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	<title>Guido Mina di Sospiro Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>“Sono patologicamente curioso”. Da Gladio alla Patagonia, dall’occulto ai Talking Heads: dialogo con Guido Mina di Sospiro </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jun 2025 04:10:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di solito, indossa ampi cappelli: il sigaro e la camicia larga conferiscono al profilo un ardore&#160;à la&#160;Indiana Jones; l’entusiasmo, a vertigine, un certo titanismo negli occhi, lo rendono, piuttosto, un soggetto degno di Friedrich, il protagonista di un romanzo inglese dei primi del Novecento, di ampi porti in luoghi esotici, arricchito da esoterici vagabondi. Di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guido-mina-di-sospiro-intervista/">“Sono patologicamente curioso”. Da Gladio alla Patagonia, dall’occulto ai Talking Heads: dialogo con Guido Mina di Sospiro </a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Di solito, indossa ampi cappelli: il sigaro e la camicia larga conferiscono al profilo un ardore&nbsp;<em>à la</em>&nbsp;Indiana Jones; l’entusiasmo, a vertigine, un certo titanismo negli occhi, lo rendono, piuttosto, un soggetto degno di Friedrich, il protagonista di un romanzo inglese dei primi del Novecento, di ampi porti in luoghi esotici, arricchito da esoterici vagabondi. Di solito, alle spalle di&nbsp;<strong>Guido Mina di Sospiro</strong>&nbsp;appaiono paesaggi suggestivi: liane amazzoniche, templi minoici, canyon. Nato in Argentina da famiglia di alto lignaggio, studi a Milano, vita negli Stati Uniti, una volta mi ha scritto dal Giappone – o dalla Patagonia, non ricordo. Ha una casa a Todi, a cui approda, di tanto in tanto. Ha praticato come musicista – tra l’altro, con l’ungherese Miklós Rózsa, tre volte Oscar “alla migliore colonna sonora” – e come cineasta –&nbsp;<em>Heroes and Villains</em>, cercatelo in rete, è stato realizzato con un gruppo di amici nel 1978 –; ha scritto tanto. La sua vita furibonda nella California degli anni Ottanta rimanda ai romanzi di Bret Easton Ellis: Guido non lo ha letto, e con rabbiosa schiettezza mi dice di preferire Borges. Lo vedrei bene come allevatore di centauri.&nbsp;</p>



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<p>Guido Mina di Sospiro, uomo in direzione contraria all’editoria dominante, ha scritto tanto, è stato tradotto ovunque. Il suo libro di maggior successo, forse, è&nbsp;<em>The Metaphysics Of Ping-Pong</em>: uscito nel 2013 nel mondo inglese, è stato recepito da Ponte alle Grazie tre anni dopo; lo stesso editore, nel 2017, ha pubblicato&nbsp;<em>Sottovento e sopravvento</em>, una specie di “romanzo filosofico d’azione” (così Maurizio Ferraris), che sovverte il candore del ‘genere’. Da allora – Rizzoli, tra 2002 e 2003, ha pubblicato&nbsp;<em>L’albero</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Il fiume</em>&nbsp;– dell’autore, in Italia, si sono perse le tracce. Incessante è tuttavia la sua attività letteraria negli altri mondi; scrive, tra l’altro, sulla “New English Review”.&nbsp;</p>



<p>Quest’anno le reticenze – Mina di Sospiro è ostile al mainstream narrativo che va per la maggiore – si sono dissigillate:&nbsp;<strong><a href="https://www.bietti.it/negozio/il-libro-proibito-un-thriller-esoterico/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bietti ha tradotto&nbsp;<em>Il libro proibito</em></a></strong>, un noir teosofico scritto dall’autore insieme Joscelyn Godwin, studioso di occultismo, esoterista, autore, tra l’altro, di testi su Robert Fludd, Fabre d’Olivet, René Guenon e Julius Evola. Quest’anno,&nbsp;<strong><a href="https://www.lindau.it/Libri/Terrore-e-musica" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lindau ha invece pubblicato&nbsp;<em>Terrore e musica</em></a></strong>, libro in cui, in sostanza, Mina di Sospiro parla della sua Milano dilaniata dagli Anni di Piombo, tra i Talking Heads (in appendice, l’autore impila una “lista di compositori, composizioni, musicisti, gruppi, brani e dischi a cui si fa riferimento nel testo”, tutta da ascoltare) e le Brigate Rosse. “Questo libro tratta della città in cui sono cresciuto, Milano, nella quale rischiavo la vita quotidianamente pur senza mai volerlo. Né intendevo, in quel luogo e in quel periodo… intorno a me tutto era diventato improvvisamente così strano, era come se io vivessi in un altro mondo, da straniero nella propria città”, confessa l’autore. L’attacco del libro parte in contropiede – con David Byrne in sottofondo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“È la settimana di orientamento per le matricole straniere alla University of Southern California, o USC, a Los Angeles, verso la fine di agosto del 1980. Mi viene assegnata una stanza in un dormitorio da condividere con un compagno di studi internazionale, un palestinese di centocinquanta chili il cui padre è «non potente come il presidente Carter,ma quasi». Più tardi, lo stesso giorno, aggiunge che come membro dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, «ho ucciso tre ebrei».&nbsp;<em>Oddio</em>, penso,&nbsp;<em>il mio compagno di stanza è un assassino!”.&nbsp;</em></strong></p>
</blockquote>



<p>Stenio Solinas,&nbsp;<strong><a href="https://www.ilgiornale.it/news/armi-musica-e-conformismi-nellitalia-anni-settanta-2489251.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">che ha scritto di&nbsp;<em>Terrore e musica</em>&nbsp;su “il Giornale”,</a></strong>&nbsp;sintetizza il ‘clima’ dell’epoca con parole statuarie: “La gran parte dei rivoluzionari ventenni dell’epoca, dieci anni dopo li avresti ritrovati nei giornali borghesi che avrebbero voluto bruciare, nelle aziende paterne che avrebbero voluto bruciare, nelle multinazionali, negli uffici pubblici, dietro quelle cattedre scolastiche e universitarie che avrebbero voluto bruciare. Tutti pompieri”.&nbsp;Detto tutto.&nbsp;</p>



<p>Quanto a me, di Guido Mina di Sospiro piace il moto sciamanico, l’ansia del viaggiatore, il suo essere estraneo – anzi,&nbsp;<em>australe</em>&nbsp;– al mondano. Così, l’ho cercato. Pare che questa intervista si sia svolta tra Todi e Villa O’Higgins, in Cile; ma forse è sempre un altro mondo quello a cui tendiamo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/guidofoto2-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-103801" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/guidofoto2-1024x768.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/guidofoto2-300x225.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/guidofoto2-768x576.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/guidofoto2-600x450.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/guidofoto2.jpg 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Lui è Guido Mina di Sospiro</figcaption></figure>



<p><strong>Parto da “Terrore e musica”, che è poi un libro autobiografico. A un certo punto parli del mitico Miklós Rózsa. Ecco, che ruolo ha avuto la musica nella tua scrittura, nella tua vita?&nbsp;</strong></p>



<p>Un ruolo enorme che ora, però, non c’è più (<em>surfeit</em>). Miklós Rózsa fu uno dei miei mentori. Quando ero diciassettenne e lui settantenne avevo la beata incoscienza di mostrargli le mie composizioni, che fra l’altro non gli dispiacevano. Discutevamo di musica e musicisti, armonia e composizione per ore. Mi cambiò la vita: fu lui stesso a dirmi della University of Southern California, dove aveva insegnato composizione succedendo a&nbsp;Schönberg, che era andato alla UCLA, e dove c’era una famosa scuola di cinematografia. Fu così che scelsi di lasciare l’Italia incasinatissima e insanguinatissima di allora e, nel 1980, cominciare a frequentare la USC (non fu affatto facile, con esami di ammissione e complicazioni a non finire, ma ci riuscii).</p>



<p><strong>Nel libro esprimi il tuo giudizio sugli “Anni di Piombo”. Riassumilo per chi ci legge.&nbsp;</strong></p>



<p>La vulgata che ci è tanto assiduamente propinata, e cioè che la eversione era per metà di estrema destra e per metà di estrema sinistra, non corrisponde alla realtà. Ma mi fermo qui. Preferirei che il lettore, leggendo il mio libro che va dal 1974 al 1980, si rendesse conto, anno per anno, mese per mese, settimana per settimana, di che cos’erano le grandi città italiane di allora, specialmente Milano, in cui vivevo.</p>



<p><strong>Non mi pare che parli del “terrorismo nero”. Come mai?</strong></p>



<p>Ne parlo, invece, mettendo nel loro contesto le “stragi di stato” e la “strategia della tensione”, inizialmente ispirate da gruppi eversivi quali Ordine Nuovo, ma in seguito adottate da stay-away-governments, dall’Operazione Gladius, dalla CIA, dalla Masad, dai vari servizi segreti italiani (spesso in conflitto fra loro), dalla P2, e così via. Ma nelle strade la sopraffazione e le intimidazioni, la violenza cronica, quotidiana e sempre in crescendo, erano rosse. Le Brigate Rosse, solo per limitarmi a loro, hanno compiuto 14.000 atti di violenza nei primi dieci anni di attività, dal 1970 al 1980, quasi 4 al giorno. Nessuna organizzazione clandestina di estrema destra si avvicina nemmeno lontanamente a tale media da mattanza.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="663" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/71QhHmMrVAL-663x1024.jpg" alt="" class="wp-image-103802" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/71QhHmMrVAL-663x1024.jpg 663w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/71QhHmMrVAL-194x300.jpg 194w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/71QhHmMrVAL-600x927.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/71QhHmMrVAL.jpg 699w" sizes="(max-width: 663px) 100vw, 663px" /></figure>



<p><strong>Come nasce “Il libro proibito” e qual è il suo nucleo incandescente, il cuore esoterico? Insomma, come dobbiamo leggerlo?</strong></p>



<p>Anni fa c’era la moda del romanzo cosiddetto “esoterico”, che in certi casi diventava molto&nbsp;<em>essoterico</em>, con vendite di milioni di copie. Joscelyn Godwin – una delle menti più geniali al mondo, autore, traduttore ed editor di oltre quaranta libri – ed io pensammo che, come scherzo o&nbsp;<em>jocus severus</em>, avremmo potuto scrivere un romanzo&nbsp;<em>veramente</em>&nbsp;esoterico. Nel senso che quelli in voga allora partivano invariabilmente da un mistero “magico” che però poi veniva risolto dal solito ispettore con i soliti mezzi razionali. Noi invece, avendo la formazione esoterica necessaria, che nessuno di tali scrittori ha, ci ripromettemmo di partire da un mistero magico e risolverlo&#8230; con la magia, nel mentre prendendo in giro il classico ispettore. L’approccio ha funzionato: a oggi, oltre all’originale inglese, sono state pubblicate dieci edizioni straniere.</p>



<p><strong>Le ideologie saranno pure defunte, non certo le idee di mondo: qual è la tua? Intendo: che senso ha vivere, cosa c’è dopo questa vita?</strong></p>



<p>Dovresti darmi un milione di euro per ciascuna risposta, ammesso che io le azzecchi. Cominciamo dallo stato di cose di questo mondo occidentale despiritualizzato: oltre un secolo fa&nbsp;Wittgenstein&nbsp;ha dichiarato senza ombra di dubbio che la metafisica era morta, e da allora la filosofia s’è tramutata in sofismi. Pertanto se un povero cristo in buona fede si pone domande quali le due che mi hai posto tu, non troverà risposta nella filosofia dell’ultimo secolo, che si è persa in stupidaggini,&nbsp;<em>Sprachspiele</em>&nbsp;e logorrea. Se per “idea di mondo” intendi, come credo,&nbsp;<em>Weltanschauung</em>, la mia si rifà all’opera di Alfred North Whitehead, il quale, mentre&nbsp;Wittgenstein&nbsp;e poi la Scuola di Vienna davano per morta e sepolta la metafisica, scrisse uno dei libri di metafisica più importanti di sempre:&nbsp;<em>Process and Reality</em>. A mio avviso, l’unica ragione per cui la riflessione metafisica rimane necessaria, forse più che mai, è che la nostra coscienza moderna ha perso contatto con la propria esistenza cosmica e quindi necessita di una giustificazione intellettuale. Prima che Omero mettesse la penna sulla pergamena e parodiasse gli dei, l’anima umana non sperimentava alcuna separazione tra il Logos del mondo (significato) e la sua esistenza (fattualità), e quindi non aveva bisogno di credenze religiose. La divinità viveva e respirava in mezzo alle creature della terra e del cielo. Lo shintoismo dice lo stesso, incidentalmente.</p>



<p>La cosmologia panteistica di Whitehead intende correggere la tradizionale visione religiosa di Dio come sovrano e onnipotente. La sua cosmologia dotata di un’anima intende correggere la visione filosofica moderna secondo cui l’uomo è separabile dalla natura, o la mente separabile dalla materia. Il potere, per Whitehead, diventa persuasivo poiché estetico, piuttosto che coercitivo poiché meccanico. Dio non arriva dall’aldilà per progettare il mondo a suo piacimento, né lo fa la coscienza umana. Per Whitehead la “concrescenza” è il nome del processo in cui “l’universo delle molte cose acquisisce un’unità individuale in una determinata relegazione di ogni elemento dei molti alla sua subordinazione nella costituzione del nuovo ‘uno’”. La concrescenza, in altre parole, è semplicemente il processo di diventare “concreto”, nel senso di pienamente attuale come occasione reale compiuta. La concrescenza è l’atto del divenire di entità reali. Dal latino “concrescere”, crescere insieme, è l’atto produttivo, l’atto del divenire di un atto produttivo, l’atto del divenire di un essere che è l’insieme. Nella concrescenza, il nuovo essere passa dai suoi componenti nella loro diversità disgiuntiva ideale agli stessi componenti nella loro realizzazione. La metafisica di Whitehead, nota anche come filosofia del processo, definisce la realtà come una rete dinamica di eventi interconnessi o “occasioni reali” (<em>actual occasions</em>) piuttosto che di sostanze statiche. Mette in risalto il divenire rispetto all’essere, il cambiamento e il processo rispetto alla permanenza e le relazioni rispetto alle entità isolate; capovolge il mito della caverna di Platone. Questa visione considera tutta l’esperienza, compresa la realtà soggettiva e oggettiva, come unificata all’interno di un unico cosmo interconnesso.</p>



<p>Chi di voi cercasse di leggere Whitehead senza capirci nulla si troverebbe in buona compagnia e sarebbe sulla via maestra: l’universo, infatti, non è un manuale d’istruzioni.</p>



<p>Mi domandi inoltre: cosa c’è dopo questa vita? Ho letto e studiato innumerevoli testi esoterici di tante tradizioni molto distanti tra loro nello spazio e nel tempo, e ne ho discusso con tanti pensatori, nessuno dei quali appartiene alla mainstream.&nbsp;<em>In nuce</em>: oltre cinquant’anni fa David Conway, un&nbsp;<em>magus&nbsp;</em>gallese, diede alle stampe&nbsp;<em>Magic: An Occult Primer.&nbsp;</em>Maxine Sanders ne scrive come segue: “Al giorno d’oggi ci sono innumerevoli libri sulla magia. Questo è diverso. Diverso come quando è apparso per la prima volta nel 1972. Ciò che lo rende diverso è che spiega al lettore – esperto o principiante, scettico o credente – che cos’è la Magia, perché la Magia funziona e, soprattutto, come si può lavorare con la Magia. Pochi libri fanno tutte e tre le cose, certamente non con tanto stile, erudizione e umorismo.” L’ultimo capitolo s’intitola:&nbsp;<em>Death and the Meaning of Life&nbsp;</em>(La morte e il significato della vita), e spiega dettagliatamente che cosa succede all’anima quando si stacca dal corpo che l’ha ospitata. Confesso di avere smesso di leggere tale capitolo verso la fine perché mi sembrava fin troppo veritiero, e a me non va che le cose finiscano in quel modo. Inoltre, esorto i lettori che leggessero&nbsp;<em>Magic: An Occult Primer</em>&nbsp;a NON cimentarsi nelle arti magiche; non conosco nessun&nbsp;<em>magus</em>&nbsp;che, praticandole, non abbia subito contraccolpi o ripercussioni, anche molto pesanti, cioè la propria morte, o quella di un caro. Leggere, sì, e con deferenza; praticare, altamente sconsigliato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="424" height="627" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9791255842286_0_0_424_0_75.jpg" alt="" class="wp-image-103803" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9791255842286_0_0_424_0_75.jpg 424w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2025/06/9791255842286_0_0_424_0_75-203x300.jpg 203w" sizes="(max-width: 424px) 100vw, 424px" /></figure>



<p><strong>Che cosa tiene insieme il tuo interesse per i manoscritti alchemici, la musica colta, il cinema, il “clima” degli anni Settanta italiani?</strong></p>



<p>Sono patologicamente curioso, non mi fido affatto del canone e delle vulgate che ci propinano e sono allergico al pensiero mainstream. La curiosità non è necessariamente un dono, però, e spesso invidio i nostri gatti, quattro, uno più contento e pigro dell’altro. E sin da piccino sono stato abituato all’alta cultura. Casa nostra era frequentata da personaggi di alto livello, direttori d’orchestra, cantanti lirici, musicisti, scrittori, poeti, pittori, registi e così via. In campagna da mio nonno apparivano spesso Mario Soldati e Renzo Pasolini, entrambi intenti a baciare l’anello. Lo ricordo perché, pur piccino, mi sembravano comicamente ossequianti. Quindi ho sempre avuto accesso al meglio nel campo delle arti, e non solo. Più tardi la profonda amicizia con Joscelyn Godwin (con il quale ho scritto due romanzi), Rupert Sheldrake, Christopher Sinclair-Stevenson, Gillian Prance e diversi altri pensatori inglesi mi ha ulteriormente ampliato gli orizzonti.&nbsp;</p>



<p>Negli ultimi vent’anni ho (ri)scoperto la letteratura spagnola e ispano-americana e leggo principalmente in quella lingua. Gli anni Settanta in Italia erano sconvolgentemente violenti, ma qua e là, soprattutto nella musica, anche molto creativi. Secondo Andrea Kerbaker, con il quale fondai il giornalino&nbsp;<em>La nuova scapigliatura milanese</em>&nbsp;al liceo Leonardo a Milano mi sembra nel 1977, fra la violenza e la creatività di quegli anni c’è un nesso; io, non saprei.</p>



<p><strong>Perché non ci siamo riconciliati con gli “Anni di Piombo”? Perché in Italia parliamo ancora di “fascismo” e di “resistenza” in toni che provocano divisione più che comprensione?</strong></p>



<p>Perché, e te lo dico con candore, gli Anni di Piombo sono stati il terzo tentativo nel XX secolo in Italia di imporre il comunismo con la lotta armata: dopo il Bienno Rosso del 1919-20; dopo la Resistenza, che resistenza non era bensì guerra civile, del 1943-49 (vedi gli scritti di Claudio Pavone); infine gli Anni di Piombo. È sempre la stessa matrice. Ad esempio, le P38 che nel 1975 apparvero d’improvviso nelle mani dei militanti di ultra sinistra (“Poliziotto fai fagotto/ è arrivata la P38!”) altro non erano che le Walther P38, le pistole d’ordinanza dell’esercito tedesco, sottratte e nascoste dai partigiani che, trent’anni dopo, le consegnavano ai figli con l’esortazione di “finire la guerra contro il fascismo”. Ma il fascismo era morto e sepolto, non c’era più, e i neofascisti erano un po’ come i tartari nel romanzo di Buzzati (che scrisse nell’Africa Orientale, dov’era amico di mio padre: ne discutevano di sera). Ce n’erano davvero pochi (alcuni dei quali mortiferi), e quei pochi non si facevano certo vedere. Essendo la storiografia in Italia saldamente nelle mani della sinistra, la vera storia del ventesimo secolo non è mai stata raccontata, né tanto meno assimilata.</p>



<p><strong>Cosa sono stati per te – cosa sono – gli Stati Uniti?&nbsp;</strong></p>



<p>Meriterebbe una risposta fiume, essendoci approdato nel 1980.&nbsp;<em>In nuce</em>, negli States ho fatto cinema, suonato in un gruppo, trovato moglie alla fine del Sunset Boulevard in un contesto squisitamente romanzesco, mi sono laureato, ho fatto il corrispondente per riviste europee di musica e cinema come membro della Hollywood Foreign Press, fatto figli e messo su famiglia, vissuto in California, Florida, Virginia, Maryland, conosciuto tutti e più di tutti e fatto amicizia con grandi menti, scritto libri, libri e poi ancora libri, girato in lungo e in largo, fatto e perso amici. Una vita. Gli USA mi sono sempre piaciuti per il loro pragmatismo yankee; ora non li riconosco più perché quasi metà della popolazione si è lasciata sedurre e indottrinare da un marxismo/globalismo postmoderno che può portare solo alla fine dell’impero, e che, a parte essere distruttivo, è, come gli si conviene, riduttivo, roba da duri di comprendonio, vedi la suprema modestia di Marcuse, quindi intellettualmente tutt&#8217;altro che stimolante, anzi, la morte cerebrale. Degli USA a tutt’oggi mi piacciono gli spazi; sono appassionato di fuoristrada, e spesso vado nel South-West, soprattutto a Moab, nello Utah, a cimentarmi nel&nbsp;<em>rock-crawling</em>, disciplina che consiste nel superare a passo d’uomo ostacoli apparentemente insuperabili con lo sfondo di una natura selvaggia e meravigliosa. In quanto a cultura, con qualche eccezione (americani&nbsp;<em>old money</em>, MAI accademici, che sono marxisti e banalissimi) preferisco frequentare pensatori europei o ispano-americani che risiedono in America. Gli americani tipici sono bravi a inventare marchingegni straordinari e a fare soldi. Ma a nessuno dei miliardari della tech interessa l’arte. I Vanderbilt, Morgan, Rockfeller, Carnagie sono stati rimpiazzati dai Gates, Bezos, Zuckemberg, Musk, ai quali arte e letteratura interessa meno di zero.&nbsp;</p>



<p>C&#8217;è poi un altro Paese che ha avuto un&#8217;enorme influenza su di me, specialmente come scrittore: l’Inghilterra. Ma ne parlerò un&#8217;altra volta.</p>



<p><strong>Quali sono i tuoi “maestri” di scrittura, i tuoi lari? In “Terrore e musica”, a tratti, ho visto l’ombra di Bret Easton Ellis… Insomma, cosa ti piace leggere?</strong></p>



<p>Mai letto Bret Easton Ellis. Casomai c’è l’influenza di George MacDonald Fraser e della sua serie con Flashman come protagonista. Sono diciassette romanzi che ho letto e riletto, e i primi libri che ho avuto la necessità di duplicare: i diciassette tomi nella casa in America, gli stessi diciassette tomi in quella in Italia. Figurati che quando abbiamo avuto Rupert Sheldrake ospite da noi, l’ho convinto a leggere <em>Flash for Freedom!</em></p>



<p>I maestri di scrittura? Le influenze ormai sono infinite, e spesso insolite, come ti puoi immaginare. Per esempio nei seguenti versi dell’umile canzonettista Alvaro Carrillo, tratti dalla sua canzone&nbsp;<em>Sabor a mí</em>&nbsp;trovo più (disarmante, cruda) poesia che nell’opera omnia di Pablo Neruda:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><strong>“No pretendo ser tu dueño<br>No soy nada, yo no tengo vanidad<br>De mi vida doy lo bueno<br>Soy tan pobre, ¿qué otra cosa puedo dar?”</strong></p>
</blockquote>



<p>Non frequento più librerie tradizionali da anni, ma spesso quelle che vendono libri usati, e ce ne sono molte di più nel mondo anglofono. Entri senza sapere che cosa stai cercando ed esci, quando la cerca va a buon fine, con una o due o più gemme la cui esistenza ignoravi fino a poco prima. Mi divertono tutti i libri della Adventure Unlimited Press, capitanata da quel mattoide di David Hatcher Childress. Ciascuno di voi lettori dovrebbe leggere almeno un libro di Graham Hancock, il quale fra l’altro ha inventato un nuovo genere: la&nbsp;<em>narrative non-fiction</em>, che sembra un ossimoro, ma non lo è. Cominciate da&nbsp;<em>Impronte degli dei. Alla ricerca dell’inizio e della fine</em>. Non posso non citare almeno qualche autore di lingua spagnola al di là di Cervantes, Lope de Vega, Leopoldo Lugones, César Vallejo, Xul Solar e Jorge Luis Borges: mi piacciono molto José Javier Esparza e Pío Moa. Ce ne sono così tanti altri che l’intervista diverrebbe una lista, il che non è di grande intrattenimento.</p>



<p><strong>E ora… cosa scrivi? Cosa vorresti scrivere?&nbsp;</strong></p>



<p>Ho appena terminato&nbsp;<em>A Drive Down the Carretera Austral in Chilean Patagonia</em>. Ho guidato, cioè, fra andata, divagazioni e parziale ritorno, per 2600 chilometri, da Puerto Montt a Villa O’Higgins, tutti esclusivamente in Cile e per la maggior parte su sterrato. Le Ande bloccano le nuvole che vengono dal Pacifico, cosicché la Patagonia cilena è una verdissima foresta pluviale temperata, mentre quella argentina, un deserto. La Carretera Austral è stata costruita per volere di Pinochet per poter mobilitare l’esercito contro le incursioni argentine, ma è diventata un viatico per la natura più bella al mondo, fra vulcani, ghiacciai, foreste zeppe di maestosi alberi a noi sconosciuti, laghi, fiumi, cascate, fiordi, isole e isolotti. Il libro l’ho scritto di getto; vado a giorni a Londra a parlarne con il mio agente letterario. Speriamo che per una volta esca entro breve. Di solito gli editori, spesso duri di comprendonio, ci mettono anni ad arrivarci…</p>



<p><em>*In copertina: David Byrne indossa &#8220;The Big Suite&#8221;; Stop Making Sense&nbsp;esce nel 1984</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/guido-mina-di-sospiro-intervista/">“Sono patologicamente curioso”. Da Gladio alla Patagonia, dall’occulto ai Talking Heads: dialogo con Guido Mina di Sospiro </a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il ping-pong è una disciplina sufi, negli Usa domina Mao e io resto un chierico vagante”. Dialogo con Guido Mina di Sospiro</title>
		<link>https://www.pangea.news/metafisica-ping-pong-guido-mina-di-sospiro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jul 2023 04:38:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mina di Sospiro]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Ping pong]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche anno fa – era il 2017 –, su ispirazione di un amico intransigente, ho letto Sottovento e sopravvento. Hard boiled aristotelico, diciamo così, un libro che fondeva Hemingway a Voltaire. La quarta l’aveva firmata Maurizio Ferraris, prof di filosofia a Torino; il libro recava il nome di Guido Mina di Sospiro, che suonava, nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/metafisica-ping-pong-guido-mina-di-sospiro/">“Il ping-pong è una disciplina sufi, negli Usa domina Mao e io resto un chierico vagante”. Dialogo con Guido Mina di Sospiro</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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<p>Qualche anno fa – era il 2017 –, su ispirazione di un amico intransigente, ho letto <em>Sottovento e sopravvento</em>. Hard boiled aristotelico, diciamo così, un libro che fondeva Hemingway a Voltaire. La quarta l’aveva firmata Maurizio Ferraris, prof di filosofia a Torino; il libro recava il nome di <strong><a href="https://guido-mina-di-sospiro.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Guido Mina di Sospiro</a></strong>, che suonava, nel mio polmone a tamburo, come Bartolomeo Colleoni o Giovanni delle Bande Nere – un capitano di ventura del romanzo. L’impressione fu gratificata dalla breve indagine. Nelle fotografie reperibili in rete, Guido Mina di Sospiro indossa un borsalino, gli occhiali scuri, la barba che funge da museruola mistica; spesso è in quinta amazzonica, teso tra panorami struggenti. Qualcosa tra lo sciamano e il nobile sciamannato. La biografia dell’autore ispira, d’altronde, all’avventura: nato l’8 febbraio del 1960 a Buenos Aires “da antica famiglia italiana aristocratica”, cresciuto a Milano “in una casa in cui si parlavano diverse lingue”, ha studiato a Los Angeles, occupandosi di cinema, ha avuto a che fare con Gillon Aitken, mitico agente, tra gli altri, di Salman Rushdie e di V.S. Naipaul. Scriveva – e scrive – in inglese, è tradotto in dodici lingue, a volte si traduce in italiano. La pagina Wikipedia che riferisce di lui è nella lingua di Shakespeare; in Italia è stato pubblicato da Rizzoli – <em>Il fiume, L’albero</em> – e da Ponte alle Grazie e non mi sorprende che i suoi libri non entrino nel pollaio del dibattito culturale nostrano: Guido Mina di Sospiro è fuori asse, porta in sé un altro mondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="654" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-654x1024.jpg" alt="" class="wp-image-96316" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-654x1024.jpg 654w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry-600x939.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/3d339366b6cce0b34888d81b50eff047-tapestry.jpg 690w" sizes="(max-width: 654px) 100vw, 654px" /></figure>



<p>Eppure, il suo pedigree, nel resto del mondo, è spiazzante. Del suo libro più noto, <em>The metaphisycs of ping-pong</em>, edito nel 2013 da Penguin – poi tradotto come <em>La metafisica del ping-pong</em> da Ponte alle Grazie nel 2016 <strong><a href="https://www.ultraedizioni.it/prodotto/la-metafisica-del-ping-pong-il-tennistavolo-come-viaggio-alla-scoperta-di-se/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">e riproposto, oggi, rivisto e tradotto dall’autore, da Ultra</a></strong> – hanno scritto pressoché tutti. Brillante, sagace, il libro è una sorta di iniziazione alla sapienza tramite il tennistavolo: così, i campioni cinesi di quello sport che pretende riflessi non-euclidei e una mente protesa all’inconsueto si mescolano a Ludwig Wittgenstein, il <em>puer aeternus</em> dialoga con l’<em>homo ludens</em>, il Tao con la teoria del caos. Pare che una pallina da ping-pong racchiuda un intero mondo.</p>



<p>Dopo molto tempo, ho dunque ripreso il dialogo con Guido Mina di Sospiro, in vesti da derviscio. &nbsp;</p>



<p><strong><em>La metafisica del ping-pong</em></strong><strong> mi ricorda <em>Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta</em>. Come è nato, in quali circostanze, perché, e perché ri-pubblicarlo oggi, dieci anni dopo?</strong></p>



<p>Per scrupolo ho letto <em>Lo zen e</em> <em>l’arte della manutenzione della motocicletta</em>. Dopo un paio di capitoli mi sono munito di rasoio e schiuma da barba perché quest’ultima cresceva in modo allarmante via via che giravo le pagine. E comunque il testo è imperniato su lunghe discussioni di filosofia canonica che in Italia si studia al liceo, quella teoretica e discorsiva che, incidentalmente ma non troppo, nel mio libro rigetto. Nello scorso secolo Aldous Huxley ingoiò quattro decimi di un grammo di mescalina dissolti in un bicchier d’acqua pieno per metà, inducendo così le visioni di cui scrisse in <em>The Doors of Perception</em>, il famoso libro che, secondo quell’eclettico geniaccio di Roland Fisher, contiene “99% di Aldous Huxley e solo mezzo grammo di mescalina”. Fisher intende dire che le visioni che ebbe Huxley erano profondamente ispirate dal suo bagaglio culturale. La mia ‘mescalina’ è stata&#8230; il ping-pong, ma di livello agonistico, che non conoscevo, e giocato da cinesi. Vi ho trovato così tanti punti di contatto con molti capisaldi della <em>philosophia perennis</em>, che mi è sembrato un veicolo perfetto per illustrarla agli ignari e ai neofiti, prendendoli per mano e conducendoli lungo il mio percorso iniziatico nel mondo del tennistavolo agonistico, che mi ha portato fino in Cina. Da lì l’idea di scriverne, poi divenuta una proposta editoriale, poi il manoscritto intero, infine un libro venduto dal mio agente, il leggendario Gillon Aitken che purtroppo ci ha lasciati, alla Random House. Lo si ripubblica oggi a sette anni dalla prima edizione italiana perché i diritti sono scaduti e c’è ancora molto interesse da parte dei lettori. In più, questa edizione l’ho tradotta io stesso, e vi sono sia aggiornamenti, con note a piè di pagina, sia approfondimenti, con appendici in fondo al testo.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="717" height="1011" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L.jpg" alt="" class="wp-image-96317" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L.jpg 717w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L-213x300.jpg 213w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/61HNrJZkU4L-600x846.jpg 600w" sizes="(max-width: 717px) 100vw, 717px" /></figure>



<p><strong>Spiegami, in breve, cosa c’entra il ping pong con la sapienza sufi e la teoria del caos.&nbsp;</strong></p>



<p><em>Sapientia</em>, come la chiamavano gli esoteristi, naturalmente in latino. Per dirla con i sufi, e parafrasando Idries Shah, “non si tratta di essere costretti a rompere le uova prima di poter fare una frittata; ma di uova che si rompono da sole per poter aspirare alla essenza della frittata”. Dire di più sarebbe svilire l’essenza di una delle correnti mistiche che mi sono più care al mondo. In quanto alla teoria del caos, applicata a un torneo di tennistavolo a squadre con molti partecipanti, dovrebbe essere facile predeterminare la squadra vincente som­mando il <em>rating </em>di ogni membro della squadra – ma non funziona così. Ecco perché i tor­nei sono caotici: è molto difficile prevedere il vincitore. E, naturalmente, è per questo che la teoria del caos non è emersa prima della seconda metà del XX secolo: c’erano troppe variabili da calcolare senza computer. Con la chiosa di una frase sublime nonché liberatoria, che mi ha detto un giocatore cinese, professore di matematica alla Università di George Washington: “I numeri non sono in grado di rappresentare pienamente la realtà perché sono troppo accurati; è per loro impossibile emulare l’aleatorietà che deriva dalla libertà, che è il principio fondamentale della natura”. Per chi, come me, odia sia il determinismo sia il finitismo, è stata in effetti una liberazione.</p>



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<p><strong>In sostanza: il ping pong come gli scacchi per Nabokov, il gioco del go per Kawabata, il pugilato per Norman Mailer, la tauromachia per Hemingway, la ludica strategia per Guy Debord. In cosa si differenzia la pratica del ping-pong rispetto alle altre, nobilissime?</strong></p>



<p>In quanto agli scacchi, ne sono appassionato anch’io, e il discorso sarebbe lungo, anche perché ormai i giocatori di alto livello hanno memorizzato le principali aperture e difese, e si gioca in realtà per poche mosse del centro partita, e poi o è patta o uno dei due abbandona. Non esattamente il colmo dell’adrenalina. Il tennistavolo differisce da qualunque sport e disciplina per due motivi fondamentali: lo spin, soprattutto, e il tempo di reazione. Il giocatore avanzato è in grado di imprimere fino a centocinquanta rotazioni al secondo alla pallina, caratteristica unica del tennistavolo. Con tali rotazioni la pallina non vola in maniera euclidea, ma squisitamente non-euclidea. E su tale pallina ci possono essere <em>due</em> spin al contempo, anche in contrasto fra di loro. Quando ad altissimo livello un giocatore, mettiamo il numero 1 al mondo, sbaglia un colpo, non è perché non ci sia arrivato, ma perché non ha letto bene lo spin. In quanto al tempo di reazione, il tennistavolo è lo sport che richiede i massimi riflessi, disciplina cerebrale e scat­tante, qualcosa di simile a un puzzle a quattro dimensioni da risol­vere senza avere il tempo di pensare.</p>



<p><strong>Cosa c’entra “l’iniziazione” nella pratica del tennistavolo?</strong></p>



<p>Mircea Eliade direbbe che nel mio caso gli “sciamani” che mi hanno iniziato sono stati i giocatori cinesi, i quali facevano cose che mi sembrava andassero al di là della fisica. Naturalmente all’inizio neanche capivo cosa stessero facendo, né che spin stessero imprimendo alla pallina, dato che la maggior parte di loro giocava con l’impugnatura a penna, per me l’ennesimo mistero. Mi battevano 11 a 0. Delle volte giocavano con la mano sinistra, ma comunque me le davano sonoramente. Poi, piano piano, con tanto <em>blood, sweat and tears</em>, ho cominciato a fare qualche punto, cambiato club, trovato giocatori più avanzati. Dopo circa tre anni di assiduo allenamento e sorprendente fatica (da appassionato botanico: è meno stancante scavare una fossa che giocare per tre ore a tennistavolo a livello agonistico), sconfiggevo tutti i giocatori cinesi in cui mi imbattevo. Mi guardavano come un <em>rara avis</em>, una stramberia occidentale che osava batterli nella disciplina che considerano un loro diritto di nascita.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="638" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-96318" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 638w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2023/07/515e03yxA-L._AC_UF10001000_QL80_-600x940.jpg 600w" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" /></figure>



<p><strong>Fammi capire la tua vita. Nasci a Buenos Aires, sei italiano, vivi negli Stati Uniti, scrivi in inglese. Perché non scrivi in italiano? Ti senti trascurato o negletto dal mondo culturale italiota? O meglio: come si percepisce, dall’altra parte dell’oceano, la letteratura italiana recente?</strong></p>



<p>Nasco a Buenos Aires, sì, ma ci vivo solo tre mesi, e ci ritorno cinquantanove anni più tardi, invitato dall’Ateneo, la libreria più bella del mondo, a firmare copie dell’edizione spagnola proprio de <em>La metafisica del ping-pong</em>; cresco a Milano, quella degli anni di piombo e allora ancora della nebbia, città per cui non nutro una grande simpatia; frequento l’università a Los Angeles, e mi laureo; poi vado a Miami, poi in Virginia, infine nel Maryland, vicino a Washington, D.C. Questione lingua: la mia prima tata, o niñera, era una spagnola, fino ai miei tre anni. Dunque sospetto che il castigliano sia la mia lingua madre; le è subentrata una valdese, di cui conservo carissima memoria, che mi parlava in francese – che sia il francese la mia lingua madre? Intanto, intorno a me, e poi alle elementari, l’italiano, ma sempre con l’inglese in sottofondo. A casa dei miei si parlavano cinque lingue, e c’erano spesso ospiti internazionali. D’altra parte, da secoli gli aristocratici parlano “le lingue”, che sono poi le quattro citate più il tedesco. Una volta in America ho deciso di scrivere in inglese; ma oggi, anche perché incoraggiato dalla mia nuova agente letteraria, traduco i miei testi dall’originale inglese all’italiano, anzi, più propriamente li riscrivo.</p>



<p>Trascurato o negletto? Mah&#8230; mi ritengo un <em>clericus vagans</em>, l’erudito dell’alto medioevo che viaggiava di università in università in Europa e, qualunque fosse la sua nazionalità, leggeva, scriveva e insegnava nella lingua franca di allora, il latino; quella di oggi è, ovviamente, l’inglese. Sono poi molto pubblicato in lingua spagnola, altra lingua mondiale che parlo correntemente e amo molto. E poi in tante altre lingue, fra cui alcune alle nostre orecchie pittoresche, quali, per esempio, il coreano e il tailandese. Ci sarei arrivato partendo da originali italiani?</p>



<p><strong>Se non sbaglio, cominci occupandoti&nbsp;di cinema. Come accade l’approdo alla scrittura creativa? Raccontami.&nbsp;</strong></p>



<p>Ho sempre scritto, sin da quando, da ragazzo, a notte fonda ascoltavo Keith Jarrett in cuffia e leggevo Rilke, i mistici persiani, i lirici greci, Novalis… Anche per il mio primo film scrissi il copione, i dialoghi, le nota di presentazione per la prima alla cineteca italiana, fortemente voluta dal suo direttore. Poi, da Los Angeles, sono stato giornalista musicale e cinematografico per periodici italiani e tedeschi. Nel mentre cominciavo a scrivere narrativa.</p>



<p><strong>Mi viene anche da chiederti: qual è il clima culturale, come si dice, oggi negli Usa?&nbsp;</strong></p>



<p>Terribile: o <em>woke</em> o, peggio ancora, <em>cancel culture</em>, vale a dire la rivoluzione culturale di quell’esemplare sterminatore di massa che è stato Mao. Se si continua così, l’impero degli USA non può che implodere.</p>



<p><strong>Quali sono stati i tuoi maestri (reali o fittizi che siano)?</strong></p>



<p>Christopher Sinclair-Stevenson, che oggi giace allettato in una casa di cura dopo aver perso la moglie lo scorso inverno, che è stato grande editore e poi agente letterario a Londra per sessant’anni. Figurati che appena laureato a Cambridge gli fu affidato <em>Gli Italiani</em> di Luigi Barzini, per curarne la versione inglese <em>The Italians</em>. Lo potò e riarrangiò molto drasticamente, e il libro divenne un best-seller in Inghilterra. Christopher aveva ventiquattro anni. Dopo di che ha pubblicato i più grandi scrittori degli ultimi decenni. Agli inizi degli anni Novanta mi è stato presentato da una ragazza che aveva lavorato per lui come <em>editor</em>, e da lì è incominciato il più classico dei rapporti fra maestro e discepolo. Per vari anni ciò che mi ha dato la fede di continuare a scrivere, libro dopo libro, sono stati i suoi fax, che arrivavano puntuali più o meno ogni due settimane in risposta a mie lunghe lettere. Allora nessun altro sapeva di me e dei miei scritti. A un certo punto su mia richiesta e insistenza ha molto generosamente fatto l’<em>editing</em> di un mio romanzo – e penso d’avere definitivamente imparato a scrivere (in inglese) allora.</p>



<p>Non posso non citare anche Joscelyn Godwin, il grande studioso inglese e con me co-autore di due romanzi: <em>The Forbidden Book</em> e <em>Forbidden Fruits</em>. Molto simile come <em>forma mentis</em> a Christopher, ma per me più come un fratello maggiore. Poi ci sono tante altre influenze, ovviamente, ma Christopher e Joscelyn sono stati maestri veri.</p>



<p><strong>E ora, cosa stai scrivendo?</strong></p>



<p>L’ultimo romanzo moderno, la prima neo-romanza di cavalleria: <em>Una volta nella vita. Un romanzo tristaniano</em>.</p>
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		<title>Non omnis moriar: una meditazione sullo scrivere</title>
		<link>https://www.pangea.news/guido-mina-di-sospiro-morte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2020 09:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mina di Sospiro]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Morte]]></category>
		<category><![CDATA[Orazio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1992 inviai una lettera al mio vecchio professore di latino, nella quale, inter alia, avevo tradotto per lui il finale di un libro terminato&#160; di scrivere alcuni mesi prima. The Story of Yew, alias Memoirs of a Tree, o, nell’edizione italiana, L’albero. Segue un estratto dalla risposta epistolare del professore: II breve frammento del [&#8230;]</p>
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<p>Nel 1992 inviai una lettera al mio vecchio professore di latino, nella quale, <em>inter alia</em>, avevo tradotto per lui il finale di un libro terminato&nbsp; di scrivere alcuni mesi prima. <a href="https://www.amazon.it/Story-Guido-Mina-Sospiro-2001-05-01/dp/B01FGJPFD6" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>The Story of Yew</em>, alias <em>Memoirs of a Tree</em>, o, nell’edizione italiana, <em>L’albero</em>. </a>Segue un estratto dalla risposta epistolare del professore:</p>



<p><em>II breve frammento del tuo romanzo, che mi hai trascritto, mi è piaciuto molto. Contiene una riflessione seria che credo sia uno dei motivi conduttori del libro. La natura, la morte: quesiti destinati a rimanere senza una risposta convicente. Tra le tante risposte possiamo scegliere quella dei libri poetici con il loro sofferto “non omnis moriar”. In verità l’uomo lavora, crea, per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che ha fatto. C’è in noi una ansia di eterno insopprimibile. Prova a rileggere o a ripensare all’opera di un poeta prendendo come chiave di lettura il tema della morte, la sua risposta a questa mistero. E scoprirai forse che la letteratura è sorta in funzione della marte, come risposta al mistero della morte.</em></p>



<p>*</p>



<p><em>Non omnis moriar</em> è tratto da ciò che probabilmente costituisce il più antico testamento poetico: L’ode 3.30 di Orazio. Significa “non morirò del tutto”. In uno stile piuttosto roboante</p>



<p><em>Ho creato un monumento più duraturo del bronzo</em></p>



<p><em>E più elevato della struttura delle regali piramidi</em></p>



<p><em>Che né la vorace pioggia, né lo sfrenato Vento del Nord</em></p>



<p><em>Potranno distruggere, né lo sterminato succedersi di anni e la fuga del tempo (…)</em></p>



<p>il poeta annuncia ai suoi contemporanei e soprattutto ai posteri che non morirà del tutto, che parte di lui vivrà nella sua poesia, come, infatti, è avvenuto: eccomi qui, nel 2020, a citare una poesia vecchia come l’albero di tasso nel mio romanzo: due millenni.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="605" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-605x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81750" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-605x1024.jpg 605w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-177x300.jpg 177w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-768x1300.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-907x1536.jpg 907w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1-1210x2048.jpg 1210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/phpThumb_generated_thumbnailjpg-1.jpg 1280w" sizes="(max-width: 605px) 100vw, 605px" /></figure>



<p>Aveva ragione il mio professore? È per questo motivo che scriviamo? Per non morire del tutto, per sopravvivere almeno in parte in ciò che abbiamo fatto? La letteratura è nata, come la religione, come risposta al mistero della morte? Ho posto tali domande a uno dei più acuti critici letterari che io conosca, Davide Brullo, egli stesso un poeta. Ha risposto:</p>



<p><em>Certamente, l’uomo scrive per trovare la parola che faccia risorgere. Ma è vero che la risposta alla morte è con la vita. La poesia è vita, fenomenale, funambolica. Credo, poi, che ci sia una eredità, un lascito in luce. Tanto la battaglia con la morte è persa, dunque scagliamo bolidi verbali sul viso del millennio venturo, che esista il nome dello scrittore o meno è iniquo, vano. Egli crea un linguaggio.</em></p>



<p>Immortalità, dunque, il vero scopo dell’alchimia, il fine escatologico di così tante religioni, maggiori e minori. <em>È bello doppo il morire vivere ancora</em>, come dice il motto rinascimentale.</p>



<p>Mi chiedo se sia stato lo stesso desiderio di immortalità ad animare Alfred Jarry quando scrisse <em>Gestes et Opinions du Docteur Faustroll, Pataphyshycien (Gesta e opinioni del Dr. Faustroll, Patafisico)</em>? Sì e no sarebbero entrambe risposte giuste. <strong>Uno dei libri più intelligenti e spiazzanti che io conosca, in grado di prevedere gli sviluppi futuri della cultura occidentale, è stato scritto nel 1898 e pubblicato per la prima volta postumo nel 1911, quattro anni dopo la morte di Jarry.</strong>Lo stesso desiderio di immortalità ha permeato <em>Dissipatio H.G. </em>di Guido Morselli? La risposta può ben essere, ancora una volta, sì e no.</p>



<p>Il titolo sta per <em>Dissipatio Humani Generis</em>, una frase estratta dagli scritti di Giamblico; significa, la scomparsa dell’umanità. Il protagonista-narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet. Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata dall’unico componente superstite, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte. Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare. Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite. Il supremo solipsista finisce con il desiderare disperatamente gli esseri umani.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="706" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-706x1024.jpg" alt="" class="wp-image-81752" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-706x1024.jpg 706w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-768x1114.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-1059x1536.jpg 1059w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada-1412x2048.jpg 1412w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/12/Memorias-de-un-arbol-2019-portada.jpg 1747w" sizes="(max-width: 706px) 100vw, 706px" /></figure>



<p><strong>Questo fu l’ultimo libro di Morselli; a differenza del protagonista di <em>Dissipatio H. G</em>., non cambiò idea all’ultimo momento e, poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato, si suicidò.</strong> Ma poi fu pubblicato postumo, insieme a diversi altri suoi libri; la prima edizione in inglese è uscita negli Stati Uniti questo dicembre; ed eccomi qui, decadi dopo che il rifiuto spinse il suo autore a suicidarsi – senza però morire del tutto.</p>



<p>*</p>



<p>Alcuni giorni fa ho ricevuto una email da un’ammiratrice attraverso il mio sito. Aveva comprato il mio <em>L’albero</em> a Losanna, in Svizzera, in francese, e le era piaciuto; lo aveva quindi acquistato in edizione spagnola cosicché potesse leggerlo suo marito; e ora, a Quito, in Ecuador, lo voleva presentare al suo circolo di lettura, all’aperto per via delle restrizioni dovute al Covid, sotto il vulcano Pichincha – lo stesso libro con cui ho iniziato questa riflessione e il cui finale ho tradotto, agli inizi degli anni Novanta, per il mio professore di letteratura latina. Ciò che mi colpisce in retrospettiva <strong>è che l’albero di tasso (Taxus baccata) è un essere tecnicamente immortale, capace di rigenerarsi all’infinito. I suoi primi fossili sono datati duecentocinquanta milioni di anni e, se paragonati alle sue condizioni attuali, mostrano che non c’è stata evoluzione: è nato perfetto per vivere in eterno.</strong></p>



<p>Questo presunto desiderio d’immortalità, quanto risuonava in me più o meno mezza vita fa? Forse non così a livello conscio come adesso, ma può darsi che già allora fosse la motivazione.</p>



<p>Così tanti poeti e scrittori non sono morti del tutto, e il loro lascito vivente ci permea tutt’oggi. Gli autori contemporanei potrebbero ritenerli i loro <em>mani</em>, cioè le anime degli antenati, e venerarli come spiriti benigni. Alcuni di noi probabilmente già lo fanno.</p>



<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>



<p><em>*</em> <em>tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; pubblicato originalmente <a href="https://www.newenglishreview.org/custpage.cfm?frm=190347&amp;sec_id=190347" target="_blank" rel="noreferrer noopener">su “New English Review” come “Non Omnis Moriar: A Meditation on Writing”</a></em></p>
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		<title>Breaking Bad ai tempi del memento mori globale. Ora vi spiego perché gli autori della serie di successo sono sprovvisti culturalmente e metafisicamente falliti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2020 09:43:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Quanti funerali passano davanti alle nostre case? E tuttavia non pensiamo alla morte. Quante morti premature?” Così scriveva Seneca duemila anni fa. Prima di lui, Platone, discutendo della morte di Socrate, nel Fedone, affermava che “i veri filosofi sono sempre intenti alla pratica di morire”. La morte è stata al centro della filosofia occidentale e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Quanti funerali passano davanti alle nostre case? E tuttavia non pensiamo alla morte. Quante morti premature?” Così scriveva Seneca duemila anni fa.</strong> Prima di lui, Platone, discutendo della morte di Socrate, nel <em>Fedone</em>, affermava che “i veri filosofi sono sempre intenti alla pratica di morire”.</p>
<p><strong>La morte è stata al centro della filosofia occidentale e di tutte le religioni e le mitologie. Siamo tutti gravati da un memento mori, ma la maggior parte di noi cerca di dimenticarlo, fino a quando non siamo posti, direttamente o indirettamente, di fronte all’inevitabilità della morte.</strong> In tempo di pandemia, il <em>memento mori</em>, assunta la forma di un virus, si è acutizzato, poiché siamo tutti ansiosi circa il nostro benessere e quello dei nostri cari. Siccome la pandemia è coincisa con una quarantena, ci siamo ritrovati con molto tempo a disposizione. Oltre alla lettura, alla scrittura, all’ascolto della musica e alla preparazione di insolite ricette di cucina, ho fatto una maratona di alcune serie televisive. <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Breaking_Bad" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Breaking Bad</em></strong></a>, che ha vinto più premi di qualsiasi altra produzione e che è stata immensamente popolare, mi è sembrato un buon punto di partenza. Ora sono in grado di affermare che può essere considerate una rappresentazione della cultura occidentale agli albori del 21° secolo.</p>
<p>*</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-77370 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/foto2-4-300x300.jpg" alt="" width="521" height="521" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/foto2-4-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/foto2-4-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/foto2-4-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/foto2-4.jpg 600w" sizes="(max-width: 521px) 100vw, 521px" />Vari sono i temi che ritengo emblematici. Il <em>memento mori</em> diventa all’improvviso molto pressante nella mente di Walt, l’insegnante di chimica delle superiori, quando gli viene diagnosticato un cancro polmonare inoperabile allo stadio tre. <strong>Circa cento anni prima, Thomas Mann aveva trattato il problema della malattia e dell’imminenza della morte ne <em>La montagna incantata</em> da un punto di vista metafisico e filosofico, con ogni personaggio principale nel sanatorio che impersona una diversa corrente filosofica. </strong>All’inizio del 21° secolo, Vince Gilligan e gli altri creatori di <em>Breaking Bad</em> trattano lo stesso tema della malattia e dell’imminenza della morte con la decisone, da parte di Walt, di diventare un produttore di metanfetamina.</p>
<p>Il pragmatismo americano – il non abbiente Walt intende lasciare soldi a sua moglie e ai suoi figli – al posto delle riflessioni ontologiche ed escatologiche. Per uno che ha studiato tutta la vita religioni comparate, mitologia e filosofia, una tale scelta sembra stupefacente. Ma, d’altra parte, è giusto paragonare Thomas Mann a Vince Gillian e ai suoi colleghi? L’ambiente europeo del post prima guerra mondiale agli Stati Uniti degli inizi del ventunesimo secolo? È giusto paragonare un’opera magna letteraria di immenso respiro con una serie televisiva? <strong>Considerando quanto hanno scritto di quest’ultima i critici, direi di sì, dal momento che hanno preso <em>Breaking Bad</em> molto sul serio. Forse perché contiene elementi di ciò che oggi passa per “literary fiction”, o narrativa letteraria</strong> (le mie opinioni a riguardo sono espresse nel saggio <strong><em><a href="http://www.pangea.news/contro-il-romanzo-guido-mina-di-sospiro/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico</a> e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”</em></strong>). Il tempo dedicato al motivo della metanfetamina – la sua produzione e distribuzione e tutti i personaggi sgradevoli ma coloriti che queste comportano – è più o meno lo stesso di quello dedicato alle dinamiche della famiglia di Walt: la moglie, i due figli, il cognato e la cognata. E tali dinamiche sono sviluppate nello stile di quella che oggi passa per narrativa letteraria: molta angoscia suburbana e complicazioni che aspirano all’universalità di uno Shakespeare o di un Cervantes, ma posano su spalle molto inadeguate. Walt e Hank, suo cognato, non sono né Amleto né Don Chisciotte. La gente comune non è in grado di occuparsi di problemi filosofici semplicemente perché non sa che la filosofia esiste, come d’altronde la gran parte degli americani.</p>
<p>Ma, dopo tutto, la filosofia non è forse concepita solo per una elite? Il dramma <em>La vida es sueño</em> (<em>La vita è sogno</em>) di Calderon de la Barca fu estremamente popolare quando esordì nel 1635 e da allora  è rimasto nel repertorio teatrale come un classico senza tempo. I suoi motivi principali sono distintamente filosofici: il tema religioso preponderante nella vita di allora, ovvero il libero arbitrio contro la predestinazione; e il concetto di vita come sogno, che si può ritrovare nell’Induismo, nel Buddismo, in Eraclito, in Platone e, più a ridosso dei tempi di de la Barca, in Cartesio con il suo inquietante argomento del sogno, vale a dire: <strong>se nel sogno il mondo ci sembra reale e ci rendiamo conto che è irreale solo al risveglio, come facciamo a essere sicuri che quando siamo svegli siamo veramente svegli? Troppo complesso per lo spettatore comune? </strong>A giudicare dal successo del drama, il secolo d’oro della Spagna deve aver prodotto delle platee piuttosto sofisticate.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Ma torniamo ad Albuquerque e alle imprese dei narco. <em>Breaking Bad</em> è infarcito di incongruenze fin dall’inizio: Walt, da giovane, è stato un genio ma poi non è riuscito nella vita per motivi che non sono ben spiegati, o non sono spiegati affatto;</strong> suo cognato è, a favor di trama e di suspense, un agente della DEA; Walter Jr, il figlio adolescente di Walt e di sua moglie Skyler, soffre di paralisi cerebrale; Skyler rimane incinta a oltre quarant’anni e, sebbene la sua sia una gravidanza non programmata e sia lei che Walt non siano affatto religiosi, non abortisce.</p>
<p><strong>Confesso di essere rimasto affascinato da Pablo Escobar, una sorta di don Chisciotte malvagio, e di aver letto parecchi libri su di lui, principalmente in spagnolo, dato che i gringos sembrano del tutto incapaci di comprendere che tipo di personaggio fosse.</strong> Sebbene ciò che Escobar ha fatto nella vita sia più strano di un romanzo, all’inizio non c’era niente di insolito in lui o nella sua famiglia. Certo Escobar non era un futuro premio Nobel, tutt’altro; proveniva da una famiglia molto modesta, ma non moriva di fame; non era oberato da un figlio malato o da una gravidanza non voluta – la qual cosa rende la sua ricerca di ricchezze favolose a dispetto di tutto ciò che poteva opporglisi tanto più incomprensibile. In altre parole, a paragone della realtà, <em>Breaking Bad</em> sa di arbitrario.</p>
<p>*</p>
<p>Skyler, la moglie da sempre sofferente, merita una menzione a parte. Innumerevoli spettatori hanno visto in lei l’archetipo della lagnona, della megera, della bisbetica. E per lagnarsi, si lagna eccome! Fortunatamente la funzione di avanzamento veloce mi ha risparmiato molta della sua petulanza. <strong>Ma questo è un problema comune ai polizieschi narco: non hanno spazio per le donne, le quali o piagnucolano, fino alla nausea, o scimmiottano gli uomini, in modo poco convincente. Le storie sul narcotraffico sono chiaramente di stampo maschile</strong>; hanno come protagonisti buoni e cattivi, questi ultimi molto più avvincenti, e, tra di essi, una zona grigia popolata da anti-eroi o malavitosi con atipici crucci di coscienza.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Un extraterrestre che guardasse <em>Breaking Bad</em> concluderebbe che la cultura occidentale agli inizi del 21° secolo è diventata completamente atea. In cinque stagioni, per un totale di sessantadue episodi, e una durata di sessantadue ore, cioè due giorni e quattordici ore, Dio e la religione sono menzionati due sole volte:</strong> dopo la collisione di due aeroplani sopra Albuquerque, una ragazza della scuola di Walt chiede, parafrasando, “Come ha potuto Dio permettere che accadesse questo?”, e la preside taglia corto esortando lei e altri studenti a rimanere nell’ambito della laicità. Poi si vedono due sicari messicani strisciare per terra assieme ad alcuni contadini verso una capanna nel deserto che contiene simboli della <em>Nuestra Señora de la Santa Muerte</em>, una santa del cattolicesimo folk messicano. Oltre a ciò, niente. Questo campionario di umanità, l’extraterrestre relazionerebbe ai suoi pari, non ha posto per gli dei o per la religione, salvo che per dei sicari e dei contadini che provengono da una società più primitiva.</p>
<p><strong>In una storia la cui <em>raison d’être</em> è l’imminenza della morte e ciò che Walt può fare in risposta ad essa, non c’è Dio, né si prega, né c’è religione.</strong> In un contesto ideale per un’indagine ontologica ed escatologica, non c’è assolutamente niente del genere. Come inconsapevole, tardiva appendice all’esistenzialismo, l’uomo è ritratto nella sua vulnerabilità in un universo caotico e privo di significato. Cartesio, l’Illuminismo, Marx, Darwin, Wittgenstein e infine il Circolo di Vienna hanno lavorato alacremente all’annientamento della metafisica – con Rudolph Carnap che formalmente l’ha rifiutata come priva di senso poiché le affermazioni metafisiche, egli sosteneva, non potevano essere provate o confutate dall’esperienza – e hanno ottenuto un successo trionfale. Mentre la scienza, tra gli altri con Heisenberg – ironicamente, poiché questo è il nome di battaglia di Walt nella serie – che ha donato al mondo il suo principio d’indeterminazione, ha mostrato che le cose non sono così fisse in natura e che c’è molto più di ciò che si vede a occhio nudo (il che, incidentalmente, il coronavirus ha evidenziato con efficacia, con tutto il nostro frenetico lavarci le mani) la cultura convenzionale continua a basarsi su principi laici se non chiaramente atei, su costrutti occidentali arbitrari postulati da filosofi di tendenza aristotelica. <strong>Ancora oggi nel mondo occidentale una contraddizione è percepita come un grave <em>faux pas</em> in quasi ogni contesto. Ciò è dovuto alla legge di non contraddizione, o la seconda legge tradizionale, definita da Aristotele nella sua metafisica: “È impossibile che il medesimo attributo, nel medesimo tempo, appartenga e non appartenga al medesimo oggetto e sotto il medesimo riguardo”. Mentre tale “assioma” è utile in un tribunale e in molte altre applicazioni terra terra, non dovrebbe mai essere stato frainteso per una legge che governa l’universo.</strong> La natura, infatti, è piena di contraddizioni, e gli eventi più importanti nella vita sono quelli che vanno contro le statistiche.</p>
<p>*</p>
<p>Ho finito <em>Breaking Bad</em> grato alla Apple TV per la sua funzione di avanzamento veloce, e con la sensazione che i suoi autori siano sprovvisti culturalmente e matafisicamente falliti.</p>
<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p><strong><em>*</em></strong><em>Tradotto da Patrizia Poli dall’originale “Breaking Bad during a Time of Global Memento Mori”, pubblicato nel numero di giugno, 2020, della rivista New English Review</em></p>
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		<title>“Scoprivo in lui un editore atipico, e non solo per l’Italia; un editore onnivoro che prediligeva i libri incatalogabili”. Guido Mina di Sospiro ricorda Luigi Spagnol</title>
		<link>https://www.pangea.news/luigi-spagnol-guido-mina-di-sospiro/</link>
		
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2020 08:43:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La mia amicizia con Luigi Spagnol è antica. Eravamo entrambi precoci, sia perché nati e cresciuti in case straripanti di cultura, sia perché negli anni Sessanta e Settanta si maturava in fretta. Eravamo non solo compagni di scuola elementare, in Via della Spiga, a Milano, ma anche schermitori controvoglia alla Società del Giardino, tiranneggiati da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La mia amicizia con <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2020/06/14/addio-a-luigi-spagnol-leditore-che-scopriva-i-bestseller_03cefba1-99a6-4c7f-bfeb-88191ac15e7a.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Luigi Spagnol</a> è antica. Eravamo entrambi precoci, sia perché nati e cresciuti in case straripanti di cultura, sia perché negli anni Sessanta e Settanta si maturava in fretta.</strong> Eravamo non solo compagni di scuola elementare, in Via della Spiga, a Milano, ma anche schermitori controvoglia alla Società del Giardino, tiranneggiati da un certo maestro Volpini, che ci tartassava con commenti denigratori, mentre il leggendario maestro ungherese lanos Kevey, avendo capito la situazione, ci aveva presi sotto la sua… sciabola protettiva.</p>
<p>*</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-77095 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/06/libro-7-198x300.jpg" alt="" width="281" height="426" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-7-198x300.jpg 198w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-7-675x1024.jpg 675w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-7-768x1165.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-7-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/06/libro-7.jpg 1000w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" />Innumerevoli le serate passate da adolescenti a casa Spagnol, anche con il fratello, e con il padre, il leggendario editore Mario, con il quale intavolavo lunghissime discussioni letterarie e filosofiche mentre Luigi suonava la spinetta e la mamma ci offriva i suoi gelati fatti in casa dai gusti esotici.</strong> Sia per Luigi sia per me l’amore per la letteratura andava di pari passo con quello per la musica. Ricordo che nel 1975 gli regalai <em>Jazz – La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana</em>, di Arrigo Polillo. Opera enciclopedica, la lesse nel giro di una settimana. Componevamo entrambi, e ricordo di avere, a Milano, alcune delle sue composizioni giovanili. Sia Luigi sia io eravamo <em>outsiders</em>, del tutto avulsi dal clima di politicizzazione oltranzista e violenta degli Anni di Piombo. Vivevamo in un mondo parallelo, quello dell’arte, con tante serate passate assieme al conservatorio e in altri teatri milanesi. D’estate andavamo entrambi in Liguria, ma in località distinte, e ogni tanto c’incrociavamo.</p>
<p>*</p>
<p>A vent’anni lasciammo entrambi l’Italia. E, stranamente, ci perdemmo di vista. Poi, all’inizio di questo secolo, ci rincontrammo fugacemente, lui già editore, io già scrittore. Ma il matrimonio non ebbe da farsi—non ancora. E infine, è storia recente, grazie a Cinzia, una carissima amica comune, ci rincontrammo, chiedendoci, poco dopo, come mai non fossimo rimasti sempre in contatto, viste le affinità elettive. Lesse il mio <em>The Metaphysics of Ping-Pong</em>, e ne volle subito curare l’edizione italiana. <strong>Scoprivo in lui un editore atipico, e non solo per l’Italia; un editore onnivoro che prediligeva i libri “incatalogabili”.</strong></p>
<p>*</p>
<p>Avere ritrovato un’antica amicizia era stato inebriante, per tutti e due. L’ultima volta che gli ho scritto, il primo marzo, raccomandandomi di non esporsi a rischi per via del coronavirus, mi ha replicato: “Grazie, caro Guido. Ma devo dire che io sono malato di mio, non noto molto la differenza”. Preoccupato, gli ho risposto; “Mi spiace molto. Spero non gravemente e ti auguro di uscirne presto”. Mai più sentito. Conoscendolo, sapevo che non si sarebbe lamentato di un raffreddore. Temevo che ci fosse qualcosa di grave, ma non ho insistito, perché evidentemente non ne voleva parlare. Dignitoso fino in fondo.</p>
<p>*</p>
<p>Probabilmente nato per fare l’artista, Luigi ha saputo raccogliere un’eredità importante e calarsi nel ruolo tanto bene da rivaleggiare il suo stesso padre come editore. <strong>Finisco con una constatazione: in vita mia ho permesso a solo due persone di toccare i miei scritti: Gillon Aitken e Luigi. Luigi era, mi resi conto subito, molto in gamba. Quella dell’<em>editing</em> è un’arte a sé – difficile e complicata dal dover avere a che fare con un autore – con sempre meno praticanti.</strong> In Inghilterra e negli USA le case editrici ormai si aspettano che siano gli agenti letterari a fare l’<em>editing, </em>una vera stramberia, considerando che non è detto che il testo, pasticciato o rabberciato dall’agente, venga accettato, cosicché rimane all’autore il dubbio che il suo testo originale fosse migliore. Luigi era all’antica, era un editore vero, ci sapeva fare, e in più aveva stile e <em>humor</em>. Un giorno, alla fine di un’intensa sessione di editing per il mio romanzo <a href="http://www.ponteallegrazie.it/scheda.asp?editore=Ponte%20alle%20Grazie&amp;idlibro=9439&amp;titolo=Sottovento+e+sopravvento" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sottovento e sopravvento</em></a>, ammirato gli ho detto: “Luigi, sei un manico”. “Sì,” mi ha risposto, “un manico di scopa”.</p>
<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/luigi-spagnol-guido-mina-di-sospiro/">“Scoprivo in lui un editore atipico, e non solo per l’Italia; un editore onnivoro che prediligeva i libri incatalogabili”. Guido Mina di Sospiro ricorda Luigi Spagnol</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Il grande solipsista, asociale, egocentrico e agorafobico… “Dissipatio H.G.” è il romanzo del nostro tempo (e sbarca nel mondo inglese)</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2020 09:46:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immaginiamo un adoloscente cervellotico che ha studiato troppa filosofia e troppo latino e, in generale, ha esercitato il cervello troppo per il suo bene. È diventato così maladattato al luogo e al tempo in cui vive che vorrebbe leggere un libro intitolato Contro la società: manuale di autodifesa per solipsisti. Invece s’imbatte in una nuovo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginiamo un adoloscente cervellotico che ha studiato troppa filosofia e troppo latino e, in generale, ha esercitato il cervello troppo per il suo bene. <strong>È</strong><strong> diventato così maladattato al luogo e al tempo in cui vive che vorrebbe leggere un libro intitolato <em>Contro la società: manuale di autodifesa per solipsisti</em>. Invece s’imbatte in una nuovo testo <em>Dissipatio H.G.</em>, di un certo <a href="http://www.pangea.news/guido-morselli-intervista-linda-terziroli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Guido Morselli,</a> pubblicato postumo.</strong> Morselli, come s’è venuto a sapere, era un collezionista di rifiuti; beatamente apolitico, sebbene gli editori conoscessero sia lui sia il suo considerevole talento, lo rifiutavano in serie poiché non apparteneva alla conventicola di sinistra.</p>
<p><strong><img decoding="async" class=" wp-image-75777 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro-4-188x300.jpg" alt="" width="261" height="416" />Il titolo sta per <em>Dissipatio Humani Generis</em>, una frase estrapolata dagli scritti del filosofo neoplatonico Giamblico,</strong> uno dei più colti uomini del suo tempo, a cui si attribuivano anche poteri miracolosi; significa, la scomparsa dell’umanità.</p>
<p>Il narratore, un intellettuale lucido, ipocondriaco, “fobantropo” più che misantropo, decide di affogarsi in uno stagno dentro una caverna in alta montagna. Ma, una volta là, cambia idea, e ritorna al suo chalet.</p>
<p>Alla fine scoprirà che l’umanità, dopo che lui ha cambiato idea circa il suicidio, è svanita. L’umanità è ora rappresentata da l’unico componente rimasto, un uomo che stava per lasciarsela alle spalle e che non aveva mai sentito di farne parte.</p>
<p><strong>Così ha inizio un monologo – filosofico, ontologico ed escatologico – in uno sfondo di assoluto silenzio, a parte pochi rumori causati dagli animali o da macchine che continuano a funzionare.</strong> Presto il suo monologo si trasforma in un dialogo con i suoi ricordi e poi con tutte le persone svanite.</p>
<p>Il supremo solipsista finisce a desiderare disperatamente gli esseri umani.</p>
<p>Questo fu l’ultimo libro di Morselli. Lo stesso, a differenza del protagonista di <em>Dissipatio H. G, </em>non cambìo idea all’ultimo momento ed effetivamente si suicidò poco dopo che anche questo manoscritto fu rifiutato.</p>
<p>Guido Morselli era stato rifiutato da tutti, compreso Italo Calvino quando quest’ultimo era <em>editor</em> per la casa editrice Einaudi. <strong>Tutti gli scrittori sanno che una lettera di rifiuto è una comunicazione laconica, al massimo due o tre righe. Gli editori non sono tenuti a motivare il rifiuto, né ci si aspetta che lo facciano. Calvino aveva rifiutato un altro romanzo di Morselli, <em>Il comunista</em>, con una lettera paternale che è stata conservata:</strong> a priori (a causa di un preconcetto ideologico che Calvino ammise espressamente), e anche perché non gli piaceva abbastanza. Infatti, stroncò il manoscritto, non senza toni  condiscendenti: <em>“Dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista; <u>lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli.</u></em>”.</p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-75780 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8-188x300.jpg" alt="" width="284" height="453" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8-188x300.jpg 188w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8-640x1024.jpg 640w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8-768x1229.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8-960x1536.jpg 960w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8-1280x2048.jpg 1280w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8-1320x2112.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/05/libro1-8.jpg 1500w" sizes="(max-width: 284px) 100vw, 284px" />Dopo la morte di Morselli, le Edizioni Adelphi, la casa Editrice <em>mainstream</em> con gli orizzonti più vasti, fece uscire i suoi libri. Incontrarono il successo della critica e del pubblico. <strong>Io ero amico dei figli del leggendario editore Mario Spagnol. Mi ricordo che, al tempo, mi disse a proposito di <em>Dissipatio H. G</em>.: “<em>Sebbene sia un buon libro, sta vendendo bene</em>”.</strong></p>
<p>Ora che siamo costretti a vivere nell’isolamento e nella paura, le sue pagine offrono un inquietante contrappunto alle nostre riflessioni, e alla difficoltà di addormentarsi la notte, quando pensieri non richiesti fanno capolino nella mente. <strong>Il grande solipsista, asociale, egocentrico e agorafobico, passa le sue giornate a cercare almeno un sopravvissuto come lui,</strong> mentre gli animali e le piante cominciano a riprendersi il pianeta abbandonato.</p>
<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p>*<em>Dissipatio H.G</em>. di Morselli sarà pubblicato in inglese da New York Review Books Classics il primo dicembre 2020, col titolo <em><a href="https://www.penguinrandomhouse.ca/books/645928/dissipatio-hg-by-guido-morselli-translated-from-the-italian-and-with-an-introduction-by-frederika-randall/9781681374765" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Dissipatio H.G.: The Vanishing</strong></a>; </em>l’articolo, tradotto da Patrizia Poli, è stato originalmente pubblictao da New English Review</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/morselli-mina-di-sospiro/">Il grande solipsista, asociale, egocentrico e agorafobico… “Dissipatio H.G.” è il romanzo del nostro tempo (e sbarca nel mondo inglese)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<item>
		<title>Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Feb 2020 09:14:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Politica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mina di Sospiro]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando prendo in mano un libro del genere “narrativa letteraria” non vi percepisco il rispetto verso quel logos ineffabile che respira dentro di noi. La lingua, di conseguenza, è sterile, a volte apparentemente sintetica, o comunque artificiale. Anni fa Wittgenstein aveva un’influenza così profonda su di me che non riuscivo più a leggere alcun testo, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/contro-il-romanzo-guido-mina-di-sospiro/">Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Quando prendo in mano un libro del genere “narrativa letteraria” non vi percepisco il rispetto verso quel logos ineffabile che respira dentro di noi. La lingua, di conseguenza, è sterile, a volte apparentemente sintetica, o comunque artificiale.</strong> Anni fa Wittgenstein aveva un’influenza così profonda su di me che non riuscivo più a leggere alcun testo, semplicemente perché da nessuna parte rinvenivo il rispetto e la soggezione che la lingua in sé avrebbe dovuto ispirare nel suo autore. Forse tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero cibarsi del <em>Tractatus Logico-philosophicus</em> e delle <em>Ricerche filosofiche </em>di Wittgenstein come letture obbligatorie. Se non altro, comincerebbero ad apprezzare alcuni degli aspetti intricati e ambigui della lingua, anche della lingua ordinaria. Hanno capito che la lingua può implicare così tanto e/o così poco allo stesso tempo?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73486 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-192x300.jpg" alt="" width="262" height="409" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-984x1536.jpg 984w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-1312x2048.jpg 1312w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21-1320x2061.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro-21.jpg 1543w" sizes="(max-width: 262px) 100vw, 262px" />La glossolalia è antecedente alla lingua. Non è lingua impazzita, o asintattica e asemantica. <strong>Può darsi che si debba imparare tutto, e poi buttare via tutto, proprio come fece il poeta e mistico Rumi. </strong>La narrazione è cogente solo se basata su una profonda comprensione dell’importanza metafisica del mito. In caso contrario, l’intera arte del romanzo dovrebbe essere dichiarata morta e sepolta. Gli anti-romanzi l’hanno ampiamente dimostrato, con James Joyce e Julio Cortàzar tra i loro più prominenti fautori. Ma le loro opere tradivano un’insoddisfazione per i (non) valori del ventesimo secolo. Tuttavia, non sono stati in grado di offrire alternative, quindi, la morte del romanzo, come i critici decostruzionisti vorrebbero farci credere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, peccando di eccesso di modestia e uniformità, la prosa nella maggior parte delle opere di “narrativa letteraria” mi lascia costernato. <strong>Viene da chiedersi: tutti questi scrittori non saranno per caso malati? Sono diventati insensibili? Sono addormentati, o catatonici?</strong> La loro prosa metronomica e sintetica mi ricorda quell’artificio così squisitamente umano: il prato.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è niente come un prato in natura. Tutt’al più ci sono praterie, tutt’altra cosa. Un prato richiede erbicidi, pesticidi, falciatura costante, diserbanti, fertilizzanti, irrigazione se la piovosità è insufficiente, sole, ma non troppo, un modicum d’ombra, o meglio chiazze di luce e d’ombra. È un’aberrazione astratta, assolutamente innaturale. E tale è la prosa a cui mi oppongo. Mirerà anche alla semplicità, ma non potrebbe essere più artificiosa, e insipida, standardizzata, inerte, sintatticamente, semanticamente e stilisticamente sterile. È una conseguenza dell’inerzia del modernismo. <strong>La stessa obbrobriosa linearità senz’anima dell’architettura modernistica. Ma la linearità è un’astrazione, è innaturale. Povero disorientato uomo moderno: antropocentrico, Dio-fugo, poi senza Dio, infine senz’anima! La vita è eminentemente non lineare.</strong> In un negozio di giardinaggio ci sono in vendita più erbicidi e pesticidi che fertilizzanti. Che cosa è successo all’umanità? Che cos’è la sua ossessione di uccidere e reprimere? Urge, al contrario, fecondare ed essere fecondati! L’ingresso ai campi dell’immaginazione è del tutto libero, e ognuno di noi può esplorarli. Invece, il prato senza vita. Un antibiotico, letteralmente: anti-vita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Eppure, intuitivamente avvicinato, il mondo appare vibrantemente <em>vivo –</em> ogni sasso, roccia, albero, sente e vive. Probabilmente siamo tutte cellule di un gigantesco organismo, la Terra, che a sua volta è una cellula della sua galassia, e così via, all’infinito.</strong> Più e più volte sono costretto a richiamare l’attenzione sull’ovvio: questo bellissimo pianeta, respirabile, bevibile, commestibile, autoregolante e autosufficiente, è <em>vivo</em>. Marsilio Ficino sosteneva che il mondo sia un animale. Ma il mondo occidentale spiega la presunta coscienza in esseri diversi da quelli umani come “antropomorfica”. A giudicare dalla lingua impiegata per farlo, anche in modo molto convincente. La prosa è stata igienizzata, “funzionalizzata”, strasemplificata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Povero lettore moderno – sei sobrio. Immagino che non ti dispiacerebbe essere inebriato, di tanto in tanto, la stessa ebbrezza che si prova quando si è innamorati. Ma sei stato costretto a smaltire la sbornia. Il modernismo non ti ha lasciato scelta. E che dire della tecnocrazia, dell’intossicazione finanziaria, del machiavellismo internazionale?<strong> Eppure tu, lettore, stai riscoprendo la maestosa complessità della giungla. Lo spirito cartesiano che vuole eliminare le giungle è lo stesso spettro che affligge la prosa “letteraria” moderna e, in generale, la mente moderna. Eppure tu, lettore, ammiri i capolavori architettonici dei tempi passati, chiese, cattedrali, castelli, palazzi, ville e quant’altro. Hanno tutti un’anima, indipendentemente dal loro stile. </strong>E tu, lettrice, ami i gioielli, nelle loro infinite e intricate manifestazioni, e i fiori. Come la prolissità delle sinfonie tardo-romantiche di Mahler era fuori controllo, così è la sterilità della prosa moderna. La sua ossessiva ricerca dell’economia d’espressione l’ha resa acutamente anale ritentiva. Una parte di essa è costipata. Gli scrittori costipati si differenziano da quelli anale ritentivi per il fatto che vorrebbero essere più&#8230; produttivi, ma non ci riescono.<strong> L’aggettivo “prosaico” descrive appropriatamente, oltre che tautologicamente, la loro prosa.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73487 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro1-11-210x300.jpg" alt="" width="277" height="396" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-11-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro1-11.jpg 358w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" />Da qui la necessità impellente di una rivalutazione cosmologica. Mentre viviamo nell’Era Caotica e la teoria del caos ci mostra il lato affascinante dell’intricatezza e del’&#8217;imprevedibilità (e non più solo nelle microstrutture matematiche), <strong>troppi scrittori, imprigionati nei loro compartimenti stagni (Dio non voglia che un romanziere si occupi di cose scientifiche), ignorano la meravigliosamente complessa realtà che li circonda, e si attaccano, per inerzia, pigrizia, incoscienza o semplicioneria, a quell’assioma modernista, “meno è di più”.</strong> Chi ama l’avventura deve cercare di riconoscere e di fare amicizia con il lato buono del caos. Solo pochi decenni fa, le giungle erano regolarmente rase al suolo e trasformate in pascoli per il bestiame. Nel giro di pochi anni, però, tali pascoli diventavano un deserto. Gli “imprenditori” allora se ne andavano altrove, lasciandosi alle spalle la desolazione. C’erano altre giungle da trasformare in pascolo e poi deserto, e così via. Il risultato: niente più giungle, niente più pascoli, niente più bestiame. La sterilità più assoluta. S’è capito finalmente che le giungle vanno conservate e anche i profani cominciano ad apprezzare l’ordine intricatissimo, anzi caotico — anche se “armonia” sembra un termine più adeguato — che governa un ecosistema così complesso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Gli scrittori non amanti dell’avventura, o meglio pigri e codardi, ci mostrano nei minimi dettagli il lato oscuro dell’ordine. E cioè la loro squallida e vuota non-anima modernista. Il brutto è stato coscienziosamente coltivato e riprodotto per oltre un secolo. Ci ha mostrato il suo fascino subdolo, al massimo sensazionalistico, mai veramente affascinante, e rapidamente <em>déjà vu</em>. <strong>L’esistenzialismo, di per sé anti-filosofico, è degenerato in un pretesto per lamentarsi, o per la tossicodipendenza, o per la mancanza di uno scopo. Tutti sono da biasimare: i genitori, la società, il sistema. Mai l’individuo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Non molto tempo fa, Sartre scrisse: “La natura è muta”. No, la natura non è muta, lo sei tu, non-filosofo fumatore di Gitanes e indossatore d’impermeabile, ma molti esseri umani in questo mondo guidato dalle macchine sono diventati sordi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Jane Austen, Nikolai Gogol’ e molti altri hanno portato alla transizione del realismo letterario del diciannovesimo secolo scrivendo di persone e ambienti con i quali avevano dimestichezza. All’epoca, l’attenzione per la gente comune e le loro realtà deve essere stata una boccata d’aria fresca. Ma ci siamo sorbiti oltre due secoli di personaggi sempre più ordinari che non si possono nemmeno definire “antieroi”. <strong>Abbiamo visto le loro radiografie, imparato nei minimi dettagli i vizi e le debolezze delle loro vite insignificanti.</strong> <strong>È diventato peggio di un <em>cliché</em> – un’ossessione.</strong> Chissà, forse si dovrebbero aprire cliniche che offrano riabilitazione per chi ha sofferto di una dose eccessiva di nullità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">E se il lettore medio avesse un atteggiamento ambivalente? Potrebbero voler leggere nei romanzi ciò che gli è familiare per identificarsi con i personaggi, mentre, d’altra parte, queste stesse persone, quando si svegliano la mattina e si guardano allo specchio, trovano il proprio riflesso sconcertante. È questo l’uomo moderno. Siamo tutti uguali, gli viene detto, e tutti ugualmente insignificanti, quindi esigiamo sempre meno, mai di più, da noi stessi. L’alienazione e l’estraniamento sono presentati come inevitabili e ineludibili. Tutto il resto è “pretenzioso” e “pomposo”, aggettivi che, nel campo della “narrativa letteraria”, equivalgono a “fascista” e “razzista” in politica.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel quinto atto di <em>Cirano di Bergerac</em>, Rostand fa a dire al suo eroe, poco prima della fine:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Astronomo, filosofo eccellente. </em><br />
<em>Musico, spadaccino, rimatore, </em><br />
<em>Del ciel viaggiatore, </em><br />
<em>Gran mastro di tic-tac, </em><br />
<em>Amante — non per sè — molto eloquente </em><br />
<em>Qui riposa Cirano Ercole Saviniano Signor di Bergerac, </em><br />
<em>Che in vita sua fu tutto e non fu niente!</em><br />
Poco prima di morire dichiara, in modo memorabile:<br />
<em>Ma non si combatte nella speranza del successo! No, no: più bello è battersi quando è invano.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Infine:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(E stasera quando in cielo entrerò,</em><br />
<em>Fiero l’azzurra soglia salutarne io potrò;) </em><br />
<em>Ch’io porto meco, senza piega nè macchia, a Dio, </em><br />
<em>Vostro malgrado&#8230;. </em><br />
<em>(Si slancia, la spada levata.) </em><br />
<em>Ed è&#8230; </em><br />
<em>(La spada gli cade di mano, egli barcolla e cade nelle braccia di Le Bret e Ragueneau.)</em><br />
<em>ROSSANA, piegandosi sopra di lui e baciandogli la fronte. </em><br />
<em>Ed è?&#8230;. </em><br />
<em>CIRANO, riapre gli occhi, la riconosce, e sorridendo dice: </em><br />
<em>Il mio pennacchio!</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Voilà</em>: il pennacchio, il tanto francese <em>panache</em>, l’antidoto per l’uomo moderno estraniato, alienato e diseredato. Il <em>panache</em> vale anche per la prosa di cui si è scritto. E pensare che, al suo massimo grado di purezza, la lingua è logos, o materia psichica in flusso&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-73488 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/02/libro2-19-207x300.jpg" alt="" width="275" height="399" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro2-19-207x300.jpg 207w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/02/libro2-19.jpg 353w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" />Per qualche anno sono stato abbonato alla rivista scientifica <em>Nature</em>, la roccaforte britannica della scienza ortodossa cartesiano-newtoniana (mal adattata a questo secolo, ma ancora popolare). Sempre appassionato di lingua e delle sue infinite manifestazioni, leggevo la corrispondenza coprendo con la mano il nome e l’indirizzo dello scrittore. Quasi sempre indovinavo la sua nazionalità. Le lettere scritte dagli scienziati britannici erano inequivocabilmente britanniche; quelle scritte dai loro colleghi americani si distinguevano come esempi involontari di inglese americano. Gli scienziati irlandesi erano più difficili da individuare con la loro prosa, con altri influssi meno identificabili. Poi c’era chi scriveva in inglese non essendo di madrelingua inglese. Non troppo difficile da individuare, però, poiché costoro tendono a conformarsi alle convenzioni linguistiche anche più arrendevolmente di quelli di madrelingua inglese. Una considerazione nel complesso: chi sta pensando? Il loro passaporto?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il sassofonista e compositore Ornette Coleman colse il mondo di sorpresa quando irruppe in scena nei primi anni sessanta. Il suo peculiare tipo di “free jazz” era talmente unico che divenne un genere a sé stante. Alcuni, tra cui Leonard Bernstein, lo accolsero come il nuovo messia musicale; i più trovarono la sua musica detestabile, sia visceralmente sia intellettualmente. Coleman si ritirò dalle scene, senza tener conto di nessuna delle due reazioni estreme. Il suo scopo? Voleva insegnarsi due nuovi strumenti, il violino e la tromba. Perché? La sua eccezionale dimestichezza con il sassofono contralto stava diventando sempre più un ostacolo tra la musica pura che sentiva nella sua mente e ciò che le sue dita ne facevano sullo strumento. Due strumenti completamente diversi potevano scatenare la sua creatività; l’ostacolo era, inizialmente, solo la scarsa familiarità, a suo avviso più facile da sconfiggere che la familiarità eccessiva.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scienziato britannico scrive a <em>Nature</em> in un inglese senza fronzoli, eppure, senza rendersene conto, è abbastanza britannico da consentirmi d’indovinare la sua nazionalità. Il passaporto è il pensatore; il FBI non avrebbe bisogno della “linguistica forense” per rendersene conto. Il sassofonista vuole allontanarsi dal suo strumento preferito per eccesso di familiarità. Si è reso conto che a volte è la diteggiatura abituale, non la sua mente, a suonare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È vero, la priorità di uno scienziato non è la propria prosa, ma i concetti trasmessi attraverso di essa. <strong>Tuttavia, anche i romanzieri non sono immuni dalla stessa riconoscibilità linguistica. Nel loro caso è spesso, e ancor più palesemente, il passaporto a pensare e, a differenza del jazzista di cui sopra, non ne sono consapevoli.</strong> È un problema comune a tutti i monoglotti – la loro lingua si conforma troppo a se stessa, in qualsiasi appercezione locale. Ciò non può che risultare in un giro di frase convenzionale, e lo stesso vale per la scelta delle parole, le espressioni idiomatiche, ecc. Non si tratta affatto di un’espansione mentale, ma piuttosto di una <em>contrazione</em>. Quante volte i romanzi sono pubblicati da uno scrittore che conosce una sola lingua e limita le proprie escursioni tematiche a ciò che conosce in prima persona? Forse nessuno ha detto loro che il monolinguismo è per il ventunesimo secolo ciò che l’analfabetismo è stato per i secoli precedenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A questo proposito, esiste qualche scrittore di “narrativa letteraria” a cui interessino i classici? Qualcuno di loro studia per caso il latino e il greco antico? Ci viene detto che lavorano così assiduamente al loro “mestiere” (cioè la loro prosa da seconda media inondata di cliché e luoghi comuni) molto probabilmente senza rendersi conto che, <em>inter multos alios</em>, i poeti melici e i neoteroi (o <em>poetae novi</em>) sono esistiti e potrebbero insegnare loro una cosa o due. Per esempio, il famoso carme 85 di Catullo, <em>Odi et amo</em>, un esametro seguito da un pentametro, cioè una poesiola ridotta all’osso:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris</em>?<br />
<em>nescio, sed fieri sentio et excrucior.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Odio e amo. Forse ti chiedi come io faccia.<br />
Non lo so, ma sento che accade e mi tormento.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo verso è costituito da un chiasmo, una figura retorica che consiste nella reciproca inversione del costrutto in due membri contigui, quindi in un parallelismo inverso. In questo caso una forma verbale attiva è seguita da una forma verbale passiva: nescio (attivo)-fieri (passivo), e ancora: sentio (attivo)-excrucior (passivo). Alla sottigliezza grammaticale si aggiunge il fatto che alcuni verbi latini, sebbene attivi, siano coniugati nella forma passiva. Tanto per illustrare che, anche in una composizione brevissima, Catullo mostra tecnica e controllo magistrali.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La “narrativa letteraria” mi fa pensare a Thomas Mann, Aldous Huxley, Hermann Hesse e altri autori del genere. Ma oggi per “narrativa letteraria” l’industria editoriale intende quei romanzi ombelicali incernierati sull’angoscia suburbana,</strong> una <em>Weltanschauung</em> straordinariamente claustrofobica, ammesso che ci sia, il tutto cosparso di una sostanziale dose di alienazione—dal mondo, dalla propria famiglia e da se stessi. Mentre scrivo, la mia barba si allunga a un ritmo allarmante.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli scrittori non conducono più una vita contemplativa e i loro libri ne soffrono. L’effimero è dannoso per uno scrittore. È troppo contingente. La contemplazione è il primo passo. </strong>Contemplare deriva dal latino <em>com-,</em> con; <em>templum</em>, luogo per osservare gli auspici. Precisamente ciò di cui ho bisogno – un tempio di tipo speciale, in cui ricevere rivelazioni. Proprio come uno sciamano che si ritira in una grotta e non ne esce finché non abbia ricevuto le rivelazioni. Una predisposizione – un <em>dàimon</em> – e anni di formazione sono necessari per diventare sciamano – e scrittore? Paleoantropologi e archeologi sostengono, a mio avviso in modo convincente, che durante il paleolitico lo sciamano e il cantastorie erano la stessa persona.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">I materialisti mi possono tacciare di mitomania. Anche se non lo ammetto, non ci vedo nulla di male. Abbiamo tutti bisogno di miti per vivere. Il peccato, secondo i materialisti (che naturalmente sono anche atei e nichilisti), è che la gente si prenda sul serio. Sono “pretenziosi”. Se è per questo, pensate per un attimo alla intrinseca pretenziosità autocelebrativa della lingua inglese, in cui il pronome “I” (io) è sempre maiuscolo. <strong>Diranno anche che troppo sapere rende la scrittura ponderosa e pedante – non nelle mani di uno scrittore capace, però, che sa come trovare un equilibrio. Infine, mentre si è in-spira, bisogna darsi, anima e corpo, alle Muse. Perché mai le Muse dovrebbero parlare a chi non le vuole ascoltare? O a chi non sa ascoltare? Scrittori di “narrativa letteraria”, poco istruiti, autobiografici, monoglotti e meschinotti: le Muse non avranno nulla a che fare con voi. </strong>Naturalmente, tali scrittori diranno che non ne hanno bisogno. “Muse? Ispirazione? Uno studio, una torre, un <em>sanctum</em> (che diavolo significa?) in cui… contemplare? Sciocchezze! Ma si è sentito, quel trombone pretenzioso? Cosa può esserci di sbagliato nelle nostre modestissime ambizioni? Sono così sinceramente modeste. Scriviamo solo di ciò che conosciamo. È il modo di scrivere migliore, il più genuino. E così soddisfacente, anche per il lettore. Sì, mantenersi modesti è sicuramente la politica migliore.”</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Rilke ha scritto: “Se non riesco a volare io, lo farà qualcun altro. / Lo spirito vuole solo che ci sia il volo. / In quanto chi lo fa, / in ciò ha soltanto un interesse passeggero”. E: “Forse gli uccelli sentiranno l’aria diradarsi mentre volano più profondamente dentro se stessi”. Gli scrittori “modesti” dovrebbero leggere attentamente quanto segue e meditare, sempre di Rilke: “Tutto ambisce a galleggiare. Ma noi arranchiamo come pesi. / Estasiati dalla gravità, ci stendiamo su tutto. / Oh, che maestri fastidiosi siamo per le cose, / mentre prosperano nel loro perenne stato d’innocenza infantile”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">È un circolo vizioso: gli aspiranti scrittori frequentano, ad esempio, il famoso Iowa Writers’ Workshop presso l’Università dell’Iowa. In modo indiretto, per giustificare i costi della retta universitaria, viene loro inculcato che, A, <em>Meno è di più</em> e, B, <em>Scrivi di ciò che conosci</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal punto di vista di un tradizionalista, nulla potrebbe essere più anti-iniziatico: non sforzarti di trascendere te stesso; piuttosto, sguazza nella tua insignificanza. Poiché nella maggior parte dei casi l’aspirante scrittore è molto, molto giovane e conosce molto, molto poco, è fin troppo disposto ad assecondare i dogmi dei suoi insegnanti.</strong> Alcuni di questi (non)conoscitori riescono a scrivere un romanzo, aderendo a tali dogmi e utilizzando tutti gli strumenti di non-riflessione che vengono loro alacremente forniti. A volte, ce la fanno perfino a essere pubblicati: un’altra brillante opera di “narrativa letteraria” sul mercato, un’altra brillante carriera inaugurata. Li aspetta una mafia ben affiatata: i diplomati delle scuole di illuminismo letterario diventano non solo scrittori, ma anche redattori, agenti e/o scout letterari, professori e critici/recensori. Essi si posizionano strategicamente all’interno dell’industria editoriale, dove non solo si conoscono l’un l’altro, ma riconoscono facilmente i nuovi arrivati grazie alla loro mentalità e adesione a questi due dogmi. Di conseguenza, lo scrittore non deve preoccuparsi della ricerca. Un celebrato autore di “narrativa letteraria” ha dichiarato quanto segue: “La gente ha questa buffa idea che si debba fare ricerca, poi si mettano tutti i risultati in un frullatore, si mescolino, ed ecco che ne esce un romanzo”. Quindi, non fa mai ricerca.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non c’è da stupirsi che i romanzi fantasy vendano decine di milioni di copie: la maggior parte dei lettori vuole qualcosa di più grande della vita; per modestia e mancanza di eventi importanti hanno già la loro vita.</strong> E che dire del piacere vicario del viaggiare avventuroso? Il lettore si trova nel bel mezzo dell’azione, partecipando alle avventure più travolgenti, ma senza correre alcun rischio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nei romanzi “letterari” contemporanei ci si nutre di un’infinita campionatura della feticizzazione delle relazioni umane. La tanto sbandierata rivoluzione sessuale ha contribuito a questo, e ora sembra che l’“energia” si trovi solo nelle relazioni tra gli esseri umani. Ma, se si considera il più-che-umano là fuori, quei cento miliardi di galassie nell’universo osservabile, noi esseri umani dovremmo avvederci di non essere poi così importanti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La molteplicità nei temi e nella gamma, e la versatilità intrinseca e senza limiti della mente, non devono essere confuse con il barocco, o con un esercizio di sovraindulgenza. L’equilibrio — strutturale, stilistico, semantico e di altro tipo – deve entrare in gioco, e la non-linearità può prosperare con la leggerezza della penna. Il massimalismo e il minimalismo, quando sono felicemente impiegati, sono altrettanto potenti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non sto sostenendo la causa dei romanzi illeggibili, tutt’altro. Lontano da <em>lettres classiques</em> e dalle <em>belles lettres</em>, verso la comunicabilità.</strong> Ma la comunicabilità deve nascere spontaneamente come risultato di un approccio “totalizzante”, perché nulla nello scibile è estraneo a noi esseri umani, come ci ricordava Terenzio.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A tutti gli scrittori che scrivono senza l’umiltà necessaria per studiare e assorbire ciò che è già stato scritto; a tutti gli scrittori che, nati non curiosi e quindi inadatti a essere iniziati, impongono la loro non curiosità a tutti noi scrivendo “di ciò che conoscono” (id est, nihil); <strong>a tutti i mestieranti che applicano <em>ad nauseam</em> i due dogmi imparati nei loro costosi corsi di “scrittura creative”, dico: per favore, non scrivete.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Piuttosto, fate quanto segue: cominciate con l’acquistare gli otto volumi dell’Enciclopedia della Filosofia, pubblicata da MacMillan e dalla Free Press. Leggete e metabolizzate quelle 2165 pagine, tenendo ben presente che non sono altro che un’introduzione. Eppure, almeno vi renderete conto che, toh, esiste una novità, ed è… la storia del pensiero! Che, infatti, nel corso dei secoli, ogni tipo di pensiero è stata formulato e numerosi sistemi filosofici sono stati sviluppati da menti infinitamente superiori alla vostra; e che non avete un solo pensiero originale per salvarvi l’anima (che comunque non possedete, dato che siete dei materialisti pienamente appagati). <strong>Quanto scrivete, quei paragrafi ai quali, a sentir voi, lavorate tanto duramente per comporre, sono un inventario di banalità, <em>clichés</em> e luoghi comuni uniti fra di loro in modo arzigogolato con la prosa di un bambino di seconda media.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Se gli asini non vengono mai a contatto con un cavallo, a lungo andare tali campioni dell’autoinconsapevolezza si convincono di essere dei purosangue. Nel mondo occidentale contemporaneo tale tipo di cecità si chiama “fiducia in se stessi”.</p>
<p><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em> <em>tradotto dall’inglese dallo stesso autore; titolo originale: “The Decline and Fall of “Literary Fiction”, pubblicato originalmente su New English Review, cannibalizzato in parte dal suo libro (segreto) “De Anima Mundi”</em></p>
<p><em>**In copertina: Aldous Huxley (1894-1963), lo scrittore de &#8220;Il mondo nuovo&#8221;, da bambino</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/contro-il-romanzo-guido-mina-di-sospiro/">Contro gli scrittori che contemplano il proprio ombelico e pubblicano romanzi che sono un inventario di banalità, con la prosa di un bambino di seconda media. Ovvero: sul declino della “narrativa letteraria”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Italia “anni di piombo”: i ricordi di uno scrittore che ha fatto la lotta (disarmata) per restare se stesso, tra le vessazioni della polizia e le minacce dei marxisti</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Jul 2019 08:05:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il contesto: l’Italia durante gli anni di piombo nei secondi anni settanta. La situazione: dopo la seconda guerra mondiale, si era creata una tregua camuffata da pace; l’Italia era riuscita a rimanere nell’Occidente, ed era divenuta un membro della NATO. La sinistra italiana non poteva accettare questa realtà, né poteva farlo il blocco sovietico. Ma [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/movimenti-studenteschi-i-ricordi-di-guido-mina-di-sospiro/">Italia “anni di piombo”: i ricordi di uno scrittore che ha fatto la lotta (disarmata) per restare se stesso, tra le vessazioni della polizia e le minacce dei marxisti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il contesto: </strong>l’Italia durante gli <em>anni di piombo</em> nei secondi anni settanta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La</strong> <strong>situazione</strong>: dopo la seconda guerra mondiale, si era creata una tregua camuffata da pace; l’Italia era riuscita a rimanere nell’Occidente, ed era divenuta un membro della NATO. La sinistra italiana non poteva accettare questa realtà, né poteva farlo il blocco sovietico. Ma il boom economico degli anni cinquanta e sessanta aveva distrutto qualsiasi speranza realistica di una rivoluzione marxista. Con l’economia che peggiorava nei tardi anni sessanta, e poi con la crisi del petrolio, la sinistra, i sindacati di sinistra, e la sinistra extraparlamentare cercarono tutte di trarre vantaggio dalla situazione. A suon di picchetti, scioperi, dimostrazioni sempre più frequenti e tumultuose, edifici occupati, e di tutti i mezzi a loro disposizione, un certo numero d’italiani, ingenui ma duri, si persuasero che il destino dell’Italia fosse nelle loro mani piuttosto che in quelle delle due superpotenze e dei loro alleati. <strong>Perciò, fecero tutto quanto poterono per realizzare una rivoluzione marxista. I simpatizzanti dell’estrema sinistra – i radicali, quelli che tiravano bombe Molotov e facevano fuoco durante le dimostrazioni – e i terroristi in piena regola, decisero di prendere una scorciatoia</strong>, e si dettero alla lotta armata, trasformando le principali città della nazione in zona di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali convulsioni riaccesero la miccia, e cominciò così la “strategia della tensione” &#8211; con bombe presumibilmente esplose da agenti italiani (ma non necessariamente), i quali seguivano l’agenda delle organizzazioni straniere o dei governi che non comparivano (“stay-away-gornments”).</p>
<p><figure id="attachment_68416" aria-describedby="caption-attachment-68416" style="width: 247px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-68416" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/07/Guido_Mina_di_Sospiro_2015-225x300.jpg" alt="" width="247" height="329" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/Guido_Mina_di_Sospiro_2015-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/Guido_Mina_di_Sospiro_2015-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/07/Guido_Mina_di_Sospiro_2015.jpg 720w" sizes="(max-width: 247px) 100vw, 247px" /><figcaption id="caption-attachment-68416" class="wp-caption-text">L&#8217;inafferrabile Guido Mina di Sospiro ha passato la giovinezza a Milano, prima di passare agli Usa</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Logistica dell’autore</strong>: giusto nel mezzo di tutto ciò, da ragazzo, nel liceo più caldo di Milano. Il nuovo anno scolastico poteva cominciare trionfalmente, con uno sciopero, seguito da un’assemblea generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il liceo scientifico Leonardo da Vinci era dotata di quella che oggi è conosciuta come la sala dei congressi della provincia di Milano, un auditorio che accoglie cinquecentoventicinque ospiti ma, allora, con sedili più striminziti, di più.  Era sottoterra, proprio sotto la scuola. Gli attivisti politici lo avevano requisito, e trasformato nell’aula magna delle loro assemblee generali.</p>
<p style="text-align: justify;">Io saltavo le assemblee ogni volta che le circostanze me lo permettevano, ma era<br />
prudente non saltarle tutte, poiché eravamo osservati dalla Psicopolizia (per usare il termine coniato da Orwell in <em>1984</em>), e un saltatore seriale poteva essere un qualunquista o, peggio ancora, un apolitico, passi falsi entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;">I relatori alle assemblee avevano preso a cuore la massima latina <em>repetita iuvant</em>. Erano i leader o rappresentanti di vari gruppi di ultra sinistra, come Movimento Studentesco, Lotta Continua, Il Manifesto, Avanguardia Operaia e altri, oltre alla Federazione Italiana Giovani Comunisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo oratore esprimeva sdegno per questo o quello (di solito qualcosa di molto topico, che interpretavano come una provocazione fascista o borghese), quindi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. <strong>Dopo un applauso non proprio fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello (lo stesso argomento del suo predecessore), poi giurava sostegno alla tale o talaltra causa, e finiva con un elettrizzante incitamento a combattere per tutti i compagni. </strong>Dopo un applauso ancor meno fragoroso, l’oratore successivo esprimeva sdegno per questo e quello, (lo stesso argomento del suo predecessore / dei suoi predecessori), poi giurava sostegno a questo e quello, e terminava con un eccitante incitamento a combattere per tutti i compagni. Siccome c’erano diversi gruppi di ultra sinistra, ogni capo rappresentante sentiva che fosse suo dovere politico parlare, così il tutto andava avanti per ore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni tanto, un roboante “Lenin-Stalin-Mao-Ze-tung!” si frapponeva (per darci la sveglia?); suonava sia ideologicamente appropriato sia ritmicamente accattivante.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se qualcuno fuori dei ranghi esprimeva un modicum di dissenso, gli o le veniva istantaneamente urlato “boo”, e gli o le veniva tolto dalla bocca il microfono altrettanto velocemente.</strong> Se qualcuno esprimeva dissenso effettivo, un accadimento molto ma molto più raro, che da solo valeva la partecipazione all’assemblea, veniva pestato a sangue. E perciò l’armonia regnava suprema nell’aula magna durante tali maratone di libertà di parola.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando questa particolare assemblea terminò, lasciai l’aula tutto anchilosato e, come se mi stesse aspettando, m’imbattei in Fletcher (un attivista di estrema sinistra che alla fine diventò un terrorista a tutti gli effetti e che, per ragioni che non capivo, visto che di certo non lo avevo mai incoraggiato, aveva deciso che mi avrebbe fatto da mentore in questioni rivoluzionarie). <strong>Avevo cercato di stargli lontano dopo la sua lezione sulle molteplici categorie umane che dovevano essere spazzate via per poter ottenere l’ideale società marxista senza classi</strong>, ma inciampare l’uno nell’altro di quando in quando sembrava inevitabile.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Ehi, compagno!” disse.</p>
<p style="text-align: justify;"> Ancora quell’appellativo. “Ehi, come stai?” risposi.</p>
<p style="text-align: justify;"> “Sto bene – ma sono preoccupato.”</p>
<p style="text-align: justify;"> “Oh, no! Per cosa?” chiesi, mostrandomi interessato.</p>
<p style="text-align: justify;">“Può darsi che ci siano dei neofascisti nei gabinetti,” disse indicandoli. “Vai a controllare, compagno, e fammi sapere cos’hai scoperto.”</p>
<p style="text-align: justify;">“Vacci tu,” pensai, ma invece mi sentii dire: “Consideralo fatto,” e all’interno dei gabinetti marciai stoicamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non si muoveva una foglia, e comunque a dire il vero non ce n’erano. I gabinetti erano piuttosto grandi. Mi sarei preso tutto il tempo per ispezionarli.</strong> Non avevo paura, ero piuttosto sul riflessivo, forse come risultato della stimolante assemblea alla quale avevo partecipato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei gabinetti c’era puzza di urina e di quell’altra secrezione umana; inoltre, altra cosa prevedibile, non c’era traccia dei fantomatici neofascisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando uscii, trovai Fletcher esattamente dove lo avevo lasciato. “Allora?” mi chiese, ansiosamente.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non c’è nessuno lì dentro,” dissi. “I neo fascisti se la sono squagliata. Che peccato, compagno.”</p>
<p style="text-align: justify;">Mi riservò lo stesso sguardo dell’insegnante compiaciuto dei progressi del suo allievo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre tornavo a casa, a piedi, poiché i mezzi pubblici erano spesso inutilizzabili per via degli scioperi, fui fermato dalla polizia. Niente d’insolito in questo; succedeva tutti i giorni, a volte anche due volte al giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La polizia e i carabinieri come categoria erano uno strano gruppo. Molti venivano dal mezzogiorno rurale e poverissimo, dove la scelta era fra arruolarsi o morire di fame. Avevano subito un acuto shock culturale mentre, nello stesso tempo, erano già traumatizzati. Esili, bassi, spaventati, confusi, e di solo pochi anni più grandi di noi, o in alcuni casi ragazzi come noi, ci odiavano</strong> perché, a differenza di loro, ci stavamo facendo una cultura (insomma, di tanto in tanto); perché non eravamo contadini; e perché parlavamo italiano senza il loro pesante accento, del quale erano diventati acutamente consapevoli, poiché a casa parlavano esclusivamente nel dialetto del loro paese d’origine, e di cui erano ora imbarazzati. Ci percepivano come esseri privilegiati di un altro universo, il che non faceva che fomentare il conflitto di classe e il razzismo. Ad esempio, il termine usato da molti settentrionali per definire i meridionali era <em>terroni</em>, termine tanto offensivo quanto <em>nigger</em> in America; i poliziotti e i carabinieri l’avevano sentito raramente o addirittura mai quando vivevano ancora nel mezzogiorno.</p>
<p style="text-align: justify;">E c’era di più, la cosa più importante di tutte – il sospetto strisciante che dovevano provare di essere dalla parte sbagliata delle barricate: <strong>anche loro erano proletari, forse erano i <em>veri </em>proletari ma, durante le dimostrazioni, dovevano sopportare la furia distruttiva di una moltitudine di militanti invasati</strong>, e per poche lire.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuna meraviglia, quindi, se la polizia e i carabinieri erano abbattuti e attoniti allo stesso tempo. Non c’era possibilità che potessero contrastare ogni reato, e ciò comportava che la criminalità comune prosperava. E – ci credereste? – non amavano affatto la gioventù. <strong>Si basavano sull’equazione: giovane maschio abile, capelli lunghi, blue jeans = più che sospetto. La cosa arrivava fino a ciò che oggi si chiama “profiling razziale”, un serio passo falso nel decalogo della correttezza politica.</strong> A quei tempi la correttezza politica significava che ti avrebbero sparato alle gambe invece che al petto, come gentile avvertimento che t’inducesse a desistere dalle tue attività. Tali attività potevano consistere nell’esprimere il tuo dissenso come professore d’università, investigare alcuni compagni-che-sbagliavano come giudice, o ficcare il naso dove non dovevi come giornalista. Molta di questa gente veniva <em>gambizzata</em> (sparata nelle gambe), mentre altrettanti venivano direttamente ammazzati.<br />
<strong>Io, e decine di migliaia di altri ragazzi della mia età, subivamo il profiling razziale giornalmente. Ecco perché la polizia fermava me e la mia criniera ondulata, talvolta puntandomi una mitraglietta, chiedeva la mia carta d’identità, e poi mi faceva aspettare per una mezz’oretta. </strong>Inoltravano via radio i miei dati al quartier generale per vedere se ero o meno su qualche loro lista nera. Nel frattempo, mi prendevano in giro nel loro accento pittoresco, e parlavano fra loro in un dialetto a me misterioso, sperando che reagissi in qualche modo. Qualunque cosa avessi detto diversa da “Sì, signore” o “No, signore” avrebbe dato loro un pretesto per arrestarmi e trascinarmi fino alla più vicina stazione di polizia per <em>accertamenti</em>, ovvero ulteriori investigazioni. Ben indottrinato dalla Psicopolizia dell’estrema sinistra, tuttavia, riuscivo sempre a rimanere calmo. Alcuni amici e mie conoscenze non erano altrettanto composti e, portati in qualche stazione, sperimentavano la loro parte di brutalità poliziesca, sebbene non avessero fatto alcunché.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché non mi tagliavo i capelli? Perché, in quel caso, i militanti dell’estrema sinistra mi avrebbero potuto scambiare per un neo-fascista, e mostrare ancor meno civiltà della polizia. I capelli corti erano un altro passo falso del decalogo. </strong>La scelta era fra essere vessato dalla polizia o finire col cranio fracassato. Era più sicuro sembrare un attivista di sinistra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Guido Mina di Sospiro è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017). I suoi libri sono tradotti nel resto del mondo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>**l’articolo, in origine, è stato pubblicato in inglese su “New English Review”, tradotto in italiano da Patrizia Poli</em></p>
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		<title>Perché la New Age mi fa dormire? I New Agers scambiano il logos per logorrea e le loro incaute teorie funzionano bene come scioglilingua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2019 10:17:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò Der logische Aufbau der Welt, “La struttura logica del mondo”. Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico Tractatus Logico-Philosophicus, l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/perche-la-new-age-mi-fa-dormire-i-new-agers-scambiano-il-logos-per-logorrea-e-le-loro-incaute-teorie-funzionano-bene-come-scioglilingua/">Perché la New Age mi fa dormire? I New Agers scambiano il logos per logorrea e le loro incaute teorie funzionano bene come scioglilingua</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Nel 1928 un brillante filosofo/logico di Vienna, Rudolf Carnap, pubblicò <em>Der logische Aufbau der Welt, “</em>La struttura logica del mondo”.</strong> Dieci anni prima, Ludwig Wittgenstein aveva ideato il suo profondamente criptico <em>Tractatus Logico-Philosophicus, </em>l’ultimo libro filosofico. Carnap e altri esponenti del circolo viennese rielaborarono il messaggio di Wittgenstein. Verso la conclusione dell’opera citata (183. Razionalismo?) inserì:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>RIFERIMENTI. Wittgenstein ha chiaramente formulato l’orgogliosa tesi dell’onnipotenza della scienza razionale, così come l’umile intuizione relativa alla sua importanza nella vita pratica: per una risposta che non può essere espressa, anche la domanda non può essere espressa. Il problema non si pone. Se si può fare una domanda, allora vi si può rispondere… (…) Wittgenstein riassume la portata del suo trattato nelle seguenti parole: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Quel famoso aforisma, che conclude il trattato, avrebbe dovuto essere interpretato come una confessione di umiltà gnostica, non come un’orgogliosa tesi dell’onnipotenza di una scienza razionale. Basta prestare attenzione a tutte le implicazioni dell’opus. Giusto due aforismi prima di quello finale, infatti, Wittgenstein afferma: “C’è davvero dell’inneffabile. Esso mostra sé, è il mistico.” (6.522)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66161 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg" alt="" width="145" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro-1320x2061.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/mina-libro.jpg 1543w" sizes="(max-width: 145px) 100vw, 145px" />Tutto ciò risale a un secolo fa: perché dovrebbe interessarci ancora? Perché le implicazioni del razionalismo, del positivismo, del determinismo, del riduzionismo, e del meccanicismo hanno invaso il globo come una peste.</strong> Non si deve biasimare Wittgenstein: ha trasceso la sua epoca, sebbene l’abbia epitomizzata usando e sviluppando i suoi strumenti, da poco riscoperti e perfezionati, quelli della logica. (Una evidente obiezione al suo <em>Tractatus</em> è l’uso dell’aforisma e un criterio di classificazione altamente soggettivo al posto di un testo strutturato più sistematicamente. Perché mai dovremmo sventrare la logica attraverso un assortimento di aforismi criptici?) I suoi meno dotati seguaci, attraverso il loro fraintendimento storico, partirono per la tangente (sbagliata.) E questo solo nel campo della logica. In tutti i rami della conoscenza, il determinismo è venuto e se n’è andato, o piuttosto, sarebbe dovuto andarsene, ma non lo ha fatto, è rimasto, e ha permeato il mondo, coadiuvato dall’amplificazione del suo più fedele alleato, il progresso economico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Segue un irrispettosamente succinto riassunto di alcuni dei colpi che avrebbero dovuto decretare la fine del determinismo, del meccanicismo, del riduzionismo, del darwinismo, etc. Coloro che hanno familiarità con tali sviluppi scientifici, non leggano questa sezione. </strong>Coloro che non ne hanno, possono usarla come un invito ad approfondire la lettura degli scienziati citati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La geometria euclidea è stata surclassata da quella non-euclidea, le cui principali figure furono: Nikolai Ivanovich Lobachevski (1973 -1856); János Bolyai (1802- 1860); e Bernhard Riemann (1826-1866).</strong> Se il riconoscimento di Lobachevski e Bolyai è postumo, l’accettazione della geometria non euclidea avvenne sotto l’influenza delle idee di Riemann, nel 1866, di Eugenio Beltrami nel 1868, e di Felix Klein nel 1871. Nel 1927 Werner Heisenberg (1901-1976) pubblicò il suo principio di indeterminazione. La sua radicale reinterpretazione dei concetti base largamente newtoniani della meccanica applicata alle particelle atomiche nel contesto della teoria quantistica avrebbe dovuto sferrare il colpo di grazia alla meccanica di Newton. (E lo fece, in effetti. Tuttavia, la nozione di tempo come mera durata è ancora cardinale, ad esempio, per il mondo finanziario, con ripercussioni di proporzioni globali).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il positivismo logico era stato ferito nel suo nucleo – la sua coercizione vero/falso e conseguente tacita aderenza al principio di bivalenza – dalla scoperta di Jan Łukasiewicz (1878-1956) della logica trivalente già nel 1917</strong>, nota bene: prima del trattato di Wittgenstein. Seguirono una logica a molti valori (e calcoli multivalore), aiutata dal fiorire della scuola di logica di Varsavia, della cui nascita Łukasiewicz è indirettamente responsabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto concerne la selezione naturale e la concezione del mondo darwiniana, accoppiata al moderno approccio biologico molecolare convenzionale, che insiste sul fatto che, quando si conoscerà la sequenza del DNA di qualsiasi organismo, allora tutto sarà manifesto, sta diventando evidente, come suggeriscono, fra gli altri Brian Goodwin e Gunther Stent, che la morfogenesi e lo sviluppo possono essere visti come un sistema dinamico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La teoria del caos sta appena uscendo allo scoperto</strong>, gradualmente guadagnando terreno fra biologi, matematici e filosofi.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo, tutti i suddetti sviluppi, in rami diversi ma sempre più interconnessi della conoscenza, puntano al fatto <strong>che il mondo, la vita, e la vera essenza dell’essere, l’ontologia, debbano essere reinterpretati e re-investigati con un approccio interamente nuovo</strong> (o interamente revivalista). Gli organismi non sono mere raccolte di parti, come geni, molecole e i vari componenti dei loro organi. E, soprattutto, sono vivi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La prodigiosa proliferazione di asfalto, blocchi di cemento, edifici e grattacieli in tutto il mondo; il processo in atto e senza precedenti di deforestazione e totale desertificazione; l’omogeneizzazione culturale che il mondo ha subito, nell’interesse di una sottocultura globale</strong>, taglia unica, con la quale soppiantare le precedenti culture multiple – tutto ciò sembra essere un inarrestabile processo di spaventosa grandezza distruttiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Più di centocinquanta anni fa Karl Marx aveva predetto, in vera e propria tradizione oracolare sebbene nelle sembianze di moderno scienziato della storia, che il mondo si sarebbe mosso, in uno spasmo dialettico, verso un proletariato internazionale globale. Il ventesimo secolo, secondo le sue predizioni, avrebbe dovuto annunciare e confermare la nascita di un proletariato mondiale senza classi, internazionale, transnazionale e sopra nazionale.</strong> Ma il comunismo ha fallito platealmente, nonostante gli sforzi tenaci e vigorosi che i vari regimi hanno esercitato per tenerlo in vita, a nonostante le decine e decine di milioni di vite umane sacrificate al suo altare. L’umanità è regredita verso l’adorazione degli dei e, ciò che è peggio, se c’è stata una sola e dominante tendenza nel ventesimo secolo, è stata il nazionalismo. Le previsioni di Marx si sono rivelate sbagliate e il suo determinismo storico&#8230; difettoso, per coltivare l’arte dell’eufemismo.</p>
<p><figure id="attachment_66162" aria-describedby="caption-attachment-66162" style="width: 215px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-66162" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto-215x300.jpg 215w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/gmdsphoto.jpg 300w" sizes="(max-width: 215px) 100vw, 215px" /><figcaption id="caption-attachment-66162" class="wp-caption-text">Guido Mina di Sospiro ha da poco pubblicato per Ponte alle Grazie &#8220;Sottovento e sopravvento&#8221;</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma centinaia di milioni di persone, dall’Unione Sovietica alla Cina, da Cuba al Vietnam, hanno preso parte, volenti o nolenti, in questo colossale esperimento: dimentica la tua proprietà (se ce l’hai) – la tua religione – i tuoi costumi – i tuoi istinti&#8230; Probabilmente come reazione, stiamo assistendo al riemergere di istinti tribali a lungo dimenticati</strong>, mentre permangono scenari da incubo dal lato oscuro dell’umanità: pulizia etnica, guerre di religione etc.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le società androcratiche, di libero mercato e consumistiche, capitanate e ispirate dagli Stati Uniti, sono riuscite a far sembrare il mondo tutto uguale, </strong>applicando concetti di ampia portata che sono apparentemente di casa ovunque, poiché fanno appello a una componente della psiche umana alla quale la maggior parte di noi non sembra in grado di rinunciare: l’avidità. Un osservatore extraterrestre, dopo una completa valutazione del mondo, potrebbe commentare che esso appare come una mistura freudiana e adleriana, un ribollire d’istinti base provocati da pulsioni sessuali e di potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fra queste principali e, sebbene differenti, ugualmente distruttive forze, c’è una particolare classe di esseri umani: i simpatizzanti della New Age.</strong> Come si possono caratterizzare?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista solidale</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Oggigiorno le religioni abramiche si occupano di questioni molto poco ermetiche, mentre la massoneria è solo una di tante confraternite. In un certo senso, ciò è andato a vantaggio della tradizione ermetica, che adesso non si trova più sul limitare di altre istituzioni. <strong>Infatti, è diventata una chiesa per conto suo, e ha sviluppato la sua parte più essoterica nel movimento New Age.</strong> Uno sguardo retrospettivo alla storia conferma la diagnosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari dell’ermetismo rinascimentale, che sperava di restaurare pace al mondo cristiano e la ragione all’umanità belligerante, <strong>il movimento New Age è ecumenico, non dogmatico e pacifista. Come gli alchimisti, che pensavano che tutta la materia fosse sulla via di diventare oro, i New Agers si dedicano alla trasformazione personale e alla realizzazione del potenziale latente in ciascuno.</strong> Le scienze occulte fioriscono, certamente nelle loro modalità meno profonde, in sistemi di divinazione (tarocchi, rune, I Ching), nell’astrologia, nella scienza delle piante (medicina delle erbe) e delle pietre (cristalli). Così come Paracelso attraversò l’Europa chiacchierando con boscaioli e vecchie sagge, i New Agers ricercano la saggezza dei popoli indigeni, a cui danno valore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come tutte le manifestazioni essoteriche, la New Age ha i suoi aspetti sfortunati. Ma al suo peggio è stupidotta piuttosto che malvagia</strong>, e al nostro osservatore extraterrestre sembrerebbe la più umanistica ed ecologica di tutte le religioni attuali. Inoltre, offre porte non sono sigillate dal dogma o dall’autorità religiosa attraverso le quali pochi auto-selezionati possono passare per ottenere una conoscenza più profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>New Age, da un punto di vista ostile</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se la New Age riguarda principalmente il risveglio, perché mi fa dormire? Quelle copertine lucenti con disegni kitsch; <strong>quella musica da ascensore riciclata con titoli pomposi; e soprattutto quei profeti, o illuminati, o qualsiasi cosa siano, col loro catechismo nuovo fiammante</strong> – mi fanno dormire.</p>
<p style="text-align: justify;">In tutta buona fede partecipo a un seminario. Eccomi dinnanzi all’illuminato, che chiacchiera. La prima impressione che mi assale è un grande torpore. Ma non mi posso addormentare, sarebbe maleducato. <strong>Così ascolto. E cosa sento? Una stupenda quantità di ovvie assurdità. Pensandoci, non è semplice ammassare così tante stupidaggini in così poco tempo.</strong> È una cosa degna di nota di per sé, se non esattamente degna di lode.</p>
<p style="text-align: justify;">Imparo che ci reincarniamo 84.ooo.ooo volte; che ho dell’ectoplasma nero che fuoriesce dalla mia bocca; che alcuni di noi stanno per vedere le luci ultraviolette; che siamo osservati da extraterrestri con un terzo occhio (mi chiedo da quale occhio?) etc. etc. <strong>Sebbene la sospensione dell’incredulità sia una <em>conditio sine qua non,</em> c’è anche una curiosa infusione di pseudo-scienze, cosicché i termini sono presi in prestito liberamente dalla fisica, dalla chimica, dalla biologia, etc. Se non altro, funzionano egregiamente come scioglilingua.</strong> Abbondano le frasi fatte, immagino perché non c’è un correttore grammaticale che avvisi l’illuminato: “Frase fatta, usare con parsimonia”. Il <em>logos</em> è confuso con la <em>logorrea</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Prospera anche un sentimentalismo del tipo più infimo, e dispiace perché sembrerebbe esserci spazio per l’umorismo. Ad esempio, da un catalogo di libri New Age, ecco un titolo azzeccatissimo: <em>Dai la colpa alle tue vite precedenti.</em> Tale libro esiste davvero. Dovrebbe essere un best-seller fra i perdenti, e posso già immaginare il secondo volume: <em>Punta tutto sulla tua prossima vita!</em></p>
<p style="text-align: justify;">È tutto qui? Sono circondato da perdenti? Mentre sedevo in mezzo a loro, la canzone di Beck continuava a frullarmi in mente col suo maligno ritornello: “Sono un perdente, amore, allora perché non mi uccidi?” Tutti i New Agers hanno forse un tremendo bisogno di psicoanalisi?  Stanno tutti cercando una via di salvezza psichica ed emozionale? Se fosse questo il caso, allora, in forza della compassione, sono costretto a rispettare i loro erronei tentativi, e tacere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A ben pensarci, i New Agers, per quanto kitsch siano, sono fra i migliori rappresentanti della società occidentale. Perché, almeno, loro avvertono che qualcosa non va. Sfortunatamente, sembrano accorgersene solo quando qualcosa va terribilmente storto nella loro vita.</strong> Allora cercano un rimedio e, avendo rifiutato la religione cattolica, se sono cattolici, la zingara che legge i tarocchi o il palmo della mano, e lo psichiatra, confluiscono in questa nuova genia di ciarlatani, cioè persone che dispensano frasi fatte rimescolate in guisa di saggezza trascendentale. E allora, com’è che la fanno franca? La fanno franca perché coloro che partecipano ai loro seminari e leggono i loro libri sono per la maggior parte gente disperata pronta a credere a tutto e abbracciare qualunque idea.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci siamo passati tutti nella nostra vita, impotenti nelle grinfie della depressione. Quando niente va come dovrebbe andare, qualsiasi antidolorifico capace di alleviare la nostra sofferenza è il benvenuto. </strong>In un tale stato di profondo abbattimento, non solo si ottiene automaticamente la sospensione dell’incredulità, ma il futuro illuminato crederà più di ciò che si può realisticamente credere. E tuttavia l’Altro possiede il senso dell&#8217;umorismo e, se lo si avvicina in modo così disarmante, è probabile non si riuscirà mai a vendergli una polizza di assicurazione sulla vita. L’Altro ha anche bisogno di noi, ma non s’interessa di coloro i quali, avendo rinunciato a un atteggiamento critico, sono pronti a credere a qualsiasi cosa. L’Altro snobba tali persone.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro di voi che non hanno mai letto un libro tipicamente New Age ne devono comprare almeno uno e rendersi conto da soli di cosa intendo. Di solito la prefazione informa frettolosamente il lettore che l’Autore è stato magistralmente guidato da tale o talaltro (uno spirito, una reincarnazione, una voce divina) e che lui o lei <em>deve</em> comunicare un messaggio, anzi, <em>il</em> messaggio. Comincia poi una litania di regole. Sono elencate nel più canonico ordine causale, cioè, da A segue B; da B, C, e così via. <strong>Sembra che la Rivelazione, il Messaggio consista nella lista della spesa. Solo che, al posto delle carote, del pane e del prezzemolo, la lista è composta da frasi fatte prese in prestito da un potpourri mal digerito di religioni/pseudoscienze comparate</strong>, compilate da sfogliatori di libri di seconda classe.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altra parte, coloro la cui vita è apparentemente in ordine, che abbondano in soddisfazioni familiari e professionali, che sono normali e in salute, raramente sentono il bisogno di avvicinarsi a ciò che, di fatto, è sepolto in profondità dentro ciascuno di noi<strong>. E poi ci sono le masse, coloro che guardano cinque ore di televisione al giorno, e sono bombardati da incessanti spot pubblicitari, una media di 21.000 all’anno negli Stati Uniti; coloro che hanno ormai l’encefalogramma piatto</strong> e, sebbene ancora funzionali a livello fisico e psichico, sono in effetti diventati dei manichini.</p>
<p style="text-align: justify;">Finché, un giorno, uno di tali manichini viene trovato, legato, imbavagliato e strangolato in uno stanzino o in uno scantinato. Alla fine, i parenti normali e sani, eccezionalmente risvegliati dal loro letargo che dura da una vita, vengono a sapere dalla polizia che il loro caro non è stato ucciso, bensì è morto di morte autoerotica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guido Mina da Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Guido Mina di Sospiro è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(L’articolo è tradotto dall’inglese da Patrizia Poli; originalmente pubblicato su “Reality Sandwich”)</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/perche-la-new-age-mi-fa-dormire-i-new-agers-scambiano-il-logos-per-logorrea-e-le-loro-incaute-teorie-funzionano-bene-come-scioglilingua/">Perché la New Age mi fa dormire? I New Agers scambiano il logos per logorrea e le loro incaute teorie funzionano bene come scioglilingua</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Esegesi del Concerto per pianoforte e orchestra “L’imperatore” di Beethoven: ovvero, quando la musica, per la prima volta, ha fatto l’amore</title>
		<link>https://www.pangea.news/esegesi-del-concerto-per-pianoforte-e-orchestra-limperatore-di-beethoven-ovvero-quando-la-musica-per-la-prima-volta-ha-fatto-lamore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2018 06:51:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>[Dal 1833 al 1838 il compositore francese Hector Berlioz scrisse un insieme di saggi che complessivamente venne conosciuto come Étude critique des symphonies de Beethoven, diventando così il più grande sostenitore di Beethoven in Francia. Mentre le intuizioni musicologiche sono degne di nota, lo stile è così carico e appassionato che, per la nostra sensibilità [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/esegesi-del-concerto-per-pianoforte-e-orchestra-limperatore-di-beethoven-ovvero-quando-la-musica-per-la-prima-volta-ha-fatto-lamore/">Esegesi del Concerto per pianoforte e orchestra “L’imperatore” di Beethoven: ovvero, quando la musica, per la prima volta, ha fatto l’amore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">[Dal 1833 al 1838 il compositore francese Hector Berlioz scrisse un insieme di saggi che complessivamente venne conosciuto come <em>Étude critique des symphonies de Beethoven</em>, diventando così il più grande sostenitore di Beethoven in Francia. <strong>Mentre le intuizioni musicologiche sono degne di nota, lo stile è così carico e appassionato che, per la nostra sensibilità contemporanea, appare eccessivo. Essendo io ugualmente entusiasta del concerto <em>L’Imperatore</em> di Beethoven, ho pensato di scrivere un pezzo nello stile di Berlioz.</strong> Sebbene un approccio del genere possa puzzare di postmodernismo, la mia passione è sincera. Preparatevi pertanto a leggere qualcosa che scaturisce direttamente dall’epoca romantica.]</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">I musicologi sostengono che, nella storia della musica classica, la sinfonia e la sonata sono le più ambiziose forme di composizione. In effetti, il concerto per uno o più strumenti e orchestra è inevitabilmente più teatrale, promuovendo spesso, piuttosto che la musica in sé, un vacuo virtuosismo. <strong>Ma il concerto <em>L’Imperatore</em> di Beethoven per piano e orchestra eleva la generalmente ovvia contrapposizione tra solista e orchestra a una compiuta integrazione di <em>animus</em> e <em>anima</em>, sole e luna, i due elementi opposti dell’universo, in un trionfalmente riuscito esempio di <em>coniunctio oppositorum</em></strong> (da non confondersi con il non-dualismo di filosofi pedanti).</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto segue dovrebbe incoraggiare i lettori a tornare alla fonte, cioè, al concerto stesso, che sia la prima volta che lo ascoltano o l’ennesima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il Concerto per pianoforte n° 5 in mi bemolle maggiore opera 73 <em>L’Imperatore</em> è il prototipo della perfezione concertistica. L’orchestra è la donna; il piano, l’uomo; la loro musica insieme, fare l’amore. </strong>D’altra parte, che cosa significa “concerto”? Dal fiorentino antico, accordo, armonia, probabilmente dal tardo Latino <em>concertus</em>, participio passato di con-cernere, mescolarsi. I successivi tentativi di compositori meno dotati non reggono il confronto; alcuni sono di fatto risibili, specialmente il primo di Tchaikovsky, avventuroso ma istrionico e vuoto. Lo strumento solista che lotta contro l’orchestra; l’orchestra che cerca di sommergere il solista in caotici fortissimi. Maschio e femmina, in lite l’un con l’altro, che si azzuffano in pubblico!</p>
<p style="text-align: justify;">Per ritornare all’<em>Imperatore</em>.</p>
<p>*</p>
<p><strong>I. Allegro</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo movimento è ciò che gli smidollati uomini a venire – modernisti, esistenzialisti – non avrebbero mai potuto concepire, men che meno comporre. L’orchestra introduce il pianoforte improvvisamente: un sonoro, fortissimo tutti, solo pochi secondi e poi – <em>à toi, mon amour</em>, lei, l’orchestra, sembra sottointendere. E il piano la compiace con fantastici arpeggi e scale, riversandosi scintillante in un abbagliante, cadenzato, sfoggio di virtuosismo, ma non fine a se stesso. <strong>Lui, il piano, sta facendo tutto ciò per la sua amata, l’orchestra. Nella speranza di fare una buona impressione, non c’è niente di meglio che l’esuberanza.</strong> I fortissimi accentuanti dell’orchestra sembrano confermare che tale esuberanza è gradita. Poi, finiscono i fuochi d’artificio e i due si mettono all’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Innegabilmente colpita dal suo corteggiamento, e dal grado di preparazione che ha evidentemente  comportato, lei accetta le sue <em>ouvertures</em>. Il tema è introdotto. E poi, che cos’è? È amore allo stato puro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L’orchestra stessa gli mostra che non intende ricevere passivamente le sue attenzioni. La sua ispirazione e la sua abilità sono pari alle sue. Ed è ugualmente agile, cosa straordinaria, visto che conta cinquanta o più strumenti.</strong> Così è lei che prende il comando, e il piano si zittisce, rispettoso e ammirato mentre, senza che nessuno l’ascolti, piange sommessamente.</p>
<p style="text-align: justify;">È tempo di essere di nuovo uniti. Lui ascende alle altezze di lei con una scala vertiginosa, che si livella con un trillo prolungato. Il piano vorrebbe poter sostenere le note come un organo, ma appena una nota è formata, comincia a svanire. Il trillo è il suo espediente per sostenere le note indefinitamente. D’altronde nessuno meglio di lui sa come cesellare simmetricamente melodie celestiali dagli accordi trancianti dei suoi martelletti. Percussivo o meno, tutto ciò che sa fare è cantare.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi il tema è suonato di nuovo, questa volta più gentilmente. Ma presto la passione monta ancora e riconquista i due. È un altro fortissimo, poi un piano, mentre il tempo continua a mutare – niente sembra in grado di fermare le loro emozioni e i loro virtuosismi. <strong>Suonano con abbandono, e tuttavia si trattengono, attenti a non oltrepassare i rispettivi confini</strong>, fin troppo consapevoli che, se ciò accadesse, ne risulterebbero rumore e tormento invece che musica e amore.</p>
<p style="text-align: justify;">È una sfida, ma entrambi gli sfidanti rispettano le regole autoimposte. E le ampie modulazioni enarmoniche; lo schema tonale così rispettosamente rivoluzionario (tenendo il genio dentro la bottiglia, piegando ed estendendo le regole, ma in ultimo rispettandole, Beethoven risulta più potente che il suo contemporaneo Schubert, il quale, invece, avendo lasciato uscire il genio dalla bottiglia, modulava liberamente verso tonalità distanti); gli accordi martellati dagli strati più profondi della psiche del piano, pronti a balzare avanti, sconfinando in vero e proprio romanticismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma qui il piano inverte la marcia impetuosa, e regredisce, sorprendentemente, al contrappunto. Non è ancora tempo di balzare avanti.</strong> L’orchestra ritorna perentoriamente o alla dominante o alla tonica, nel tentativo di non superare il limite, in modo che non si verifichi una rottura, ma un’estasi. Il piano entra ed esce di scena con scale cromatiche, mentre l’orchestra approva e continua a suonare. Persino la cadenza diventa ridondante &#8211; l’intero movimento è intriso di virtuosismo, <em>è</em> virtuosismo. Per il bene dell’amore, questo e altro!</p>
<p style="text-align: justify;">L’Allegro termina all’unisono, forte, fortissimo e poi piano, oscillando ampiamente in dinamica ed emozioni. “Ti ho mostrato tutti i miei fuochi d’artificio,” annuncia il piano, “non potremmo adesso fare l’amore <em>carezzevolmente</em>?”</p>
<p style="text-align: justify;">L’orchestra dà il suo consenso con tre accordi conclusivi.</p>
<p style="text-align: justify;">È tempo di riposare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p><strong>II. Adagio un poco mosso</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le parole più forti di un amante sono quelle <em>sussurrate</em> nell’orecchio dell’amata. </strong><strong>È L’orchestra, i suoi archi – dovrei dire le sue mani? – che inizia a carezzare.</strong> Partecipano anche alcuni strumenti a fiato. Una breve sospensione&#8230; e il piano deve intervenire.</p>
<p style="text-align: justify;">Dapprima esitantemente melodico, e tuttavia con la perfetta volizione di un dio, canta la sua melodia in modo celeste, che contrasto con il suo precedente esibizionismo! Non si tratta che di poche scale discendenti.</p>
<p style="text-align: justify;">E noi,</p>
<p style="text-align: justify;">       che pensiamo alla grazia come a qualcosa che</p>
<p style="text-align: justify;">                                                                                       <em>ascende </em></p>
<p style="text-align: justify;">                                                                                                     rimaniamone, ora, sconcertati</p>
<p style="text-align: justify;">                                                                                                                                                      sentendola</p>
<p style="text-align: justify;">                                                                                                                                                                           <em>discendere</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ma lui non può resistere alla tentazione di alcuni trilli.</p>
<p style="text-align: justify;">“Molto bene, dunque,” dichiara l’orchestra, “ma non eccedere!”</p>
<p style="text-align: justify;">Presto lui riprende la melodia, e lei lo accompagna con signorile delicatezza. Poi è lui ad accompagnare, e lei a cantare, il suo flauto sopra gli archi. Questi sono i modi degli amanti. Adagio, ma, un poco mosso…</p>
<p style="text-align: justify;">Il piano annuncia un cambio di direzione, timidamente, due volte&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Poi…</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>III. Rondò: Allegro ma non troppo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È un’improvvisa esplosione!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I due intonano uno sfolgorantemente volteggiante rondò, che reitera le stesse emozioni ma in toni più vividi e in tempo più serrato.</strong> Uomo e donna pienamente inebriati dal loro valzer rapido e sincopato, sebbene mai fuori controllo, mai lasciandosi andare a un caos orgiastico. Al contrario, il loro abbandono è conscio e inconscio allo stesso tempo. Volteggiando, ruotando, piroettando, disegnando cerchi, orbitando – non è ciò che fanno i pianeti nella loro annuale ricerca di amore empireo?</p>
<p style="text-align: justify;">Dalla velocità e dall’altezza inebriante dell’Allegro, il piano rallenta la sua corsa, e ingaggia un duo con, fra tutti gli strumenti, i timpani! È la naturale conclusione di così tanto dare e ricevere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I due si baciano per l’ultima volta, nel modo in cui si baciano gli amanti dopo che la loro passione si è placata. </strong><strong>È un momento di tale enormità sia musicale sia spirituale, Dio ne è partecipe. </strong>Se la storia dell’umanità terminasse su quelle note finali, non sarebbe del tutto inaccettabile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sfortunatamente, Beethoven concluse il concerto con un bang, una ricapitolazione finale. Uno stridente fortissimo sia di piano sia di orchestra segue quel momento di sublime divinità. Convenzioni del tempo.</strong> È quasi come se due amanti, dopo aver fatto l’amore, si chiedessero l’un l’altro: “Ti è piaciuto?” e urlassero le loro risposte ai quattro venti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Guido Mina di Sospiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Guido Mina di Sospiro è l’autore, tra l’altro, di “L’albero” (Rizzoli, 2002), “La metafisica del ping-pong” (Ponte alle Grazie, 2016) e “Sottovento e sopravvento” (Ponte alle Grazie, 2017).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(articolo originalmente pubblicato su New English Review con il titolo “Coniunctio Oppositorum in Beethoven’s Emperor Concerto”; tradotto da Patrizia Poli)</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/esegesi-del-concerto-per-pianoforte-e-orchestra-limperatore-di-beethoven-ovvero-quando-la-musica-per-la-prima-volta-ha-fatto-lamore/">Esegesi del Concerto per pianoforte e orchestra “L’imperatore” di Beethoven: ovvero, quando la musica, per la prima volta, ha fatto l’amore</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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