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	<title>Ian McEwan Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Gli scrittori? Sono scimpanzé attratti dal linguaggio…”. Quando Thomas Pynchon difese Ian McEwan dalle accuse di plagio</title>
		<link>https://www.pangea.news/thoma-pynchon-lettera/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2020 11:56:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>All’epoca chi li leggeva libri seri! Per fortuna, quando uscì Atonement (Espiazione) di Ian McEwan mi dedicavo ai romanzacci storici. Era il 2001. Tra 2005 e 2006 ci girarono su un film con Keira Knightley, in graduale evoluzione verso una sua sobrietà femminista (carina lo stesso). La Knightley veniva a quel film dopo la sua prima versione sessualmente agitata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/thoma-pynchon-lettera/">“Gli scrittori? Sono scimpanzé attratti dal linguaggio…”. Quando Thomas Pynchon difese Ian McEwan dalle accuse di plagio</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>All’epoca chi li leggeva libri seri! Per fortuna, quando uscì <em>Atonement</em> (<a href="https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/espiazione-ian-mcewan-9788806227340/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Espiazione</em></a>) di <a href="http://www.pangea.news/ian-mcewan-machines-like-me-nuovo-romanzo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ian McEwan</a> mi dedicavo ai romanzacci storici. Era il 2001. Tra 2005 e 2006 ci girarono su un film con Keira Knightley, in graduale evoluzione verso una sua sobrietà femminista (carina lo stesso). <img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-76632 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro2-66-203x300.jpg" alt="" width="295" height="436" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-66-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro2-66.jpg 400w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /><strong>La Knightley veniva a quel film dopo la sua prima versione sessualmente agitata da pirati dei Caraibi. Stava comunque benissimo anche negli abiti di un’ereditiera nella campagna inglese</strong> che avviluppa nella sua tela il giovanotto in biblioteca. Non sono chiacchiere a vuoto: quel film è proprio retto dalla Knightley e diede ancora più lustro al romanzo di McEwan finché, tombola, nel 2006 morì una delle fonti storiche di McEwan, la donna autrice del diario per gli anni di guerra (sorella della Knightley nel film).</p>
<p>Qui non dirò altro riguardo la trama di <em>Espiazione </em>se non che mi fu proposto una notte di capodanno sperduti sopra Pistoia e la cosa non aveva molto senso: una chiacchierata bovaristica al balcone, immaginarsi i dettagli qui omessi per idealismo.</p>
<p>*</p>
<p>Francamente trovo però che McEwan abbia fatto di meglio rispetto ad <em>Espiazione</em>: <strong>lui rende benissimo, semmai, nelle prove brevi del genere <em>L&#8217;inventore di sogni</em>, <em>Bambini nel tempo </em>e <em>Chesil Beach</em>.</strong> Ma comunque, <em>Espiazione </em>si fa leggere anche se ha paragrafi insopportabilmente lunghi e senza dialogo.</p>
<p>*</p>
<p>La verità è che la nostra vita, per quanto ci sforziamo di negarci agli altri, non è solo esito del caso. Se avete letto <em>Espiazione </em>o visto il film capirete. Se così non è godetevi <a href="https://lettersofnote.com/2010/08/24/thomas-pynchon-on-plagiarism/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">questa lettera di Pynchon</a> dove il vecchio nordamericano se ne viene fuori con una lettera dattiloscritta (nel 2006!) a difendere McEwan dalle accuse di plagio da fonti storiche.</p>
<p><em>Enjoy! </em>(<strong><em>Andrea Bianchi</em></strong>)</p>
<p>***</p>
<p>DA THOMAS PYNCHON</p>
<p>Dato il genio <em>British </em>per i codici vocali, questo che sto per scrivere potrebbe anche venir frainteso totalmente perché è impossibile intendere, dalla mia sponda atlantica, le sottili sfumature inglesi – ma assumendo di essere in diritto di descrivere la genziana violetta come cura per la tigna, di grazia, mi permetterete un gentile suggerimento. Risulta fin troppo chiaro che la maggior parte di noi scrittori di romanzi storici realmente senta un obbligo verso l’accuratezza. Ruskin parlava di queste cose dicendo di una “capacità responsabile davanti ai diritti dei fatti, che non si lascia schiacciare dal loro peso”. <img decoding="async" class=" wp-image-76633 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-195x300.jpg" alt="" width="280" height="431" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-665x1024.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-768x1183.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-997x1536.jpg 997w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-1329x2048.jpg 1329w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25-1320x2033.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro-25.jpg 1519w" sizes="(max-width: 280px) 100vw, 280px" /><strong>A meno di non essere in quel punto preciso del passato che narriamo, dobbiamo rivolgerci a persone che erano lì, o magari alle loro lettere, ai resoconti contemporanei sinché poi non si arriva al tempo di internet e riusciamo a fare un paio di cose da soli per conto nostro. Se poi nel corso della ricerca storica troviamo alcuni dettagli entusiasmanti che sappiamo possono venir inseriti in una storia dove fungeranno bene, ebbene in quel caso non saremo traditori felloni dei contemporanei di quei fatti – semplicemente, si fa così.</strong> Al massimo potete spingervi a dire che è un comportamento da primati. Gli scrittori sono naturalmente attratti, quasi fossero scimpanzé, dal colore e dalla musica dell’idioma inglese che per una qualche benedizione abbiamo ereditato. Quando ce ne è data la possibilità di solito tentiamo di usare le sue parole più vivide e ricche di suono. Certamente non posso parlare a nome di McEwan e del suo modo di procedere ma dovrei davvero sorprendermi, a ben vedere, se un’attrazione simile per la lingua non si sia verificata quando componeva <em>Espiazione</em>, sia pure per brevi momenti. Coraggio, è l’aneddoto della genziana violetta per il quale è stato vilipeso! Ma chi di noi poteva resistere a un fiore come quello?</p>
<p>I diari del <em>Blitz </em>sono testimoni indispensabili per i tempi della guerra e hanno aiutato le generazioni successive a sapere qualcosa della tragedia e dell&#8217;eroismo di quei giorni. <strong>Per McEwan aver inserito dettagli prelevati da quei memoriali svolgendoli in modo creativo, riconoscendo apertamente e con frequenza i suoi debiti</strong>, spiegandosi infine con chiarezza e onore, lo rende certamente meritevole non della nostra reprimenda, ma di gratitudine.</p>
<p><strong><em>Thomas Pynchon</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Ian McEwan imita Kafka e s’inventa un primo ministro come scarafaggio. Il primo capitolo del nuovo romanzo, “The Cockroach”</title>
		<link>https://www.pangea.news/ian-mcewan-nuovo-romanzo-kafka/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2019 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli inglesi vanno in delirio per gli scarafaggi, siano essi beetle o cockroach. In particolare di questi tempi, in attesa kafkiana, quando non sanno dove batter la testa, fanno affidamento ai romanzieri, alle penne titolate. Le quali sappiano scrivere “c’è un potente disinganno, una paura crescente e scricchiolante dell’ignoto, ansietà riguardo quel che la gente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ian-mcewan-nuovo-romanzo-kafka/">Ian McEwan imita Kafka e s’inventa un primo ministro come scarafaggio. Il primo capitolo del nuovo romanzo, “The Cockroach”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gli inglesi vanno in delirio per gli scarafaggi, siano essi <em>beetle</em> o <em>cockroach</em>. In particolare di questi tempi, in attesa kafkiana, quando non sanno dove batter la testa, fanno affidamento ai romanzieri, alle penne titolate. <strong>Le quali sappiano scrivere “c’è un potente disinganno, una paura crescente e scricchiolante dell’ignoto, ansietà riguardo quel che la gente ha votato, quel che hanno scatenato”. </strong>Uno come iAN McEwan sa scrivere queste cose.</p>
<p style="text-align: justify;">Si è fatto carico di prendere di peso la realtà di Brexit a tre anni dalla strana disfatta (data minima per romanzare sugli eventi). Ne ha cavato un romanzo – <em>The Cockroach</em>, <em>Lo scarafaggio</em>, del quale ha dato <a href="https://www.theguardian.com/books/2019/sep/22/the-cockroach-an-extract-from-ian-mcewans-brexit-inspired-novella" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un’anticipazione a <em>Guardian</em>.</a> Sta bene, è il giornale progressista dove per anni ha lavorato sua moglie – ma il lavoretto è grazioso e regge alla grande. <strong>È la storia di uno scarafaggio che attraversa le vie fatidiche di Londra per arrivare alla sede del governo e per…</strong> ricevere il caffè della segretaria, riacquistando le forme umane di <em>Prime Minister</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la metamorfosi ha riacquistato una serie infinita di nozioni (cos’è il Galles, quant’è buono il <em>blue bottle</em> con vermuth bianco e campari…) ma in compenso ha perso tutte quelle qualità animalesche fatte di “vasta e istantanea unione con l’interezza della sua specie”, quella “risorsa senza contorni, infinita, costituita dall’oceano di ferormoni”. <strong>Aggiunge McEwan, nei dialoghetti alla fine dell’estratto, che il suo Prime Minister è comunque rapidissimo a licenziare i suoi collaboratori: “alla fine riuscì a ricordarsi appieno qual era sua missione designata”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qui leggerete l’inizio di <em>The Coackroach</em>. Il finale che abbiamo omesso è sicuramente divertente ma dà per scontato troppa anglicità per riuscire diretto. Eccovi un esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quel che amareggia” disse Simon, “di questi tipetti passati per le scuole private è il loro senso di avere tutti i titoli. A parte lei che ci è stato ma è un’eccezione”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Liscio. Il piano?”</p>
<p style="text-align: justify;">“L’ha detto lei. Allontanati di un passo da loro e ti gridano addosso. Dagli quel che vogliono e ti pisciano in testa. Andrà tutto a carte quarantotto col nostro Progetto, questa è gente che critica tutto e tutti. Soprattutto Lei”.</p>
<p style="text-align: justify;">Impossibile rendere al giusto modo. I tipi delle scuole private di cui si tace il vero nome, pieno di storia (<em>tories</em>) e ormai vuoto di senso. E poi quel passaggio da <em>you </em>a <em>Lei </em>che altera in modo gerarchico un dialoghetto, in origine, rocambolesco e dignitoso. Ma che finirà anch’esso a scatafascio. Il consigliere Simon verrà licenziato dal <em>Prime Minister </em>nel giro di qualche battuta.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Bianchi &amp; Rovellini</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-70656 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/libro-8-193x300.jpg" alt="" width="226" height="351" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-8-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-8-768x1197.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-8-657x1024.jpg 657w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/libro-8.jpg 930w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" />Lo scarafaggio</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quella mattina Jim Sams, intelligente ma non certo geniale, si svegliò da sogni inquieti per scoprirsi tramutato in una creatura gigantesca. Per un po&#8217; stette coricato sulla schiena (non la sua posizione preferita) a rimirare con costernazione i suoi piedi distanti e l’esiguità dei suoi arti.</strong> Quattro soltanto, per la precisione, e piuttosto difficili da muovere. Le sue piccole gambe marroni, delle quali cominciava a sentire la mancanza, si sarebbero a questo punto agitate per aria, tanto entusiaste quanto inutili.</p>
<p style="text-align: justify;">Rimase immobile, deciso a non farsi prendere dal panico. Un organo umidiccio, un pezzo viscido di carne, occupava la sua bocca – disgustoso, specialmente quando si muoveva da solo per esplorare la vastità del suo cavo orale. Con muto allarme lo sentì scivolare su un&#8217;infinità di denti. Fece scorrere lo sguardo lungo il corpo. Dalle spalle alle caviglie era colorato di un azzurro pallido, con note blu attorno al collo e ai polsi, e una fila di bottoni bianchi nel mezzo del suo torace non segmentato. Da quest&#8217;ultimo usciva un soffio intermittente, accompagnato da un odore per nulla sgradevole di cibo in decomposizione ed etanolo, che riconobbe come il suo respiro.  Il suo campo visivo era insopportabilmente ridotto (cosa avrebbe dato per degli occhi composti!) e ogni cosa al suo interno era sovraccarica di colore. <strong>Cominciava a capire che per uno scambio grottesco la sua carne vulnerabile si trovava ora fuori dal suo scheletro, che gli era quindi completamente invisibile. </strong>Che sollievo avrebbe provato nell’intravedere quel familiare marrone iridescente!</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Tutto questo già lo preoccupava abbastanza, quando nel destarsi del tutto si ricordò che aveva una missione, un compito importante e solitario, anche se al momento non rammentava in cosa consistesse. <em>Farò tardi</em>, pensò mentre tentava di sollevare dal cuscino una testa che doveva pesare più di cinque chili. <em>Non vale</em>, si disse. <em>Non me lo merito</em>. <strong>I suoi sogni frammentari erano stati profondi e agitati, infestati da aspri echi di voci tutte in dissenso.</strong> Solo quando la testa gli ricrollò sul cuscino cominciò a vedere oltre il velo del sonno, e gli tornò in mente un mosaico di memorie ed intenzioni che si disperdevano non appena provava a trattenerle.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>Sì, aveva abbandonato il decadente ma piacevole palazzo di Westminster senza nemmeno un addio. Così doveva essere. La discrezione era fondamentale, lo sapeva anche senza istruzioni al riguardo. Ma quando, esattamente, se ne era andato? </strong>Certamente quando fuori era già buio. La notte precedente? Quella prima ancora? Di sicuro era uscito dal parcheggio sotterraneo. Passando dall&#8217;entrata principale avrebbe dovuto superare gli stivali lucenti dei poliziotti. Ora ricordava. Tenendosi al bordo della strada, era sgattaiolato fino al terrificante incrocio di Parliament Square. Davanti a una fila di veicoli immobili ma impazienti di schiacciarlo sull&#8217;asfalto, si era precipitato verso un tombino sul lato opposto. Dopodiché, gli era sembrata passare un&#8217;eternità prima di attraversare nuovamente una strada terrificante per raggiungere l&#8217;altro lato di Whitehall. E poi? Aveva percorso velocemente molti metri e si era fermato. Perché? Ora gli tornava in mente. <strong>Respirando pesantemente da ogni via aerea del suo corpo, si era riposato vicino a uno scarico e aveva fatto uno spuntino con un avanzo di pizza. Non era riuscito a mangiarla tutta, ma aveva fatto del suo meglio. Guarda caso era una margherita, la sua preferita</strong>. Niente olive, non su quella fetta.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>Scoprì che la sua pesantissima testa poteva ruotare di 180 gradi con poco sforzo. La girò da un lato.</strong> Vide una piccola camera da letto mansardata, illuminata dalla fastidiosa luce mattutina, poiché le tende non erano state tirate. C&#8217;era un telefono al suo fianco; anzi, due telefoni. Il suo sguardo ristretto superò il tappeto per arrestarsi sul battiscopa e lo stretto spazio lungo il suo bordo inferiore. <em>Avrei potuto infilarmi là sotto, lontano dalla luce del sole</em>, pensò tristemente. <em>Avrei potuto essere felice</em>. Dall&#8217;altra parte della stanza c&#8217;era un divano; accanto, su un tavolo basso, un bicchiere di vetro e una bottiglia vuota di scotch. Stesi su una poltrona c’erano un abito e una camicia ripiegata e lavata. Su un tavolo più grande vicino alla finestra c’erano due grossi fascicoli, uno sopra l&#8217;altro, entrambi di colore rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Cominciava a capire come muovere gli occhi, ora che intuiva che avrebbero sempre ruotato all’unisono. Scoprì che la lingua poteva essere comodamente riposta all’interno della sua bocca piena di bava. Orripilante, ma meglio che lasciarla penzolare oltre le labbra, dove di tanto in tanto gli gocciolava sul petto. Stava acquisendo la capacità di indirizzare le sue nuova membra. <strong>Imparava velocemente. Ciò che lo turbava era la necessità di occuparsi degli affari. C&#8217;erano decisioni importanti da prendere. All&#8217;improvviso, un movimento sul pavimento attirò la sua attenzione</strong>. Era una piccola creatura, proprio del tipo che lui era stato, senza dubbio l&#8217;inquilino precedente del corpo che ora abitava. Con un certo interesse protettivo stette a guardare mentre l’insetto minuscolo lottava con i fili di moquette per raggiungere la porta. Sulla soglia esitò, con le antenne gemelle che si agitavano incerte per via dell’inesperienza. Alla fine si fece coraggio e si infilò sotto la porta per iniziare una discesa difficile e pericolosa. Il cammino per il palazzo era lungo e ci sarebbero state molte insidie lungo la strada. Ma se lo avesse compiuto senza essere schiacciato dai piedi avrebbe trovato, dietro i pannelli dei muri o sotto le assi del pavimento, sicurezza e conforto tra milioni di suoi fratelli. Gli augurò buona fortuna. Ora però doveva occuparsi delle sue faccende.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>Eppure Jim non si mosse. Nulla aveva senso, qualsiasi movimento era inutile finché non fosse riuscito a ricostruire il viaggio e gli eventi che lo avevano portato in una camera da letto sconosciuta.</strong> Dopo quel pasto fortuito era strisciato via, senza prestare attenzione al trambusto sopra di lui, pensando ai suoi affari mentre si nascondeva fra le ombre delle fognature, anche se non riusciva a ricordare quanto a lungo. Quello che sapeva per certo era che alla fine aveva raggiunto un ostacolo che torreggiava su di lui, una piccola montagna di sterco, ancora calda e fumante. In qualsiasi altro momento si sarebbe rallegrato. Si considerava una specie di intenditore. Un <em>bon vivant</em>. Quello specifico lotto, non aveva fatto fatica a riconoscerlo. <strong>Chi avrebbe confuso quell’aroma di nocciola, con sentori di petrolio, buccia di banana e sapone da sella? Le guardie a cavallo! Ma che errore, aver mangiato fuori pasto!</strong> La pizza lo aveva lasciato senza appetito per l’escremento, per quanto fresco o ragguardevole, né alcuna inclinazione, data la sua crescente stanchezza, a arrampicarsi su di esso. Si accovacciò all&#8217;ombra della montagna, sul terreno molliccio ai suoi piedi, e considerò le sue opzioni. Dopo un momento di riflessione, gli fu chiaro cosa doveva fare. Si mise a scalare la parete verticale di granito del marciapiede per aggirare il cumulo e scendere sul suo lato opposto.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
<strong>Disteso nella camera da letto, capì che era quello il punto in cui aveva dovuto dire addio al suo libero arbitrio, o all’illusione dello stesso, ed era caduto sotto l’influenza di una forza guida maggiore</strong>. Salendo sul marciapiede, come aveva fatto, si era sottomesso allo spirito collettivo. Era un piccolo ingranaggio in un meccanismo di una grandezza che nessun singolo individuo poteva comprendere.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
Si issò sul marciapiede, e vide che gli escrementi ne occupavano un terzo della larghezza. Poi, dal nulla, si abbatté su di lui una tempesta improvvisa, il boato di 10.000 piedi, canti e campane, fischi e trombe. L&#8217;ennesima dimostrazione turbolenta. A quell’ora della sera. Un’orda di incivili che creavano problemi anziché restarsene a casa. Di quei tempi, le proteste venivano indette quasi ogni settimana. Interferivano con i servizi fondamentali, impedendo alla gente perbene di svolgere le proprie attività ordinarie. Si immobilizzò sul marciapiede, aspettandosi di essere schiacciato da un momento all’altro. Suole di scarpe 15 volte più lunghe di lui calpestavano il terreno a pochi centimetri da dove stava rannicchiato e facevano tremare le sue antenne e il marciapiede. <strong>Fortuna per lui che ad un certo punto decise di alzare lo sguardo, del tutto rassegnato allo spirito del fatalismo. Era pronto a morire. Ma fu allora che intravide un’opportunità: c’era un vuoto nella processione.</strong> La successiva ondata di manifestanti era a 50 metri di distanza. Vide i loro striscioni muoversi, le loro bandiere sventolare, stelle gialle su sfondo blu. C&#8217;era anche qualche Union Jack. Non aveva mai corso così in fretta in vita sua. Respirando a fatica attraverso le trachee del suo corpo segmentato, guadagnò l’altro lato nei pressi di un pesante cancello di ferro pochi secondi prima che la folla gli ripiombasse addosso con il terribile fragore del calpestio, e adesso anche con fischi e rulli selvaggi di tamburi<strong>. In preda ad uno scomodo miscuglio di paura mortale e indignazione, scappò dal marciapiede e, per salvarsi la vita, si infilò sotto il cancello verso il santuario e la relativa tranquillità offerti da una strada laterale, laddove riconobbe immediatamente il tacco dello stivale di un poliziotto. Rassicurante, come sempre</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E dopo? Procedette lungo il marciapiede vuoto, oltre una fila di residenze esclusive. Stava senz&#8217;altro realizzando un progetto più grande di lui. <strong>L’inconscio collettivo, il feromone della sua specie gli conferiva una comprensione istintiva della direzione di viaggio. Dopo mezz’ora di marcia senza incidenti, fece una pausa, come da programma</strong>. Sul lato opposto della strada c’era un gruppo di un centinaio di fotografi e giornalisti. Dalla sua parte, era all’altezza di una porta, fuori dalla quale si trovava l’ennesimo poliziotto. Proprio in quel momento la porta si spalancò e una donna con i tacchi alti uscì, quasi infilzandolo tra il nono e decimo dei suoi segmenti addominali. La porta rimase aperta. Forse doveva arrivare un visitatore. In quei pochi secondi Jim intravide in un corridoio accogliente, dall&#8217;illuminazione soffusa, con battiscopa leggermente consumati – sempre un buon segno. Seguendo un improvviso impulso che non riconobbe come suo, entrò.</p>
<p style="text-align: justify;">*<br />
In quell’insolita circostanza, sdraiato su un letto sconosciuto, gli faceva bene rievocare i vari dettagli. <strong>Era rassicurante sapere che il suo cervello, la sua mente, era come era sempre stata. Nonostante tutto, gli era rimasto il suo io essenziale. Era stata l’imprevista presenza di un gatto a farlo correre non in direzione dei battiscopa, ma verso le scale</strong>. Ne salì tre e guardò indietro. Il gatto, un soriano bianco e marrone, non lo aveva visto, ma Jim riteneva pericoloso scendere. Così iniziò la sua lunga scalata. Al primo piano c’erano molte persone che camminavano su e giù per il pianerottolo, entrando e uscendo dalle stanze. Troppo grande il rischio di finire calpestato. Un’ora dopo, quando raggiunse il secondo piano, qualcuno stava pulendo i tappeti con un potente aspirapolvere. Conosceva molte anime che si erano perse in quel modo, risucchiate nell&#8217;oblio polveroso. Nessuna scelta se non quella di continuare a salire finché &#8211; ma a questo punto, all&#8217;improvviso, nella stanza mansardata, tutti i suoi pensieri furono cancellati dal fastidioso squillo di uno dei telefoni sul comodino. <strong>Pur avendo scoperto che alla fine riusciva a spostare uno dei suoi arti – un braccio – non si mosse. Non poteva fidarsi della sua voce</strong>. E anche se avesse potuto, cosa avrebbe detto? Non sono chi pensate che io sia? Dopo quattro squilli il telefono tacque.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Si distese e diede modo al suo cuore frenetico di calmarsi. Si esercitò a muovere le gambe. Alla fine si spostarono. Ma soltanto di un paio di centimetri. Tentò di nuovo con un braccio e lo sollevò fino a che torreggiò altissimo sopra la sua testa. Tornando alla rievocazione: si era arrampicato sull’ultimo gradino ed era arrivato senza fiato al pianerottolo superiore. Si era infilato sotto la porta più vicina, che dava su un piccolo appartamento. Di norma sarebbe andato dritto in cucina, ma invece si era arrampicato su un letto e, completamente esausto, era strisciato sotto un cuscino. Doveva aver dormito profondamente… ma proprio allora, dannazione, si udì un suono tamburellante e, prima che potesse rispondere, la porta della camera da letto venne aperta. Una giovane donna in un tailleur beige si fermò sulla soglia e dette un cenno sbrigativo prima di entrare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ho provato a telefonare ma poi ho pensato che avrei fatto meglio a venire. Primo ministro, sono quasi le 7.30”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non riusciva a pensare a nessuna risposta.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna, chiaramente una sorta di aiutante, entrò nella stanza e raccolse la bottiglia vuota. I suoi modi erano piuttosto informali.</p>
<p style="text-align: justify;">“Bella seratina, eh?”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sarebbe servito a molto rimanere ancora in silenzio. Dal suo letto provò a rispondere con un suono inarticolato, a metà tra un gemito e un gracidio.</strong> Niente male. Più acuto di quanto avrebbe desiderato, con un accenno di cinguettio, ma abbastanza decente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Ian McEwan</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>* traduzione di Bianchi &amp; Rovellini</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ian-mcewan-nuovo-romanzo-kafka/">Ian McEwan imita Kafka e s’inventa un primo ministro come scarafaggio. Il primo capitolo del nuovo romanzo, “The Cockroach”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Mi ha emozionato sfiorare il taccuino di Jane Austen, amo Anna Karenina, ma la scienza, per uno scrittore, è indispensabile”: parla Ian McEwan</title>
		<link>https://www.pangea.news/mcewan-intervista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Sep 2019 06:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Girano le pal(l)e come eliche di elicottero, mi alzo in volo e sbircio nell’isola di mago Merlino, pardon, in UK, dove attorno al calderone mediatico si radunano bravi scrittori che parlano netto dei problemi attuali: le macchine che ci rubano il lavoro e… la compagna, come racconta McEwan nell’ultimo Machines like me (in Italia stampa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/mcewan-intervista/">“Mi ha emozionato sfiorare il taccuino di Jane Austen, amo Anna Karenina, ma la scienza, per uno scrittore, è indispensabile”: parla Ian McEwan</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Girano le pal(l)e come eliche di elicottero, mi alzo in volo e sbircio nell’isola di mago Merlino, <em>pardon</em>, in UK, dove attorno al calderone mediatico <strong>si radunano bravi scrittori che parlano netto dei problemi attuali: le macchine che ci rubano il lavoro e… la compagna, come racconta McEwan nell’ultimo <em>Machines like me </em>(in Italia stampa Einaudi, con il titolo: “Macchine come me”). </strong>Ora, per non spaventare nessuno, diciamo subito che McEwan era ed è contrario all’uscita da UE, ma ciononostante è dinamico e spiazzante come un anarchico controcorrente <a href="http://www.pangea.news/ian-mcewan-machines-like-me-nuovo-romanzo/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>(leggete qui).</strong></a></p>
<p style="text-align: justify;">Come dovrebbe essere qualunque scrittore di romanzi. Ce ne fossero in giro anche in Italia; magari si sono semplicemente ritirati attorno al loro camino di provincia. In ogni caso, McEwan va fatto conoscere meglio nella sua attività di parlatore: ecco perché vi traduco due interviste su temi importanti – la memoria degli scrittori conservata nei loro archivi e poi ad ampio raggio le sue visioni accurate sulla storia e la guerra mondiali, le quali reggono il suo romanzo più toccante, <em>Espiazione</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-69753 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro1-189x300.jpg" alt="" width="205" height="325" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-768x1217.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 205px) 100vw, 205px" />La prima intervista è del 2004. McEwan l’ha rilasciata dopo aver venduto il suo archivio personale all’università del Texas, all’Harry Hansom Center.</strong> In quella cattedrale nel deserto protomessicano, un cubo alla Kubrick che è in realtà relitto europeo, si trova un po’ di tutto: manoscritti di Joyce e lettere di Pound, insieme a note e appunti dei più recenti Burgess e Amis). Lo scrittore riflette sugli archivi, un tema importante anche alla luce <a href="http://www.pangea.news/mi-hanno-rubato-kafka-la-storia-del-processo-ai-manoscritti-perduti-di-joseph-k/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>delle recenti rivelazioni su Kafka.</strong> </a>E poi si sente la solita pressione della scienza sulla contemporaneità, e come il romanziere la attutisce con la sua introspezione, la sua umana empatia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La seconda intervista è del 2002 e ruota attorno a <em>Espiazione</em>, il romanzo del 2001 che ha fatto epoca e dal quale è venuto fuori un film appassionante.</strong> L’opera di trasposizione su schermo non era facile perché il romanzo ha il ritmo di Walter Scott e la concentrazione nella mente femminile di una Austen: però il risultato è stato un film mosso e meravigliosamente moderno. Oltre al ragionamento sul libro capolavoro, nell’intervista si cerca di capire il terrorismo del 2001: i mezzi usati dallo scrittore sono ripescati nel vasto arsenale della storia, del senso comune e della tradizione inglesi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi le cose sono andate malamente, UK è andata in guerra contro l’Iran e McEwan ha scritto <em>Sabato </em>per spiegare i deliri delle masse.</strong> Una buona prova di cui si sente analoga e urgente necessità oggi, per spiegare cosa è frullato nella testa degli inglesi al referendum Brexit: peccato che McEwan ora si esponga di meno, in confronto a come si impegnava un tempo, quando il 12 settembre era capace di dare fuori un articolo su <em>Guardian </em>pensato bene, in meno di un giorno dall’accaduto, e scritto con cura.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Al di là della politica, l’opera. Su <em>Espiazione</em> leggete una buona <a href="https://www.wuz.it/archivio/cafeletterario.it/interviste/mcewan_ian.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">intervista italiana qui.</a> Ma queste sono interviste per pubblico italiano e hanno un deficit: manca il <em>good talk</em> inglese che fa letteratura, società senza mai essere totalizzante e moscio come la chiacchiera elevata dei francesi, perché il <em>talk </em>è robusto, è quello degli inglesi che vedete uscire di corsa dagli uffici nel pomeriggio, ben contenti di andare dal lattaio a fare provviste, poi di corsa a comprare il miele.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un popolo semplice, tutto sommato, dal quale vengono fuori quegli scrittori che magari non saranno conservatori ma rimangono decisamente nobili</strong> per parlare a platee universali, diverse. Né le previsioni di complotti finanziari,  né il disordine e la paura verso il vicino, né la visione della rovina ci impediscono di cogliere la bellezza di chi, come McEwan, sa parlare a nome del suo popolo, di UK e delle sue differenze culturali rispetto al resto del mondo. Anche così riusciamo a capire perché <em>Espiazione </em>agiti i cuori dei lettori pur essendo romanzo storico; questo si chiama tradizione, si chiama carattere nazionale. Resiste.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Il tuo archivio depositato all’università del Texas ci insegnerà cose che non sappiamo ancora?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente, per prima cosa le bozze legate a ciascuna opera mostreranno al lettore interessato come le idee si siano evolute fino alla loro forma finale. Lo scrittore tende a scordare rapidamente i percorsi che ha abbandonato lungo la via. A volte il sentiero verso un romanzo compiuto prende svolte sorprendenti: raramente si può parlare di vero sviluppo. Per esempio il mio romanzo <em>Espiazione</em> cominciava come una storia di fantascienza ambientata due o tre secoli avanti nel futuro. <strong>Del resto, c’è una buona parte di materiale autobiografico nell’archivio ora in Texas. Non sono quel genere di scrittore che fa uso istantaneo dei suoi fatti privati e li trascrive immediatamente con l’invenzione. Updike è l’esempio sommo, qui.</strong> La mia invenzione consiste nel prendere in prestito l’esempio di quello scrittore famoso, operando soltanto un deragliamento psichico dalla mia vita. Penso che l’archivio mostrerà questi tenui collegamenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Hai mai usato gli archivi mentre facevi ricerca durante i tuoi lavori?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sì, per il film televisivo <em>The imitation game </em>usai l’<em>Imperial War Museum </em>di Londra, che è la stessa fonte per <em>Espiazione</em>, mi sono basato completamente su fogli e giornali inediti di soldati in ritirata a Dunkirk. E ho tratto le linee basilari da svariate lettere private scritte da infermiere che lavoravano con quei soldati feriti durante la ritirata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Qual è il valore degli archivi?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Recentemente ho ricevuto la medaglia Bodleian a Oxford e dopo averla accettata mi sono stati mostrati alcuni pezzi dei loro estesi archivi storici. <strong>Mi ha mosso qui nel profondo, tenere in mano il taccuino di Jane Austen diciassettenne e poi sfogliare le pagine della prima bozza della <em>Metamorfosi </em>di Kafka. Un archivio ti porta dritto al cuore della creazione letteraria,</strong> agevola quella connessione emotiva che chiunque ami la letteratura saprà comprendere. Dietro queste motivazioni certamente il lavoro critico e biografico sugli scrittori dipende completamente dalle risorse di archivi di rango come la collezione di Ransom Centre.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Dicci di questo momento speciale per la narrativa d’invenzione inglese, come ne spieghi la fioritura?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bene, immaginando tu abbia ragione: in parte, immagino, <strong>l’immigrazione interna da tutti gli angoli del vecchio impero ha aiutato a rinvigorire il linguaggio. In parte c’è anche una più giovane generazione che viaggia in lungo e in largo e assorbe tutti gli influssi culturali ed è stata abile a spezzare il provincialismo moribondo delle generazioni precedenti</strong>. Poi, negli ultimi trent’anni gli scrittori britannici sono stati in grado di utilizzare l’estetica moderna e postmoderna senza farsene intrappolare, come invece è accaduto sul continente europeo. In altre parole, le virtù ottocentesche e inventive di storie, insieme alla creazione di personaggi plausibili, sono rimaste il caposaldo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em><img decoding="async" class=" wp-image-69754 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-192x300.jpg" alt="" width="200" height="313" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2.jpg 219w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />In </em></strong><strong>Espiazione <em>racconti dalla prospettiva di Briony: come sei stato in grado di ritrarre con maestria le emozioni femminili e, di più, nelle varie fasi della sua vita?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">A parte la conoscenza abbastanza buona di un certo numero di donne e ragazze di tutte le età, penso valga la pena ricordare che<strong> entrare nella testa degli altri è una delle pratiche routinarie dei romanzieri. Le menti degli altri uomini sono semplicemente tanto vicine o remote rispetto a me quanto le menti femminili</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Talvolta la cultura vuole passare il messaggio che umanesimo e scienza sono opposti, ma i tuoi romanzi portano i protagonisti in regni scientifici. Come commenti la situazione, che indirizzo le hai dato nei tuoi romanzi?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Le università sono tenute a rispondere di questa divisione che persiste, abbiamo tutti bisogno di un’istruzione integrale, i due lati hanno molto da imparare l’uno dall’altro. Chi sta con me dal lato umanistico non trova molto di esaltante, soprattutto nelle scienze biologiche; né troviamo molto che possa rinforzare la nostra comprensione della natura umana, parte integrale dello studio nelle arti creative. <strong>Noi liberali-artistici-so-tutto-e-nulla necessitiamo di un buono scavo nella matematica e nella fisica per capire cosa sia la vera difficoltà intellettuale. </strong>Da parte loro, gli scienziati hanno bisogno di appoggiarsi alle linee abbozzate dal patrimonio artistico, favoloso e meraviglioso – quel che è stato immaginato sulla nostra condizione durante i secoli è una risorsa vitale. <strong>E poi la scienza ha bisogno di coltivare e onorare la sua propria tradizione scientifica di forma letteraria, da Leonardo a Francesco Bacone a E.O. Wilson e Steven Weinberg, gli scienziati hanno scritto in modo squisito sul mondo. </strong>E poi, ancora, gli scienziati giovani necessitano di imparare a comunicare chiaramente e studiare una materia a impronta saggistica come la storia o l’inglese sarebbe un allenamento utilissimo per ordinare e articolare le idee.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>C’è un personaggio letterario col quale ti senti imparentato?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono <strong>attratto da Levin in <em>Anna Karenina</em></strong>, dal suo amore per gli spazi aperti, per la discussione scottante, e la vita domestica ne è una parte. La sua capacità di essere felici e il modo in cui segue e traccia i suoi passaggi emotivi – questi i tratti che ammiro.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Vorrei parlare del tuo contributo alla comprensione dell’11 settembre e del tuo romanzo </em></strong><strong>Espiazione.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sai, considero gli eventi dell’11 settembre abbastanza anomali. Lo shock l’ha sentito ognuno. È stato un incidente diretto anche per me perché caso vuole che sia sposato con una editor di <em>Guardian</em>. Ho chiamato in redazione per dire “Fuori dal comune, come l’affronti?” e lei disse “Scrivi qualcosa per noi”. Tutta la sala delle news era in ebollizione e istintivamente disse “Certo che no” e questo mi diede tempo per riflettere. Poi pensai “Bene, ora non sto scrivendo romanzi, l’unica cosa che ho in testa è questo fatto, risponderò alla nuova sfida”. Mi sedetti quel giorno stesso per scrivere un pezzo, come fecero molti altri colleghi, avevo una traccia molto specifica – come reagisce chi guarda questa novità in televisione? <strong>In un senso preciso, è più facile per il romanziere andare a caccia di punti di raccordo, di incroci tra pensiero e sentimento. Questo avvenimento pareva produrre un’esplosione troppo grande di pensieri sconnessi</strong> su tutte le conseguenze che sarebbero arrivate, eppure era ancora troppo presto. Eravamo intrappolati nell’evento che ancora non si era dispiegato del tutto e sapere quale fosse l’entità dannosa ed emotiva doveva ancora stupirci – il livello di tragedia umana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Siamo d’accordo che un romanzo in grado di rappresentare le emozioni non è per forza del genere emotivo che fa versare lacrime. Eppure, con l’articolo sull’11 settembre e con </em></strong><strong>Espiazione<em>, che ha vinto il </em>Booker<em>, ti avvicini a quel genere di scossa che danno gli scrittori americani.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco una buona ragione per cui agli scrittori americani è chiusa la partecipazione del <em>Booker</em> – Roth l’avrebbe vinto almeno quattro volte. Con Jane Austen continuo a credere che tutta la vita umana la si può esaminare da pochissime relazioni in un villaggio, questa visuale regge ancora.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Oltre alla rievocazione realistica delle lettere scritte dai soldati alle fidanzate, dove si parla di cose molto concrete come il cottage dove vorrebbero scappare insieme, trovo che la scena di Briony infermiera al capezzale del soldato malato sia straordinaria. Dimmi, come sei riuscito a inserire questo cameo vittoriano nella tua struttura romanzesca?</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ma… la storia d’amore centrale non riguarda Briony, semmai la sorella e l’altro uomo. Sentivo che, a meno di non lasciar erompere il sentimento di Briony in quella scena del capezzale… c’era come qualcosa di inaffidabile nel modo in cui lei raccontava l’amore. C’è un altro passaggio dove lei è a Westminster Bridge e passano due giovani officiali e lei sente un <em>bang</em> improvviso, il senso che la sua vita era tutta rinchiusa nell’ospedale, con tutte quelle routine e qualcosa di enorme stava ancora mancando. Sapevo che una volta conclusa questa parte del libro sarei dovuto saltare avanti negli anni, ’50 o ’60, e avevo bisogno di un momento in cui attutire Briony in quel tempo. <strong>Quanto alla scenda d’amore precedente, quella della biblioteca, pensavo di non aver costruito una vera scena di sesso, forse avrei dovuto. Certo, sono notoriamente difficili da scrivere. Sai bene che altre persone l’hanno fatto in modo diverso. Pensavo a John Updike e il suo interesso visivo, quasi mascolino, per la membrana e il muco, ma quello di Briony era un resoconto di una donna di 77 anni</strong>. Fondamentalmente diverso. Una descrizione come quella che doveva fare lei, di due persone innamorate per la prima volta, e per la prima volta a fare l’amore, mi pareva molto più difficile della scena vittoriana del moribondo al capezzale… quel che lei fa lo facciamo anche noi in un modo o nell’altro: credere a quanto vediamo. Abbiamo un <em>mind set</em> e vediamo conseguentemente con questo. Soprattutto noi inglesi, diversamente dagli americani, dove c’è un Saul Bellow che viene tutto dalla strada e però è un intellettuale senza remore: questo ha a che fare con la nostra struttura sociale, in USA c’è discussione aperta, mentre qui, anche ora che rispondo alle domande del pubblico, trovo ancora difficile per un romanziere inglese essere intellettuale e appassionante al tempo stesso, impressionato dal mondo eppure curioso, e ben piantato per terra. Sento ancora che la classe è un elemento che ci limita.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Stiamo cedendo la responsabilità delle nostre scelte alle macchine”: Ian McEwan parla del suo ultimo romanzo</title>
		<link>https://www.pangea.news/ian-mcewan-machines-like-me-nuovo-romanzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Apr 2019 04:46:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa deve fare uno scrittore? Perturbare. Non deve interpretare l’oggi – il sociologismo in cui s’impegola troppa narrativa – ma foraggiare l’anima di inquietudini. Dire ciò che non bisogna dire. Avveniristica ammissione di colpa e di gloria. * Ad esempio, Ian McEwan. 70 anni ben scanditi, esordio al romanzo 40 anni fa, con Il giardino [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cosa deve fare uno scrittore? Perturbare. <strong>Non deve interpretare l’oggi – il sociologismo in cui s’impegola troppa narrativa – ma foraggiare l’anima di inquietudini. Dire ciò che non bisogna dire.</strong> Avveniristica ammissione di colpa e di gloria.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, <a href="http://www.ianmcewan.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ian McEwan</a>. 70 anni ben scanditi, esordio al romanzo 40 anni fa, con <em>Il giardino di cemento </em>e la costante precisione <strong>nel redigere romanzi costrittivi, che ti straziano mettendo l’indice nel tradimento e nel male, nei rapporti malati, ossessivi, minando la Storia, cucendo palpebre e labbra.</strong> Romanzi come <em>Bambini nel tempo, Amsterdam, Espiazione, Solar</em> sono diventati ‘casi’, spesso tradotti al cinema (<em>The Innocent</em>, con Anthony Hopkins e Isabella Rossellini, per dire, oppure <em>Espiazione</em>, con Keira Knightley, candidato, dieci anni fa, a sette premi Oscar). Insomma, McEwan è uno dei grandi narratori inglesi del tempo presente.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66760 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/04/mcewan-libro-196x300.jpg" alt="" width="191" height="293" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/mcewan-libro-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/mcewan-libro-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/04/mcewan-libro.jpg 440w" sizes="(max-width: 191px) 100vw, 191px" />Sotto Pasqua esce in UK l’ultimo romanzo di McEwan, ecco la notizia spiattellata. Il romanzo s’intitola <em><a href="https://www.penguin.co.uk/books/111/1117889/machines-like-me/9781787331662.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Machines Like Me</a>, </em></strong>è ambientato negli anni Ottanta, ma si tratta di una distopia. La battaglia alle Falklands è perduta, Alan Turing, il grande matematico, è vivo e ha messo a punto un robot prodigioso. Il caglio della Storia, s’intreccia al tempo presente: Charlie, innamorato di Miranda, appena ha un po’ di soldi si compra il robot delle meraviglie, Adam, che è bello, forte, intelligente. Il <em>ménage à trois</em> con robot è inevitabile. “A fuoco sono alcune domande fondamentali: che cosa ci rende davvero umani, le nostre azioni o i nostri pensieri, la vita esteriore o quella interiore? E poi: una macchina può capire il cuore dell’uomo?”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un <em>Frankenstein </em>a contrario, ecco il grumo narrativo di McEwan: <strong>“Lì il mostro è la metafora della scienza fuori controllo; a me interessa analizzare che siamo noi ormai fuori controllo”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto è – diversamente da altre ipotesi spielberghiane sull’Intelligenza Artificiale – la responsabilità e l’amore. <strong>Si può preferire la perfezione della macchina alla corruzione della carne? “Con provvidenziale franchezza ho pensato: Charlie è innamorato della ragazza del piano di sopra, all’improvviso arriva un robot,</strong> costruito perché sia sufficientemente ben dotato, beh, ci rimarremmo male se non si facesse la tipa…”. Rotondo &amp; perverso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">McEwan rimesta nei torbidi – perché è lì, nel magma e nell’oscuro che deve scandagliare lo scrittore – fin dall’infanzia. Figlio di un militare non certo amorevole, <strong>da adulto scopre che la madre, Rose, ha avuto una relazione durante la Seconda guerra con un soldato, poi deceduto durante i fatti bellici. Da quella relazione nacque un figlio, </strong>dato in affidamento a terzi, che lo scrittore cercò e conobbe. “La generazione dei miei genitori è fatta di uomini che hanno guardato l’abisso, e che dopo hanno preferito una vita a falciare il prato e lucidare la macchina. Per noi, era inconcepibile crescere in pace e prosperità”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In una lunga intervista rilasciata a Tim Adams <a href="https://www.theguardian.com/books/2019/apr/14/ian-mcewan-interview-machines-like-me-artificial-intelligence" target="_blank" rel="noopener noreferrer">per il <em>Guardian</em></a>, al netto delle sciocchezze – quante ore lavora e dove e perché – ci sono una serie di spunti d’acciaio. Marginalizzate le opinioni politiche (<strong>“La Brexit è una vera tragedia nazionale, la grande bugia </strong>dei Brexiters, la loro polvere magica, è stata persuadere il 37% dell’elettorato che l’UE, e non la Gran Bretagna, è responsabile dell’immigrazione. Ci sono riusciti”), restano i grandi temi ‘morali’. “Forse la gente non immagina che entrando in un aereo entra dentro un cervello gigantesco. Quel cervello potrebbe credere che l’aereo sia fermo o debba fermarsi, anche se ciascun passeggero e pure i piloti, guardando fuori dal finestrino, sanno che l’aereo non è fermo. Pensi all’incidente che è accaduto in Etiopia… <strong>Stiamo cedendo la responsabilità della sicurezza e anche delle decisioni etiche alle macchine”. </strong>Insomma, eccolo qui, il romanziere che ci complica la vita, che ci fa scendere dal treno dei giorni, e senza urlare al lupo – d’altronde: “c’è una regola ferrea per chi immagina il futuro: <strong>le cose non saranno così brutte come dicono i pessimisti ma neanche così buone come sperano gli ottimisti” </strong>– ci turba con l’interrogativo morale fondamentale. E tu chi sei? (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ian-mcewan-machines-like-me-nuovo-romanzo/">“Stiamo cedendo la responsabilità delle nostre scelte alle macchine”: Ian McEwan parla del suo ultimo romanzo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Per lui tra Hitler e Michael Jackson non c’è differenza”: Massimiliano Parente ripubblica il suo libro più folle (in attesa del prossimo). Alessandro Paglialunga lo intervista</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Oct 2018 06:39:33 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se la letteratura non vende è perché non piace e se non piace è perché è brutta. Potremmo trascorrere giorni e giorni leggendo pagine di libri che si assomigliano tra loro, firmate da <strong>scrittori mediocri che altro non fanno se non rilanciare la propria personale mediocrità</strong>, eletta a sistema letterario, politico, estetico. L’arte è invece superarsi, è sopravanzare l’arte stessa. Per questo ogni fenomeno estetico ha il suo tempo e le Madonne con il Cristo in braccio ci sembrano adesso solo dipinti ben riusciti. <strong>Per fare arte bisogna andare contro l’arte, tentare di distruggerla. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tra le pagine del romanzo <em>Contronatura</em> possiamo leggere: “Io non scrivo pensando a un pubblico, come gran parte degli scribacchini che bazzicano nel tuo salotto, ma per la letteratura e anche, se vuoi saperlo, contro la letteratura, per quanto possa sembrarti strano”. Parole che testimoniano l’impegno dell’autore per l’attività letteraria, impegno raro oggi in Italia. I <strong>nostri scrittori, infatti, nei loro testi preferiscono parlare d’altro, lisciarsi una parte politica, arruffianarsi i lettori con temi ammiccanti e ramanzine morali ad hoc</strong> e quindi, quando la letteratura è in pericolo, <strong>chi ha un grande potere è chiamato a rispondere a una grande responsabilità. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Max Fontana è il protagonista radicalmente triste del romanzo <a href="http://www.giunti.it/libri/narrativa/ll-piu-grande-artista-del-mondo-dopo-adolf-hitler/" target="_blank" rel="noopener"><em>Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler</em></a>, capolavoro firmato da Massimiliano Parente</strong>. Max, persa ogni speranza di coronare il suo sogno di diventare un grande artista, è vicino al suicidio. In un ultimo e strano guizzo vitale, però, eiacula su <em>L’origine del mondo</em> di Courbet nel Museo d&#8217;Orsay. Uscito di prigione, il sogno si è fatto realtà: è l’artista contemporaneo più celebre del mondo. Dello scandalo e della conseguente indignazione, dopo essere divenuto famoso, egli fa le sue armi di conquista. Decora quindi con delle svastiche tutto quello che crea, come <em>Heil Mary!</em>: “gigantesca Madonna che si erge maestosamente al centro di Roma, sovrastando il Colosseo, e alla cui vagina è appeso un Gesù bambino altrettanto enorme e gelatinoso e orribilmente penzolante dal cordone ombelicale, praticamente impiccato: uno scandalo”. Così il protagonista, <strong>scandalo dopo scandalo, supera i propri limiti e mette alla prova quelli dell’umanità, indagandola, mettendola a nudo</strong>. È il caso dell’opera <em>Bottone dell’odio</em> che “Non c’entra con il nazismo, sebbene faccia riflettere anche sul nazismo. Il visitatore entra in una stanza e al centro, su un piedistallo, c’è una scatola con un bottone e delle brevi istruzioni incise su una targhetta. Prima di schiacciare il bottone, il visitatore deve pensare a una persona che odia. Dopo, deve schiacciare il bottone, e la persona, ovunque si trova, dovrebbe morire all’istante. Non so, tipo di infarto fulminante, o di ictus […] Di fronte al mio <em>Bottone dell’odio</em> si inquietavano non tanto perché non avessero nessuno da odiare. Il mio bottone, al contrario, ti costringeva a pensare a chi odiavi, senza volerlo ci pensavi, e pensavi che qualcuno morto lo volevi anche tu. È brutto quando pensi che vorresti qualcuno morto. È brutto ma è anche bello, liberatorio.”</p>
<p style="text-align: justify;">Parente, fuoriclasse della scrittura nostrana, porta avanti una storia attuale che si serve dello <strong>specchio dell’arte per indagare una società grottesca, ridicolizzando l’umanità in tutto ciò che questo concetto rappresenta</strong>, a partire dalla fragilità dell’unico vero essere umano: l’artista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prima domanda riguarda i motivi che hanno portato alla ristampa di questo romanzo. Quali sono? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto è nato dall’incontro con un artista geniale, Max Papeschi, con il quale abbiamo avuto l’idea di far diventare Max Fontana, il protagonista de <em>Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler</em>, un artista reale. In questo progetto è entrato entusiasticamente l’editore Giunti che, <strong>oltre al tascabile del romanzo appena uscito, pubblicherà il 31 ottobre <a href="http://www.giunti.it/libri/arte/max-vs-max/#" target="_blank" rel="noopener">il catalogo della mostra <em>Max vs Max</em></a>, curata da Gianluca Marziani, dove Max Fontana sfiderà Max Papeschi</strong> (debutterà a Roma il 6 dicembre, alla galleria <em>Contemporary Cluster</em>, per poi spostarsi a gennaio al <em>MACRO </em>e in seguito in tutta Italia). Un evento senza precedenti: un artista inventato, puramente letterario, diventerà vero sfidando un artista vero che sembra inventato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-63700 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2-194x300.jpg" alt="Parente" width="160" height="247" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2-600x930.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-1-2.jpg 645w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" />Potresti spiegarmi il ruolo dell’arte contemporanea nel romanzo in questione, nell’ideazione della trama? Penso anche, a tal proposito, a tutta una serie di opere che hai attribuito nella finzione narrativa al protagonista Max Fontana. Ho letto molte recensioni che interpretano questo romanzo come una esilarante o caustica denuncia della vacuità artistica dei nostri giorni. Mi sembra, però, riduttivo e vorrei sentire di più sulle vere ragioni di questo testo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In realtà il romanzo ha avuto una doppia interpretazione: chi l’ha preso come una denuncia della vacuità di molta arte contemporanea, chi come un elogio. In realtà è entrambe le cose ed è un’opera più complessa di come possa sembrare a prima vista, dove ci si diverte molto perché la parte comica e satirica è particolarmente forte. Ma soprattutto, parafrasando quello che diceva Flaubert di Madame Bovary, <em>Max Fontana c’est moi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hitler viene nominato circa quattrocento volte nel romanzo. Il protagonista ne è ossessionato, come fosse un modello artistico da raggiungere perché, nel bene e nel male, la sua celebrità è inarrivabile. Oltre la provocazione, il dittatore tedesco è stato responsabile di un ritorno a un regime simbolico per il quale, ad esempio Nietzsche, avrebbe probabilmente stravisto, innamorandosene. Hitler è un artista solo per la sua celebrità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Max Fontana <strong>coglie unicamente il lato pop di Hitler. Lo prende come un personaggio famoso, tra i più famosi di tutti i tempi. Per questo può permettersi di dire cose politicamente scorrette e a volte terribili,</strong> perché siamo su un piano di fascinazione spettacolare, senza ideologie, in cui la parola si libera da qualsiasi gabbia e può dire tutto quello che gli passa per la testa, soprattutto se è qualcosa che non si può dire. Max Fontana spinge all’eccesso i meccanismi della società dello spettacolo: per lui tra Hitler e Michael Jackson non c’è alcuna differenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-63701 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/10/foto-2-300x59.jpg" alt="Parente" width="300" height="59" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-2-300x59.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-2-768x152.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-2-1024x203.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/10/foto-2-600x119.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Mi vengono in mente tre esempi di arte contemporanea: Marina Abramović che, durante una sua performance al MoMA nel 2010, viene sorpresa dal suo ex compagno Ulay e piange rivedendolo; Damien Hirst che recupera dalla nave naufragata “Unbelievable” alcuni straordinari resti – da questa storia, chiaramente finta, nascono una mostra e un documentario; Banksy distrugge un suo quadro appena battuto all’asta per un milione di sterline. Tre opere con una risonanza incredibile: l’arte sta superando l’arte? Che rapporto c’è tra arte, realtà e finzione, alla luce di questa stagione artistica? Nel tuo romanzo ci dovrebbe essere qualcosa di simile: me ne potresti parlare? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono fenomeni recenti, tutta l’arte del XX secolo è concettuale. Con un grande padre storico: <strong>Marcel Duchamp, che con il <em>readymade </em>mise fine all’idea che un artista dovesse produrre necessariamente un manufatto. Per lui contava solo il pensiero.</strong> Ci sono ancora molti passatisti che vorrebbero un ritorno alla pittura figurativa, ma quello che conta nell’arte sono le idee, indipendentemente da come vengono realizzate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Guardando alle persone famose, scrivendo degli ambienti che frequentano,  dove lavorano – la televisione, i salotti –, insomma di tutto ciò che pur essendo reale sottende finzione, teatralità, riesci a focalizzare meglio qualcosa che riguarda tutti, famosi e non?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Del rapporto tra persone famose e realtà mi sono occupato molto in <em>Contronatura</em>, la prima parte della <em>Trilogia dell’inumano</em>, che La nave di Teseo ha pubblicato l’anno scorso in un volume di millesettecento pagine. Lì c’è uno scrittore che vive all’ombra di una importantissima showgirl e cerca di emergere in un mondo in cui tutto sembra accadere solo in superficie. Essendo ambientato all’inizio del Duemila, contava ancora molto la televisione. Mentre ne <em>Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler</em>, scritto già nell’era di Netflix, <strong>sono i personaggi delle serie televisive a essere più reali della realtà, mentre è la realtà, rispetto alla fiction, a essere imperfetta e frustrante</strong>. Come è frustrante la vita di qualsiasi individuo, perché chiunque vorrebbe essere famoso. Lo vediamo con i social network, nei quali ognuno si lamenta della privacy ma al contempo posta in continuazione tutto ciò che fa, per dire: “ehi, guardate, ci sono anche io”. Oggi c’è stato uno scarto ulteriore: <strong>abbiamo iniziato con i reality, in cui ragazzi comuni diventavano famosi, e siamo arrivati a una disastrosa rivoluzione politica, nella quale la gente comune è andata al potere. </strong>La mediocrità è diventata un merito, una conquista, una carriera.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Di certo non scrivo per esprimermi. Non scrivo perché mi piace, perché uno scrittore che non sia tale lo riconosci subito da due cose: o lo fa perché gli piace, e quindi, dilettandosi, è un dilettante, o lo fa per mestiere, e allora è un timbratore di cartellini editoriali. Scrivo, detto altrimenti, perché quello che voglio scrivere io posso scriverlo solo io”. Una posizione del tutto controcorrente rispetto al trend odierno. Che ne pensi della letteratura italiana oggi? Che cosa compra Massimiliano Parente quando va in libreria? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ormai leggo per lo più saggi di scienziati, di neuroscienze, di biologia, di astrofisica, perché oggi la scienza è la vera avanguardia del pensiero. <strong>Il mondo umanistico, ignorandola, è rimasto inesorabilmente indietro</strong><strong>. Infatti, scrittori che sono anche scienziati, come Piersandro Pallavicini, o che si interessano alla scienza, come Ian McEwan, hanno una marcia in più.</strong> Mentre il letterato medio crede ancora che quella di Darwin sia una “teoria” – e dunque ci troviamo di fronte a umanisti che non sanno niente dell’uomo. Non per altro uno dei romanzi più interessanti degli ultimi anni, per me, è <em>Origin</em>. Lo ha scritto un autore di genere, Dan Brown, scientificamente documentatissimo. Tocca un tema fondamentale dell’umanità, l’origine della vita, la morte, la fine delle religioni, che i letterati con la puzza sotto al naso non riuscirebbero mai a immaginare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Avevi annunciato di non voler più scrivere romanzi. Come mai? Ci hai detto tutto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando ho finito di scrivere la trilogia, che mi ha impegnato per tredici anni, pensavo più o meno di aver detto tutto, poi mi sono esplosi in mano <em>Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler </em>e <em>L’amore ai tempi di Batman</em>. Attraversavo una fase depressiva, ma sono usciti per conto loro nonostante abbia impiegato un paio d’anni per ciascuno. <strong>Dopo <em>L’amore ai tempi di Batman</em> ho deciso che non avrei più scritto, perché più o meno avevo detto tutto quello che volevo dire in otto romanzi e quattro saggi. Quest’estate, però, ho avuto un’idea e ho sottoposto il progetto a Elisabetta Sgarbi. Lei ha accettato con un tale entusiasmo che l’ho scritto in un mese e mezzo.</strong> Uscirà per La nave di Teseo il 29 novembre. Non posso dire niente altro, sarà una sorpresa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Paglialunga</em></strong></p>
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		<title>“Quando il primo androide è rimasto incinto di un umano…”: Ian McEwan racconta l’amore tra un uomo e un robot</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Aug 2018 08:54:24 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/quando-il-primo-androide-e-rimasto-incinto-di-un-umano-ian-mcewan-racconta-lamore-tra-un-uomo-e-un-robot/">“Quando il primo androide è rimasto incinto di un umano…”: Ian McEwan racconta l’amore tra un uomo e un robot</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ian McEwan ha compiuto 70 anni nel giugno scorso, porta gli occhiali, ha gli occhi stretti e un viso che denota una dose superiore di scaltra intelligenza. McEwan, tra i grandi romanzieri inglesi di oggi, ha la capacità maliziosa di entrare nelle zone oscure, indicibili dei rapporti umani. Fa a pezzi il pudore e i sorrisi di superficie. Scrive con il bisturi tra i denti. I suoi libri <a href="http://www.einaudi.it/libri/autore/ian-mcewan/0000220" target="_blank" rel="noopener">sono pubblicati in Italia da Einaudi</a>: tra i suoi romanzi dovete leggere almeno <em>Amsterdam </em>ed <em>Espiazione </em>(da cui, nel 2007, Joe Wright ha tratto un film con Keira Knightley, che ha raccolto 7 nomination agli Oscar). Sul <em>The New York Review of Books</em>, Ian McEwan ha firmato un racconto, <a href="https://www.nybooks.com/articles/2018/07/19/dussel/" target="_blank" rel="noopener"><em>Düssel…</em></a>, in cui racconta la storia d’amore tra un uomo e un robot. La storia è un frammento, uno sketch: i due – l’umano e l’androide – hanno appena fatto l’amore, e lui, l’uomo, le domanda, con adamitica innocenza, “Sei reale?”. Segue il racconto di una rivoluzione: gli androidi, più efficaci degli uomini, governano con intelligenza ininterrotta sulle sorti della Terra, si replicano, fanno fortuna. Pare un miscuglio velenoso tra <em>1984</em> e Isaac Asimov: il colpo di genio è narrare la fine dell’uomo dal gorgo del sesso, dall’inquietudine dell’amare.</p>
<p><strong>*</strong></p>
<figure id="attachment_62221" aria-describedby="caption-attachment-62221" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-62221" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/McEwan_web-300x207.jpg" alt="Ian McEwan" width="300" height="207" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/McEwan_web-300x207.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/McEwan_web.jpg 550w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-62221" class="wp-caption-text">Ian McEwan è pubblicato in Italia da Einaudi (photo Geraint Lewis)</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se mi chiedete come sia stato, devo fare un passo indietro, tornare ad un caldo venerdì sera. Devo tornare al momento in cui sussurrai nell’orecchio della mia nuova amica con somma delicatezza, la richiesta più indelicata.</strong> Giacevo sotto di lei. Completamente nuda se non per quel monile d’oro tempestato di lapislazzuli che le cingeva il collo. Persino nella luce ambrata proiettata da una lampada da comodino, la sua pelle risplendeva in tutto il suo chiarore. Le palpebre erano abbassate mentre ondeggiava dolcemente sopra di me e le sue labbra, impercettibilmente aperte, lasciavano intravedere lo scintillio dei delicati denti. La sua mano destra era delicatamente poggiata sulla mia spalla sinistra. Profumava appena, non per un’artefatta essenza ma per il sapone al legno di sandalo che aveva usato. Quelle saponette, sulle quali era raffigurata un’antica barca a vela e riposte su di un asciugamano ben piegato in una lunga scatola di balsa, erano mie. Le aveva prese nel primo istante in cui era entrata nel bagno di casa mia. Perché me ne dovrei dispiacere?</p>
<p style="text-align: justify;">Nella quiete giunta dopo l’amplesso, lei calò su di me. <strong>Io, con le labbra che lambivano il suo lobo, iniziai a leccarla e a sussurrare, come se un vento marino mi strappasse di bocca le parole, “Amore, so che non dovrei, ma te lo devo chiedere. </strong>So di non aver alcun diritto di saperlo, certo, ma dopo queste bellissime settimane… sento che… Jenny cara… perdonami io ti amo e ti amerò per sempre… ma, ti prego, non mentirmi. Sei reale?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di descrivere la sua reazione credo che sia bene spiegare, almeno per i lettori più giovani, come stavano le cose in quella particolare epoca. Eravamo appena usciti da una rivoluzione sociale le cui conquiste, oggi, vengono date per scontate. I giovani, ho notato, agiscono come se nulla fosse. Non percepiscono affatto la storia. I miracoli ottenuti dalle scorse generazioni, diventano ordinari come la vita stessa. Ma chiunque se ne interessi, dovrebbe invece sapere che la discussione è partita molti secoli addietro, con Platone forse, o con Frankenstein di Mary Shelly, o forse con Charles Babbage e Ada Lovelace, o con le speculazioni di Alan Turing, o <strong>quando, all’alba del terzo millennio, un software – che apprende dai suoi stessi errori per via di connessioni neuronali e dell’autodidattica – ha battuto un Grande Maestro nell’antico gioco cinese del Go. O forse, in maniera ancor più significativa, quando il primo androide è rimasto incinta di un umano e ha dato alla luce il primo bambino sintetico vivo. </strong>Ad appena tre isolati dal mio appartamento, in una deliziosa piazzetta circondata da caffè e all’ombra delle larghe foglie di platano, c’è un monumento dedicato a Molly. E nessuno penserebbe che ci sia qualcosa di insolito in questo genere di monumento, se non fosse per il fatto che al posto di un veterano, di un astronauta o di un poeta, c’è una bambina di 8 anni che con le mani sui fianchi e il portamento audace si erge sul piedistallo di fronte a noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Può una macchina essere cosciente? O ribaltando la prospettiva, noi umani siamo solo macchine biologiche? La risposta affermativa ad entrambe le domande ha alimentato il dibattito internazionale fra neuroscienziati, clero, pensatori, politici ed opinione pubblica. Finalmente, molto tempo dopo il dovuto, le persone artificiali ottennero la completa concessione dei vari diritti umani e così fu anche per la loro progenie meticcia. Così ne seguirono molti altri: il matrimonio, la proprietà privata, il diritto di voto e quello all’espatrio, fino all’assegno di disoccupazione. <strong>Un androide poteva iniziare un proprio business, diventare ricco, andare in bancarotta, essere perseguito legalmente ed infine essere ucciso invece di essere rottamato. In giro per il mondo vennero decretati diversi “atti d’indipendenza” che resero illegale il possesso di un sintetico. Il sistema legale si è infelicemente appellato alle leggi anti schiavitù del XIX secolo.</strong> Ma con i diritti arrivarono anche le responsabilità – la leva militare era incontestabile, un argomento di primaria importanza. In tribunale, i sintetici divennero una risorsa utilissima, soprattutto considerando i difetti cognitivi, la debolezza e la malleabilità della mente umana.</p>
<p style="text-align: justify;">La nostra è la generazione che è diventata adulta durante le conseguenze di tutto ciò – turbolenti anni di passione e riflessioni angoscianti. <strong>Essere umani significava essere, curiosamente o tragicamente, ospiti. L’élite scientifica sosteneva che i nostri neo arrivati amici provassero dolore, gioia e rimorso; ma noi come potevamo provarlo?</strong> Fin dall’alba della riflessione filosofica ci siamo posti la stessa identica domanda adattata agli altri esseri umani. Dovremmo preoccuparci o dovremmo invece gioire della loro superiorità fisica, mentale e morale? Si sbagliavano i fedeli ha negargli un’anima?</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, come spesso accade, il panorama sociale è mutato: una volta compiuto il processo di normalizzazione e la quando la legislatura ha fatto il suo corso, la vita è andata avanti e presto ci siamo scordati di tutto il polverone che si era sollevato. <strong>Si dice che le grandi domande, in filosofia, non trovano mai una risposta: semplicemente si dissolvono. Tutte le manifestazioni, le proteste, le ricerche, i discorsi, le conferenze e tutte quelle catastrofiche previsioni sono state vane. Dopotutto, i nostri nuovi amici ci assomigliavano così tanto, anzi erano persino più gradevoli.</strong> Ci si poteva fidare di loro ed è questo il motivo per cui molti hanno trovato un impiego nel campo della legge, finanziario o in politica. Così iniziarono a portare avanti tutte le riforme istituzionali di cui veramente avevamo bisogno. […] <strong>Quando la signora Tabitha Rapting è diventata primo ministro con una maggioranza di due in parlamento, c’erano quelli che si chiedevano se fosse “vera” – l’ennesima dolorosa parola era stata detta.</strong> Ma il punto è che, socialmente parlando, avevamo già segnato un netto confine e per tali domande non c’era più posto nel dibattito pubblico. Erano domande da golf club, o da piccole manifestazioni di movimenti radicali. Era indecente, osceno, quasi razzista e, pertanto, illegale. Questo è ed è stato per molto tempo ormai, e ancora non siamo sicuri di quale sia stato il primo androide a diventare capo di stato, o se mai ce ne sia stato uno. <strong>O se invece è da 20anni che viviamo sotto una striscia di governi “androidi” senza fine. </strong>Tanto meno sappiamo se uno di loro abbia vinto il singolo a Wimbledon, o se invece si sia stato almeno un singolo uomo a riuscirci dal loro arrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi la domanda che ho posto a Jenny in quella calda serata di luglio può sembrare spregevole ai lettori più giovani, ma lasciatemi rimarcare la mia appartenenza alla generazione precedente, quella che ha vissuto la transizione. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Jenny non si offese, e sono fiero di rimarcarlo. Si avvicinò a me. Teneva i profondi occhi neri fissi ai miei. Si sentiva – le parole sono quasi inutili per descriverlo – liquida, levigata, tiepida, avvolgente. Senziente e sensuale.</strong> Era davvero una creatura bellissima. Un fulmine d’amore che quasi mi faceva diventare sordo. Ma la mia curiosità era tale che ascoltai ogni sua singola parola. In fondo sono i momenti come questi che ci portiamo fino alla soglia della tomba. Il bacio che ci siamo scambiati è stato tenero ed estatico. Le sue labbra, la sua lingua – un miracolo, qualunque sia la loro origine. Sapevo, già da prima di avere la mia risposta, che non l’avrei mai lasciata. Quindi perché mi sarebbe dovuto importare di cosa era fatta? <em>Sei mio. </em>Disse come fosse un assioma. Aveva già occasionalmente usato le stesse parole durante il sesso e mi erano sempre piaciute. <em>Io ti appartengo. Del resto sarà quel che sarà.</em> Per via di una pausa, mi chiesi scorrettamente se queste tenerezze, per quanto sincere, fossero una sorta di risposta evasiva. Ma come potevo dubitare di lei?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Pensavo che lo sapessi. Sono stata creata a Düsseldorf in Magna Francia, come i miei genitori e le mie zie con le quali tu sei così carino. Invece mio cugino, quello con cui hai giocato a squash, è del Taiwan.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Düsseldorf! </em>Nonostante l’ultima sillaba fosse solo un suono di deglutizione è l’unica cosa che sono riuscito a dire. Stavo scomparendo. <strong>Queste poderose sensazioni non appartenevano a me, ma all’iperuranio, al vuoto fra le cose, all’essenza dello spazio e della materia. Attorno a queste due entità si alzò una marea di estasi.</strong> Una tale conferma della sua strana ma bellissima diversità fece fibrillare il mondo a cui appartenevo fino a renderlo uno sbiadito punto di ignara singolarità. Per qualche secondo mi tornò in mente il colorito motto della mia adolescenza nei centri commerciali, “meglio le ruotine che le rotelle”. Mi strinsi debolmente la mano al petto, svenni per un istante. Mi vergognai di me stesso per essere stato un amante tanto egoista – appena mi ripresi glielo dissi. Naturalmente, era nella sua natura il perdono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi ero innamorato di lei, non potevo più tirarmi indietro. Ma sapevo per certo che qualcosa di lei sarebbe diventato il mio fardello.</strong> Ragionava alla metà della velocità della luce. Pensava un milione di volte più veloce di me. Il suo senso del tatto e altre considerazioni le avrebbero impedito però di mostrarlo. Ma se avessimo vissuto insieme, mi sarei dovuto rendere conto che sarebbe stato difficile per me portare avanti una discussione con lei, o mettere in dubbio una sua qualsiasi decisione. Nel solo lasso di tempo che avrei impiegato per alzare le spalle e distogliere da lei lo sguardo per riordinare i miei pensieri, lei avrebbe potuto ripercorrere tutto ciò che si sa della natura umana e della storia della civilizzazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco, ecco com’è stato per me. La mia generazione stava a cavallo di un fosso, o forse un crepaccio che si allargava sempre di più, ciò che comunemente chiamiamo storia della modernità. Credetemi, se non avete mai perdonato una macchina per avervi fatto la domanda più indelicata, allora non avete idea del concetto della distanza storica che io e la mia generazione abbiamo provato.</p>
<p><strong><em>Ian McEwan</em></strong></p>
<p><em>(traduzione italiana di Giacomo Zamagni)</em></p>
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