io non posso considerare Dostoevskij né buono né felice. Era cattivo, invidioso, vizioso. Per tutta la vita fu preda di passioni che lo avrebbero reso ridicolo e spregevole, se non fosse stato nello stesso tempo così intelligente e così perfido”</strong> – e come ne scrive Lev Sestov, il suo massimo esegeta – <strong>“Chi vuole avvicinarsi a Dostoevskij deve compiere tutta una serie di <em>exercitia spiritualia</em>, e deve vivere ore, giorni, anni in un’atmosfera di evidenze contraddittorie, che si escludono a vicenda”.</strong> Dostoevskij è troppo vasto perché se ne possa dire qualcosa – ti ficca denti in bocca, blocca ogni presunta opinione, perché prima devi convertirti, devi cambiare vita, devi folgorare di luce il fango, poi ne parliamo. Poi leggo questo, però. “Come sempre, ti afferrava l’anima, la palleggiava, la torceva e poi te la restituiva, pronta da rimettere nel petto… <strong>L’ho visto, di notte, quando scrive, la testa piegata tra le due candele, la penna che scorre sul foglio: è Dio, non c’è anima che possa nascondersi dinanzi a lui, egli la seziona, la fruga finché non ne abbia messo a nudo il germe del delitto, della crudeltà, della lussuria, che è in ciascuno di noi”</strong>. Che straordinaria descrizione di Dostoevskij, del suo gesto alchemico. Chi l’ha scritta e ha avuto l’ardore di dissezionare il cuore di Dostoevskij con un chiodo è <strong>Ferruccio Parazzoli </strong>– forse non poteva essere altri che lui – tra i ‘grandi vecchi’ della letteratura italiana, autore di una bibliografia d’invidiabile giovinezza. Lo schema narrativo è rotondo: attraverso lo stratagemma del libro trovato casualmente in Russia (“Il librino, stampato su carta dozzinale, mi fu regalato da un amico oggi scomparso – come ormai molti altri miei amici e conoscenti – di ritorno da uno dei suoi frequenti viaggi in Russia”), <strong>Parazzoli fa raccontare l’inquieto Fëdor da uno dei suoi personaggi minori, Razumichin, che in <em>Delitto e castigo </em>è il bonario amico di Raskol’nikov mentre ne <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/il-grande-peccatore-9788830100008" target="_blank" rel="noopener"><em>Il grande peccatore</em></a></strong> – così il romanzo pubblicato da Bompiani, che, coerentemente, pubblica i romanzi di Dostoevskij nella collana filosofica del ‘Pensiero Occidentale’, tra Platone, Heidegger e Kant – è un lacché, un pervertito nel cuore, un uomo roso da fragori d’invidia, iroso nel rancore. Questo romanzo, che proviene dal retroscena del sottosuolo e ha un retrogusto pietroburghese – l’esercizio mimetico è riuscito: pare di sfogliare le confessioni di un russo arso dal tormento del tardo Ottocento –, di fatto, <strong>è una indagine sulla scrittura e sulla sconfitta dello scrittore, sulla mefistofelica malia dell’arte, sul demone del genio</strong> – avete presente <em>Il soccombente </em>di Thomas Bernhard? – sull’amoralità e l’anormalità dell’artista che lavora, come un santo e un folle, per la redenzione dell’uomo (ma mai per la propria). Insomma, ho preteso al dialogo Parazzoli. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65699 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-parazzoli-210x300.jpg" alt="" width="150" height="214" />Dostoevskij. Ancora Dostoevskij. Pare, davvero, l’autore ineludibile e inesorabile. Che ruolo ha avuto FD nella sua opera, quella marcia epica nell’etica, quell’indagine ossessiva nella colpa? In quale opera, in particolare, tolta questa, ha sentito il morso di FD?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Milano è la mia Pietroburgo. Striscia il fantasma di Fedor Michailovich – così lo chiamo da tempo, come ora fa Razumichin, il tarlo che gli entra dentro nel mio <em>Grande Peccatore</em> – in quasi tutti i miei romanzi, specie dei più recenti. <strong>Piazza Sennaja si confonde per me con piazzale Loreto, i vicoli, le strade sormontate dai grandi formicai dei piccoli impiegati, dei senza lavoro, prendono il nome di viale Monza, di via Padova, delle periferie oltre i terrapieni della ferrovia.</strong>  F.M. mi ha insegnato ad osservare le facce della gente, a leggere dentro di loro, a conoscerne e a inventarne le storie.  Così è nata la mia <em>Trilogia di Piazzale Loreto, </em>specie <em>Piazza bella piazza</em>, l’ultimo dei tre volumetti, dove ruotano storie buffe, drammatiche, fantastiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il suo romanzo mi sembra, tra le altre cose, una riflessione sulla scrittura. La cito. “Era incapace di innalzare la sua arte fino al sublime se non partendo dalla più concreta miseria della condizione umana”. Qual è allora il compito dello scrittore: andare dove nessuno va, indagare i luoghi oscuri, sondare le miserie, scavare nel fango, cosa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Compito dello scrittore è vedere ciò che gli altri non vedono, altrimenti che scriverebbe a fare? <strong>Lo scrittore scende dove deve scendere, ma anche sale dove deve salire, il sottosuolo ma anche il volo libero, il più alto.</strong> Ho pubblicato di recente un piccolo saggio <em>Apologia del rischio</em> che porta per sottotitolo <em>Scrivere è una roulette russa</em> dove sostengo che non basta guardare dai tetti in giù ma anche dai tetti in su. Uscire dalla pura cronaca dei fatti. “Non c’è artista che tolleri il reale”, diceva Nietzsche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che rapporto c’è tra etica ed estetica? Insomma, uno scrittore può essere un ‘figlio di’ e scrivere capolavori assoluti. Oppure, a suo avviso, c’è una coincidenza, una intesa, una grande opera può essere scritta soltanto da un grande uomo&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli scrittori non sono dei grandi uomini, altrimenti farebbero altro. <strong>Non credo ci sia un rapporto diretto tra etica ed estetica. Le vite degli scrittori, a studiarle bene, sono colme di vizi e di difetti, talvolta perfino spregevoli, secondo il comune senso del ben pensare e ben vivere.</strong> E poi, perché parlare di capolavori assoluti?  Non esistono, ognuno ha dentro il germe della decomposizione, se non altro il Tempo. Il capolavoro ciascuno scrittore lo tocca quando non si permette di scrivere se non al meglio di quanto riesce a scrivere, quando nella sua roulette russa, esplode il Bang!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un brano del suo romanzo esalta il tema dell’invidia. La cito: “frequentandolo sempre più da vicino, nella più nascosta intimità, sarei entrato nell’anima di FM come l’ammofila assassina nella larva di farfalla, l’avrei divorato, fatto mio, finché, come il bruco Monarca, avrei atteso a testa in giù che dalla crisalide uscissero le nuove ali e allora, finalmente, me ne sarei volato via verso il mio personalissimo sole”. Che ruolo ha l’invidia nella sorte – o nella disperazione – di uno scrittore?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’invidia è un sentimento vicino all’amore.  Razumichin, il mio personaggio nel <em>Grande Peccatore</em>, è roso dall’invidia per F. M., che vorrebbe saper eguagliare nella genialità come nel vizio, ma è altrettanto vicino all’amore per il suo idolo: <strong>se non lo invidiasse alla follia non lo amerebbe alla follia</strong>. Lo scrittore è colui che invidia e ama le vite degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Domanda duplice. Il ritmo che ha assegnato al romanzo è profondamente ‘russo’, risuona la nenia sintattica di molti romanzi russi dell’Ottocento tradotti in Italia, leggendolo, un esercizio di mimesi mirabile. Le chiedo, però, a fronte della sua esperienza editoriale, quale autore della letteratura italiana è a suo dire il più ‘russo’? E poi: quale autore ha studiato, ha letto con acribia per dare autenticità narrativa e sostanza formale al suo Razumichin?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A mia memoria sono molto lontani gli scrittori italiani dalla tormentata anima slava.  Un solo nome, forse, potrei fare: quello di Tommaso Landolfi, il suo costante timore con cui si accosta al paradosso del mondo. Per dare vita  all’infido fantasma di Razumichin non potevo se non rifarmi a Dostoevskij stesso, e al suo <em>Delitto e Castigo</em>  facendone esattamente il contrario di quanto di lui dice l’autore, <strong>sostenendo così ancora una volta, come lo stesso Razumichin sostiene, che Dostoevskij fosse un gran mentitore nei suoi romanzi, proprio come deve essere uno scrittore</strong> che non crede che la verità degli uomini e dei fatti sia così come si presenta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oggi. Cosa le pare della letteratura italiana recente? Cosa le piace leggere? E dopo aver ‘sfidato’ Dostoevskij, dove s’inabissa la sua famelica scrittura, insomma, cosa sta scrivendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Leggo molto, ma solo per imparare a come si deve fare o non si deve fare a scrivere, cosa si deve raccontare e cosa non si deve. E non so quale delle due cose imparo di più.  <strong>Naturalmente sto scrivendo, in quanto scrivo un poco ogni giorno. Forse è un altro romanzo, forse parlerà di un morbo collettivo che colpisce una grande metropoli,</strong> la cui causa sarà ben altro che non i topi della <em>Peste</em> di Camus.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A microfoni spenti titillo ancora Parazzoli, perché per me la letteratura è, anche, un groviglio di gossip. La domanda in corner è questa. “Qual è stato lo scrittore che più ha ammirato, tra i viventi, e con cui ha lavorato meglio?” La risposta mi sembra degna, bella, quasi dostoevskijana: “Jack Kerouac, quando venne in Italia, anche se era drogato e sbronzo, ma io, persona per bene, l’ho invidiato e l’ho amato&#8230; Purtroppo siamo stati insieme solo un paio di giorni”.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lo-scrittore-ama-e-invidia-le-vite-altrui-io-ho-amato-e-invidiato-kerouac-ora-scrivero-di-un-morbo-che-colpisce-una-grande-metropoli-dialogo-con-ferruccio-parazzoli-che-ha-sfidat/">“Lo scrittore ama e invidia le vite altrui. Io ho amato e invidiato Kerouac. Ora scriverò di un morbo che colpisce una grande metropoli”: dialogo con Ferruccio Parazzoli, che ha sfidato Dostoevskij</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Discorso intorno a Tommaso Labranca: un genio che ha avuto la sfiga di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2019 10:21:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I like walking in the park&#160;/ When it gets late at night&#160;/ I move &#8216;round in the dark&#160;/ And leave when it gets light. (New Order, Sub-Culture) “Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d&#8217;alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>I like walking in the park&nbsp;/ When it gets late at night&nbsp;/ I move &#8216;round in the dark&nbsp;/ And leave when it gets light.</em> (New Order, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=jn9nOukPuYM" target="_blank" rel="noopener"><em>Sub-Culture</em></a>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Enrico Brizzi auspica le bombe sulle ville di Bellagio in cui si ritirano a soffrire, meditare e scrivere gli scrittori d&#8217;alto livello. Mi dichiaro pronto a pilotare uno di questi bombardieri”. Parole di Tommaso Labranca. Parole e musica di sottofondo.</strong> Quella rock, elettronica e pop. Abba, Soft Cell, Dead Can Dance, Joy Division, New Order, The Cure, Depeche Mode e Moby. Immaginando i bombardieri estetologici in azione. Non c&#8217;è bisogno di una colonna sonora di Wagner. (Semmai dei Kraftwerk stradali o del Bowie berlinese). Ma il bisogno di Germania rientrerà dalla finestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogno di europei più che di italiani.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65690 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg" alt="" width="125" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-768x1258.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006-625x1024.jpg 625w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/Il-Piccolo-Isolazionista-testo-di-Labranca-del-2006.jpg 872w" sizes="(max-width: 125px) 100vw, 125px" />Perché davvero si possono immaginare frotte di bombardieri lungo tutta la penisola delle lettere estenuate ed estenuanti, della iperprolificità serialista e compulsiva per teledipendenti alla Andrea Camilleri, del nulla sotto vuoto dei postmodernismi insipidi alla Paolo Cioni, dei pedofilismi accademicisti alla Walter Siti, dei romanzetti provinciali alla Andrea Vitali</strong> – in un paese in cui il meglio è quasi tutto fuori dalla narrazione pura (due tra gli esempi migliori sono Andrea Caterini e Mirko Volpi) e in cui o davvero c’è chi ha tempo per leggere certi blocchi di carta (la cui funzione più ragionevole è forse da solidissimi fermalibri) tipo i romanzi di Albinati, Genna, Lagioia, Scurati o tipo le trilogie nichiliste e postmoderniste parentiane e santacrociane, oppure è in corso un enorme spreco di cellulosa da devolvere ai grandi dimenticati (se il presente non offre più nulla tanto vale riscoprire il passato) Gautier, Bloy e Montherlant, Rebatet, Déon e Maeterlinck, Drieu, Morand e Nimier, Strindberg, Hamsun e Jensen, ma si può anche stare nei luoghi labranchiani e di obiettivi per le bombe ce ne sono a iosa, a partire dai critici e prefattori mondani dal <em>selfie</em> facile che sentenziano che chiunque osi scrivere un romanzo prima dei cinquanta è condannato al nulla e al nulla dunque condannano scrivendone uno prima della scadenza da loro indicata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le bombe oppure lo sdegno assoluto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Meglio diventare piccoli isolazionisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Meglio starsene sul posto. Meglio dimenticare i libri. Meglio osservare la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>neoiperrealismo</em>, copyright di T-La.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra Pantigliate e Bellagio, la Brianza, di cui la cittadina dello sprezzante autore di quelle tre righe bombardiere, è l’estrema propaggine ideale, già inglobata da decenni dal cosiddetto <em>hinterland</em> milanese, luoghi d’automobilisti, tra superstrade, statali, tangenziali, svincoli e rotonde, che sono “il terrore dei camminatori, perché a differenza degli incroci […] non prevedono quasi mai un attraversamento per esseri umani appiedati”, ha scritto lo stesso Brizzi (l’incrocio era di destra; la rotonda è di sinistra; il progresso, disumano).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’<em>hinterland</em> luogo estetico dello spirito, come la stessa Brianza, del pantigliatese che tramite di un suo personaggio, impiegato d’ufficio houellebecquiano, in un breve frammento neopessoano, neomelvilliano, neokafkiano, </strong>ha espresso icasticamente e causticamente la sua poetica antinarrativa: “Se oltre a essere così noioso fossi stato anche boemo ed ebreo, magari avrei fatto il narratore”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Labranca – un grande narratore no di sicuro; un autore noioso men che meno; di certo genio poco riconosciuto – è stato il più intrigante estetologo moderno italiano</strong> (italiano solo di lingua, di sicuro non di spirito) ma ha avuto la <em>sfiga</em> di dover lavorare e scrivere in una nazione miserevole come l’Italia (essendo un pantigliatese e padano ergo europeo) e infatti verso la fine della sua vita si manteneva traducendo manuali tecnici dal tedesco (il bisogno di Germania che rientra della finestra) e poteva autopubblicarsi soltanto grazie a due eccentrici progetti di cui era co-fondatore – la casa editrice 20090, dal codice d&#8217;avviamento postale della periferia milanese ma con chiara identità europea (www.eu) e la Tipografia Helvetica, tale non soltanto per via del carattere di stampa ma anche perché con sede svizzera (www.ch) –, bombardando i lettori con onnipresenti maiuscole, ammiccamento alla lingua di Kant, come ne <em>Il Piccolo Isolazionista</em>, esemplare del suo stile, perfetto ibrido, tra saggio e diario.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così nel manifesto <em>Neoproletariato</em>, colpiscono tanto la sua confessione di pensatore “ipnomediatico” quanto l’analisi in cui aggiorna, modernizza il rapporto tra intellettuale, padrone e proletariato teorizzato da Gramsci e via Gramsci dal non troppo amato Pasolini:</strong></p>
<p style="text-align: justify;">1) Labranca che si alza comunque presto, anche quando va a dormire tardi, magari di ritorno “da un evento pluscool esclusivo e deludente”, perché angosciato da un ruolo, quello d&#8217;intellettuale, sempre più duro e instabile “perché mancante della benedizione dei padri”, pensieroso dunque su come riuscire a trarre qualche vantaggio dal cambiamento che identifica con l’<em>eleghanzia</em> che ha decisamente preso il sopravvento sull’<em>intellighenzia.</em></p>
<p style="text-align: justify;">2) Labranca il neointellettuale “ipnomediatico”, la tv neopadrona e il neoproletariato, col plusvalore e il superfluo sostituiti da quel “pluscool”, e vale a dire “quello che esala da quanto non solo si acquista, ma si fa, si dice, si respira, si ascolta, si guarda, si indossa, si frequenta o si cerca di frequentare”, che dà conto in termini altri da quelli pasoliniani, di una metamorfosi antropologica che segna la <em>sconfitta del popolo</em>, come da sottotitolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65691 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/Neoproletariato.jpg" alt="" width="120" height="202">Così il suo dar conto del classico duo d’“immutato successo” di periferia, “disagio e solitudine”, che è realtà, oltre che un ruolo recitato, vale almeno quanto l’analisi della massificazione mentale, e del cialtronismo, dilagante e arrogante, da “Intellettuale Accettato”:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Sempre a rischio di manierismo e quindi di ridicolo, o d’immobilismo, che Labranca ha sempre aborrito, passando oltre ogni musica, tipico degli adepti del reggae, o del prog-rock birraiolo, celtico e repellente (“maleodorante”),</strong> per non dire degli esaltati della pizzica (“stramaledetta”), optando di suo per “la strada più difficile: la superficialità”, e anche per questo “vagamente emarginato”, pur giocando un ruolo <em>ipnomediaticamente</em> forte nel definirsi, consolidarsi e svilupparsi del “pluscool”, di cui era l&#8217;avanguardia a un tempo dentro e fuori dai media di massa dominati dalla tv, perché: “Il disagio restava però sempre qualcosa di sgradevole da vedere, toccare e annusare, come un manzo squartato. Nel Freddo Sporco si aveva una rappresentazione cruda e iperrealisticamente disordinata come nella <em>Macelleria</em> di Annibale Carracci”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Deve piacerti viaggiare. Deve piacerti il mare. Deve piacerti la pizzica salentina. Devi essere unplugged. Devi essere bio. Devi essere ipocrita.</strong>&nbsp;/ […] Basta essere un povero di spirito un arrogante/un&#8217;arrogante c on le Birkenstock o la gonna lunga, la maglietta arancione con scritto <em>Salento</em>”, o un seguace delle dottrine New Age, e vale a dire un isterico, per esser non apocalittico ma integrato, sia nel “nazionalcialtronismo” che in “una globalizzazione di maniera” solidarista e ignorante che “è la presa per il culo del mondo” e magari pure vegetariana come il cantante degli Smiths: “Morrisey, grossa zucchina intellettualizzata dal ciuffo rockabilly […] era troppo affettato. Perché usava troppe chitarre e batterie umane, senza per altro nemmeno ricadere nel Freddo Sporco […]. E perché era insopportabile nel suo zelo vegetariano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così la sua personale, intima, motivata avversione verso i viaggi, specie per turismo ed esotismi</strong>, che marca, come scrive tra le note ad <em>agosto oscuro</em>, “la differenza tra il suo testardo restare locale e l&#8217;ottuso emigrare esotico”, è essenziale per i suoi spunti filosofici:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Labranca è un cantore delle tangenziali, che preferiva alle autostrade, prediligendo ai viaggi il puro movimento che non va da nessuna parte ai viaggi, specie se esotici:</strong> “Chi mi frequenta sa che sono un nemico feroce dei viaggi, almeno dei viaggi come sono intesi oggi, non certo come erano visti nel tardo Settecento. Viaggiare fino in Patagonia con la minaccia di incontrarvi Jovanotti in bicicletta è uno dei tanti motivi che mi fanno restare a casa davanti al 46 pollici. Non lavorando come dipendente, non ho poi nemmeno lo stimolo ad allungare la lista dei Paesi da me visitati per gettare merda cosmopolita sui colleghi nelle pause pranzo. Se poi quello che vedrei nei vari Paesi è quello che vedo grazie alla mia superba parabola, ossia folclore scontato o localizzazioni di software internazionale, che motivo ho di fare il turista?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) “Per vedere il Mondo si dovrebbe viaggiare”, scrive il Piccolo Isolazionista pantigliatese, e il viaggio potrebbe anche essere un antidoto contro il cialtronismo, il quale è però sempre in agguato perché “il Mondo stesso è intriso di cialtronismo”,</strong> lo s&#8217;incontra viaggiando, o portandoselo appresso, magari pure scrivendone, altro devastante pericolo, per mete per cialtroni suggerite e consolidate dal cialtronismo stesso, Berlino dopo la caduta del muro, la fu Jugoslavia dopo la guerra in Jugoslavia, la Patagonia sulle tracce di Chatwin, l’alternativa di Formentera, l&#8217;obbrobrio del Beaubourg, o anche solo l&#8217;autostrada figlia del Settecento, “espressione a pedaggio del Grand Tour”, cui Labranca preferisce la tangenziale, bosco d’asfalto in cui ancora si dà il <em>Wanderer</em> schubertiano, neoromantico che vuol tenere lontano ogni cialtronismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così il suo sprezzante gusto per le settimane centrali del mese di gennaio, quando il Freddo Sporco è spoglio d’addobbi, e la stanzialità può approfondire i dettagli, le visioni e le memorie, alla base delle critiche architettoniche e del concetto di Barocco brianzolo:</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1) Il Piccolo Isolazionista scopre e teorizza, vivendolo, l’<em>iperneorealismo</em> della Milano da sobborgo, da periferia che già s’impone poco lontano dalle strade del centro aggraziate dai palazzi asburgici, nelle strade abbruttite a partire dal dopoguerra dai parallelepipedi ammonticchiati dagli architetti italici&#8230;</strong> Non vive in città ma ha piacere ad andarci, osservandone dal di fuori le trasformazioni nel tempo, da cui a sua volta non è esente, mettendo alla prova la sua acuta memoria che “ricorda nei dettagli eventi minimi e inutili e personali” ma che pure può giocargli qualche scherzo quanto alle proporzioni&#8230; Da <em>Il Piccolo Isolazionista</em>: “Anche la città doveva sembrarmi ancora più enorme&nbsp;/ quando avevo 5 anni.&nbsp;/ Non posso dirlo, ne vedevo così poca.&nbsp;/ Non la percorro come faccio oggi.&nbsp;/ Traccio a posteriori delle normali proporzioni&nbsp;/ perché già un semplice terrazzino di pochi metri quadrati&nbsp;/ mi sembrava sconfinato.”</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2) L’<em>hinterland </em>milanese che ha inglobato la periferia della città e la Brianza è un luogo concreto ma anche ideale, lo spazio esistenziale quotidiano che ha ispirato a Labranca il concetto filosofico, estetologico del Barocco brianzolo.</strong> – “Purtroppo, la Brianza di cui si parlerà qui non corrisponde solo a quella sottoregione lombarda che si estende sotto un cielo di trucioli e diossina tra la periferia nord di Sesto San Giovanni e il confine con il Canton Ticino. […]&nbsp;/ <em>Questa</em> Brianza è un luogo dello spirito, un Nirvana cui si perviene stando in Salento e in Ciociaria, ma anche in Tasmania e nella Terra del Fuoco. <em>Questa</em> Brianza è in tutto il mondo e ovunque ha diffuso il proprio stile estetico.” – Una topologia dello spirito, svincolata nel tempo e nello spazio, e anche per questo e più complicata da definire, se non per “la totale follia a sequenziale e accumulativa” e la capacità di “armonizzare popoli, etnie e culture diverse”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(prima parte)</em></p>


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		<title>Il critico che non salva nessuno (salvo se stesso) e vuole insegnarti come si vive e si legge: saggio contro Alfonso Berardinelli, che sculaccia chi è più grande di lui</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-critico-che-non-salva-nessuno-salvo-se-stesso-e-vuole-insegnarti-come-si-vive-e-si-legge-saggio-contro-alfonso-berardinelli-che-sculaccia-chi-e-piu-grande-di-lui/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jan 2019 08:15:56 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“La Storia è implacabile contro gli apostati”, scrive Šestov.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il mondo dei dotti da sempre custodisce gelosamente un’arma di distruzione di massa: l’ironia elevata a feroce satira, a compiaciuto cinismo, per polverizzare ogni scisma che tocca le corde profonde, con la persuasione, se possibile, con la forza, se necessario.</strong> Non è il boato di una risata cosmica, affermazione della vita, ma la pallida ironia che vanta una venerabile tradizione, una folta schiera di prìncipi del pensiero, e perfino di artisti che, lungo i secoli, hanno sfoggiato un ghigno di scherno, gli occhi socchiusi a lama di rasoio, una dissacrazione a getto continuo, il ridimensionamento umoristico, la morale dello scrupolo critico, la feroce ironia fatta <em>metodo</em>. L’olocausto dei poeti, dei creatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Volendo, infatti, possiamo trovare difetti micidiali in chiunque. Ma proprio tutti. Anche qualora ci trovassimo di fronte a un genio, grandi qualità si accompagnano sempre a grandi difetti! Materiale non manca mai. <strong>Gli esseri umani, in generale, nascondono un lato profondamente patetico, una parte di massiccia e brutale meschinità. Grattate, grattate e troverete.</strong> Inutile evocare, a titolo probatorio, il fetore della potente circolazione tra arte e vita tipico della letteratura russa, anche di quella più raffinata, dove il tragico e il meschino aleggiano sovrani, statuari. Ancora oggi, dall’oltretomba, Dostoevskij ci ossessiona con quel territorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste, inoltre, un metodo particolarmente vile, molto di moda tra i critici di ogni razza e rango, soprattutto tra quelli intellettualmente disonesti, interessati a tirare acqua al proprio mulino, a buon mercato, e non disdegnando le più raffinate calunnie: <strong>quello di elencare la somma di difetti superficiali o limiti reali di un pensatore e uno scrittore di rango assoluto, e usarli contro di lui per dissacrarlo o delegittimarlo, anche qualora le sue qualità, sul piatto della bilancia, pesino di gran lunga di più rispetto ai difetti.</strong> Sono quegli intellettuali, i meri compositori e commentatori di idee altrui, che criticano ferocemente i propri simili o chi li sovrasta, si divertono con talento, crudeltà e sarcasmo nello smascherare l’intellettuale o il creatore, quando questi diventano la caricatura di loro stessi, con i loro giudizi satirici, irrisori, dimenticando però di includere anche il criticante nel quadro dissacratorio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che rende insopportabile e patetico colui che fa della satira e l’ironia il suo mestiere, la sua arte e la sua ossessione, è l’impertinenza della sua dissacrazione a getto continuo, di tutto e di tutti; salvo che poi, lui, avendo riso di tutto, a un certo punto vorrà essere preso sul serio, vorrà la sua dose di dramma, essere risparmiato insomma dallo scherno universale. Vorrà essere profondo, serio. <strong>È poi ammissibile permettere a un altro essere umano di giocare con il mistero della nostra esistenza, e conferirgli così il potere di ridurci a un niente, a qualcosa di patetico e ridicolo, di ridimensionarci impietosamente, quando lui stesso vorrà essere qualcuno e non chiunque?</strong> Si è mai visto uno che usa la satira e l’ironia come una clava, esercitare su di sé, ininterrottamente, questa pratica, fino al punto da massacrare e cancellare in se stesso fino all’ultima traccia di orgoglio o vanità? Solo un mostro sarebbe capace di fare quello che fa agli altri anche e soprattutto a se stesso. Solo allora sarebbe un dio che ride di tutto e di tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sputo subito sul piatto il movente impuro. <strong>Ci sono articoli e personaggi che stimolano in me reazioni scomposte e, soprattutto, mi tirano fuori, ancora una volta, temi che ormai ho già digerito da decenni. Il primo impulso è di profonda noia, poi quello di fare a pezzi, verbalmente, la viscida probità di chi pretende di insegnarci a vivere</strong>, da critico, con la tipica espressione dell’angoscia di uomini impersonali, i saggi, dediti a quella spietata macchina sociale che riduce gli esseri umani a creature amorfe e grigie: “le passioni fanno vivere l’uomo, la saggezza lo fa semplicemente durare”, scrive Chamfort, che aveva capito.</p>
<p style="text-align: justify;">Ahimè, mi tocca rigurgitare il vecchio e trito armamentario silloggizzante. E già mi si chiude la vena.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un paio di giorni fa mi capita di leggere un articolo di L. Mascheroni (su ciò che penso dei bibliomani, <a href="http://www.pangea.news/amo-i-libri-ma-odio-i-bibliomani-i-maniaci-del-libro-chi-esibisce-la-propria-erudizione-e-un-fiero-imbecille/" target="_blank" rel="noopener">ho già scritto qui</a>), <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/cari-venerati-maestri-attenti-non-pungervi-col-cactus-1626131.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Cari venerati maestri, attenti a non pungervi col cactus della critica</em></a>, dedicato ad Alfonso Berardinelli e il suo nuovo, spinoso libro (e già qui vorrei gridare a bruciapelo contro il recensore che le SPINE sono ben altre, da quelle di un critico): <em>Cactus. Meditazioni, satire, scherzi</em>, ovvero una raccolta di testi scritti tra gli anni ’80 e ’90 su varie riviste. Due polieruditi. L’accanito bibliomane, il sontuoso alfiere del nulla, che recensisce ed elogia lo sferzante critico della cultura, il saggista, il Proteo intellettuale, secolarizzato, che a sua volta fustiga al culo, con lo straccio bagnato, il suo stesso mondo di appartenenza, con la velleità di trasformare la sua critica in Letteratura; è risaputo che ahimè alcuni critici, ostinati, si rifugiano nella frase di Oscar Wilde: “la critica è più creativa della creazione”, nella pretesa e nella speranza di essere più Erode di Erode. Io al contrario penso subito alla frase di Cioran: “Quando uno non ha niente da dire, diventa critico letterario – e quando ha ancora meno da dire, diventa critico dei critici”.</p>
<p><figure id="attachment_65028" aria-describedby="caption-attachment-65028" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65028" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-300x241.jpg" alt="" width="300" height="241" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-300x241.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-768x616.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-1024x821.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/orlandini-1320x1059.jpg 1320w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-65028" class="wp-caption-text">Lui è Luca Orlandini</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il critico italiano non salva nessuno dei suoi avversari, eccetto se stesso, implicitamente. Allora tocca a noi compiere l’esercizio apotropaico,</strong> l’attacco dissacrante, ironico, satirico, contro di lui, per una volta.</p>
<p style="text-align: justify;">Di lui, e delle vittime dei suoi ritratti feroci, ahimè ho letto quasi tutto, come si leggono i nemici, una curiosa specie aliena, per immunizzarvi, da lui e da tutti quelli come lui. Da sempre. A vent’anni, infatti, già sapevo che questa gente non aveva niente da dirmi, se non in negativo. È sempre stata <em>pars destruens</em>. Mi sono alfabetizzato in ‘cultura’ studiando i miei nemici, per poi lasciare per strada le loro <em>brainfart</em>. <strong>Di loro non mi rimane niente, se non un monito letale, che mette al riparo da clamorosi errori di connivenza. Non sono loro, i critici, cari lettori, a rivelarvi la potenza occulta dei rivolgimenti epocali, i recessi della storia, il vero nomadismo sapienziale, lo scandalo della creazione;</strong> né in loro troverete lucidità e linfa, o il dramma personale che si svolge in seno a un’autentica opera d’arte. La fisiologia del mondo, il suo mormorìo ininterrotto, il furore della sua evidenza silenziosa, non riaffiora mai nel pantheon della critica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, Berardinelli non scrive male, di tanto in tanto, a volte ha perfino qualche picco di talento. Ma scrive come un saggista, e non è un fuori classe. Non un Arbasino, meno che mai un Flaiano.</strong> D’altronde, lo leggiamo, e mai che vi faccia saltare sulla sedia, ridere di gusto, piangere, scorrere un brivido lungo la schiena. E se gli capita di essere corroborante, di riuscire a regalarvi un flebile <em>frisson</em>, immancabilmente scoccato dalla sua fottuta ironia maieutica, è solo quello del <em>raisonneur.</em> Il sordo clangore incatenato di una coscienza bibliografica. Io vagheggio un uccello selvatico, feroce, roso dalla nostalgia del cielo e del vento, che prende alle viscere, provoca un brivido lungo la schiena, scuote i nervi; immagino colui che spiega ali come un’aquila e si alza in volo, per creare opere immortali, per predare e lottare, e poi vedi quelli come Berardinelli, un probo, un amico fraterno della mediocrità aristotelica, che non è mai libero di volare, e di sbagliare. Uno che osa addirittura scrivere – ahimè, il bisogno di fissarlo su carta, di avere testimoni, di giustificarsi! – che lui nell’anima è un anarchico, terribile, e che solo per discrezione liberal-democratica recita un responsabile disincanto, la “disavventura dell’impegno” del critico della cultura; lui, che non apprezza in quanto critico le qualità per cui è in difetto in quanto creatore! Un fottuto Tersite che sceglie di essere fiero della propria mediocrità, che dice di aver scelto in tutta lucidità, preferendosi ad Achille. <strong>Uno di quelli che ti insegna la viltà speculativa, che avere paura di qualcosa è un buon motivo per mancarle di rispetto,</strong> e non che, al contrario, se certe cose non è consigliabile accoglierle, è altrettanto disdicevole respingerle – <em>choosing not to believe in the Devil won’t protect you from It</em>. È quel genere di pensatore, dalla faziosità stupefacente, che ti mette una mano paternalistica sulla spalla e, sotto sotto, gratta gratta, disprezza tutto ciò che esiste, si amareggia per ogni grandezza degli esseri umani e delle creature, per tutto ciò che crede in sé.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, con me lui sfonda una porta aperta, quando critica e ridicolizza a ragion veduta gli heideggeriani e il loro gergo. Quando sbeffeggia coloro che annegano nell’abuso delle parole in corsivo, con la loro voluttà essenzialista, nella “ricerca mistica, come illustrazione, messa in scena, decorazione, orgia culturalista, estetica della profondità”,</strong> un lamento estenuato, un luogo comune o un ridicolo conformismo; dove il gusto della lucidità viene consumato come potrebbe esserlo una portata al ristorante, e “l’estatico alla Kirillov e non del genere dei credenti” sarebbe solo alta pasticceria per animali da cortile, manichei da salotto. Il mainstream dei lettori. Il <em>prêt-à-porter </em>dell’orgoglio, vanità <em>déguisé</em>, coatta degli scrocconi di un assoluto pletorico e sentimentale.</p>
<p style="text-align: justify;">E c’è del vero quando sottolinea i plateali difetti di alcuni colleghi. G. Vattimo e il suo pedante quanto vano “pensiero debole”, pura metallica ingegneria filosofica creata in laboratorio,<em> in vitro</em> e mai <em>en plein air</em>; <strong>il soporifero M. Cacciari, di cui vi invito a leggere, come regale esempio di supercazzola, se avete tendenze masochiste</strong>, la sua prefazione al <em>Diaro postumo </em>di Simmel, da lui curato e tradotto, dove sfoggia un rutilante affastellamento di concetti, un frastuono di pretenziosa erudizione, e la totale assenza di senso del ridicolo; T. Negri, verboso nipotino del suo idolo Spinoza, con i suoi abracadabra teorici, e il suo stile arcigno, metallico, così desolante, privo di immagini, uno che ha sempre elevato la forza probatoria del concetto a danno della linfa espressiva, come si conviene a gente come lui; C. Magris, l’ennesimo obnubilato – rincoglionito? – in malafede che sbeffeggia la prosa struggente di Cioran; U. Eco, vera e propria icona della Kultura, e amato da Elisabetta Sgarbi (che oggi pubblica santo Houellebecq e quel disturbatore in livrea cinica di Parente, uno che ha l’ansia di informare i lettori della sua depressione, e del fatto che vegeta tutto il giorno seduto sul divano a giocare alla play station), che ai miei occhi ha sempre rappresentato il prototipo dell’intellettuale che ho sempre disprezzato, e dello scrittore sopravvalutato (<em>Il nome della Rosa </em>e <em>Il pendolo di Foucault</em>). La sua vanità, elevata al rango del genio, si manifestava sulfurea durante i corsi che teneva all’università, quando, per manifestare platealmente il suo dissenso, e il suo viscerale fastidio per qualcosa, alzava la voce e sputava bilioso contro la lavagna portentosi agglomerati di catarro, davanti ai suoi allievi. Era il suo modo per far capire al mondo delle giovani generazioni che lui non era solo il re dei polieruditi, una Testa che cammina, il fiero detentore di trentamila volumi, il kantiano, il tuttologo, il semiologo <strong>ma il Carmelo Bene degli intellettuali, dei bibliomani. La fottuta rockstar delle pippe mentali. Uno di quelli che, sostengo io, avrebbe dovuto essere sepolto sotto il boato di una risata cosmica, e invece è stato osannato, e ricompensato con ricchezze e onori.</strong> Me lo sono sempre immaginato nel suo castello di Urbino, questo Napoleone di ogni geografia intellettuale, soddisfatto della sua <em>testa</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi il mercato del circuito culturale ci spaccia la pedanteria intellettuale del più modesto Fusaro. Un prodotto confezionato a tavolino, rivestimento o prefigurazione di logo, marketing. Desolante spirito del tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65027 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-212x300.jpg" alt="" width="153" height="217" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-768x1086.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1-724x1024.jpg 724w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/COVER-cactus-PROCESSATO_1-page-001-1.jpg 902w" sizes="(max-width: 153px) 100vw, 153px" />Naturalmente, Berardinelli, a fronte di certe follie reali della cultura di oggi, ne approfitta anche per dichiarare off-limits la profondità, una nozione tipicamente romantica – e questo è il problema – in nome di una proba e recitata assoluta prosaicità.</p>
<p style="text-align: justify;">Rifiuta il Romanticismo tout court, benché, cazzo, anche Leopardi oppose un netto rifiuto alla sirena dialettica e idealista, e con quale ineguagliabile profondità, per rimanere, nonostante tutto, a suo modo un rapace ultraromantico. Rifiuta la Mitteleuropa e la sua letteratura, la matrice ambigua e oscura, la depravazione slava. Rifiuta Nietzsche e la tenebrosa filosofia tedesca, sebbene già criticate con ineguagliabile profondità e nitida concisione dalla stupefacente poesia in prosa di Cioran, decenni prima; e ancor prima dallo stesso Leopardi. Rifiuta ogni oscuro fondo animale, velato da una pellicola opaca, impenetrabile, refrattaria a rendere conto all’intelligenza. Rifiuta la parola <em>carica</em>, ogni ingorgo di linfa, addensamento di energia, ogni pressione dell’ignoto. Disprezza l’antenna metafisica, le determinazioni metafisiche dell’arte, ossia il magico e il religioso, dimenticando che in passato tutto ciò che in filosofia era vivo si riduceva a qualche prestito dal religioso (e lo scrivo io, che non ho la minima inclinazione religiosa, né scientifica), che veste il linguaggio poetico; inutile citare Robert Graves. Rifiuta il mito, che, nonostante la voluta miopia, non è semplice storia remota, ma realtà senza tempo che si ripete nella storia, l’irruzione dell’assoluto nel tempo, il respiro delle ere geologiche, il non umano, la capacita di stimolare l’istinto vitale, la carica di verità delle prima mitologie – scrive infatti Benjamin Fondane: “ogni metodo implica un linguaggio e dunque un mistero; ogni cosa nasce nel mito… Oh santa semplicità, cosa non è mito?!”. <strong>Rifiuta la vena carsica inattuale, immoralista, antiumanista, antistoricista – così cara, al contrario, a Leopardi – una realtà che non deve e non può rappresentare la costruttiva e sommamente impoetica critica della cultura, la moderna religione dell’umano</strong>, l’immacolata concezione del sociale che aleggia ovunque, onniavvolgente, sull’arte, la poesia, la letteratura. Soprattutto, su tutto ciò che è individuale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma Berardinelli non si ferma qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel tempo ha criticato ferocemente, esattamente come Edmondo Berselli, l’Adelphi (vogliamo paragonare i <em>Quaderni piacentini</em>, con un editore per fighetti, con le copertine color pastello?!) – la casa editrice che alla fine degli Sessanta nasce da una costola della sovietica Einaudi, per proporre un cultura antagonista a quella marxista o neo-marxista, allora dominante – e un buon numero di suoi alfieri: R. Calasso, P. Citati, G. Ceronetti, E. Cioran. La santa setta delle “C”.</p>
<p style="text-align: justify;">Calasso viene rubricato per direttissima sotto la <em>philosophia perennis</em>. Ascoltate: “Tra le ossessioni di Calasso occupa una zona centrale del suo spirito la lotta contro il mondo occidentale moderno, contro le idee di Storia e di Progresso, contro l’Illuminismo e contro la politica ‘di sinistra’… <strong>Il limite stilistico del libro – il <em>Rosa Tiepolo</em> – è che Calasso ci racconta una favola di cui conosce in anticipo la morale. Un sapiente come lui non è, e non potrebbe essere un narratore moderno”, ossia un probo critico della cultura.</strong> “Per lui la verità non accade, è già accaduta nei miti delle origini”. Stiamo parlando di uno che, per quanto criticabile – e ce ne sarebbero di cose da dire – ha prodotto saggi o monografie tutt’altro che disprezzabili, di primissimo ordine: <em>Le rovine di Kash</em>, <em>Il rosa Tiepolo</em>, <em>I quarantanove gradini</em>, <em>La Folie Baudelaire</em> (che in Francia ha vinto il <em>Prix Chateubriand</em>, l’unico italiano di sempre). Nondimeno, il critico è lì, chino a testa bassa, con la zelante opera di dissacrazione. Ndo cojo cojo! Tattica levantina. Non gli piace il progetto culturale che Calasso &amp; Company portano avanti, il territorio spirituale da cui parlano, che tra l’altro ha il grave difetto, ai suoi occhi, di allevare in seno alla società un popolo di solitari. Ne propone uno alternativo, e con che mezzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche G. Ceronetti, a sua volta, è sminuito, non senza qualche equanime concessione</strong>, che non manca mai, nel momento in cui viene definito laconicamente un “esteta del sacro” (la stessa accusa che gli rivolge S. Quinzio), per far ammutolire in blocco anche la sua forza reale, sapienzale, quella che sulla bilancia pesa di più: il suo contatto con “l’anguilla delle verità profonde”. Un’altra personalità di rango assoluto, liquidata in quattro battute, a buon mercato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pietro Citati, poi, è definito un “manipolatore postmoderno del passato culturale”, un abile sfruttatore compulsivo della citazione, che rimaneggia con estro.</strong> <strong>Un grondare ipertrofico di saggezza esoterica, in posa plastica: quella assorta e profonda, ieratica.</strong> Uno che ha guizzi estrosi, troppo personali (qui B. copia uno degli aedi della ragionevolezza critica, T.S. Eliot, il quale sostenne che perfino le letture sull’opera di Shakespeare dei ‘creativi’ e troppo personali Goethe e Coleridge erano un’“aberrazione critica”!), che manca della dovuta impersonalità, tipica di quella persone che “volano basso”! In ogni caso, è quanto di peggio possa esistere, per B., che detesta la <em>profondità</em> in ogni sua forma. Già solo la parola “esoterico” gli fa venire l’orticaria, figuratevi citargli la “gnosi”. Non dite di essere metafisicamente single, è un’eresia. E non osate mai citare, di fronte a lui, il lirico, potrebbe colpirvi con uno schiaffo a bruciapelo. Meno che mai l’irrazionale, la sterile prerogativa di coloro che si perdono in “bambinate”, come le chiamava Jean Wahl, arcigno studioso accademico di Kierkegaard, suo sterile tuttologo, quando definiva così le <em>Memorie del sottosuolo </em>di Dostoevskij. C’est dure dure être ‘bébé’! Soprattutto non evocate la potente poesia, quella degli appassionati amanti e non quella dei falsi figli delle Muse, dagli amorosi eunuchi, <strong>perché B. è uno di quelli che si perde in fantasmagoriche pedanterie, come quelle che trovate in <em>Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati.</em> Un libro noiosissimo, di sfibrante inutilità, scritto in coppia con H.M. Enzensberger!, e dove non trovate un etto di vera poesia. Niente, zero.</strong> Da spararsi nei coglioni. Per carità, neanche io stravedo per Citati, e trovo comici i ferventi adepti della Adelphi (conosco uno scrittore, un demente, che appena ha fatto due soldi si è comprato tutto il catalogo, in blocco), ma la questione è un’altra: B. spara a zero su Citati soprattutto per un motivo. Quest’ultimo ha il grave torto di difendere un mondo, quello che trovate per esempio ne <em>Il male assoluto</em>, che B. detesta inquadrato al modo degli aedi della cultura adelphiana, poiché lui è un esorcista dell’inquietudine metafisica, e afferma candido che non esiste alcuna ragione, oggi, per aggrapparsi a questo genere di inquietudine, a questo “culto da princisbecchi, che non innerva nessuna seria critica della cultura”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora, un caso di clamorosa disonestà intellettuale, da parte di B., lo trovate nel suo commento a Emil Cioran. Altro gigante che fa sembrare B. quello che è, a confronto – un nano. Cioran viene massacrato senza mezzi termini, a buon mercato.</strong> Leggete qui di seguito un sunto dei suoi miasmi isterici e la prova fatale dell’idiozia dei suoi commenti. Sono esemplari. In <em>Cioran, il più pessimista</em>, il critico italiano, che ancora oggi definisce il rumeno un “petulante manierista”, scrive in appena poco più di tre fottute pagine: “Pensiero negativo”, “parvenu dell’intelligenza e dello spirito” (la stessa ridicola accusa che gli rivolse A. Camus, al tempo del fenomenale <em>Sommario di decomposizione</em>), “antiprogressivo senza incertezze”, “acrimonioso”, “splenetico”, pieno di “infatuazioni, di piccoli dogmi personali”, quello che deve essere sempre “il più fine”, “volgare”, “dispotismo e feticismo dello stile”, “finge la lucidità”, la migliore dimostrazione dell’“ottusità dello spirito puro come categoria assoluta”, “pensa solo a se stesso… alla propria immagine”. <strong>Emil Cioran liquidato in tre pagine, e con che argomenti! Ed è quanto meno curioso. E già mi vergogno per lui. Non solo perché Berardinelli, per esempio, ammira W.H. Auden, quello stesso poeta e lettore infallibile </strong>(a cui Brodskij dedicò un saggio ispirato in <em>Fuga da Bisanzio</em>, elevandolo al rango della “più grande mente del XX secolo”) che 1971 scrisse una recensione entusiasta sulla <em>New York Review of Books</em>, dedicata a <em>The Fall into Time</em>, dove definisce Cioran: “il miglior scrittore in lingua francese dal dopo guerra in poi, insieme a Malcolm de Chazal”. Saint-John Perse, a sua volta, votava un’ammirazione incondizionata a Cioran. Al pari di Iosif Brodskij, che ne consigliava i libri nei corsi che tenne in vari College americani. <strong>Auden, Perse, Brodskij. Il rango assoluto. Basterebbero loro per schiacciare come una cimice Berardinelli. Eppure la lista continua… Ammirazione nei suoi confronti, la votarono Elie Wiesel, Jules Superveille (la prima persona ad aver letto il<em> Sommario</em>, ancora in manoscritto – era già molto anziano, profondamente incline alla depressione, ma disse: “È incredibile quanto mi abbia <em>stimolato</em> il suo libro”), Giorgio Manganelli, Italo Calvino, Alain Delon. Lo scrittore rumeno fu apprezzato anche da Paul Celan</strong>, che tradusse in tedesco il <em>Sommario di decomposizione</em>. Ma anche da Ernst Junger, Jean Rostand, Margeurite Yourcenar, Henri Michaux. Ma non andiamo oltre con la fiera degli ammiratori.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, ancor prima del brutale e rachitico libello di Berardinelli, fu pubblicato l’attacco ancor più impietoso, ostile e vile di un altro critico di fama, lo zelante pedagogo G. Steiner (osannato per la sua “profonda probità”, dalla <em>liberal</em> Susan Sontag, una saggista che capì poco e male di Cioran, se prestiamo fede a quello che scrive nella sua lunga prefazione al <em>The temptation to exist</em>). È appena il caso di notare, infatti, che l’attacco di B. è del 1985, curiosamente uscito solo pochi mesi – opportunismo? – dopo l’articolo di più di nove pagine di George Steiner sul <em>New Yorker</em>, nel 1984. <strong>In tutte le nove pagine di Steiner, più raffinato e se non altro meno sbrigativo del critico italiano, solo due accenni positivi: “Cioran è autore di un interessante saggio su De Maistre” (quando in realtà è uno dei migliori, in assoluto, che io abbia mai letto),</strong> “si dà il caso che io sia convinto che lo stoico élitarismo di Cioran, il suo rifiuto del migliorismo <em>à l’américaine</em> contengano più verità delle varie etichette attualmente di moda di progressismo ecumenico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Note positive subito abbattute da una sequela di impressionanti detrazioni: “odora di falso”, “pseudopensiero”, “funereo sermone”, “pronunciato da molti prima di lui… non è originale”, “eccesso massiccio e brutale di semplificazione”, “facile”, “minacciosa faciloneria”, “nessun pensiero analitico profondo”, le sue frasi “facili da scrivere… gratificano lo scrittore con il tenebroso incenso dell’oracolarità”, pretende “ottusa acquiescenza… un’eco compiacente”, “flebile gioco di parole”, “non convincente”, il tono “gonfio di macabro chic”, “portentosa stupidità”, “apocalittiche convinzioni”, “pessimismo letale”, “futile”, “idee politiche nere come la notte”, lo “stoico élitarismo”, “non c’è niente qui di molto originale o sensazionale che vada ad aggiungersi all’apologia delle tenebre di De Maistre, in Nietzsche o nelle idee politiche visionarie di Dostoevskij”, “frisson alla moda”, “ridicolo grido”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non è finita. Steiner sostiene che altra cosa è la non meno chiaroveggente tristezza di Tocqueville, di Henry Adams, Schopenhauer, poiché le loro ragioni “sono scrupolosamente argomentate”! Ossia liberali, storiche, talvolta kantiane, politiche, filosofiche. Ah, la dialettica! Con loro non si rischia il<em> krampf</em> della ragione, la bancarotta della speculazione. La preferenza di Steiner è ovvia. Tutto il loro argomentare, come il loro pessimismo, è per lui <em>circoscritto storicamente</em>. Schopenhauer, ci dice infatti Steiner soddisfatto, malgrado il suo pessimismo, portava con sé ancora significative tracce di Kant e di odio per l’io, faceva inoltre profondamente sua l’ironia del pallido riso dianoetico (il <em>risus purus </em>di Beckett); e, infine, di lui rimaneva il <em>moraliste. </em>Questi pensatori, secondo Steiner, esprimono “dubbi, riserve, rendendo onore al lettore. Non pretendono acquiescenza o un’eco compiacente, ma un ripensamento e una critica”. E “c’è poi molto da <em>dire</em> sulla morte?”, ci dice la fottuta lucidità tutta diurna di questo critico, con una nota perfettamente spinoziana – anche quelli che vegetano ancora nell’infanzia dell’intelletto, in fondo, intuiscono che il <em>tragico </em>era la bestia nera di Spinoza, e che perdersi in <em>cogitationes </em>sulla morte, per lui, non era da uomini “ragionevoli”. Eppure, lo stesso Leopardi, più di un secolo prima, alla temperante frase di Steiner obbietta potente e lapidario: “le opere di genio… non trattando né rappresentando altro che la morte”; Šestov, a sua volta, sostenne che il timore della sofferenza è il timore di scuotere l’<em>ordo et connexio idearum.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Steiner ci parla anche dell’“indiscutibile autorità” di Karl Kraus, Wittgenstein, Beckett (anche lui enormemente influenzato, apertamente, dalla strategia ironica di Schopenhauer!) e Kafka (colui che rappresenta, sì, un tragico potente, ma soprattutto l’antagonismo del più mite degli uomini, una volontà di potenza disarmata, il Kafka animale, sì, ma soprattutto scarafaggio, coleottero, talpa, tenero, puro, accorato e straziante!).</strong> “Pensate a Rousseau e Nietzsche – continua Steiner – che giunsero alle stesse conclusioni, ma con ben maggiore forza probatoria”, rispetto a Cioran. L’affondo, nonché l’esempio principe – udite udite – di “traboccante autorità, nata da una sintesi autentica, da una scrittura la cui concisione si ritraduce, obbligatoriamente, in una psicologia e sociologia di attenta coscienza storica su vaste proporzioni”, è il pensiero dei <em>Minima Moralia</em> di T.W. Adorno: “Qualsiasi onesto confronto con <em>Squartamento</em> sarebbe disastroso. Senza dubbio ci sono esempi migliori nell’opera di Cioran…  Ma una raccolta di questo tipo… solleva non tanto la questione se il re sia nudo, quanto se un re ci sia.”, conclude Steiner, che rifila al lettore la squallida e conciliante zampata della dialettica negativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Steiner gioca Adorno, la Weil, Tocqueville, Kraus, Nietzsche, Schopenhauer, Dante, Kafka, De Maistre, Adams, Beckett, Wittgenstein, Rousseau contro Cioran, che non solo scriveva con grande considerazione della Weil, Tocqueville, Beckett, Kafka, Hume e di tanti altri che non dispiacerebbero a Steiner, ma criticava con grande lucidità e profondità – probabilmente è questo il problema per Steiner: <em>troppa </em>profondità – le alienazioni della nostra epoca con anni, se non decenni di anticipo rispetto a quegli autori che avrebbero svolto analisi analoghe a quelle di Cioran ma limitate, talvolta, a un ordine puramente sociologico e politico, come ad esempio Hannah Arendt (la pia e rivoluzionaria, che nel suo resoconto del processo Eichmann scrisse: “noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato”) o Raymond Aron e Canetti; e anticipando di mezzo secolo, nel suo <em>Lacrime e Santi</em>, alcune analisi che il narcotico Derrida avrebbe svolto nel suo <em>Glas.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma, un aut-aut. L’alfiere della notte, l’esteta egoista, moralmente e socialmente irresponsabile, il pessimista scettico, deve sparire. È inutile, il peggiore di tutti. Sterile su tutta la linea. Non era lui stesso a dirlo?</strong> È un aborto per la continuità della specie, urta ogni continuità vitale e storica, compromette il continuo, ogni generazione, ogni trasmissione organica della vita, fisica o intellettuale. Non lo avrebbe ammesso anche lui nei suoi <em>Cahiers</em>? Chi mi legge è fregato! Ti diceva che tutto stava morendo, ma ahimè in un modo così vitale, con un tale senso dell’umorismo, che purtroppo ci si sente assolutamente sedotti. Ma è poco <em>utile</em>, se non per il piacere di una superba scrittura. Dopotutto, i nichilisti e gli scettici non hanno perso, non sono datati, <em>a cold product</em>? ci dicono i critici americani. Leopardi al contrario scrive: “Così che il Misantropo ch’io era, feci un’opera più utile agli uomini… di quante mai n’abbia prodotte la più squisita filantropia, o qualunque altra qualità umana…”!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cioran ha il gravissimo difetto, agli occhi di Steiner, di non essere un teologo, uno psicologo, un sociologo, un filosofo politico, uno storico, un moralista. Un pensatore sociale.</strong> Gli manca troppo <em>logos</em>! Second Steiner, Cioran non può neanche essere annoverato tra i <em>moraliste</em>, poiché non applica valori e princìpi universali ai problemi della condotta sociale, della società del suo tempo; non riduce le analisi sull’uomo ai rapporti che lo legano ai suoi simili, al sociale, al culto per la cultura che oppone la dittatura del dialogo, e la sua impietosa forma di vita, la tirannia dei valori. La preferenza di Steiner è ovvia: sebbene i <em>moralisti</em> non cerchino di modellare l’uomo, almeno si fermano all’uomo esteriore, all’essere nel tempo, nella società, all’uomo tutto in superficie, e non risparmiano il mistero di niente e di nessuno; per loro nulla è misterioso; spiegare un essere per loro equivale ad abolirlo, a ridurlo a un nulla. Ne scorgono solo le infermità mediocri, generali, di individui socievoli e indaffarati; sfugge loro il male essenziale, guardano alle amarezze diurne, sondano solo il fondo delle apparenze comuni. Lo aveva capito, Cioran, nel <em>Antologia del ritratto</em>. Quella dei moralisti è la stessa<em> superficialità</em> di fronte a cui si arresta, sterile, Berardinelli. A lui, e a una legione di quelli come lui, non interessa la ricerca della profondità, l’anguilla della verità profonde, il sottosuolo che uccide la teoria, ma solo l’abuso della speculazione<em>.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, Joseph de Maistre, il potente autore del pamphlet in favore del boia, per Steiner rimane un interlocutore poiché, per quanto agli antipodi rispetto alle sue idee, era pur sempre contro il romanticismo, difendeva la trinità costituita dal classicismo, dalla monarchia, dalla chiesa, era l’incarnazione del chiaro spirito latino, l’antitesi stessa della cupa anima germanica; classificava, era rigoroso nel suo pragmatismo politico. All’interno di questo quadro cognitivo, per quanto reazionario, De Maistre rimane un interlocutore passibile di confronto e di confutazione, nonché autore di notevoli intuizioni moderne e precursore di altre, ultramoderne. In lui permane una fondamentale psicologia politica, circoscritta storicamente! Una ragione reazionaria è pur sempre una ragione. <strong>Il pessimismo reazionario di De Maistre, infatti, è lontano dal radicale ma paradossale pessimismo reazionario di un Leopardi, nel quale De Maistre non avrebbe potuto riconoscersi, dato l’atteggiamento di dichiarata non-politica del grande recanatese. È solo per questo motivo che Steiner include De Maistre nel pantheon della critica della cultura. Cioran, al contrario, con la sua estetica evanescenza, con il suo stile aristocratico e la sua gnosi permanente, il suo lutto a getto continuo nero come la notte, è roba per artisti, poeti, attori, cantanti</strong>, i <em>puer</em> e i perduti di ogni angolo della terra! I <em>lumpen</em>. Non fa una piega, vi pare?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il paradosso esilarante di Berardinelli, infine, è quello di criticare sarcasticamente il dna dell’Adelphi, salvo poi recensire recentemente (in <em>Avvenire</em>, 1 aprile 2016) un grande libro della filosofia esistenziale degli anni Trenta,<em> La coscienza infelice</em>, di un poeta e pensatore rumeno, l’unico erede diretto di Lev Šestov, ossia Benjamin Fondane, <strong>e senza neanche accorgersi che se Šestov, per molti aspetti, è in parte uno dei nonni del dna dell’Adelphi, Fondane, il filosofo e poeta dell’assurdo e della tragedia, per molti aspetti rappresenta il fratello maggiore (è nato nel 1898) di Cioran (1911) e Ceronetti (1927). </strong>Scrivono e pensano, tutti, ognuno con le proprie modulazioni, da un identico territorio spirituale, quello che Berardinelli ha sempre sbeffeggiato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il critico, nella cultura, ha sempre svolto la stessa funzione che svolge Cristo nel cattolicesimo. Il ruolo di vicario. Nel caso del critico, il laico pensatore pubblico. Il <em>professor publicus ordinarius</em>. Come in religione si crede in Cristo per non credere direttamente in Dio, per non avere un rapporto autonomo con lui, così i critici sono i vicari del pensiero di tutti, per impedirci di accedere a quella profonda autonomia individuale che testimonia l’esperienza del pensatore privato, del <em>selbstdenker</em>, colui che pensa da sé e per sé, che vede il mondo con i propri occhi. Sono due realtà inconciliabili. Brodskij affermava che la psichiatria è dello Stato. Si può affermare qualcosa di analogo della critica, che, da sempre, pretende di essere il filtro intellettuale tra noi e il reale. Il processo di pastorizzazione, normalizzazione, a danno della individuo. Ridotto all’osso, spogliato da ogni maschera, il meccanismo della critica è sempre stato questo. <strong>Il critico vuole <em>curare</em>. Dato che gli artisti non compirebbero le loro opere abbastanza coscientemente, occorre che qualcuno le verifichi, le spieghi e le completi! </strong>Susan Sontag ammette candidamente: “Il mio io è gracile, cauto, troppo sano di mente. I buoni scrittori sono egotisti sfrenati, fino al punto della fatuità. Gli uomini sani di mente, i critici, li correggono, ma la loro sanità mentale è parassitica e vive della fatuità creativa altrui.” è un territorio diafano, immateriale, dove una forza reale diventa finta solo perché ne è stata contrastata la vitalità.</p>
<p style="text-align: justify;">“C’è un élite di ansiosi. Il resto è l’umanità.”, scrive Cioran.</p>
<p style="text-align: justify;">Spazziamo via quella impertinenza intellettuale di chi non ha il rango per poter essere annoverato tra queste élite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Orlandini</em></strong></p>
<p><em>*In copertina la fotografia di Alfonso Berardinelli è realizzata da Dino Ignani</em></p>
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		<title>Gustav Klimt Experience: viagra per occhi (per altro, finiremo tutti così, con gli sguardi impiccati a un visore che ci manderà nel più bello dei mondi inesistenti intanto che ci alimentano con le flebo…)</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Nov 2018 07:48:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I due bambini vanno carponi sulla pavimentazione della basilica dello Spirito Santo di Via Toledo. Giocano a inseguire e afferrare le proiezioni dei cerchi, dei quadrati e dei triangoli della mostra multimediale Klimt Experience, occhiuti e secessionisti e dall’accento austroungarico, come quei decori siano topini d’oro e loro due i piccoli felini bizantini che vogliono [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gustav-klimt-experience-viagra-per-occhi-per-altro-finiremo-tutti-cosi-con-gli-sguardi-impiccati-a-un-visore-che-ci-mandera-nel-piu-bello-dei-mondi-inesistenti-intanto-che-ci-alimentano-con-le-fle/">Gustav Klimt Experience: viagra per occhi (per altro, finiremo tutti così, con gli sguardi impiccati a un visore che ci manderà nel più bello dei mondi inesistenti intanto che ci alimentano con le flebo…)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I due bambini vanno carponi sulla pavimentazione della basilica dello Spirito Santo di Via Toledo. Giocano a inseguire e afferrare le proiezioni dei cerchi, dei quadrati e dei triangoli della mostra multimediale <a href="https://www.klimtexperience.com/" target="_blank" rel="noopener">Klimt Experience</a>, occhiuti e secessionisti e dall’accento austroungarico, come quei decori siano topini d’oro e loro due i piccoli felini bizantini che vogliono morderli e risputarli per vincere la noia dell’allestimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Bisogna essere adulti e quindi definitivamente corrotti, sprovvisti di moti interiori spontanei e non artatamente innescati, per entusiasmarsi per degli effetti grafici e sonori</strong>, pretendendo allo stesso tempo di star facendo esperienza di un artista cioè delle sue opere in assenza delle sue opere, grazie a un accrocco ingegneristico.  La messinscena futuristica otterrebbe un suo senso se alle classiche sviolinate orchestrali e d’ambiente, sepolcrali, sostituisse un serrato impatto techno e se, debitamente vietata ai minori, riconsacrasse la basilica abbandonata e riconvertita a spazio espositivo lasciando fare il loro corso alle coercizioni timbriche e alla lisergia sottobanco e a quel po’ di rischio epilessia che ci rende un po’ tutti porci e dostoevskiani.</p>
<p style="text-align: justify;">La proposta mira a una riappropriazione di congruenza, al far stare assieme forma e contenuto a un livello più profondo e più prossimo alle pulsioni estetiche e estatiche di Gustav Klimt. <strong>Ah Klimt!, che artista prolifico nel senso più pragmatico se, come annotano le anagrafi, di figli suoi tanto o meno illegittimi ne ha potuti contare dai quattordici in su. </strong>La basilica dello Spirito Santo per scatenarti dentro un concerto di impressioni folgoranti basterebbe lasciarla spoglia e vuota, come un’accattona decorata esclusivamente dalle luci del giorno. Le pareti bianche e fredde e corredate dai dipinti dei cosiddetti minori, ma minori rispetto a chi?, ai tecnici luci e ai fonici e ai programmatori di eventi multimediali?, durante la mostra sono per lo più nascoste dai frammezzi che ne razionalizzano lo planimetria. È stata sconfitta dal tempo e dalla disattenzione. È stata la sede del gran teatro del mondo che si ripete in ogni solenne rappresentazione religiosa, con i combinati di fede e potere, purezza e ipocrisia, speranza e furbizia, esibita castità e impotente lussuria, e per restituirla a una città che non sa cosa farsene di tutta l’opulenza invisibile della sua storia geniale e onnipresente la si è dovuta munire di videoproiettori montati qua e là, per ottenere un effetto glamour pervasivo, <strong>manco Klimt fosse un glitterologo che ha spopolato coi tutorial di make up e Napoli una città che possa contare soltanto sul business così postmoderno delle contraffazioni di grido. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il massimo del pathos inflittomi dalla Klimt Experience mi tocca all’ingresso, fuori sincrono con quello architettato dai montatori: in fila per il biglietto vedo quattro donne che stazionano dietro il bancone ma solo una di loro stampa le matrici, le altre tre ciacolano. Non so, forse è prevista la turnazione alla macchinetta dei ticket e sarebbe costato troppo noleggiarne due mentre noleggiare qualche donna in più di rappresentanza, piazzata dietro il banco a fare la bella figurina, la hostess di sala che se ne sta seduta perché nessuno le chiede nulla, non peserà a budget più di un cornetto e cappuccino al bar.</p>
<p><figure id="attachment_64187" aria-describedby="caption-attachment-64187" style="width: 227px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-64187" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/Gustav_Klimt-227x300.jpg" alt="Gustav Klimt" width="227" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Gustav_Klimt-227x300.jpg 227w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Gustav_Klimt-600x792.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/Gustav_Klimt.jpg 606w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /><figcaption id="caption-attachment-64187" class="wp-caption-text">Quel gran genio di Gustav Klimt (1862-1918)</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra l’altro ho anche sbagliato ingresso, all’inizio: inconsapevolmente ho provato a entrare da dietro.</strong> Sono arrivato dalla cumana di Montesanto, dunque passando da Vico dei Pellegrini con l’ospedale in condizioni in tema con la toponomastica e da via Forno Vecchio, perciò svoltando a sinistra ho poi imbroccato il primo portone a tiro invece del portale esatto, quello che da nella porzione di basilica con la cartellonistica delle notizie biografiche di Gustav Klimt, ignorate da tutti perché troppo meno seducenti del grande cartonato di uno spicchio dell’Albero della Vita piantato al centro, attorno a cui farsi i selfie assai più importanti di qualsiasi resto. Prima che nella basilica sono dunque entrato in un cortile largo e vasto e pieno di auto e talmente privo di indicazioni che un sospetto avrei pure potuto farmelo venire, ma i pregiudizi più forti verso una città ce li ha chi la abita e non se n’è discostato abbastanza per vederla da fuori e per com’è. Infatti al più mi sono detto: “A Napoli si sa che ti devi aiutare da te e che la città ti rispetta troppo per procurarti quegli indizi che non le piace lasciare in giro”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il corpo di fabbrica adiacente alla basilica corrisponde all’ex confraternita o dei Bianchi che ospitavano le povere della città o dei Verdi che ospitavano le figlie delle prostitute.</strong> La basilica dello Spirito Santo verso metà Cinquecento fu costruita al centro tra le due. Una povera crescendo e prostituendosi, metti che, se ingravidata, dentro o fuori la confraternita, poi sua figlia poteva lasciarla a nido due passi più avanti, un nesso logistico e madre-figlia niente male, con un via vai immagino notevole, con le figlie delle prostitute che diventavano povere e cambiavano di confraternita, prima di rimanere incinta a loro volta e ritornare a fare un saluto alle amiche portando le primogenite a vedere dov’erano cresciute le loro madri e già che c’erano lasciandole li, a costo di spacciarsi per prostitute pur non essendolo o diventandolo apposta per poter garantire un rifugio alla prole femminile, e in ogni caso una mostra virtuale dedicata a Klimt calza a pennello tra le due ex-confraternite: le prostitute Klimt le ha prese a modello, meravigliosamente omaggiandole nelle sue opere, per quanto non mi risulti ne abbia mai arricchita qualcuna fino a emanciparla dal bisogno, manco fosse un Van Gogh, sebbene anche Van Gogh si limitò a andarci a convivere, restando povero lui e povera lei.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Potrebbe essere stata una prostituta a ispirare l’Hygeia nel pannello della Medicina commissionato all’epoca a Klimt da certi universitari</strong>, i quali avrebbero preferito una cosa sobria, kantiana, e che è il dettaglio con il quale nella sala principale della mostra, cioè nella navata della basilica, si cerca di produrre il climax emozionale più isterico: Carmina Burana di sottofondo e gigantografia sparata sul telone che taglia di netto la testa alla navata.  Al centro la donna arcana in veste rossa e serpentello giallo attorcigliato a un braccio, tutt’attorno le fiamme. Il fuoco sale verso il concavo della cupola della basilica, è ovunque come in un inferno o in una camera ardente e non riscalda né la pelle né gli animi tanto è pacchianamente ricercata l’esagerazione, la provocazione, e del senso complessivo dell’opera si perde cognizione: dov’è quell’ammasso di corpi schiacciati l’uno all’altro che fa da sponda alla sadica rappresentazione mitologica della salute? Dov’è il commento di Klimt all’arroganza dell’armonia del sapere sostituita col disordine respingente ma a suo modo più concreto di una umanità che si stringe alla sua carne e dunque a tutti i mali e a tutti i piaceri della carne?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Magari sono inutilmente critico e pretecnologico e suggestionabile per errata causa io e non ho saputo associare lo sfoggio di fiamme visionarie alla volontà del progettista di ricordare l’incendio che toccò in sorte alle opere rifiutate dagli universitari scandalizzati </strong>e che Klimt nascose nel castello di Immendorf, mandate in cenere dall’incendio tanto per cambiare appiccato dalle truppe tedesche in fuga nel 1945. Klimt per sua fortuna non se ne poté addolorare, essendo morto nel 1918, risparmiandosi tanto il rogo delle opere quanto quello della presunta civiltà europea in blocco durante la guerra mondiale atto secondo.  D’altronde non c’è una opposizione critica che possa reggere a un assalto sensoriale e frontale così prolungato: è bastato poco anche a me per sentirmene irretito, per cominciare a fremere per i fregi e i cartigli proiettati sui capitelli e sul colonnato, per quell’effetto ottenuto di far riapparire le opere dall’interno dalle pareti della basilica, come per un paradosso della combustione: la luce colpisce la materia non distruggendola ma costringendola a sprigionare gli affreschi che ha assorbito fino allo sbiancamento e allora non c’è rigore metodologico che tenga: dopo la prima mezzora di show sono in deliquio per le tracce di Adele Bloch-Bauer che si manifestano come muffe cromatiche di opera espansa in opera disseminata: un monile d’oro, un seno d’avorio, una bocca rosso vampiro, una mano bianco osso, una chioma nera, una immersione nel desiderio di Gustav Klimt che non ha bisogno di aiutini, come quel viagra per la potenza di immaginazione che sono gli Oculus VR da poter somministrarsi a gratis nella terza e ultima saletta, l’angolo di basilica con il merchandising prima dei saluti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Va da sé che il viagra lo vado a provare, mettendomi in fila con gli spettatori, mica visitatori, della mostra.</strong> Osservo chi si è già calato la maschera sul naso, mi faccio una idea preventiva dell’aspetto che sto per avere anche io: una marionetta seduta con le braccia incrociate sulle gambe, composta come una damina e che per essere manovrata non ha bisogno di un filo per ogni arto: basta il cavo collegato al visore che scende dall’alto, cablato chissà con cosa. Per essere più precisi è questo che sembriamo: occhi impiccati a una fibra ottica, oppiomani a basso tasso di inquinamento perché fumo non ne facciamo o non ancora.  Però: che bella botta! Inforco gli occhialoni e il mio cervello per lasciarsi completamente ingannare ha soltanto bisogno che io metta a fuoco, la miopia è l’unico sottile diaframma che rende impacciata la transizione dal reale al virtuale. Se mi lacrimano un po’ gli occhi mi si offusca la visuale, il trucco ottico perde di potenza e mi torna la netta sensazione di essere un corpo seduto con sulla faccia un apparecchio ingombrante non tarato per il mio difetto. La leggera miopia mi evita di diventare volontariamente accecato all’istante. Quando sforzando i muscoli oculari mi si disappanna la vista però eccomi di nuovo nel nuovo mondo a assuefazione rapida: sono sospeso in una sala museale con le opere di Gustav Klimt sotto di me, poi sono nei quadri di Klimt, mi vivo l’esperienza in treddì con un abbandono impudico, eccitato. <strong>L’azienda che ha ideato il tour virtuale, la Orwell Milano, s’è data un nome che è un altolà sperando lo ignorino tutti, essendoselo detti da soli e per primi.</strong> Sospeso sull’acqua d’un paesaggio o di nuovo tra le fiamme, mi accade tutto innocuamente, e come ha scritto di recente in un articolo Davide Brullo sulla innocuità dei social: “ma l’innocuo non è innocente, l’innocuo è aggressivo, è violento.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio cervello è felicissimo di credere alla finzione ben confezionata e di dimenticarsi dove si trovi, in quale cranio sia inscatolato, in quale basilica sputtanata, in quale quartiere di quale città, in quale nazione per la quale già vale quello che scrive Gary Younge nel suo bellissimo libro <em>Un altro giorno di morte in America</em>, pubblicato da poco dalla Add Editore e che varrà ancora di più se passano le ultime scelleratezze via decreto di un governo decrepitante e decadente come la Vienna austroungarica dei tempi klimtiani: “Per quanto ovvio, spesso ci si dimentica di ribadire a che punto la violenza armata, come tutti gli altri crimini, sia strettamente legata alla povertà. […] quando, insomma, puoi attingere al profondo pozzo di risorse a disposizione degli americani benestanti – allora sia la tentazione sia la minaccia della violenza armata sono fortemente ridotte. Ciò non ti rende una persona migliore, ti rende solo più equipaggiato per essere al sicuro in un Paese in cui le armi abbondano.” <strong>Non voglio saperne niente di Gary Younge e della media di dieci ragazzi ammazzati a colpi di armi da fuoco ogni giorno in America, non voglio sapere niente di una Italia che non sa fare la semplice equazione: più armi vendute uguale più morti da armi da fuoco. </strong>Voglio stare dentro il quadro di Klimt, dispiacendomi per la selezione prudente degli orwelliani milanesi: per entrare nella <em>Danae</em> sarei stato disposto a pagare un sovrapprezzo sul biglietto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando tolgo il visore e torno nel mondo fatto di peso e di soma il mio cervello emette un singhiozzo: stava così bene in quella alcova colorata, in quella gabbietta per la mente.</strong> E che finiremo tutti così, con gli occhi impiccati a un visore che ci manderà nel più bello dei mondi inesistenti intanto che ci alimentano con le flebo e ci svuotato coi cateteri, è una profezia fin troppo facile: secondo me le realtà virtuali immersive saranno utilizzati come tecniche di contenimento per gl’incarcerati più intrattabili. Per questo faremo di tutto per meritarci una incarcerazione, e per essere i più intrattabili del penitenziario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La mia esperienza più bella alla Klimt Experience comunque non l’ho fatta col viagra per gli occhi.</strong> Mi è capitata nella sala centrale, durante la proiezione a trecentosessanta gradi dell’opera che rende chiaro quanto Schiele fosse un ammalato di compassione rispetto al genio genuinamente erotico di Gustav Klimt: <em>La Vergine</em>, del 1913.  <strong>I nudi di Klimt mi viene voglia di toccarli, quelli di Schiele di ricoprirli con una coperta e di offrirgli al più presto una bevanda calda.</strong> Dei nudi di Schiele voglio prendermene cura, quelli di Klimt finirei col ridurli a dei nudi di Schiele. Schiele, per me, è più onesto, o più lungimirante, di Klimt. Laddove Klimt vede i fasti di una basilica, Schiele già ne indovina il destino di svendita e spoliazione. Per <em>La Vergine</em> di Klimt espansa nella basilica dello Spirito Santo mi sono dovuto alzare in piedi patendomi le rimostranze di quelli che riuscivano a starsene seduti scomodi sui brutti tappeti che in teoria dovevano differenziarsi in qualcosa dal duro della pavimentazione. Gli altri si sono lamentati manco fossero al cinema, ma di fronte alla bellezza del nugolo di prostitute attraenti che ti avvolgono con le loro espressioni indifferenti perché rapite nel calore sessuale che gli monta da dentro, in mezzo a quei fiori e pietruzze e abiti e lenzuola e carni e sonnolenze, di fronte a quella grande balla artistica sul puttanificio, non si può restare a riposo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per descrivere l’opera pittorica del sofisticatissimo viennese ripenso a un brano de <em>La regina cantava rancheras</em>, romanzo del 1994 del più che fisico scrittore cileno Hernán Rivera Letelier, consigliatomi dallo scrittore <a href="http://www.pangea.news/io-pero-resto-un-incosciente-sono-la-negazione-dellaccademia-sono-assolutamente-eterodosso-dialogo-con-alessio-arena-che-ha-ricreato-la-new-york-italoamericana-con-sire/" target="_blank" rel="noopener">Alessio Arena</a></strong> quando l’ho incontrato per parlare del suo ultimo romanzo (“Te ne innamorerai”, mi disse, e così è stato: amore a prima lettura per le prostitute nelle salnitriere della pampa), quello di una voce che narra del suo battesimo della carne con la puttanella “chiamata «La Lussuria»” che “interrotta a tratti da gemiti e singhiozzi, lo stava infine portando ad avvistare quell’orizzonte di uccelli rari, di cortecce di alberi favolosi, di fiori e frutti dai colori esotici e tutto quel fluttuante messaggio di meraviglie che precede l’istante grandioso della scoperta di un nuovo mondo.” Com’è antica e ricorrente la retorica e l’antiretorica sulle puttane, ogni tanto scoppia la bollicina della polemichetta e c’è chi se ne fa arma di attacco e di offesa, volendo deciderlo lui chi è puttana e chi no: quale giornalista che non gli piace, quale scrittore che vende immeritatamente troppo, quale parlamentare che dice no quando avrebbe dovuto dire sì, quale mamma basta non sia la propria. <strong>Mai qualcuno che faccia come Flaubert con la Bovary e ammetta: la puttana c’est moi. Klimt stesso ha lasciato detto: “Di me non esiste alcun autoritratto”.</strong> Alla faccia di tutti quelli che nella prima sala si ammazzano di selfie attorno al ricciolo in cartongesso dell’<em>Albero della Vita</em>, ma evvia: <em>La Vergine</em>, come tanti altri nudi di donne deliziosamente vogliose fino all’innamoramento, è un autoritratto sputato, è lo sputtanamento più sincero di Gustav, del suo sentirsi e del suo ambire a far sentire così anche gli altri, l’autoritratto del suo volersi illanguidente e appagante, e illanguidito e appagato, laddove tante volte non sarà stato altro che un cliente che pagava le donne alle quale magari piaceva pure ma a cui di sicuro stava più a cuore il pasto cucinato e la coperta calda e la paga che venivano garantiti da una giornata trascorsa nell’atelier dell’artista. Siamo chi adoriamo, e chi adorasse Klimt non mi sembra affatto difficile da decriptare dalle sue opere che riescono a esser carnali anche quando te le spalmano sui muri con il laser dei videoproiettori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa siamo se non l’espressione del nostro desiderio che ci rivela soprattutto a noi stessi?</strong> Certo, ammesso il desiderio ci sia e bruci ancora, altrimenti pazienza, ci accontenteremo delle experience a mani vuote e della collezione infinita degli autoscatti ripetutamente immortalati per niente, da appendere ai rametti di un Albero della Vita per finta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
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		<title>“È morto come è vissuto: in maniera affermativa e vitale”. Sull’opera inafferrabile di Gilles Deleuze (dialogo con Stefano Marchesoni)</title>
		<link>https://www.pangea.news/e-morto-come-e-vissuto-in-maniera-affermativa-e-vitale-sullopera-inafferrabile-di-gilles-deleuze-dialogo-con-stefano-marchesoni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Nov 2018 08:16:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Chissà se, quando ha deciso di farla finita, indossava il suo cappello. Il filosofo antiaccademico, Gilles Deleuze, ormai sconfitto dai problemi polmonari – è il 5 novembre 1995 – apre la finestra del suo appartamento parigino – un gesto quotidiano, Parigi, la sua città da sempre – e si getta nel vuoto. Il suo cappello, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chissà se, quando ha deciso di farla finita, indossava il suo cappello. <strong>Il filosofo antiaccademico, Gilles Deleuze, ormai sconfitto dai problemi polmonari – è il 5 novembre 1995 – apre la finestra del suo appartamento parigino – un gesto quotidiano, Parigi, la sua città da sempre – e si getta nel vuoto.</strong> Il suo cappello, forse, era calcato sull’attaccapanni di casa, come sempre. La camicia sbottonata, lo sguardo gentile, ma fermo. Triste. Dopo la tracheotomia, poi, la sua parola era ulteriormente ferita, “fiammeggiava”, graffiata. Forse, Gilles Deleuze si è fumato un’ultima, amara, sigaretta. O forse no. <strong>Lui, “l’ultima anima filosofica che ci resta”, secondo Foucault, ha scelto di uscire di scena, con un balzo, come Amelia Rosselli, come Primo Levi. Il modo, drammatico, coraggioso. A precipizio.</strong> Se sono passati poco più di vent’anni dal suo suicidio, ne sono trascorsi cinquanta dalla pubblicazione di <em>Differenza e ripetizione</em>, un libro che, a differenza di altri suoi, non ha ancora trovato piena leggibilità. Al di là di una cerchia ristretta di studiosi. <strong>Si apre, tra poco, <a href="http://orbistertius.formazione.unimib.it/portfolio/il-mezzo-secolo-deleuziano/" target="_blank" rel="noopener">una conversazione, a Milano, al <em>Cafè Rouge</em> del Teatro Franco Parenti,</a> mercoledì 21 novembre 2018 alle ore 18 (relatori: Viviana Faschi, Sandro Palazzo, Cristina Zaltieri, letture di Stefano Ferrara).</strong> L’anniversario offre lo spunto per tornare a misurarsi con queste pagine impervie, cercando di individuarne gli snodi fondamentali e i concetti chiave.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-64035 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/deleuze-libro-183x300.jpg" alt="deleuze " width="126" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/deleuze-libro-183x300.jpg 183w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/deleuze-libro.jpg 200w" sizes="(max-width: 126px) 100vw, 126px" />L’ardito gruppo di ricerche sull’immaginario contemporaneo OT/<em>Orbis Tertius</em> si è, quindi, fatto promotore di una conversazione aperta al pubblico, nel corso della quale tre studiosi svolgeranno ciascuno delle riflessioni, a partire da un enunciato o da un passo tratto da <em>Differenza e ripetizione</em>, per poi discuterne con il pubblico. Intercetto l’ideatore di quest’incontro, <strong>Stefano Marchesoni</strong>, filosofo e insegnante in un liceo milanese, voglio cercare di capire. <strong>Mi interessano, oltre ai suicidi, i libri “illeggibili”, la loro ombra seducente. Leggo che “questa pietra miliare del pensiero filosofico novecentesco resta tutto sommato poco conosciuta, anche e soprattutto a causa della sua estrema complessità”.</strong> Inizierei dalla fine, ovvero dall’atto volontario di togliersi la vita. Per parlare del significato di questo gesto ultimo, estremo. Il coraggio di farsi fuori. Anche il suicidio deve essere interpretato. Una scelta forte, folle, metafisica. Quale significato attribuisce al suicidio? <strong>“Il suicidio di Deleuze è pienamente coerente con il suo pensiero. Deleuze è morto così come è vissuto: in maniera affermativa e vitale.</strong> La massima etica che orienta, fin dall’inizio, il cammino di Deleuze si potrebbe formulare così: <em>vivi in modo tale da affermare la tua potenza di pensare e di agire</em>. Nel momento in cui vengono meno le condizioni per poter affermare la propria potenza, nel momento in cui ci si trova a dipendere da una macchina per poter respirare (come accadde a Deleuze) oppure in cui si ha la certezza di essere destinati alla deportazione in un campo di sterminio (come accadde a Walter Benjamin), il suicidio non è più un’idea astratta, ma un’opzione da prendere seriamente in considerazione. Fermo restando che ogni suicidio resta un mistero legato alla singolarità irriducibile di un’esistenza e ad una contingenza imponderabile. <strong>Davvero il suicidio “deve” essere interpretato? Io penso invece che si tratti di qualcosa dell’ordine del non-interpretabile. Se interpretare, nel senso più triviale, significa rappresentarsi qualcosa, farsi un’idea di qualcosa, allora il suicidio è evento irrappresentabile:</strong> quell’evento di fronte al quale non c’è interpretazione che tenga, o meglio: qualsivoglia interpretazione appare in fin dei conti inadeguata e posticcia. In questo senso il suicidio è evento puro che scardina l’ordine del discorso, che fa saltare i nessi di causa ed effetto abituali, che spalanca un abisso nel fluire del tempo. Contrariamente agli esistenzialisti, che insistevano sulla libertà e la scelta, Deleuze esalta il carattere impersonale della vita: la vita non è una questione personale e soggettiva, piuttosto un divenire impersonale, anonimo, allergico alle identità e alla loro narcisistica messa in scena. Anche il suicidio, nella sua singolarità, è dunque espressione vitale impersonale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scegliere di studiare Deleuze significa sacrificarsi, dedicarsi, anima e corpo. Perché lei ha scelto Deleuze?</strong> Quali sono le ragioni anche personali, personalissime, che l’hanno portata a lui? “Per quanto mi riguarda, non ho mai vissuto lo studio come sacrificio, piuttosto, seguendo Deleuze e Spinoza, come letizia, come potenziamento, come passaggio da una minore a una maggiore perfezione. Ma non c’è letizia né filosofia, senza incontri. Nel mio caso è stata proprio l’amicizia filosofica con Fabio Agostini a farmi incontrare Deleuze. Studiavamo alla ‘Statale’, frequentavamo assiduamente le indimenticabili lezioni di Carlo Sini con il quale ci laureammo: io con una tesi sull’immaginazione in Husserl, Fabio invece con una mirabile tesi sul tema dell’evento in Deleuze, che poi è diventata un libro. Anche qui, dunque, nulla di personale: <strong>quel che conta nella vita sono gli incontri, è quel che accade tra gli individui e non negli individui”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos’è OT (orbis tertius): perché questo strano nome, di cosa vi occupate, cosa si intende per “immaginario contemporaneo”?</strong> “Bella domanda. OT/Orbis Tertius si autodefinisce come un ‘gruppo di ricerca sull’immaginario contemporaneo’ che afferisce all’Università Bicocca di Milano, e specificamente alla cattedra di Estetica di Fulvio Carmagnola. Direi che si tratta di un esperimento, iniziato una decina di anni fa da Carmagnola insieme a Matteo Bonazzi e Francesco Cappa. Un esperimento sfaccettato: Orbis Tertius si è fatto promotore di conversazioni tra i suoi membri sulle rispettive ricerche, ma anche di seminari pubblici, di convegni e pure di una collana ospitata dall’editore Mimesis (per chi ne volesse sapere di più rimando al sito: <a href="http://orbistertius.formazione.unimib.it/" target="_blank" rel="noopener"><em>orbistertius.formazione.unimib.it</em></a>). <strong>Il nome è tratto da un suggestivo racconto di Jorge Luis Borges (in <em>Finzioni</em>) e allude appunto all’immaginario e al modo in cui quest’ultimo ha effetti reali, e cioè interviene potentemente su ciò che siamo solito chiamare “realtà”.</strong> La nozione di immaginario da cui partiamo viene dall’insegnamento di Lacan: l’immaginario non è tanto una facoltà del soggetto (l’immaginazione), bensì il medio stesso in cui qualcosa come un’esperienza diventa possibile. Per usare una bella definizione di Daniele Tonazzo (autore con Matteo Bonazzi di un prezioso lemmario lacaniano intitolato <em>Lacan e l’estetica</em>, pubblicato da Mimesis, nel 2015), l’immaginario andrebbe inteso come “soglia del visibile” e dunque, aggiungerei, come istanza che suscita desideri. Mi viene in mente il film “Her” di Spike Jonze, in cui il protagonista si innamora della voce di un sistema operativo. Ecco, troviamo qui una possibile allegoria dell’immaginario contemporaneo: non una faccenda psicologica, ubicata nell’interiorità del soggetto, ma un insieme di dispositivi che operano incessantemente ovunque, che ci stimolano e ci fanno desiderare”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa pensa possa dire Deleuze alla contemporaneità odierna, ovvero: mezzo secolo dopo, ma è ancora così attuale? Che senso ha parlarne?</strong><strong> “Dubito che Deleuze, come del resto qualsiasi altro grande filosofo, abbia qualcosa da dire alla contemporaneità. La domanda è piuttosto: che uso possiamo farne?</strong> Mi spiego: Deleuze era molto diffidente nei confronti della storia della filosofia, che vedeva come una gabbia angusta e soffocante, come un addomesticamento e una neutralizzazione della potenza sovversiva del pensiero. Forse proprio per questa ragione egli iniziò la sua attività filosofica proprio con dei libri che sembrerebbero libri di storia della filosofia: su Hume (<em>Empirismo e soggettività</em>, 1953), Nietzsche (<em>Nietzsche e la filosofia</em>, 1962), Kant (<em>La filosofia critica di Kant</em>, 1963), Proust (<em>Proust e i segni</em>, 1964), Bergson (<em>Il bergsonismo</em>, 1966) e Spinoza (<em>Spinoza e il problema dell’espressione</em>, 1968). Ma basta aprire il libro su Hume, scritto da un Deleuze non ancora trentenne, per rendersi conto che non abbiamo a che fare con un libro di storia della filosofia in senso tradizionale, bensì con una vera e propria <em>ripresa</em> dei problemi che innervano le pagine di Hume. Un po’ come se Deleuze dicesse: voglio provare a spiegarvi perché questo e quel problema di Hume è diventato il <em>mio </em>problema. La posta in gioco non è storicizzare Hume, ma fare filosofia qui ed ora prendendo spunto da Hume. Penso che la stessa cosa possa valere per noi oggi: <strong>può accadere di incontrare uno scritto o anche solo un enunciato di Deleuze che in qualche modo ci interpella, ci forza a pensare. E allora dove sta l’attualità di Deleuze? Dire che – come ama dire Giorgio Agamben – la vera attualità può stare solo nella nostra capacità di sviluppare quanto in Deleuze è rimasto ancora inespresso.</strong> L’idea di una conversazione a più voci su <em>Differenza e ripetizione</em> nasce appunto da qui: dal tentativo di <em>ripetere</em> insieme alcuni enunciati di Deleuze per farli risuonare nel presente, per farli interferire con il nostro presente, per trasformarli in materiale su cui lavorare. Vedremo cioè in che modo tre diversi studiosi lavorano oggi con dei pezzi di <em>Differenza e ripetizione</em>. In sintesi: faremo a pezzi Deleuze”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A proposito di <em>illeggibilità</em>: non è che forse si tratta di una peculiarità positiva nella società contemporanea, frutto dell’esagerata informazione e delle fake news?</strong><strong> Fermarsi a leggere, a pensare, trovarsi di fronte a una parola che disorienta, che costringe ad una lenta lunga meditazione. Perché non lo facciamo più?</strong> “Quando parlo di leggibilità mi richiamo implicitamente al pensiero di Walter Benjamin, pensatore a me molto caro: secondo Benjamin ogni oggetto storico è in attesa di essere redento, cioè di essere ricordato in modo speciale. Per citare la seconda delle sue tesi sul concetto di storia: “Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione”. Penso che questa idea sia molto affine a quella deleuziana di “incontro”: ogni vero incontro con un testo filosofico è occasione per la sua attualizzazione. Ma questa attualizzazione non va scambiata con una moda. La “vera attualità” di cui parlava Benjamin è precisamente ciò che scardina il presente nel suo incedere, ciò che interrompe il flusso continuo di informazioni e messaggi da cui siamo bombardati quotidianamente. Ciò avviene in virtù di una peculiare forma di rammemorazione (Ernst Bloch e Benjamin parlavano di “Eingedenken” in alcuni testi che ho raccolto recentemente in una piccola antologia intitolata <em>Ricordare il futuro</em>, pubblicata da Mimesis) in cui vengono finalmente a palesarsi le potenzialità ancora inespresse del passato. L’anniversario di <em>Differenza e ripetizione</em> vuole essere per noi un momento di “Eingedenken” in senso benjaminiano”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>
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		<title>Gianni Fucci, il “viandante delle parole”, compie 90 anni: elogio del poeta che ha scritto un possente romanzo lirico in dialetto, è stato influenzato da Nietzsche, si è dato all’arte dell’haiku ed è più bravo di Tonino Guerra</title>
		<link>https://www.pangea.news/gianni-fucci-il-viandante-delle-parole-compie-90-anni-elogio-del-poeta-che-ha-scritto-un-possente-romanzo-lirico-in-dialetto-e-stato-influenzato-da-nietzsche-si-e-dato-all/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Oct 2018 09:06:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di quelli del fatidico ‘circolo’ che cambiò un pezzo della letteratura italiana fu il più giovane, quello che restò al ‘paese’, senza fronzoli, a custodire il forziere delle memorie; quello, probabilmente, che ha scritto il libro abbacinante. * Fecero di un piccolo borgo di Romagna, Santarcangelo, una angelologia lirica. Si chiamava “E’ circal de’ giudéizi”, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianni-fucci-il-viandante-delle-parole-compie-90-anni-elogio-del-poeta-che-ha-scritto-un-possente-romanzo-lirico-in-dialetto-e-stato-influenzato-da-nietzsche-si-e-dato-all/">Gianni Fucci, il “viandante delle parole”, compie 90 anni: elogio del poeta che ha scritto un possente romanzo lirico in dialetto, è stato influenzato da Nietzsche, si è dato all’arte dell’haiku ed è più bravo di Tonino Guerra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di quelli del fatidico ‘circolo’ che cambiò un pezzo della letteratura italiana fu il più giovane,</strong> quello che restò al ‘paese’, senza fronzoli, a custodire il forziere delle memorie; quello, probabilmente, che ha scritto il libro abbacinante.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fecero di un piccolo borgo di Romagna, Santarcangelo, una angelologia lirica. Si chiamava “E’ circal de’ giudéizi”, che nome imperativo, il circolo del giudizio</strong>, si vedevano al bar, dilettandosi di letteratura, cominciando a manovrare il dialetto. Di loro, Tonino Guerra fu l’Omero, quello che fece fortuna a Cinecittà – con Fellini, Antonioni, Rosi, e poi Tarkovskij e Angelopoulos – Raffaello Baldini fu il sommo poeta, fece carriera a Milano e portò il favellare di Romagna a smusare con Samuel Beckett, Nino Pedretti, invece, fu il genio sregolato, per altro gran traduttore dall’inglese – con certe <em>liaison</em> con Sylvia Plath. Del gruppo, va detto di Flavio Nicolini, che s’inventò le più belle fiction per la Rai dai Sessanta agli Ottanta, mente finissima. Costoro, sono tutti morti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63347 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-174x300.jpg" alt="Gianni Fucci" width="119" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-174x300.jpg 174w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-768x1326.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-593x1024.jpg 593w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte-600x1036.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Copertina-FUCCI-fronte.jpg 1368w" sizes="(max-width: 119px) 100vw, 119px" />Posto che importino misure, classifiche, pesi. Se <em>I bu </em>– Tonino Guerra – è il libro che fa esplodere la rustica genialità del ‘romagnolo’, <em>Intercity </em>– Raffaello Baldini – è il testo assoluto, tra i grandi della poesia italiana totale del secondo Novecento, mentre <em>Gli uomini sono strade </em>– Nino Pedretti – con silenziosa costanza trama nuovi cunicoli – nitidezza illecita dell’assurdo – nella nostra lirica. <strong>Eppure, è il più giovane di tutti, Gianni Fucci (nella photo di Daniele Ferroni), che ha fatto di tutto – “perito edile, ha esercitato veri mestieri fra i quali il bracciante agricolo, il muratore a Zurigo, l’insegnante a Rimini, l’aiuto regista, prima con Flavio Nicolini poi con Elio Petri, per chiudere la suo carriera lavorativa come bibliotecario nella Biblioteca ‘Antonio Baldini’ di Santarcangelo di Romagna” – a scrivere il poema totale</strong>, che li abbraccia tutti, <em>Rumanz </em>(2011), la sua “epica familiare in dialetto santarcangiolese”.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Di quel libro mi pare che si sia detto troppo poco, eppure, che enormità. <strong>38 canti suddivisi in tre cantiche, il tutto in ottave: Fucci ha fatto epica la propria vita, una specie di <em>Orlando furioso </em>in dialetto</strong>, seguendo l’esempio – di micidiale raffinatezza – dell’<em>Onegin. </em>Ha dato al dialetto, insomma, un fiato nuovo, un fato. Fatali, soprattutto, questa manciata di versi finali, che cito in italiano: “Ora che il nulla brilla e mi circonda/ (non è più tempo di credere alle fole)/ io son col mio dialetto – che scompare –/ la vecchia barca che attraversa il mare// per ritrovare la stilla d’emozione/ che oltrepassa il tempo”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gianni Fucci, poeta dalle letture dottissime, che sembra frugale ma che con il dialetto cesella avorio, non fa mica il pane, ha compiuto 90 anni il 3 ottobre scorso,</strong> ha visto i suoi amici morire, è un sopravvissuto a un tempo frantumato, proviene dagli anni in cui essere poeta era una via, l’amicizia un ristoro nell’oro e il resto, beh, si aggiustava, ci si avviava all’avventura. La volta che l’ho incontrato, ricordo che Gianni Fucci parlava con ammirazione di Andrea Zanzotto, che aveva ospitato sul divano di casa sua <a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2016/10/02/quadri-costosi-cameriera-alla-faccia-del-comunismo/" target="_blank" rel="noopener">(qui l&#8217;ho intervistato per i suoi 88)</a>.</p>
<p>*</p>
<p><figure id="attachment_63346" aria-describedby="caption-attachment-63346" style="width: 267px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-63346" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-300x225.jpg" alt="Gianni Fucci" width="267" height="199" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/Fucci-600x450.jpg 600w" sizes="(max-width: 267px) 100vw, 267px" /><figcaption id="caption-attachment-63346" class="wp-caption-text">Il &#8216;Rumànz&#8217; di Gianni Fucci con una lettera autografa inviata a d.b. dell&#8217;11 dicembre 2016</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Di Gianni Fucci, a 90 anni, mi sorprende sempre la ventosa giovinezza. <strong>In una lettera del 22 settembre 2016 mi ha fatto un regesto delle sue letture filosofiche: “Ho letto solo alcuni <em>Dialoghi</em> di Platone, parte della <em>Metafisica</em> di Aristotele, leggiucchiato qua e là Pascal, parte della <em>Critica della ragion pura </em>di Kant e con molto interesse <em>Così parlò Zarathustra</em>, <em>Ecce Homo</em>, <em>Al di là del bene e del male</em> di Nietzsche, di cui ho subito un certo influsso”.</strong> Uno stupendo dialettale influenzato da Nietzsche, che meraviglia. Nel dicembre del 2016 il poeta mi ha regalato una poesia, “Carissimo amico, la sua genialità di poeta mi vede, ancora una volta, ad importunarla”. Un mio verso, tratto da <em>Annali</em>, diceva avergli “ispirato il ‘Sonetto natalizio’ che ho scritto quest’anno (una consuetudine più che quarantennale)”. Parole di cui sono sempre grato, al cospetto della mia ingratitudine – non sono più andato a trovare Fucci.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A 90 anni, cioè a giovinezza raggiunta, il poeta Gianni Fucci <strong>ci dona una raccolta di poesie in italiano, <em>Il mio cuore ascolta</em>,</strong> edite con notevole perizia da <a href="http://www.ilvicolo.com/" target="_blank" rel="noopener">Il Vicolo di Cesena</a>. Tra le tante cose sorprendenti, l’approdo del poeta all’haiku, risolto in modo estremamente musicale, e con furore di onestà: “Il nostro andare/ è solo un tribolare/ in alto mare”; “Ascolti il vento/ come un bel incantamento/ e sei contento”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La cosa più bella, però, è il testo con cui il poeta introduce alla lettura delle sue poesie. Eccolo: “Va, l’acqua, e passa silente, sotti i ponti. Così la poesia con discrezione si porge al lettore con l’umiltà propria dell’ancella. Il poeta è colui che ha gestito il suo ‘parto’ con delicatezza, ne ha raccolto il ‘battito’ e l’ha proposto al lettore, cui lascia il compito di colorare il suo cammino con l’intelligenza e la passione; <strong>di scandagliare mediante le sue parole il senso della vita, sempre diversa, misteriosa e inconoscibile; seguire i suoi voli, le sue impennate, le sue lusinghiere avance e sentirsi portare lassù, nei cieli tersi, luccicanti e sonori come un carillon.</strong> Poi stupire della sua forza, della sua levità, del suo essere. Sempre se stessa ma sempre diversa. Indifferente al proprio fascino. Siate quindi attenti e generosi. Io continuo ad essere l’antico viandante delle parole antiche e nuove”. Che risolta definizione del poeta, <em>viandante delle parole antiche e nuove. </em>(d.b.)</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/gianni-fucci-il-viandante-delle-parole-compie-90-anni-elogio-del-poeta-che-ha-scritto-un-possente-romanzo-lirico-in-dialetto-e-stato-influenzato-da-nietzsche-si-e-dato-all/">Gianni Fucci, il “viandante delle parole”, compie 90 anni: elogio del poeta che ha scritto un possente romanzo lirico in dialetto, è stato influenzato da Nietzsche, si è dato all’arte dell’haiku ed è più bravo di Tonino Guerra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ode a Fabrizio Corona il bullo rivestito di patetico, icona dell’Era della Frustrazione. Ma io sogno una tigre sul sofà in prima serata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2018 09:55:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lui è seduto al centro. Lucido. Strafottente. Ben vestito. Il presentatore gli ronza intorno, lo tocca, gli parla, forse lo lecca. Lui è il totem. L’epifania dello share. La granata che perfora lo schermo. Intorno. Intellettuali smunti, giornalisti incalliti, politicanti in disarmo, commentatori in disuso, avvocati, insomma, uomini dello spettacolo. Carne da macello. Che lui, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ode-a-fabrizio-corona-il-bullo-rivestito-di-patetico-icona-dellera-della-frustrazione-ma-io-sogno-una-tigre-sul-sofa-in-prima-serata/">Ode a Fabrizio Corona il bullo rivestito di patetico, icona dell’Era della Frustrazione. Ma io sogno una tigre sul sofà in prima serata</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Lui è seduto al centro. Lucido. Strafottente. Ben vestito. <strong>Il presentatore gli ronza intorno, lo tocca, gli parla, forse lo lecca. Lui è il totem. L’epifania dello <em>share</em>. La granata che perfora lo schermo.</strong> Intorno. Intellettuali smunti, giornalisti incalliti, politicanti in disarmo, commentatori in disuso, avvocati, insomma, uomini dello spettacolo. Carne da macello. Che lui, la belva, divora, urlando, squalifica con un gesto, d’altronde, quelli sono lì per quello. Sono cibo. <strong>Fabrizio Corona è il genio del nostro millennio. Figlio di buona famiglia, frequenta il ‘bel mondo’, recita la parte del ‘ribelle’ e catodicamente vince,</strong> perché questo è il tempo in cui sono la televisione e il rondò dei social ad assolvere o a punire, mica un tribunale. E Corona vince.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La sapienza di chi declama l’essere umano nella sua catartica debolezza – sesso, denaro, ambizione – è superiore al filologo di Kant, all’esteta che si bea di Heidegger e si beve Sartre. Fabrizio Corona, che lavora con il laido, in fondo, è come un prete.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La brutalità dell’urlo. <strong>Corona fa quello che fanno tutti: dall’automobilista convinto di avere la precedenza al Ministro Salvini. Non ascolta. Urla. Vince il più urlante.</strong> Sintomo dell’era della frustrazione e di un esibizionismo imbarazzante. Nell’epoca in cui il vizio era una malizia dell’intelletto e il banditismo una scelta poetica, si preferiva l’ascolto. Ascolto e attacco, come i cobra. Ora si urla. Come le scimmie. Tanto tutti, alla fine – da Salvini a Corona – non mordono, si piegano.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Donare aggettivi a Fabrizio Corona è inutile. Corona vince: 791mila ‘mi piace’ su facebook; 573mila seguaci su instagram. <strong>Dove va lui, questo Everest dell’ego in variopinta avaria, vanno tutti, sguazza nel Mar Morto dello show. Cosa ci vedono in Corona?</strong> L’icona dell’era della frustrazione. Lui – all’apparenza – è bello, muscoloso, figo, tiene per le palle i potenti, è circondato dalla figa, più lo arrestano più piace. Disorienta i canoni: la giustizia è ingiusta, il giusto è un abuso ingiustificato, l’etica è eretica.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La canina idiozia del pubblico italiano</strong> – non quella di Corona, il furbetto del quartiere accanto – è insopportabile: imbarcatemi sul primo Aquarius che passa, me ne vado in Africa con il Congo di Kurtz a lacerarmi i tendini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Di cosa bisogna parlare? Di cosa stanno parlando?, mi dico. Delle sfortune del povero Fabrizio Corona, <strong>il duro lordato dal piagnisteo, il bullo con la lacrima televisiva facile, rivestito di patetico?</strong> Il vero delirio televisivo sarebbe questo. Corona che si slaccia i pantaloni, tira fuori l’affare e piscia sui piedi degli astanti. Qualcuno tira fuori l’ampolla per raccogliere il piscio di Corona, lo imbottiglia, lo vende caro, aureo elisir.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non m’importa la morale, disprezzo il moralismo, l’eroismo è pura forma. Appunto. Fabrizio Corona è la miseria dei modesti, pappa per mediocri. Corona non ha i coglioni. <strong>Sta nel mezzo, nel gluglu della palude, come tutti gli sfigati: non ha capito che il potere è occulto, ha il bisogno erotico di mostrarsi, come tutti, la sua droga sono gli applausi o la controparte, gli insulti.</strong> Corona va ammantato da pietà, va ammansito come il baby che fa la bravata per ottenere l’assoluzione degli amici e il buffetto dei parenti, che pena. Piuttosto. Vorrei vedere, in prima serata, una tigre. Vera. Sul sofà. E qualcuno che tra le sue strisce determini il destino d’Europa – e anche il mio. <strong>Desidero l’eremita, con palpebre di corteccia, in prima serata.</strong> Ascolta la zuffa degli intellettuali, i commenti spinti dei santissimi vip, le traveggole dello showman <strong>(ma chi la guarda, ormai, la tivù?).</strong> Poi dice una parola. E tutti sono folgorati – ridono, magari – la televisione esplode, e intorno alle costole, muscose, fioriscono falchi. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Cosa fare quando la madre della tua ragazza è più bona della tua ragazza. Le stravaganti avventure di Matteo Fais</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Jun 2018 07:15:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Costume]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Porca puttana, figlio mio, la madre della tua amica è più bona della figlia”. Fu così che esordì mio padre, dopo aver visto la mamma di una mia ex. Lui le chiama tutte “amiche”, ma questo poco importa – saltuariamente usa anche epiteti meno neutri. A ogni modo, al netto delle sue sortite politicamente scorrette, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Porca puttana, figlio mio, <strong>la madre della tua amica è più bona della figlia</strong>”. Fu così che esordì <strong>mio padre, dopo aver visto la mamma di una mia ex</strong>. Lui le chiama tutte “amiche”, ma questo poco importa – saltuariamente usa anche epiteti meno neutri. A ogni modo, al netto delle sue sortite politicamente scorrette, non è che avesse tutti i torti. <strong>“Porca troia, padre mio”</strong>, pensai io, <strong>“sapessi quanto mi farei la madre della mia ragazza”</strong>. Purtroppo per me, anche la ragazza si era resa conto dei miei <strong>sordidi interessi verso la sua figura materna</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta mi offrii di tenere la scala alla signora, mentre tirava via la polvere da alcuni libri posti sul ripiano più alto di uno scaffale di casa, con addosso un bel vestitino estivo. Assunta la giusta posizione, ovvero con lo sguardo rivolto verso l’alto, <strong>mi deliziai contemplandole il bel culone</strong>. Sprofondato in una specie di estasi trasognata, durante la quale pensavo <strong>“sapessi quanto ti farei gridare tutta <em>La Traviata</em> di Verdi, acuti compresi, milfona del mio cuore”</strong>, non mi resi conto che avevo quella piattola della mia ex proprio dietro di me. Lanciò un urlo da far accapponare la pelle a un morto.</p>
<p style="text-align: justify;">“Brutto figlio di puttana!”. Io lasciai andare la scala in preda al panico e <strong>la visione delle natiche con perizoma della signora si fece improvvisamente vicinissima, nel senso che proprio mi cadde addosso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma tu devi essere matta figlia mia, una pazza squinternata. Che diavolo ti salta per il cervello? Hai rischiato di farmi ammazzare.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Ma <strong>mamma, questo stronzo ti stava guardando il culo.</strong>”</p>
<p style="text-align: justify;">Incidentalmente, mi trovavo il posteriore della giovane signora proprio in prossimità del volto, diciamo in una <strong>visione da maxischermo</strong>, stile cinema.</p>
<p style="text-align: justify;">La madre si girò verso di me.</p>
<p style="text-align: justify;">“Matteo, ma non sarà mica vero?”</p>
<p style="text-align: justify;">“Signora, la prego”, proruppi io fingendomi indignato, “<strong>ma le pare che una persona come me che ha letto Kant, Nietzsche, e Alberto Moravia potrebbe mai abbassarsi a tal punto?</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non so perché, ma <strong>la cazzata di tirare in ballo autori classici funziona sempre. Tutti pensano che un umanista si sia tagliato l’uccello, prima di iscriversi all’università, oppure che sia un mezzo invertito</strong>. Il che, a onor del vero, non è del tutto falso in molti casi, ma io mi distinguo sempre in peggio, grazie al cielo. Poi, si sa che citare quel depravato di Alberto Moravia è una garanzia!</p>
<p style="text-align: justify;">A quel punto cominciò una discussione totalmente surreale. La ragazza che mi accusava di aver guardato il culo della madre. Io che pensavo “sì, ma le ho guardato anche le tette”, mentre a parole <strong>negavo e negavo fingendomi un santo, o perlomeno un Giuda pentito</strong>. Quella che insisteva: “Sei un maiale, un depravato!”.</p>
<p style="text-align: justify;">La discussione, tra urla, strepiti e tuoni fu chiusa dalla signora. Ipotizzò una sorta di <em>transfert</em>, o qualcosa di simile, tale per cui io avrei proiettato su di lei i desideri rivolti in origine verso la figlia, per non so quale motivo. Insomma, <strong>usando la psicologia, una cazzata per giustificarsi si trova sempre</strong>, lo sappiamo tutti. La madre di lei me la servì su un piatto d’argento. Probabilmente, alla mia ex promisi anche di recarmi in terapia. Non ci andai mai, poi. <strong>Perché pagare qualcuno per dire che ti vorresti fare madre e figlia? Sono cose che possono capitare, soprattutto quando la mamma è più bona della figlia</strong>.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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