<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Hitler Archivi - Pangea</title>
	<atom:link href="https://www.pangea.news/tag/hitler/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.pangea.news/tag/hitler/</link>
	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Wed, 19 Aug 2026 03:58:48 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.8.8</generator>
	<item>
		<title>Samuel Beckett vs. Hitler. Escono i diari tedeschi del grande drammaturgo irlandese</title>
		<link>https://www.pangea.news/samuel-beckett-diari-hitler/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 03:58:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[German Diaries]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=108277</guid>

					<description><![CDATA[<p>La guerra non era ancora imminente quando Samuel Beckett visitò Amburgo, nell’ottobre del 1936. Dopo aver assistito all’apoplessia generale che le urla di Hitler avevano prodotto nell’animo dei tedeschi, il drammaturgo irlandese capì che la pace non sarebbe durata. “Dovranno combattere presto (o esploderanno)”, annotò sul suo diario il 6 ottobre di quell’anno.&#160; I sei [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/samuel-beckett-diari-hitler/">Samuel Beckett vs. Hitler. Escono i diari tedeschi del grande drammaturgo irlandese</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>La guerra non era ancora imminente quando Samuel Beckett visitò Amburgo, nell’ottobre del 1936. Dopo aver assistito all’apoplessia generale che le urla di Hitler avevano prodotto nell’animo dei tedeschi, il drammaturgo irlandese capì che la pace non sarebbe durata. “Dovranno combattere presto (o esploderanno)”, annotò sul suo diario il 6 ottobre di quell’anno.&nbsp;</p>



<p><a href="https://www.suhrkamp.de/rights/book/samuel-beckett-german-diaries-fr-9783518429433"><strong>I sei quaderni compilati da Beckett durante il viaggio di sei mesi attraverso la Germania – tra la fine di settembre del 1936 e l’aprile del ’37 – e ora editi da Suhrkamp</strong>,</a> smentiscono l’opinione diffusa secondo cui l’autore di <em>Aspettando Godot</em> fosse un poeta issato sul puro pessimismo, indifferente alla politica del proprio tempo, proteso a sviscerare la disperazione e l’umana impasse. </p>



<p>Investigando lettere e frammenti di diario, i critici hanno concluso che il Nobel per la letteratura abbia attraversato la Germania in uno stato sonnambulico, di assoluta riflessione interiore, indifferente alla presa del totalitarismo. I quaderni, ora pubblicati nella loro interezza, dimostrano il contrario, cioè che Beckett studiò nel dettaglio il sorgere del risentimento nazionalsocialista. Ad esempio, notando un mutamento nella moda, guidata dalla predominanza del “cappotto alla Hitler”. Inoltre, sintetizzò una specie di vocabolario per registrare le “parole sacre” del movimento nazista –&nbsp;<em>Führer</em>&nbsp;(capo”),&nbsp;<em>Bewegung</em>&nbsp;(“movimento”),&nbsp;<em>Blut und Boden</em>&nbsp;(“sangue e suolo”),&nbsp;<em>Freiheit und Ehre</em>&nbsp;(“libertà e onore”) – che lo ripugnavano. “La sua conferenza alla&nbsp;<em>Kraft durch Freude</em>&nbsp;[Forza attraverso la Gioia], mi ha ucciso”, annota il primo novembre del ’36.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="107566" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Beckett, che si sarebbe unito alla resistenza francese nel 1940, preferì tenere per sé il proprio disgusto, per lo più ideando brevi parodie sulle abitudini totalitarie, come quando, invitato a compiere il saluto nazista, “alzai il braccio sbagliato”. “Era consapevole che i suoi diari avrebbero potuto essere sequestrati – ha dichiarato Mark Nixon, co-editore dei diari e professore di letteratura moderna e ‘Beckett Studies’ all’Università di Reading –, doveva stare attento se voleva portarli fuori dalla Germania. Essere più esplicito sarebbe stato un rischio. Ma è chiaro che ciò che scrive è una ribellione al razionalismo nazista”.&nbsp;</p>



<p><strong>Il viaggio di Beckett in Germania toccò una trentina di città, tra cui Amburgo, Berlino, Dresda, Monaco: voleva ammirare le opere d’arte di quei luoghi e perfezionare le proprie competenze linguistiche.</strong>L’interesse per il tedesco – sua terza lingua dopo inglese e francese – fu probabilmente influenzato dalle lunghe visite fatte tra il 1928 e il 1932 alla cugina e fidanzata Peggy Sinclair e alla sua famiglia, di stanza a Kassel.&nbsp;</p>



<p>Beckett assiste alla catabasi del paese verso il totalitarismo con uno stato d’animo già straziato. Peggy era morta in Germania di tubercolosi, nel maggio del ’33; il padre era deceduto il mese successivo, in seguito a un attacco di cuore. I restanti membri della famiglia Sinclair, di origine ebraica, erano stati costretti a fuggire dalla Germania nel 1936. Quando partì per Cuxhaven, Beckett aveva alle spalle due anni di psicanalisi: i diari riflettono la sua profonda angoscia, i disturbi psicosomatici, vari problemi di salute, difficoltà economiche, l’angoscia per il blocco dello scrittore. “Manca poco: comincerò a vomitare. Oppure, tornerò a casa”, scrive il 15 gennaio del 1937.&nbsp;</p>



<p>“Beckett scrive ciò che vede, questo è il valore dei diari – afferma Nixon –. Allo stesso tempo, i diari sono una tappa importante che porta Beckett a diventare Beckett. Nei diari il poeta si ostina a essere minimalista: è già il Beckett che conosciamo, che elimina ciò che non conta”.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="646" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/61Fum4P0L._SL1293_-646x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108278" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/61Fum4P0L._SL1293_-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/61Fum4P0L._SL1293_-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/61Fum4P0L._SL1293_-600x952.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/61Fum4P0L._SL1293_.jpg 681w" sizes="(max-width: 646px) 100vw, 646px" /></figure>



<p>Il successivo trasferimento in Francia e il coinvolgimento nella resistenza francese, suppone Nixon, possono essere visti come una reazione rispetto a ciò che aveva visto in Germania. “È stato testimone del totalitarismo: la sua letteratura si basa su questa esperienza”.&nbsp;</p>



<p>Redatte in grafia minuscola, di difficile decifrazione, le 545 pagine dei diari tedeschi sono state ritrovate dopo la morte di Beckett, nel 1989, nella cantina del suo appartamento parigino, da Edward Beckett, il nipote del drammaturgo, che ha collaborato alla pubblicazione insieme a Nixon e a Oliver Lubrich. Si tratta di testimonianze personali, non destinate alla pubblicazione. Non tutte le annotazioni sono, per così dire, edificanti: il diario del venerato maestro modernista è, anche, un repertorio di commenti misogini, un registro di visite al bordello. L’edizione approntata da Suhrkamp è ideata con sguardo storico-politico, quella in lingua inglese, edita il prossimo aprile da Faber, avrà invece una prospettiva letteraria. I diritti dei diari beckettiani sono stati acquistati da Francia (Minuit), Cina, Grecia, Corea del Sud; in Italia sarà Einaudi a pubblicarli.&nbsp;</p>



<p><strong><em>Kate Connolly</em></strong></p>



<p><em>*Si riproduce qui l’articolo di Kate Connolly scritto per il “Guardian”, che racconta “Samuel Beckett’s travels around Nazi Germany”. L’edizione dei “German Diaries” di Beckett esce in Germania per Suhrkamp in questi giorni. Il tomo, curato da Mark Nixon e Oliver Lubrich, conta 1352 pagine, ed è presentato così: “I diari tedeschi rappresentano gli ultimi significativi scritti inediti di Beckett. Offrono nuovi spunti di riflessione sull’evoluzione estetica di Beckett… La loro importanza storica risiede nell’occhio infallibile con cui il giovane autore irlandese osservò la Germania al sorgere del nazismo”.&nbsp;</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/samuel-beckett-diari-hitler/">Samuel Beckett vs. Hitler. Escono i diari tedeschi del grande drammaturgo irlandese</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/08/beckett-samuel-1024x1024-1.webp</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Monaco 1938: il bluff di Hitler. Dialogo con Maurizio Serra</title>
		<link>https://www.pangea.news/monaco-1938-maurizio-serra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Mar 2025 05:13:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Subiaco]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Serra]]></category>
		<category><![CDATA[Monaco 1938]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Neri Pozza]]></category>
		<category><![CDATA[Saint-John Perse]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=102898</guid>

					<description><![CDATA[<p>Pochi eventi come&#160;gli accordi di Monaco del 1938, tra inglesi, francesi, italiani e tedeschi sul destino della Cecoslovacchia hanno goduto di una fama tanto sinistra quanto superficiale. Tale evento, infatti, fu un momento chiave della storia europea in cui processi decennali, sfide politiche,&#160;miscalculations&#160;dei principali governi, bluff e sottili trame diplomatiche si intersecarono delineando un complesso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/monaco-1938-maurizio-serra/">Monaco 1938: il bluff di Hitler. Dialogo con Maurizio Serra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Pochi eventi come&nbsp;<strong>gli accordi di Monaco del 1938</strong>, tra inglesi, francesi, italiani e tedeschi sul destino della Cecoslovacchia hanno goduto di una fama tanto sinistra quanto superficiale. Tale evento, infatti, fu un momento chiave della storia europea in cui processi decennali, sfide politiche,&nbsp;<em>miscalculations</em>&nbsp;dei principali governi, bluff e sottili trame diplomatiche si intersecarono delineando un complesso mosaico non riassumibile in facili stereotipi. Un evento brillantemente ricostruito e approfondito dall&#8217;ambasciatore<a href="https://www.academie-francaise.fr/les-immortels/maurizio-serra?fauteuil=13&amp;election=09-01-2020" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;<strong>Maurizio Enrico Serra, primo italiano Immortale di Francia</strong></a>, saggista e biografo dei grandi protagonisti del Novecento letterario italiano, nel suo&nbsp;<a href="https://neripozza.it/libro/9788854531192" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Scacco alla pace. Monaco 1938</em>&nbsp;(Neri Pozza, 2024).</strong>&nbsp;</a>Un saggio che porta il lettore nel centro di questo snodo cruciale, tramite una documentatissima e affascinante immersione nell&#8217;Europa tra le due guerre.</p>



<p><em>Monaco</em>&nbsp;è, infatti, un grande affresco storico, politico, diplomatico e intellettuale, un testo che oltre che ricostruire i nodi, i meandri e le sismografie che hanno accompagnato gli accordi del 1938 riesce a rivelare le logiche, i propositi e le psicologie dei protagonisti di quell’Europa. Un ritratto epocale, ricco di voci, personaggi, dettagli, segreti che ci racconta con il ritmo e lo stile del grande romanzo, ma con il rigore, l&#8217;esattezza e la puntualità della migliore tradizione storiografica italiana ed europea, un momento cruciale della storia delle relazioni internazionali del primo Novecento oltre facili pregiudizi e superficiali moralismi. Dai successi pirrici di Chamberlain alla foga di Daladier, dalle trame di Mussolini agli appetiti di Hitler, tra scena e retroscena. Senza dimenticare il ruolo di comprimari come Saint-John Perse, il poeta che avrebbe ricevuto il Nobel per la letteratura (all&#8217;epoca segretario del ministero degli esteri a Quai d&#8217;Orsay), o Ciano, Attolico, Anfuso. Per meglio comprendere attualità e nodi di quell&#8217;evento abbiamo intervistato l’autore.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="665" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71xkQKZQQrL._SL1500_-665x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102899" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71xkQKZQQrL._SL1500_-665x1024.jpg 665w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71xkQKZQQrL._SL1500_-195x300.jpg 195w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71xkQKZQQrL._SL1500_-600x924.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/71xkQKZQQrL._SL1500_.jpg 701w" sizes="(max-width: 665px) 100vw, 665px" /></figure>



<p><strong>Quali sono le novità e i caratteri distintivi di questo suo saggio sulla crisi di Monaco rispetto a precedenti ricostruzioni?</strong></p>



<p>Ho cercato di fornire al lettore una visione d&#8217;insieme di tutti gli aspetti che a Monaco finirono per intrecciarsi, in modo da approfondire alcuni aspetti di una pagina decisiva della storia europea, soffermandomi su aspetti tradizionalmente poco analizzati.</p>



<p><strong>Quali?</strong></p>



<p>In primo luogo, il tentativo di seppellire una certa retorica che accompagnò la crisi cecoslovacca. Anche se Hitler riuscì a impadronirsi dei territori germanofoni, e a fare (dopo l&#8217;apparizione trionfale a Vienna l&#8217;anno precedente) il suo ingresso, seppur ritardato, a Praga il 15 marzo 1939, questa resa dei conti con il suo passato di oscuro agitatore austro-boemo non era più così importante per lui. L&#8217;odiato termine Österreich, con l’Annessione dell’Austria, era stato abolito per essere sostituito da Ostmark, ossia «marca orientale», un termine che indicava come non si trattasse certo della sbandierata unione dell&#8217;Austria al Reich tedesco, quanto di una pura e semplice annessione al ribasso. Lo stesso vale per il moncone ceco, che divenne ancor più spregiativamente il Protektorat o protettorato. Anche gli Auslandsdeutsche, ossia i tedeschi dei Sudeti, di Memel, Danzica e delle altre marche, che Hitler fingeva di voler proteggere, sarebbero diventati cittadini di classe inferiore rispetto a quelli del Reich tedesco: Reichsdeutsche o Altdeutsche.&nbsp;</p>



<p><strong>Quale fu il vero intento che mosse l’imperialismo nazista aldilà di facili propagande?</strong></p>



<p>La vera motivazione fu, invece, il potenziale militare e industriale che si trovava al di là della catena montuosa dell&#8217;Erzgebirge, i “Monti metalliferi” al confine tra la Germania e la Boemia. I carri armati di fabbricazione ceca erano allora superiori in quantità e qualità agli equivalenti tedeschi e, nel 1940, si calcola che un terzo dei mezzi corazzati della Wehrmacht, pronti a rovesciarsi sul fronte occidentale dopo aver sbaragliato la Polonia, fossero prodotti dalle industrie Škoda. Durante la guerra, Hitler non visitò più Vienna o Praga, tanto meno le rovine di Varsavia. L&#8217;Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia non erano altro che i rami del grande albero da abbattere: l’Unione Sovietica. La posizione del Führer era insomma l’esatto contrario di quella di Stalin, che, subito dopo il 1945, acconsenti alla neutralità dell’Austria come merce di scambio con l’Occidente, ma fece degli altri due Stati il perno della sua morsa sull&#8217;Europa centrale e orientale.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="101840" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Cosa insegnò Monaco ai vincitori di Yalta?</strong></p>



<p>&nbsp;All&#8217;inizio della guerra fredda, Monaco non insegnò alcunché all&#8217;Occidente, con la sola eccezione del generale Charles De Gaulle, che non riuscì tuttavia a far sentire la sua voce. Winston Churchill, ad esempio, con quelle frasi lapidarie di cui era gran maestro, liquidò la «condotta fatale» di Chamberlain e Daladier. Tuttavia, egli abbandonò a sua volta non a Hitler ma a&#8230; Stalin, nella sostanziale indifferenza degli Stati Uniti, la Cecoslovacchia ridiventata formalmente indipendente, la Jugoslavia monarchica dell&#8217;esercito partigiano cetnico, il governo polacco in esilio a Londra e i territori tedeschi occupati dall&#8217;Armata rossa, che presero il nome improbabile di Repubblica democratica tedesca (DDR). La conferenza di Jalta (febbraio 1945) e quella di Potsdam (luglio-agosto 1945) replicarono la ferrea logica di Monaco circa la divisione del continente: i “grandi” avrebbero deciso per i “piccoli”, che dovevano nuovamente piegare la testa. Solo nel 1989-1990, una nuova primavera dei popoli avrebbe riunito le due Europe nella speranza che diventassero una sola, sulla base dell&#8217;appassionato desiderio di intrepidi testimoni e combattenti come i miei indimenticabili amici François Fejtő e Predrag Matvejević, oltre a Czesław Miłosz, Leszek Kolakowski, Václav Havel, Milan Kundera e numerosi altri.</p>



<p><strong>Secondo lei esiste oggi una “sindrome di Monaco” verso le autocrazie?</strong></p>



<p>Se Monaco è seppellita con tutto quel che ha rappresentato di pernicioso nella storia europea, continuiamo a vivere all&#8217;ombra di una sindrome di fatalismo e d&#8217;impotenza pronta a riapparire periodicamente nelle crisi geo-strategiche. Cechi e slovacchi, oggi pacificamente divisi, lo ricordano bene, visto che per regolare la sorte della Primavera di Praga, nel 1968, non vi fu neanche bisogno di una conferenza ma della pura e semplice atonia della comunità internazionale, assortita di proteste retoriche di fronte alla condotta della potenza egemone, che non era più la Germania hitleriana ma agiva allo stesso modo. Il che pone il problema dell&#8217;atteggiamento delle democrazie nei riguardi della forza, e del pacifismo di fronte alla brutalità. La sola risposta efficace consiste nella fermezza che si appoggia sul ricorso, se necessario, alla cosiddetta violenza legittima nei modi (e nei limiti) previsti dal diritto internazionale. Rispondere all&#8217;aggressione con la passività non può che incoraggiare le dittature e le loro ambizioni funeste. In tal senso, “Monaco” è divenuto un canone negativo. I casi si sono moltiplicati, dopo di allora, dentro e fuori il nostro continente: dai conflitti nella ex Jugoslavia, così mal gestiti da parte occidentale, fino alla crisi ucraina la lista è lunga. Lo storico non può interpretare l&#8217;attualità, che esige altri strumenti d&#8217;approccio. Può solamente esporre gli avvenimenti di una data epoca quanto più obiettivamente possibile, affinché donne e uomini di buona volontà possano oggi trarne le conclusioni appropriate.</p>



<p><strong>Il testo scritto in francese è stato curato in italiano da Antonio De Francesco. Come è stato il lavoro di adattamento e traduzione?</strong></p>



<p>Antonio Di Francesco, che tra l&#8217;altro sta scrivendo un libro sulla Milano del primo Ottocento, ha svolto un lavoro eccellente ed è stato un piacere lavorare con lui.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché “Scacco alla pace”?</strong></p>



<p>In quanto è inevitabile che nonostante l&#8217;effetto che può aver avuto la minaccia della guerra, all’epoca essa era più che una eventualità concreta, essenzialmente, una minaccia, uno stratagemma di una complessa partita a scacchi nel quadro europeo. Che cosa si riproponeva di fermare Monaco in realtà? Non fermare un&#8217;invasione. Hitler non avrebbe potuto assolutamente invadere la Cecoslovacchia nelle condizioni in cui si trovava nel 1938, e ancor meno permettersi una guerra europea. La vera situazione era quella di un bluff nefasto e vincitore, uno scacco alla pace.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102900" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-600x600.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n-100x100.jpg 100w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/42730864_10156567789052530_3063427707825029120_n.jpg 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Che taglio ha dato al testo?</strong></p>



<p>Innanzitutto, ho cercato di scavare in profondità, mettendo in prospettiva tra loro, non solo i quattro protagonisti dell&#8217;Accordo di Monaco, Chamberlain per il Regno Unito, Daladier per la Francia e naturalmente Hitler e Mussolini. Ma anche i tre assenti dietro le scene, che sono il cecoslovacco Benes che per un minimo di pulizia di diritto internazionale avrebbe dovuto essere presente, e poi Stalin e Roosevelt, che erano i rappresentanti delle due principali superpotenze all&#8217;epoca non presenti, cioè l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. I quali guardavano agli esiti di Monaco senza volervi prendere parte. Allo stesso tempo ho molto insistito da una parte sulla debolezza e quindi sul bluff della posizione tedesca, dall&#8217;altra sulla mediazione di Mussolini, che molti storici, hanno completamente sottovalutato. Mussolini a Monaco ha svolto un ruolo indispensabile, e non soltanto di mediazione, ma molto più vicino oggettivamente alle posizioni franco-inglesi che alle posizioni tedesche.&nbsp;</p>



<p><strong>Perché lo fece?</strong></p>



<p>Non certo per simpatia per lo stato cecoslovacco, di cui poco o nulla gli importava, ma perché, dopo l’Anschluss di pochi mesi prima, marzo rispetto a settembre, era convinto ormai che bisognasse arginare l&#8217;avanzata tedesca nell&#8217;Europa centrale e successivamente nell&#8217;Europa mediterranea. E quindi era una causa di forza maggiore che lo ha portato a prendere questa posizione.&nbsp;</p>



<p><strong>Come vissero i paesi democratici quel quadro?</strong></p>



<p>È importante evidenziare che la Conferenza di Monaco si svolse in un clima di usura psicologica del concetto di democrazia e della forza delle democrazie rispetto ai totalitarismi che nascono, che danno veramente la misura del fatto che la storia di quel periodo e di quegli anni non potesse non portare ad un nuovo conflitto internazionale.</p>



<p><strong>La guerra era inevitabile?</strong></p>



<p>Erano troppi i rigurgiti, al di là della sorte dei Sudeti, della sorte della stessa Boemia Moravia, di quella operazione assolutamente fallita che sono stati i trattati di pace della Grande guerra. Dai quali venivano a galla troppe code che avrebbero portato ulteriori tensioni e tragedie, e che erano il prodotto di quanto era avvenuto allora. Non c’era tragedia più prevedibile della fine della Cecoslovacchia, del resto, come conferma tra gli altri E.P. Taylor.&nbsp;</p>



<p><strong>Un esponente della grande tradizione della storiografia inglese…</strong></p>



<p>Un uomo che considero tuttora un grandissimo storico, molto discusso, molto discutibile, che però rappresentava uno di quegli storici anglosassoni che oggi nel nostro mondo non esistono più. Gli ultimi (che ho avuto il piacere di conoscere) sono stati Richard Lamb, Seton-Watson, ovvero degli storici che avevano, da inglesi, un senso dell&#8217;Europa continentale veramente impressionante. Un tempo c&#8217;era, infatti, questo senso della storiografia inglese, che è stata la grande storiografia dell&#8217;otto-novecento, che era incredibilmente capace di guardare oltre la Manica e comprendere l’Europa e il mondo. Mentre oggi assistiamo, mi spiace dirlo, ad una storiografia di risulta. È incredibile vedere come libri anche tradotti in Italia, pecchino di errori su troppi aspetti. Pensiamo alle varie interpretazioni sull&#8217;episodio che è stato una delle possibili conseguenze positive di Monaco, ossia la visita di Chamberlain a Roma nel gennaio del ’39. Su tale episodio, in troppi continuano a dire che era una visita orchestrata da Mussolini per separare Londra da Parigi. Una totale falsità perché in quella occasione non si parlò della Francia. Se non rapidamente. L&#8217;ossessione di Mussolini in quel momento, infatti, era Hitler… Uno dei tanti esempi delle semplificazioni che ruotano attorno alle vicende relative agli accordi di Monaco.</p>



<p><strong>Quale è la vera immagine che scaturisce del Mussolini di Monaco e post-Monaco, al di là di quello che viene raccontato, come ad esempio la storia stereotipata del suo parlare un francese da albergatore?</strong></p>



<p>L’esempio che ha citato, oltre ad essere falso perché Mussolini parlava per i tempi un buon francese, rappresenta quell&#8217;immagine dozzinale e caricaturale – che io, peraltro, nella mia precedente biografia di Mussolini ho cercato (non so se ci sono riuscito) di smantellare o quantomeno di mettere tra parentesi – del ruolo italiano a Monaco, che va rivista e superata. Monaco, infatti, è, dal punto di vista mussoliniano, l&#8217;apice e l&#8217;inizio dell&#8217;inarrestabile decadenza del personaggio. La Conferenza di Monaco ha un vincitore che avrebbe potuto, in quel momento, se non salvare la pace, quantomeno impedirne lo scacco: quell’uomo era Mussolini. Pensiamo all&#8217;invenzione della Commissione degli ambasciatori. Che non era il classico cerotto diplomatico: almeno, era un cerotto diplomatico che, interpretato bene, poteva avere il suo significato. A cui spettava, tra le altre cose, decidere le nuove frontiere della Cecoslovacchia post sudetica. Ed anzi contrariamente a quello che afferma la storiografia anglosassone, a mio avviso di risulta, che ha subito trattato la conferenza degli ambasciatori come insignificante, essa è fallita non perché non “lavorava”, ma perché lavorava troppo bene. È stata sabotata dalle ambizioni naziste, specie dei più oltranzisti, che ovviamente erano segnate dal fatto di non aver ottenuto quello che speravano di più da Monaco. Cioè, il placet per l&#8217;occupazione del protettorato della Boemia Moravia, che era quello che interessava di più per le famose “terre rare” di cui è ricca l’area. I tedeschi, infatti, si rendono conto che all’interno della conferenza degli ambasciatori, l&#8217;italiano Bernardo Attolico (un grande servitore dello Stato e della pace) era molto più vicino alle posizioni dei francesi e inglesi e quindi resisteva alla pressione tedesca.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="704" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-704x1024.jpg" alt="" class="wp-image-102901" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-704x1024.jpg 704w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-768x1117.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML-600x873.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/61zhvSQa9ML.jpg 800w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p><strong>E quale furono le conseguenze di tali resistenze italiane?</strong></p>



<p>Annullarono di fatto la conferenza. Mussolini aveva introdotto molti elementi di garanzia. Ovviamente non perché avesse a cuore l’ordine internazionale e il destino dei Sudeti e dei cecoslovacchi. Anzi&#8230; Lo fece perché, dopo l&#8217;Anschluss, che era stata all’epoca la sua più grande sconfitta in politica estera, non voleva un ulteriore rafforzamento tedesco in Europa centrale e danubiana, che avrebbe portato verso l&#8217;Italia un nuovo nemico strategico.</p>



<p><strong>Una delle figure che più colpisce nel testo è quella del principale inquilino del Quai d’Orsay di allora, Alexis Leger, noto ai più come Saint-John Perse. Che ruolo svolse il poeta di&nbsp;<em>Anabasi</em>&nbsp;in questo quadro?</strong></p>



<p>Leger era un uomo dotato di una doppia natura; potremmo definirlo una pirandelliana eminenza grigia del Quai d&#8217;Orsay dal 1933 sino alla vigilia della disfatta del 1940. Il suo potere, accresciuto da un fascino esotico e magnetico che si imponeva a uomini e donne, si era già affermato sotto Aristide Briand, di cui era stato capo di gabinetto. Fu l&#8217;inizio di una fulminea ascesa, benché, come il suo predecessore e mentore Philippe Berthelot, Leger non avesse mai ricoperto un solo incarico di capo missione all&#8217;estero, il che equivale a dire, per un militare, non aver mai comandato un&#8217;unità al fronte. Sul poeta, uno dei più grandi del suo tempo, insignito del premio Nobel nel 1960, non vi è altro da aggiungere; ma come diplomatico egli si mosse senza la minima fedeltà per nessuno, compresi i suoi stessi protettori e le sue molte, influenti amanti. Sono state ampiamente sottolineate le ambiguità e le distorsioni nell&#8217;immagine di sé che volle tardivamente consegnare ai posteri nella curatela delle sue opere complete nella prestigiosa collezione della ‘Pléiade’. Eppure, a fronte di quanti sistemavano e ritoccavano periodicamente i loro ricordi come Bonnet, il suo lungo silenzio nell&#8217;esilio americano avrebbe fornito armi ai detrattori, fino all&#8217;implacabile ostilità che gli avrebbe riservato il generale de Gaulle, che vide in lui il principale concorrente (e detrattore) della France Libre presso Roosevelt e il Dipartimento di Stato. È difficile comprendere la natura di un uomo che eга senza dubbio un ardente patriota come Berthelot, anche se molto meno laborioso, cartesiano e, se vogliamo, tradizionalmente francese di lui. Resta da chiedersi che cosa ci fosse nelle sue origini di figlio delle Antille, nella sua aggrovigliata, solitaria e narcisistica personalità – dote forse di un poeta, assai meno di un diplomatico –, che lo portasse a disprezzare i suoi simili e a provocare i loro aspri risentimenti. L&#8217;italofobia, che condivideva con il suo predecessore una lunga tradizione al Quai d&#8217;Orsay, era solo l&#8217;aspetto più evidente di un atteggiamento che si rivelò dannoso prima di Monaco e, ancor più, dopo di allora. Nella crisi cecoslovacca, il suo ruolo, molto discusso, risultò, a nostro avviso, più onorevole di quello dei suoi capi politici, ma a Monaco non fu in grado di consigliare la resistenza a un Daladier che era già pronto a cedere. Collaboratori e ammiratori hanno lodato la sua “stravagante flessibilità tattica [combinata con] un&#8217;inesorabile de-terminazione di intenti”. I critici hanno invece sottolineato che “egli appare allo storico avvolto dalla nebbia di un&#8217;indecisione che forse ha deliberatamente e artificialmente messo a punto”. Insomma, se nel suo successivo esilio americano di sconfitto il poeta sapeva sciogliere le contraddizioni dell’uomo nella forza di un verbo alato di straordinaria pregnanza lirica, l’ormai ex grand commis costantemente teso a levigare e a valorizzare la sua immagine sembrava non sapere più chi fosse stato veramente. Forse non lo aveva mai saputo, altro lusso dei poeti… Leger, quindi, è un personaggio considerato molto negativamente, seppur meno di altri, la cui attività è stata molto più ondivaga per vari motivi, anche di carriera.</p>



<p><strong>Ovvero?</strong></p>



<p>Arrivato giovanissimo segretario generale, non voleva lasciare quel posto; sapeva di avere molti nemici, quindi ha dovuto traghettare un po’ tra le varie correnti. Questo è umano e non gli si può essere costituita un&#8217;accusa. Mi risulta però difficile iscrivere sia lui che Eden, che è il suo equivalente inglese, come fa invece certa storiografia, nella scuola della fermezza contro la scuola dell&#8217;appeasement. Chi vede queste cose in modo schematico non sa cos&#8217;è la storia, non sa cos&#8217;è la diplomazia, non sa cos&#8217;è la vita parlamentare e politica dove è inevitabile che secondo i momenti e le circostanze vengano prese delle scelte più o meno, come dire, conformi agli ideali. Bisogna vedere le cose in questi termini.</p>



<div type="post" ids="83520" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>Non fu l’unico a fare quegli errori ed inciampi del resto…</strong></p>



<p>Basti pensare che Churchill, che certamente era un uomo di visione, ideali, e di grande e profondo senso della storia, di grande e profondo senso delle opportunità degli uomini nella storia, perfino lui nel 1938, al ritorno di Chamberlain, non poteva mettersi contro un&#8217;opinione pubblica che era il 90% per la pace di Monaco. Chamberlain era in quel momento il più popolare leader politico inglese dal Duca di Wellington, vincitore di Napoleone. Però, mentre il Duca di Wellington ha dimostrato, vincendo sul campo, la sua superiorità su Napoleone, quella di Chamberlain è teorica, perché egli torna avendo evitato la guerra, cioè essendo perfettamente caduto nel bluff di Hitler.</p>



<p><strong>Magistrale nel testo è l&#8217;apparato di note, le considerazioni a pedice, che formano quasi un involontario romanzo ergodico per certi aspetti. Che significato ha per lei l’uso delle note?</strong></p>



<p>Sono un innamorato delle note ed è per questo che a tutti i miei editori – a volte ci riesco, a volte no – chiedo che vengano messe a fondo pagina. Sono innamorato delle note non solo per il motivo che le note possono dare, senza interrompere la narrazione, alcuni elementi biografici e bibliografici. Ma soprattutto perché le note rappresentano, ai miei occhi, un po&#8217; l&#8217;equivalente delle voci del coro, delle voci a parte in un&#8217;opera lirica o nel teatro goldoniano. Sono quasi un coro, o delle voci individuali, però, che ci dicono chi era veramente Buffi, o perché Mussolini non potesse agire contro i suoi avversari. In questo senso vorrei che anche il lettore generico potesse leggere e godere delle note e di ciò che esse rappresentano nel mio percorso.&nbsp;</p>



<p><strong>Che cosa ha in cantiere l&#8217;ambasciatore Maurizio Serra per i lettori?</strong></p>



<p>Cerco di alternare i generi, sto rivedendo le edizioni tascabili di molti dei miei libri. Il primo obiettivo è quello dell&#8217;edizione tascabile francese del D’Annunzio e dell’edizione italiana di Mussolini, che dovrebbero uscire nell&#8217;autunno inoltrato o all&#8217;inizio del prossimo anno. Poi ci sono appunto i nuovi progetti.&nbsp;<strong><a href="https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2970794/amori-diplomatici" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vorrei ultimare la trilogia narrativa del Michoumistan</a>&nbsp;</strong>perché questo paese immaginario è un po&#8217; il paese, del Dottor Stranamore, ossia quello dei conflitti che da terribili possono diventare nazionali e via dicendo. Quindi un po&#8217; la parafrasi della sicurezza del mondo e della condizione in cui un diplomatico vive. Per il resto cerco di mantenere i rapporti, letterari e non, con le varie istituzioni con le quali collaboro.</p>



<p><strong><em>Francesco Subiaco</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Monaco, Führerbau, 30 settembre 1938, foto di gruppo con i firmatari dell’accordo; il poeta Saint-John Perse, ovvero Alexis Léger, si scorge sullo sfondo, tra Mussolini e Ciano</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/monaco-1938-maurizio-serra/">Monaco 1938: il bluff di Hitler. Dialogo con Maurizio Serra</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/03/Neville-Chamberlain-Galeazzo-Ciano-Edouard-Daladier-Benito-September-1938-1024x789.webp</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Sono stufa marcia della mia famiglia”. La biografia estrema di Tove Ditlevsen</title>
		<link>https://www.pangea.news/tove-ditlevsen-gioventu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Mar 2023 05:21:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Fazi editore]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[Tove Ditlevsen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=94956</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le pareti della gelida stanzetta dove sceglie di vivere la giovane Tove sono così sottili che si sente tutto. La voce, il “ruggito”, di Hitler, intervallato dai ritmici Heil, filtra dalla stanza della padrona nazista, la signora Suhr, che tiene, in soggiorno, un grande ritratto del Führer. Soffiano venti che porteranno alla Seconda guerra mondiale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tove-ditlevsen-gioventu/">“Sono stufa marcia della mia famiglia”. La biografia estrema di Tove Ditlevsen</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le pareti della gelida stanzetta dove sceglie di vivere la giovane Tove sono così sottili che si sente tutto. <strong>La voce, il “ruggito”, di Hitler, intervallato dai ritmici <em>Heil</em>, filtra dalla stanza della padrona nazista, la signora Suhr</strong>, che tiene, in soggiorno, un grande ritratto del Führer. Soffiano venti che porteranno alla Seconda guerra mondiale dentro il secondo volume della <em>Trilogia di Copenaghen</em>, <a href="https://fazieditore.it/catalogo-libri/gioventu/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><em>Gioventù </em>di Tove Ditlevsen</strong> (Fazi Editore</a>, traduzione a cura di Alessandro Storti).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="673" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/gioventuxx-673x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94957" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/gioventuxx-673x1024.jpg 673w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/gioventuxx-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/gioventuxx-600x913.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/gioventuxx.jpg 710w" sizes="(max-width: 673px) 100vw, 673px" /></figure>



<p><em>Gioventù </em>(dall’originale danese <em>Ungdom</em>) si collega a<em> Infanzia</em> che era uscito nel 1967 e poi in Italia solo grazie a Fazi lo scorso anno. Il romanzo riprende il filo della narrazione autobiografica, ritroviamo Tove nelle stesse misere stanze popolari dove l’avevamo lasciata, sentiamo gli stessi colpi di tosse secca del fratello Edvin, che, nel frattempo, si è sposato con la vacua Grete per scappare di casa, cogliamo gli stessi aneliti di libertà, le difficoltà economiche in cui continua a versare la sua famiglia e lei, il desiderio di scrivere e vedere pubblicate le proprie poesie.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Sono stufa marcia della mia famiglia. È come se me la ritrovassi in mezzo ai piedi ogni volta che cerco di muovermi in libertà. Forse riuscirò a svincolarmi solo quando mi sposerò e a mia volta metterò su famiglia”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Lungo la prima giovinezza si susseguono incontri con alcuni ragazzi, un fidanzato: Aksel che suo padre si diverte a prendere in giro, per fargli fare la figura dell’ignorante. Non sa, infatti, nulla, ad esempio, delle Olimpiadi di Berlino. “Allude a quelle di Berlino, dove gareggiano le nostre nuotatrici, ma Aksel non sa niente, né di queste, né di altre Olimpiadi. Sa a malapena qualcosina su Hitler e sulla situazione mondiale, e non ha letto <em>Der letzte Zivilist</em> di Ernst Glaeser. Io invece sì, perciò sono ben informata sulle persecuzioni antisemite e sui campi di concentramento, cose che mi riempiono di angoscia. Se la sua compagnia è tanto riposante, è proprio perché Aksel non sa niente di tutto ciò che può fare paura, in quest’epoca”. La gioventù è un peso per Tove:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“i miei anni verdi non sono altro che una carenza, un impedimento, del quale non sarà mai troppo presto per sbarazzarmi”.</strong></p>
</blockquote>



<p>E ancora:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“la giovinezza è provvisoria, fragile, incostante. È fatta per lasciarsela alle spalle, non ha altro scopo che questo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>A leggere questo romanzo non sembra passato tutto questo tempo, eppure Tove Ditlevsen è nata il 14 dicembre del 1917 e si è tolta la vita il 7 marzo del 1976. Una vita dentro il secolo breve che sembra scritta ieri. Basti leggere questo frammento, in cui si definisce “un cane perduto, senza collare”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Intanto che aspetto, continuo a guardare i bambini e gli innamoratini che con il caldo escono dalle loro case. Guardo anche i cani; i cani, e anche i loro padroni. Alcuni cani hanno un guinzaglio corto, che viene strattonato con impazienza ogni volta che si fermano. Altri hanno un guinzaglio lungo, e il padrone aspetta con impazienza, mentre un odore sconosciuto accende l’interesse del cane. Un padrone così, lo vorrei anch’io. In una vita così, mi troverei bene. E poi ci sono i cani senza padrone, che corrono confusi tra le gambe della gente, in apparenza senza godersi la loro libertà. Sono un po’ così anch’io: un cane senza padrone, arruffato, confuso e solo”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Una ragazza che “si guadagna il pane da sola” e che nonostante comuni desideri di giovane donna, culla il sogno di diventare poetessa e riesce a vedere la sua poesia stampata, sul periodico “Vild Hvede”, una poesia che parla di un bambino nato morto.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“Mai ho udito la tua voce delicata.</strong><br><strong>Mai con labbra rosee mi hai sorriso.</strong><br><strong>Ma il minuscolo calcetto dei tuoi piedi</strong><br><strong>mai e poi mai dimenticherò”.</strong></p>
</blockquote>



<p>Una ragazza fragile e determinata che viene licenziata in tronco quando una sua poesia viene alla luce. Infine il miracolo: il suo libro di poesie viene stampato in cinquecento copie, grazie ad un amico speciale, Viggo F. Moller: <em>Anima di fanciulla</em>. “Il libro esisterà per sempre, indipendentemente dalla piega che prenderà il mio destino. Apro una copia e leggo alcuni versi. Sono stranamente distanti ed estranei, ora che li vedo stampati. Apro un’altra copia, perché non riesco a capacitarmi del fatto che tutte contengano le stesse cose. E invece è così. Forse il mio libro entrerà nelle biblioteche. Magari, prima o poi, una bambina che in tutta segretezza ama la poesia lo troverà lì, leggerà questi versi e ne ricaverà un’emozione che le persone intorno a lei non comprenderanno. E quella particolarissima bambina non sa nulla di me. Non rifletterà nemmeno sul fatto che io sia una giovane donna in carne e ossa, che lavora, mangia e dorme come gli altri esseri umani”.</p>



<p><strong><em>Linda Terziroli</em></strong></p>



<div type="product" ui="style-3" ids="92852 " class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tove-ditlevsen-gioventu/">“Sono stufa marcia della mia famiglia”. La biografia estrema di Tove Ditlevsen</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/05overlooked-ditlevsen-3-0b87-mobileMasterAt3x-e1678976024671-1024x728.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Eppure è fragile, questo mostro della storia”. La nascita di Hitler</title>
		<link>https://www.pangea.news/hitler-regis-jauffret-1889/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Mar 2023 05:44:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura francese]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Linda Terziroli]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Régis Jauffret]]></category>
		<category><![CDATA[Shoah]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=94858</guid>

					<description><![CDATA[<p>Viaggio all’origine del male. Il male assoluto del Novecento ha un nome e un cognome che, in questo romanzo, per scelta, non viene pronunciato mai. 1889 (edizione Clichy, traduzione a cura di Tommaso Gurrieri) è il titolo, un anno di nascita, il cuore del male, appunto, la sua venuta al mondo. L’audace scrittore Régis Jauffret [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hitler-regis-jauffret-1889/">“Eppure è fragile, questo mostro della storia”. La nascita di Hitler</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Viaggio all’origine del male. Il male assoluto del Novecento ha un nome e un cognome che, in questo romanzo, per scelta, non viene pronunciato mai. <strong><a href="https://edizioniclichy.it/libro/1889/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>1889</em> (edizione Clichy, traduzione a cura di Tommaso Gurrieri) è il titolo, un anno di nascita</a>,</strong> il cuore del male, appunto, la sua venuta al mondo. L’audace scrittore <strong>Régis Jauffret</strong> (nato a Marsiglia nel 1955) ha pubblicato, in Italia prima che altrove, il romanzo dedicato alla gestazione fatale di Klara e alla venuta al mondo di Adolf Hitler. Se “nascere è cadere nel tempo” come suggerisce Marina Cvetaeva, la nascita del futuro dittatore indica la rovinosa caduta del mondo.</p>



<p><strong>Che cosa sappiamo di Klara? La madre di Hitler si chiamava Klara Pölzl e per nove mesi porta in grembo un feto, il piccolo uomo che rappresenta l’incarnazione del male, il male che si fa carne, dal luglio 1888 all’aprile 1889.</strong> Se riportiamo il male indietro nel tempo, se ne scaviamo la terra intorno per trovarne le radici, se lo scarnifichiamo e lo riduciamo all’osso, all’embrione in via di sviluppo, non per questo ci terrorizzerà di meno. Guardando, grazie alla geniale intuizione letteraria di Jauffret, dentro la pancia come dentro la misera vita di questa giovane gestante umile e maltrattata vittima di nome Klara, non ci fa meno paura né pena. Perché il male non inizia e non finisce con Hitler anche quando quel minuscolo esserino era un fragile fuoco di paglia immerso nel liquido e buio grembo materno.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/JAUFFRET1889CopertinaSingola-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-94859" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/JAUFFRET1889CopertinaSingola-683x1024.jpg 683w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/JAUFFRET1889CopertinaSingola-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/JAUFFRET1889CopertinaSingola-600x900.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/JAUFFRET1889CopertinaSingola.jpg 720w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p>Il padre di Hitler, lo “Zio” del romanzo, era sicuramente un verme ma anche un imbecille, ci spiega Jauffret nella sua postfazione all’opera.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Eppure è fragile, questo mostro della storia che allo stesso tempo è già ma non è ancora. In ogni istante sua madre potrebbe perderlo, morire lei stessa prima di partorirlo in un tempo in cui la speranza di vita era magra, senza contare il fatto che se fosse stato concepito un altro giorno sarebbe stato un altro”.</strong></p></blockquote>



<p>E questa stessa gravidanza per come si è conclusa, a differenza delle precedenti, cioè con la sopravvivenza del bambino, ha posto le basi per una tragedia storica.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Questo romanzo si svolge parallelamente al concepimento e allo sviluppo del feto che matura nel suo ventre e che contiene nelle proprie fibre la Shoah che senza Hitler probabilmente non avrebbe avuto luogo”.</strong></p></blockquote>



<p>Le conseguenze del male si tramandano nei secoli e forse nascono proprio da quel tessuto di vita in cui una madre come Klara è immersa. Lo “Zio”, in verità il cugino presso cui prestava servizio e con cui ha concepito questo bambino, pretende che il travaglio e il parto si svolgano silenziosamente. Non una macchia di sangue sul materasso, non un grido. <strong>Dopo i tre aborti precedenti. “Ho paura come un condannato. Tutti gli esseri umani sono nati da un supplizio.</strong> Le donne dimenticano, altrimenti strangolerebbero con le loro mani lo strumento della loro tortura quando esce dal ventre”, sono le parole annotate dalla donna poco prima dell’inizio del travaglio.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="93393 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Per soffocare le grida della partoriente, lo Zio le mette persino un cuscino sulla bocca rischiando di soffocarla. E poi, la nascita.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“«Tenete signora, ecco il vostro maschietto». Lo ha posato su di me. Un neonato ancora rossastro. Purtroppo le scritture attestano che in quel sabato Gesù discendeva a visitare l’Inferno. Rimpiangevo di non aver saputo ritardare la sua nascita fino alla radiosa domenica della Sua resurrezione. Tuttavia ho versato lacrime di felicità. Lui si è arrampicato dolcemente fino al mio seno. Si è messo a poppare. Pointecker ha detto che sarebbe stato un bambino sveglio. Johanna ha battuto le mani. Lo Zio ha espresso il suo timore di vederlo morire da piccolo come il resto dei suoi fratelli. «Purché non sia nato inutilmente». Era il 20 aprile 1889. «Le sei e mezzo del pomeriggio»”.</strong></p></blockquote>



<p>Il mostro era nato, a lui era stato affidato un cognome storpiato, Hitler appunto, trasformato dall’originale «Heidler», da Aloïs, per una mania di grandezza.</p>



<p>A differenza di Klara, la madre di Mary Shelley morì dandola alla luce, la femminista Mary Wollstoncraft. Mary Shelley, come Klara, ebbe quattro figli, tre dei quali morirono, compresa la piccola Clara, che stava aspettando, mentre concepì l’opera <em>Frankenstein</em>, il mostro che prende vita e cerca di uccidere il suo creatore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/hitler-regis-jauffret-1889/">“Eppure è fragile, questo mostro della storia”. La nascita di Hitler</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/03/The_anatomy_of_the_human_gravid_uterus_foetus_in_utero._Wellcome_L0004302-676x1024.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Hans-Magnus Enzensberger: la parabola di uomo libero</title>
		<link>https://www.pangea.news/enzensberger-ritratto-vito-punzi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Nov 2022 05:16:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[Enzensberger]]></category>
		<category><![CDATA[Fidel Castro]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca]]></category>
		<category><![CDATA[Vito Punzi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=93679</guid>

					<description><![CDATA[<p>La lezione a proposito degli “uomini del terrore” A Hans Magnus Enzensberger (1929-2022) non è mancato il coraggio, anzitutto nel correggersi. Fu attratto dalla rivoluzione cubana, ma dopo un anno passato all’ombra della barba giovanile di Fidel Castro capì che “la cosa non poteva funzionare”. Dall&#8217;ideologia di quegli anni, quelli del “Kursbuch”, la rivista di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/enzensberger-ritratto-vito-punzi/">Hans-Magnus Enzensberger: la parabola di uomo libero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>La lezione a proposito degli “uomini del terrore”</em></strong></p>



<p>A Hans Magnus Enzensberger (1929-2022) non è mancato il coraggio, anzitutto nel correggersi. Fu attratto dalla rivoluzione cubana, ma <strong>dopo un anno passato all’ombra della barba giovanile di Fidel Castro capì che “la cosa non poteva funzionare”.</strong> Dall&#8217;ideologia di quegli anni, quelli del “Kursbuch”, la rivista di agitazione politico-letteraria da lui diretta tra il 1965 e il 1975, quelli della grande illusione per una rivoluzione imminente e liberatrice, il poeta, traduttore e critico tedesco ne è uscito presto. Per riaffermare la sua natura più vera, quella di poeta anzitutto, nel 1978, con <em>La fine del Titanic </em>(Einaudi, 1997), un poemetto in 33 canti che celebrava la fine delle utopie, quelle del progresso e delle grandi ideologie liberatrici su tutte, ma successivamente, all’inizio degli anni ’90, per allontanarsi dalla sinistra <em>tout court</em>, non solo da quella intollerante e violenta, oscillante tra stalinismo e anarchismo, a lui ben nota.</p>



<p><strong>È al tempo della prima guerra del Golfo che, insieme a pochi altri intellettuali tedeschi, prende una propria autonoma posizione di legittimazione del conflitto, azzardando un paragone Saddam-Hitler,</strong> distanziandosi radicalmente dalle posizioni di Habermas e Grass e criticando duramente il Movimento pacifista tedesco, accusato di ingratitudine nei confronti degli Stati Uniti, dei liberatori dalla dittatura nazista e di poco coraggio nelle battaglie per la libertà. Quella presa di posizione rispetto all’<em>establishment</em> culturale dominante fece guadagnare a Enzensberger l’onore di essere elencato tra i rappresentati della “nuova destra” tedesca. In un autorevole studio pubblicato nel 1995, dedicato agli intellettuali accomunati da tratti di pensiero nazionalista, l’autorevole storico Richard Stöss accostò il suo nome a quello, tra gli altri, di Ernst Nolte, Botho Strauss, Armin Mohler e Klaus Motschmann. La grande ubriacatura ideologica era davvero finita e da allora da parte di Enzensberger non c’è stata più ritrattazione. Anzi, con maggior convinzione ha legittimato la seconda guerra all’Iraq, dichiarando la propria “gioia trionfale” al momento dell’abbattimento del regime di Saddam Hussein.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="647" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/758x1200-647x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93680" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/758x1200-647x1024.jpg 647w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/758x1200-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/758x1200-600x950.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/758x1200.jpg 682w" sizes="(max-width: 647px) 100vw, 647px" /></figure>



<p>Per quanto detto, sorpresero non poco certi commenti nostrani a proposito del suo pamphlet <em>Il perdente radicale</em> (Einaudi, 2007). <strong>Da taluni Enzensberger era ancora considerato “un punto di riferimento per molta sinistra europea” (Giuliano Ferrara).</strong> Già il titolo originale, vizio frequente tra i nostri editori, era stato manomesso: in tedesco suonava decisamente meno soft: <em>Uomini del terrore. Saggio sui perdenti radicali</em>. Per tracciare i tratti del “perdente radicale” Enzensberger si interrogava circa le sue condizioni personali di vita, senza indulgere troppo in psicologismi o sociologismi. Tanto meno utilizzava vecchi criteri marxisti: <strong>“Con le categorie dell’analisi di classe non è possibile venire a capo delle contraddizioni che qui si prospettano”, si preoccupava di precisare.</strong> Interessante il richiamo a Hitler e al nazionalsocialismo quali esempi storici di “uomini del terrore”, non solo per il parallelo tra il combattente nazista e il terrorista islamico fondato sullo sterminio di altri, ma anche per il comune obiettivo, più o meno cosciente: il suicidio, personale e collettivo. “Non è peregrina”, sosteneva Enzensberger, “l’ipotesi che Hitler e i suoi accoliti non mirassero a vincere, ma a radicalizzare e perpetuare il loro <em>status</em> di perdenti”. Non a caso dunque il Führer avrebbe affermato che il popolo tedesco non meritava di sopravvivere. L’attentato suicida, scriveva ancora il poeta.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“esercita un’attrazione irresistibile sul perdente radicale, perché gli consente di sfogare le sue fantasie megalomaniache e insieme l’odio verso se stesso”.</strong></p></blockquote>



<p>Nella pur rapida disamina contenuta in poche decine di pagine, il libro si rivelava di grande interesse anche perché riproponeva con coraggio il tema del conflitto di civiltà, specificando che non si tratta di discutere presunte inferiorità razziali. Piuttosto, il poeta si rifaceva all’Arab Human Development Report, frutto di una ricerca commissionata dall’ONU e realizzata tra il 2002 e il 2004 da studiosi arabi, <em>in primis</em> l’egiziano Nader Fergany. Apprezzando il coraggio dell’autocritica, Enzensberger sottolineava i pesanti deficit circa la libertà politica e religiosa, lo sviluppo economico, l’istruzione e il sapere e la situazione delle donne. Da questo quadro, si poneva una domanda definita “tormentosa”: <strong>perché la decadenza della civiltà dell’islam, giunta al suo culmine con il califfato, “di gran lunga superiore all’Europa militarmente, economicamente e culturalmente”?</strong> E qui Enzensberger decideva coraggiosamente di affrontare le cause endogene, denunciando la facile attribuzione di colpe al “grande Satana” (gli americani, gli ebrei) e rifacendosi al saggio di Dan Diner, <em>Il</em> <em>tempo sospeso. Stasi e crisi nel mondo musulmano </em>(Garzanti 2007), dove, per esempio, i ritardi nello sviluppo del sapere scientifico e tecnico vengono fatti risalire alla decisione dei giuristi islamici del XV secolo, sulla base del dogma che nessun altro libro fosse lecito oltre al Corano, di non introdurre il torchio tipografico: la conseguenza fu che la prima tipografia capace di produrre libri con caratteri arabi venne fondata con tre secoli di ritardo rispetto all’Europa.</p>



<div type="product" ui="style-3" ids="93393 " class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Da ultimo, tanto per ribadire la radicale ricusazione rispetto alla cultura sinistrorsa nelle cui braccia per decenni si era abbandonato, Enzensberger individuava i precursori del modello organizzativo dei terroristi islamici “specialmente” nel “terrorismo radicale di sinistra degli anni Sessanta e Settanta”. <strong>Ancor più esplicitamente, Enzensberger ricordava che “il Corano prende il posto di Marx. Lenin e Mao, e a Gramsci subentra Sayed Qutb”</strong> e, infine, al partito rappresentante il proletariato mondiale si era ormai sostituito “il vastamente ramificato reticolo cospirativo dei combattenti islamisti.”</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>La “storia molto tedesca” del generale Hammerstein</em></strong></p>



<p><em>Hammerstein o dell’ostinazione </em>(Einaudi, 2008) è stato il terzo romanzo documentaristico di Enzensberger. Al centro della vicenda, il pigro padre di sette figli Kurt Freiherr von Hammerstein-Equord, la cui carriera raggiunse l’apice nel 1930, con la nomina a capo dell’esercito tedesco. Ad appena un anno dall’ascesa al potere di Hitler, era il 1° febbraio 1934, dopo aver ascoltato il fresco cancelliere esporre durante un incontro segreto i propri piani militari d’aggressione, rassegnò le dimissioni e si decise per il ritiro a vita privata. <strong>Accanto al generale, di formazione prussiana e tra gli ispiratori dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, nel romanzo gioca un ruolo centrale l’intera sua famiglia. Due delle quattro figlie divennero infatti comuniste, finendo col passare materiale segreto all’Unione Sovietica</strong>, mentre due dei tre maschi figurarono tra le fila degli ufficiali della Wehrmacht organizzatori del citato attentato. Eppure il nocciolo di quel libro era un altro, cioè il doppio gioco dei comunisti russi, pianificato fin dal 1919: sostenere insurrezioni in tutta la Germania per far scoppiare anche lì la rivoluzione e insieme, tramite l’Armata Rossa, trattare con la Reichswehr. “Se la Germania si metterà dalla parte della Russia, sarà invincibile”, così Karl Radek, membro del Comitato esecutivo del Komintern ed emissario dei bolscevichi a Berlino nel 1919. Dopo il Trattato di cooperazione russo-tedesca di Rapallo del 1922 quelle attività che sarebbero dovute restare clandestine (reciproci soggiorni di formazione militare tra Armata Rossa e Reichswehr) subirono negli anni Venti un considerevole incremento. Perfino il nome di Hammerstein, che non nascondeva le proprie simpatie per la realtà sovietica, figura tra gli ospiti più illustri ricevuti in quegli anni con la massima riverenza dall’Armata Rossa. Questo, accanto ai già altrove sperimentati dialoghi immaginari con i morti, agli aneddoti e alle interviste ai sopravvissuti, è ciò che ha raccontato e dettagliato Enzensberger con il rigore dello storico navigato.</p>



<p>*</p>



<p><strong><em>Hitler, “politico molto dotato”, e Castro, il “dittatore”</em></strong></p>



<p>Fu poco dopo la pubblicazione in Germania di <em>Hammerstein </em>che dall’“irregolare” tedesco arrivarono, attraverso il settimanale svizzero “Die Weltwoche” (numero 4/2008), considerazioni sul Führer, sul nazismo e sull’approccio dei suoi connazionali alla storia di quel regime.</p>



<p>Enzensberger faceva notare come nella scuola tedesca contemporanea “quei dodici anni (1933-1945) occupino uno spazio assolutamente sovradimensionato”, e come si fosse soliti “separare rigidamente il bene e il male”. “Al contrario, si presta poco ascolto”, lamentava lo scrittore, “a coloro, probabilmente la maggioranza, che non si comportarono al cento per cento in un certo modo.”</p>



<p>Alla domanda se Hitler invece sia stato al cento per cento cattivo (il “male assoluto”, direbbe qualcuno), <strong>Enzensberger non esitava ad attribuire all’austriaco la qualifica di “politico molto dotato” (<em>hochbegabt</em>): “Bisogna pur dirlo, ha captato con più precisione rispetto agli altri le forze latenti in Germania nel 1931”.</strong> Altrettanto interessante il giudizio secondo il quale Hitler non fosse da considerare un “patriota”, in quanto “il popolo tedesco era la massa da usare per il suo fine”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="662" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61r0LkMIIOL-662x1024.jpg" alt="" class="wp-image-93681" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61r0LkMIIOL-662x1024.jpg 662w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61r0LkMIIOL-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61r0LkMIIOL-600x928.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/61r0LkMIIOL.jpg 698w" sizes="(max-width: 662px) 100vw, 662px" /></figure>



<p>L’intervista, infine, conteneva anche un duro attacco al totalitarismo cubano (Castro, “il dittatore”) e alle esperienze di comunismo fatte nel Novecento. Dopo aver ricordato com’egli avesse sempre verificato di persona gli “esperimenti” socialisti distribuiti nel mondo, Ensensberger tagliava corto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><strong>“Il socialismo purtroppo non funziona. Punto. Non posso farci nulla, non l’ho inventato io”.</strong></p></blockquote>



<p>*</p>



<p><strong><em>Il coraggio di raccontare i propri fallimenti</em></strong></p>



<p>Varcata la soglia benemerita degli ottant’anni anni, un qualsiasi scrittore, almeno tra i teutonici, se non l’ha già fatto, comincia a pensare al riordino delle proprie opere (Günter Grass iniziò a farlo a sessant’anni&#8230;), puntando magari a nuove, raffinate riedizioni di quelle più riuscite. Non è stato così per Enzensberger, che nel 2010 in <em>I miei flop preferiti </em>(Einaudi, 2012) tracciò la propria autobiografia elencando e raccontando i progetti mai realizzati o, peggio ancora, miseramente falliti, perché, come scrive nella prefazione citando Hesse, “in ogni pena abita un’illuminazione”. Un elenco di débâcles personali redatto con orgoglio e senza autocompiacimento che rappresentò anche un invito ai suoi colleghi a smetterla con gli eterni lamenti circa l&#8217;ingiustizia del sistema, la stupidità del pubblico che non capisce&#8230; “Invece d&#8217;intrattenersi con simili rimostranze”, scriveva, “ha molto più senso tirare fuori la successiva carta dalla manica e, come dice una canzone popolare del 1793, tirare avanti ‘perché il piccolo lume è ancora acceso’”.</p>



<p>Certo quello cui poté attingere lo svevo era un cospicuo repertorio di fallimenti personali che spaziava dalla letteratura al cinema, dal teatro all&#8217;opera e all&#8217;editoria. Particolarmente numerosi i soggetti per film mai realizzati. E quello più caro a Enzensberger, di cui ha fatto il tema centrale della sua vita, <strong>era legato alla figura di Alexander von Humboldt, il biologo ed esploratore vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento: </strong>ad un certo punto, ricordava lo scrittore, tutto lasciava intendere che il suo soggetto sarebbe diventato un film. Poi però, l’imprevisto arrivò nel 2005: Daniel Kehlmann con il suo romanzo <em>La misura del mondo</em> (Feltrinelli, 2006). “In quel libro”, ammetteva Enzensberger, “venne alla luce un Humboldt che mi era sconosciuto e che rivelava molti bei tratti”. Entrato in concorrenza, lo svevo dovette soccombere.</p>



<div type="evento" ids="93642" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>I flop più interessanti sono stati però quelli editoriali. Nel 1961, insieme a Uwe Johnson, lo scrittore tedesco orientale fuggito dalla DDR, a Ingeborg Bachmann e altri decise che la Germania occidentale aveva bisogno di una rivista internazionale, non ideologica, sorprendente ed esteticamente attraente.</strong> Ci furono incontri preparatori un po’ dovunque in Europa e dall’estero sarebbero arrivati i contributi di Italo Calvino, di Pier Paolo Pasolini, di Jean Genet, di Marguerite Duras e di Roland Barthes. Il <em>magazine</em> si sarebbe dovuto chiamare prima “Halleluja”, poi “Gulliver” ed avrebbe dovuto “evitare tutto ciò che viene coltivato con noia, che è puritano, che viene rimarcato come serio”. Si volevano presentare <em>fiction</em> e <em>non fiction</em> in un’unità indissolubile, “una nuova poesia accanto all’analisi di un nuovo modello d’auto”: in breve, con la rivista si voleva “recensire l’intera realtà.” Purtroppo però, ricordava Enzensberger nel 2010, la realtà non volle lasciarsi recensire…e con una lettera inviata il 15 maggio 1963 ai potenziali collaboratori dovette comunicare che il progetto di rivista non sarebbe neppure partito, causa “l’assurda moltiplicazione dei costi tecnici” necessari per realizzarla. Tuttavia, anche in questo fallimento Enzensberger riuscì a vedere il positivo: appena due anni dopo sarebbe infatti uscito il primo numero di quello che sarebbe diventato il leggendario trimestrale “Kursbuch”.</p>



<p>Insomma, tanto di cappello a quest’“uomo universale”, come lo definivano in Germania, che ci ha appena lasciato.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/enzensberger-ritratto-vito-punzi/">Hans-Magnus Enzensberger: la parabola di uomo libero</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/11/honorarpflichtig-Hans-Magnus-Enzensb-9.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Dov’è la felicità?”. Solženicyn contro tutti. L’idolo di Putin e la solitudine di Stalin</title>
		<link>https://www.pangea.news/solzenicyn-putin-stalin/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2022 04:25:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Solzenicyn]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.pangea.news/?p=90162</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 1974 è l’anno decisivo per Aleksandr Solženicyn. L’anno prima, a Parigi, era riuscito a pubblicare Arcipelago Gulag: seguì, come si sa, l’espulsione dall’Unione Sovietica. Ospitato, in Germania, dallo scrittore Heinrich Böll, si spostò a Zurigo e infine negli Stati Uniti, invitato dalla Stanford University. Il 10 dicembre di quell’anno, riuscì a ritirare il Nobel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/solzenicyn-putin-stalin/">“Dov’è la felicità?”. Solženicyn contro tutti. L’idolo di Putin e la solitudine di Stalin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il 1974 è l’anno decisivo per Aleksandr Solženicyn. L’anno prima, a Parigi, era riuscito a pubblicare <em>Arcipelago Gulag</em>: seguì, come si sa, l’espulsione dall’Unione Sovietica.</strong> Ospitato, in Germania, dallo scrittore Heinrich Böll, si spostò a Zurigo e infine negli Stati Uniti, invitato dalla Stanford University. Il 10 dicembre di quell’anno, riuscì a ritirare il Nobel per la letteratura che gli era stato conferito nel 1970: il suo discorso, intitolato<em> Il grido</em>, è un inno alla lotta, ricco di asperità (lo si legge nel repertorio curato da Daniela Padoan, <em>Per amore del mondo. I discorsi politici dei premi Nobel per la letteratura</em>, Bompiani, 2018). Solženicyn fa un elogio dell’arte, della sua “sconvolgente influenza sugli esseri umani”, che sfiora l’eterno <strong>(“Siamo noi quelli destinati a morire – l’arte rimarrà”), critica l’ONU (“in un mondo immorale, ha finito per diventare immorale anch’essa”), richiama al compito eminentemente morale dello scrittore (“Se i carri armati della sua madre patria hanno inondato di sangue l’asfalto di una capitale straniera, gli schizzi macchiano per sempre il volto dello scrittore”),</strong> soprattutto, invita alla battaglia: “La menzogna può resistere a molte cose in questo mondo, ma non all’arte. E non appena la menzogna verrà dissipata, la nudità della violenza si rivelerà in tutta la sua bruttezza – e la violenza, decrepita, cadrà. Ecco perché, amici miei, sono convinto che possiamo aiutare il mondo nella sua ora cruciale. Non adducendo la scusa di non possedere armi né abbandonandoci a una vita frivola, ma andando alla guerra!”. Nel discorso, Solženicyn cita quasi unicamente Dostoevskij; il testo, prolisso, rabbioso, oceanico, dimostra, per così dire, le doti <em>profetiche</em> del grande scrittore russo.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90163 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/vivere-senza-menzogna-con-la-lettera-ai-dirigenti-dell-unione-sovietica-184x300.jpg" alt="" width="329" height="536" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/vivere-senza-menzogna-con-la-lettera-ai-dirigenti-dell-unione-sovietica-184x300.jpg 184w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/vivere-senza-menzogna-con-la-lettera-ai-dirigenti-dell-unione-sovietica-627x1024.jpg 627w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/vivere-senza-menzogna-con-la-lettera-ai-dirigenti-dell-unione-sovietica-768x1254.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/vivere-senza-menzogna-con-la-lettera-ai-dirigenti-dell-unione-sovietica.jpg 800w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></p>
<p>Quello stesso anno, tra l’altro, un po’ in tutto il mondo occidentale viene pubblicata la feroce <em>Lettera ai dirigenti dell’Unione Sovietica. </em>In Italia, è Mondadori a pubblicarla – nel libro <em>Vivere senza menzogna</em> – insieme ad <em>Arcipelago Gulag</em>. Proprio quest’opera, immane, viene accolta schifiltosamente dalla critica italiana; <a href="http://aconservativemind.blogspot.com/2007/11/larticolo-del-compagno-giorgio.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">il 20 febbraio del 1974 è il “compagno Giorgio Napolitano” – all’epoca “responsabile della Commissione culturale” del PCI – a definire la ‘linea’ del partito sul “Caso Solgenitsyn”.</a> Secondo Napolitano – il testo è pubblico su “l’Unità” e su “Rinascita” –, l’opera di Solženicyn è brandita dalle forze ‘reazionarie’ per screditare le sorti dell’URSS<strong> (“Si cerca così di diffondere una visione deforme dell’Unione Sovietica e insieme di negare l’originalità della prospettiva che sta davanti al movimento operaio del nostro paese e dell’Europa occidentale”)</strong>; il caso circoscritto di un singolo – che pure, singolarmente, mina le basi di un ‘sistema’ – non scalfisce la grandezza del tutto: “l’altra verità da ristabilire è quella relativa al punto cui era giunto il rapporto tra Solgenitsyn e Io Stato sovietico. Nessuno può negare che lo scrittore (come d’altronde si ammetteva tra le righe degli stessi articoli scritti nei giorni scorsi per esaltarlo) avesse finito per assumere un atteggiamento di «sfida» allo Stato sovietico e alle sue leggi, di totale contrapposizione, anche nella pratica, alle istituzioni, che egli non solo criticava ma si rifiutava ormai di riconoscere in qualsiasi modo. Non c’è dubbio che questo atteggiamento — al di là delle stesse tesi ideologiche e dei già aberranti giudizi politici — di Solgenitsyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell’URSS”. In sostanza: lo Stato sovietico ha fatto bene a eliminare la tenia, il virus, lo scrittore che lo combatte.</p>
<p>Già: Solženicyn è uno che <em>sfida </em>ed è con la categoria della sfida che va affrontata la sua opera, sfrontata; è uno che non sta buono, che non è cauto, che rompe i bicchieri e le scatole. Esercita il ruolo di scrittore come spazio di contraddizione permanente. <strong>Così, pur riparato in Occidente, critica con asprezza il sistema di vita occidentale. L’8 giugno del 1978, ad Harvard, Solženicyn sbatte in faccia agli americani le storture ‘spirituali’, ‘morali’ del proprio modo di vivere</strong>; eccone un brandello, di vigorosa nitidezza:</p>
<p>“Se mi chiedono se propongo l’Occidente, come è oggi, come modello per il mio paese, francamente rispondo negativamente. No, io non posso raccomandare questa società come ideale per la trasformazione della nostra. Attraverso una profonda sofferenza, le persone nel nostro paese hanno raggiunto uno sviluppo spirituale di una tale intensità, per la quale il sistema occidentale nel suo attuale stato di esaurimento spirituale non è attraente. Alcune caratteristiche della vita occidentale che ho considerato, sono estremamente tristi. Un fatto che non può essere contestato è l’indebolimento della personalità umana in Occidente, mentre in Oriente è diventata più ferma e più forte. In molti decenni siamo passati attraverso la formazione spirituale, molto in anticipo rispetto all’esperienza occidentale. Contrasti e conflitti spesso mortali, hanno prodotto personalità più forti, più profonde e più interessanti di quelle generate dagli standard del benessere occidentale&#8230; <strong>Dopo una sofferenza di decenni di violenze e oppressioni, l’anima umana desidera cose più elevate, più calde e trasparenti, rispetto a quelle offerte dalle abitudini di massa della vita odierna, introdotte da un’invasione rivoltante di pubblicità commerciale, da stupidi spettacoli tivù e da musica intollerabile. Tutto ciò è visibile per i numerosi osservatori provenienti da tutte le nazioni del nostro pianeta. Il modo di vita occidentale ha le minori probabilità di diventare un modello leader.</strong> Vi sono sintomi da cui si può vedere come una società sia in decadimento, quali ad esempio, il declino delle arti o la mancanza di grandi statisti. A volte i segnali sono molto espliciti e concreti. Ad esempio, se un paese resta senza energia elettrica per poche ore, e all’improvviso una folla di cittadini americani produce saccheggi e devastazioni, la superficie sociale appare molto debole, e il sistema sociale instabile e malsano. Ma il conflitto materiale e spirituale, nel nostro pianeta, è un conflitto di proporzioni cosmiche, e non una vaga questione nel futuro; esso è già iniziato. Le forze del male hanno iniziato la loro offensiva decisiva. Si può sentire la loro pressione, eppure gli spettacoli sugli schermi e le pubblicazioni sono piene di sorrisi costruiti e la gente si è tolta gli occhiali. Dov’è la felicità?”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90164 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/Grande-narratore-secolo-russo-197x300.jpg" alt="" width="338" height="515" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Grande-narratore-secolo-russo-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Grande-narratore-secolo-russo-672x1024.jpg 672w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Grande-narratore-secolo-russo-768x1170.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Grande-narratore-secolo-russo-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/Grande-narratore-secolo-russo.jpg 890w" sizes="(max-width: 338px) 100vw, 338px" /></p>
<p>Quando ritorna in Russia, dal 1994, Solženicyn non lesina critiche al modo in cui è stata condotta la dissoluzione dell’Unione Sovietica: “Ho predetto il crollo dell’Unione Sovietica&#8230; ma ho sempre esortato a rifuggire da cambiamenti repentini, affrettati, che non potevano che essere deleteri. E non mi sarei mai aspettato che avremmo potuto abbandonare 25 milioni di connazionali in balia dell’arbitrio e della repressione all’esterno dei nuovi confini della Russia. O che le autorità centrali russe avrebbero tollerato e addirittura indirizzato con favore il saccheggio senza freni delle ricchezze nazionali da parte di avventurieri&#8230; Sono stati derubati milioni di cittadini e, quel che è ancor più sbalorditivo, lo Stato stesso, l’impoverito tesoro pubblico” (in: Aleksandr Solženicyn, <em>Ritorno in Russia. Discorsi e conversazioni 1994-2008</em>, Marsilio, 2019). Naturalmente, il profeta Solženicyn, nato in una famiglia di origini ucraine, ha scritto anche di Ucraina, in diverse circostanze<a href="https://www.aldomariavalli.it/2022/02/26/con-lucraina-le-cose-andranno-in-modo-doloroso-firmato-solzhenitsyn-una-profezia-che-si-sta-avverando/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> (qui Aldo Maria Valli ne ha catalogato un repertorio).</a> In particolare, nell’aprile del 1981, in una lettera all’Harvard Ukrainian Research Institute: <strong>“Trovo che questa feroce intolleranza nella discussione del problema russo-ucraino (fatale per entrambe le nazioni e vantaggiosa solo per i loro nemici), sia particolarmente dolorosa perché io stesso sono di origine mista russo-ucraina, sono cresciuto sotto l’influenza congiunta di entrambe queste culture e non ho mai visto né vedo tutt’ora alcun antagonismo tra di loro. </strong>Ho più volte scritto e parlato in pubblico dell’Ucraina e della sua gente e della tragedia della carestia ucraina; ho molti vecchi amici in Ucraina; ho sempre saputo che la sofferenza dei russi e degli ucraini era in entrambi i casi causata dal comunismo. Nel mio cuore, non c’è posto per un conflitto russo-ucraino, e se, Dio non voglia, le cose arriveranno alle estreme conseguenze, posso dire che mai, in nessun caso, né io né i miei figli ci uniremo a uno scontro russo-ucraino, non importa in che modo alcune teste calde possano spingerci gli uni contro gli altri”.</p>
<p><a href="https://www.antoniosocci.com/anniversario-di-solzenicyn-vero-ispiratore-di-putin-e-della-sua-russia-con-grande-scorno-di-comunisti-come-napolitano-e-ultra-atlantisti-come-napolitano/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Dal dicembre del 2018 si scrive – lo hanno fatto più o meno tutti – che “è Solženicyn il vero ispiratore di Putin”:</strong></a> il Presidente della Federazione russa inaugurava, a Mosca, una statua in onore dei cento anni dalla nascita dello scrittore, morto dieci anni prima, “le sue idee e i suoi pensieri risuonano nei cuori della gente”, ha detto. Che Putin sia un fan dello scrittore non è una novità: la prima volta gli fa visita il 20 settembre del 2000, lo cita ripetutamente, il 5 giugno del 2007 lo premia con una onorificenza di Stato, “per il suo impegno esemplare nell’area dell’attività umanitaria”. L’anno prima, la televisione russa aveva sponsorizzato la riduzione cinematografica de <em>Il primo cerchio</em>, uno dei romanzi più noti e terribili di Solženicyn. Il film, andato in onda per dieci puntate consecutive, dal 29 gennaio, era stato un successo: “quindici milioni di spettatori di media hanno guardato ciascuno degli episodi, per sette ore e mezza di visione senza interruzione pubblicitaria. Lo scrittore, ormai anziano, si era occupato di redigere la sceneggiatura e i brani narrativi; aveva aiutato il regista a ricreare con perizia l’ambiente claustrofobico dei Gulag. Fu soddisfatto della resa. Alla prima, il regista, Gleb Panfilov, ha ammesso di aver visto lo scrittore in lacrime” <a href="https://theimaginativeconservative.org/2022/03/solzhenitsyn-putin-joseph-pearce.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>(così Joseph Pearce in <em>Solzhenitsyn and Putin</em>, articolo pubblicato su “The Imaginative Conservative”).</strong></a></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-90165 aligncenter" src="https://www.pangea.news/wp-content/uploads/2022/03/IMG_7519-scaled-1-171x300.jpg" alt="" width="315" height="553" /></p>
<p>Dopo <em>Una giornata di Ivan Denisovi</em><em>č</em>, pubblicato nel 1962, <em>Il primo cerchio</em> è forse il romanzo più noto di Solženicyn. Pubblicato nel 1968, immediatamente tradotto da Pietro Zveteremich – il grande traduttore di <em>Guerra e pace, Anna Karenina, Il dottor Zivago</em> – per Mondadori, è memorabile nelle parti dedicate al delirio della solitudine di Stalin. I maligni dicono che quei passi, letti oggi, paiono ricalcare i modi di Putin. D’altronde, tutto è una recita, un atto unico.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Stalin si alzò e si mise a camminare nel suo piccolo e amato studiolo notturno. Si avvicinò alla piccola finestra che, al posto dei vetri, aveva due lastre di corazza giallastra trasparente e, fra essi, uno strato ad alta pressione.</strong> Al di là delle finestre c’era un piccolo giardinetto recintato, dove, soltanto il mattino, si recava un giardiniere sotto la sorveglianza del corpo di guardia e poi per tutto il giorno non c’era più nessuno.  Al di là dei vetri impenetrabili, nel giardinetto, si librava la nebbia. Non si vedevano né la Terra, né l’Universo.</p>
<p><strong>Metà dell’Universo, del resto, era contenuta nel suo petto ed era armoniosa e chiara. Solamente l’altra metà, la realtà oggettiva, si contorceva nella nebbia cosmica.</strong> Ma lì, in quel suo studio per la notte, fortificato, guardato a vista, difeso, Stalin non aveva alcun timore di quell’altra metà: sentiva in sé il potere di piegarla come voleva. Solamente quando doveva attraversare con le sue gambe questa realtà oggettiva; quando, per esempio, doveva recarsi a un grande banchetto alla Sala delle Colonne, percorrere con le sue gambe il pauroso spazio fra l’automobile e la porta, e poi, sempre con le sue gambe, salire la scala, attraversare il ridotto ancora troppo vasto e vedersi ai lati gli invitati entusiasti, riverenti, e tuttavia troppo numerosi, Stalin provava un malessere, si sentiva completamente indifeso e, addirittura, non sapeva come meglio servirsi delle proprie mani da tempo inadatte a una vera difesa. Le congiungeva sul ventre e sorrideva. Essi pensavano che l’Onnipotente sorridesse per compiacenza verso di loro ed egli invece sorrideva perché era smarrito&#8230; [&#8230;]</p>
<p><strong>Egli non si fidava di sua madre. E non si era fidato di quel Dio davanti al quale per undici anni da fanciullo aveva fatto inchino sino alle lastre di pietra sul pavimento. Non si era fidato dei suoi compagni di partito, specialmente di coloro che parlavano bene.</strong> Non si era fidato dei compagni di deportazione. Non si era fidato dei contadini: che avrebbero seminato il grano e l’avrebbero raccolto senza che li si obbligasse e li si controllasse. Non si era fidato degli operai: che avrebbero lavorato senza che si fissassero delle norme. Non si era fidato degli intellettuali: che sarebbero stati capaci di costruire e di non nuocere. Non si era fidato dei soldati e dei generali: che avrebbero combattuto senza battaglioni di punizione. Non si fidava dei suoi intimi. E non si era fidato delle sue mogli e delle sue amanti. E non si fidava neanche dei suoi figli. E aveva sempre avuto ragione di non fidarsi!</p>
<p>E si era fidato d’un uomo solo, di un unico uomo in tutta la sua esistenza piena di sfiducia. Di frnte a tutto il mondo quest’uomo era stato così risoluto nella benevolenza e nell’avversione, si era portato così avanti e, da nemico qual era, gli aveva proteso una mano amichevole.</p>
<p>E Stalin aveva avuto fiducia in lui!</p>
<p>Quest’uomo era Hitler.</p>
<p>Stalin aveva seguito con approvazione e maligna gioia come Hitler avesse invaso la Polonia, la Francia, il Belgio; come i suoi aerei avessero offuscato il cielo d’Inghilterra. Molotov era arrivato da Berlino pieno di spavento. Gli agenti del controspionaggio riferivano che Hitler concentrava truppe ad est. Hess era fuggito in Inghilterra. Churchill aveva avvertito Stalin dell’attacco. Tutte le cornacchie dei tremoli della Bielorussia e dei pioppi della Galizia strepitavano di guerra. Tutte le comari del mercato nel suo stesso paese predicavano la guerra da un giorno all’altro. Il solo Stalin restava imperturbabile e sereno.</p>
<p>Egli aveva fiducia in Hitler!</p>
<p>Per poco quella sua fiducia gli era costata la testa. Tanto più adesso egli definitivamente non si fidava più di nessuno!”.</p>
<p><strong><em>Aleksandr Solženicyn</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/solzenicyn-putin-stalin/">“Dov’è la felicità?”. Solženicyn contro tutti. L’idolo di Putin e la solitudine di Stalin</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2022/03/solzenicyn-1024x683.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Il Goya con cui Franco sperava di sedurre Hitler. Storia formidabile della “Marchesa di Santa Cruz”</title>
		<link>https://www.pangea.news/goya-franco-hitler/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2020 09:59:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Franco]]></category>
		<category><![CDATA[Goya]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Mostra]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=80165</guid>

					<description><![CDATA[<p>Joaquina Téllez-Girón, seconda figlia del duca di Osuna, era una divina, una di quelle donne che costituiscono la stella polare di un’epoca. Bella, bellissima, nel salotto di Madrid ospitò i più importanti artisti del suo tempo, che provvedeva a remunerare con commissioni e regalie. Il matrimonio con José Gabriel de Silva-Bazán y Waldstein la rese, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/goya-franco-hitler/">Il Goya con cui Franco sperava di sedurre Hitler. Storia formidabile della “Marchesa di Santa Cruz”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Joaquina_T%C3%A9llez-Gir%C3%B3n_y_Pimentel" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Joaquina Téllez-Girón</a>, seconda figlia del duca di Osuna, era una divina, una di quelle donne che costituiscono la stella polare di un’epoca. Bella, bellissima, nel salotto di Madrid ospitò i più importanti artisti del suo tempo,</strong> che provvedeva a remunerare con commissioni e regalie. Il matrimonio con José Gabriel de Silva-Bazán y Waldstein la rese, nel 1802, <strong>Marchesa di Santa Cruz</strong>: tre anni dopo Francisco Goya la dipinse nelle vesti di Euterpe, musa della lirica. Il geniale pittore l’aveva dipinta molti anni prima, nel 1788, aveva quattro anni, nel quadro familiare – paiono tutti angelici pupazzi – <em>Los duques de Osuna y sus hijos</em>. <em>La marchesa di Santa Cruz </em>è adagiata sul divano, la lunga veste bianca le lascia scoperte braccia e parte del petto, alla moda di Paolina Bonaparte. <strong>Si appoggia a una cetra, stringe un fazzoletto bianco, il volto, da bambola, ha il viso fermo, spietato, di chi miete flotte di amanti e ammiratori.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Il quadro di Goya, di bronzea classicità, di solito al Prado, di cui la marchesa fu, ai suoi tempi, responsabile, <strong>è ora al <a href="https://www.museobilbao.com/exposiciones/obras-maestras-de-la-coleccion-valdes-287" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Museo de Bellas Artes di Bilbao</a>, ed è il cuore di un intrigo.</strong> La mostra impila le opere che furono proprietà di Félix Fernández-Valdés (1895-1976), uomo d’affari basco che in una vita ha collezionato più di 400 capolavori, da El Greco a Ribera, da Zurbaran a Murillo, Van Dyck e Goya, appunto. La storia del ritratto della marchesa – <a href="https://elpais.com/cultura/2020-10-06/una-exposicion-reconstruye-la-misteriosa-historia-del-cuadro-de-goya-que-franco-robo-para-hitler-y-vendio-a-un-empresario.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dettagliata da Peio H. Riaño su “El País”</a> – s’incunea nelle oscurità della Storia, specie di cristallo tra i denti di un molosso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="769" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-769x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80166" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-769x1024.jpg 769w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-768x1023.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-1153x1536.jpg 1153w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos.jpg 1441w" sizes="(max-width: 769px) 100vw, 769px" /></figure>



<p>*</p>



<p>In sostanza: l’opera, mostrata al Prado nel 1928, per una antologica dedicata a Goya, fu portata in Svizzera durante i torbidi della Guerra Civile. <strong>Il quadro rientra in Spagna nel 1940 e Francisco Franco, il <em>Caudillo</em>, ordina di acquistarlo dai proprietari, la famiglia Silva, per un milione di pesetas. La strategia di Franco era letale: conquistare Hitler con la bellezza, durante l’incontro di Hendaye, accaduto il 23 ottobre 1940.</strong> “Nel corso dei secoli, molti potenti sono stati conquistati con la pancia. Hitler era incline a una dieta vegetariana e temeva di essere avvelenato. Doveva quindi essere sedotto con altri mezzi. L’arte – come si sa, fu un pittore sfortunato e frustrato in gioventù – era una delle sue debolezze. Quando Franco pensava che il leader nazista potesse conquistare il mondo, cercò di avvicinarlo. Cominciò donandogli tre opere di Ignacio Zuloaga, un artista che Hitler ammirava. Il pezzo forte, però, sarebbe stato <em>La marchesa di Santa Cruz </em>di Goya… Il tedesco, da parte sua, avrebbe ricambiato con una Mercedes ultimo modello” (Jesús Ruiz Mantilla, <em><a href="https://elpais.com/cultura/2018/03/05/actualidad/1520274111_034357.html?rel=listapoyo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">El ‘goya’ con el que Franco quiso conquistar a Hitler</a></em>).</p>



<p>*</p>



<p><strong>La scelta di quel quadro di Goya non era semplicemente estetica: sulla cetra maneggiata dalla marchesa è inciso il simbolo del <em>lauburu</em>, la croce basca, segno di matrice celtica, probabilmente, assai simile alla svastica.</strong> In ogni caso, l’abboccamento andò male: il quadro restò alla dogana di Hendaye, gli eventi bellici costrinsero Hitler ad altre malie. Nel 1944 l’opera è segnalata al Prado; tre anni dopo fu acquistata da Félix Fernández-Valdés per 1,5 milioni di pesetas, pagati a Francisco Franco Salgado, cugino di Franco. Dopo la morte del collezionista, la sua collezione aurea fu spezzettata tra gli eredi, a tratti dissipata. Il quadro di Goya fu infatti venduto in Inghilterra nel 1983; tre anni dopo appare presso una casa d’aste, proprietà di tale Lord Wimborne. Il governo spagnolo, denunciando che l’opera era espatriata illegalmente, bloccò l’asta, incamerò il bene. Con l’obbligo di risarcire il lord inglese, tuttavia: l’operazione costò sei milioni di dollari. Ovvio… la bellezza non ha prezzo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/goya-franco-hitler/">Il Goya con cui Franco sperava di sedurre Hitler. Storia formidabile della “Marchesa di Santa Cruz”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Retrato_de_la_Marquesa_de_Santa_Cruz-1024x618.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Hitler ha la faccia da cane, ma su una cosa ha perfettamente ragione”. George Orwell recensisce “Mein Kampf”</title>
		<link>https://www.pangea.news/george-orwell-hitler-recensione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 05:40:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[George Orwell]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Mein Kampf]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=74089</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel 1940 George Orwell è un uomo in guerra. Intanto, cerca di arruolarsi. Non può, la patria ha bisogno di uomini in salute. Allora, in giugno, “si arruola con entusiasmo fra i Local Defence Volunteers. L’iniziativa, che vede l’adesione di civili e di qualche militare in congedo, dovrebbe in teoria addestrare i propri membri a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/george-orwell-hitler-recensione/">“Hitler ha la faccia da cane, ma su una cosa ha perfettamente ragione”. George Orwell recensisce “Mein Kampf”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1940 <a href="http://www.pangea.news/george-orwell-jura-scozia-1984/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">George Orwell</a> è un uomo in guerra. Intanto, cerca di arruolarsi. Non può, la patria ha bisogno di uomini in salute. Allora, in giugno, “si arruola con entusiasmo fra i Local Defence Volunteers.</strong> L’iniziativa, che vede l’adesione di civili e di qualche militare in congedo, dovrebbe in teoria addestrare i propri membri a tecniche di sabotaggio e guerriglia in vista dell’invasione tedesca. I LDV saranno presto trasformati, per espressa richiesta di Winston Churchill, nella Home Guard. Per un certo tempo Orwell si illude che questo organismo, in cui militano parecchi ex combattenti di Spagna, possa servire ad armare il popolo, spianando la strada alla rivoluzione inglese che egli auspica. La storia lo smentirà” (Guido Bulla).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74091 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro-12-183x300.jpg" alt="" width="324" height="532" />Nel frattempo, ha fatto guerra alla propria faglia politica. Lascia il Partito laburista indipendente, su “Time and Tide”, il 30 marzo 1940, scrive come la pensa: <strong>“In questo momento i pacifisti, i comunisti, i fascisti eccetera, stanno dando una mano a Hitler. Hanno tutto il diritto di farlo, basta solo che siano convinti che la causa di Hitler è migliore della nostra e che siano disposti a subirne le conseguenze. Se io mi schiero dalla parte della Gran Bretagna e della Francia, è perché preferisco stare con i vecchi imperialismi – decadenti, come giustamente li definisce Hitler – piuttosto che con quelli nuovi, assolutamente sicuri di sé e quindi assolutamente spietati. </strong>Ma, per amore del Cielo, non raccontiamoci che stiamo entrando in questa guerra con le mani pulite”. Con i “numi tutelari della sinistra letteraria”, i poeti con l’alloro, W.H. Auden, Stephen Spender, Cecil Day Lewis, d’altronde, aveva già messo le cose in chiaro da tempo, dal 1937, dalla guerra in Spagna: “Io non sono uno dei vostri finocchietti alla moda come Auden e Spender… Io so cosa sta succedendo, cioè che il fascismo viene imposto ai lavoratori spagnoli con il pretesto della resistenza al fascismo”, scrive, esasperato, alla “Left Review”, in risposta a un questionario per intellettuali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In questo clima, il 21 marzo del 1940, sul “New English Weekly”, Orwell <a href="https://bookmarks.reviews/george-orwells-1940-review-of-mein-kampf/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">recensisce la traduzione inglese del <em>Mein Kampf.</em></a></strong> La recensione è un capolavoro perché Orwell non cade nel tranello di dileggiare il nemico. Prende sul serio Hitler, non demonizza il suo libro, al contrario, riconosce in esso una verità ineluttabile. Insomma: Orwell usa il <em>Mein Kampf </em>come un’ascia per dissezionare le ipocrisie del sistema intellettuale inglese.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Anzi tutto, Orwell, con il consueto linguaggio privo di orpelli, stigmatizza l’editoria d’Albione. “L’edizione integrale di <em>Mein Kampf</em> pubblicata non più di un anno fa da Hurst &amp; Blackett”, attacca, <strong>“tendeva chiaramente ad attenuare la ferocia del libro, presentando Hitler, che a quel tempo era ancora rispettabile, in una luce quanto più benevola”.</strong> Visto che i tempi passano ma il libro continua a vendere, l’editore fa una ristampa, mettendo una pezza che non fa che esasperare la vergogna: “alla nuova edizione fu aggiunta una sovraccoperta in cui si precisava che tutti i profitti sarebbero stati devoluti alla Croce Rossa”. Come a dire: comprate il libro del demone, così fate il bene del prossimo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Orwell capisce subito che la ‘questione Hitler’ non si può minimizzare, è fatale, pertiene al destino di un popolo. L’ascesa di Hitler non si spiega con “l’appoggio finanziario dei magnati dell’industria pesante, che hanno visto in lui l’uomo in grado di schiacciare socialisti e comunisti”. Piuttosto, quei finanziamenti sono l’esito del successo popolare di Hitler, seguono <strong>“il fascino esercitato dalla sua personalità, un fascino che traspare perfino dallo stile goffo in cui <em>Mein Kampf</em> è scritto</strong> e che diventa senz’altro travolgente quando si ascoltano i suoi discorsi”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-74092 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro2-16-199x300.jpg" alt="" width="336" height="507" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-16-199x300.jpg 199w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-16-679x1024.jpg 679w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-16-768x1158.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro2-16.jpg 960w" sizes="(max-width: 336px) 100vw, 336px" />Il ragionamento giornalistico di Orwell tocca l’acme, qui. Orwell usa la strategia letteraria del paradosso – “Non sono mai riuscito a provare antipatia per Hitler… non esiterei a ucciderlo, ma non riuscirei a provare alcuna animosità personale” –, del contrasto – “In quell’uomo c’è qualcosa che sollecita profondamente la compassione” –, del grottesco, bordeggiando l’inaccettabile:<strong> “</strong><strong>È una faccia patetica, la sua, da cane: la faccia di un uomo sottoposto a torti intollerabili. Riproduce, con un tocco virile in più, l’espressione di innumerevoli rappresentazioni del Cristo crocifisso, e sono quasi sicuro che sia lui il primo a vedersi in questi termini”.</strong> L’asserzione è blasfema: Hitler ha la faccia da cane, ha la faccia da Cristo in croce. È un povero Cristo con la faccia da cane.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’inaccettabile, Orwell passa all’analisi. Spietata:<strong> “Lui è il martire, la vittima, il Prometeo incatenato alla roccia, l’eroe che si immola e combatte da solo una lotta incredibilmente impari. Se dovesse uccidere un topo, troverebbe il modo di farlo apparire un drago.</strong> Si avverte che, come Napoleone, anche lui combatte contro un destino, che <em>non può </em>vincere, ma che per qualche ragione lo meriterebbe”. Orwell, ricordiamo, scrive nel 1940, qualche mese prima del <em>blitz</em> tedesco in UK. I caratteri contrastanti di Hitler, che è vittima e carnefice, patetico ed eroico, martire e boia, lo fanno affascinante; il fatto che la sua sia una battaglia “persa” fa del suo impegno qualcosa che tange la leggenda. I rapporti tra sublime e laido – Cristo/Napoleone; cane/topo – lo elevano a figura d’eccezione, di cui non si può ignorare il potere tragicamente magnetico. D’altronde, la Storia si serve del ‘mostro’ per compiersi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’affondo finale, Hitler è utile a Orwell per screditare il modo di vita adottato dall’Occidente. La domanda fondamentale, quando si sceglie di dare la vita per qualcosa, è: che senso ha vivere? <strong>“Hitler ha colto molto bene le falsità delle visioni edonistiche della vita. A partire dalla fine dell’ultima guerra, buona parte del pensiero occidentale (e certamente il pensiero ‘progressista’ in blocco) ha dato tacitamente per scontato che l’uomo non desideri altro che una vita comoda, sicura, al riparo dal dolore”.</strong> Rispetto a una fasulla idea di felicità – ottenuta tramite laute spese e soldi facili – l’uomo si realizza nel rischio, nella prova, nella sfida alle paure, nel confronto furibondo. “Hitler sa, poiché la sua mente priva di gioia percepisce il fatto con un’intensità formidabile, che <strong>gli esseri umani <em>non</em> desiderano solo la comodità, la sicurezza, la riduzione dell’orario di lavoro, l’igiene, il controllo delle nascite o, in generale, il buonsenso: vogliono anche, almeno di tanto in tanto, la lotta e l’abnegazione, per non parlare dei tamburi, delle bandiere e delle parate patriottiche”.</strong> <img decoding="async" class=" wp-image-74093 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/03/libro3-7-300x300.jpg" alt="" width="465" height="465" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-7-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-7-1024x1024.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-7-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-7-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-7-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/libro3-7.jpg 1280w" sizes="(max-width: 465px) 100vw, 465px" />L’uomo non desidera “stare bene” perché non sta bene con se stesso, non può desiderare la comodità perché è inquieto, la sua natura non è pacifista perché non è in pace, una lotta interiore lo falcia. Questi non sono aspetti negativi, al contrario: l’uomo è grande perché non si accontenta, perché si mette costantemente alla prova, perché è in marcia, perché sa accettare tutto a ragione del vero che insegue. Vuole il sacrificio – come sanno i pensieri religiosi – vuole oltrepassare i propri limiti. Anche quando è in contemplazione, si muove. Se non consideriamo l’uomo nella sua natura profonda, accade lo sconsiderato, Hitler.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Mentre il socialismo e, seppure a malincuore, il capitalismo hanno detto agli uomini: ‘Io vi offro la possibilità di stare bene’, Hitler ha detto loro: ‘Io vi offro la lotta, il rischio e la morte’, e un’intera nazione si è prostata ai suoi piedi…</strong> Dopo qualche anno di fame e massacri, forse lo slogan giusto sarebbe: ‘La massima felicità per il maggior numero di persone’; ma in questo momento riscuote più successo ‘Meglio una fine nell’orrore, che un orrore senza fine’”. L’uomo è qui per guardare in faccia l’orrore, e redimerlo, non accetta, se non per intontimento, abitudine, frustrazione, che qualcuno lo celi con l’illusione del benessere. Certo, il principio di morte è attraente, in forme maliziose, ma la comodità non coincide con il piacere. Per dimostrarsi tale, semplicemente, l’uomo vuole la vita – e la vita ha denti. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Charlie Chaplin in &#8220;Il grande dittatore&#8221; (1940)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/george-orwell-hitler-recensione/">“Hitler ha la faccia da cane, ma su una cosa ha perfettamente ragione”. George Orwell recensisce “Mein Kampf”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/03/chaplin-1024x571.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>“Io sono il patriota assoluto, il perseguitato. Se Hitler avesse vinto sarebbero stati tutti felici. Tranne me”. Una lettera di Louis-Ferdinand Céline</title>
		<link>https://www.pangea.news/celine-lettera-inedita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Oct 2019 08:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Lombardi]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[lettera]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Louis-Ferdinand Céline]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Vichy]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=70578</guid>

					<description><![CDATA[<p>Una lettera acidamente comica di Louis-Ferdinand Céline al suo avvocato Jean-Louis Tixier-Vignancour del 1949, quando il rivoluzionario del linguaggio e Grande Reprobo francese, riparato in Danimarca e lì arrestato, carcerato e esiliato dopo aver vagato Da un castello all’altro per la Germania, era in attesa del suo processo in contumacia in Francia, con l’art. 75 [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/celine-lettera-inedita/">“Io sono il patriota assoluto, il perseguitato. Se Hitler avesse vinto sarebbero stati tutti felici. Tranne me”. Una lettera di Louis-Ferdinand Céline</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Una lettera acidamente comica di Louis-Ferdinand Céline al suo avvocato Jean-Louis Tixier-Vignancour del 1949, quando il rivoluzionario del linguaggio e Grande Reprobo francese, riparato in Danimarca e lì arrestato</strong>, carcerato e esiliato dopo aver vagato <em>Da un castello all’altro</em> per la Germania, era in attesa del suo processo in contumacia in Francia, con l’art. 75 (condanna a morte per tradimento dello stato) appeso al collo! Nella lettera Céline gioca la sua carta di <em>patriota assoluto</em> veterano di due guerre per la Francia, di capro espiatorio – coinvolgendo nella sua invettiva anche suoi amici fedelissimi, come lo scrittore Marcel Aymé, che sorvolò su questo e altro rimanendogli sempre affianco; ma come non perdonare il geniale, folle Ferdinand furioso? – , di bersaglio facile per chi è in cerca di notorietà, di inclassificabile immune agli opportunismi politici: una miscela irresistibile di vero, verosimile e falso assoluto, di scrittura e di ritmo… insomma, tutto ciò di cui sono composti Louis-Ferdinand Céline e gli altri giganti della Letteratura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Lombardi</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><figure id="attachment_70580" aria-describedby="caption-attachment-70580" style="width: 254px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-70580" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/LFC-Combat-crop-198x300.jpg" alt="" width="254" height="386" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/LFC-Combat-crop-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/LFC-Combat-crop-85x130.jpg 85w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /><figcaption id="caption-attachment-70580" class="wp-caption-text">Per gentile concessione di Andrea Lombardi pubblichiamo alcuni rari ritagli di giornale che danno notizia dell&#8217;arresto di Céline a Copenaghen</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;">Il 17 sett[embre 1949.]</p>
<p style="text-align: justify;">Mio caro amico – ­</p>
<p style="text-align: justify;">Vi scrivo. Naud non risponde mai alle mie lettere, e forse non ha nemmeno il tempo di leggerle![1] Ho letto la vostra, di ieri. Mi sono rimaste impresse le parole “<em>commissario del governo</em>”[2], quindi la questione finirà presto, e mi tireranno il collo. Bene. Ma non è ancora finita. Finora sono stato tutto bravo e tranquillo – ma da condannato farò cantare i miei grossi calibri. E allora vi assicuro che internazionalmente e in Francia sarà un bel Badabum! Ho delle proposte – dappertutto – in Francia sul <em>Samedi Soir</em>, sul <em>Dimanche Soir</em>[3]. Vuole celebrità, il Sig. commissario del governo? La avrà! Gli garantisco, sulla parola, una fama mondiale e il suo passare alla storia! Il giudicarmi è una vergogna, infamia <em>assoluta</em>. Sono scappato? Bella storiella! A Parigi mi si sgozzava. Chi lo negherebbe, seriamente? Avrei raggiunto i 100.000 assassinati purificati![4] Dove potevo andare? Volevo andare in Danimarca – mi hanno trattenuto in Germania[5] – E poi cosa? C’erano 2.000.000 di francesi trattenuti in Germania![6]</p>
<p style="text-align: justify;">Se mi avessero steso nell’agosto del 1944, ora avrebbero buon gioco nel coprirmi di tutte le accuse immaginabili! Di tutta la merda possibile! Chi risponderebbe? Non ho mai chiesto nulla a nessuno e mi è stato tolto tutto. Che cosa resta da prendermi? Io sono il patriota <em>assoluto</em> perseguitato <em>assoluto</em> – mi vorrebbero vedere a Fresnes[7] – Ah, che vi si faccia entrare prima Paul Morand, 2 volte ambasciatore di Pétain! e Bergery, grand’amico dell’Ambasciata – e Chautemps presidente del Consiglio, condannato per tradimento &#8211; tutti questi signori se ne vanno in giro in lungo e in largo – il più tranquillamente possibile!</p>
<p style="text-align: justify;">Paul Morand non è nemmeno accusato! Montherlant pubblicava nei <em>quaderni franco-tedeschi</em> – Marcel Aymé su <em>Je suis Partout</em> – <em>Mercadier</em> l’editore di <em>La France</em> a Sigmaringen è libero come l’aria a Parigi – e mille altri! <em>Giustizia</em> vuol dire prima <em>equità</em> – PRIMA DI TUTTO. Pubblicherò la requisitoria del Sig. Commissario in un giornale francese a grande tiratura, e allo stesso tempo la mia <em>difesa</em> &#8211; <em>integralmente</em> &#8211; Se il signor Commissario non ha mai sentito una piuma solleticarlo lungo il corpo avrà questo piacere. E farò stampare il tutto da tutta la stampa americana. Sarà il bouquet, l’apoteosi della bella reputazione delle corti civili e civiche! Un’altra vittoria per la Francia &#8211; il Sig. commissario ci si vuole misurare? Sono a sua completa disposizione &#8211; mica abbiamo finito di ridere! Gli assicuro che sono ben capace di <em>far ridere</em> &#8211; e <em>rider</em> <em>giallo</em>.[8] Tutte queste mezzeseghe si prendono delle libertà sino a quando si beccano un bel colpo d’arresto[9]. Mi occuperò del colpo &#8211; e sarà atroce. Lo avverto, e il governo pure. La questione andrà al di là dell’importanza di questo botolo da tribunale.</p>
<p style="text-align: justify;">È chiaro è lampante.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-70581 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/10/LFC-copen-1-256x300.jpg" alt="" width="271" height="318" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/LFC-copen-1-256x300.jpg 256w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/LFC-copen-1-768x900.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/LFC-copen-1-873x1024.jpg 873w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/LFC-copen-1-1320x1548.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/LFC-copen-1.jpg 1716w" sizes="(max-width: 271px) 100vw, 271px" />Se</em> <em>Hitler avesse vinto</em>, tutti quelli che oggi mi perseguitano compresa la corte e compreso il commissario, starebbero benissimo con Hitler. Un solo francese credo ci starebbe male, e sarei <em>io</em>. Non mi si parli del caso Rouquès[10] – quello schifoso cagasotto durante tutta l’occupazione tedesca (temendo parecchio per il suo culo) preoccupato che gli facessi pagare il suo processo per diffamazione (avvocato de <em>L’Humanité</em>), andava in giro a dappertutto dietro ai miei amici perché mi convincessero che mi aveva citato in giudizio solo perché <em>costretto e forzato</em>, che mi teneva in alta stima ecc&#8230; Come se mi importasse di Rouquès! come se fossi stato così idiota (se avessi voluto vendicarmi) di andarlo a citare in una prefazione! Ma vaffanculo! sono così coglione? Non avevo che da ucciderlo <em>io stesso</em>, in una notte senza luna!</p>
<p style="text-align: justify;">Chi mi avrebbe detto qualcosa? E altri cento che ora mi smerdano e mi ritirano fuori! Mio caro amico, avverta Naud la prego, e il commissario e il Papa che se mi si fa questa brutta mossa la questione uscirà dalla zona dove politici, botoli da tribunale ecc. giocano a fare le stelle e gli eroi, per entrare in un mondo dove sono solo dei poveri bastardini afoni con i culi rotti – coinvolgeremo la grande stampa, le grandi penne e il grande pubblico, in Francia e all’estero – <em>tutto è pronto</em>. Il mondo intero sarà entusiasta di seguire questo nuovo affare Dreyfus (alla rovescia!) indipendentemente da quanto si dica!</p>
<p style="text-align: justify;">Con amicizia e riconoscenza</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>L F Céline</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">[1] L’avvocato Albert Naud, legale facente parte dell’équipe difensiva di Céline assieme all’avvocato Tixier-Vigancour.</p>
<p style="text-align: justify;">[2] Sic per <em>France-Dimanche</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">[3] Céline attacca in questa lettera l’intera giustizia francese prendendo a pretesto il commissario del governo Jean Seltensperger, con cui era in realtà in rapporti epistolari tutto sommato positivi.</p>
<p style="text-align: justify;">[4] Cifra iperbolica questa indicata da Céline; tuttavia le epurazioni dei “Collaborazionisti” in Francia nel 1944-1949 furono in effetti rilevanti: circa 40.000 francesi, che a vario titolo avevano avuto rapporti o con lo Stato di Vichy o con l’Amministrazione tedesca, svolgendo funzioni burocratiche, amministrative e intellettuali, oppure avevano militato in raggruppamenti politici o in unità militari, paramilitari o di Polizia furono condannati a pene detentive e privati dei diritti civili. Furono inoltre eseguite ben 7.037 condanne a morte, che colpirono anche gli intellettuali ritenuti rei di “collaborazione con il nemico”, come Robert Brasillach, Jean Luchaire e molti altri, mentre 10.000 francesi caddero vittima di esecuzioni sommarie. Ancora nel 1952, 2.400 francesi si trovavano in prigione con l’accusa di collaborazionismo.</p>
<p style="text-align: justify;">[5] Céline, la moglie Lucette e il loro gatto Bébert partono dopo lo sbarco Alleato in Normandia nel giugno 1944 per la Danimarca. Trattenuti a Baden-Baden e non ottenendo il visto, sono trasferiti a Kranzlin, poi a Sigmaringen, nella Germania meridionale, assieme al governo Laval in esilio e 1.500 civili, militari e paramilitari collaborazionisti.</p>
<p style="text-align: justify;">[6] In Germania lavorarono dal 1942 al 1945 circa 1.500.000 lavoratori volontari e coatti e prigionieri di guerra francesi.</p>
<p style="text-align: justify;">[7] Località nel cui carcere, utilizzato prima dagli occupanti tedeschi, furono rinchiusi molti collaborazionisti francesi: diversi di essi, tra i quali Robert Brasillach (che qui compose i suoi <em>Poemi di Fresnes</em>), vi furono condannati a morte e giustiziati.</p>
<p style="text-align: justify;">[8] “<em>et jaune</em>” nel testo. Da “<em>Rire jaune</em>”, “Ridere giallo”, espressione idiomatica per “ridere controvoglia”. Dalla pelle giallastra dei malati epatici, soggetti a variazioni dell’umore, e che pertanto devono spesso sforzarsi per ridere.</p>
<p style="text-align: justify;">[9] Nella scherma, un colpo tirato all’avversario per impedirgli di portare a termine un attacco.</p>
<p style="text-align: justify;">[10] Il dottor Rouqués intentò una causa nel marzo 1939 per diffamazione contro Céline, che lo aveva citato nel suo <em>L’École des cadavres</em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/celine-lettera-inedita/">“Io sono il patriota assoluto, il perseguitato. Se Hitler avesse vinto sarebbero stati tutti felici. Tranne me”. Una lettera di Louis-Ferdinand Céline</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/10/Louis-Ferdinand-Celine-maison-Meudon-Paris-lactrice-Arletty-1958_0_1357_906-1024x684.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
		<item>
		<title>Thomas Mann, il conservatore comunista in guerra contro tutti</title>
		<link>https://www.pangea.news/thomas-mann-anni-usa-libro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Sep 2019 04:18:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
		<category><![CDATA[main]]></category>
		<category><![CDATA[Comunismo]]></category>
		<category><![CDATA[Esquire]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Mann]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://www.pangea.news/?p=70273</guid>

					<description><![CDATA[<p>Congiungiamo due anniversari. Nel 1929 Thomas Mann ottiene il Nobel per la letteratura. Mai premio fu più ovvio: nel 1924 Mann pubblica La montagna incantata – nonostante il Nobel sia accaduto “principalmente per il grande romanzo, I Buddenbrook” –, è lo scrittore europeo più riconosciuto dell’epoca. Dieci anni dopo, nel 1939, su “Esquire”, Thomas Mann [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/thomas-mann-anni-usa-libro/">Thomas Mann, il conservatore comunista in guerra contro tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Congiungiamo due anniversari. Nel 1929 Thomas Mann ottiene il Nobel per la letteratura.</strong> Mai premio fu più ovvio: nel 1924 Mann pubblica <em>La montagna incantata</em> – nonostante il Nobel sia accaduto “principalmente per il grande romanzo, <em>I Buddenbrook</em>” –, è lo scrittore europeo più riconosciuto dell’epoca. Dieci anni dopo, nel 1939, su “Esquire”, Thomas Mann scrive un articolo ‘politico’, per quanto costantemente elusivo, <em><a href="https://classic.esquire.com/article/1939/3/1/that-man-is-my-brother" target="_blank" rel="noopener noreferrer">That Man is My Brother</a>. </em>“Nessuno può fare a meno di essere preoccupato da questo deplorevole spettacolo… egli ha scelto di usare la politica come suo strumento… peggio per tutti noi, peggio per l’Europa, che giace indifesa sotto il suo incantesimo, dove egli recita la parte dell’uomo del destino e dell’eroe che conquista ogni cosa”. Naturalmente, ogni riferimento è rivolto a Hitler. Nel brano finale, Mann consegna all’arte un ruolo storico:<strong> “Ben più chiaramente e felicemente che mai, l’artista del futuro realizzerà la sua missione come un mago bianco, un alato, ermetico mediatore lunare tra spirito e vita. La mediazione in sé è spirito”</strong>. Magari, macché, l’artista del futuro, oggi, pressoché è un lacchè, altro che mago.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-70274 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro1-15-188x300.jpg" alt="" width="207" height="330" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-15-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-15-768x1229.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-15-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-15-1320x2112.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro1-15.jpg 1600w" sizes="(max-width: 207px) 100vw, 207px" />“Nel febbraio del 1938, Thomas Mann parte da Cherbourg, in Francia, verso New York. Fu accolto negli Usa da una folla di giornalisti e da una troupe cinematografica della Paramount. Aveva vinto il Nobel nel 1929, era apparso sulla copertina di ‘Time’ nel 1934, aveva denunciato la politica pacifista del primo ministro britannico Neville Chamberlain, aveva previsto l’annessione dell’Austria da parte di Hitler.<strong> Quando, quel giorno, gli fu chiesto se trovasse dura la condizione dell’esilio, lo scrittore rispose: ‘Certo, è difficile da sopportare. Ma ciò che rende sopportabile l’esilio è l’atmosfera avvelenata che si respira in Germania. Dove sono, con me è la Germania. Porto in me la cultura tedesca, non sono un derelitto”. </strong>Così attacca l’articolessa di Jacob Heilbrunn pubblicata su “The National Interest” con il titolo <a href="https://nationalinterest.org/feature/thomas-manns-war-against-hitler-73561" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Thomas Mann’s War Against Hitler</em>,</strong></a> che si focalizza sul libro di Tobias Boes pubblicato dalla Cornell University Press, <em>Thomas Mann’s War</em>, sugli anni dello scrittore in terra americana, a lottare contro tutti, nazisti prima e statunitensi in fregola anticomunista poi. Come si sa, Mann lascia la Germania per la Svizzera nel 1933, dove la sua conferenza, <em>Dolore e grandezza di Richard Wagner</em>, era stata presa con sfavore dai kapò nazi. Contestualmente, gli viene sequestrato il passaporto e la casa di Monaco: dal 1934 iniziano i viaggi negli Stati Uniti, dove, nel 1935, ricevendo ad Harvard una laurea <em>ad honorem</em>, incontra il Presidente Roosevelt. Improvvisamente, Thomas Mann, l’eminente artista, lo scrittore che assolve il sacerdozio della scrittura, diventa un personaggio ‘politico’. Dal 1941 si stabilisce a Pacific Palisades ed è un’arma utile al governo americano, di cui diventa cittadino, nel 1944.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà, Thomas Mann è malsopportato da tutti, non si allinea ad altro che alla propria indole. Gli intellettuali tedeschi, dopo la Seconda guerra, accolgono <em>Doctor Faustus </em>come un pugno. Certi lo rimproverano: facile lanciare strali contro la Germania nel dorato esilio statunitense. Lui lotta, in pubblico e in privato. Così il 7 settembre 1945 scrive allo scrittore Walter von Molo: “Naturalmente mi fa piacere che la Germania desideri riavermi, non soltanto riavere i miei libri, ma me stesso in persona. Tuttavia questi appelli hanno per me qualcosa d’inquietante, di opprimente, anzi essi mi si presentano come qualcosa di illogico, persino di ingiusto e di sconsiderato”. E poi specifica: <strong>“Non era lecito, non era possibile fare della ‘cultura’ in Germania, mentre tutt’intorno accadeva quello che ben sappiamo. Voleva dire attenuare la depravazione, adornare il delitto. Fra le torture che soffrimmo ci fu lo spettacolo dello spirito tedesco che di continuo si prestava a far da insegna e da traino alla mera mostruosità”. </strong> Così il 22 luglio 1946 a Hans Friedrich Blunck: “Ogni bambino, in tutto il mondo, sapeva che cosa si celava sotto quell’eufemismo, cioè lo scalzamento, dovunque, delle forze di resistenza democratiche, la loro demoralizzazione attraverso la propaganda nazista. Solo lo scrittore tedesco non lo sapeva. Beato lui che poteva essere un puro folle e avere un’anima ottusa, moralmente inerte, priva di ogni capacità di disgusto, di ira, di orrore per quella diabolica porcheria così profondamente infame che il nazionalsocialismo è stato… Nessuno mi libererà mai dal dolore e dalla vergogna ispiratimi dall’atroce fallimento, privo di cuore e di cervello, degli intellettuali tedeschi di fronte alla prova cui furono sottoposti nel 1933. Dovranno fare molte cose <em>grandi</em> se vorranno che <em>questo</em> venga dimenticato”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la morte di Hitler, a guerra archiviata, il Thomas Mann antinazista non è più utile al nuovo corso americano. In era maccartista, nel 1947, quando Hollywood viene sarchiata per scovare il comunista in pellicola, Thomas Mann alza la voce. “In quanto cittadino americano nato in Germania, testimonio una familiare preoccupazione verso certe tendenze politiche. Intolleranza spirituale, inquisizioni politiche, declino della sicurezza, azioni estreme compiute in ‘stato d’emergenza’… così è iniziato tutto in Germania”. Nel 1949 lo scrittore è a Weimar a ritirare il premio Goethe, <strong>con lo scoppio della guerra in Corea l’FBI apre un fascicolo dedicato a Thomas Mann, “possibile comunista e probabile spia tedesca”. </strong>Siamo all’assurdo. In effetti, il premio Nobel deve dimettersi dalla Library of Congress, che cancella un suo ciclo di conferenze, <strong>nell’aprile del 1951 “il suo nome, insieme a quello di Albert Einstein, Lion Feuchtwanger, Frank Lloyd Wright, Norman Mailer e Marlon Brando appare in un documento governativo come ‘affiliato ai movimenti pacifisti del fronte comunista’” </strong>(così Jeffrey Meyers in <a href="https://quod.lib.umich.edu/cgi/t/text/text-idx?cc=mqr;c=mqr;c=mqrarchive;idno=act2080.0051.419;g=mqrg;rgn=main;view=text;xc=1" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Thomas Mann in America</em></a>, ‘Michigan Quarterly Review’, vol. 51, Fall 2012). In questo delirio di fraintendimenti, l’FBI riterrà Mann “uno dei comunisti più noti al mondo”. Nel 1952 lo scrittore torna in Europa, si stabilisce a Zurigo, dove muore, due anni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-70275 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/09/libro2-21-181x300.jpg" alt="" width="181" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-21-181x300.jpg 181w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/libro2-21.jpg 250w" sizes="(max-width: 181px) 100vw, 181px" />“Dovevo arrivare a 75 anni e vivere in un paese straniero che è diventato la mia patria per vedermi accusato pubblicamente di mendacio da bruciatori di streghe i quali – e questo è veramente sbalorditivo – non credono a nessuno né ascoltano alcuno tranne le loro ‘streghe’… Io non sono un comunista né lo sono mai stato.</strong> Non sono e non potrei essere nemmeno un ‘compagno di strada’, quando la strada porta al totalitarismo”, scrive Thomas Mann il 3 aprile 1951 “alla redazione dell’Aufbau”, specificando che “l’isterico, irrazionale e cieco odio anticomunista” in Usa “rappresenta un pericolo ben più grave del comunismo locale”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 9 gennaio 1950 a Theodor W. Adorno. “Non so com’è, ma ho l’impressione che l’aria qui sia piena di stregonerie… Noi, in questa terra straniera divenutaci familiare, viviamo in fin dei conti nel posto sbagliato</strong>, cosa che dà alla nostra esistenza un che di immorale…. Poco tempo fa il Beverly Wilshire Hotel ha rifiutato il suo salone per un <em>dinner</em> dell’Arts Sciences and Professions Council perché doveva tenervi un discorso un <em>communist</em> come il Doctor Mann”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">(Piccola parentesi. Wikipedia è ormai diventata fonte certa, indubbia: la Tate Gallery narrando la biografia di William Blake, protagonista di una rassegna ultima, rimanda il lettore, appunto, a Wikipedia. Ora. La pagina Wikipedia di Thomas Mann, redatta nel mondo anglofono, dedica alla <em>Sexuality</em> dello scrittore – ergo: la sua omosessualità latente, patente – uno spazio congruo, ma equilibrato, rispetto al paragrafo centrale, dedito al <em>Work </em>di Mann. Thomas Mann, in effetti, non è un romanziere definito integralmente dalla propria omosessualità, che ha al centro della propria opera il sesso.<strong> Nella nota Wikipedia italiana, invece, ci si concentra quasi del tutto sulla voce <em>Omoerotismo</em> – 66 righe – relegando l’<em>Opera</em> nel ring di 17 righe, francamente imbarazzanti </strong>– tipo: “Tra il 1933 e il 1942, Mann pubblicò la tetralogia <em>Giuseppe e i suoi fratelli</em>, ricca rielaborazione della storia di Giuseppe, tratta dalla Genesi, e considerata uno dei suoi lavori più significativi”. Non è un bel servizio offerto a un genio del romanzo – e non nell’ambito della storia dell’omosessualità).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Paradossi inconcepibili ai burocrati del pensiero unico – e corroboranti per lo scrittore. Nelle <em>Considerazioni di un impolitico</em>, elaborate durante la Grande Guerra – “non solo al centro dell’opera di Mann… uno dei passaggi della letteratura europea che ancora oggi chiunque faccia professione di cultura non può esimersi dal percorrere”, così Giorgio Zampa, su <em>il Giornale</em>, 3 maggio 1994 – il grande scrittore fa la parte del genio conservatore, dell’esteta che abbaglia con ruggiti di individualismo selvaggio. <strong>“Non solo non penso che il destino dell’uomo si esaurisca nell’attività pubblica e sociale, ma addirittura trovo quest’opinione disgustosa e inumana”; “Amore! Umanità! Li conosco, quel teorico amore e quella dottrina umanitaria, professati a denti stretti per provocare un senso di ribrezzo nel popolo…. Tremenda, certo, è la guerra. Se però nel vivo della guerra il letterato politico si mette in posa e proclama di sentire nel petto il respiro d’amore dell’universo, questo è il più spaventoso degli spaventi e insopportabile”.</strong> In sintesi: “La personalità, unica cosa interessante al mondo, è sempre il risultato di un qualche miscuglio e conflitto: i tempi si urtano, si profilano contrasti e contraddizioni, e gli uni e le altre diventano spirito, vita, figura. La personalità consiste nell’essere qualcuno, non nell’avere opinioni”. Molto banalmente, come scriveva Harold Bloom, ben presto si citerà Thomas Mann senza leggerlo: i suoi libri sono troppo complessi, i suoi pensieri spiazzanti, la sua personalità, radicata nella contraddizione, inconcepibile per chi ci vuole tabula rasa, tavola periodica dell’ovvio, servi, insomma. (d.b.)</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/thomas-mann-anni-usa-libro/">Thomas Mann, il conservatore comunista in guerra contro tutti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-thumbnail-url>https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/09/19461103_101-1024x576.jpg</post-thumbnail-url>	</item>
	</channel>
</rss>
