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	<title>Il Ponte del Sale Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Tue, 07 Feb 2023 05:35:56 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“Lasciare traccia del proprio passaggio”. Sulla poesia di Marco Munaro</title>
		<link>https://www.pangea.news/marco-munaro-poesie-temporelli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Jul 2022 04:16:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Temporelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Anelli]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Ladolfi]]></category>
		<category><![CDATA[Il Ponte del Sale]]></category>
		<category><![CDATA[Ladolfi editore]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Munaro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Andrea Temporelli stupisce ancora il mondo della letteratura italiana. Il poeta ‒ infatti ‒ il romanziere, l&#8217;insegnante e critico letterario, torna sulla scena curando come direttore una nuova collana per Ladolfi Editore. Nella fattispecie, si tratta della Collana Opale, che si prefigge di dare risalto a quei “poeti nel limbo”, che forse non hanno ancora [&#8230;]</p>
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<p><a href="https://www.andreatemporelli.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Andrea Temporelli </a>stupisce ancora il mondo della letteratura italiana. Il poeta ‒ infatti ‒ il romanziere, l&#8217;insegnante e critico letterario, torna sulla scena curando come direttore una nuova collana per Ladolfi Editore. <strong>Nella fattispecie, si tratta della Collana Opale, che si prefigge di dare risalto a quei “poeti nel limbo”, che forse non hanno ancora avuto appieno il giusto riconoscimento</strong> nella nostra realtà italiana; e che pure, se davvero letti e considerati, si manifestano come autori di primo piano, se non di tutto rilievo e rispetto.</p>



<p>Temporelli dunque ha curato una auto-antologia di <strong>Marco Munaro</strong>, resa pubblica a ottobre del 2021. La prima di una serie che si prospetta davvero interessante. Anche il titolo del libro stuzzica e intriga il lettore non di primo pelo: <a href="https://www.amazon.it/tempo-nel-Poesie-1983-2021/dp/8866446130/ref=sr_1_10?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;keywords=marco+munaro&amp;qid=1638015990&amp;sr=8-10" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Un tempo nel tempo. Poesie (1983-2021)</em>.</a></p>



<p>Se da un lato questa auto-antologia si presenta come parte di un libro che il lettore è invitato a ricostruire o a immaginare, dall&#8217;altro è un&#8217;opera godibile in sé, nella sua architettura e nei suoi passi, nel respiro di una voce fedele alla vita e al suo canto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="679" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/41SrQKN3hOL-679x1024.jpg" alt="" class="wp-image-91937" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/41SrQKN3hOL-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/41SrQKN3hOL-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/41SrQKN3hOL-600x905.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/07/41SrQKN3hOL.jpg 716w" sizes="(max-width: 679px) 100vw, 679px" /></figure>



<p>Munaro, del resto, (insegnante pure lui) è poeta prolifico. Sono davvero tante le raccolte che finora ha pubblicato. <strong>È inoltre traduttore di Queneau, Rimbaud e Virgilio. Nel 2003, ha fondato “Il Ponte del Sale. Associazione per la Poesia”;</strong> associazione che poi ha pubblicato come casa editrice, solo per fare qualche nome, oltre allo stesso Temporelli, anche Simone Cattaneo e Riccardo Ielmini. Alla ricerca di una poesia di qualità, insomma, che insegue e persegue, ed esige, altrettanta aristocrazia della forma: stili unici ed inimitabili; per questo invidiabili, irraggiungibili: marchio indelebile di sacrificio verso la parola e verso quel verbo che solo consacra e / o annienta il poeta nell&#8217;assoluto.</p>



<p>Tornando alla poesia di Marco Munaro, essa è poliedrica, variopinta, spicca come i tantissimi comignoli affratellati sui tetti di una grande città quale può essere quella di Torino. Giusto per citare qualche verso da <em>Cinque sassi</em>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong><em>Farfalle</em> </strong></p><p><strong>Lasciare traccia del proprio passaggio<br>su piccoli, cari, fogli di carta.<br>Gettarli. E ritrovarli, per caso,<br>a sventolare, come<br>farfalle per la camera</strong></p></blockquote>



<p>O, ancora, a pagina 158 del libro:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong><em>Robigo Roigo</em> </strong></p><p><strong>Ruota del destino<br>che porti il cammino<br>o Ruggine del grano<br>oro disperso, vano.</strong></p><p><strong><br>È dalle parti del campanile di San Rocco?<br>Ero sull&#8217;albicocco.<br>O è alla Rotonda, tra le calle<br>del cimitero sconvolto, ‒ LE MANI<br>che vòlto rivolto<br>il rovaio?</strong></p></blockquote>



<p>Temporelli, pertanto, persevera nel perseguire e divulgare una poesia che ben presto diventerà, a mio parere, di tradizione. <strong>L&#8217;artigiano del verbo, lo scalpellino della parola, torna non solo per dire che non se ne è mai andato dal mondo delle lettere, ma soprattutto per difendere e dare spazio a quella poesia vera</strong>, che in molti, invece e purtroppo, vorrebbero vedere annegare nel lago torbido delle loro più nefaste fantasie.</p>



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<p>Tuttavia la poesia è viva; tutt&#8217;altro che scomparsa. Ora ne abbiamo traccia. Basta solo accorgersene. Basta solo sfogliare (per il momento) questo primo libro, per farci fortemente assaporare il sapore propizio del vento.</p>
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		<title>“C’è un futuro radioso dentro il male”. Su Riccardo Ielmini</title>
		<link>https://www.pangea.news/riccardo-ielmini-poesia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2021 04:19:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Il Ponte del Sale]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Ielmini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È così bello farsi piccoli, smettere l’ira, educare il vocabolario come un gatto; sedersi sotto al tavolo e credere che di legno sia il cielo, e che basti un coltellino per inciderlo, a fondo, fino al polmone fossile, fino alla mano turbata del dio. Mi siedo, quindi, piccolo, di fianco al libro di Riccardo Ielmini, [&#8230;]</p>
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<p>È così bello farsi piccoli, smettere l’ira, educare il vocabolario come un gatto; sedersi sotto al tavolo e credere che di legno sia il cielo, e che basti un coltellino per inciderlo, a fondo, fino al polmone fossile, fino alla mano turbata del dio. <strong><a href="https://www.ibs.it/stagione-memorabile-libro-riccardo-ielmini/e/9791280446008" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Mi siedo, quindi, piccolo, di fianco al libro di Riccardo Ielmini, s’intitola <em>Una stagione memorabile</em>, lo sfoglio da tempo, lo ha pubblicato Il Ponte del Sale</a></strong> (quanti bei libri hanno fatto: i libri di Andrea Temporelli, di Simone Cattaneo, di Isacco Turina… una mappa del cielo prima che un canone). Sono certo che questo libro mi sopravvivrà, so che lo leggerò tra un anno, tra cinque, tra dieci, e questo mi conforta: come di fronte a un bosco, o al degno lavoro dell’uomo.</p>



<p>Riccardo Ielmini ha pubblicato un libro di poesie, <em>Il privilegio della vita</em>, più di vent’anni fa, nel 2000; in questi anni ha raccolto alcuni racconti (<em>Belle speranze</em>, 2011), ha pubblicato un romanzo (<em>Storia della mia circoncisione</em>, 2019). La sua vita si svolge lontano dal rumore letterario, dal dicastero dei colti: dirige una scuola in provincia di Varese, abita a Laveno – se è ancora lì –, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore. Io l’ho sempre guardato dall’altra parte, dal Piemonte: un asso nel far rimbalzare le pietre sulla metallica superficie del lago. <strong>Dare levità alle pietre, alla vita, però, è il talento di Ielmini, non certo il mio. Dopo vent’anni, così, Riccardo Ielmini pubblica, regolate in due sezioni (“Primo tempo” e “Un altro tempo”), trenta poesie. Ed è tutto. Quando ti accorgi di lui, è per il bagliore di un sorriso, il refluo di un’ombra, un patto di pietà contratto chissà quante vite prima.</strong> Così, come chi entra dalla panchina – la metafora calcistica è comune in Riccardo –, risolve la partita, poi preferisce uscire dalla porta laterale dello stadio, contraffatto in un’onda di giacche, per schianto di pudore. Da ragazzo, negli anni in cui ho giocato a calcio, giganteggiavo entrando nel secondo tempo: tutta velocità, fenomeno nell’arte della fuga e della foga; mettevo il caos nella grammatica agonistica. Riccardo Ielmini, invece, è maestro nell’ordine, nell’organizzare il gioco, nella ‘narrativa’ della partita; è tenacia e tecnica la sua virtù. Ci sono alcune poesie, per intenderci – <em>Segnatori di righe al campo di calcio, In morte del gigante con la camicia a quadri, La Torbiera di Mombello, Istruzioni per la morte</em> – che andrebbero studiate per capire come ‘raccontare’ in versi. Ma per questo, va da sé, c’è anche Vittorio Sereni, Giorgio Caproni, bla bla… è che Riccardo leviga tutte le sprezzature, va giù, adempiendo una ingenuità aurea, spesso implacabile.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210410_144844-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-84537" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210410_144844-768x1024.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210410_144844-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210410_144844-1152x1536.jpg 1152w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210410_144844-1536x2048.jpg 1536w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210410_144844-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/IMG_20210410_144844-scaled.jpg 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>In altre poesie – <em>Ping pong</em>, ad esempio – è l’irrompere dell’incredibile nel consueto, la presenza del sacro tra le mani (“Tempo ben speso: la stessa estasi/ provata da Dio nell’apparecchiare vuoti e pieni dell’universo./ Poi il tavolo restava lì, montato, tetragono, per ore/ sotto lo zenit dell’estate occidentale”). Che è lì: esatto, nitido, domestico come l’ostia, senza sbracciare, sbracare, sbavare. Così, mi pare, è il modo di Riccardo Ielmini: <strong>la concretezza straordinaria, di chi fa levitare le cose, i volti, le memorie, senza elevarsi; di chi accoglie le ore, i giorni come una primizia, un ciborio, e nella ripetizione non vede il ritorno dell’uguale ma la grazia. “C’è un futuro radioso dentro il male”:</strong> è l’ultimo verso della prima poesia, si chiama <em>Gretel</em>, del libro. E io, che di facciata amo un altro linguaggio, amo i poeti minerali e laterali, che torcono la lingua fino al quarzo indicibile, degni di espandersi in una leggenda apocrifa, incompresa dai più, resto sbalordito, senza più verbi, inchiodato. Mi faccio piccolo, appunto. Vado sotto il tavolo – le sedie, da lì, mi sembrano levrieri – e sottolineo alcuni versi. Non ho docenza intellettuale né decenza da esperto in lirica: la poesia, ormai, è un al di là tale che si riconosce al tatto, odorandola, dando lavoro ai denti. Ogni speculazione intorno a una poesia – a meno che il poeta non sia stecchito – sa di incenso, di rosticceria mentre la città è sotto incendio. Mi limito ad accennare, appuntare, ricopiare: bisogna capire, poi, quanto queste parole agiranno, nell’erebo dei mesi, tra qualche anno – la poesia resta un sortilegio, anche se solare. Di certo, credo che <em>Tityro</em>, poemetto ‘bucolico’ in quattro lasse, sia un testo bellissimo, dove il <em>classico</em> diventa avvenire, e la poesia, perfino, sbandamento che s’intona a una morale, che incunea in un cuore:</p>



<p>“Cosa resta da fare. Io lo so. Commuovermi per il bene del mondo.</p>



<p>Io devo commuovermi, è questa la mia palizzata.</p>



<p>Commuovermi, e cantare qui la collezione degli azzurri</p>



<p>nei cieli di Lombardia, e l’humus che fermenta sotto la coperta di neve,</p>



<p>e Elena, la ragazza col berretto di lana grossa e la carne liscia</p>



<p>e i passi fragranti e innamorati nel silenzio grigionero del bosco</p>



<p>verso un futuro lucente di fioriture e fortune,</p>



<p>verso un futuro di dolori, sfaceli, lutti sparizioni”.</p>



<p>Che bellezza, Riccardo Ielmini, con la sua giovinezza da primo giorno del mondo, con l’alba al posto del sistema nervoso, e una fede lavica nella schiena. Ci sono versi che scavano – “I figli sono l’ultimo avamposto della grazia”; “La condizione dell’allerta è la cifra cupa della mia vita”; o questo giro: “Vorrei una vita interlocutoria, di presagi e promesse,/ come il volteggio dei deltaplani sulla vertigine del verde,/ mentre esplodono le grida dei figli, lanciate come sfida nell’aria” – e la percezione che il bene è proprio perché tutto muore, si consuma, in una latitanza di cristalli.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2021/04/maxresdefault-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-84538" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/maxresdefault-1-1024x576.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/maxresdefault-1-300x169.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/maxresdefault-1-768x432.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2021/04/maxresdefault-1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>Riccardo Ielmini sventola il suo romanzo</em></figcaption></figure>



<p>A Riccardo frega nulla della ‘letteratura’, per altro, sa che le poesie, come i semi buoni, devono giacere, pur per anni, nei cassetti: se è abete, rosa o falla, si vedrà. Scrive per sostanziare la vita, dunque scrive sentendo la carne; vive la sonnambula beatitudine dei rari – ovvero: conosce l’indignazione, la rabbia pura, l’impari del dolore. So di dire una scemata, ma quando leggo Riccardo Ielmini, queste poesie di sperticata vita, di vita sprecata, di vita, mi sento più buono, anzi, divento buono. (d.b.)</p>



<p>**</p>



<p><strong><em>Opera umana</em></strong></p>



<p>Mi commuove l’umana opera in rassegna:</p>



<p>i tagli di scolo dell’acqua nel bosco,</p>



<p>la fresatura di ringhiere arrugginite,</p>



<p>l’accatastamento annuale della legna,</p>



<p>il getto di idropulitrice nei tubi, fra le grate.</p>



<p>Come se ce ne infischiassimo di Qoelet,</p>



<p>della favola dei gigli del campo</p>



<p>tessuti da un altrove lontanissimo,</p>



<p>o non ci accorgessimo quanto ci costa</p>



<p>reinventare la lotta, riscrivere la resistenza.</p>



<p>Come se tutto l’affaccendarsi fosse</p>



<p>davvero preparazione, davvero prefigurazione</p>



<p>di questo altrove lontanissimo</p>



<p>che mi visita nei tiepidi silenzi</p>



<p>dei pomeriggi indecifrabili a febbraio.</p>



<p>Mi resisterà ciò che costruisco.</p>



<p>Quando bordeggio i muri dei terrapieni</p>



<p>incontro i fantasmi delle maestranze:</p>



<p>un giorno, commuovendosi, qualcuno</p>



<p>sul risvolto dei miei versi si imbatterà nel mio fantasma.</p>



<p><strong><em>Riccardo Ielmini</em></strong></p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Discesa agli inferi insieme a Seamus Heaney (portando in braccio Virgilio)</title>
		<link>https://www.pangea.news/discesa-agli-inferi-insieme-a-seamus-heaney-portando-in-braccio-virgilio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 05:17:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Perché la morte non divori la vita, dobbiamo occuparci dei morti – ravvivare il loro viso, riavviare la memoria – o deflorare il ricordo. Una grande vita si comprende dal rapporto che essa ha con la morte. Il cimitero deve diventare il nostro giardino. * L’asse del mondo vacilla perché non abbiamo più parole che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Perché la morte non divori la vita, dobbiamo occuparci dei morti – ravvivare il loro viso, riavviare la memoria – o deflorare il ricordo.</strong> Una grande vita si comprende dal rapporto che essa ha con la morte. Il cimitero deve diventare il nostro giardino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’asse del mondo vacilla perché non abbiamo più parole che sappiano nutrire i morti – consapevoli che i morti sono il nutrimento della vita.</strong> La poesia è una parola che si rivolge ai vivi rammentando la morte; si rivolge ai morti consolando, frenando, fremente. Orfeo canta per entrare nel regno dei morti – poi canta la rassegnazione, l’euforia della nebbia, le rabbie solari, il verbo che riporta in vita ma non è in grado di far risorgere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’oltretomba cristiano, come lo ha dettato Dante, lo ha ideato un poeta latino, pagano, Virgilio: il Dio biblico non eccelle in sapienza topografica, la sua è una tipografia del vuoto.</strong> Nella Bibbia l’aldilà è attesa del giudizio, strazio tra eden e deserto: i nomi con cui addobbiamo i mondi oltreterreni – Flegetonte, Cocito, Acheronte, Caronte, Cerbero, Minosse… – sono stati geograficamente sistemati in versi nel VI dell’<em>Eneide</em>, come si sa. Dante si affida a Virgilio perché il grande poeta latino è il solo che conosca i misteri di Ade: Virgilio è il poeta sciamano che ha descritto i mondi ignoti agli uomini. Come lo sciamano disegna la mappa degli altri mondi sulla pelle del suo tamburo, così, se leggiamo il VI dell’<em>Eneide </em>penetriamo negli inferi della memoria, andiamo a chiacchierare con i morti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-63906 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/eneide2-195x300.jpg" alt="Heaney" width="149" height="229" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eneide2-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eneide2-768x1181.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eneide2-666x1024.jpg 666w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eneide2-600x923.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eneide2.jpg 1000w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" />La sequela è affascinante: il ‘mito di Er’ di Platone, Virgilio, Dante… <strong>poesia è custodire la sapienza dell’oltretomba. Non c’è altra domanda, in vita, tra l’altro, se non la domanda sulla morte:</strong> sono qui ora per domandarmi cosa sarà di me dopo; e che ne è, ora, dei miei amici defunti, mi sentono, cosa abitano, dove sono?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esercizio quotidiano: immaginarsi l’oltretomba. Una volta ho immaginato l’oltretomba come una immensa piscina. I morti sono pesci.</strong> Ci guardano. Le bocche spietate dei pesci sono le stelle. Il cosmo è il vetro di questa gigantesca piscina. Altre volte penso che la memoria sia un atto di ostilità verso i morti – loro non desiderano essere ricordati, ma dimenticati, alleggerirsi dalla pena terrena. Così, scrivere è un sillabario dell’oblio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Penso che ci sia qualcosa di destinato nel fatto che l’ultimo lavoro di Seamus Heaney sia stata la traduzione del VI dell’<em>Eneide</em>,</strong> <a href="https://www.faber.co.uk/shop/poetry/9780571327317-aeneid-book-vi.html" target="_blank" rel="noopener">pubblicata postuma da Faber</a>, nel 2016<em>. </em>Enea, l’uomo che “ho già visto/ e già sofferto tutto” (che meraviglia in inglese: <em>for I have foreseen/ And forsesuffered all</em>), va agli inferi a trovare il padre Anchise: prima di dare la vita a una nuova civiltà, in Italia, bisogna consigliarsi con i morti – <strong>cercare il padre nell’incredibile.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Sono diversi i legami tra Heaney e Virgilio. Il primo è biografico: la traduzione – che è risposta a una richiesta proveniente da una lingua dell’aldilà – è dedicata al “mio insegnante di latino al St Columb’s College, padre Michael McGlinchey”. Il secondo è formale: “la silloge autobiografica in dodici sezioni, pubblicata in <em>Human Chain </em>(2010), era intitolata <em>Route 110 </em>e intrecciava eventi tratti dalla mia stessa vita sullo sfondo di alcuni ben noti episodi del libro VI”. <strong>In realtà, sono molti, svariati, altri i legami tra il grande poeta irlandese morto nel 2013, Nobel per la letteratura nel 1995, traduttore minuzioso – ha reimpastato la lingua di Ovidio e del <em>Beowulf</em>, avvertendo complicità con Giovanni Pascoli – e Virgilio.</strong> Li trovate, squadernati, in un libro magnifico, <em>Seamus Heaney: Eneide Libro VI</em>, che è la traduzione in italiano della traduzione dal latino fatta da Heaney sul corpo di Virgilio – una leccornia per chi s’infanga nel linguaggio – pubblicato da <a href="http://ilpontedelsale.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener">Il Ponte del Sale</a>, per la cura di Marco Sonzogni (che ha costruito il ‘Meridiano’ Mondadori dedicato a Heaney), con la prefazione di Alessandro Fo – poeta e latinista che per Einaudi ha tradotto l’<em>Eneide </em>– e un testo di Teresa Travaglia dedicato proprio a snidare i rapporti tra <em>Heaney e Virgilio </em>(la traduzione è di Leonardo Guzzo e Giovanna Iorio).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se i rapporti tra Omero e il contemporaneo – sanciti dall’<em>Ulisse </em>di Joyce – sembrano lampanti – la figura di Odisseo come emblema dell’uomo d’oggi e l’<em>Iliade </em>come trama della Storia – vanno sondati quelli, sottili, raffinati, egualmente vitali, con Virgilio.<strong> Thomas S. Eliot, famelico nel giustificare la propria opera, nel saggio <em>Che cos’è un classico? </em>fa di Virgilio il centro del ‘canone’: “Virgilio si conquista la ‘centralità’ del classico supremo; è lui il centro della civiltà europea, in una posizione che nessun altro poeta può condividere o usurpare”. </strong>In altro lato linguistico, Hermann Broch con <em>La morte di Virgilio </em>scrive il romanzo più estremo e problematico del Novecento; ora è Seamus Heaney a proiettare la sapienza di Virgilio nel millennio venturo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>…perché forse la vita è una messa in scena ordita dai morti, noi viviamo per adempiere le promesse dei morti,</strong> siamo l’esatto esito delle loro frustrazioni, dei loro desideri irrisolti, delle loro voglie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Questo libro, davvero, non va letto – <strong>dovete strappare filatteri di versi e appenderli sugli assi portanti e portentosi della casa, anche sulle tegole: per proteggere la casa dagli assalti del male, perché sono le parole – mica il denaro – le benefiche, le portatrici di gioia anche quando sono intinte nel veleno e nella nostalgia.</strong> “Cosa cercano le anime?/ Cosa decide se un gruppo è respinto, un altro/ sospinto per le acque fangose?”; “Pensare/ alla terra col suo nome lo fa felice”; “…quelli che chiamano i Campi/ del Pianto si stendono da ogni parte/ in queste pianure, sperse lungo vaghi sentieri,/ appartate e coperte da boschi di mirto/ stanno quanti soffrirono un duro, crudele declino/ per via di un amore incessante”. Virgilio ha una tenerezza suprema nel decrittare i morti, nel decorarne il destino: una cura preveggente, prioritaria all’ordine poetico. Dettagli di lunare meticolosità – il ‘mirto’ associato all’‘amore incessante’, ad esempio – danno sostanza di bronzo, risonanza al giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63907 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/11/eneide-189x300.jpg" alt="Heaney" width="131" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eneide-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/11/eneide.jpg 325w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Certo, c’è l’esaltazione di chi surfa nella lirica: paragonare, in modo barbaro e spazientito, la traduzione di Heaney con quella di Alessandro Fo, per fare ginnastica nel labirinto poetico.</strong> “Dei che regnate sulle anime! Ombre affondate/ nel silenzio! Caos e Flegetonte, o voi spazi/ di tenebra muta, concedetemi di dire/ quanto di dire m’è dato, lasciato che riveli/ col vostro divino assenso ciò che profondamente ci trascende,/ misteri e verità seppelliti in grembo alla terra”: questo è Heaney che traduce Virgilio tradotto in italiano; questo è lo stesso brano nella versione di Alessandro Fo. “Dèi, che avete il dominio sulle anime, e ombre silenti/ e Flegetónte e Caos, luoghi muti in vastissima notte,/ dato mi sia, ciò che ho udito, narrare, e col vostro consenso/ schiudere cose sommerse nel fondo di terra e di tenebre”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A volte i morti sono così vivi che ne senti il sussurro, la lingua nell’orecchio – <strong>non è un cattivo esercizio intrattenersi con loro, con i morti – nostri o altrui: c’è una certa generosità nell’estrarre un nome dal cimitero e indagarne l’esistenza,</strong> inventarla con la cera, dialogare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I morti non hanno pace, non dobbiamo dargli pace, bisogna mordere tutto, perché tutto il resto è mortificante</strong> – non ci sono risposte da estorcere né catena del pianto, ma l’ultimo delicato toccarsi – i morti non hanno occhi, vivono l’esorbitante, siamo noi a doverli cucire, iride per iride, con un filo tratto dalle arterie.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’aldilà, in Virgilio, è il luogo dove alcuni scontano una pena (“Minosse, il giudice,/ presiede e agita l’urna, riunisce in congrega/ i morti silenti, cercando di stabilire/ la tempra degli uomini e le colpe”), dove altri rinascono; dove certi sono ulcerati dal rimpianto e altri sono beatificati dalla quiete in forma di bosco. <strong>L’oltretomba è sempre il luogo del giudizio – in contrasto al mondo terreno, che è evidentemente il regno dell’ingiustizia. Dal contraccolpo della colpa non ci si salva – la condanna alita.</strong> Come vorrei una benda bianca d’amore sui volti di tutti i morti, fino ad annullarne fattezze e fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il momento più duro – più bello – è l’incontro tra Enea e Didone, che vaga “per l’enorme foresta”. <strong>Lui le parla e dice, con sbracata innocenza, ciò che non va detto: “Come potevo credere/ che dal mio distacco ti venisse un dolore così grande?”. Lei non parla, come già altrove – muta dal soffrire o celeste nell’indomita indifferenza?</strong> – “gli occhi fissi fermamente a terra, si volse/ e non diede cenno di aver inteso”. Sembra la scena di Orfeo ed Euridice, ma a contrario – lei è rassegnata dalla volontà di Enea piagato dal ‘compito’, inabile all’amare – e s’intravede la lettura di Rainer Maria Rilke. Per amare davvero, d’altronde, bisogna scendere agli inferi, senza braccio di Sibilla, sgraditi, finché Cerbero non ci abbatte consegnandoci a questo nulla. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/discesa-agli-inferi-insieme-a-seamus-heaney-portando-in-braccio-virgilio/">Discesa agli inferi insieme a Seamus Heaney (portando in braccio Virgilio)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Non sarei mai riuscito a immaginare Simone invecchiato, mi è sempre parso eterno”: Matteo Fais raccoglie i ricordi del nipote di Simone Cattaneo, l’ultimo poeta maledetto</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2018 05:05:11 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-intervista-nipote/">“Non sarei mai riuscito a immaginare Simone invecchiato, mi è sempre parso eterno”: Matteo Fais raccoglie i ricordi del nipote di Simone Cattaneo, l’ultimo poeta maledetto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Una poesia, come un romanzo, non potrà mai fondare sé stessa sul mero autobiografismo.</strong> Pena finire tra le tante cataste di libracci con la storia di questo o quell’altro calciatore, politico o presunto famoso. Roba buona giusto per le offerte del supermercato. Eppure, in un modo difficile da spiegare, <strong>la vita dell’autore influenza l’opera e viceversa</strong>. Il legame esiste e non lo si può mettere da parte con leggerezza.&nbsp;Di <strong>Simone Cattaneo, l’ultimo dei poeti maledetti in Italia</strong>, <strong>pare basti sapere che è morto e di sua volontà</strong>. Il suo suicidio rappresenta agli occhi del lettore una garanzia: <strong>dopo una simile fine, sembra difficile non prendere sul serio la sua lirica</strong>. Nessuno si sentirà mai di dire che i suoi versi sono semplici provocazioni, pose di un adolescente cresciuto. In parte, anche se duole sottolinearlo, ciò è incontestabile: la morte violenta rende poeti – almeno in casi come il suo.&nbsp;Ciò non toglie che la curiosità – malsana quanto volete –, per quello che, prima di essere un famoso poeta, era un uomo, resta. Così come <strong>l’intima convinzione che, per comprendere i suoi testi, non si possa prescindere da quello che è stato il suo vissuto</strong>. Proprio per tal motivo, a <em>Pangea</em>, abbiamo ritenuto potesse essere interessante <strong>ricostruirne un ritratto umano ed esistenziale ad ampio raggio. L’abbiamo fatto grazie alla memoria di una persona cresciuta al suo fianco</strong>, con cui Cattaneo parlò anche il giorno prima di porre fine al suo viaggio terreno. <strong>Lorenzo </strong>(il nipote), a quasi dieci anni dalla morte, ha deciso di raccontare, per chi non ha avuto il privilegio di incrociarlo in vita, quello che è forse uno dei più amati poeti italiani degli ultimi decenni. La nostra gratitudine nei suoi confronti, inutile precisarlo, è infinita. Lorenzo ha rivissuto, <strong>in una lunga e dolorosissima intervista</strong>, il ricordo della persona che ha segnato maggiormente la sua esistenza. L’ha fatto con coraggio, senza mai tirarsi indietro, nella convinzione che <strong>“dopo tanto tempo, anche se a me sembra ieri, sia arrivato il momento di raccontare Simone a tutti quelli che vorrebbero sapere”</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è stata l’infanzia di Simone?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Onestamente, non so granché in merito a quel periodo. In primo luogo, perché non c’ero. In secondo luogo, perché <strong>Simone non amava parlare di sé.</strong> Genericamente, preferirei non raccontare per sentito dire, ma piuttosto riferirti quella che è stata la mia esperienza con lui, ciò che ho vissuto in prima persona. Per quel che riguarda la sua infanzia basti sapere che era nato nel ’74, a Saronno, e che i genitori provenivano da due paesi limitrofi. Quando Simone nacque, però, risiedevano lì da almeno vent’anni.</p>
<p><figure id="attachment_61985" aria-describedby="caption-attachment-61985" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61985" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-300x208.jpg" alt="Cattaneo" width="300" height="208" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-300x208.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-768x532.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-1024x709.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-1-50-600x415.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61985" class="wp-caption-text">Simone Cattaneo con la maglia della Caronnese: un numero 5 di ferro</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa sai, invece, dell’adolescenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone adolescente me lo ricordo, innanzitutto, per la sua imponenza. <strong>Svettava. Sai, per via dell’altezza. A quindici anni superava già il metro e ottanta, forse sfiorava addirittura il metro e novanta. Era un tipo silenzioso, che ascoltava tantissima musica e leggeva. Leggeva senza sosta. Mi ricordo la sua stanza invasa dai libri. Ne aveva perfino sotto il letto.</strong> Si trattava soprattutto di autori americani e russi, in traduzione italiana. Adorava anche il cinema, un po’ tutti i generi, ma in particolare era appassionato dei film sulla malavita americana (<em>Il padrino</em>, <em>Quei bravi ragazzi</em>, <em>Carlito’s Way</em>, <em>Scarface</em> e <em>Pulp fiction</em>) e gli piaceva molto la serie tv <em>I Soprano</em>. Con lui ci sono cresciuto, perché i miei lavoravano – mia madre (sua sorella), come mio padre. Spesso, per tal motivo, restavo dai nonni in sua compagnia. Probabilmente ho passato più tempo lì che a casa mia, durante l’infanzia. Simone, di quattordici anni più giovane della sorella, a quei tempi frequentava il liceo e viveva ancora dai suoi. Quello che ricordo distintamente, fin da allora, è che non ha mai avuto grande sintonia con il mondo circostante e con quello della scuola. Ci si sentiva stretto. Lo percepiva eccessivamente rigido e ipocrita, almeno rispetto a quelli che erano i suoi interessi. <strong>Ascoltava i The Clash, i Pogues, e questi gruppi avevano instillato in lui un pensiero critico nei confronti della società e del sistema borghese entro il quale era nato e cresciuto. Un’altra cosa da sapere è che Simone praticava e amava molto il calcio. Giocava nella Caronnese, la squadra di un paese vicino a Saronno.</strong> Era un ottimo difensore, un tipo tosto sul campo, che ne ha <em>ammaccati </em>parecchi, ma comunque molto amato dai suoi compagni di pallone. Questa è un’attività che ha portato avanti per diversi anni, con la maglia numero 5, e a cui teneva particolarmente. Qualche volta da bambino ero andato a vederlo giocare, anche se non voleva, ritenendo probabilmente che il suo approccio così duro sul campo non fosse particolarmente educativo. Oltre a praticarlo il calcio, seguiva con partecipazione la Nazionale durante gli europei e i mondiali. Malgrado questa sua grande passione, aveva una visione molto realistica e cinica del giro d’affari intorno a quel mondo. Con me commentava spesso le notizie e ha sempre sostenuto che ci fosse molto marcio dietro.</p>
<p><strong>Che famiglia era quella di Simone?</strong></p>
<p>Direi una famiglia relativamente normale, della piccola borghesia.</p>
<p><strong>E lui come si sentiva rispetto ai suoi familiari?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone era troppo avanti! Di qualunque cosa si parlasse, era sempre dieci anni oltre rispetto al resto del mondo e credo che nessuno in famiglia, seppur con tutta la buona volontà, avesse la capacità di cogliere questo aspetto fino in fondo. Per tal motivo, ciò che lui cercava era più che altro un confronto con persone al di fuori della cerchia dei parenti, qualcuno che potesse fornirgli degli stimoli culturali di una certa rilevanza. È vero che mia nonna, sua madre, stravedeva per lui, ma si trattava di una persona molto semplice. <strong>A onor del vero, devo anche dirti che il padre di Simone era molto più interessato a leggere “La Gazzetta”, o a guardare la quarantesima replica di un vecchio film in tv, piuttosto che stare a sentire le ragioni dei figli.</strong> All’interno dell’ambito familiare, mio zio visse anche un evento particolarmente traumatico, che segnò la sua esistenza. Fu quando Giancarlo, il fratello maggiore, morì a trentadue anni, nel ’94. Simone ne aveva appena venti. Di fatto, a quell’età, era già l’uomo di casa, visto che mio nonno, oramai anziano, era come se non ci fosse. Credo che questo abbia avuto un peso nella visione molto lucida, e a tratti cinica, che nutriva nei confronti della vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ti ha mai raccontato del perché avesse iniziato a scrivere poesie?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vedi, io con Simone parlavo di tutto, ma soprattutto ascoltavo, perché era veramente affascinante starlo a sentire. Proprio quella faccenda, però, non la menzionava mai. Io avevo modo di leggere i suoi testi, perché gli facevo da tecnico informatico. Non è mai andato molto d’accordo con le nuove tecnologie, dal computer alla stampante. <strong>Aiutandolo, mi capitava di vedere quello che scriveva. Ma, ti ripeto, Simone ha sempre cercato di tenere questa cosa per sé.</strong> Forse perché riteneva che io fossi troppo giovane per capire i suoi testi e i suoi genitori troppo anziani e borghesi. Poi, però, mia nonna riusciva sempre a procurarsi i libri, quando uscivano, e io andavo a cercare online le recensioni. Degli amici di Saronno, a ogni modo, nessuno era a conoscenza della sua attività di poeta, perché lui si guardava bene dal renderla nota.</p>
<p><strong>Ti ha mai raccontato degli amici dell’ambito letterario, invece?</strong></p>
<p>No, assolutamente. Qualche volta li si incrociava a un concerto, o evento, e allora me li presentava, ma per il resto niente.</p>
<p><strong>Qual è il più bel ricordo che hai di lui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ne ho un’infinità. Potrei citarti quello del giorno in cui decisi, durante l’università, di andare a studiare fuori, per un semestre, in America. E, mentre tutti avversarono questa mia scelta, o almeno non dimostrarono grande sostegno, lui fu l’unico a dire: “Vai! Perché sei ancora qui? Parti e fatti valere”. Ricordo poi – dovevo avere circa quattro anni – un giorno in cui mi accompagnò a casa. <strong>Mi stavo lamentando perché avevo dimenticato un camioncino della Lego, un giocattolino che mi portavo sempre appresso. Lui, con grande flemma, mi prese in braccio, mi piazzò sul cassone di un camion parcheggiato lì e mi disse: “Che ne dici, questo può andare bene?”.</strong> Un altro a cui ripenso spesso risale a quando andavo all’asilo e lui, per farmi addormentare al pomeriggio, mi faceva ascoltare <em>Fairy Tale of New York</em> e <em>A Rainy Night in Soho</em>, entrambe dei Pogues, il suo gruppo preferito. Ma adesso, scorrendo un po’ l’album della memoria, non posso fare a meno di ripensare che fu lui a insegnarmi a giocare a calcio. Solo che poi mi risultò difficile farlo con gli altri bambini, perché avevo fatto pratica con un <em>avversario </em>di quasi due metri per cento chili. Mi ero abituato a tirare calci e gomitate da cartellino rosso, nel tentativo di tenergli testa. <strong>E, poi, come dimenticare che, quando feci l’esame di terza media, lui venne ad assistere. Entrò senza dire una parola e si piazzò in fondo alla stanza, guardando la commissione in modo non esattamente benevolo.</strong> <strong>Non so se la cosa abbia influito, ma con me furono straordinariamente rapidi.</strong> A Simone devo anche il fatto che, mentre i miei coetanei guardavano le <em>Tartarughe Ninja</em>, io mi ero già fatto una notevole cultura su thriller, horror, fantascienza e film d’azione. Lui li registrava, o noleggiava, e me li faceva vedere di nascosto, con grande disappunto di mia madre. Se oggi non ho una cantina piena di corpi fatti a pezzi, credo si possa definitivamente archiviare l’idea che la violenza in tv generi nei ragazzini dei comportamenti antisociali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A tuo avviso, quanto ha pesato la sua fine nella ricezione del pubblico? Se non fosse morto come è morto, Simone sarebbe poi diventato Cattaneo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ha pesato e non poco, anche perché la figura di Simone – sfortunatamente, perché si rischia di smarrire la persona per il personaggio – ricalca perfettamente quella del poeta maledetto. Ma, vis-à-vis, era difficile immaginarlo come tale. <strong>Quello che ti trovavi davanti era un uomo enorme e muscoloso che sembrava un lottatore, o una guardia del corpo, più che uno scrittore di versi. In qualche modo, comunque, questa sua morte ha eretto un tempio di serietà intorno al suo poetare</strong>, ha conferito una patente di autenticità a quello che scriveva. E sicuramente, quindi, ha contribuito a renderlo il personaggio “Simone Cattaneo”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che vita conduceva Simone prima di morire?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone ha sempre avuto una vita abbastanza particolare. Ha cambiato spesso lavoro. Aveva orari tutti suoi. Non di rado stava sveglio tutta la notte a scrivere. E, quando usciva, tornava sempre molto tardi. Pur avendo vissuto tutta la vita a Saronno, di fatto passava più tempo a Milano, perché la sua cittadina gli stava stretta. <strong>Aveva un’antipatia quasi viscerale per qualunque forma di autorità e non si è mai trovato bene in quel centro così perbenista e piccolo borghese. Prima, però, mi sono dimenticato di dirti che piaceva molto alle donne, ma lui non se ne vantava.</strong> Anzi, di donne non parlava quasi mai, neanche con gli amici – figurati con me. Nei mesi successivi a quel maledetto settembre, alcune ragazze chiamarono al suo cellulare. Non sapevano cosa fosse successo e perché non si facesse più sentire. Puoi immaginarti come sia stato dover spiegare… Dopo un po’ di tempo, nei commenti su un sito che riportava alcune sue poesie, due cominciarono a litigare, millantando storie con lui, accusandosi a vicenda di mentire. So chi sono. Con una aveva avuto in effetti una relazione, ma non credo troppo seria. L’altra era un’amica che nutriva un debole per lui. Altre mi hanno contattato, anche dopo molto tempo, per chiedermi della morte, per avere una spiegazione. Non ho mai voluto rispondere approfonditamente. La famiglia, gli amici stretti, sanno tutto quello che c’è da sapere. Per il resto del mondo non credo farebbe grande differenza. Sono questioni private che non aggiungono nulla al ricordo dell’uomo e alla sua poesia. Visto che siamo in argomento, ti dirò che Simone non si faceva grandi illusioni sull’amore, ma credeva moltissimo nella lealtà, nell’amicizia. <strong>Era anche cattolico.</strong> <strong>A suo modo, moltissimo. Matrimoni a parte, non metteva mai piede in chiesa ed era disgustato dal Vaticano – sosteneva che, sulla questione riguardante la pedofilia dei preti, fosse emersa solo la punta dell’iceberg. Eppure, portava sempre il Crocifisso al collo.</strong> Si trattava del regalo per la cresima, che in realtà non fece mai – ai genitori comunicò di proposito l’orario sbagliato e questi si presentarono in chiesa a cerimonia finita. Tuttavia volle assolutamente farmi da padrino in occasione della mia, come lo era stato per il battesimo. Naturalmente, la famiglia – sono tutti abbastanza cattolici – non gradì. Alla fine, se lo fecero andare bene, perché avevo giurato di sputare l’Ostia in faccia al prete, se mi avessero imposto un’altra persona.</p>
<p><strong>Lui ha mai avuto una qualche forma di identità politica, di ideologia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando era molto giovane oscillava tra la destra e la sinistra, ma senza avere un’appartenenza precisa. Successivamente, per quel che rammento, era semplicemente deluso da qualunque partito e orientamento, dalla finzione che vi si nasconde dietro. Certo, parlavamo molto di politica ed era un piacere sentire Simone che commentava. Mi ricordo, per esempio, quando, tra il 2006-2007, mi disse quanto Gheddafi fosse fondamentale per tenere lontano il rischio di attentati in Italia. E, anche se di attentati non ne abbiamo avuti, per fortuna, vista la situazione che stiamo vivendo, probabilmente aveva ragione. Simone era in qualche modo affascinato dalla meticolosità con cui la corruzione e il malaffare erano riusciti a permeare la società italiana. E, fondamentalmente, nella sua visione, <strong>non c’era alcuna via d’uscita, perché il sistema era talmente marcio da risultare inemendabile. L’unica possibilità, secondo il suo parere, era farsene una ragione e campare senza l’illusione che le cose potessero prendere una svolta positiva.</strong> <strong>La sola circostanza in cui mi disse che valeva veramente la pena andare a votare, fu in occasione del referendum sull’uso delle cellule staminali.</strong> Era molto colpito dall’idea delle persone in carrozzella, o paralizzate. Allora, mi sembrò davvero convinto. Ecco, quella fu l’unica volta in cui partecipò sperando davvero di poter cambiare le cose, con la certezza che fosse una causa giusta da portare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>C’era un politico che lui disprezzava, in particolare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non che io sappia, ma sicuramente ce n’era uno che ammirava per l’intelligenza e l’abilità nell’avere le mani in pasta dappertutto, Giulio Andreotti. Lo considerava estremamente acuto, pur non condividendo quel tipo di orizzonte culturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono stati diversi problemi per trovare un editore, dopo le prime pubblicazioni con Ladolfi, da quel che so. Mi racconteresti queste vicissitudini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molto volentieri! <em>(ridiamo)</em> Quando morì Simone, anche sulla spinta di un suo amico che era al corrente di certi scambi con alcuni editori, andai ad aprire la sua casella di posta elettronica. Lo feci per quel motivo e per avvisare i suoi amici dell’ambiente della poesia. Trovai varie email con Marco Monina della Pequod, casa editrice di Ancona, e vidi che avevano già chiuso un accordo di pubblicazione per il 2010. Dopo qualche settimana, lo contattai per metterlo a parte della situazione e per dirgli che a noi sarebbe piaciuto portare a compimento quanto iniziato da Simone. Da lì cominciò una trafila che andò avanti per più di un anno, tra email senza risposta, chiamate perse, o messe giù, promesse di ricontattarci, scuse e rimandi, problemi di ogni genere, fino a quando sostanzialmente Monina si rese irreperibile. A quel punto intervenne Marco Merlin di “Atelier”, a cui avevo parlato di questa situazione. Promise di impegnarsi e di darci una mano. Dopo circa un mese, saltò fuori la proposta di pubblicare con Ladolfi. Eravamo tutti molto contenti della cosa. Dopo poco, Merlin chiamò nuovamente dicendo che era venuto a crearsi un problema e tutto si era bloccato. Il motivo del contendere erano tre testi, se non ricordo male, all’interno di <em>Peace&amp;Love</em>, che l’editore non si sentiva di pubblicare. Si tratta di quelli concernenti l’argomento religioso – c’è da considerare che Ladolfi, allora, collaborava con vari enti cattolici. A quel punto, all’interno della famiglia e tra gli amici più intimi si creò una frattura: chi era convinto che si dovesse pubblicare comunque e a qualsiasi costo, omettendo quei testi; chi, come me, invece, sosteneva che solo lui avrebbe potuto scegliere in tal senso e non certo noi. Dal mio punto di vista, quello era il testo che lui mi aveva lasciato e, quindi, quello dovevo cercare di far pubblicare. Perciò l’accordo saltò. <strong>Passarono ancora sette mesi e, alla fine, si rifece vivo Merlin con la proposta di Il Ponte Del Sale. Devo dire che Marco Munaro, il responsabile di quella associazione, fu meticolosissimo in ogni particolare: la copertina, il formato, tutto. Scrupolosamente, volle discutere ogni aspetto fino all’ultimo dettaglio. E così, finalmente, nacque <a href="http://ilpontedelsale.csvrovigo.it/27-simone-cattaneo-%E2%80%93-peace-love/" target="_blank" rel="noopener"><em>Peace&amp;Love</em></a> per come lo conosciamo. </strong>Al momento ha già avuto una ristampa, essendo andato esaurito abbastanza in fretta, grazie anche all’articolo di Tiziano Scarpa comparso sul “Corriere”, due pagine intere dedicate a Simone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci sono eventi in programma per commemorare i dieci anni dalla morte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’idea c’è. Lo vorremmo fare. Abbiamo però il problema della location. Temo che difficilmente potremo avere un supporto forte dal Comune di Saronno, anche se la città dove Simone ha vissuto sarebbe la scelta più ovvia. Perciò si stava pensando a un’alternativa. Fortunatamente abbiamo ancora un anno per lavorarci. Comunque, faremo sapere, tramite le apposite pagine Facebook e quant’altro, quando ci saranno sviluppi.</p>
<p><figure id="attachment_61984" aria-describedby="caption-attachment-61984" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-61984" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-300x154.jpg" alt="Cattaneo" width="300" height="154" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-300x154.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-768x395.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-1024x526.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/07/foto-2-19-600x308.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61984" class="wp-caption-text">Un giovanissimo Simone Cattaneo</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo te Simone era conscio del suo valore come poeta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone, con sé stesso, era più feroce dei suoi critici. Semplicemente, riteneva che il suo valore dovessero stabilirlo i lettori. <strong>Lui era estremamente indulgente con gli altri, tanto quanto spietato verso sé stesso.</strong> Un po’ il contrario di quel che va di moda oggi, insomma.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai una delle raccolte di Simone non è finita in <em>Peace&amp;Love</em>?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È stata una scelta editoriale. In origine <em>Peace&amp;Love</em> sarebbe dovuto uscire come raccolta singola, senza includere <em>Made in Italy</em> e <em>Nome e Soprannome</em>. Fu Munaro, di Il Ponte del Sale, a proporci di fare un testo unico, andando a recuperare i due precedenti – anche perché, per esempio, <em>Nome e Soprannome</em> risultava irreperibile. Ci ragionammo un po’ su, insieme a Merlin, e decidemmo di accorpare le tre raccolte, escludendo <em>La pioggia regge la danza</em>. Cercare di mettere dentro anche quella ci sembrò una forzatura. Soprattutto perché il testo non andava in direzione di quella semplicità che Simone, come precisa nell’unica videointervista rimasta, cercava di perseguire, eliminando ogni traccia di lirismo. Personalmente, avevo paura di addolcire troppo il pugno nello stomaco di <em>Peace&amp;Love</em>, andandolo a edulcorare con testi che, se mio zio avesse ripreso in mano a trentacinque anni, non avrebbe più scritto o, se l’avesse fatto, non sarebbe stato certo nella forma in cui erano precedentemente finiti su carta.</p>
<p><strong>La sua morte ti ha colto di sorpresa, oppure in una certa misura te l’aspettavi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha colto di sorpresa nel senso che io, Simone, lo vidi il giorno prima e parlammo tranquillamente. Gli dissi che la mia tesi di laurea era stata approvata e che l’avrei discussa di lì a due settimane. Lui mi parlò della partita della Nazionale italiana, che avrebbe visto quella sera a Torino, dicendomi che anche un pareggio sarebbe stato positivo, perché avrebbe garantito la qualificazione. <strong>D’altro canto, non sarei mai riuscito a immaginarmi Simone invecchiato. Non lui che era un’esplosione di energia, con quel fisico da divinità greca, da guerriero vichingo.</strong> Sembrava impossibile pensarlo avanzare negli anni come tutti gli altri. In qualche modo mi appariva eterno, non sottoposto all’incedere del tempo. Se dovessi immaginarlo a settant’anni, ecco, mi verrebbe da figurarmelo esattamente come era a trenta, per quanto folle possa sembrare. Simone ha sempre avuto qualcosa che lo poneva oltre l’umano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste un aspetto che il pubblico dovrebbe conoscere di lui, ma che ancora ignora? Qualcosa che potrebbe aiutare a comprenderlo, intendo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse una cosa, ovvero che le storie raccontate da Simone sono tutte vere e non rappresentano delle “grandi metafore di qualcos’altro”, come ho sentito dire. Certo non sono tutti episodi che ha vissuto in prima persona, ma si tratta comunque di realtà con cui è entrato in contatto<strong>. Lui era camaleontico, in grado di stare tra la gente di “Atelier”, come nel peggior bar del quartiere più malfamato. </strong>Infatti, frequentava persone diversissime e aveva lo stesso atteggiamento sia che si rivolgesse a un direttore, sia che stesse parlando con la donna delle pulizie. Questo aspetto, per esempio, piaceva molto ai bambini che lo adoravano, perché lui era diretto, non aveva filtri. Era gentile con tutti, ma non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno.</p>
<p><strong>Simone è cresciuto nella scuderia di “Atelier”. È mai trapelato qualcosa in famiglia di quell’ambiente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simone ne parlava, soprattutto con la madre, quando era molto giovane. Con loro condivideva la sua passione per la poesia – e questa è una cosa importante, perché difficilmente, fuori da quella cerchia, avrebbe potuto trovare persone che gli consigliassero delle letture. Certo non sarebbe potuto accadere con i compagni del calcio, o con quelli del pub di Saronno. <strong>A ogni modo, però, non so quanto quella gente conoscesse davvero il lato selvaggio di Simone. Lui era sempre lo stesso, un uomo che non cercava mai di mettere a disagio la persona che aveva davanti.</strong> Per cui, se si trovava in mezzo a gente semplice e umile, usava un linguaggio elementare e rilassato, facendo anche la battuta becera. Se si trovava in un contesto intellettuale, invece, la parola era più forbita e anche l’atteggiamento era diverso. Il tutto sempre al solo fine di non creare disagio negli altri. Ciò però rendeva difficile inquadrarlo bene, in profondità. <strong>E quindi, anche se molti di loro gli volevano sinceramente bene, non so quanto in realtà lo conoscessero. Lui stesso non si voleva far conoscere nel profondo da nessuno.</strong> Eppure, una volta, i suoi amici di “Atelier” entrarono in contatto con il suo lato più ruspante. Si trovavano in un bar e un paio di avventori si permisero di fargli una battutaccia. Ti dico solo che la vicenda finì con parecchie migliaia di euro di danni al locale e quei tizi volarono attraverso la vetrata. Credi a me che l’ho visto in azione. Una volta, pensa, quando ero molto piccolo, mi venne a prendere a scuola. Una macchina mi passò un po’ troppo vicino e lui la rincorse, fino a che non la fermò. Allora, tirò fuori il tizio seduto al volante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa ti manca maggiormente di lui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi manca la sicurezza che dava la sua presenza, la consapevolezza che, qualsiasi cosa avessi fatto, in qualunque casino mi fossi cacciato, avrei avuto qualcuno che sarebbe stato sempre dalla mia parte. E <strong>mi manca il fatto che con una parola, con un commento, con una battuta a metà tra l’ironia e il sarcasmo, lui potesse cambiare il senso della situazione</strong>, farti capire che strada intraprendere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dobbiamo aspettarci delle future traduzioni della sua opera?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io spero di sì. Abbiamo già quella in spagnolo, che mi pare fatta molto bene. <strong>Il mio auspicio sarebbe di vedere presto quella in inglese.</strong> La cosa, purtroppo, non è semplice. Bisognerebbe trovare un traduttore che fosse anche poeta, che conoscesse bene entrambe le lingue. Io credo che una traduzione anglosassone <strong>aprirebbe le porte del mondo alla poesia di Simone. Probabilmente in altri paesi potrebbe essere apprezzato molto più che in Italia</strong>, dove comunque lui resta di nicchia perché la poesia è un mondo di nicchia.</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><strong><em>Qui potete vedere <a href="https://www.youtube.com/watch?v=_qrg7Z9ibRI" target="_blank" rel="noopener">Simone Cattaneo intervistato</a> da Cristina Tessaro per La 6.</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/simone-cattaneo-intervista-nipote/">“Non sarei mai riuscito a immaginare Simone invecchiato, mi è sempre parso eterno”: Matteo Fais raccoglie i ricordi del nipote di Simone Cattaneo, l’ultimo poeta maledetto</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>A Bari è nata “Millelibri”, la prima libreria dedicata interamente alla poesia. “La cultura non esiste solo nelle grandi città del nord”: Serena Di Lecce dialoga con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/a-bari-e-nata-millelibri-la-prima-libreria-dedicata-interamente-alla-poesia-la-cultura-non-esiste-solo-nelle-grandi-citta-del-nord-serena-di-lecce-dialoga-con-ma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Apr 2018 06:51:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Riuscite a immaginare una libreria di soli testi di poesia? Esiste. Può sembrare incredibile, ma non è uno scherzo. Si chiama Millelibri. Poesia e altri mondi. La ragazza che la gestisce, Serena Di Lecce, nella sua ferma determinazione sembra, neanche a dirlo, l’ultima degli idealisti. Ma la peculiarità non sta tanto nel tipo di libreria, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/a-bari-e-nata-millelibri-la-prima-libreria-dedicata-interamente-alla-poesia-la-cultura-non-esiste-solo-nelle-grandi-citta-del-nord-serena-di-lecce-dialoga-con-ma/">A Bari è nata “Millelibri”, la prima libreria dedicata interamente alla poesia. “La cultura non esiste solo nelle grandi città del nord”: Serena Di Lecce dialoga con Matteo Fais</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Riuscite a immaginare una libreria di soli testi di poesia? Esiste. Può sembrare incredibile, ma non è uno scherzo. Si chiama <strong>Millelibri. Poesia e altri mondi</strong>. La ragazza che la gestisce, <strong>Serena Di Lecce</strong>, nella sua ferma determinazione sembra, neanche a dirlo, l’ultima degli idealisti. Ma la peculiarità non sta tanto nel tipo di libreria, quanto nel luogo in cui ha deciso di aprirla, ovvero a Bari, in Puglia. Di solito, certi tipi di attività commerciali vengono ubicate nelle grosse realtà metropolitane. Serena non è convinta che questa sia per forza la scelta migliore. <strong>Dal suo punto di vista, la sua città non è da meno di Milano e Roma.</strong> E, soprattutto, ritiene che, <strong>se non si dà un’opportunità di incontro con la poesia, al sud, la gente non potrà mai diventare migliore di quel che è</strong>. Decisamente incuriositi dalla notizia, da <em>Pangea</em> non abbiamo resistito alla tentazione di importunarla in pieno orario lavorativo, se non altro per scoprire se quanto letto corrisponda a realtà o sia fiction giornalistica… Signori, è tutto vero.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendo della tua libreria, dove si vendono solo testi poetici, ho subito pensato che fosse un’idea grandiosa e, al contempo, folle.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo me non è un’idea così assurda. <strong>Quello dei libri di poesia, lo sappiamo bene, è notoriamente un settore trascurato nelle librerie tradizionali. Per acquistare questo genere di testi, solitamente, bisogna attivarsi in imprese rocambolesche.</strong> A volte li si può trovare online, quando vengono messi a disposizione nelle piattaforme apposite. Altre volte bisogna contattare gli editori stessi. Questo processo va via via complicandosi, man mano che si ha a che fare con realtà sempre più piccole. Però, ciò non significa che non ci sia un pubblico di lettori di poesia, come riviste e blog che trattino della materia. Vi sono inoltre tantissimi luoghi ed eventi in cui si discute di questi testi, delle ultime uscite come dei classici. Esiste, insomma, un mondo che dialoga intorno alla poesia. Suppongo, pertanto, che vi sia parallelamente anche un bacino di lettori interessati a questa. Quindi, occuparsi di libri che normalmente non vengono ospitati in modo generoso tra gli scaffali non mi sembra una cosa così folle. Poi, ovviamente, c’è alla base di tutto un interesse personale, una passione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Raccontami di questa passione, allora.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ha avuto inizio durante l’infanzia. Ho coltivato questo amore nel tempo divenendo una lettrice assidua, cosa che mi permette di conoscere tante realtà editoriali molto belle e valide. <strong>Parlo di case che non puntano tutto sul mercato e quindi non sono particolarmente visibili nelle librerie, ma che per fortuna si possono rintracciare leggendo riviste, blog e quant’altro. </strong>A oggi, la mia speranza è che la mia antica passione, che ho trasformato nel motivo del mio lavoro, possa rimanere la mia occupazione per lungo tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È d’obbligo, a questo punto, chiederti</strong><strong> quali siano i tuoi poeti preferiti. Mi piacerebbe anche sapere quali tra le odierne realtà editoriali, che si occupano nello specifico di poesia o anche solo che abbiano una collana dedicata, ti piacciono in particolare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quali siano i miei poeti preferiti è una domanda a cui è pressoché impossibile rispondere. La difficoltà sta nel fatto che posso riscontrare della qualità e un valore in percorsi poetici molto diversi. <strong>Al momento, comunque, sono particolarmente presa dalla lettura di Alfonso Guida, un autore la cui capacità di lavoro sul verso trovo estremamente affascinante.</strong> È pubblicato, tra gli altri, dalle pugliesi Poiesis e Fallone editore, nonché dall’ottima Il Ponte del Sale, il cui livello qualitativo nelle pubblicazioni prendo spesso a modello: i loro libri sono bellissimi e molto curati. Tra le realtà editoriali che seguo vorrei poi citarti Transeuropa, Marcos y Marcos, Valigie Rosse (che pubblica i vincitori del Premio Ciampi Poesia), Donzelli che ha un catalogo ricchissimo, Book Editore, Pietre Vive (anch’essa pugliese), le antologie e gli studi critici di Stilo, le Edizioni del Foglio Clandestino, La Vita Felice… e potrei andare avanti. Tutti i menzionati, a mio avviso, sono potuti arrivare a un significativo livello qualitativo perché, non combattendo, loro malgrado, con la poesia sul mercato, non hanno per questo rinunciato a pubblicare testi di valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Prima ti ho detto che la tua scelta era folle, ma naturalmente scherzavo. Certo, però, è quantomeno azzardato situare una simile attività proprio a Bari. Se fosse stata a Milano o a Roma avrei pensato ci potesse essere il giusto bacino d&#8217;utenza, ma lì da te&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A parte che per me aprire una libreria a Milano sarebbe stato complicato, essendo di Bari, vorrei prendere posizione contro questa vulgata secondo cui a Bari o in Puglia non si legga (o non si possa leggere). <strong>Come se solo al nord ci fossero persone di cultura. Bisogna capire che è necessario anche avanzare una proposta perché si crei un pubblico. Se non ci sono i luoghi e le opportunità, difficilmente la gente inciamperà autonomamente in un libro di poesia.</strong> Io credo che non ci sia bisogno di scappare: certe cose si possono serenamente fare anche nel posto in cui si vive. D’altra parte, sto raccogliendo un buon riscontro in città. Evidentemente, esistono persone che leggono. Forse le statistiche, che ovviamente hanno una funzione all’interno di un certo tipo di ricerche, non dicono tutta la verità sullo stato reale delle cose. Bari è una città come altre, con i suoi lettori e probabilmente, visto che adesso c’è una libreria di poesia, gli appassionati di versi potranno anche aumentare. Almeno, mi auguro sia così.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho letto che, pur essendo specializzata, proponi un’offerta molto variegata nel tuo negozio. Oltre ai testi più attuali e ai classici, vendi anche edizioni rare. Se mi perdoni per la terribile espressione, mi piacerebbe che mi spiegassi questa tua <em>scelta di mercato</em>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho cominciato a pensare a una libreria di poesia, banalmente, mi sono detta che dovevo procurarmi prima di tutto gli autori più famosi, quelli censiti nel canone. Andando avanti con le mie ricerche, ho visto che ce ne sono parecchi, anche del ’900, che non sono più stati ristampati dopo la prima edizione. Ancora di più quando un autore ha avuto una storia editoriale breve, fatta di una sola uscita, magari anche in collane importanti come ‘Lo specchio’ Mondadori, ‘la bianca’ Einaudi, oppure nelle vecchie edizioni Scheiwiller o Neri Pozza. A quel punto, mi si è aperto un mondo. Mi sono detta che, forse, se si ha voglia di leggere certi autori o autrici bisogna per forza farlo in quella prima e ultima stampa, a meno che non abbiano avuto successivamente una ristampa dell’opera omnia (capita ogni tanto che qualcuno venga riscoperto). <strong>Però, sai, il senso di un libro è anche quello contenuto tra la prima e la quarta di copertina: è un livello di lettura che sarebbe un peccato perdersi, dove sia ancora possibile procurarsi una copia dell’originale.</strong> L’edizione critica o la raccolta dell’intero corpus rappresentano già un livello di approccio ulteriore, un altro tipo di accesso (altrettanto importante) ai poeti e alla loro opera. <strong>La sezione “usato” – perché si tratta ovviamente di testi di seconda mano – della mia libreria è un costante viavai di queste prime edizioni.</strong> Per quel che riguarda i contemporanei e i libri in commercio, invece, mi rifaccio ai cataloghi degli editori. Anche quando non ho letto tutte le loro proposte, mi fido delle loro scelte. Per me l’editore resta il mediatore principale tra l’autore e il pubblico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu hai giustamente parlato di testi che sono stati pubblicati per poi scomparire di lì a breve, pur essendo magari comparsi in collane famose. A questo proposito, vorrei chiederti se hai mai riflettuto sul potenziale garantito dall’ebook in tale senso e come vedi, in generale, la lettura digitale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non discrimino l’ebook, né l’esperienza di lettura che questo comporta. Mi piacciono anche le piattaforme che pubblicano libri fuori diritti, per esempio, in formato elettronico gratuito. Sono però convinta che <strong>esista un amore per il libro in quanto oggetto tradizionale, sfogliabile, di carta. Non credo che le due realtà siano in competizione. </strong>Il cartaceo e l’ebook sono due oggetti completamente diversi, che rispondono a esigenze differenti, e che possono quindi convivere. Resta l’aspetto legato all’oggetto che può essere preservato soltanto nel momento in cui si acquista, o si sfoglia in una biblioteca, un volume cartaceo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho letto che hai scelto anche un certo tipo di arredo per il negozio.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ho recuperato le librerie e i mobili che facevano parte dello studio-biblioteca di mio nonno. L’ho fatto per due motivi. In primo luogo, non avevo grandissimi mezzi per mettere su questa attività, quindi mi sono arrangiata con quello di cui disponevo. Inoltre, ho pensato che fosse un gesto altamente simbolico, legato al concetto molto ecologico di recupero: proprio come sto recuperando la poesia, anche attraverso i libri usati, così ho scelto di fare con i mobili<strong>. Ritengo che, nel momento di ripensamento storico-culturale in cui ci troviamo, avremmo forse bisogno di fare un passo indietro per recuperare qualcosa e poi tornare ad avanzare. La mia libreria è un posto molto rilassato e tranquillo,</strong> in cui riposarsi da tutta quella sovraesposizione a cui siamo sempre soggetti e per cui ci troviamo perennemente al centro di qualcosa, riscoprendo il rapporto silenzioso e privato con il libro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Organizzi eventi come ad esempio presentazioni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Occasionalmente, e proprio per questo la serie di incontri si intitola<em> Occasioni</em>, che peraltro risuona come omaggio a Montale. Molte persone si candidano per presentare i propri libri. <strong>Il discorso che cerco di portare avanti è però orientato soprattutto all’incontro con i libri degli altri, che poi è la vera vocazione di una libreria che si rivolge ai lettori. </strong>Mi fa piacere pensare che possano passare di qui poeti e poetesse che si trovano a Bari per altri motivi, occasionalmente, appunto. Privilegerei, poi, momenti di reading collettivi, in cui la lirica sia al centro di una pratica di ascolto vicendevole. Il concetto è che la poesia è uno spazio di condivisione che ci tocca e ci riguarda tutti ed è appunto questo che vorrei preservare.</p>
<p><em>Matteo Fais</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Consigli per gli acquisti? Macché, non siamo mica mercanti di meraviglie. Ecco i migliori libri del 2017</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Dec 2017 09:05:49 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Partiamo da una banalità – che libro compro per le feste? – per lanciarci verso l’empireo del giudizio: quali sono i libri migliori dell’anno passato? Gioco facile, parziale, fazioso. Mica troppo. A dicembre è tempo di mettere in ordine una stanza incasinata. Gli alfieri del buon gusto, in effetti, ci dicono che i Più Grandi Scrittori del Tempo Presente sono, per dire, Roberto Saviano, Alessandro D’Avenia, Valeria Parrella, Francesco Sole. Noi non ci ribelliamo al mercato – che per gli editori ha sempre ragione, è il metronomo del talento, che tristezza – ma al desiderio di banalità che anima troppo spesso i lettori. Semplicemente, chiudiamo la porta dell’ovvio – per quella bastano le classifiche dei libri più venduti – e guardiamo altrove. Abbiamo chiesto a Matteo Fais, scrittore (per Robin ha pubblicato da poco <em>L’eccezionalità della regola e altre storie bastarde</em>) e ‘agitatore culturale’ di stilarci i migliori libri di narrativa italiana dell’anno in corso e a Federico Scardanelli, storico amico, di segnalarci i poeti più interessanti dell’annata. Insomma: ecco i libri necessari del 2017.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Narrativa italiana 2017: i migliori libri</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe Casa, <em>Io non sono mai stato qui</em>, Clown Bianco Edizioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58766 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/foto-1-205x300.jpg" alt="foto 1" width="90" height="130" />Sono vent’anni che Giuseppe Casa non sbaglia un colpo. Ha innovato la lingua letteraria con il suo esordio, <em>Veronica dal vivo</em>, e ancora oggi continua a non accontentarsi, a non adagiarsi in una formula vincente da replicare fino all’esaurimento. Anche le sue storie, oltre lo stile, non conoscono una costante, come si nota in quest’ultimo testo. Un’indagine sul male in cui si alternano cupezza e ironia. Un noir nel quale nessuna caratterizzazione è ferma e sicura e i personaggi ondeggiano, imperscrutabili fino alla fine, avvicendandosi nel ruolo di carnefici e vittime. Casa sbaraglia tutto con un racconto che da lui non ci si sarebbe mai aspettati e riesce a mettere a segno il suo ennesimo capolavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Alessandro Pedretta, <em>È solo controllo</em>, Augh Edizioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58767 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/foto-2-191x300.jpg" alt="foto 2" width="80" height="126" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-2-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-2-768x1206.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-2-652x1024.jpg 652w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-2-600x942.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-2.jpg 1654w" sizes="(max-width: 80px) 100vw, 80px" />Un romanzo breve, compatto e dinamico nella sua linearità, dalla fantasia psichedelica, con illustrazioni all’interno. Una distopia sui guasti della società moderna, ma non solo. Inquietanti creature mostruose e ibride popolano il testo quali rappresentazioni delle varie forme di sudditanza. Poche domande, ma di quelle che danno le vertigini: qual è la vera natura della libertà? Possiamo essere liberi in questo mondo? E poi: in fondo, vale veramente la pena esserlo? Un libro di fantascienza psicologica, in cui la dimensione onirica incontra quella filosofica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Massimiliano Parente, <em>Trilogia dell’inumano</em>, La Nave di Teseo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58768 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/foto-3-205x300.jpg" alt="foto 3" width="83" height="120" />Epico e monumentale. Un romanzo che è tre opere in una sola e condensa in sé la summa di una vita di lavoro. Uno scritto che ai più potrebbe risultare illeggibile, indigeribile, fastidioso anche solo per la mole. Si tratta, invece, di una scelta coraggiosa da parte dell’autore e della casa editrice. Il punto era rilanciare il grande romanzo, osare dichiararsi un classico in vita. I temi sono tanti e tutti cari al Parente che abbiamo imparato a conoscere nei libri e tra i mille rivoli giornalistici. Dalla società dello spettacolo, alla scienza che non è garanzia di salvezza ma presa d’atto dell’insensatezza, fino alla pornografia. Un calderone del nostro tempo, in cui anche la scrittura si sottopone a una revisione senza scampo. Un libro a cui sopravviverete per divenire più forti o che, senza remore, vi porterà nel baratro con sé.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Giuseppe Culicchia, <em>Essere Nanni Moretti</em>, Mondadori</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58769 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/foto-4-199x300.jpg" alt="foto 4" width="80" height="119" />Molteplici influenze in questo romanzo. Una specie di <em>Il sosia</em>, ma rivisto in chiave grottesca. Una colossale presa per i fondelli del mondo editoriale e del provincialismo italiano. La storia è molto semplice: uno scrittore fallito, che odia Giuseppe Culicchia, scopre di assomigliare a Nanni Moretti. A quel punto, non avendo di meglio per guadagnarsi il pane, si spaccia per il noto regista. Va in giro, in lungo e in largo, vivendo di volta in volta alle spese di sindaci e altri patetici personaggi in cerca di gloria della periferia italiana. Un testo spassosissimo e, al contempo, impietosamente profondo. Culicchia è una garanzia che, di romanzo in romanzo, si rinnova.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Mattia Cuelli, <em>La cagna</em>, Clown Bianco Edizioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58770 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/foto-5-212x300.jpg" alt="foto 5" width="77" height="109" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-5-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-5-600x848.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/foto-5.jpg 640w" sizes="(max-width: 77px) 100vw, 77px" />Terzo lavoro di Mattia Cuelli, per molti versi un nuovo punto di partenza. I due precedenti costituivano appena dei tentativi, preludi prima del vero ingresso in scena nel panorama editoriale. <em>La cagna</em> è, invece, un thriller che fa del RITMO il motore trainante dell’intera vicenda. Un ritmo martellante e senza respiro che obbliga il lettore a voltare pagina, fino alla fine, senza potersi concedere tregua. Una storia di vendetta e fame di giustizia, nella quale la legge e il giusto si sfidano di continuo nella testa della protagonista. Per combattere il male bisognerà divenire simili a esso. Affinché la giustizia trionfi, ci sarà da sporcarsi le mani e ascoltare la parte oscura che alberga in ogni essere umano, perché sarà proprio quella l’unico vero alleato sul quale fare affidamento. Un romanzo per chi vuole che la lettura lo porti allo stremo delle forze.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong><em>Poesia italiana 2017: i migliori libri</em></strong></p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Isacco Turina, <em>I destini minori</em>, Il Ponte del Sale</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58771 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/Turina-205x300.jpg" alt="Turina" width="73" height="107" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Turina-205x300.jpg 205w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/Turina.jpg 500w" sizes="(max-width: 73px) 100vw, 73px" />I poeti amano nasconderci. Prof presso l’Università di Bologna, autore di uno “Studio sulle bestemmie” come tesi di laurea e di una indagine su <em>I nuovi eremiti </em>che si è mutata in libro dieci anni fa, Isacco Turina esordisce quarantenne alla poesia con un libro compiuto – e definitivo – dopo un ventennio di scrittura (“le poesie qui radunate sono state composte tra il 1998 e il 2015”). La pazienza dona al libro una potenza distillata, sapienziale. La lucidità granitica del verso sfocia in visioni, in urlo frenato nel quarzo: “La mano del bambino stacca i camion/ dalla strada e li solleva nel volo./ Le come che ora chiami vere/ avranno la misura di un giocattolo”. Magnetico.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Francesca Serragnoli, <em>Aprile di là</em>, LietoColle</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58772 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/Francesca-Serragnoli-Aprile-di-là-copertinapiatta-214x300.jpg" alt="serragnoli" width="86" height="119" />Ufficialmente pubblico nel 2016, di questo libro – che è poi una antologia sghemba con qualche inedito, che coglie da altre due raccolte memorabili, <em>Il fianco dove appoggiare un figlio </em>e <em>Il rubino del martedì </em>– non dovremmo smettere di parlare, è una novità permanente, che sbilancia la cronologia in gioco d’acque. Poetessa dalle immagini di allucinata semplicità (“è come se avessi gettato/ gli anelli in mare,/ rovesciato il fiato come cenere”), devota al labirinto visionario, agli dei inconsapevoli (“ingoio pastiglie come ciondoli/ ricamo fiori per calmare le api”), la Serragnoli è un po’ la nostra Emily Dickinson, una purezza che odora di febbre.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Giancarlo Pontiggia, <em>Il moto delle cose</em>, Mondadori</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58773 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/pontiggia-189x300.jpg" alt="pontiggia" width="78" height="123" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/pontiggia-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/pontiggia-768x1217.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/pontiggia-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/pontiggia-600x950.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/pontiggia.jpg 1000w" sizes="(max-width: 78px) 100vw, 78px" />La collana editoriale di poesia più celebre del Paese, ‘Lo Specchio’ Mondadori, rinnova la grafica (bruttina), pubblica troppe cose già viste e già lette. La terza raccolta del poeta ‘laureato’ Giancarlo Pontiggia (dopo <em>Con parole remote </em>e <em>Bosco del tempo</em>) è fieramente inattuale. Trattasi del tentativo, a tentoni lirici, per abbagli e frammenti, di costruire un poema cosmico che colga, in un fittio di aghi-versi che hanno sale epigrammatico (“Chi s’incammina/ già pensa al suo ritorno./ Ma chi resta// salpa ogni giorno”) il fragore della nostra ‘gettatezza’ nel mondo. Il ritmo linguistico sta tra Lucrezio e Philip K. Dick (“grumi, scorie di tempo, stridi/ d’anima, materia/ che si disgrega// in folate di mondo”), dona salutari spaesamenti.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Federico Italiano, <em>Un esilio perfetto</em>, Feltrinelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58774 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/italiano-212x300.jpg" alt="italiano" width="90" height="127" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/italiano-212x300.jpg 212w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/italiano-768x1086.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/italiano-724x1024.jpg 724w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/italiano-600x849.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/italiano.jpg 1400w" sizes="(max-width: 90px) 100vw, 90px" />Non avendo le palle – o i soldi – di edificare una collana di poesia contemporanea ‘di carta’, Feltrinelli s’è inventato la serie ‘Zoom Poesia’, librini in formato ebook. Tra questi, il più bello è l’antologia di Federico Italiano: frequentare la sua poesia è una esperienza che dona inevitabili godimenti intellettuali, finemente ‘europea’, audacemente narrativa, finalmente alta. “Non dormo in questa stanza estranea/ dove ci ha dislocato la disperazione del quotidiano,/ martorio, invece, i bordi del cuscino/ come fossero le mie labbra, a cui levare/ la pelle secca, consumata da parole troppo spesso/ frenate sull’orlo”. La raccolta più compiuta di Italiano è <em>L’invasione dei granchi giganti </em>(2010), chi è curioso può spiarne la polimorfica attività culturale <a href="http://www.federicoitaliano.com/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Riccardo Ielmini, <em>Una stagione memorabile</em>, senza editore</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-58775 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/ielmini-300x225.jpg" alt="ielmini" width="108" height="81" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/ielmini-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/ielmini.jpg 500w" sizes="(max-width: 108px) 100vw, 108px" />L’abbiamo già detto: in questi tempi dove ingrassano gli scrittori mediocri e invitano ai festival i poeti pacchiani, la grande poesia, spesso, si trova nel <em>samizdat</em> del sottosuolo letterario. Riccardo Ielmini non pubblica un libro di poesia dal 2000, epoca aurea dell’acclamato <em>Il privilegio della vita</em>: ora ha in mano una raccolta, inedita, dove la nitidezza del racconto s’intaglia a un impeto etico indimenticato, dove la semplicità è sigillo, il bene il marchio del chiamato al coraggio. <em>Pangea</em> ha pubblicato una sua poesia <a href="http://www.pangea.news/una-poesia-di-riccardo-ielmini-il-poeta-piu-pudico-e-memorabile-che-ce-non-pubblica-da-17-anni-e-ama-tanto-iosif-brodskij/" target="_blank" rel="noopener">qui</a>. In attesa del libro? La poesia va cercata, come l’oro, come i diamanti, come ciò che è inevitabile e necessario. In libreria troviamo, spesso, solo il succo dell’ovvio.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/consigli-gli-acquisti-macche-non-mica-mercanti-meraviglie-migliori-libri-del-2017/">Consigli per gli acquisti? Macché, non siamo mica mercanti di meraviglie. Ecco i migliori libri del 2017</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
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