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	<title>Franco Archivi - Pangea</title>
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	<description>Rivista avventuriera di cultura&#38;idee</description>
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		<title>Il Goya con cui Franco sperava di sedurre Hitler. Storia formidabile della “Marchesa di Santa Cruz”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2020 09:59:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Joaquina Téllez-Girón, seconda figlia del duca di Osuna, era una divina, una di quelle donne che costituiscono la stella polare di un’epoca. Bella, bellissima, nel salotto di Madrid ospitò i più importanti artisti del suo tempo, che provvedeva a remunerare con commissioni e regalie. Il matrimonio con José Gabriel de Silva-Bazán y Waldstein la rese, [&#8230;]</p>
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<p><strong><a href="https://es.wikipedia.org/wiki/Joaquina_T%C3%A9llez-Gir%C3%B3n_y_Pimentel" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Joaquina Téllez-Girón</a>, seconda figlia del duca di Osuna, era una divina, una di quelle donne che costituiscono la stella polare di un’epoca. Bella, bellissima, nel salotto di Madrid ospitò i più importanti artisti del suo tempo,</strong> che provvedeva a remunerare con commissioni e regalie. Il matrimonio con José Gabriel de Silva-Bazán y Waldstein la rese, nel 1802, <strong>Marchesa di Santa Cruz</strong>: tre anni dopo Francisco Goya la dipinse nelle vesti di Euterpe, musa della lirica. Il geniale pittore l’aveva dipinta molti anni prima, nel 1788, aveva quattro anni, nel quadro familiare – paiono tutti angelici pupazzi – <em>Los duques de Osuna y sus hijos</em>. <em>La marchesa di Santa Cruz </em>è adagiata sul divano, la lunga veste bianca le lascia scoperte braccia e parte del petto, alla moda di Paolina Bonaparte. <strong>Si appoggia a una cetra, stringe un fazzoletto bianco, il volto, da bambola, ha il viso fermo, spietato, di chi miete flotte di amanti e ammiratori.</strong></p>



<p>*</p>



<p>Il quadro di Goya, di bronzea classicità, di solito al Prado, di cui la marchesa fu, ai suoi tempi, responsabile, <strong>è ora al <a href="https://www.museobilbao.com/exposiciones/obras-maestras-de-la-coleccion-valdes-287" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Museo de Bellas Artes di Bilbao</a>, ed è il cuore di un intrigo.</strong> La mostra impila le opere che furono proprietà di Félix Fernández-Valdés (1895-1976), uomo d’affari basco che in una vita ha collezionato più di 400 capolavori, da El Greco a Ribera, da Zurbaran a Murillo, Van Dyck e Goya, appunto. La storia del ritratto della marchesa – <a href="https://elpais.com/cultura/2020-10-06/una-exposicion-reconstruye-la-misteriosa-historia-del-cuadro-de-goya-que-franco-robo-para-hitler-y-vendio-a-un-empresario.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dettagliata da Peio H. Riaño su “El País”</a> – s’incunea nelle oscurità della Storia, specie di cristallo tra i denti di un molosso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="769" height="1024" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-769x1024.jpg" alt="" class="wp-image-80166" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-769x1024.jpg 769w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-225x300.jpg 225w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-768x1023.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-1153x1536.jpg 1153w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos-300x400.jpg 300w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2020/10/Los_duques_de_Osuna_y_sus_hijos.jpg 1441w" sizes="(max-width: 769px) 100vw, 769px" /></figure>



<p>*</p>



<p>In sostanza: l’opera, mostrata al Prado nel 1928, per una antologica dedicata a Goya, fu portata in Svizzera durante i torbidi della Guerra Civile. <strong>Il quadro rientra in Spagna nel 1940 e Francisco Franco, il <em>Caudillo</em>, ordina di acquistarlo dai proprietari, la famiglia Silva, per un milione di pesetas. La strategia di Franco era letale: conquistare Hitler con la bellezza, durante l’incontro di Hendaye, accaduto il 23 ottobre 1940.</strong> “Nel corso dei secoli, molti potenti sono stati conquistati con la pancia. Hitler era incline a una dieta vegetariana e temeva di essere avvelenato. Doveva quindi essere sedotto con altri mezzi. L’arte – come si sa, fu un pittore sfortunato e frustrato in gioventù – era una delle sue debolezze. Quando Franco pensava che il leader nazista potesse conquistare il mondo, cercò di avvicinarlo. Cominciò donandogli tre opere di Ignacio Zuloaga, un artista che Hitler ammirava. Il pezzo forte, però, sarebbe stato <em>La marchesa di Santa Cruz </em>di Goya… Il tedesco, da parte sua, avrebbe ricambiato con una Mercedes ultimo modello” (Jesús Ruiz Mantilla, <em><a href="https://elpais.com/cultura/2018/03/05/actualidad/1520274111_034357.html?rel=listapoyo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">El ‘goya’ con el que Franco quiso conquistar a Hitler</a></em>).</p>



<p>*</p>



<p><strong>La scelta di quel quadro di Goya non era semplicemente estetica: sulla cetra maneggiata dalla marchesa è inciso il simbolo del <em>lauburu</em>, la croce basca, segno di matrice celtica, probabilmente, assai simile alla svastica.</strong> In ogni caso, l’abboccamento andò male: il quadro restò alla dogana di Hendaye, gli eventi bellici costrinsero Hitler ad altre malie. Nel 1944 l’opera è segnalata al Prado; tre anni dopo fu acquistata da Félix Fernández-Valdés per 1,5 milioni di pesetas, pagati a Francisco Franco Salgado, cugino di Franco. Dopo la morte del collezionista, la sua collezione aurea fu spezzettata tra gli eredi, a tratti dissipata. Il quadro di Goya fu infatti venduto in Inghilterra nel 1983; tre anni dopo appare presso una casa d’aste, proprietà di tale Lord Wimborne. Il governo spagnolo, denunciando che l’opera era espatriata illegalmente, bloccò l’asta, incamerò il bene. Con l’obbligo di risarcire il lord inglese, tuttavia: l’operazione costò sei milioni di dollari. Ovvio… la bellezza non ha prezzo.</p>
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		<title>“La fine è tutto fuorché la fine”: su Roy Campbell, il poeta che salvò Giovanni della Croce dal rogo e che Tolkien trasfigurò in Aragorn</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Jun 2019 04:28:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 6 ottobre del 1944, al figlio Christopher, J.R.R. Tolkien scrisse così: “Si tratta di un discendente dei protestanti dell’Ulster, di famiglia sudafricana. Quasi tutti i suoi avi hanno fatto entrambe le guerre. Lui si è convertito al cattolicesimo dopo aver fatto da scudo ai padri carmelitani di Barcellona contro i comunisti – invano, però, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 6 ottobre del 1944, al figlio Christopher, J.R.R. Tolkien scrisse così: “Si tratta di un discendente dei protestanti dell’Ulster, di famiglia sudafricana. Quasi tutti i suoi avi hanno fatto entrambe le guerre. Lui si è convertito al cattolicesimo dopo aver fatto da scudo ai padri carmelitani di Barcellona contro i comunisti – invano, però, furono tutti catturati e passati per le armi, lui stesso per poco non ci rimise la pelle. Ma ha messo le mani sull’archivio dei Carmelitani e l’ha posto in salvo dagli incendi di guerra, trascinandoselo per tutta la Spagna in mano ai rossi. <strong>Impossibile, in ogni caso, darti una idea del suo carattere: soldato e poeta, e per giunta convertito</strong>. <strong>Quanto di più lontano dalla sinistra-panzer in velluto a coste:</strong> tanto panzer che è corsa al riparo negli Stati Uniti”. Poi Tolkien relaziona il figlio in merito alla scrittura del <em>Signore degli Anelli. </em><strong>L’incontro con quel poeta combattente, tra le fiamme della fede, avvenuto qualche giorno prima, lo ha folgorato. Sarà lui, dicono alcuni, l’icona, l’idea primordiale, intorno a cui tessere il personaggio di Aragorn</strong>, ‘Grampasso’, l’erede che elude la regalità, il re ridotto a vagabondo.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Tolkien – nato in Sudafrica pure lui, e non è un dato trascurabile – sapeva guardare oltre l’artiglio dei pregiudizi. <strong>Roy Campbell, più giovane di lui di dieci anni, portava il marchio del reietto, pensava che la parola poetica dovesse essere giustificata da scelte radicali, era un vagabondo, ostaggio di incomprensioni e di fraintendimenti</strong>, braccato da una colpa che aveva lavorato a lungo, con abilità orafa.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-67733 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro1-e1559383084146-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-e1559383084146-200x300.jpg 200w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro1-e1559383084146.jpg 293w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" />L’episodio miliare nella vita di Campbell accade nel marzo del 1936. Campbell è in Spagna da tre anni, <strong>è un uomo devoto alle vertigini, si dà al morso della Chiesa cattolica. Da Barcellona, passa a Toledo, vive insieme ad alcuni carmelitani, la Spagna arde di guerra.</strong> I repubblicani avanzano, assediano Toledo: gli stessi padri che confermano Roy Campbell e la moglie nella fede – a cui si aggiunge la benedizione del Cardinale Isidro Gomá y Tomás, in un rito serale di allucinato valore simbolico – vengono accerchiati, predati, uccisi, <strong>“in un’atmosfera che doveva ricordare in modo sinistro le catacombe dei primi cristiani… i diciassette monaci del Carmelo vengono condotti in strada e fucilati. Campbell scopre i loro corpi. Sul muro di una chiesa campeggia la scritta, ‘così colpisce la Cheka’”</strong> (Joseph Pearce). Lì, Roy Campbell sceglie. Sta al fianco di Franco – dalla parte sbagliata. Mentre gli intellettuali formidabili pendono ‘a sinistra’, Campbell opta per l’altro mondo. Soprattutto, mette in salvo dai tesori dei carmelitani i libri di Giovanni della Croce, che altrimenti sarebbero stati bruciati insieme agli arredi del monastero. Li tradurrà, con furore mistico che dicono speciale. “Mi è stato maestro”, dice, il poeta, del mistico. Intanto, tutti gli voltano le spalle.</p>
<p>*</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Aveva già rotto i ponti – e le scatole – prima della guerra civile spagnola, Roy Campbell, rampollo di buona famiglia anglofona, nato a Durban, Sudafrica, nel 1901</strong>, approdato in Inghilterra, a Oxford – ma non entrò a studiare – esattamente un secolo fa, subito ben introdotto – piaceva a Wyndham Lewis e a Thomas S. Eliot – con ansie un poco mitomani, di certo suicidali. Campbell pigliava la vita a morsi: diseredato dalla famiglia d’origine, <strong>nel 1924 porta all’altare l’audace e selvatica Mary Margaret Garman, ricca, affiliata ai Bloomsbury di Virginia Woolf. Roy diceva che Mary era qualcosa tra Saffo e Santa Teresa d’Avila: di certo, lei si diede, maritata, a una relazione saffica con Vita Sackville-West. </strong>La cosa diede noie alla Woolf e mandò in rabbia Roy, poeta volitivo, con i cappelli a tesa larga, un po’ Baudelaire un po’ Indiana Jones. La vendetta fu incisa nell’acido: <em>The Georgiad </em>è una satira spietata contro gli intellettuali inappetenti alla vita, instabili, tutta mente e niente carne, che speculano di vasti temi ‘sociali’ dalla gabbia di cristallo della loro australe austerità. Roy Campbell aveva capito molto della malia e della finzione del letterato. Chiaramente, non gliela perdonarono: nel 1930 Roy, moglie e figli si trasferiscono in Provenza, poi sarà l’ora spagnola. <strong>A leggere i ricordi della figlia, Anna, Roy e Mary furono genitori incapaci – “non ci hanno mai spiegato come ci si siede a tavola… o quando bisogna cambiarsi le mutande”</strong> – che quasi sempre affidavano i pargoli a tate improvvisate. In ogni modo, il matrimonio durò, fortificato, forse, dall’estetica conversione di entrambi.</p>
<p style="text-align: justify;">*</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto, piuttosto, è questo. <strong>Roy Campbell è uno dei più potenti poeti in lingua inglese del secolo scorso. L’opera più grande la scrive a 23 anni, nel 1924, s’intitola <em>The Flaming Terrapin</em>, è un poema di altisonante vitalità, quasi il controcanto alla pallida <em>Terra desolata </em>di Eliot (che amava molto il bistrattato Roy).</strong> Se non avete mai sentito dire di Roy Campbell, non fatevene un cruccio: in Italia non l’ha tradotto nessuno. Anche in UK, in effetti, nonostante la folta bibliografia (e la biografia di Joseph Pearce, <em>Unafraid of Virginia Woolf: The Friends and Enemies of Roy Campbell, </em>2004), se possibile evitano di pubblicarlo. Eccessivo in tutto – soprattutto nel linguaggio lirico, grave di immagini, pieno di bordate retoriche, magnetico – Roy Campbell, nel 1939, pensa bene di pubblicare un poema satirico che esalta, con verve, la vittoria di Franco, <em>Flowering Rifle: A Poem from the Battlefield of Spain </em>– con cui si garantisce la <em>damnatio memoriae</em> e l’epiteto – tornato di moda – di poeta “fascista”. In realtà, durante la Seconda guerra si scaglia contro i Nazi, prega di essere arruolato nella British Army, continua a sfottere i poeti che blaterano bene di Hitler dagli attici newyorchesi ma non scendono a combattere, fu inviato a Nairobi e a Mombasa, ma invero, falciato dalla malaria, combatterà poco. C.S. Lewis, a differenza di Tolkien, non lo sopportava, “ha il lezzo tipico dei cattolici fascisti”, diceva. <strong>Roy trovò da fare alla BBC, diventò amico intimo di Dylan Thomas – più che parlare di affari letterari si gettavano a bere come disperati. Durante una lettura pubblica, diede un cazzotto a Stephen Spender, colpevole, insieme a Auden, di essere un poeta senza spirito, solo parole al vento e condanne rivolte all’aria, sovietico per vezzo. Spender, tuttavia, continuò a dire “è un grande poeta… dovete capirlo”. <img decoding="async" class="size-medium wp-image-67734 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2019/06/libro2-e1559383153754-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-e1559383153754-187x300.jpg 187w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2019/06/libro2-e1559383153754.jpg 499w" sizes="(max-width: 187px) 100vw, 187px" /></strong>Dal 1952 si mosse verso il Portogallo di Salazar: conosceva gli stenti, pensava con amore al martirio, scrisse la sua autobiografia, <em>Light on a Dark Horse. </em>Dopo aver letto le sue traduzioni di Giovanni della Croce, pare che Borges fosse stato sul punto di convertirsi seduta stante, poi sbottò, sono migliori dell’originale. Tradusse anche Rimbaud, anche Baudelaire, e morì, in un incidente stradale, vicino a Setúbal, nel 1957, il lunedì di Pasqua. <strong>“Al momento dello schianto che lo ha ucciso, la reputazione di Campbell era pari a quella dei più alti poeti del tempo. La sua ruvida personalità, incisa nel diamante, la sua capacità narrativa irrefrenabile, furono accolte con stupore nella Londra del dopoguerra. Anche se ha continuato a maltrattare l’establishment della sinistra in modi eccessivi… fu considerato come uno dei più eminenti personaggi letterari dell’epoca. </strong>Per Evelyn Waugh era ‘grande, bello, semplice, dolce e selvaggio’, per Laurie Lee era ‘uno degli ultimi enormi artisti pre-tecnocratici, la cui poesia, come nel caso di Byron o di D’Annunzio, è un impegno fisico con la vita’. Fu ammirato da Thomas S. Eliot, che lo pubblicò, da Sitwell, che lo idolatrava, da Wyndham Lewis e da Charles Tomlinson”, scriveva dieci anni fa Roger Scruton, in un vasto articolo pubblicato su “The American Spectator”, <em><a href="https://spectator.org/40805_dark-horse/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">A Dark Horse</a>. </em><strong>“Campbell scrisse pentametri vigorosi, nei quali ha distillato la più prodigiosa serie di immagini, inebrianti di vita, mai letta in altri poeti del XX secolo. Era veemente, spesso satirico, a volte insostenibile. Era un avventuriero spericolato – era un sognatore di sogni”,</strong> scrive ancora Scruton. Non penso che esista didascalia più bella per un poeta – che di solito è uno sconfitto, certe volte sceglie la sconfitta, tenta, ingiustificato, una giustificazione estetica, mette il ‘bel gesto’ prima del buon cervello, si lancia, a scartavetrare l’identità. Che sia ancora tabù, che il suo nome sia al bando, è un vanto; che nessuno lo traduca, ancora, è idiozia cristallina, ormai consueta, purtroppo. Questi non sono tempi per i poeti – che sbagliano con ostinata arrendevolezza, perché qualcuno li baci in bocca. (<em>Davide Brullo</em>)</p>
<p>***</p>
<p>Contro il cielo oscurato si sono raccolti innumerevoli<br />
avvoltoi bellicosi che vogliono fioccare sul mio corpo;<br />
contro il debole arco della trama celeste<br />
dietro l’oscurità che incombe sulla notte ancora nascosta;<br />
contro il fatto che crediamo che la fine<br />
sia tutto fuorché la fine, e che la carne stravolta si sbricioli<br />
e che l’animo orgoglioso, preso a nolo dal suo tempio, cada<br />
nell’oscurità dove batte contro il vuoto dei venti<br />
in un vortice che percorre l’aria come fanno le zanzare – cos’è<br />
che ci marchia sulle cime di montagna,<br />
così senza paura sul ciglio dell’abisso,<br />
dove nello spazio del terrapieno roccioso e sottile sprofondano<br />
e sibilano i venti abbandonati?<br />
È il cantare, silente, dell’anima:<br />
<em>Contro i tempi che cambieranno e le età di tempesta che fluiscono, </em><br />
<em>io sono il vecchio cacciatore delle pianure </em><br />
<em>che affetta la pelle increspata del Bisonte: </em><br />
<em>parola d’ordine: io sono il sognatore che rimane per voi, </em><br />
<em>l’Uomo che si ritaglia nitido sull’ultimo orizzonte!</em></p>
<p><strong><em>Roy Campbell</em></strong></p>
<p><em>* la traduzione è di Andrea Bianchi</em></p>
<p><em>**In copertina: Roy Campbell e la moglie Mary, a sinistra, negli anni Venti, insieme al pittore Jacob Kramer e alla musa, Dolores</em></p>
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		<title>Uno scrittore che non teme l’iconoclastia e la strafottenza: storia dell’inafferrabile Max Aub (che scrisse la più bella delle biografie immaginarie)</title>
		<link>https://www.pangea.news/uno-scrittore-che-non-teme-liconoclastia-e-la-strafottenza-storia-dellinafferrabile-max-aub-che-scrisse-la-piu-bella-delle-biografie-immaginarie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Aug 2018 07:20:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Letterature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi è stato Max Aub e che cosa ha da dire ancora ai suoi lettori di oggi? Dare un giudizio complessivo su di lui è molto difficile senza ricostruire almeno parzialmente i suoi percorsi di scrittura e di vita. La poliedricità della sua produzione e i molteplici ruoli da lui impersonati (il commediografo, il romanziere, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/uno-scrittore-che-non-teme-liconoclastia-e-la-strafottenza-storia-dellinafferrabile-max-aub-che-scrisse-la-piu-bella-delle-biografie-immaginarie/">Uno scrittore che non teme l’iconoclastia e la strafottenza: storia dell’inafferrabile Max Aub (che scrisse la più bella delle biografie immaginarie)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Chi è stato Max Aub e che cosa ha da dire ancora ai suoi lettori di oggi? Dare un giudizio complessivo su di lui è molto difficile senza ricostruire almeno parzialmente i suoi percorsi di scrittura e di vita.</strong> La poliedricità della sua produzione e i molteplici ruoli da lui impersonati (il commediografo, il romanziere, il saggista, il diarista e l’inventore di biografie tra il serio e il faceto) rendono difficile individuare una linea interpretativa all’interno della sua opera fitta e complessa. L’opera di Max Aub risulta difficilmente etichettabile all’interno dei recinti della critica tradizionale e, soprattutto, rifugge a una definizione valida una volta per tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">I tempi letterari di Max Aub sono stati almeno due. Alla dimensione sperimentalistica, tutta fatta di intuizioni estemporanee e di provocazioni programmaticamente intriganti, è sempre stata collegata un’importante serie di opere maggiormente legate a forme di realismo critico, inaugurata da testi teatrali più impegnati sotto il profilo sociale. A questa fase, tuttavia, è poi sempre stata intrecciata una serie di <em>divertissement </em>solo apparentemente disinvolti e smagati come è il caso della finta biografia artistica <em>Jusep Torres Campalans </em>del 1958.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In sostanza: Max Aub ha alternato testi di critica della società con intenti di intervento sulla realtà e la sua drammatica e prepotente urgenza a opere provocatorie e “leggere”, intese a produrre effetti esilaranti o solo spiazzanti nel lettore.</strong> A questo livello appartengono i testi teatrali raccolti sotto il titolo di <em>L’Impareggiabile malfidato</em> (l’opera con questo stesso titolo è del 1931) come pure i brevi testi narrativi che vanno direttamente inclusi nella categoria del “delitto esemplare”. Questa raccolta di testi brevissimi e folgoranti, il primo libro di Aub a essere conosciuto in Italia, se si escludono i testi teatrali della sua prima stagione, presenta illuminazioni surreali e spesso allucinate di notevole qualità espressiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Delitti esemplari</em> viene attribuito alla fase satirica (o comunque umoristica) della prosa dello scrittore spagnolo ma, in realtà, è molto di più: è un tentativo di mostrare, in maniera deliberatamente amplificata, l&#8217;altra faccia dell&#8217;esistenza. Basterà leggere uno o due dei brevissimi raccontini della raccolta per rendersene conto:</p>
<p style="text-align: justify;">«Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente niente: perché non voleva. <strong>Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva effetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo picchiai: non ci fu verso. Gli altri bambini cominciavano a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno</strong>, l’appetito, finché un giorno non ne potei più, e, perché servisse d’esempio, lo impiccai all’albero del cortile»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il tono, come si può vedere, è beffardo, scritto da una penna intrisa nel vetriolo, fatta di provocazioni e di intimidazioni – una scrittura che non concede niente a nessuno e si fa spazio per pura forza di intelligenza, una scrittura che non teme l’iconoclastia e una qual certa dose di strafottenza, quella stessa che nel 1960 lo spinse a pubblicare <em>La vera storia della morte di Francisco Franco</em>.</strong> Ma Aub non è soltanto un giocoliere della parola – le tragedie da lui vissute sono autentiche. Considerato un autentico giovane talento del nuovo teatro spagnolo, antesignano del teatro dell’assurdo ancora di là da venire, l’impatto con le vicende tragiche e sanguinose della Guerra Civile spagnola, lo costringono alla fuga in Francia. <strong>Ricercato dai franchisti per il suo impegno politico (è sua la sceneggiatura di <em>Sierra de Teruel</em>, il film di André Malraux ispirato al suo romanzo <em>La speranza</em> e girato in studio tra il 1938 e il 1939, a guerra finita), Aub riparò in Francia dove si aspettava un’accoglienza quanto meno decente. E, invece, no:</strong> segnalato alla polizia francese come “comunista e rivoluzionario d’azione ebreo” viene arrestato il 5 aprile 1940 e detenuto, in un primo tempo, nello stadio di Roland Garros, poi spedito nel campo di concentramento di Le Vernet d’Ariège, a pochi chilometri dalla frontiera pirenaica. Rilasciato, in un primo tempo, grazie alla mediazione del governo messicano, le sue traversie continuano: imprigionato a Nizza, poi di nuovo a Le Vernet, <strong>finisce su una nave destinata al trasporto bestiame e deportato al campo algerino di Djelfa da cui riuscirà ad uscire il 18 maggio 1942 sempre per mediazione messicana e, dopo un soggiorno clandestino a Casablanca, si imbarca per il Messico dove resterà per tutto il resto della sua vita (Aub morirà il 23 giugno 1972 a soli 69 anni – era nato a Parigi nel 1903). </strong>Nei trent’anni dell&#8217;esilio messicano tornerà una sola volta in Spagna nel 1969. Delle vicende sconsolate e spesso irritate del soggiorno spagnolo (dal 23 agosto al 4 novembre di quell’anno) parlerà a lungo in <em>La gallina ciega</em> del 1971 che sarà il libro della disillusione e della critica alla società spagnola, del ritorno alle origini e della rinuncia definitiva a rientrare nel panorama culturale spagnola dell&#8217;epoca ormai postfranchista.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la dimensione realistica, di denuncia esistenziale e di polemica politica insieme, non è concentrata soltanto nella serie di sei romanzi dedicati alle vicende della Guerra Civile e intitolati definitivamente nel 1968 <em>Il labirinto magico, </em>ma compare anche in testi precedenti come il dramma <em>San Juan</em> del 1943. <strong>In esso, la vicenda di una nave mercantile (il San Juan appunto) che dovrebbe trasportare dei profughi ebrei in fuga dalla Shoah ormai imminente verso la Palestina assurge a simbolo della tragedia universale del vivere e del dover scegliere che cosa fare in una situazione apparentemente impossibile. </strong>Bloccati in acque territoriali internazionali, respinti da tutti i paesi cui hanno chiesto asilo, i personaggi vivono l&#8217;attesa di una possibile soluzione dei loro problemi di sopravvivenza senza raggiungerla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><img decoding="async" class=" wp-image-62109 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/08/Aub-1-203x300.jpg" alt="Aub 1" width="151" height="223" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Aub-1-203x300.jpg 203w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Aub-1-768x1137.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Aub-1-691x1024.jpg 691w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Aub-1-600x889.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/08/Aub-1.jpg 1000w" sizes="(max-width: 151px) 100vw, 151px" />Il suo libro più significativo degli anni Cinquanta è però la biografia immaginaria dedicata a Jusep Torres Campalans, un pittore catalano che non è mai esistito ma che ricorda le vite di Picasso e di altri pittori spagnoli attivi a Parigi negli anni Trenta:</strong> quello di Aub è un esercizio divertito e divertente, fatto di innesti da biografie autentiche e di particolari forse autobiografici o forse dedotti imprudentemente da altre vite meno illustri e significative. Ma è soprattutto una dichiarazione di poetica, imbastita com’è di riflessioni sulla pittura, sulla natura e la filosofia dell’arte e la prospettiva di una sua trasformazione e rigenerazione profonde.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Jusep Torres Campalans</em> è stato il primo libro di Max Aub a essere tradotto in Italia (anche se la sua eco non è stata straordinaria) – proporne la lettura oggi significa riproporre, in realtà e in termini nuovi, l’opera e la figura stessa del suo autore. Dedicato ad André Malraux con il quale Aub ha condiviso la realizzazione del film <em>Sierra de Teruel</em> (poi distribuito anni dopo la sua realizzazione, nel 1945, con il titolo più consono di <em>L’Espoir</em>), questo libro si pone a metà tra la serietà e la beffa, tra il romanzo di totale invenzione e la ricostruzione di ambiente storico, vuole essere un “ritratto in piedi” di un personaggio inesistente eppure vivo e presente nella mente di chi legge.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pretesto per la sua stesura risulta decisamente occasionale come si deduce dall&#8217;<em>incipit</em> del libro: dopo aver tenuto una conferenza a Tuxla Gutiérrez, capoluogo del remoto stato di Chiapas, l’Autore viene presentato a “un uomo magro, dal viso bruno, che chiamavano ‘don Jusepe’” e che gli chiede di dove sia. Ad Aub che gli risponde di essere nato a Parigi, l’uomo risponde: “Parigi&#8230; Esiste ancora, Parigi?” e, dopo aver sorriso, si allontana, “dritto, appoggiandosi al bastone”. Allo scrittore che richiede chi sia l’uomo, gli viene risposto che è Jusep Torres Campalans cioè un perfetto sconosciuto per lui. <strong>A questo punto, una qual certa curiosità prevale e le domande si moltiplicano: Chi è l’uomo? Cosa fa? Niente. Un personaggio misterioso, dunque. Per questo motivo, incuriosisce l’Autore che decide di ficcare “il naso nella sua vita”.</strong> Il risultato sarà la sua biografia per lumi e testimonianze sparse, un esame dettagliato della sua vocazione pittorica, squarci e illuminazioni sulla sua possibile vita privata e intima:</p>
<p style="text-align: justify;">«Per un romanziere che ha scritto anche delle commedie, una biografia è come una trappola. Il personaggio c’è già, completo, e non si ha nemmeno libertà di tempo. <strong>Perché l’opera riesca bisogna attenersi strettamente al protagonista: descriverlo, farne l’autopsia, precisare le date, tentare una diagnosi. Evitare, entro certi limiti, ogni interpretazione personale.</strong> Esattamente l’opposto di quel che si fa in un romanzo. Metter le manette alla fantasia, stare ai fatti. Far storia. Ma ecco il punto: si può riuscire a capire un nostro simile servendosi soltanto della ragione?»</p>
<p style="text-align: justify;">La domanda è metafisica ma Aub non l’affronta in questi termini. La verità non gli interessa, anzi lo impiccia, lo fuorvia, in parte lo disturba. Lo scrittore preferisce costruire un mondo del tutto immaginario che però spesso ha il sapore del reale.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa prospettiva è forse possibile oggi inquadrare la vicenda letteraria di questo scrittore vissuto tra Europa e Messico senza appartenere a nessuno di questi due universi culturali.</p>
<p><strong><em>Giuseppe Panella</em></strong></p>
<p>*</p>
<p><em>Di Max Aub sono leggibili in Italia, tra l’altro, “Delitti esemplari” (Sellerio, 1981), “Gennaio senza nome” (Nutrimenti, 2017) e la biografia immaginaria di “Jusep Torres Campalans” edita quest’anno da Theoria. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/uno-scrittore-che-non-teme-liconoclastia-e-la-strafottenza-storia-dellinafferrabile-max-aub-che-scrisse-la-piu-bella-delle-biografie-immaginarie/">Uno scrittore che non teme l’iconoclastia e la strafottenza: storia dell’inafferrabile Max Aub (che scrisse la più bella delle biografie immaginarie)</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Ode a Battiato. Il grande cantautore fa gli anni: perché è così decisivo? “La sua arte cambia in meglio le persone”. Intervista a Fabio Zuffanti</title>
		<link>https://www.pangea.news/battiato-73-il-grande-cantautore-fa-gli-anni-perche-e-cosi-decisivo-la-sua-arte-cambia-in-meglio-le-persone-intervista-a-fabio-zuffanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Mar 2018 14:18:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L'Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[avanguardia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci vuole intransigenza. Una oltranza oltre l’osare. Ignifughi alle classifiche, va detto – tanto è ovvio – che Franco Battiato è il cantautore assoluto della musica italiana. Anzi, no. Neppure assoluto lo spiega. È come chi dorme con frattaglie di vetri sotto il cuscino per dare più lucidità e forza di sangue ai sogni. Insomma. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci vuole intransigenza. Una oltranza oltre l’osare. Ignifughi alle classifiche, va detto – tanto è ovvio – che Franco Battiato è il cantautore assoluto della musica italiana. Anzi, no. Neppure <em>assoluto</em> lo spiega. È come chi dorme con frattaglie di vetri sotto il cuscino per dare più lucidità e forza di sangue ai sogni. Insomma. 23 marzo 2018. Battiato ne fa 73. Da <em>M.elle le ‘Gladiator’ </em>(alzi la mano chi l’ha ascoltato) a <em>L’imboscata </em>(questo l’hanno ascoltato tutti, per lo meno per <em>La cura</em>), ogni disco di Battiato – che a me è sempre parso il Borges italiano – è un mondo. <strong><em>Orizzonti perduti, Come un cammello in una grondaia </em>e<em> Caffè de la Paix </em>sono dei ‘classici’, un patrimonio dell’immaginario che spero ancora di trovare – così nitido, così innocente e intagliato – nell’opera di un grande poeta o di un grande narratore</strong> (ma l’avete sentito il gracile e glaciale <em>Sui giardini della preesistenza</em>?, ma dove sono i poeti capaci di una visione così proteiforme sull’epoca?). Eppure, Battiato si sgomina nei dettagli. In album di generosa psichedelia, come <em>Gommalacca</em>, dove la Kundalini balla il tango con Maria Callas (micidiale <em>Casta diva</em>), ma il cuore di ogni non-ritorno è nell’ultima canzone, <em>Shakleton</em>, immagine della natura pericolosa – letale – del canto. Battiato che compila dèi ignoti sul pentagramma, che anela alla fuga, l’estrema (<em>Nomadi</em>), ed è su tensioni devote che scrive la canzone che massacra le ossa, dandoci alla resa (<em>L’ombra della luce</em>). Fabio Zuffanti, musicista d’avanguardia, indomabile, a Battiato ha dedicato un libro, <em>Franco Battiato: La voce del padrone. 1945-1982: Nascita, ascesa e consacrazione del fenomeno</em>, che sarà edito da Arcana tra un mese. Lo abbiamo intervistato.</p>
<p><strong><img decoding="async" class="size-medium wp-image-60046 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2018/03/libro-1-214x300.jpg" alt="battiato" width="214" height="300" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/libro-1-214x300.jpg 214w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/libro-1-600x840.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2018/03/libro-1.jpg 686w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" />Allora. Battiato 73. 73 anni. </strong><strong>È ancora lui l’avanguardista della musica italiana?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Lo è, ogni nuovo disco è un tassello ulteriore nella sua sperimentazione. Anche quando sembra faccia canzoni simili in realtà dentro ci sono sempre nuovi spunti e visioni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche peculiari che rendono indelebile al tempo la musica di Battiato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Proprio questo non essersi mai fermato. Battiato ha trascorso lunghi anni a mettersi in gioco con le più ardite sperimentazioni, ha poi trovato il successo ma presto ha deviato da quella strada per cercarne altre, senza mai sedersi sugli allori, per asservire realmente alla sua funzione di artista che cerca sempre nuovi stimoli per sfamare la sua fame di conoscenza e accrescere quella di chi lo ascolta. <strong>Interfacciarsi con il percorso artistico di Battiato vuole dire crescere interiormente, evolversi. L’arte di Battiato è un qualcosa che penetra a fondo e cambia – in meglio – le persone.</strong> Un caso unico nel nostro paese dove una volta raggiunto il successo si rimane immobili sulle proprie posizioni per tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Domande spot: il disco più bello di Battiato (con giustificazione).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La musica di Battiato ha subito molti cambiamenti negli anni, proprio per il discorso che si faceva poc’anzi, segnalare quindi solo un disco è realmente arduo tanto è frastagliata la sua produzione. Ne citerei quattro; <em>Sulle corde di Aries</em> (1973) per il periodo sperimentale, <em>La voce del padrone </em>(1981) per quello pop, <em>Fisiognomica</em> (1988) per la successiva fase più intima e mistica e <em>Genesi</em> (1986) per il lavoro sulla composizione operistica.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La canzone più bella (con giustificazione).</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Anche qui quasi impossibile sceglierne solo una, ci sono troppi mondi, tutti troppo interessanti, per potere isolare una sola scelta. Ne segnalerò di nuovo quattro che a mio avviso concentrano in pochi minuti tutta l’essenza (ma anche le varie sfaccettature) della sua arte; <em>Prospettiva Nevski</em>, <em>Gli uccelli</em>, <em>L’ombra della luce</em> e la classica <em>La cura</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La canzone musicalmente più bella (con giustificazione).</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gli uccelli</em>, senza dubbio, con quelle volute (e volate) di orchestra che la rendono un piccolo sogno a occhi aperti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma tu ci hai lavorato insieme?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Purtroppo mai, ci conosciamo sommariamente, ci siamo parlati alcune volte ma mai collaborato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Chi ha imitato di più l’inimitabile Battiato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">‘Imitare’ non è esatto, diciamo che ci sono artisti che hanno fatto tesoro della sua arte traslandola in un percorso personale, come ad esempio Max Gazze, Fabio Cinti, i Bluvertigo&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8230;ma come si fa rendere pop Sgalambro? O Battiato è un taumaturgo musicale oppure il mondo non è mai come ce lo figuriamo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Franco ha la capacità unica di plasmare e rendere fruibili anche i materiali più ostici, ecco spiegato come sia riuscito a piegare le elucubrazioni filosofiche di Sgalambro e a inserirle nel suo tappeto musicale con grande perizia, ma soprattutto spontaneità. Tutto quello che fa Battito è spontaneo, è pura arte che scaturisce dal cuore, e come tale ha la capacità di toccare le anime di tutti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/battiato-73-il-grande-cantautore-fa-gli-anni-perche-e-cosi-decisivo-la-sua-arte-cambia-in-meglio-le-persone-intervista-a-fabio-zuffanti/">Ode a Battiato. Il grande cantautore fa gli anni: perché è così decisivo? “La sua arte cambia in meglio le persone”. Intervista a Fabio Zuffanti</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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		<title>Rafael Sánchez Ferlosio compie 90 anni. La Spagna celebra lo scrittore più incazzoso del reame (figlio dell’ideologo della ‘Falange spagnola’): “La Catalogna? Una ossessione”</title>
		<link>https://www.pangea.news/rafael-sanchez-ferlosio-compie-90-anni-la-spagna-celebra-lo-scrittore-piu-incazzoso-del-reame-figlio-dellideologo-della-falange-spagnola-la-cataloga-ossess/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pangea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Dec 2017 14:53:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura generale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bastano un paio di frasi per farci venire l’acquolina estetica in bocca. “Nessuno come lui, uno dei massimi prosatori spagnoli dell’ultimo secolo, ha distrutto gli argomenti consueti per proporre un approccio indipendente da ogni pregiudizio, eccentrico”; “La sua immensa cultura, i suoi poliedrici interessi, il carattere iconoclasta e provocatorio, la sua prosa scintillante lo hanno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rafael-sanchez-ferlosio-compie-90-anni-la-spagna-celebra-lo-scrittore-piu-incazzoso-del-reame-figlio-dellideologo-della-falange-spagnola-la-cataloga-ossess/">Rafael Sánchez Ferlosio compie 90 anni. La Spagna celebra lo scrittore più incazzoso del reame (figlio dell’ideologo della ‘Falange spagnola’): “La Catalogna? Una ossessione”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Bastano un paio di frasi per farci venire l’acquolina estetica in bocca. “Nessuno come lui, uno dei massimi prosatori spagnoli dell’ultimo secolo, ha distrutto gli argomenti consueti per proporre un approccio indipendente da ogni pregiudizio, eccentrico”; <strong>“La sua immensa cultura, i suoi poliedrici interessi, il carattere iconoclasta e provocatorio, la sua prosa scintillante lo hanno reso un riferimento indiscusso per capire la complessità del mondo”.</strong> Chi scrive è José Andrés Rojo, firma di <em>El Pais</em>, incaricato di onorare come si deve (leggete <a href="https://elpais.com/cultura/2017/12/03/actualidad/1512328224_696887.html" target="_blank" rel="noopener">qui</a>) i 90 anni di uno dei titanici scrittori viventi di Spagna, già Premio Cervantes (il massimo riconoscimento letterario ispanico: è andato, a chi garbano le classifiche, ai Jorge Luis Borges, Octavio Paz, Mario Vargas Llosa, Alvaro Mutis…), già pluririconosciuto eroe della prosa contemporanea. Lui si chiama Rafael Sánchez Ferlosio e se non volete credere al patriottico giornalista, date credito a Wikipedia, “è considerato il più dotato esponente della narrativa spagnola di fine secolo”. <strong>Nato a Roma – incidentalmente – nel 1927, Ferlosio ha un esordio precocissimo, nel 1951, con <em>Imprese e vagabondaggi di Alfanhuì</em>, “vivevo ancora con i miei, non ricordo quanti anni avessi. Lo leggevo ai miei genitori e mia madre ha pagato per farmelo stampare.</strong> 13mila pesetas per 1500 copie. Un affare. Fui fortunato. Camilo José Cela fu colpito dal linguaggio del libro, scrisse un’ottima recensione, questo mi diede una spinta fantastica”. Meravigliosamente antipatico, Ferlosio disprezza la patria (“Il patriottismo è claustrofobico”), <strong>schifa la televisione (“come tutti i vecchi, la guardo. E mi pare orribile. Quella spagnola, poi, è la più orrenda. Un patente fallimento, la terribile esasperazione della pubblicità.</strong> La televisione ha trovato la pubblicità ed è nato il pane. Orribile, orribile, orribile. Essere uno strumento della pubblicità e avere così tanta pubblicità”), odia il chiacchiericcio sulla Catalogna (“un argomento imposto. Non capisco nulla. Sono tutti ossessionati, un giorno dicono una cosa, il giorno dopo un’altra; poi dicono lo stesso e poi il contrario”),<strong> mal sopporta Vargas Llosa (“fa ridere, e scrive male”), sculaccia José Ortega y Gasset (“Ortega è un uomo di talento. Che ha scritto un mucchio di sciocchezze”),</strong> disprezza la letteratura vigente e si bea soltanto con la nipote, “non voglio incontrare altri: è intelligente, studiosa, adorabile”. Ovviamente, come tutti gli egotisti, Ferlosio litiga aspramente con se stesso: “non sono d’accordo con tutto quello che ho scritto nella mia vita, anzi…”. <img decoding="async" class=" wp-image-58594 alignleft" src="http://www.pangea.news/wp-content/uploads/2017/12/ferlosio-libro-192x300.jpg" alt="ferlosio libro" width="136" height="213" srcset="https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/ferlosio-libro-192x300.jpg 192w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/ferlosio-libro-768x1199.jpg 768w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/ferlosio-libro-656x1024.jpg 656w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/ferlosio-libro-600x937.jpg 600w, https://www.pangea.news/pan/wp-content/uploads/2017/12/ferlosio-libro.jpg 1000w" sizes="(max-width: 136px) 100vw, 136px" />La cosa fenomenale è che questo fenomeno della letteratura spagnola, autore di testi “fondamentali per chi studi letteratura spagnola all’Università”, è pressoché sconosciuto in Italia. A pubblicarlo, il piccolo, tenace editore di Torino, <a href="http://www.robinedizioni.it/" target="_blank" rel="noopener">Robin</a>, che dopo <em>Elogio del lupo </em>(2013), ha pubblicato, quest’anno, il primo libro, ormai un ‘classico’, <em>Imprese e vagabondaggi di Alfanhuì </em>e l’antologia saggistica <em>Carattere e destino. </em>Ma sono molti i libri di Ferlosio, da <em>El Jarama </em>(1955) a <em>God &amp; Gun. Apuntes de polemologia </em>(2008), degni di traduzione. C’è poi la storia autobiografica di Ferlosio da denunciare. <strong>Lo scrittore spagnolo, figura iconica ed eccentrica, è il figlio di Rafael Sánchez Mazas, intellettuale, parente per via materna con Miguel de Unamuno, sodale di José Antonio Primo de Rivera, ideologo della ‘Falange spagnola’, ministro sotto Francisco Franco, ma da cui si distacca, nel 1940, per divergenti visioni politiche.</strong> Da Rafael, che fu poeta e scrittore, nacque una genia di prodigi: il cantautore Chico Sánchez Ferlosio, il matematico Miguel Sánchez Ferlosio, e lo scrittore più corrosivo del reame spagnolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.pangea.news/rafael-sanchez-ferlosio-compie-90-anni-la-spagna-celebra-lo-scrittore-piu-incazzoso-del-reame-figlio-dellideologo-della-falange-spagnola-la-cataloga-ossess/">Rafael Sánchez Ferlosio compie 90 anni. La Spagna celebra lo scrittore più incazzoso del reame (figlio dell’ideologo della ‘Falange spagnola’): “La Catalogna? Una ossessione”</a> proviene da <a href="https://www.pangea.news">Pangea</a>.</p>
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