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	<title>Gioconda Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Leonardo in Brianza: storia della “Dama con l’ermellino” e dell’enigmatico “Salaì”, bello e furfante, l’allievo prediletto che fu modello per la “Gioconda”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jun 2019 09:48:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Oreno, Vimercate, Milano, Albiate, Como, Monza e Villasanta) Probabilissima l’ispirazione brianzola per gli sfondi della Vergine delle rocce, della Gioconda e del Cenacolo, e più che certo che del luogo fosse la bellissima Cecilia Gallerani, nobile amante sin dai quindici anni d’età di Ludovico Sforza, modella della Dama con l’ermellino, opera del 1488 circa, la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Oreno, Vimercate, Milano, Albiate, Como, Monza e Villasanta)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Probabilissima l’ispirazione brianzola per gli sfondi della <em>Vergine delle rocce</em>, della<em> Gioconda </em>e del <em>Cenacolo</em>, e più che certo che del luogo fosse la bellissima Cecilia Gallerani, nobile amante sin dai quindici anni d’età di Ludovico Sforza, modella della <em>Dama con l’ermellino</em></strong>, opera del 1488 circa, la quale, una volta allontanata dalla corte in ragione del matrimonio di Ludovico con la ferrarese Beatrice d’Este, fu la grande animatrice di un salotto letterario in cui forse passò anche un altro fiorentino, Bernardo Belincioni, poeta della corte milanese che tra le sue <em>Rime</em> scrisse in lode a Leonardo un sonetto ispirato dalla contemplazione della dama ritratta dal suo conterraneo, <em>Sopra il ritracto di Monna Cecilia quale fece Maestro Leonardo</em>, dialogo tra il poeta e la natura , invidiosa di tale effige di una sua creatura, la cui gloria il pittore accrebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma se di stanza in Brianza fu il genio di Vinci, brianzola fu colui che lo storico dell’arte Michel Tournier ha chiamato “l’altra metà di Leonardo”</strong> e cui è dedicato il <em>Salaì</em>: Gian Giacomo Caprotti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nato a Oreno, Caprotti fece la sua apparizione nella bottega del suo futuro maestro, in Corte Vecchia a Milano, nei pressi del Duomo, il 22 luglio 1490, a dieci anni, in uno stato di totale miseria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pittore lo rimise subito in sesto e lo rifocillò come si deve. Tuttavia il ragazzo rivelò sin dalle prime l’indole di monello.<strong> “Il secondo dì gli feci tagliare due camicie, un paro di calze e un giubbone, e quando mi posi i dinari a lato per pagare dette cose, lui mi rubò detti dinari</strong> della scarsella, e mai fu possibile farglielo confessare, bench&#8217;io n&#8217;avessi vera certezza – lire 4”, annota l’artista. Poi, da un amico architetto e scienziato: “Cenò per due e fece male per quattro”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo stesso Leonardo lo ribattezzò dunque Saladino, o Salaì, da un verso del <em>Morgante </em>(XXI 47,7) opera di un altro toscano, il Pulci, poiché <em>salah</em> in lingua araba significa diavolo, irrequieto, infedele</strong>, e infatti “ladro, bugiardo, ostinato, ghiotto” sono gli epiteti usati dal maestro, che pure fu sempre indulgente nei confronti del suo allievo, sedotto dalle sue espressioni, dalla sua bellezza e dalla sua ambiguità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrive il suo compaesano Mauri nel romanzo a lui dedicato: “Passava da uno sguardo civettuolo a un viso straziato con sorprendente rapidità. Alternava con naturalezza un sorriso soave a un ghigno di satiro.</strong> Pareva che dentro di lui si animasse una battaglia tra un temperamento angelico e un&#8217;indole malvagia. E l&#8217;esito di quello scontro era incerto. Salaì sapeva essere allo stesso tempo guardingo e innocente, docile e aggressivo, pieno di odio e d&#8217;amore”. A Leonardo il giovane discepolo appariva assai multiforme: “un efebo sorridente, un santo trasognato, perfino una vergine”, e anche per questo gli fu sempre caro e come osserva Mauri certo da un lato ciò lo favorì nella vita, ma per altri aspetti lo adombrò come artista.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché oltre a essere uno dei suoi modelli, Caprotti per Leonardo fu anche uno dei migliori allievi e un interprete dell’arte del suo maestro, e sebbene il suo ruolo non sia ancora pienamente riconosciuto, “il suo lavoro contribuì a propagare le invenzioni leonardesche</strong> a un’intera generazione di pittori lombardi, in una forma talvolta semplificata ma anche più accessibile. Eppure a lungo si è voluto vedere in lui solamente un servitore infedele”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Di sicuro fu testimone della vita del genio che seguì nel suo peregrinare tra le corti e che gli diede in eredità una dozzina di capolavori.</strong> Il grande storico dell’arte Giorgio Vasari, ne <em>Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti</em>, del 1550, lo cita descrivendolo così: “vaghissimo di grazia e di bellezza, avendo begli capelli ricci ed inanellati, pe’ quali Leonardo si dilettò molto: ed a lui insegnò molte cose dell’arte; e certi lavori, che in Milano si dicono essere di Salaì, furono ritocchi da Leonardo”. Eppure se ne persero poi misteriosamente le tracce, del Salaì, almeno fino a quando non è ricomparso sotto il nome del tutto inventato di Andrea Salaino, cui è intitolata una via di Milano, oltre a essere indicato come uno dei quattro allievi che circondano Leonardo nel monumento a lui dedicato di fronte a Palazzo Marino, in piazza della Scala.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra il 1916 e il 1919 gli studiosi Gerolamo Calvi e Luca Beltrami hanno messo ordine nelle vicende del Caprotti per cui è ora certo che collaborò a una Monna Vanna detta “Gioconda nuda”, in cui della Monna Lisa è riproposto il sorriso,</strong> mentre il resto del corpo, non femminile, è forse proprio quello del Salaì, possibile modello anche della più celebre “Gioconda vestita”, come scrive il tennista e scrittore comasco Gianni Clerici nel libro <em>Una notte con la Gioconda</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno storico statunitense che ha a lungo studiato l’opera e la vita di Caprotti gli attribuisce oltre cinquanta opere, tutte varianti leonardesche, e <strong>da ormai qualche anno presso la Pinacoteca Ambrosiana è esposto un quadro raffigurante san Giovanni Battista forse anch’esso del Salaì</strong>, autore molto probabilmente della tavola, che le si trova a fianco, un Volto di Cristo, l’unica firmata e datata, dono di un omonimo, Bernardo Caprotti di Albiate, figlio di un industriale tessile e fondatore della prima catena italiana di supermercati.</p>
<p style="text-align: justify;">La donazione è stata accompagnata da un libro firmato da un antiquario, Mauro Zecchini, <em>Il Caprotti di Caprotti. Storia di un pittore che non c&#8217;è</em>, la cui tesi, rigettata dal prefetto della Pinacoteca, il monsignor Franco Buzzi, e da uno storico, il professor Pietro Marani, è che non si è certi che il pittore brianzolo sia l’autore di alcun dipinto e che quello acquistato dal magnate potrebbe essere opera di Leonardo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma Leonardo in Brianza, essendo stato un grande ricercatore a livello di estetica e tecnica musicale, è anche lo spunto di una serie strumenti del liutaio Michele Sangineto,</strong> il quale, giunto dalla Calabria a Monza verso la fine degli anni Sessanta per insegnare nel locale Istituto d&#8217;Arte, vive a Villasanta senza che i suoi concittadini sappiano cosa egli crei, come spesso capita in Brianza, oggi refrattaria alle arti.</p>
<p style="text-align: justify;">In terra brianzola era andato con un diploma in ebanisteria che metterà a frutto autonomamente, studiando e più che altro sperimentando con intuito e creatività, facendo e disfando, provando e riprovando, che è poi ancora oggi il modo in cui crea fuori da ogni schema, e con tempi del tutto autonomi…</p>
<p style="text-align: justify;">Da un lato i canonici strumenti a corda, mandolini e mandole, cetre, arpe, buzuki greci, fidule, lire, vielle, crotte, viole, e quelli a frizione, come le ghironde, e a tastiera, come le spinette, e organi portativi e di carta, flauti, cornamuse e zampogne, e salteri di ogni tipo, tra cui uno medioevale che ama strimpellare a intuito.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è infatti certo virtuoso come lo sono alcuni musicisti famosi a livello internazionale per i quali ha creato strumenti su misura, <strong>come negli anni Ottanta l’arpa elettroacustica di Alan Stivell, e per l’irlandese Derek Bell, del gruppo The Chieftains, </strong>e Grainne Yeats, la nuora di William Butler, cantante e suonatrice d&#8217;arpa.</p>
<p style="text-align: justify;">Né è un virtuoso come i suoi due figli gemelli, musici professionisti che hanno creato l’Ensemble Sangineto, che suon a per lo più musica tradizionale italiana e irlandese, Adriano l’arpa celtica e Caterina il salterio lei, che inoltre canta e suona anche il flauto, interpretando soprattutto un repertorio barocco e rinascimentale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È proprio a queste epoche che s’ispirano le opere più sorprendenti di Sangineto, strumenti che crea a partire dai dipinti o dai disegni preparatori di antichi studiosi tra cui Leonardo stesso</strong>, in parte secondo criteri filologici e un po&#8217; con gusto personale, una particolare attenzione verso l&#8217;aspetto morfologico e l’oggetto in sé.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Lo costruisco in base alla mia sensibilità, al mio desiderio del bello. Prima di suonare, deve essere bello”, dice il liutaio che recupera la bellezza del passato, Piero di Cosimo, Cosimo Tura, Giorgione, Lippi, Martini, Van Eyck, per riportarla in vita e reinserirla nel mondo</strong>, come la cupola del Santuario della Beata Vergine di Saronno, opera del 1535 di Gaudenzio Ferrari, raffigurazione mista di affreschi e statue, con gli angeli musicanti disposti in quattro cerchi concentrici attorno a Dio e dei quali una sessantina suona circa trenta tipi di cordofoni, membranofoni e aerofoni, e come gli strumenti inventati dei Codici leonardeschi di Madrid, tra cui la piva a vento continuo ora esposta in modo per manente presso il Museo Leonardo 3 di Milano, mentre il 19 luglio 2016 ha suonato con i figli agli Uffizi di fronte a un’Annunciazione di da Vinci.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(fine)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*La prima puntata del reportage <a href="http://www.pangea.news/viaggio-in-brianza-alla-ricerca-di-leonardo-da-vinci/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la leggete qui</a></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>**In copertina: particolare della “Dama con l’ermellino” di Leonardo, 1488 ca., ora al Museo Nazionale di Cracovia</em></p>
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		<title>“Forse è vero che proprio qui, ospite di Ludovico il Moro al castello di Trezzo d’Adda, Leonardo avrebbe cominciato a dipingere il sibillino sorriso di Monna Lisa”: viaggio sulle tracce di Leonardo da Vinci in Brianza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jun 2019 11:19:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(Oreno, Vimercate, Fiumelatte, sul fiume Adda, Arlate e Civate) Scrive Michele Mauri da Vimercate nel suo romanzo Salaì che nella località rurale di Oreno ai tempi in cui Leonardo da Vinci creava tra Milano e la Brianza “il buio metteva paura. L’oscurità evocava il regno dei morti, le tenebre quello del demonio. Nessuno si addormentava [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Oreno, Vimercate, Fiumelatte, sul fiume Adda, Arlate e Civate)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrive Michele Mauri da Vimercate nel suo romanzo <em>Salaì</em> che nella località rurale di Oreno ai tempi in cui Leonardo da Vinci creava tra Milano e la Brianza “il buio metteva paura.</strong> L’oscurità evocava il regno dei morti, le tenebre quello del demonio. Nessuno si addormentava senza recitare una prece, nemmeno chi aveva proferito bestemmie tutto il giorno per protestare contro la sorte avversa”&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un mondo della bassa brianzola lontano da quello d’oggi, con le sue cascine lottizzate e in cui di notte le impressioni paniche sono state rimpiazzate quelle della labranchiana “estasi del pecoreccio”</strong> e le luci delle mammoniche Torri Bianche di Agrate che esprimono sì un che di geograficamente definito, ma più che altro uno stato dello spirito, mentale, spirituale, estetico, uno stile che per lo scrittore di Pantigliate è un’“espressione globale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma a poche centinaia di metri dalle Torri ci sono anche le tracce della nobile vita del passato: la tenuta dei Borromeo, con le scene di caccia anche agli orsi, tanto amati dal duca vimercatese</strong>, poi senatore, Gian Giacomo Gallarati Scotti cui lo stesso Mauri ha scritto nel suo <em>Trittico vimercatese</em> e che a sua volta a quelle bestie silvestri dedicò una trilogia di saggi. E sempre a poche centinaia di metri ci sono anche le tracce di una vita rurale ancora presente: i campi di patate bianche dette di Oreno ma in realtà olandesi, introdotte in Brianza dalle Americhe a metà Ottocento da un abate, Antonio Müller, anche se pare che a Lazzate le avesse già impiantate nel proprio orto, nel 1777, Alessandro Volta, che v’inventò la pila.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Brianza terra d’elettricità, infatti, e siccome terra d’acque, ecco quella della meravigliosa centrale idroelettrica Esterle, in località Porto d’Adda, a cinquecento metri dalla già esistente Bertini, rispetto a questa tre volte più potente. Costruita agli inizi del Novecento è un gioiello d’architettura industriale, ricca di decorazioni come motivi geometrici e floreali, colonne con capitelli, vetrate goticheggianti, gronde di ferro battuto, splendidi lampioni e pavimenti.</strong> Come la centrale Semenza, in quel di Robbiate, eretta poco dopo per sostituire l’antica Bertini, sita nella stessa località sopra l&#8217;alzaia del fiume, e risalente a fine Ottocento, una delle più antiche d’Europa, con una diga, a Paderno. Ai tempi le sue turbine erano seconde quanto a potenza solo a quelle delle cascate del Niagara, ma la sua origine è assai meno moderna e ha radici nei progetti leonardeschi di dighe, chiuse e canali lungo l’Adda, vecchi di secoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra cascata ma senza bisogno di diga. Altre tracce lasciate dal genio vinciano. Oltre Lecco, nel piccolo borgo lacustre di Fiumelatte, frazione di Varenna, si trova uno dei fiumi più brevi del mondo. 250 metri. I locali dicono il più corto ma mentono. A Cassone, comune di Malcesine, Verona, per esempio, c’è l’Aril, o Ri, un immissario del lago di Garda, di 175 metri. Tuttavia il Ri non è altrettanto speciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché il Fiumelatte, che nasce nelle Grigne, scroscia sì spumeggiante, da cui il suo candore latteo, ai piedi del monte Fopp, per gettarsi subito nel lago di Lecco, ma lo fa con regolare intermittenza dovuta a formazioni carsiche, sempre tra il venticinque marzo, l’Annunciazione, giorno della festa della località, e il sette ottobre, giorno della Madonna del Rosario, la patrona di Varenna, ragion per cui è detto anche il fiume delle due Madonne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già in passato ne parlò lo storico comasco Plinio il Vecchio. E poi il poeta francese Paul Valéry nei <em>Voyages historiques</em>. E naturalmente Leonardo che nel periodo brianzolo annotò:</strong> “È il Fiumelaccio, il quale cade da alto più che braccia 100 dalla vena donde nasce, a piombo sul lago, con inistimabile strepitio e romore.”</p>
<p style="text-align: justify;">In tale occasione i fiumelattesi fanno capolino in strada per poter dire infine che <em>el fium l’è ruàa</em> e attendere la discesa delle acque facendo finta di nulla, con aria falsa indifferente tipica dei brianzoli, e controllare così che tutto vada come deve e si possa fare un po&#8217; di moderatissima festa, rovinata nel 2001 da un evento mai accaduto in precedenza. Quell&#8217;anno, infatti, il torrente non ha mai cessato di scorrere.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma un simile candido zampillo latte, in Brianza, si collega a un altro antico culto della Vergine, quello della “Madonna del Latte” oggi relegato alle icone votive esposte ormai in poche chiese</strong>, e per esempio quella della Beata Vergine di San Lorenzo a Guanzate, in provincia di Como, e ahinoi ad ancor meno celebrazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse vittima nei secoli di certo bacchettonismo sancarlino per via dei pur misericordiosi, cattolicissimi seni sfacciatamente esibiti mentre in trono, discinta, allatta Gesù Bambino, questo tema iconografico fu anche di Leonardo con la famosa <em>Madonna Litta</em>, e di uno dei suoi grandi discepoli, il brianzolo Marco d’Oggiono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In alcuni casi furono cancellati o modificati gli affreschi, ritenuti troppo strani e d’impronta pagana,</strong> ma c’è anche chi ha giustamente provveduto a riportare le antiche icone alla forma originale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non celato invece si trova, a Imbersago, un altro colpo di genio di Leonardo in Brianza, il traghetto a corde che dal 1515 collega il paese a Villa d’Adda, mosso solamente dalla forza delle acque.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">A proposito delle relazioni tra Toscana e Brianza, nelle quali fiorì il genio di Leonardo e Manzoni, e che certo andrebbero un po’ riviste, Luigi Santucci, sempre imprescindibile fonte, scrive che “l’intonazione lombarda che c’è nel romanzo, non sarebbe restrittivo scoprirla addirittura brianzola. La costante brianzola la c’è, eccome: e la si ritrova in quel dialogato chiaro, preciso, sostenuto dal sale di una piccola e sorniona ironia. Così c’insegna il Gianoli. E son d’accordo con lui che il lodato ‘realismo ma non troppo’ de <em>I promessi sposi </em>il Manzoni lo imparò in queste ville e borgate”. <strong>Allo stesso modo, al di là delle mitologie toscanofile che imperano in Italia e non solo, la verità è che la lingua italiana moderna, seppur sciacquata in Arno, è stata forgiata presso l’unico fiume con nome femminile, l’Adda, che nel suo <em>Viaggio in Italia </em>Guido Piovene, giustamente, scrive che, “tortuoso, scavato fra baratri, probabilmente ha suggerito a Leonardo da Vinci i suoi paesaggi meteorici”.</strong> Brianza quindi non bucolica bensì misteriosa e conturbante.</p>
<p style="text-align: justify;">“Alzar la ‘camiscia’ alla Brianza per scoprir che cosa ci ha sotto! Smascherarne, cioè, la falsa pudicizia, svelarne insomma l’ambiguità. Giacché proprio di questo mi pare si tratti: d’una virtuosa, costumata, tutta femminea ambiguità” – questo che è ciò vorrebbe fare Santucci con la sua amata Brianza  – Santucci che scrive di una leonardesca enigmaticità della Brianza – di un Leonardo “sommo principe dell’ambiguo e dell’enigmatico” – “che di qui ci passò, sappiamo, ed ebbe a incantarsi […]. <strong>Forse è vero allora che proprio qui, ospite di Ludovico il moro al castello di Trezzo d’Adda, lui avrebbe cominciato a dipingere il sibillino sorriso di Monna Lisa del Giocondo”. Sullo sfondo del capolavoro si potrà scorgere quella veduta: “Scruto il capolavoro, ne spio con batticuore lo sfondo: quei monticini cretosi, la serpeggiante strada e il fiume a cascatelle (l’Adda?) attraversato dal ponte ad archi dietro le spalle della Bella; più oltre quelle frastagliature verdeggianti”.</strong> E pertanto: “eccola, forse, la Brianza, incarnata, personificata”. Ma è vero?</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Possibilissimo, almeno ai quei tempi. Possibilissimo, poi, se si pensa alla <em>Vergine delle Rocce</em>, con la visione del greto del fiume nel suo punto più tumultuoso e nelle sue anse più gorgoglianti</strong>, come descritto da Piovene e poco lontano da dove fu realizzato il sistema di dighe, chiuse e canali progettato dal genio vinciano.</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilissimo, almeno ai quei tempi. Probabilissimo, poi, anche che Leonardo non solo abbia studiato il <em>De Divina Proportione</em> del matematico aretino Luca Pacioli, ma che <strong>la sezione aurea che si ritrova nel suo celeberrimo disegno della figura umana, l’<em>Uomo Vitruviano</em>, l’abbia vista in una chiesa sita a poche decine di metri dal fiume dal nome femminile, il romanico dedicato ai Santi Gottardo e Colombano ad Arlate, frazione di Calco.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Probabilissimo, per finire, come gli esperti Dario Monti e Rosalba Franchi hanno recentemente ipotizzato in uno studio sulle linee, i volumi, la luce, lo sfondo delle finestre del <em>Cenacolo </em>di Santa Maria delle Grazie, <strong>che per il celeberrimo affresco milanese l’artista toscano abbia tratto chiara ispirazione dalla struttura del refettorio di un monastero della Brianza, </strong>quello di San Calogero nel comune di Civate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Marco Settimini</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>(continua)</em></p>
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		<item>
		<title>Compie 100 anni (e li porta benissimo) “L.H.O.O.Q.”, la “Gioconda con i baffi” di Marcel Duchamp. Ovvero: manomettere Leonardo per rivitalizzare la storia dell’arte</title>
		<link>https://www.pangea.news/marcel-duchamp-gioconda-con-i-baffi-compie-100-anni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2019 08:08:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
		<category><![CDATA[news]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Carli]]></category>
		<category><![CDATA[Anniversario]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[dissacrare]]></category>
		<category><![CDATA[Gioconda]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo da Vinci]]></category>
		<category><![CDATA[Marcel Duchamp]]></category>
		<category><![CDATA[ready made]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Lei ha caldo al culo”. Bravo l’artista: è andato a ravanare lì dove nemmeno il genio aveva osato. E non si può che credergli, anche perché nessuno ha mai visto il suo lato B (che però, vista l’epoca, potrebbe essere bello largo, decisamente romagnolo). * “Culo da schiaffi” verrebbe chiamato a distanza di 100 anni. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marcel-duchamp-gioconda-con-i-baffi-compie-100-anni/">Compie 100 anni (e li porta benissimo) “L.H.O.O.Q.”, la “Gioconda con i baffi” di Marcel Duchamp. Ovvero: manomettere Leonardo per rivitalizzare la storia dell’arte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>“Lei ha caldo al culo”. Bravo l’artista: è andato a <em>ravanare</em> lì dove nemmeno il genio aveva osato. E non si può che credergli,</strong> anche perché nessuno ha mai visto il suo lato B (che però, vista l’epoca, potrebbe essere bello largo, decisamente romagnolo).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Culo da schiaffi” verrebbe chiamato a distanza di 100 anni. </strong>E quindi tutti a sbirciare, in fila ovviamente, perché al Louvre non puoi pretendere di essere da solo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi sanno o ricordano che in <em>quella</em> stanza si trova anche “Le Nozze di Cana” di Paolo Caliari detto il Veronese.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<figure id="attachment_67995" aria-describedby="caption-attachment-67995" style="width: 246px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-67995" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/Marcel-duchamp-lhooq-1919-1371340666_b-193x300.jpg" alt="" width="246" height="382" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/Marcel-duchamp-lhooq-1919-1371340666_b-193x300.jpg 193w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/Marcel-duchamp-lhooq-1919-1371340666_b.jpg 540w" sizes="(max-width: 246px) 100vw, 246px" /><figcaption id="caption-attachment-67995" class="wp-caption-text">Marcel Duchamp realizza la &#8216;Gioconda con i baffi&#8217;, cioè &#8220;L.H.O.O.Q.&#8221; nel 1919</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Sulla sua tomba, posta nel cimitero di Rouen (sì, la città della cattedrale dipinta da Claude Monet nelle variazioni di luce) <strong>si può leggere l’epitaffio, composto da lui stesso: “D’ailleurs c’est toujours les autres qui meurent” (“D’altronde sono sempre gli altri che muoiono”).</strong> Geniale sino alla fine, MD. Anche nel circondarsi di <em>paria</em>, come ad esempio Man Ray.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Il grande nemico dell’arte è il buon gusto”. MD.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quest’anno corre il centenario di “L.H.O.O.Q.”, la “Gioconda con i baffi” creata da Marcel Duchamp: si tratta di una riproduzione fotografica</strong><strong> della Gioconda</strong><strong> di Leonardo da Vinci</strong><strong> alla quale sono stati aggiunti provocatoriamente dei baffi e un pizzetto.</strong> Il titolo è sostanzialmente un gioco di parole, infatti le lettere “L.H.O.O.Q.” pronunciate in francese danno origine alla frase “Elle a chaud au cul”, letteralmente “Lei ha caldo al culo”, ma i più acuti – quindi non Alessandro Carli – suggeriscono che può essere letto anche come la parola inglese “look” (“guarda”).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“La ‘Gioconda’ è così universalmente nota e ammirata da tutti che sono stato molto tentato di utilizzarla per dare scandalo. Ho cercato di rendere quei baffi davvero artistici”. MD</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Un manifesto contro il conformismo</strong><strong>. “Dissacrando uno dei miti artistici più consolidati, Duchamp non intende negare l’arte di Leonardo ma onorarla, a modo suo</strong>, mettendo in ridicolo gli estimatori superficiali e ignoranti che apprezzano la ‘Gioconda’ solo perché tutti dicono che è bella, conformandosi acriticamente così al gusto della maggioranza delle persone”. Non è una frase mia, ma suona bene. E quindi va virgolettata.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Difficile sapere – o meglio: è pigrizia – se MD abbia chiesto a Man Ray di fargli la foto della Monna Lisa per poi “disegnarla”. Forse no, visto che MD è stato uno dei maestri del “ready-made”. Però avevano un figlio in comune, i due: il movimento Dada americano, corrente d’avanguardia già nata in Europa nel 1916. Lo hanno fondato assieme.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive Octavio Paz a proposito del “ready-made”: “Categorizzare un oggetto comune prefabbricato isolato dal suo contesto funzionale, defunzionalizzato e rifunzionalizzato tramite il solo atto di selezione di un artista ad opera d’arte elevato allo status di arte”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Gli ultimi cento anni sono stati retinici. Sono stati retinici perfino i cubisti. I surrealisti hanno tentato di liberarsi da questo e anche i dadaisti, da principio. (&#8230;) <strong>Io ero talmente conscio dell’aspetto retinico della pittura che, personalmente, volevo trovare un altro filone da esplorare”. </strong>MD</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“(untitled) (2000)”</em>, lavoro coreografico firmato da Tino Sehgal e portato in scena &#8211; all&#8217;interno del cartellone 2015 del festival di Santarcangelo dei Teatri – da Boris Charmatz al Lavatoio, ha suscitato – al di là del valore dello spettacolo, un omaggio alla danza del Novecento – un vespaio di polemiche. <strong>Non tanto per la totale nudità del danzatore, ma quanto per la chiusa, incorniciata da abbondanti citazioni legate a Marcel Duchamp: Boris difatti si gira verso il pubblico e, dopo aver suonato come una chitarra il proprio sesso, si mette a fare la pipì.</strong> Un gesto del tutto ordinario che, stranissimo, a teatro fa (ancora) scalpore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Un’opera paradigmatica, capitale per lo svolgimento dell’arte moderna, ma spesso incompresa. <strong>Compie 100 anni, e li porta benissimo. Non fosse altro per quei baffi all’insù, molto dandy, e tornati di moda. </strong>E pazienza che sia donna: al buio, si sa, tutti i gatti sono grigi.</p>
<p><strong>Alessandro Carli</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marcel-duchamp-gioconda-con-i-baffi-compie-100-anni/">Compie 100 anni (e li porta benissimo) “L.H.O.O.Q.”, la “Gioconda con i baffi” di Marcel Duchamp. Ovvero: manomettere Leonardo per rivitalizzare la storia dell’arte</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ho iniziato ad ammirarlo detestandolo, per ricoprire di ingiurie la giuria del Nobel. La mia vita letteraria insieme a Patrick Modiano</title>
		<link>https://www.pangea.news/ho-iniziato-ad-ammirarlo-detestandolo-per-ricoprire-di-ingiurie-la-giuria-del-nobel-la-mia-vita-letteraria-insieme-a-patrick-modiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Feb 2019 08:13:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gli scrittori che ammiro ho iniziato a ammirarli detestandoli. Per leggere V. di Pynchon, per dirne uno, c’avrò messo cinque anni e tre tentativi andati a vuoto, quasi quanto c’ho messo per entrare in Seminario sulla gioventù di Busi, e fino a lì io a sparlare di Pynchon con i pynchoniani incontrati per strada: che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ho-iniziato-ad-ammirarlo-detestandolo-per-ricoprire-di-ingiurie-la-giuria-del-nobel-la-mia-vita-letteraria-insieme-a-patrick-modiano/">Ho iniziato ad ammirarlo detestandolo, per ricoprire di ingiurie la giuria del Nobel. La mia vita letteraria insieme a Patrick Modiano</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Gli scrittori che ammiro ho iniziato a ammirarli detestandoli.</strong> Per leggere <em>V.</em> di Pynchon, per dirne uno, c’avrò messo cinque anni e tre tentativi andati a vuoto, quasi quanto c’ho messo per entrare in <em>Seminario sulla gioventù</em> di Busi, e fino a lì io a sparlare di Pynchon con i pynchoniani incontrati per strada: che sbruffone muscolare, che epigono dopo il suono dell’ultima campanella, quanto fumo!, e solo dopo essermi arreso alla sua forza letteraria, ammettendo la mia debolezza da lettore, ho visto quanto arrosto c’era: tanto arrosto da sfamare lettori per generazioni. Ero io che non avevo lo stomaco per reggere la sua portata.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pynchon, comunque sia, scrive grosso. Romanzi per i quali occorre una preparazione atletica</strong>; ancora me la ricordo la piccola ma concreta fatica di portarmi nello zaino i suoi titoli o, per dire di un altro scrittore detestato fino alla mia capitolazione, <em>Infinite Jest</em> (“David Foster Wallace? Un cervellotico, un ossessionato, uno da cronicario della letteratura!”, dicevo io, ceeerto, che ho l’occhio così lungo che mi finisce sotto ai piedi, perciò lo calpesto e non ci vedo). Patrick Modiano, però, scrive libri minuti. Capisco sentire il cimento di doversi misurare con quei pesi massimi degli americani (non che i francesi debbano essere smilzi per forza: a me <em>La ricerca del tempo perduto</em> di un certo Marcel Proust fa tremare ancora i polsi e i cristallini), ma come si può tremare, per esempio, davanti a<em> Nel caffè della gioventù perduta</em> di 117 pagine di piccolo formato in tutto? Neanche il tempo di capire cosa ti sta disturbando, cosa ne stai odiando, che ecco l’hai già finito.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pynchon e Wallace e Busi puoi lasciarli a metà, se non riesci a entrargli dentro, ma con Modiano sei praticamente già fuori mentre ancora ti stai chiedendo da quale punto ci hai messo piede. </strong>“Modiano? Leggi lui leggi uno stradario è lo stesso!” dicevo io, credo a nessuno dunque tra me e me, perché pynchoniani e wallaciani se ne trovano, tanti quanti proustiani e busiani, ma modianiani? Credo che neppure sia mai stato messo a battesimo l’aggettivo <em>modianiano</em>, non in italiano, quindi, semmai, ne dichiaro adesso la paternità. Dunque: se alcuni libri così belli da proteggere da sé la propria bellezza puoi lasciarli senza finirli, riservandoti perciò il gusto di sfidarli ancora più avanti, con Modiano diventa più difficile stabilire di darsi la seconda possibilità, poiché in apparenza il suo libro lo si è già letto arrivando persino alla fine! E giusto perché siamo in argomento: non sono di quelli che credono il lettore abbia il diritto di non leggere un libro fino in fondo; ammetto lo si scarti dopo avergli dedicato non più di una ventina di minuti, <strong>ma se appena si è andati oltre, se si è letto un primo capitolo o comunque più di dieci pagine, allora lì la sfida dello scrittore è stata raccolta dal lettore che, se dopo lo molla, non sta dichiarando la sua presunta indipendenza critica, che non è altro che l’obbedienza cieca al proprio edonismo rammollente, ma la sua ritirata.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">I duelli tra il lettore e lo scrittore sono quelli che preferisco, sono i più cruenti e i più crudeli perché tutto il sangue sparso resta invisibile e dunque per l’occhio nudo non è successo niente. A questi duelli non potrà mai credere nessuno, nessuno li può testimoniare se non chi li ha combattuti. Lo scrittore e il lettore duellano con la scrittura rispettivamente durante la scrittura e la lettura del libro galeotto tra i due. In definitiva lo scrittore sfida a duello lo scrittore che è in lui, quando scrive, e il lettore duella con il lettore che è in lui, quando legge. Lasciare le cose a metà significa aver più che perso contro il più beffardo dei nemici: quel te stesso che ti rammenterà sempre la tua codardia, ben più insopportabile di una sconfitta: alla lunga uno finisce coll’essere più fiero delle proprie sconfitte che delle proprie vittorie poiché le vittorie rischiano di assomigliarsi tutte, a differenza delle sconfitte che sono come le famiglie infelici per Tolstoj.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class=" wp-image-65563 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/caffè-200x300.jpg" alt="" width="132" height="198" />Lessi <em>Nel caffè della gioventù perduta</em> e ne uscii convinto di averlo percorso con la delusione di chi gira a vuoto, in realtà non ne ero mai uscito e l’ho capito entrando in <em>Dora Bruder</em>. Sono entrato in un altro libro di Modiano perché non sono mai uscito da quello prima e che non avessi mai smesso di vagare nel primo m’è diventato chiaro quando ho deciso di vagare nel secondo, altrimenti non l’avrei inteso che la scrittura di Modiano è proprio quel vagabondaggio in cui ti getta gentilmente. <strong>Non gl’ho resistito più. Arrendersi a </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Modiano significa arrendersi a una verità semplice e terribile, succede questo quando accade la letteratura: siamo perduti, come il tempo.  </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono arrivato a Modiano perché Modiano ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2014 e a me piace quando il Nobel lo danno a chi mi permette di sbottare come il Don Abbondio manzoniano: “Modiano! Chi è costui?”. Vale a dire: <strong>io ho letto Modiano per la prima volta con la ferma intenzione di sminuirlo, per poter commentare la giuria del Nobel con un narcisistico “Che banda di cialtroni!”. </strong>Perché privarmi del piacere così collettivo e di grido dello smascherare i Poteri Forti della letteratura? Vale in estetica come in politica: più uno si sente debole di suo più si sente consolato all’idea della presenza di Poteri Forti che certo, possono fare della sua vita quel che meglio credono, ma bada: a lui non gliela daranno a bere!, e il contentino di chi affoga è di morire con la bocca secca. “Dei due ingressi del caffè lei sceglieva sempre il più stretto, quello che tutti chiamavano la porta dell’ombra”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci vuole mica tanto per comprendere che l’incipit de <em>Nel caffè della gioventù perduta</em> è bellissimo, ma io non potevo farlo, non dovevo!,</strong> mi stavo misurando con i Poteri Forti della Letteratura, eppoi: che fastidio, quegli indirizzi parigini a raffica! Cosa pretende, Modiano, che tutti sappiano orientarsi a Parigi in quanto Parigi-è-Parigi? Che solita solfa, eppoi, vediamo&#8230; Che pro-europeismo alla Vecchia Cara Europa! E, che altro&#8230; “Se veniva scritto nero su bianco voleva dire che era tutto finito, come quando sulle lapidi si incide il nome e la data”. La letteratura come il cimitero della memoria? I corpi hanno le tombe nella terra in cui diluirsi lentamente, in cui restare invisibilmente e poi tornare, attraverso i cicli impercettibili della trasformazione della materia, e l’immateriale delle persone dove va, i loro ricordi, il velo dei sentimenti? Nei libri scritti, le cui parole si diluiranno invisibilmente in chi li legge, attraverso chi li legge torneranno in circolo, in modi impossibili da descrivere, appena accennati&#8230; No, rifiuto tutto! Modiano, ma chi è costui? <strong>Via, il libro non lo accettai, lo infilai tra gli altri libri che mi riprometto di non rileggere giammai</strong>, e infatti ce ne ho messo di tempo per ritrovarlo, al fine di poterne parlare come sto facendo adesso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ho provato a perdere quel libro sul perdersi ma non ci sono riuscito, e tra le altre c’è anche questa beffa nel tragico dei libri di Modiano: ci si perde ma mai del tutto e quel poco che rimane è la nostra angoscia, l’indizio che porta all’impossibilità, ma un indizio è già più che niente, e di fronte all’oblio il più-che-niente è di una potenza prossima alla commozione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65564 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/dora-196x300.jpg" alt="" width="131" height="201" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/dora-196x300.jpg 196w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/dora-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/dora.jpg 326w" sizes="(max-width: 131px) 100vw, 131px" />Ho letto <em>Dora Bruder</em> (1997) perché non ce la facevo più a star lontano da Modiano ma ero ancora troppo orgoglioso per ammettermi che avevo voglia di rileggere, cioè di leggere per la prima vera volta, <em>Nel caffè della gioventù perduta</em> (2007). </strong>“Sono persone che si lasciano dietro poche tracce. Quasi anonime. Non si distinguono da certe strade di Parigi, da certi paesaggi di periferia dove ho scoperto, per caso, che avevano abitato”. Il romanzo di Modiano sembra essere dettato dal caso ma la sua scrittura non si sottomette affatto alla dettatura. La esamina, la indaga, la ricostruisce, ne delinea i pieni e i vuoti. Chi non cerca banalmente degli esecutori ma punta ai loro mandanti mai veramente occulti, vale a dire alla verità sul male o alla verità sul bene o alla verità che nei confronti dei concetti di bene e male prova un comprensibile imbarazzo, sa che alla fine della storia non troverà nessuno da sbattere in una cella ma avrà trovato molto di più: una storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Leggendone i libri la domanda più larga che ti lascia è: di cosa va a caccia Modiano?</strong> In quale caccia vuole accompagnarlo chi lo legge sperando che non deluda ovvero che continui a deludere, a non dare risposte esatte, a indicare fantasmi, ombre, passaggi, indizi labili, che continui attraverso gli onesti mezzi della scrittura radicale a farci stare all’interno della realtà che è una nebbia, è un dettaglio che non va a collimare con nessun intero dal quale è stato staccato: la realtà è la piccola parte di realtà a cui riesci a avere accesso tu, e quella tua piccola parte non si potrà mai sommare con le piccole altre parti degli altri. Tutte le parti sono reali e non ci sono due parti che possano stare armonicamente assieme. Non c’è il decadente gusto per l’impotenza in Modiano, non c’è lo scetticismo caro ai baldanzosi o il nichilismo che riempie le giornate a chi fa colazione, pranzo e cena con il senso di vuoto leccandosi i baffetti alla nazi. C’è la condivisione di un fatto raccontato con il sorriso della Gioconda: questa è una verità, ora tu facci quello che ti va.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Sembra però che ciò che ci spinge a fuggire d’improvviso sia un giorno di grigiore o di freddo che ci fa provare una solitudine ancora più acuta e la sensazione di una morsa che si chiude”.</strong> Se so che in giro c’è un Patrick Modiano che vuole sapere cosa ne è stato di Dora Bruder, se so che c’è uno scrittore che sa guardare e scrivere di quello a cui non guarda e di cui non scrive più nessuno, io sento che la morsa non si chiude e che alla solitudine toccherà continuare a mettersi frustrata sulle nostre tracce, inseguendoci disperata mentre noi forti di una innominabile gioia, di una segreta gratitudine, continueremo a inseguire le tracce lasciate dagli altri proprio per permetterci di scampare alla solitudine, tenendoci in perlustrazione, perdendoci ma mai veramente del tutto.</p>
<p><strong><em>Antonio Coda</em></strong></p>
<p><em>*In copertina: Patrick Modiano a Parigi, nel 2004; photo Ulf Andersen</em></p>
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		<title>Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 10:24:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La morte è una, nessuna morte è paragonabile a un’altra, alcune morti, però, sono anche la nostra, ci pertengono e ci appartengono. Alcune morti sono emblematiche. Ciò non significa che in quella morte altrui muoia una parte di noi – no, al contrario, quelle morti ci aiutano a precisare parti ignote di noi, quelle morti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-fotografia/">Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>La morte è una, nessuna morte è paragonabile a un’altra, alcune morti, però, sono anche la nostra, ci pertengono e ci appartengono.</strong> Alcune morti sono emblematiche. Ciò non significa che in quella morte altrui muoia una parte di noi – no, al contrario, quelle morti ci aiutano a precisare parti ignote di noi, quelle morti sono l’emblema della nostra rinascita.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando <a href="https://www.sifest.it/it/marco-pesaresi/il-fotografo.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marco Pesaresi</a>, tra i grandi fotografi italiani dei Novanta, il più ispirato, il più dolente, il più feroce, affonda, nel porto di Rimini, è il 22 dicembre del 2001</strong> <strong>– e non c’è anniversario che sigilli un dolore perché ogni giorno è stimmate, cuore di tenebra e spillo di luce –</strong> ci siamo noi, con lui, perché chi ha contemplato il dolore dell’uomo, dandogli forma pura, redenta, alla fine quel dolore lo vuole espiare. E si espia donando il proprio respiro – morendo. Pure io, che non l’ho conosciuto se non attraverso le sue opere e i ricordi della madre, Isa Perazzini, per cui l’amore ha preso il miracolo della dedizione, che alla morte ha risposto con una vita decuplicata, tante volte mi sono inabissato nel porto di Rimini, con Marco, e ogni tanto ho tentato di tirarlo su, a galla – perché c’è ancora così tanta vita da onorare, così tanto soffrire da riscattare – e ogni tanto ho desiderato morire, insieme a lui.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-64700 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-300x263.jpg" alt="marco pesaresi" width="245" height="215" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-300x263.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi-768x674.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/12/libro-pesaresi.jpg 912w" sizes="(max-width: 245px) 100vw, 245px" />La morte di Marco Pesaresi è emblematica perché lui ha fatto quello che noi dobbiamo imparare a fare. Ha contemplato l’uomo e ha amato il suo dolore. E al posto di risolvere l’uomo e il suo dolore – con l’obolo ai sofferenti, la meccanica delle elemosina – ha compiuto l’opera di carità più alta: ne ha fatto arte.</strong> Qualche anno fa, per tramite del SI Fest, cioè della mamma di Marco – il Comune di Savignano sul Rubicone detiene e conserva tutti i materiali nel cosiddetto ‘fondo Pesaresi’, una miniera di scatti che bisognerà catalogare e valorizzare – l’editore Postcart di Roma ha pubblicato, sotto il titolo <em>Il tempo di un viaggio</em>, per la cura di Davide Monteleone, alcune fotografie che raccontano il viaggio di Marco sulla mitica Transiberiana. Il viaggio è stato compiuto nel 1999, tratta Mosca-Vladivostok – e ogni volta, per Marco, che aveva mappato il mondo da Tokyo a New York, da Calcutta a Città del Messico, un viaggio è quello definitivo, totale, ultimo. Fare una fotografia, d’altronde, è un rischio: rischi di perdere gli occhi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le fotografie transiberiane hanno colori bellissime, come le gonne blu di Vermeer – nella biblioteca di Marco, che possiedo in minima parte, ci sono libri di Tolstoj, Dostoevskij, Bakunin, che preparano a sorbire l’anima del luogo, dell’uomo.</strong> Certo, queste fotografie sono testimonianze ‘storiche’, diciamo così, straordinarie – ma a me non importa il tempo, il senso della Storia, la ‘storicità’; m’importa l’uomo. Marco è grande quando rileva i minimi istanti del tormento, del sollievo, della nostalgia – la ragazza che vende i lampadari, la mamma che pettina il figlio, l’uomo con l’aquila tatuata sul petto, un capo indiano in Siberia, il ragazzo con l’anguria nella mano, manco fosse un Graal – Marco non fotografa, Marco scandaglia l’anima e la setaccia, Marco conosce.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">C’è anche una sposa, in queste fotografie, su un lago – vuole buttarsi? – e un uomo che dorme nel vagone, di fianco a due tazze di porcellana, mentre dal finestrino vediamo scorrere un ruggito verde, la foresta; e poi ci sono dei militari che ridono <strong>e in quella fotografia – la scala geometrica, razionalismo di piloni e ringhiere, un editto urbano che dalla strada superiore porta alla stazione, e sotto di essa vecchie russe con i fazzoletti in testa e un bazar di borse sfatte – capisco l’Unione Sovietica molto di più che dozzine di saggi. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">“Marco si arrabbiava perché camminavo velocemente, durante le mostre: ‘le fotografie vanno lette, devi guardarle a lungo, devi capirle’, mi diceva. Anni dopo la sua morte ho scoperto che lo invitavano a Parigi e a Londra perché sapeva come impostare la luce per fare un certo tipo di fotografie. <strong>‘Vado tutti i giorni a vedere la Gioconda. Mi siedo davanti a lei: è lei che ogni giorno mi guarda, con una luce diversa negli occhi’, mi diceva”, </strong>mi dice la mamma di Marco, Isa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Nel libro sono pubblicati anche i taccuini che Pesaresi ha scritto durante il viaggio transiberiano. “Terra che dorme – Siberia”; “Devo fotografare con intelligenza <em>non posso andare ovunque. </em>Concentrare le forze, non disperdere”; “Sento il dovere e la virtù di scrivere”; “Il viaggio è un qualcosa di nuovo, di emozionante, di straordinario. Sono un po’ impaurito per la difficoltà di comunicazione. Mi muovo prevalentemente a piedi… Non posso, non devo mollare”. Marco scrive le sue impressioni, in grafia brutale, disordinata, per preparare l’atto fotografico, che ha la lucidità di un gesto da prima ora del mondo. Attende l’imprevedibile, in adorazione degli strati sotterranei dell’umanità (“Lina la prostituta ha baciato 100 $. L’ho baciata tutta e non ne ho abbastanza”). <strong>D’altronde, Pesaresi ha fotografato gli abissi della notte riminese; si è inabissato nelle metropolitane di tutto il mondo</strong>, per il progetto <em>Underground</em>, vent’anni fa, che ha affascinato Francis Ford Coppola. Ha fotografato la festa e la vita, la baldoria e la disperazione – dispensando pietà.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">Questa bellezza così candida da dissanguare il giorno: <strong>le fotografie &#8216;transiberiane&#8217; di Pesaresi sono il sottotesto delle grandi poesie di Boris Pasternak e di Anna Achmatova, di Vladimir Majakovskij, di Iosif Brodskij.</strong> Le anima la stessa, abbacinante, <em>realtà</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Pesaresi – basta guardare, di sfuggita, il repertorio nel sito della Contrasto, per cui ha lavorato – ha fotografato i parchi acquatici, i megastore, le metropolitane. I luoghi affollati – dove la gente si dimentica di se stessa. <strong>Nel luogo dove uno è dimentico di sé – preso dalla tortura del tempo – Marco è lì, ti fotografa, non ti dimentica. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Vorremmo che qualcuno ci guardasse quando siamo negli inferi, vorremmo che qualcuno custodisca tutta la gamma della nostra gloria – che sostenga questa carne in corruzione, la collusione dell’era. <strong>Eccolo, Marco, il fotografo che ha avuto il coraggio di sondare l’enigma dell’uomo, che si è posto le domande irragionevoli, che non si è dato pace, che ha radunato il mondo sulla cruna del mignolo.</strong> Come un monaco, ha setacciato i continenti per sanare le creature – come se la fotografia fosse una sutura – come se la fotografia fosse una preghiera. Per questo la sua morte è la nostra morte – la nostra rinascita. (d.b.)</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/marco-pesaresi-fotografia/">Marco è lì, non ti dimentica, e custodisce la gloria del tuo dolore. Ecco perché la morte di Pesaresi è anche la nostra. Sulla fotografia come preghiera</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Alle spalle della “Gioconda” di Leonardo c’è il lago di Como: Riccardo Magnani galvanizza i liceali di Urbino insegnando l’arte del dubbio</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 06:17:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venerdì 5 ottobre, alla Scuola del Libro, in Urbino è stata girata una scena del remake de L’attimo fuggente, protagonista Riccardo Magnani, l’incubo pomeridiano della corte zerbinica riminese di Re Gnassa II. Non è servito salire sulla cattedra, ma è riuscito a colmare i venti minuti accademici di attenzione dei liceali con argomentazioni forti, curiose [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Venerdì 5 ottobre, alla Scuola del Libro, in Urbino è stata girata una scena del remake de <em>L’attimo fuggente</em>, protagonista Riccardo Magnani, l’incubo pomeridiano della corte zerbinica riminese di Re Gnassa II. Non è servito salire sulla cattedra, ma è riuscito a colmare i venti minuti accademici di attenzione dei liceali con argomentazioni forti, curiose e dubbiose, a tratti, emozionanti, quando ha spronato gli studenti a non essere bravi, ma curiosi e rompiscatole e applicare sempre la regola “aggiuntiva” alle cinque W (chi? che cosa? quando? dove? perché?) conosciuta in certi ambienti : “perché adesso?”; li ha invitati a non avere pregiudizi e a non giudicare il proprio compagno di banco “ &#8230;perché non sappiamo come sta in famiglia &#8230;”, <strong>a tratti mi è parso emozionante come il furbillo discorso alla luna dell’11 ottobre 1962 di Fratel Roncalli e dato che eravamo alla Scuola del Libro, mi vien da dire : “ &#8230; tornando a casa date una carezza ai vostri libri</strong>&#8230; lì troverete conoscenza e conforto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Parlando di Leonardo da Vinci, argomento principale dell’incontro, Magnani li ha invitati a togliere la maschera al personaggio e a navigare in un mare di dubbi, perché solo il dubbio porta alla conoscenza e alla verità; <strong>ha puntualizzato che i paesaggi dietro la <em>Gioconda</em> (rebis leonardesco) sono sette punti presidiati del lago di Como e Lecco, e non la Valmarecchia (dettaglio costato molto caro in termini di eurini spesi dalla Regione Marche)</strong>, ha mostrato come la grotta nella <em>Vergine delle rocce</em> sia inequivocabilmente quella di una zona del lecchese ed ha fatto notare come <strong>Leonardo sia stato il bambino più ritratto del Rinascimento (la statuina del Premio David di Donatello è uno di questi). </strong>Il messaggio più importante della giornata è diventato “imparare a vedere quello che davanti ai nostri occhi sta”&#8230; quindi “vedere” e non “guardare e scattare” come fanno quei poveri rincoglioniti che si danno le “arie da Avedon”, aride anime in pena bisognose di preghiere; è nella visione che si apre la bellezza e lo stupore di questo incredibile disegno che abbiamo davanti, un disegno divino per chi ha Fede, un disegno naturale per chi abbraccia gli alberi&#8230; ma sempre un disegno è, o meglio è una musica, <strong>la musica dell’universo, la vibrazione vitale che dirige le nostre emozioni, che non partono dalla pompa cardiaca, ma sono nel pensiero, dietro quelle porte spazio-tempo dove il vortice poundiano toccava velocità stratosferiche</strong>, dove si può scrivere al computer e nello stesso tempo toccare la farfalla il cui battito d’ali in Brasile provoca un tornado in Texas.</p>
<p style="text-align: justify;">Solo conoscendo avremo la possibilità ulteriore di essere liberi “qui ed ora”&#8230; perché “hic et nunc” andrebbe scritto in ogni documento di identità. Come il Buon Seminatore, Riccardo Magnani, ha consegnato ai neuroni dei liceali e ai bellissimi muri in cemento armato faccia vista dei “qualcosa”&#8230; se anche uno dei tanti “qualcosa” detti arriverà “dove deve arrivare” sarà stato un successo strepitoso e travolgente. Alan Turing, un genio mite e perseguitato, scrisse: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l&#8217;uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza» (Alan Turing, <em>Macchine calcolatrici e intelligenza</em>, 1950).</p>
<p><em>Silvano Tognacci</em></p>
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