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	<title>il Fatto Quotidiano Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Senza gestire l’ignoto”: Veronica Tomassini e Davide Brullo si gettano in un epistolario spietato, un feuilleton dell’amore e della perdizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jan 2019 05:18:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti. Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/senza-gestire-lignoto-veronica-tomassini-e-davide-brullo-si-gettano-in-un-epistolario-spietato-un-feuilleton-dellamore-e-della-perdizione/">“Senza gestire l’ignoto”: Veronica Tomassini e Davide Brullo si gettano in un epistolario spietato, un feuilleton dell’amore e della perdizione</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><em>Noi non siamo Veronica Tomassini e Davide Brullo. Siamo Vera e Nathan. Due profughi all’esistenza, in esilio dal frastuono cronologico, in un 1950 d’invenzione, tra Israele ed Europa, conosciuti – e accerchiati – in una notte, perduti.</em></strong><em> Lei, Vera, annuncia la mancanza, scrive a Nathan da Tel Aviv. Parla di nomi e di sogni. Lui le risponde da Praga, e mostra cani, tigri di vetro, monaci defraudati. Cosa significa riconoscersi e amare senza riconoscenza, nell’incondizionato? <strong>Cosa vuol dire oltraggiare le memorie, scandire quell’unico viso – appena desunto dal caso – come un amuleto, contro tutto? “La mia idea ossessiva dell’amore, di un’assenza, o un assedio. La mia ossessione sull’impossibilità, e dunque la lettera. L’epistolario. Ecco, un epistolario sentimentale. Il coraggio di parlare d’amore, passione, desiderio”, così Veronica Tomassini</strong> giustifica questa sfida. “Una forma verbale che sconfigga tutte le altre – senza limiti. Senza gestire l’ignoto”, le ho risposto. In due momenti settimanali, Veronica Tomassini scriverà <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">sul suo blog (qui)</a> le lettere di Vera, io risponderò come Nathan da Pangea. <strong>Un esperimento letterario. Un feuilleton che proviene dal futuro. Senza destinazione.</strong> Di certo, non sappiamo cosa accadrà, cosa faremo, cosa scriveremo, che metri di carne saremo disposti a sacrificare – perché la letteratura è così, si misura in rinuncia e disciplina. Leggeteci. (d.b.)</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tel Aviv, 2 gennaio 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;">Io mi chiamo Vera, sai? Me lo hai chiesto? Ti ho visto andare via. Avresti cacciato in testa un colbacco, fremente, il passo algido distinto, in una qualsiasi capitale della vecchia Europa. Gennaio è un mese crudele.</p>
<p style="text-align: justify;">No, piuttosto avanzavi con un borsalino di feltro, l’abito chiaro. La lana leggera. Eri così mesto, eppure consono al biancore della città estranea. Lo saremo ancora estranei, qui. Vorrei sperare, non l’un per l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Così ho fatto un sogno. Eravamo in un camerino, breve e buio. L’uno di fronte all’altra. C’era una branda, adagiata sulla parete bassa la karolinka vibrava un triste brano di Monteverdi, accanto alla porta del disimpegno c’era un pappagallo di legno che ondeggiava sul filo di metallo, assurdo patetico funambolo,</strong> e c’era lo scrittoio e la finestrella aperta. Era freddo, sai? Eravamo a Praga. Poi esplodeva come un’onda sanguigna, accecante, un fuoco che era inspiegabile, irreparabile in misteriose sorgenti che lo nutrivano senza requie, e ci avvinceva. Era custodito dentro un otre. Ti guardavo. E tu pronunciavi il mio nome.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi chiamo Vera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Era buio, il ponte sfuggiva al nostro sguardo, lontano, dentro le luci, eppur si infittiva di nuove ombre, quindi incontrando i timidi bagliori della città antica.</strong> Mi manca. Nel sogno non ti facevo parte del noioso assedio. Ascoltavo il suono funesto, sembravano cormorani cacciati dalle gelate del fiume, folaghe morette. Oh, era un tripudio.</p>
<p style="text-align: justify;">Era un sogno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu non mi hai detto il tuo nome. Una volta soltanto, non basta. Devi ripeterlo perché non desti il languore di averlo trovato, evocato. È un sussulto, nella notte. Penso alle notti praghesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi manca tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Io sono Vera.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu mi hai riconosciuto? Ricordi qualcosa di me?</p>
<p style="text-align: justify;">Gli ippocastani sui pendii dentro i fianchi docili e maestri della collina di Petrin. Puoi consolarmi?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Io lo faccio con le donne di qui. I loro mariti non torneranno più.</strong> Tu sai che io cucio i vestiti delle donne di qui. Loro aspettano. Noi qui, con le donne di qui, cuciamo le vesti, non splenderanno, nel porpora e vermiglio, o nello sfavillio di un qualsiasi azzurro. Sceglilo per me. Lo indosserò.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non torneranno più gli uomini per le donne di qui. Siamo vigili.</strong> Non dormiremo se occorrerà.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu, ritornerai?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Praga, 10 gennaio 1950</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Questo sarà un inseguimento. Di questo sono certo.</strong> Le parole fanno paura, creano una generazione di fuggiaschi – resiste chi ne sopporta il richiamo. E sai anche questo. Che questo sarà un inseguimento, non una lettera, non letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno dopo ho percorso Praga, oltre la periferia, dilatata dalle grida dei cani, aperta a Est come un occhio senza palpebra. Lui si chiama Joseph e alleva una particolare specie di cani, li chiama tutti ‘Achille’. Li usano in guerra, mi dice, in questa nuova guerra fatta di vendette, di vedette, rancori, tardive ammissioni d’orrore. <strong>Turbe di cani che escono dalla mascella dei camion si disperdono sulla piana, individuano le spie e le sentinelle, non hanno paura dei proiettili, hanno sviluppato un micidiale senso del bene e del male. Che una incauta teologia della giustizia sia più sviluppata nei cani che negli uomini sembra orribile.</strong> Qualcuno maligna che Joseph combini unioni barbariche tra i cani e sua figlia – ha la bellezza dei folli, la veste troppo sottile, e mangia a quattro zampe, sotto il tavolo della cucina, gettandosi in una ciotola. A volte il padre la tiene al guinzaglio – una volta, mi dice, si è staccata a morsi un pezzo di lingua – una volta ha assalito un cane e gli ha strappato l’orecchio. In quella casa lei è una specie di Madonna furibonda, nessuno osa menarla o morderla: ha la levigatezza di un editto. Avrei voluto tenerla con me, e chiamarla con il tuo nome, Vera, illudendomi che se so curare lei, tu tornerai da me, in questa città estranea, come scrivi, estrapolata dal nulla, il sogno congiunto partorito nello stesso istante da un astrologo e da un principe sanguinario.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I cani mi ronzavano intorno, Joseph parlava guardando il vento, sua figlia correva, a piedi nudi, ma la terra è un deserto gelato, e io sono andato laggiù con un compito. Il freddo distilla in me una sicurezza moltiplicata, un desiderio stupefacente.</strong> Ho tolto dalla tasca la tigre di vetro – mi sta sul palmo – appena la ha vista la figlia di Joseph, Anna, si chiama, è scattata, “sposami, sposami, sposami!”, urla, e non c’è modo di calmarla, e i cani saltano intorno a noi come cherubini, come i testimoni di uno sposalizio infernale.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, Anna mi ha aiutato. Le ho promesso di portarla a Praga, farò finta di essere suo marito, appena tornato dal fronte. Lei si aggrappa ame come a una corda – ma sono io a precipitare. Il rifugio dove Joseph ospita e alleva i cani era un monastero. Lo hanno fondato nel XII secolo, poi è affondato durante l’assedio di Praga del 1742, quando i monaci hanno preferito una dimora più stabile, nelle viscere della città. Qui un monaco, Ambrogio di Vars, ha scritto la <em>Dissertazione sul nome di Dio, seguita dalla Diagnosi della morte di Gesù</em>. Quel monaco, parecchi secoli fa, si faceva vanto di aver scoperto la reale ragione – medica, carnale, veritiera – della morte di Gesù e contestualmente contestava la traduzione del nome di Dio nella Bibbia latina di Girolamo. Diceva di conoscere tutti i nomi segreti di Dio, diceva di poter curare i moribondi ungendoli con le lettere che compongono il nome di Dio. Mi è sembrato un buon posto dove interrare la mia tigre di vetro. Anna mi ha aiutato a scavare. <strong>Questa donna ha mani che conoscono la tenerezza della terra, che ne ammorbidiscono l’indolente crudeltà. Mani diverse dalle tue, Vera, di cui porto il ricordo sul petto, come un amuleto. Alcuni cani scattavano nella scabra pianura con l’agilità di cervi.</strong> Vera è un nome che elude il vero, che contempla la menzogna. Joseph ammirava i muscoli dei cani come fossero scritture sacre. Anna sa che basta un verbo ben temprato per portare un cane a credersi corvo.</p>
<p style="text-align: justify;">Tu non ricordi. Mi hai sussurrato il nome con la cattiveria di un addio. Durante quella notte che abbiamo rubato al tempo, a Dio, agli dèi e al dicastero dei morti, ho seguito il contorno del tuo corpo con la tigre di vetro. L’ho trovata molti anni fa, nel vortice della guerra, nell’appartamento abbandonato di un ebreo, a Parigi. Era editore – non chiedermi il suo nome, significherebbe evocare un perduto senza sapergli impartire la redenzione. Una tigre affusolata, lunga quanto il mio dito indice, con la coda spezzata – questo, forse, la rende letale, improntata al perdono. <strong>Se non ne hai il coraggio, sarò io il crudele, ti ho detto – ma infine tu sei partita e io sotterro una tigre di vetro sperando di incatenarti per sempre a quella notte, sperando che la mia tigre faccia razzia di ogni altra memoria</strong> e che della tua vita non resti altro che il mio viso, il mio corpo, trasfigurato, come una formula magica, di salvezza e di abbandono. Che tu conosca il mio nome, ora, importa poco.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Veronica Tomassini</em></strong><em>, siciliana, di origini umbre. Esordisce con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Ha partecipato al Dizionario Affettivo di Matteo B. Bianchi, un suo racconto è presente nell’antologia edita da Transeuropa, “Love out”, mentre per la collana digitale Zoom di Feltrinelli nel luglio 2012  è uscito il mini-ebook dal titolo “Il polacco Maciej”. Ha collaborato con la Scuola Holden. Collabora con Il Fatto Quotidiano dove cura anche il blog: <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vtomassini/">http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vtomassini/.</a> A luglio 2014, pubblica con Gaffi editore il romanzo “Christiane deve morire”. Partecipa con un suo testo all’antologia “La formazione della scrittrice”, edito da Laurana, curata da Chicca Gagliardo e Gabriele Dadati, per un’idea di Giulio Mozzi, uscita nel maggio 2015. Nel maggio 2017 pubblica il romanzo “L’altro addio”, per Marsilio editore. Di prossima uscita il nuovo romanzo. Ha un blog personale: <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/" target="_blank" rel="noopener">www.veronicatomassini.wordpress.com</a>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Davide Brullo </em></strong><em>ha scritto, tra l’altro, “Annali” (2004), “L’era del ferro” (2007), “Il lupo” (2009) e “Abbecedario antartico” (2017). “Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apostolo a San Pietro” (2018) e “Un alfabeto nella neve” (2018) sono gli ultimi due libri del Ciclo del Tradimento. Ha tradotto i Salmi. </em></p>
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		<title>“Lasciandoci in virtù un gemito denso di attese, in quel luogo di castigo”: Veronica Tomassini sta scrivendo un romanzo. Un brandello inedito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Aug 2018 09:51:57 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lasciandoci-in-virtu-un-gemito-denso-di-attese-in-quel-luogo-di-castigo-veronica-tomassini-sta-scrivendo-un-romanzo-un-brandello-inedito/">“Lasciandoci in virtù un gemito denso di attese, in quel luogo di castigo”: Veronica Tomassini sta scrivendo un romanzo. Un brandello inedito</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Mazzarrona” è un quartiere alla periferia di Siracusa. Si chiama così l’ultimo romanzo di Veronica Tomassini. “Romanzo che io definisco della giovinezza”, mi scrive Veronica. E specifica. “Anni 80, la piazza, un gruppo di ragazzi che chiamo compagni, tossici, si fanno di eroina. Anni che io chiamo deserti”. Mi allega anche una musica, per capire l’atmosfera, il contesto, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=OKHYkoBxNgA" target="_blank" rel="noopener">questa</a>, di Tanita Tikaram. Le parole urtano, urticano, hanno palpebre infuocate, visioni liriche che c’entrano poco – evviva – con gli anagrammi dei sofferenti di Pier Vittorio Tondelli. C&#8217;è una sonorità senza appello, che reclama tigri e timori. Veronica Tomassini <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/blog/vtomassini/">la leggete sul <em>Fatto Quotidiano</em></a>, <a href="https://veronicatomassini.wordpress.com/eccomi/" target="_blank" rel="noopener">la leggete qui</a> (sottoscrivo con i polsi e le caviglie: “Quale sarà l’argomento trattato dalla pensatrice Avallone? Quale dibattito scatenerà? O Veronesi? Non doveva salpare a bordo di una nave con il collega Saviano? Le loro rivoluzioni si zittiscono presto, dissidi di mestieranti della parola. L’impegno civile certo e letterario. Mi viene l’orticaria”) soprattutto, leggete i suoi libri, <em>L’altro addio </em>(Marsilio, 2017), <em>Christiane deve morire </em>(Gaffi, 2014), <em>Sangue di cane </em>(Laurana, 2010). Per entrare in sintonia con la narrativa di Veronica, qui potete leggere l’intervista che le ha fatto Gianluca Barbera <a href="http://www.pangea.news/non-risolta-non-semplice-molto-sola-la-condizione-ideale-per-scrivere-gianluca-barbera-dialoga-con-veronica-tomassini/" target="_blank" rel="noopener">pubblicata su <em>Pangea</em>.</a> (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;">**</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il pomeriggio era umido e freddo alle case. I treni attraversavano la galleria, lasciandoci in virtù un gemito denso di attese, qualcosa che attenesse al futuro, al dopo, alla vita che smaccatamente abbandonava la sua blanda germinazione in quel luogo di castigo.</strong> Alle case era sempre un sonno minaccioso a ingannare lo sguardo. Le luci non erano mai abbastanza prestanti per destarci e se riuscivano diventavano buio, notte, pece. La galleria alla fine dei binari segnava il confine verso un mondo nuovo, generoso. Era l’immagine che mi consolava in fondo, alla fine della giornata, mi toglieva dalle spalle magre e aguzze i pesi della mia inutile sostanza. Procedevo come tutti gli automi alle case, procedevo al buio, o chiudendo le palpebre per difendermi dalla volgarità. Perché questo vedevo, questo era per me. Non c’era l’indulgenza del giusto che riflettesse e osservasse la rovina degli altri, il palpito del perdono, il macero in cui affonda i suoi passi incerti. Oltre le siepi e il sicomoro, scivolando giù verso il mare, lungo la brumosa parete di argilla, fino alla rada e ai ghiaioni sulla punta estrema della rena invernale, era solo un sonno ingannevole, il buio, la pece.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fumavo considerando la galleria, il confine verso il mondo nuovo e generoso. Non sentivo nemmeno Massimo alle mie spalle. Forse mi guardava?</strong> Guardava il mio profilo, timido e insicuro per guardare i miei occhi o pigro e avvilente per amarmi una volta tanto. Massimo era mesto più degli altri giorni. Avevamo saputo della morte di un tale. Aveva provato la roba, se n’era fatta troppa. Si era chiuso in bagno. La madre lo chiamava. Lui dava di stomaco. È morto così. Questo mi ricordo. Massimo non piangeva mai. Anestetizzato a tutti i lutti, tolto quello di suo padre, e il suo stesso, protratto con indolenza fino a consumarlo davvero. Mi girai e lo trovai a guardarmi, gli occhi lucidi, le pupille strette come la testa di uno spillo. Che ore sono? Chiesi. Lui rispose metodicamente, il tono basso, rauco. Sono le sei<strong>. Oltre le siepi e i rami del sicomoro si spargeva la notte, la pece. Sono le sei e non ci siamo dati nemmeno un bacio. Dissi. </strong>Lo abbracciai, lui tremava. Era il suo costato breve a commuovermi. La camicia bianca sottile non bastava a proteggerlo dal freddo. Ma tremava per la rota. Non per il freddo. Non per me. Poi di colpo dissi: ti salverò. Mi fissava serio. Sorrise. Era così strano vederlo sorridere. Quando sorrideva, Mazzarrona splendeva, oltre la siepe, il sicomoro, si spargeva la luce. Così ci baciammo e per un secondo avevamo raggiunto il confine, la galleria, il treno senza i gemiti simili a un lascito dispettoso. Noi eravamo dentro finalmente qualcosa di buono. L’amore era qualcosa di buono. (continua)</p>
<p><em>Veronica Tomassini</em></p>
<p><em>Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i diritti riservati trattati da Strade Scritte</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/lasciandoci-in-virtu-un-gemito-denso-di-attese-in-quel-luogo-di-castigo-veronica-tomassini-sta-scrivendo-un-romanzo-un-brandello-inedito/">“Lasciandoci in virtù un gemito denso di attese, in quel luogo di castigo”: Veronica Tomassini sta scrivendo un romanzo. Un brandello inedito</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Sono tutte stronza@@ quelle dei giornali super partes!”: Alessandro Sallusti dialoga con Matteo Fais di giornalismo, Montanelli, Travaglio, Feltri, Berlusconi…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jul 2018 05:53:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Parlandogli, ho come la sensazione di conoscerlo da sempre. Ma è solo dopo, ripensandoci, che comprendo: in realtà lo frequento a sua insaputa da anni, da che lo leggo sui fondi di “Il Giornale” e “Libero”. Ho studiato la sua prosa, le sue frasi, i punti e le virgole. Non so se se ne renda [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parlandogli, <strong>ho come la sensazione di conoscerlo da sempre</strong>. Ma è solo dopo, ripensandoci, che comprendo: <strong>in realtà lo frequento a sua insaputa da anni</strong>, da che lo leggo sui fondi di “Il Giornale” e “Libero”. <strong>Ho studiato la sua prosa</strong>, le sue frasi, i punti e le virgole. Non so se se ne renda conto, ma <strong>c’è un qualcosa di intimo e bonario nel modo in cui mi si rivolge</strong>, un senso di comprensione paterna. Per una volta penso che sia bello entrare in contatto con uno dei propri miti, “di solito sempre deludenti” dice lui. Non è questo il caso. <strong>L’uomo che si definisce noioso, chiuso, poco propenso al contatto e per niente brillante come nei suoi scritti, ha invece in sé una forza inscalfibile che manifesta con compostezza e insolita umiltà</strong>. Come spesso mi capita quando incontro qualcuno che, pur senza averlo fatto intenzionalmente, mi ha dato molto, sento una strana forma di gratitudine nei suoi confronti di cui un po’ mi vergogno. In fondo, sono pochi quelli, almeno tra i giornalisti, verso cui senta di avere un debito: lui, Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Vittorio Feltri. Degli altri salverei forse Travaglio e Scanzi. Quando finalmente riesco a mettermi in contatto con <strong>Alessandro Sallusti</strong>, lo travolgo con una mitragliata di domande. Non so dove abbia trovato la pazienza per starmi dietro. Scusandomi, senza che mi venisse chiesto, gli ho detto che mi serviva per tracciare <strong>un ritratto umano a tutto tondo</strong>. Era vero. Ancora di più, però, desideravo semplicemente parlargli e così mi sono diviso tra il ruolo di intervistatore e quello di spettatore di un momento che aspettavo da tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, non le viene mai la voglia di mollare tutto? La criticano, la insultano, le danno del servo, la costringono agli arresti domiciliari. Come fa a sopportare tutto questo odio? Non si ritrova mai esausto e privo delle forze necessarie per continuare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, mai. Ho avuto una grande fortuna nella vita, fare il mestiere che sognavo fin da bambino. <strong>Di solito a quell’età si desidera diventare un astronauta, un calciatore, un attore. Io sognavo di fare il giornalista.</strong> E, per tutta una serie di fortuite coincidenze, ci sono riuscito. Conosco invece molte persone, amici, che nella vita hanno avuto successo, ben più di me, eppure quasi tutti sono tormentati dal pensiero di non aver fatto esattamente ciò che avrebbero voluto. Io, al contrario, ho avuto questo privilegio. Se mi dovessero chiedere “Hai mai lavorato un giorno in tutta la tua vita?”, risponderei di no. Essere pagati per ciò che si sognava di fare, non è un lavoro. Infatti, in sessant’anni, non mi sono mai alzato la mattina pensando “Oddio, devo andare a lavorare”. Una passione così forte non può che farti da corazza contro qualsiasi avversità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ha sentito per la prima volta la pulsione alla scrittura, prima o dopo essere entrato nella sede di un giornale? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">In principio ci fu un grande equivoco, perché io immaginavo che fare il giornalista non consistesse nello scrivere, ma nel trovarsi nei posti giusti al momento giusto ed essere testimone degli accadimenti, dalla guerra a una partita di calcio. Mi piaceva l’idea di trovarmi sul posto e non avevo molto chiaro che poi, a un certo punto, il giornalista deve smettere di girovagare e cominciare a scrivere. Sicché, prima di un certo periodo, non avevo mai esercitato la scrittura. La mia storia è quella di una modesta famiglia di Como, una città di provincia, in cui il primogenito veniva mandato a studiare per fare da ascensore sociale alla famiglia. È il caso, per esempio, di mio fratello, che ha seguito tutto l’iter fino a diventare medico. Il secondogenito, cioè io, veniva solitamente mandato a lavorare. Pertanto i miei mi iscrissero all’Istituto Tecnico – sono perito chimico –, cosicché avrei poi avuto un posto sicuro in fabbrica. Io, però, che sognavo e brigavo per fare il giornalista, in quel periodo in cui nascevano le prime radio e tv private, nella seconda metà degli anni ’70, invece di andare a scuola, andavo a fare il galoppino. Addirittura portavo il caffè nelle redazioni, in particolare alla sede distaccata che “La Notte” di Milano aveva a Como. Morale della favola, marinavo la scuola e non aprivo libro. Così non fui ammesso alla Maturità… <strong>A furia di bazzicare nei posti giusti, cominciarono ad affidarmi i primi articoli e mi ritrovai nella situazione che, quando dovevo scrivere la parola “scienza”, non sapevo se ci andasse la “i” o meno. Avevo anche dei seri problemi con i congiuntivi. </strong>Mi ricordo che stavo alla scrivania, con davanti la macchina da scrivere, tenendo il vocabolario aperto sulle ginocchia per non farmi vedere dai colleghi. A quel tempo non ero ancora assunto, ero abusivo – realtà diffusissima allora. Ogni due parole controllavo se ci volesse o meno una doppia. Per cui, in principio, scrivere per me fu una sofferenza – proprio non sapevo farlo. Il rovescio della medaglia di tanta ignoranza è che sei portato a semplificare i problemi più articolati, non essendo in grado di trattarli nella loro complessità. Che cosa mi è rimasto di quell’inizio traumatico? Per cominciare, ancora oggi, quando mi siedo al pc per scrivere, soffro: una specie di trauma infantile, come quando si viene morsi da un cane e si continua di conseguenza a serbarne la paura a vita. La seconda cosa è che, in ragione della mia tendenza a semplificare, spesso mi capita che, quando qualche lettore mi incontra, la prima cosa che mi fa notare di un articolo non è tanto il fatto che sia interessante, quanto che sia scritto in modo chiaro. <strong>E questa chiarezza che mi è riconosciuta è, appunto, figlia dell’ignoranza, del non poter scrivere complesso a causa delle mie carenze.</strong> In ultimo, la semplicità è diventata un valore per me – la mia personale risposta a questo mondo in cui tutti complicano tutto, compresa la scrittura. Per fortuna, a quanto pare, qualcuno apprezza la mia scelta.</p>
<p><strong>Su quali letture ha formato il suo stile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono state tante, perché da giovane non leggevo molto. Diciamo che la lettura è diventata solo dopo un dovere e una passione, con la maturità. Da ragazzino lessi comunque Salgari, interamente, perché accendeva le mie fantasie di poter essere un giorno un inviato in luoghi esotici. <strong>Da adolescente, credo di essere stato uno dei pochi ad aver letto tutto Buzzati. È un autore dotato di una semplicità di scrittura e una malinconia nelle quali mi ritrovo particolarmente.</strong> Non so se sia tanto o poco ma, se ho avuto un maestro di scrittura, quello è stato lui. Poi, un po’ più avanti con l’età, quando iniziai a bazzicare i giornali, presi a leggere le grandi firme come Montanelli, Prezzolini, Brera. Insomma, sono cresciuto leggendo “Il Giornale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il collega da cui ha imparato maggiormente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In assoluto Vittorio Feltri, che è anche quello a cui mi sento maggiormente affine. <strong>Vittorio è ineguagliabile. Ho lavorato dodici anni con lui ed è stato un po’ il mio fratello maggiore. Devo a lui la mia maturazione finale. Tra gli altri citerei Paolo Mieli, del “Corriere”.</strong> Mi ha aperto gli occhi. È l’opposto di me, ma vedere in faccia l’opposto ti aiuta a capire chi sei e cosa vuoi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa legge Alessandro Sallusti oggi, quando non legge giornali o ricontrolla articoli altrui?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per lavoro un po’ di tutto, ma nel tempo libero mi appassiona la saggistica, quella storica. Più che dal punto di vista degli eventi, però, la storia mi interessa come sguardo su alcune figure da Giulio Cesare a Napoleone, dagli Sforza a Benito Mussolini e così via. Mi piacciono molto anche le vite di matematici e filosofi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho letto in una sua intervista che lei si definisce una persona scarsamente propensa all’affettività, a causa di una madre piuttosto fredda. I suoi editoriali, però, sembrano tutto fuorché algidi, distaccati e poco partecipati. A tal proposito mi chiedevo se per lei la scrittura, anche se giornalistica, sia una forma di terapia, cioè un modo per trasporre all’esterno quel che altrimenti la consumerebbe non trovando un altro canale di espressione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Povera mamma, non essendo più qui, non può smentire… Guarda, non saprei dirti perché non sono uno psicologo. Non mi pongo mai domande di questo tipo, essendo un individuo molto pragmatico. Probabilmente è come dici tu, ma io non la vivo così. <strong>Nella realtà, sono molto più noioso di quanto possa apparire a volte leggendomi. Noioso e chiuso…</strong> In effetti, nella scrittura, mi concedo delle libertà che nella vita non mi prenderei. Però, sai, ognuno è figlio della sua storia, quindi… Forse hai ragione, ma non me ne faccio un problema.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei una volta ha dichiarato “Il giornalismo per tanti è una professione intellettuale, per me è un mestiere, nel senso più nobile della parola. È come fare l’artigiano, il fabbro, il calzolaio”. Le vorrei chiedere se sottoscriverebbe sul serio una simile affermazione. Non le pare che, nel suo caso – ma potrei citare anche quello di Vittorio Feltri –, ci sia un qualcosa che va oltre, diciamo una misura di dote artistica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I talenti si esprimono in un mestiere. Quando dico che il giornalismo non è una professione, dico insomma che le lauree in giornalismo sono un’invenzione sciocca, un fatto di business. In che cosa dovrebbe essere laureato un giornalista? Un giornalista si occupa di sport, di cronaca nera, di economia. Non c’è una laurea che possa fornire tutti questi strumenti. Se uno vuole fare il medico, si deve laureare è ovvio. Così per l’ingegnere, o l’avvocato. Ma il giornalista!? Non è un caso che Vittorio Feltri non sia laureato, che io non sia laureato e che tanti bravi giornalisti di successo non lo siano. Perché <strong>il giornalismo è un talento che si seleziona e si esprime nella bottega e la bottega è il giornale. È come per lo chef. Non c’è un percorso di studi da giornalista.</strong> La professione, invece, presuppone una preparazione specifica. Il nostro mestiere è un mix tra capacità nelle pubbliche relazioni, nel senso che per fare il giornalista tu devi avere un network, qualcuno che ti passi le notizie, e una mentalità investigativa, perché devi saper vedere oltre ciò che appare – quello che appare è spesso una sceneggiata, è quello che accade dietro a essere interessante. Ci vuole inoltre capacità di sintesi e devi essere veloce, scrivere un articolo in tempi e spazi che non decidi tu. Tutte queste doti presuppongono un talento che o si ha o non si ha. I giovani che arrivano dalle scuole di giornalismo, e che non hanno frequentato la bottega, spesso non hanno questo talento. Potrebbero essere degli ottimi assistenti universitari o docenti, ma la furbizia e la velocità di fare il giornalista secondo me non ce l’hanno come ce l’avevano quelli che uscivano dalle redazioni dei giornali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei come lo scrive un articolo? Prende appunti prima, butta giù di getto? E, soprattutto, quanto lavora su un pezzo prima di giudicarlo valido per la pubblicazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non ci lavoro granché. Tra il trauma di cui parlavo prima, per cui per me iniziare un pezzo è una sofferenza, e una certa pigrizia, mi metto a lavorare sempre all’ultimo momento utile. Di solito non ho idea di cosa scriverò. Quando inizio, poi, spesso non so come svilupperò il pezzo, o come lo concluderò. Mi metto lì e scrivo tutto di getto, cercando di essere breve. È uno degli insegnamenti che mi ha trasmesso Montanelli: “Alessandro, quello che non riesci a dire in 60 righe è inutile che lo scrivi, perché non riuscirai a dirlo neanche in seimila”. <strong>Un altro suo consiglio, che sempre seguo, diceva invece: “Se scrivi di una persona, devi dire che è una testa di cazzo. Se scrivi di un paese, devi dire che è un paese di merda”.</strong> Quindi, per intenderci, prendiamo il fondo di domani. Ho deciso che lo farò io. Sono le 17:45. Tra un’ora, mi siederò davanti alla tastiera e non ho la più pallida idea di cosa scriverò. Se mi dovessi chiedere: “Ma almeno l’argomento di cui parlerà?”. Niente, non ne ho la minima idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Volevo chiederle, giustappunto, di Montanelli. Ci racconterebbe qualcosa del grande giornalista che lei conobbe nei primi anni di lavoro a “Il Giornale”? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mah, guarda… È inutile che lo dica io, Montanelli è Montanelli. <strong>L’ho conosciuto perché venni a lavorare qui a “Il Giornale”, verso la fine degli anni ’80. Immagina l’emozione. Ero cresciuto, come ti ho detto, con il suo giornale in tasca. Era l’unico quotidiano che leggessi, quindi lui per me era una specie di mito. Però, lascia che te lo dica, i propri miti è meglio non conoscerli.</strong> Perché scopri che sono degli uomini come tutti noi, con le loro debolezze, le loro furbizie, i loro egoismi, le loro cattiverie&#8230; Sono degli uomini, straordinari, ma pur sempre uomini. E lui, che per me era un monumento, una specie di Dio, dopo averci lavorato un anno&#8230; non è che cambiai il giudizio di merito, ma era anche un po’ stronzo, un dio stronzo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un giornalista della parte avversa che apprezza particolarmente e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Marco Travaglio. Ho in corso ventisette cause con lui e ci diamo reciprocamente del figlio di puttana in televisione, ma trovo che sia molto bravo. Secondo me recita una parte e crede forse al cinquanta percento di quello che scrive, se non a niente, però devo dire che ciò che fa lo fa bene. È un po’ come Gianfranco Fini. Mio padre, che era un suo ammiratore, mi disse che gli piaceva perché non dice niente, ma lo dice benissimo. Secondo me <strong>Travaglio è della stessa pasta: non dice un cazzo, ma lo dice talmente bene</strong> che sembra tutto interessantissimo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anche Vittorio Feltri mi ha confessato di ammirarlo. In generale, direi che Travaglio è ben visto dai giornalisti di destra.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non solo dai giornalisti! Ti dirò di più. <strong>Una delle mie più grandi frustrazioni è che il Presidente Berlusconi, al mattino, non manca mai di leggere per primo “Il Fatto Quotidiano”. </strong>Ma, giustamente, le persone intelligenti piacciono alle persone intelligenti. Ci tengo comunque a dire che io non odio Travaglio e non ho nemici personali, solo politici. Altrettanto dicasi per Santoro, che adesso sembra bollito, una specie di guru che vaga per il mondo senza sapere cosa fare. Ma il Santoro di dieci anni fa era tutta un’altra cosa! Di recente l’ho incontrato al Quirinale, per la festa del 2 giugno. Gli sono andato vicino per salutarlo e per domandargli come stesse. Mi ha risposto: “Sto male, sono malato, molto malato”. “Oh cielo”, gli ho chiesto, “ma cos’hai?”. “Una malattia tremenda”, mi ha fatto lui, “comincio a pensarla come te”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei come ha cominciato, con la macchina da scrivere? Com’è stato, poi, il passaggio al computer? Feltri mi ha detto che scriveva con l’Olivetti fino all&#8217;anno scorso, poi è stato costretto a passare all’iPad perché nessuno gli trascriveva più gli articoli…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vittorio ha appena dieci anni più di me, però quei dieci anni hanno segnato una differenza di prospettiva fondamentale. Io ho avuto l’onore di essere tra i primissimi giornalisti in Italia a usare le nuove tecnologie. <strong>“Avvenire”, dove ero andato a fare danni, prima di approdare a “Il Giornale”, fu all’avanguardia in tal senso, sostituendo fin da allora le macchine da scrivere con i computer.</strong> Devo dire che comunque io non sono mai stato contrario, perché li trovo di una comodità unica. Questo a differenza di Vittorio che ci ha fatti impazzire per anni con quella cazzo di macchina da scrivere! Anche lui, come me, ha la tendenza a tirarla fino all’ultimo minuto. Poi, dopo che ha scritto, deve far sistemare il pezzo dal suo correttore di bozze personale, poi torna indietro e poi lo rilegge e poi deve essere ribattuto, ma la battitura deve essere riletta – roba che, per pubblicare un suo pezzo, ci vogliono tre ore di lavoro. Io glielo dicevo, ma non c’era verso. Adesso, ha confessato anche a me di essersi convertito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’impressione che ho, quando vedo una sua apparizione televisiva, è che lei si senta vagamente a disagio. Si trova meglio a scrivere, giusto? C’è qualcosa che le dà in più la scrittura rispetto al trovarsi sul piccolo schermo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, perché la scrittura esclude la fisicità. <strong>Io sono molto timido, un po’ orso, introverso, e quindi la televisione per me è una sofferenza. Mi pesa dover cercare di apparire vivace, brillante. È molto faticoso.</strong> Tant’è vero che ritengo più interessante la radio, malgrado ne faccia poca, perché è più simile alla scrittura, escludendo anch’essa, completamente, la dimensione fisica. Sai, in tivù non è importante solo quello che dici, ma conta la postura, l’inquadratura, la faccia che fai. È un lavoro, un lavoro che io non so fare, ma che riesce invece benissimo per esempio a Marco Travaglio, un attore nato. Quindi vado in tivù soprattutto per dovere, oramai. Malgrado ciò, ti dirò, all’inizio è anche gratificante, perché il grande pubblico ti riconosce soprattutto attraverso il piccolo schermo e non certo per gli articoli. Ma, insomma, mentirei se ti dicessi che non provo ogni volta una pena terribile.</p>
<p><strong>Come si trovava al “Corriere della Sera”? Ha qualche episodio particolare da raccontare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Beh, per un giornalista, entrare al “Corriere”, è come per un pilota salire sulla Ferrari – è il coronamento di una vita, un traguardo pazzesco. Di quei tempi ho tre ricordi, in particolare. Il primo è che, quando arrivai, il Direttore Stille mi rovinò il sogno che attendevo da una vita. Il giorno in cui mi doveva assumere, aspettavo nel corridoio della direzione. Dopo mezz’ora spuntò questo ometto, Ugo Stille appunto, con due borse dell’Esselunga piene di frutta, verdura e quant’altro. La segretaria mi disse di accomodarmi. Aveva appoggiato le due borse sulla scrivania. Lo odiai, perché non è possibile, mi capisci, che tu aspetti tutta una vita di essere assunto al “Corriere” e questo ti mette le buste della spesa sulla scrivania che fu di Albertini. Ciò per quel che riguarda il mio ingresso. <strong>Il durante, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, fu molto avvincente perché, quando alzavi il telefono e dicevi “Buongiorno, sono Sallusti del ‘Corriere della Sera’”, dall’altra parte sentivi sbattere i tacchi. L’Italia, chiunque, politici e non, si mettevano sull’attenti.</strong> È certamente vero che i colleghi del “Corriere” sono molto bravi e molto professionali, perché selezionati bene, ma è anche vero che hanno un biglietto da visita che da solo fa il settanta percento del lavoro. Vorrei far osservare, comunque, che non si tratta di un giornale indipendente come vorrebbero far credere. Ho avuto più problemi lì che non a “Il Giornale”, in quanto a indipendenza dall’editore. Ma non solo io, anche i colleghi più alti in grado e i direttori. Il terzo ricordo è quello del mio abbandono, dopo tangentopoli. Avevo capito che, entro quella linea giustizialista, non mi ritrovavo. Mi sentivo a disagio, e te lo dice quello che allora tirò fuori l’avviso di garanzia per Berlusconi. <strong>Quando andai a dimettermi, non ci volevano credere, perché nessuno si dimette dal “Corriere”. Pensavano scherzassi e, quando alla fine si convinsero – e questo è uno dei momenti che ricordo con maggior orgoglio</strong> –, alla sera dell’ultimo giorno, mi chiamarono in sala Albertini, la sala grande delle riunioni, con una scusa e… Non dico ci sia stato tutto il “Corriere”, ma c’era tanta gente. I colleghi mi avevano fatto fare una targa, come regalo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che responsabilità comporta essere il Direttore di un grande quotidiano nazionale? Quanto deve lavorare ogni giorno e in coordinamento con quante persone?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cominciamo con il dire che ognuno fa il direttore un po’ a modo suo. Personalmente, ne ho avuti tanti e ti posso garantire che non esiste una modalità standard per svolgere questo ruolo. Io, al di là della retorica, lo faccio come facevo il cronista. Certo, c’è una responsabilità maggiore, ma sai, i giornali medi e grandi hanno delle strutture tali per cui si fanno in buona parte da soli. <strong>Il direttore, più che altro, sceglie e coordina. Io, comunque, amo stare in redazione il più possibile e realizzarlo materialmente. Sono quasi più un caporedattore che un direttore.</strong> Partecipo a tutte le riunioni. Per quel che riguarda il lavoro in comune, sai, la cosa importante è, come in ogni staff, circondarsi di gente brava, in sintonia, che non ti crei problemi ma che te li risolva.</p>
<p><strong>Dei giornali attualmente presenti sul mercato, secondo lei, qual è il peggiore e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La Repubblica”. Non che mi voglia ergere a loro giudice, ma un giornale deve avere un’anima, degli amici e dei nemici. <strong>Sono tutte stronzate quelle dei giornali super partes. I giornali sono sempre di qualcuno, quindi sono di una parte! Se mi dicono che io sono super partes mi incazzo, perché un uomo o tifa Inter o tifa Milan, o è etero o è gay, o crede in Dio o non crede in Dio, quindi non è super partes, bensì ha le sue idee.</strong> Un’altra cosa è dire che l’informazione deve essere onesta e leale&#8230; Quello sì, ma non super partes! “La Repubblica”, da diversi anni, diciamo dal tramonto del berlusconismo nel 2011, ha perso il suo baricentro. Adesso è un giornale che vaga, senza che si capisca dove, e lo fa in maniera retorica, a volte patetica. Ha fatto tutta la campagna elettorale parlando del pericolo di un fascismo di ritorno in Italia, con Casapound che poi ha preso lo 0,6 %. È un giornale radical chic che, avendo smarrito il suo nemico, ha perso la bussola. Io fatico anche a sfogliarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Il Giornale”, quando fu fondato da Montanelli, aveva nella sua rosa di collaboratori delle firme d’eccezione come Nicola Abbagnano per la filosofia, Mario Praz per la saggistica, Sergio Quinzio per la teologia. Secondo lei, la squadra attuale può ancora reggere il confronto con quella delle origini?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non può. Io mi vergogno profondamente di essere seduto in questo momento alla scrivania che fu di Montanelli, perché il paragone non tiene nella maniera più assoluta. Ma come mi salvo? Come salvo me e tutti i colleghi? Ognuno è figlio del suo tempo. Quel tempo lì, quella classe intellettuale e giornalistica di allora, figlia dell’Ottocento, formatasi alla scuola dell’Ottocento e che ha attraversato buona parte del Novecento, non c’è più; ma, se Dio vuole, è l’Ottocento a non esserci più. <strong>Siamo nel 2018 e non sussiste la possibilità di un paragone. In secondo luogo, se è pur vero che “Il Giornale” aveva tutto quel fior fiore di menti, non dimentichiamo che c’erano anche degli editori che a fine anno sanavano i bilanci, senza battere ciglio, qualsiasi fosse la cifra.</strong> Questo è stato un grande giornale, un giornale con firme importantissime, ma allora perdeva miliardi di lire e poi milioni di euro, per cui, per sistemare i conti, arrivava il perfido editore Berlusconi a staccare un assegno. Oggi nessuno stacca più l’assegno. Sono dei costi che non sono attualmente sostenibili e non solo dalla nostra redazione. Io ho fatto l’inviato in un’epoca in cui, per una sparatoria a Tripoli, partivano due giornalisti e tre fotografi. Adesso non è più così, ma non avrebbe nemmeno più senso, dal momento che la sparatoria la si può vedere in diretta su YouTube. Per rispondere alla tua domanda, dunque, se tu paragoni Montanelli a Sallusti viene da ridere e io sono il primo a farlo. Sallusti è un figlio del Novecento proiettato nel 2000, Montanelli è un figlio dell’Ottocento proiettato nel ’900.</p>
<p><strong>Cosa è rimasto a “Il Giornale” dello spirito e delle motivazioni che animarono Montanelli al momento della fondazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tanto! Lo so che può non sembrare così e che pochi ci crederanno, ma c’è ancora quello spirito liberale e liberista, quella volontà di contrapposizione al pensiero unico dominante. Questo patrimonio, sia pure in tempi e in modi diversi, la famiglia Berlusconi l’ha difeso con le unghie e con i denti. <strong>Tu dirai che non può essere, dato che a un certo punto Montanelli se ne andò&#8230; La vera storia di Montanelli, e del perché se ne sia andato, forse qualcuno la scriverà un giorno, ammesso che qualcuno la conosca realmente, perché ne girano talmente tante versioni. Quella a cui credo io è che, essendo il suo editore entrato in politica, lui si sia detto: “Se ne scrivo bene, mi diranno che sono un servo. Se ne scrivo male, mi diranno che sono un ingrato. Quindi, non posso più stare qui”.</strong> Quello però era un problema che si poneva lui. Io, sinceramente, non mi faccio remore né dello scrivere male né dello scrivere bene di Berlusconi. Se ne scrivo bene è perché la penso esattamente come la sua parte politica. Ho girato tredici giornali, grandi, piccoli e medi, per cui ho conosciuto almeno tredici editori e ti dico che, uno liberale e rispettoso come la famiglia Berlusconi, non l’ho mai incontrato. Quando racconto questa storia, qualcuno fa una smorfia e mi dice: “Ci credo, ti paga”. L’obiezione è lecita, ma non corrisponde al vero. Certo domani mattina non troverai un fondo in cui dico che Silvio Berlusconi è un mafioso testa di cazzo, ma non perché mi dà da mangiare, solamente perché quello non sarebbe un gesto di libertà ma piuttosto un’idiozia. Questo giornale, del resto, non è solo “Viva Forza Italia, abbasso il PD”, ma ha delle sue idee sulla cultura, la società, l’etica. Questa è la nostra libertà e il patrimonio che ci portiamo appresso tentando di difenderlo, grazie a un editore che ci permette di farlo. Chi ci compra ne è consapevole e, infatti, non lo fa per caso, ma perché si sente legato a tutto ciò che noi rappresentiamo e che va ben oltre il partito di Berlusconi. Guarda, ti confesso che, se io ho dei nemici nell’apparato politico della classe dirigente del paese, questi si trovano in Forza Italia, proprio perché un politico inevitabilmente concepisce il giornale di riferimento di quell’area come la <em>house organ</em> del suo partito. <strong>Ma chi se ne frega di Forza Italia! Noi la sosteniamo, ma fare il giornale non è solo sostenere Forza Italia,</strong> piuttosto si tratta di portare avanti un’idea liberale che attraversa tutti i settori della vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se posso permettermi una riflessione sul caso di Montanelli: era abbastanza chiaro che, nel momento in cui il mio editore, quello che mi aveva sostenuto salvandomi da morte certa, fosse sceso in politica&#8230; Beh, parliamoci chiaro Direttore, era ovvio che avrebbe chiesto un sostegno.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente, poi soprattutto in quel momento. Ma la cosa paradossale è che Montanelli, dopo aver passato la vita a combattere le sinistre e il comunismo, quando arriva uno che scende in politica con il suo stesso obiettivo che fa, gli dice di no? <strong>A me sembra più una lotta tra prime donne. Per logica avrebbe dovuto sostenerlo, dire: “Finalmente arriva uno che vuole portare in politica quelle stesse idee che io su ‘Il Giornale’ difendo da decenni”. E, invece, se ne andò.</strong> Ripeto, il fatto è che due galli in un pollaio non possono starci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In quella contingenza storica, a prescindere da quel che se ne può pensare, era chiaro che bisognava sostenere Berlusconi. E Montanelli avrebbe dovuto farlo per lo stesso motivo per cui lui per primo, in passato, aveva invitato a votare Democrazia Cristiana turandosi il naso: bisognava fermare a qualsiasi costo l’avanzata dei comunisti che, anche se non si dichiaravano più tali, erano pur sempre gli stessi di sempre.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esatto. È per questo che non capisco quella decisione di Montanelli, che così facendo andò a portare acqua al mulino della Sinistra. Sbagliò nella sua valutazione. Ma c’è da dire che, allora, l’uomo era già in decadenza, purtroppo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Con tutto il dovuto rispetto, ma dimostrò anche una certa ingratitudine…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi bene, visto che Berlusconi arrivava a fine anno e staccava l’assegno, senza nemmeno preoccuparsi della cifra&#8230; e non era piccola. Comunque, volevo salutarti con un bel ricordo che conservo del Maestro. <strong>Andando via, lui passava sempre dalla stanza dei giovani caporedattori e si fermava per una chiacchierata, mentre noi puntualmente parlavamo di figa.</strong> Una volta ci disse: “Beati voi, ragazzi, perché, vedete, a me non è che non mi tira più, è che non so più quando mi tira”.</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Non sono comunista. E sull’esistenza di Dio preferirei sbagliarmi”: Sergio Staino, creatore di Bobo ed ex direttore de “L’Unità”, dialoga con Matteo Fais</title>
		<link>https://www.pangea.news/non-sono-comunista-e-sullesistenza-di-dio-mi-piacerebbe-sbagliarmi-sergio-staino-creatore-di-bobo-ed-ex-direttore-de-lunita-dialoga-con-matteo/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 25 Jun 2018 06:04:26 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Difficile capire se un comunista possa mai smettere di essere tale.</strong> I maligni direbbero che la più grande astuzia del demonio sta nel far credere di non esistere. Ma, in fondo, tutto ciò poco importa. <strong>Il ’900 è finito e con esso tutte le categorizzazioni forti e manichee.</strong> E anche chi l’ha attraversato in pieno non può fare a meno di prendere sempre di più le distanze da sé stesso, per ogni passo che muove entro il nuovo millennio. Si finisce insomma per contemplare ciò che si è stati come una reliquia, in un misto di imbarazzo e nostalgia per una purezza irrimediabilmente perduta nella liquidità del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sergio Staino</strong>, il noto vignettista <strong>creatore di Bobo</strong> e <strong>direttore di “L’Unità”</strong> fin quasi alla sua chiusura, è stato forse uno dei massimi <strong>simboli di un’era di transizione</strong>. Sospeso tra un tempo in cui la sinistra era sinistra senza “se” e senza “ma” e ciò che, nel bene o nel male, è divenuta. Ma, a quanto pare, lui <strong>non ama il radicalismo di una coerenza dura</strong> che non conosce adeguamenti, proprio come <strong>non ama alcuna forma di estremismo</strong>. E, infatti, è difficile trovare in lui il buon vecchio nemico di sinistra stigmatizzato da fascisti, preti e berlusconiani. Al contrario, Staino è affabile, <strong>superiore al sussiego verso sé stessi degli uomini della vecchia guardia</strong>. Non sembra neppure un signore in età, malgrado gli anni – certo, appare più giovane lui di un Renzi in preda ai suoi deliri giovanilistici.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ho raggiunto telefonicamente con un certo timore, consapevole di andare a fare i conti con un <strong>grosso pezzo di storia del giornalismo e della sinistra</strong>. Forse in preda al panico, come quando da ragazzini si andava a confessarsi e si aveva timore che il prete ci potesse vedere dentro, ho subito spiattellato la verità: “Le volevo dire, però, che non sono di sinistra”. Niente da fare, la cosa non lo ha indignato né infastidito. Anzi, l’ha presa a ridere. E io che credevo di rappresentare il cattivo agli occhi dei comunisti…</p>
<figure id="attachment_61460" aria-describedby="caption-attachment-61460" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-61460" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-300x240.jpg" alt="Staino" width="300" height="240" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-300x240.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-768x614.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-1024x819.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46-600x480.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/06/foto-1-46.jpg 1654w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-61460" class="wp-caption-text">La vignetta di Sergio Staino creata per &#8220;Pangea&#8221;.</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, perdoni la domanda provocatoria e un poco fantozziana: ma lei è ancora comunista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi di no, se al termine dai un valore storico ben preciso, cioè se intendi per comunista colui che crede nell’azione violenta per il rovesciamento delle classi sociali e nella necessità per il proletariato di attuare una feroce dittatura, in prospettiva di una società di liberi e uguali e di amore. <strong>Non lo sono nel senso in cui lo erano Lenin, Stalin, Mao Zedong, Fidel Castro. Anzi, io sono tra quelli che pensano che molto spesso la strategia da loro seguita abbia creato più ingiustizie,</strong> danni e dolori, di quelli che voleva combattere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma, almeno, lo è mai stato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo sono stato fino al ’78-’79, fino a che non ho lasciato i marxisti-leninisti. Fu dopo l’assassinio di Moro, di fronte all’estremismo di sinistra, alla voragine del terrorismo. Al cospetto di quanto stava avvenendo ho avuto la capacità, come molti altri, di ripensare il tutto e di rientrare nell’alveo del riformismo che avevo lasciato per questa orribile follia utopistica. <strong>La nostra parola d’ordine era, a pensarci oggi, atroce. Si trattava di una massima di Mao Zedong: “Il potere politico nasce dalla canna del fucile”. Impensabile per chi come me voleva la pace e l’uguaglianza. </strong>Se poi mi parli di comunismo riferendoti ai suoi valori e ideali, come la prospettiva futura di una società di uguali in cui i rapporti di proprietà non determinano più la costruzione della stessa, ma siano sostituiti da valori solidali, ecco in quel senso sì, mi sento molto comunista. Ma ciò non si raggiunge facilmente e meno che mai con la violenza, ma piuttosto con la progressiva crescita culturale della società, utilizzando l&#8217;unico strumento che abbiamo fino a oggi per poterci organizzare, la democrazia rappresentativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa c’è di male nella violenza dal suo punto di vista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dalla violenza nasce solo violenza. È un insegnamento di tipo gandhiano che noi marxisti abbiamo sempre rifiutato, perché venivamo dalla scuola leninista per la quale la violenza è necessaria. Vedi, da giovane mi sono letto tutto Brecht – uno degli autori più importanti nella mia formazione. Lui lo dice chiaramente nella poesia <em>Ai posteri</em>: voi che un giorno vivrete in una società giusta sappiate che noi non l’abbiamo potuto fare, perché l’odio contro l’ingiustizia stravolse le nostre azioni. Noi che aprimmo la strada alla gentilezza non potevamo essere gentili. Ecco, questo non poter essere gentili giustificava tutte le cose più orribili, come le purghe, i genocidi, le violenze. <strong>L’idea del comunismo penso sia molto bella e molto utile, se si inserisce in un corpo umano basato sulla gentilezza. Io credo, per esempio, che la parola cristiana e francescana, la cura del prossimo, essere gentili, l’altruismo e la solidarietà siano l’elemento fondamentale.</strong> Se invece mi accorgo che dietro c’è l’egoismo, l’odio, la cattiveria, il cinismo… Perciò non ho mai sopportato Beppe Grillo, nemmeno prima che divenisse un attivista politico, perché ho sempre sentito oltre le sue parole, apparentemente rivoluzionarie, una cattiveria che lo rende pericolosissimo. Metti la sinistra in mano a una persona malvagia e farà un disastro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A suo avviso la sinistra detiene ancora l’egemonia culturale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se parliamo di alcuni elementi della sinistra, sì. L’egemonia, invece, nel senso di avere una presa sulla società, no. E questo perché, nella contingenza storica attuale, l’aspetto culturale è fortemente in crisi. <strong>Altri aspetti sono predominanti: la paura in primo luogo, quella del diverso, del licenziamento, del non lavoro. Dato questo clima diffuso, mi sembra che la situazione culturale sia fortemente minoritaria nel paese. </strong>La sinistra ha abbandonato questo aspetto inteso come elemento di identità di un popolo e, quindi, il potere rappresentato dallo scendere in piazza, fare teatro, musica, stare insieme, leggere libri, discutere. <strong>Basti vedere come si sono ridotte le feste dell’Unità. Sono morte come struttura, come concezione.</strong> Devi sempre trovare il personaggio di richiamo televisivo, per smuovere la gente. Chi parla di cultura, chi approfondisce, non va di moda. Allo stesso tempo bisogna comunque riconoscere che i riferimenti culturali di oggi sono tutte persone di sinistra, o in ogni caso progressisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei, però, ammetterà che a oggi la sinistra controlla ancora tutte quelle che si chiamavano le logge matte del potere?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, no, per carità, da questo punto di vista non controlla più nulla. Sono persone isolate. Non mi sembra che ci siano radicamenti culturali. <strong>L’unico che probabilmente riesce a fare cultura, ma perché la lega a un’azione politica e propagandistica, è Roberto Saviano</strong> – anche se politicamente spesso non concordo con lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A mio avviso, uno dei più grandi errori della destra è stato quello di non essersi adoperata per costruire un suo spazio in ambito culturale, contrapponendo una forza uguale e contraria a quella della sinistra. Infatti, mentre gli intellettuali di sinistra sono tutti o quasi coalizzati verso un unico obiettivo, quelli di destra sono cani sciolti, ognuno slegato e così indipendente da non rappresentare che sé stesso. Secondo lei la mia interpretazione corrisponde al vero? E, soprattutto, perché la destra non è riuscita in tal senso? Non si è mai posta l’intento, oppure semplicemente la destra e la cultura sono due cose antitetiche?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quest’ultima affermazione, l’antitesi tra destra e cultura, ha una sua logica… Diciamo che la destra, storicamente, ha sempre avuto una posizione abbastanza diffidente nei confronti della cultura. <strong>Guarda anche Trump in America, prontamente imitato da Salvini, che elogia le persone semplici, senza cultura, criminalizzando tutti i radical chic. Ma chi sono, in ultimo, i radical chic? Sono gli intellettuali, i giornalisti, i professori. Purtroppo, la destra tendenzialmente è fondamentalista, come l’estrema sinistra. </strong>Il dubbio non alberga da quelle parti. Basti vedere come si muove questo governo – ma, a onor del vero, come si muoveva anche Renzi, quando gli si avanzavano delle obiezioni: invece di accoglierle come un elemento vivificatore, le incassava con malcelata sopportazione. Se c’è una cosa su cui oggi la sinistra, soprattutto quella renziana, non ha influenza è la cultura. Ma credo sia tutto l’attuale gruppo dirigente del PD a non poter essere considerato affine alla classe intellettuale, data la sua superficialità. Fossimo stati intellettuali avremmo dovuto chiuderci a studiare, approfondire, visto che della realtà italiana abbiamo capito molto poco.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo lei, il giornalismo di sinistra è libero o si tratta della mera espressione di un’ortodossia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se considero il singolo giornalista, ci sono persone di grande valore. Personalmente, però, cerco di informarmi senza fermarmi a due o tre giornali, perché di cose interessanti ce ne sono un po’ in tutti. Quando ci sono degli spiriti liberi, che dicono le cose realmente per come le vedono, senza ossequiare, o perseguire secondi fini, quella è una cosa preziosa e, a mio avviso, esistono persone di questo tipo attualmente. Manca, invece, mi pare, una voce riformista forte in Italia. Tale ruolo è stato affidato a “La Repubblica” che non lo rispecchia perfettamente, pur restando comunque un giornale importante e con voci interessanti. <strong>Un’azione di approfondimento reale – questo dovrebbe essere il terreno della sinistra – non esiste. In tal senso, io credevo molto alla possibilità di avere ancora “L’Unità” che lavorasse su questo versante. Ci sarebbe “Il Manifesto”, ma soffre di una serie di pregiudizi che derivano dall’essere consapevolmente e programmaticamente minoritario e spesso estremista.</strong> Questo non aiuta perché fa cedere al fondamentalismo, impedendo di comprendere la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando, nel giornalismo, alla libera espressione subentra la propaganda?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando si vuol far passare una interpretazione precostituita, quando si vuole dimostrare un qualcosa che è difficilmente dimostrabile a tutti i costi. Guarda per esempio “La Verità” che, al di là del suo nome altisonante, sta portando avanti un’operazione indegna. E, attenzione, indegna non perché si posizionano a destra, ma perché stanno facendo una disinformazione totale, senza basare le loro analisi su elementi concreti. Ma anche al “Corriere della Sera”, con l’arrivo di Cairo, un’area filo grillina è venuta fuori e certo non mi piace per niente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste un giornalista di destra che lei abbia apprezzato e uno che apprezzi tutt’ora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ne esistono molti, quasi tutti quelli de “Il Foglio”, ad esempio, con Cerasa e Ferrara in prima fila. Al di là del sogno nascosto di vedere un governo con Berlusconi e Renzi al posto di Salvini e Di Maio, i loro commenti e le loro analisi politiche sono sempre ricche di utilissime intelligenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come procede nella realizzazione di una sua vignetta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è una formula fissa. Solitamente l’ispirazione giunge nel momento più inaspettato. <strong>Spesso mi vengono di notte ed è pericoloso, perché la notte tutte sembrano meravigliose. Poi la mattina, quando le guardi bene, può capitare di accorgersi di aver fatto una cagata</strong> (<em>ride</em>). Mi vengono anche leggendo un articolo, un libro, vedendo un film. Si tratta sovente di un collegamento insondabile da cui magari scaturisce una battuta e, di solito, più ingiustificato è il collegamento, migliore è l’umorismo. Quando, invece, si costruisce la vignetta direttamente dalla notizia è più facile che venga piatta. L’irrazionalità dà i frutti migliori in questo campo. C’è sempre bisogno di un po’ di irrazionalità e anarchia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma lei, attualmente, disegna utilizzando gli strumenti tecnologici e non più a mano?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io disegno su un touchscreen molto grande. Ciò mi aiuta molto, perché posso stare vicinissimo, non mi faccio ombra e lo strumento ha una buona luminosità. Posso ingrandire, rimpicciolire. Magari, però, così facendo possono sfuggirmi le proporzioni e un occhio venirmi più grande dell’altro. Ma mio figlio mi aiuta e le edita, rendendole leggibili. Come spiego spesso, quando tengo una lezione nelle scuole, con ipovedenti o ragazzi che si occupano di grafica, questo strumento, così lontano dall’operatività del disegno con fogli e matite, è in realtà ugualmente pieno di sorprese, curiosità ed emozioni. E l’emozione deve sempre essere quella che guida l’opera creativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto tempo ci mette a realizzare una vignetta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non poco. Oramai sono lentissimo. Prima, in cinque minuti, ne facevo quante ne volevo. Ora ci vuole almeno un’ora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È noto a tutti il suo essere ateo. In una delle sue interviste ho letto che lei, pur essendo cresciuto all’oratorio e tra i preti, a un certo punto si è reso conto di non riuscire a credere in niente che non fosse materiale e scientificamente dimostrabile. Una cosa che però non sono ancora riuscito a comprendere della sua posizione è questa: ma lei è arrabbiato con Dio perché non esiste, oppure semplicemente non sente alcun bisogno di un giudice ultimo e superiore alle umane vicende?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Entrambe le cose (<em>ride</em>). <strong>No, non sono arrabbiato con Dio e mi piacerebbe moltissimo sbagliarmi sulla sua esistenza. </strong>Vedi, ho avuto un insegnante alle medie talmente carogna che mi ha messo fuori perché ero figlio di contadini – allora la selezione di classe era fortissima. Eppure, io ero bravo, andavo bene. A mia madre disse: “Signora, come può pensare che un figlio di contadini faccia la scuola media Carducci, qui a Firenze?”. Lei si mise a piangere. Ecco, in un simile caso mi piacerebbe credere all’inferno e sapere che sta ancora lì a bruciare, quella merda. Invece, con mio grande dispiacere, sarà semplicemente polvere come tutti noi un giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Però vorrei insistere sul punto del credere unicamente in ciò che è razionale…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma io non riesco neanche a essere agnostico, come molti. A me sembra talmente ridicola l’idea che possa esistere una persona, un’entità cosciente e razionale che può organizzare a suo modo il creato, senza poi riuscire a starci dietro. <strong>La religione mi interessa molto, a ogni modo, soprattutto quella cattolica che, ovviamente, ho frequentato di più. Personaggi come Don Milani e Padre Balducci fanno indissolubilmente parte della mia formazione, me li sento vicini, come Gramsci e Berlinguer.</strong> Nel rapporto concreto con l’organizzazione religiosa, come la Caritas e certi preti decisamente in gamba, poi, massimo rispetto. Ma credere no, mi risulterebbe falso. Non mi viene naturale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Secondo lei quindi le idee di sinistra sono razionali, o sono una fede?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se diventano una fede, non mi interessano più. Devono essere sempre legate alla razionalità e sottoposte alla revisione del dubbio. Mi piace mantenere una costante insicurezza di fondo e rifuggire le soluzioni di comodo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, il lavoro nobilita l’uomo, oppure questa è un’idea otto-novecentesco superata? In un mondo in cui, come diceva anche Marcuse, le macchine potrebbero sgravarci dal peso della fatica, ha ancora senso questo concetto tanto caro alla sinistra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto che il lavoro nobilita l’uomo ha valore, oggigiorno, solo se il lavoro che si fa ti dà soddisfazione. <strong>Per quanto portare a casa uno stipendio, di questi tempi, sia già un incentivo all’autostima, sicuramente nel 2018 chiediamo di più, pretendiamo che questo lavoro sia un qualcosa che alla fine della giornata faccia sentire realizzati.</strong> Infatti, i ragazzi che non hanno lavoro, o ne hanno uno precario, sono sperduti e sbandati, perché gli manca questo elemento che non può essere suffragato da altro, né dall’amore né dalla famiglia o dalla cultura e lo sport. La sua mancanza crea un’insicurezza generale, sia dal punto di vista emotivo della persona, sia a livello sociale perché genera una società debole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Com’è cambiata “L’Unità” da che lei vi è entrato, fino alla sua chiusura?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nei primissimi anni ’80, ho partecipato, spesso inconsapevolmente, al rinnovamento di “L&#8217;Unità”. In principio avevo trovato strano il fatto che mi avessero chiamato, io disegnatore di “Linus”, a un giornale politico. Poi ho capito che il nuovo direttore, il migliorista Macaluso, voleva, attraverso la figura del compagno barbuto Bobo pieno di dubbi e di cose da mettere in discussione, rinnovare non solo il giornale, ma tramite esso il partito. Insieme a lui, e un po’ a tutti i miglioristi, ci siamo preparati ad affrontare l’89. <strong>Se il PCI non è imploso su sé stesso come il Partito Comunista Francese, con il crollo del Muro di Berlino, è perché c’era più autoironia e visione critica e ciò ci ha permesso di rimanere in piedi.</strong> Non eravamo più la voce ufficiale del partito. Eravamo diventati un organo di informazione di sinistra, in cui erano ammesse opinioni diverse. Quanto accadeva al giornale era in fondo quello che succedeva nel partito, durante le discussioni che avvenivano nelle diverse sezioni. Questi contrasti, questi dubbi da cui si è generato Bobo esistevano già tra di noi, ma nessuno ne parlava ed era vietato estrinsecarli sul giornale, dove si doveva sempre uscire come una chiesa ecumenica e monolitica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In coscienza crede che Gramsci sarebbe fiero del lavoro da lei svolto presso il giornale che lui fondò?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì! Il suo pensiero mi è sempre di gran conforto, soprattutto quello secondo cui “la verità è sempre rivoluzionaria”. <strong>Questo ci salva dallo stalinismo, che nasce nel momento in cui un dirigente di partito dice ai suoi collaboratori “questa notizia è bene che le masse non la sappiano”.</strong> Ecco, quando mi dicevano che facendo certe vignette danneggiavo il partito, io chiedevo semplicemente: “Ma è vero o non è vero quello che ho scritto? Perché se è vero allora danneggerò anche il partito in questo preciso momento, ma di fronte alla storia sarà stata una cosa utile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché il grosso dell’elettorato di sinistra è passato a giornali quali “La Repubblica”, abbandonando “L’Unità”, quello che è stato per quasi un secolo l’organo principale del Partito Comunista Italiano e il giornale dei lavoratori?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I giornali sono pieni di ex de “L’Unità”. Anche il “Corriere”, con Polito e Fontana, ma pure “La Repubblica”. <strong>Abbiamo fornito più giornalisti noi di chiunque altro, anche se non tutti erano di sinistra. Lavoravano a “L’Unità”, ma più che altro perché avevano la passione per l’informazione. Quando si è presentata la possibilità di passare su altri giornali più forti… Beh, chi non l’avrebbe fatto.</strong> Solo io sono rimasto lì, perché avevo molte soddisfazioni anche negli altri ambiti in cui lavoravo. La collaborazione con “L’Unità” mi è rimasta sempre come una grande possibilità di divertimento. Ma, per rispondere alla tua domanda, vorrei dirti che c’è sempre stata una certa tendenza nel partito a trascurare il suo giornale. Pensa che, quando D’Alema fu nominato direttore da Occhetto, ebbe una prima riunione – una riunione molto tesa – con i giornalisti, in cui lui, incazzato nero perché desiderava rimanere in segreteria, quindi vivendo la cosa come una punizione inflittagli da Occhetto, disse che prima o poi ci sarebbe stato da porsi il problema sull’utilità di continuare ad avere “L’Unità”. Nelle sue parole: “In fondo, oramai abbiamo ‘La Repubblica’”. In ciò, ripensandoci, mi ricorda il Fassino di qualche anno dopo, quello di “Abbiamo una banca”. Alla fine, come si può ben notare, non abbiamo né “La Repubblica” né la banca.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, per definizione la sinistra è internazionalista, direi contraria a certi concetti quali quello di Patria, Nazione. Ma secondo lei noi siamo italiani, prima di tutto, o europei, o cittadini del mondo? Glielo chiedo perché, in fin dei conti, io e lei stiamo comunicando in lingua italiana e, per di più, ognuno con un accento diverso, quindi con un ulteriore specificità di appartenenza che lo caratterizza. Lei come la pensa in merito?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Siamo internazionalisti nel senso che nasciamo animati dallo spirito marxista del “proletari di tutto il mondo unitevi”. <strong>Però no, non penso che le idee di Patria e Nazione siano delle idiozie. Sono elementi storici e necessariamente storicizzabili. </strong>Insomma, sappiamo di non poter più contare in modo totalizzante su idee di questo tipo, però sarebbe una follia abbandonarle, perché in questo momento hanno una loro validità, anche nei confronti delle minoranze. Certo, bisogna coniugare tale eredità del passato con questa nuova visione che è quella degli Stati Uniti d’Europa, su cui si dovrà lavorare e che siamo molto lontani dal realizzare. In tal senso, la lettura della realtà fatta da Salvini, l’esaltazione del nazionalismo che ha mutuato da Trump, sta facendo fare dei passi indietro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un giornale, di quelli presenti al momento sul mercato, che proprio non le piace e perché?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La Verità” perché, contrariamente a quel che farebbe sperare il suo nome, sta facendo un uso programmato della falsità – mi meraviglia che uno possa arrivare a tanto. <strong>Non mi piace “Libero”, ma perché troppo marcatamente legato alla provocazione – Vittorio Feltri davvero non riesco a capire perché sia così.</strong> La provocazione ce l’ha anche Giuliano Ferrara, però si tratta di un modo di provocare che ha sempre una certa dose di intelligenza. Per quel che riguarda “Il Fatto Quotidiano”, che nel complesso non è brutto e su cui scrivono persone che stimo come Furio Colombo, lo considero un giornale molto dannoso per la sinistra, perché si spaccia per essere di sinistra, ma in realtà diffonde concetti pericolosissimi che portano a destra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei, stando almeno a quel che ho letto e a certe sue dichiarazioni televisive, ce l’ha a morte con i populisti. Potrebbe definire in modo chiaro il concetto? Insomma, chi è populista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un populista è uno che si riferisce direttamente al popolo, saltando tutti i corpi intermedi che abbiamo messo in piedi da 3000 anni a questa parte, dalla Atene antica fino ad arrivare alla democrazia rappresentativa. Il populista, per intenderci con un esempio, è Ponzio Pilato che si rivolge al popolo per chiedere chi debba essere crocifisso, Gesù o Barabba.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il populismo è di destra o ci sono anche populismi di sinistra?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non esistono populismi di sinistra. A ogni modo <strong>è fondamentale capire che uno soggettivamente può considerarsi di destra o di sinistra, ma ciò che conta realmente è se si riconosce nelle istituzioni democratiche elettive</strong>, se crede effettivamente nella democrazia, nella divisione dei poteri e nell’equilibrio che deve esserci fra le diverse parti dello Stato.</p>
<p><strong>Un uomo che dovesse reagire con la violenza e la rabbia a chi lo affama sarebbe un populista?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe un sottoproletario che non ha capito come con certi atteggiamenti si vada poco lontano. Invece bisogna insegnargli che deve unirsi con altri che vivono la sua stessa situazione e cominciare un’azione politico sindacale per ottenere il riconoscimento dei suoi diritti. <strong>Se sei colpito da un’ingiustizia, ti posso comprendere se tiri il sasso e cerchi di ammazzare chi la commette, ma compi un’azione sbagliata. Molto meglio proporre una vignetta, o un canto in ottave</strong> come facevano i contadini contro i padroni e i nobili, perché così altri ci rideranno sopra e aumenteranno la loro coscienza di classe.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Direttore, ma oggi esiste ancora la satira o l’hanno definitivamente uccisa?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La satira esiste sempre. Anche oggi che sta attraversando un periodo non proprio felice. Purtroppo le attuali forze politiche e i populisti hanno incattivito la società. <strong>Prima si faceva una vignetta, laddove ora si urla “Vaffanculo”.</strong> Ma, come dicevo, si tratta di un periodo. Semplicemente, quando la satira è triste significa che la società non sta molto bene.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il confine tra satira e cattivo gusto? Voglio dire: asserire di Berlusconi, o di Brunetta, che sono dei “nani di merda” è satira o no?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">No, non lo è. In genere, la satira che si sofferma sui caratteri fisici della persona è una satira povera di idee. Ciò che io, invece, considero satira è quella che dice cose vere, che non si possono dire, e usa la forma della allusione. La gobba di Andreotti non ha mai fatto ridere nessuno, o perlomeno non muove il cervello dei lettori. <strong>A me non interessa la satira che dà soddisfazione a una parte della popolazione, perché vede confermata una sua idea.</strong> Mi piace semmai quella che spiazza la gente facendole notare degli aspetti su cui non si era soffermata.</p>
<p><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Non risolta. Non semplice. Molto sola. La condizione ideale per scrivere”: Gianluca Barbera dialoga con Veronica Tomassini</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2018 05:18:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Con Veronica Tomassini non si scherza. La scrittura è tatuata sulla sua pelle. Ogni parola che pronuncia risuona di un’eco antica e lacerante. In lei vita e letteratura quasi non si distinguono. Ne consegue una qualità speciale dell’arte, un frizzio nella circolazione sanguigna delle sue opere. Basta leggersi “Sangue di cane” (Laurana, 2010) e “L’altro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-risolta-non-semplice-molto-sola-la-condizione-ideale-per-scrivere-gianluca-barbera-dialoga-con-veronica-tomassini/">“Non risolta. Non semplice. Molto sola. La condizione ideale per scrivere”: Gianluca Barbera dialoga con Veronica Tomassini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Con Veronica Tomassini non si scherza. La scrittura è tatuata sulla sua pelle. Ogni parola che pronuncia risuona di un’eco antica e lacerante. In lei vita e letteratura quasi non si distinguono. Ne consegue una qualità speciale dell’arte, un frizzio nella circolazione sanguigna delle sue opere. <strong>Basta leggersi “Sangue di cane” (Laurana, 2010) e “L’altro addio” (Marsilio, 2017) per rendersene conto. Veronica è una scrittrice nata, lo si avverte in ogni riga che scrive. </strong>Niente di studiato, tutto vissuto e sofferto fino in fondo. Una sofferenza che si fa arte; perfino in un’intervista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Veronica, dopo la straordinaria accoglienza di “Sangue di cane” la tua carriera di scrittrice è decollata? O in questo Paese si resta sempre un po’ sospesi a mezz’aria? Puoi fare un bilancio? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, è decollata, e si è fermata. “Sangue di cane” mi ha lasciato molti estimatori, lettori sparsi, qualche collaborazione. E nient’altro. Non ho comprato un attico nel centro di Roma. Al mio nome non salta nessuno sulla sedia, non mi stendono tappeti rossi nelle stanze dove si decidono i destini della letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa c’è che non va nell’editoria italiana? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’editoria italiana soffre di insicurezza, ha bisogno di conformarsi. È fatta di numeri. Di copertine kitsch a volte, con una promozione molto facile tipo: “foto social di merda con accanto tazzine di merda” (cito lo scrittore Marco Drago). Non è per forza e sempre così, vorremmo sperare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già, Drago non le manda mai a dire. Ho intenzione di intervistarlo prossimamente. Qual è il genere di storie che ti piace raccontare e che vorresti raccontare in futuro? Certo, “Sangue di cane” e “L’altro addio” indicano una rotta precisa, ma vorrei che fossi tu a parlarne… </strong></p>
<p style="text-align: justify;">La mia narrazione devia spesso, come il mio sguardo, nei luoghi dove gli altri lo tolgono. <strong>Dove per gli altri cade l’ombra, spesso per me si rivela la luce. Una luce magnifica, eloquente. Amo i perdenti, per questo li racconto. Lo sono anch’io.</strong> Ma ammetto che è una lunga narrazione tristemente biografica, nel senso: non racconto che di quel che so, che ho vissuto. Dopo “L’altro addio”, ho finito un romanzo che ho definito “della giovinezza”, ancora inedito. Racconto gli anni ’80, la periferia, la piazza, l’eroina, e un gruppo di adolescenti vivere su cumuli di immondizia, dentro giorni chiamati deserti, in condomini popolari, abbaini con cani ringhiosi a latrare, vecchie auto carbonizzate, falansteri, con rampe buie e maleodoranti, cardi e agavi che si gettano verso il mare. Era la mia adolescenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60837 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/Tomassini-Laltro-addio-196x300.jpg" alt="Tomassini-Laltro-addio" width="196" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Tomassini-Laltro-addio-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/Tomassini-Laltro-addio.jpg 290w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" />So che stai scrivendo qualcosa di totalmente nuovo rispetto ai temi cui ci hai abituati. Puoi parlarcene?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sto scrivendo un romanzo sull’amore, nel mio blog personale. La storia di un abbandono. Alla fine è il solito assedio, piccoli inferni vecchi e nuovi. <strong>Alla fine è sempre <em>tranche de vie</em>. Non so fare altro che raccontare la mia vita, mentendo. </strong>Negli ambienti editoriali, pare, che vada moltissimo questa storia del sentimentalismo. Autori che non mi dicono nulla ma che vendono centinaia di migliaia di copie. Allora qualcuno ti dice: buttati sul sentimento. Io dico: non ho fatto altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Esiste secondo te anche un problema di critica letteraria? Che opinione hai del fare critica oggi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La critica oggi? Difficile domanda. I grandi critici come Giovanni Pacchiano o Angelo Guglielmi sono il mio solo riferimento. Ma è un problema mio credo, non frequento molto la critica più “giovane”. Però, ecco, mi viene in mente Gilda Policastro, brava e severa, la cito giù anche tra le scrittrici che sento prossime.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sulla sua lapide Oriana Fallaci ha voluto che venisse inciso: “scrittore”, e non “scrittrice”. Che ne pensi? Non ritieni che a volte le donne si marginalizzino da sole? Nelle professioni io non ho mai distinto fra uomini e donne ma fra bravi e meno bravi e sinceramente una domanda simile non te la porrei nemmeno, se non fosse che ho l’impressione che spesso siano le donne a volersi differenziare…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La letteratura femminile: e subito penso a certe riviste da fotoromanzi, a qualcosa da ricamo e cucito. Una sottodimensione, un genere<strong>. Siamo scrittori. Sono d’accordo. Io preferirei – come Oriana Fallaci – definirmi uno scrittore. Non abbiamo sesso, uomini, donne, li conteniamo tutti</strong>, nella nostra memoria che deve aver viaggiato parecchio, quando ancora non ci chiamava per nome. Non un genere, o altrimenti come nelle declinazioni latine andrebbe bene un neutro. Noi siamo il mondo che raccontiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che persona sei, nel privato? E quanto il fatto di essere una scrittrice influisce sulla tua esistenza?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo di non essere una persona in riga, non so come dire. Sono una donna che cerca ancora qualcosa, <strong>non risolta. Non semplice. Molto sola. Non so come io sia così sola, perché.</strong> È una condizione giusta per scrivere. Non me ne compiaccio. Affatto. La noia è un problema per me. La noia è diventata forse anche la ragione della mia scrittura. La scrittura: la mia compagna; dove tutti abdicano, abbandonano, si arrendono, lei vince, dimora, resta. Nella mia vita non dico quasi mai (quando mi è possibile) cosa io faccia, quale sia il mio mestiere. Che poi scrivere è un mestiere? No, è uno status, un modo di guardare e raggiungere le cose. Non voglio essere sempre straniera, così nella mia controllata socialità, fatta di luoghi umili e una umanità vera e primitiva, io non dico nulla, voglio essere come gli altri, non diversa, straniera. E la scrittura ti rende un po’ diversa, un po’ straniera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da che cosa dipende il valore di un’opera letteraria secondo te? Dalla lingua? Dalle tematiche. Da cosa? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da tutto questo insieme ma con un fattore ics: la potenza della parola. La parola deve risuonare come un’eco tremenda, persino dentro un’apparente innocuità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo scrittore ha un qualche tipo di etica da rispettare o non ne ha nessuna?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’etica è una consapevolezza morale. La moralità è un concetto ameno applicato alla scrittura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è la tua idea di letteratura e quali sono i cinque libri della tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura non deve normalizzare, consolare. <strong>La scrittura non è democratica. È la spada che rompe il ghiaccio. Deve inchiodarci alle nostre vulnerabilità.</strong> <strong>Nelle cose minime, deve intercettare l’inaudito.</strong> O il settimo cielo di cristallo. I miei cinque libri, profetici (non per forza i più amati): “I Demoni” di Dostoevskij (Dostoevskij e i russi li metterei tutti); “Il riposo del guerriero” di Christiane Rochefort; “Le ambizioni sbagliate”, Moravia; “L’ottavo giorno della settimana” di Marek Hlasko; “Tropico del cancro” di Henry Miller.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E gli scrittori italiano che ami di più? Di oggi e di ieri…</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Buzzati, Pratolini, Moravia, Levi, Pavese. Il neorealismo. Oggi ce ne sono di bravi: Giulio Mozzi, Dario Voltolini, Andrea Carraro, Gaetano Cappelli. Demetrio Paolin. Ivano Porpora. Ma sono anche amici, dunque non so. Tra le donne: Grazia Verasani, mi piace Loredana Lipperini (nel suo esordio), Alessandra Sarchi (metto in ordine sparso, non di importanza), Viola Di Grado. Yasmin Incretolli. Claudia Durastanti. Francesca Marzia Esposito. Gilda Policastro. Tiziana Cera Rosco (poetessa meravigliosa). Letizia Di Martino (vi invito a leggerla su Facebook, meriterebbe un grande romanzo). Cristina Caloni. Dimenticherò qualcuno senz’altro. Sono amici e scrittori che stimo, tutto insieme. (Ah, ci sei tu, Gianluca Barbera).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60838 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/05/sangue-di-cane-204x300.jpg" alt="sangue-di-cane" width="204" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/sangue-di-cane-204x300.jpg 204w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/05/sangue-di-cane.jpg 272w" sizes="(max-width: 204px) 100vw, 204px" />Ne sono lusingato. Ti piace il cinema? I tuoi cinque film più significativi?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, ma lo frequento poco. Dove vivo (una piccola città di provincia) ci sono solo multisale e produzioni americane. <strong>Amo i film francesi, da ragazza vedevo Truffaut, non sapevo chi fosse Truffaut, ma mi piaceva. Le atmosfere giallognole e intimiste dei film francesi. </strong>Dunque, direi i film di Truffaut intanto. “La signora della porta accanto”; “Bella di giorno” di Bunuel; “Anonimo Veneziano” di Enrico Maria Salerno; poi da sentimentale quale sono: “L’amante” di Annaud; “Lezioni di piano” di Jane Campion.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da anni scrivi sul “Fatto Quotidiano”, un giornale molto connotato. Hai la più ampia libertà o devi rimanere all’interno di paletti ben precisi? E come è nata la tua collaborazione con “Il Fatto”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non conosco giornale più libero de “Il Fatto Quotidiano”. Ho lavorato molti anni in una redazione siciliana. Quando arrivai nella redazione de “Il Fatto”, non riuscivo a credere che potessi raccontare la verità, qualcosa di prossimo alla verità. I miei pezzi non vengono toccati di una virgola. <strong>Mi sono permessa di scrivere quel che non avrei mai immaginato di poter scrivere, senza alcuna genuflessione al potere, senza proteggere nessuno. E non ero abituata a questo. Ho cominciato a scrivere per “Il Fatto” con i Forconi, con la rivoluzione siciliana dei forconi, rivoluzione mancata. Ricevo una telefonata: era Marco Travaglio.</strong> Mi chiede: cosa ne dici di scriverci qualcosa? Così di punto in bianco. Ovviamente io ero nel pallone, ma ho risposto: sì, va bene, sarà fatto. Ed è cominciata una collaborazione bella e significativa che dura tutt’oggi. Sono stata gratificata da loro, spesso. Ricordo una telefonata di Antonio Padellaro, all’indomani di un pezzo che raccontava di sbarchi e immigrazione. Voleva omaggiarmi della sua stima. Per me era impensabile anche soltanto sognare una cosa del genere. E anche in questo caso, mi devo ripetere: non ero abituata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei molto presente fu Facebook. Potresti farne a meno o come per molti è diventata una necessità, una parte imprescindibile della tua vita?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, sono molto presente e, malgrado spesso non ne possa più, non potrei farne a meno, il mio lavoro è fatto anche di questo. Relazioni e comunicazione. Molte occasioni importanti sono arrivate attraverso Facebook. Mi contattano sui social, come se fossero le pagine bianche.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sei di origini siciliane, ma quanto ti senti siciliana e quanto ti senti altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mia madre è siciliana. Mio padre è umbro. Mia nonna era abruzzese. Mi sento senza radici, sempre fuori la porta. Oggi vorrei farne un vezzo. Essere a parte di tutto eppur fuori. Non sapere parlare il dialetto. Avere memoria di luoghi e epoche in cui non sono mai stata. Non perderci la ragione, magari.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto per te la vita è fatica e sofferenza e quanto è serenità e felicità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Serenità e felicità molto poca. <strong>Ma gioia segreta a brani, un anticipo di qualcosa che ispira consolazione. Qualcosa di molto dolce. Quando la incontro, alla fine di una disperazione. Alla fine di una disperazione si schiude un rinnovato significato.</strong> Una luce ti avverte: abbi pazienza, non ti è dato sapere del tutto. E intanto scrivo e mi nutro di questo. Mi nutro della nostalgia e scrivo. La scrittura è anche un affare di saprofagi. La nostalgia è già un lutto. Il requiem su un fatto, un’assenza. Lo scrittore è il risultato di molteplici assenze.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è per te il male e come si manifesta? E il bene? Secondo te sono così strettamente legati o uno potrebbe stare senza l’altro?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il male si manifesta con la paura. Con le fobie, le paranoie, il pregiudizio. Tutte fragilità che si consumano come brace, ma su se stesse. Non producono, non seminano. Ripiegate, energie che muoiono senza santificare. Il male non lo devi guardare troppo a lungo, si dice così no? L’abisso: non lo guardare e lui non guarda te. Quando certe volte mi assalgono i pensieri che non sono miei, pensieri strani, ottenebrati, dico tra me: Dio trasformali in preghiera. <strong>Il bene è il luogo dove tendiamo tutti, santi e malfattori.</strong> Ci piaccia o meno. È lì che dobbiamo andare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>So che hai problemi col cibo. Da cosa dipende. Puoi parlarcene o non te la senti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dipende da molte cose, da una sindrome autoimmunitaria, da una vocazione adolescenziale, dalla paura, dalla solitudine. Solitudine a grappoli, da raccogliere, o covoni di pianto da trasformare in gioia, biblicamente. <strong>Quando leggo i passi delle Scritture realizzo che niente che ci appartenga non sia già stato annunciato nel libro della vita e ogni nostro passo contato, ogni lacrima conservata nella Sacra Otre.</strong> La difficoltà ad alimentarmi è il mio cruccio antichissimo, ho il terrore di perdere peso, lo perdo facilmente. Soffro di dolori cronici, la mia vita è condizionata da questo, anche la mia vita sociale (che praticamente non esiste). Devo imparare ad accettare, a viverci insieme con i miei mostri, renderli creature, disorientarli, arrivare persino ad amarli. Chiedere casomai talvolta: perché? Cosa vi ho fatto mai? Accettarli. E d’improvviso capisci che ognuno ha un compito assegnato, croci che ci spettano, che hanno un senso, il crogiolo del dolore, è Siracide. L’uomo provato dal crogiolo del dolore è un uomo benedetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovessi fare un viaggio lungo un anno, che Paesi o continenti vorresti attraversare prima di ogni altro? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Andrei in Provenza, finirei lì – se potessi – i miei giorni, guardando oltre un davanzale il bluette e l’azzurro violaceo dei campi di lavanda al tramonto. <strong>Un cielo carta da zucchero, un uomo capace di amarmi, che mi perdoni, mi assolva e mi faccia dimenticare l’imperfezione, la stoltezza delle cose finite.</strong> Leggerei, scriverei, lavorerei le maglie, pregherei. Sarei amata da qualcuno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un’ultima domanda. Se dovessi dare una definizione di te come scrittrice con una frase lapidaria, come ti definiresti? E in quanto scrittrice come vorresti essere ricordata?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La lapide: qui dove finisce l’attesa e l’inganno. Per cosa vorrei essere ricordata? Non lo so, per le pietre di scarto che ho raccontato. <strong>Più che altro vorrei essere ricordata per loro, gli assenti che mi assediano, i bevitori, i profeti delle panchine, i legni storti. Gli imperdonabili.</strong> La vestale degli imperdonabili, andrebbe bene anche come lapide.</p>
<p style="text-align: justify;">Be’, davvero una scrittrice forgiata nella carne e nel sangue. Ammetto che questa intervista mi ha lasciato il segno. E credo che sarà lo stesso per molti lettori. Non ho altro da aggiungere. Vi lascio alle vostre meditazioni. Alla prossima.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gianluca Barbera</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Alfie Evans è morto. In un tripudio di ‘mi piace’ via Facebook. Ora giornali e social si cibano del suo corpo. Forse vivere è stare al fianco di chi è disperato e incurabile</title>
		<link>https://www.pangea.news/alfie-evans-e-morto-ora-giornali-e-social-si-cibano-del-suo-corpo-forse-vivere-e-stare-al-fianco-di-chi-e-disperato-e-incurabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Apr 2018 07:23:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono tante cose che turbano in questa storia. La prima è il pudore. Cioè, la spudoratezza. La vita e la morte sono misteri da tutelare nel pudore. Invece qui, con accanimento giornalistico – quasi peggio di quello terapeutico – con violento voyeurismo, in troppi hanno squartato il corpo di Alfie Evans. Il bambino inglese, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/alfie-evans-e-morto-ora-giornali-e-social-si-cibano-del-suo-corpo-forse-vivere-e-stare-al-fianco-di-chi-e-disperato-e-incurabile/">Alfie Evans è morto. In un tripudio di ‘mi piace’ via Facebook. Ora giornali e social si cibano del suo corpo. Forse vivere è stare al fianco di chi è disperato e incurabile</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono tante cose che turbano in questa storia. La prima è il pudore. Cioè, la spudoratezza. <strong>La vita e la morte sono misteri da tutelare nel pudore. Invece qui, con accanimento giornalistico – quasi peggio di quello terapeutico – con violento voyeurismo, in troppi hanno squartato il corpo di Alfie Evans.</strong> Il bambino inglese, sulla cui vicenda non si può avere un giudizio – non siamo i padroni della vita e della morte, noi – è morto. Il papà, Thomas, ha dato l’avviso, come è consuetudine, via Facebook – “Il mio gladiatore ha posato il suo scudo e ha spiccato il volo alle 2.30 – assolutamente sconvolto”. <strong>In meno di un’ora i ‘mi piace’ sono oltre 35mila e le ‘condivisioni’ oltre 16mila. Ci sono anche svariati commenti, di blanda banalità.</strong> Già questo è orrore. Come se uno sconosciuto, dieci sconosciuti, a migliaia, irrompessero in casa tua a farti le condoglianze. Ma chi sei, ma cosa vuoi, ma chi ti conosce? La morte, per darsi, ha bisogno di spazio, di silenzio. La sua mano si posi su chi ne è degno e su chi conosce la sua genealogia. Il resto, è noto. <strong>Il corpo malato – malatissimo – di un bambino ostaggio dei reazionari con kilt vaticano come dei neopositivisti che sanno tutto. Quanto a me, io so solo una cosa. </strong>Che di fronte alla morte e alla vita ci vuole la compassione – che non significa indulgenza né perdono. E che i genitori di un bambino morto, divorato dalle iene dell’informazione, vanno custoditi da una carezza. Ma fin qui è poesia. A me – se devo essere privo di indulgenza – non piace neanche l’immagine, sulla pagina Facebook di papà Thomas: la foto del figlio con il ciuccio, poi la foto del bimbo con il respiratore. La vita va adornata di pudore. Ma questa è ancora poesia. Non è poesia, invece, <strong>il tema centrale di questa storia. Il Tribunale che decreta sulla vita e sulla morte; i medici che decidono cosa è degno di cura e cosa è spazzatura. </strong>Ora. Io, sul tema, ne so nulla, sono l’ultimo dei cretini, il primo dei curiosi. Per questo, vi lascio, sui cavilli della vicenda di Alfie, a confrontarvi con quanto ha scritto <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/27/alfie-evans-quanta-ridicola-ideologia-da-parte-dellitalia/4319512/" target="_blank" rel="noopener">Elisabetta Ambrosi su <em>il Fatto Quotidiano. </em></a>Io sono libero di pensarla al contrario, ma l’articolo è piuttosto informato, perciò, chapeau. Torno, invece, alla storia di mia nonna, novantenne, demenza senile grave, incapacità di muoversi e di nutrirsi da sola. Il vecchio è lo specchio del bambino: entrambi sono i deboli, i frantumati. Due esempi. Uno risale a tempo fa. Richiesta agli assistenti sociali di un letto ospedaliero a casa, con materasso che eviti le piaghe. Il medico curante mi dice che è necessario, ed è necessario averlo subito. Mi attivo subito, allora. <strong>Gli addetti mi dicono che c’è da aspettare un po’. Un po’ troppo. Ma come, dico, il medico mi ha detto che non posso aspettare. Sua nonna ha quasi 90 anni, giusto? Sì. Beh, vorrà dire che aspetterà ancora. Come a dire: ci sono casi più gravi, peggiori, etc.</strong> Probabilmente è vero. Ma nessun altro <em>caso</em> è <em>questo</em> caso. Secondo esempio. Recentissimo. Nonna ricoverata in ospedale, nutrita dal naso. Il medico la vuole rimandare a casa. Benissimo, faccio io, ma come faccio a gestire una signora con il nasogastrico? La fa facile. Benissimo, faccio io, solo che mi rimandate a casa una signora che è messa decisamente peggio rispetto a quando è entrata in ospedale. <strong>Cosa vuole che le dica?, mi fa il primario, la zia – <em>la nonna</em>, lo correggo – sì, la nonna, fa lui, qui non migliora né peggiora, tanto vale che la portate a casa. Ah, ho capito, gli dico, dovete liberare un letto… la nonna è un peso economico, tanto non migliora né peggiora, meglio che muoia a casa sua.</strong> Al che faccio la consueta sceneggiata. Mi rompe le scatole farla. Ma so che il primario, se non dimostro il mio ‘prestigio sociale’, continuerà a trattarmi come un pezzente, un coglione, un quarto di carne idiota. <strong>Dico la parola magica. Faccio il ‘giornalista’. La lancio lì, ormai sono abituato, il mondo è teatro, ‘no, perché, non mi pare le cose stiano così, faccio il giornalista e…’. La lancio lì, la parola magica, ‘giornalista’, quasi per sbaglio.</strong> Il primario si irrigidisce. Sistema la cravatta. Il primario – ora decisamente grottesco – chiama un infermiere, guarda le carte, fa il simpatico. <strong>Sa che faccio, mi fa, dimetto quella che sta al fianco della nonna, una gran rompicoglioni. Ha detto proprio così. Rompicoglioni. </strong>Come se tra me ‘giornalista’ e il primario, ora, ci sia una specie di complicità, entrambi siamo ‘esperti di mondo’ giusto? Io con la <em>rompicoglioni</em> parlo tutti i giorni. Una signora di quasi 80 anni, vivacissima, tedesca trapiantata in Italia, figlio che lavora a Bologna – e che non può venirla a trovare – che battezza tutto con adorabile cinismo. Non le piace il cibo, il luogo, la pettinatura degli infermieri. Parlo con lei perché mia nonna non sa più parlare. Mi sta simpatica perché è una <em>rompicoglioni</em>. Ovviamente, dico al primario che è un coglione. Chiamo il responsabile dell’istituto ospedaliero. Il primario se la cava con un richiamino. Ma il punto non è questo. Il punto è questo: <strong>forse vivere significa stare al fianco di chi non ha più speranza; forse vivere significa curare chi è incurabile; forse vivere significa amare chi è incurante del nostro amore;</strong> forse vivere è vivere al fianco dell’insano e di chi è in ‘condizioni disperate’. D’altronde, siamo tutti disperati. (d.b.)</p>
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