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	<title>Jacques Brémond Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Sat, 19 Jul 2025 03:33:21 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Per corrompere le virtù dell’anima”. Dialogo cruento con Dominique Rouche e Thierry Metz</title>
		<link>https://www.pangea.news/dominique-rouche-thierry-metz/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 03:41:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Dolmen]]></category>
		<category><![CDATA[Dominique Rouche]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni degli animali]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni tanto, mi scrivo con&#160;Dominique Rouche. Si ostina a scrivermi in italiano: errori, imperfezioni, fraintesi conferiscono a questa scrittura un surplus di enigma. Dominique forza il linguaggio nel sentiero interrotto, nel fiume interrato, sperando così di cogliere in fallo le parole, di defalcare la falsità, di intuire il loro segreto. Opera da bandito.&#160; Si pratica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ogni tanto, mi scrivo con&nbsp;<strong>Dominique Rouche</strong>. Si ostina a scrivermi in italiano: errori, imperfezioni, fraintesi conferiscono a questa scrittura un surplus di enigma. Dominique forza il linguaggio nel sentiero interrotto, nel fiume interrato, sperando così di cogliere in fallo le parole, di defalcare la falsità, di intuire il loro segreto. Opera da bandito.&nbsp;</p>



<p>Si pratica una lingua estranea, da fuggiaschi, da delinquenti, per familiarizzare con sé – stranieri a se stessi, come intendersi, altrimenti?</p>



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<p>Giovanissimo, nel 1973, <a href="https://www.gallimard.fr/catalogue/hiulques-copules/9782070283613" target="_blank" rel="noreferrer noopener">per Gallimard, Dominique Rouche esordisce con&nbsp;<em>Hiulques Copules</em></a>. È un libro primo e unico, quello, impossibile, in cui la lingua è forzata fino al neologismo, in cui la grammatica – ormai evaporata – si magnifica in olio purissimo. Ascritto – per noia e cecità – a uno sfinito sperimentalismo, Dominique non è un artefice, non è un sobillatore del linguaggio:&nbsp;<em>Hiulques Copules</em>, semmai, rasenta un dire da mistico bracconaggio, tra Laozi e Swedenborg. Sempre, la caccia è nella lingua: chi anela all’assoluto, nelle due dimensioni – ascesa e catabasi – forza il verbo fino alla resa. Fino al tutt’altro. Lo esercita per eccesso o per ascesso: l’analfabeta e il retore sono lo stesso.&nbsp;</p>



<p>Quel libro – pubblicato nella collana ‘Le Chemin’, che pubblicava Jean Starobinski, Henri Meschonnic, Georges Perros e il futuro Nobel J.M.G. Le Clézio – piacque a Michel Foucault e a Michel de Certeau; annientò l’autore che da allora si inoltrò in un proprio deserto. Lo ha mutilato dentro. Non aveva più nulla da poetare – il verbo gli si era avventato nel cobra, nel veleno.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="733" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image2-1024x733.jpeg" alt="" class="wp-image-104237" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image2-1024x733.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image2-300x215.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image2-768x550.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image2-600x429.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image2.jpeg 1509w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Più di recente,&nbsp;<a href="https://www.editions-harmattan.fr/catalogue/auteur/dominique-rouche/21851?srsltid=AfmBOopGBPwqlBpbdi3iTBIDORknHzFIeMfhTYnowtdL85E3VKK9nNat" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>per le edizioni L’Harmattan, Dominque Rouche</strong>&nbsp;</a>ha scritto libri inclassificabili, d’indole meditativa. Uno di questi,&nbsp;<em>Vers l’inframonde</em>, è descritto così: “Letteratura: pratica di un linguaggio che riconcilia uomini e dèi prima di tornare alle antiche lotte infinite che mai finiranno. Questo libro mostra visioni di mondi perduti e ritrovati: un inframondo dove vagano le ombre dei morti e di coloro che non sono ancora nati”. Il libro è uscito nel 2011; Dominique non pubblica da più di dieci anni, negli anni Novanta ha pubblicato una&nbsp;<em>enquête sur les miracles</em>.&nbsp;</p>



<p>Qualche mese fa, Dominique mi scrive: “Quanto a me, la letteratura mi invade sempre di più: ma ho dei testimoni che assistono alla mia lotta segreta. Lascio a voi indovinare il significato che anch’io coltivo come un fiore velenoso”.</p>



<p>Diceva di volermi inviare dei disegni, che “possano illuminarci sul significato della nostra attività”. Suppongo che&nbsp;<em>noi</em>&nbsp;equivalga e&nbsp;<em>io</em>: conteniamo moltitudini – meglio: siamo legione.&nbsp;</p>



<p>I disegni, infine, arrivano. Se non ho capito male, Dominique li ha realizzati in Umbria. In ciascuna tavola, è la messa in scena del sacrificio. Teatralità compenetrata dall’incombere del pericolo. In scena, sempre, uomini nudi su fondo muto, neutro. Spesso appare un coltello. A volte uno specchio. Non è chiaro se gli uomini stiano provando una pièce; spesso la finzione – la&nbsp;<em>regola</em>&nbsp;– sfama nel vero; spesso il vento si rivela sangue, il soffio un anatema. Non è chiaro se questi uomini appartengano a una setta, a una compagnia teatrale a un eremo. La magrezza ci conduce al digiuno, alle artiche norme della rinuncia.&nbsp;</p>



<p>Qualche giorno fa, una lettera di Dominique che vaga in orfismi:</p>



<p><strong>“Appartengo a questo mondo come se lo avessi pronunciato io: è un’illusione quella che sto per dimostrare. Non sapendo più: ma continuando a renderci ciechi all’unica immagine che percepiamo in questa oscurità in cui siamo relegati, prigionieri delle armi e delle leggi di cui un tempo ero l’implacabile custode. Per quello?</strong></p>



<p><strong>Sono venuto qui solo per corrompere le virtù dell’anima e glorificare lo Spirito a cui esse affermano di appartenere. Virtù: Dove sei nascosto?</strong></p>



<p><strong>Scrivere senza sosta: questa è la mia vocazione di uomo libero o di prigioniero, evocare le figure divine che un tempo ho incontrato e che hanno ispirato questi libri che voglio vedere perire nel fuoco che la terra vomita.</strong></p>



<p><strong>Siamo in due a non sapere cosa quindi resterà sconosciuto.</strong></p>



<p><strong>È il sangue degli Xst che scorre nelle nostre vene. (Questo è ciò che ci allontana da Lui.)</strong></p>



<p><strong>La servitù è ormai senza appello: non esiste altro che questa abitudine: suicidio?</strong></p>



<p><strong>Non esiste linguaggio per coloro che hanno perso l’uso di questa parola sconosciuta che esprime la Legge universale nascosta di cui siamo solo ombre distaccate.</strong></p>



<p><strong>Oro: Voglio il Male che incarniamo contro la nostra volontà.</strong></p>



<p><strong>L’arte della meditazione mi consuma”.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="782" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image1-1024x782.jpeg" alt="" class="wp-image-104238" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image1-1024x782.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image1-300x229.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image1-768x587.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image1-600x458.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image1.jpeg 1414w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Non so quale sia l’appello di Dominique, questo parlare lebbrosario, questi verbi tenuti tra bende, come scorpioni d’oro. Gli dico che i suoi disegni mi ricordano Luca Cambiaso, mi ricordano Alfred Kubin, mi ricordano l’ossessione teatrante del Seicento e il perturbante di Balthus. Una processione di lanterne. Ma che importa poi questo cumolo di citazioni cadaveriche?</p>



<p>Nello stesso giorno in cui da Parigi mi giungono i disegni di Dominique: Riccardo Corsi, illuminata mente delle Edizioni degli Animali, mi manda&nbsp;<strong><a href="https://www.ibs.it/dolmen-dimora-freatica-ediz-multilingue-libro-thierry-metz/e/9791280475121?srsltid=AfmBOoodcEptH2dX0TeippQwgO2c0iIdV2VFXVYUb7F2q_p-tZJQ-lYR" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’ultimo libro di Thierry Metz</a>&nbsp;</strong>– la traduzione è di Pasquale Di Palmo.&nbsp;<em><a href="https://www.editions-jacques-bremond.fr/titres.php?id_titre=43" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Dolmen, suivi de La demeure phréatique</a></em>&nbsp;esce per le edizioni di Jacques Brémond nel 2001, dopo essere stato pubblicato nei “Cahier Froissart” nel 1989. Ha trentatré anni, Metz, quell’anno; l’anno prima è morto il figlio di otto anni, divorato da un’auto.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Aprire la dimora freatica<br>essere là<br>nelle acque che preparano una cascata<br>niente è più fresco”.&nbsp;</strong></p>
</blockquote>



<p>In verità, siamo in un poema per frammenti, per via crucis: alla scrittura su pietra si alterna quella su acqua. L’uomo fa cronaca di sé sulla pietra, si incolonna nel marmo, sperando di resistere un’ora in più al proprio corpo transitorio; Dio sussurra alle acque. Quasi a dire: dono della pietra – suo lignaggio – è diventare fiume. O meglio: il fiume esiste finché la pietra ne è il passeur, l’intransigente calesse.&nbsp;</p>



<p>Spesso, poesie d’intrepida intensità che fanno di Thierry Metz, da qualche anno, uno dei poeti più risonanti in Italia.&nbsp;</p>



<p><strong>“questo qui&nbsp;<br>– senza nome –&nbsp;<br>rifornisce la lingua<br>con quello che trova:<br>ramoscelli<br>argilla sterco</strong></p>



<p><strong>appena qualche parola qui<br>per accogliere l’imprevedibile</strong></p>



<p><strong>quasi nulla dietro la porta<br>salvo che lui&nbsp;<br>– l’abitante –&nbsp;<br>preferisce alla dimora la finestra”</strong></p>



<p>Metz impasta poesie con pochi lemmi, con una radura di scarni vocaboli, all’osso. D’altronde, è così che si evade dal linguaggio: per combustione interna, finché il fuoco non lacera ogni parola, o per esplosione, per espansione, fino all’anonimato degli assedianti. Giungere all’uno insediandosi nei molti. Poesia-corda – oppure: poesia-ragnatela.&nbsp;</p>



<p>Dolmen: questo pachiderma che Metz rende passerotto. Parola-totem che ridiventa fiore. Senza più dèi né aforismi stellari, soltanto Metz sa ricondurre tutto – dalla piena del dolore – a un eden dei maniaci. Bellissimo.&nbsp;</p>



<p>Certo, fin nel titolo, il detto ‘geologico’ di Paul Celan, la cerca di una parola che abbia tenuta di pietra:&nbsp;<em>Dolmen</em>come&nbsp;<em>Kamen</em>, la pietra di Mandel’štam. Su questa pietra… Pietro/<em>Kepha</em>, l’uomo su cui il Vangelo non si compie ma fa di sé scempio. (Volto reso irriconoscibile per contusione di pietra; pietra che sigilla il Nazareno nel sepolcro).</p>



<p>Ma no, non si tratta di lapidare, qui: di levitare, semmai:</p>



<p><strong>“eclissi d’uccelli<br>e l’ala che trattiene i venti<br>d’improvviso ti solleva</strong></p>



<p><strong>ti porta il più lontano possibile<br>dove la parola nidifica</strong></p>



<p><strong>nella tua voce”</strong></p>



<p>E sempre, infinitamente, tornare alla voce di René Char – il nido; punto di snodo della poesia recente, che da atto lirico si faccia lancinante assalto. Oppure: premura di andare al Nord di tutto – transumanza di figure glaciali, vita boreale, la sula che in azzurrità si ciba del nostro corpo, fino a redimerlo giovanneo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="755" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image3-1024x755.jpeg" alt="" class="wp-image-104239" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image3-1024x755.jpeg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image3-300x221.jpeg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image3-768x567.jpeg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image3-600x443.jpeg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/07/image3.jpeg 1464w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Parlando, forse, dei suoi testi poetici, mi scrive, Dominique Rouche: “Un mosaico informale che ci guida e ci fa sentire un&#8217;unica voce che ci raggiunge fino alla fine: la fine di un discorso risuonante nel buio generale? Una sola voce per una moltitudine di discorsi che culminano nel silenzio:&nbsp;<em>Mehr Licht</em>!, Più luce!”.&nbsp;</p>



<p>Non c’è più pietra né dimora né strato freatico nella scrittura di Dominique. Tutto è al punto estremo di fame, nel più lucido istante: basta rovesciare una parola, pronunciare con errato tono un verso e tutto si sbriciola, si sillaba in briciole. Cosa ci sia&nbsp;<em>dietro</em>&nbsp;– bestia o pascolo, neve o niente – non è dato sapere: sentiamo il rintocco, un feroce mormorio, con l’orecchio appeso alla parete.&nbsp;</p>



<p><em>*I disegni nel testo e in copertina sono di Dominique Rouche</em></p>
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		<item>
		<title>“Quando anche tu non sarai che la cenere della tua scrittura”. Thierry Metz su Paul Celan</title>
		<link>https://www.pangea.news/thierry-metz-paul-celan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Oct 2024 01:45:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni degli animali]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Brémond]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Celan]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Corsi]]></category>
		<category><![CDATA[Thierry Metz]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riccardo Corsi ha l’antica abitudine di scrivere a mano, su cartoline effigiate con l’elefante in corsa, dalle molte proboscidi. La calligrafia ha l’incertezza degli utopisti, di chi dà sostanza carnale alle ombre. Forse è così che una mera cartolina diventa fuoco, che si celebra l’obbedienza a un’amicizia. Le braci in abbraccio. * Credo che il [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Riccardo Corsi ha l’antica abitudine di scrivere a mano, su cartoline effigiate con l’elefante in corsa, dalle molte proboscidi. La calligrafia ha l’incertezza degli utopisti, di chi dà sostanza carnale alle ombre. Forse è così che una mera cartolina diventa fuoco, che si celebra l’obbedienza a un’amicizia. Le braci in abbraccio.</p>



<p>*</p>



<p>Credo che il tema di questo breve scritto sia l’amicizia.</p>



<p>L’altro tema lo dico dopo, ma ha a che fare con una lettera che Heinrich von Kleist scrive alla sorellastra Ulrike, donna di pervicace bellezza. È il 1802, Kleist va per i venticinque anni, sogna epopee e s’innamora.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Non so che dirti di me, uomo <em>inesprimibile</em>. Vorrei potermi strappare il cuore, incartarlo in questa lettera e spedirtelo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Che frase meravigliosa. Provo chirurgicamente a modellarla in questo modo. Uno scrittore ha bisogno di <em>consegnarsi</em>. Un altro deve rintracciarlo, deve ripercorrere i suoi scritti, con le torce in mano, a rischio di incenerirli. In questa lettura a lume impennato – che significa, strappare il cuore – l’<em>inesprimibile</em> trova espressione. L’inesprimibile si esprime attraverso un altro – opera di medianica compassione.</p>



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<p>*</p>



<p>Riccardo Corsi anima le <a href="https://www.edizionideglianimali.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Edizioni degli animali</a>, ha scritto libri di singolare veggenza (ne dico due: <em>Libro del vento</em>, 2016 e <em>La stella dei mondi</em>, 2023). Le sue edizioni non fanno <em>cultura</em>, invitta vanità: invitano alla lotta. Così è scritto, nella lirica presentazione: “Animali, piante, esseri umani resi schiavi da altri umani, per loro lottiamo, per noi. Per donare nostalgia di verità, per le creature perdute nella vastità dei mondi che abitiamo e che chiedono di essere riscattate all’amore, alla vita che si agita in ogni cuore”.</p>



<p>Di solito, fanno libri molto belli – libri/selce, libri/albero, libri/astro. Questa volta, Riccardo mi invia un’opera d’arte. <strong><em>Su una poesia di Paul Celan</em> è un poemetto di Thierry Metz</strong> che si sviluppa – a volo di corvo, a misura di volpe – intorno a un testo di Celan, appunto, “Es war erde in ihnen, und”, raccolto in <em>Die Niemandsrose</em>. Metz afferra i ferri di Celan e ne fa melagrana; spicca Celan, seminagione di Celan, Celan sotto la lingua, che ci esplode, rosso, in questo autunno di cappotti in milizia.</p>



<p>Il testo è tradotto da Pasquale Di Palmo, è “stampato con i caratteri mobili in piombo, come usava una volta” (Corsi), costruito insieme alle edizioni di Jacques Brémond. Per chi non lo sa, Jacques Brémond è il druido dell’editoria europea, un alchimista del torchio. <a href="https://editions-jacques-bremond.fr/auteur.php?id=128" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tra l’altro, Brémond è il primo editore ad aver creduto nella poesia di Metz: </a>nel 1988 stampa <em>Sur la table inventée</em> (pubblicato nel 2018 in Italia, per le Edizioni degli animali, proprio a cura di Riccardo Corsi).</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="536" height="739" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/9791280475084_0_536_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-101174" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/9791280475084_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/10/9791280475084_0_536_0_75-218x300.jpg 218w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></figure>



<p>Nato a Parigi nel 1956, Metz, fisico colosso, allenato da diversi lavori di fatica (dal manovale all’operaio in contado), ottiene, per quel che importa a un poeta, una certa, granitica ammirazione: grazie a Jean Grosjean, nel 1990 <a href="https://www.gallimard.fr/auteurs/thierry-metz" target="_blank" rel="noreferrer noopener">pubblica con Gallimard</a> <em>Le Journal d&#8217;un manœuvre </em>(uscito in Italia, a cura di Andrea Ponso, sempre per Edizioni degli animali, nel 2020). Sconfitto dalla morte del figlio, Vincent, investito da un’auto il giorno in cui ottiene il Prix Voronca, a precipizio nell’alcol e nella depressione, Metz si uccide nell’ospedale psichiatrico dove era stato internato, nell’aprile del 1997. In ospedale scrive <em>L’Homme qui penche</em>, il suo primo libro tradotto in Italia (nel 2001, da Via del Vento edizioni).</p>



<p>Negli ultimi anni, la parola di Metz ha attecchito con particolare potenza in Italia: nel 2021 Interno Poesia stampa <em>Dire tutto alle case</em> (a cura di Mia Lecomte), nel 2022 Il Ponte del Sale ha pubblicato <em>Lettere all’innamorata</em> (a cura di Pasquale Di Palmo).</p>



<p>*</p>



<p><em>Sur un poème de Paul Celan</em> è effigiato da Jacques Brémond, in origine, nel 1999. Ora ritorna, in doppia edizione. “Abbiamo lavorato come monaci in una tebaide (l’atelier di Jacques), al freddo, ma il risultato&nbsp;è meraviglioso&nbsp;e ci riempie di gioia. Marte e Maria unite nel lavoro manuale e nella tensione spirituale” (ancora Corsi).</p>



<p>Si diceva: amicizia, dedizione.</p>



<p>*</p>



<p>Sarebbe ovvio tramare incastri tra l’opera di Celan e quella di Metz. È esercizio da entomologi. Tra di esse non c’è fratellanza alcuna – semmai: l’ipnosi degli insonni.</p>



<p>Le mani di Celan sono di cristallo: il poeta raccoglie i verbi dopo averli lentamente distillati. Celan elimina le scorie, con sapienza da cabalista. A contrario, Metz opera nella terra bruta, dona alle scorie entità verbale, fa ambra del fango, fa ambire alla creta di svolgersi in ghepardo. Le sue sono mani da sollevatore di pesi, da muratore.</p>



<p>Diverso è il punto in cui entrambi crollano: Celan nella mente, in un luogo circospetto del cervello; Metz all’apice della schiena, dove si snodano, a drago, le vertebre. Da qui, la scelta della morte per acqua, per Celan: spaccati i ponti con il mondo, gettarsi dal ponte. Poesia astrale, quella di Celan; da recluso, quella di Metz.</p>



<p>Mettiamoci in ascolto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Si direbbe che tutta la lava sia entrata<br>in te<br>e tu sanguini dentro.<br>Perdonami se te ne parlo così da vicino,<br>unendovi una scrittura che ti vede morire.<br>Una scrittura che non è che la tua mano<br>contro una piaga.<br>Poiché dietro certe mani<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; si nascondono ancora persone<br>che hanno la voce bruciata.<br>è questa cenere che applico contro te<br>ancora calda<br>quando parli.<br>quando anche tu non sarai che la cenere<br>della tua scrittura”.</strong></p>
</blockquote>



<p>*</p>



<p>Ecco: l’amicizia, il cuore messo in una lettera. Metz non scrive una poesia <em>d’après</em> Paul Celan ma <em>sur un poème </em>di Celan. Si mette sopra, non a fianco – né davanti o dietro. Sopra. Non è seguace né precursore: usa le bende. Sta sopra. Come chi unge di olio un cadavere: cioè, ne rivela le fattezze autentiche. È quell’olio a rendere indistruttibile – risorto – quel corpo altrimenti in crollo, in disfacimento, biada per vermi. È l’olio a rendere tangibile il corpo insussistente. Allo stesso modo, Metz fa risorgere Celan.</p>



<p>C’è forse bisogno di un poeta perché l’opera di un altro poeta risorga? Non bastano i lettori? I lettori assistono al corpo/corpus vivente del poeta. Il poeta si occupa del corpo morto del poeta. Risorgere non vuol dire eterno ritorno dell’uguale.</p>



<p>*</p>



<p>Mettiamoci in ascolto:</p>



<p><strong>“Così passava il loro giorno, la loro notte”</strong></p>



<p><strong>Giorno dopo giorno, notte dopo notte:<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; cosa scorgere?<br>E chi ascoltare?<br>Una cavalletta nutre la voce di un bambino<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; o di un pazzo,<br>un filo d’erba. Finché c’è la madre.<br>Ma cosa può fare l’uomo dentro di sé?<br>abbandonato all’ortica, ostacolato dai suoi sogni?</strong></p>



<p><strong>Tra i due tutto è fatto<br>tutto è concluso<br>Perché forse non c’è più niente da dire sull’uomo,<br>come se qualcosa l’avesse preceduto,<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; qualcosa che l’avrebbe dimenticato<br>Per non realizzare che una morte<br>notte dopo notte, mano dopo mano.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Ogni poeta per diventare poeta deve attraversare un poeta. Deve attenersi al lignaggio, deve intitolarsi degli avi.</p>



<p>Gioco estremamente rischioso. Chi entra nel corpo morto rischia di morire. No, non è necrofagia ma opera di luce: mettere le labbra in figura di torcia. Cioè: fare del proprio corpus cenere e di quella cenere rivestire l’altro, il prediletto.</p>



<p>Così Metz sceglie Celan come Celan ha scelto Mandel’štam che ha scelto l’Armenia e Ovidio. <em>Tristia</em> è il tono di questi poeti, Tomi la loro estrema ubicazione; la via degli esiliati.</p>



<p>*</p>



<p>Amicizia, dedizione. “Insegnaci a pregare”, chiedono i discepoli in un passo particolarmente commovente del Vangelo di Luca. I discepoli sono privi di verbo perché la venuta del Verbo li ha annientati tutti; ha reso iniquo il chiedere e il pregare. Gesù, che “si trovava in un luogo a pregare” (<em>Lc</em> 11, 1), allora, ritorna in sé e offre ai discepoli le parole del <em>Pater</em>/Padre. Le parole da usare quando non sarà più con loro e ogni cosa sarà interrotta, muta, a bocca lacera.</p>



<p>Sono parole spoglie, perfino misere – che distanza dai tonanti tamburi dei Salmi, da quelle ferine metafore – giunte a piè pari da Eden. Sono parole a piedi nudi.</p>



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<p>Ripetere le parole che un altro ci ha dato. Ripercorrere. Rintracciare e sognare in quelle tracce, accovacciarsi. Non è quello che fecero le stelle, ridiventando uomini? Curvarsi nelle tracce del cacciatore, installare una sequela di fiamme tra quelle orme. E a sua volta: l’uomo s’incunea nell’alfabetica traccia del capriolo e del lupo…</p>



<p>Caccia, insegnamento, amicizia. Poesia-preghiera. Richiesta: insegnaci…</p>



<p>Così Thierry Metz, tutto il contrario dei latifondisti del verbo, slaccia l’opera – vada a pascolare negli altipiani –, si mette ad altura di Celan, in lui pone il suo diritto, la sua tenda, la prima notte del tempo, il tempio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/thierry-metz-paul-celan/">“Quando anche tu non sarai che la cenere della tua scrittura”. Thierry Metz su Paul Celan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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