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	<title>Junger Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“La Bellezza è il mio calvario”. Nella notte oscura di Lydie Dattas</title>
		<link>https://www.pangea.news/lydie-dattas-ritratto-poesie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 May 2023 04:35:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Bobin]]></category>
		<category><![CDATA[Gallimard]]></category>
		<category><![CDATA[Inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Jean Genet]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Lydie Dattas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A lei fu dedicato un circo – e forse il ‘tendone’ è l’autentico luogo della poesia. Gioco di equilibrismi, di folli e di apolidi, di bestie selvagge rese edeniche per un istante appena – e poi il fuoco, attributo interiore della poesia, il sortilegio. Il tendone come replica usurata, crepitante di comico, dell’arca, della tenda [&#8230;]</p>
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<p>A lei fu dedicato un circo – e forse il ‘tendone’ è l’autentico luogo della poesia.</p>



<p>Gioco di equilibrismi, di folli e di apolidi, di bestie selvagge rese edeniche per un istante appena – e poi il fuoco, attributo interiore della poesia, il sortilegio. Il tendone come replica usurata, crepitante di comico, dell’arca, della tenda sacra a Dio.</p>



<p>“Avevano un modo di vivere arcaico, pieno di arcani: mi diedero l’idea di sapere molto di più di tutti i maestri che ho incontrato”, dirà – dopo, però, nei crocevia della memoria, così pieni di crochi.</p>



<p>Figlia dell’organista e compositore Jean Dattas e di un’attrice di teatro, Lydie studia a Londra, ritorna in Francia, ad Avignone, scrive. Nel 1970, per Mercure de France, pubblica un breve testo, <em>Noone</em>, di cui subito si dimentica. <strong>Ha vent’anni, Lydie, quando incontra Alexandre Romanès, trapezista e domatore di leoni, erede dei Bouglione, celebre famiglia gitana, tra i reali del circo. Per lei Alexandre fonda il “Cirque Lydia Bouglione”</strong>; tra i due, a mo’ di ospite, il terzo che esalta la coppia e la sua oscurità ferina, si mette Jean Genet. Anche lui, in fondo – Genet – figura circense, poeta clown: anzi, scrittore leonino.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="621" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/61sreJuourL-621x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95618" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/61sreJuourL-621x1024.jpg 621w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/61sreJuourL-182x300.jpg 182w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/61sreJuourL-600x989.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/61sreJuourL.jpg 655w" sizes="(max-width: 621px) 100vw, 621px" /></figure>



<p><strong>L’incontro con Jean Genet ispira l’opera più bella di Lydie Dattas, <em>La Nuit spirituelle</em>, specie di notte oscura della poesia, di eremo degli sconsacrati.</strong> Si tiene per sé quei quaderni, Lydie, regina dei tendoni, promotrice di vagabondaggi: la sua vita è di per sé una poetica; la poesia, celebrata sull’altare di pubblicazioni spesso acclamate, comincia nei tardi anni Novanta. “Vescovi e re si inchineranno di fronte a te”, scrive, per lei, Genet, stordito da quel talento, un affronto serafino e violento.</p>



<p>Anche Ernst Jünger rimane stupefatto da quella creatura indocile: le scrive, certo di aver scoperto in Lydie un redivivo Novalis: <strong>“Ho fatto buoni sogni dopo averti letto… non ho detto sogni gradevoli, piuttosto, di quelli che gettano la sonda a grande profondità…</strong> patrimonio delle donne è suggere alla concreta fonti della tristezza”.</p>



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<p>Pur sempre ai margini della vita ‘pubblica’, Lydie – donna di sfuggente bellezza – comincia il suo addestramento lirico leggendo i poeti arabi. È affascinata dall’opera di Jean Grosjean, che più tardi sarà il suo mento, e di lei scriverà:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Se pensiamo a quel tipo di sinistra grazia che deliziava i preraffaelliti, tale grazia è incorporata nella stasi estatica dei suoi testi… Questa è arte che diffida dell’artificio, che usa poche parole e poche immagini, e fa vibrare il più possibile una sorta di volontaria povertà… Insiste sulla fragilità… All’orecchio, ricorda i versi classici più puri, senza rispettarne le regole metriche, senza temere di aumentare un poco gli accelerati”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Dal 2001 Lydie comincia a pubblicare con Gallimard testi che, tra gli osanna dei mestatori di didascalie – in lei vedono ora un Lautréamont, ora un Rimbaud –, vivono una solitudine accorata, ancorata a inedite angelologie; non hanno paura di porsi, a tratti, come nevischio, purità fatta per spezzarsi, da conficcare in bocca; altre volte bolide di spine. <a href="https://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Poesie-Gallimard/Le-livre-des-anges-suivi-de-La-Nuit-spirituelle-et-de-Carnet-d-une-allumeuse" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Nel 2020 Gallimard pubblica un libro complessivo – <em>Le Livre des anges</em> – in cui convergono i testi più importanti di Lydie Dattas.</strong> </a>Il libro è introdotto da una lunga prefazione di <strong>Christian Bobin</strong>, a cui Lydie si lega, dopo il divorzio, nel 2000, da Alexandre Romanès. Secondo Bobin, la sequela poetica di Lydie Dattas riguarda “tre tentativi femminili di accedere al Sole del Verbo, al costo di pagare il prezzo della solitudine”: quelli di Emily Dickinson, Simone Weil e Catherine Pozzi. Scrive, tra l’altro, Bobin:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Ciò che non appare mai è l’apparizione stessa. Di lei conosciamo soltanto i libri – e alcune rare immagini, concesse controcuore – perché ha cercato sempre di vedere più che di essere vista. La fotografia che la ritrae con le spalle all’oceano, sprofonda nell’oceano dei cuori. Il suo viso sembra chiuso perché spalancato è l’abisso interiore. Lydie Dattas è stata colta alla nascita da una tempesta di sabbia: i mille atomi del dolore materno, minuscoli cristalli neri e taglienti, sono penetrati negli occhi della neonata. A questa tempesta ha risposto con diversi giorni di digiuno. Il digiuno, in tutte le tradizioni mistiche, è un passaggio al deserto, primo fremito di un assoluto appetito di vita. La bimba aveva un problema da risolvere. Mi unisco alla lotta confusa di tutti contro tutti, o ritorno nella notte da cui provengo? Una missione non si sceglie. Ha preso la decisione di vivere nel suo piccolo teschio di alabastro, con una tabella di marcia: comprendere la fibra del femminino che avrebbe dovuto incarnare. Per questo, ci mostra la sua architettura visibile e invisibile: il palazzo con i fossati, la sala del cerimoniale con i sotterranei… Scrivere una poesia: il solo strumento scientifico ad alta precisione che non tortura la realtà”.</strong></p>
</blockquote>



<p>La cantilena avvia alla mania, la dolce nenia dei nottambuli, la ripetizione del reclamato purissimo. L’innocenza va setacciata con impeto colpevole, resta sempre sui margini del pozzo, nell’oltresole. La poesia va sorseggiata fino al reprobo, bisogna levarne la buccia e bruciarla – così, della notte troveremo il latte.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="682" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/71DKAQPDBnL-682x1024.jpg" alt="" class="wp-image-95619" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/71DKAQPDBnL-682x1024.jpg 682w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/71DKAQPDBnL-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/71DKAQPDBnL-600x901.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/05/71DKAQPDBnL.jpg 719w" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" /></figure>



<p>In calce, breve antologia di testi di Lydie Dattas, finora inediti in Italia.</p>



<p>***</p>



<p><em>Il mio sangue è una vetrata</em></p>



<p>La mia infanzia è stata coronata dagli angeli:<br>nessuna disgrazia è stata troppo buona per me<br>quando i miei pensieri davano fuoco alle rose rosse.<br>Il mio sangue è una vetrata colorata di azzurro<br>gigli bianchi si affollano intorno ai miei pensieri<br>e la mia anima è imbevuta del sangue dell’azzurro.<br>Più tenero della notte nel cuore del bianco lillà,<br>il mio cuore è martirizzato dalla sua dolcezza.<br>L’azzurro assorbiva i progetti del male<br>questo azzurro pressoché bianco di cui si fa dono il cuore,<br>il mio cuore polverizzato dalla felicità delle rose.<br>L’amore ha l’ambizione sovrana dei morti<br>e un cuore magnifico, insensibile alle passioni.<br>Il tempo si è serrato intorno al mio pensare:<br>non potrò mai fare a meno della morte.<br>Difenderò la morte fino all’aldilà<br>e il mio nome musicale quanto il dolore.</p>



<p><em>*</em></p>



<p><em>Mi tira a sé, il cielo</em></p>



<p>Immacolata neve ricopre il mio cuore<br>la sventura volta il mio sguardo verso l’azzurro;<br>il mio cuore non può che amare l’azzurro<br>mi tira a sé, il cielo, con il suo terribile amore,<br>il cielo ha rimpiazzato il tuo amore nel mio cuore.<br>Ho sentito lo sguardo degli angeli sul mio cuore,<br>gli angeli hanno mischiato la mia anima con l’azzurro<br>e la rosa del cielo al mio celeste amore.<br>Gli angeli arrossiscono divinando il mio cuore:<br>gli angeli mi amano aldilà di ogni amore.<br>Come dubitare della bellezza degli angeli?<br>Come rinunciare al puro amore degli angeli?</p>



<p>*</p>



<p><em>All’alba</em></p>



<p>Ti amo dell’amore che ama l’alba<br>la bellezza dell’alba fa impallidire l’amore.<br>L’alba è così pura che ho rinnegato l’amore<br>quando l’alba ha preso d’assalto il mio cuore.<br>Cosa m’importa dell’amore quando mi ama l’alba,<br>la bellezza dell’alba supera la bellezza.<br>L’alba è così bella che amai la morte.<br>Un bel giorno, mi hai strappato dalle braccia del mio amore.</p>



<p>*</p>



<p><em>Sarei caduta</em></p>



<p>Ho rinnegato la bellezza perché ho rivisto l’alba,<br>ho abbandonato la bellezza per uno sguardo degli angeli.<br>Tutto il cielo mi accerchia nel blu dei giacinti,<br>tutto ciò che l’anima deve al dolce del cielo.<br>Gli angeli mi hanno trafitto il cuore con un giglio:<br>la mia anima si piega sotto il puro giogo dei gigli.<br>I gigli indovinano la mia divina tristezza,<br>la mia anima si acquatta nel puro profumo dei gigli<br>e sarei caduta senza il sostegno dei gigli.</p>



<p>*</p>



<p><em>Il sapore del paradiso</em></p>



<p>Mi meraviglio senza sapere perché:<br>per me la tristezza ha il sapore del paradiso.<br>O tristezza annunciata dalla beltà della sera,<br>gli angeli non sono dolci come credi<br>e ho sempre avuto accanto gli angeli.<br>La sventura ha voluto conoscere il mio viso<br>il cielo ha finto di dimenticarmi<br>non ho scordato la sventura un istante.</p>



<p>*</p>



<p>Da <em>La notte spirituale</em></p>



<p>Se ti parlo, non è da una coscienza luminosa, ma da quella regione dell’anima intessuta di notte e di spavento, dove il pensiero non è più il marchio di una ricchezza interiore o di una superiorità morale, ma traccia umiliata di una miseria spirituale così grande che sempre fu occultata, miseria ancora più grande perché non conosce il suo nome, ed è fatta precisamente dell’ignoranza della sua maledizione.</p>



<p>Scrivo da un luogo deserto dove il pensiero non ha mai soffiato e dove mai soffierà: fatto per la Notte, non scoprirai alcuna stella, alcun mondo sconosciuto, né conquisterai alcuna vetta, non creerai una lingua nuova, perché tutto ciò che mi appartiene è morto, e il mio regno, deserto come il piacere, non è che nulla… Scacciata dal paradiso spirituale, esiliata dalla bellezza – che non può essere che morale –, sverso nell’oscurità, nel nudo dell’anima, condannata alle untuose tenebre, soltanto il più miserabile degli uomini – il privo di conoscenza – può ancora nutrirmi di chimere e di sogni, mi persuade a proseguire, senza alcuna speranza di interrompermi, in questa eterna erranza dallo spirituale.</p>



<p>Destinata a vivere la Bellezza come mancanza, a sapere la mia anima per profanazione, come quelle prostitute così povere da essere condannate a mendicare eternamente gli uomini sotto forma di obolo simbolico; come quelle prostitute così perdute che possono aspirare soltanto a vendersi, devo restare sulla soglia della Bellezza come sui gradini di una mirabile cattedrale le cui vetrate abbaglianti, ai miei occhi, tuttavia, restano opache…</p>



<p>La Bellezza è il mio calvario. Ogni bellezza mi immerge nel cuore della disperazione, mi ricorda che sono bandita e rinnova la mia notte interiore, mi cala nel nuovo canto, nella nuova partitura di luce rinnovando in forma sempre più eclatante e irrevocabile l’anatema che mi impedisce di approssimarmi… La mia povertà spirituale, che risalta presso la loro incomparabile ricchezza, è fatta dei più bei cantici, delle melodie più caste, e la mia anima, eternamente segnata dall’immacolato sogno della Bellezza, deve vivere attraverso di loro la sua notte spirituale… Esisto perché la spiritualità fuori di me sia più pura, più alta l’intelligenza, più luminosa la bontà, devo vivere di questa miseria senza alcun modo di sfuggirle.</p>



<p>Poiché la tua luce è foggiata sulla mia notte, la tua gloria è l’esito della mia umiliazione, la tua magnificenza ha bisogno della mia povertà, questo canto è il rovescio del pensiero, il contrario del linguaggio… Se nulla all’apparenza lo distingue dal tuo, neppure lo splendore del verbo, l’avida altezza del pensiero, potranno far sì che tutto ciò non designi altro che la mia povertà spirituale… Se in queste frasi miserabili e millesimate nel lutto si riconosce lo stile del tuo più luminoso canto, dei tuoi più puri pensieri, è perché queste frasi, maledette, oscurate da una cima all’altra dalla mia anima, sono tue, sanate e miracolosamente ritornate a se stesse.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Lydie Dattas</em></strong></p>
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		<item>
		<title>Bruce Chatwin, l’esteta irrequieto (&#8230;e gli incontri con Malraux, Jünger, Klaus Kinski, Nadežda Mandel’stam)</title>
		<link>https://www.pangea.news/bruce-chatwin-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2020 04:34:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Bruce Chatwin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bruce Chatwin aveva gli scarponi al collo e la faccia da angelo in ceramica. “Bruce è un nome di cane in Inghilterra (non in Australia), ed era anche il cognome dei nostri cugini scozzesi. L’etimologia di ‘Chatwin’ è oscura, ma lo zio Robin, suonatore di fagotto, sosteneva che in anglosassone chette-wynde voleva dire ‘sentiero tortuoso’. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bruce Chatwin aveva gli scarponi al collo e la faccia da angelo in ceramica. “Bruce è un nome di cane in Inghilterra (non in Australia), ed era anche il cognome dei nostri cugini scozzesi.</strong> L’etimologia di ‘Chatwin’ è oscura, ma lo zio Robin, suonatore di fagotto, sosteneva che in anglosassone <em>chette-wynde </em>voleva dire ‘sentiero tortuoso’. Il nostro ramo della famiglia risale a un fabbricante di bottoni di Birmingham, ma in un angolo remoto dello Utah esiste una dinastia di Chatwin mormoni, e di recente ho avuto notizia di un signor Chatwin e signora, trapezisti”, scrive, declinando l’oro della sua stirpe, nel documento autobiografico <em>Ho sempre desiderato andare in Patagonia. </em>Tra gli avi nobili, Chatwin, figlio di buona famiglia – padre avvocato e impegnato nella Royal Navy – nato il 13 maggio del 1940, cita uno “zio Geoffrey, arabista e viaggiatore del deserto, che al pari di T.E. Lawrence ebbe in dono dall’emiro Feisal un aureo copricapo (poi venduto), e morì povero al Cairo”. <strong>Ecco: Chatwin fu l’opposto di T.E. Lawrence. All’avventura spiritata preferì l’ordinario nomadismo; alla dissipazione lo spirito ironico; alle vaste campiture narrative con aggettivi magnetici una scrittura lucida, con dedizione all’intarsio.</strong> Mi è sempre parso che Chatwin proponga un’irrequietezza da sorbirsi in cottage, in sedentaria solidarietà; d’altronde, le Moleskine si comprano immaginando un fittizio Capo Horn, decrittando le imprese che non condurremmo mai.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75600 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-196x300.jpg" alt="" width="270" height="414" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-669x1024.jpg 669w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-768x1176.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-1003x1536.jpg 1003w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-1337x2048.jpg 1337w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66-1320x2022.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-66.jpg 1518w" sizes="(max-width: 270px) 100vw, 270px" />A proposito. <em>In Patagonia </em>è ritenuto il libro più bello di Chatwin: inizia con “un pezzo di brontosauro” e fonda una breve azienda turistica. Pubblicato nel 1977, è ‘di culto’ da quando Chatwin vaga nella Patagonia celeste, era il 1989. Nello stesso tempo, Chatwin fa qualcosa di antico – piglia l’acutezza di Ruskin e di Walter Pater – e di moderno – viaggia <em>on the road</em>. E viceversa. Per me, il libro più bello è <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845903069" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Le Vie dei Canti</em></a> (1987) – l’idea che l’identità aborigena coincida con il poema di un sognatore, che annodi nel canto le storie di tutti, mi affascinò a lungo. <strong>Chatwin segue il filo del racconto più che il criterio dello studio, per questo ci incanta. Porzioni di libro sono la – fittizia – trascrizione dei propri appunti. “Nella <em>Muqaddima</em> di Ibn Khaldun, filosofo che considerò la condizione umana dal punto di vista del nomade si legge: ‘Il popolo del deserto è più vicino dei popoli stanziali alla bontà, perché è più vicino al Primo Stato e più lontano da tutte le cattive abitudini che hanno corrotto i cuori di chi ha lasciato la vita nomade’”.</strong> Chatwin insegna, insomma, che il miglior modo di viaggiare è leggere i viaggi altrui – oggi, d’altronde, non potremmo fare altro. E che viaggiare è seguire le tracce di altri, fare i segugi.</p>
<p>*</p>
<p>La dinamica proposta da Chatwin funziona. Deserto contro città; tenda contro casa; nomadi contro stanziali; cacciatori contro operai. In verità, l’uomo è il culmine di un contraddittorio: è un nomade stanziale. <strong>Ci muoviamo per lavoro ma vogliamo una casa a cui tornare; se siamo reclusi in casa vaghiamo svagandoci, tentando l’ascesi o l’ascesa del divano, mentre il nostro destino è umettato di fiction.</strong> Ogni uomo si muove per trovare una sede: Alessandro Magno viaggia tra Macedonia e India per porre il proprio palazzo a Babilonia. Anche Dio, infine, vuole casa in un Tempio.</p>
<p>*</p>
<p>Chatwin viaggia con la perizia del gemmologo: non è mai ‘sporco’ né estasiato. Gli scarponi li tiene intorno al collo. Per primo, ha portato la scrivania vittoriana in Dahomey: anche l’efferato, in Chatwin, è afferrabile con la ragione, scomposto in aggettivi, vaporizzato nel racconto. <strong>La follia di Klaus Kinski – protagonista di <em>Cobra verde</em>, film di Werner Herzog tratto dal <em>Viceré di Ouidah </em>di Chatwin – è anestetizzata in una descrizione che pare giungere per angelologia da Dickens: “un adolescente di sessant’anni, tutto in bianco, con una criniera di capelli gialli. Non corrisponde esattamente all’idea che ho io di uno schiavista brasiliano, ma lasciamo correre”.</strong> Chatwin emerge dalla polvere fredda di Punta Arenas come appare da Sotheby’s, con la stessa, attenta eleganza. Per questo, adorava gli scriteriati.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75601 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-64-193x300.jpg" alt="" width="278" height="432" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-64-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-64.jpg 578w" sizes="(max-width: 278px) 100vw, 278px" />Con <em>scriteriati</em> intendo quegli uomini che non si adattano ai criteri di questo mondo. Dovrei dire, <em>genio</em>, se è genio la capacità di sdraiarsi sulla cresta della Storia, stabilirsi nella <em>fortuna</em>, fecondi senza caparbietà, audaci per dote e per dono, spietati eppure puri, certi del rispetto che si concede ai toccati dalla grazia. In <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845918957" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Che ci faccio qui? </em></a>Bruce Chatwin pretende l’incontro con due nomadi molto diversi da lui, per statura e scrittura: André Malraux e Ernst Jünger. Di questi, ama l’infallibile, il pudore che nessuno valica, lo spudorato <em>carisma</em> – non saprei come altro dire. <strong>“Malraux ha il tempismo di un opportunista di razza ed è stato testimone e partecipe di grandi eventi della storia moderna. Lui solo può raccontare che Stalin considerava <em>Robinson Crusoe </em>‘il primo romanzo socialista’, e che la mano di Mao Tse-tung è ‘rosa come se l’avessero bollita’, e che la pelle bianca e gli occhi spiritati di Trotckij lo facevano somigliare a un idolo sumero di alabastro”.</strong> L’ironia ingabbia di quel tanto l’ammirazione: Malraux è il romanziere narciso, l’esistenzialista corrusco, il brigante dionisiaco, l’esteta mentitore, per cui “le persone di oggi si dissolvono nel mito” e “Mao Tse-tung, ‘il grande imperatore di bronzo’ delle <em>Antimemorie</em> è intercambiabile, in un certo senso, con la statua rilucente di un antico re-sacerdote mesopotamico”. Il dialogo si svolge nel 1974, Malraux morirà due anni dopo. “Concludemmo la conversazione parlando dell’Afghanistan, con i suoi fiumi verde pallido e i suoi monasteri buddhisti, dove le aquile volteggiano sopra le foreste di cedri deodara e gli uomini delle tribù portano asce da combattimento di rame…”. Allora, Malraux, pronto all’ennesima avventura, mai domo, sussurra, “e c’è sempre il Tibet…”.</p>
<p>*</p>
<p>Beh, Chatwin sa fronteggiare questi personaggi – ci vuole lignaggio oltre a leggerezza per farlo. Jünger resta ai suoi occhi un implacabile enigma. <strong>Il pezzo, del 1981, è un piccolo gioiello, fin dall’incipit: “Il 18 giugno 1940 Winston Churchill concluse il suo discorso alla Camera dei Comuni con le parole: ‘Questa è stata la loro ora più bella!’, e quella sera stessa un personaggio molto diverso, con l’uniforme grigia di ufficiale della Wehrmacht, si sedette nello studio della duchessa de la Rochefoucauld al castello di Montmirail.</strong> Quell’ospite non invitato era un uomo di quarantacinque anni, basso di statura ma atletico, con la bocca fissa in un’espressione di stima per se stesso e con gli occhi azzurri di una tonalità particolarmente artica. Sfogliava i libri della duchessa col tocco sapiente del bibliomane e notò che molti recavano la dedica di famosi scrittori. Da un volume scivolò e cadde a terra una lettera…”. Chatwin è uno scrittore che ama le armonie e le superfici ben levigate – “<em>particolarmente</em> artica” –, la “prosa dura e lucida… imperturbabile” di Jünger e “la fermezza incrollabile delle sue idee” lo soggioga e abbaglia. Che, durante una esecuzione in un bosco francese, Jünger descriva i tremiti del bosco e dell’uomo e “una mosca che danzava in un raggio di sole”, lo repelle e lo inietta nell’apollineo. L’incontro con Jünger si rivelerà inutile – il tedesco è chiuso all’ingordigia di pettegolezzi dell’inglese. Gli concede però, “dato che Montherlant m’interessava”, di studiare una copia del foglio che stava sulla scrivania del francese, quando questi si è ammazzato. “Il suicidio fa parte del capitale dell’umanità”, è scritto, in francese. L’aforisma è di Jünger, “risale agli anni Trenta”, la calligrafia di Montherlant. Il foglio è chiazzato. “Le macchie erano fotocopie del sangue”.</p>
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<p>Iosif Brodskij venerava Nadežda, la moglie di Osip Mandel’stam. “Per decenni visse alla macchia, in fuga perpetua svolazzando tra gli angiporti e oscure città del grande impero, posandosi in un nuovo nido solo per riprendere il volo al primo segnale di pericolo. La condizione di ‘non persona’ divenne a poco a poco la sua seconda natura”, scrive il poeta in una memoria raccolta in <em>Fuga da Bisanzio</em>. <strong>Chatwin è da Nade</strong><strong>žda nel 1978. Lei gli mostra un quadro di Weissberg. “Il quadro era tutto bianco, bianco su bianco, qualche bottiglia bianca su un fondo vuoto e bianco”. Poi fa, “è il nostro miglior pittore: che in Russia non si possa fare che questo, dipingere il bianco?”.</strong> In quel caso, il bianco non è opportunità ma prigionia, la gogna più che il giglio, non è l’innocenza ma l’assassinio, perché quel bianco è nero raddoppiato. (d.b.)</p>
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		<title>Avremmo avuto Baudelaire senza l’oppio? Su droghe, letteratura e CIA. Dialogo con Mario Iannaccone</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2020 04:38:24 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto è estasi. L’uomo è qui per andare al di là – uscire fuori di sé, da sempre, è la formula per capire chi si è. Ombelico e terzo occhio; interiorità estrema ed esplosione. <strong>Ovviamente… tra Woodstock ed Eleusi la distanza è straordinaria. In Messico, tra i Tarahumara, Antonin Artaud cerca la Cabala, “la musica dei Numeri”, che regge la Natura</strong>; descrivendo la danza del Peyotl, “nel profondo della montagna di quegli Indi tarahumara”, gli accade, in visione, “la Natività di Hieronymus Bosch”. D’altra parte Ernst Jünger, che fa il suo primo viaggio a base di Lsd nel 1951, a 55 anni, guidato da Albert Hofmann, nel 1966 osserva come la droga, veicolo sacro che chiede spazi adeguati e adatti ‘sacerdoti’, che pretende il segreto, sia stata “profanata” dal fenomeno beat, di massa (“Non lo dite a nessuno, solo al saggio: ciò vale anche davanti a questa profanazione”; si legga: Jünger-Hofmann, <a href="https://www.ilgiornale.it/news/hofmann-j-nger-i-nonni-lisergici-1447874.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Lsd. Carteggio 1947-1997</em></a>, Giometti &amp; Antonello, 2017). <strong>“L’interesse per le droghe entra nella cultura occidentale alla fine del Settecento. Viaggiatori curiosi, spintisi a studiare i costumi dei lapponi, delle popolazioni siberiane o indie, riportavano racconti di costumanze religiose basate sulla possessione degli spiriti e sull’uso di sostanze inebrianti.</strong> Le sostanze allucinogene, veniva raccontato ai viaggiatori, indeboliscono le barriere che sbarrano la via agli influssi soprannaturali nella coscienza, permettendo agli spiriti e ai demoni di parlare. Chi sa usare queste comunicazioni, e trarne benefici per tutti – si leggeva nei primi resoconti che spiegavano tali pratiche, come il <em>De Lapponibus</em> di Canutus Leemius (Copenaghen, 1767) – sono gli sciamani”, scrive <strong>Mario Iannaccone</strong> in uno studio sulla <a href="https://www.edizioniares.it/it/prodotti/attualitaestoria/rivoluzione-psichedelica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Rivoluzione psichedelica</em></strong></a><em> – </em>in versione aggiornata e accresciuta rispetto a quello edito da SugarCo nel 2008. Il libro, informatissimo, parte dall’uso ‘estetico’ – o meglio: per una estetica dell’estasi – della droga – i <em>paradisi artificiali</em> di Baudelaire, Coleridge, Gautier, Freud, Jung, D.H. Lawrence – fino alla funzione attribuita all’eccitante da Aldous Huxley, alle scoperte di Timothy Leary e Richard Alpert, all’uso di massa, veicolato dai <em>beat</em>, che avrà fatto gran bene alla musica ma non troppo all’uomo. <strong>Iannaccone studia l’uso ‘politico’ che fu fatto della droga, l’abuso dei servizi segreti, le nuove frontiere della ricerca lisergica (che ci coinvolgono). Nella zuppa degli anni Sessanta-Settanta, in cui il <em>Libro tibetano dei morti </em>veniva alternato ai Beatles, dove tutto era essoterico,</strong> si scambiava il sesso libero con il tantrismo e dal triplice <em>love</em> si passò alle pallottole e alla coercizione per mezzo di allucinogeni, l’uomo cercava, è canone, l’Oriente fuori di sé, l’El Dorando in un’India dei desideri. Di solito, basta guardare sotto i piedi, nell’erba, dietro la sedia. (d.b.)</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75483 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-58-207x300.jpg" alt="" width="318" height="461" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-58-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-58.jpg 400w" sizes="(max-width: 318px) 100vw, 318px" />Da Coleridge (su cui apri il libro) in qua, fino a Baudelaire, Artaud, Jünger, si ritiene che l&#8217;eccitante sia necessario ad ‘aprire la mente’ verso immaginari inauditi, utili, in era moderna e contemporanea, all’arte: è effettivamente così?</strong></p>
<p>Necessario no, direi utile ad alcuni sicuramente. A qualcuno lo shock chimico ha dato una scossa creativa. Samuel T. Coleridge, in un momento di stanca, iniziò a scrivere il poemetto <em>Xanadu</em>, piccolo gioiello del sublime, ma non riuscì a finirlo. Si servì del laudano, l’oppio in forma alcolica, per calmare le ansie di cui soffriva ma in seguito vi ricorse meno. <strong>Un vero cultore di una sostanza che, in certi casi e ad alte concentrazioni, viene talvolta inserita nella farmacopea psichedelica (parola inventata come è noto nel 1957 dallo psichiatra Humphry Osmond) è stato Charles Baudelaire. Avremmo avuto Baudelaire senza l’hashish e senza l’oppio? Non credo.</strong> Antonin Artaud è un altro caso interessante. Era dipendente dagli oppiaci a causa di dolori cronici ma la sua vera ricerca delle visioni iniziò con il peyote. Negli anni Trenta si recò in zone selvagge del Messico, a dorso di asino, camminando per strade difficili, giungendo al paese dei Tarahumara che descrive con accenti che ricordano i “paesi impossibili” di Howard P. Lovecraft. L’esperienza che ebbe con un “prete dei cigurì”, come lo chiama lui, sciamano del peyote, è impressionante. La descrive, appunto, nel libro <em>Al paese dei Tarahumara. </em><strong>Sottoposto al rituale – dopo essere stato messo in guardia – si trova proiettato in un mondo inaudito, dove vi sono occhi giganteschi, figure colossali e incomprensibili. Alla fine si sente “rovesciato” da se stesso e da allora non abbandona più quella sensazione. </strong>Ma è difficile dire se questa esperienza abbia influito sulla sua creatività: pochi anni dopo verrà rinchiuso in una clinica psichiatrica. Chi, a parte Baudelaire, ha sicuramente lucrato di più di questi esperimenti è stato Ernst Jünger. Con la sua olimpica tranquillità, ha “assaggiato” di tutto” senza perdersi. Aveva internamente il modello del suo personaggio Peri che si trova nel romanzo <em>Heliopolis</em> (1949). Peri è lo psiconauta che nel suo romanzo cerca nei territori del sogno aiutandosi con droghe rare che prende con oculato timore. A differenza di tutti gli altri, Jünger, che 20 anni fa ci metteva in guardia dall’avvento dell’epoca dei “titani”, la nostra, è morto a 102 anni.</p>
<p><strong>Qual è l’autore più ‘lisergico’ e quello per cui l’uso di eccitanti si è rivelato un disastro?</strong></p>
<p>Personalmente credo che l’uso massiccio di LSD, in particolare, sia stato un carburante per il rock e il pop ma un deprimente per gli uomini di lettere, per la filosofia e per il pensiero in generale. Anche se ci sono delle eccezioni. <strong>Si potrebbe citare il romanziere Ken Kesey. Giovanissimo, dopo un corso di letteratura, mentre cercava di scrivere, accettò di sottoporsi a sessioni pesantissime di assunzione di sostanze allucinogene in un ospedale militare. Si trovò cambiato per sempre e durante quelle sessioni scrisse un romanzo bellissimo: <em>Qualcuno volò sul nido e del cuculo</em>.</strong> È il romanzo che ci racconta che i matti sono più sani dei sani (era l’argomento di quegli anni, ma anche dei nostri tempi folli); e del capo indiano che viene liberato dalla sua riserva mentale. Quello fu scritto sotto l’effetto dell’LSD. Come <em>Sometimes a Great Notion</em>. Dopodiché, Kesey si perse. Rimase per sempre il leader dei Merry Pranksters, gli Allegri Burloni che inventarono il viaggio americano Coast to Coast sul famoso bus multicolore Furthur: fecero il viaggio coast-to-coast al contrario, dalla California allo stato di New York, sino alla tetra dimora dove si erano rifugiati i professori di Harvard psichedelici, Leary e Alpert. <strong>Andrò contro il gusto di alcuni ma, secondo me, il disastro maggiore è William Burroughs, che si sentì posseduto da un demone dopo aver ucciso la moglie sotto l’effetto della droga, un demone che lo tormentò per tutta la vita. Scrisse di incubi e orrori e poco altro.</strong> Disse di sentirsi più tranquillo quando si fece fare un esorcismo, ma successe negli ultimi anni della sua vita.</p>
<p><strong>D’altronde, da quando l’uomo è uomo cerca i metodi più facili per ‘uscire di sé’: tra estasi ed ecstasy la distanza pare breve&#8230; Cosa ha animato la tua ricerca, perché l’hai svolta, da quale ispirazione sei partito?</strong></p>
<p>Sono sempre stato affascinato dagli stati alterati di coscienza, da ciò che possono indurre, dai loro pericoli, dal fatto che vengano sempre ricercati. <strong>La preghiera cerca un’alterazione della coscienza, e la mistica anche, necessariamente. Non a caso, ho concluso il mio percorso universitario con una tesi sugli <em>Esercizi Spirituali</em> di sant’Ignazio di Loyola, che comprendono una fase di immaginazione attiva, immersiva, assolutamente unica.</strong> Lui coronò la sua conversione con la visione di Manresa, dopo la quale vide che tutto era come lo aveva sempre visto, ma con un “significato diverso”. Parole enigmatiche e affascinanti, un’esperienza potente ma indicibile, che mi ha sempre affascinato. E più di recente, ho pubblicato una biografia di san Giovanni della Croce, <a href="http://www.pangea.news/in-quella-tenebra-cerco-un-rivolo-di-luce-e-scrisse-versi-stupendi-la-prima-biografia-italiana-di-giovanni-della-croce-il-mistico-estremista-dialogo-con-lautore/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Benché sia notte</em></strong></a>, il carmelitano scalzo spesso inabissato in lunghe estasi. Senza capire molto della qualità della sua estasi e senza sottilizzare in teologia, i dottori lisergici di Millbrook usavano proprio <em>La Notte Oscura</em> di Giovanni durante i loro trip. Dunque, a chi mi chiede come mai mi occupi di cose così diverse fra loro, rispondo che non sono argomenti diversi: è lo stesso argomento visto da angolazioni diverse.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75484 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890-192x300.jpg" alt="" width="269" height="420" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-55-e1587810216890.jpg 716w" sizes="(max-width: 269px) 100vw, 269px" />Jünger, nel suo dialogo con Alfred Hofmann, lo ‘scopritore’ dell’Lsd, pone una netta differenza tra un uso della droga che tocca il sacro, esito di un percorso di ricerca personale, e il vilipendio pop (beat) della medesima sostanza, come ‘sballo’. Regge questa distinzione?</strong></p>
<p>Regge, perché – lasciando perdere le culture sciamaniche orientali o nordiche – per millenni nel centro dell’Europa sono esistiti luoghi come i templi di Apollo, Demetra e Persefone, con Eleusi in primis, dove l’esperienza estatica era favorita, nelle sue visioni, da ingestioni di sostanze, funghi o bevande inebrianti. Lì non c’era sballo ma ricerca, ritualmente ordinata, preparata. Il vino dell’eucaristia sta proprio a significare la sostituzione, una volta per tutte, di ogni sostanza inebriante, portatrice di visioni e stati alterati di coscienza, con la Visione ultima, cristiana. <strong>Dunque, sì, la distinzione proposta dall’aristocratico Jünger, psiconauta attentissimo, è valida e concordavano molti seri studiosi, a cominciare da Mircea Eliade. L’intossicazione della Rivoluzione psichedelica fu selvaggia, sregolata, all’inizio indotta poi autoalimentata</strong>, e produsse inizialmente una fiammata di creatività soprattutto nella musica, diciamo sino alla metà degli anni Settanta o poco oltre, dopodiché si spense. Oggi, nei rave, altre sostanze che alterano la percezione del tempo e dello spazio impongono un dionisismo brutale, feroce.</p>
<p><strong>Come si connette l’uso della droga con una propensione ‘politica’, con una scelta sociale? Uscire da questo mondo in una forma ‘rivoluzionaria’, per costruire un altro mondo. </strong></p>
<p>L’uso della droga per alimentare smottamenti politici fu teorizzato prima dai Beat, negli anni Cinquanta. <strong>Erano intossicati di anfetamine, benzedrina, alcool: isterici, veloci, cattivi e disorganizzati. Piccole cerchie che cercavano la rivoluzione personale che doveva poi estendersi alla politica, ma con calma. Poi arrivarono gli Hippy, molti dei quali erano sicuri che la civiltà sarebbe velocemente crollata, che ci sarebbe stata penuria di tutto, che il sistema non avrebbe retto e che soltanto gli psichedelici potevano “curare” la società.</strong> Era la versione pop di ciò che pensavano anche alcuni psicologi come Richard Alpert (che poi divenne il guru Ram Dass). Alcuni produttori indipendenti di LSD proposero veri e propri manifesti politici per distribuire l’LSD ai potenti. L’acido lisergico divenne la sostanza più importante e diffusa, più dei derivati del peyote (mescalina) e del derivato del fungo provato da Artaud, la psilocibina. L’LSD era più abbondante, potente. Anche i politicizzati di Berkeley vi si convertirono. Erano convinti che potesse “cambiare” il mondo, rivoltarlo, spargendo pace, amore e tolleranza e… Love, Love Love. Ci credettero davvero, alcuni, tanto che distribuirono decine di migliaia di dosi gratuitamente. Sono i cosiddetti Johnny Appleseed, i “disseminatori”, i distributori di LSD, più o meno collegati a centrali oscure, come Al Hubbard o l’inglese Michael Hollingshead soprannominato <em>L’uomo che ha acceso il mondo</em>. E Aldous Huxley, naturalmente, che è stato il vero ideologo della Rivoluzione psichedelica. Soltanto che Huxley non credeva ai progetti rivoluzionari alla Leary, ma a un’infusione lenta, per cerchie che dovevano allargarsi piano piano. Non negli stadi, come volevano Leary o i Merry Pranksters di Ken Kesey. Huxley ha lasciato un vero e proprio progetto politico nel libro <em>L’isola</em>, scritto poco prima di morire.</p>
<p><strong>Come entra la Cia nella tua ricerca?</strong></p>
<p>La Cia entra perché, come tutte le agenzie del mondo (di quella russa sappiamo meno), aveva attivato dei progetti per capire come potevano essere usate determinate sostanze. E ha unificato nel 1953 tutti i progetti militari già attivi, principalmente interessati a capire se fosse scientificamente possibile il “lavaggio del cervello” e il controllo mentale, nel famoso progetto ombrello Mk-Ultra, attivo, con vari nomi, dal 1953 al 1973, e poi inabissatosi probabilmente con altri nomi. Hanno così sperimentato in studi finanziati a università e centri ricerca, ma anche in studi sul campo molto meno scientifici, e persino su soggetti inconsapevoli, gli effetti di mescalina, psilocibina, DMT, LSD principalmente, e poi di altre sostanze. Alla fine hanno probabilmente scoperto che gli usi non potevano essere massicci come si pensava. <strong>Eppure una fazione interna, secondo Leary e altri protagonisti di quella stagione, volle la distribuzione massiccia dell’LSD nelle strade come esperimento sociale. La sostanza, si diceva, diminuiva la conflittualità sociale. Così nacque l’esperimento di Haight-Ashbury e della Summer of Love. Molti aspetti sono poco chiari ma è sicuro che dopo la messa al bando dell’LSD nel 1966, servizi segreti, grande finanza e trafficanti internazionali, tutti collegati, si misero nell’affare della produzione di sostanze di vario effetto, e soprattutto dell’eroina che inondò il mercato a fine decennio, cambiando il <em>mood</em>.</strong> Ad ogni modo, a parte i finanziamenti cospicui, a pioggia, a tanti istituti che dovevano studiare gli usi militari o di intelligence delle sostanze psichedeliche, non si possono ignorare due fatti: Timothy Leary era l’autore del manuale di profilazione degli agenti della CIA (il Leary) prima di diventare il profeta dell’LSD. E tutta la storia dell’interesse dell’agenzia per la sostanza venne fuori quando la famiglia di Olson, l’uomo a cui era stato sciolto dell’acido in un cocktail e che si era ucciso gettandosi da una finestra, chiese la desecretazione dei documenti. Da qui, la commissione Church nel 1977 pubblicò migliaia di pagine dove venne fuori la vastità dei programmi di ricerca dell’agenzia.</p>
<p><strong>Qual è stata la scoperta più sorprendente in cui sei incappato facendo ricerca?</strong></p>
<p>La scoperta è che oggi si torna a progettare una rivoluzione psichedelica, ma più medicalizzata. Molti di coloro che furono in disaccordo con la messa al bando delle sostanze psichedeliche ed enteogeniche nel corso del 1966 e poi via via, nel corso degli anni Settanta e Ottanta, hanno costituito fondazioni e centri ricerca riuscendo a far riammettere programmi per l’uso clinico dell’LSD e altre sostanze a scopo terapeutico, come la cura dell’alcolismo. <strong>Il che va bene, è un ritorno a sperimentazioni già tentate, ma la cosa più preoccupante è che molti di questi scienziati e attivisti sostengono l’uso di certe sostanze per migliorare quelle personalità che loro considerano “dogmatiche” “rigide” o “intolleranti”.</strong> Si apre così alla possibilità della psichiatria politica del resto già apertamente discussa ad Harvard, oggi come 50 anni fa.</p>
<p><strong>Sintetizza la ‘morale’ della favola, le conclusioni del tuo libro.</strong></p>
<p>Che la favola degli apprendisti stregoni andrebbe continuamente rimandata a memoria.</p>
<p><em>*In copertina: Maggio 1969, di fianco a John Lennon e Yoko Ono, a destra, Timothy Leary e la moglie Rosemary</em></p>
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		<title>Nuovo Vocabolario del Virus: “Regola”. In tempi di regolamenti, è bene leggere le regole dei grandi ordini. Gita tra uomini in rivolta e ribelli con Camus e Jünger. In casa come in un atlante celeste</title>
		<link>https://www.pangea.news/nuovo-vocabolario-del-virus-regola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Apr 2020 11:17:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Camus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Regola”: La regola è una linea – dalla linea al reggimento il tratto è breve. Ci è detto che “dobbiamo rispettare le regole”: la regola ha la sua evidenza metaforica nelle code, ordinate, ordinarie, davanti al supermercato (l’irregolare, a contrario, opta per la disciplina del digiuno, la pratica del niente). L’etimologia è spiccia: regola proviene [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nuovo-vocabolario-del-virus-regola/">Nuovo Vocabolario del Virus: “Regola”. In tempi di regolamenti, è bene leggere le regole dei grandi ordini. Gita tra uomini in rivolta e ribelli con Camus e Jünger. In casa come in un atlante celeste</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Regola”:</strong> La <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/regola/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">regola</a> è una linea – dalla linea al reggimento il tratto è breve. Ci è detto che “dobbiamo rispettare le regole”: <strong>la regola ha la sua evidenza metaforica nelle code, ordinate, ordinarie, davanti al supermercato (l’irregolare, a contrario, opta per la disciplina del digiuno, la pratica del niente).</strong> L’etimologia è spiccia: <em>regola</em> proviene dal <em>regolo</em>, l’asta che serviva per tracciare le linee diritte – senza un oggetto esterno l’uomo, per natura, va storto, non ‘tira dritto’. Il carisma di una regola, insomma, si misura col righello. Il concetto astratto – <em>regola</em> – mantiene del <em>regolo</em> tutte le caratteristiche: la regola impone una direzione, chiede una drittura morale, se evadi le regole vanifichi gli sforzi e ti pesto le dita con l’asta (ergo: la multa).</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74926 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-20-225x300.jpg" alt="" width="288" height="384" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-20-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-20-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-20.jpg 576w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" />Filosofeggiando si potrebbe dire: costretti alla regola, cioè al regime concentrazionario del progresso (si va dal punto A al punto B di una retta). <strong>Chi al rettilineo predilige la sfera, l’aurea dedizione alla circonferenza si faccia di lato, pratichi gnosi nella propria soffitta.</strong> Altri elementi appropriati alla ragione e al suo vaniloquio – l’ellisse, la spirale – non sono considerati, eppure io credo che la regola del mondo sia degnamente rappresentata dall’<em>uroboro </em>– il serpente che si morde la coda – più che dalle code serpentine ma dirette a uno scopo davanti ai supermarket. Di fatto, la sola regola è quella della pianta che, con disordinata strategia, nello sfogo, mira alla luce – siamo esseri diretti alla luce.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La regola cerca di addomesticare il caos verso un fine. L’uomo si dota di regole – espresse dal <em>codice</em> – per frenare i propri istinti – riassunti nella rotondità logica del <em>mors tua vita mea</em>.</strong> Attraverso la regola, piuttosto, si lima il tempo, si crea una corrispondenza tra i propri atti e i mutamenti del cosmo. Se compio alcuni gesti regolari, l’opera del mondo muta: sono uno, responsabile del tutto. Per chi ha fede, la regola riassume le nebulose intenzioni di un dio – oppure, l’astuzia con cui raggiungerlo.</p>
<p>*</p>
<p>Uno dei primi significati di regola è: “metodo pratico per la risoluzione di taluni problemi”. Oggi le regole le detta la scienza. Ma oggi, con evidenza, la scienza – anche quella che galleggia in tivù – si incarta sulle regole. La scienza si è evoluta esponenzialmente in orizzontale – la cura tramite la tecnica, sempre più efficace – senza uno scatto verticale. Di fronte all’imprevisto – un virus ignoto – la risposta è la stessa da diversi millenni: evitare il contatto. D’altronde, non esistono regole condivise neanche tra chi fonda le regole: si battibecca tra mascherina sì, no, quale; sulla distanza di sicurezza (un metro, no, meglio un metro e mezzo, magari un metro e 80 centimetri, a dire il vero è meglio due, anzi, state chiusi in casa e basta); sulla lettura dei dati (dimmi come li leggi e ti dirò che futuro avrai). Di certo, la poesia è più chiara – che paradosso – di una spiegazione scientifica e sensata: di fronte allo stupore non c’è dibattito, di fronte a ciò che abbaglia non c’è l’abbaglio di una discussione, vi si obbedisce. Per questo – lo ripeto – in tivù, di fianco allo scienziato vorrei vedere il poeta, sciancato, che balbetta qualche verso, che ci regoli al necessario.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Una regola non ha senso in sé, ma in base a ciò che si prefigge. Francesco sapeva che ogni descrizione – scientifica, teologica, filosofica – cova in sé interpreti, fraintendimenti. Il demonio è all’ombra di ogni lettera, si alligna nel numero.</strong> Per questo, nel 1210, al cospetto di Innocenzo III, Francesco non ha alcuna ‘regola di vita’ da ostentare: ritaglia e ripete alcuni versetti del Vangelo, <a href="https://www.ibs.it/se-vuoi-essere-perfetto-libro-francesco-d-assisi-san/e/9788899997700" target="_blank" rel="noopener noreferrer">gli basta regolarsi ad essi,</a> questi:</p>
<p>Se vuoi essere perfetto<br />
va’ e vendi ogni bene<br />
dà tutto ai poveri<br />
in cielo è il tesoro<br />
e vieni<br />
e seguimi</p>
<p>(<em>Mt</em> 19, 21)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Afferrate nulla<br />
né bastone né sacca<br />
né pane né denaro</p>
<p>(<em>Lc</em> 9, 3)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se vuoi seguirmi<br />
annientati<br />
perditi<br />
abbraccia la croce<br />
rintracciami</p>
<p>(<em>Mt</em> 16, 24)</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-74927 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-16-178x300.jpg" alt="" width="244" height="411" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-16-178x300.jpg 178w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-16.jpg 600w" sizes="(max-width: 244px) 100vw, 244px" />A volte, la linea tracciata dalla regola non corrisponde con quella a cui mi forza il destino, il talento, l’istinto. (Il corpo, non dimentichiamo, va regolato come un orologio). A volte, una regola può essere ingiusta. Nello stesso anno, il 1951, Albert Camus pubblica <a href="https://www.bompiani.it/catalogo/luomo-in-rivolta-9788845252785" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>L’uomo in rivolta </em></a>e Ernst J</strong><strong>ünger il <a href="https://www.adelphi.it/libro/9788845907586" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Trattato del Ribelle</em></a>.</strong> L’uomo in rivolta è “un uomo che dice no – ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice sì fin dal suo primo muoversi”, scrive Camus. “Il poeta è Ribelle”, scrive Jünger, perché “con la sua opera e con la sua vita, il poeta manifesta l’enorme superiorità del regno delle Muse su quello della tecnica”. “La politica non è religione, o allora è inquisizione… La storia non può essere innalzata a oggetto di culto. È solo un’occasione, che si tratta di rendere feconda con una rivolta vigile”, scrive Camus. Il rapporto tra la regola/norma e il regolamento che anima l’uomo è spiegato con efficacia da Jünger: “Lunghi periodi di pace favoriscono l’insorgere di alcune illusioni ottiche. Tra queste la convinzione che l’inviolabilità del domicilio si fondi sulla Costituzione, che di essa si farebbe garante. In realtà, l’inviolabilità del domicilio si fonda sul capofamiglia che, attorniato dai suoi figli, si presenta sulla soglia di casa brandendo la scure… È proprio vero che l’uomo è garante della sua parola e non la parola dell’uomo che la pronuncia”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>In questi mesi di regole, di regolamenti che si avvicendano dando alla linea e alla via – cioè, a ciò che è indiscutibilmente chiaro – il valore di un esordio di nebbia, di una polluzione di paludi, può essere utile leggere le ‘regole’ che soggiacciono ai grandi ordini.</strong> Naturalmente, la regola non esaurisce l’entità di chi la pratica – è una traccia, il primo sentiero nello sbarramento d’erba, la prima parola chiara, che ciascuno deve ritoccare con lame e mani. Anni fa, <a href="https://www.ibs.it/sant-agostino-traduzione-della-regula-libro-davide-brullo/e/9788880498919" target="_blank" rel="noopener noreferrer">mi è piaciuto tradurre in versi la regola di Agostino</a>, che è la base della regola di diverse scuole monastiche. Questo è un brano sulla frugalità e il digiuno:</p>
<p>La carne va addestrata con digiuni<br />
nel vuoto di cibo e di acqua<br />
fino a che le forze lo consentono</p>
<p>se non sai digiunare<br />
non ingurgitare cibo<br />
al di là del tempo fissato<br />
a meno che malattia non ti affami</p>
<p>guarito non ti incateni la voluttà<br />
necessaria a tutelare gli infermi<br />
puoi dirti potente<br />
se sai sopportare il niente<br />
sopprimere i desideri<br />
è meglio che possedere</p>
<p>*</p>
<p><strong>Davanti alla finestra, un albero di albicocco. Prima o poi, l’albero sfonderà il vetro. I rami compiono giochi e cerchi, si avvitano per avventarsi nella luce. Cerco di capire se una regola confermi il movimento del merlo, sull’albero.</strong> Scoprire che <em>Regolo</em> è il nome dato da Copernico alla stella più luminosa della costellazione del Leone, perché <em>regulus</em> sta per ‘piccolo re’, dona a questo vagabondaggio un senso: sono in casa, come in un atlante celeste appena pitturato da un astronomo del Settecento. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/nuovo-vocabolario-del-virus-regola/">Nuovo Vocabolario del Virus: “Regola”. In tempi di regolamenti, è bene leggere le regole dei grandi ordini. Gita tra uomini in rivolta e ribelli con Camus e Jünger. In casa come in un atlante celeste</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Più che amore fu idolatria e lui era il mio carnefice”. Banine, la donna dell’Est che amò Jünger e Montherlant</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Apr 2020 04:36:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Banine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle rare fotografie – la bellezza non si può catalogare in album – ha la bellezza di una pietra esotica; ha occhi ‘minerali’, non più, neppure, animaleschi. Per questo, immagino, pietrificò frotte di uomini, preferì svanire, con feroce eleganza, tra le spire della storia. Si chiamava Umm-El-Banine Assadoulaeff, figlia eccellente, nata a Baku il 18 [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/banine-junger-montherlant/">“Più che amore fu idolatria e lui era il mio carnefice”. Banine, la donna dell’Est che amò Jünger e Montherlant</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle rare fotografie – la bellezza non si può catalogare in album – ha la bellezza di una pietra esotica; ha occhi ‘minerali’, non più, neppure, animaleschi. Per questo, immagino, pietrificò frotte di uomini, preferì svanire, con feroce eleganza, tra le spire della storia. <strong>Si chiamava Umm-El-Banine Assadoulaeff, figlia eccellente, nata a Baku il 18 dicembre del 1905, in una alcova di borghesia e denaro, tantissimo (merito dello zampillio del petrolio). </strong>Il padre fu ministro nell’effimera Repubblica dell’Azerbaigian, poi inghiottita dal regime sovietico; lei rifiutò il matrimonio imposto – fu data in pasto allo sposo a quindici anni –, fiutò aromi parigini e nel 1924 è a Parigi, a guadagnarsi la vita con il genio del corpo – posò per case d’alta moda – e della testa – si diede al giornalismo, alla radio, alle traduzioni. <strong>Visse a lungo. Il redattore incaricato di redigere il suo ‘coccodrillo’, su<em> Le Figaro</em>, era il 1992, intinse la penna in inchiostro di Costantinopoli, “la sua vita è quella di un personaggio da romanzo che ha attraversato il secolo, attirando, come un magnete, le più singolari figure del suo tempo”. </strong>Effettivamente, pubblicò, nel 1942, il primo libro, <em>Nami</em>, per Gallimard. Ma si sbriciolò, tra le leggende di un’era in fiamme; di lei si è tornato a parlare ora perché il romanzo autobiografico, <em>Jour caucasiens</em>, edito da Julliard nel 1946, è in auge, in UK, dall’anno scorso, come <em><a href="https://www.pushkinpress.com/product/days-in-the-caucasus/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Days in the Caucasus</a> </em>(per Pushkin Press) e quest’anno, da noi, come<a href="https://neripozza.it/libri/i-miei-giorni-nel-caucaso" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> <strong><em>I miei giorni nel Caucaso</em></strong></a><em>, </em>grazie – sempiterna lode a loro – a Neri Pozza.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74880 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16-201x300.jpg" alt="" width="279" height="416" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16-201x300.jpg 201w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16-686x1024.jpg 686w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16-768x1147.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16-1029x1536.jpg 1029w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16-1372x2048.jpg 1372w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16-1320x1971.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro1-16.jpg 1400w" sizes="(max-width: 279px) 100vw, 279px" />Per semplicità, si firmava Banine. Fu una di quelle figure superbe e fantomatiche che danzavano per i circoli dei russi emigrati a Parigi: conosceva Ivan Bunin e Zinaida Gippius, Marina Cvetaeva e Constantin Balmont; chiacchierava con Lev Sestov e Nikolaj Berdjaev. <strong>Dicono che sia stato André Malraux a spingerla a pubblicare: lei, dal canto suo, mirava agli uomini più inarrivabili di quegli anni</strong>, dotati di una granitica personalità. Nutriva una sregolata ammirazione per Ernst Jünger.</p>
<p>*</p>
<p>Non è difficile immaginare perché a Jünger non dispiacesse quel romanzo. Questa è Banine nella sua autobiografia caucasica: “Nella morte mi piace la semplicità: mi piace l’aspetto ascetico di un cimitero musulmano. L’ultimo che ho visitato in terra d’Islam si trovava su una collina da cui si vedeva il Bosforo. <strong>La bellezza del cielo, del luogo, del mare si sommavano per creare una bellezza immensa, d’una perfezione che, più che piacere, dà sofferenza. Ma sofferenza di una strana qualità: al di là di essa, spunta la gioia.</strong> Dapprima si prova il senso dell’evanescenza della bellezza, ma poi si ha la certezza che a un certo grado la perfezione raggiunge l’eternità e lì rimane, inalterabile punto fisso”. Nella lettera che introduce <em>I miei giorni nel Caucaso</em>, Jünger accenna ai suoi anni parigini – “sul mio soggiorno in questa città si è formata una leggenda, secondo la quale vi conducevo una vita simile a quella degli ufficiali di Annibale accusati di ‘essersi addormentati nelle delizie di Capua’” – e si lancia, pur con cristallina fermezza, in intimità: “Dopo che il suo libro mi ebbe dato il piacere e la gioia dei ricordi, l’ho sistemato nella mia biblioteca: quando lo vedrò, penserò ancora spesso a lei. Mi farebbe piacere ricevere una sua immagine da inserire tra le sue pagine”.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Banine conosce J</strong><strong>ünger nel 1942; per lui “è la chiave giusta che apre le porte dei salotti intellettuali della città”.</strong> Di certo, è il tramite del suo <em>menage</em> con Sophie Ravoux, “sposata, trentacinquenne, tra i due si instaura e quasi si scatena, un rapporto di natura intellettuale e anche erotica: insieme conoscono il quartiere, frequentano i luoghi di divertimento, e passano le notti in un appartamento segreto in rue de Bellechasse” (Heimo Schwilk, <em>Ernst J</em><em>ünger. Una vita lunga un secolo</em>, Effatà Editrice, 2013). Banine dedica a Jünger tre libri: <em>Rencontres avec Ernst J</em><em>ünger </em>(Julliard, 1951), <a href="http://www.gallimard.fr/Catalogue/Table-Ronde/Hors-collection/Portrait-d-Ernst-Juenger" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Portrait d’Ernst Jünger </em></a>(Le Table Ronde, 1971) e <em>Ernst Jünger aux faces multiples </em>(L’Âge d’Homme, 1989). Una dedizione in forma di grifo la lacera. Così Banine a Jünger, nel luglio del 1950:<strong> “Sono ancora la tua schiava? Ho paura che lo resterò per il resto della mia vita, qualunque cosa accada, anche se altri uomini entreranno nella mia vita, anche se mi risposassi… </strong>Questa schiavitù è la punizione per la mia non certo irreprensibile condotta con altri uomini”. Per Jünger, quelli sono gli anni, artisticamente, tra <em>Heliopolis</em> (1949) e il<em> Trattato del Ribelle</em> (1952). Nonostante le sue pressioni – 2 ottobre 1950: “Non ti chiedo se sarai a Parigi in autunno, per non scocciarti, che tu sappia, però, che sono sempre la tua schiava, pronta a raggiungerti in un gelido appartamento, a fare ciò che vuoi, a soddisfare ogni tua fantasia” – Jünger mantiene il rapporto su un livello di stima intellettuale (cito da: Allan Mitchell, <em>The Devil’s Captain. Ernst J</em><em>ünger in Nazi Paris 1941-1944</em>, 2011).</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74881 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro2-12-187x300.jpg" alt="" width="271" height="434" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-12-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-12-768x1234.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro2-12.jpg 811w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" />In verità, Banine è tutto fuorché una <em>schiava</em>, è lei, semmai, che schiavizza. Delusa dal rapporto con Jünger, astrale, astratto, estraneo alla vita, Banine finisce per votarsi a Dio. Nel suo testo più alto, sconcertante, <em>J’ai choisi l’opium </em>(Stock, 1959; tradotto come <em>Ho scelto l’oppio </em>dall’editore Massimo nel 1965), scrive di questo “amore assurdo, impossibile, che ha preso in me il posto del mito, della religione, della vita”. Il tormento – <strong>“Più che amore, fu idolatria. Ma gli idoli non fanno soffrire i loro fedeli, il mio, invece, fu un carnefice… Sono congelata nel profondo. Cerco una fuga – non la trovo – sboccio nell’urlo”</strong> – porta Banine, nel 1956, ad abiurare l’Islam, in cui è nata, e diventare cattolica. In mezzo, si sfoga con Henry de Montherlant.</p>
<p>*</p>
<p><a href="http://www.montherlant.be/article-047-banine.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">La lettera di Montherlant,</a> scrittore di cupa prestanza, d’infallibile cinismo, scritta a Parigi il 24 luglio del 1952 a Bandine, vale la traduzione.</p>
<p><strong>“Gentile signora, riesco a malapena a esprimere il profondo disprezzo che nutro per quelli – e sono sempre più numerosi – che invecchiando alzano gli occhi al cielo</strong> – e il prete scivola nella breccia aperta per lui. Quelli vissuti tutta la vita con una fede sono menti fragili o buoni di cuore, con una stortura: in quella alberga ‘Dio’. Per loro possiamo provare compassione, meritano indulgenza, ma quelli che per la vita hanno vissuto “come vuole la ragione” per poi decomporsi e “trovare Dio” nel terrore della fine, non senza il gusto di fare proseliti e di impartire lezioni, per costoro, ripeto, non nutro che un disprezzo senza fine. Tutto ciò non riguarda la questione sulla felicità dei credenti. La mia sola domanda è: la felicità deve essere pagata con il prezzo della codardia e dell’imbecillità?</p>
<p>Non ho letto il libro della Signora Yourcenar. La storia romanzata per me è una ratatouille: la vita è così bella, così limpida la storia, perché pretendere di ricostruirle? <strong>Tutti quelli che hanno bisogno della Signora Yourcenar per scoprire i Greci e i Romani e scoprire che non erano poi così stupidi, mi sembrano testimoniare l’ignoranza dei nostri tempi. </strong>Mi ha inviato un libro di Jünger. Le ho risposto, mi pare, che lo avrei letto questa estate. Cara Signora, la assicuro nei miei ricordi più cari. <em>Montherlant</em>”.</p>
<p>*</p>
<p>Banine tesse una specie di duello a distanza tra Jünger e Montherlant. Così in una lettera del 30 dicembre 1953 a Montherlant. “Ciò che amo in voi è l’atteggiamento nei riguardi della vita, il personaggio. Nello stesso tempo, si può essere attratti da Tolstoj come da Montherlant, uno il contrario dell’altro… E se amo meno il vostro disprezzo per l’umanità, lo capisco fin troppo bene, essendo devastata dal disprezzo, difendendomi da esso invano. <strong>‘Devi combattere sempre la tentazione del disprezzo’, mi dice J</strong><strong>ünger. La ragione mi intima di stare con lui, il cuore è con voi: l’umanità è assai più spregevole che ammirevole. Ma dovrebbe intervenire la carità”. </strong></p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-74882 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/04/libro3-8-e1586184057114-207x300.jpg" alt="" width="284" height="412" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-8-e1586184057114-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/04/libro3-8-e1586184057114.jpg 495w" sizes="(max-width: 284px) 100vw, 284px" />A 50 anni, delusa da amorazzi e intellettuali, Banine si diede all’ingordigia di Dio. Il suo diario ha una vastità famelica, l’anagramma di un amore che strazia. <strong>“Non sapevo che se sei innamorato dell’assoluto devi cercarlo altrove, non nella creatura: essa non può soddisfarti”; “Amare gli spettri: a cosa serve? Tanto vale conficcarsi in un convento, fidanzarsi con Gesù”; </strong>“Ho 48 anni. Non ho gioia, ma ho ottenuto una vittoria. Penso di avere perso l’ossessione per X. Eppure, quella cena in cui abbiamo parlato solo di lui… l’ho estinta in un torrente di lacrime. Questo è grottesco. La castità mi pesa sempre di meno”; “Non scriviamo mai il libro decisivo, non accade mai l’incontro capitale, non troviamo mai una missione che sconvolga l’esistenza. Aspettiamo, aspettiamo e aspettiamo di nuovo, e finiamo per trovare un capello bianco e poi un altro e poi ci affanniamo a scoprire se c’è n’è ancora qualcuno nero. Ma continuiamo ad aspettare, perché l’attesa è dura, come te. Moriamo per frammenti, in attesa di una morte grandiosa quanto la natura”.</p>
<p>*</p>
<p>Dal giogo di un amore al rischio di Cristo. Banine rompe i rapporti per rimpiangerli, per tornarvi con una intensità d’acciaio. In una riedizione de <em>I miei giorni nel Caucaso</em>, nel 1985, Banine annota, “Siccome la mia famiglia è rimasta celebre negli annali dell’Azerbaigian, e siccome ne sono l’ultima rappresentante o quasi, i sovietici mi hanno invitata a recarmi a Baku. Ma non mi sono mai decisa ad accettare il loro invito. Mentirei se dicessi che non lo rimpiango”. La fuga dal mondo gli capita per via dell’amore insoluto, per questo insolubile. <strong>“Quest’uomo distante, freddo, inaccessibile, non aveva altro da offrirmi che lettere, a malapena amichevoli. Sapevo che mi stavo consumando per una chimera, che avrei dovuto ucciderla per tornare a una vita normale. Fui incline all’insonnia, non dormivo quasi più”,</strong> scrive, ancora, nel suo diario. L’ultimo libro di Banine, del 1991, è un racconto filosofico sulla vita di Maria, attraversando gli apocrifi; due anni prima aveva scritto, ancora, di Jünger. L’amore sacro e l’amor profano. (d.b.)</p>


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		<item>
		<title>Ernst Jünger: “L’inverno segue la legge del regno dei cristalli e la vita è come incisa nel diamante”. Elogio del mese di dicembre</title>
		<link>https://www.pangea.news/junger-dicembre-testo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Dec 2019 07:10:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ottobre ha tinto le foglie, il novembre le ha recise, il dicembre le ricopre con il suo lenzuolo di lino. Così si succedono il maturare, il morire e la morte. Il dicembre, “luna del rigore”, “luna da lupi” per gli antichi, rappresenta da sempre un rigido signore. Con lui incomincia l’inverno anche se, come tutte [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’ottobre ha tinto le foglie, il novembre le ha recise, il dicembre le ricopre con il suo lenzuolo di lino. Così si succedono il maturare, il morire e la morte. Il dicembre, “luna del rigore”, “luna da lupi” per gli antichi, rappresenta da sempre un rigido signore. Con lui incomincia l’inverno anche se, come tutte le stagioni, non arriva secondo il calendario. Arriva prima o dopo le date stabilite da Cesare, si allunga sull’arco di un anno, e anche oltre. <strong>Dobbiamo cercarlo nello spazio più che nel tempo. Discende dalle nevi perenni delle alte montagne sulle quali, persino ai tropici, risiede; domina i deserti polari. Di là avanza, con luci che svaniscono, sulle terre dei lupi e degli orsi. Lo precedono in volo gli uccelli del Nord.</strong> Porta con sé, sotto il suo mantello, il gelo, la notte, la morte – anche qualcos’altro, però, qualcosa di più, per colui che sappia rovesciarne la stoffa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-72304 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro-17-187x300.jpg" alt="" width="208" height="334" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-17-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-17-638x1024.jpg 638w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro-17.jpg 705w" sizes="(max-width: 208px) 100vw, 208px" />Anzitutto la coltre: il sudario che il dicembre stende sulla Terra e che, nelle sue proporzioni, si adegua al grande e al piccolo ritmo di lei – all’avvicendarsi del giorno e della notte, dei venti gelati e dei venti del disgelo, delle epoche miti e di quelle glaciali. La parentela di gelo e morte diventa allora visibile anche nello spazio: nel modo in cui egli dorme nei luoghi impervi o contratti, e si dispiega quando la luce si affievolisce fino a svanire. Le forme si fanno più semplici e nette, allora; il disegno di impone sui colori. L’albero di fronte alla nostra finestra si è trasformato nello spazio di una notte; ora esibisce il suo scheletro. Vediamo il tronco scuro, vediamo le articolazioni e le giunture della chioma sotto la filigrana sottile della ramaglia coperta di brina. Nel campo sembra che il vuoto abbia succhiato la moltitudine dei colori – così gli abeti si innalzano davanti ai monti bianchi come una nera parete. Il ruscello, il prato alla sua sponda, i monticelli di terriccio sollevati dalla talpa che si è aperta un varco nella neve – tutto appare scarno e denso, come tratteggiato nell’inchiostro di China. La siepe su cui a luglio soffiavano venti azzurri, si è trasformata in un nero recinto, rinchiuso su bianchi terreni. Le forme, spiccando dall’indistinto, acquistano una forza che invita a contare e misurare. <strong>Seguono le leggi del regno dei cristalli, la loro ermetica potenza costrittiva che vincola la materia e ne disvela il traforo. Questo tratto geometrico si fa ancora più distinto tra i monti; le linee sono come incise nel diamante, dal profilo delle creste e delle vette fino alle tracce della slitta e degli sci. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È il tempo in cui gli uomini si riuniscono assieme più stretti e socievoli, si raccolgono attorno al fuoco e alla luce. I locali chiusi e protetti si fanno graditi <strong>– dalle stazioni metereologiche attorno al polo nord fino agli igloo in cui ardono le lampade, dalle sale luminose dei teatri in città fino agli alberghi delle alte valli innevate, dalle capanne dei contadini russi con le loro stufe imponenti ai camini nelle case di campagna dei pendii meridionali, dei cui giardini sempreverdi solo il gelo degli inverni più rigidi intacca il rigoglio.</strong> A volte si sente dire dai vecchi che il clima si è fatto più indicibile e mite. Eppure torna sempre un inverno secolare che copre di ghiaccio anche i mari più estesi e reca danno, in giù nel profondo sud, agli uliveti e agli aranceti. Vero è però che nella coscienza e nel comportamento dell’uomo le stagioni si assomigliano tra di loro. Anche in inverno i negozi sono pieni di fiori e frutti. Uno sguardo dall’aereo, gettato fuori a l’antipasto e la zuppa, scorge regioni desertiche dove, solo di recente, arrischiarsi con slitte e cani era un azzardo mortale. Con l’aumento del comfort va certamente perduta anche una buona parte del piacere che il dicembre portava con sé. Solo nelle catastrofi si riconosce ancora la potenza degli elementi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.pangea.news/junger-letto-da-mauriac/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Ernst J</em></strong><strong><em>ünger</em></strong></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Il testo di Ernst J</em><em>ünger, “Dicembre”, del 1964, è stato tradotto in italiano da Alessandra Iadicicco e raccolto nel volume “L’albero. Quattro prose” edito da Herrenhaus nel 2003</em></p>
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		<item>
		<title>“Cerco l’eccesso di realtà, oltre ogni definizione”: ascoltando Christian Bobin</title>
		<link>https://www.pangea.news/christian-bobin-libri-ritratto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2019 05:29:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[AnimaMundi]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Bobin]]></category>
		<category><![CDATA[Gallimard]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bisogna scrivere a quattro zampe – conoscendo il codice delle nuvole. I poeti hanno cercato questo: una lingua di laggiù, adatta a conversare con i morti, compresa dai cervi, conficcata nel larice. Non tanto la naturalezza, stazza da filosofi e da guru – il selvatico, piuttosto. Per dare odore al linguaggio, occorre fare rapina della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Bisogna scrivere a quattro zampe – conoscendo il codice delle nuvole. </strong>I poeti hanno cercato questo: una lingua di laggiù, adatta a conversare con i morti, compresa dai cervi, conficcata nel larice. Non tanto la <em>naturalezza</em>, stazza da filosofi e da guru – il <em>selvatico</em>, piuttosto. Per dare odore al linguaggio, occorre fare rapina della grammatica – congiungere l’analfabeta alla lingua degli angeli.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.pangea.news/christian-bobin-una-lettura-da-linsperata/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img decoding="async" class=" wp-image-71817 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-205x300.jpg" alt="" width="225" height="330" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-699x1024.jpg 699w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-768x1125.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-1049x1536.jpg 1049w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-1398x2048.jpg 1398w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-1320x1933.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro1-4-scaled.jpg 1748w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />Christian Bobin</a>, al di là del proprio carisma, proviene da una geologia di scrittori abbastanza chiara in Francia.</strong> Da Montaigne a Pascal, dalle ‘illuminazioni’ di Rimbaud ai rimbambimenti di Henri Michaux, dagli aforismi cruenti di René Char alla cabbala ipnotica di Edmond Jabès: lingua che con geometria deraglia, ‘occasione’ che si fa ustione, diario di una metamorfosi (l’uomo qui, in un lampo può deteriorarsi in falco, in girasole, in seggiola).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gallimard ha pubblicato da poco l’ultimo libro di Bobin, poligrafo – dacché è la vita a scriverci e noi a doverne interpretare l’estro. <strong>Il libro s’intitola <em><a href="http://www.gallimard.fr/Catalogue/GALLIMARD/Blanche/Pierre" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Pierre,</a>. </em>S’intitola proprio così, “Pierre,”, con la virgola, come se fosse l’avvio di un racconto, come se la virgola fosse un sentiero. </strong>Nella frase che inaugura il libro, Bobin dichiara la sua poetica. “Non mi interessa la pittura. Non mi interessa la musica. Non mi interessa la poesia. Non mi interessa nulla di ciò che appartiene a un genere e svanisce lentamente in quell’appartenere. Mi ci sono voluti più di sessant’anni per scoprire cosa stavo cercando quando scrivevo, leggevo, mi innamoravo, mi fermavo davanti a un convolvolo, a una lumaca, al sole che cala. Cerco il sorgere di una presenza, l’eccesso di realtà che rovina ogni definizione. <strong>Sto cercando quella presenza che ha attraversato gli inferi per attenderci per raggiungerci per combaciare e riempirci uccidendo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che poi vi riesca – c’è questa allucinata ingenuità che lo apparenta un poco a Saint-Exupéry – è quasi inessenziale. La scrittura è proprio quello: “eccesso di realtà oltre ogni definizione”. <strong>Definire l’indefinibile sfinendosi. </strong>In effetti, scrivere è sottrarsi, è arretrare, spaccarsi, qualcosa che riempie uccidendo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Rimbaud è poeta soltanto secondariamente, come la cenere che lasciano i lapilli di un vulcano – le sue poesie”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il <em>Pierre</em> cui si riferisce Bobin è Pierre Soulages, l’artista francese. “La mia prima conoscenza di Soulages è una conoscenza assoluta, quella della sua voce al telefono. So esattamente dov’ero. Il pavimento della cucina ha vaste piastrelle. So su quale piastrella mi sono fermato, ascoltando quella voce. La voce è il tesoro che le persone ti concedono, anche gli avari. Ciò che la morte non può catturare, né un registratore. <strong>Una voce non è solo una voce: è respiro, parole, silenzi. Una voce è il mondo intero ridipinto da una persona… La voce di Pierre Soulages è la grotta di Lascaux con bagliori nel fondo del gorgo”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-71818 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/12/libro2-4-205x300.jpg" alt="" width="232" height="340" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-4-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-4-698x1024.jpg 698w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-4-768x1126.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-4-1047x1536.jpg 1047w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/12/libro2-4.jpg 1091w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" />In Italia Christian Bobin è autore di punta della casa editrice AnimaMundi di Otranto. Gli scrittori anomali scelgano vie editoriali inconsuete, apparentate alla meraviglia, ai vicoli, alle staffilate di luce. In particolare, questo libro è molto bello, si può tenere in tasca, per restare ancorati all’estraneo, alla fonte di ogni fuga e certezza. S’intitola <a href="https://www.animamundiedizioni.com/shop/edizioni-animamundi/libri-edizioni-animamundi/abitare-poeticamente-il-mondo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Abitare poeticamente il mondo</em></strong></a> (in realtà: “Le Plâtrier siffleur”) e, al di là delle intenzioni ireniche varie (l’etica del contemplare, del cavare poesia in ogni gesto), un paio di passi mi colpiscono. <strong>“Penso che il mondo oggi sia più carnivoro. Le crociate, le guerre di religione sono state dure, persino violente, ma la loro violenza rimaneva ancora un contatto, se così posso dire, umano. Vedo a tratti come una scomparsa dell’umano sui volti. Vedo sulle carni, sui tratti, qualcosa che passa, che ha meno luce”.</strong> Volti smarcati dall’umano, occhi travolti nell’innaturale. Nell’atavica lotta tra l’animale e l’angelico, l’uomo, oggi, pende, piagato, al disumano. Cos’è questa disattenzione verso il connaturato, questo parlarci per convinzioni precotte, per ostinazione di ragione, senza fantasia, schianto, sperpero di sé? Poi c’è questo, a lenire l’ottimismo: <strong>“Sembrerebbe che la notte si debba addensare ancora di più affinché possiamo scorgere alcune stelle. Poi, vedremo le stelle, per contrasto. Occorre che il buio si accentui ancora affinché le prime stelle – le prime, questo vuol dire che ce ne saranno altre – appaiano.</strong> È possibile che una catastrofe economica sia una grazia, una possibilità. Questo ci solleverà, ci farà uscire dall’ebbrezza, dall’irreale, dall’avidità, dal consumo. Ma non ci siamo ancora”. Apocalisse sempre appena intravista da un crocevia di ciglia; desiderio di catastrofe; destino al selvaggio. L’unica economia: attraversare un deserto, privo di annunci.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro di Bobin si apre con un omaggio a Ernst Jünger (“Ho trovato vagando qua e là in una lettura di Ernst Jünger un passaggio in cui…”). Jünger, scrittore marmoreo, astrale, biologico, è un riferimento costante di Bobin: ne <em>La vita grande </em>(AnimaMundi, 2018) <strong>lo installa “nel paradiso dei contemplativi”. <em>Contemplare</em> non è mero esercizio di osservazione, pur ipnotica; è fare tempio con sguardi e braccia, imbracciare la propria natura, esercizio sacro di trasmutazione di sé. </strong>Scrittori, in effetti, che ci fanno prendere il volo. D’altronde, lo scrittore non guarda una cosa e la <em>descrive</em>: si lascia guardare – e scrivere – e deviare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">AnimaMundi pubblica anche un altro libro, <a href="https://www.animamundiedizioni.com/shop/edizioni-animamundi/libri-edizioni-animamundi/la-presenza-pura/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>La presenza pura</em></strong> </a>(“La présence pure”, in origine 1999), dall’andamento aforistico, eracliteo. Bobin s’incunea in attimi primi, in spettri principali – un albero, la stanza, la sedia, la neve, la malattia –, gettando frasi come farfalle, ma che hanno lame al posto delle ali. “Non si riconosce più sulle fotografie. Non riconosce nemmeno i suoi. Quando glieli si nominano, ha gli occhi luccicanti di gioia, meravigliato di scoprire di avere dei figli come se fossero appena nati”. Anche del male più feroce – i cani che da dentro divorano la memoria, fino all’arduo osseo – Bobin fa un esercizio d’innocenza (a tratti, per noi vecchi di mondo e che soffriamo “la grande disgrazia di credere di saper qualcosa”, insopportabile, come l’eccesso di luce provoca ascessi alle palpebre). <strong>“Ho sognato che Dio aveva il morbo di Alzheimer, che non si ricordava più il nome né il volto dei suoi figli, che aveva scordato perfino la loro esistenza”. Nonostante il morbo, gli uomini restano ammorbati alla loro forma fugace – narici, mani, occhi, gambe. Solo lo scrittore, moribondo</strong>, salta, può pensarsi erba, si traduce in lince. (d.b.)</p>
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		<title>“Si deve entrare nel vero o rimanere al di fuori”: Jean Josipovici, il pensatore radicale che ha lottato contro “la scienza oscurantista” e la riduzione dell’uomo a macchina</title>
		<link>https://www.pangea.news/jean-josipovici-ritratto-luca-siniscalco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2019 07:39:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Evola]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’uomo dimenticato. Penna dotta, graffiante, a tratti ironica e polemica; sguardo limpido, solare, impersonale ma unitario; questo, e molto altro, è stato Jean Josipovici, un grande studioso che, dopo una presenza importante nell’editoria italiana, con pubblicazioni numerose, anche presso case editrici del calibro di Fratelli Laterza e Rusconi, ha visto obliata la propria opera – [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-josipovici-ritratto-luca-siniscalco/">“Si deve entrare nel vero o rimanere al di fuori”: Jean Josipovici, il pensatore radicale che ha lottato contro “la scienza oscurantista” e la riduzione dell’uomo a macchina</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><strong>L’uomo dimenticato. </strong></em>Penna dotta, graffiante, a tratti ironica e polemica; sguardo limpido, solare, impersonale ma unitario; questo, e molto altro, è stato Jean Josipovici, un grande studioso che, dopo una presenza importante nell’editoria italiana, con pubblicazioni numerose, anche presso case editrici del calibro di Fratelli Laterza e Rusconi, ha visto obliata la propria opera – saggistica e poetica –, che oggi risulta, per la maggior parte, introvabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A una riscoperta della figura di questo pregevole ricercatore è dunque votata la ripubblicazione di una delle sue opere più importanti: <a href="https://www.idunaeditrice.it/autore-nome-cognome/josipovici/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>La scienza oscurantista</em> </a>(Iduna, Milano 2019). Al suo interno Josipovici propone un paradigma con cui valutare e criticare l’approccio antropologico, epistemico e gnoseologico dominante nella modernità occidentale.</strong> Un modello dominato dal riduzionismo razionalista, secondo Josipovici, che trova il proprio apice d’inveramento nella scienza moderna e, in particolare, in quelle branche scientifiche che hanno per oggetto del proprio studio l’uomo – dunque, fondamentalmente: biologia, medicina e psicoanalisi. In questi ambiti, infatti, diventa manifesto come la meccanicizzazione determinista e materialista del sapere, prendendo come proprio oggetto la forma più evidente della vita – ossia l’uomo –, riduca, secondo un processo di reificazione (<em>à la</em> Marx), il vivente a oggetto. Trasformandolo così nell’<em>uomo a una dimensione</em> che Herbert Marcuse duramente stigmatizzava, senza, tuttavia, riuscire a opporgli un’alternativa autenticamente costruttiva. «L’uomo ha smesso di porsi nella prospettiva del vivente», spiega Josipovici, intendendo “il vivente” in senso affatto biologista, piuttosto in modo plurale e gerarchico, secondo una prospettiva affine a quella espressa da Guénon ne <em>Gli stati molteplici dell’essere</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-71586 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro-16-190x300.jpg" alt="" width="224" height="354" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro-16-190x300.jpg 190w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro-16-648x1024.jpg 648w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro-16-768x1214.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro-16.jpg 857w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" />Un uomo oggi dimenticato – Josipovici – ci conduce così nei meandri di una serrata critica alla <em>scienza oscurantista</em>, colpevole proprio di dimenticare l’uomo (<em>L’uomo dimenticato</em> è, non a caso, il titolo del primo capitolo del saggio).</strong> Lo fa, diversamente da molti antimoderni che si sono occupati della questione, con estrema precisione tecnica e con numerosi riferimenti ad autori, teorie e correnti che hanno variamente innervato l’approccio oggetto della sua critica. Se alcuni passaggi possono dunque risultare prolissi o eccessivamente puntigliosi per un lettore interessato alla storia delle idee più che alla storia della scienza, a emergere in ultima istanza è una grande competenza sull’argomento trattato – una dote che valorizza l’efficacia della critica, prevenendo obiezioni sulla competenza dell’autore rispetto a una materia tanto complessa. Proprio partendo dal metodo e dal linguaggio biologico, medico e psicoanalitico, Josipovici riesce a ribaltare dall’interno delle categorie del paradigma modernista le conseguenze che ne vengono solitamente tratte. Con un procedimento, quindi, per certi versi affine a quello di Horkheimer e Adorno, Josipovici mostra <em>la dialettica dell’illuminismo scientista</em>. È da queste premesse filosofiche, non organicamente delineate ma sempre emergenti nella fitta prosa dell’autore, che prende piede la <em>pars destruens</em> del saggio. La cui qualità permette, a nostro avviso, di “passare sopra” a taluni suoi riferimenti meno centrati, che paiono talvolta strizzare l’occhio a certa superficiale<em> New Age</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>In «viaggio verso l’oscurantismo estremo». </strong></em>La psicoanalisi moderna, di cui, citando Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, ma anche Wilhelm Wundt, Oswald Kulp, Edward Bradford Titchener, James McKeen Cattel, Wilhelm Reich e moltissimi altri, Josipovici ricostruisce magistralmente genesi e sviluppi, è una forma di «chiusura all’essenziale»: <strong>anziché aprire in senso verticale l’uomo, connettere le sue possibilità realizzative soggettive alle condizioni oggettive dei ritmi cosmici, segna «il cammino dell’intelletto a spese dello spirito», la riduzione dell’uomo a macchina. Questo «è il prezzo pagato da chi, appoggiandosi pigramente all’intelletto, cerca di sostituire la qualità con la quantità, i valori con la materia scomponibile e misurabile». </strong>La dimensione psichica, che il Pensiero di Tradizione ci insegna situarsi su un piano dell’essere mediano fra la dimensione corporea (somatica) e quella spirituale (noetica), viene intesa come l’unica esperibile e, in tale accentratura monotonica, perdendo ogni possibilità di connessione e mediazione, viene del tutto disgregata. In questo senso, la serrata critica di Josipovici è complementare e integrativa rispetto alle interessanti osservazioni che Julius Evola dedicò all’«infezione psicanalista».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La biologia moderna risulta altrettanto castrante rispetto alle potenzialità insite nell’umano. Essa, infatti, riducendo l’uomo al puro piano biologico, commette un tradimento dell’essenza stessa del <em>bios</em>, che si struttura, certo, in elementi quantitativi, misurabili e meccanici, ma soprattutto – questo il suo tratto primario – si dipana in forme organiche, metamorfiche, relazionali, qualitative.</strong> Il Behaviorismo, secondo cui l’organismo agirebbe automaticamente in funzione della dinamica stimolo-risposta, ne è un esempio lampante. Parimenti la neurobiologia, pur partendo da premesse differenti, tende a ridurre l’uomo alla sola dimensione fisiologica, interpretata secondo schemi causali, razionalisti e deterministi. «L’uomo – spiega invece Josipovici – anche se dipende da fattori esterni e da fattori biologici – quando non c’è degenerazione o deficienza troppo grave –, conserva un margine in cui può esercitarsi la sua volontà personale, la quale deve consentirgli di crescere e di affermarsi spiritualmente». La natura, infatti, compie l’uomo solo parzialmente: per «divenire ciò che si è», nietzscheanamente, serve un intervento auto-creativo che completi la definizione della propria essenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la medicina moderna che, olisticamente, dovrebbe interessarsi a tale compito, ne è del tutto aliena. Accompagnando la meccanicizzazione dell’umano agli sviluppi dell’industria e della farmacologia, la medicina «è divenuta un’immensa industria»</strong> e ha fissato l’immagine dell’uomo scisso e bisognoso di un surplus di chimica artificiale esterna come parametro antropologico – l’<em>homo farmaceuticus</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche la sociologia, trattata più tangenzialmente nel volume, merita gli strali di Josipovici: ponendo al centro della propria speculazione la collettività, tale disciplina, frutto maturo della cultura della Rivoluzione francese, contribuisce alla distruzione dell’essenza della persona, identificandola con il semplice “ruolo” che l’individuo riveste nella società.</strong> È il ruolo impersonato nel sistema sociale che viene infatti da essa focalizzato: ancora una volta la multidimensionalità del singolo viene livellata dalle aspettative ed esigenze dei molti. Con una equazione: la società egualitaria sta all’io (diviso, molteplice, atomizzato – «i piccoli “ego”») come la comunità organica sta all’Io (plurale, differenziato, unitario). Non è un caso, nota l’autore, che «ogni qual volta si produce un vacillamento del quadro sociale, una nuova “apertura” spirituale compare; opera di un soggetto dotato d’una personalità totale, in rottura col suo tempo». La coscienza del singolo, la sua essenza sovra-personale, in questo caso cessa di essere un “residuo” e si fa fiamma.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa vampa, capace di disintegrare le certezze acquisite e verticalizzare lo scontro è a nostro avviso precisamente il superamento della visione del mondo d’orientamento modernista, stretta fra riduzionismi e monismi di ogni sorta – tutto è materia, tutto è sociale, tutto è psichico, per citarne alcuni –, soffocata da dualismi incapacitanti, contrari e convergenti, che conducono all’atomismo, alla parcellizzazione del mondo della vita e all’autismo dell’esperienza. L’oltrepassamento muove invece dalla possibilità, sempre vigente nell’estatica potenza dell’attimo, di «strappare i veli con cui Apollo nasconde la realtà originaria, osare di trascendere la forma per mettersi a contatto con la “atrocità” originaria di un mondo in cui bene e male, divino e umano, razionale e irrazionale, giusto e ingiusto non hanno più alcun senso essendo soltanto potenza, nuda, libera potenza fiammeggiante» (J. Evola, <em>L’individuo e il divenire del mondo</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><img decoding="async" class=" wp-image-71587 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro1-18-195x300.jpg" alt="" width="223" height="343" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-18-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-18-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro1-18.jpg 344w" sizes="(max-width: 223px) 100vw, 223px" />Nel cuore dell’Invisibile. </strong></em>La <em>pars destruens</em> della raffinata operazione culturale proposta da Josipovici tende a ravvisare nelle diverse discipline considerate il medesimo <em>vulnus</em>: il riduzionismo razionalista. Sotto questo profilo, la riflessione del nostro rientra perfettamente in quel filone culturale che nel Novecento ha affrontato il problema della crisi dell’Occidente e dell’avvento del nichilismo. I paralleli con le speculazioni elaborate dalla letteratura della crisi sulle questioni della tecnica, sull’atomizzazione dell’individuo, sui rischi insiti nel pensiero collettivista così come in quello liberaldemocratico e scientista, sarebbero infiniti. Il confronto con le intuizioni di Edmund Husserl, Martin Heidegger e René Guénon – fra gli altri – risulta su svariati temi spontaneo e fruttuoso. Raccogliendo a nostro avviso questa importante eredità, il saggio di Josipovici procede da tale retroterra culturale per considerare nello specifico, con rigore metodologico, la materia scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche qui il razionalismo appare il problema fondamentale. Riducendo il reale ai suoi aspetti quantitativi, meccanici e deterministi, l’uomo l’ha intrinsecamente lacerato. Ma la realtà è scissa perché, ancor prima, è l’uomo a essere in sé scisso:</strong> la sua percezione alterata delle cose trasforma le cose stesse, rendendo la <em>res extensa</em> una costruzione mentale astratta, incapace di rendere conto della discontinuità, che pure è peculiarità intrinseca della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, nel Novecento, la vita ha intrapreso una vigorosa reazione contro il modello positivista. Il crollo delle certezze manifestatosi nel Secolo Breve, l’avvento di prospettive relativiste, <strong>la comparsa di “anomalie” scientifiche quali il Principio d’indeterminazione di Heisenberg e il Teorema d’incompletezza di Kurt Gödel, nonché le intuizioni di Max Planck, Albert Einstein, Louis de Broglie, Niels Bohr, hanno segnato la bancarotta della scienza “cartesiana”,</strong> che pure rimane dominante nella vulgata comune. «Il materialismo, estrema negazione d’ogni liberazione spirituale, ha compiuto la sua opera, ma ha anche fatto il suo tempo; e appare per quello che è: un’illusione. Cede ormai il posto ai furori di forze inferiori, sole capaci di partecipare alla finale opera di dissoluzione» (Jean Josipovici, <em>Il Fattore L.</em>). Fa il suo ingresso trionfale il postmodernismo, che vince nelle accademie e si manifesta rizomaticamente nella quotidianità, senza aver però ancora integralmente scalzato la <em>Weltanschauung</em> ottocentesca. Il <em>mattino dei maghi</em>, per dirla con Pauwels e Bergier, ha lanciato la sua sfida al razionalismo, rivendicando l’integrità organica del sapere. Della sua eredità dobbiamo ancora farci carico, tuttavia.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla critica di Josipovici, che i quarant’anni del saggio non rendono affatto superata – pur richiedendo talvolta aggiustamenti, precisazioni e aggiornamenti –, si sommano riflessioni sparse che ci offrono la possibilità di identificare un potente afflato propositivo. La <em>pars costruens</em> del saggio si muove, a nostro avviso, attorno a due principali coordinate: l’identificazione di un modello antropologico alternativo a quello oggi dominante nel <em>sensus communis</em> (che proprio dalla cultura scientista tende a generarsi) e, alla luce del nuovo paradigma proposto, una integrazione della metodologia – e deontologia – delle discipline mediche, biologiche e psicoanalitiche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per quanto riguarda la prima questione, Josipovici concorderebbe con l’Ernst Jünger di <em>Oltre la linea</em>: nella modernità, a mancare è la «principesca apparizione dell’uomo». Nell’era della <em>mobilitazione totale</em>, infatti, alla centralità dell’uomo integrale si sostituisce la “cosalizzazione” dell’uomo-ingranaggio. </strong>Ecco che allora si crede di conseguire la conoscenza mediante questionari, sondaggi e test, anch’essi espressione di quel <em>delirio sperimentale</em> che accompagna la scienza moderna.</p>
<p style="text-align: justify;">Josipovici, col suo radicale antimodernismo, intende precisare che a <em>questa</em> modernità ne sarebbe possibile <em>un’altra</em> – organica, completa, spiritualmente innervata. Così, «colui che decide di progredire sulla strada giusta deve adoperarsi coraggiosamente per sostituire alla ragione chiusa, quantitativa, <em>una ragione aperta</em>, qualitativa». Questo uomo “diversamente moderno” potrebbe allora procedere a un arricchimento e a un completamento delle discipline scientifiche considerate.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, in ambito psicologico, spunti interessanti provengono dall’orientamento psicosomatico e da tutte quelle tendenze che intendono l’uomo in senso olistico. William James, stando a Josipovici, avrebbe dato indicazioni importanti in tal senso, possedendo egli «un’autentica conoscenza della vita interiore che egli denomina – prendendo in prestito da Eraclito l’immagine – <em>the stream of thoughts</em>: esperienza certo unitaria e globale, ma in continua trasformazione; movimento che è vano intestardirsi artificialmente a dividere, come è vano tentare di estrarne degli stati, con il rischio di operare contro il significato stesso della natura umana». Anche in ambito terapeutico ci sono possibilità altre; in questo campo Josipovici sembra richiamare l’importanza di una comprensione filosofica – prima che neurologica – del disagio esistenziale: «Condurre il paziente ad affrontare l’esistenza, vuol dire innanzi tutto attrarlo a <em>operare su se stesso</em>. Scoprirà allora che il presente contiene in germe le determinazioni future, e che i problemi del momento hanno il loro giusto valore».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Solo affrancandosi dai pregiudizi correnti l’uomo potrà realizzare integralmente la propria natura, superando tanto il parossismo delle sensazioni quanto il culto della ragione.</strong> «La posizione giusta è quella dell’<em>intuitivo</em> […]. Intimamente orientato secondo la sua evoluzione creatrice, vibrante all’unisono, obbediente a un ritmo uguale, tutto il suo sforzo tende a inserirsi nella Grande Corrente Vitale».</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><img decoding="async" class=" wp-image-71588 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/11/libro2-24-225x300.jpg" alt="" width="268" height="357" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro2-24-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro2-24-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/11/libro2-24.jpg 576w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" />La verità dello sguardo mitico-simbolico. </strong></em>Il <em>tipo intuitivo</em> suggerito da Josipovici rimanda a una costituzione antropologica alternativa a quella moderna. Questa formula accende un’immediata catena di rimandi analogici ad altre grandi proposte di ribellione all’<em>homo saecularis</em>: dall’uomo dionisiaco di Nietzsche all’antropologia sapienziale di Rudolf Steiner, dal <em>Dasein</em> (esserci) di Heidegger all’uomo differenziato di Julius Evola, sino all’anarca di Ernst Jünger. Gli spunti offerti nell’opera di Josipovici sembrano tuttavia avvicinare ancor più il suo programma di rinnovamento interiore, tutto improntato a una mediazione feconda fra piano soggettivo, umano e animico (microcosmo) e dimensione oggettiva, vitale, spirituale (macrocosmo), a una prospettiva di ermeneutica mitico-simbolica, ossia a una interpretazione del reale imperniata su una lettura del “libro del mondo” mediata dalle forme del simbolo, dell’analogia e del mito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Josipovici ci invita così a inaugurare uno sguardo differente sul reale: abbandonando gli affilati strumenti chirurgici del modernismo, l’uomo può riacquisire quella prospettiva simbolica fondata sulla corrispondenza fra la propria singolarità e i ritmi del cosmo.</strong> Il mondo può tornare a essere vissuto come flusso energetico, come epifania del divino, come concatenazione di una pluralità di stati essenziali, rappresentabili e conoscibili mediante miti, simboli, archetipi. È una ricerca dei segni e delle corrispondenze – visibili e invisibili – che rendono il cosmo un volume consultabile grazie a un’ermeneutica poetica e magica. In questo stadio «non si vive la propria vita: <em>si è la vita</em>, con quello ch’essa possiede di possibilità estreme. Fuori della portata del temporale e del caduco, essa assume valore di eternità» (Jean Josipovici, <em>Iniziazione alla felicità</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esoterista prefigura così la possibilità di una <em>esistenza totale</em>, che così illustra ne <em>La prigione esoterica</em>: «C’è una dimensione magica dell’individuo, come c’è una dimensione magica dell’universo. Ma questa dimensione superiore, questo eterno presente, creatore di presente, appartiene solo all’uomo che si sia interamente liberato delle sue catene: le invisibili e le visibili. </strong>Ora, l’esser libero è poter attingere una seconda volta all’albero della conoscenza». L’esistenza totale trasfigura l’uomo interiore ma anche la natura, che è sinolo di potenze visibili e invisibili, concrezione fenomenica di istanze sovrafenomeniche, «il manifestarsi – insomma – d’una forza che circola distribuendo con generosità e conservando avaramente la vita in tutte le sue forme».</p>
<p style="text-align: justify;">Il riduzionismo rimane, in tutta la riflessione di Josipovici, l’avversario più odioso. Alla conoscenza, infatti, ci si avvicina soltanto superando l’alternativa di affermazione e negazione, ossia affrancandosi «dall’“impasse” dualistica». Questa operazione necessita una trasfigurazione mistica del soggetto: significa tendere all’annullamento di quella <em>rottura col Divino</em> che è il principale stigma della modernità.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale passaggio è integralmente riposto nello sguardo in tensione con cui si coglie il mondo: la trasformazione parte tutta da lì. Come c’insegnano lo sguardo stereoscopico di Jünger e la prospettiva filosofica di Evola, l’Assoluto non c’è mai – spontaneamente, passivamente –, ma sempre può essere attivamente realizzato. <strong>«<em>Si deve entrare nel vero o rimanere al di fuori</em>» chiarisce Josipovici. Teoresi e prassi coincidono, si fanno Uno. È proprio qui che risiede il culmine realizzativo di un pensiero abissale.</strong> Lo sapeva bene il filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila: «Quando sentiamo che davanti a un oggetto o a un fatto, il nostro spirito si cristallizza e si rapprende; quanto sentiamo che le nostre attività calzano le une con le altre; quando sentiamo che una gioia secca e lucida ci invade, il significato è esploso nel nostro spirito» (<em>Notas</em>).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Luca Siniscalco</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>* Il presente saggio è una versione abbreviata dell’Introduzione a Jean Josipovici, “La scienza oscurantista”, Iduna, Milano 2019</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/jean-josipovici-ritratto-luca-siniscalco/">“Si deve entrare nel vero o rimanere al di fuori”: Jean Josipovici, il pensatore radicale che ha lottato contro “la scienza oscurantista” e la riduzione dell’uomo a macchina</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Con quello che pubblicano, si capisce perché a uno passi la voglia di leggere: faremo rinascere le librerie indipendenti”. Il progetto culturale di Andrea Mascetti, l’avvocato che legge Milarepa, Hesse, Dostoevskij</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Sep 2019 06:29:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel cuore di Milano, risuona Herman Hesse – in forma concreta e volitiva è lui a raccontarmi i punti salienti e ‘attuali’ (ovvero: perennemente inattuali al fluire della Storia) di “Demian”, pubblicato esattamente un secolo fa. Poco prima, per messaggio – i cellulari hanno inevitabili vantaggi se li domini con il cervello senza farti soggiogare [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/andrea-mascetti-intervista-cultura/">“Con quello che pubblicano, si capisce perché a uno passi la voglia di leggere: faremo rinascere le librerie indipendenti”. Il progetto culturale di Andrea Mascetti, l’avvocato che legge Milarepa, Hesse, Dostoevskij</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Nel cuore di Milano, risuona Herman Hesse – in forma concreta e volitiva è lui a raccontarmi i punti salienti e ‘attuali’ (ovvero: perennemente inattuali al fluire della Storia) di “Demian”, pubblicato esattamente un secolo fa. Poco prima, per messaggio – i cellulari hanno inevitabili vantaggi se li domini con il cervello senza farti soggiogare dalla lascivia del ‘fare’ – discutiamo della propensione verso l’occulto, lo spiritismo, il ‘meraviglioso’ di William Butler Yeats. <a href="http://www.pangea.news/nei-tempi-di-passaggio-si-ode-bussare-dal-sottosuolo-dialogo-con-andrea-mascetti-il-guru-della-lega-su-junger-celti-euro/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Andrea Mascetti</a> è avvocato assai solido, con uno studio nel cuore di Milano, appunto, e a Varese. Di inossidabile eleganza, pare sempre pronto allo scatto, parla forbito e ha lo sguardo ferino, affronta complicatissime carte ma può, all’improvviso, darsi a sfidare un ghiacciaio. Abita in metropoli, ma ama la solitudine montana. Quando scopro, nel giugno scorso, che in <a href="http://www.fondazionecariplo.it/it/index.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Fondazione Cariplo</a> l’avvocato Mascetti è il coordinatore della commissione “Arte e Cultura” mi sorprendo. Uno che legge, che ha testa adatta al pensare e all’agire, spesso controcorrente, in un ruolo istituzionale così importante, ambito. <a href="https://www.malpensa24.it/fondazione-cariplo-varesotto-mascetti-cinque-milioni-per-il-le-linee-guida-di/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">In una delle prime dichiarazioni,</a> rilasciate qualche giorno fa, Mascetti cita, tra le ‘linee guida’ che definiscono il suo progetto – direi: sentieri nel deserto del contemporaneo – “la rinascita delle librerie indipendenti”, la “formazione culturale dei giovani”, un elogio esplicito ai “piccoli editori, di libri rari o creati in modo artigianale”. Mascetti è allo stesso tempo pragmatico e lucidamente antimoderno. Lo contatto. Mi concede una intervista controcorrente, avventata? Ci sta. Eccoci. (d.b.) </em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69959 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro-1-1-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-1-1-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro-1-1.jpg 600w" sizes="(max-width: 187px) 100vw, 187px" />Ho letto di un suo impegno a tutelare, anzi, direi, a salvare le librerie indipendenti. Ci vedo una idea culturale precisa, svincolata dall’incatenamento delle grandi catene. Sbaglio?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’idea è quella di uscire dalle strade obbligate, o meglio da quelle già indicate da altri. Oggi nelle città si vedono due catene di librerie, forse tre, sempre le stesse. I piccoli editori indipendenti arrancano, salvo alcuni che resistono con piglio e originalità.<strong> Le librerie dedicate a temi specifici o, più semplicemente, a propri gusti stravaganti, sono quasi estinte; e con loro quel bel tipo umano che ricercava con passione luoghi inconsueti e seduzioni esotiche. </strong>Sorte ancor più crudele è toccata alle librerie antiquarie, un tempo luoghi votivi di tante donne e uomini colti ed appassionati, ricercatori entusiasti di tesori nascosti tra mille scaffali. In tutto questo panorama i lettori decrescono di anno in anno, come in una spirale infernale. <strong>Siamo forse giunti al trionfo del <em>generalismo</em>: sapere poco di tutto e nulla di ciò che veramente vale. Il modello Wikipedia è giunto alla sua ennesima potenza. E così anche la lettura è stata divorata dal Leviatano. </strong>Per leggere occorrono infatti tempo, quiete, noia fors’anche: tutte cose che nel frenetico mondo dei cellulari non sono più consentite. E l’Italia, questa creatura bizzarra, pare abbia pagato a più caro prezzo il mutamento dei tempi, con una riduzione drammatica della lettura, soprattutto tra i più giovani.<strong> Ad onore del vero, con quello che pubblicano, si capisce perché ad uno passi la voglia di leggere. Personalmente faccio molta fatica a trovare cose interessanti in libreria, soprattutto presso le grandi edizioni. </strong>O ripubblicano classici, o cadono in cose illeggibili e pacchiane. Con l’eccezione di Adelphi e di alcuni pochi altri intraprendenti editori.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In particolare, lei parla di una ‘emergenza lettura’. Io aggiungerei, malignamente, che c’è anche una ‘emergenza letteratura’, ma non è questo il punto. Perché, fuori di retorica, ritiene la lettura così importante?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Perché leggere è come “sperimentare”, se stessi e il vasto mondo; è uno dei pochi strumenti di libertà che ci permettono di comprendere la complessità dell’esistere e le mille sfaccettature di questa nostra condizione umana. Togliere questo mezzo di confronto è come togliere i giochi ai fanciulli: si impedisce loro di crescere in armonia. <strong>Il mondo precedente all’invenzione della stampa aveva l’esperienza della terra e una tradizione millenaria che istruiva e formava. L’uomo che invece noi abbiamo conosciuto ebbe la lettura e la scuola: </strong>entrambe queste sono cadute in condizioni dolorose, mi pare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da lettore ‘forte’ mi dica che libro ha sul comodino.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho sempre con me <strong><em>I centomila canti di Milarepa</em> e <em>Irradiazioni</em> di Ernst Jünger. In questi giorni ho finito di rileggere <em>Memorie dal sottosuolo </em>di Dostoevskij,</strong> e ora sono immerso in un testo di Orlando Figes di Einaudi, <em>La danza di Nataša. Storia della cultura russa (XVIII-XX secolo)</em> che così si riassume: “dagli splendori della Pietroburgo settecentesca all’epoca terribile del sistema staliniano, dall’arte popolare ai magici rituali degli sciamani asiatici, dalla poesia di Puškin alla musica di Musorgskij; un grandioso affresco della storia e della cultura russa, ricca di vicende straordinarie e di personaggi indimenticabili, artisti ed aristocratici, rivoluzionari ed esuli, religiosi, libertini e contadini senza nome”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che rapporti devono intercorrere a suo avviso tra politica e cultura. Mi verrebbe da dire: esiste ancora una ‘cultura politica’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ci fu un tempo in cui la Cultura era uno strumento mirabile della Politica. Ed infatti le due cose dovrebbero andare a braccetto; meglio, una dovrebbe essere lo specchio dell’altra. Tutte le grandi ideologie costruirono strepitose macchine per diffondere la propria cultura, ovviamente per suggestionare politicamente a proprio favore le masse. Ma oggi tutto questo non esiste più. <strong>In nessuno schieramento, sia chiaro. I politici dei giorni nostri considerano i temi culturali orpelli inadeguati ai tempi e alle necessità, anche elettorali, della odierna fase politica. </strong>Quando Spengler usava il termine <em>Kultur</em> ne aveva una idea tutta politica. Oggi la situazione è enormemente diversa, e non mi pare che si tratti neanche più di mera <em>Zivilisation</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-69960 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-2-1-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-2-1-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-2-1-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-2-1.jpg 208w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />Penso che uno dei nodi centrali del sistema culturale sia la scuola. Eppure, le accademie ingrigiscono e le scuole arrancano. Intende agire anche in questo settore? In ogni caso, qual è il suo pensiero sul punto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho evidentemente alcuno strumento per agire su queste vicende che hanno profili spaventosamente grandi e complessi. La scuola è lo specchio del nostro mondo. Non ci sono più pedagogie alte. <strong>Una idea totale dell’uomo, come forse ebbe ancora Steiner, non potrebbe avere alcuna fortuna nel nostro mondo, dove le scuole sono mere istituzioni burocratiche</strong> finalizzate a perpetuare, salvo rarissime eccezioni, il banale e il brutto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine: la lettura è un gesto individuale, la cultura è una ricerca propria, privata. Come si salda questa solitudine, questo eremitaggio dell&#8217;intelletto con una azione culturale ‘per tutti’? Direi anche: come si concilia la ricerca intellettuale con l’essere ‘buoni cittadini’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Come la preghiera e la meditazione operano per vie non conosciute ai più, anche la lettura o la discussione appassionata generano effetti sottili i cui esiti non possono esserci noti. <strong>Quando regalo un libro o, meglio ancora, quando vedo un giovane che si dedica ad una militanza culturale, magari allestendo un tavolo di libri che lui ritiene tanto speciali da essere diffusi, ecco, lì vedo e nutro una speranza.</strong> Quel giovane, pur non avendolo forse mai letto, fa sua la famosa battuta di Jünger per cui “libri e proiettili hanno i loro destini”.</p>
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		<title>I bravi cittadini d’Albione hanno paura di Ernst Jünger in divisa. Ovvero: i diari di guerra del grande scrittore sbarcano in UK e USA, e la globalizzazione, in letteratura, non esiste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Jan 2019 09:53:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La ‘globalizzazione’ in letteratura non esiste. Per fortuna. Intendo. Nel sottosuolo esistono ancora parole seminali che fondano una identità specifica. Preciso. Il mondo unico, globalizzato – ma non pacificato – permette a me, lettore periferico della provincia Italia, di farmi una biblioteca di autori giapponesi, che mi piacciono più degli italici – i quali, oggi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/i-bravi-cittadini-dalbione-hanno-paura-di-ernst-junger-in-divisa-ovvero-i-diari-di-guerra-del-grande-scrittore-sbarcano-in-uk-e-usa-e-la-globalizzazione-in-letteratura-non-esiste/">I bravi cittadini d’Albione hanno paura di Ernst Jünger in divisa. Ovvero: i diari di guerra del grande scrittore sbarcano in UK e USA, e la globalizzazione, in letteratura, non esiste</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La ‘globalizzazione’ in letteratura non esiste. Per fortuna. Intendo. Nel sottosuolo esistono ancora parole seminali che fondano una identità specifica.</strong> Preciso. Il mondo unico, globalizzato – ma non pacificato – permette a me, lettore periferico della provincia Italia, di farmi una biblioteca di autori giapponesi, che mi piacciono più degli italici – i quali, oggi, scrivono scimmiottando gli americani come ieri mimavano i francesi. Eppure. Permangono dei ‘caratteri’ specifici, uno stile, un passo, una giuntura dello sguardo che, ad esempio, permette che soltanto in Francia, terra di viziosi indagatori del proprio ombelico – da Montaigne a Pascal al Divin Marchese – nasca un Houellebecq, sorga un Carrère. In Francia si fa la storia dell’io mentre in Italia, da Manzoni in qua – Verga, Pavese, Pasolini –, ci si confronta con la Storia, con i flussi fluttuanti della ‘società’.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65214 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro-3-e1548322190850-194x300.jpg" alt="" width="155" height="240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-3-e1548322190850-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro-3-e1548322190850.jpg 318w" sizes="(max-width: 155px) 100vw, 155px" />Drastiche semplificazioni. Però non mi pare un caso che soltanto ora, da pochissimo, siano atterrati su suolo inglese i diari di guerra – quelli del ’41-’45 – di Ernst Jünger, come <a href="https://cup.columbia.edu/book/a-german-officer-in-occupied-paris/9780231127400" target="_blank" rel="noopener"><em>A German Officer in Occupied Paris</em></a>, per le edizioni di pregio della Columbia University Press, </strong>in pompa (“Questi diari di guerra appaiono qui in inglese per la prima volta, dando un nuovo quadro dei dilemmi del ventesimo secolo, visti dalla penna acuta di un osservatore paradossale”). Scrivono proprio così. <em>Paradoxical observer. </em>Ora. In Italia non giudicheremmo “paradossale” lo sguardo di Jünger, autore di libri che crescono in necessità più passa il tempo. Paradossale, semmai, è che soltanto ora si possano leggere i diari di Jünger in UK e Usa. <strong>In Italia il <em>Diario 1941-1945 </em>del geniale scrittore tedesco è stato pubblicato da Longanesi nel 1957, poi ripreso da Guanda nel 1995 nella stessa traduzione di Henry Furst; in Italia, come si sa, sono pubblici anche gli altri diari,</strong> il <em>Diario di guerra 1914-1918 </em>(Libreria Editrice Goriziana, 2016), poi <em>Giardini e strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi </em>(Guanda, 2008) e <em>La capanna nella vigna. Gli anni dell’occupazione 1945-1948 </em>(Guanda, 2009). Insomma, da noi Jünger – eventualmente marginalizzato dai cretini, da chi ha paura della fiammata letteraria – è una icona, nel mondo inglese era un tabù.</p>
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<p style="text-align: justify;">Sulla <em>The New York Review of Books </em>fu Bruce Chatwin a ‘sdoganare’ Ernst Jünger nel mondo anglofono, scrivendo una vasta recensione ai diari, pubblicati in Francia. <strong>La visione di Bruce, il dandy dell’irrequietezza, è denunciata fin dal titolo, <em>An Aesthete at War</em>, “Una volta letti questi diari non si dimenticano. Sono certamente la produzione letteraria più strana uscita dalla Seconda guerra, estranea da qualsiasi cosa di Céline o di Malaparte. </strong>Jünger riduce la sua guerra a una sequenza di poemi in prosa allucinatori in cui le cose sembrano respirare e le persone agiscono come automi o, nel migliore dei casi, come insetti”. Era il 5 marzo del 1981. 37 anni dopo, ci sono arrivati.</p>
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<p style="text-align: justify;">Il pensiero di Jünger è in sostanza diverso, eccentrico dal blabla anglosassone: <strong>nella copertina del libro lo scrittore è scintillante indossando la divisa della Wehrmacht. Eroe decorato durante la Prima guerra, autore del libro di culto <em>Nelle tempeste d’acciaio</em>, Jünger prese decorose distanze dal Partito nazionalsocialista</strong>, ma a Parigi, durante l’occupazione tedesca, ha la blusa da ufficiale, “fece una vita privilegiata, incontrando artisti e scrittori come Céline, Cocteau, Braque e Picasso”. Uomo di spietata lucidità e dal talento crudele, sbaglieremmo a ritenerlo un vago flâneur che fa slalom tra le granate; Jünger è l’esteta che ha scritto “la lotta unisce gli uomini, l’inattività li separa”, e crede nel valore di redenzione del disastro (“Di tempo in tempo bisogna immergersi nelle fiamme per rinascere”).</p>
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<p style="text-align: justify;">Agli inglesi Jünger letteralmente esplode tra le mani. Alex Colville sullo <em>Spectator </em>(titolo: <a href="https://www.spectator.co.uk/2019/01/ernst-junger-reluctant-captain-of-the-wehrmacht/" target="_blank" rel="noopener"><em>Ernst Jünger — reluctant captain of the Wehrmacht</em></a>) attacca <strong>descrivendo lo scrittore tedesco come “una figura profondamente ambigua e controversa, che detestava la democrazia, glorificava il militarismo tedesco, eppure disprezzava i nazisti”.</strong> Il fascino emanato da Ernst Jünger è corrusco, incomprensibile al lettore inglese, che sosta su posizioni di critica. “I colleghi di Jünger a Parigi furono coinvolti nell’attentato ordito da Stauffenberg nel 1944 e chiesero il suo aiuto. Era una delle voci conservatrici più influenti in Germania a quel tempo, una delle poche che i seguaci di Hitler avrebbero preso sul serio. Tuttavia, ha rifiutato di prendere posizione durante il caos, quando molti credevano che Hitler dovesse morire, che bisognasse cambiare aria… <strong>Jünger attese che il male si autodistruggesse: un pompiere che combatte la fiammata aspettando che l’edificio bruci.</strong> Come sempre, ha abitato in una zona grigia”.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Ma tu guarda. L’individualismo granitico, l’intelligenza giganteggiante di Jünger terrorizza i civili cittadini d’Albione.</strong> A me strappa sempre bagliori emotivi quando lo scrittore, dopo un bombardamento, l’elettricità salta, l’urbe è circoscritta nell’oscurità, guarda il cielo, con quelle stelle improvvisamente palpabili, “Che cos’è l’essere umano e i nostri giorni terrestri al cospetto di questa gloria? Che tenuta ha il nostro tormento fugace?”. (d.b.)</p>
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