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	<title>Gli esordi Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
	<lastBuildDate>Mon, 26 Oct 2026 05:06:47 +0000</lastBuildDate>
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		<title>“…aprirmi un varco nel profondo buio della vita e del mondo”. Dialogo con Antonio Moresco</title>
		<link>https://www.pangea.news/antonio-moresco-giochi-delleternita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 05:06:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dialoghi]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’è una letteratura che si accontenta di dare un nome alle cose, e un’altra, assai più rara, che tenta di restituirle al mistero da cui provengono.&nbsp;<strong>Antonio Moresco</strong>&nbsp;appartiene a questa seconda stirpe, quella degli scrittori per i quali la parola non è uno specchio del mondo, ma una ferita aperta nella sua apparente necessità. Nei suoi libri nulla è definitivamente nato, nulla è interamente morto; ogni creatura sembra trattenersi sulla soglia di una rivelazione.</p>



<p>Lo confermano i <a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/gli-esordi-1/"><em>Giochi dell’eternità</em>, ora riuniti da Feltrinelli </a>in un unico ciclo. <strong>Trentadue anni di scrittura, tre romanzi, quasi tremila pagine di pura maestria letteraria:</strong> <em>Gli esordi, Canti del caos, Gli increati</em>. Una smisurata avventura metafisica che dal silenzio del seminarista conduce alla sarabanda opulenta e mercantile dei <em>Canti del Caos</em>, fino alla vertigine ontologica degli <em>Increati</em>, dove vengono meno persino le distinzioni tra nascita e morte, creazione e distruzione.</p>



<p>La scrittura di Moresco ha qualcosa del sabba e della liturgia, della fiaba crudele e dell&#8217;apocalisse.&nbsp;<strong>Lowry vi incontra Kafka, Collodi si mescola a Dostoevskij, l’oscenità di Céline si innesta sulle visioni dei mistici.</strong>Una discesa dantesca che dal silenzio degli&nbsp;<em>Esordi</em>&nbsp;precipita nell’inferno grottesco dei&nbsp;<em>Canti del caos</em>, tra gli incubi di un’editoria trasfigurata in macchina infernale e i deliri di un’economia assurta a teologia demoniaca, dove persino Dio decide di mettere in vendita il pianeta. Fino all’estrema soglia degli&nbsp;<em>Increati</em>, dove vacillano tutte le distinzioni nel momento della rivelazione.</p>



<p>La prosa procede per accumulazioni, ripetizioni ossessive, improvvise accensioni visionarie. Il grottesco si dilata fino a diventare cosmologia, il delirio incrina le leggi del tempo, i personaggi attraversano identità e condizioni inconciliabili. Il Gatto, persecutore e pedagogo, accompagna il Matto, protagonista della trilogia, lungo questa interminabile educazione alla perdita di ogni certezza. E sotto la violenza delle immagini, l’orrore, il comico e l’osceno, sopravvive un’interrogazione religiosa che nessuna professione di ateismo riesce a estinguere.&nbsp;<strong>Moresco appartiene infatti alla famiglia degli scrittori per i quali il male non è un accidente da correggere, ma uno scandalo da attraversare senza garanzie di salvezza. Come nelle fiabe più antiche, dove il bosco è davvero oscuro, il lupo può divorare chi vi si avventura e la luce, quando appare, non cancella ciò che è accaduto.</strong>&nbsp;In questa tensione tra annientamento e apparizione si consuma il suo lungo combattimento con la letteratura, condotto fino al punto in cui anche il linguaggio sembra dover cedere il passo a qualcosa che non può più nominare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="653" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51fdceWa87L._SL1500_-653x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108879" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51fdceWa87L._SL1500_-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51fdceWa87L._SL1500_-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51fdceWa87L._SL1500_-600x940.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51fdceWa87L._SL1500_.jpg 689w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p><strong>Perché “Giochi dell’eternità”?&nbsp;</strong></p>



<p>Questo titolo è per me un mistero e mi è stato regalato dal caso (se di caso si tratta). Infatti si trova enunciato fin dalle prime righe del primo volume (<em>Gli esordi</em>), quando il seminarista, al risveglio, si lucida le scarpe con la spazzola e continua a lucidarle fino a quando la pasta scompare e rimane solo “luce lucente”. La riga dopo si legge: “Facevo questo e altri giochi dell’eternità”. Lo stupido che ha scritto questo sterminato librone ci ha messo più di trent&#8217;anni e quasi tremila pagine a capire che quello era il titolo dell’intera opera, individuato o divinato inconsapevolmente fin dall’inizio. Per scrivere un’opera così aliena e così metamorfica ho dovuto anch’io entrare in metamorfosi, abbandonarmi, farmi possedere, inventarmi.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Retrospettivamente cosa ha capito o scoperto di nuovo su di essa a trent’anni dal suo esordio?</strong></p>



<p>Col senno di poi, e vedendo cosa è diventata via via quest’opera – scritta per metà quando ero ancora uno scrittore sotterraneo e rifiutato da tutti gli editori, e che ha oltrepassato d&#8217;un balzo le mie debolezze e i miei limiti – ho capito che, per tutto quel tempo, sono stato come un asino che trascinava un carretto senza sapere cosa trasportava. Pensavo continuamente di smettere, che non ce l’avrei fatta, che si richiedeva troppo da me e dalle mie misere forze. Stavo male, avevo problemi fisici, nervosi e mentali. È come se quest’opera sia cresciuta per conto proprio passando attraverso di me e sopra di me, scaturita giorno dopo giorno da chissà dove. Ho cominciato a capire poco per volta&nbsp;quello che stavo combinando. Forse, in questo caso, la mia stupidità e il mio intontimento da traumatizzato mi hanno aiutato, se no non avrei retto la prova. Questa cosa aliena si è formata come si formano gli organismi primordiali, con le prime cellule staminali che si lanciano&nbsp;e si connettono e si oltrepassano e si moltiplicano dando vita a un organismo&nbsp;nuovo e mai visto prima.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><strong>Buio e luce, sono temi ricorrenti che oscillano nei suoi libri, come conferma il suo testo omonimo. Quanto questi opposti complementari sono importanti per capire la sua idea di scrittura?</strong></p>



<p>Se dovessi dire quali sono i personaggi principali di tutta la mia opera di scrittore direi che sono il buio e la luce, non la luce e il buio che si è preteso di poter separare all’inizio, ma la luce e il buio ancora indivisi che si combattono e che si abbracciano. In quel libro (<em>Canto del buio e della luce</em>) ho scritto che si è data troppa importanza al tempo (un tempo lineare e di convenzione) e troppo poca alla luce, senza la quale noi non ci saremmo e non ci sarebbe nulla della nostra cosiddetta sapienza. Nei&nbsp;<em>Giochi dell’eternità</em>&nbsp;ci sono continue irruzioni della luce, della luce e del buio, della luce che fa vedere il buio e del buio che fa vedere la luce, e che rompono la presunta conseguenzialità del tempo (anche di quello narrativo) e rendono visibile un&#8217;altra trama della vita, ci mostrano le figure che si muovono nel mondo per quello che veramente&nbsp;sono: apparizioni.</p>



<p><strong>Dalla&nbsp;<em>Lucina</em>&nbsp;a&nbsp;<em>Fiaba d’amore</em>, passando per la trilogia, riferimenti al fiabesco compaiono in tutti i suoi principali testi. Cosa la affascina così tanto di quel mondo?&nbsp;</strong></p>



<p>La fiaba – e per fiaba non intendo quelle piccole narrazioni consolatorie che oggi passano per fiabe, ma la grande fiaba, erede della sapienza mitica – non dissimula la presenza del male nel mondo, però ti dice anche che il male lo puoi fronteggiare e magari persino vincere. Come succede, ad esempio, in&nbsp;<em>Cappuccetto rosso</em>&nbsp;e in molte altre fiabe. La fiaba è tragica, però aperta. E poi anche molti dei più celebri romanzi hanno un andamento fiabesco, sono delle vere e proprie fiabe:&nbsp;<em>Delitto e castigo, I miserabili, I promessi sposi, Moby Dick</em>&#8230; La fiaba che amo di più è&nbsp;<em>La bambina dei fiammiferi</em>&nbsp;(che per me è la piccola santa protettrice degli scrittori), perché racconta la storia di una bambina sola e al freddo nella notte di Natale, che non ha venduto i suoi fiammiferi e che, invece di tornare a casa a prendersi le botte, decide di fare un gesto estremo, insurrezionale, cioè di accendere uno dopo l’altro i suoi fiammiferi, giocandosi il tutto per tutto, però nella fiamma di ogni fiammifero si apre una visione: la tavola imbandita, il tacchino arrosto, la nonna che alla fine la prende tra le sue braccia e la porta in cielo. Alla mattina i borghesi di Copenaghen riescono a vedere solo il corpicino stecchito di una povera bambina con i piedi nudi, morta dal freddo, sul marciapiede. Ma – aggiunge Andersen – nessuno di loro “sapeva le belle cose che lei aveva visto, e in quanto splendore, insieme alla vecchia nonna, lei era entrata nella gioia dell&#8217;anno nuovo”. Che cosa fa in fondo ogni scrittore, nella sua breve vita, se non accendere uno dopo l&#8217;altro i suoi fiammiferi, e aprire dentro la loro piccola luce delle visioni?&nbsp;</p>



<p><strong>Una volta Magris ci ha detto “Ogni vero libro si misura con la demonicità della vita. In questa capacità di scrutare verità anche intollerabili c’è una bontà più grande di ogni conciliante bonomia”. Come vive lei il problema del male?&nbsp;</strong></p>



<p>Sono d’accordo al cento per cento con questa frase di Magris. Anche a me è capitato di scrivere libri dove vado molto vicino al male:&nbsp;<em>Clandestinità, La cipolla</em>&#8230; e poi&nbsp;<em>Canti del caos, La lucina, Canto di D’Arco</em>&#8230;&nbsp;&nbsp;sono tutti attraversati da incontri ravvicinati col male così intollerabili, anche per me che, per esempio, mentre scrivevo&nbsp;<em>Canti del caos</em>&nbsp;sono finito al pronto soccorso. La presenza pervasiva del male nel mondo è un aspetto tragico, misterioso e non bio-degradabile dell’esistenza, di fronte al quale anche la filosofia, il pensiero storico, politico, religioso&#8230; si arrampicano spesso sugli specchi, ma perlomeno, rispetto al pensiero laico, la religione si è inventata la figura del demonio. A mio parere lo scrittore non deve avere paura di andare vicino, molto vicino al male, di rischiare, di guardare negli occhi la Medusa cercando di non farsi pietrificare dal suo sguardo. Lo scrittore non ha uno statuto speciale che lo pone al sicuro, su una cattedra morale soprelevata, che lo garantisce, lo protegge, lo salva. Lo scrittore è solo di fronte al male, come ogni altro umano. Lo scrittore non deve essere l’edificante cantore del bene, ma neanche l’altrettanto edificante cantore del male.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="653" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51alABdGHJL._SL1500_-653x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108880" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51alABdGHJL._SL1500_-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51alABdGHJL._SL1500_-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51alABdGHJL._SL1500_-600x940.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51alABdGHJL._SL1500_.jpg 689w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p><strong>Perché una volta ha detto “un libro come&nbsp;<em>Gli increati</em>&nbsp;può venir preso sul serio più da uno scienziato, da un fisico, che non da un letterato italiano”? E cosa non capisce o non vuole capire della sua opera un letterato italiano?</strong></p>



<p>Ho detto questo perché, nel cosiddetto mondo della letteratura, ho spesso incontrato persone attestate su canoni prestabiliti e resi inoffensivi e mortuari dalla rassicurante ripetizione, che rifiutano ciò che esorbita da questa piccolo orizzonte normalizzato tardonovecentesco.&nbsp;A volte ho l’impressione che il mondo della cultura italiana si sia imprigionato da sé in una pulsione di morte soft, in una sorta di nichilismo soft, si sia ridotto a fare il guardiano dell’esistente, di questo esistente terminale, che – attraverso un inoffensivo cortocircuito speculare – ne abbia in realtà sposato gli interdetti&nbsp;e i limiti (parlo in generale, perché so bene che ci sono delle eccezioni). In questo senso gli scienziati mi sembrano più avventurosi, si pongono in una zona di scoperta e di rischio, non hanno paura dell’ignoto. Penso soprattutto ai letterati italiani, perché negli altri paesi ho trovato maggiore apertura e coraggio. Lo penso ancora di più oggi, che sono di fronte a questa pubblicazione in forma unitaria di&nbsp;<em>Giochi dell’eternità</em>&nbsp;che, vista così, nella sua forma anche editoriale finale, mi sembra ancora più esorbitante e aliena rispetto all’idea della letteratura (e della vita) dominante oggi. In questo senso, mi è sempre più dolorosamente chiaro che quello che ho cercato di fare e di dire con la mia lunga dedizione di scrittore non è stato preso sul serio da gran parte del mondo culturale del mio Paese. Se ne sono voluti vedere solo alcuni aspetti formali, ma non c&#8217;è stato un vero confronto. Con questa pubblicazione mi pare di essere non alla fine ma, forse, all’inizio di un viaggio, mi pare che questa opera metamorfica dovrà (se ne avrà l’irradianza e la forza) scovare e addirittura inventarsi letteralmente i suoi metamorfici lettori futuri, nei tempi metamorfici che ci aspettano.</p>



<p><strong>Parlando de&nbsp;<em>La lucina</em>&nbsp;ha detto che è una sua scatola nera e che se fosse morto nel 2013 sarebbe stato il suo testamento. Cosa c’era in quel libro che ci illumina rispetto agli angoli oscuri dei&nbsp;<em>Giochi dell’eternità</em>&nbsp;e del suo autore?&nbsp;</strong></p>



<p><em>La lucina</em>&nbsp;è un piccolo romanzo che ho scritto in quattordici giorni di trance, inventato giorno dopo giorno come un sonnambulo. Credo che esprima, in modo concentrato e con la disperata malinconia di un adagio musicale, qualcosa di molto profondo e segreto che sta alla base della mia vita e della mia opera.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong><em>Gli increati, Canti del caos, La lucina</em>&nbsp;condividono l&#8217;incontro tra mondo dei vivi e dei morti. Che ruolo ha questa soglia nella sua scrittura? E quale è il suo rapporto con la morte?</strong></p>



<p>È successo che, da un certo punto in poi, senza che lo avessi previsto, nei miei romanzi ho dovuto superare questa soglia, ho avuto bisogno di sfondare questo paralizzante dualismo e di mostrare che, come la luce e il buio, così anche la vita e la morte sono abbracciate e avvinghiate, sono una cosa sola. Il mio rapporto con la morte è uguale al mio rapporto con la vita: la vita e la morte non sono collocate ai due punti estremi di una retta, non c’è la vita senza la morte, non c’è la morte senza la vita, e lo so ancora di più adesso, che sono reduce da cinque interventi nella zona del cuore&nbsp;e che ho rasentato molte volte la nostra “sorella corporale”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Ex seminarista, autore di preghiere letterarie con un rapporto numinoso con la natura e il creato. Pur non essendo religioso il suo è un pensiero molto spirituale. Quale è il suo rapporto con il sacro? E come l’eterno torna nei suoi testi?</strong></p>



<p>Mi è difficile rispondere a questa domanda, capisco solo che ci sono cose che non riesco a dire quando sono fuori dalla dimensione della creazione o dell’increazione, che sono oscuro anche a me stesso. Lo so, c’è una contraddizione insanabile tra il mio ateismo e il fatto di essere e di sentirmi uno spirito religioso. Diciamo che, nella mia vita, non ho buttato via il bambino con l’acqua sporca. Le esperienze che ho attraversato (religiosa, rivoluzionaria, artistica)&nbsp;non sono tre fasi che ho via via superato ma una permanenza e una compresenza dinamiche. Negli&nbsp;<em>Increati</em>, il libro da me più amato ma il meno incontrato e compreso, ho cercato di spingermi fino alle soglie del dicibile.</p>



<p><strong>E allora che cos&#8217;è per lei la categoria dell’increazione?</strong></p>



<p>A questa domanda mi è impossibile rispondere. Ci ho messo 32 anni per arrivare all’increazione e non sarei in grado di definirla e di dirla con parole diverse da quelle trovate e inventate giorno dopo giorno mentre scrivevo gli&nbsp;<em>Increati</em>. Alla fine del libro e dell&#8217;intera opera anche l’increatore si ferma alle soglie dell’increato, perché capisce che anche lui, persino lui, fa diaframma all’increato.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="653" height="1024" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51pTN1nM4L._SL1500_-653x1024.jpg" alt="" class="wp-image-108881" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51pTN1nM4L._SL1500_-653x1024.jpg 653w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51pTN1nM4L._SL1500_-191x300.jpg 191w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51pTN1nM4L._SL1500_-600x940.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2026/10/51pTN1nM4L._SL1500_.jpg 689w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>



<p><strong>Nei&nbsp;<em>Canti del caos</em>&nbsp;ho rivisto un mondo disumanizzante e claustrofobico come quello de&nbsp;<em>Il Padrone</em>&nbsp;di Parise. Quanto la mercificazione del reale pesa nel suo testo?</strong></p>



<p>Viviamo in un mondo dominato dall&#8217;economia, dalla pulsione di morte e dalla servitù volontaria, diamo per scontato che il mondo non possa che essere così, ma scontato non è. Non è scontato vivere in un’epoca in cui esiste solo la dimensione economica che si è fagocitata tutto e si è fagocitata il mondo. Non è mai successa prima una cosa simile. Per questo, in&nbsp;<em>Canti del caos</em>, immagino un&#8217;economia che diventa così pervasiva che non ha più niente di esterno da comperare e può solo comperare se stessa. Mostrare che l’economia è diventata teologia, che Dio decide di vendere il nostro pianeta e si rivolge per questo a un&#8217;agenzia pubblicitaria ecc ecc. L’economia è sempre stata importante nella vita degli uomini, ma non era mai successo che diventasse l&#8217;unica dimensione e l&#8217;unico specchio del mondo, che innervasse e saturasse l&#8217;intera nostra visione della vita umana e del visibile, e che anche gli scrittori, per venire accettati, dovessero vedere il mondo solo dentro questo specchio e attraverso la lente del cosiddetto “realismo”. E guai a spezzare e a sfondare questo specchio per cercare di andare dall&#8217;altra parte! Te la fanno pagare, perché questo è lo spirito del tempo, l’insuperabile, in fondo accettato da tutti. Non c’è niente, non deve esserci niente al di là di questo piccolo specchio.</p>



<p><strong>Kafka, Collodi, Dante, Cervantes e Perrault ritornano nei suoi testi. Quali modelli, confronti o riferimenti la hanno ispirata nel comporre il suo personalissimo alfabeto simbolico e mitologico?&nbsp;</strong></p>



<p>Questi autori sono tra quelli che amo e ho frequentato di più, a cui vorrei aggiungere Omero, Swift, Leopardi, Dostoevskij, Melville, Balzac, Céline, Proust, Murasaki&#8230; e poi i poeti, le poetesse, le mistiche&#8230; Mi hanno insegnato l’unità esplosiva di realtà e immaginazione, che lo scrittore non è uno che si limita a travasare in un diverso recipiente cose pregresse, ma un avventuriero, un esploratore, un inventore, un moltiplicatore.&nbsp;</p>



<p><strong>Il Gatto accompagna il Matto dal seminario fino agli ultimi territori dell’opera: superiore, editore, antagonista, quasi un principio metafisico. Chi è davvero il Gatto per lei?</strong></p>



<p>Il Gatto è una figura che prende spunto da persone realmente incontrate nella mia vita, in seminario, nell’editoria ecc, e che poi si concentrano in una sola figura, che salta il fosso&nbsp;&nbsp;e diventa un personaggio autonomo e nuovo che, con la sua carica distruttiva e spiazzante, ma anche con la sua demonicità fondativa, trascina in avanti tutta l’opera, ne attraversa le tre parti, sottoponendo il protagonista a delle tentazioni e a delle demolizioni di certezze, ma nello stesso tempo educandolo, temprandolo, forgiandolo</p>



<p><strong>Nei&nbsp;<em>Canti del caos</em>&nbsp;l’editoria diventa una specie di inferno metafisico, ma è anche riconoscibilissima nei suoi tic, nelle vanità, nei traffici. Quanto c’è di apocalisse e quanto di commedia dell’ambiente culturale italiano?</strong></p>



<p>La mia esperienza personale – prima i miei interminabili rifiuti durati quindici anni e poi il nomadismo forzato da un editore all’altro – mi hanno fatto purtroppo toccare con mano e dato una conoscenza tridimensionale dell’editoria, ma anche, più in generale, del mondo culturale italiano, che è la materia prima di&nbsp;<em>Lettere a nessuno</em>&nbsp;e che poi, in modo più trasfigurato, insieme alla pornografia, all’economia, alla pubblicità ecc innerva anche&nbsp;<em>Canti del caos</em>. Ho&nbsp;incontrato molta piccolezza, mancanza di coraggio, invidie, frustrazione, conformismo, paura, molto volare basso, per di più teorizzato&#8230; ma ho trovato al suo interno anche delle fessure, delle persone che per me hanno fatto passaggio e senza le quali non avrei potuto – sia pur tra mille difficoltà – pubblicare i miei libri, e anche degli scrittori che stimo e di cui sono diventato amico. È un mondo spesso arreso e cinico. D’altronde lo diceva anche Leopardi nel suo libro sul costume degli italiani, che l’Italia è il paese più cinico d’Europa, con la borghesia più cinica d’Europa, con il popolo più cinico d’Europa. Questa diagnosi amara vale anche per il mondo culturale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><strong>Più volte ha detto che alcune sue opere potevano essere le ultime (<em>Gli esordi, La lucina, L’addio</em>). Cosa l’ha spinta e la spinge ancora a continuare a scrivere?</strong></p>



<p>Ogni volta che l&#8217;ho detto e scritto l&#8217;ho pensato davvero, non era una commedia. Mi è successo più volte di dire anche a me stesso che non ce la facevo più a sostenere una simile prova, chiedevo non so a chi che mi venisse concesso di finire il libro che stavo scrivendo e poi – basta, basta, promesso! – avrei smesso, per gettare un osso al cane rabbioso che mi inseguiva e cercare di rallentare così il suo inseguimento. Come ho già detto, ci sono stati nella mia vita diversi momenti in cui mi pareva di non farcela più a portare avanti quello che avevo intrapreso, di essere arrivato di fronte a un baratro, di essere sopraffatto dal dolore e dall&#8217;orrore e che un simile combattimento fosse impari alle mie forze. Poi, non so perché, non so come, sono riuscito a superare quei momenti di disperazione e ho ripreso il combattimento, l&#8217;adorazione e il combattimento. Non sono riuscito a tirare i remi in barca, non solo per il mio donchisciottismo ma anche – non sarei del tutto sincero se non dicessi anche questo – perché per me è letteralmente una questione di vita e di morte, perché non ho nessun’altra forma di sussistenza, nessuno stipendio, nessuna entrata fissa, nessuna collaborazione, nessuna pensione, niente di niente. Anche se sono ormai tradotto in molte lingue sono uno scrittore povero che vive solo del suo lavoro e che, come certi scrittori bradi dell’Ottocento, spesso rasenta il precipizio economico o ci finisce dentro, e che se non ci fossero di tanto in tanto queste scarse e precarie entrate andrebbe a dormire sui cartoni. Però questa, forse, alla fine, è una cosa buona, perché mi costringe – fino al mio ultimo respiro, a colpi di frusta, di staffile – a continuare a immaginare, a inventare, ad aprirmi un varco nel profondo buio della vita e del mondo, mi impedisce di arrendermi.&nbsp;</p>



<p><strong>Francesco Subiaco</strong></p>
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