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	<title>Gaza Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>La storia al rovescio. Ovvero: proposte per una nuova “Dichiarazione Balfour” </title>
		<link>https://www.pangea.news/enzo-fontana-gaza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Aug 2025 04:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Dichiarazione Balfour]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Fontana]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Il sangue degli altri si sparge per terra.&#160;Io questa mattina mi sono feritoa un gambo di rosa, pungendomi un dito.Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.Oh povera gente, che triste è la terra!Non posso giovare, non posso parlare,non posso partire per cielo o per mare.E se anche potessi, o genti indifese,ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!Potrei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>“Il sangue degli altri si sparge per terra.&nbsp;<br>Io questa mattina mi sono ferito<br>a un gambo di rosa, pungendomi un dito.<br>Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.<br>Oh povera gente, che triste è la terra!<br>Non posso giovare, non posso parlare,<br>non posso partire per cielo o per mare.<br>E se anche potessi, o genti indifese,<br>ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!<br>Potrei sotto il capo dei corpi riversi<br>posare un mio fitto volume di versi?<br>Non credo. Cessiamo la mesta ironia.<br>Mettiamo una maglia, che il sole va via”.<em></em></p>
</blockquote>



<p>Con l&#8217;autore di questa poesia,&nbsp;<strong>Franco Fortini</strong>, un giorno di molti anni fa ebbi occasione di parlare della sua&nbsp;Lettera agli ebrei italiani. Mi scappò persino una battuta: “Come Paolo di Tarso!”. Fortini, Davide Maria Turoldo, Camillo De Piaz e altri&nbsp;volonterosi&nbsp;venivano a incontrarci in una &#8220;casa del dolore&#8221;, me e i miei compagni di ideali, di avventura e di sventura. Non ci parlarono mai da una cattedra per riportarci alla ragione. Ci si parlava con franchezza.&nbsp;</p>



<p>Quel giorno, ad un certo punto, si parlò anche dei valori universali dell&#8217;ebraismo di contro alla miopia degenerativa dei nazionalismi, cui nemmeno quello ebraico fa eccezione, mentre dovrebbe, proprio in virtù della storia dell&#8217;ebraismo e delle persecuzioni razziali. Si parlò delle allucinazioni razziste e della pretesa purezza del sangue. Mi ricordai allora, e lo dissi, che nelle arterie mi scorre lo 0 negativo, universalista fin nelle vene. Dissi ciò che pensavo, ovvero che l&#8217;unico sangue puro è quello degli innocenti e che tutto il resto, più o meno, col tempo si guasta.&nbsp;</p>



<p>Ci pensavo anche giorni fa quando, passando davanti a un&#8217;edicola, mi sono imbattuto in un titolo grondante cattiveria e altrui sangue spruzzato in prima pagina:<em>&nbsp;Il circo di Gaza</em>. Giganteggiava su un quotidiano nazionale, sempre uso, più o meno come certi altri suoi simili, a lucrare e a sguazzare tra le altrui lacrime, trattando le tragedie umane come burle, facendo sicuro affidamento sulla stupidità dei suoi lettori, degni del circo massimo e del pollice all&#8217;inverso. Osceno abuso della libertà di stampa! Ciò che riporto è solo un piccolo esempio che però si inserisce a pieno titolo nella &#8220;storia universale dell&#8217;infamia&#8221;, precisamente in quel capitolo in corso di svolgimento nella striscia di Gaza.&nbsp;</p>



<p>Contro questa infamia, nel giorno in cui scrivo queste povere righe, nella stessa Israele è in atto uno sciopero generale. In Israele comunque esiste e resiste una opposizione a quell&#8217;infamia. Anche se è un&#8217;opposizione minoritaria, per me acquista maggior valore. Scrivo e ribadisco la parola infamia nel preciso significato etimologico del termine. Chi ha voluto e pubblicato quel titolo derisorio della tragedia palestinese, ovviamente dirà che con il termine &#8220;circo&#8221; intendeva smascherare i clowns della sinistra. Per quanto della sinistra siano rimasti oramai più che altro dei giocolieri della parola, pronti a intrupparsi (a parole) coi cavalieri teutonici, coi neonapoleonici e persino coi neonazisti nella nuova crociata contro la Rus’ (come da plurisecolare tradizione, dal medioevo ad oggi), il senso di quel titolo, come di tanti altri, è ben chiaro. Chi lo ha voluto e pubblicato, in altri tempi, al tempo della svastica dilagante e trionfante su tutti i fronti europei, avrebbe intitolato il suo commento&nbsp;<em>Il circo di Varsavia</em>, in spregio al dolore e alle lacrime degli ebrei del ghetto. Mi sono ritornate in mente le bestemmie pronunciate da un&#8217;eurodeputata, italiana per nostra vergogna, che giorni fa, in un parlamento europeo semideserto – come sempre quando si tratta dello sterminio dei semiti di serie b – in fin dei conti giustificava l&#8217;uccisione dei bambini di Gaza in quanto “figli di terroristi”. In altri tempi, gente della stessa pasta di quella degna rappresentante dei suoi elettori avrebbe giustificato l&#8217;uccisione dei figli dei &#8220;perfidi giudei&#8221; fin nella culla. Insomma, se credessi alla dottrina della reincarnazione, direi che si tratta delle stesse anime nere ritornate dalle fogne dell&#8217;inferno a governare &#8220;l&#8217;aiuola che ci fa tanto feroci&#8221;.</p>



<p>Però c&#8217;è di peggio delle anime nere. Ci sono le anime belle, benpensanti e, peggio ancora, la massa amorfa delle anime indifferenti. Ci sono gli ignavi e gli ipocriti, a cominciare dalla stragrande maggioranza dei leader europei, della stragrande maggioranza dei direttori dei giornali e dei telegiornali che, al massimo, blaterano ancora di &#8220;due popoli e due stati&#8221; e di riconoscimento dello Stato di Palestina. Se fossero sinceri, per prima cosa dovrebbero imporsi con tutti i mezzi di cui dispongono sostenendo almeno il diritto all&#8217;esistenza in vita dei palestinesi; invece perlopiù biascicano e belano, codardi e timorosi come sono soprattutto di urtare la &#8220;sensibilità&#8221; di forze, palesi e occulte, che possono compromettere o addirittura stroncare la loro carriera. Si riempiono la bocca di &#8220;valori europei&#8221; (quali? gli eurodollari? gli ideali o gli intascati?), ma non rinuncerebbero a un mese di gratifica per tutto ciò in cui dicono di credere. Però c&#8217;è dell&#8217;altro.&nbsp;</p>



<p>In un articolo che ho letto di recente, un giornalista-analista di notevole intelligenza, di pasta ben diversa dal comune, suggerisce che la vecchia Europa, coi suoi 450 milioni di abitanti (perlopiù sul viale del tramonto), si faccia carico di accogliere un rifugiato palestinese ogni 10.000 anime, dal momento che, se davvero si vuole uno stato, servono almeno dei sopravvissuti che lo popolino. L&#8217;intenzione è sinceramente umanitaria, per quanto vi si potrebbe rilevare qualcosa di inquietante: persino gli invasati coloni della Cisgiordania accoglierebbero la proposta con grida di giubilo. Il trasferimento in Europa dei palestinesi sarebbe certo meno doloroso della deportazione di due milioni di persone in paesi già martoriati come la Libia, come il sud Sudan o come l&#8217;Uganda (ancora l&#8217;Uganda, la terra vagamente promessa dai padroni dell&#8217;Africa orientale al sionismo nascente!). Nello stesso articolo, il giornalista sostiene che l&#8217;iniziativa potrebbe partire anche da un solo paese, ad esempio l&#8217;Italia, dando comunque per scontata la reazione xenofoba che ne deriverebbe. L&#8217;Italia, anzi la Padania, è infatti il paese che ha dato i natali all&#8217;illustre Salvini, il più sfegatato fan del governo israeliano dai tempi del defunto senatore Spadolini, quello che da giovine, al tempo in cui gli ebrei venivano sterminati, era un fan repubblichino e, da adulto, un riciclato illustre leader repubblicano, presidente del gran consiglio, uomo di grossa stazza morale, ecc. Di recente, il caporale leghista, travestito da Golem di Padania, è stato insignito del premio Italia-Israele 2025. Il cinismo di chi glielo ha assegnato va al di là di qualunque commento. Insomma, non solo si vende un &#8220;mondo al contrario&#8221;, ma si spaccia la storia al rovescio. Per cui è meglio non fare affidamento sull&#8217;Italia per il soccorso ai palestinesi. Meglio però farebbe persino l&#8217;estrema destra ebraica a non fidarsi dei Gasparri e dei Salvini, a parte il fatto che diffida di chiunque.</p>



<p>A me invece è venuto in mente un altro paese che potrebbe e dovrebbe avviare l&#8217;iniziativa di salvataggio dei salvabili. Quale? L’Inghilterra! Di recente il premier britannico si è detto favorevole al riconoscimento dello Stato di Palestina, dopo oltre un secolo dalla famosa Dichiarazione di quel lord che gli irlandesi avevano appellato &#8220;Bloody Balfour!&#8221;, nome che i palestinesi non smetteranno mai di benedire, se mai ne resteranno. Ma in attesa che lo stato promesso ai palestinesi sorga non si sa dove e quando, dal momento che si tratta di una promessa menzognera, l&#8217;Inghilterra potrebbe accogliere un ferito, un bambino, e persino un moribondo ogni diecimila abitanti del Regno Unito. Potrebbe incaricare il suo ministro degli esteri di formulare una dichiarazione tipo quella che di seguito mi permetto di abbozzare:</p>



<p>&#8220;10 Downing Street, London&#8230;</p>



<p>Egregio Gran Muftì di Gerusalemme,</p>



<p>È mio piacere fornirle, in nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sincero rammarico per i cent&#8217;anni di sciagure riversatesi su generazioni di palestinesi a causa della lettera del 2 novembre 1917 del mio illustre predecessore, lord Balfour, il quale, nel corso dell&#8217;odierna seduta spiritica del gabinetto dei ministri, si è manifestato e ci ha dichiarato:&nbsp;&nbsp;</p>



<p><em>&#8220;Voglia il governo di Sua Maestà vedere con favore la costituzione nel Regno Unito di un focolare nazionale per il popolo palestinese, e adoperarsi per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla dovrà essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non palestinesi nel Regno Unito, né i diritti e lo status politico dei palestinesi nelle altre nazioni&#8221;.</em></p>



<p>Le sarò grato se vorrà portare la nuova dichiarazione Balfour a conoscenza dell&#8217;Autorità nazionale palestinese, dichiarazione che è stata sottoscritta e approvata dal governo di Sua Maestà al termine della stessa seduta spiritica.</p>



<p>Sinceramente suo&#8230;&#8221;</p>



<p>Una simile dichiarazione da parte dell&#8217;attuale segretario di stato per gli affari esteri del Regno Unito, certo non potrebbe far risorgere i morti.&nbsp;Non ci sono parole che possano&nbsp;compensare cent&#8217;anni di sofferenze causate dalla dichiarazione di un lord a cui non importava né degli ebrei né dei palestinesi, se non come pedine della scacchiera coloniale. Balfour, infatti, scrivendo al barone Rothschild, il gran signore della finanza, non era certo mosso dalla compassione per i poveri ebrei che erano giunti e che sempre più, nei neri anni a venire, avrebbero cercato di raggiungere anche l&#8217;Inghilterra fuggendo dalle persecuzioni nell&#8217;Europa orientale. (Consiglio ai lettori il monumentale libro-testimonianza di Jeffrey Veidlinger,&nbsp;professore di Storia e Studi giudaici presso la University of Michigan:&nbsp;<a href="https://www.rizzolilibri.it/libri/lolocausto-prima-di-hitler/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>L&#8217;Olocausto prima di Hitler. 1918-1921. I pogrom in Ucraina e Polonia alle origini del genocidio degli ebrei</em>, Rizzoli, 2023</a>) No, dei poveri lord Balfour voleva solo liberarsi, come l&#8217;illustre economista Robert Malthus. Ovviamente c&#8217;erano altre ragioni di dominio coloniale, ma una delle principali era quella di dirottare l&#8217;emigrazione ebraica verso una terra dove potesse servire allo scopo. Insomma, se al mondo ci fosse anche solo un briciolo di giustizia, il governo britannico, i popoli britannici, come riparazione dovrebbero essere i primi ad accogliere i palestinesi a braccia aperte. E invece&#8230; Ho cominciato con le parole di Franco Fortini e concludo con le parole del pastore luterano di Betlemme, Munther Isaac, pronunciate nella predica di Natale dell&#8217;Anno Domini 2023:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>&#8220;Noi palestinesi ci risolleveremo, l&#8217;abbiamo sempre fatto,<br>anche se questa volta sarà più difficile.<br>Non so voi però, voi che siete rimasti a guardare<br>mentre ci sterminavano.<br>Non so se potrete mai risollevarvi.&#8221; </p>
<cite><em>Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza</em>, Fazi Editore, 2025</cite></blockquote>



<p><strong>Enzo Fontana</strong></p>



<p><em>*In copertina: un&#8217;opera di Otto Dix</em></p>
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		<title>“Attraverso la scrittura possiamo conservare i nostri ricordi delle case che sono state rase al suolo…”</title>
		<link>https://www.pangea.news/parole-gaza-antonio-coda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Aug 2024 04:03:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Coda]]></category>
		<category><![CDATA[Atef Abu Saif]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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		<category><![CDATA[parola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Atef Abu Saif e del suo Diario di un genocidio ho saputo leggendo un’intervista di Francesca Borri pubblicata sul Venerdì di Repubblica di maggio scorso. Lo sto leggendo per approfondire la riflessione e la confutazione su quanto scritto di recente da Massimo Cacciari a proposito al rigurgito degli imperi morenti: “la parola non ha [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/parole-gaza-antonio-coda/">“Attraverso la scrittura possiamo conservare i nostri ricordi delle case che sono state rase al suolo…”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Di Atef Abu Saif e del suo <strong><em><a href="https://www.ibs.it/diario-di-genocidio-60-giorni-libro-atef-abu-saif/e/9791222500195" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Diario di un genocidio</a></em></strong> ho saputo leggendo un’intervista di Francesca Borri pubblicata sul <em>Venerdì di Repubblica</em> di maggio scorso. Lo sto leggendo per approfondire la riflessione e la confutazione su quanto scritto di recente da Massimo Cacciari a proposito al rigurgito degli imperi morenti: “<em>la parola non ha più valore</em>”.</p>



<p>Come tutto ciò che muore, gli imperanti non accettano qualcuno e qualcosa possano sopravvivergli, perciò ricorrono all’antico trucco disponibile per distruggere tutto assieme a sé. È la guerra che i morti, coloro che sanno di essere già morti, dichiarano ai vivi, a coloro che possono ancora credere di appartenere più alla vita che alla morte. <strong>Ma i morti non me li vedo a provare invidia o antipatia per i vivi. La morte è una condizione definitiva e appagante quanto la vita. Sono i moribondi a provare gelosia.</strong> Così come non avranno saputo stare nella vita i moribondi presentiranno di non saper stare nella morte. Perciò allargano il conflitto. Non devono essere neppure la vita o la morte a irritarli. Deve essere l’idea del saper stare assieme in armonia di vita e morte a offenderli, infuriarli. I moribondi, i putrefatti in corso, detestano tutto ciò che ricorda la pace in cui non hanno mai saputo stare.&nbsp;</p>



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<p>Leggo Atef Abu Saif perché io non credo la parola non abbia più valore o che ci sia mai potuto essere un tempo in cui non lo avesse. La parola <em>è</em> il valore, compreso quello di non assegnarsene, di dichiarare quale parola abbia valore e quale no, la parola di chi lo abbia e chi non abbia valore e dunque neanche parola.</p>



<p>Atef Abu Saif racconta la Striscia di Gaza da dentro, dal suo essere trasformata in baratro. È dal suo diario, da “Sabato 7 ottobre / Primo giorno”, che scopro chi sono state le “prime due vittime di questa guerra”: “<a>i</a>l giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish, stava nuotando proprio come noi nel mare di fronte al campo Nuseirat, quando è stato ammazzato, assieme a un amico, da un missile lanciato da una nave militare.”</p>



<p>Come si definisce l’inizio della nuova conta, della nuova guerra di Israele ai palestinesi di Gaza? Fin qui, e ho letto i primi dieci giorni, fino a lunedì 16 ottobre, Atef Abu Saif non ha scritto dell’aggressione di Hamas a Israele, dell’attacco terroristico di Hamas, delle vittime civili e militari di Israele. Perché, così la leggo io, Atef Abu Saif non ha aggredito in nessun modo Israele ma è Israele ad aver lanciato missili dove lui stava nuotando. A distruggere il posto in cui vive. Le azioni di Atef Abu Saif non hanno influito sulla vita degli israeliani<a> </a>ma la guerra dichiarata da Israele ad Hamas rivalendosi su tutta Gaza sì, influisce eccome.</p>



<p>Ho scritto: “Le azioni di Atef Abu Saif non hanno influito sulla vita degli israeliani” ma scrivere questo significa però concordare con Massimo Cacciari quando scrive “la parola non ha più valore”.</p>



<p>Mi correggo: le azioni di Atef Abu Saif, che sono le sue parole, mi auguro abbiano agito, agiscano su chi le legge, compresi gli israeliani. Le parole di Atef Abu Saif erano pubblicate per tempo sui quotidiani prima di diventare il libro che sto leggendo. <strong>Queste le proporzioni: Atef Abu Saif scrive parole in risposta ai militari israeliani che lanciano missili su Gaza a seguito della volontà dei decisori politici di Israele, obbedendo a ordini dati, a parole m’immagino messe per iscritto, ufficiali.</strong> Sono state le parole espresse in comandi a provocare il lancio del missile che ha ucciso il giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish e il suo amico.</p>



<p>Domenica 8 ottobre, il secondo giorno, Atef Abu Saif scrive che suo figlio Yasser “a quindici anni ha vissuto solo due guerre”. Resto sulla parola ‘<em>solo</em>’. Ho quarantadue anni e non ho vissuto nessuna guerra. I miei genitori ne hanno più di settanta, e neppure. Siamo venuti dopo l’ultima guerra che per noi è quella mondiale finita nel ’45 del secolo scorso. Quanto valore ha la parola ‘<em>solo</em>’ scritta da Atef Abu Saif a proposito di suo figlio che a quindici anni ne ha vissute già due? Perché “<em>già</em>” è la parola che avrei scritto io, non “<em>solo</em>”. Avrei scritto: “a quindici anni ha vissuto <em>già </em>due guerre”, perché io non ne ho vissuta nessuna mentre Atef Abu Saif a 51 anni non so a quante sia sopravvissuto. Dalla nota biografica sull’aletta: “<em>è nato nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza</em>.” È nato profugo. Dal Secondo giorno: “<em>Avevo appena due mesi quando scoppiò la mia prima guerra.”</em> Quando scrive “<em>ha vissuto solo due guerre</em>” sta scrivendo che si aspetta suo figlio ne vivrà altre, ne dovrà vivere altre. Se sarà sopravvissuto. Se avrà vinto le altre nell’unico modo che è dato a chi le guerre non le sceglie, le subisce: sopravvivendo. Il Quinto giorno Atef Abu Saif scrive: “Ricordo di aver detto a un giornalista alla fine della guerra del 2014 che avevo vinto perché ero sopravvissuto. In seguito, mentre cammino lungo Nasser Street, mi rendo conto che l’unica vittoria sarebbe la liberazione.”</p>



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<p>Le parole hanno maggiori probabilità di sopravvivenza, se non si cede all’inganno di chi vuole farle passare per lettere morte.</p>



<p>Lunedì 9 ottobre, Terzo giorno, Atef Abu Saif scrive: “È facile, penso, costruire una bomba, progettare un aereo, un carro armato o un drone per farla esplodere. Queste cose sono facili, semplici. Ciò che è difficile è immaginare il caos e la devastazione causati da questi dispositivi”.</p>



<p>Non credo sia facile costruire una bomba, o almeno io non la saprei costruire, mai mi sognerei di seguire un tutorial online per fabbricarne una, sono certo mi farei esplodere e mica solo le dita come con un petardo. Così come non saprei progettare un carro armato o il drone che dovrebbero sganciarla. Ma so che immaginare è più difficile di costruire, è più difficile di immaginare. <strong>Per me, per esempio, è difficilissimo immaginare persone che costruiscono bombe, che progettano aerei e droni per sganciarle, che allo stesso tempo siano capaci di figurarsi gli effetti di quelle bombe. Il dolore provocato da quelle bombe. Le morti umane provocate.</strong> Si diranno, mi immagino: io sto facendo il mio lavoro. Costruire una bomba non significa doverla sganciare. Costruire una bomba, una atomica magari, può essere l’unico buon modo per evitare di sganciarla invece. L’alibi è perseguire la deterrenza. Più bombe costruisci, più bombe il nemico sa che stai costruendo, più il nemico farà in modo di non farsele sganciare addosso, più il nemico eviterà di farti dichiarare guerra. Le armi garantiscono la pace, se con le parole si dà valore a questa teoria fasulla. Le parole, dicendo questo, stanno approvando una strategia di prepotere. Così chi ha più armi non garantisce la pace, garantisce solo il suo predominio. Il suo ricatto di potenza. Per evitare che una bomba esploda e uccida non c’è altro modo che il non costruirla. Non costruire armi è più difficile che continuare a costruirle, questa è la verità. Economicamente a vantaggio degli imperanti moribondi.</p>



<p>“Mio cugino Munier è rimasto ferito nell’attacco di Al-Fakhoura. Ha perso entrambi gli occhi ed è rimasto completamente sfigurato”. Durante il terzo giorno Atef Abu Saif ricorda come nel gennaio 2009 fu colpita da Israele la scuola dell’UNRWA battente bandiera ONU. Nella scuola si era rifugiato suo cugino Munier. Le parole “<em>ferito</em>”, “<em>occhi</em>”, “<em>sfigurato</em>.” L’uomo di nome Munier si era rifugiato in una scuola sperando così di non essere bombardato ma fu bombardato lo stesso: perse gli occhi, rimase sfigurato. Le parole di Atef Abu Saif resteranno per raccontare per sempre di questa violenza, di questo dolore. Sapremo mai chi bombardò la scuola? Chi eseguì l’ordine, chi lo emanò? Ecco le parole che mancano a questa storia. Ecco le parole che hanno portato questa storia oltre l’insignificanza in cui si prova a diluire, a nascondere la violenza.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="668" height="1000" src="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-100603" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_.jpg 668w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2024/08/51Ku-YY2C1L._AC_UF10001000_QL80_-600x898.jpg 600w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></figure>



<p>Martedì 10 ottobre, quarto giorno. “Mamoun, uno dei miei migliori amici, ha speso i risparmi di una vita in questo attico a due piani, trasformandolo nel suo paradiso. Ora non c’è più, come la maggior parte del quartiere.” La crisi bradisismica flegrea da maggio scorso mi ha reso uno sfollato. Ho perso casa. Troppo facile prendersela con la natura quando la responsabilità è dovuta al lassismo urbanistico ma in ogni caso perdere casa per un terremoto è tutt’altro che perderla perché un missile l’ha distrutta assieme alla maggior-parte-del-quartiere. “Quando è arrivata, la prima esplosione ha sollevato l’intero hotel in aria per vari metri” scrive Atef Abu Saif. Quanto si avvicina la mia esperienza delle scosse di terremoto all’esperienza di un edificio scosso da una esplosione? Non abbiamo che le parole per provare a capirlo, confrontandole, mettendole assieme.</p>



<p><strong>Ogni altro giorno raccontato da Atef Abu Saif è così: contiene qualcosa di valore che le parole hanno reso indistruttibile (certo, fin quando ci saranno copie leggibili del suo libro, finché ci sarà chi le leggerà). Qualcosa che resta anche dopo il suo essere stato distrutto. </strong>Resta il giovane poeta e musicista Omar Abu Shawish prima che fosse ucciso da un missile. Resta Munier prima che in una scuola perdesse entrambi gli occhi e rimasse sfigurato per sempre. Resta l’attico di due piani di Mamoun prima che fosse distrutto. Le parole ricordano il valore distrutto da chi usa le parole per lanciare missili, per distruggere il valore umano custodito e tramandato dalle parole.</p>



<p>Come può vincere una guerra chi dalla sua ha parole per scriverci un libro se la sua controparte ha dalla sua le parole per lanciare i missili? Lo chiedo però non ai cinici secondo cui uno scrittore, se sopravvive, da una guerra ci guadagna: così scrive libri, glieli traducono anche all’estero. Atef Abu Saif è lo scrittore da un paese che non c’è, non c’è ancora, che non è detto riuscirà mai a esserci, di un popolo che non ha una terra ma che ha una letteratura, una lingua, che ha le parole per affermare, custodire e tramandare il proprio valore che resiste al tentativo di essere svalorizzato, ammutolito, nientificato. Con la parola si sopravvive, e si vince se per vittoria intendiamo chi non si arrende all’oblio imposto dalla prepotenza.</p>



<p>Scrive Atef Abu Saif il <em>Decimo giorno</em>: “Per dieci lunghi minuti piango disperatamente.” Quando queste parole sono contenute in un <em>Diario di un genocidio</em> credo sia tutt’altro che accademico o aleatorio o domenicale se venga riconosciuto loro un valore o se no.</p>



<p>(<em>Se leggo </em>Diario di un genocidio<em> e non mi urge contestarlo fin dal titolo sono antisemita o sto con Hamas o non riconosco a Israele nessun diritto all’autodifesa o nego la specificità dell’Olocausto o sono di quelli che “Leggo anche scrittori israeliani ma…” o in ogni caso per me vale uno dei qualsiasi ricatti morali per cui se dai valore a qualcosa di palestinese ti stai automaticamente schiarando con chi va a caccia di argomenti per poter dire male degli ebrei al di là di chi siano o facciano o dicano? Lo leggo perché credo sia un esempio lampante del valore proustiano delle parole. Dal Dodicesimo giorno: </em>“Attraverso la scrittura possiamo mantenere vivi i luoghi, possiamo conservare i nostri ricordi delle strade che sono macerie, delle case che sono state rase al suolo… Qualcuno deve dimostrarci che nessuno ha il diritto di porre fine alla vita.<em>” Decisamente preferisco chi dà la parola, mettendoci del suo, a chi dà la morte, togliendo agli altri</em>.)</p>



<p><strong><em>antonio coda</em></strong></p>



<p><em>*In copertina: Oskar Kokoschka, La tempesta, 1914</em></p>
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