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	<title>generazione Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Mar 2019 10:58:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti. * Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/trasfigurazione-vangelo-esodo-rinnegare-se-stessi/">Amiamo soltanto la forma infallibile. Sul significato della parola “trasfigurazione” e sulla necessità dell’esodo quotidiano. Per essere chi siamo dobbiamo rinnegarci continuamente</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di solito riduciamo il fatto religioso a una filosofia, compiendo una contraffazione. Di fatto, pensiamo al cristianesimo cattolico come a un manuale pacificante, per offrire l’altra guancia al perbenismo e lavarcene le mani. </strong>Il cristianesimo ci è utile per sentirci bravi, buoni, giusti.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: la storia pia di un uomo chiamato Gesù, inchiodato al legno, che perdona tutti ed espia le colpe dell’umanità ci piace, ci convince, è un segno, nel dramma, beneaugurale, un atto di eroismo concepibile. <strong>Abbiamo più problemi, presumo, nel credere che risorgeremo nella carne e che per questa fede – il crisma del cristianesimo – dobbiamo dare la vita.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il cristianesimo intende la carne come un segno mortale, parziale, dentro a cui, come il succo della noce, si cela la sostanza. I tre evangelisti – Marco, Matteo, Luca – ricordano la trasfigurazione come un momento di svolta: <strong>da lì l’azione di Gesù – che prima è maestro di vita, guaritore, sapiente – ha come obbiettivo Gerusalemme, cioè la morte</strong> – la città dedita a Dio è la mascella mostruosa in cui il Figlio viene dilaniato. Da quel momento, i discepoli affogano nell’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica scorsa – 17 marzo – la lettura evangelica riguardava la trasfigurazione trasfigurata nelle parole di Luca – perché le parole sono volto, fatto sfacciato, contraffazione, merito e menzogna, figura e contro-figura. All’episodio accede la primizia dei discepoli, “prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo” (<em>Lc </em>9, 28). <strong>Questa ‘aristocrazia’ nel cristianesimo non può essere sottovalutata: Cristo è per tutti ma ne sceglie 12, tra i tutti, e dei 12 ne sceglie 3 per “salire sul monte a pregare”</strong> (il monte è lo spazio del pregare come il deserto è il luogo della prova: sul monte parla Dio, nel deserto si sfida il sussurro del male).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tre discepoli ammirano i Tre: Gesù insieme a “due venuti a parlare con lui: erano Mosè ed Elia” (<em>Lc </em>9, 30). <strong>La rivelazione è il dialogo con i morti – il dialogo autentico accade sempre con i morti,</strong> che ci aggiornano sul destino.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Mosè ed Elia – i morti – “parlavano del suo esodo che stava per compiersi a Gerusalemme” (<em>Lc </em>9, 31). <strong>La rivelazione riguarda la morte: Dio sta morendo, Dio morirà, eccola la grande rivelazione. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Esodo </em>traduce <em>exodus. </em>Luca non dice ‘viaggio’, ‘cammino’, ‘avvenimento’. Dice esodo, <em>exodus. </em>Esodo vuol dire ‘via’ (<em>odos</em>) che è fuori (<em>ex</em>) dalle vie comuni, un ‘fuori pista’. <strong>Per compiere il proprio destino bisogna uscire fuori di sé. Non c’è altra via che uscire dalle vie consuete.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione accade nei momenti più drastici della missione di Gesù. Poco prima (<em>Lc </em>9, 23) Gesù ha detto, con inedita violenza – una violenza che risuona raramente nelle aule colonnate delle chiese – “se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, s’incarichi della propria croce”. Seguire Gesù è un esodo, è andare al di là del giorno, del regno quotidiano – <strong>seguire Gesù significa uscire da sé, dal sé. Cioè: trasfigurarsi. Meglio: trafugarsi. Meglio ancora: trafiggersi – una sintesi tra il rinnegare e la croce.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo la trasfigurazione (<em>Lc </em>9, 41) Gesù urla contro l’umanità perché i suoi discepoli non sono stati in grado di scacciare i demoni dal corpo di un ragazzo (cioè: di vincere il male). <strong>“Generazione di increduli e di contorti, fino a quando dovrò stare con voi e sopportarvi?”.</strong> Gesù urla contro chi ha rinnegato tutto per seguirlo. Le parole dei discepoli si contorcono come serpi, si avvitano su di sé, non hanno energia. Gesù non ha dubbi riguardo all’idiozia degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">La trasfigurazione di Gesù accade “otto giorni dopo” (<em>Lc </em>9, 28) la prefigurazione della Passione. Gregorio Palamas, sommo monaco dell’Athos, ci spiega cosa significa così: <strong>“la grandiosa visione della Luce della Trasfigurazione del Signore rappresenta il mistero dell’ottavo giorno, cioè il tempo futuro, dopo che avrà fine il mondo creato in sei giorni; rappresenta cioè il superamento dei nostri sensi,</strong> che esercitano in noi la loro energia in sei modi. Abbiamo infatti cinque sensi, ma a questi si aggiunge la parola profetica in modo sensibile, che fa diventare sei le energie della nostra sensibilità. Ora, il regno di Dio promesso a coloro che ne sono degni è superiore ai sensi e alla parola. Ecco perché, dopo che queste energie che agiscono in noi in sei modi avranno un felice compimento – compimento che dà al settimo giorno la sua ricchezza e dignità – ecco che nell’ottavo giorno, per la potenza di una energia superiore, risplende il regno di Dio”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio della trasfigurazione ci insegna alcune cose riguardo all’approccio a Dio. Il contrasto tra sonno e veglia, ad esempio. “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sogno, ma vegliarono e videro la gloria” (<em>Lc </em>9, 32). <strong>Il mondo dei vivi è, in realtà, dei dormienti; l’uomo spirituale veglia, pattuglia la notte, non crede nell’oscurità, è una fiamma. Si accede alla gloria arsi dal timore</strong> (“Ebbero paura”, <em>Lc </em>9, 34); in ogni caso, beati nell’ignoranza, aderendo a una spudorata semplicità (“ma non sapeva cosa stava dicendo”, <em>Lc </em>9, 33).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Luca dice che la trasfigurazione accade durante la preghiera – <strong>ci sono parole, dunque, in grado di cambiare le fattezze di un viso. </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>*</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Trasfigurare significa, sfacciatamente, smascherarsi</strong> – la trasfigurazione è l’opposto della mascherata. Mettendo una maschera simulo l’altro, non lo sono – decido di diventare quell’altro, non l’altro. La maschera è la festa, la danza – della trasfigurazione occorre contemplare l’abisso.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In particolare, Luca scrive: “l’aspetto del suo volto divenne altro” (<em>Lc </em>9, 29). Luca usa la parola greca <em>èteros</em> per intendere ‘altro’. <strong>Il viso di Gesù diventa altro, diventa l’Altro. Tutto lo sforzo del cristianesimo è diventare altro attraverso lo scontro con l’Altro.</strong> Vincere la congiura delle forme, contraffare il destino della corruzione, deformare, sformare, trasfigurare.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Che cosa significa trasfigurare? Trapiantarsi in altro. Vedere attraverso la forma fissa – che è tale solo per occhi che non sanno vedere. <strong>Di ogni uomo, in effetti, dovremo saper vedere l’aspetto trasfigurato – quello solo è atteso, è attestabile.</strong> Il resto è il corrotto, ciò che cambia – ma noi di ognuno amiamo l’infallibile, il segno imperituro. (d.b.)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>“Montale è stato il nostro punto di riferimento”: Jorge Aulicino balla il tango con Eusebio, e lo porta a Buenos Aires</title>
		<link>https://www.pangea.news/montale-e-stato-il-nostro-punto-di-riferimento-jorge-aulicino-balla-il-tango-con-eusebio-e-lo-porta-a-buenos-aires/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Mar 2019 05:38:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il linguaggio ha una personalità, ha geologia, destino, volto. Per questo, tradurre non è un gesto meccanico – ma neppure alchemico. La traduzione è un trapianto in cui non si produce un uguale, ma un altro – a volte un Minotauro, altre un unicorno. Provate a ripassarvi sul palato, sulle labbra, nelle narici e infine [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il linguaggio ha una personalità, ha geologia, destino, volto. Per questo, tradurre non è un gesto meccanico – ma neppure alchemico. La traduzione è un trapianto in cui non si produce un <em>uguale</em>, ma un <em>altro</em> – a volte un Minotauro, altre un unicorno. <strong>Provate a ripassarvi sul palato, sulle labbra, nelle narici e infine – infine, dopo!, perché la parola è carne, odore, suono, <em>prima</em> – questo distico: “</strong><strong>No nos pidas la fórmula que te abra los mundos,/ sino apenas un sílaba torcida y seca como una rama”.</strong> Gemello, ma indubbiamente diverso da questo, che sappiamo da sempre, conficcato nella ramiglia dei nostri nervi novecenteschi, “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo”. <strong>Anche quest’altro distico, “Tú no recuerdas; otro tiempo trastorna/ tu memoria; un hilo se devana” nella mia mente monosillabica, qui, che gorgoglia nella laringe, mi sembra esattamente <em>nuovo</em>. Jorge Aulicino, giornalista di talento, poeta, è il traduttore in Argentina dei poeti italiani.</strong> La sua impresa, nel 2015, è stata <a href="http://www.pangea.news/la-commedia-e-il-libro-fondamentale-dialogo-con-jorge-aulicino-che-ha-trapiantato-dante-e-pavese-e-pasolini-in-argentina/" target="_blank" rel="noopener">la traduzione della <em>Divina Commedia</em></a>, dopo anni di lavoro, ma il suo impegno, da sempre, è orientato verso la poesia contemporanea. Di recente, ha tradotto Pier Paolo Pasolini e Cesare Pavese, ha lavorato dentro l’opera di Franco Fortini, di Biancamaria Frabotta e di Antonella Anedda. <strong>Quest’anno Aulicino compie 70 anni, e si è regalato, diciamo così, un lavoro aureo. La pubblicazione, per <a href="https://www.edicionesendanza.com.ar/" target="_blank" rel="noopener">Ediciones en Danza</a>, di una silloge di poesie di Eugenio Montale, <em>En el humo y otros poemas</em>, tradotte con dedizione astrale. </strong>La sfida è doppia, per così dire, perché affrontare Montale, in Argentina, significa anche confrontarsi con le storiche traduzioni di Horacio Armani, che comincia nel 1971 con ‘Eusebio’, proponendo una <em>Antolog</em><em>í</em><em>a de Montale</em>. <strong>Sorprende, soprattutto, dialogando con Aulicino, capire quanto la poesia di Montale abbia agito nella rivoluzione lirica argentina.</strong> <em>Le occasioni</em>, la raccolta centrale di Montale – da cui Aulicino estrae i <em>Mottetti </em>e alcune poesie più clamorose, come <em>La casa dei doganieri </em>– è pubblica da Einaudi nel 1939, ottant’anni fa. L’omaggio che viene dall’“altro mondo” mi pare di eccezionale devozione. (d.b.)</p>
<figure id="attachment_66036" aria-describedby="caption-attachment-66036" style="width: 258px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-66036" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/aulicino-300x300.jpg" alt="" width="258" height="258" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/aulicino-300x300.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/aulicino-150x150.jpg 150w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/aulicino-768x768.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/aulicino-333x333.jpg 333w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/aulicino.jpg 960w" sizes="(max-width: 258px) 100vw, 258px" /><figcaption id="caption-attachment-66036" class="wp-caption-text">Lui è Jorge Aulicino, con l&#8217;immancabile pipa. Ha tradotto Montale, Pasolini, Pavese e la Divina Commedia in spagnolo</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quando ha letto Montale per la prima volta e cosa la ha sorpresa della sua poesia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Settanta ho letto le prime traduzioni fatte in Argentina da Horacio Armani, poeta, traduttore e ammiratore di Montale, che conobbe a Milano. <strong>La poesia di Montale che più ha affascinato la mia generazione è stata <em>La casa dei doganieri</em>.</strong> Per alcuni lettori la frase <em>Il varco è qui?</em> è divenuta una vera parola d’ordine. Anni fa ho letto una vecchia traduzione di questa poesia ma preferisco non citare il nome del traduttore che, disgraziatamente, si era sbagliato proprio in quel momento chiave. Aveva tradotto la parola italiana <em>varco</em> come se fosse <em>barco</em> (in italiano, nave). Forse pensava che Montale stava ancora parlando della <em>petroliera</em> a cui alludeva nel verso precedente. <strong>Montale fu un punto di riferimento per lo slancio rinnovatore della poesia argentina degli anni Settanta</strong>, insieme ad altri autori statunitensi, inglesi e italiani, oltre ai grandi latinoamericani come César Vallejo, Nicanor Parra, Enrique Lihn o José Lezama Lima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come è possibile tradurre Montale in spagnolo? </strong><strong>Che difficoltà ha incontrato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia di Montale fa un uso particolarmente denso delle parole. E di una sintassi a volte non semplice per chi non parla italiano tutti i giorni. Non credo che le mie traduzioni siano migliori di quelle di Armani. Ho cercato solamente di restare più legato alla <em>profondità di campo</em> di Montale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quante poesie di Montale ha tradotto e, riguardo alla traduzione, di quale poesia è più soddisfatto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ho perso il conto. Nell’antologia appena pubblicata da <em>En Danza</em> ci sono 35 poesie, se consideriamo i <em>Motetti</em> come poesie individuali. In realtà si tratta di 20 poesie brevi. Ma ci saranno, credo, un’altra ventina di poesie rimaste fuori da questo libro. <strong>In generale sono piuttosto soddisfatto della traduzione ma credo che le poesie più mutevoli siano quelle come <em>Meriggiare pallido e assorto</em></strong> in virtù del loro particolare ritmo, intraducibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In che modo Montale ha influenzato la poesia argentina contemporanea? Qual è il Montale che ama di più: il primo, raffinato e pieno di riflessioni esistenziali, o l’ultimo, epigrammatico, aforistico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il primo Montale è quello che più ci ha influenzato perché è quello che più è stato tradotto. <strong>Coincideva con la nostra ricerca di una poesia più sobria, meno sentimentale. Nonostante questo, scoprire che Montale cita un tango nella sua poesia <em>Sotto la pioggia</em> di <em>Le occasioni</em>, da argentino, mi ha commosso.</strong> Alla generazione successiva alla mia, chiamata ‘oggettivista’, piaceva il Montale di <em>Xenia I</em> e di <em>Xenia II</em> del primo <em>Diario</em>. La poesia argentina degli anni Settanta e di quelli a seguire cercava di mitigare un poco il sentimentalismo. Fu attratta e le attrae l’immagine visiva concreta, la sobrietà di esprimere la situazione poetica (le <em>occasioni</em>, nel linguaggio di Montale).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-66037 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/montale-206x300.jpg" alt="" width="156" height="227" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/montale-206x300.jpg 206w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/montale.jpg 658w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" />Ha tradotto di recente anche Pavese. Quale poeta italiano è più vicino alla sua sensibilità di poeta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo Pavese. In Pavese c’è quello stile più colloquiale. E il mito. Un mito legato all’origine. Questo è molto vicino a me.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora: chi ha intenzione di tradurre, quale poeta? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Spero che quest’anno venga pubblicata la mia traduzione delle poesie di Biancamaria Frabotta. Inoltre <strong>resta inedita una antologia di poesia italiana del XX secolo che continua a crescere. Abbiamo cercato di pubblicarla ma è stato impossibile ottenere tutti i diritti. I diritti postumi sono una vera maledizione. Lo stesso è successo con una antologia della poesia di Franco Fortini: non è stato possibile avere i diritti.</strong> A mio avviso gli editori o gli eredi degli autori commettono un errore quando cedono agli editori spagnoli i diritti per tutti i paesi di lingua spagnola. Mi piacerebbe fare una antologia di Alda Merini, un poeta molto amato in Argentina ma so già in partenza che sarà impossibile ottenerne i diritti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Traduzione dallo spagnolo di Mercedes Ariza</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Per gentile concessione pubblichiamo alcune poesie da <em>En el humo y otros poemas</em>, di Eugenio Montale, tradotto da Jorge Aulicino</p>
<p><strong>No nos pidas la palabra&#8230;</strong></p>
<p>No nos pidas la palabra que encuadre de cada lado<br />
nuestro ánimo informe, y en letras de fuego<br />
lo proclame y resplandezca como el azafrán<br />
en medio de un polvoriento prado.<br />
Ah el hombre que parte seguro,<br />
de los otros y de sí mismo amigo,<br />
y no se preocupa de su sombra que la canícula<br />
estampa sobre un muro calcinado.<br />
No nos pidas la fórmula que te abra los mundos,<br />
sino apenas un sílaba torcida y seca como una rama.<br />
Esto solo hoy podemos decirte:<br />
lo que no somos, lo que no queremos.</p>
<p>*</p>
<p><strong>“Non chiederci la parola”</strong></p>
<p>Non chiederci la parola che squadri da ogni lato<br />
l’animo nostro informe,e a lettere di fuoco<br />
lo dichiari e risplenda come un croco<br />
perduto in mezzo a un polveroso prato.<br />
Ah l’uomo che se ne va sicuro,<br />
agli altri ed a se stesso amico,<br />
e l’ombra sua non cura che la canicola<br />
stampa sopra uno scalcinato muro!<br />
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,<br />
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.<br />
Codesto solo oggi possiamo dirti,<br />
ciò che non siamo,ciò che non vogliamo.</p>
<p>***</p>
<p><strong>La casa de los aduaneros</strong></p>
<p>Tú no recuerdas la casa de los aduaneros<br />
en la elevación inclinada sobre la escollera:<br />
desolada te espera desde la noche<br />
en que entró en ella el enjambre de tus pensamientos<br />
y se detuvo inquieto.</p>
<p>La marejada azota hace años la vieja muralla<br />
y el sonido de tu risa ya no es alegre:<br />
la brújula gira loca a la ventura<br />
y el cálculo de los dados no regresa.<br />
Tú no recuerdas; otro tiempo trastorna<br />
tu memoria; un hilo se devana.</p>
<p>Tengo todavía la punta; pero se aleja<br />
la casa y sobre el techo la ennegrecida<br />
veleta gira sin piedad.<br />
Tengo la punta; pero tú estás sola<br />
casi ni respiras en la oscuridad.</p>
<p>Oh el horizonte en fuga donde se enciende<br />
rara la luz del petrolero.<br />
¿Es este el paso? (Pulula todavía el oleaje<br />
sobre el acantilado que se desploma).<br />
Tú no recuerdas la casa de esta<br />
noche mía. Y yo no sé quién va y quién queda.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La casa dei doganieri</strong></p>
<p>Tu non ricordi la casa dei doganieri<br />
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:<br />
desolata t’attende dalla sera<br />
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri<br />
e vi sostò irrequieto.</p>
<p>Libeccio sferza da anni le vecchie mura<br />
e il suono del tuo riso non è più lieto:<br />
la bussola va impazzita all’avventura<br />
e il calcolo dei dadi più non torna.<br />
Tu non ricordi; altro tempo frastorna<br />
la tua memoria; un filo s’addipana.</p>
<p>Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana<br />
la casa e in cima al tetto la banderuola<br />
affumicata gira senza pietà.<br />
Ne tengo un capo; ma tu resti sola<br />
né qui respiri nell’oscurità.</p>
<p>Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende<br />
rara la luce della petroliera!<br />
Il varco è qui? (Ripullula il frangente<br />
ancora sulla balza che scoscende…)<br />
Tu non ricordi la casa di questa<br />
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.</p>
<p>*</p>
<p><strong>En el humo</strong></p>
<p>Cuántas veces te he esperado en la estación<br />
en el frío, en la niebla. Me paseaba<br />
tosiendo, comprando diarios innombrables,<br />
fumando Giuba, luego suprimidos por el ministro<br />
de tabacos, el tarado.<br />
Quizá un tren equivocado, un duplicado o tal vez<br />
un faltante. Escudriñaba los carritos<br />
de los changadores, por las dudas de que llevaran<br />
tu maleta y tú llegases luego, retrasada.<br />
Al fin aparecías, última. Es un recuerdo<br />
de tantos. Me persigue en sueños.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Nel fumo </strong></p>
<p>Quante volte t’ho atteso alla stazione<br />
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo<br />
tossicchiando, comprando giornali innominabili,<br />
fumando Giuba poi soppresse dal ministro<br />
dei tabacchi, il balordo!<br />
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una<br />
sottrazione. Scrutavo le carriole<br />
dei facchini se mai ci fosse dentro<br />
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.<br />
poi apparivi, ultima. È un ricordo<br />
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.</p>
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		<title>“Non esiste gioia senza lotta, e un nuovo inizio è sempre possibile”: dialogo con Giovanna Rosadini</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2019 05:27:26 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/non-esiste-gioia-senza-lotta-e-un-nuovo-inizio-e-sempre-possibile-dialogo-con-giovanna-rosadini/">“Non esiste gioia senza lotta, e un nuovo inizio è sempre possibile”: dialogo con Giovanna Rosadini</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Penso che Giovanna Rosadini non vada letta. <strong>Giovanna Rosadini – forse l’ho già detto – va strappata. Con i suoi libri, intendo, non si può avere un rapporto da lettori qualsiasi</strong>, avvertiti o meno, avventurieri o narcotizzati dalla lirica, che vogliono trarre godimento d’intelletto. La Rosadini – poeta, per altro, formalmente impeccabile – va vissuta, vuole essere esplorata, estrapolata, strappata. <strong>La poesia è la prima parte di un dialogo che sei tu a dover adempiere e rilanciare – e mai completare. Pattuglia i giorni, la Rosadini, li perimetra con il barometro poetico, sguinzagli i cani da caccia del verbo.</strong> E pretende, da te, non di essere accudita: si dà in pasto. Di <em>Fioriture capovolte </em>(Einaudi, 2018), per dire, sorprende già l’anomalia del titolo: come se qualcosa, nonostante il capovolgimento, nonostante tutto, continui a fiorire, a esplodere vita, vizio e virgulto di gioia.<strong> “Notte medusa che mi mangi il sonno/ e mi sprofondi in abissi senza sponda,/ dammi il conforto di ritrovare un senso/ a ciò che sembra essersi perduto”. Che nitidezza oraziana, classica, in questo gesto di istoriare lo stipite della notte con versi beneaugurali. </strong>Poi mi segno questo, “La nascita ci consegna a un nome,/ ne custodiamo l’arbitrarietà sino a farlo/ nostro”: amo l’enigma che c’è qui dentro, la responsabilità del nominare, una risonanza di bronzo.  Poi, tra liriche piene di acqua, di acquari e di nebbia – ciò che è offuscato rasenta la visione millimetrica – amo questa, di ghiaccio, come di uno che abbia scuoiato pezzi di tramonto per farne cibo agli uccelli carnivori: <strong>“Benvenuta nebbia che occulti e attutisci/ potessimo disfarci nel tuo corpo di latte/ impunemente senza strascichi o rinvii/ come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito”. </strong>Da qui, dunque, dallo stato di spostata, di sposa all’estate dei persi, senza pesi (“Incinta di vento – vuota, inquieta,/ sparsa come un gregge di foglie”), invito Giovanna al dialogo. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Intanto. Da dove nasce questo libro? Voglio dire. C’è sempre, in te, un desiderio di ricapitolazione – di resurrezione? – nella poesia, di dare forma ai giorni, di fabbricare gli annali minimi della propria biografia: è vero?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Caro Davide, hai centrato il cuore della mia poesia. Ogni mio libro è un libro sulla possibilità di cambiamento e di rinascita, sempre attuabile, credo, in qualsiasi momento della vita. È quello che riassumo nella poesia di apertura del <em>Numero completo dei giorni</em>, corrispondente alla <em>parashà </em>di <em>Bereshit</em>, o, ebraicamente parlando, “Dell’inizio”, <em>Genesi</em> per la tradizione cattolica. <strong>Un nuovo inizio, legato a una possibilità di rigenerazione, è sempre possibile, anche se la nostra cultura (parlo del retaggio europeo) fatica a concepirlo: in una cultura più giovane e dinamica come quella americana è la norma. Si può mettere a fuoco la propria ispirazione anche a cinquant’anni</strong>, e lasciare il proprio lavoro routinario per mettersi a studiare musica e diventare direttore d’orchestra, o mettersi a dipingere, o assecondare una nuova inclinazione sentimentale… Poi, sì, scrivere poesia è un modo per dare forma ai giorni, scavare nel senso del tempo che passa fermandolo in un segno, coagulandone l’essenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dimmi. Qual è l’idea complessiva del libro. Che la memoria, forse, è il veleno della vita a venire? Che la lotta – tra vetri e fratture – è ancora conservare il distillato della gioia? Che cosa è questo “residuo immedicabile del mondo”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Più che il veleno direi forse il nettare, se si è avuta una vita sufficientemente buona come credo sia stato per me. Non penso che ci sia un’idea complessiva del libro, se non quel filo rosso che lega le mie opere che ho precisato sopra. Detto questo, venendo al tema della lotta, Michel Houellebecq ha scritto un meraviglioso libro di poesie intitolato <em>Le sense du</em> <em>combat</em>. Pieno di energia, vitale, lucidissimo.  Ho rimosso questo aspetto essenziale della vita fino alla fine del decennio dei miei trenta, cresciuta com’ero in una cultura/società di benessere garantito e indiscusso, in cui non si dava la necessità di competere per soddisfare le proprie necessità… il mondo della mia infanzia è un mondo di buoni sentimenti e di buona educazione, pacificato e garantito. Crescendo, mi sono resa conto che non era così, e ho maturato nuove consapevolezze, a contatto con le asperità del mondo. Si è trattato di un lungo ma necessario percorso, che è sfociato nella legittimazione della mia scrittura. <strong>Non si dà affermazione di se stessi e delle proprie istanze senza lotta, in senso più o meno figurato. Senza di ciò non si può pervenire alla gioia di trovare e riconoscere il proprio ruolo nel mondo.</strong>  Anche quando si ha la fortuna di raggiungere individualmente questo obiettivo, è facile che rimanga un <em>quid</em> di irrealizzato, non compiuto, e credo proprio che per la maggioranza delle persone sia così… C’è sempre qualcosa che manca, un inciampo, un fatto imprevisto che cambia la vita, e lo stesso, per estensione, nelle cose della vita e del mondo. Imperfetto per definizione. Abbiamo assistito, nel Novecento, al fallimento della realizzazione pratica dell’ideologia comunista, con il suo portato di riscatto sociale e di egualitarismo… È uno degli esempi possibili. <strong>La realtà è irreggimentabile. Per quanto ci si possa avvicinare dal punto di vista personale a un compimento, e da quello sociale a una buona organizzazione e gestione, ci sarà sempre un deficit, qualcosa che non funziona o non è abbastanza soddisfacente…</strong> È questo, “Il residuo immedicabile del mondo”. Qualcosa di connaturato e non emendabile, che possiamo trovare anche in natura. Qualcosa con cui tutti dobbiamo fare i conti, o imparare a fare i conti. Per dirla con le parole di Philip Roth: “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da un lato, certo, le fioriture, il fiore che poi marcisce alla terra per fecondarla di nuovi sensi e gesti. Dall’altro, molte immagini rimandano all’acqua, all’acquario, al fossile, al luogo della nascita originaria, dove tutto passa e nulla si dimentica. Ci sono forse dei simboli-ossessioni in questa raccolta?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Forse. Non ci avevo ancora pensato in questi termini. <strong>Di certo, l’acqua è un elemento ricorrente, presente in ogni sezione del libro… Dal mio mare di Liguria agli abissi oceanici popolati di creature inquietanti e all’acqua morta (da una suggestione del poeta cinese Wen Yiduo) della sezione<em> Lo spazio bianco</em>, fino all’acqua di Venezia dell’ultima sezione,</strong> dove rievoco gli anni universitari che vi ho trascorso. Acqua come elemento materno, rigenerante, ma anche ricettacolo oscuro e misterioso. Poi, direi, tutto il libro è attraversato dalla dicotomia luce-ombra, chiaro-scuro, la luce dell’infanzia e la cupezza dell’adolescenza, le luci e le ombre del sentimento amoroso, gli slanci e le inquietudini della giovinezza… Poi, c’è il luogo mitico per definizione della mia infanzia, la grande casa affacciata sul mare dove sono cresciuta, col suo giardino circondato dai cipressi e pieno di piante e fiori: il luogo dove si è incarnata la mia immaginazione emotiva, oggi purtroppo perduto. Probabilmente è questo, il luogo della nascita originaria, quello dove si è formata la consapevolezza di chi sono.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65998 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-175x300.jpg" alt="" width="137" height="235" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-175x300.jpg 175w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-768x1316.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini-597x1024.jpg 597w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/03/libro-rosadini.jpg 1000w" sizes="(max-width: 137px) 100vw, 137px" />Poi, a un certo punto, arrivi pure a benedire la nebbia, preghi di poterti disfare in essa, “come un errore finalmente rimediato”. Poesia bellissima, arcana e arcaica, ‘classica’. Significato agghiacciante. Cos’è allora la vita, cosa sono i rapporti umani?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La poesia della nebbia è quella in apertura della seconda sezione, <em>Lo spazio bianco</em>. Qui affronto il lato rovescio della vita, i suoi momenti faticosi e difficili, quelli in cui mancano le risorse per affrontare il mondo e la realtà. <strong>In una parola, parlo di depressione. Condizione oggi comune a molti, e a me del tutto sconosciuta prima del mio incidente. Dopo, ho imparato a farci i conti e a gestirla, naturalmente con l’aiuto di persone competenti a me vicine. </strong>Ho a poco a poco imparato a non temere i momenti no, quelli che spaventano e che cerchiamo, quando li sentiamo avvicinarsi, di tenere a distanza. La scrittura mi ha aiutato. Accogliendo questi momenti, ho capito che era possibile attraversarli e uscirne, se non incolume, più consapevole e talvolta fortificata. È il tema dell’episodio biblico della lotta di Giacobbe con l’angelo, che ho affrontato nel <em>Numero</em> <em>completo dei giorni</em>. Detto questo, credo che la vita sia un percorso ininterrotto di ricerca, innanzitutto di senso. E il senso lo troviamo proprio, se abbiamo la capacità e fortuna di trovare prima noi stessi, nei rapporti umani, nella possibilità di una comunione affettivo-emotiva con gli altri. <strong>Assumendoci il rischio e la responsabilità di fondare dei legami profondi. Sono gli altri, i testimoni della nostra esistenza, a darci consistenza e presenza nel mondo:</strong> una verità che ho vissuto sulla mia pelle con l’esperienza del ritorno alla vita dopo il coma, e che ho descritto in <em>Unità di risveglio</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La raccolta è costellata da una serie di epigrafi tratte da diversi poeti contemporanei. Che azzardo. Esiste, allora, davvero, oggi, una ‘comunità’ di poeti?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La comunità dei poeti esiste da sempre, o, per meglio dire, esiste in senso sincronico e diacronico, <strong>ci sono i poeti a noi contemporanei che scrivono in ogni lingua e parte del mondo e ci sono i poeti che ci hanno preceduti, e continuano a parlarci con i loro versi. E ci sono i poeti che verranno dopo di noi, e leggeranno i nostri versi perpetuando in questo modo il nostro spirito e la nostra essenza.</strong> Attraverso la reciproca lettura, nostra di coloro che sono stati e che coloro che verranno dopo di noi faranno dei nostri testi, si attua una compresenza che supera le barriere temporali e, nel caso in cui leggiamo un poeta di un altro paese o continente, spaziali. Se non è una straordinaria comunità questa! Poi, sul piano personale, ci sono i legami e le relazioni, vive e concrete, con gli amici che scrivono poesia. <strong>Io credo di essere particolarmente fortunata, perché ho potuto conoscere, negli anni in cui lavoravo in Einaudi, personalità e maestri come Alda Merini, Giovanni Raboni, Raffaello Baldini e altri.</strong> Successivamente, quando io stessa ho cominciato a pubblicare, si è venuta formando una rete di amicizie e legami, quando non affinità elettive, davvero formidabile. Fondamentale lo scambio e il supporto con le mie sorelle di penna, da Maria Grazia Calandrone a Laura Pugno, Daniela Attanasio, Elisa Biagini, Giovanna Frene e Laura Liberale. Ciascuna di noi ha una poetica e una modalità di scrittura differente, ma è proprio questo il bello, e qui sta l’arricchimento reciproco. Poi ci sono le maestre di poesia, Mariangela Gualtieri, Antonella Anedda: ciascuno dei loro libri ha influenzato la mia scrittura. Ma ci sono anche gli amici poeti e scrittori, come Cristiano Poletti, l’estensore di questa intervista e Tiziano Scarpa, un’amicizia fondamentale lunga una vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“Si scrive sul vuoto e sull’assenza&#8230; ed è una lotta con l’ombra”. Vuoto, lotta. Forse scrivere è compiere gesti marziali, nel vuoto. Lotta intrattenuta con gli assenti. Dimmi. Poiché il poeta sembra sempre avere parole definitive e mai assolutorie. Che rapporto c’è con la morte, con i legami che sono morti e moribondi? E ora&#8230; cosa andrai scrivendo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La scrittura, soprattutto quella poetica, è un esercizio di memoria, di ricostruzione del senso, una tessitura che recupera mancanze, perdite, incompiuti, lutti. Quindi una lotta con qualcosa che si sottrae, a cui bisogna dare una sembianza. Un risarcimento, una fune lanciata verso una sponda incerta. <strong>La poesia è categorica? Forse, un certo tipo di poesia, quella più orfico-oracolare… La mia credo sia più una poesia di evocazione, di introspezione e di figura. Una poesia che condensa storie. La morte risulta così esorcizzata, ma è sempre sullo sfondo, c’è un sentimento di quieta accettazione.</strong> Per quanto riguarda me stessa. Per ciò che concerne i legami, lascio andare senza rimpianti quelli che non hanno più motivo di essere, e lotto per conservare quelli senza i quali la mia vita non sarebbe più la stessa. Ma, come noto, non c’è nulla di più complicato, tortuoso e spesso incomprensibile delle relazioni umane. È ancora presto, ora, per dire cosa andrò a scrivere, anche se è da un po’ che rimugino un progetto narrativo… chissà!</p>
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		<title>“Tranquilli: state male. E starete sempre peggio”. È ora di fare i conti con &#8220;Teoria della classe disagiata&#8221;, il libro di R. A. Ventura che descrive il fallimento di una generazione troppo ricca per rinunciare alle proprie ambizioni, ma troppo povera per realizzarle</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2019 08:04:32 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tranquilli-state-male-e-starete-sempre-peggio-e-ora-di-fare-i-conti-con-teoria-della-classe-disagiata-il-libro-di-r-a-ventura-che-descrive-il-fallimento-di-una-generazione/">“Tranquilli: state male. E starete sempre peggio”. È ora di fare i conti con &#8220;Teoria della classe disagiata&#8221;, il libro di R. A. Ventura che descrive il fallimento di una generazione troppo ricca per rinunciare alle proprie ambizioni, ma troppo povera per realizzarle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Di Raffaele Alberto Ventura ci basti sapere che vive a Parigi dove si occupa di marketing per un importante editore europeo</strong> e che nel suo libro, apparso prima sul web, poi pubblicato dalla Minimum Fax nel 2017, punta lo sguardo su una categoria che non è solita riscuotere molta attenzione, fatta eccezione per frasi di circostanza da salotto televisivo: quella dei giovani. È facile capire perché ha riscosso un discreto e meritato successo presso questa categoria. Infatti, <strong>la classe disagiata di cui il testo parla </strong><strong>è formata dai disoccupati che aspettano si liberi un posto nel settore per il quale si sono formati, dagli occupati insoddisfatti della loro posizione che giurano ogni giorno che il loro impiego sarà temporaneo e, infine, dagli studenti che attendono di realizzare il futuro che credono di meritare.</strong> Il disagio di queste persone si nutre del desiderio di un’esistenza che non possono permettersi e che non potranno mai avere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se un tempo la piramide dei bisogni di Maslow indicava come fondamentali i bisogni primari, ora, i beni posizionali, quelli che chiamiamo <em>status symbol</em>, che servono a mostrare l’appartenenza a una determinata classe, sono diventati infinitamente più preziosi. Tra questi ultimi possiamo annoverare l’orpello della cultura, la quale viene troppo spesso sbandierata e brandita come un’arma per tenere a distanza le <em>orde di barbari</em>. Tuttavia, <strong>il mito che sia la cultura il discrimine tra una élite preparata a gestire il potere e una che invece non lo è va progressivamente in frantumi davanti ai nostri occhi e la formazione erogata dalle università non è oggi garanzia di alcun riscatto sociale né di alcuna <em>autorealizzazione</em>.</strong> La mobilità sociale infatti è ai minimi storici e questo significa che i poveri plausibilmente rimarranno poveri, i ricchi lo diventeranno sempre di più e i figli della classe media non potranno fare altro che continuare a provare a salire la scala sociale senza ottenere i risultati tanto agognati. Tutto ciò non può che provocare il risentimento di tutti quanti, specie dei nostri giovani, iperformati e disoccupati. <strong><em>Teoria della classe disagiata</em></strong><strong> non si esaurisce solamente in un’analisi spietata e attuale della società. La riflessione che porta avanti, al contrario degli inutili testi di certi intellettuali nostrani, può servire a orientarsi nel presente</strong>, a prenderne coscienza e avere così una possibilità di scegliere meglio per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65819 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-22-210x300.jpg" alt="" width="162" height="231" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-22-210x300.jpg 210w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/foto-1-22.jpg 709w" sizes="(max-width: 162px) 100vw, 162px" />Da Eschaton (nota pagina facebook) al mondo editoriale francese, raccontaci se vuoi qualcosa della tua carriera, soprattutto di queste due tappe.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Io ho avuto questa sfortuna, una decina di anni fa, che poi è stata anche la mia fortuna se vogliamo: ovvero di <strong>partire per Parigi e trovare quasi subito lavoro in una grande casa editrice. Dove però invece di occuparmi di libri, perché arrivavo un po’ dal nulla, mi occupo di fare studi di mercato e pubblicità.</strong> E quindi ho passato quasi un decennio a oscillare tra la voglia di andarmene, possibilmente per dedicarmi alla ricerca universitaria, e la consapevolezza che non avevo nessun piano B. L’unica cosa che mi rimaneva era portare avanti una specie di carriera parallela, scrivendo un sacco in rete, sul mio blog. Dopo circa un decennio, e diverse centinaia di pagine scritte letteralmente gratis, lo dico per scoraggiare i lettori ovviamente, ho iniziato a scrivere su qualche rivista online. Poi si sono avvicinati poco a poco gli editori, e devo a Christian Raimo di avermi portato a pubblicare il mio primo libro per Minimum Fax.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo libro, lo strumento utilizzato per analizzare la realtà è la letteratura. Sia per quanto riguarda l’aspetto economico, come nel caso del complesso di Edipo dell’economia, sia per quanto riguarda quello sociologico, come nel caso dell’esempio di Auguste Langlois che viene raccattato per strada e portato al bordello dal duca con lo scopo di farlo abituare a piaceri che non potrà mai permettersi. Così una volta privato di questi piaceri, avrebbe fatto di tutto per tornare a goderne. Così sarebbero anche i giovani della classe disagiata. Mi spiegheresti questo utilizzo della letteratura, soprattutto come sia possibile passare dalla letteratura ad aspetti così pratici del reale per analizzarli?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando leggo un libro o guardo un film, lo confesso, il principale piacere che provo consiste nel dargli un senso, “capirlo”. Suppongo che sia una cosa piuttosto perversa, ma lo faccio sistematicamente ed è anche un buon modo per memorizzare le cose, perché di fatto sono sempre concentratissimo e non mollo l’osso finché non sono riuscito a “processare” l’opera. Un’altra cosa piuttosto perversa è che ho questa paura di dimenticarmi le cose che leggo e che vedo, mi rattrista davvero l’idea di passare due ore della mia vita per qualcosa che finirò per rimuovere totalmente dalla memoria, lo sento come se perdessi un pezzo di me: per cui, <strong>appena posso, cerco di mettere per iscritto quello che ho tratto da ogni opera, in forma di appunto su blog perché m’impone una forma, o addirittura di articolo se quell’esperienza risuona con altre esperienze.</strong> Anzi, cerco precisamente di collegare le varie cose, di vedere ogni esperienza di fruizione come un tassello che si inserisce in qualcosa di più grande. Insomma, credo di avere preso certe abitudini, nel corso degli anni, che mi hanno permesso di raccogliere una grande quantità di idee, di materiale, di concetti semilavorati, in qualche modo pre-strutturati, ed è in questo modo che nascono i miei libri.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Uomini e topi</em></strong><strong> racconta i girovaghi americani che lavoravano stagionalmente e per farlo si spostavano di fattoria in fattoria per mettere da parte una cifra che gli permettesse di affrancarsi da quella vita e mettersi in proprio, acquistare un pezzo di terra, per loro un pezzo di paradiso. Salvo poi spendere i soldi in alcool e bordelli. Non credi che da sempre, qualunque siano le sue possibilità e il contesto in cui si trova, l’uomo tenterà di avere qualcosa che in realtà non è alla sua portata? Come se fosse necessario illudersi per vivere o porsi l’obiettivo cento metri dopo l’arrivo. Dagli anni della crisi in cui era immerso Steinbeck a oggi non è cambiato poi molto. Dunque, perché <em>Teoria della classe disagiata</em> sarebbe un testo attuale?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo, <em>Teoria</em> muove continuamente tra l’universale e il particolare, tra la consapevolezza di descrivere dinamiche che si trovano nella letteratura di decenni o secoli fa, e il tentativo di descrivere una peculiarità. Inoltre, c’è la volontà di fare i conti con questa universalità, di attirare l’attenzione sulla razionalità di certi comportamenti irrazionali, sull’inevitabilità dello spreco: <strong>insomma non si trattava di produrre una “morale” che invitasse a mettere da parte le aspirazioni, ma di prendere coscienza di questa dinamica e dei suoi rischi.</strong> Soprattutto nel contesto attuale, dove il meccanismo aspirazionale sembra essere concepito come una vera e propria trappola per farci dilapidare tutte le nostre risorse in scelte di vita senza sbocchi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel tuo libro fai un esempio per analizzare il fenomeno che definisci della “sovrapproduzione delle élite”. Racconti che “i teologi troveranno sempre un modo di consumare il grano”, mentre “i contadini molto presto ne avranno abbastanza degli avvocati”. Puoi spiegarci meglio cosa intendi dire? Inoltre, credi che il punto di rottura lo abbiamo già raggiunto o dobbiamo ancora arrivarci?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo aspetto specifico intendo svilupparlo nelle prossime cose che scriverò. <strong>L’idea di fondo è che i rapporti sociali siano fondati sullo scambio ineguale tra beni (a basso valore) e servizi (ad alto valore) che creano delle disparità basate su rapporti di forza, per cui se “in teoria” conviene a tutti posizionarsi là dove c’è maggior valore aggiunto (professioni più gratificanti e pagate meglio) d’altra parte il rischio è che in quei settori si crei un sovraffollamento.</strong> Lo vediamo oggi, ad esempio, per i creativi, per non parlare degli avvocati che sono alla canna del gas. Il punto è che lo scambio ineguale si basa sulle domande reciproche, e che giunge un momento in cui la domanda per creativi e avvocati semplicemente si estingue.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Credi che ci sia una correlazione tra l’aumento esponenziale del “disagio” nella nostra società e il fatto che i figli dei contadini, ormai, abbiano gli stessi sogni dei figli degli avvocati o dei teologi, e viceversa? Successo, fama, denaro sono le parole d’ordine per tutti, trascendono le classi, sempre più diluite.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quelli del Deboscio direbbero che il sogno dei figli di avvocati è essere contadini, anche se forse contadini chic, nelle fattorie bio. Ma il problema è chiaramente che abbiamo a che fare con una competizione “falsata”, perché tutti vogliono la stessa cosa ma sappiamo benissimo che il figlio dell’avvocato ha più risorse economiche da spendere per arrivare a quel risultato. Il problema nasce perché la società, diciamo cinquant’anni fa, non era necessariamente “più giusta” da questo punto di vista, ma l’economia cresceva e quindi i posti disponibili tendevano ad aumentare, a liberare spazio anche per gli ultimi arrivati, o quelli più bravi. <strong>Oggi puoi essere bravissimo e nulla ti garantisce che non finirai comunque a dover emigrare per fare studi di mercato, sigh.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una curiosità: ci parli di un’intera generazione costituita da persone nate e cresciute con la speranza di poter superare la condizione economica dei genitori quando, invece, andranno presto a sbattere il muso contro il muro degli stipendiucci da fame mentre consumano il patrimonio familiare, accumulato nei decenni con meticolosa pazienza dalla generazione precedente. In altre parole, ci parli di un esercito di frustrati, che accresce continuamente le proprie fila. Credi che questo sentimento diventerà pericoloso, o che la classe disagiata sia innocua?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Credo proprio che ci sia qualcosa di pericoloso in questa dinamica, perché <strong>il malessere di chi cade è sempre più forte e dirompente di quello di chi non si è mai alzato. L’ascesa delle forze populiste, come si dice, mi pare un sintomo di questo risentimento delle borghesie impoverite.</strong> Ovviamente nessuno può andare da loro e dire: è vero, state male, starete sempre peggio, non avrete mai quello che vorreste avere, d’altronde il vostro benessere lo avete costruito sulla violenza, lo sfruttamento, l’imperialismo. Si farebbe lapidare. Per fortuna non l’ho detto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci è arrivata la notizia della campagna crowdfunding per portare <em>Teoria della classe disagiata</em> a teatro. Puoi darci qualche anticipazione? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mi ha contattato una compagnia teatrale per trasformare il saggio in uno spettacolo, che è già una sfida incredibilmente complessa e suggestiva. Ma loro sono bravissimi, ho già visto alcuni pezzi e letto una sceneggiatura, mi pare che il risultato sia all’altezza della sfida e sono curioso di vedere lo spettacolo in scena. <strong>Per ora le prime date certe sono a Pesaro, Macerata e in Puglia. Ma si spera che ne troveranno altre.</strong> Chi volesse partecipare al finanziamento e ottenere in cambio un biglietto, un testo inedito o altre reward <a href="https://www.produzionidalbasso.com/project/teoria-della-classe-disagiata-lo-spettacolo/" target="_blank" rel="noopener">può andare qui.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Alessandro Paglialunga e Guido M. Dell’Omo</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/tranquilli-state-male-e-starete-sempre-peggio-e-ora-di-fare-i-conti-con-teoria-della-classe-disagiata-il-libro-di-r-a-ventura-che-descrive-il-fallimento-di-una-generazione/">“Tranquilli: state male. E starete sempre peggio”. È ora di fare i conti con &#8220;Teoria della classe disagiata&#8221;, il libro di R. A. Ventura che descrive il fallimento di una generazione troppo ricca per rinunciare alle proprie ambizioni, ma troppo povera per realizzarle</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Vorresti che l’uomo diventasse immortale?”: il questionario di Nabokov per la donna doc. T.S. Eliot, invece, s’impegnava a far pubblicare il romanzo lesbo</title>
		<link>https://www.pangea.news/vorresti-che-luomo-diventasse-immortale-il-questionario-di-nabokov-per-la-donna-doc-t-s-eliot-invece-simpegnava-a-far-pubblicare-il-romanzo-lesbo/</link>
		
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2019 08:24:10 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vorresti-che-luomo-diventasse-immortale-il-questionario-di-nabokov-per-la-donna-doc-t-s-eliot-invece-simpegnava-a-far-pubblicare-il-romanzo-lesbo/">“Vorresti che l’uomo diventasse immortale?”: il questionario di Nabokov per la donna doc. T.S. Eliot, invece, s’impegnava a far pubblicare il romanzo lesbo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">È uscito un altro pezzo da novanta dell’editoria griffata Faber&amp;<em>Faber: The letters of TS Eliot. Volume 8</em>, £ 50,00. L’editore che fu di Eliot ne appronta l’edizione completa delle lettere. Anzi non proprio, alcune sono state scartate, le trovate qui (<a href="http://tseliot.com/" target="_blank" rel="noopener">tseliot.com</a>). Opera meritoria, quella inglese. Opera di pietà non solo per la storia, ma per l&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voglio dire. Perché in Italia gli editori persistono ed insistono coi tomi monumentali ma trascurano il lato umano, talvolta umanoide e paranormale, del letterato, quello che viene fuori (se esiste) dalle sue lettere private? </strong>Una prima risposta plausibile. Siamo un popolo inguaribilmente spirituale, non ce ne f***e nulla di come si arriva a partorire l’opera. Che drammi ci sono dietro, per dire. Un italiano non capisce che se vuoi scrivere una buona biografia puoi mettere insieme fino a tre volumi e aggiungere due appendici dove copi l’elenco delle donne che frequentava lo scrittore, a pedaggio (non invento, prendere il volume terzo e ufficiale dedicato a Graham Greene).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Oppure, altro lato della medaglia. Siamo gente, al contrario, talmente crassa e materialista</strong> da dare per scontato che gli scrittori (i poeti, poi!) siano citrulli e le loro lettere un’esibizione inutile.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fate voi. Io decreto in una biblioteca londinese occupata da ragazze velate,</strong> ché i brit sono nei grattacieli a sonnecchiare le finanze, che le lettere di Eliot sono di estrema qualità.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Scrive così ad esempio in una missiva inclusa nell’ultimo volume (e notare che Faber&amp;Faber ancora rimanda l’edizione delle prose sapendo di contare sui devoti lettori di epistolari, e per Eliot ci sono ancora ventisette anni da coprire): “<strong>Sono discretamente d’accordo che ci siano in giro troppi libri, e che per la maggior parte questi siano poi troppo lunghi.</strong> C’è la tendenza dei libri a dire con sovraccarico di parole quel che si può dire in poche pagine, nessun dubbio al riguardo. E questo significa deterioramento della lettura in generale tra <strong>il pubblico, il quale diventa un bovino ruminante: può solo nutrirsi con chili d’erba, ma rifiuta cibo più concentrato e leggero</strong>”. Scritto a un articolista, poi, quindi senza riserve ipocrite come nel caso che si rivolgesse e a un lettore – anzi con tocco di rimprovero, perché chi più degli articolisti dice cose inutili e bazzecole.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Rimedio. Proposta consueta di almeno una poesia sulla prima pagina dei giornali. <strong>Poi, più sessualità in tutti i libri, e guardate che anche un fringuello infreddolito come Eliot faceva quel che poteva nel lanciare la letteratura erotica con Faber&amp;Faber,</strong> mentre l’editore aveva riserve per <em>Nightwood </em>di Djuna Barnes (Adelphi 1983; libro del 1936 arrivato da noi con Bompiani nel 1962, altro che santa Inquisizione). Ebbene Eliot ribadiva all&#8217;editore: dobbiamo farlo. Anche se è storia che parla di una lesbica. Mentre Geoffrey Faber scrive a Eliot di essersi “sempre sforzato, nel privato, di evitare di ingigantire il sesso”, la risposta del poeta è secca. “<strong>Non vedo gran senso in tutto ciò. All’opposto, tentare di mettere il sesso al suo posto è di per sé segno di instabilità</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma. Queste lettere di Eliot, 1100 pagine da sommare alle 7600 già pubblicate, ci stordiscono per il valore e il segno di grazia e il morso con cui ti stringono e ti annullano.</strong> Perché quel che conta è lo stile di Eliot. Sebbene ripetitive nel dare suggerimenti e avvisi a colleghi e e scrittori, queste lettere ci indicano nientemeno che una lezione di condotta e gentilezza, una posa che non si rifiuta mai ad un aiuto invocato. Una dimostrazione, hanno scritto i giornali UK, di grazia posta sotto pressione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non lo so. Mi viene da credere che forse in Italia non ci meritiamo figure simili. Non riusciremmo a capirle.</strong> È vero che anche Eliot aveva i suoi vezzi – ad esempio, fece domanda per essere ammesso nel Servizio e giustamente fu negletto perché non affidabile (in effetti rimase un americano).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">In definitiva, Eliot fu uomo complesso, uno che nelle lettere scriveva di tutto, ricette per insalate, appunti da Henry James, spunti sull’amore animale (“<strong>senza l’amore di Dio che informa ed intensifica ed eleva gli affetti umani, non ci distinguiamo dagli affetti animali</strong>”) e sull’affetto umano: “<strong>tra due persone, quali che siano, e più intime tra loro più notevole la cosa, interviene questo – un irrisolvibile elemento di ostilità. Attrazione e repulsione giungono a fare i conti tra loro e questo compone l’affetto permanente</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Siccome però le lettere di Eliot sono sovrastimate per malinteso senso patriottico albionico, voglio proporvi un saggio di cosa scrivono gli altri. Prima traduco una missiva di Ted Hughes (Faber&amp;Faber 2007). Sentimento del cielo dove in una riga parli di botte e encomi, alla fine un apprezzamento ironico delle amicizie altrui. E il destinatario della lettera era una specie di Virgilio inglese, Stephen Spender (1909-1995).</p>
<p style="text-align: justify;">Poi un pezzo girovago di Nabokov alla moglie Vera. Si erano sposati nel ’25, lui aveva 26 anni e lei 24 ma che freschezza nella lettera, che è della fine del ’26 (stampa Penguin, 2014).</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Nota per ragazze incazzose cui gli spasimanti mandano foto di uccelli e loro a dire ‘vogliamo le lettere d&#8217;amore come le nostre nonne’. Le lettere d’amore del Novecento non sono l’equivalente delle vostre diatribe fallofore su whattsapp, mi dispiace molto ma è così una volta si scriveva nella certezza che non esiste solo l’arnese e la sua amica, e che anche la penna secerne inchiostro glorioso</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ted Hughes a Stephen Spender, 16 novembre 1985</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ho sempre pensato che i tuoi primi lavori fossero la poesia più viva del tempo, e penso sia ancora vero. </strong>Uno dei loro problemi (delle poesie) è che divennero <u>troppo noti</u> all’epoca. Ma questo avvenne, ne sono certo, per una ragione molto valida, e ora la generazione dei tuoi figli risentiti e invidiosi o sta tirando le cuoia o sta acquistando lumi di buon senso, è chiaro. Questo penso. La tua poesia era ‘viva’ nel senso che eri nudo davanti a te stesso, i livelli della tua percezione, primitivi immediati, si mostrano agevolmente sulla superficie della tua scrittura. Cosa che non accade in Louis McNeice e in WH Auden occorre solo nelle poesie mezzo-sonnambule – <em>This lunar beauty</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la stessa cosa (almeno per me) si manifesta in tutto il tuo scrivere ed è ancora molto forte nei pezzi diaristici recenti. Questi sono i miei favoriti. Mi sarebbe piaciuto che tu l’avessi fatto per tutta la tua vita. Non tanto per una questione di immagini ma di tono – atmosfera, una presenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ora mi aspetto che invece di essere aggiogato per tutti i giorni ad Auden in pubblico</strong>, tu ti aggioghi a lui anche nei cieli – è vero siete entrambi Pesci ma avete la luna in Gemelli, un fatto curiosisismo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ted Hughes</em></p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img decoding="async" class=" wp-image-65798 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/nabokov-libro-203x300.jpg" alt="" width="139" height="205" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/nabokov-libro-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/nabokov-libro.jpg 338w" sizes="(max-width: 139px) 100vw, 139px" />Vladimir Nabokov a Berlino a Vera Slonim nella Foresta Nera, sanatorio di san Biagko, Berlino 11 luglio 1926</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tigrotta,</p>
<p style="text-align: justify;">Ho finito la carta da lettere – devo usare i fogli protocollo e non mi fa sentire libero. (&#8230;) Con Raisa ho composto le domande per un questionario che ti spedisco con preghiera di farci caso. (&#8230;) <strong>Mia dolce, solo quando tornerai ti dirò quanto tu mi sia mancata, senza fine – ma ora non dovresti saperlo – “mi sto divertendo un mondo” – e devi rimetterti in forze.</strong> Mia dolce, la piccola scatola da lettere color rosso ginger sta per esplodere, è grassissima, tanto di guadagnato per te invece. Ma le rose sono scomparse dal mio tavolo: sono durate più di un mese. Per qualche ragione ora sono stato a pensare che la vita sia lo stesso cerchio di un arcobaleno – ma possiamo vederla solo in parte, nell’arco colorato. Mia dolce&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>V.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Questionario per immodesti e curiosi (per nessuno obbligatorio)</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">1- Nome patronimico e ultimo nome</p>
<p style="text-align: justify;">2- Pen-name e se ne hai molti segna quello favorito</p>
<p style="text-align: justify;">3- Età ed età favorita</p>
<p style="text-align: justify;">4- Attitudine verso il matrimonio</p>
<p style="text-align: justify;">5- E verso i bambini</p>
<p style="text-align: justify;">6- Professione e professione favorita</p>
<p style="text-align: justify;">7- In che secolo vorresti vivere</p>
<p style="text-align: justify;">8- E in che città</p>
<p style="text-align: justify;">9- Da che età hai i primi ricordi e quali sono</p>
<p style="text-align: justify;">10- La religione esistente che più si avvicina al tuo modo di vedere</p>
<p style="text-align: justify;">11- Che tipo e genere di letteratura preferisci</p>
<p style="text-align: justify;">12- Libri favoriti</p>
<p style="text-align: justify;">13- Opera d’arte favorita</p>
<p style="text-align: justify;">14- Attitudine verso la tecnologia</p>
<p style="text-align: justify;">15- Apprezzi la filosofia? Come studio, passatempo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">16- Credi nel progresso</p>
<p style="text-align: justify;">17- Aforisma favorito</p>
<p style="text-align: justify;">18- Lingua favorita</p>
<p style="text-align: justify;">19- Su quali fondamenta poggia il mondo?</p>
<p style="text-align: justify;">20- Quale miracolo compiresti, se potessi</p>
<p style="text-align: justify;">21- Cosa faresti se ricevessi improvvisamente un monte di denaro</p>
<p style="text-align: justify;">22- Attitudine verso la donna moderna</p>
<p style="text-align: justify;">23- E verso l’uomo moderno</p>
<p style="text-align: justify;">24- Virtù e vizio che preferisci e disapprovi in una donna</p>
<p style="text-align: justify;">25- E in un uomo</p>
<p style="text-align: justify;">26- Cosa ti dà il miglior piacere?</p>
<p style="text-align: justify;">27- E la peggior sofferenza?</p>
<p style="text-align: justify;">28- Sei gelosa?</p>
<p style="text-align: justify;">29- Attitudine verso le bugie</p>
<p style="text-align: justify;">30- Credi nell’amore?</p>
<p style="text-align: justify;">31- Attitudine verso le droghe</p>
<p style="text-align: justify;">32- Il sogno che non hai dimenticato</p>
<p style="text-align: justify;">33- Credi nel fato, nella predestinazione?</p>
<p style="text-align: justify;">34- La tua prossima reincarnazione?</p>
<p style="text-align: justify;">35- Paura della morte?</p>
<p style="text-align: justify;">36- Vorresti che l’uomo diventasse immortale?</p>
<p style="text-align: justify;">37- Attitudine verso il suicidio</p>
<p style="text-align: justify;">38- Sei anti-semita? Sì, no, perché?</p>
<p style="text-align: justify;">39- “Ti piace il formaggio?”</p>
<p style="text-align: justify;">40- Veicolo favorito</p>
<p style="text-align: justify;">41- Attitudine verso la solitudine</p>
<p style="text-align: justify;">42- E verso la nostra cerchia di amicizie berlinesi</p>
<p style="text-align: justify;">43- Dalle un nome</p>
<p style="text-align: justify;">45- Menù ideale</p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/vorresti-che-luomo-diventasse-immortale-il-questionario-di-nabokov-per-la-donna-doc-t-s-eliot-invece-simpegnava-a-far-pubblicare-il-romanzo-lesbo/">“Vorresti che l’uomo diventasse immortale?”: il questionario di Nabokov per la donna doc. T.S. Eliot, invece, s’impegnava a far pubblicare il romanzo lesbo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>“Il suo nome dovrebbe diventare domestico, come quello di Garibaldi”: Robert Luis Stevenson racconta la storia di Yoshida Torojiro, eroe giapponese</title>
		<link>https://www.pangea.news/il-suo-nome-dovrebbe-diventare-domestico-come-quello-di-garibaldi-robert-luis-stevenson-racconta-la-storia-di-yoshida-torojiro-eroe-giapponese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 11:35:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il Giappone non è quello che raccontano gli autori mainstream col nome Banana. Il Giappone originario è quello di cui i bambini nati a metà Ottocento sentivano come di una terra da scoprire, perché chiusa all’Occidente. Solo gli Stati Uniti a governo progressista whig si preoccupavano di cercare la benedizione del loro dio montando cannoni [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/il-suo-nome-dovrebbe-diventare-domestico-come-quello-di-garibaldi-robert-luis-stevenson-racconta-la-storia-di-yoshida-torojiro-eroe-giapponese/">“Il suo nome dovrebbe diventare domestico, come quello di Garibaldi”: Robert Luis Stevenson racconta la storia di Yoshida Torojiro, eroe giapponese</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Il Giappone non è quello che raccontano gli autori mainstream col nome Banana. Il Giappone originario è quello di cui i bambini nati a metà Ottocento sentivano come di una terra da scoprire, perché chiusa all’Occidente.</strong> Solo gli Stati Uniti a governo progressista whig si preoccupavano di cercare la benedizione del loro dio montando cannoni ultima generazione sulle navi e sfondando le protezioni dei porti al sud del Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Matthew Perry fu uomo militare statunitense e fece le guerre in Florida contro la Cuba spagnola e poi in Messico partecipò a pistolettate.</strong> Piacque così tanto allo zar che cercava di prenderlo tra i suoi, come al tempo delle epopee mercenarie alla scoperta di mondi nuovi in mare quando italiani navigavano per inglesi e francesi. Perry fu più pragmatico di così, insistette con la marina yankee e fece un primo viaggio verso il Giappone nel 1851 per poi tornarvi tra 8 e 14 luglio 1853, sparando cannonate con la scusa di celebrare la giornata d’Indipedenza. Gli fu intimato dai giapponesi imperiali in crisi, imbozzolati in un ordine statale che non cambiava da due secoli e mezzo, di prendere il largo verso la sua madrepatria e di ripresentarsi dopo un anno.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Ora immaginate un bambino scozzese come Stevenson che sente queste storie intorno ai suoi sei anni, la fantasia prende fuoco. <strong>Perché Perry è stinco di diavolo. Guadagna nell’estate del ’53 Formosa e poi brucia i tempi, si ripresenta il 13 febbraio 1854 in Giappone, molto a sud, per il secondo round esplorativo e commerciale</strong>. Come doveva gonfiarsi Stevenson quando da scozzese gli raccontavano che la madre del comandante Perry discendeva da William Wallace, eroe delle guerra medievale per l’indipendenza scozzese. Naturalmente Perry vantava antenati anche tra gli eretici della Mayflower, così come Augusto si spiegava ai suoi come discendente da Enea.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Perché l’editoria casereccia di Sellerio quando si mise a tradurre parzialmente <em>Ritratti familiari di uomini e libri</em> di Stevenson omettesse il saggio su un remoto giapponese, è presto detto. <strong>Il giapponese non era scrittore ma uomo a tutto tondo. Poi. Aveva nome orrendo,</strong><strong> Yoshida Torojiro</strong> (1830-1859, il nome si pronuncia così come si legge, il cognome suona a Tokyo come Tahasgio e vale per ribelle esterofilo). Ancora. Traduco di nuovo dal saggio I libri che mi influen<em>zarono </em><em>(maggio 1887): “Suppongo qui, in chiusura, di aver scordato le cose più influenti, ché vedo di aver dimenticato Thoreau, Hazlitt (il cui </em><em>Spirito delle obbligazioni</em><em> fu un punto di svolta nella mia vita) insieme a Penn il cui piccolo libro di aforismi ebbe breve ma forte effetto su di me, e poi <strong>i </strong></em><em><strong>Racconti del vecchio Giappone </strong></em><em><strong>di Mitford dai quali ho appreso per la prima volta l’attitudine specifica di qualsiasi uomo razionale verso le leggi della sua nazione – un segreto scovato e custodito nelle isole asiatiche”</strong></em><em>.</em></p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi. Niente vacuità di stile, e parola al saggio di Stevenson che era anche precedente a questa uscita pro-nipponica. <strong>1880. Stevenson si fa storico di questo ribelle giapponese ucciso perché aveva cercato un adescamento con Perry. Il quale non venne mai a sapere che un samurai aveva cercato di raggiungerlo con una scialuppa la notte del 31 marzo</strong>. Perry stava per salpare per gli States. Aveva appena firmato un trattato coi giapponesi pensando di aver ricevuto l’avallo del loro imperatore.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Yoshida avrebbe atteso quella notte in una grotta davanti al mare. Prese una scialuppa per raggiungere le <em>Black ships</em> di Perry ma le guardie yankee lo presero per nemico.</strong> Lui ritornò a terra. Fecero in tempo a punirlo per decapitazione. Stevenson l’aveva capito che letteratura e coraggio sono la stessa cosa.</p>
<p><strong><em>Andrea Bianchi</em></strong></p>
<p>***</p>
<p><strong><em>Yoshida Torojiro</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il nome in cima a questa pagine è probabilmente sconosciuto al lettore inglese, e tuttavia penso che dovrebbe essere parola domestica come quello di Garibaldi o di John Brown.</strong> Presto tra qualche giorno possiamo attendere di sentire più dettagli della storia di Yoshida, e il grado della sua influenza nella trasformazione del Giappone; persino ora ci deve essere qualche Inglese familiare con l’argomento e forse la comparsa di questo bozzetto può consentire qualcosa di più completo ed esatto. Mi auguro di dire che non sono, per correttezza, autore del presente articolo: racconto la storia sull’autorità di un intelligente gentiluomo giapponese, Mr. Taiso Masaki, il quale me la disse con un’emozione che onora il suo cuore; e sebbene con fatica gli abbia mandato le mie note perché le correggesse, il suo non può essere di più che un ritratto imperfetto, come una linea che definisca Yoshida.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-65596 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-300x224.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-768x573.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-1024x764.jpg 1024w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410-1320x984.jpg 1320w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/familiar-studies-men-books-volume_1_1d80013c230f494d7895a1809cdaee8b-e1550054927410.jpg 1349w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Yoshida Torajiro era figlio dell’istruttore militare erede della casa di Choshu. Il nome lo dovete pronunciare con eguale accento sulle varie sillabe, quasi come in francese</strong>, vocali all’italiana ma consonanti al modo inglese – eccetto la J che ha suono francese o, come è stato ben proposto per scriverla, il suono di ZH. Yoshida era molto esperto di lettere cinesi o, potremmo dire, nei classici di quella lingua e anche abile nell’arte del padre; fortificazioni era il suo studio favorito e fu poeta sin da bambino. Nacque in mezzo a patriottismo vivace ed intelligente; la condizione del Giappone lo preoccupava assai e mentre progettava un futuro migliore non perse l’opportunità di migliorare la sua cognizione dello stato di cose a lui attuali. A questo fine viaggiò a lungo in gioventù al modo coraggioso degli eroi che si aiutano da soli, a piedi e talvolta con tre giorni di provviste sulle spalle. Teneva un diario tutto fitto nei suoi viaggi ma temeva che queste note sarebbero state distrutte. Se il loro valore era, come possiamo aspettarci, come il carattere dell’uomo, questa sarebbe una perdita difficilmente esagerabile. È ancora meraviglioso come quel Giapponese tentasse di spingersi avanti nelle esplorazioni; un gentiluomo di cultura di quella terra e di quel periodo lasciava un poema gratulatorio là dove trovava ospitalità; e un amico di Mr. Masaki, anche lui grande viaggiatore, ha trovato tracce del passaggio di Yoshida in tutte le regioni remote del Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La politica è forse l’unica professione per la quale non si ritenga necessaria alcuna preparazione; ma Yoshida pensava altrimenti e studiò le miserie dei suoi compatrioti con tanta attenzione e studio come se dovesse scrivere un libro invece di proporre un banale rimedio.</strong> Ad un uomo della sua intensità e singolarità, non vi è questione – questa ricerca era melancolia, all’estremo. La sua insoddisfazione è provata dalla determinazione con la quale si buttò nella causa delle riforme; e quel che avrebbe scoraggiato altri, Yoshida lo prese come suo compito. Siccome professava la teoria delle armi, in primo luogo la sua mente fu occupata dalle difese per il Giappone. La flebilità esterna di quella nazione era verificata allora dal modo in cui i barbari la attraversavano, e dalla visita di grandi navi da guerra barbariche: il Giappone era una donna contesa. Quindi il patriottismo di Yoshida prese una forma che potremmo dire si sconfisse da sola: si impegnò a tener fuori tutti questi potenti stranieri, che è ora suo merito maggiore aver aiutato a introdurre; ma un uomo che segue il suo cuore virtuoso si troverà sempre, alla fine, ad aver lottato per il meglio. Una cosa porta naturalmente all’altra in una mente pronta, con un progresso al rialzo da effetto a causa. Il potere e la conoscenza di questi stranieri erano cose inseparabili; invidiandone la forza militare, Yoshida prese ad invidiarne la cultura; dal desiderio di eguagliarli nella prima esplose il suo desiderio di condividerne la seconda; e perciò si trovò a scrivere in uno stesso libro di un nuovo schema per rafforzare le difese di Kioto e dello stabilimento, nella stessa città, di un’università per insegnanti stranieri. <strong>Sperava, forse di prendere il buono senza il malvagio dalle altre terre; di consentire al Giappone di profittare della conoscenza dei barbari e però mantenerlo inviolato con le sue arti e virtù. Ma qualunque fosse la natura precisa della sua speranza, i mezzi coi quali la perseguì erano insieme difficili ed ovvi.</strong> Qualcuno con occhi e comprensione deve irrompere tramite il cordone ufficiale, scappare nel nuovo mondo e studiare l’altra civiltà sul punto. E chi potrebbe essere più idoneo a questa faccenda? Non era senza pericolo ma lui era senza paura, Si cercava preparazione e veduta interiore; e che aveva fatto sin da bambino se non prepararsi col meglio della cultura giapponese acquistando nelle sue escursioni il potere e l’abitudine all’osservazione? A soli ventidue anni a già tutto chiaro nella mente, quando giunsero nuove a Choshu che il Commodoro Perry stava nei pressi di Yeddo. Qui, allora, stava l’opportunità del patriota. Tra i Samurai di Choshu e in particolare tra i consiglieri del Daimio, la sua cultura generale, le sue vedute, che i più illuminati accoglievano volentieri e, soprattutto, lo charme profetico, la radiante persuasione dell’uomo, gli guadagnavano molti e sinceri discepoli. Aveva forte influenza nella Corte provinciale; e ottenne permesso di abbandonare il distretto e, con un pretesto, il privilegio di mantenere la sua professione a Yeddo. Poi si affrettò e arrivò in tempo per essere in ritardo: Perry aveva levato l’ancora, e le sue navi erano svanite dalle acque del Giappone. Ma Yoshida, messa la mano sul petto, non era uomo da tornare indietro; ormai c’era dentro e, con Dio, avrebbe portato avanti la prova; quindi smise la sua carriera di professionista e rimase a Yeddo per cogliere l’opportunità a venire. Con questo comportamento di mise in una posizione verso il suo superiore il Damio di Choshu che non posso spiegare facilmente. Certo, divenne un ronyn, un uomo spezzato, un fuorilegge del feudo; certo era da arrestare se tornava a casa; pure, mi si dice che “non ruppe davvero il suo patto, ma solo si separò così che il principe non potesse essere responsabile della condotta del suo ex-vassallo”. C’è del bello nel costume feudale che sfugge alla mia comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">A Yeddo, con questo status politico imprevisto, e tagliato fuori senza mezzi di sussistenza, era sostenuto con gioia da chi simpatizzava col suo progetto. Uno era Sakuma-Shozan, ereditiere di uno dei consiglieri dello Shogun, e da lui ottenne più che monete o valore delle monete. Uomo sano, rispettabile, con un occhio all’opinione del mondo, Sakuma era quello dei due che, se da soli non riescono a fare molto, hanno però ardore di ammirazione per quelli che vi riescono – e questo li raccomanda alla gratitudine della storia, Loro aiutano e portano la grandezza più, forse, di quanto immaginiamo. Uno pensa di loro e i Nicodemo che visitò nostro Signore di notte. E Sakuma era in posizione di aiutare Yoshida più nella pratica che per semplice condivisione; perché sapeva leggere l’olandese e sapeva comunicare bene quel che sapeva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre il giovane ronyn stavo perciò a studiare a Yeddo, vennero nuove di una nave russa a Nagasaki.</strong> Non <em>andava</em> perso tempo. Sakuma fornì “una lunga copia di versi di incoraggiamento e spedì Yoshida a piedi verso Nagasaki”. Si passava proprio per la provincia di Choshu; ma siccome la strada principale passava a sud della capitale, riuscì a evitare l’arresto. Si faceva forza, come un trovatore medievale, con la sua destrezza nei versi. Portava avanti i suoi lavori, a servire da introduzione. Quando raggiungeva una città voleva capire tutto di chi era celebrato per la spada, la poesia o altre forme riconosciute dalla cultura; e lì, dando prova di abilità nel gusto, era ricevuto e intrattenuto, lasciando dietro di sé un complimento in forma di verso. Quindi viaggiò nel Medioevo nel suo viaggio di scoperta del diciannovesimo secolo. Quando raggiunse Nagasaki era ancora una volta troppo tardi. I Russi se n’erano andati. Ma trasse profitto dal viaggio nonostante i fati e stette un po’ a prendere frammenti di conoscenza dagli interpreti olandesi – bassa classe di uomini, ma colma di opportunità; e poi, ancora col suo scopo, tornò a Yeddo a piedi, come se n’era venuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non era solo la sua gioventù e il coraggio che lo tenevano su in queste varie disillusioni, ma il continuo afflusso di discepoli. L’uomo aveva la tenacia di Bruce e Colombo, con una piacevolezza tutta sua. Non combatteva per quel che il mondo chiama successo; ma per “la ricompensa di andare avanti”.</strong> Controllatelo in una dozzina di direzioni, lo troverete ancora in un’altra via, appena scovata da lui. Perdeva un appoggio dopo l’altro, e il suo lavoro principale stava ancora su; finché avesse un singolo Giapponese da illuminare e preparare per un futuro migliore, sentiva di star lavorando per il Giappone. Ora, era da poco tornato da Nagasaki che fu cercato da uno, il più interessante di tutti. Un soldato comune, della classe Hemming, tintore per nascita, che aveva sentito vagamente dei movimenti di Yoshida e si era fatto tutto meraviglia per i suoi progetti. Era uno abbastanza diverso da Sakuma-Shozan e dai consiglieri del Daimio di Choshu. Non era un gentiluomo a doppio taglio, ma la solita razza della nazione, nata in mezzo a tradizioni basse senza miglioramento libresco; eppure quell’influenza, quella persuasione radiante che non mancavano mai a Yoshida in nessuna circostanza della sua breve vita, incantavano, soggiogavano e convertivano quel soldato qualunque, allo stesso modo di come era avvenuto con gli elegantoni istruiti. L’uomo immediatamente si infiammò per entusiasmo; la sua mente stava solo aspettando un maestro; afferrò in un momento il profitto di queste nuove idee; anche lui sarebbe andato in posti stranieri oltremare e avrebbe riportato quella conoscenza che rafforzava e rinnovava il Giappone; e nel frattempo, perché si preparasse meglio, Yoshida si mise a insegnargli tutta la letteratura cinese. È un episodio che onora Yoshida e ancor più il soldato, e la capacità e la virtù della gente comune in Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ora, infine, il Commodoro Perry tornò a Simoda. Amici si radunarono intorno a Yoshida con aiuto, consigli e incoraggiamento. Uno si presentò con una spada enorme, lunga tre piedi e molto pesante e che, nell’esaltazione dell’ora, giurò di portare per tutte le strade e di riportare indietro – che arma da passeggio! – in Giappone. </strong>Fu preparata una lunga lettera in cinese per gli ufficiali americani; fu rivista e corretta da Sakuma e firmata da Yoshida sotto il nome di Urinaki-Maji, e poi dal soldato come Ichigi-Koda. Yoshida si era provvisto di materiali a profusione per scrivere; il suo vestito era letteralmente ripieno di carta che doveva tornare indietro arricchita di osservazioni e fare del Giappone un regno grande e felice. Così equipaggiata, questa coppia di emigranti si mise in cammino da Yeddo e raggiunse Simoda prima che venisse notte. <strong>In nessun periodo della storia il viaggio può aver presentato a creatura europea la medesima faccia di paura e terrore come fu per questi coraggiosi Giapponesi. La discesa di Ulisse agli inferi è un parallelo più vicino al caso che la più lineare spedizione ai circolari polari. Ché il loro atto era senza precedenti; era criminale; e stava per portarli oltre la soglia degli umani in una terra di demoni</strong>. Non ci meravigliamo che fossero scioccati al pensiero della loro situazione insolita; e forse il soldato diede voce al sentimento di entrambi quando cantò in cinese – aveva già tratto profitto dalle sue lezioni – questi due versi ben indicati:</p>
<p style="text-align: justify;">“Non sappiamo dove ci tocca dormire stanotte, Tra migliaia di deserti dove non vediamo fumo umano”.</p>
<p style="text-align: justify;">In breve tempo, lontani dal bagnasciuga, giacquero per riposare; il sonno li prese tutti; e quando si svegliarono, “est era già bianco” per il loro ultimo mattino in Giappone. Presero la barca di un pescatore e vogarono – Perry stava al largo in mare a causa delle due maree. Il loro modo di imbarcarsi sta per determinazione; ché non appena saliti in barca erano ormai lontani e impossibile il ritorno. Ora avreste detto che tutto era concluso. Ma il Commodoro aveva ormai trattato col governo dello Shogun; una di quelle stipulazioni che non consentivano ai Giapponesi di evadere dal loro paese; e Yoshida e i suoi seguaci furono presi come prigionieri dalle autorità di Simoda. Quella notte colui che stava per esplorare i segreti del barbaro dormiva, se mai ci fosse riuscito, in una cella troppo piccola per distendervisi completamente, e troppo bassa per rimanere in piedi. Alcune disillusioni sono troppo grosse per essere commentate.</p>
<p style="text-align: justify;">Sakuma, coinvolto per via del testo scritto, fu confinato nella sua provincia da dove fu presto rilasciato. Yoshida e il soldato soffrirono un lungo e miserevole periodo di prigionia e il secondo morì in prigione per malattia della pelle. Ma uno spirito come quello di Yoshida-Torajiro non è fatto o tenuto prigioniero facilmente; e quello che non può esser rotto dalla sfortuna tenterai invano di confinarlo in una Bastiglia. Era infaticabilmente attivo, a scrivere report al Governo e trattati di indottrinamento. Questi ultimi erano in contrabbando; pure, non ebbe difficoltà a distribuirli perché ebbe dalla sua il carceriere. Invano lo portavano di prigione in prigione; il Governo in questo modo inaspriva soltanto la forza d’irradiamento delle nuove idee; ché Yoshida bastava arrivasse e faceva convertire tutti. Dunque benché a terra confermava ed estendeva il suo partito dentro lo Stato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Infine, dopo pochi altri trasferimenti, gli fu data la prigione del superiore dello Shogun – quella del Daimio di Choshi. Ora mi pare plausibile che avesse tentato di lasciare il Giappone e fosse riconsegnato al Governo provinciale come un infimo ribelle feudale, un ronyin.</strong> Ma, sia come sia, il cambiamento fu di grande importanza per Yoshida; per influenza dei suoi ammiratori al consiglio del Daimio gli fu concesso il privilegio, sotto banco, di andare a casa. E lì, nel tentativo di tenere la comunicazione con i suoi amici riformatori e proseguendo il lavoro di istruzione, ricevette ragazzi ai quali insegnare. Non si pensi che fosse libero; era un uomo troppo segnalato; gli fu data forse una cerchia ristretta e visse, diremmo, sotto sorveglianza politica; ma a lui che aveva fatto così tanto sotto chiave questa sembrava una libertà larga della quale approfittare.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo periodo Mr. Masaki fu messo in contatto personale con Yoshida; e di qui, con occhi di ragazzo di tredici anni, diamo un buono sguardo al carattere e alle abitudini dell’eroe. Era bruttino e sfigurato da far ridere con gibboni; la natura era stata cattivella con lui dall’inizio, le sue abitudini consone. Gli abiti trascurati; quando mangiava o si lavava metteva le mani sulle labbra; i capelli pettinati non più di una volta al mese, era davvero disgustoso a vedersi. Con simile figura, è facile capire che non si sposò mai. Buon insegnante, gentile nelle azioni benché violento ed eccessivo nell’eloquio, le sue lezioni adatte a superare le menti dei suoi scolari e lasciarli gongolare, e spesso a ridacchiare. Tale la sua passione per lo studio che non si dava riposo consono; e dopo ore passate sui libri, se era estate, si metteva le zanzare sulle sue labbra; se era inverno, si toglieva le scarpe e correva nella neve scalzo. La sua calligrafia villana in modo straordinario; benché poeta non aveva gusto per quanto fosse elegante; e in una nazione dove scrivere con stile non era contrassegno dello scrivano ma complimento ammirevole per il gentiluomo, egli soffrì che le sue lettere fossero fuse insieme non da lui ma dalla stampa e dal calore delle sue convinzioni. Non tollerava nemmeno la manifestazione di una ruberia; questa era alla radice di ogni male in Giappone e nelle nazioni adiacenti. Una volta che un mercante gli portò il figlio perché lo istruisse aggiungendo, come era usanza, un piccolo raddolcimento privato, Yoshida rigettò le monete in faccia a chi gliele offriva e si lanciò a correre indignato, e con lui il pubblico della scuola. Era ancora, quando Masaki lo conobbe, assai indebolito dalle difficoltà della prigione; e la spada della presentazione, lunga tre piedi, era troppo pesante per lui perché la portasse senza affaticarsi; pure la portava appresso quando andava a zappettare nel suo giardino. Tocco che qualifica l’uomo. Una natura più debole si sarebbe allontanata dal segno che solo commemorava un fallimento. Ma era del parere di Thoreau, che se “puoi fare il tuo fallimento tragico con coraggio, non sarà diverso dal successo”. Poteva guardare indietro senza confusione alla sua promessa entusiasmante. Se gli eventi erano stati contrari e si era trovato inabile a raggiungere lo scopo – bene, non era che una ragione in più per essere coraggioso e costante altrove; se non poteva portare la spada in terre barbare, questa sarebbe stata, almeno, testimone di una vita trascorsa interamente per il Giappone.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo lo sguardo che abbiamo di lui per come appariva allo scolaro, ma scollegato dallo spirito dello scolaro. Un uomo con così poca cura delle grazie doveva essere fuori concorso con ragazzi e donne. E infatti, siccome siamo stati tutti (o quasi) a scuola, non sorprenderà nessuno che Yoshida fosse per i ragazzi un baule pieno di ridicolaggini. Gli scolari hanno un fine senso dell’umorismo. <strong>Gli eroi imparano a capirli ed ammirarli nei libri; ma oltre non sanno coglierli sotto i tratti di un uomo contemporaneo, e ancor meno se questi è un insegnante raggomitolato, zozzo ed eccentrico.</strong> Ma come gli anni passavano e gli scolari di Yoshida continuavano in vano a guardarsi intorno per la perfetta astrazione e capivano sempre più la sottigliezza delle sue istruzioni, impararono a guardare indietro a quel comico maestro di scuola come al più nobile degli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultimo atto di questa esistenza breve ma ricca era ormai prossimo. Parte del lavoro era compiuto; tre insegnanti olandesi erano stati ammessi a Nagasaki e la nazione era tutta pronta per il nuovo insegnamento. Ma benché la rinascita fosse cominciata, fu impedita e minacciata pericolosamente dal potere dello Shogun. Il suo ministro – lo stesso che poi fu assassinato nella neve proprio tra le sue guardie – non solo tratteneva gli allievi dal recarsi dagli Olandesi, ma con spie e detective, con imprigionamento e morte, continuava a trattenere gli spiriti più intelligenti ed attivi del Giappone. È la vecchia storia del potere che sta in piedi sulle sue ultime gambe – <strong>il coraggio spedito in Bastiglia, il coraggio incatenato alle colonne; quando non restano in giro che pecore e asini, lo Stato sarà stato salvato</strong>. Ma un uomo non deve pensare a trattare della rivoluzione; né un Ministro, benché reso forte dalle sue guardie, trascurare di controllare una nazione che ha dato natali a uomini come Yoshida e il suo soldato seguace. La violenza del Tarquinio ministeriale serviva solo a dirigere l’attenzione all’illegalità della regola del maestro; e le persone presero a dare la loro alleanza al Mikado a lungo abbandonato nella sua reclusione di Kioto, non a Yeddo e allo Shogun. In questa congiuntura, ne fosse conseguenza o no, le relazione tra questi due sovrani si complicarono; e il ministro dello Shogun andò a Kioto per lanciare un altro affronto al sovrano che stava nel giusto. La circostanza doveva far precipitare gli eventi. Era opera di religione difendere il Mikado; era solo gesto di correttezza politica opporsi all’usurpazione tirannica e sanguinaria. A Yoshida il momento dell’azione sembrò arrivato. Era ancora confinato a Choshu. Nulla era libero se non la sua intelligenza; ma con quella dava forma alla spada del ministro dello Shogun. Un partito di suoi seguaci era in via per scacciare il tiranno sulla strada di Yeddo e Kioto, gli presentò una petizione e gli diede la spada. Ma Yoshida e i suoi amici erano osservati da vicino; e la spedizione troppo grossa di due cospiratori, un ragazzo di diciotto anni e suo fratello, risvegliò il sospetto delle autorità e portò alla scoperta di tutto il piano e all’arresto di tutti I coinvolti. A Yeddo, dove fu portato, Yoshida fu gettato di nuovo in cella di confinamento. Ma non rimase senza simpatia nell’ultima ora del suo processo. Nella cella accanto stava un certo Kusakabe, un riformatore dalle valli meridionali di Satzuma. Erano in prigione per situazioni diverse ma per le medesime intenzioni; condividevano identiche convinzioni e aspirazioni per il Giappone; molte e lunghe furono le conversazioni che tennero tramite la parete divisoria, cara la simpatia che prestò li unì. Prima toccò a Kusakabe essere condotto davanti ai giudici; e quando la sentenza fu pronunciata, fu condotto a morire sotto la finestra di Yoshida. <strong>Voltare la testa sarebbe stato rendersi complice del suo compagno di prigione; ma diede uno sguardo da un occhio e diede un addio a voce alto con questi due versi cinesi: </strong><strong>“Meglio essere cristallo e venir rotto,</strong><strong>/ </strong><strong>Che rimanere perfetto come una tegola sopra il tetto”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Così Kusakabe dalle valli di Satzuma lasciò il teatro di questo mondo. La sua morte fu per valore come quelle degli antichi.</p>
<p style="text-align: justify;">Poco dopo anche Yoshida dovette apparire davanti alla Corte. La sua ultima scena fu un pezzo solo con la sua carriera e la coronò adeguatamente. Sfruttò l’occasione dell’audience pubblica, confessò e glorificò il suo progetto e dando a chi lo ascoltava una lezione di storia nazionale, raccontando a lungo dell’illegalità del potere dello Shogun e dei crimini attraverso i quali stava in piedi. Così, detta la sua in una volta sola, fu condotto al luogo dell’esecuzione e processato, trentun anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ingegnere militare, ottimo viaggiatore (almeno nei desideri), poeta, patriota, maestro di scuola, amico dell’insegnamento, martire per la riforma – non ci sono molti uomini, anche se muoiono a settant’anni, che abbiano servito la loro nazione in così vari ruoli. Non solo era saggio e previdente nel pensiero, ma certo uno dei più orgogliosi tra gli eroi al patibolo.</strong> Difficile dire cosa sia più notevole – la sua capacità di comando che soggiogava gli stessi carcerier; il suo zelo bollente, mai un grado di sotto; o la sua cocciuta superiorità, dura da sconfiggere. Fallì in ogni impresa particolare che tentò; eppure dobbiamo solo guardare la sua nazione per vedere come sia stato completo il suo successo generale. I suoi amici ed allievi furono la maggioranza dei leader in quella finale Rivoluzione, ora sono dodici anni; e molti di loro sono, o furono fino all’altro ieri, ben in alto tra i governanti giapponesi. E quando guardiamo intorno a noi questi studenti rapidi e intelligenti, con la loro strana aria straniera, non dovremmo mai dimenticare come Yoshida marciasse a piedi da Choshu a Yeddo, e da Yeddo a Nagasaki, e da Nagasaki di nuovo indietro a Yeddo; come si mise sulla scia della nave americana, il suo vestito ripieno di materiale scrittorio; né come languì in prigione e finalmente morì, come dapprima aveva dato tutta la sua vita e forza e disciplina, al fine di rendere alla sua terra nativa quei benefici dei quali lei ora gode così largamente. Meglio essere Yoshida e morire che essere solo Sakuma e salvarsi la pelle. Kusakabe di Satzuma ha detto la parola: meglio essere cristallo e venir rotto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Devo aggiungere una parola; ché spero il lettore non mancherà di percepire che questo è tanto la storia di un popolo eroico come di un uomo eroico. Non basta ricordare Yoshida; non dobbiamo dimenticare il soldato comune, neanche Kusakabe, neanche il ragazzo di diciotto anni, Nomura di Choshu, la cui furia tradì il complotto. Fa perdere lucidità pensare di essere vissuti al tempo di questi uomini dal cuore gigante.</strong> Solo a poche miglia da noi, per prendere le proporzioni dell’universo, mentre svolazzavo nelle mie lezioni, Yoshida stava a stuzzicarsi con le punture di zanzare; e mentre voi eravate riluttanti a pagare un penny di tassa, Kusakabe andava a morire con una nobile sentenza sulle labbra.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Robert Louis Stevenson</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>“Ha vissuto più vite messe assieme, è un mostro, pare uscito da un album della Marvel”: Gian Ruggero Manzoni eroe da romanzo raccontato da Pier Paolo Giannubilo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 05:33:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da una parte mi azzanno le dita, dall’altra giubilo. La prima volta – per quello che diceva, mescolando l’alfabeto divino di Abulafia alle poesie di Scipione, le memorie di Amelia Rosselli al manuale di un monaco stilita – poi c’era quel viso, quel cranio, austero come uno scudo acheo – e la fuga e la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/ha-vissuto-piu-vite-messe-assieme-e-un-mostro-pare-uscito-da-un-album-della-marvel-gian-ruggero-manzoni-eroe-da-romanzo-raccontato-da-pier-paolo-giannubilo/">“Ha vissuto più vite messe assieme, è un mostro, pare uscito da un album della Marvel”: Gian Ruggero Manzoni eroe da romanzo raccontato da Pier Paolo Giannubilo</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Da una parte mi azzanno le dita, dall’altra giubilo. <strong>La prima volta – per quello che diceva, mescolando l’alfabeto divino di Abulafia alle poesie di Scipione, le memorie di Amelia Rosselli al manuale di un monaco stilita – poi c’era quel viso, quel cranio, austero come uno scudo acheo – e la fuga e la foga del Nostromo di Joseph Conrad – vedete, la prima volta mi era sembrato di essere al cospetto di Kurtz.</strong> Quello di <em>Cuore di tenebra. </em>Però riletto, nella giungla guerresca, da Coppola, <em>Apocalypse Now</em>, dove Kurtz è un colonnello americano con il ceffo indimenticato di Marlon Brando. <strong><a href="http://www.gianruggeromanzoni.it/" target="_blank" rel="noopener">Gian Ruggero Manzoni</a>.</strong> Famiglia di schiatta nobile, villa decadente nella folta provincia romagnola, a Lugo, terra di sgozzapreti, di falsari, di banditi, un po’ sciamano, un po’ pistolero. Alchimista. Pericoloso. Di albina generosità. Artista. <strong>L’incontro con Gian Ruggero Manzoni, ideatore di imprese letterarie garibaldine e banditesche, di riviste e di cenacoli</strong> – feci parte di quel gruppo di “poeti per una metavanguardia”, era il 2004, c’erano, tra gli undici accoliti accolti, Andrea Ponso e il compianto Danni Antonello – dall’impeto poundiano, ha sempre come esito un KO, uno schianto. <strong>GRM è l’emblema dell’eccesso: eccessivamente ambiguo, eccessivamente obbediente, radicale nella conversione e nella passione. <a href="http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2016/02/05/87734/" target="_blank" rel="noopener">Avrei dovuto farci un romanzo.</a> Lo ha fatto un altro. Pier Paolo Giannubilo.</strong> Scrittore di pregio (<em>Corpi estranei</em>, 2008; <em>Lo sguardo impuro</em>, 2014), incrocia GRM nel 2004, gli parla nel 2008, lo rivede nel 2012, gli scatta l’indole dell’idea. Una intervista. In cui GRM confessi tutto. Vita, onori, amori, dissapori. Soprattutto. Gli anni delle missioni impossibili nei Balcani e in capo al mondo, su cui aleggiano leggende torbide. Esito di un patto contratto con le forze dell’ordine per evitare la prigione durante i Settanta, quando GRM alterna le chiacchierate con Tondelli alla lotta armata (si fa per dire: le armi sarà costretto a prenderle, per davvero, dopo). Giannubilo si chiude in casa Manzoni per giorni. Raccoglie il materiale. Roba da far rileggere ai puri di cuore trent’anni di storia patria. C’è tutto, lì dentro: assassinio e rapina del talento, amori estremi, vendette, tradimenti, il perdono, l’assioma della disciplina. <strong>Nasce così, sinuosa divagazione sul tema amore&amp;morte, <em>Il risolutore </em>(Rizzoli, 2019), in cui Giannubilo racconta gli estremismi di un personaggio assoluto, senza tinte agiografiche, piuttosto – mungo la morale – dimostrando come solo chi precipita nel sottosuolo, nella tenebra umana, nel nulla, può con altrettanto slancio gettarsi nell’abbraccio del Perdonatore</strong>, può lasciarsi disintegrare nella luce bianca del Figlio dell’Uomo. L’unico appunto al romanzo, che ha un ritmo invidiabile (incipit che folgora: “Il bisonte è smandriato, confuso, incespica sugli zoccoli e ruzzola con la gobba nella polvere. Si rialza sulle zampe e si rilancia al galoppo nella prateria, seguendo la rotta obbligata che lo conduce sull’orlo del precipizio”), <strong>pare un raffinato film d’azione di Michael Mann</strong>, è che lascia alle voglie del lettore – di solito, ignoto – il gusto di affrontare il GRM artista, cioè quello che, finita la buriana della vita, resterà, il poeta che ha dissezionato dall’azione opere di superba potenza. Ho avuto il privilegio di far pubblicare uno smilzo, potente romanzo di Manzoni, <em>Acufeni </em>(Guaraldi, 2015), ‘GianRuggente’ sa che amo più di tutto <em>Il morbo</em>, romanzo dalla corrusca grandezza edito da Diabasis nel 2005. <strong>L’opera micidiale, però, è quella poetica, disseminata in diverse edizioni d’arte, raccolta nel 2003 da Il Bradipo in un libro-culto, <em>Scritture scelte.</em></strong> Ecco, spero che uno degli esiti ultimi del romanzo di Giannubilo – bello di per sé, sia chiaro – sia anche quello di pubblicare e di far ripubblicare come si deve GRM, uno dei grandi scrittori del nostro tempo, assai più vasto di tanti decantati americani o francesoidi (GRM si pappa a colazione Carrère, quel fustino, per dire). Altrimenti resterà in gola il bilioso paradosso: abbiamo GRM ridotto a personaggio ‘da romanzo’, ma ci manca, ovunque, nelle librerie patrie, lo scrittore, l’artista, il genio del verbo. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65428 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/il-risolutore-194x300.jpg" alt="" width="126" height="195" />Parto citandoti. “La sua vita è la favola nera più scioccante che io abbia mai ascoltato”. In questa ‘favola nera’ – eppure, così piena di gioia creativa – si confonde l’io che narra, cioè tu: è così? Cosa hai rivisto di te in Manzoni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fra Manzoni e me c’è stato fin dal principio un involontario e inatteso gioco di specchi, e presto mi è stato chiaro che il racconto avrebbe preso la piega di un viaggio anche nella <em>mia</em> storia personale, oltre che nella sua. <strong>Come scrivo a un certo punto del romanzo, mentre lui mi rendeva partecipe dei suoi segreti nel corso dell’intervista, ne ero spaventato almeno quanto ne ero attratto. Poi, però, più scavavo nelle contraddizioni del personaggio, nel pozzo delle sue ambiguità psicologiche, più sentivo che ciò che avevamo in comune non era qualcosa di marginale.</strong> E non parlo di questioni che riguardano solo me in senso stretto, ma tanti della mia e della sua generazione. La dipendenza dal riconoscimento altrui. Una sorta di inesausta fame d’amore surrogata in certe dinamiche seduttive. L’esigenza costante si farsi percepire performanti. La volontà di lasciare un segno del proprio passaggio sulla Terra. Tornando alla questione degli specchi, è stato come prendere coscienza un po’ alla volta che Manzoni, pur col suo vissuto così radicale, non era affatto un alieno, ma un uomo fatto della stessa sostanza mia e della gente comune. Il bisogno di risarcimento, le rimostranze nei confronti della specie umana possono innescare processi spaventosi. A Manzoni, diciamo così, la situazione è decisamente sfuggita di mano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anni Settanta, Servizi segreti, Biennale di Venezia, mortai, pallottole, poesia. Missioni clamorose e Tondelli. Nobile genia e desiderio di perdizione. Amore e morte. Perché hai scelto proprio Gian Ruggero Manzoni, artista noto ai sapienti ma ignoto ai più, come icona per un romanzo? Che tipo di fascino e di ‘contemporaneità’ emana, al di là delle storture macchiettistiche, da fumetto?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Per il paradosso che ho introdotto prima, <strong>Manzoni ha in sé contemporaneamente i caratteri del <em>monstrum</em>, nel senso latino del termine, di <em>prodigio, </em>di<em> essere strano</em>, e dell’uomo qualunque, il conoscente della porta accanto. Al di là della sua vicenda umana fuori dall’ordinario, mi ha molto colpito la sua aspirazione a redimersi.</strong> Ha vissuto l’equivalente di un numero esagerato di vite messe assieme, è una miniera di esperienze e storie al limite della plausibilità, pare davvero uscito da un albo della Marvel. Una vicenda biografica così iper-romanzesca andava assolutamente raccontata, ma non solo per il fascino maledetto che promana, bensì per quanto può insegnare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una grande vita feconda sempre una grande contraddizione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Direi proprio di sì. Nelle esistenze letterarie come in quelle reali. Ma parimenti, grandi contraddizioni fecondano grandi vite.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Qual è il cuore della vita di Manzoni, a tuo avviso, il momento della svolta esistenziale? E quale l’episodio che ti ha più divertito narrare? E quello che ti ha intimorito di più?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Potrei rispondere facilmente:<strong> la seconda missione bosniaca, dove è sopravvissuto per grazia ricevuta. </strong>Ma il suo percorso è stato così complesso e ingarbugliato che non ha, a mio giudizio, un solo punto di svolta, piuttosto è una serie ininterrotta di scatti in avanti, ritorni, fughe, ripensamenti e ripartenze&#8230; Più facile individuare un fil rouge, e parlo dell’amore che ha portato e porta a due persone: suo padre e sua figlia. Non credo di peccare di un eccesso di romanticismo se dico che il desiderio di strapparsi di dosso la vecchia pelle abbia avuto a che fare essenzialmente con i suoi sentimenti verso queste due persone, che sono poi il suo sangue.  <strong>Per quanto riguarda gli aspetti più leggeri, l’episodio di Manzoni nella zona a luci rosse di Bordeaux insieme al Macellaio, il camionista col quale viaggiava in giro per l’Europa, mi strappa un sorriso ogni volta che ci ripenso.</strong>  Quanto all’ultima questione, il Risolutore è un’infilata di situazioni raggelanti, alcune delle quali mi hanno tenuto col fiato sospeso giorno dopo giorno, nei primi anni di composizione del romanzo. Ma meglio non anticipare nulla al lettore, per non rovinargli il piacere della scoperta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65429 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo-179x300.jpg" alt="" width="134" height="225" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo-179x300.jpg 179w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/il-morbo.jpg 298w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Alla porzione ‘in battaglia’ alterni quella dedicata alla vita privata (la vita con Ester, soprattutto). Mi pare che manchi la parte del Manzoni poeta, romanziere, ideatore di cenacoli artistici, di avventure letterarie. Ancora di più: sarebbe stato opportuno aggiungere, forse, una bibliografia in calce al libro per permettere al lettore, affascinato dal ‘personaggio’, di aggirare la vita precipitandosi nell’opera. Dimmi.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">È vero, il racconto del Manzoni artista, scrittore e intellettuale è ridotto all’osso. E con mio grande rammarico, confesso.<strong> In origine avevo detto parecchio anche su questi aspetti, ma come sempre avviene molte pagine sono state tagliate – il manoscritto era oggettivamente sterminato. Ad ogni revisione ho sottratto delle grosse parti sulle quali avevo trascorso mesi e mesi di lavoro di lima.</strong> È un processo che fa male al cuore di ogni autore, come ben sa di scrive narrativa, ma si tratta in fondo di rinunce necessarie alla fruizione dell’opera. Il Manzoni en plein air è ad ogni modo accessibile a tutti, volendolo approfondire; l’obiettivo di questo libro era svelarne la parte oscura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto, a tuo dire, la vita di Manzoni ha influito sulla sua opera? A tratti, mi pare, il contemplativo decapita il guerriero – e viceversa. In pratica, ti chiedo una riflessione sui termini opposti (ma riassunti, credo, drammaticamente, in Manzoni) ‘azione’ e ‘contemplazione’.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In un passo definisco Manzoni un <em>polytropos</em>, affibbiandogli l’aggettivo greco “dai molti giri” riferito a Odisseo, poveramente traducibile con l’italiano “multiforme”. Un oggetto d’indagine di questo tipo confonde la visione. Ma la mia sensazione è che <strong>il contemplativo e l’uomo d’azione abbiano agito in lui uno accanto all’altro, a ore alterne,</strong> in una singolarissima, stramba dinamica di compresenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quale opera di Manzoni ti ha affascinato di più? Quale opera, in assoluto, ti ha aiutato a perfezionare la strategia narrativa per raccontare Manzoni?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>I teatranti perduti</em>, una composizione di medaglioni dedicati da Manzoni ciascuno alla vita di un parente stretto (genitori, nonni, zia…) è a mio giudizio un capolavoro del genere biografico. Oltre a essere una lettura coinvolgente che consiglio a tutti, è stata la mia fonte primaria, è grazie a questo libro che ho potuto ricostruire il background di Manzoni. Ho attinto lì interi episodi, e li ho trasfusi nel mio romanzo a volte senza neanche citarli come manzoniani, tanto si integravano in modo fluido nella mia trama. Virgolettare quei passaggi mi dava l’impressione di rovinare un piccolo miracolo<strong>… Rispetto alla seconda domanda, so che non è possibile non citare in via prioritaria il Limonov di Carrere, ma aggiungerei anche un classico della storiografia, <em>Stalin</em> di Robert Conquest, e poi, per motivi diversi, <em>True Story</em> di Michael Finkel e <em>La spada di Mishima</em> di Christopher Ross.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>*In copertina: Matteo Bosi, &#8220;Ritratto di Gian Ruggero Manzoni&#8221;, fotografia, 2016</em></p>
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		<title>“Grazie a lui i falliti diventano angeli dannati di proporzioni mitiche”: dialogo intorno a Denis Johnson con la sua traduttrice, Silvia Pareschi</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2019 05:31:01 +0000</pubDate>
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<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/denis-johnson-dialogo-silvia-pareschi/">“Grazie a lui i falliti diventano angeli dannati di proporzioni mitiche”: dialogo intorno a Denis Johnson con la sua traduttrice, Silvia Pareschi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quest’anno ne farebbe 70. 70 anni. Non ci è arrivato. Denis Johnson è morto due anni fa, è stato un poeta della disperazione, ha scritto il romanzo allucinato sul Vietnam, <em>Albero di fumo </em>– <a href="http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/denis-johnson-lord-jim-americano-1402535.html" target="_blank" rel="noopener">ne scrissi, con la consueta tracotanza retorica</a>, così: <strong>“Prendi Joseph Conrad, drogalo a dovere, e fagli fare un giro a Las Vegas. Il risultato ti darà Denis Johnson, il Lord Jim della letteratura contemporanea, duce nel sottosuolo del romanzo americano”</strong> – ha edificato <strong>una Iliade dei reietti, una epica degli alienati, con un talento obliquo che stordisce.</strong> L’anno scorso, dai cassetti mortuari, hanno cavato dei racconti inediti di DJ, pubblicati come <em>The Largesse of the Sea Maiden</em>; contestualmente, Einaudi ha fatto ritradurre il libro-culto di DJ, <em>Jesus’s Son, </em>pubblicato in origine nel 1992, diventato film – bruttino – nel 1999, atterrato in Italia nel 2000. Novanta pagine, undici racconti, bellezza che dilania, scrittura come coltello alla gola e iena sul petto, le memorie dal sottosuolo del nostro tempo, <strong>come se ti gettassero un leopardo nella vasca da bagno, mentre stai lì, beato, in una Gerusalemme celeste di spuma.</strong> A metterci mano, in questa nuova versione, Silvia Pareschi, un fenomeno – ha tradotto, tra le tante cose, <em>Il guardiano del frutteto </em>di Cormac McCarthy, poi molto Jonathan Franzen, Alice Munro, Don DeLillo, <a href="http://silviapareschi.blogspot.com/" target="_blank" rel="noopener">la studiate qui,</a> ad ogni modo –, a cui ho chiesto di DJ, per capire. Il resto è quello che scrivo sempre, più una cosa. Primo: <a href="http://www.pangea.news/sia-ode-denis-johnson-vaffa-caratteri-cubitali-sulla-letteratura-usa-libro/" target="_blank" rel="noopener">Johnson esordisce come poeta</a> – nel 1969, con <em>The Man Among the Seals</em>, nel 1981, per <em>The Incognito Lounge</em>, incassa gli applausi di Mark Strand – e <strong>gli resta addosso l’odore di bestia in fuga con la lingua d’argento del poeta. Traducete le sue poesie, cavolo</strong>. Secondo: <em>Jesus’ Son </em>era l’altare privato su cui Simone Cattaneo raffinava le sue poesie. <strong>Senza Simone, non conoscerei DJ – ora i due, assieme, si berranno San Pietro sciolto nel rum.</strong> Una cosa in più. “Da sotto la porta chiusa si è sprigionata una lastra di fulgore, come se, grazie a qualche stupefacente processo, lì dentro stessero incenerendo diamanti”. Primo racconto di <em>Jesus’ Son. </em>S’intitola <em>Incidente durante l’autostop. </em>Così DJ descrive l’urlo di una donna, “magnifica, ardente”, a cui dicono, in ospedale, che il marito è morto. Che devastante e meravigliosa descrizione dell’urlo e del dolore. Il dolore come mucchi di diamanti inceneriti. Onore a Denis. (d.b.)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65382 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-189x300.jpg" alt="" width="133" height="211" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-189x300.jpg 189w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-768x1217.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj-646x1024.jpg 646w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/02/libro-dj.jpg 1000w" sizes="(max-width: 133px) 100vw, 133px" />Denis Johnson. Come si entra in quel linguaggio lucido e cruento? Che valore ‘elettrico’ ha Johnson nella letteratura statunitense contemporanea?&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In una recensione a <em>Mostri che ridono</em>, Joy Williams scrive che DJ si avvicina per sensibilità al grande Robert Stone, anche se di Stone gli manca la padronanza della trama e della struttura. <strong>“Tuttavia”, prosegue, “non leggiamo Johnson per il suo metodo, ma per l’effetto perturbante e le luminose sorprese”. Un libro come <em>Albero di fumo</em>, per esempio, alterna pagine a volte sconnesse e oscure a illuminazioni di scrittura potente e cristallina, come il folgorante incipit o la straordinaria morte del sicario raccontata in prima persona.</strong> È una scrittura che viene dalla poesia (perché Johnson è stato prima di tutto un poeta), e nella quale meglio si entra lasciando fuori le questioni, appunto, di metodo. Perché DJ era uno scrittore discontinuo, certo, eppure anche i suoi libri meno riusciti vibrano di una voce profondamente e unicamente americana, vivida, spesso intrisa di humor nero e di un’acuta immediatezza fisica ed emotiva, di descrizioni estatiche, di una capacità di osservazione così compressa che in poche frasi riesce a ottenere una qualità visionaria. Ci sono modi alternativi di guardare il mondo, ci dice DJ, e alcuni di essi sono più vicini alla verità di quanto possano esserlo i fatti nudi e crudi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Certo, tra <em>Jesus’ Son</em> e <em>Albero di fumo</em>, pur in una coerenza esistenziale, si avverte un diverso approccio linguistico: è così? Spiegaci</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fra i due libri sono passati quindici anni: <em>Jesus’s Son</em> è del 1992 e <em>Tree of Smoke</em> del 2007. <strong>Il primo – libro culto della letteratura americana contemporanea – è scritto in una lingua spoglia e luminosa che ricorda per certi versi Hemingway e Carver (il quale era stato insegnante di DJ all’Iowa Writer’s Workshop). È proprio grazie a questa lingua che DJ riesce a trasformare una serie di personaggi falliti e marginali in angeli dannati di proporzioni mitiche.</strong> Le loro disavventure sono raccontate con una prosa diretta e disadorna, il prodotto di una mente annebbiata che attribuisce la medesima importanza a ogni cosa, che sia una nuvola o un cadavere. E ogni tanto, in questa prosa imperturbabile, spuntano senza preavviso momenti di intensa poesia. <em>Albero di fumo</em> è un romanzo lunghissimo, ambizioso e caotico, coinvolgente pur nella sua fondamentale mancanza di trama, costruito con segmenti di vita di alcuni personaggi coinvolti nella guerra del Vietnam. <strong>Ma al di là della lunghezza trovo che in realtà non sia cambiato molto dal DJ dei racconti a quello di questa epopea psichedelica.</strong> La differenza si nota più che altro fra la compattezza dei racconti e la discontinuità del romanzo di cui parlavo prima, ma le caratteristiche della sua scrittura rimangono immutate.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che libro vorresti tradurre? E poi, qual è stato il libro che hai faticato di più a tradurre. E quello che più ti ha divertito tradurre.&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei libri più difficili che ho tradotto, che però mi ha dato grande soddisfazione, è <em>La breve favolosa vita di Oscar Wao</em>, di Junot Díaz. In un libro del genere, la ricerca linguistica è la chiave di tutto. <strong>Díaz gioca di continuo sull’interazione tra inglese e spagnolo (il cosiddetto <em>spanglish</em>) e cambia continuamente codice, passando dal colloquiale al letterario, creando un melting pot lessicale fatto di frasi caraibiche, gergo dei neri americani, slang di strada. </strong>Inoltre alla narrazione tradizionale si mescolano continuamente richiami alla fantascienza ai fumetti al fantasy, con una creatività linguistica davvero vorticosa. Il libro che mi sono più divertita a tradurre è, di nuovo, <em>Oscar Wao</em>. I momenti di massimo divertimento per un traduttore sono quelli in cui può giocare con la lingua, addirittura inventare parole nuove (come nel caso della parola ‘strizzacervelli’, introdotta da Marisa Caramella nella sua traduzione di <em>Paura di volare</em> per rendere il termine <em>shrink</em>, contrazione di <em>headshrinker</em>, restringiteste), e il libro di Junot Díaz pullula di parole inventate, soprattutto parolacce (le parolacce sono un campo molto fertile di invenzione linguistica). Prendiamo per esempio la frase: “He had the worst case of no-toto-itis I’d ever seen”. <em>Toto</em>, nello spagnolo dominicano, vuol dire <em>fica</em>. In italiano, usando l’alfa privativo per dare una connotazione pseudo-scientifica, la traduzione diventa “Soffriva del peggior caso di aficasia che avessi mai visto”.<strong> Per quanto riguarda il libro che vorrei tradurre, be’, sono un’ammiratrice di Margaret Atwood da tempi non sospetti, cioè da molto prima della serie Tv</strong> che l’ha trasformata da autrice molto nota a fenomeno mondiale (il suo libro che ho più amato è <em>L’assassino cieco</em>). Perciò confesso che sarei molto felice di tradurre il seguito del <em>Racconto dell’ancella</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa si muove, oggi, nella letteratura americana contemporanea? Su quale ‘nuovo’ autore punteresti alto, quello che tra 50 anni sarà un ‘classico’?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ogni dieci anni, la rivista “Granta” pubblica una lista dei 21 migliori scrittori americani sotto i 40 anni. Come succede ormai da tempo, molti degli scrittori emergenti sono immigrati di prima o seconda generazione, specchio di un paese fatto di molte culture e molte etnie. <strong>Penso alla ghanese Yaa Gyasi, all’ucraina Sana Krasnikov, all’indiano Karan Mahajan, all’etiope Dinaw Mengestu, alla nigeriana Chinelo Okparanta.</strong> Tra gli scrittori non citati nella lista di “Granta”, vorrei ricordare soprattutto Jesmyn Ward, l’unica donna ad avere vinto due volte il National Book Award (e ha solo 42 anni!), con <em>Salvare le ossa</em> e <em>Sing, Unburied, Sing</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ultima. Ti piace la letteratura italiana contemporanea? Qual è il libro, da lettrice, che ti ha sconvolto, che ti ha mutato, se esiste?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Confesso di non leggere moltissima letteratura italiana contemporanea. Mi piace Michele Mari, e l’ultimo libro che ho letto e mi è piaciuto è <em>Resto qui</em> di Marco Balzano<strong>. Per il resto leggo e rileggo soprattutto i classici del Novecento, da Sciascia a Calvino, da Vittorini a Morante, ma anche Palazzeschi, Busi, Buzzati, Landolfi, Ortese, Brancati… </strong>Il libro che mi ha cambiata non esiste, nel senso che ogni libro che leggo mi cambia un po’. È anche per questo che si legge, no?</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/denis-johnson-dialogo-silvia-pareschi/">“Grazie a lui i falliti diventano angeli dannati di proporzioni mitiche”: dialogo intorno a Denis Johnson con la sua traduttrice, Silvia Pareschi</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Venticinque anni da “Under The Pink” di Tori Amos: della Dickinson del pianoforte ci resta solo la nostalgia</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2019 07:51:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ho spesso l’impressione di essere nato nel momento sbagliato – ciò, naturalmente, al di là dell’inconveniente di essere nati. Sono stato destinato a non vivere in presa diretta niente di quel che maggiormente ho amato. Ho solo racimolato eredità degli anni precedenti. È stato così con i Nirvana, per esempio: stavo cominciando ad ascoltarli che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho spesso l’impressione di <strong>essere nato nel momento sbagliato</strong> – ciò, naturalmente, al di là dell’inconveniente di essere nati. Sono stato destinato a non vivere in presa diretta niente di quel che maggiormente ho amato. Ho solo <strong>racimolato eredità degli anni precedenti</strong>. È stato così con i Nirvana, per esempio: stavo cominciando ad ascoltarli che loro erano appena morti, senza che le case discografiche volessero comunque decidersi a seppellirli – certi cadaveri si spremono finché possono produrre. Con <strong>Tori Amos</strong> non è andata diversamente. Quando l’ho scoperta, durante l’università, mi si è aperto un mondo, un mondo che volgeva al suo tramonto.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso non ricordo con precisione, ma credo sia stato proprio <strong><em>Under The Pink</em></strong>, il secondo album, a essermi stato prestato da un amico più grande – si trattava sicuramente di un “cd masterizzato”, come li chiamavamo noi – che mi disse semplicemente “Questo fa al caso tuo, ascoltalo”. Quant’era bello, a quei tempi: <strong>qualcuno, spinto da un’empatia oramai impossibile, ti metteva al cospetto di un disco, o un libro, sapendo che per te sarebbe risultato imprescindibile</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso che quella persona non la vedo più e non so neppure se sia morta, mi piacerebbe ringraziarlo – proprio come all’amico che a suo tempo mi consigliò “Leggi Houellebecq, sono certo che ti piacerà”. Forse aveva ragione quel vecchio rompicoglioni di Aristotele, quando diceva che siamo <strong>animali sociali: il mondo non lo si coglie mai da soli, ci viene sempre <em>presentato</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo bene l’impatto di quella <strong>voce affilata e dolcissima, il pianoforte che la segue in un miracoloso intreccio</strong>. Ho ascoltato tante imitatrici, ma in effetti gli epigoni sono sempre epigoni e la grandezza spicca. <strong>Tori Amos è un unicum, come Emily Dickinson in poesia</strong>. Inspiegabile e indispensabile. Strozza il fiato con tanta grazia, tramuta il dolore in gioia cantandolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mestamente, quel periodo mi è sfuggito per un soffio. Non c’ero. Ne ho giusto raccolto i frutti ex post. <strong>La mia generazione ha vissuto e vive di un lascito del passato. Siamo quelli dei remake, dei cofanetti celebrativi.</strong> Dobbiamo sempre ringraziare i padri e le madri, come Tori Amos.</p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo, quando l’ho incrociata, la cantante americana aveva una brillante carriera alle spalle che volgeva miseramente al termine – <strong>ascoltai <em>Scarlet’s Walk </em>consapevole che la sua fine artistica era prossima</strong>, per quanto si intravedessero ancora sprazzi di genialità.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi <strong>mi resta la ricorrenza per i venticinque anni di <em>Under The Pink</em>, il piacere della nostalgia</strong>, il sentore che difficilmente qualcos’altro mi stupirà come allora. E, a conti fatti, forse solo i Florence and the Machine, nell’ultimo decennio, hanno lasciato in me un solco altrettanto profondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho anche provato ad ascoltare <strong>gli ultimi album</strong> della pianista, come <em>Abnormally Attracted to Sin</em> o <em>Native Invader</em>. Certo <strong>il professionismo non manca ma, oltre il saper comporre e dare forma musicale a delle note sparse, c’è ben poco</strong>. Manca l’anima, la voglia inquieta di farcela. <strong>Il successo corrisponde solitamente alla morte dell’arte</strong>. Nella scrittura, quando un autore vi giunge, spesso il suo stile ha toccato lo zenit, per poi ridursi di lì a poco a mero mestiere. <strong>Il dolore, che è sempre la forza propulsiva della creazione, ha trovato approdo e giustificazione nel trionfo commerciale.</strong> Il mondo ha capito e riconosciuto lo sforzo, dunque <strong>non resta che l’ebetitudine della gloria e, nel peggiore dei casi, il sopravvivere a sé stessi nella forma del farsi il verso</strong>. Un artista o muore sconfitto, per poi essere riscoperto, o arriva alla tomba essendo passato all’altro mondo qualche decennio prima del decesso. Come cantava la Amos in quella fantastica prima traccia, <em>Crucify</em>, dal suo album d’esordio, <em>Little Earthquakes</em>: <strong>“<em>I got to have my suffering so that I can have my cross</em>” (Debbo soffrire, così da poter avere la mia Croce)</strong>. Passata la sofferenza, è rimasta solo la Croce, la santificazione. Ma dopo l’ascensione non si può più salire, resta solo la caduta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Matteo Fais</em></strong></p>
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		<title>“Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente”: quando bruciarono “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut nella caldaia di una scuola del North Dakota</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2019 08:15:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dico che una persona soltanto sull’intero pianeta ha beneﬁciato del raid, che deve essere costato decine di milioni di dollari. Il raid non ha accorciato la guerra di mezzo secondo, non ha indebolito un apparato difensivo o offensivo tedesco da nessuna parte, non ha liberato una singola persona da un campo di sterminio. Solo una [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/se-lei-e-un-americano-deve-permettere-a-tutte-le-idee-di-circolare-liberamente-quando-bruciarono-mattatoio-n-5-di-kurt-vonnegut-nella-caldaia-di-una-scuola-del-no/">“Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente”: quando bruciarono “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut nella caldaia di una scuola del North Dakota</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dico che una persona soltanto sull’intero pianeta ha beneﬁciato del raid, che deve essere costato decine di milioni di dollari. Il raid non ha accorciato la guerra di mezzo secondo, non ha indebolito un apparato difensivo o offensivo tedesco da nessuna parte, non ha liberato una singola persona da un campo di sterminio. Solo una persona ha avuto un beneﬁcio – non due o cinque o dieci. Solo una. Io. Ho preso tre dollari per ogni persona uccisa. Immagina questo. </em>(Kurt Vonnegut su una nuova edizione di <em>Mattatoio n.5</em>, The Paris Review, 1977)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-65330 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2-203x300.jpg" alt="" width="134" height="198" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro1-2.jpg 220w" sizes="(max-width: 134px) 100vw, 134px" />Alla sua uscita nel 1969, in piena contestazione e guerra del Vietnam, il romanzo dello scrittore <em>liberal</em> americano Kurt Vonnegut <em>Mattatoio n.5</em> fece subito scalpore; sia per i temi affrontati sia per lo stile del romanzo, con la sua trama decisamente non lineare</strong>, dove il protagonista passa indifferentemente dalle Ardenne nel 1944 all’America degli anni 1950-60, sino al pianeta alieno Trafalmadore. Temi e stile sono in questo libro indissolubilmente legati. <strong>Vonnegut fu soldato di fanteria dell’<em>US Army</em> nella seconda guerra mondiale, e testimone prima della disfatta americana nelle fasi ini</strong><strong>ziali dell’offensiva tedesca delle Ardenne, e poi del bombardamento alleato su Dresda del 13-14 febbraio 1945, dove la “Firenze dell’Elba”, obiettivo senza alcuna importanza militare, fu interamente arsa con la sua popolazione.</strong> Per Vonnegut queste terribili immagini non potevano essere trasposte che con un romanzo “corto, confuso e contorto”, perché “non c’è niente di intelligente da dire su un massacro”. Questa posizione antimilitarista e irriverente di Vonnegut gli attirò subito gli strali dei conservatori americani, e <em>Mattatoio n.5</em> fu bandito e ritirato da diverse biblioteche (ancora nel 2011 a Republic, nel Missouri) e perﬁno dato alle ﬁamme nella scuola di Drake, nel North Dakota, nel novembre 1973: lo scritto che segue, intitolato “Il primo emendamento” e tratto dalla raccolta di racconti e saggi di Kurt Vonnegut <em>Palm Sunday </em>(1981), è la risposta dell’autore a quest’ultimo avvenimento. (<em>Andrea Lombardi)</em></p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Potrebbe darsi che la cosa più straordinaria dei membri della mia generazione letteraria, in retrospettiva, sia che ci è stato permesso di dire assolutamente qualunque cosa senza paura di castigo.</em></strong><em> I nostri eredi potranno trovare incredibile, come molti stranieri fanno già ora, che una nazione volesse adottare come legge qualcosa che suona più come un sogno, che dice quanto segue: “Il Congresso non promulgherà leggi che favoriscano qualsiasi religione, o che ne proibiscano la libera professione, o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi paciﬁcamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti”. Come poteva una nazione con una tale legge crescere i suoi bambini in un’atmosfera di decoro? Non poteva – non può. Così la legge sarà sicuramente presto abrogata per amore dei bambini. <strong>E già adesso i miei libri, assieme ai libri di Bernard Malamud e James Dickey e Joseph Heller e molti altri patrioti di prima classe, sono regolarmente gettati via dalle biblioteche delle scuole da membri dei consigli scolastici</strong>, che dichiarano usualmente di non aver in realtà letto i libri, ma che sanno da fonti sicure che quei libri sono dannosi per i bambini. </em></p>
<p style="text-align: justify;">***<em><br />
</em><strong><em>Il mio romanzo Mattatoio n.5 fu bruciato davvero in una caldaia dal bidello di una scuola a Drake, North Dakota, su disposizione della commissione scolastica del posto, e il consiglio di istituto fece delle dichiarazioni pubbliche sulla immoralità del libro.</em></strong><em> Anche per gli standard della Regina Vittoria, l’unica frase ingiuriosa dell’intero romanzo è questa: “Via dalla strada, stupido bastardo!”. Questo viene detto da un artigliere controcarro americano a un assistente cappellano disarmato durante la battaglia delle Ardenne in Europa nel dicembre 1944, la più grande singola sconﬁtta delle armi americane (Stati Confederati esclusi) nella storia. L’assistente cappellano aveva attirato il fuoco nemico. Così il 16 novembre 1973, scrissi come segue a Charles McCarthy di Drake, North Dakota:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Caro Sig. McCarthy:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Le sto scrivendo data la sua qualiﬁca di presidente del consiglio della Drake School. <strong>Sono fra quegli scrittori americani i cui libri sono stati distrutti nella ormai famigerata caldaia della sua scuola. Alcuni membri della sua comunità hanno suggerito che la mia opera sia malvagia. Questo è per me straordinariamente offensivo. Le notizie da Drake mostrano secondo me che i libri e gli scrittori sono molto irreali per voi.</strong> Vi sto scrivendo questa lettera per farvi sapere quanto io sia reale. Voglio farle sapere, inoltre, che il mio editore e io non abbiamo fatto assolutamente nulla per sfruttare le disgustose notizie provenienti da Drake. Non ci stiamo dando vicendevolmente pacche sulle spalle, esultando per tutti i libri che venderemo a causa delle notizie. Abbiamo riﬁutato di andare in televisione, non abbiamo scritto alcuna vibrante lettera ai giornali, non abbiamo concesso prolisse interviste.<strong> Siamo rabbiosi e disgustati e rattristati. E nessuna copia di questa lettera è stata inviata a qualcun altro. Lei tiene la sola copia nelle sue mani. È una lettera strettamente privata da me alla gente di Drake, che ha fatto così tanto per danneggiare la mia reputazione agli occhi dei propri ﬁgli e quindi agli occhi del mondo.</strong> Ha il coraggio e il comune pudore di mostrare questa lettera alla gente, o sarà, anch’essa, consegnata alle ﬁamme della sua caldaia? <img decoding="async" class=" wp-image-65331 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-197x300.jpg" alt="" width="118" height="180" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-197x300.jpg 197w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3-85x130.jpg 85w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/01/libro2-3.jpg 312w" sizes="(max-width: 118px) 100vw, 118px" />Apprendo da quello che leggo sui giornali e sento alla televisione che lei immagina me, e anche qualche altro scrittore, come fossimo una sorta di ﬁgure simili a topi che godono nel far soldi avvelenando le menti dei giovani. Io sono in realtà una persona robusta e forte, cinquantunenne, che fece un sacco di lavoro nei campi da ragazzino, che è bravo con gli attrezzi da lavoro. Ho cresciuto sei ﬁgli, tre miei e tre adottati. Tutti sono cresciuti bene. Due di essi sono agricoltori. Io sono un veterano di fanteria combattente, e sono insignito della Purple Heart [distintivo concesso per ferite in azione]. <strong>Ho guadagnato ogni cosa che possiedo con duro lavoro. Non sono mai stato arrestato o querelato per alcunché. Si ha così tanta ﬁducia in me con i giovani e dai giovani che ho prestato servizio nelle università dell’Iowa, Harvard, e del City College di New York. Ogni anno ricevo almeno una dozzina di inviti ad essere l’oratore che tiene il discorso di inizio anno in college e licei. I miei libri sono probabilmente i più diffusi nelle scuole rispetto a quelli di qualunque altro romanziere americano vivente. </strong>Se lei provasse a leggere i miei libri, a comportarsi come fanno le persone istruite, lei imparerebbe che i miei libri non sono pruriginosi, e non argomentano a favore di alcun tipo di sregolatezza. Essi chiedono che la gente sia più gentile e più responsabile di come spesso è. È vero che alcuni dei personaggi parlano volgarmente. Ciò è perché la gente parla volgarmente nella vita reale. Specialmente i soldati e i lavoratori manuali parlano volgarmente, e anche i nostri ﬁgli più protetti lo sanno. E sappiamo tutti, anche, che quelle parole non fanno davvero molto male ai bambini. Non ci fecero male quando eravamo giovani. Furono cattive azioni e menzogne a ferirci. Dopo che ho detto tutto questo, in realtà sono sicuro che lei sarà ancora pronto a rispondere “Sì, sì – ma resta pur sempre nostro diritto e nostra responsabilità decidere quali libri i nostri ﬁgli leggeranno nella nostra comunità”. È sicuramente così. <strong>Ma è anche vero che se lei esercita questo diritto adempiendo questa responsabilità in maniera ignorante, insensibile, non-americana, allora la gente è autorizzata a chiamarvi cattivi cittadini e stupidi.</strong> Anche i vostri stessi ﬁgli sono autorizzati a chiamarvi così. Leggo sul giornale che la vostra comunità è sorpresa dallo scalpore di tutta la nazione per quello che avete fatto. Bene, avete scoperto che Drake è parte della civiltà americana e che i vostri compatrioti americani non possono tollerare che vi siate comportati in una maniera così incivile. Forse imparerete da ciò che i libri sono sacri per gli uomini liberi per ragioni molto valide, e che sono state combattute guerre contro nazioni che odiavano i libri e li bruciavano. <strong>Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente nella vostra comunità, non le vostre soltanto.</strong> Se lei e il suo consiglio siete ora determinati a mostrare che veramente avete saggezza e maturità quando esercitate i vostri poteri sull’educazione dei vostri giovani, allora dovrete riconoscere che è una lezione miserevole quella che avete insegnato a dei giovani in una società libera quando condannate e poi bruciate libri – libri che non avete neanche letto. Dovete anche decidervi a mettere a contatto i vostri ﬁgli a ogni sorta di opinioni e informazioni, in modo che siano meglio attrezzati a prendere delle decisioni e a sopravvivere. Nuovamente: voi mi avete insultato, e io sono un bravo cittadino, e sono molto reale.</em></p>
<p><strong>Kurt Vonnegut</strong></p>
<p><em>*Traduzione di Andrea Lombardi e Raffaello Bisso</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/se-lei-e-un-americano-deve-permettere-a-tutte-le-idee-di-circolare-liberamente-quando-bruciarono-mattatoio-n-5-di-kurt-vonnegut-nella-caldaia-di-una-scuola-del-no/">“Se lei è un americano, deve permettere a tutte le idee di circolare liberamente”: quando bruciarono “Mattatoio n.5” di Kurt Vonnegut nella caldaia di una scuola del North Dakota</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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